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 SANTITA': UOMINI E OPERE

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VINCENZO

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MessaggioTitolo: MARIA FAUSTINA KOWALSKA   Mar Ott 05, 2010 9:42 am

5 OTTOBRE

MARIA FAUSTINA KOWALSKA
APOSTOLA DELLA MISERICORDIA


Biografia: Maria Faustina Kowalska, al secolo Elena Kowalska (Głogowiec, 25 agosto 1905 – Cracovia, 5 ottobre 1938), fu propagatrice della devozione a Gesù misericordioso; nel 2000 è stata canonizzata da papa Giovanni Paolo II. Nacque in Polonia da Marianna Kowalska e Stanislao Kowalski, terza di dieci figli, fu battezzata col nome di Elena nella chiesa parrocchiale di San Casimiro. La famiglia era molto religiosa ed Elena fu educata cristianamente. La sua vocazione religiosa si manifestò fin dall’età di sette anni. Poté frequentare una scuola solo per poco più di tre anni. Ancora adolescente lasciò la famiglia per lavorare come domestica ad Aleksandròw e a Łódź, provvedendo così al proprio sostentamento e aiutando la famiglia. A 18 anni chiede ai genitori il permesso di entrare in convento, ma la famiglia necessitava del suo aiuto e quindi non acconsentirono. Faustina cercò di ubbidire ai genitori e partecipò alla vita mondana trascurando le ispirazioni interiori della grazia. Nel suo Diario racconta che un giorno mentre era ad un ballo insieme alla sorella ebbe una visione di Gesù flagellato che le disse: «Quanto tempo ancora ti dovrò sopportare? Fino a quando mi ingannerai?». Subito dopo si decise per la vita religiosa. Dopo essere stata respinta da molti conventi, finalmente, il 1º agosto 1925, fu ammessa nella Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia a Varsavia. Il 30 aprile del 1926 iniziò il noviziato ricevendo l’abito e il nome di “Suor Maria Faustina”. Nella Congregazione visse tredici anni, soggiornando in diverse case, in particolare a Cracovia, Plock, e Vilnius. Svolse mansioni di cuoca, giardiniera e portinaia e osservò fedelmente la regola religiosa. Adottò uno stile di vita severo e i digiuni indebolirono la sua, già cagionevole, salute. Si ammalò di tubercolosi e dovette essere ricoverata due volte, in un sanatorio vicino a Cracovia. Di carattere riservato, visse, senza esteriorizzarla, un’intensa vita mistica. La morte la colse nella pienezza della maturità spirituale e misticamente unita a Dio, il 5 ottobre 1938 a Cracovia, alle ore 22.45, all’età di 33 anni.

Beatificazione e canonizzazione: Tra il 1965 e il 1967 si svolse a Cracovia il processo informativo relativo alla sua vita e alle sue virtù, la sua causa fu promossa dall’allora vescovo ausiliare di Cracovia, Karol Wojtyła. Nel 1968 iniziò a Roma il processo di beatificazione che si concluse nel dicembre del 1992. Fu beatificata da Giovanni Paolo II in piazza San Pietro a Roma il 18 aprile 1993 e proclamata santa il 30 aprile 2000. Le sue reliquie si trovano nel “Santuario della Divina Misericordia” a Cracovia.

La divina misericordia: La fama della sua santità crebbe insieme alla diffusione del culto alla Divina Misericordia e per le grazie ottenute tramite la sua intercessione. Il 22 febbraio 1931 suor Faustina scriveva nel suo Diario: «La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Gesù mi disse: «Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto la scritta: “Gesù confido in te!”. Desidero che quest’immagine venga venerata nel mondo intero. Prometto che l’anima che venererà quest’immagine non perirà. Voglio che l’immagine venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua: questa domenica deve essere la festa della Misericordia».

Gesù misericordioso: Papa Giovanni Paolo II scrisse una enciclica: Dives in Misericordia, la seconda del suo pontificato (1980), interamente dedicata alla devozione appresa dall’umile suora polacca ed è stato lui che l’ha proclamata santa, il 30 aprile 2000. In quell’occasione il Papa ha stabilito per la prima volta la Festa della Divina Misericordia, da celebrarsi ogni anno nella prima domenica dopo Pasqua.

La coroncina della divina misericordia: In una “rivelazione privata” nel 1935 Gesù avrebbe richiesto a Suor Faustina una particolare forma di preghiera detta “Coroncina alla Divina Misericordia”. La misericordia di Dio, la grazia della conversione e del perdono dei peccati, soprattutto nell’ora della morte, sarebbero stati concessi all’anima che avesse recitato la coroncina della divina misericordia: «La mia misericordia avvolgerà in vita e specialmente nell’ora della morte le anime che reciteranno questa coroncina».
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MessaggioTitolo: SANTA TERESA DI GESÙ   Ven Ott 15, 2010 11:00 am

15 OTTOBRE

SANTA TERESA DI GESÙ
VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nata ad Avila, in Spagna, nel 1515 da nobile ed antica famiglia. Fin dall’infanzia si distinse per grande amore alla lettura della Sacra Scrittura e fu animata dal desiderio del martirio. A vent’anni entrò nell’Ordine Carmelitane, fece grandi progressi nella via della perfezione e ebbe rivelazioni mistiche. L’Ordine seguiva allora osservanze mitigate. Riformò il suo Carmelo, e con l’aiuto di s. Giovanni della Croce fondò una serie di case per carmelitani e carmelitane “scalzi”. Santa Teresa è una delle più grandi mistiche della Chiesa; scrisse libri di profonda dottrina e le sue opere sono annoverate tra i capolavori della letteratura spagnola. Il Signore esaudì i fervidi voti e, ad Alba de Tormes, passò da questa vita, era nel 1582. Venne proclamata santa nel 1622. Paolo VI il 27 settembre 1970 le riconobbe il titolo di dottore della Chiesa.

Martirologio: Memoria di santa Teresa di Gesù, vergine e dottore della Chiesa: entrata ad Avila in Spagna nell’ordine Carmelitano e divenuta madre e maestra di una assai stretta osservanza, dispose nel suo cuore un percorso di perfezionamento spirituale sotto l’aspetto di un’ascesa per gradi dell’anima a Dio; per la riforma del suo Ordine sostenne molte tribolazioni, che superò sempre con invitto animo; scrisse anche libri pervasi di alta dottrina e carichi della sua profonda esperienza.

Dagli scritti
Dalle «Opere» di santa Teresa di Gesù, Vergine
Ricordiamoci sempre dell’amore di Cristo
Chi ha come amico Cristo Gesù e segue un capitano così magnanimo come lui, può certo sopportare ogni cosa; Gesù infatti aiuta e dà forza, non viene mai meno ed ama sinceramente. Infatti ha sempre riconosciuto e tuttora vedo chiaramente che non possiamo piacere a Dio e da lui ricevere grandi grazie, se non per le mani della sacralissima umanità di Cristo, nella quale egli ha detto di compiacersi. Ne ho fatto molte volte l’esperienza, e me l’ha detto il Signore stesso. Ho visto nettamente che dobbiamo passare per questa porta, se desideriamo che la somma Maestà ci mostri i suoi grandi segreti. Non bisogna cercare altra strada, anche se si è raggiunto il vertice della contemplazione, perché per questa via si è sicuri. E’ da lui, Signore nostro, che ci vengono tutti i beni. Egli ci istruirà. Meditando la sua vita, non si troverà modello più perfetto. Che cosa possiamo desiderare di più, quando abbiamo al fianco un così buon amico che non ci abbandona mai nelle tribolazioni e nelle sventure, come fanno gli amici del mondo? Beato colui che lo ama per davvero e lo ha sempre con sé! Guardiamo il glorioso apostolo Paolo che non poteva fare a meno di avere sempre sulla bocca il nome di Gesù, perché l’aveva ben fisso nel cuore. Conosciuta questa verità, ho considerato e ho appreso che alcuni santi molto contemplativi, come Francesco, Antonio da Padova, Bernardo, Caterina da Siena, non hanno seguito altro cammino. Bisogna percorrere questa strada con grande libertà, abbandonandoci nelle mani di Dio. Se egli desidera innalzarci fra i principi della sua corte, accettiamo volentieri tale grazia. Ogni volta poi, che pensiamo a Cristo, ricordiamoci dell’amore che lo ha spinto a concederci tante grazie e dell’accesa carità che Dio ci ha mostrato dandoci in lui un pegno della tenerezza con cui ci segue: amore infatti domanda amore. Perciò sforziamoci di considerare questa verità e di eccitarci ad amare. Se il Signore ci facesse la grazia, una volta, di imprimerci nel cuore questo amore, tutto ci diverrebbe facile e faremmo molto, in breve e senza fatica (Opusc. «Il libro della vita», cap. 22,6-7.14).

Il Signore non vuole la preghiera delle labbra
“Orazione vocale è, per esempio, recitare il Padre nostro o l’Ave Maria o qualche altra preghiera, ma se non l’accompagnate alla preghiera mentale, è come una musica stonata, tanto che alle volte non vi usciranno con ordine neppure le parole… Quando pregate vocalmente cercate la compagnia del Maestro che ci ha insegnato la preghiera del Padre nostro; fate il possibile di stargli dappresso… Non vi chiedo di concentrarvi tutte su di lui, ma guardarlo” (Cammino di perfezione, XXV 3; XXVI, 1-3).
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MessaggioTitolo: SAN CARLO BORROMEO   Ven Nov 05, 2010 10:53 am

GIOVEDÌ 4 NOVEMBRE

SAN CARLO BORROMEO
VESCOVO


Biografia: Nacque ad Arona (Novara) nel 1538. Dopo aver conseguito la laurea in «utroque iure», dallo zio Pio IV fu fatto cardinale ed eletto vescovo di Milano. Qui si dimostrò un autentico pastore del gregge. Visitò più volte tutta intera la diocesi, indisse sinodi e svolse la più intensa attività in ogni settore per la salvezza delle anime, sforzandosi di promuovere con ogni mezzo un livello alto di vita cristiana. Morì il 3 novembre 1584 a Milano.

