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 COMMEMORAZIONI E CELEBRAZIONI

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patrizia
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MessaggioOggetto: COMMEMORAZIONI E CELEBRAZIONI   Dom Gen 04, 2009 1:34 pm

santa EPIFANIA santa

Il termine 'epifania' veniva utilizzato dai greci per indicare l'azione o la manifestazione di una divinità (mediante miracoli, visioni, segni, ecc.).

Nel III secolo, i cristiani iniziarono a commemorare, con il termine Epifania, le manifestazioni divine (come i miracoli, i segni, le visioni, ecc.) di Gesù. In particolare, tra queste manifestazioni si sono sottolineate: l'adorazione da parte dei Re Magi, il battesimo di Gesù ed il primo miracolo avvenuto a Cana.
Oggi con questo termine si intende, invece, la prima manifestazione pubblica della divinità, con la visita dei Magi.

Nel mondo ortodosso, alcuni usano il termine Epifania per indicare la festa che cade sempre il 6 gennaio (o tredici giorni più tardi nelle Chiese che seguono il calendario giuliano) e viene più correntemente chiamata Teofania. In questo giorno viene celebrato il battesimo di Gesù nel Giordano, mentre la visita dei Magi, commemorata dai Cattolici di rito latino e da altre Chiese occidentali in una festa a sé, nelle chiese di rito bizantino viene celebrata il giorno stesso del Natale.

king I Magi sono stati interpretati come Re Magi per l'influsso di Isaia 60,3, e sono stati attribuiti loro i loro nomi di Melchiorre (semitico), Gaspare (camitico) e Baldassarre (giapetico).
Secondo il Vangelo di Matteo (2,2) i Magi (non precisati nel numero), guidati in Giudea da una stella , portano in dono a Gesù bambino, riconosciuto come "re dei Giudei" (Mt 2,2), oro (omaggio alla sua regalità), incenso (omaggio alla sua divinità) e mirra (anticipazione della sua futura sofferenza redentrice) e lo adorano, autorevoli esponenti di un popolo totalmente estraneo al mondo ebraico e mediterraneo.

Like a Star @ heaven « Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: "Dov'è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo".
Per Stella di Betlemme, impropriamente detta stella cometa, si intende il fenomeno astronomico che, secondo il racconto del Vangelo di Matteo (2,1-12.16), guidò i Re Magi a fare visita a Gesù appena nato.

Il fondamento storico del racconto è discusso. Storici non-cristiani e alcuni biblisti cristiani lo vedono come un particolare leggendario. Altri biblisti cristiani ne ammettono la veridicità, e in particolare sarebbe da identificare con una triplice congiunzione di Giove e Saturno verificatasi nel 7 a.C. Il particolare ha comunque avuto una straordinaria fortuna artistica, in particolare nelle rappresentazioni della natività e del presepe.

La comune dicitura "stella cometa" risale al fatto che Giotto, a inizio XIV secolo, la disegnò appunto come una cometa, impressionato dal recente passaggio della Cometa di Halley.
E' stato infine rilevato che gli annali astronomici cinesi registrano nel febbraio/marzo del 5 a.C. l'apparizione di un oggetto brillante, probabilmente una nova, che rimase visibile per circa 70 giorni tra le costellazioni dell'Aquila e del Capricorno.
Se i Magi si misero in viaggio dalla Mesopotamia al suo apparire, poterono raggiungere la Giudea in aprile/maggio: in quel periodo, all'alba era visibile da Gerusalemme in direzione sud, cioè verso Betlemme, in perfetta corrispondenza con il racconto evangelico. Like a Star @ heaven

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MessaggioOggetto: GIORNO DELLA MEMORIA   Mar Gen 27, 2009 10:20 am

27GENNAIO: GIORNO DELLA MEMORIA


In occasione della “giornata della memoria” (27 gennaio) si ritorna almeno per un momento a pensare a cosa è accaduto solo pochi decenni orsono in un continente come l’Europa, culla di una grande civiltà, quella nata dalla sintesi tra cultura greca e romana da un lato, e dalla tradizione spirituale giudaico-cristiana dall’altro. Pochi decenni orsono, nel bel mezzo di un periodo storico che può a buon diritto essere definito come il “secolo d’oro “ della scienza e della tecnologia, cioè di quella razionalità che si basa sulla sperimentazione, sulla ricerca di una verità basata sui fatti, contro ogni dogmatismo, un popolo civilissimo e colto, quello della nazione germanica, è stato indotto da una ideologia aberrante a ritenere giusto ed anzi doveroso programmare “scientificamente” lo sterminio di un altro popolo, quello di Israele.
Il significato della “giornata della memoria” non è certo quello di compiere gesti di stanca ritualità, o dar vita a manifestazioni connotate da vuota retorica, ma piuttosto quello di indurci a riproporre a noi stessi la domanda, semplice ma nel contempo angosciosa: come è potuto accadere tutto ciò?
È stato detto, e giustamente, per dare se non una risposta almeno un tentativo di spiegazione a quella vicenda che ha macchiato di un marchio indelebile d’infamia il “secolo breve” che da poco si è chiuso, che “il sonno della ragione genera mostri”. Ed è verissimo. Ma, di quale “ragione” si parla in questa affermazione?
Questa frase ha senso solo se allude ad una razionalità aperta al riconoscimento dei valori morali fondanti la civile convivenza tra gli uomini. Sono valori che oggi si esprimono nella riaffermazione di quei “diritti degli uomini e dei popoli” che possono, e devono, essere riconosciuti come tali da tutti proprio per il loro carattere di valori universali, che valgono per tutti in tutti i luoghi della Terra e in ogni momento della storia dell’umanità: perché sono valori che accomunano e non discriminano, che uniscono e non dividono. Perché sono valori che appartengono a tutti gli uomini, e sono costitutivi dell’ essenza dell’uomo, ed in quanto tali inalienabili.
Il rispetto della persona umana, della sua vita e della sua dignità, dei suoi diritti a vivere una esistenza degna del suo “essere uomo”, nella libertà e alla ricerca di una sempre maggiore giustizia nei rapporti sociali, costituiscono una costellazione di valori che presuppone un valore fondante, originario: quello che proclama ad alta voce che tutti gli uomini sono uguali, al di là di ogni diversità di fede religiosa o di colore della pelle, di genere o di credo politico.
Accettare il “diverso”, includerlo nelle nostre comunità chiedendo solo il rispetto reciproco dei valori su cui si basa una convivenza che non mortifichi l’umanità dell’uomo: riuscire a farlo significa vivere appieno quella razionalità che non si chiude ai valori etici, ma li incorpora in sé stessa e dà un senso pieno anche a quell’esercizio alto della razionalità che è la ricerca scientifica basata sul metodo che Galileo ha introdotto aprendo davvero la strada alla costruzione della modernità.
Ecco allora il significato di un ricordo non inutile, di una “memoria” non meramente esteriore: viviamo in un periodo storico in cui sembra profilarsi il rischio di uno “scontro di civiltà”, ma anche quello in cui milioni di esseri umani migrano da un continente all’altro. Sono vicende di valenza davvero “epocale”, a cui dobbiamo rapportarci con una visione etica ben precisa, quella che deriva dal riconoscimento della validità dei diritti degli uomini e dei popoli di cui si diceva.
Sarà questo l’unico antidoto con cui combattere fondamentalismi e fanatismi, oggi pericolosamente riaffermati da minoranze estremiste che mettono il mondo sempre più in una situazione di rischio permanente, a causa del terrorismo diffuso a livello internazionale e delle risposte militari inutili e dannose che il terrorismo innesca.
Per questo dobbiamo esercitare il dovere della memoria: perché anche oggi il mondo e le nostre stesse società corrono rischi enormi di conflitti e di tensioni. Per questo non possiamo accettare né revisionismi di ricostruzioni storiche non basate sui fatti, né volontà di rimozioni volute sulla base di accecamenti ideologici, né all’interno delle nostre nazioni né in altre, siano l’Iran per la Shoa o la Turchia per il genocidio armeno.
Dimenticare o, peggio, non voler riconoscere il male compiuto nel passato è la premessa più pericolosa per dar spazio alla tentazione di commettere ancora i tragici errori dei quali la nostra coscienza collettiva di uomini indegni di essere chiamati tali si è macchiata.
Nel ricordo il monito: mai più sterminii o volontà di sopraffazione tra i popoli. Perché ormai il rischio, in una realtà mondiale globalizzata, è la autodistruzione dell’intera umanità.
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MessaggioOggetto: FESTA DELLA DONNA   Dom Mar 08, 2009 4:27 pm

8 MARZO


FESTA DELLA DONNA


La Festa della Donna è una festività internazionale celebrata in molti paesi l’8 marzo. È un giorno di celebrazione per le conquiste sociali, di lotta per le associazioni femministe. Le origini della festa dell’8 Marzo risalgono al lontano 1908, quando, pochi giorni prima di questa data, a New York, le operaie dell’industria tessile Cotton scioperarono per protestare contro le terribili condizioni in cui erano costrette a lavorare. Lo sciopero si protrasse per alcuni giorni, finché l’8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte della fabbrica per impedire alle operaie di uscire. Allo stabilimento venne appiccato il fuoco e le 129 operaie prigioniere all’interno morirono arse dalle fiamme. Successivamente questa data venne proposta come giornata di lotta internazionale, a favore delle donne, da Rosa Luxemburg, proprio in ricordo della tragedia.

La mimosa come simbolo e dono in questa giornata è una usanza italiana.
La scelta del fiore-simbolo è stata fatta nel 1946 della Unione Donne Italiane (UDI ) e fu scelta la mimosa, che tra l’altro fiorisce proprio nel periodo della festa, perché il giallo esprime vitalità, forza e gioia; il giallo poi rappresenta il passaggio dalla morte alla vita e ricorda le donne che si sono battute per la nascita di un mondo giusto.

Oltre ad avere una valenza sociale (in questa giornata vi sono molte conferenze e iniziative dedicate all’emancipazione femminile).
Nel corso degli anni, quindi, sebbene non si manchi di festeggiare queste data, è andato in massima parte perduto il vero significato della festa della donna, perché la grande maggioranza delle donne approfitta di questa giornata per uscire da sola con le amiche per concedersi una serata diversa, magari all’insegna della “trasgressione”, che può assumere la forma di uno spettacolo di spogliarello maschile, come possiamo leggere sui giornali, che danno grande rilevanza alla cosa, riproponendo per una volta i ruoli invertiti.
Aggiungo io, emancipazione è sinonimo di crescita, e la crescita non consiste nell’avere la libertà di fare gli stessi errori degli uomini, ma nell’avere la libertà di non farli!
È diventata una data commerciale (una festa consumistica, non più un ricordo di un lutto), nemmeno una festa, e nella maggior parte dei casi nessuno ne conosce le origini.
Ovviamente (per non offendere nessuno) voglio ricordare quella parte di donne che non si sono mai sognate di trasgredire.
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MessaggioOggetto: SS. Trinità   Dom Giu 07, 2009 10:54 am


7 giugno 2009 - Solennità della SS. Trinità
da patrizia, per la preghiera insieme della domenica

Signore nostro Dio, crediamo in te, Padre e Figlio e Spirito Santo.
Perché la Verità non avrebbe detto: Andate, battezzate tutte le genti nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, se Tu non fossi Trinità.
Né avresti ordinato, Signore Dio, che fossimo battezzati nel nome di chi non fosse Signore Dio.
E una voce divina non avrebbe detto: Ascolta Israele: Il Signore Dio tuo è un Dio unico, se Tu non fossi Trinità in tal modo da essere un solo Signore e Dio.
E se Tu fossi Dio Padre e fossi pure il Figlio tuo Verbo, Gesù Cristo, e il Vostro Dono lo Spirito Santo, non leggeremmo nelle Sacre Scritture: Dio ha mandato il Figlio suo, né Tu, o Unigenito, diresti dello Spirito Santo: Colui che il Padre manderà in mio nome e: Colui che io manderò da presso il Padre.
Dirigendo la mia attenzione verso questa regola di fede, per quanto ho potuto, per quanto tu mi hai concesso di potere, ti ho cercato ed ho desiderato di vedere con l' intelligenza ciò che ho creduto, ed ho molto disputato e molto faticato.
Signore mio Dio, mia unica speranza, esaudiscimi e fa sì che non cessi di cercarti per stanchezza, ma cerchi sempre la tua faccia con ardore.
Dammi Tu la forza di cercare, Tu che hai fatto sì di essere trovato e mi hai dato la speranza di trovarti con una conoscenza sempre più perfetta.
Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza; dove mi hai aperto ricevimi quando entro; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso.
Fa' che mi ricordi di te, che comprenda te, che ami te. Aumenta in me questi doni, fino a quando Tu mi abbia riformato interamente.
So che sta scritto: Quando si parla molto, non manca il peccato, ma potessi parlare soltanto per predicare la tua parola e dire le tue lodi!
Non soltanto eviterei allora il peccato, ma acquisterei meriti preziosi, pur parlando molto. Perché quell' uomo di cui Tu fosti la felicità non avrebbe comandato di peccare al suo vero figlio nella fede, quando gli scrisse: Predica la parola, insisti a tempo e fuori tempo.
Non si dovrà dire che ha molto parlato colui che non taceva la tua parola, Signore, non solo a tempo, ma anche fuori tempo?
Ma non c'erano molte parole, perché c'era solo il necessario.
Liberami, o mio Dio, dalla moltitudine di parole di cui soffro nell' interno della mia anima misera alla tua presenza e che si rifugia nella tua misericordia.
Infatti non tace il pensiero, anche quando tace la mia bocca.
Se almeno non pensassi se non ciò che ti è grato, certamente non ti pregherei di liberarmi dalla moltitudine di parole.
Ma molti sono i miei pensieri, tali quali Tu sai che sono i pensieri degli uomini, cioè vani.
Concedimi di non consentirvi e, anche quando vi trovo qualche diletto, di condannarli almeno e di non abbandonarmi ad essi come in una specie di sonno. Né essi prendano su di me tanta forza da influire in qualche modo sulla mia attività, ma almeno siano al sicuro dal loro influsso i miei giudizi, sia al sicuro la mia coscienza, con la tua protezione.
Parlando di Te un sapiente nel suo libro, che si chiama Ecclesiastico, ha detto: Molto potremmo dire senza giungere alla meta, la somma di tutte le parole è: Lui è tutto.
Quando dunque arriveremo alla tua presenza, cesseranno queste molte parole che diciamo senza giungere a Te; Tu resterai, solo, tutto in tutti, e senza fine diremo una sola parola, lodandoti in un solo slancio e divenuti anche noi una sola cosa in Te.
Signore, unico Dio, Dio-Trinità, sappiano essere riconoscenti anche i tuoi per tutto ciò che è tuo di quanto ho scritto in questi libri.
Se in essi c' è del mio, siimi indulgente Tu e lo siano i tuoi.
Amen.

