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patrizia
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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:03 pm

Letture:

At 5,27-32.40-41 (Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo)

Sal 29 (Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato)

Ap 5,11-14 (L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza)

Gv 21,1-19 (Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce)


«È il Signore!»

Stiamo vivendo il tempo di Pasqua, tempo di grande gioia, di gioia perché il Signore è risorto, non solo è risorto… ma perché è presente, è vivo in mezzo a noi. La Chiesa vive, noi che siamo la Chiesa viviamo della fede in Gesù, Gesù risorto. E non è soltanto la comunità di coloro che condividono gli insegnamenti dottrinali di Gesù o gli insegnamenti morali di Gesù, che ammirano gli esempi di Gesù. La Chiesa tutta crede che Dio Padre ha risuscitato Gesù, e lo ha fatto “Capo e Signore”. Ma come possiamo riconoscerlo (Gesù)? Come possiamo sentire la sua presenza, sentire la forza del suo Spirito nella nostra vita? Come possiamo testimoniarlo? Alcune domande che è lecito fare. E la risposta, mi pare, una precisa risposta ci dà proprio il Vangelo di oggi, lo fa con l’affermazione stupìta, meravigliata del discepolo che Gesù amava, Giovanni: «è il Signore!». Il Vangelo che oggi ascoltiamo ci presenta sette discepoli; tutti insieme, vanno a pescare, vanno sul mare di Tiberìade. Niente di nuovo si direbbe, fanno quello che hanno fatto tante volte, quello che hanno fatto prima di aver incontrato Gesù. Compiono un gesto per loro usuale, quotidiano, gesto in cui mettevano tutta l’esperienza, tutta la loro passione, di tanti anni. Tante volte avranno sperimentato la gioia di una pesca abbondante. Ora, questa notte provano delusione perché questa volta la rete è vuota. Non hanno preso nulla. I discepoli hanno lavorato, faticato tutta la notte: questo vale per tutti i discepoli, pensando sia alla fatica fisica, sia a quella spirituale, la fatica che accompagna le nostre opere e i nostri giorni. Non solo c’è la fatica, ma anche il senso di delusione; alla fatica, all’impegno non corrisponde un risultato: in quella notte non presero proprio nulla. E nel pieno della delusione e della stanchezza compare una voce, voce che sembra conosciuta, una parola, una parola che invita a riprovare, che intende risvegliare i loro animi, risvegliare ad una fedeltà, ad una fiducia, ad un’apertura alla promessa di Gesù, del Signore che dice: «Buttate ancora le reti, riprovate ancora». I discepoli potevano cedere, cedere alla stanchezza, cedere alla delusione. Invece obbediscono, si fidano alla parola che viene pronunciata, la parola sulla loro vita, gettano, ancora una volta la rete. Si fidano, si abbandonano alla parola del Signore. Ed ecco, il miracolo si compie. E nel segno del miracolo sentono la presenza del Signore, del Risorto che non abbandona i suoi discepoli ma sempre li accompagna, che è sempre con loro nel loro cammino di vita e di fede. Le reti sono piene di pesci e reggono, non si spezzano, i cuori sono ripieni di gioia e di meraviglia e reggono anche essi, reggono l’impatto di un incontro non programmato con Gesù eppure atteso, tutti volevano rivederlo, risentirlo, toccarlo di nuovo, mangiare ancora con lui… E lui, il Signore asseconda, esaudisce ancora quell’attesa del cuore, dell’anima… Ed ancora prepara loro da mangiare, spezza ancora il pane per loro, lo distribuisce… Questo nel vangelo… Ma noi crediamo che la stessa cosa avviene anche per noi… noi crediamo che anche per noi durante la Messa, durante la Celebrazione Eucaristica domenicale, alla quale arrivano tanti, anche noi, qualche volta stanchi, delusi per le nostre reti vuote, per non aver prodotto, combinato molto in questi giorni, ecco, nonostante questo sulla sponda del lago c’è sempre qualcuno che ci aspetta, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa per noi, che ci sfama, che ci incoraggia, che ci sostiene, che ci dà forza… È questo qualcuno è Gesù che ancora spezza il pane per noi, che per chi parteciperà alla messa, lo spezzerà ancora per noi. Chiediamo che questa esperienza, l’esperienza della benedizione di Dio la benedizione sulla nostra vita, la vita che sempre si rinnova e ci rinnova, ci rinnovi alla speranza, a quel coraggio che fanno di noi, uomini poveri, ma ricchi di lui, e testimoni del Vangelo.

La terza volta che Gesù si manifesta ai suoi, dopo la risurrezione, è densa di avvenimenti e di insegnamenti. Egli si ferma sulla riva del lago a cuocere il pesce per loro, e a presentarsi ancora come uno che serve, perché il Risorto è tutto Amore, Spirito vivificante. Ed è sull’amore che interroga Pietro. Non è un esame, ma solo una triplice affettuosa richiesta, all’uomo che per tre volte l’aveva rinnegato e che ciò nonostante doveva essere la prima pietra della sua Chiesa. Di fronte alla debolezza di Pietro, soggetto ad alti e bassi, come un po’ tutti noi poveri mortali, si erge maestosa e commovente la fedeltà adamantina di Gesù all’uomo che aveva scelto. Ma a tutti noi quel dialogo umano fra Gesù e Pietro dice anche qualcosa di estremamente consolante. Ci dice cioè che, se erriamo, Gesù, una volta ravveduti, non ricorda il nostro sbaglio e vede in noi solo quello splendido disegno per il quale Dio ci ha creato. Questa è la misericordia di Dio! Pietro, forgiato dalle umiliazioni della tristissima prova fallita, si abbandona totalmente a Gesù. Come lui, anche noi esaminiamo il nostro cuore, per potergli dire e ripetere spesso: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21,16).



Approfondimento del Vangelo (L’amore ci fa riconoscere la presenza del Signore. L’invito all’Eucaristia del Risorto)

Il testo: Dopo questi fatti, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma in quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba Gesù si presentò sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non potevano più tirarla su per la gran quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro appena udì che era il Signore, si cinse ai fianchi il camiciotto, poiché era spogliato, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: infatti non erano lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso or ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatrè grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si spezzò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», poiché sapevano bene che era il Signore. Allora Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede a loro, e così pure il pesce. Questa era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risuscitato dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».



La parola che il Signore mi dona oggi: Prima di tutto mi pongo in ascolto leggendo con attenzione e amore questo brano di Giovanni. So che è un brano pasquale, che è una Parola ricca di luce, di presenza, di grazia; so che è il cibo buono preparato per me. Cerco di stare attento, nella lettura, fin da questo primo passaggio, per non perdere niente, per non stare alla superficie. Leggo lentamente, accostando il mio cuore ai personaggi, ai verbi, alle parole che l’evangelista usa; facendo attenzione alle indicazioni dei luoghi, dei tempi. Sono come Lazzaro, che vuole raccogliere ogni briciola della mensa del Signore.



Contesto del brano: Sento il bisogno, adesso, dopo questo primo contatto col brano, di capire meglio il contesto nel quale esso va collocato. Prendo in mano la Bibbia e non mi lascio trascinare dalle prime impressioni superficiali; voglio mettermi a cercare, ad ascoltare. Sono al cap. 21 di Giovanni, praticamente alla fine del Vangelo e ogni fine contiene in sé tutto ciò che l’ha preceduta, che l’ha piano piano formata. Questa pesca sul lago di Tiberiade mi rimanda con forza e chiarezza all’inizio del Vangelo, dove Gesù chiama i primi discepoli, gli stessi che sono ancora presenti qui: Pietro, Giacomo e Giovanni, Natanaele. Il pranzo con Gesù, il pasto col pane e i pesci mi riporta al cap. 6, dove era avvenuta la grande moltiplicazione dei pani, la rivelazione del Pane di Vita. Il colloquio intimo e personale di Gesù con Pietro, la sua triplice domanda: “Mi ami?” mi conduce di nuovo alla notte della Pasqua, dove Pietro aveva rinnegato il Signore per tre volte. E poi, se guardo appena poco più indietro nel Vangelo, trovo le stupende pagine della resurrezione: la corsa di Maddalena e delle donne al sepolcro nella notte, la scoperta della tomba vuota, la corsa di Pietro e Giovanni, il loro piegarsi sul sepolcro, la loro contemplazione, la loro fede; trovo ancora gli undici chiusi nel cenacolo e l’apparizione di Gesù risorto, il dono dello Spirito, l’assenza e l’incredulità di Tommaso, poi recuperata da una nuova apparizione; ascolto la proclamazione di quella stupenda beatitudine, che è per tutti noi, oggi, chiamati a credere, senza aver visto. E dopo queste cose giungo anch’io qui, sulle acque di questo mare, in una notte senza pesca, senza niente fra le mani. Ma proprio qui, proprio a questo punto, io sono raggiunto, sono avvolto dalla manifestazione, dalla rivelazione del Signore Gesù. Sono qui, dunque, per riconoscerlo anch’io, per buttarmi in mare e raggiungerlo, per partecipare al suo banchetto, per lasciare scavare dentro dalle sue domande, dalle sue parole, perché, ancora una volta, Lui possa ripetermi: “Seguimi!” e io, finalmente, gli dica il mio “Eccomi!” più pieno, più vero, valido per sempre.