Dagli scritti
Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell’ultimo Sinodo
Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all’impegno della propria vocazione. Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all’altezza del suo ufficio? Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si é comportato in sacrestia, come si é preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento? Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore é stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioé le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili. Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico. Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Prédica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua prèdica tu perda ogni credibilità. Eserciti la cura d’anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso. Comprendete, fratelli, che niente é così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1Cor 16,14). Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò é richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri. (Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178).
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MessaggioTitolo: DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE   Mer Nov 10, 2010 10:13 am

9 NOVEMBRE

DEDICAZIONE DELLA BASILICA LATERANENSE
CATTEDRALE DELLA CITTÀ DI ROMA


Biografia: L’anniversario della dedicazione della basilica, costruita dall’imperatore Costantino sul colle Laterano a Roma, fu celebrato, e a quanto sembra fin dal secolo XII, il 9 novembre. Inizialmente fu una festa solo della città di Roma. In seguito la celebrazione fu estesa a tutte le chiese di rito romano per onorare la basilica chiamata chiesa - madre di tutte le chiese dell’Urbe (di Roma) e dell’Orbe (del mondo), e come segno di amore e di unione verso la cattedra di Pietro, che, secondo sant’Ignazio di Antiochia, “presiede a tutta l’assemblea della carità”.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Cesario di Arles, vescovo
Con il battesimo siamo tutti diventati tempio di Dio
Con gioia e letizia celebriamo oggi, fratelli carissimi, il giorno natalizio di questa chiesa: ma il tempio vivo é vero di Dio dobbiamo esserlo noi. Questo é vero senza dubbio. Tuttavia i popoli cristiani usano celebrare la solennità della chiesa matrice, poiché sanno che é proprio in essa che sono rinati spiritualmente. Per la prima nascita noi eravamo coppe dell’ira di Dio; secondo nascita ci ha resi calici del suo amore misericordioso. La prima nascita ci ha portati alla morte; la seconda ci ha richiamati alla vita. Prima del battesimo tutti noi eravamo, o carissimi, tempio del diavolo. Dopo il battesimo abbiamo meritato di diventare tempio di Cristo. Se riflettiamo un po’ più attentamente sulla salvezza della nostra anima, non avremo difficoltà a comprendere che siamo il vero e vivo tempio di Dio. «Dio non dimora in templi costruiti dalle mani dell’uomo» (At 17,24), o in case fatte di legno e di pietra, ma soprattutto nell’anima creata a sua immagine per mano dello stesso Autore delle cose. Il grande apostolo Paolo ha detto: «Santo é il tempio di Dio che siete voi» (1Cor 3,17). Poiché Cristo con la sua venuta ha cacciato il diavolo dal nostro cuore per prepararsi un tempio dentro di noi, cerchiamo di fare, col suo aiuto, quanto é in nostro potere, perché questo tempio non abbia a subire alcun danno per le nostre cattive azioni. Chiunque si comporta male, fa ingiuria a Cristo. Prima che Cristo ci redimesse, come ho già detto, noi eravamo abitazione del diavolo. In seguito abbiamo meritato di diventare la casa di Dio, solo perché egli si é degnato di fare di noi la sua dimora. Se dunque, o carissimi, vogliamo celebrare con gioia il giorno natalizio della nostra chiesa, non dobbiamo distruggere con le nostre opere cattive il tempio vivente di Dio. Parlerò in modo che tutti mi possano comprendere: tutte le volte che veniamo in chiesa, riordiniamo le nostre anime così come vorremmo trovare il tempio di Dio. Vuoi trovare una basilica tutta splendente? Non macchiare la tua anima con le sozzure del peccato. Se tu vuoi che la basilica sia piena di luce, ricordati che anche Dio vuole che nella tua anima non vi siano tenebre. Fà piuttosto in modo che in essa, come dice il Signore, risplenda la luce delle opere buone, perché sia glorificato colui che sta nei cieli. Come tu entri in questa chiesa, così Dio vuole entrare nella tua anima. Lo ha affermato egli stesso quando ha detto: Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò (cfr. Lv 26,11.12) (Disc. 229,1-3; CCL 104,905-908).
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MessaggioTitolo: SAN LEONE MAGNO   Mer Nov 10, 2010 10:14 am

10 NOVEMBRE

SAN LEONE MAGNO
PAPA E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nato in Toscana e salito sulla cattedra di Pietro nel 440, fu vero pastore e autentico padre di anime. Cercò in ogni modo di mantenere salda e integra la fede, difese strenuamente l’unità della chiesa, arrestò, per quanto gli fu possibile, le incursioni dei barbari, e meritò a buon diritto di essere detto Leone “il Grande”. Morì nel 461.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
Il servizio specifico del nostro ministero. Tutta la Chiesa di Dio é ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3,28). La divisione degli uffici non é tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’é dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1Pt 2,5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdote regale, la nazione santa, il popolo che Dio si é acquistato» (1Pt 2,9). Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’é quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non é forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non é forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra é cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia é unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi. La comunione di tutti con questa nostra Sede é, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostr povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo. Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente é stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui. Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano (Disc. 4,1-2; PL 54,148-149).
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MessaggioTitolo: san francesco saverio   Ven Dic 03, 2010 3:55 pm

3 DICEMBRE

SAN FRANCESCO SAVERIO
SACERDOTE E MISSIONARIO


Biografia: Nacque in Spagna nel 1506; mentre a Parigi seguiva gli studi letterari, si fece compagno di sant’Ignazio. A Roma nel 1537 fu ordinato sacerdote ed attese ad opere di carità. Nel 1541 partì per l’Oriente, evangelizzò indefessamente per dieci anni l’India e il Giappone e convertì molti alla fede. Morì nel 1552 nell’isola cinese di San-cion o San-cian.

Dagli scritti
Dalle «Lettere» a sant’Ignazio di san Francesco Saverio, sacerdote
Abbiamo percorso i villaggi dei neofiti, che pochi anni fa avevano ricevuto i sacramenti cristiani. Questa zona non è abitata dai Portoghesi, perché estremamente sterile e povera, e i cristiani indigeni, privi di sacerdoti, non sanno nient’altro se non che sono cristiani. non c’è nessuno che celebri le sacre funzioni, nessuno che insegni loro il Credo, il Padre nostro, l’Ave ed i Comandamenti della legge divina. Da quando dunque arrivai qui non mi sono fermato un istante; percorro con assiduità i villaggi, amministro il battesimo ai bambini che non l’hanno ancora ricevuto. Così ho salvato un numero grandissimo di bambini, i quali, come si dice, non sapevano distinguere la destra dalla sinistra. I fanciulli poi non mi lasciano né dire l’Ufficio divino, né prendere cibo, né riposare fino a che non ho loro insegnato qualche preghiera; allora ho cominciato a capire che a loro appartiene il regno dei cieli. Perciò, non potendo senza empietà respingere una domanda così giusta, a cominciare dalla confessione del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnavo loro il Simbolo apostolico, il Padre nostro e l’Ave Maria. Mi sono accorto che sono molti intelligenti e, se ci fosse qualcuno a istruirli nella legge cristiana, non dubito che diventerebbero ottimi cristiani. Moltissimi, in questi luoghi, non si fanno ora cristiani solamente perché manca chi li faccia cristiani. Molto spesso mi viene in mente di percorrere le Università d’Europa, specialmente quella di Parigi, e di mettermi a gridare qua e là come un pazzo e scuotere coloro che hanno più scienza che carità con queste parole: Ahimè, quale gran numero di anime, per colpa vostra, viene escluso dal cielo e cacciato all’inferno! Oh! se costoro, come si occupano di lettere, così si dessero pensiero anche di questo, onde poter rendere conto a Dio della scienza e dei talenti ricevuti! In verità moltissimi di costoro, turbati questo pensiero, dandosi alla meditazione delle cose divine, si disporrebbero ad ascoltare quanto il Signore dice al loro cuore, e, messe da parte le loro brame e gli affari umani, si metterebbero totalmente a disposizione della volontà di Dio. Griderebbero certo dal profondo del loro cuore: «Signore, eccomi; che cosa vuoi che io faccia?» (At 9, 6 volg.). Mandami dove vuoi, magari anche in India (Lett. 20 ott. 1542, 15 gennaio 1544; Epist. S. Francisci Xaverii aliaque eius scripta, ed. G. Schurhammer I Wicki, t. I, Mon. Hist. Soc. Iesu, vol. 67, Romae, 1944, pp. 147-148; 166-167).
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MessaggioTitolo: san giovanni damasceno   Sab Dic 04, 2010 9:30 am

4 DICEMBRE

SAN GIOVANNI DAMASCENO
SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque a Damasco nella seconda metà del secolo VII, da una famiglia di cristiani. Dopo aver ricevuto un’ottima istruzione filosofica, divenne monaco nel monastero di San Saba a Gerusalemme e fu ordinato sacerdote. Scrisse molte opere di dottrina teologica, in particolare contro gli iconoclasti. Morì verso la metà del secolo VIII.

Dagli scritti
Dalla «Dichiarazione di fede» di san Giovanni Damasceno, dottore della Chiesa
Tu mi hai chiamato, Signore, a servire i tuoi discepoli
Tu, Signore, mi hai tratto dai fianchi di mio padre; tu mi hai formato nel grembo di mia madre; tu mi hai portato alla luce, nudo bambino, perché le leggi della nostra natura obbediscono costantemente ai tuoi precetti. Tu hai preparato con la benedizione dello Spirito Santo la mia creazione e la mia esistenza, non secondo volontà d’uomo o desiderio della carne, ma secondo la tua ineffabile grazia. Hai preparato la mia nascita con una preparazione che trascende le leggi della nostra natura, mi hai tratto alla luce adottandomi come figlio, mi hai iscritto fra i discepoli della tua Chiesa santa e immacolata. Tu mi hai nutrito di latte spirituale, del latte delle tue divine parole. mi hai sostentato con il solido cibo del Corpo di Gesù Cristo nostro Dio, Unigenito tuo santissimo, e mi hai inebriato con il calice divino del suo Sangue vivificante, che egli ha effuso per la salvezza di tutto il mondo. Tutto questo, Signore, perché ci hai amati e hai scelto come vittima, invece nostra, il tuo diletto Figlio unigenito per la nostra redenzione, ed egli accettò spontaneamente; senza resistere, anzi come uno che era destinato al sacrificio, quale agnello innocente si avviò alla morte da se stesso, perché, essendo Dio, si fece uomo e si sottomise, di propria volontà, facendosi «obbediente fino alla morte e alla morte di croce» (Fil 2, 8). E così, o Cristo mio Dio, tu hai umiliato te stesso per prendere sulle tue spalle me, pecorella smarrita, e farmi pascolare in pascolo verdeggiante e nutrirmi con le acque della retta dottrina per mezzo dei tuoi pastori, i quali, nutriti da te, han poi potuto pascere il tuo gregge eletto e nobile. Ora, o Signore, tu mi hai chiamato per mezzo del tuo sacerdote a servire i tuoi discepoli. non so con quale disegno tu abbia fatto questo; tu solo lo sai. Tuttavia, Signore, alleggerisci il pesante fardello dei miei peccati, con i quali ho gravemente mancato; monda la mia mente e il mio cuore; guidami per la retta viva come una lampada luminosa; dammi una parola franca quando apro la bocca; donami una lingua chiara e spedita per mezzo della lingua di fuoco del tuo Spirito e la tua presenza sempre mi assista. Pascimi, o Signore, e pasci tu con me gli altri, perché il mio cuore non mi pieghi né a destra né a sinistra, ma il tuo Spirito buono mi indirizzi sulla retta via perché le mie azioni siano secondo la tua volontà e lo siano veramente fino all’ultimo. Tu poi, o nobile vertice di perfetta purità, o nobilissima assemblea della Chiesa, che attendi aiuto da Dio; tu in cui abita Dio, accogli da noi la dottrina della fede immune da errore; con essa si rafforzi la Chiesa, come ci fu trasmesso dai Padri.
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MessaggioTitolo: san nicola   Lun Dic 06, 2010 10:21 am

6 DICEMBRE

SAN NICOLA
VESCOVO


Biografia: È un santo che lungo i secoli è entrato prepotentemente nella devozione popolare sia nel mondo cattolico che in quello ortodosso e ciò a dispetto della storia che poco o nulla si racconta di lui. Sappiamo che è nato probabilmente in Turchia e che il luogo dove ha esercitato l’episcopato è Mira, oggi Dembre, una località marittima nella costa orientale della Turchia. Una tradizione non documentata lo vorrebbe presente al famoso Concilio di Nicea (325). Il suo culto ebbe un forte influsso da quando le sue reliquie furono portate a Bari nel 1087, dove fu innalzata in suo onore una stupenda basilica. È molto amato dai bambini, in modo particolare da coloro che vivono nelle regioni del nord d’Europa, che ravvisano in lui il santo buono che ha l’incarico di portare i doni natalizi con diversi giorni di anticipo sul meno santo Babbo Natale. Riteniamo però che il dono più grande che egli ha lasciato per sempre alla chiesa, quindi a tutti noi, è l’ortodossia della fede, soprattutto per quanto riguarda la divinità del Cristo.