(Sant'Agostino)

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MessaggioOggetto: feste ballerine   Dom Nov 29, 2009 1:18 am

flower flower flower

benché la festa di San Giuseppe Calasanzio ricorra il 25 agosto, è facolta delle parrocchie calasanziane, quale protettore dei ragazzi del catechismo, la si può celebrare nel mese di novembre.
a napoli hanno fatto festa (anche col mercatino di oggetti preparati dai bambini) mercoledì scorso, 25 novembre
qui da noi a cornigliano, domenica 15 e padre giacomo ha consegnato il mandato a catechisti e allenatori, regalando a tutti un piccolo Tau da mettere al collo!

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VINCENZO

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MessaggioOggetto: INIZIO SETTIMANA DI PREGHIERA PER I CRISTIANI   Lun Gen 18, 2010 9:44 am

18 GENNAIO 2010

INIZIO DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI


«Se due di voi sopra la terra si accorderanno per domandare qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli ve la concederà» (Mt 18,19). Questa solenne assicurazione di Gesù ai suoi discepoli sostiene anche la nostra preghiera. Ha inizio oggi la ormai tradizionale settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18 – 25 gennaio), appuntamento importante per riflettere sul dramma della divisione della comunità cristiana e domandare assieme a Gesù stesso «che tutti siano una cosa sola affinché il mondo creda» (Gv 17,21). La preghiera «per l’unione di tutti» coinvolge in forme, tempi e modi diversi cattolici, ortodossi e protestanti, accomunati dalla fede in Gesù Cristo, unico Signore e Salvatore.
La preghiera per l’unità fa parte di quel nucleo centrale che il Concilio Ecumenico Vaticano II chiama «l’anima di tutto il movimento ecumenico» (Unitatis redintegratio, 8), nucleo che comprende appunto le preghiere pubbliche e private, la conversione del cuore e la santità di vita. Questa visione ci riporta al centro del problema ecumenico che è l’obbedienza al Vangelo per fare la volontà di Dio con il suo aiuto necessario ed efficace. Il Concilio lo ha esplicitamente segnalato ai fedeli dichiarando: «Con quanta più stretta comunione essi saranno – saremo – uniti con il Padre, con il Verbo e con lo Spirito Santo, con tanta più intima e facile azione potranno accrescere le mutue relazioni fraterne» (Unitatis redintegratio, 7).
Gli elementi che, nonostante la divisione permanente congiungono ancora i cristiani, sostengono la possibilità di elevare una preghiera comune a Dio. Questa comunione in Cristo sorregge tutto il movimento ecumenico e indica lo scopo stesso della ricerca dell’unità di tutti i cristiani nella Chiesa di Dio. Ciò distingue il movimento ecumenico da ogni altra iniziativa di dialogo e di rapporti con altre religioni e ideologie. Anche in questo era stato preciso l’insegnamento del decreto sull’ecumenismo del Concilio Ecumenico Vaticano II: «A questo movimento per l’unità, chiamato ecumenico, partecipano quelli che invocano la Trinità e professano la fede in Gesù Signore e Salvatore» (Unitatis redintegratio, 1). Le preghiere comuni che si svolgono nel mondo intero particolarmente in questo periodo, oppure attorno alla Pentecoste, esprimono inoltre la volontà di comune impegno per il ristabilimento della piena comunione di tutti i cristiani. Queste preghiere comuni «sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell’unità» (Unitatis redintegratio, 8). Con tale affermazione il Concilio Ecumenico Vaticano II interpreta in sostanza quanto dice Gesù ai suoi discepoli ai quali assicura che se due si accorderanno sulla terra per chiedere qualcosa al Padre che è nei cieli, egli la concederà perché dove due o tre sono riuniti nel suo nome egli è in mezzo a loro. Dopo la resurrezione egli assicura ancora che sarà sempre con loro «tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). È la presenza di Gesù nella comunità dei discepoli e nella loro stessa preghiera, che ne garantisce l’efficacia. Tanto da promettere che «tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo» (Mt 18,18).
Ma non ci limitiamo ad impetrare. Possiamo anche ringraziare il Signore per la nuova situazione faticosamente creata dalle relazioni ecumeniche tra i cristiani nella ritrovata fraternità per i forti legami di solidarietà stabiliti, per la crescita della comunione e per le convergenze realizzate – certamente in modo diseguale – tra i vari dialoghi. Il futuro sta davanti a noi. Il Santo Padre Giovanni Paolo II di felice memoria – che tanto ha fatto e sofferto per la questione ecumenica – ci ha opportunamente insegnato che «riconoscere quanto Dio ha già concesso è la condizione che ci predispone a ricevere quei doni ancora indispensabili per condurre a compimento l’opera ecumenica dell’unità» (Ut unum sint, 41). Pertanto, continuiamo a pregare perché siamo consci che la santa causa del ristabilimento dell’unità dei cristiani supera le nostre povere forze umane e che l’unità in definitiva è dono di Dio.
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MessaggioOggetto: 25 GENNAIO 2010 - FINE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI   Lun Gen 25, 2010 11:23 am

25 GENNAIO 2010

FINE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L'UNITA' DEI CRISTIANI


Per felice consuetudine, la conclusione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani viene celebrata il 25 gennaio, festa della conversione di San Paolo, evento centrale non solo per l’apostolo, ma per tutta la Chiesa delle origini. Siamo perciò sollecitati a fissare il nostro sguardo sulla figura di Paolo di Tarso, sulla Settimana di preghiera e, infine, sulla relazione dell’uno e dell’altra con l’impegno solenne assunto dalla Chiesa cattolica di lavorare instancabilmente alla ricomposizione dell’unità di tutti i cristiani. Nella prima lettura della liturgia odierna (At 22,3-16) si può ascoltare Paolo narrare, nel tempio di Gerusalemme, ai suoi fratelli ebrei, la vicenda sconvolgente della sua conversione. Come affermano gli altri due racconti dell’evento, contenuti nel libro degli Atti (At 9,1-8; 26,2-18) Saulo-Paolo attribuisce la propria radicale trasformazione alla visione di Gesù Nazareno, che egli si accaniva a perseguitare e che gli si para davanti, sulla strada verso Damasco. Se ogni conversione, o metànoia, è opera della grazia divina, cioè dell’intervento immediato e radicale di Dio nel cuore dell’uomo, quella di Paolo lo è in sommo grado. Il Signore Gesù si è mostrato a Paolo e ha preso a dialogare con lui, che, già convinto fariseo, impreparato a questa manifestazione e ad essa ostile, non ha potuto opporvi resistenza. Abbiamo ascoltato nella lettura la voce stessa di Paolo, che avvia lo straordinario dialogo: che devo fare, o Signore?. La risposta di Gesù, non ancora esplicita ma già risolutiva, lo incita a dirigere i suoi passi verso la Chiesa di Damasco: «Là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 22,10). Questa esperienza, che trasforma Saulo in Paolo apostolo, ci insegna, ancora una volta, come i grandi eventi, determinanti per la vita della Chiesa, scaturiscano dalla grazia del Signore, il quale interviene nella nostra vita personale, nei nostri cuori, plasma la storia della Chiesa, come e quando egli vuole. Così, contrariamente ad ogni aspettativa e a quelle dello stesso Paolo, la vicenda della sua conversione è celebrata da secoli, nella liturgia della Chiesa, come avvenimento miracoloso. Durante questa settimana e dappertutto nel mondo, si è pregato per la piena unità e la perfetta comunione di tutti i credenti in Cristo. Solo la misericordia del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo potrà concedere l’ineffabile grazia della piena comunione ai cristiani, che, rinati per il tramite del Battesimo, dalla morte alla vita, professano Cristo figlio di Dio e Salvatore, anche se non vivono ancora in piena comunione di fede e di vita cristiana. Il fatto che l’unità sia esclusivamente dono divino non vanifica il nostro slancio, anzi lo fonda, lo giustifica e gli conferisce vero significato. Le nostre azioni per il ristabilimento dell’unità possono sembrare non adeguate e i nostri sforzi impari per raggiungerla; i mezzi possono apparire inadeguati, e deboli i risultati raggiunti. Così può sembrare lento il ritmo impresso all’opera a favore dell’unità, specie se paragonato al tempo di rapidi cambiamenti in cui siamo chiamati a vivere. Impressione non del tutto falsa. Infatti, le iniziative varie, i dialoghi intrapresi, le relazioni nuovamente instaurate, un certo modo di crescere insieme come Chiesa, e persino la comune testimonianza data al nome dell’unico Cristo per la salvezza dell’umanità, per fronteggiare i problemi e le necessità del mondo di oggi, pur essendo indispensabili e forieri dell’unità futura, e pur derivando da una comunione già esistente, sono di per sé insufficienti a raggiungere tale unità. Lo stupendo “edificio”, la “casa” evocata dal salmista e nella quale sarà “dolce” e “gioioso” per “i fratelli essere insieme” (Sal 133(132), 1), sarà “edificata” solo dal Signore (Sal 127(126), 1). La liturgia di oggi ci sollecita, pertanto, in modo del tutto speciale, a elevare la nostra umile e fervida supplica per ottenere questa grazia suprema dell’unità per mezzo di Cristo, nostro unico mediatore, che offre il suo unico sacrificio nella celebrazione eucaristica. Se il significato della settimana di preghiera è esattamente compreso e vissuto, la preghiera quotidiana per l’unità deve occupare il primo posto non solo durante la Settimana ad essa dedicata, ma ogni giorno della nostra vita. Ogni cristiano, convinto che l’impegno per l’unità è primario nel suo cammino verso Cristo, e volendo restare fedele a questo impegno, sa bene che qualsiasi azione intrapresa, individualmente o assieme agli altri, ha di per sé bisogno della preghiera al comune Signore, affinché fecondi ogni parola e ogni gesto, in modo che questi ricevano da lui il loro vero valore e possano farci progredire verso l’unità. La settimana di preghiera deve costituire il culmine di una preghiera ininterrotta. Poiché è preghiera comune, fatta dai cristiani ancora divisi, ma già uniti dallo stesso Battesimo e dalla comune fede in Cristo, unico Salvatore, essa è, ogni anno, un passo avanti nel cammino dell’unità, una felice anticipazione di quel traguardo supremo; è, infine, testimonianza della comune convinzione che l’unità è dono gratuito del Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo. A conclusione di questa settimana di preghiera, durante la quale abbiamo voluto rivivificare e ritemprare il nostro impegno ecumenico di fronte al Signore, non è inutile ribadire tale principio. L’unità a cui aspiriamo, per la quale operiamo e soffriamo e soprattutto preghiamo, rivolgendoci con umile supplica alla santissima Trinità, è l’unità perfetta, improntata all’esempio e al modello della suprema unità divina, nella distinzione delle tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. È unità nella fede, unità nei sacramenti, unità di magistero, unità di guida pastorale. Unità delle menti e dei cuori, ma anche unità visibile. Unità tra i cristiani, ma anche tra le Chiese e comunità ecclesiali. L’unità più radicale e più profonda che ci sia mai concessa nell’opacità e tra le debolezze di questa nostra storia. Questa unità, che abbiamo connotato, non deve essere confusa con l’uniformità, con l’appiattimento dell’individualità e dell’identità di ciascuna legittima tradizione cristiana. L’unità che ricerchiamo non consiste nell’identificazione di una tradizione con un’altra; nell’accomodamento di una tradizione all’altra. Essa è tensione verso il raggiungimento, per dono di Dio, di quella totale fedeltà a tutto il suo disegno, così come è espresso nei Vangeli, come ci parla attraverso la grande tradizione ecclesiale, come si professa nell’unica fede, nella celebrazione degli stessi sacramenti, nella comunione con tutti i vescovi stabiliti per pascere il popolo di Dio (cfr. At 20,28) e uniti tra loro intorno al successore di Pietro. E tutto ciò nel rispetto dei valori e delle ricchezze di ogni tradizione particolare e di ogni cultura, secondo l’insegnamento del Concilio Ecumenico Vaticano II nel decreto sull’ecumenismo (Unitatis redintegratio). Ho voluto ricercare con voi, in questa circostanza, il volto dell’unità per cui in questa settimana abbiamo pregato, rievocando l’esperienza e meditando l’esempio dell’apostolo Paolo, del quale celebriamo oggi l’ingresso nella Chiesa. Il primo annuncio del Concilio Ecumenica Vaticano II, come ben ricordiamo, fu dato da Giovanni XXIII proprio in questo stesso giorno, il 25 gennaio 1959. Il Vaticano II resta l’avvenimento fondamentale nella vita della Chiesa contemporanea: fondamentale per l’approfondimento delle ricchezze affidatele da Cristo, il quale in essa e per mezzo di essa prolunga e partecipa agli uomini il mysterium salutis (mistero della salvezza), l’opera della redenzione; fondamentale per il contatto fecondo col mondo contemporaneo al fine dell’evangelizzazione e del dialogo a tutti i livelli e con tutti gli uomini di retta coscienza. Credo che il Vaticano II, per ognuno di noi, debba essere sempre il costante punto di riferimento di ogni mia azione pastorale. Occorre incessantemente rifarsi a quella sorgente.
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MessaggioOggetto: 27 GENNAIO 2010 - GIORNO DELLA MEMORIA   Mer Gen 27, 2010 10:40 am

