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 SANTITA': UOMINI E OPERE

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VINCENZO



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MessaggioOggetto: 5 APRILE   Mar Apr 05, 2011 9:02 am

5 APRILE

SAN VINCENZO FERRER
SACERDOTE


Biografia: Era nato a Valencia in Spagna, nel 1350. A diciassette anni aveva già completato con tanto profitto gli studi di filosofia e di teologia che i suoi maestri lo annoverarono subito tra il corpo docente. Entrato nel convento dei domenicani di Valencia, fu ordinato sacerdote nel 1378, una data che nella storia della Chiesa viene ricordata come l’inizio del grande scisma d’Occidente. Insegnò teologia. Esercitando l’ufficio di predicatore attraversò molte regioni e raccolse frutti abbondanti nel salvaguardare la vera fede e nel correggere i costumi. La virtù divina fece molti miracoli per mezzo di lui, a conferma della sua santa vita e predicazione. Dopo tante fatiche, avendo speso tutte le sue forze per il servizio di Dio, andò a ricevere il premio degli Apostoli nel 1419 a Vannes, e fu iscritto nell’albo dei santi dal compatriota Callisto III nell’anno 1455.

Dagli scritti
Dal trattato «Sulla via spirituale» di san Vincenzo Ferrer, sacerdote
Modo di predicare
Nelle prediche e nelle esortazioni usa un linguaggio semplice e una conversazione familiare per spiegare i doveri particolari. Insisti sugli esempi quanto più puoi, perché qualsiasi peccatore che ha commesso un determinato peccato si senta scosso come se tu predicassi per lui solo. Parla in modo tale che le parole non sembrino provenire da un animo superbo ed indignato, ma piuttosto da sentimenti di carità e di pietà paterna. Comportati come un padre che si duole dei figli traviati, o che soffre per una loro grave infermità. Procedi come chi cerca di tirar fuori e liberare da una fossa profonda coloro che vi si trovano e curali come una madre. Trattali insomma come uno che gode del loro progresso e spera di portarli alla gloria del paradiso. Tale atteggiamento suole essere proficuo agli ascoltatori, mentre un discorso generico sulle virtù e sui vizi tocca poco gli ascoltatori. Così pure nelle confessioni, sia che tu conforti con dolcezza i pusillanimi, sia che incuta terrore agli incalliti nel male, mostra sempre sentimenti di carità perché il peccatore capisca che le tue parole derivano da un sincero amore. Le parole caritatevoli e dolci siano sempre preferite a quelle che pungono. Tu, dunque, che desideri essere utile alle anime del prossimo, per prima cosa ricorri a Dio con tutto il cuore e chiedi a lui con semplicità questa grazia, che si degni di infondere in te quella carità, che è la perfezione delle virtù, e per mezzo della quale tu possa compiere ciò che desideri (Cap. 13; ed Garganta-Forcada, pp. 513-514).
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MessaggioOggetto: 7 aprile 2011   Gio Apr 07, 2011 2:53 pm

7 APRILE

SAN GIOVANNI BATTISTA DE LA SALLE
SACERDOTE


Biografia: Nacque a Reims in Francia nel 1651 dalla nobile e agiata famiglia dei La Salle, brillante studente alla Sorbona di Parigi, sacerdote nel 1678, canonico, può essere considerato a ragione tra i più grandi innovatori della scuola moderna. Si dedicò particolarmente all’educazione dei fanciulli, fondando scuole per i poveri. Radunò alcuni compagni formandone una Congregazione, per la cui sopravvivenza sostenne molte tribolazioni. Rese la sua bella anima a Dio nel 1719 a Rouen. Educatore tra i più illuminati della Chiesa, precursore dei moderni metodi pedagogici, Giovanni Battista de La Salle venne canonizzato nell’anno 1900.

Dagli scritti
Dalle «Meditazioni» di san Giovanni Battista de la Salle, sacerdote
La carità di Cristo vi spinga
Meditate in cuor vostro quello che dice l’apostolo Paolo, cioè che Dio ha messo nella Chiesa apostoli, profeti e dottori e vi persuaderete che lui stesso vi ha posto nel vostro ufficio. Di questo vi offre testimonianza il medesimo santo dicendo che diversi sono i ministeri e diverse le operazioni e un medesimo Spirito Santo si manifesta in ciascuno di questi doni per la comune utilità, cioè l’utilità della Chiesa. Perciò non dovete dubitare che vi sia stata data una simile grazia, infatti istruire i fanciulli, annunziare loro il Vangelo e formali nello spirito della religione è un grande dono di Dio. È lui che vi ha chiamati a questo santo ufficio. In tutto il vostro modo di insegnare, comportatevi in modo che i fanciulli, affidati alle vostre cure, vedano che voi esercitate il vostro compito come ministri di Dio in carità non finta e fraterna diligenza. Siete ministri di Dio, ma anche di Gesù Cristo e della Chiesa. Da ciò deriva un particolare orientamento del vostro impegno pedagogico, come si può dedurre anche dalle parole di san Paolo, quando esorta a considerare ministri di Cristo tutti quelli che annunziano il Vangelo. Sono come segretari che scrivono le lettere dettate da Cristo. Non lo fanno con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma di carne quali sono i cuori dei fanciulli. Vi spinga sempre la carità di Dio, perché Gesù Cristo è morto per tutti, perché quanti vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto per loro ed è risuscitato. Perciò gli alunni, assiduamente da voi sollecitati, sentano Dio come colui che esorta per mezzo vostro, perché siete ambasciatori di Cristo. È necessario che mostriate anche alla Chiesa di quale amore ardete per essa e le diate prova della vostra diligenza. Voi infatti lavorate per la Chiesa, che è il corpo di Cristo. Col vostro impegno dunque dimostrate di amare coloro che Dio vi ha dati, come Cristo amò la Chiesa. Preoccupatevi che veramente i fanciulli entrino in questo ordine di idee ed arrivino ad essere degni di presentarsi un giorno davanti al tribunale di Gesù Cristo gloriosi, senza macchia o ruga. Si manifesteranno così nei secoli avvenire le abbondanti ricchezze della grazia che Dio ha loro concesso. Dio, infatti, ha dato loro la grazia di imparare e a voi di insegnare ed educare, sì che possano avere l’eredità nel regno di Dio e di Gesù Cristo nostro Signore (Medit. 201).
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MessaggioOggetto: 11 aprile   Lun Apr 11, 2011 9:49 am

11 APRILE

SAN STANISLAO
VESCOVO E MARTIRE


Biografia: Era nato verso il 1030 nella diocesi di Cracovia, a Szczepanowo, in Polonia, da genitori non agiati. Compiuti i primi studi presso i benedettini di Cracovia, li poté perfezionare in Belgio, nel celebre studentato di Liegi. Tornato in patria, si distinse per il suo zelo pastorale e per le benefiche iniziative portate avanti con carità e intelligenza. Ordinato sacerdote successe poi al vescovo di Cracovia, Lamberto, nel 1071. Governò da buon pastore la sua Chiesa, aiutò i poveri, visitò ogni anno i suoi sacerdoti. Fu fatto uccidere nel 1097 dal re Boleslao, che egli aveva rimproverato. Venerato dai Polacchi fin dal giorno del suo martirio, S. Stanislao venne canonizzato nel 1253 nella basilica di S. Francesco ad Assisi, e da allora gode di un culto assai diffuso in Europa e in America.

Dagli scritti
Dalle «Lettere» di san Cipriano, vescovo e martire
Combattendo la battaglia della fede
Mentre lottiamo e combattiamo la battaglia della fede, Dio ci guarda, ci guardano i suoi angeli, ci guarda anche Cristo. Che onore grande e che felicità combattere sotto lo sguardo di Dio, essere coronati da Cristo giudice! Armiamoci, fratelli carissimi, raccogliamo tutte le forze e disponiamoci alla battaglia con animo integro, con fede piena e con virtù solide. Tutte le schiere di Dio avanzino così verso il combattimento che devono sostenere. L’Apostolo c’insegna ad armarci e a prepararci dicendo: «Cinti i fianchi con la verità, rivestiti con la corazza della giustizia, e avendo come calzatura ai piedi lo zelo per propagare il vangelo della pace, tenete sempre in mano lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno. Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, cioè la Parola di Dio» (Ef 6,14-17). Prendiamo queste armi, muniamoci di queste difese spirituali e celesti per poter resistere e respingere gli assalti del diavolo nel giorno del male. Rivestiamoci della corazza della giustizia, perché il nostro petto sia difeso e protetto contro i colpi del nemico. I nostri piedi siano calzati e muniti dell’insegnamento evangelico. Cominciando così a calpestare e a schiacciare il serpente, non saremo morsi e vinti da lui. Teniamo saldamente lo scudo della fede, perché contro di esso si estingua ogni dardo infuocato che il nemico ci scaglia addosso. Prendiamo anche a protezione della testa l’elmo spirituale, per difendere i nostri orecchi dall’ascolto di parole mortifere, i nostri occhi da immagini detestabili. Sia premunita la fronte per conservare inviolato il segno di Dio, la nostra bocca per confessare vittoriosamente il Signore Gesù Cristo. Armiamo anche la nostra destra con la spada spirituale, perché respinga vigorosamente i sacrifici immondi e, memorie dell’Eucaristia, prenda il corpo del Signore, lo stringa in attesa di ricevere poi da Dio il premio delle celesti corone. Queste cose, fratelli carissimi, restino nei vostri cuori. Se, mentre pensiamo e meditiamo queste cose, arriverà il giorno della persecuzione, il soldato di Cristo, istruito dai suoi precetti e dai suoi moniti, non temerà la battaglia, ma sarà pronto per la corona.
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MessaggioOggetto: 13 aprile   Gio Apr 14, 2011 9:28 am

13 APRILE

SAN MARTINO I
PAPA E MARTIRE


Biografia: Nacque a Todi, nell’Umbria e ascritto al clero romano, fu eletto alla Cattedra di Pietro nel 649. In questo stesso anno radunò un concilio, in cui condannò l’errore dei monoteliti. Arrestato dall’imperatore Costante nel 653 e condotto a Costantinopoli, fu sottoposto a dure sofferenze. Nel 656 fu fatto partire segretamente per l’esilio a Chersonea in Crimea. Patì la fame e languì nell’abbandono più assoluto per altri quattro mesi, finché la morte lo colse, fiaccato nel corpo ma non nella volontà, nell’anno 656.