Dagli scritti
Dai “Trattati su Giovanni” di sant’Agostino, vescovo
Prima il Signore domanda, e non una volta, ma due e tre volte, quello che già sapeva, se Pietro lo amava; e per tre volte si sente ripetere da Pietro che lo ama; e per tre volte fa a Pietro la stessa raccomandazione, di pascere le sue pecore. Così alla triplice negazione che Pietro pronunziò un tempo, fa riscontro ora la triplice dichiarazione del suo amore, in modo che la lingua non serva all’amore meno di quanto servì alla paura e non sembri avergli fatto dire più parole la temuta morte che la vita presente. Sia dunque impegno dell’amore pascere il gregge del Signore, se il rinnegare il Pastore era stato indizio di paura. Coloro che pascono le pecore di Cristo con l’intenzione di condizionarle a se stessi e di non considerarle di Cristo, dimostrano di amare non Cristo, ma se stessi, spinti come sono dalla cupidigia di gloria o di potere o di guadagno, non dall’amore di obbedire, di aiutare, di piacere a Dio. Costoro, cui l’Apostolo rimprovera di cercare il proprio interesse e non quello di Cristo, devono essere messi in guardia dalle parole che Cristo ripete con insistenza: Mi ami? Pasci le mie pecore (cfr. Gv 21,17), che significano: Se mi ami, non pensare a pascere te stesso, ma pasci le mie pecore, e pascile come mie, non come tue; cerca in esse la mia gloria, non la tua, il mio dominio, non il tuo, il mio guadagno, non il tuo, se non vuoi essere del numero di coloro che appartengono ai «tempi difficili», di quelli cioè che amano se stessi con tutto quello che deriva da questo amore di sé, sorgente di ogni male. Coloro, dunque, che pascono le pecore di Cristo, non amino se stessi, per non pascerle come loro proprie ma come di Cristo. Il male che più di ogni altro devono evitare quelli che pascono le pecore di Cristo è quello di ricercare i propri interessi invece di quelli di Gesù Cristo, asservendo alle loro brame coloro per cui fu versato il sangue di lui. Colui che pasce le pecore di Cristo deve crescere nell’amore di lui al punto che l’ardore dello spirito vinca anche quel timore naturale della morte, per cui non vogliamo morire anche quando vogliamo vivere con Cristo. Ma per quanto grande sia l’orrore della morte lo deve far vincere la forza dell’amore per colui che, essendo la nostra vita, ha voluto per noi sopportare anche la morte. Del resto se la morte comportasse poca o nessuna sofferenza, non sarebbe grande com’è la gloria dei martiri. Se il buon Pastore che diede la sua vita per le sue pecore suscitò tra esse tanti martiri, quanto più debbono lottare per la verità contro il peccato fino alla morte, fino al sangue, coloro ai quali egli affidò le sue stesse pecore da pascere, cioè da formare e guidare. Davanti all’esempio della passione di Cristo non è chi non veda che i pastori devono stringersi maggiormente vicino al Pastore imitandolo, proprio perché già tante pecore seguirono l’esempio di lui: dietro a lui, unico Pastore, anche i pastori sono pecore sue egli che per tutti accettò di patire, e, al fine di patire per tutti, si è fatto lui stesso agnello (Tratt. 123,5; CCL 36,678-680).
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MessaggioTitolo: sant'ambrogio   Mar Dic 07, 2010 10:18 am

7 DICEMBRE

SANT’AMBROGIO
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque a Treveri nel 340. La sua famiglia è nobile e potente, il padre è prefetto o meglio governatore delle Gallie. Nobiltà ed intelligenza gli aprono le porte verso una carriera rapida e sicura. A trent’anni è già prefetto di Milano. Cristianamente sembra proceda con più lentezza, resta a lungo catecumeno e non brilla di fervore, ma la sua opera suscita ammirazione per l’integrità del suo animo. Alla morte del Vescovo di Milano Aussenzio nascono gravi disordini nella comunità dei fedeli riunita per eleggere il successore; Ambrogio deve intervenire con autorità, ma dalla massa inquieta della gente si leva la voce di un bimbo innocente che grida: “Ambrogio vescovo!” Battezzato e ordinato, nel nuovo ruolo, orienta i suoi studi verso la teologia, s’immerge nella lettura dei Padri della Chiesa senza dimenticare la formazione umanistica e giuridica precedentemente acquisita. Diventa un grande vescovo, pieno di amore per i suoi fedeli, pieno di amore particolarmente per i poveri; soleva ripetere: “Doni al povero? Non fai che restituirgli i suoi beni”. Si trova suo malgrado a dover combattere contro le ingerenze dell’imperatore e dopo il massacro di settemila persone a Tessalonica, senza indugio, lo scomunica. Ci ha lasciato scritti preziosi per la ricchezza dottrinale che contengono, per cui la chiesa giustamente l’annovera tra i grandi dottori. Muore il Sabato santo del 397.

Martirologio: Sant’Ambrogio Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, il quale si riposò nel Signore il 4 Aprile, ma si festeggia specialmente in questo giorno, in cui assunse il governo della Chiesa di Milano.

Dagli scritti
Dalle “Lettere” di sant’Ambrogio, vescovo
Hai ricevuto il sacerdozio e, stando a poppa della Chiesa, tu guidi la nave sui flutti. Tieni saldo il timone della fede in modo che le violente tempeste di questo mondo non possano turbare il suo corso. Il mare è davvero grande, sconfinato; ma non aver paura, perché “È lui che l’ha fondata sui mari, e sui fiumi l’ha stabilita” (Sal 23,2). Perciò non senza motivo, fra le tante correnti del mondo, la Chiesa resta immobile, costruita sulla pietra apostolica, e rimane sul suo fondamento incrollabile contro l’infuriare del mare in tempesta. È battuta dalle onde ma non è scossa e, sebbene di frequente gli elementi di questo mondo infrangendosi echeggino con grande fragore, essa ha tuttavia un porto sicurissimo di salvezza dove accogliere chi è affaticato. Se tuttavia essa è sbattuta dai flutti sul mare, pure sui fiumi corre, su quei fiumi soprattutto di cui è detto: I fiumi hanno innalzato la loro voce (cfr. Sal 92,3). Vi sono infatti fiumi che sgorgano dal cuore di colui che è stato dissetato da Cristo e ha ricevuto lo Spirito di Dio. Questi fiumi, quando ridondano di grazia spirituale, alzano la loro voce. Vi è poi un fiume che si riversa sui suoi santi come un torrente. Chiunque abbia ricevuto dalla pienezza di questo fiume, come l’evangelista Giovanni, come Pietro e Paolo, alza la sua voce; e come gli apostoli hanno diffuso la voce della predicazione evangelica con festoso annunzio fino ai confini della terra, così anche questo fiume incomincia ad annunziare il Signore. Ricevilo dunque da Cristo, perché anche la tua voce si faccia sentire. Raccogli l’acqua di Cristo, quell’acqua che loda il Signore. Raccogli da più luoghi l’acqua che lasciano cadere le nubi dei profeti. Chi raccoglie acqua dalle montagne e la convoglia verso di sé, o attinge alle sorgenti, lui pure, come le nubi, la riversa su altri. Riempine dunque il fondo della tua anima, perché il tuo terreno sia innaffiato e irrigato da proprie sorgenti. Si riempie chi legge molto e penetra il senso di ciò che legge; e chi si è riempito può irrigare altri. La Scrittura dice: «Se le nubi sono piene di acqua, la rovesciano sopra la terra» (Qo 11,3). I tuoi sermoni siano fluenti, puri, cristallini, si che il tuo insegnamento morale suoni dolce alle orecchie della gente e la grazia delle tue parole conquisti gli ascoltatori perché ti seguano docilmente dove tu li conduci. Il tuo dire sia pieno di sapienza. Anche Salomone afferma: Le labbra del sapiente sono le armi della Sapienza, e altrove: Le tue labbra siano ben aderenti all’idea: vale a dire, l’esposizione dei tuoi discorsi sia lucida, splenda chiaro il senso senza bisogno di spiegazioni aggiunte; il tuo discorso si sappia sostenere e difendere da se stesso e non esca da te parola vana o priva di senso (Lett. 2,1-2. 4-5; PL 16,847-881).
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MessaggioTitolo: santa lucia   Mar Dic 14, 2010 12:05 am

13 DICEMBRE

SANTA LUCIA
VERGINE E MARTIRE


Biografia: La vita di Santa Lucia la si desume più dalla tradizione popolare che dalla storia; questa ci dice che è una martire siracusana, nativa quindi della bella Sicilia, che fu martirizzata verso il 304, durante la persecuzione di Diocleziano. Una iscrizione del V secolo testimonia il culto che le fu reso nella sua città. Un secolo più tardi la pietà popolare impose questo culto alla chiesa di Roma. Il suo nome lo troviamo inserito nella preghiera eucaristica tra i primi martiri della cristianità. Il suo nome e il suo glorioso martirio evocano la luce e non solo quella splendida del sole, ma ancor più quella radiosa della grazia. Nei Paesi del nord Europa è molto conosciuta e venerata, la celebrano gruppi di ragazze, incoronate di candele accese.