27 GENNAIO 2010

GIORNO DELLA MEMORIA


Il 27 gennaio si celebra in tutta Italia il “Giorno della Memoria” in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti. In tale ricorrenza sul territorio nazionale vengono organizzati incontri, cerimonie di rievocazione dei fatti e momenti comuni di riflessione per mantenere viva la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia dell’Europa e del nostro Paese, allo scopo di scongiurare il ripetersi di simili eventi.
Conoscere e ricordare la Shoah può essere di valido aiuto per meglio comprendere le ramificazioni del pregiudizio e del razzismo; per realizzare una pacifica convivenza tra etnie, culture e religioni differenti; per creare, infine, attraverso la valorizzazione delle diversità, una società realmente interculturale. Facendo emergere le pericolose insidie del silenzio di fronte all’oppressione, il ricordo della Shoah permette anche la maturazione nei giovani di un’etica della responsabilità individuale e collettiva.
Il “Giorno della Memoria” è stato istituito con la legge 211 del 20 luglio 2000, al fine di ricordare, da una parte, la data (27 gennaio 1945) dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz e commemorare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione, la deportazione, la prigionia e lo sterminio dei cittadini ebrei, dall’altra, tutti coloro che si opposero al progetto di genocidio, non esitando a salvare altre vite e a proteggere in condizioni difficili i perseguitati, anche mettendo a rischio la propria esistenza. Distante solo pochi chilometri da Cracovia, Auschwitz fu il più grande campo di sterminio. Si calcola che solo in quel luogo vennero uccise fino a un milione e 300mila persone, il 90% delle quali ebree. I nazisti perseguitarono, oltre agli ebrei, anche zingari, serbi, testimoni di Geova, omosessuali, oppositori al regime di tutte le nazionalità, delinquenti abituali, slavi, malati di mente, disabili, mendicanti e vagabondi.
Il 1° novembre 2005 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, riunita a New York, ha aderito alla celebrazione della ricorrenza chiedendo agli Stati membri di “mettere a punto programmi educativi per scolpire nelle memorie delle generazioni future gli insegnamenti dell’Olocausto, per aiutare a prevenire gli atti di genocidio”.
Presso il Ministero dell’Interno, in data 30 gennaio 2004, è stato istituito il Comitato contro la discriminazione e l’antisemitismo. Il Comitato ha il compito di esercitare un costante monitoraggio sui pericoli di regressione verso forme di intolleranza, razzismo, xenofobia ed antisemitismo e di individuare gli strumenti educativi e sanzionatori per contrastare efficacemente ogni comportamento ispirato da odio religioso o razziale. Si avvale dell’apporto informativo e della collaborazione delle Prefetture-Uffici Territoriali del Governo.
Credo, purtroppo, che non si farà mai abbastanza per contrastare la mostruosità dei crimini commessi dai nazisti. Voglio manifestare tutta la mia solidarietà e vicinanza al popolo ebreo, perché nei loro confronti era in atto una scientifica politica di annientamento. Voglio esprimere la mia preoccupazione per la sordina che si mette allo sterminio di altre categorie (zingari, omosessuali, disabili, testimoni di Geova, militari prigionieri), ma soprattutto politici (triangolo rosso). Non si può ridurre il crimine dei nazisti e dei loro fiancheggiatori solo all’aspetto più orribile: lo sterminio degli ebrei. Non si può dimenticare il proibire le libertà democratiche, i giornali di opposizione, le elezioni libere e democratiche, i sindacati, le associazioni, picchiare, uccidere, licenziare, incarcerare gli oppositori politici tanto in Germania, come i Italia (e le leggi razziali), in Spagna e negli altri paesi sottoposti a dittatura (sia di destra, sia di sinistra), dove tutto ciò è stato spesso la premessa al massimo dell’obbrobrio.
Il nazismo è stato un disastro da ricordare. Ma ricordiamo anche i militari italiani fedeli al Paese che dopo l’8 settembre 1943 sono stati rastrellati e condotti in campi di concentramento a morire di fame. Nostri nonni sottoposti a fortissime pressioni per fame dei lavoratori schiavi o obbligarli a diventare collaborazionisti. In ogni caso non riconosciuti nel loro status e diritti di prigionieri. Erano chiamati IMI da Internati Militari Italiani: non ricevevano aiuti di alcun tipo da un Paese diviso e distrutto quale era l’Italia. Erano trattati da traditori e in anni di prigionia ne sono morti tanti. Nel dopoguerra sono stati cancellati dalla memoria anche se non erano fascisti ma solo coscritti. Nessuno ne parla più perché non hanno un buon ufficio stampa.
“Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo”. Così Primo Levi, in uno scritto, avvisava i visitatori del più celebre dei campi di sterminio nazisti. E affinché le sue parole e quelle di tanti altri sopravvissuti non rimanessero lettera morta è stata istituita dal parlamento italiano nel 2000 la “Giornata della memoria” dell’Olocausto. La data scelta non è casuale: il 27 gennaio del 1945 i cancelli di Auschwitz venivano aperti dall’Armata rossa, e l’orrore dei lager svelato al mondo. Per questo, da 10 anni, in Italia ma anche in altri paesi europei, questa data è sinonimo di commemorazioni, iniziative, marce, concerti, tutto con un solo obiettivo: non dimenticare.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: 10 FEBBARIO 2010 - GIORNATA DEL RICORDO   Mer Feb 10, 2010 10:11 am

10 FEBBRAIO 2010

GIORNATA DEL RICORDO


Le foibe: “tombe senza nomi e senza fiori dove regna il silenzio dei vivi e il silenzio dei morti”.
È da poco trascorso il 27 Gennaio, “Giornata della Memoria” nella quale abbiamo ricordato la tragedia dell’Olocausto, ed è già arrivato il 10 Febbraio, “Giornata Nazionale del Ricordo”, per dare voce ad un silenzio durato 60 anni. Per ricordare un altro crimine compiuto dall’umanità, la tragedia di migliaia di italiani nelle foibe. Una pulizia etnica senza scrupoli per eliminare gli oppositori all’espansionismo comunista slavo.
Che dire? È del tutto evidente che le crudeltà umane ci sono state sia a destra che a sinistra. E non è onesto distorcere la verità, né tantomeno nasconderla, perché si commetterebbe un crimine ancora più grande.
E allora, ricordiamoci delle nere pagine della storia e, per dirla con le parole del nostro ex presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, ricordiamoci “delle efferatezze che furono conseguenza delle ideologie nazionaliste e razziste dei regimi dittatoriali” - aggiungiamo - di destra e di sinistra.
Ricordiamoci delle foibe per dare voce al silenzio, per combattere l’indifferenza, abbattere le barriere dell’ignoranza voluta e desiderata. Perché quello che profondamente ed intensamente desideriamo è conoscere, sapere, per poter essere veramente liberi di decidere, di scegliere.
Con la Legge N. 92 del 30 marzo 2004 la Repubblica Italiana ha istituito il “Giorno del ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell’esodo giuliano-dalmata, delle vicende del confine orientale” e ha concesso “un riconoscimento ai congiunti degli infoibati”.
Scopo del riconoscimento del Giorno del Ricordo è quello di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale” (articolo 1, comma 1).
La terribile pagina di storia a cui fa riferimento il Giorno del Ricordo è quella che interessò i territori dell’Istria a partire dall’autunno del ‘43, subito dopo l’armistizio, fino al 1947, dove furono rastrellate, deportate e uccise migliaia di persone, per lo più italiani, dai partigiani dell’esercito di Tito.
L’inizio dell’eccidio risale al ‘43, subito dopo l’armistizio, nell’Istria abbandonata dai soldati italiani e non ancora controllata dai tedeschi, quando i partigiani slavi gettarono nelle foibe (fosse rocciose profonde fino a 200 metri) centinaia di cittadini italiani considerati “nemici del popolo”.
Ma fu nel 1945, durante i quaranta giorni dell’occupazione jugoslava, dall’ingresso di Tito il 1 maggio fino all’arrivo delle truppe anglo - americane a metà giugno, che la carneficina delle foibe raggiunse l’apice dell’orrore.
Lo sterminio fu condotto senza distinzioni politiche, razziali ed economiche, seguendo le direttive di Tito che ordinava di eliminare i fautori del nazionalismo. Furono arrestati fascisti, anti-fascisti e partigiani, cattolici ed ebrei, uomini, donne, vecchi e bambini, industriali, agricoltori, pescatori, poliziotti e carabinieri, militari e civili, secondo un disegno che prevedeva l’epurazione attraverso torture, fucilazioni e infoiba menti.
La persecuzione, soprattutto in quella “terra di nessuno” vicina al confine sottoposta all’amministrazione jugoslava, la violenza e l’efferatezza delle esecuzioni, precedute spesso da processi sommari, torture e linciaggi, determinarono l’esodo che nel dopoguerra allontanò quasi tutta la popolazione italiana dall’Istria.
Ancora oggi, dopo circa sessant’anni, non ci sono cifre ufficiali relative ai deportati, agli italiani uccisi durante la prigionia e, soprattutto, agli infoibati scomparsi nell’autunno del ‘43 e nella primavera del ‘45. Non sono, però, gli zeri in più o in meno a ridurre la portata di questa tragedia, di cui è importante conoscere le cause e le dinamiche per evitare che in futuro qualunque essere umano si possa ritrovare protagonista, vittima o carnefice, di una storia di persecuzione.
Il 10 febbraio è un giorno per ricordare, per raccontare, per capire e condividere la memoria dopo anni di silenzio.
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MessaggioOggetto: seconda domenica di pasqua, domenica della MISERICORDIA   Dom Apr 11, 2010 1:32 pm

“DESIDERO CHE TUTTO IL MONDO CONOSCA LA MIA MISERICORDIA” (Diario, 687).

Porgo agli uomini il recipiente,
col quale debbono venire ad attingere le grazie alla sorgente della Misericordia.
Il recipiente è quest’immagine con la scritta: Gesù confido in Te”

(Diario, 327).
“I due raggi (sul quadro) rappresentano il Sangue e l’Acqua. Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime. Entrambi i raggi uscirono dall’intimo della Mia Misericordia, quando sulla croce il Mio Cuore, già in agonia, venne squarciato con la lancia (...). Beato colui che vivrà alla loro ombra, poiché non lo colpirà la giusta mano di Dio”
(Diario, 299).
Gesù io confido in Te!!

(Il DIARIO di santa Faustina) Plock, Polonia “22 Febbraio, 1931
La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande.
Dopo un istante, Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te.
Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici.[/b[b]](...) Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori.

Il compito che il Signore Gesù assegnò a S. Faustina fu, umanamente parlando, irrealizzabile, poiché essa non possedeva delle capacità artistiche che elementari. Ciononostante, cercando di ubbidire alla Divina Volontà, cercava di dipingere il quadro da sola, senza riuscire a farlo.
Le sollecitazioni di Gesù a realizzare questo compito, e dall’altra parte, l’incredulità dei confessori e dei superiori, divennero per S. Faustina una sofferenza personale enorme. Dopo tre anni di permanenza a Plock fu trasferita a Varsavia, ma anche qui pensava continuamente a questa richiesta del Signore Gesù che non fu realizzata. Il Signore Gesù le faceva capire quanto importante nei piani di Dio era questo compito che le fu affidato.
“Ad un tratto vidi il Signore che mi disse: Sappi che, se trascuri di dipingere quell’immagine e tutta l’opera della Misericordia, nel giorno del giudizio risponderai di un gran numero di anime’’ (Diario, 154).
Tuttavia la bontà di Gesù è infinita. Mi aveva promesso un aiuto visibile in terra e l’ho ricevuto dopo poco tempo, a Vilnius. Ho riconosciuto in Don Michele Sopocko quell’aiuto divino. L’avevo conosciuto prima di arrivare a Vilnius grazie ad una visione interiore.
Un giorno lo vidi nella nostra cappella tra l’altare ed il confessionale. Avevo udito improvvisamente nel mio intimo una voce:
Ecco l’aiuto visibile per te sulla terra. Egli ti aiuterà a fare la Mia volontà sulla terra” (Diario, 47-53).