Dagli scritti
Dalle «Lettere» di san Martino I, papa
Vi scriviamo sempre nel desiderio di portare conforto alla vostra carità e di sollevarvi dalle numerose preoccupazioni che avete nei nostri riguardi e che insieme con voi hanno tutti i santi e nostri fratelli, prendendosi cura di noi, per amore di Dio. Coloro che abitano in queste regioni sono tutti pagani. Non basta: quelli che hanno preso dimora da queste parti hanno abbracciato i costumi pagani sicché hanno perduto perfino quel senso di amore e di compassione che si portano a vicenda anche i barbari. Sono rimasto fortemente colpito e lo sono ancora, per l’impietosa freddezza di quelli della mia cerchia. Non potevo pensare che anche amici e parenti si disinteressassero di me e non si curassero della mia sorte infelice a tal punto da non voler neppure sapere come mi trovo, se sono ancora vivo o se già morto. Eppure accusatori e accusati, non siamo tutti del medesimo fango e della medesima pasta? Non dovremo comparire tutti davanti al tribunale di Cristo? E con quale coscienza ci presenteremo dinanzi a lui? Forse furono la paura o il timore a spingere quegli uomini a trascurare i comandamenti di Dio. Ma che cosa giustifica tale timore? Di quale alienazione non fu mai causa lo spirito del male! E così fui considerato addirittura il nemico di tutta intera la compagine della Chiesa e loro avversario. Ma Dio «vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tm 2,4). Ebbene allora per l’intercessione di san Pietro stabilisca i loro cuori nella fede ortodossa, li renda fermi contro ogni eretico o nemico della nostra Chiesa. Dia forza specialmente al pastore che ora li governa. Sicché senza cedere in alcun punto anche minimo e senza piegare in alcuna parte anche secondaria, conservino integra la fede professata per iscritto dinanzi a Dio e agli angeli santi e, per questo, possano ricevere insieme a me, poveretto, la corona della giustizia e della fedeltà dalle mani del Signore e salvatore nostro Gesù Cristo. Il Signore stesso avrà certo cura di questo mio povero corpo secondo che a lui piacerà disporre o lasciandomi fra continue sofferenze o concedendomi anche qualche piccolo conforto. Il Signore è vicino, di che cosa devo preoccuparmi? Spero che nella sua misericordia non tarderà a porre fine a questa mia condizione nel modo che egli crederà. Salutate tutti i vostri cari nel Signore e tutti coloro che per amore di Dio hanno avuto compassione delle mie catene. L’Altissimo con la sua potente mano vi protegga da ogni tentazione e vi salvi nel suo regno.
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MessaggioOggetto: 25 aprile   Lun Apr 25, 2011 9:38 am

25 APRILE

SAN MARCO
EVANGELISTA


Biografia: San Marco era cugino di Barnaba. Seguì l’apostolo Paolo nel suo primo viaggio missionario e poi anche a Roma. Fu discepolo di Pietro del quale riprodusse la predicazione nella stesura del suo vangelo. La tradizione gli attribuisce la fondazione della Chiesa di Alessandria.

Dagli scritti
Dal trattato «Contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo
La Chiesa, sparsa in tutto il mondo, fino agli ultimi confini della terra, ricevette dagli apostoli e dai loro discepoli la fede nell’unico Dio, Padre onnipotente, che fece il cielo la terra e il mare e tutto ciò che in essi è contenuto (cfr. At 4,24). La Chiesa accolse la fede nell’unico Gesù Cristo, Figlio di Dio, incarnatosi per la nostra salvezza. Credette nello Spirito Santo che per mezzo dei profeti manifestò il disegno divino di salvezza: e cioè la venuta di Cristo, nostro Signore, la sua nascita dalla Vergine, la sua passione e la risurrezione dai morti, la sua ascensione corporea al cielo e la sua venuta finale con la gloria del Padre. Allora verrà per «ricapitolare tutte le cose» (Ef 1,10) e risuscitare ogni uomo, perché dinanzi a Gesù Cristo, nostro Signore e Dio e Salvatore e Re secondo il beneplacito del Padre invisibile «ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua lo proclami» (Fil 2,10) ed egli pronunzi su tutti il suo giudizio insindacabile. Avendo ricevuto, come dissi, tale messaggio e tale fede, la Chiesa li custodisce con estrema cura, tutta compatta come abitasse in un’unica casa, benché ovunque disseminata. Vi aderisce unanimemente quasi avesse una sola anima e un solo cuore. Li proclama, li insegna e li trasmette all’unisono, come possedesse un’unica bocca. Benché infatti nel mondo diverse siano le lingue, unica e identica è la forza della tradizione. Per cui le chiese fondate in Germania non credono o trasmettono una dottrina diversa da quelle che si trovano in Spagna o nelle terre dei Celti o in Oriente o in Egitto o in Libia o al centro del mondo. Come il sole, creatura di Dio, è unico in tutto l’universo, così la predicazione della verità brilla ovunque e illumina tutti gli uomini che vogliono giungere alla conoscenza della verità. E così tra coloro che presiedono le chiese nessuno annunzia una dottrina diversa da questa, perché nessuno è al di sopra del suo maestro. Si tratti di un grande oratore o di un misero parlatore, tutti insegnano la medesima verità. Nessuno sminuisce il contenuto della tradizione. Unica e identica è la fede. Perciò né il fecondo può arricchirla, né il balbuziente impoverirla.
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MessaggioOggetto: 29 aprile   Sab Apr 30, 2011 9:38 am

29 APRILE

SANTA CATERINA DA SIENA
VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA
PATRONA D’ITALIA


Biografia: Nata a Siena nel 1347, sospinta dall’ansia di perfezione, ancora adolescente, entrò tra le Mantellate di san Domenico. Accesa dall’amore di Dio e del prossimo, promosse la pace e la concordia tra le città italiane. Difese i diritti e la libertà del Pontefice Romano, e si prodigò per ristabilire la vita religiosa. Dettò opere dense di dottrina sicura e pervase da afflato spirituale. Morì nel 1380. Fu proclamata Patrona d’Italia da Pio XII il 18 giugno 1939.

Dagli scritti
Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine
O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu. Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce. Io ho gusto e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti. Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura. O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna! (Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità; libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928, II pp. 586-588).

«L’Exultet» di Cristo in croce
È così che Cristo sulla croce emettendo un potente grido di morte, in realtà canta il suo «exultet» di vita. «E dopo ricevuto l’aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo spirò» (Gv 19,30). È il compimento. Lo spirito di pace che ne deriva viene comunicato agli uomini. Odi grande pazienza! che non ragguarda all’ingiurie che gli sono fatte in su la Croce; ode il grido dei Giudei, che dall’uno lato gridano crucifige, e dall’altro, che egli discenda dalla croce, e gli grida: «Padre, perdona». E non si muove punto, perchè dicano che egli discenda, ma persevera infino all’ultimo: e con grande letizia gridò, e disse: «Consummatum est!». E poniamo che ella paresse parola di tristizia, ella era di letizia… (L. n.101). Cristo aveva tanto desiderato la nostra salvezza, che egli esulta nel compimento della sua missione. La vera pace coincide con la gioia del Servitore. È imparando da lui che si emette questo suono di vita, un suono che piace a Dio, una lode a Dio, in suo onore e per la salvezza dell’umanità. Questo suono è irresistibile a Dio e agli altri uomini (Santa Caterina da Siena).
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MessaggioOggetto: 2 maggio   Lun Mag 02, 2011 1:50 pm