Dagli scritti
Dal trattato “La contemplazione di Dio” di Guglielmo, abate di Saint-Thierry
Tu solo sei veramente il Signore: il tuo dominio su di noi è la nostra salvezza e il servire a te significa per noi essere da te salvati. E qual è la tua salvezza, o Signore, al quale appartiene la salvezza e la benedizione sul tuo popolo, se non ottenere da te di amarti ed essere da te amati? Perciò, Signore, hai voluto che il figlio della tua destra e l’uomo che per te hai reso forte, fosse chiamato Gesù, cioè salvatore, infatti è lui che «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21) e «in nessun altro c’è salvezza» (At 4,12). Egli ci ha insegnato ad amarlo, quando per primo ci ha amati fino alla morte di croce, incitandoci con l’amore e la predilezione ad amare lui, che per primo ci ha amati sino alla fine. Proprio così: ci hai amati per primo, perché noi ti amassimo; non che tu avessi bisogno del nostro amore, ma perché noi non potevamo essere ciò per cui ci hai creati se non amandoti. Per questo «aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1), del tuo Verbo, dal quale «furono fatti i cieli, dal soffio della sua bocca ogni loro schiera» (Sal 32,6). Il tuo parlare per mezzo del Figlio altro non fu che porre alla luce del sole, ossia manifestare chiaramente quanto e come ci hai amati, tu che non hai risparmiato il tuo Figlio, ma lo hai dato per tutti noi, ed egli pure ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr. Rm 8,32.37). Questa è la tua parola per noi, Signore, questo il tuo Verbo onnipotente, che mentre un profondo silenzio, cioè un’aberrazione profonda, avvolgeva tutte le cose, dal trono regale si lanciò, inflessibile oppugnatore degli errori, dolce fautore dell’amore. E quanto egli operò, quanto disse sulla terra, fino agli insulti, fino agli sputi e agli schiaffi, fino alla croce e al sepolcro, altro non fu che il tuo parlare a noi per mezzo del Figlio: incitamento e stimolo del tuo amore al nostro amore per te. Tu sapevi infatti, o Dio creatore delle anime, che quest’amore non poteva essere imposto alle anime dei figli degli uomini, ma bisognava semplicemente stimolarlo. E sapevi pure che dove c’è costrizione, non c’è più libertà; e dove non c’è libertà, non c’è nemmeno giustizia. Hai voluto dunque che ti amassimo noi che non potevamo nemmeno essere salvati con giustizia, se non ti avessimo amato, né potevamo amarti, se non ne avessimo avuto il dono da te. Veramente, Signore, come dice l’Apostolo del tuo amore e noi stessi abbiamo già detto, tu per primo ci hai amati e per primo tu ami tutti coloro che ti amano. ma noi ti amiamo con l’affetto d’amore che tu ci hai infuso. Il tuo amore invece è la tua stessa bontà, o sommamente buono e sommo bene; è lo Spirito Santo che procede dal Padre e dal Figlio; quegli che dall’inizio della creazione aleggia sulle acque, ossia sulle menti fluttuanti dei figli degli uomini, donandosi a tutti, tutto a sé attirando, ispirando, favorendo, allontanando ciò che è nocivo, provvedendo ciò che è utile, unendo Dio a noi e noi a Dio (9-11; SC 61,90-96).
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MessaggioTitolo: SAN GIOVANNI DELLA CROCE   Mar Dic 14, 2010 12:14 am

14 DICEMBRE

SAN GIOVANNI DELLA CROCE
SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: È nato nel 1542 in Castiglia, rimase presto orfano di padre per cui ancora bambino imparò a fare il tessitore per aiutare la madre. A quindici anni diventa servo tutto fare all’ospedale di Medina, mai rassegnato alla mediocrità a all’ignoranza, alla sera ascoltava le lezioni di un Gesuita. A ventuno anni entrò nei Carmelitani. I superiori lo inviarono nella prestigiosa università di Salamanca, si prepara al Sacerdozio pur mostrando una certa insoddisfazione per come veniva vissuta allora la regola del Carmelo, tanto che vorrebbe farsi certosino. In occasione della sua prima messa a Medina incontrò la grande Teresa D’Avila, che percepisce immediatamente il grande slancio di fervore che anima il Sacerdote novello e lo invita a riformare il suo Ordine. Collaborerà a lungo con Santa Teresa. Momenti difficili e prove di ogni genere attendono Giovanni: molti suoi confratelli non gradiscono il suo rigore e non accettano le sue riforme: viene percosso, umiliato, incarcerato a Toledo dove subisce maltrattamenti di ogni genere. Riesce a fuggire e trova rifugio tra le monache di quella città. Gode un periodo di relativa pace, occupa posti di responsabilità in diversi Carmelo riformati, ma poi ancora dure prove lo attendono da parte dei suoi nemici mai domi; essi ottengono da un Capitolo Generale che si celebra a Madrid nel 1591 che Giovanni sia esiliato, lo scopo e quello di farlo scomparire dalla scena del mondo religioso di allora; il Santo vivrà momenti terribili di quasi totale abbandono. Si spegnerà, ricco di virtù e di meriti il 14 Dicembre 1591.

Dagli scritti
Dalla “Imitazione di Cristo”
Non fare gran caso se uno è per te o contro di te, ma preoccupati piuttosto che Dio sia con te in tutto quel che fai. Abbi buona coscienza e Dio saprà ben difenderti. Nessuna perversità umana potrà nuocere a colui che Dio vorrà aiutare. Se tu sai tacere e sopportare, sperimenterai senza dubbio l’aiuto del Signore. Egli conosce bene il tempo e il modo di liberarti, e perciò deve rassegnarti alla sua volontà. Spetta a Dio aiutare e liberare da ogni situazione difficile. Spesso giova assai, per meglio conservare l’umiltà, che gli altri conoscano i nostri difetti e li riprendano. Quando uno si umilia per i suoi difetti, placa facilmente gli altri e dà soddisfazione a coloro che gli sono ostili. Dio protegge e libera l’umile, lo ama e lo consola; egli si chiama verso l’umile, gli elargisce grazia abbondante e dopo l’umiliazione lo innalza alla gloria. Egli rivela all’umile i suoi segreti e dolcemente lo attrae e l’invita a sé. L’umile, quando ha ricevuta un’umiliazione, rimane bene in pace, perché sta fisso in Dio e non nel mondo. Non credere di aver fatto alcun progresso se non ti ritieni inferiore a tutti. Mantieni anzitutto in pace te stesso e così potrai pacificare gli altri. L’uomo operatore di pace giova più dell’uomo dotto. L’uomo passionale trae al male anche il bene e facilmente crede al male. L’uomo buono e sereno volge tutto a bene. Chi è veramente in pace non sospetta di nessuno; chi invece è malcontento e inquieto è agitato da molti sospetti: né lui è in pace, né lascia in pace gli altri. Spesso dice quel che non dovrebbe a omette quel che gli converrebbe fare. Egli bada a quel che gli altri devono fare e trascura invece quel ch’è suo dovere. Sii dunque zelante prima con te stesso e così potrai essere zelante anche con il tuo prossimo. Tu sai bene scusare e colorire le tue azioni, ma non vuoi accettare le scuse degli altri. Sarebbe più giusto che tu accusassi te stesso e scusassi il tuo fratello. Se vuoi essere sopportato, sopporta anche tu gli altri (Lib. 2, capp. 2-3).
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MessaggioTitolo: da alberto dicembre 2010   Dom Dic 19, 2010 1:02 pm

SAN VINCENZO DE PAOLI

"Vive" in questo nostro tempo


· Come storico, che cosa l'ha colpito nella sua lunga ricerca sulla vita e le opere del Santo dei poveri?



San Vincenzo de' Paoli, vissuto fra il 1581 e il 1660, fu un uomo assolutamente "normale", senza paure e senza forzature. Non fu un dottrinario. Non fu un integralista. Anche lui dovette "convertirsi". Non certo come san Paolo sulla via di Damasco o come sant'Agostino. La sua conversione fu più sottile e più difficile. Era un prete che cercava una sistemazione, e invece incontrò i poveri. 0 meglio: i poveri li vedeva, ma non li considerava "suo peso e dolore". Li riteneva un dato sociale, e invece furono un appello per lui. Cambiò tutto. Cambiò anche lui.



· «Aiutare i poveri afferma il Card. Tettamanzi, oggi è un'urgenza sociale e politica». Ha qualcosa da dire a noi Vincenzo de'Paoli in questo momento di crisi?


Nei momenti di crisi chi viene tutelato? Quali sono le priorità? San Vincenzo ci suggerirebbe oggi di tutelare per prima cosa le persone svantaggiate. Si dice che la parola "povero" significa uno che produce poco. E siccome i poveri non producono voti vengono emarginati.



· «Adesso è l’ora dei laici», diceva don Mazzolari prima del Concilio. La sua intuizione di incanalare le forze dei laici, uomini e donne, incominciando dai ricchi, sul sociale verso i poveri e gli ammalati, con le visite agli ospedali porta ancora luce alla Chiesa e alla società?

L'intuizione di san Vincenzo fu più ampia. Voleva cambiare la Chiesa. La Chiesa, secondo lui, non dev’essere la Chiesa dei ricchi, una realtà liturgico‑rituale potente e fastosa, ma la Chiesa che annuncia e che serve. In questo i laici hanno un ruolo importante. Il santo creò le “Carità” nelle parrocchie in cui i laici erano protagonisti. In particolare diede un nuovo protagonismo alle donne, spesso chiuse all'interno di barriere culturali che impedivano una presenza nella società. E dalle “Carità” nacquero le suore “Figlie della Carità”. La sua carità ci rende testimoni non maestri. La frase sintetica del suo insegnamento è: «Non mi basta amare Dio se il mio prossimo non lo ama». Di qui: vedere Cristo nel povero. Rispettarlo. Non fare autopromozione, ma vera assistenza. Non dare per carità ciò che è dovuto per giustizia.



A cura di Orlando Zambello, ssp


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MessaggioTitolo: 29 dicembre   Mer Dic 29, 2010 9:58 am

29 DICEMBRE

SAN TOMMASO BECKET
VESCOVO E MARTIRE


Biografia: Nato a Londra da un ricco mercante, era stato Cancelliere del Re d’Inghilterra, Enrico II, quindi suo consigliere e confidente. Ne fu anzi ottimo amico, perché il Sovrano inglese non si sottrasse al fascino di quel giovane intelligente, elegante e ambizioso. Re e Cancelliere sembravano essere in perfetto accordo, e quando morì, nel 1161, l’Arcivescovo di Canterbury, Primate d’Inghilterra, il sovrano pensò di eleggere al suo posto quel suo collaboratore energico e fidato. Così, il brillante Cancelliere fu ordinato sacerdote e consacrato Arcivescovo, capo spirituale di tutto il popolo cristiano dell’Inghilterra. Ma Tommaso deluse le aspettative del sovrano. Diventato Arcivescovo, antepose gli interessi spirituali dei fedeli agli interessi del Re. Il Re che era stato suo amico divenne suo nemico, tentò di imprigionarlo, e Tommaso dovette rifugiarsi in Francia. Tornato in patria subì il martirio nella sua stessa cattedrale, per mano di quattro cavalieri, colpito a morte davanti all’altare, prima di spirare, disse: “Accetto la morte in nome di Gesù e della Chiesa”.