“Una volta che andai dal pittore che stava dipingendo l’immagine e m’accorsi che non era cosi bella come è Gesù, mi rattristai molto per questo, ma lo nascosi nel profondo del cuore. (...) la Madre Superiora rimase in città a sbrigare varie faccende ed io tornai a casa da sola. Andai subito in cappella e mi sfogai piangendo a dirotto. Dissi al Signore: Chi può dipingerTi bello come sei? - All’improvviso udii queste parole: Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia” (Diario, 313).

Grazie agli sforzi di don Michele Sopocko nei giorni 26-28 aprile 1935, l’immagine del Salvatore Misericordioso venne esposta nella finestra della cappella di “Ausros Vartu” a Vilnius (Lituania) e per la prima volta ricevette gli omaggi di numerosi fedeli che pregavano durante le solennità di chiusura del Giubileo della Redenzione del Mondo. Questa solennità coincideva con la prima domenica dopo Pasqua, così come aveva chiesto il Signore Gesù. Santa Faustina vi partecipò, e don Michele Sopocko fece un’omelia sulla Misericordia Divina.

“Quando sono andata ad “Ausros Vartu”, nel corso delle solennità durante le quali venne esposta quell’immagine, sono stata presente alla predica tenuta dal mio confessore (M. Sopocko). Quella predica trattava della Misericordia di Dio. Era la prima di quelle richieste dal Signore Gesù da tanto tempo.
Nel 1941 una commissione di esperti, chiamata per ordine del metropolita confermò l’opinione positiva e pronunciò il seguente giudizio: “questo quadro è eseguito artisticamente e costituisce un patrimonio prezioso nell’arte religiosa contemporanea”.
Durante il pellegrinaggio in Lituania, il 5 settembre 1993, Papa Giovanni Paolo II pregò davanti all’immagine di Gesù Misericordioso a Vilnius. Nel discorso tenuto ai fedeli chiamò questo quadro
“LA SACRA IMMAGINE”
Nella storia delle rivelazioni, è noto soltanto quest’unico caso, in cui il Signore Gesù ordina di dipingere il quadro che rappresenti la Sua effigie, trasmettendone plasticamente l’aspetto.
Dopo che l’immagine fu dipinta, Gesù rivelò più volte a Santa Faustina la Sua presenza viva assumendo proprio l’aspetto rappresentato in questa immagine. In più attraverso la promessa di elargire particolari grazie alle persone che venerano quest’immagine, le diede un valore religioso straordinario.
“Attraverso questa immagine concederò molte grazie,
perciò ogni anima deve poter accedere ad essa”
(Diario, 570).







“Il Mio sguardo da quest’immagine è tale e quale al Mio sguardo dalla croce” (Diario, 326).


Gesù conosce benissimo i tuoi problemi, le tue paure, i tuoi bisogni, la tua malattia e ti vuole aiutare E' un Padre misericordioso che ti aspetta a braccia aperte in qualunque momento. Prendi ora la corona del rosario e pregalo di esaudire le tue necessità: vedrai continui e silenziosi miracoli nella tua vita. Affidati a Lui con la coroncina alla Divina Misericordia, esaudirà tutte le tue richieste ........ti toglierà la tristezza e ti darà la Sua gioia. Non temere,Ti dice : credi forse che Mi manchi l 'onnipotenza per venirti in aiuto ?
Fidati, fidati, fidati di Lui.
Attraverso questa preghiera noi offriamo al Padre Eterno tutta la Persona di Gesù, cioè la Sua divinità e tutta la Sua umanità che comprende corpo, sangue e anima. Offrendo al Padre Eterno il Figlio amatissimo, ci richiamiamo all'amore del Padre per il Figlio che soffre per noi. La preghiera della Coroncina si può recitare in comune o individualmente. Le parole pronunciate da Gesù a Suor Faustina, dimostrano che il bene della comunità e di tutta l’umanità si trova al primo posto:
"Con la recita della Coroncina avvicini a Me il genere umano" (Quaderni…, II, 281).
Alla recita della Coroncina Gesù ha legato la promessa generale:
"Per la recita di questa Coroncina Mi piace concedere tutto ciò che Mi chiederanno" (Quaderni…, V, 124 ).
Nello scopo per il quale viene recitata la Coroncina Gesù ha posto la condizione dell'efficacia di questa preghiera:
"Con la Coroncina otterrai tutto, se quello che chiedi è conforme alla Mia Misericordia" (Quaderni…, VI, 93).
In altre parole, il bene che chiediamo deve essere assolutamente conforme alla volontà di Dio. Gesù ha promesso chiaramente di concedere grazie eccezionalmente grandi a quelli che reciteranno la Coroncina.
1) Chiunque reciterà la Coroncina alla Divina Misericordia otterrà tanta misericordia nell'ora della morte - cioè la grazia della conversione e la morte in stato di grazia - anche se si trattasse del peccatore più incallito e la recita una volta sola....(Quaderni…, II, 122)
2)Quando verrà recitata vicino agli agonizzanti, mi metterò fra il Padre e l'anima agonizzante non come giusto Giudice, ma come Salvatore misericordioso.Gesù ha promesso la grazia della conversione e della remissione dei peccati agli agonizzanti in conseguenza della recita della Coroncina da parte degli stessi agonizzanti o degli altri (Quaderni…, II, 204 - 205)
3) Tutte le anime che adoreranno la Mia Misericordia e reciteranno la Coroncina nell'ora della morte non avranno paura. La Mia Misericordia li proteggerà in quell'ultima lotta (Quaderni…, V, 124).
Gesù ha insegnato a suor Faustina come celebrare l’ora della Misericordia e ha raccomandato di:
• invocare la misericordia di Dio per tutto il mondo, soprattutto per i peccatori;
• meditare la Sua passione, soprattutto l’abbandono nel momento dell’agonia e, in quel caso ha promesso la grazia della comprensione del suo valore.
• Consigliava in modo particolare: "in quell’ora cerca di fare la Via Crucis, se i tuoi impegni lo permettono e se non puoi fare la Via crucis entra almeno per un momento in cappella ed onora il mio Cuore che nel SS.mo Sacramento è pieno di misericordia. E se non puoi andare in cappella, raccogliti in preghiera almeno per un breve momento là dove ti trovi" (Q V, pag. 517).
la preghiera deve essere diretta a Gesù e dovrebbe aver luogo alle tre del pomeriggio;
• deve riferirsi ai meriti della Sua dolorosa passione.

Si recita con la corona del Rosario.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Padre Nostro, Ave Maria, Credo.
Sui grani del Padre Nostro si dice:
Eterno Padre, io Ti offro il Corpo e il Sangue, l'Anima e la Divinità del Tuo dilettissimo Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo, in espiazione dei nostri peccati e di quelli del mondo intero.
Sui grani dell'Ave Maria si dice:
Per la Sua dolorosa Passione, abbi misericordia di noi e del mondo intero.
Alla fine si dice tre volte:
Santo Dio, Santo Forte, Santo Immortale, abbi pietà di noi e del mondo intero.
si termina con l'invocazione
O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù come sorgente di misericordia per noi, confido in Te
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
Padre Nostro
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male. Amen.
Ave Maria
Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen
Credo
Io credo in Dio, Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra; e in Gesù Cristo, suo unico Figlio, nostro Signore, il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine, patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morì e fu sepolto; discese agli inferi; il terzo giorno risuscitò da morte; salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente; di là verrà a giudicare i vivi e i morti. Credo nello Spirito Santo, la santa Chiesa cattolica, la comunione dei santi, la remissione dei peccati, la risurrezione della carne, la vita eterna. Amen.

Preghiera per ottenere la conversione di un peccatore .
Invocare l' intercessione di Suor Faustina Kowalska e recitare con fede :
O sangue ed acqua che scaturisci dal cuore di Gesù, come sorgente di misericordia per noi, io confido in Te!
Gesù: Quando, con fede e con cuore contrito, mi reciterai questa preghiera per qualche peccatore io gli darò la grazia della conversione.
Non temere: Gesù toccherà' il cuore della persona a Lui lontana e gli darà' la grazia della conversione.
Per ogni preghiera puoi chiedere la conversione di un peccatore specifico e non dimenticare MAI l'intercessione di suor Faustina Kowalska .Ogni giorno quando vedi persone che sono lontane dalla fede invoca l'intercessione di suor Faustina e recita questa preghiera.
Al resto penserà' il Signore Gesù'.

BUONA DOMENICA DELLA MISERICORDIA A TUTTI

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MessaggioOggetto: da Enzo, giugno 2010   Dom Giu 27, 2010 1:52 pm

Memoria del Cuore Immacolato di Maria, sabato dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù
Memoria mariana di origine devozionale istituita da Pio XII, l’odierna celebrazione ci invita a meditare sul mistero di Cristo e della Vergine nella sua interiorità e profondità. Maria, che custodisce la parola e i fatti del Signore meditandoli nel suo cuore (Lc 2,19), è dimora dello Spirito Santo, sede della sapienza (Lc 1,35), immagine e modello della Chiesa che ascolta e testimonia il messaggio del Signore. Lo Spirito Santo che ha preparato il Cuore della Vergine Maria a essere la dimora del Cristo e il tempio vivente di Dio. La grazia porta anche a noi la presenza divina, che ci consacra e ci dà gioia.


Dagli scritti

Dai «Sermoni» di san Lorenzo Giustiniani, vescovo


Maria serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore

Maria meditava nel suo cuore tutto ciò che assimilava con la lettura, la vista, l’udito, e che crescita grande realizzava nella fede, che acquisto faceva in meriti, di quanta saggezza veniva illuminata e di quale incendio di carità andava sempre più avvampando! Schiudeva verso di sé la porta dei misteri celesti e si colmava di gioia, si arricchiva copiosamente del dono dello Spirito, orientandosi verso Dio, e nel medesimo tempo si conservava nella sua profonda umiltà. L’opera del dono divino ha questo di caretteristico, che eleva dagli abissi al vertice e porta di gloria in gloria. Beato il cuore della Vergine Maria che, avendo in sé lo Spirito e godendo del suo insegnamento, rimaneva docile alla volontà del Verbo di Dio! Maria non era mossa da un suo sentimento o da proprie voglie, ma seguiva esternamente le vie della fede che la sapienza le suggeriva interiormente. E veramente si addiceva a quella Sapienza divina, che si costruisce a propria abitazione la casa della Chiesa, di servirsi di Maria santissima per inculcare l’osservanza della legge, la norma dell’unità e l’esigenza dell’offerta spirituale. O anima fedele, imita la Vergine Maria. Entra nel tempio del tuo cuore per essere spiritualmente rinnovata ed ottenere il perdono dei tuoi peccati. Ricordati che Dio ricerca piuttosto l’intenzione, con la quale compiamo le nostre azioni, che l’opera medesima che noi facciamo. Perciò sia che ci rivolgiamo con l’anima a Dio mediante la contemplazione e ci dedichiamo a lui, sia che attendiamo al progresso delle virtù e ci occupiamo assiduamente in opere buone a servizio del prossimo, tutto facciamo in modo da sentirci sempre spinti dalla carità. Ripetiamo, infatti, che l’offerta spirituale che purifica noi e sale gradita a Dio, non é tanto l’opera delle nostre mani in se stessa, quanto il sacrificio spirituale che si immola nel tempio del cuore, ravvivato dalla presenza e dal compiacimento di Cristo Signor nostro. (Sermone 8, nella festa della Purificazione della B.V. Maria: Opera, 2, Venezia 1751,38-39).