Suddivisione del brano:

- Mi sono subito accorto che il brano è costituito da due grandi scene, una più bella dell’altra, che trovano il loro punto di divisione, ma anche di congiunzione ai vv. 14-15, dove l’evangelista passa dal rapporto fra Gesù e i discepoli all’incontro intimo di Gesù con Pietro. È un percorso fortissimo di avvicinamento al Signore, che è preparato anche per me, che in questo momento mi accosto a questa Parola. Per riuscire ad entrare ancor meglio, cerco di soffermarmi sulle scene e sui passaggi anche minimi che mi si presentano.

- v.1: Con la doppia ripetizione del verbo ‘manifestarsi’, Giovanni attira subito la nostra attenzione su un evento grande che sta per compiersi. La potenza della risurrezione di Gesù non ha ancora finito di invadere la vita dei discepoli e quindi della Chiesa; occorre disporsi ad accogliere la luce, la presenza, la salvezza che Cristo ci dona. E come si manifesta ora, in questo brano, così continuerà sempre a manifestarsi nella vita dei credenti. Anche nella nostra.

- vv. 2- 3: Pietro e altri sei discepoli escono dal chiuso del cenacolo e si spingono fuori, verso il mare per pescare, ma dopo tutta una notte di fatica, non prendono nulla. È il buio, la solitudine, l’incapacità delle forze umane.

- vv. 4-8: Finalmente spunta l’alba, torna la luce e compare Gesù ritto sulla riva del mare. Ma i discepoli non lo riconoscono ancora; hanno bisogno di compiere un cammino interiore molto forte. L’iniziativa è del Signore che, con le sue parole, li aiuta a prendere coscienza del loro bisogno, della loro condizione: non hanno nulla da mangiare. Poi li invita a gettare di nuovo la rete; l’obbedienza alla sua Parola compie il miracolo e la pesca è sovrabbondante. Giovanni, il discepolo dell’amore, riconosce il Signore e grida la sua fede agli altri discepoli. Pietro aderisce immediatamente e si butta in mare per raggiungere al più presto il suo Signore e Maestro. Gli altri, invece, si avvicinano trascinando la barca e la rete.

- vv. 9-14: La scena si sposta sulla terra ferma, dove Gesù stava aspettando i discepoli. Qui si realizza il banchetto: il pane di Gesù è unito ai pesci dei discepoli, la sua vita e il suo dono diventano tutt’uno col la vita e il dono loro. È la forza della Parola che diventa carne, diventa esistenza.

- vv. 15-18: Adesso Gesù parla direttamente al cuore di Pietro; è un momento d’amore molto forte, dal quale non posso restare fuori, perché quelle precise parole del Signore sono scritte e ripetute anche per me, oggi. Una reciproca dichiarazione d’amore ribadita per tre volte, capace di superare tutte le infedeltà, le debolezze, i cedimenti. Da adesso comincia una vita nuova, per Pietro e anche per me, se lo voglio.

- v. 19: Questo versetto, che chiude il brano, è un po’ particolare, perché presenta un commento dell’evangelista e subito di nuovo lascia risuonare la parola di Gesù per Pietro, parola fortissima e definitiva: “Seguimi!”, alla quale non c’è altra risposta che la vita stessa.



Un momento di silenzio orante: A questo punto mi fermo un po’ e raccolgo nel mio cuore tutte le parole che ho letto e ascoltato. Cerco di fare come Maria, che prendeva fra le mani le parole del suo Signore e le metteva a confronto, le soppesava, le lasciava parlare da sole, senza interpretare, cambiare, senza togliere o aggiungere nulla. Faccio silenzio, mi riposo su questo brano, ripercorrendolo col cuore.



Alcune domande

Adesso è importante che io mi lasci interpellare da questa parola, che mi lasci scavare dentro, che mi lasci raggiungere. Bisogna che la mia vita sia toccata dalle dita del Signore, come uno strumento che Lui vuole suonare. Non devo tirarmi indietro, nascondermi, fare finta che tutto vada bene, seguendo solo i bei ragionamenti della testa. È il cuore che va messo a nudo; è l'anima che deve essere raggiunta nel suo punto più profondo, come dice la lettera agli Ebrei (4,12).

a) “Uscirono e salirono sulla barca” (v. 3). Sono disposto, anch’io, a compiere questo percorso di conversione? Mi lascio risvegliare dall’invito di Gesù? O preferisco continuare a rimanere nascosto, dietro le mie porte chiuse per paura, come erano i discepoli nel cenacolo? Voglio decidermi a venir fuori, a uscire dietro a Gesù, a lasciarmi da Lui inviare? C’è una barca pronta anche per me, c’è una vocazione d’amore che il Signore mi ha donato; quando mi deciderò a rispondere veramente?

b) “...Ma in quella notte non presero nulla” (ivi). Ho il coraggio di lasciarmi dire dal Signore che in me c’è il vuoto, che è notte, che non ho nulla fra le mani? Ho il coraggio di riconoscermi bisognoso di Lui, della sua presenza? Voglio rivelare a Lui il mio cuore, il più profondo di me stesso, quello che cerco continuamente di negare, di tenere nascosto? Lui sa tutto, mi conosce fino in fondo; vede che non ho nulla da mangiare; però sono io che devo rendermene conto, che devo finalmente arrivare da Lui a mani vuote, magari piangendo, col cuore gonfio di tristezza e angoscia. Se non faccio questo passo, non spunterà mai la vera luce, l’alba del mio giorno nuovo.

c) “Gettate la rete dalla parte destra” (v. 6). Il Signore mi parla anche chiaramente; c’è un momento in cui, grazie a una persona, a un incontro di preghiera, a una Parola ascoltata, io comprendo chiaramente cosa devo fare. Il comando è chiarissimo; bisogna solo ascoltare e obbedire. “Getta dalla parte destra”, mi dice il Signore. Ho il coraggio di fidarmi di Lui, finalmente, o voglio continuare a fare di testa mia, a prendere le mie misure? La mia rete, voglio gettarla a Lui?

d) “Simon Pietro... si gettò in mare” (v. 7). Non so se si possa trovare un versetto più bello di questo. Pietro gettò se stesso, come la vedova al tempio gettò tutto quanto aveva per vivere, come l’indemoniato guarito (Mc 5, 6), come Giairo, come l’emorroissa, come il lebbroso, che si gettarono ai piedi di Gesù, consegnando a Lui la loro vita. O come Gesù stesso, che si gettò a terra e pregava il Padre suo (Mc 14, 35). Adesso è il mio momento. Voglio, anch’io, gettarmi nel mare della misericordia, dell’amore del Padre, voglio consegnare a Lui tutta la mia vita, la mia persona, i miei dolori, le speranze, i desideri, i miei peccati, la mia voglia di ricominciare? Le sue braccia sono pronte ad accogliermi, anzi, sono sicuro: sarà Lui a gettarsi al mio collo, come sta scritto... “Il padre lo vide da lontano, gli corse incontro e si gettò al suo collo e lo baciò”.

e) “Portate dei pesci che avete preso ora” (v. 10). Il Signore mi chiede di unire al suo cibo il mio, alla sua vita la mia. E siccome si tratta di pesci, significa che l’evangelista sta parlando di persone, quelli che il Signore stesso vuole salvare, anche attraverso la mia pesca. Perché per questo Lui mi invia. E alla sua mensa, alla sua festa, Egli aspetta me, ma aspetta anche tutti quei fratelli e quelle sorelle che nel suo amore Egli consegna alla mia vita. Non posso andare da Gesù da solo. Questa Parola, allora, mi chiede se sono disposto ad avvicinarmi al Signore, a sedermi alla sua tavola, a fare Eucaristia con Lui e se sono disposto a spendere la mia vita, le mie forze, per portare con me da Lui tanti fratelli. Devo guardarmi con sincerità nel cuore e scoprire le mie resistenze, le mie chiusure a Lui e agli altri.

f) “Mi ami tu?” (v. 15). Come faccio a rispondere a questa domanda? Chi ha il coraggio di proclamare il suo amore per Dio? Mentre vengono a galla tutte le mie infedeltà, i miei rinnegamenti; perché quello che è successo a Pietro fa parte anche della mia storia. Però non voglio che questa paura mi blocchi e mi faccia indietreggiare; no! Io voglio andare da Gesù, voglio stare con Lui, voglio avvicinarmi e dirgli che, sì, io lo amo, gli voglio bene. Prendo a prestito le parole stesse di Pietro e le faccio mie, me le scrivo sul cuore, le ripeto, le rumino, le faccio respirare e vivere nella mia vita e poi prendo coraggio e le dico davanti al volto di Gesù: “Signore, tu sai tutto; tu sai che io ti amo”. Così come sono, io Lo amo. Grazie, Signore, che mi chiedi l’amore, che mi aspetti, mi desideri; grazie, perché tu gioisci del mio povero amore.

g) “Pasci le mie pecore... Seguimi” (vv. 15. 19). Ecco, il brano termina così e rimane aperto, continua a parlarmi. Questa è la parola che il Signore mi consegna, perché io la realizzi nella mia vita, da oggi in poi. Voglio accogliere la missione che il Signore mi affida; voglio rispondere alla sua chiamata e voglio seguirlo, dove Egli mi condurrà. Ogni giorno, nelle piccole cose.