Dagli acritti
Dalle «Lettere» di san Tommaso Becket, vescovo
Non sarà coronato se non colui che avrà combattuto secondo le regole
Se ci preoccupiamo di essere quello che si dice di noi e vogliamo conoscere, noi che siamo chiamati vescovi e pontefici, il significato del nostro appellativo, è necessario che con ininterrotta sollecitudine consideriamo e imitiamo l’esempio di colui che, costituito da Dio pontefice in eterno, offrì se stesso per noi al Padre sull’altare della croce e che, dall’altissimo osservatorio dei cieli, continuamente scruta gli atti e le intenzioni di tutti gli uomini, per dare a ciascuno, alla fine, secondo le sue opere. Infatti noi, succedendo agli apostoli e agli uomini apostolici nel più alto grado delle chiese, abbiamo assunto sulla terra le sue veci, ne abbiamo ricevuto la gloria del nome, l’onore della dignità e ne possediamo nel tempo i frutti delle fatiche spirituali, affinché per mezzo del nostro ministero venga distrutto l’impero del peccato e della morte, e l’edificio di Cristo, ben compaginato nella fede e nel progresso delle virtù, cresca nel signore come tempio santo. E in verità grande è il numero dei vescovi. Noi, nella consacrazione, abbiamo promesso una sollecitudine e una attenzione più diligente nell’insegnare e nel governare, e ogni giorno ne facciamo la professione con le parole, ma volesse il cielo che la fedeltà alla promessa fosse avvalorata dalla testimonianza delle opere! La messe è certamente abbondante e per raccoglierla e adunarla nel granaio del Signore non basterebbe uno, né pochi. Chi tuttavia dubita che la chiesa di Roma sia a capo di tutte le chiese e fonte della dottrina cattolica? Chi ignora che le chiavi del regno dei cieli sono state date a Pietro? La struttura di tutta la Chiesa non si innalza forse nella fede e sull’insegnamento di Pietro, finché tutti andiamo incontro a Cristo come uomo perfetto, nell’unità della fede e nella conoscenza del Figlio di Dio? È necessario che siano molti quelli che piantano, molti quelli che irrigano: l’espansione della parola e l’incremento dei popoli lo esigono; già l’antico popolo, cui bastava un solo altare, aveva per necessità molti maestri; tanto più ora per la venuta e l’affluenza di popoli, per i quali non basterebbe il Libano per il fuoco dei sacrifici e non sarebbero sufficienti per l’olocausto gli animali non solo del Libano, ma neppure di tutta la Giudea. Ma chiunque sia che irriga e pianta, Dio non dà incremento se non a colui che ha piantato nella fede di Pietro e aderisce alla sua dottrina. E veramente a lui ci si riferisce per le massime cause del popolo che devono essere esaminate dal Sommo Pontefice, e i giudici della Chiesa sono posti sotto di lui, perché sono chiamati a parte della sollecitudine per esercitare la potestà loro affidata. Ricordatevi infine come sono stati salvati i nostri padri, in che modo e in mezzo a quante difficoltà la Chiesa è cresciuta e si è dilatata; quali tempeste abbia superato la nave di Pietro, che ha Cristo come capitano; come alla corona siano giunti coloro la cui fede brilla più chiaramente nelle tribolazioni. Così è andata innanzi la schiera di tutti i santi, perché sia vero per sempre che non sarà coronato se non colui che avrà combattuto secondo le regole (cfr. 2Tm 2,5).
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MessaggioTitolo: 31 DICEMBRE   Ven Dic 31, 2010 11:03 am

31 DICEMBRE

SAN SILVESTRO I
PAPA


Biografia: Silvestro, vive nel periodo tra la fine delle ultime persecuzioni e l’inizio della pace costantiniana, ordinato vescovo di Roma nell’anno 314, resse la Chiesa sotto l’imperatore Costantino per vent’anni. Sotto il suo pontificato si celebrò il grande Concilio Ecumenico di Nicea nel 325, organizzo la vita ecclesiastica romana, e promosse la costruzione delle prime basiliche. Morì nel 335 e la sua deposizione e ricordata nella “Depositio Episcoporum”, al 31 dicembre nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria.

Dagli scritti
Dalla «Storia Ecclesiastica» di Eusebio di Cesarea, vescovo
La pace costantiniana
Di tutto siano rese grazia a Dio onnipotente e re dell’universo e così pure sia grandissima riconoscenza al salvatore e redentore delle nostre anime Gesù Cristo, per mezzo del quale preghiamo che ci sia conservata una pace sicura e stabile, immune per sempre da tutte le molestie e turbamenti sia delle cose esterne, sia dell’anima… Ormai un giorno sereno e limpido, non più offuscato da nube alcuna, illuminava con lo splendore della luce celeste le chiese di Cristo diffuse su tutta la terra. Persino a coloro che erano estranei alla partecipazione della nostra religione era possibile, se non di godere della nostra medesima gioia, certamente di ricevere almeno una parte o quasi una emanazione di quei beni, che a noi erano procurati da Dio. Soprattutto noi, che abbiamo posto ogni nostra speranza in Cristo, eravamo ripieni di una letizia incredibile e una specie di felicità divina brillava sul volto di tutti, al vedere come tutti i luoghi che la malvagità dei tiranni poco prima aveva buttato all’aria rivivevano adesso come da una lunga devastazione apportatrice di morte; di nuovo i templi si elevavano da terra a immensa altezza ed erano abbelliti da uno splendore di gran lunga superiore a quello di prima che fossero distrutti. Si offriva infatti al nostro sguardo uno spettacolo da tutti auspicato e desiderato, e cioè nelle singole città vi erano solennità di dedicazioni e consacrazioni di luoghi di culto da poco eretti; inoltre riunioni di vescovi, accorrere di pellegrini da regioni lontane e straniere, un vicendevole amore e benevolenza tra popoli e popoli, unione in una sola armoniosa compagine delle membra del Corpo di Cristo. Così, secondo l’oracolo profetico con cui si prevedevano le cose a venire, con immagini misteriose l’osso si adattava all’osso, la giuntura alla giuntura (cfr. Ez 37,7). Unica era la forza dello Spirito divino che circolava per tutte le membra; una l’anima di tutti, il medesimo ardore di fede, uno il canto di tutti coloro che inneggiavano a Dio. Perfettissime poi erano le cerimonie dei vescovi, ben curati i sacrifici dei sacerdoti, maestosi e in certo qual modo divini i riti della Chiesa, da una parte cantando i salmi ed ascoltando le rimanenti voci delle Scritture a noi divinamente affidate, dall’altra attendendo agli uffici divini e arcani. Venivano anche consegnati i mistici simboli della passione salvifica. Infine ogni età ed una moltitudine promiscua di ambo i sessi, attendendo di tutto cuore alle preghiere e ai ringraziamenti, veneravano con somma letizia di animo Dio autore di ogni bene.
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MessaggioTitolo: 2 gennaio 2011   Dom Gen 02, 2011 10:29 am

2 GENNAIO

SANTI BASILIO MAGNO E GREGORIO NAZIANZENO
VESCOVI E DOTTORI DELLA CHIESA


Biografia: S. Basilio nacque nel 330 a Cesarea di Cappadocia da genitori santi. Di buona educazione letteraria e di egregie virtù, prese a condurre vita di eremitica, ma nel 370 fu fatto vescovo della sua città. Il tema che ricorreva più spesso e con più forza era quello della carità, dell’aiuto ai fratelli bisognosi. Lottò contro gli Ariani e scrisse eccellenti opere, specialmente le regole monastiche che ancor oggi sono seguite da moltissimi monaci orientali. Morì povero, come era vissuto, nell’anno 379. Tra i primi e più preziosi amici di S. Basilio, notiamo S. Gregorio Nazianzeno: essi si stimolavano a vicenda alla pratica delle virtù e all’acquisto della scienza. Nato come S. Basilio nel 330 a Nazianzo da nobili genitori, sopravvisse una decina d’anni all’amico. Uomo di studio e poeta, per la sua eccellente dottrina ed eloquenza ricevette l’appellativo di “teologo”. Intraprese molti viaggi a scopo di istruzione e seguì poi nel deserto l’amico Basilio. Ma fu poi ordinato sacerdote e vescovo di Costantinopoli. Ma a causa delle fazioni che dividevano la sua chiesa, si ritirò a Nazianzo dove spirò nel 390.

Martirologio: Memoria dei santi Basilio Magno e Gregorio Nazianzeno, vescovi e dottori della Chiesa. Basilio, vescovi di Cesarea in Cappadocia, detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture,e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte; istruì i fedeli con insigni scritti e rifulse per la cura pastorale dei poveri e dei malati; morì il primo gennaio. Gregori, suo amico, vescovo di Sàsima, quindi di Costantinopoli e infine di Nazianzo, difese con grande ardore la divinità del Verbo e per questo motivo fu chiamato anche il Teologo. Si rallegra la Chiesa nella comune memoria di così grandi dottori.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
Una sola anima in due corpi
Eravamo ad Atene, partiti dalla stessa patria, divisi, come il corso di un fiume, in diverse regioni per brama d'imparare, e di nuovo insieme, come per un accordo, ma in realtà per disposizione divina. Allora non solo io mi sentivo preso da venerazione verso il mio grande Basilio per la serietà dei suoi costumi e per la maturità e saggezza dei suoi discorsi inducevo a fare altrettanto anche altri che ancora non lo conoscevano. Molti però già lo stimavano grandemente, avendolo ben conosciuto e ascoltato in precedenza. Che cosa ne seguiva? Che quasi lui solo, fra tutti coloro che per studio arrivavano ad Atene, era considerato fuori dell'ordine comune, avendo raggiunto una stima che lo metteva ben al di sopra dei semplici discepoli. Questo l'inizio della nostra amicizia; di qui l'incentivo al nostro stretto rapporto; così ci sentimmo presi da mutuo affetto. Quando, con il passare del tempo, ci manifestammo vicendevolmente le nostre intenzioni e capimmo che l'amore della sapienza era ciò che ambedue cercavamo, allora diventammo tutti e due l'uno per l'altro: compagni, commensali, fratelli. Aspiravamo a un medesimo bene e coltivavamo ogni giorno più fervidamente e intimamente il nostro comune ideale. Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d'invidia; eppure fra noi nessuna invidia, si apprezzava invece l'emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all'altro di esserlo. Sembrava che avessimo un'unica anima in due corpi. Se non si deve assolutamente prestar fede a coloro che affermano che tutto è in tutti, a noi si deve credere senza esitazione, perché realmente l'uno era nell'altro e con l'altro. L'occupazione e la brama unica per ambedue era la virtù, e vivere tesi alle future speranze e comportarci come se fossimo esuli da questo mondo, prima ancora d'essere usciti dalla presente vita. Tale era il nostro sogno. Ecco perché indirizzavamo la nostra vita e la nostra condotta sulla via dei comandamenti divini e ci animavamo a vicenda all'amore della virtù. E non ci si addebiti a presunzione se dico che eravamo l'uno all'altro norma e regola per distinguere il bene dal male. E mentre altri ricevono i loro titoli dai genitori, o se li procurano essi stessi dalle attività e imprese della loro vita, per noi invece era grande realtà e grande onore essere e chiamarci cristiani (Disc. 43, 15. 16-17. 19-21; PG 36, 514-523).
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MessaggioTitolo: sant'ilario   Gio Gen 13, 2011 10:55 am

13 GENNAIO

SANT’ILARIO
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque agli inizi del secolo IV a Poitiers, in seno al paganesimo, da una delle più illustri famiglie di Francia. Fu uno dei grandi campioni della fede cattolica nella difesa della divinità di Cristo. Eletto vescovo verso il 350 combatté coraggiosamente contro gli Ariani. Per ordine dell’imperatrice Costanza, venne mandato in esilio, in Frigia. Scrisse opere piene di sapienza e di dottrina in difesa della fede cattolica e opere di esegesi biblica. Egli ambiva il titolo di discepolo della verità e non ebbe altro fine che di far conoscere il nome di Dio, ed infuocare tutti i cuori della sacra fiamma del suo amore. Il Signore lo chiamò al premio dei giusti nell’anno 367.