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MessaggioOggetto: da Enzo, maggio 2010   Dom Giu 27, 2010 3:45 pm

SOLENNITÀ DI PENTECOSTE – MESSA DELLA VIGILIA

Gen 11,1-9 (La si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra)

Sal 32 (Su tutti i popoli regna il Signore)

Rm 8,22-27 (Lo Spirito intercede con gemiti inesprimibili)




Lo Spirito Santo è lo Spirito di Cristo ed è la Persona divina che diffonde nel mondo la possibilità di imitare Cristo, dando Cristo al mondo e facendolo vivere in noi. Nell’insegnamento e nell’opera di Cristo, nulla è più essenziale del perdono. Egli ha proclamato il regno futuro del Padre come regno dell’amore misericordioso. Sulla croce, col suo sacrificio perfetto, ha espiato i nostri peccati, facendo così trionfare la misericordia e l’amore mediante - e non contro - la giustizia e l’ordine. Nella sua vittoria pasquale, egli ha portato a compimento ogni cosa. Per questo il Padre si compiace di effondere, per mezzo del Figlio, lo Spirito di perdono. Nella Chiesa degli apostoli il perdono viene offerto attraverso i sacramenti del battesimo e della riconciliazione e nei gesti della vita cristiana. Dio ha conferito al suo popolo una grande autorità stabilendo che la salvezza fosse concessa agli uomini per mezzo della Chiesa! Ma questa autorità, per essere conforme al senso della Pentecoste, deve sempre essere esercitata con misericordiae con gioia, che sono le caratteristiche di Cristo, che ha sofferto ed è risorto, e che esulta eternamente nello Spirito Santo.
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MessaggioOggetto: da Enzo, maggio 2010   Dom Giu 27, 2010 4:05 pm

13 maggio: Maria SS.ma di Fatima



Biografia: Nostra Signora di Fatima è uno degli appellativi con cui la Chiesa cattolica venera Maria, madre di Gesù. Fra le apparizioni mariane , quelle relative a Nostra Signora di Fatima sono tra le più famose. Secondo il loro racconto, tre piccoli pastori, i fratelli Francisco e Giacinta Marto (9 e 7 anni) e la loro cugina Lucia dos Santos (10 anni), il 13 maggio 1917, mentre badavano al pascolo in località Cova da Iria (Conca di Iria), vicino alla cittadina portoghese di Fatima, riferirono di aver visto scendere una nube e, al suo diradarsi, apparire la figura di una donna vestita di bianco con in mano un rosario, che identificarono con la Madonna. Dopo questa prima apparizione la donna avrebbe dato appuntamento ai bambini per il 13 del mese successivo, e così per altri 5 incontri, dal 13 maggio fino al 13 ottobre. Le apparizioni continuarono e furono accompagnate da rivelazioni su eventi futuri, in particolare: la fine della prima guerra mondiale a breve; il pericolo di una seconda guerra ancora più devastante se gli uomini non si fossero convertiti; la minaccia comunista proveniente dalla Russia, debellabile solo mediante la Consacrazione della nazione stessa al Cuore Immacolato di Maria, per opera del Papa e di tutti i Vescovi riuniti. A conferma della promessa fatta ai tre pastorelli dalla Madonna riguardo a un evento prodigioso, il 13 ottobre 1917 molte migliaia di persone, credenti e non credenti, riferirono di aver assistito ad un fenomeno che fu chiamato "miracolo del sole". Molti dei presenti, anche a distanza di parecchi chilometri, raccontarono che mentre pioveva e spesse nubi ricoprivano il cielo, d'un tratto la pioggia cessò e le nuvole si diradarono: il sole, tornato visibile, avrebbe cominciato a roteare su sé stesso, divenendo multicolore e ingrandendosi, come se stesse precipitando sulla terra. I due fratelli Francesco e Giacinta morirono pochi anni dopo, rispettivamente nel 1919 e nel 1920, a causa dell'epidemia di spagnola che in quegli anni fece molte vittime anche in Portogalle. Lucia invece divenne monaca carmelitana scalza, e mise per iscritto nelle sue Memorie gli eventi accaduti a Fatima, così come lei stessa li aveva visti. Nel 1930 la Chiesa cattolica proclamò il carattere soprannaturale delle apparizioni e ne autorizzò il culto. A Fatima è stato edificato un santuario, visitato per la prima volta da papa Paolo VI il 13 maggio 1967, e in seguito anche da papa Giovanni Paolo II , pontefice molto legato agli avvenimenti del luogo, dove si recò più di una volta in pellegrinaggio.



Dagli scritti

Cari bambini. La mia ultima parola è per i bambini: Cari bambini e bambine, vedo tanti di voi con addosso vestiti simili a quelli usati da Francesco e Giacinta. Vi stanno molto bene! Il guaio è che, questa sera o forse domani, toglierete questi abiti e… i pastorelli spariranno. Non vi pare che non dovrebbero scomparire?! La Madonna ha bisogno di tutti voi per consolare Gesù, triste per i torti che gli si fanno; ha bisogno delle vostre preghiere e dei vostri sacrifici per i peccatori.
Chiedete ai vostri genitori ed ai vostri maestri di inscrivervi alla “scuola” della Madonna, affinché vi insegni a diventare come i pastorelli, i quali cercavano di far quanto Ella chiedeva loro. Vi dico che “si progredisce più in poco tempo di sottomissione e dipendenza da Maria che durante anni interi di iniziative personali, appoggiati soltanto su se stessi” (San Luigi Maria Grignion di Montfort, Trattato della vera devozione alla Santissima Vergine, n. 155). E’ stato così che i pastorelli sono diventati rapidamente santi. Una donna che aveva accolto Giacinta a Lisbona, nel sentire i consigli tanto belli e saggi che la piccola dava, le domandò chi era stato ad insegnarglieli. “È stata la Madonna” - rispose. Lasciandosi guidare, con totale generosità, da una Maestra così buona, Giacinta e Francesco hanno raggiunto in poco tempo le vette della perfezione
(omelia di Sua Santità Giovanni Paolo II, Fatima, 13 maggio 20009).



«Sacrificatevi per i peccatori e dite molte volte, specialmente ogni volta che fate qualche sacrificio: o Gesù, è per Vostro amore, per la conversione dei peccatori e in riparazione dei peccati commessi contro il Cuore Immacolato di Maria!» (Memorie di Suor Lucia, 3.ª Ed., pag. 164).

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MessaggioOggetto: da Enzo, maggio 2010   Dom Giu 27, 2010 4:42 pm

29 aprile: Santa Caterina da Siena, Vergine e Dottore della Chiesa, Patrona d’Italia

Biografia: Nata a Siena nel 1347, sospinta dall’ansia di perfezione, ancora adolescente, entrò tra le Mantellate di san Domenico. Accesa dall’amore di Dio e del prossimo, promosse la pace e la concordia tra le città italiane. Difese i diritti e la libertà del Pontefice Romano, e si prodigò per ristabilire la vita religiosa. Dettò opere dense di dottrina sicura e pervase da afflato spirituale. Morì nel 1380. Fu proclamata Patrona d’Italia da Pio XII il 18 giugno 1939.



Dagli scritti

Dal «Dialogo della Divina Provvidenza» di santa Caterina da Siena, vergine

O Deità eterna, o eterna Trinità, che, per l’unione con la divina natura, hai fatto tanto valere il sangue dell’Unigenito Figlio! Tu. Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l’anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce. Io ho gusto e veduto con la luce dell’intelletto nella tua luce il tuo abisso, o Trinità eterna, e la bellezza della tua creatura. Per questo, vedendo me in te, ho visto che sono tua immagine per quella intelligenza che mi vien donata della tua potenza, o Padre eterno, e della tua sapienza, che viene appropriata al tuo Unigenito Figlio. Lo Spirito Santo poi, che procede da te e dal tuo Figlio, mi ha dato la volontà con cui posso amarti. Tu infatti, Trinità eterna, sei creatore ed io creatura; ed ho conosciuto perché tu me ne hai data l’intelligenza, quando mi hai ricreata con il sangue del Figlio che tu sei innamorato della bellezza della tua creatura. O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell’anima. Tu sei fuoco che toglie ogni freddezza, e illumini le menti con la tua luce, con quella luce con cui mi hai fatto conoscere la tua verità. Specchiandomi in questa luce ti conosco come sommo bene, bene sopra ogni bene, bene felice, bene incomprensibile, bene inestimabile. Bellezza sopra ogni bellezza. Sapienza sopra ogni sapienza. Anzi, tu sei la stessa sapienza. Tu cibo degli angeli, che con fuoco d’amore ti sei dato agli uomini. Tu vestimento che ricopre ogni mia nudità. Tu cibo che pasci gli affamati con la tua dolcezza. Tu sei dolce senza alcuna amarezza. O Trinità eterna! (Cap. 167, Ringraziamento alla Trinità; libero adattamento; cfr. ed. I. Taurisano, Firenze, 1928, II pp. 586-588).



«L’EXULTET» DI CRISTO IN CROCE.

E’ così che Cristo sulla croce emettendo un potente grido di morte, in realtà canta il suo «exultet» di vita. «E dopo ricevuto l’aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E chinato il capo spirò» (Gv 19,30). E’ il compimento. Lo spirito di pace che ne deriva viene comunicato agli uomini. Odi grande pazienza! che non ragguarda all’ingiurie che gli sono fatte in su la Croce; ode il grido dei Giudei, che dall’uno lato gridano crucifige, e dall’altro, che egli discenda dalla croce, e gli grida: «Padre, perdona». E non si muove punto, perchè dicano che egli discenda, ma persevera infino all’ultimo: e con grande letizia gridò, e disse»Consummatum est!» E poniamochè ella paresse parola di tristizia, ella era di letizia… (L. n.101) Cristo aveva tanto desiderato la nostra salvezza, che egli esulta nel compimento della sua missione. La vera pace coincide con la gioia del Servitore. E’ imparando da lui che si emette questo suono di vita, un suono che piace a Dio, una lode a Dio, in suo onore e per la salvezza dell’umanità. Questo suono è irresistibile a Dio e agli altri uomini (Santa Caterina da Siena).



PROCLAMAZIONE DI SANTA CATERINA DA SIENA DOTTORE DELLA CHIESA

OMELIA DEL SANTO PADRE PAOLO VI


Domenica, 3 ottobre 1970



Non è nostra intenzione indugiare nel porre in rilievo come nella vita e nell’attività esterna di Caterina le beatitudini evangeliche abbiano avuto un modello di superlativa verità e bellezza. Tutti voi, del resto, ricordate quanto sia stata libera nello spirito da ogni terrena cupidigia; quanto abbia amato la verginità consacrata al celeste sposo, Cristo Gesù; quanto sia stata affamata di giustizia e colma di viscere di misericordia nel cercare di riportare la pace in seno alle famiglie e alle città, dilaniate da rivalità e da odi atroci; quanto si sia prodigata per riconciliare la repubblica di Firenze con il Sommo Pontefice Gregorio IX, fino ad esporre alla vendetta dei ribelli la propria vita. [...] Caterina da Siena offre nei suoi scritti uno dei più fulgidi modelli di quei carismi di esortazione, di parola di sapienza e di parola di scienza, che san Paolo mostrò operanti in alcuni fedeli presso le primitive comunità cristiane. [...] Ed invero, quanti raggi di sovrumana sapienza, quanti urgenti richiami all’imitazione di Cristo in tutti i misteri della sua vita e della sua Passione, quanti efficaci ammaestramenti per la pratica delle virtù, proprie dei vari stati di vita, sono sparsi nelle opere della Santa! Le sue Lettere sono come altrettante scintille di un fuoco misterioso, acceso nel suo cuore ardente dall’Amore Infinito, ch’è lo Spirito Santo. [...] Caterina fu la mistica del Verbo Incarnato, e soprattutto di Cristo crocifisso; essa fu l’esaltatrice della virtù redentiva del Sangue adorabile del Figliolo di Dio, effuso sul legno della croce con larghezza di amore per la salvezza di tutte le umane generazioni. Questo Sangue del Salvatore, la Santa lo vede fluire continuamente nel Sacrificio della Messa e nei Sacramenti, grazie al ministero dei sacri ministri, a purificazione e abbellimento dell’intero Corpo mistico di Cristo. Caterina perciò potremmo dirla la “mistica del Corpo mistico” di Cristo, cioè della Chiesa. D’altra parte la Chiesa è per lei autentica madre, a cui è doveroso sottomettersi, prestare riverenza ed assistenza. Quale non fu perciò l’ossequio e l’amore appassionato che la Santa nutrì per il Romano Pontefice! Ella contempla in lui “il dolce Cristo in terra”, a cui si deve filiale affetto e obbedienza. [...] Il messaggio di una fede purissima, di un amore ardente, di una dedizione umile e generosa alla Chiesa cattolica, quale Corpo mistico e Sposa del Redentore divino: questo è il messaggio tipico di santa Caterina.


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MessaggioOggetto: per i SACERDOTI   Dom Giu 27, 2010 4:47 pm

Questa domenica, dedicata alla preghiera per i pastori, diventa, quest’anno, densa di significato e di coinvolgimento.
È questo il momento di pregare per i nostri pastori, questo il momento di fare penitenza, di andare all’essenziale. Di chiedere preti santi, a immagine del Santo.
Quanta sofferenza mi raccontano i miei confratelli, persone trasparenti, evangeliche, veramente avvinte dal Signore, che devono comportarsi innaturalmente, senza potere neppure accarezzare la testa di un ragazzo del catechismo, o mantenendo rigidamente le distanze con tutti (come un vigile, non come un padre nella fede!) per non suscitare incomprensioni!
Stiamo attraversando la grande tribolazione, anche a causa delle conseguenze delle nostre colpe. Come, in un corpo ferito, basta qualche cellula infetta per far soffrire l’intero organismo, così accade oggi a noi.
È questo il tempo della preghiera e della conversione, ci ammonisce il Papa. È l’intero corpo che soffre e l’intero corpo deve guarire, purificandosi, facendo penitenza.
Con sguardo profetico e spirituale, papa Benedetto invita tutti noi ad accettare questo momento non per chiuderci a riccio, o lamentarci, o metterci sulle difensive, ma per stringere, forte, la mano del Signore. Nulla ci può rapire dalla sua mano.
Anche se siamo un gregge testardo, incoerente, spelacchiato, il Signore non ci abbandona.
Ancora per dire e per dirci che la Chiesa non è il popolo dei perfetti, ma dei perdonati.
Non il popolo dei giusti, ma dei figli.