2 MAGGIO

SANT’ATANASIO
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nato ad Alessandria d’Egitto nel 295, fu assistente del vescovo Alessandro al Concilio di Nicea e fu poi il suo successore nell’episcopato. Lottò tenacemente contro gli Ariani e per questo subì molte persecuzioni e fu più volte colpito dall’esilio. Scrisse eccellenti opere a illustrazione e a difesa della vera fede. Morì nell’anno 373.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di sant’Atanasio, vescovo
L’incarnazione del Verbo
Il Verbo di Dio, immateriale e privo di sostanza corruttibile, si stabilì tra noi, anche se prima non ne era lontano. Nessuna regione dell’universo infatti fu mai priva di lui, perché esistendo insieme col Padre suo, riempiva ogni realtà della sua presenza. Venne dunque per amore verso di noi e si mostrò a noi in modo sensibile. Preso da compassione per il genere umano e la nostra infermità e mosso dalla nostra miseria, non volle rimanessimo vittime della morte. Non volle che quanto era stato creato andasse perduto che l’opera creatrice del Padre nei confronti dell’umanità fosse vanificata. Per questo prese egli stesso un corpo, e un corpo uguale al nostro perché egli non volle semplicemente abitare un corpo o soltanto sembrare un uomo. Se infatti avesse voluto soltanto apparire uomo, avrebbe potuto scegliere un corpo migliore. Invece scelse proprio il nostro. Egli stesso si costruì nella Vergine un tempio, cioè il corpo e, abitando in esso, ne fece un elemento per potersi rendere manifesto. Prese un corpo soggetto, come quello nostro, alla caducità e, nel suo immenso amore, lo offrì al Padre accettando la morte. Così annullò la legge della morte in tutti coloro che sarebbero morti in comunione con lui. Avvenne che la morte, colpendo lui, nel suo sforzo si esaurì completamente, perdendo ogni possibilità di nuocere ad altri. Gli uomini ricaduti nella mortalità furono resi da lui immortali e ricondotti dalla morte alla vita. Infatti in virtù del corpo che aveva assunto e della risurrezione che aveva conseguito distrusse la morte come fa il fuoco con una fogliolina secca. Egli dunque prese un corpo mortale perché questo, reso partecipe del Verbo sovrano, potesse soddisfare alla morte per tutti. Il corpo assunto, perché inabitato dal Verbo, divenne immortale e mediante la risurrezione, rimedio di immortalità per noi. Offrì alla morte in sacrificio e vittima purissima il corpo che aveva preso e offrendo il suo corpo per gli altri liberò dalla morte i suoi simili. Il Verbo di Dio a tutti superiore offrì e consacrò per tutti il tempio del suo corpo e versò alla morte il prezzo che le era dovuto. In tal modo l’immortale Figlio di Dio con tutti solidale per il comune corpo di morte con la promessa della risurrezione rese immortali tutti a titolo di giustizia. La morte ormai non ha più nessuna efficacia sugli uomini per merito del Verbo, che ha posto in essi la sua dimora mediante un corpo identico al loro (Disc. sull’incarnazione del Verbo, 8-9; PG 25, 110-111).
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MessaggioOggetto: 3 maggio   Mar Mag 03, 2011 11:25 am

3 MAGGIO

SANTI FILIPPO E GIACOMO
APOSTOLI


Biografia: S. Filippo, nativo di Bethsaida, era un uomo giusto e godette certamente di una certa intimità con Gesù. Infatti a lui il Signore si rivolge all’atto della moltiplicazione dei pani, e a lui si indirizzano i gentili che vogliono parlare con il Salvatore. Portò il vangelo nella Scizia ove fondò una comunità di ferventi cristiani. Il seguito della sua vita è avvolto nell’oscurità, come pure la sua morte. La tradizione più comune afferma che Filippo morì crocifisso a Gerapoli, all’età di 87 anni. Le sue reliquie sarebbero state trasportate a Roma e composte insieme a quelle di S. Giacomo nella chiesa dei Ss. apostoli. Questo sarebbe il motivo per cui la Chiesa latina festeggia unitamente i due apostoli. S. Giacomo, che l’evangelista Marco chiama il Minore per distinguerlo dall’omonimo fratello di Giovanni, era di Cana di Galilea. Cugino di Gesù, entra in scena come vescovo di Gerusalemme. Qui fondò una comunità di cristiani, operando sempre numerose conversioni. Sulla sua morte possediamo notizie di antica data. Si dice che morì martire nel 62 e lasciò a monumento sempiterno la Lettera Cattolica, nella quale è celebre il suo detto: “la fede senza le opere è morta”.

Dagli scritti
Dalle “Omelie sui Vangeli” di San Gregorio Magno, papa
Vi vorrei esortare a lasciar tutto, ma non oso. Se dunque non potete lasciare tutte le cose del mondo, usate le cose di questo mondo in modo da non essere trattenuti nel mondo; in modo da possedere le cose terrene, non da esserne posseduti; in modo che quello che possedete rimanga sotto il dominio del vostro spirito e non diventi esso stesso schiavo delle sue cose, e non si faccia avvincere dall’amore delle realtà terrestri. Dunque i beni temporali siano in nostro uso, i beni eterni siano nel nostro desiderio; i beni temporali servano per il viaggio, quelli eterni siano bramati per il giorno dell’arrivo. Tutto quello che si fa in questo mondo sia considerato come marginale. Gli occhi dello spirito siano rivolti in avanti, mentre fissano con tutto interesse le cose che raggiungeremo. Siano estirpati fin dalle radici i vizi, non solo dalle nostre azioni, ma anche dai pensieri del cuore. Non ci trattengano dalla cena del Signore né i piaceri della carne, né le brame della cupidigia, né la fiamma dell’ambizione. Le stesse cose oneste che trattiamo nel mondo, tocchiamole appena, quasi di sfuggita, perché le cose terrene che ci attirano servano al nostro corpo in modo da non ostacolare assolutamente il cuore. Non osiamo perciò, fratelli, dirvi di lasciare tutto; tuttavia, se volete, anche ritenendole tutte, le lascerete se tratterete le cose temporali in modo da tendere con tutta l’anima alle eterne. Usa infatti del mondo, ma è come se non ne usasse, colui che indirizza al servizio della sua vita anche le cose necessarie e tuttavia non permette che esse dominino il suo spirito, in modo che siano sottomesse al suo servizio e mai infrangano l’ardore dell’anima rivolta al cielo. Tutti coloro che si comportano così, hanno a disposizione ogni cosa terrena non per la cupidigia, ma per l’uso. Non vi sia niente dunque che alteri il desiderio del vostro spirito, nessun diletto di nessuna cosa vi tenga avvinti a questo mondo. Se si ama il bene, la mente trovi gioia nei beni più alti, quelli celesti. Se si teme il male, si abbiano davanti allo spirito i mali eterni, perché mentre il cuore vede che là si trova ciò che più si deve amare e più si deve temere, non si attacchi assolutamente a quanto si trova di qui. Per far questo abbiamo come nostro aiuto il mediatore di Dio e degli uomini, per mezzo del quale otterremo prontamente ogni cosa, se ardiamo di vero amore per lui, che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna Dio per tutti i secoli dei secoli. Amen (Lib. 2, 36. 11-13; PL 76, 1272-1274).
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VINCENZO



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Data d'iscrizione : 06.01.09
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MessaggioOggetto: 26 maggio   Ven Mag 27, 2011 8:45 am

26 MAGGIO

SAN FILIPPO NERI
SACERDOTE


Biografia: Ebbe i natali a Firenze da ricca famiglia nel 1515. Vivace e allegro, passò la sua fanciullezza in una singolare bontà, che lo faceva chiamare “Pippo il buono“. Si distinse nell’amore per il prossimo, la semplicità evangelica e il lieto servizio di Dio. Studente a Roma, per tre anni, abbandonò gli studi, come s’è detto, vendendo i libri, per dedicarsi interamente ad attività benefiche. Ordinato sacerdote nel 1551, diede vita poco dopo all’Oratorio, una Congregazione religiosa di sacerdoti, impegnati in particolare modo nell’educazione dei giovani. Ma la vita di S. Filippo rimase quella che era sempre stata, tanto originale quanto splendente di santità. Dio lo favorì col dono della profezia, dei miracoli e con frequenti visioni. Ritornò a Dio a ricevere il premio delle sue fatiche l’anno 1595.

Dagli Scritti
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Rallegratevi nel Signore, sempre
L’Apostolo ci comanda di rallegrarci, ma nel Signore, non nel mondo. «Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio» (Gc 4,4), come ci assicura la Scrittura. Come un uomo non può servire a due padroni, così nessuno può rallegrarsi contemporaneamente nel mondo e nel Signore. Quindi abbia il sopravvento la gioia nel Signore, finché non sia finita la gioia nel mondo. Cresca sempre più la gioia nel Signore, mentre la gioia nel mondo diminuisca sempre finché sia finita. E noi affermiamo questo, non perché non dobbiamo rallegrarci mentre siamo nel mondo, ma perché, pur vivendo in questo mondo, ci rallegriamo già nel Signore. Ma qualcuno potrebbe obiettare: Sono nel mondo, allora, se debbo gioire, gioisco là dove mi trovo. Ma che dici? Perché sei nel mondo, non sei forse nel Signore? Ascolta il medesimo Apostolo che parla agli Ateniesi negli Atti degli Apostoli dice del Dio e Signore nostro creatore: «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28). Colui che é dappertutto, dove non é? Forse che non ci esortava a questo quando insegnava: «Il Signore è vicino! Non angustatevi per nulla»? (Fil 4,5-6). E’ una ineffabile realtà questa: ascese sopra tutti i cieli ed è vicinissimo a coloro che si trovano ancora sulla terra. Chi è costui, lontano e vicino al tempo stesso, se non colui che si è fatto prossimo a noi per la sua misericordia? Tutto il genere umano é quell’uomo che giaceva lungo la strada semivivo, abbandonato dai ladri. Il sacerdote e il levita, passando, lo disprezzarono, ma un samaritano di passaggio gli si accostò per curarlo e prestargli soccorso. Lontano da noi, immortale e giusto, egli dicesse fino a noi, che siamo mortali e peccatori, per diventare prossimo a noi. «Non ci tratta secondo i nostri peccati» (Sal 102,10). Siamo infatti figli. E come proviamo questo? Morì per noi l’Unico, per non rimanere solo. Non volle essere solo, egli che è morto solo. L’unico Figlio di Dio generò molti figli di Dio. Si acquistò dei fratelli con il suo sangue. Rese giusti i reprobi. Donandosi, ci ha redenti; disonorato, ci onorò; ucciso, ci procurò la vita. Perciò, fratelli, rallegratevi nel Signore, non nel mondo; cioè rallegratevi nella verità, non nel peccato; rallegratevi nella speranza dell’eternità, non nei fiori della vanità. Così rallegratevi: e dovunque e per tutto il tempo che starete in questo mondo, «il Signore é vicino! Non angustiatevi per nulla» (Fil 4,5-6) (Disc. 171,1-3. 5; PL 38,933-935).
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MessaggioOggetto: 13 giugno   Mar Giu 14, 2011 1:37 pm

13 GIUGNO

SANT’ANTONIO DI PADOVA
SACERDOTE E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: San Antonio nacque a Lisbona. Canonici regolare, poi francescano, predicò dappertutto, nel Portogallo prima, poi in Italia, nutrendo le sue parole con la dottrina delle Sacre Scritture. Pio XII, che ha annoverato Sant’Antonio tra i dottori della Chiesa, gli ha dato il titolo di dottore evangelico, tanto era solito sostenere le sue affermazioni con citazioni del vangelo. Professore di teologia e nello stesso tempo predicatore, combatté l’eresia con estremo vigore e con una eccezionale forza di convinzione. Morì a Padova il 13 giugno 1231 all’età di 35anni in concetto di santità. All’indomani della sua morte innumerevoli miracoli fecero sì che egli fosse invocato dai fedeli come un infaticabile taumaturgo.