Dagli scritti
Dal “Trattato sulla Trinità” di sant’Ilario, vescovo
Io sono consapevole che tu, o Dio Padre onnipotente, devi essere il fine principale della mia vita, in maniera che ogni mia parola, ogni mio sentimento, esprima te. L’esercizio della parola, di cui mi hai fatto dono, non può avere ricompensa più ambita che quella di servirti fecendoti conoscere, di mostrare a questo mondo che ti ignora, o all’eretico che ti nega, che tu sei Padre, Padre cioé dell’Unigenito Dio. Questo solo é il fine che mi propongo. Per il resto bisogna invocare il dono del tuo aiuto e della tua misericordia, perché tu col soffio del tuo Spirito possa gonfiare le vele della nostra fede e della nostra lode e guidarci sulla rotta della proclamazione intrapresa. Non viene meno infatti alla sua parola colui che ci ha fatto questa promessa: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Allora noi, poveri come siamo, ti chiederemo ciò che ci manca e scruteremo con zelo tenace le parole dei tuoi profeti e dei tuoi apostoli, e busseremo a tutte le porte che sbarrano il riconoscimento della verità. Ma dipende da te concedere l’oggetto della nostra preghiera, essere presente a quanto si chiede, aprire a chi bussa. La natura é presa da una strana pigrizia e non possiamo capire ciò che ti riguarda per la debolezza della nostra intelligenza. Ma lo studio dei tuoi insegnamenti ci mette in grado di intendere la tua divinità, e la sottomissione alla fede ci innalza al di sopra della conoscenza naturale. Attendiamo dunque che tu dia slancio agli inizi di questa impresa, causa per noi di trepidazione, che la consolidi con crescente successo e la chiami a partecipare dello spirito dei profeti e degli apostoli, perché possiamo capire le loro parole nello stesso senso con cui essi le hanno pronunziate e le interpretiamo nel loro significato. Parleremo, infatti, di quanto essi predicarono per tua ispirazione. Annunzieremo cioé te, Dio Eterno, Padre dell’Eterno e Unigenito Dio. Confesseremo che tu solo sei senza nascita con l’unico nostro Signore, Gesù Cristo, generato da te fin dall’eternità e da non annoverarsi fra gli déi. Generato da te, che sei l’unico Dio, e non da diversa sostanza. Crederemo che é veramente Dio colui che é nato da te, che sei veramente Dio e Padre (Lib. 1,37-38; Pl 10,48-49).
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MessaggioTitolo: 17 gennaio 2011   Lun Gen 17, 2011 9:41 am

17 GENNAIO

SANT’ANTONIO ABATE
PADRE DEL MONACHESIMO


Biografia: Insigne padre del monachesimo, nacque circa l’anno 250. Dopo la morte dei genitori distribuì i suoi averi ai poveri, si ritirò nel deserto e lì cominciò la sua vita di penitente. Ebbe molti discepoli e molto lavorò per la Chiesa, sostenendo i martiri nella persecuzione di Diocleziano e aiutando sant’Atanasio nella lotta contro gli Ariani. Morì nell’anno 356.

Martirologio: Nella Tebaide sant’Antonio, il quale, padre dei molti Monaci, visse celeberrimo per la vita e miracoli; le sue gesta furono descritte da sant’Atanasio. Il suo sacro corpo però, sotto l’Imperatore Giustiniano, fu ritrovato per divina rivelazione, portato ad Alessandria e sepolto nella chiesa di san Giovanni Battista.

Dagli Scritti
Dalla «Vita di sant’Antonio» scritta da sant’Atanasio vescovo
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancor molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, com’era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini, di cui si parla negli Atti degli Apostoli che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri, poi vieni e seguimi e avrai un tesoro nei cieli» (Mt 19,21). Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella. Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non vi angustiate per il domani» (Mt 6, 34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto. Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso. Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2Ts 3,10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri. Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1Ts 5,17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomni giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.
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MessaggioTitolo: 24 GENNAIO   Lun Gen 24, 2011 10:36 am

24 GENNAIO

SAN FRANCESCO DI SALES
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque nella Savoia nel 1567. Ordinato sacerdote lavorò molto per la restaurazione del cattolicesimo nella sua patria. Eletto vescovo di Ginevra si dimostrò vero pastore verso il clero e verso i fedeli, istruendoli nella fede con gli scritti e le opere, offrendo esempio a tutti. Morì a Lione il 28 dicembre 1622, ma venne sepolto ad Annecy il 24 gennaio 1623.

Dagli scritti
Dalla «Introduzione alla vita devota» di san Francesco di Sales, vescovo
La devozione é possibile in ogni vocazione e professione
Nella creazione Dio comandò alle piante di produrre i loro frutti, ognuna «secondo la propria specie» (Gn 1,11). Lo stesso comando rivolge ai cristiani, che sono le piante vive della sua Chiesa, perché producano frutti di devozione, ognuno secondo il suo stato e la sua condizione. La devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall’artigiano, dal domestico dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze,a gli impegni e ai doveri di ogni persona. Dimmi, Filotea, sarebbe conveniente se il vescovo volesse vivere in una solitudine simile a quella dei certosini? E se le donne sposate non volessero possedere nulla come i cappuccini? Se l’artigiano passasse tutto il giorno in chiesa come il religioso e il religioso si esponesse a qualsiasi incontro per servire il prossimo come é dovere del vescovo? Questa devozione non sarebbe ridicola, disordinata e inammissibile? Questo errore si verifica tuttavia molto spesso. No, Filotea, la devozione non distrugge nulla quando é sincera con gli impegni di qualcuno, é senza dubbio falsa. L’ape trae il miele dai fiori senza sciuparli, lasciandoli intatti e freschi come li ha trovati. La vera devozione fa ancora meglio, perché non solo non reca pregiudizio ad alcun tipo di vocazione o di occupazione, ma al contrario vi aggiunge bellezza e prestigio. Tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l’unisce alla devozione. La cura della famiglia é resa più leggera, l’amore fra marito e moglie più sincero, il servizio del principe più fedele, e tutte le altre occupazioni più soavi e amabili. È un errore, anzi un’eresia, voler escludere l’esercizio della devozione dell’ambiente militare, dalla bottega degli artigiani, dalla corte dei principi, dalle case dei coniugati. È vero, Filotea, che la devozione puramente contemplativa, monastica e religiosa può essere vissuta solo in questi stati, ma oltre a questi tre tipi di devozione, ve ne sono molti altri capaci di rendere perfetti coloro che vivono in condizioni secolari. Perciò dovunque ci troviamo, possiamo e dobbiamo aspirare alla vita perfetta (Parte 1, Cap. 3).
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MessaggioTitolo: SANTI TITO E TIMOTEO   Mer Gen 26, 2011 11:05 am

26 GENNAIO

SANTI TIMOTEO E TITO
VESCOVI


I due discepoli sono destinatari di tre lettere «pastorali» dell’apostolo Paolo, che fanno intravedere i primi lineamenti dei ministeri nella Chiesa.
San Timoteo viene preposto da San Paolo come vescovo di Efeso e gli scrive una bellissima lettera, chiamandolo: «Figlio carissimo… rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno. Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che èbbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo » (2Tm 1,3-5.8). Che bei sentimenti umani ci sono dentro il cuore di questo grande Apostolo di Cristo! Chi vive con Gesù Cristo infatti si perfeziona anche umanamente, oltre che psicologicamente e spiritualmente. Chi si allontana da Lui diventa mezzo squilibrato in tutto. San Paolo lasciò anche, come Vescovo di Creta, San Tito e, scrivendogli, lo chiama: «mio vero figlio nella medesima fede» (Tt 1,4). Questi due Santi, assieme a San Paolo sono davvero innamorati di Gesù Cristo, e perciò sono forti evangelizzatori in mezzo ad un popolo pagano, che non era certamente migliore del nostro popolo di oggi. E Gesù diceva, e lo ripete ancora per noi: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”» (Lc 10,2-9). Questo era il ministero santo degli apostoli di Cristo e anche dei Santi Tito e Timoteo, e questo resta anche oggi per noi, e per sempre. E ora una breve riflessione!… Chissà, pensavo tra me e me, perché oggi l’apostolato non funziona più di tanto…? E forse sarà anche perché si fanno tanti bei discorsi e conferenze, catechesi e omelie ma poi si va predicare in giro, portando con sé anche una buona borsa e più di un paio di sandali…

Biografia: Timoteo e Tito, discepoli e collaboratori dell’apostolo Paolo, furono a capo, l’uno della chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta. Timoteo, nato a Listri, dove Paolo lo incontrò durante il primo viaggio e fu tra i primi a convertirsi al vangelo, si applicò fin dall’infanzia allo studio delle Sacre Scritture e all’esercizio di ogni virtù. È l’immagine del discepolo esemplare. Da questo momento la sua vita corse sul binario paolino. Tra il 63 e il 66, quando ricevette la prima lettera inviatagli da Paolo, fu presente al martirio di Paolo, poi tornò definitivamente alla sede di Efeso, dove, secondo una tardiva tradizione, morì martire nel 97. Il secondo Tito fedele collaboratore di Paolo, Tito, nato ad Antiochia da genitori pagani, fu convertito e battezzato da Paolo, che ammirato per la virtù nel neo-battezzato, lo scelse per suo compagno e coadiutore nel ministero dell’evangelizzazione dei Gentili. A Creta, ricevette la lettera di Paolo e questi lo mandò ad evangelizzare a Dalmazia, dove tuttora il suo culto è molto diffuso. Morì probabilmente a Creta, in età molto avanzata.