( un sacerdote)

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MessaggioOggetto: SABATO SANTO   Dom Giu 27, 2010 5:37 pm

Non ci sono celebrazioni oggi: la Chiesa rivive il mistero della sepoltura di Gesù



Anche oggi non ci sono celebrazioni, se non la Liturgia delle Ore ai piedi della Croce insieme ai sacramenti della Penitenza e dell’Unzione degli infermi. Si può amministrare il Viatico ai moribondi. La Chiesa rivive il mistero della sepoltura di Gesù. Si celebra il riposo del Giusto nella speranza della risurrezione, e perciò merita un’attenzione particolare, specialmente nella preghiera che interrompe il silenzio, proprio di questo giorno, la cui discesa agli inferi, cioè nel regno della morte, ha il significato di richiamarci il valore universale della salvezza che si è manifestata a tutti gli uomini che hanno preceduto il Redentore. Gesù ha voluto condividere questo destino umano, al di là della morte, dato che la valenza della sua incarnazione comportava che egli vivesse fino in fondo la sua solidarietà con l’umanità, caduta nel peccato. Ma anche al di fuori del Sabato santo, noi pure possiamo partecipare a questo stato di morte in molte esperienze di vita cristiana: quando ci sentiamo abbandonati da tutti e più nulla ha senso; quando tutto intorno a noi crolla e ci manca un futuro; quando l’aridità interiore giunge perfino a farci dubitare dell’esistenza di Dio; allora dobbiamo essere sostenuti da una fede che crede nonostante tutto, come le donne che indugiano presso il sepolcro del loro amato Signore.

Nella veglia pasquale il triduo raggiunge il suo culmine sacramentale. Infatti nel nucleo più originale della Pasqua, questa veglia è come una sintesi di tutta la liturgia annuale, perché, attraverso una prolungata celebrazione della Parola e poi della Luce e dell’Acqua, ricupera tutta la ricchezza del simbolismo, che ci permette di accostarci realmente al mistero. L’introduzione della liturgia della luce (benedizione del fuoco e del cero pasquale) con il canto dell’Annuncio della resurrezione ci introduce nella nuova ed eterna alleanza ricostituita fra Dio e l’umanità in Cristo Gesù. La luce è la prima opera della creazione. Ora dal fuoco-luce si accende il cero pasquale, simbolo della luce di Cristo, luce che ha attraversato le tenebre del mondo, della storia e del peccato. La storia della salvezza viene rievocata a tappe nelle letture bibliche in chiave pasquale. La creazione diviene ora ricreazione dalla risurrezione del Signore. Il sacrificio di Abramo è figura del sacrificio di Cristo, vero agnello che toglie il peccato del mondo. L’alleanza, figura nuziale fra Dio e il popolo, è destinata ora a divenire una comunità di discepoli con il Signore. La benedizione dell’acqua del fonte, che richiama il compimento di tanti riferimenti biblici, ci prepara alla celebrazione del Battesimo, o almeno alla rinnovazione dei nostri impegni battesimali. Cristo è risalito dalle acque della morte come noi risorgeremo dal sepolcro, divenuto come il seno materno, fecondo di vita nuova. La commensalità col Risorto diventa per noi il segno sacramentale più efficace per un cammino verso il nostro compimento. Alleluia! Il Signore della vita è risorto. Come Simòn Pietro e l’altro discepolo corriamo anche noi verso quel sepolcro vuoto. Davanti ad esso è stata proclamata la grande rivelazione angelica alle donne, lì accorse per prime: “E’ risorto! Non è qui!” La celebrazione eucaristica del Risorto ci invita a comprendere che l’oggetto della nostra fede non è solo “confessare con le labbra che Gesù è il Signore”, ma anche a credere col cuore, che la salvezza, che proviene dal Risorto, passa attraverso questo memoriale della Pasqua del Cristo. Il Risorto ci ha donato la vita, ma ci comunica anche il potere di dare anche noi la vita ai fratelli per amore, a imitazione sua, “l’amore di Cristo ci spinge verso l’altro”.


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MessaggioOggetto: martedi 10 agosto 2010   Ven Ago 13, 2010 10:24 am

flower Arcidiocesi di Genova
Solennità di San Lorenzo, martedì 10.8.2010
OMELIA

“I tesori della Chiesa”

Carissimi Fratelli e Sorelle nel Signore

1. Siamo qui per la festa di San Lorenzo al quale è dedicata da secoli la Basilica Cattedrale di Genova. Ogni anno, continuando l’antica tradizione, celebriamo la Santa Eucaristia per ringraziare il Signore di questo Diacono, santo e martire. Egli non cedette agli ordini iniqui dell’imperatore Valeriano che, nel terzo secolo, confiscò i beni della Chiesa pena la morte. Lorenzo allora, come si legge in sant’Ambrogio, consegnò tutto ai poveri, li radunò e li presentò all’imperatore dicendo: “Ecco i tesori della Chiesa”. L’episodio è rappresentato in modo mirabile nell’affresco del presbiterio a ricordo perenne della persecuzione di questo giovane, che si concluse con la tortura sul fuoco e la decapitazione.

2. La mentalità del mondo non sempre riesce a comprendere che i beni la Chiesa non sono per sé ma per la vita della comunità e, soprattutto, per i poveri e i bisognosi. E’ sempre così! Non dobbiamo dimenticare che la grande parte del patrimonio della Chiesa è di tipo artistico, storico e culturale: come tale è a disposizione di tutta l’umanità come universale tesoro di bellezza e di fede. La più grande apologia della fede cristiana, la dimostrazione più convincente della sua verità, contro ogni negazione, sono da un lato i Santi, e dall’altro la bellezza che la fede ha generato. Dovremmo, noi moderni, entrare di più nel mondo del bello creato dalla fede, lasciarci maggiormente prendere dal fascino dell’arte cristiana, perché il nostro spirito sia purificato dalle brutture e dalle oscurità interiori, e così intravvedere la luce di Dio. La cultura contemporanea a volte fa difficoltà a generare bellezza: il bello solleva l’anima, riconduce a migliori pensieri, purifica i sentimenti, provoca domande, riporta alla nostra origine, anticipa il Cielo.

3. Ma i beni della Chiesa sono soprattutto dedicati alla vita della comunità cristiana, alle opere educative e pastorali, ai poveri e ai bisognosi. Anche nel contesto attuale, per le note ragioni, la presenza e l’opera di sostegno delle comunità ecclesiali sono capillari ed evidenti, aperti a tutti senza distinzioni. Creano quella rete di solidarietà e di pronto intervento destinata a rispondere a bisogni urgenti e concreti, puntando sempre, per quanto possibile, ad accompagnare verso la soluzione radicale dei problemi e verso l’autonomia delle persone: “Tutta la Chiesa – scrive il Santo Padre - in tutto il essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo” (Caritas in veritate, 11).
La Chiesa non è mai stata un’agenzia di pronto soccorso, ma la famiglia dei credenti in Cristo: ha il compito di annunciare la Speranza, il Signore Gesù, Colui che salva l’uomo dal male più grave, il peccato, e dalla povertà più triste, quella della mancanza di Dio. Senza Dio, infatti, l’uomo non sa dove andare e non comprende se stesso e il suo destino. E proprio perché annuncia la salvezza radicale e apre alla vita piena e vera - quella del cielo - la Chiesa promuove l’uomo nella sua integralità di anima e di corpo, di individuo e di società: crea civiltà e cultura.






4. Come San Lorenzo, la mano della Chiesa si apre aprendo anche il cuore. Ogni gesto di carità evangelica, infatti, non sarebbe tale se non fosse accompagnato dall’amore che nasce dal cuore di Gesù ed abbraccia tutti specialmente i più deboli e bisognosi. La carità è frutto della fede che scalda il cuore, affina l’attenzione al bisogno, rende più generosi nel dare, aumenta la gioia; ma nello stesso tempo, è segno e annuncio della fede perché il pane sia possibilmente accompagnato dalla speranza.
Per questo, la Chiesa in tutti i tempi non si mai limitata ad aiutare coloro che si trovano nell’ indigenza - quasi samaritana della storia - ma, fedele al suo mandato, si è fatta portatrice di verità, la verità di Dio rivelato in Cristo e la verità piena dell’uomo. Ella sa che è Dio il vero garante del bene e del pieno sviluppo dell’uomo, per questo non si stanca di annunciarlo pur in mezzo a difficoltà e prove vecchie e nuove. Solo Dio è la misura vera della dignità, misura che, non derivando da nessuna autorità umana, non può essere diminuita o offesa da nessun potere.
Ella sa che alla radice di tanti mali e di tante povertà vi è il “sottosviluppo morale” come afferma Benedetto XVI (Caritas in veritate, 29); e per questo non cessa di servire il mondo, nella persona amata dei poveri e nella figura delle istituzioni che presiedono il bene comune, anche con il richiamo alla dimensione etica della vita personale e sociale.

5. Il nostro San Lorenzo, con le poche parole riportate dalle cronache – “Ecco i tesori della Chiesa” – indica all’imperatore Valeriano non solo una realtà umana che attende soccorso e giustizia, ma rivela altresì un nuovo modo di pensare e quindi di agire: ricorda che esiste un codice morale che nasce dallo spirito e dalla natura stessa di ogni uomo; ricorda la distinzione tra il bene e il male, e che questa non dipende dall’arbitrio di nessuno; ricorda che tutti un giorno risponderemo ad una Istanza superiore e assoluta che è Dio; ricorda che esistono dei valori per i quali vale la pena non solo di vivere ma anche di morire. Così come ha fatto lui! E noi oggi qui lo preghiamo perché possiamo seguirlo dietro a Cristo.

Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo di Genova
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MessaggioOggetto: da olga agosto 2010   Dom Ago 29, 2010 11:30 am

Il 1° settembre la Giornata per la salvaguardia del creato 2010

"Custodire il creato, per coltivare la pace".

La celebrazione della 5ª Giornata per la salvaguardia del creato costituisce per la Chiesa in Italia un’occasione preziosa per accogliere e approfondire, inserendolo nel suo agire pastorale, il profondo legame che intercorre fra la convivenza umana e la custodia della terra, magistralmente trattato dal Santo Padre Benedetto XVI nel Messaggio per la 43ª Giornata Mondiale della Pace.

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MessaggioOggetto: 11 ottobre 2010   Lun Ott 11, 2010 9:33 am