Martirologio:
A Padova sant’Antonio, Portoghese, sacerdote dell’Ordine dei Minori, Confessore e Dottore della Chiesa, illustre per la vita, per i miracoli e per la predicazione, il quale, non essendo ancora trascorso un anno della sua morte, dal Papa Gregorio non fu ascritto nel numero dei Santi.

Dagli scritti
Dai «Discorsi » di sant’ Antonio di Padova, sacerdote
Chi è pieno di Spirito Santo parla in diverse lingue. Le diverse lingue sono le varie testimonianze su Cristo: così parliamo agli altri di umiltà, di povertà, di pazienza e obbedienza, quando le mostriamo presenti in noi stessi. La predica è efficace, ha una sua eloquenza,quando parlano le opere. Cessino, ve ne prego, le parole, parlino le opere. Purtroppo siamo ricchi di parole e vuoti opere, e così siamo maledetti dal Signore, perché egli maledì il fico, in cui non trovò frutto, ma solo foglie. «Una legge,dice Gregorio si imponga al predicatore:metta in atto ciò che predica». Inutilmente vanta la conoscenza della legge colui che con le opere distrugge la sua dottrina. Gli apostoli «cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito Santo dava loro il potere di esprimersi» (At 2,4). Beato dunque chi parla secondo il dettame di questo Spirito Santo e non secondo l’inclinazione del suo animo.Vi sono infatti alcuni che parlano secondo il loro spirito, rubano le parole degli altri e le propalano come proprie. Di costoro e dei loro simili il Signore dice a Geremia: « Perciò,eccomi contro i profeti, oracolo del Signore i quali si rubano gli uni gli altri le mie parole. Eccomi contro i profeti, oracolo del signore, che muovono la lingua per dare oracoli. Eccomi contro i profeti di sogni menzogneri, dice il Signore, che li raccontano e traviano il mio popolo con menzogne e millanterie. Io non li ho inviati né ho dato alcun ordine. Essi non gioveranno affatto a questo popolo. Parola del Signore» (Ger 23,30-32).Parliamo quindi secondo quanto ci è dato dallo Spirito Santo, e supplichiamolo umilmente che ci infonde la sua grazia per realizzare di nuovo il giorno di Pentecoste nella perfezione dei cinque sensi e nell’osservanza del decalogo. Preghiamolo che ci ricolmi di un potente spirito di contrizione e che accenda in noi le lingue di fuoco per la professione della fede, perché, ardenti e illuminati negli splendori dei santi, meritiamo di vedere Dio uno e trino.
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MessaggioOggetto: 21 giugno   Mar Giu 21, 2011 8:34 am

21 GIUGNO

SAN LUIGI GONZAGA
RELIGIOSO


Biografia: Luigi, figlio del duca di Mantova, è stato descritto come eccessivamente mite e dotato di scarso temperamento, eppure basta uno sguardo alla sua vita per convincersi del contrario. Nato il 19 marzo del 1568, fin dall’infanzia il padre lo educò alle armi, tanto che a 5 anni già indossava mini - corazza ed elmo con pennacchio. Ma a 10, del paggio del granduca di Toscana a Firenze, Luigi già aveva deciso che la sua strada era un’altra: quella che attraverso l’umiltà, il voto di castità e una vita dedicata al prossimo l’avrebbe condotto a Dio. A 12 anni ricevette la prima comunione da san Carlo Borromeo e decise di entrare nella compagnia di Gesù, ma per riuscire dovette sostenere due anni di lotte contro il padre – deluso e combattivo – dimostrando appieno la forza e l’intensità della sua volontà. Libero ormai di seguire Cristo rinunciò al titolo e all’eredità e si dedicò agli umili e agli ammalati, distinguendosi soprattutto durante l’epidemia di peste che colpì Roma nel 1590. In quell’occasione, trasportando sulle spalle un moribondo, rimase contagiato e morì, a soli 23 anni, nel 1591.

Dagli scritti
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d’ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto. O illustrissima signora, guardati dall’offendere l’infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all’autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell’anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo. Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l’amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.
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MessaggioOggetto: 22 giugno   Mer Giu 22, 2011 8:37 am

22 GIUGNO

SAN PAOLINO DA NOLA
VESCOVO


Biografia: Nato a Bordeaux, in Gallia, nel 355, si diede allo studio delle lettere e alle cariche civili. Si sposò ed ebbe un figlio. Animato dal desiderio di condurre vita austera, ricevette il battesimo, rinunziò a tutti i suoi beni ed abbracciò la vita monastica nel 393. Per diverso tempo dimorò a Barcellona nella Spagna, dove venne ordinato sacerdote. Fu quindi a Milano per consultare sant’Ambrogio, quindi a Roma e da ultimo a Nola in Campania, dove venne eletto vescovo. Già devotissimo di san Felice, che aveva subito il martirio in quella città, ne promosse il culto, e con vero affetto di padre cercò di alleviare le miserie dei suoi tempi. Fu poeta fine ed elegante. Morì nel 431.

Martirologio: Presso Nola, città della Campania, il natale del beato Paolino, Vescovo e Confessore, il quale da nobilissimo e ricchissimo divenne povero ed umile per Cristo, e, non avendo più nulla, si fece schiavo per riscattare il figlio di una vedova, che i Vandali, devastata la Campania, avevano condotto schiavo nell’africa. Fu poi illustre non solo per dottrina e gran santità di vita, ma anche per la sua potenza contro il demonio. Le sue splendide lodi furono celebrate nei loro scritti dai santi Ambrogio, Girolamo, Agostino e Gregorio Papa. Il suo corpo, trasferito a Benevento e di là a Roma, finalmente, per ordine del Sommo Pontefice Pio decimo, fu restituito a Nola.

Dagli Scritti
Dalle «Lettere» di san Paolo da Nola, vescovo
Per mezzo dello Spirito Santo Dio infonde il suo amore in tutti i suoi servi. Questa é la vera carità, questo é l’amore perfetto che tu, signor mio, veramente buono, gentile e carissimo, hai dimostrato di avere verso la nostra pochezza. Per mezzo del nostro Giuliano, che tornava da Cartagine, abbiamo ricevuto la tua lettera. Essa ci porta tanta luce della tua santità, da poter dire che noi, più che conoscere, riconosciamo la tua carità. Senza dubbio tale carità deriva da colui che dall’origine del mondo ci ha predestinati a sé. In lui eravamo ancor prima di nascere; perché é lui che ci ha creati e non noi da noi stessi (cfr. Sal 99,3). È lui che ha fatto anche quelle cose che devono ancora compiersi nel futuro. Dalla sua prescienza e dalla sua opera siamo stati formati ad avere una sola volontà e identica fede, o meglio ad avere fede nell’Unità. Siamo stati cementati dalla carità, perché, mediante la rivelazione dello Spirito, ci conoscessimo a vicenda ancor prima di vederci. Rallegriamoci quindi e consoliamoci nel Signore che, pur restando sempre uguale a se stesso, diffonde in ogni luogo il suo amore nei suoi fedeli, per opera dello Spirito Santo. Egli lo ha riservato abbondantemente su tutte le creature, allietando così con il suo impulso vivificante la città di Dio. Tra i cittadini di questa città egli ha voluto ben a ragione collocare te tanto in alto da farti sedere «tra i principi del suo popolo» (Sal 112,8) sulla cattedra degli apostoli. Così nella tua stessa sorte ha voluto aggregare anche noi, sollevandoci da terra e rialzandoci dalla nostra povertà. Ma più ancora ci rallegriamo perché il Signore ci ha fatti entrare così intimamente nel tuo cuore, dà farci godere di un tuo singolarissimo affetto. Ciò non può rimanere senza contraccambio adeguato e perciò ti assicuriamo di amarti sinceramente. Ed ora permettetici che ti presentiamo un nostro desiderio. Sappi dunque che questo peccatore non é uscito fuori dalle tenebre e dall’ombra di morte, non ha respinto l’aura vitale e non ha posto mano all’aratro e preso sulle sue spalle la croce di Cristo se non per condurre a termine la sua missione. E proprio per questo abbiamo bisogno delle tue preghiere. Ai tuoi meriti aggiungi anche questo, di alleggerire, con le tue preghiere, i nostri pesi. Il santo che aiuta chi é nella fatica, non oso dire il fratello, sarà esaltato come una grande città. Abbiamo mandato alla tua santità un pane come simbolo della nostra unità, ma anche dell’unica totale Trinità. Dègnati di mangiarlo in modo che questo pane diventi un’eulogia, cioé un pane benedetto (Lett. 3 ad Alipio, 1.5.6; CSEL 29,13-14.17-18).
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MessaggioOggetto: 27 giugno   Lun Giu 27, 2011 8:24 am