Una chiave di lettura: L’incontro con questa Parola di Gesù ha toccato in profondità il mio cuore, la mia vita e sento che qui non c’è solo la storia di Pietro, di Giovanni e degli altri discepoli, ma c’è anche la mia. Vorrei che quanto è scritto di loro si realizzasse anche per me. In particolare sono attratto dall’esperienza di Pietro, dal suo cammino di conversione così forte: parte dalla caduta, dal rinnegamento e arriva al sì più pieno, più luminoso al Signore Gesù. Voglio che questo accada anche a me. Allora provo, adesso, a ripercorrere questo brano stupendo, stando attento in particolare al cammino di Pietro, ai suoi movimenti, alle sue reazioni. È come un battesimo nell’amore.
Pietro è il primo che prende l’iniziativa e annuncia ai suoi fratelli la sua decisione di andare a pescare. Pietro esce verso il mare, che è il mondo, va verso i fratelli, perché sa di essere stato fatto pescatore di uomini (Lc 5, 10); proprio come Gesù, che era uscito dal Padre per venire a piantare la sua tenda in mezzo a noi. E ancora Pietro è il primo a reagire all’annuncio di Giovanni che riconosce Gesù presente sulla riva: si cinge la veste e si butta in mare. Mi sembrano allusioni forti al battesimo, quasi che Pietro voglia definitivamente seppellire il suo passato in quelle acque, così come fa un catecumeno che entra nel fonte battesimale. Pietro si consegna a queste acque purificatrici, si lascia curare: si getta in esse, portando con sé le sue presunzioni, le sue colpe, il peso del rinnegamento, il pianto. Per risalire uomo nuovo all’incontro col suo Signore. Prima di buttarsi, Pietro, si cinge, così come Gesù, prima di lui, si era cinto per lavare i piedi ai discepoli nell’ultima cena. È la veste del servo, di colui che si dona ai fratelli e proprio questa veste copre la sua nudità. È la veste del Signore stesso, che lo avvolge nel suo amore e nel suo perdono. Grazie a questo amore Pietro potrà risalire dal mare, potrà risorgere, ricominciare. Anche di Gesù è detto che risalì dall’acqua, dopo il suo battesimo; lo stesso verbo, la stessa esperienza accomuna il Maestro e il discepolo. Pietro è ormai un uomo nuovo! Per questo potrà affermare per tre volte di amare il Signore. Anche se rimane aperta in lui la ferita del suo triplice rinnegamento, questa non è l’ultima parola; ma proprio qui Pietro conosce il perdono del Signore e conosce la debolezza, che gli si rivela come il luogo di un amore più grande. Pietro riceve amore, un amore che va ben al di là del suo tradimento, della sua caduta: un di più d’amore che lo rende capace di servire i fratelli, di portarli ai pascoli verdeggianti del Signore Gesù. Non solo, ma in questo servizio d’amore, Pietro diventerà come il Pastore bello, come Gesù stesso; anche lui, infatti, darà la vita per il gregge, tenderà le mani nella crocifissione, come affermano le fonti storiche. Crocifisso a testa in giù, Pietro sarà completamente capovolto, ma nel mistero d’amore egli così si raddrizzerà veramente e porterà a compimento quel battesimo iniziato nel momento in cui si era gettato in mare conto della veste. Pietro diventa, allora l’agnello che segue il Pastore fino al martirio.



Un momento di preghiera: Concludo questa esperienza con la Parola del Signore attraverso la preghiera di un salmo, che mi aiuti a fare memoria di quanto ho ascoltato e ruminato e mi accompagni, mentre ritorno alle mie occupazioni quotidiane, per continuare ad amare.



Preghiera finale: Grazie, o Padre, per avermi accompagnato al di là della notte, verso l’alba nuova dove mi è venuto incontro il tuo Figlio Gesù. Grazie per avere aperto il mio cuore all’accoglienza della Parola e avere operato il prodigio di una pesca sovrabbondante nella mia vita. Grazie per il battesimo nelle acque della misericordia e dell’amore, per il banchetto sulla riva del mare. Grazie per i fratelli e le sorelle che sempre siedono con me attorno alla mensa del Signore Gesù, offerto per noi. E grazie perché non ti stanchi di avvicinarti alla nostra vita e di mettere a nudo il nostro cuore, Tu che solo lo puoi veramente guarire. Grazie, infine, per la chiamata che anche oggi il Signore mi ha rivolto, dicendomi: “Tu, seguimi!”. O, infinito Amore, io voglio venire con Te, voglio portarti ai miei fratelli!

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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:11 pm

Letture:

At 6,1-7 (Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo)

Sal 32 (Su di noi sia il tuo amore, Signore)

Gv 6,16-21 (Videro Gesù che camminava sul mare)



«Sono io, non temete»
Cogliamo i particolari di una scena che l’evangelista Giovanni ci descrive: i discepoli di Gesù sono su una barca e stanno facendo la traversata del lago di Tiberìade, diretti a Cafàrnao. «Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento». Il dato più importante è che Gesù non era con loro. Avventurarsi nella difficile traversata della vita senza di Lui è rischioso e temerario. Tanto più se siamo privi di luce interiore e il buio si è calato nel nostro spirito; soli al buio e senza il conforto della presenza di Cristo, è una situazione davvero difficile, tanto più se soffia il vento delle passioni, premono su di noi le preoccupazioni della vita, sopraggiungono le prove difficili da superare. Senza di Lui, al buio, mentre soffia un forte vento: capita di frequente, il risultato più evidente è la paura di non farcela, di restare sommersi dalle onde di doversi dichiarare sconfitti dagli eventi. Di gente che affoga, di vite sommerse dalle onde, di uomini spauriti ne sentiamo parlare ogni giorno. L’abbandono, l’emarginazione, la solitudine sono i mali del nostro tempo: troppo spesso dobbiamo costatare che non solo non c’è Gesù tra loro, ma sono assenti anche coloro che dovrebbero far sentire con la loro presenza amorosa quella del Signore. È sempre confortante però costatare che allora come oggi, egli viene e cammina sulle acque per poi sentirsi accolto nella nostra barca traballante. Allora, una volta presente e accolto può davvero dirci parole di consolazione e far si che la nostra barca, la mostra vita raggiunga felicemente la meta.

Dal racconto degli altri Vangeli sappiamo il carattere drammatico della traversata del lago agitato: come le onde facessero dondolare la barca da una parte all’altra, e i discepoli, che Gesù aveva esortato a precederlo dall’altra parte del lago, temessero per la loro vita. Il Vangelo di san Giovanni non racconta niente di tutto questo. Certamente si può immaginare il comportamento dei discepoli, ma non viene menzionato. Chiaramente, l’evangelista non vuole che ci soffermiamo sull’atteggiamento dei discepoli; perché, in fondo, ciò non ha importanza per il racconto. Solo Gesù è importante. I discepoli se ne sono resi conto: bisogna che Gesù salga sulla loro barca, altrimenti questa non raggiungerà la riva. Ma i discepoli hanno sottovalutato Gesù: la barca raggiunge sempre il suo scopo, se Gesù lo vuole; questo non dipende assolutamente dalla sua presenza fisica sulla barca. Gesù rimane sempre il padrone della sua Chiesa. Senza restrizioni. Ed è per questo che egli può dire di se stesso: sono io. Nell’Antico Testamento, è in questo modo che Dio parlava al suo popolo.



Lettura del Vangelo: Venuta la sera, i discepoli di Gesù scesero al mare e, saliti in una barca, si avviarono verso l’altra riva in direzione di Cafarnao. Era ormai buio, e Gesù non era ancora venuto da loro. Il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: “Sono io, non temete”. Allora vollero prenderlo sulla barca e rapidamente la barca toccò la riva alla quale erano diretti.



Riflessione

- Il vangelo di oggi racconta l’episodio della barca sul mare agitato. Gesù si trova sulla montagna e i discepoli nella barca. Nel modo di descrivere i fatti, Giovanni cerca di aiutare le comunità a scoprire il mistero che avvolge la persona di Gesù. Lo fa evocando testi dell’Antico Testamento che alludono all’esodo.

- All’epoca in cui Giovanni scrive, la barchetta delle comunità doveva affrontare un vento contrario sia da parte di alcuni giudei convertiti che volevano ridurre il mistero di Gesù a profezie e figure dell’Antico Testamento, sia da parte di alcuni pagani convertiti che pensavano che fosse possibile un’alleanza tra Gesù e l’impero.

- Giovanni 6,15: Gesù sulla montagna. Dinanzi alla moltiplicazione dei pani, la gente conclude che Gesù è il messia atteso, perché secondo la speranza della gente dell’epoca, il Messia avrebbe ripetuto il gesto di Mosè: alimentare la gente nel deserto. Per questo, secondo l’ideologia ufficiale, la moltitudine pensava che Gesù fosse il messia e, per questo, voleva fare di lui un re (cfr. Gv 6,14-15). Questa richiesta della gente era una tentazione sia per Gesù che per i discepoli. Nel vangelo di Marco, Gesù obbliga i discepoli a imbarcarsi immediatamente e ad andare all’altro lato del lago (Mc 6,45). Voleva evitare che si contaminassero con l’ideologia dominante. Segno, questo, che il “fermento di Erode e dei farisei”, era molto forte (cfr. Mc 8,15). Gesù affronta la tentazione con la preghiera sulla montagna.