11 OTTOBRE 2010


“Il Signore è il mio pastore” (Sal 23,1).
Quanto sovente la Chiesa pronunzia queste parole! Oggi desidera pronunziarle in spirito di particolare gratitudine e con volontà rinnovata di totale affidamento.
Oggi, 11 ottobre, è infatti l’anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II. E che cosa è stato questo Concilio, se non un’ennesima conferma dell’amore e della vigile sollecitudine del Signore, che è il buon pastore della sua Chiesa?
Nel tempo opportuno egli riunì i suoi servi, i vescovi di tutto il mondo i quali, accogliendo l’appello di Pietro nella persona del suo successore Giovanni XXIII, vennero sul colle Vaticano per intraprendere un comune lavoro a servizio del gregge, loro affidato.
Apparve chiaro, ancora una volta, che il buon pastore conduce il suo gregge ad “acque tranquille”, dove le pecore possono dissetare le loro anime. Apparve chiaro che egli trova per esse i “pascoli erbosi” e che prepara la mensa del Vangelo nel calore della comunità fraterna.
Il Concilio Vaticano II è stato un momento singolare, nel quale la Chiesa del nostro tempo ha sperimentato la presenza illuminante e rassicurante del buon pastore.
Il significato fondamentale del grande evento ecclesiale, le sue ragioni, i suoi scopi, le sue speranze furono delineati in quel mirabile discorso che Papa Giovanni XXIII pronunciò, quarantotto anni fa, propria in questa data, in occasione della solenne apertura del Concilio.
“I Concili Ecumenici - egli affermava - ogniqualvolta si radunano, sono celebrazione solenne della unione di Cristo e della sua Chiesa e perciò portano a universale irradiazione di verità, retta direzione di vita individuale, domestica e sociale; a irrobustimento di spirituali energie, in perenne elevazione verso i beni veraci ed eterni... Questo massimamente riguarda il Concilio: che il sacro deposito della dottrina cristiana sia custodito e insegnato in forma più efficace”. E spiegava dicendo che “dalla rinnovata, serena e tranquilla adesione a tutto l’insegnamento della Chiesa nella sua interezza e precisione, quale ancora splende negli atti conciliari da Trento al Vaticano I, lo spirito cristiano, cattolico e apostolico del mondo intero attende un balzo innanzi verso una penetrazione dottrinale e una formazione delle coscienze, è necessario che questa dottrina certa e immutabile, che deve essere fedelmente rispettata, sia approfondita e presentata in modo che risponda alle esigenze del nostro tempo. Altra cosa è infatti il deposito stesso della fede, vale a dire le verità contenute nella nostra dottrina degna di venerazione, e altra cosa è la forma con cui quelle vengono enunciate, conservando ad esse tuttavia lo stesso senso e la stessa portata. Bisognerà attribuire molta importanza a questa forma e, se sarà necessario, bisognerà insistere con pazienza nella elaborazione: e si dovrà ricorrere a un modo di presentare le cose, che più corrisponda a un magistero, il cui carattere è preminentemente pastorale”.
In questa prospettiva pastorale i padri del Concilio si sono sforzati di orientare i propri lavori, offrendo alla Chiesa un grandioso corpo di dottrina che tocca un po’ tutti gli aspetti della vita cristiana ed ecclesiale, gettando così nuova luce sulle verità perenni del mistero cristiano.
Meravigliosa è stata la ricchezza di fattori che hanno concorso ai lavori e all’elaborazione di questo Concilio: 2860 padri vi hanno partecipato in rappresentanza delle Chiese presenti ormai in ogni parte della terra.
Anche altre Chiese cristiane e Comunioni ecclesiali hanno voluto partecipare a questo evento inviando loro osservatori.
Non è mancata una presenza del laicato cattolico mediante una significativa rappresentanza di “auditores” e di “auditrices”.
Una vasta schiera di esperti, circa 400 teologi, ha recato il suo valido contributo all’approfondimento dei problemi e alla elaborazione dei documenti. Il Concilio ha potuto così compiere un immenso lavoro di riassunzione del patrimonio dottrinale precedente e, nel contempo, ha tracciato, sulla base di quel patrimonio, un vasto programma di aggiornamento che riguarda pressoché tutti i campi dell’agire cristiano, a livello personale come a livello comunitario. Così che l’insieme degli insegnamenti del Concilio, rettamente inteso e interpretato nel contesto del magistero precedente, può ben dirsi il programma d’azione per il cristiano del nostro tempo.
Uno dei punti principali dell’insegnamento conciliare è stata la dottrina di una grandiosa esaltazione dell’uomo in Cristo. O - potremmo dire - di una speciale “regalità” dell’uomo?
Quanto eloquentemente testimonia di ciò la costituzione dogmatica Lumen gentium (n. 36): “Cristo fattosi obbediente fino alla morte, e perciò esaltato dal Padre (cfr. Fil 2,8-9), entrò nella gloria del suo regno; a lui sono sottomesse tutte le cose fino a che egli sottometta al Padre se stesso e tutte le creature, affinché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,27-28). Questa potestà egli l’ha comunicata ai discepoli, perché anch’essi siano costituiti nella libertà regale e, con l’abnegazione di sé e la vita santa, vincano in se stessi il regno del peccato (cfe. Rm 6,12), anzi, servendo Cristo anche negli altri, con umiltà e pazienza conducano i loro fratelli a quel Re, servire il quale è regnare. Il Signore infatti desidera dilatare il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici, il regno cioè della verità e della vita, il regno della santità e della grazia, il regno della giustizia, dell’amore e della pace; e in questo regno anche le stesse creature saranno liberate dalla schiavitù della corruzione, per partecipare alla gloriosa libertà dei figli di Dio (cfr. Rm 8,21)”.
Quindi, veramente “Il regno dei cieli è simile a un re che fece un banchetto di nozze per suo figlio” (Mt 22, 2).
Nel corso di questi anni la Chiesa e in essa singole comunità hanno anche vissuto molte prove. Diversi fedeli hanno dovuto “camminare in una valle oscura” (cfr. Sal 23,4), in mezzo a varie tribolazioni che hanno potuto suscitare nei loro animi sentimenti di trepidazione e di paura.
Tuttavia il salmista dice: “Non temerò alcun male, perché tu sei con me” (Sal 23,4).
E l’Apostolo riprende il medesimo pensiero, quando scrive nella Lettera ai Filippesi (Fil 4,13): “Tutto posso in colui che mi dà la forza”.
E nelle parole seguenti esprime ancor più pienamente il suo totale affidamento al Signore, quando scrive: “Dio... colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza in Cristo Gesù” (Fil 4,19).
Veramente, cari fratelli e sorelle, occorre che la Chiesa postconciliare diventi, sempre più, comunità che vive un affidamento totale, sull’esempio del salmista, sull’esempio dell’Apostolo.
Non possiamo non richiamare alla nostra memoria un’altra circostanza. Il giorno dell’inaugurazione del Concilio Vaticano II, l’11 ottobre 1962, era, secondo il calendario liturgico di allora, la festa della Maternità di Maria. Attualmente questa solennità è celebrata il 1° gennaio come ottava di Natale. Non dimentichiamo quella ricorrenza liturgica.
Il Concilio ha arricchito la nostra mariologia con uno splendido capitolo sulla Madre di Dio presente costantemente nel mistero di Cristo e della Chiesa.
Chi è questa “beata che ha creduto” (cfr. Lc 1,45) e che precede l’intero popolo di Dio nella peregrinazione della fede? (cfr. Lumen gentium, 58.63).
È lei, la Madre del nostro Signore e Madre della Chiesa: non è stata forse, Maria, presente e assidua nella preghiera, sin dal primo giorno dell’assemblea conciliare, nel questo cenacolo “vaticano” dei tempi nuovi, così come è stata con gli apostoli nel cenacolo gerosolimitano al momento della venuta del Consolatore, lo Spirito di Verità?
Le analogie sono fin troppo eloquenti.
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MessaggioOggetto: SETTIMANA DI PREGHIERA UNITA' CRISTIANI   Gio Gen 20, 2011 11:06 pm

SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI

18 - 25 GENNAIO 2011


UDIENZA GENERALE DI BENEDETTO XVI
Mercoledì, 19 gennaio 2011


Cari fratelli e sorelle,
stiamo celebrando la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, nella quale tutti i credenti in Cristo sono invitati ad unirsi in preghiera per testimoniare il profondo legame che esiste tra loro e per invocare il dono della piena comunione. È provvidenziale il fatto che, nel cammino per costruire l’unità, venga posta al centro la preghiera: questo ci ricorda, ancora una volta, che l’unità non può essere semplice prodotto dell’operare umano; essa è anzitutto un dono di Dio, che comporta una crescita nella comunione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II dice: “Queste preghiere in comune sono senza dubbio un mezzo molto efficace per impetrare la grazia dell’unità e costituiscono una manifestazione autentica dei vincoli con i quali i cattolici rimangono uniti con i fratelli separati: «Poiché dove sono due o tre adunati nel nome mio [dice il Signore], ci sono io in mezzo a loro» (Mt 18,20)” (Concilio Ecumenico Vaticano II, Decreto sull’Ecumenismo Unitatis Redintegratio, 8). Il cammino verso l’unità visibile tra tutti i cristiani abita nella preghiera, perché fondamentalmente l’unità non la “costruiamo” noi, ma la “costruisce” Dio, viene da Lui, dal Mistero trinitario, dall’unità del Padre con il Figlio nel dialogo d’amore che è lo Spirito Santo e il nostro impegno ecumenico deve aprirsi all’azione divina, deve farsi invocazione quotidiana dell’aiuto di Dio. La Chiesa è sua e non nostra.
Il tema scelto quest’anno per la Settimana di Preghiera fa riferimento all’esperienza della prima comunità cristiana di Gerusalemme, così come è descritta dagli Atti degli Apostoli; abbiamo sentito il testo: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42). Dobbiamo considerare che già al momento della Pentecoste lo Spirito Santo discende su persone di diversa lingua e cultura: ciò sta a significare che la Chiesa abbraccia sin dagli inizi gente di diversa provenienza e, tuttavia, proprio a partire da tali differenze, lo Spirito crea un unico corpo. La Pentecoste come inizio della Chiesa segna l’allargamento dell’Alleanza di Dio a tutte le creature, a tutti i popoli e a tutti i tempi, perché l’intera creazione cammini verso il suo vero obiettivo: essere luogo di unità e di amore.
Nel brano citato degli Atti degli Apostoli, quattro caratteristiche definiscono la prima comunità cristiana di Gerusalemme come luogo di unità e di amore e san Luca non vuol solo descrivere una cosa del passato. Ci offre questo come modello, come norma della Chiesa presente, perché queste quattro caratteristiche devono sempre costituire la vita della Chiesa. Prima caratteristica, essere unita e ferma nell’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli, poi nella comunione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. Come ho detto, questi quattro elementi sono ancora oggi i pilastri della vita di ogni comunità cristiana e costituiscono anche l’unico solido fondamento sul quale progredire nella ricerca dell’unità visibile della Chiesa.
Anzitutto abbiamo l’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli, ovvero l’ascolto della testimonianza che essi rendono alla missione, alla vita, alla morte e risurrezione del Signore. È ciò che Paolo chiama semplicemente il “Vangelo”. I primi cristiani ricevevano il Vangelo dalla bocca degli Apostoli, erano uniti dal suo ascolto e dalla sua proclamazione, poiché il vangelo, come afferma S. Paolo, “è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Rm 1,16). Ancora oggi, la comunità dei credenti riconosce nel riferimento all’insegnamento degli Apostoli la norma della propria fede: ogni sforzo per la costruzione dell’unità tra tutti i cristiani passa pertanto attraverso l’approfondimento della fedeltà al depositum fidei trasmessoci dagli Apostoli. Fermezza nella fede è il fondamento della nostra comunione, è il fondamento dell’unità cristiana.
Il secondo elemento è la comunione fraterna. Al tempo della prima comunità cristiana, come pure ai nostri giorni, questa è l’espressione più tangibile, soprattutto per il mondo esterno, dell’unità tra i discepoli del Signore. Leggiamo negli Atti degli Apostoli che i primi cristiani tenevano ogni cosa in comune e chi aveva proprietà e sostanze le vendeva per farne parte ai bisognosi (cfr. At 2,44-45). Questa condivisione delle proprie sostanze ha trovato, nella storia della Chiesa, modalità sempre nuove di espressione. Una di queste, peculiare, è quella dei rapporti di fraternità e di amicizia costruiti tra cristiani di diverse confessioni. La storia del movimento ecumenico è segnata da difficoltà e incertezze, ma è anche una storia di fraternità, di cooperazione e di condivisione umana e spirituale, che ha mutato in misura significativa le relazioni tra i credenti nel Signore Gesù: tutti siamo impegnati a continuare su questa strada. Secondo elemento, quindi, la comunione, che innanzitutto è comunione con Dio tramite la fede; ma la comunione con Dio crea la comunione tra di noi e si esprime necessariamente in quella comunione concreta della quale parlano gli Atti degli Apostoli, cioè la condivisione. Nessuno nella comunità cristiana deve avere fame, deve essere povero: questo è un obbligo fondamentale. La comunione con Dio, realizzata come comunione fraterna, si esprime, in concreto, nell’impegno sociale, nella carità cristiana, nella giustizia.
Terzo elemento: nella vita della prima comunità di Gerusalemme essenziale era il momento della frazione del pane, in cui il Signore stesso si rende presente con l’unico sacrificio della Croce nel suo donarsi completamente per la vita dei suoi amici: “Questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi … questo è il calice del mio Sangue … versato per voi”. “La Chiesa vive dell’Eucaristia. Questa verità non esprime soltanto un’esperienza quotidiana di fede, ma racchiude in sintesi il nucleo del mistero della Chiesa” (Giovanni Paolo II, Enciclica Ecclesia de Eucharistia, 1). La comunione al sacrificio di Cristo è il culmine della nostra unione con Dio e rappresenta pertanto anche la pienezza dell’unità dei discepoli di Cristo, la piena comunione. Durante questa settimana di preghiera per l’unità è particolarmente vivo il rammarico per l’impossibilità di condividere la stessa mensa eucaristica, segno che siamo ancora lontani dalla realizzazione di quell’unità per cui Cristo ha pregato. Tale dolorosa esperienza, che conferisce anche una dimensione penitenziale alla nostra preghiera, deve diventare motivo di un impegno ancora più generoso da parte di tutti affinché, rimossi gli ostacoli alla piena comunione, giunga quel giorno in cui sarà possibile riunirsi intorno alla mensa del Signore, spezzare insieme il pane eucaristico e bere allo stesso calice.
Infine, la preghiera - o come dice san Luca le preghiere - è la quarta caratteristica della Chiesa primitiva di Gerusalemme descritta nel libro degli Atti degli Apostoli. La preghiera è da sempre l’atteggiamento costante dei discepoli di Cristo, ciò che accompagna la loro vita quotidiana in obbedienza alla volontà di Dio, come ci attestano anche le parole dell’apostolo Paolo, che scrive ai Tessalonicesi nella sua prima lettera: “State sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi” (1Ts 5,16-18; cfr. Ef 6,18). La preghiera cristiana, partecipazione alla preghiera di Gesù, è per eccellenza esperienza filiale, come ci attestano le parole del Padre Nostro, preghiera della famiglia - il “noi” dei figli di Dio, dei fratelli e sorelle - che parla al Padre comune. Porsi in atteggiamento di preghiera significa pertanto anche aprirsi alla fraternità. Solo nel “noi” possiamo dire Padre Nostro. Apriamoci dunque alla fraternità, che deriva dall’essere figli dell’unico Padre celeste, ed essere disposti al perdono e alla riconciliazione.
Cari Fratelli e Sorelle, come discepoli del Signore abbiamo una comune responsabilità verso il mondo, dobbiamo rendere un servizio comune: come la prima comunità cristiana di Gerusalemme, partendo da ciò che già condividiamo, dobbiamo offrire una forte testimonianza, fondata spiritualmente e sostenuta dalla ragione, dell’unico Dio che si è rivelato e ci parla in Cristo, per essere portatori di un messaggio che orienti e illumini il cammino dell’uomo del nostro tempo, spesso privo di chiari e validi punti di riferimento. È importante, allora, crescere ogni giorno nell’amore reciproco, impegnandosi a superare quelle barriere che ancora esistono tra i cristiani; sentire che esiste una vera unità interiore tra tutti coloro che seguono il Signore; collaborare il più possibile, lavorando assieme sulle questioni ancora aperte; e soprattutto essere consapevoli che in questo itinerario il Signore deve assisterci, deve aiutarci ancora molto, perché senza di Lui, da soli, senza il “rimanere in Lui” non possiamo fare nulla (cfr. Gv 15,5).
Cari amici, è ancora una volta nella preghiera che ci troviamo riuniti - particolarmente in questa settimana - insieme a tutti coloro che confessano la loro fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio: perseveriamo nella preghiera, siamo uomini della preghiera, implorando da Dio il dono dell’unità, affinché si compia per il mondo intero il suo disegno di salvezza e di riconciliazione. Grazie.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: GIORNO DELLA MEMORIA   Gio Gen 27, 2011 10:35 am