27 GIUGNO

SAN CIRILLO D’ALESSANDRIA
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque nel 370 e condusse vita monastica. Ordinato sacerdote seguì lo zio vescovo di Alessandria e gli succedette nella cattedra nel 412. Combatté strenuamente contro la dottrina di Nestorio ed ebbe una parte di primo piano nel concilio di Efeso. Scrisse molto e con grande erudizione per spiegare e difendere la fede cattolica. Morì nel 444, tenne fermamente in mano le redini della Chiesa d’Egitto, impegnandosi al tempo stesso in una delle epoche più difficili nella storia della Chiesa d’Oriente, nella lotta per l’ortodossia, in nome del papa S. Celestino. In fermezza al servizio della santità del battagliero vescovo di Alessandria, anche se tardivamente riconosciuta, almeno in Occidente. Infatti, soltanto sotto il pontificato di Leone XIII il suo culto venne esteso a tutta la Chiesa latina, ed egli ebbe il titolo di “dottore”. Titolo di gloria per il vescovo di Alessandria fu di avere elaborato in questa occasione una autentica e limpida teologia dell’incarnazione. “L’Emmanuele consta con certezza di due nature: di quella divina e di quella umana.

Dagli scritti
Dal trattato «L’ideale perfetto del cristiano» di san Gregorio di Nissa, vescovo
Manifestiamo Cristo in tutta la nostra vita
Tre sono gli elementi che manifestano e distinguono la vita del cristiano: l’azione, la parola e il pensiero. Primo fra questi é il pensiero, al secondo posto viene la parola che dischiude e manifesta con vocaboli ciò che é stato concepito col pensiero. Dopo, in terzo luogo, si colloca l’azione, che traduce nei fatti quello che é stato pensato. Se perciò una qualunque delle molte cose possibili ci porta naturalmente o a pensare o a parlare o ad agire, é necessario che ogni nostro detto o fatto o pensiero sia indirizzato e regolato da quelle norme con le quali Cristo si é manifestato, in modo che non pensiamo, né diciamo, né facciamo nulla che possa allontanarci da quanto ci indica quella norma sublime. E che altro, dunque, dovrebbe fare colui che é stato reso degno del grande nome di Cristo, se non esplorare diligentemente ogni suo pensiero, parola e azione, e vedere se ognuno di essi tenda a Cristo oppure se ne allontani? In molti modi si può fare questo importante esame. Infatti tutto ciò che si fa o si pensa o si dice, sotto la spinta di qualche mala passione, questo non si accorda affatto con Cristo, ma porta piuttosto il marchio e l’impronta del nemico, il quale mescola alla perla preziosa del cuore il fango di vili cupidigie per appannare e deformare il limpido splendore della perla. Ciò invece é libero e puro da ogni sordida voglia, questo é certamente indirizzato all’autore principe della pace, Cristo. Chi attinge e deriva da lui, come da una sorgente pura e incorrotta, i sentimenti e gli affetti del suo cuore, presenterà, con il suo principio e la sua origine, tale somiglianza quale può aver con la sua sorgente l’acqua, che scorre nel ruscello o brilla nell’anfora. Infatti la purezza che é in Cristo e quella che é nei nostri cuori é la stessa. Ma quella di Cristo si identifica con la sorgente; la nostra invece promana da lui e scorre in noi, trascinando con sé per la via la bellezza ed onestà dei pensieri, in modo che appaia una certa coerenza ed armonia fra l’uomo interiore e quello esteriore, dal momento che i pensieri e i sentimenti, che provengono da Cristo, regolano la vita e la guidano nell’ordine e nella santità. In questo dunque, a mio giudizio, sta la perfezione della vita cristiana, nella piena assimilazione e nella concreta realizzazione di tutti i titoli espressi dal nome di Cristo, sia nell’ambito interiore del cuore, come in quello esterno della parola e dell’azione (PG 46, 283-286).
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MessaggioOggetto: 28 giugno   Mar Giu 28, 2011 8:29 am

28 GIUGNO

SANT’IRENEO
VESCOVO E MARTIRE


Biografia: Pacificatore di nome e di fatto (il nome “Ireneo” in greco vuol dire pacifico e pacificatore), S. Ireneo venne presentato al papa dai cristiani della Gallia con parole di alto elogio: “Zelatore del testamento di Cristo”. A Roma Ireneo fece onore al suo nome, suggerendo moderazione a papa Vittore, consigliandogli rispettosamente di non scomunicare le Chiese dell’Asia che non volevano celebrare la Pasqua nella stessa data delle altre comunità cristiane. È l’ultimo uomo apostolico, in quanto è vissuto nell’ambiente degli apostoli; ha dato inizio alla teologia in quanto uomo della Tradizione e della Scrittura. Il suo scopo non è scientifico, ma pratico, cioè: difendere la vera dottrina contro gli eretici (gnostici) ed esporre con chiarezza la verità della fede. Dei suoi scritti ci restano intatti i cinque libri dell’Adversus haereses, in cui Ireneo appare non solo il teologo più equilibrato e penetrante dell’Incarnazione redentrice, ma anche uno dei pastori più completi, più apostolici e più cattolici che abbiano servito la Chiesa. Egli fu comunque un vero testimone della fede in un periodo di dura persecuzione; il suo campo d’azione fu molto vasto, se si tiene conto che probabilmente non esisteva nessun altro vescovo nelle Gallie e nelle terre di confine della vicina Germania. Greco, aveva appreso le lingue “barbare” per poter evangelizzare le popolazioni cèltiche.

Martirologio: A Lione, in Francia, sant’Ireneo, Vescovo e Martire, il quale (come scrive san Girolamo) fu discepolo del beato Policarpo, Vescovo di Smirne, e vicino ai tempi Apostolici. Egli, avendo moltissimo combattuto colla parola e cogli scritti contro gli eretici, finalmente, nella persecuzione di Severo, con quasi tutto il popolo della sua città, fu coronato con glorioso martirio.

Dagli scritti
Dal «Trattato contro le eresie» di sant’Ireneo, vescovo
L’uomo vivente é gloria di Dio; vita dell’uomo é la visione di Dio
La gloria di Dio dà la vita; perciò coloro che vedono Dio ricevono la vita. E per questo colui che é inintelligibile, incomprensibile e invisibile, si rende visibile, comprensibile e intelligibile dagli uomini, per dare la vita a coloro che lo comprendono e vedono. È impossibile vivere se non si é ricevuta la vita, ma la vita non si ha che con la partecipazione all’essere divino. Orbene tale partecipazione consiste nel vedere Dio e godere della sua bontà. Gli uomini dunque vedranno Dio per vivere, e verranno resi immortali e divini in forza della visione di Dio. Questo, come ho detto prima, era stato rivelato dai profeti in figura, che cioé Dio sarebbe stato visto dagli uomini che portano il suo Spirito e attendono sempre la sua venuta. Così Mosé afferma nel Deuteronomio: Oggi abbiamo visto che Dio può parlare con l’uomo e l’uomo aver la vita (cfr. Dt 5,24). Colui che opera tutto in tutti nella sua grandezza e potenza, é invisibile e indescrivibile a tutti gli essere da lui creati, non resta però sconosciuto; tutti infatti, per mezzo del suo Verbo, imparano che il Padre é unico Dio, che contiene tutte le cose e dà a tutte l’esistenza, come sta scritto nel vangelo: «Dio nessuno lo ha mai visto; proprio il Figlio Unigenito, che é nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18). Fin dal principio dunque il Figlio é il rivelatore del Padre, perché fin dal principio é con il Padre e ha mostrato al genere umano nel tempo più opportuno le visioni profetiche, la diversità dei carismi, i ministeri e la glorificazione del Padre secondo un disegno tutto ordine e armonia. E dove c’é ordine c’é anche armonia, e dove c’é armonia c’é anche tempo giusto, e dove c’é tempo giusto c’è anche beneficio. Per questo il Verbo si é fatto dispensatore della grazia del Padre per l’utilità degli uomini, in favore dei quali ha ordinato tutta l’«economia» della salvezza, mostrando Dio agli uomini e presentando l’uomo a Dio. Ha salvaguardato però l’invisibilità del Padre, perché l’uomo non disprezzi Dio e abbia sempre qualcosa a cui tendere. Al tempo stesso ha reso visibile Dio agli uomini con molti interventi provvidenziali, perché l’uomo non venisse privato completamente di Dio, e cadesse così nel suo nulla, perché l’uomo vivente é gloria di Dio e vita dell’uomo é la visione di Dio. Se infatti la rivelazione di Dio attraverso il creato dà la vita a tutti gli esseri che si trovano sulla terra, molto più la rivelazione del Padre che avviene tramite il Verbo é causa di vita per coloro che vedono Dio (Lib. IV,20,5-7; SC 100,640-642.644-648).
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MessaggioOggetto: 6 luglio   Mer Lug 06, 2011 10:23 pm

6 LUGLIO

SANTA MARIA GORETTI
VERGINE E MARTIRE


Biografia: Nacque a Corinaldo presso Ancona nel 1890 e benché illetterata diede chiari segni di santità fin da piccola. Trasferitasi nel Lazio, e precisamente a Ferriere di Conca presso Nettuno, a causa delle condizioni disagiate della famiglia, ivi si prendeva cura dei fratellini e di altri bambini, quando la madre era al lavoro. Il padre morì che ella aveva dieci anni a causa delle disumane condizioni di lavoro a cui erano sottoposti molti operai in quella zona. Tentata da un giovane, oppose sempre un netto rifiuto ad ogni compromesso, finché questi vistosi rifiutato ancora una volta, fu mosso da un impeto di rabbia e colpì Maria ripetutamente con un coltello. La fanciulla morì a soli dodici anni martire della purezza. Alla sua canonizzazione nel 1950 hanno partecipato la madre, la sua famiglia e il suo assassino.