Dagli scritti
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restava nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi é debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2Cor 11,29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Tm 4, -8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli é come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoti in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.
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MessaggioTitolo: 28 gennaio   Ven Gen 28, 2011 10:25 am

28 GENNAIO

SAN TOMMASO D’AQUINO
SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Un astro di luce particolare e inestinguibile brilla nel bel cielo del sec. XIII, luce che illumina le menti, conforta i cuori e corrobora le volontà; è la luce che emana: l’Angelico Dottore, S. Tommaso. Nacque verso la fine del 1225 dalla famiglia dei Conti di Aquino. Attese agli studi prima nel monastero di Monte Cassino e poi a Napoli. Entrò nell’Ordine dei Padri Predicatori di S. Domenico. Completò la sua formazione a Colonia, alla scuola di S. Alberto Magno, e poi a Parigi. Nello studio parigino da studente divenne docente di filosofia e teologia. Scrisse molte opere. Si addormentò nel Signore l’anno 1274, nel monastero cistercense di Fossanova. Mirabili ed eccelse furono le sue virtù e fu iscritto nell’albo dei santi nel 1323. Leone XIII l’ha proclamato patrono dell’insegnamento cattolico.

Dagli scritti
Dalle «Conferenze» di san Tommaso d’Aquino, sacerdote
Nessun esempio di virtù é assente dalla croce
Fu necessario che il Figlio di Dio soffrisse per noi? Molto, e possiamo parlare di una duplice necessità: come rimedio contro il peccato e come esempio nell’agire. Fu anzitutto un rimedio, perché é nella passione di Cristo che troviamo rimedio contro tutti i mali in cui possiamo incorrere per i nostri peccati. Ma non minore é l’utilità che ci viene dal suo esempio. La passione di Cristo infatti é sufficiente per orientare tutta la nostra vita. Chiunque vuol vivere in perfezione non faccia altro che disprezzare quello che Cristo disprezzò sulla croce, e desiderare quello che egli desiderò. Nessun esempio di virtù infatti é assente dalla croce. Se cerchi un esempio di carità, ricorda: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Questo ha fatto Cristo sulla croce. E quindi, se egli ha dato la sua vita per noi, non ci deve essere pesante sostenere qualsiasi male per lui. Se cerchi un esempio di pazienza, ne trovi uno quanto mai eccellente sulla croce. La pazienza infatti si giudica grande in due circostanze: o quando uno sopporta pazientemente grandi avversità, o quando si sostengono avversità che si potrebbero evitare, ma non si evitano. Ora Cristo ci ha dato sulla croce l’esempio dell’una e dell’altra cosa. Infatti «quando soffriva non minacciava» (1Pt 2 23) e come un agnello fu condotto alla morte e non apri la sua bocca (cfr. At 8,32). Grande é dunque la pazienza di Cristo sulla croce: «Corriamo con perseveranza nella corsa, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli, in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia» (Eb 12,2). Se cerchi un esempio di obbedienza, segui colui che si fece obbediente al Padre fino alla morte: «Come per la disobbedienza di uno solo, cioé di Adamo, tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti» (Rm 5,19). Se cerchi un esempio di disprezzo delle cose terrene, segui colui che é il Re dei re e il Signore dei signori, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 3,2). Egli é nudo sulla croce, schernito, sputacchiato, percosso, coronato di spine, abbeverato con aceto e fiele.
Non legare dunque il tuo cuore alle vesti ed alle ricchezze, perché «si son divise tra loro le mie vesti» (Gv 19,24); non gli onori, perché ho provato gli oltraggi e le battiture (cfr. Is 53,4); non alle dignità, perché intrecciata una corona di spine, la misero sul mio capo (cfr. Mc 15,17); non ai piaceri, perché «quando avevo sete, mi han dato da bere aceto» (Sal 68,22) (Conf. 6 sopra il «Credo in Deum»).
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MessaggioTitolo: 31 gennaio 2011   Lun Gen 31, 2011 2:23 pm

31 GENNAIO

SAN GIOVANNI BOSCO
SACERDOTE


Biografia: “Padre e maestro della gioventù”, Fondatore della Società di san Francesco di Sales, dell’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice e dei Cooperatori Salesiani. Nato a Castelnuovo d’Asti nel 16 agosto 1815 in una famiglia di poveri contadini, Giovanni fu educato dalla madre alla fede e alla pratica coerente del messaggio evangelico. A soli nove anni intuì un sogno che avrebbe dovuto dedicarsi all’educazione della gioventù. Ancora ragazzo, cominciò a intrattenere i coetanei con giochi alternati alla preghiera e all’istruzione religiosa. Diventato sacerdote a Torino (1841) dopo anni di sacrificio, spese le forze della sua ricca natura e del suo infaticabile zelo a creare opere educative per la gioventù abbandonata, a difendere la fede minacciata del ceto popolare, a portare un suo contributo all’evangelizzazione delle terre lontane. Scelse come programma di vita: “Da mihi animas, cetera tolle” (Gn 14,21), e iniziò il suo apostolato tra i giovani più poveri fondando l’Oratorio e mettendolo sotto la protezione di san Francesco di Sales. Con il suo stile educativo e la sua prassi pastorale, basati sulla ragione, sulla religione e sull’amorevolezza (Sistema preventivo) portava gli adolescenti e i giovani alla riflessione, all’incontro con Cristo e con i fratelli, all’educazione alla fede e alla sua celebrazione nei sacramenti, all’impegno apostolico e professionale. Tra i più bei frutti della sua pedagogia emerge san Domenico Savio, quindicenne. Sorgente della sua infaticabile attività e dell’efficacia della sua azione fu una costante “unione con Dio” e una fiducia illimitata in Maria Ausiliatrice che sentiva come ispiratrice e sostegno di tutta la sua opera. E ai suoi figli Salesiani lasciò in eredità una forma di vita religiosa semplice, ma solidamente fondata sulle virtù cristiane, e sintetizzata nel binomio: “lavoro e temperanza”. Tra i suoi giovani cercò i migliori collaboratori della sua opera, dando origine alla Società di san Francesco di Sales (1859); insieme a santa Maria Domenica Mazzarello fondò l’Istituto delle Figlie di Maria Ausiliatrice (1872); infine, con buoni e operosi laici, uomini e donne, creò i Cooperatori salesiani (1876) per affiancare e sostenere la sua opera, anticipando così nuove forme di apostolato nella Chiesa. Nel centenario della sua morte avvenuta il 31 gennaio 1888, Giovanni Paolo II l’ha dichiarato e proclamato Padre e Maestro della gioventù, “stabilendo che con tale titolo egli sia onorato e invocato, specialmente da quanti si riconoscono suoi Figli spirituali”.

Dagli scritti
Dalle «Lettere» di san Giovanni Bosco
Imitare Gesù e lasciarsi guidare dall’amore
Se vogliamo farci vedere amici del vero bene dei nostri allievi, e obbligarli a fare il loro dovere, bisogna che voi non dimentichiate mai che rappresentate i genitori di questa cara gioventù, che fu sempre tenero oggetto delle mie occupazioni, dei miei studi, del mio ministero sacerdotale, e della nostra Congregazione salesiana. Se perciò sarete veri padri dei vostri allievi, bisogna che voi ne abbiate anche il cuore; e non veniate mai alla repressione o punizione senza ragione e senza giustizia, e solo alla maniera di chi vi si adatta per forza e per compiere un dovere. Quante volte, miei cari figliuoli, nella mia lunga carriera ho dovuto persuadermi di questa grande verità! E’ certo più facile irritarsi che pazientare, minacciare un fanciullo che persuaderlo. direi ancora che é più comodo alla nostra impazienza ed alla nostra superbia castigare quelli che resistono, che correggerli col sopportarli con fermezza e con benignità. La carità che vi raccomando é quella che adoperava san Paolo verso i fedeli di fresco convertiti alla religione del Signore, e che sovente lo facevano piangere e supplicare quando se li vedeva meno docili e corrispondenti al suo zelo. Difficilmente quando si castiga si conserva quella calma, che é necessaria per allontanare ogni dubbio che si opera per far sentire la propria autorità, o sfogare la propria passione. Riguardiamo come nostri figli quelli sui quali abbiamo da esercitare qualche potere. Mettiamoci quasi al loro servizio, come Gesù che venne ad ubbidire e non a comandare, vergognandoci di ciò che potesse aver l’aria in noi di dominatori; e non dominiamoli che per servirli con maggior piacere. Così faceva Gesù con i suoi apostoli, tollerandoli nella loro ignoranza e rozzezza, nella loro poco fedeltà, e col trattare i peccatori con una dimestichezza e familiarità da produrre in alcuni lo stupore, in altri quasi lo scandalo, ed in molti la santa speranza di ottenere il perdono da Dio. Egli ci disse perciò di imparare da lui ad essere mansueti ed umili di cuore (Mt 11,29). Dal momento che sono i nostri figli, allontaniamo ogni collera quando dobbiamo reprimere i loro falli, o almeno moderiamola in maniera che sembri soffocata del tutto. Non agitazione dell’animo, non disprezzo negli occhi, non ingiuria sul labbro; ma sentiamo la compassione per il momento, la speranza per l’avvenire, ed allora voi sarete i veri padri e farete una vera correzione. In certi momento molto gravi, giova più una raccomandazione a Dio, un atto di umiltà a lui, che una tempesta di parole, le quali, se da una parte non producono che male in chi le sente, dall’altra parte non arrecano vantaggio a chi le merita. Ricordatevi che l’educazione é cosa del cuore, e che Dio solo ne é il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l’arte, e non ce ne mette in mano le chiavi. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori ed unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra vis, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell’educazione della gioventù (Epistolario, Torino, 1959, 4, 202.294-205.209).
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MessaggioTitolo: 11 febbraio   Ven Feb 11, 2011 10:26 am

11 FEBBRAIO

MARIA SS.MA DI LOURDES


Biografia: Questa memoria si collega alla vita e all’esperienza spirituale di Maria Bernadetta Suobirous (Santa Bernardetta). Nel 1858 l’immacolata Vergine Maria apparve a Bernadetta Suobiruos, presso Luordes in Francia, dentro la grotta di “Massabielle”. Da allora Luordes è diventata meta di intenso pellegrinaggio. Il messaggio di Luordes consiste nel richiamo alla conversione, alla preghiera, alla carità.