- Giovanni 6,16-18. La situazione dei discepoli. Era già di notte. I discepoli scesero verso il mare, salirono sulla barca e si diressero verso Cafarnao, all’altro lato del mare (del lago). Giovanni dice che era già buio e che Gesù non era ancora arrivato. Da un lato evoca l’esodo: attraversare il mare in mezzo a difficoltà. Dall’altro evoca la situazione delle comunità nell’impero romano: con i discepoli, vivevano nel buio, con il vento contrario ed il mare agitato e Gesù sembrava assente!

- Giovanni 6,19-20. Cambiamento della situazione. Gesù giunge camminando sul mare. I discepoli si spaventano. Come avviene nel racconto dei discepoli di Emmaus, loro non lo riconoscono (Lc 24,28). Gesù si avvicina e dice: “Sono io! Non temete!” Qui, di nuovo, chi conosce la storia dell’Antico Testamento, ricorda alcuni fatti molto importanti: (a) Ricorda che la moltitudine, protetta da Dio, attraversò senza paura il Mar Rosso. (b) Ricorda che Dio, nel chiamare Mosè, dichiara il suo nome dicendo: “Io sono!” (cfr. Es 3,15). (c) Ricorda anche il libro di Isaia che presenta il ritorno dall’esilio come un nuovo esodo, in cui Dio appare ripetendo molte volte: “Io sono!” (cfr. Is 42,8; 43,5.11-13; 44,6.25; 45,5-7).

- Per il popolo della Bibbia, il mare era il simbolo dell’abisso, del caos, del male (Ap 13,1). Nell’Esodo, il popolo compie la traversata verso la libertà affrontando e vincendo il mare. Dio divide il mare con il suo soffio e la moltitudine attraversa il mare sull’asciutto (Es 14,22). In altri passaggi la Bibbia mostra Dio che vince il mare (Gen 1,6-10; Sal 104,6-9; Pro 8,27). Vincere il mare significa imporgli i propri limiti ed impedire che inghiottisca tutta la terra con le sue onde. In questo passaggio Gesù rivela la sua divinità dominando e vincendo il mare, impedendo che la barca dei suoi discepoli sia trascinata dalle onde. Questo modo di evocare l’Antico Testamento, di usare la Bibbia, aiutava le comunità a percepire meglio la presenza di Dio in Gesù e nei fatti della vita. Non temete!
• Giovanni 6,22. Giunsero nel porto desiderato. Loro vogliono prendere Gesù nella barca, ma non fu necessario, perché la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Giunsero al porto desiderato. Il Salmo dice: “Ridusse la tempesta alla calma, tacquero i flutti del mare. Si rallegrarono nel vedere la bonaccia ed egli li condusse al porto sospirato” (Sal 107,29-30).



Per un confronto personale

- Sulla montagna: Perché Gesù cerca di stare da solo per pregare dopo la moltiplicazione dei pani? Qual è il risultato della sua preghiera?

- È possibile oggi camminare sulle acque del mare della vita? Come?



Preghiera finale: Esultate, giusti, nel Signore: ai retti si addice la lode. Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate (Sal 32).


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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:18 pm

Letture:

At 4, 13-21 (Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato)

Sal 117 (Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai risposto)

Mc 16,9-15 (Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo)



Andate il tutto il mondo

L’evangelista Marco, con il suo stile essenziale e stringato, riassume in poche righe diversi episodi riguardanti le apparizioni di Gesù dopo la sua gloriosa risurrezione. Pone l’accento sulle diverse testimonianze che sgorgano da quelle visioni del Risorto, in particolare quella di Maria di Màgdala e quella dei due discepoli di Èmmaus e soprattutto sulla incredulità e sulla perplessità degli apostoli. Riferisce alla fine l’apparizione agli Undici; Gesù siede a mensa con loro, ma li rimprovera per l’incredulità e la durezza di cuore. Incredulità e durezza di cuore sono gli ostacoli più forti e ricorrenti all’accoglienza della verità, offuscano anche la fede e generano una specie di ottusità dello spirito. Sant’Agostino però proprio da questi atteggiamenti sa trarne un grande motivo di conforto per noi: egli argomenta che proprio in virtù di quelle resistenze la nostra fede trova la migliore conferma. Gesù con le sue reiterate apparizioni vuole confermare i suoi nella fede, dare loro la certezza della suo risurrezione perché poi dovrà affidare a loro il mandato di esserne gli annunciatori e i testimoni. «Gesù disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura». Appare chiaro che quella fede dovrà irradiare il mondo intero e i veicoli saranno gli apostoli e i loro successori in prima persona e con loro tutti i credenti. La santa pasqua ravviva in tutti noi l’impegno di credere in Cristo, nella sua opera redentrice, nella sua risurrezione e nel frattempo vuole che rinnoviamo i nostri impegni battesimali con i quali gli abbiamo promesso fedeltà e fattiva testimonianza. Riguarda tutti noi il mandato missionario e la crescita del regno di Dio dipende da tutti e da ognuno.

Il Vangelo di san Marco termina con una catechesi sulla fiducia che meritano gli undici apostoli, la cui testimonianza è il fondamento della fede della Chiesa: Gesù stesso li ha chiamati per andare dalla Galilea a Gerusalemme. Dopo il Venerdì santo, delusi e senza speranza, restano in città. Maria di Magdala che - secondo questo racconto, che fa fede - è stata la prima alla quale il Signore è apparso, spiega loro di che cosa l’ha incaricata il Cristo risuscitato. I due discepoli che il Signore accompagna lungo il cammino verso Emmaus rientrano a Gerusalemme. Tuttavia, essi non li ascoltano, né credono loro. Né la testimonianza della donna, né quella dei due discepoli fa uscire gli apostoli dalla loro afflizione e dai loro lamenti. È soltanto quando Gesù stesso è vicino a loro e rimprovera loro la mancanza di fiducia nella parola dei suoi testimoni, che i loro cuori e i loro occhi si aprono. Vedendolo, capiscono che il vangelo di Dio che Gesù aveva predicato, e che diventa la loro missione, ha un avvenire senza fine. Capiscono che la loro missione comprende “il mondo intero” e “la creazione intera”, tutta la comunità dei viventi.



Lettura del Vangelo: Risuscitato al mattino nel primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva cacciato sette demoni. Questa andò ad annunziarlo ai suoi seguaci che erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo ed era stato visto da lei, non vollero credere. Dopo ciò, apparve a due di loro sotto altro aspetto, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunziarlo agli altri; ma neanche a loro vollero credere.
Alla fine apparve agli Undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesù disse loro: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura”.



Riflessione
- Il vangelo di oggi fa parte di una unità letteraria più ampia (Mc 16,9-20) che ci mette dinanzi la lista o il riassunto di diverse apparizioni di Gesù: (a) Gesù appare a Maria Maddalena, ma i discepoli non accettano la sua testimonianza (Mc 16,9-11); (b) Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non accettano la loro testimonianza (Mc 16,12-13); (c) Gesù appare agli Undici, critica la mancanza di fede e ordina di annunciare la Buona Novella a tutti (Mc 16,14-18); (d) Gesù ascende al cielo e continua a cooperare con i discepoli (Mc 16,19-20).

- Oltre a questa lista di apparizioni del vangelo di Marco, ci sono altre liste di apparizioni che non sempre coincidono tra di loro. Per esempio, la lista conservata da Paolo nella lettera ai Corinzi è molto differente (1 Cor 15,3-8). Questa varietà mostra che all’inizio, i cristiani, non si preoccupano di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni. Per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. Una persona che prende il sole sulla spiaggia non si preoccupa di dimostrare che il sole esiste, perché lei stessa abbronzata è la prova evidente dell’esistenza del sole. Le comunità, con il loro esistere in mezzo all’impero immenso, erano una prova viva della risurrezione. Le liste delle apparizioni cominciano a spuntare più tardi, nella seconda generazione per ribattere le critiche degli avversari.

- Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria Maddalena, ma gli altri discepoli non le credettero. Gesù appare prima a Maria Maddalena. Lei va ad annunciarlo agli altri. Per venire al mondo, Dio volle dipendere dal seno di una giovane di 15 o 16 anni, chiamata Maria, di Nazaret (Lc 1,38). Per essere riconosciuto vivo in mezzo a noi, volle dipendere dall’annuncio di una donna che era stata liberata da sette demoni, anche lei chiamata Maria, di Magdala! (Per questo era chiamata Maria Maddalena). Ma gli altri non credettero in lei. Marco dice che Gesù apparve prima a Maddalena. Nell’elenco delle apparizioni, trasmesso nella lettera ai Corinzi (1 Cor 15,3-8), non vengono riportate le apparizioni di Gesù alle donne. I primi cristiani avevano difficoltà a credere nella testimonianza delle donne. È un peccato!

- Marco 16,12-13: Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non credettero a loro. Senza molti dettagli, Marco si riferisce ad un’apparizione di Gesù a due discepoli, “mentre erano in cammino verso la campagna”. Si tratta, probabilmente, di un riassunto dell’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, narrata da Luca (Lc 24,13-35). Marco insiste nel dire che “gli altri non cedettero nemmeno a loro”.