Martirologio: A Nettuno, nel Lazio, Santa Maria Goretti, piissima fanciulla, crudelissimamente uccisa per la difesa della propria verginità, che il papa Pio XII solennemente annoverò nel catalogo delle sante Vergini e costituì celeste Patrona, con sant’Agnese, delle Associazioni delle Figlie di Maria.

Dagli scritti
Dal «Discorso per la canonizzazione di santa Maria Goretti» di Pio XII, papa
Come tutti sanno, questa vergine inerme dovette sostenere un’asprissima lotta: improvvisamente contro di lei si scatenò una torbida e cieca bufera, che cercò di macchiare e violare il suo angelico candore. Impegnata in tanta battaglia avrebbe potuto ripetere al redentore divino le parole dell’aureo libro dell’Imitazione di Cristo: «Se sarò tentata e tormentata da molte tribolazioni, non temerò finché sarà con me la tua grazia. Essa é la mia forza; essa mi dona consiglio e aiuto. E più forte di tutti i nemici». Così sostenuta dalla grazia divina, a cui corrispondeva generosamente, donò la sua vita, ma non perse la gloria della verginità. In questa vita di umile fanciulla, che brevemente abbiamo tratteggiato, possiamo ammirare non solo uno spettacolo degno del cielo, ma ancora degno di essere considerato e ammirato in questo nostro secolo. Imparino i padri e le madri come bisogna educare rettamente, santamente e fortemente i figli affidati loro da Dio e come bisogna conformarli ai precetti della religione cattolica, in modo che, quando la loro virtù si troverà in pericolo, possano, con l’aiuto della grazia, uscirne vittoriosi, integri, incotaminati. Impari la spensierata fanciullezza, la balda giovinezza a non tendere miseramente ai fugaci piaceri del senso, non agli affascinanti allettamenti dei vizi, ma piuttosto impari ad aspirare, anche tra le difficoltà, a quella cristiana perfezione che tutti possiamo raggiungere con la volontà decisa, sostenuta dalla grazia soprannaturale, con lo sforzo, la preghiera. Non tutti certamente siamo chiamati a subire il martirio, ma tutti siamo chiamati a raggiungere la virtù cristiana. La virtù richiede forza, ché, se non arriva al grado eroico di questa fanciulla, non di meno richiede un’attenzione diuturna, diligente da non tralasciarsi mai fino alla fine della vita. Perciò piò chiamarsi quasi un lento e continuato martirio, a consumare il quale ci ammonisce la divina parola di Gesù Cristo: «Il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono» (Mt 11,12). A questo, dunque, tendiamo tutti, sostenuti dalla celeste grazia: a questo ci inviti la santa vergine e martire Maria Goretti. Dal cielo, dove gode una beatitudine eterna, ottenga dal divin redentore con le sue preghiere che tutti noi, secondo la nostra condizione, seguiamo il suo luminoso esempio con volontà forte e la condotta coerente.
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MessaggioOggetto: 11 luglio   Lun Lug 11, 2011 8:38 am

11 LUGLIO

SAN BENEDETTO DA NORCIA
ABATE
PATRONO D’EUROPA


Biografia: Verso l’anno 480 Benedetto nasce nei pressi di Norcia, in Umbria. Compie gli studi fondamentali presso le scuole della cittadina. Nel 496-500 è a Roma a perfezionare la sua formazione umanistica in vista di un futuro lavoro. Disgustato dal disordine morale che opprimeva il clima della città, si ritira ad Affile, tra Fiuggi e Tivoli. La fama che si sparge dopo un primo miracolo, lo spinge a nascondersi per dedicarsi soltanto a Dio in una vita di preghiera e di penitenza. Raggiunge Subiaco. Prima del 505 è chiamato per breve tempo a dirigere una comunità monastica a Vicovaro (Tivoli). I religiosi però si ribellano e tentano di avvelenarlo. Benedetto ritorna alla grotta di Subiaco. Fonda nella valle dell’Aniene una dozzina di monasteri. La sua famiglia monastica cresce notevolmente e diviene un centro di irradiamento spirituale. Superate varie difficoltà interiori (tentazioni) ed esterne (minacce di un prete invidioso) Benedetto, con alcuni monaci, si reca a Cassino. Siamo nell’anno 529. Dopo un’intensa opera di evangelizzazione, si costruisce un nuovo centro monastico: Montecassino. Il santo si distingue sempre per una vita di preghiera intensa e per una dedizione totale ai suoi monaci. Per essi redige una “Regola”. Guida anime accogliendo come ospiti persone di ogni ceto sociale, anche vescovi e laici. Re Totila incontra il santo a Montecassino dove si reca a fargli visita nel 546. Dopo aver dato inizio ad una nuova fondazione monastica, a Terracina, il 21 marzo del 547, o di qualche anno immediatamente successivo, san Benedetto muore subito dopo aver ricevuto la comunione. Nel 577, come aveva predetto il santo, per la prima volta viene distrutta Montecassino. Per la quarta volta il monastero sarà raso al suolo il 15 febbraio 1944. Gregorio Magno (+ 604), autore dei “Dialoghi”, in cui un intero libro è dedicato al “vir Dei”, uomo di Dio, Benedetto, ha contribuito in prima persona ad avvolgere la personalità dell’abate di Monte Cassino in un’atmosfera di sacralità. La celebrazione dell’11 luglio si riferisce alla “depositio” o “translatio”, attestata dal secolo VIII in Francia e in Germania; è celebrata ovunque fin dall’età carolingia.

Dagli scritti
Nulla anteporre all’amore di Cristo da “La liberté bénédictine” di J. Leclercq
San Benedetto gode di un’enorme libertà nei confronti di tutto e di tutti, fatta eccezione per Dio, beninteso. È una libertà che corrisponde innanzitutto ad una esigenza intrinseca del monachesimo in quanto fenomeno spontaneo. Lo è fin dalle origini; al tempo di Benedetto lo è a Roma come da ogni altra parte. Ovunque questo fenomeno appare come il risultato non di leggi o di obblighi, bensì di influenze venute dall’oriente, dall’Africa, dalla Gallia e accolte da ciascun fondatore o abate di monastero secondo la sua natura e la sua grazia. Benedetto opera delle scelte: ecco il fatto rilevante. La sua Regola implica un gran numero di opzioni fra le varie possibilità offerte dalla tradizione. Tali scelte tuttavia sono, a seconda delle persone, più o meno libere, oppure più o meno determinate dalle circostanze del loro tempo, dalla cultura e dall’ambiente. Che ne è nel caso di Benedetto? La risposta la dà il margine di libertà che egli lascia a quanti verranno dopo di lui e persino a quanti, ai suoi tempi, non solo in altri luoghi, ma nella sua stessa casa adotteranno il programma da lui tracciato: riconosce loro il diritto di fare delle scelte diverse dalle sue, a condizione di situarsi all’interno di ciò che egli considera come un assoluto: l’amore di Cristo – “nulla anteporre all’amore di Cristo. Nulla sia più caro di Cristo” (Regola 4,21; 5,2) – e la volontà di servirlo seguendo la vita monastica. “Scegliere”, “unire”: ecco le due parole che meglio riassumono la libertà di cui dà testimonianza al sua opera. Solamente un essere libero ha questa capacità di ridurre certe antinomie apparenti o reali, superando le contraddizioni che disorientano coloro che sono legati da altre catene che non siano quelle dell’amore di Cristo. Tra i vari testi, istituzioni, modelli, santi - un Antonio, un Basilio, un Agostino - tra i diversi monachesimi - orientale, africano, italiano – tra le differenti tradizioni liturgiche, egli deve operare una scelta e la opera. Fa tesoro di tutto ciò che può rientrare nel suo disegno e realizza la simbiosi di tutte le esigenze primarie, tralasciando di adottare delle osservanze di dettaglio che finirebbero per escludersi a vicenda. Ispirandomi ad uan mirabile espressione del suo biografo Gregorio Magno, sarei tentato di dire che Benedetto era libero non tanto per nascita, ma in virtù del suo carattere, della grazia e della conquista che aveva fatto di se stesso. Benedetto ha il dono di essere totalmente dipendente e nel contempo interamente libero. Obbedisce a Dio e alla Chiesa con una sovrana padronanza di se stesso e di tutto il resto. Sì, bisogna ammetterlo: la stabilità che prescrive resta avvolta da una certa oscurità, ma l’obbedienza che insegna è estremamente chiara, illimitata, ma non cieca; comporta delle scelte, dei giudizi personali. Consiste, e l’ha fatto egli stesso – nel sottomettersi a tutto ciò che si impone nell’ambito infinito delle esigenze dell’amore di Dio, offrendo però questo sacrificio di se stessi con la gioia dello Spirito santo. Restare fedele alla tradizione ricevuta senza essere legati al passato: questo l’esempio lasciato da Benedetto e che i suoi figli avrebbero imitato.