Dagli scritti
Dalla “Lettere” di santa Bernadetta
Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario, senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario, la visione subito scomparve. Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai. Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata. Quella Signora mi parlò soltanto la terza volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un po’ d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei berla. La visione allora scomparve ed io me ne tornai verso casa. Per quindici giorni però ritornai colà e la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i sacerdoti che facessero costruire là una cappella, di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo, mi disse di essere l’Immacolata Concezione. Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi.
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MessaggioTitolo: SANTI CIRILLO E METODIO   Lun Feb 14, 2011 10:07 am

14 FEBBRAIO

SANTI CIRILLO, MONACO E METODIO, VESCOVO
PATRONI D’EUROPA


Biografia: Cirillo, nato a Tessalonica, ricevette un’ottima istruzione a Costantinopoli. Insieme al fratello Metodio si recò in Moravia a predicare la fede. Entrambi prepararono in lingua slava i testi liturgici, scritti con caratteri detti poi appunto «cirillici». Chiamati a Roma, Cirillo vi morì il 14 febbraio dell’869 mentre Metodio fu consacrato vescovo e si recò in Pannonia, che evangelizzò senza risparmiare fatiche. Ebbe molto a soffrire da parte di invidiosi, ma fu aiutato dai Pontefici romani. Morì il 6 aprile 885 a Velehrad in Cecoslovacchia. Giovanni Paolo II, con la lettera apostolica «Egregiae virtus» del 31 dicembre 1980 li ha proclamati insieme a san Benedetto abate, patroni d’Europa.

Dagli scritti
Dalla «Vita» in lingua slava di Costantino
Costantino Cirillo, stanco dalla molte fatiche, cadde malato e sopportò il proprio male per molti giorni. Fu allora ricreato da una visione di Dio, e cominciò a cantare così. Quanto mi dissero: «andremo alla casa del Signore», il mio spirito si è rallegrato e il mio cuore ha esultato (cfr. Sal 121,1). Dopo aver indossato le sacre vesti, rimase per tutto il giorno ricolmo di gioia e diceva: «Da questo momento non sono più servo né dell’imperatore né di alcun uomo sulla terra, ma solo di Dio onnipotente. Non esistevo, ma ora esisto ed esisterò in eterno. Amen». Il giorno dopo vestì il santo abito messianico e aggiungendo luce a luce si impose il nome di Cirillo. Così vestito rimase cinquanta giorni. Giunta l’ora della fine e di passare al riposo eterno, levate le mani a Dio, pregava tra le lacrime, dicendo: «Signore, Dio mio, che hai creato tutti gli ordini angelici e gli spirito incorporei, che hai steso i cieli e resa ferma le terra e hai formato dal nulla tutte le cose che esistono, tu che ascolti sempre coloro che fanno la tua volontà e ti temono e osservano i tuoi precetti; ascolta la mia preghiera e conserva nella fede il tuo gregge, a capo del quale mettesti me, tuo servo indegno ed inetto. Liberali dalla malizia empia e pagana di quelli che ti bestemmiano; fa crescere di numero la tua Chiesa e raccogli tutti nell’unità. Rendi santo, concorde nella vera fede e nella retta confessione il tuo popolo, e ispira nei cuori la parola della tua dottrina. E’ tuo dono infatti l’averci scelti a predicare il Vangelo del tuo Cristo, a incitare i fratelli alle buone opere ed a compiere quanto ti è gradito. Quelli che mi hai dato, te li restituisco come tuoi; guidali ora con la tua forte destra, proteggili all’ombra delle tue ali, perché tutti lodino e glorifichino il tuo nome di Padre e Figlio e Spirito Santo. Amen». Avendo poi baciato tutti col bacio santo, disse: «Benedetto Dio, che non ci ha dato in pasto ai denti dei nostri invisibili avversari, ma spezzò la loro rete e ci ha salvati dalla loro voglia di mandarci in rovina». E così, all’età di quarantadue anni, si addormentò nel Signore. Il papa comandò che tutti i Greci che erano a Roma ed i Romani si riunissero portando ceri e cantando e che gli dedicassero onori funebri non diversi da quelli che avrebbero tributato al papa stesso; e così fu fatto (cap. 18; Denkschriften der kaiserl. Akademie der Wissenschaften, 19, Vienna 1870, p. 246).
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MessaggioTitolo: 7 marzo   Lun Mar 07, 2011 10:29 am

7 MARZO

SANTE PERPETUA E FELICITA
MARTIRI


Biografia: Subirono il martirio a Cartagine nel 203, durante la persecuzione di Settimo Severo. Della loro morte resta ancora una bellissima narrazione che in parte fu stesa dai medesimi confessori e in parte da uno scrittore del tempo.

Dagli scritti
Dalla «Narrazione del martirio dei santi martiri cartaginesi»
Chiamati ed eletti alla gloria del Signore
Spuntò il giorno della vittoria dei martiri e dal carcere si recarono all’anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura. Perpetua per prima fu scagliata in alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e avendo visto Felicità gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono richiamate alla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra lo stupore di tutti: «Quando saremo esposte là a quella vacca?». E avendo sentito che ciò era già avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni di maltrattamento sul suo corpo e sul vestito. Quindi fatto chiamare suo fratello e quel catecumeno li esortò dicendo: «Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda e non prendete occasione di scandalo dalle nostre sofferenze». A sua volta Sàturo presso un’altra porta stava esortando il soldato Pudente. Disse fra l’altro: «Insomma proprio come avevo supposto e predetto, finora non ho sperimentato nessuna fiera. Ma ora credi di tutto cuore: ecco io vado laggiù e sarò finito da un solo morso di leopardo». E subito, sul finire dello spettacolo, gettato in pasto al leopardo, con un solo morso fu bagnato di tanto sangue che il popolo diede testimonianza al suo secondo battesimo gridando: «È salvo il lavato, è salvo il lavato!». Davvero era salvo colui che si era lavato in tal modo! Allora disse al soldato Pudente: «Addio, ricordati della fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino». Nello stesso tempo si fece dare l’anello del suo dito e immersolo nella sua ferita glielo restituì come eredità, lasciandogli il pegno e il ricordo del suo sangue. Venne quindi disteso, ormai esanime, insieme con gli altri al solito posto per il colpo di grazia. E siccome il popolo reclamava che quelli fossero portati in vista del pubblico al centro dell’anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi occhi, complici dell’assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace. Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più Sàturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ di dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale grandezza, che era temuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire diversamente, se non l’avesse voluto lei stessa. O valorosi e beatissimi martiri! Voi siete davvero i chiamati e gli eletti alla gloria del Signore nostro Gesù Cristo! (Cap. 18. 20-21; dall’ed. van Beek, Nimega, 1936, pp. 42.46-52).
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MessaggioTitolo: 18 marzo 2011   Ven Mar 18, 2011 10:30 am

18 MARZO

SAN CIRILLO DI GERUSALEMME
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: La vita di questo santo si inserisce in un momento travagliato della storia della chiesa, nel IV secolo dove la ricerca della verità di fede si confondeva in sottili differenze terminologiche. La sua ortodossia oggi non è in discussione e garantita dalla sua qualifica di dottore della fede. Dovette combattere, come vescovo di Gerusalemme in un periodo dove gli imperatori erano di fede ariana e questo gli costava tre esili. La sua fedeltà al credo proclamato nel concilio di Nicea, del 325, gli procurò numerose sofferenze soprattutto quando si accorse che l’errore ariano cominciava anche a negare la divinità dello Spirito Santo, proclamata dal concilio di Costantinopoli del 381-382 al quale partecipò anche San Cirillo. Egli dà prova di piena ortodossia nel campo trinitario e cristologico e anticipa la proclamazione della maternità divina di Maria, poi affermata nel concilio di Efeso del 431. Le oscillazioni di San Cirillo riguardano più la sua comunione ecclesiastica che la professione di fede. Le sue maggiori qualità non erano sul piano dottrinale ma pastorale, affermate anche dalla preziosa testimonianza di San Basilio. Ci ha lasciato nelle sue «Catechesi battesimali» un mirabile libro di spiritualità, basata sulla Bibbia che ne fanno uno dei fondatori della catechesi.

Dagli scritti
Dalle «Catechesi» di san Cirillo di Gerusalemme, vescovo
Preparate la vostra anima a ricevere lo Spirito Santo
«Gioiscano i cieli, esulti la terra» (Sal 95,11) per coloro che devono essere aspersi con l’issopò e anzi purificati da un issòpo spirituale, per virtù di colui che durante la passione fu abbeverato d’issòpo per mezzo d’una canna. Gioiscano anche le virtù celesti; si preparino le anime che si devono unire allo Sposo spirituale. Risuona infatti la voce di uno che grida nel deserto: «Preparate la via del Signore» (Mt 3,3). Assecondate quindi, o figli della giustizia, Giovanni che esorta e dice: Raddrizzate i sentieri del Signore (cfr. Lc 3,4). Togliete tutti gli impedimenti ed ostacoli per giungere agevolmente alla vita eterna. Mediante una fede genuina preparate la vostra anima ad accogliere lo Spirito Santo. Cominciate a lavare le vostre vesti con la penitenza per essere trovati puri quando sarete chiamati alle nozze dello Sposo. Lo Sposo infatti invita tutti, perché generosa e ampia è la grazia e tutti sono radunati dalla voce dei predicatori. Egli poi sceglierà coloro che saranno ammessi alle nozze, figura del battesimo. Non avvenga ora che qualcuno di coloro che hanno dato i loro nomi debba udire: Amico, come sei entrato qui senza la veste nuziale? (cfr. Mt 22,12). Dio voglia invece che tutti possiate udire: «Bene, servo buono e fedele, sei stato fedele nel poco, ti darà autorità sul molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone» (Mt 25,21.23). Finora infatti siete rimasti fuori della porta, ma vi sia dato di poter dire: Il re mi ha introdotto nella sua stanza. Esulti l’anima mia nel Signore; mi ha rivestito delle vesti di salvezza, mi ha avvolto con il manto della giustizia, come uno sposo che si cinge il diadema e come una sposa che si adorna di gioielli (cfr. Is 61,10). L’anima di voi tutti sia trovata senza macchia o ruga o alcunché del genere, non dico prima di aver ricevuta la grazia (come sarebbe infatti possibile, dato che siete chiamati alla remissione dei peccati?), ma quando vi sarà data la grazia, la coscienza concorra alla sua efficacia, non portando in sé motivo di condanna. È certo una cosa grande, fratelli: accostatevi ad essa con molta cautela. Ognuno di voi comparirà davanti a Dio, alla presenza di molte miriadi di angeli. Lo Spirito Santo porrà il suo sigillo sulle vostre anime, sarete scelti per militare al servizio del gran re. Perciò preparatevi e siate pronti, non tanto con l’abbigliamento di bianche vesti, quanto con l’interiore ricchezza dell’amore e della piena consapevolezza (Catech. 3,1-3; PG 33,426-430).
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MessaggioTitolo: Re: SANTITA': UOMINI E OPERE   

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SANTITA': UOMINI E OPERE
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