- Marco 16,14-15: Gesù critica l’incredulità e ordina di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. Per questo, Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che lo avevano visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere nella testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione di Gesù. Perché? Probabilmente per insegnare tre cose. In primo luogo che la fede in Gesù passa attraverso la fede nelle persone che ne danno testimonianza. In secondo luogo, che nessuno si deve scoraggiare, quando il dubbio o l’incredulità nascono nel cuore. In terzo luogo, per ribattere le critiche di coloro che dicevano che il cristiano è ingenuo e accetta senza critica qualsiasi notizia, poiché gli undici ebbero molta difficoltà ad accettare la verità della risurrezione!

- Il vangelo di oggi termina con l’invio: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura!” Gesù conferisce loro la missione di annunciare la Buona Novella ad ogni creatura.



Per un confronto personale

- Maria Maddalena, i due discepoli di Emmaus e gli undici discepoli: chi di loro ebbe maggiore difficoltà nel credere alla risurrezione? Perché? Con chi di loro mi identifico?

- Quali sono i segnali che più convincono le persone della presenza di Gesù in mezzo a noi?



Preghiera finale: Giusto è il Signore in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 144).




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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:28 pm

Letture:

At 10,34.37-43 (Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti)

Sal 117 (Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo)

Col 3,1-4 (Cercate le cose di lassù, dove è Cristo)

Gv 20,1-9 (Egli doveva risuscitare dai morti)




Questo è il giorno di Cristo Signore, alleluia

La principale domenica di tutto l’anno liturgico celebra un evento straordinario e decisivo nella Storia dell’umanità: la Risurrezione di Gesù Cristo. “Questo è il giorno di Cristo Signore, alleluia”. I testi biblici indicati per la liturgia eucaristica del giorno costituiscono testimonianze certe sulla presenza del Risorto. Gli Atti degli Apostoli trasmettono la predicazione di Pietro che ricorda la testimonianza dei profeti: “Chiunque crede in lui ottiene la remissione dei peccati per mezzo del suo Nome”. Davvero la salvezza è stata attuata grazie al sacrificio del Signore. Ai Colossesi, Paolo indica una strada: “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra”. Il cambiamento di impostazione di vita è totale e definitivo. Ai cristiani di Corinto, l’apostolo canta: “Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato… Celebriamo dunque la festa non con il lievito vecchio, né con lievito di malizia e di perversità, ma con azzimi di sincerità e di verità”. L’invito è categorico: riflettendo sulla propria fragilità, il battezzato avverte l’urgenza della conversione, e ringrazia Dio per il dono della liberazione. Con l’antica sequenza “Victimae paschali laudes”, si propone: Alla vittima pasquale s’immoli oggi il sacrificio di lode. L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. I brani del vangelo riferiscono l’avvenuto miracolo: il sepolcro è vuoto; Gesù è risorto. La buona notizia si trasmette rapidamente. La fede della Chiesa non si stanca mai di contemplare in adorazione l’attuazione del progetto di salvezza. Ogni battezzato è davvero un uomo nuovo, che partecipa al dono della risurrezione con una adesione libera e cosciente, con un impegno di vita nuova, nello Spirito santo. I numerosi testi biblici proclamati nella Veglia pasquale sono un riassunto delle principali tappe della Storia sacra, che è orientata verso la nascita del nuovo Popolo di Dio.

Che cos’è che fa correre l’apostolo Giovanni al sepolcro? Egli ha vissuto per intero il dramma della Pasqua, essendo molto vicino al suo maestro. Ci sembra perciò inammissibile un’affermazione del genere: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura”. Eppure era proprio così: non meravigliamoci allora di constatare l’ignoranza attuale, per molti versi simile. Il mondo di Dio, i progetti di Dio sono così diversi che ancor oggi succede che anche chi è più vicino a Dio non capisca e si stupisca degli avvenimenti. “Vide e credette”. Bastava un sepolcro vuoto perché tutto si risolvesse? Credo che non fu così facile. Anche nel momento delle sofferenze più dure, Giovanni rimane vicino al suo maestro. La ragione non comprende, ma l’amore aiuta il cuore ad aprirsi e a vedere. È l’intuizione dell’amore che permette a Giovanni di vedere e di credere prima di tutti gli altri. La gioia di Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele. Un’amicizia che niente e nessuno potrebbe spezzare. È possibile? Io credo che la vita ci abbia insegnato che soltanto Dio può procurarci ciò. È la testimonianza che ci danno tutti i gulag dell’Europa dell’Est e che riecheggia nella gioia pasquale alla fine del nostro millennio.

Nella messa vespertina, il testo del Vangelo è Luca 24,13-35: due pellegrini lasciano Gerusalemme, scoraggiati e delusi dal ricordo degli ultimi eventi. “Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…”. Gesù in persona, ma non identificabile, si accostò e camminava con loro; ma i pellegrini non lo riconobbero. Mediante il ricorso ai testi sacri, da Mosè e da tutti i profeti, Gesù spiegò ciò che lo riguardava; il contatto spirituale avviene; il loro cuore si commuove. Giunti nel villaggio di Èmmaus, dove erano diretti, invitano questo viandante a cena; egli benedisse il pane, lo spezzò e lo diede loro, poi sparì. Allora lo riconobbero, e tornarono in fretta a Gerusalemme per comunicare il prodigio. L’identità di Gesù fu avvertita nello spezzare il pane: da quel giorno il gesto eucaristico (istituito il Giovedì Santo) è stato sempre il segno distintivo della comunità ecclesiale. In questo modo il Signore Risorto ha creato una comunità nuova, che partecipa al suo Corpo e al suo Sangue, cibo di vita eterna e bevanda di salvezza.



Approfondimento del Vangelo (Vedere nella notte e credere per l’amore)

Il testo: Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!” Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.



Una chiave di lettura: Per l’evangelista Giovanni, la resurrezione di Gesù è il momento decisivo del processo della sua glorificazione, con un nesso inscindibile con la prima fase di tale glorificazione, cioè con la passione e morte. L’evento della resurrezione non è descritto con i particolari spettacolari e apocalittici dei vangeli sinottici: per Giovanni la vita del Risorto è una realtà che si impone senza chiasso e si fa avanti in silenzio, nella potenza discreta e irresistibile dello Spirito. Il fatto della fede dei discepoli si annuncia “quando era ancora buio” e s’inizia mediante la visione di segni materiali che rimandano alla Parola di Dio. Gesù è il grande protagonista della narrazione, ma non compare mai di persona.



Suddivisione del testo, per comprenderlo meglio:

- v. 1: l’introduzione, un antefatto che tratteggia la situazione;

- v. 2: la reazione di Maria e il primo annuncio del fatto appena scoperto;

- vv. 3-5: la reazione immediata dei discepoli e la relazione che intercorre fra loro;

- vv. 6-7: constatazione del fatto annunziato da Maria;

- vv. 8-9: la fede dell’altro discepolo e la relazione di essa con la sacra Scrittura.



Uno spazio di silenzio interno ed esterno per aprire il cuore e dare spazio dentro di me alla Parola di Dio:

- Rileggo lentamente l’intero brano;

- Sono anch’io in quel giardino: il sepolcro vuoto è davanti ai miei occhi;

- Lascio riecheggiare dentro di me le parole di Maria di Magdala;

- Corro anch’io con lei, Pietro e l’altro discepolo;

- Mi lascio immergere nello stupore gioioso della fede in Gesù risorto, anche se, come loro, non lo vedo con i miei occhi di carne.



La Parola che ci è donata

- Il capitolo 20 di Giovanni: è un testo abbastanza frammentario, in cui risulta evidente che il redattore è intervenuto più volte per evidenziare alcuni temi e per unire i vari testi ricevuti dalle fonti precedenti, almeno tre racconti.

- Nel giorno dopo il sabato: è “il primo giorno della settimana” ed eredita in ambito cristiano la grande sacralità del sabato ebraico. Per i Cristiani è il primo giorno della nuova settimana, l’inizio del nuovo tempo, il giorno memoriale della resurrezione, chiamato “giorno del Signore” (dies Domini, domenica). L’evangelista adotta qui e al vers. 19 un’espressione che è già tradizionale per i Cristiani (es.: Mc 16,2.9; At 20,7) ed è più antica di quella divenuta in seguito caratteristica della prima evangelizzazione: “il terzo giorno” (es.: Lc 24,7.46; At 10,40; 1Cor 15,4).

- Maria di Magdala: è la stessa donna già presente ai piedi della croce con altre (19,25). Qui sembrerebbe sola, ma la frase del vers. 2 (“non sappiamo”) rivela che il racconto originario, sul quale l’evangelista ha lavorato, narrava di più donne, al pari degli altri vangeli (cfr. Mc 16,1-3; Mt 28,1; Lc 23,55 - 24,1). Diversamente rispetto ai sinottici (cfr. Mc 16,1; Lc 24,1), inoltre, non si specifica il motivo della sua visita al sepolcro, visto che è stato riferito che le operazioni di sepoltura erano state già completate (19,40); forse, l’unica cosa che manca è il lamento funebre (cfr. Mc 5,38). Comunque, il quarto evangelista riduce al minimo la narrazione della scoperta del sepolcro vuoto, per puntare l’attenzione dei lettori sul resto.