Dalla «Regola» di san Benedetto, abate
Non antepongano a Cristo assolutamente nulla
Prima di ogni altra cosa devi chiedere a Dio con insistenti preghiere che egli voglia condurre a termine le opere di bene da te incominciare, perché non debba rattristarsi delle nostre cattivi azioni dopo che si é degnato di chiamarci ad essere suoi figli. In cambio dei suoi doni, gli dobbiamo obbedienza continua. Se non faremo così, egli come padre sdegnato, sarà costretto a diseredare un giorno i suoi figli e, come signore tremendo, irritato per le nostre colpe, condannerà alla pena eterna quei malvagi che non l’hanno voluto seguire alla gloria. Destiamoci, dunque, una buona volta al richiamo della Scrittura che dice: È tempo ormai di levarci dal sonno (cfr. Rm 13,11). Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente la voce ammonitrice che Dio ci rivolge ogni giorno: «Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori» (Sal 94,8). E ancora: «Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese» (Ap 2,7).E che cosa dice? Venite, figli, ascoltate, vi insegnerò il timore del Signore. Camminate mentre avete la luce della vita, perché non vi sorprendono le tenebre della morte (cfr. Gv 12,35). Il Signore cerca nella moltitudine del popolo il suo operaio e dice: C’é qualcuno che desidera la vita e brama trascorrere giorni felici? (cfr. Sal 33,13). Se tu all’udire queste parole rispondi: Io lo voglio! Iddio ti dice: Se vuoi possedere la vera e perpetua vita, preserva la lingua dal male e le tue labbra non pronunzino menzogna: fuggi il male e fà il bene: cerca la pace e seguila (cfr. Sal 33,14-15). E se farete questo, i miei occhi saranno sopra di voi e le mie orecchie saranno attente alle vostre preghiere: prima ancora che mi invochiate dirò: Eccomi. Che cosa vi é di più dolce, carissimi fratelli, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, poiché ci ama, ci mostra il cammino della vita. Perciò, cinti i fianchi di fede e della pratica di opere buone, con la guida del vangelo, inoltriamoci nelle sue vie, per meritare di vedere nel suo regno colui che ci ha chiamati. Ma se vogliamo abitare nei padiglioni del suo regno, persuadiamoci che non ci potremo arrivare, se non affrettandoci con le buone opere. Come vi é uno zelo cattivo e amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’é uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. In questo zelo i monaci devono esercitarsi con amore vivissimo; e perciò si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza le infermità fisiche e morali degli altri, si prestino a gara obbedienza reciproca. Nessuno cerchi il proprio utile, ma piuttosto quello degli altri, amino i fratelli con puro affetto, temano Dio, vogliano bene al proprio abate con sincera e umile carità. Nulla assolutamente anteponiamo a Cristo e così egli, in compenso, ci condurrà tutti alla vita eterna (Prologo 4-22; cap. 72,1-12; CSEL 75,2-5.162-163).
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MessaggioOggetto: 14 luglio   Gio Lug 14, 2011 7:58 pm

14 LUGLIO

SAN CAMILLO DE LELLIS
SACERDOTE
PATRONO DEI MALATI E DEGLI INFERMIERI


Biografia: 1550-1614. Nativo degli Abruzzi, dopo aver fatto per alcuni anni il soldato tentò di entrare fra i cappuccini, ma dovette lasciarli a causa di una malattia incurabile ad una gamba; trovò la sua vocazione nel servizio dei poveri, per i quali fondò la congregazione di infermieri chiamata Ministri degli Infermi, approvata nel 1591. In precedenza era stato ordinato sacerdote da Thomas Goldwell di St. Asaph, l’ultimo vescovo inglese della vecchia gerarchia. Canonizzato nel 1746, fu dichiarato da Leone XIII santo patrono dei malati e degli infermieri.

Dagli scritti
Dalla “Vita di san Camillo”, scritta da un suo compagno
Servire il Signore nei fratelli
Cominciando dalla santa carità, come radice di tutte le virtù e come dono a lui più familiare, dico che san Camillo fu così infiammato di questa santa virtù, non solo verso Iddio, ma anche verso il prossimo, e particolarmente verso gli infermi. La loro vista bastava da sola ad intenerirlo, a commuoverlo e a fargli dimenticare completamente ogni altra attrattiva o soddisfazione terrana. Quando serviva qualcuno di loro pareva struggersi di amore e compassione e volentieri avrebbe preso sopra di sé ogni male per raddolcire il loro dolore, e alleviarli dalle infermità. Considerava tanto vivamente la persona di Cristo negli infermi, che spesso quando dava loro da mangiare, immaginandosi che essi fossero il suo Signore, domandava loro la grazia e il perdono dei suoi peccati. Stava con tale riverenza dinanzi a loro come stese proprio alla presenza del Signore. Non parlava mai d’altro, né più spesso, né con maggior fervore, che della santa carità, e l’avrebbe voluta imprimere nel cuore di tutti gli uomini. Per infiammare i suoi religiosi a questa santa virtù, soleva spesso ricordare loro le dolcissime parole di Gesù Cristo: «Ero malato e mi avete visitato» (Mt 25,36), le quali in verità pareva che gli fossero scolpite nel cuore, tante volte le diceva e ripeteva. Camillo era uomo di tanta carità, che aveva pietà e compassione non solo verso gli infermi e i moribondi, ma anche in generale verso tutti gli altri poveri e miserabili. Aveva il cuore pieno di tanta pietà verso i bisognosi, che soleva dire: Quando non si trovassero poveri nel mondo, gli uomini dovrebbero andare a cercarli e cavarli di sotto terra per far loro del bene, e usar loro misericordia (Ed. S. Cicatelli, Vita del P. Camillo de Lellis, Viterbo, 1615).
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MessaggioOggetto: 15 luglio   Gio Lug 14, 2011 7:59 pm

15 LUGLIO

SAN BONAVENTURA
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Giovanni Fidanza era nato a Bagnoregio (Viterbo) nel 1218. Bam¬bino fu guarito da san Francesco, che avrebbe esclamato: « Oh bona Ventura »: gli rimase per nome, ed egli fu davvero una « buona Ventura » per la Chiesa. Volle farsi francescano, studiò filosofia e teologia a Parigi e vi fu a lungo professore. Eletto superiore generale del suo ordine, l’organizzò e diresse saggiamente, tanto da esserne chiamato: « secondo fondatore e padre »; infatti, Francesco non aveva lasciato alcuna precisa costituzione. Per averlo vicino a Roma, il Papa lo nominò vescovo di Albano e cardinale, incaricandolo di preparare il Concilio Ecumenico di Lione II per l’unione dei cristiani Latini e Greci. La sua teologia, agostiniana di mente e di spirito, e fortemente cristocentrica, lo rendeva capace di capire profondamente la teologia orientale. Aperto il Concilio il 7 maggio 1274, si giunse il 28 giugno a un accordo per l’unione (purtroppo rotto in seguito); ma il 15 luglio Bonaventura moriva, assistito dal papa Gregorio X. Pochi mesi prima era morto san Tommaso d’Aquino, di cui era amicissimo. Bonaventura era uomo di azione e di governo, pratico e speculativo, ricco di equilibrato sentimento e simpaticamente « umano ». Vedeva un fondamentale accordo fra le arti, le scienze, la filosofia, la teologia, la storia. Raramente scienza e fede s’erano viste tanto armonizzate in un uomo, e soprattutto così animate dall’amore; era un grande contemplativo, un mistico. Per questo è stato onorato dei titolo di «Dottore serafico».

Dagli Scritti
Dall’opuscolo «Itinerario della mente a Dio» di san Bonaventura, vescovo
Cristo è la via e la porta. Cristo è la scala e il veicolo. È il propiziatorio collocato sopra l’arca di Dio (cfr. Es 26,34). È «il mistero nascosto da secoli» (Ef 3,9). Chi si rivolge a questo propiziatorio con dedizione assoluta, e fissa lo sguardo sul crocifisso Signore mediante la fede, la speranza, la carità, la devozione, l’ammirazione, l’esultanza, la stima, la lode e il giubilo del cuore, fa con lui la Pasqua, cioè il passaggio; attraversa con la verga della croce il Mare Rosso, uscendo dall’Egitto per inoltrarsi nel deserto. Qui gusta la manna nascosta, riposa con Cristo nella tomba come morto esteriormente, ma sente, tuttavia, per quanto lo consenta la condizione di viatori, ciò che in croce fu detto al buon ladrone, tanto vicino a Cristo con l’amore: «Oggi sarai con me nel paradiso!» (Lc 23,43). Ma perché questo passaggio sia perfetto, è necessario che, sospesa l’attività intellettuale, ogni affetto del cuore sia integralmente trasformato e trasferito in Dio. È questo un fatto mistico e straordinario che nessuno conosce se non chi lo riceve. Lo riceve solo chi lo desidera, non lo desidera se non colui che viene infiammato dal fuoco dello Spirito Santo, che Cristo ha portato in terra. Ecco perché l’Apostolo afferma che questa mistica sapienza è rivelata dallo Spirito Santo. Se poi vuoi sapere come avvenga tutto ciò, interroga la grazia, non la scienza, il desiderio non l’intelletto, il sospiro della preghiera non la brama del leggere, lo sposo non il maestro, Dio non l’uomo, la caligine non la chiarezza, non la luce ma il fuoco che infiamma tutto l’essere e lo inabissa in Dio con la sua soavissima unzione e con gli affetti più ardenti. Ora questo fuoco è Dio e questa fornace si trova nella santa Gerusalemme; ed è Cristo che li accende col calore della sua ardentissima passione. Lo può percepire solo colui che dice: L’anima mia ha preferito essere sospesa in croce e le mie ossa hanno prescelto la morte! (cfr. Gb 7,15). Chi ama tale morte, può vedere Dio, perché rimane pur vero che: «Nessun uomo può vedermi e restar vivo» (Es 33,20). Moriamo dunque ed entriamo in questa caligine; facciamo tacere le sollecitudini, le concupiscenze e le fantasie. Passiamo con Cristo crocifisso, «da questo mondo al Padre», perché, dopo averlo visto, possiamo dire con Filippo: «Questo ci basta» (Gv 14,8); ascoltiamo con Paolo: «Ti basta la mia grazia» (2Cor 12,9); rallegriamoci con Davide, dicendo: «Vengono meno la mia carne e il mio cuore; ma la roccia del mio cuore è Dio, è Dio la mia sorte per sempre» (Sal 72,26). «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, da sempre, per sempre. Tutto il popolo dica: Amen» (Sal 105,48).
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MessaggioOggetto: 22 luglio   Ven Lug 22, 2011 8:39 am