27 GENNAIO 2011

GIORNO DELLA MEMORIA


Capita di domandarsi, assistendo al moltiplicarsi delle iniziative in occasione del 27 gennaio, che cosa avrebbe detto Primo Levi di fronte a quest’ipertrofia della memoria, lui che fin dai primi anni tanto ne aveva orientato i percorsi. Perché nel suo ultimo libro, I sommersi e i salvati, egli ci appare consapevole della necessità di un ripensamento, o meglio di un approfondimento, non certo sulla necessità o meno di ricordare, ma sul senso da dare a questa memoria. Un punto su cui sempre più negli ultimi anni ci si interroga, ebrei e non ebrei: cosa ricordare e perché?
E quale uso pubblico fare di questa memoria: quello di una ricostruzione sempre più attenta degli eventi, quello di una riparazione del crimine e di disvelamento di ciò che i perpetratori avevano voluto deliberatamente occultare, quello di un monito perché tali eventi non si ripetano mai più? Intanto, la rete porta ovunque i deliri negazionisti che solo pochi anni fa ci sembravano residui del passato, rendendo gli stessi strumenti della nostra memoria, l’insegnamento e il rito civico dell’anniversario, come desueti e inefficaci.
E mentre ogni anno le iniziative sembrano moltiplicarsi all’infinito, questa memoria sembra crescere su se stessa, staccata ormai completamente da qualsiasi rapporto con una storia che non sia la sua storia particolare, senza aver chiaro il rapporto tra un ruolo simbolico, che fa della Shoah il modello di ogni sterminio e fin di ogni trauma collettivo, e uno puramente celebrativo. Una funzione conoscitiva o una funzione etica? O ambedue, ma in che modo intrecciate? Questa è la domanda a cui ci troviamo di fronte, quella a cui, di fronte alle nuove sfide che ci vengono dal mutamento del mondo intorno a noi, non possiamo non tentare almeno di rispondere, nella consapevolezza della gravità della posta in gioco.
Il 27 gennaio del 1945 furono aperti i cancelli di Auschwitz, il campo di concentramento e di sterminio costruito dai nazisti nella Polonia occupata, dove persero la vita oltre un milione di ebrei, tra cui molte migliaia di ebrei italiani.
Il Giorno della Memoria, che il 27 gennaio del 2011 celebriamo per l’undicesima volta, è stato istituito per non dimenticare la Shoah e le altre vittime dei crimini nazisti, monito affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo. Il Giorno della Memoria è una ricorrenza istituita con la legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che ha in tal modo aderito alla proposta internazionale di dichiarare il 27 gennaio come giornata in commemorazione delle vittime del nazionalsocialismo e del fascismo, dell'Olocausto e in onore di coloro che a rischio della propria vita hanno protetto i perseguitati.
In Italia, la tragedia della Shoah colpì il popolo ebraico con le leggi razziali del 38 e, successivamente, con le deportazioni, iniziate con l’occupazione nazista avvenuta dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Anche altre persone e categorie furono perseguitate dal regime, “colpevoli” di una diversità di idee, di valori, di appartenenza etnica o religiosa.
Tale volontà liberticida e antidemocratica rappresentò un vero e proprio passo indietro rispetto alle conquiste e alle idee di libertà e democrazia che nel secolo precedente erano state alla base dei moti che portarono all’unità d’Italia, interruzione ventennale di un processo di ritrovata dignità e piena integrazione per gli ebrei italiani, il cui filo venne ripreso subito dopo la fine del secondo conflitto mondiale.
L’Italia unita aveva significato per la minoranza ebraica l’emancipazione, la chiusura dei ghetti, l’agognata raggiunta parità con gli altri cittadini dopo secoli di emarginazione. Una libertà e una uguaglianza che appunto il fascismo negò solo pochi decenni dopo, nel 1938, con l’emanazione delle leggi razziali, funesto presagio di quanto avverrà, tragicamente, in seguito.
Il 17 marzo del 2011 ricorreranno i 150 anni dalla proclamazione dell’Unità. Una data che ci sta molto a cuore anche perché a quel processo storico gli ebrei presero parte con forza, convinzione e passione.
In oltre due millenni di presenza nella penisola gli ebrei, quando è stato loro permesso, hanno preso parte alla vita e alla storia del Paese, con un ruolo rilevante nelle sue evoluzioni politiche, sociali, culturali. Nel caso del Risorgimento, l’adesione degli ebrei italiani fu generalizzata: vi parteciparono dall’attività cospirativa mazziniana sino alla presa di Roma. Il 20 settembre 1870 fu proprio un ufficiale ebreo piemontese a dare l’ordine di aprire il fuoco. Come ha detto la storica dell’Università La Sapienza di Roma Anna Foa, nella prolusione pronunciata poche settimane fa di fronte al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del VI Congresso dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, l’emancipazione degli ebrei fu “un momento qualificante della costruzione del nuovo Stato italiano, e lungi dal rappresentarne una sorta di conseguenza marginale, ne segnò profondamente il percorso, divenendone, con il connesso principio della tolleranza di tutti i culti religiosi e poi con quello dell’uguaglianza dei culti di fronte alla legge, uno dei pilastri basilari.” Esiste, continua la Foa, “un’intima assonanza culturale ed ideale fra ebrei ed unità d’Italia.”
A centocinquant’anni di distanza, i valori sui quali si fonda il nostro Paese, positivi da un punto di vista ebraico, rimangono validi e attuali. Basi solide in grado di garantire i diritti dei singoli, specie nelle società sempre più aperte e multiculturali che si vanno formando.
Crediamo che le radici dello Stato italiano siano profonde e nobili. Non è retorico ricordarle nel Giorno della Memoria, accanto alla occasioni di celebrazione, all’omaggio ai testimoni che ancora sono con noi e al doveroso ricordo dei Giusti: perché le ideologie totalitarie che perpetrarono la Shoah e gli altri crimini contro l’umanità durante la seconda guerra mondiale erano agli antipodi delle idee di libertà degli individui e democrazia che portarono all’Italia unita.
Sono convinto che tutti noi dobbiamo impegnarci a propagare la Memoria della Shoah. Non sono ebreo e non ho parenti deportati, ma sono cresciuto guardando i documentari. Ogni volta che ne guardavo uno (e che guardo ancora) ho metabolizzato lo shock che mi portava spesso a non dormire ed ho deciso di portare questo mio sentimento all’esterno. Per me il Giorno della Memoria dura un anno, ed ogni anno si rinnova. Ritengo che sia importante per noi portare la testimonianza di seconda generazione, ora che i sopravvissuti stanno scomparendo. E ognuno deve mantenere i suoi ruoli perché la Memoria è una cosa seria.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: giornata della memoria   Gio Feb 10, 2011 10:14 am

10 FEBBRAIO 2011

GIORNATA DEL RICORDO


Dopo il Giorno della memoria per le vittime della Shoah, il 10 febbraio in tutta Italia si celebra la Giornata del ricordo per non dimenticare i cinquemila italiani massacrati in Istria, Dalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 e il 1945. Uccisi dai partigiani comunisti di Tito solo perché erano italiani: una “pulizia” politica ed etnica in piena regola, mascherata come azione di guerra o vendetta contro i fascisti. In realtà nelle cavità carsiche chiamate foibe vennero gettati ancora vivi, l’uno legato all’altro col fil di ferro, uomini, donne, anziani e bambini che in quel periodo di grande confusione bellica si erano ritrovati in balìa dei partigiani comunisti jugoslavi. Il “Giorno del ricordo” non è solo dedicato alle vittime delle foibe, ma anche alla grande tragedia dei profughi giuliani: 350 mila costretti all’esodo, a lasciare case e ogni bene per fuggire con ogni mezzo in Italia dove furono malamente accolti. In gran parte finirono nei campi profughi e ci rimasero per anni. Uno di questi campi fu organizzato anche a Fertilia. Per mezzo secolo sulle stragi delle foibe e sull’esodo dei giuliani si è steso un pesante silenzio. Ragioni politiche e la cattiva coscienza avevano portato a nascondere una realtà storica che nessuno poteva negare di fronte ai documenti, alle immagini dei resti straziati recuperati dalle foibe e dalle testimonianze dei pochi sopravvissuti. Nel 1996 è stato un politico di sinistra, Luciano Violante, all’epoca presidente della Camera a infrangere il muro del silenzio e a invitare a una rilettura storica degli avvenimenti. Appello ripreso sul fronte opposto dal leader della destra Gianfranco Fini e poi dal presidente della Repubblica Ciampi. Ed è stato un altro ex comunista, il capo dello Stato Giorgio Napolitano, a firmare la legge con cui nel 2004 il Parlamento istituiva una giornata commemorativa per le vittime dei titini, allo stesso modo delle celebrazioni per l’Olocausto degli ebrei.
Perché il 10 febbraio? È una data simbolica che si riferisce al 1947 quando entrò in vigore il trattato di pace con cui le province di Pola, Fiume, Zara, parte delle zone di Gorizia e di Trieste, passarono alla Jugoslavia. Le stragi avvennero all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 quando si scatenò l’offensiva dei partigiani comunisti contro nazisti e fascisti. Nel mezzo furono colpiti indiscriminatamente tutti gli italiani. Ma il massacro più vasto fu messo in atto a guerra finita, nel maggio del 1945, per costringere gli italiani a fuggire dalle province istriane, dalmate e della Venezia Giulia. Secondo le fonti più accreditate le vittime furono almeno cinquemila, ma diversi storici parlano di diecimila e più.
Tra i morti – particolare ignorato dagli storici e dai politici sardi sino a una decina di anni fa – ci furono anche molti isolani: marinai, carabinieri, finanzieri, ferrovieri, maestri e anche minatori del Sulcis che lavoravano per l’A.Ca.I. . (la società carbonifera fascista che aveva miniere anche nella provincia dell’Arsa, in Istria occidentale). L’Unione Sarda a più riprese ha trovato e pubblicato un elenco degli scomparsi (sinora si conoscono 145 nomi) e le storie di alcuni di loro raccontate da familiari e testimoni. Un destino atroce per questi sardi mai tornati in Sardegna, la cui sorte fu ignorata per oltre mezzo secolo. Oggi a Cagliari c’è una piazza intitolata ai Martiri delle Foibe, mentre Carbonia organizza gemellaggi con le città dell’Arsa per ricordare i suoi minatori scomparsi.
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MessaggioOggetto: fra qualche anno Preghiera del Battesimo dei piccoli Leonardo e Azzurra Maria   Dom Apr 08, 2012 11:41 pm

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Signore,
voglio ringraziarti per il mio Battesimo.

Con il Battesimo non sono diventato più bravo,
più santo, più intelligente, più religioso,
rispetto a chi non l'ha ricevuto.
Quante persone non battezzate
sono più cristiane di tanta gente che va a messa ogni domenica…
Anche a loro, tu, Signore, sei vicino
e li ami come ami me.
Anche loro sono tue creature, tuoi figli,
sono una parte di te, un tuo seme nel mondo.
Anche loro respirano la stessa aria che respiro io,
affrontano gli stessi miei problemi quotidiani,
vorrebbero essere felici e avere la salute,
piangono quando muore una persona cara…
La differenza tra chi non è battezzato e chi lo è
non sta nelle cose della vita,
ma nel come si fanno le cose della vita.
La differenza non sta nel vivere,
ma per chi si vive.
Per me che sono battezzato,
la vita ha senso se mi spendo per te,
se vivo per te, se mi fido di te,
riconoscendoti presente in me e negli altri,
affrontando ogni giornata pensando che tu ci sei,
sentendo la tua presenza amica che guida questo mondo,
guardando la realtà e la gente con i tuoi occhi,
cercando l'eternità in ogni gesto d'amore che do
e che ricevo.
Per me che sono battezzato,
la vita ha una direzione:
la tua, Signore.
Grazie per il mio battesimo!

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MessaggioOggetto: 29 novembre 2015   Dom Nov 29, 2015 7:54 pm

prima domenica di Avvento
accensione della prima candela, detta del Profeta o della Speranza

di colore viola
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MessaggioOggetto: Re: COMMEMORAZIONI E CELEBRAZIONI   

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COMMEMORAZIONI E CELEBRAZIONI
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