- Di buon mattino, quando era ancora buio: Marco (16,2) parla in modo diverso, ma da entrambi si comprende che si tratta delle primissime ore del mattino, quando la luce è molto tenue e ancora livida. Forse Giovanni sottolinea la mancanza di luce per evidenziare il contrasto simbolico fra tenebre-mancanza di fede e luce–accoglienza del vangelo della resurrezione.

- La pietra era stata ribaltata dal sepolcro: la parola greca è generica: la pietra era stata “tolta” o “rimossa” (diversamente: Mc 16,3-4). Il verbo “togliere” ci rimanda a Gv 1,29: il Battista indica Gesù come “l’Agnello che toglie il peccato del mondo”. Forse l’evangelista vuole richiamare il fatto che questa pietra “tolta”, sbalzata via dal sepolcro è il segno materiale che la morte e il peccato sono stati “tolti” dalla resurrezione di Gesù?

- Corse allora e andò da Pietro e dall’altro discepolo: la Maddalena corre da coloro che condividono con lei l’amore per Gesù e la sofferenza per la sua morte atroce, ora accresciuta da questa scoperta. Si reca da loro, forse perché erano gli unici che non erano fuggiti con gli altri e si erano tenuti in contatto fra loro (cfr. 19,15.26-27). Vuole almeno condividere con loro l’ulteriore dolore per l’oltraggio al cadavere. Notiamo come Pietro, il “discepolo amato” e Maddalena si caratterizzino per l’amore speciale che li lega a Gesù: è proprio l’amore, specie se ricambiato, che rende capaci di intuire la presenza della persona amata.

- L’altro discepolo, quello che Gesù amava: è un personaggio che compare solo in questo vangelo e solo a partire dal cap. 13, quando mostra una grande intimità con Gesù e anche una profonda intesa con Pietro (13,23-25). Compare in tutti i momenti decisivi della passione e della resurrezione di Gesù, ma rimane anonimo e sulla sua identità sono state fatte ipotesi abbastanza varie. Probabilmente si tratta del discepolo anonimo del Battista che segue Gesù assieme ad Andrea (1,35.40). Poiché il quarto vangelo non parla mai dell’apostolo Giovanni e considerando che questo vangelo riporta spesso particolari evidentemente risalenti a un testimone oculare, il “discepolo” è stato identificato con l’apostolo Giovanni. Il quarto vangelo gli è stato sempre attribuito, anche se egli non l’ha composto materialmente, bensì è all’origine della tradizione particolare cui risale questo vangelo e gli altri scritti attribuiti a Giovanni. Ciò spiega anche come egli sia un personaggio alquanto idealizzato. “Quello che Gesù amava”: è evidentemente un’aggiunta dovuta non all’apostolo, che non avrebbe osato vantare tanta confidenza col Signore, ma ai suoi discepoli, che hanno scritto materialmente il vangelo e hanno coniato quest’espressione riflettendo sull’evidente amore privilegiato che intercorre fra Gesù e questo discepolo (cfr. 13,25; 21,4.7). Laddove si usa l’espressione più semplice, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata, dunque, l’aggiunta dei redattori.

- Hanno portato via il Signore dal sepolcro: queste parole, che ricorrono anche in seguito: vers. 13 e 15, rivelano che Maria teme uno dei furti di cadavere che avvenivano spesso all’epoca, tanto da costringere l’imperatore romano a emanare severi decreti per arginare il fenomeno. A questa stessa possibilità ricorrono, in Matteo (28,11-15), i capi dei sacerdoti per diffondere discredito sull’evento della resurrezione di Gesù ed, eventualmente, giustificare il mancato intervento dei soldati posti a guardia del sepolcro.

- Il Signore: il titolo di “Signore” implica il riconoscimento della divinità ed evoca l’onnipotenza divina. Era, perciò, utilizzato dai Cristiani per Gesù risorto. Il quarto evangelista, infatti, lo riserva ai soli racconti pasquali (anche in 20,13).

- Non sappiamo dove l’hanno posto: la frase rimanda a quanto successe a Mosè, il cui luogo di sepoltura era sconosciuto (Dt 34,10). Un altro probabile rimando implicito è alle stesse parole di Gesù sull’impossibilità di conoscere il luogo dove si sarebbe recato (7,11.22; 8,14.28.42; 13,33; 14,1-5; 16,5).

- Correvano insieme... ma l’altro... giunse per primo... ma non entrò: La corsa rivela l’ansia che vivono questi discepoli. Il fermarsi dell’ “altro discepolo” è più che un gesto di cortesia o di rispetto verso un anziano: è il riconoscimento tacito e pacifico, nella sua semplicità, della preminenza di Pietro all’interno del gruppo apostolico, sebbene questa non vada enfatizzata. È, dunque, un segno di comunione. Questo gesto potrebbe anche essere un artificio letterario per spostare l’evento della fede nella resurrezione al momento successivo e culminante del racconto.

- Le bende per terra e il sudario... piegato in un luogo a parte: già l’altro discepolo, pur senza entrare, ne aveva visto qualcosa. Pietro, varcando la soglia del sepolcro, scopre la prova che non vi era stato alcun furto del cadavere: nessun ladro avrebbe perso tempo a sbendare il cadavere, distendere ordinatamente le fasce e il lenzuolo (per terra potrebbe essere tradotto meglio con “stese” o “adagiate sul piano”) e anche arrotolare a parte il sudario! L’operazione sarebbe stata complicata anche dal fatto che gli olii con cui era stato unto quel corpo (specialmente la mirra) agivano quasi come un collante, facendo aderire perfettamente e saldamente il lenzuolo al corpo, quasi come avveniva per le mummie. Il sudario, inoltre, è piegato; il verbo greco può voler dire anche “arrotolato”, oppure indicare che quel drappo di stoffa leggera aveva conservato in gran parte le forme del volto sul quale era stato posto, quasi come una maschera mortuaria. Le bende sono le stesse citate in Gv 19,40.
Nel sepolcro, tutto risulta in ordine, anche se manca il corpo di Gesù e Pietro riesce a vedere bene all’interno, perché il giorno sta salendo. A differenza di Lazzaro (11,44), dunque, il Cristo è risorto abbandonando del tutto il proprio corredo funerario: i commentatori antichi fanno notare che, infatti, Lazzaro dovette poi usare quelle bende per la propria definitiva sepoltura, mentre il Cristo non aveva più alcun bisogno di esse, non dovendo mai più morire (cfr. Rm 6,9).

- Pietro... vide... l’altro discepolo... vide e credette: anche Maria, all’inizio del racconto, aveva “visto”. Nonostante la versione italiana traduca tutto con lo stesso verbo, il testo originale ne usa tre diversi (theorein per Pietro; blepein per l’altro discepolo e Maddalena; idein, qui, per l’altro discepolo), lasciandoci intendere un accrescimento della profondità spirituale di questo “vedere” che, infatti, culmina con la fede dell’altro discepolo.
Il discepolo anonimo, di certo, non ha visto nulla di diverso da quanto aveva già osservato Pietro; forse, egli interpreta ciò che vede diversamente dagli altri anche per la particolare sintonia d’amore che aveva avuto con Gesù (l’esperienza di Tommaso è emblematica: 29,24-29). Tuttavia, come indicato dal tempo del verbo greco, la sua è una fede ancora solo iniziale, tanto che egli non trova il modo di condividerla con Maria o Pietro o qualcun altro dei discepoli (non vi si accenna più in seguito). Per il quarto evangelista, tuttavia, il binomio “vedere e credere” è molto significativo ed è riferito esclusivamente alla fede nella resurrezione del Signore (cfr. 20,29), perché era impossibile credere davvero prima che il Signore fosse morto e risorto (cfr. 14,25-26; 16,12-15). Il binomio visione – fede, quindi, caratterizza tutto questo capitolo e “il discepolo amato” è presentato come un modello di fede che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli avvenimenti materiali (cfr. anche 21,7).

- Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura: si riferisce evidentemente a tutti gli altri discepoli. Anche per coloro che avevano vissuto accanto a Gesù, dunque, è stato difficile credere in Lui e per loro, come per noi, l’unica porta che ci permette di varcare la soglia della fede autentica è la conoscenza della Scrittura (cfr. Lc 24,26-27; 1Cor 15,34; At 2,27-31) alla luce dei fatti della resurrezione.



Alcune domande per orientare la riflessione e l’attuazione

a) Cosa vuol dire concretamente, per noi, “credere in Gesù il Risorto”? Quali difficoltà incontriamo? La resurrezione riguarda solo Gesù o è veramente il fondamento della nostra fede?

b) Il rapporto che vediamo fra Pietro, l’altro discepolo e Maria di Magdala è evidentemente di grande comunione attorno a Gesù. In quali persone, realtà, istituzioni oggi ritroviamo la stessa intesa d’amore e la stessa “comune unione” fondata su Gesù? Dove riusciamo a leggere i segni concreti del grande amore per il Signore e per i “suoi” che mosse tutti i discepoli?

c) Quando osserviamo la nostra vita e la realtà che ci circonda a breve e a lungo raggio abbiamo lo sguardo di Pietro (vede i fatti, ma rimane fermo ad essi: alla morte e sepoltura di Gesù) oppure quello dell’altro discepolo (vede i fatti e scopre in essi i segni della vita nuova)?