22 LUGLIO

SANTA MARIA MADDALENA


Biografia: Maria, oriunda di Màgdala, in Galilea, si pose al servizio di Gesù dopo essere stata da lui guarita (Lc 8,2). Partecipò alla sepoltura del corpo del Signore e fu la prima a riconoscere il Risorto (Gv 20,11-18). Non vi sono che indizi assai tenui per identificarla con la peccatrice perdonata da Gesù in casa del fariseo (Lc 7,36-50) o con Maria sorella di Lazzaro e di Marta. La Chiesa orientale le ha sempre considerate e venerate distinte. La nuova liturgia delle ore ed eucaristica è tutta orientata a mostrare Maria di Magdala quale prima fortunata testimone della risurrezione di Cristo ai fratelli, inviata a loro da Cristo stesso (Gv 20,1-2.11-18).

Dagli scritti
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunse: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20,10-11). In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trasfigurato. Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10,22). Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiunsero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41,3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico de Cantici: Io sono ferita d’amore (cfr. Ct 4,9). E di nuovo dice: L’anima mia è venuta meno (cfr. Ct 5,6). «Donna perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15). Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui. «Gesù le disse: Maria!» (Gv 20,16). Dopo che l’ha chiamata con l’appellativo generico del sesso senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale. Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: «Rabbunì», cioè «Maestro»: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.
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MessaggioOggetto: 26 luglio   Mar Lug 26, 2011 10:17 pm

26 LUGLIO

SANTI GIOACCHINO ED ANNA
GENITORI DELLA BEATA VERGINE MARIA


Biografia: Secondo un’antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant’Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1,17). O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54,1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9,6). Questo bambino é Dio. O Gioacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7,16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo. O Gioachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi. O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97,4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

Scrutare il piano di Dio
La memoria dei genitori di Maria di Nazareth, non è una pia devozione, ma, seguendo la liturgia, è un modo per riflettere sulle radici della nostra salvezza. Essa, infatti, non è qualcosa che accade all’improvviso e senza nessuna preparazione, ma tutto avviene con gradualità. Scopriamo, quindi, che Dio ha educato il suo popolo ed ha chiamato persone (i re, i profeti, i sacerdoti) perché più da vicino collaborassero alla sua opera, ha cercato gente semplice perché comprendesse appieno i suoi disegni, ha ordinato tutto secondo il bene e la realizzazione del suo progetto. Capire questo, vuol dire considerare i santi, come quelli proposti oggi, nell’ottica di Dio e non in una mera prospettiva umana: non sono solo intercessori, ma persone concrete che hanno vissuto la loro storia personale e sociale leggendo tutto in una prospettiva di fede, nella speranza di vedere la salvezza.
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MessaggioOggetto: 1° agosto   Lun Ago 01, 2011 8:46 am

1° AGOSTO

SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI
VESCOVO E DOTTORE DELLA CHIESA


Biografia: Nacque a Napoli nel 1696. Laureatosi in diritto civile ed ecclesiastico si fece sacerdote e fondò la Congregazione del Santissimo Redentore. Attese alla predicazione per promuevere tra il popolo la vita cristiana e scrisse libri specialmente di teologia morale, della quale è ritenuto maestro. Eletto vescovo di Sant’ Agata dei Goti, rinunziò poco dopo alla carica e morì nel 1787 presso i suoi a Nocera dei Pagani (Paganj) in Campania.

Dagli scritti
Dalla «Pratica di amare Gesù Cristo» di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo
Tutta la santità e la perfezione di un’anima consiste nell’amar Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene e nostro Salvatore. La carità é quella che unisce e conserva tutte le virtù che rendono l’uomo perfetto. Forse Iddio non si merita tutto il nostro amore? Egli ci ha amati sin dall’eternità. «Uomo, dice il Signore, considera ch’io sono stato il primo ad amarti. Tu non eri ancora al mondo, il mondo neppure v’era ed io già t’amavo. Da che sono Dio, io t’amo». Vedendo Iddio che gli uomini si fan tirare dà benefici, volle per mezzo de’ suoi doni cattivarli al suo amore. Disse pertanto: «Voglio tirare gli uomini ad amarmi con quei lacci con cui gli uomini si fanno tirare, cioè coi legami dell’amore» Tali appunto sono stati i doni fatti da Dio all’uomo. Egli dopo di averlo dotato di anima colle potenze a sua immagine, di memoria, intelletto e volontà, e di corpo fornito dei sensi, ha creato per lui il cielo e la terra e tante altre cose tute per amor dell’uomo; acciocché servano all’uomo, e l’uomo l’ami per gratitudine di tanti doni. Ma Iddio non é stato contento di donarci tutte queste belle creature. Egli per cattivarsi tutto il nostro amore é giunto a donarci tutto se stesso. L’Eterno Padre é giunto a darci il suo medesimo ed unico Figlio. Vedendo che noi eravamo tutti morti e privi della sua grazia per causa del peccato, che fece? Per l’amor immenso, anzi, come scrive l’Apostolo, pel troppo amore che ci portava, mandò il Figlio diletto a soddisfare per noi, e così renderci quella vita che il peccato ci aveva tolta. E dandoci il Figlio (non perdonando al Figlio per perdonare a noi), insieme col Figlio ci ha donato ogni bene: la sua grazia, il suo amore e il paradiso; poiché tutti questi beni sono certamente minori del Figlio: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32).
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MessaggioOggetto: Santità   Dom Apr 15, 2012 12:18 am

Smile Smile Smile
Lettera di padre Maurizio (Ottobre 2010)
I primi giorni del mese di novembre sono nella nostra memoria legati al ricordo dei nostri defunti e alla visita ai cimiteri. Ma facilmente dimentichiamo che la commemorazione dei defunti è preceduta dalla festa di Tutti i Santi.
Siamo per una strana coincidenza invitati prima a pensare alla santità e poi alla morte dei nostri cari. Certo quando parliamo di santità pensiamo subito ai santi che sono venerati sugli altari, per cui spesso la santità ci appare come un ideale difficile da raggiungere e quindi destinato a pochi campioni di vita cristiana. Spesso vediamo i santi come super eroi, dediti nella loro vita a digiuni, penitenze e macerazioni.
Non possiamo invece dimenticare che la festa di Tutti i Santi è in realtà la festa di una grande famiglia, che coinvolge e unisce il cielo e la terra in una grande gioia.
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MessaggioOggetto: Santi Padri   Lun Mar 18, 2013 1:10 pm

study study study

alcuni dei “miei” 7 (col primo ancora non c’ero) saliranno agli onori degli Altari, ma tutti gli uomini sono chiamati alla “Santità”.
i “motti” degli stemmi dei Papi denotano da subito come saranno i pontificati.
Like a Star @ heaven
Ambrogio Damiano Achille RattiPio XI (1922/1939): La pace di Cristo nel regno di Cristo.

Eugenio Maria Giuseppe Giovanni PacelliPio XII (1939/1958): La pace è l’opera della giustizia.

Angelo Giuseppe RoncalliGiovanni XXIII (1958/1963): Obbedienza e pace.

GiovanniBattista Enrico AntonioMaria MontiniPaolo VI (1963/1978): Nel nome del Signore.

Albino Luciani Giovanni Paolo I (1978 /33 giorni):Umiltà (già nell’unico nome di Battesimo, in emergenza dalla levatrice appena nato - e subito abolisce la sedia gestatoria!!!).

Carol Jòzef WojtylaGiovanni Paolo II (1978/2005): Tutto tuo.

Joseph Aloisius RatzingerBenedetto XVI (2005/2013 per coraggiosissima rinuncia): Collaboratori della verità.

Jorge Mario Bergoglio - Francesco (2013/speriamo per moltissimo e la Chiesa ritornerà Chiesa!!!): Con misericordia e decisione.
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lode allo Spirito Santo e una preghiera per tutti.

study study study
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MessaggioOggetto: tutti siamo chiamati alla santità   Dom Nov 29, 2015 6:56 pm

Papa Francesco non si stanca di ripeterlo, ma è un compito difficile.

La sua santità, invece, è evidente dall'amore che emana verso tutti
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MessaggioOggetto: Re: SANTITA': UOMINI E OPERE   

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SANTITA': UOMINI E OPERE
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