Orazione finale

Il contesto liturgico non è indifferente per pregare questo Vangelo e l’evento della resurrezione di Gesù, attorno al quale ruota tutta la nostra fede e vita cristiana. La sequenza che caratterizza la liturgia eucaristica di questo giorno e della settimana che segue (l’ “ottava”) ci guida nel lodare il Padre e il Signore Gesù:

Alla vittima pasquale

s’innalzi oggi il sacrificio di lode.

L’agnello ha redento il suo gregge,

l’Innocente ha riconciliato

noi peccatori col Padre.

Morte e Vita si sono affrontate

In un prodigioso duello.

Il Signore della vita era morto,

ma ora - vivo - trionfa.

“Raccontaci, Maria,

che hai visto sulla via?”

“La tomba del Cristo vivente,

la gloria del Cristo risorto

e gli angeli suoi testimoni,

il sudario e le sue vesti.

Cristo, mia speranza, è risorto

e vi precede in Galilea”.

Sì, ne siamo certi:

Cristo è davvero risorto.

Tu, Re vittorioso,

portaci la tua salvezza.



La nostra preghiera può anche concludersi con questa vibrante invocazione di un poeta contemporaneo, Marco Guzzi:

Amore, Amore, Amore!

Voglio sentire, vivere ed esprimere tutto questo Amore

che è impegno gioioso nel mondo

e contatto felice con gli altri.

Solo tu mi liberi, solo tu mi sciogli.

E i ghiacci scendono a irrigare

la valle più verde del creato.


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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:42 pm

Letture:

Is 52,13 - 53,12 (Egli è stato trafitto per le nostre colpe; quarto canto del Servo del Signore)

Sal 30 (Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito)

Eb 4,14-16; 5,7-9 (Cristo imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono)

Gv 18, 1 -19, 42 (Passione del Signore
)



Tutto è compiuto

Il racconto della Passione di Gesù Cristo, costituisce, anche da punto di vista cronologico, il primo nucleo della predicazione apostolica, il punto fondamentale della proclamazione della fede della chiesa. Nella liturgia di oggi, la proclamazione della passione assume una importanza centrale: il valore della parola, come segno sacramentale della presenza attuale del Cristo, prende grande evidenza e polarizza a sé tutta la celebrazione di oggi. Sulla croce il Cristo realizza la suprema manifestazione del nome di Dio: Agapè. Il poema descrive la sofferenza Salvatrice e gloriosa del servo di Jahvè. Il suo dolore è un mistero. Quel dolore però rivela non il suo proprio peccato – egli è innocente – ma il peccato del popolo. Il servo accetta questa piano di Dio, consapevole che lo condurrà alla morte e ad una sepoltura. Cristo è il servo di Jahvè, è lui che si consegna alla morte per il popolo. La risurrezione costituisce la sua esaltazione.

La chiesa oggi non celebra l’Eucaristia, ma invita i fedeli a rivivere nel silenzio adorante e nel modo più intenso possibile il mistero della morte di Cristo, la sua assurda condanna, l’atroce passione e la sua ignominiosa morte sul patibolo della Croce. È così che potremmo trarne la più logica ed impegnativa conclusione: noi, responsabili in prima persona di quella morte, con i nostri peccati, re e Dio immerso nell’amore! L’adorazione che poi segue nell’altare della riposizione assume per tutti le caratteristiche della doverosa riparazione e della migliore gratitudine. Le chiesa spoglie e disadorne ci aiutano ulteriormente a comprendere da una parte la gravità della tragedia che si sta consumando nel mondo e dall’altra l’attesa di un evento risolutivo che già intravediamo nella fede e nella speranza ed è il mattino di Pasqua.

Lo vediamo come il servo: su di lui pesano le nostre colpe, ma dalla sua umiliazione viene il nostro riscatto. Dalle piaghe di Gesù sono risanati tutti gli uomini. Oggi è il giorno della immensa fiducia: Cristo ha conosciuto la sofferenza, da lui riceviamo misericordia e in lui troviamo grazia. E la imploriamo per tutti gli uomini nella preghiera universale. Oggi è il giorno della solenne adorazione della croce: lo strumento del patibolo è diventato il termine dell’adorazione da che vi fu appeso il Salvatore del mondo. Siamo sempre sotto la croce. Non c’è momento, non c’è situazione dove non entri la croce a liberare e a salvare. Infatti essa si manifesta in noi ogni giorno, se siamo discepoli fedeli del Signore. Non chiediamogli tanto di discendere dalla croce, quanto di avere la forza di restarci con lui, nella speranza della risurrezione.

La più grande lezione che Gesù ci dà nella passione, consiste nell’insegnarci che ci possono essere sofferenze, vissute nell’amore, che glorificano il Padre. Spesso, è la “tentazione” di fronte alla sofferenza che ci impedisce di fare progressi nella nostra vita cristiana. Tendiamo infatti a credere che la sofferenza è sempre da evitare, che non può esserci una sofferenza “santa”. Questo perché non abbiamo ancora sufficientemente fatto prova dell’amore infinito di Dio, perché lo Spirito Santo non ci ha ancora fatto entrare nel cuore di Gesù. Non possiamo immaginarci, senza lo Spirito Santo, come possa esistere un amore più forte della morte, non un amore che impedisca la morte, ma un amore in grado di santificare la morte, di pervaderla, di fare in modo che esista una morte “santa”: la morte di Gesù e tutte le morti che sono unite alla sua. Gesù può, a volte, farci conoscere le sofferenze della sua agonia per farci capire che dobbiamo accettarle, non fuggirle. Egli ci chiede di avere il coraggio di rimanere con lui: finché non avremo questo coraggio, non potremo trovare la pace del suo amore. Nel cuore di Gesù c’è un’unione perfetta fra amore e sofferenza: l’hanno capito i santi che hanno provato gioia nella sofferenza che li avvicinava a Gesù. Chiediamo umilmente a Gesù di concederci di essere pronti, quando egli lo vorrà, a condividere le sue sofferenze. Non cerchiamo di immaginarle prima, ma, se non ci sentiamo pronti a viverle ora, preghiamo per coloro ai quali Gesù chiede di viverle, coloro che continuano la missione di Maria: sono più deboli e hanno soprattutto bisogno di essere sostenuti.

La celebrazione si svolge in tre momenti: Liturgia della Parola, Adorazione della Croce, Comunione eucaristica. In questo giorno la santa comunione ai fedeli viene distribuita soltanto durante la celebrazione della Passione del Signore; ai malati, che non possono prendere parte a questa celebrazione, si può portare la comunione in qualunque ora del giorno. Il sacerdote e il diacono indossano le vesti di color rosso, come per la Messa. Si recano poi all’altare e, fatta la debita riverenza, si prostrano a terra o, secondo l’opportunità, s’inginocchiano. Tutti, in silenzio, pregano per breve tempo.

Silenti nell’attesa. La chiesa oggi ci conduce ai piedi della croce. Assume e realizza il mandato di predicare al mondo Cristo, e Cristo crocifisso. L’umanità intera è invitata a prostrarsi, ad adorare il mistero, a comprendere, per quanto ci è dato dalla fede, l’immensità del dono e tutta la gravità del male. Siamo invitati a vedere con umana e divina sapienza la croce di Cristo, ma anche le nostre croci: oggi il confronto è urgente se non vogliamo restare schiacciati dai nostri pesi. Abbiamo bisogno di illuminare di luce divina le vicende più tristi della nostra umana esistenza. Sorbire la luce della croce significa dare un senso, scoprire le finalità arcane e rivelate della sofferenza che ci accompagna, significa andare oltre le umane considerazioni che sappiamo fare con la nostra limitata intelligenza sul dolore, sul dolore dell’innocente, sulle vittime dei giudizi e dei pregiudizi umani. Dobbiamo confrontare e sovrapporre le nostre croci a quelle di Cristo per scoprire che anche il dolore, la passione, la stessa morte può diventare fonte di vita e germe di immortalità e di risurrezione. Quella croce piantata sul monte è conficcata anche nella nostra carne, nel nostro cuore; prima di essere di Cristo è nostra quella croce, ma ora è diventata l’albero fecondo della vita. Privi di questa luce e di questo salutare confronto s’intristisce il nostro mondo, bruciano le foreste e si rimboschiscono di croci; il dolore riassume tutta la sua cruda ed assurda realtà, i crocifissi restano perennemente appesi a quelle croci, i crociati senza speranza restano chiusi nella morsa della morte, il mondo diventa un triste cimitero. Adorare la croce di Cristo vuol dire allora far rinascere la speranza, convincersi che il peso maggiore è già stato assunto volontariamente dal nostro redentore, vuol dire che le croci non hanno più il potere di schiacciarci e di configgerci e gli stessi sepolcri sono aperti per lasciarci liberi di tornare a Dio.

Oggi ricordiamo anniversario della morte del Servo di Dio Giovanni Paolo II, papa.



Approfondimento del Vangelo (La Passione di Gesù secondo Giovanni)

Lettura del Vangelo: Detto questo, Gesù uscì con i suoi discepoli e andò di là dal torrente Cèdron, dove c’era un giardino nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel posto, perché Gesù vi si ritirava spesso con i suoi discepoli. Giuda dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti e dai farisei, si recò là con lanterne, torce e armi. Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano». Perché s’adempisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori e colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la tua spada nel fodero; non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato?».



Gesù davanti ad Anna e a Caifa. Rinnegamenti di Pietro

Allora il distaccamento con il comandante e le guardie dei Giudei afferrarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli era infatti suocero di Caifa’, che era sommo sacerdote in quell’anno. Caifa poi era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo». Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme con un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote e perciò entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote; Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare anche Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Forse anche tu sei dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Allora il sommo sacerdote interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e alla sua dottrina. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Aveva appena detto questo, che una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò legato a Caifa’, sommo sacerdote. Intanto Simon Pietro stava là a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.



Gesù davanti a Pilato

Allora condussero Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Uscì dunque Pilato verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si adempivano le parole che Gesù aveva detto indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E detto questo uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui nessuna colpa. Vi è tra voi l’usanza che io vi liberi uno per la Pasqua: volete dunque che io vi liberi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante. Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora; quindi gli venivano davanti e gli dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato intanto uscì di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui nessuna colpa». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». Al vederlo i sommi sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io non trovo in lui nessuna colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una legge e secondo questa legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura ed entrato di nuovo nel pretorio disse a Gesù: «Di dove sei?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Rispose Gesù: «Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato nelle tue mani ha una colpa più grande».



La condanna a morte

Da quel momento Pilato cercava di liberarlo; ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque infatti si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette nel tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Preparazione della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via, via, crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i sommi sacerdoti: «Non abbiamo altro re all’infuori di Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.



La crocifissione

Essi allora presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo del Cranio, detto in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù nel mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove fu crocifisso Gesù era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I sommi sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: il re dei Giudei, ma che egli ha detto: Io sono il re dei Giudei». Rispose Pilato: «Ciò che ho scritto, ho scritto».



La divisione dei vestiti

I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura: Si son divise tra loro le mie vesti e sulla mia tunica han gettato la sorte.



Gesù e sua madre

Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa.



La morte di Gesù

Dopo questo, Gesù, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse per adempiere la Scrittura: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno d’aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: «Tutto è compiuto!». E, chinato il capo, spirò.



Il colpo di lancia

Era il giorno della Preparazione e i Giudei, perché i corpi non rimanessero in croce durante il sabato (era infatti un giorno solenne quel sabato), chiesero a Pilato che fossero loro spezzate le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe al primo e poi all’altro che era stato crocifisso insieme con lui. Venuti però da Gesù e vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati gli colpì il fianco con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera e egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si adempisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso. E un altro passo della Scrittura dice ancora: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto.



La sepoltura

Dopo questi fatti, Giuseppe d’Arimatèa, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo, quello che in precedenza era andato da lui di notte, e portò una mistura di mirra e di aloe di circa cento libbre. Essi presero allora il corpo di Gesù, e lo avvolsero in bende insieme con oli aromatici, com’è usanza seppellire per i Giudei. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora deposto. Là dunque deposero Gesù, a motivo della Preparazione dei Giudei, poiché quel sepolcro era vicino.



Chiave di lettura:

- Gesù padrone della sua sorte: Vorrei proporvi di raccoglierci con lo spirito di Maria, sotto la croce di Gesù. Lei, donna forte che ha colto tutto il significato di questo evento della passione e morte del Signore, ci aiuterà a volgere uno sguardo contemplativo sul crocifisso (Gv 19, 25–27). Ci troviamo nel capitolo 19 del vangelo di Giovanni, che apre con la scena della flagellazione e la coronazione di spine. Pilato presenta Gesù ai sommi sacerdoti e alle guardie: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” che gridano la sua morte in croce (Gv 19, 6). Comincia così per Gesù il cammino della croce verso il Gòlgota, dove sarà crocifisso. Nel racconto della Passione secondo Giovanni, Gesù si rivela padrone di se stesso, controllando così tutto quello che gli succede. Il testo giovanneo abbonda di frasi che indicano a questa realtà teologica, di Gesù che offre la sua vita. Gli eventi della passione lui le subisce attivamente non passivamente. Portiamo qui solo alcuni esempi facendo enfasi su alcune frasi e parole. Il lettore ne può trovare altri: Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. Perché < perduto ho ?Non detto: aveva egli che parola la>“Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora” (Gv 19,5), A Pilato dice: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto.” (Gv 19,11). Anche sulla croce Gesù prende parte attiva alla sua morte, non si lascia uccidere come i ladroni ai quali vengono spezzate le gambe (Gv 19,31-33), ma consegna il suo spirito (Gv 19,30). Molto importanti i dettagli portati dall’evangelista: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!”.” (Gv 19,26-27). Queste parole semplici di Gesù portano il peso della rivelazione, parole con le quali, egli ci rivela la sua volontà: “ecco tuo figlio (v. 26); “ecco tua madre” (v. 27). Parole che ci rimandano a quelle pronunciate da Pilato sul litostrotos: “Ecco l’uomo” (Gv 19, 5). Qui Gesù, dalla croce, suo trono, rivela la sua volontà e il suo amore per noi. Egli è l’agnello di Dio, il pastore che da la sua vita per le pecorelle. In quel momento, presso la croce, egli partorisce la Chiesa, rappresentata da Maria, sua sorella, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala con il discepolo amato (Gv 19,25).

- Discepoli amati e fedeli: Il quarto vangelo specifica che questi discepoli “stavano presso la croce” (Gv 19, 25-26). Un dettaglio questo di significato profondo. Solo il quarto vangelo ci racconta che queste cinque persone stavano presso la croce. Gli altri evanġ elisti non specificano. Luca per esempio, racconta che tutti quelli che lo conobbero seguivano tutto da lontano (Lc 23, 49). Pure Matteo riporta che molte donne seguivano da lontano questi eventi. Queste donne, avevano seguito Gesù fin dalla Galilea e lo servivano. Ma adesso lo seguivano da lontano (Mt 27, 55–56). Marco come pure Matteo ci offre i nomi di quelli che seguivano la morte di Gesù da lontano. (Mc 15, 40-41). Solo il quarto vangelo perciò, specifica che la madre di Gesù con le altre donne e il discepolo amato “stavano presso la croce”. Stavano li, come servi al loro re. Sono coraggiosamente presenti nel momento in cui Gesù dichiara che ormai “tutto è compiuto” (Gv 19, 30). La madre di Gesù è presente all’ora che finalmente “è giunta”. Quell’ora preannunziata nelle nozze di Cana (Gv 2, 1ss). Il quarto vangelo aveva notato anche in quel momento che “la madre di Gesù era là” (Gv 2, 1). Perciò colui che rimane fedele al Signore nella sua sorte, egli è il discepolo amato. L’evangelista lascia in anonimato questo discepolo così ciascuno di noi potrà rispecchiarsi in lui che ha conosciuto i misteri del Signore, appoggiando il capo sul petto di Gesù durante l’ultima cena (Gv 13, 25).



Domande e suggerimenti per orientare la meditazione e l’attualizzazione

- Leggi un’altra volta il brano del vangelo, e trova nella Bibbia tutti i testi citati nella chiave di lettura. Cerca di trovarne altri testi paralleli che ti aiutino a penetrare a fondo il testo in meditazione.

- Con il tuo spirito, aiutato dalla lettura orante del racconto giovanneo, visita i luoghi della Passione, fermati sul Calvario per cogliere con Maria e il discepolo amato l’evento della Passione.

- Che cosa ti colpisce di più?Quali sentimenti suscita in te questo racconto della Passione?

- Che significato ha per te il fatto che Gesù subisce attivamente la sua passione?



Preghiera finale: O Sapienza Eterna, o Bontà Infinita, Verità Ineffabile, scrutatore dei cuori, Dio Eterno, donaci di capire, tu che puoi, sai e vuoi! O Amoroso e Svenato Agnello, Cristo crocifisso, che fa’ che si adempisca in noi quel che tu dicesti: “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). O lume indeficiente, del qual procedono tutti i lumi! O luce, per la quale fu fatto la luce, senza la quale ogni cosa è tenebre, con la quale ogni cosa è luce. Illumina, illumina, che illumina! E fa penetrare la volontà tutta a tutti gli autori e cooperatori che hai eletti in tal opera di rinnovazione. Gesù, Gesù amore, Gesù, trasformaci e conformaci a te. Increata Sapienza, Verbo Eterno, dolce Verità, tranquillo Amore, Gesù, Gesù Amor! (S. Maria Maddalena de’ Pazzi, O.Carm., in La Renovatione della Chiesa, 90-91).

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MessaggioOggetto: da Enzo, aprile 2010   Dom Giu 27, 2010 5:45 pm

MESSA DEL CRISMA



Letture:

Is 61,1-3.6.8-9 (Il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri e a dare loro un olio di letizia)

Sal 88 (Canterò per sempre l’amore del Signore)

Ap 1,5-8 (Cristo ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre)

Lc 4,16-21 (Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione)




L’Amore che si fa Comunione di Vita

Grandi eventi si compiono in questo giorno: la chiesa (fedeli e presbiteri) si riunisce in mattinata nelle cattedrali con il proprio Vescovo per fare concreta e viva esperienza di unità, memore della preghiera di Cristo che intensamente la chiede al Padre per la sua Chiesa. La stessa unità viene celebrata nel memoriale eucaristico e nell’istituzione del Sacerdozio. La benedizione degli oli santi, che serviranno per l’amministrazione dei sacramenti, avviene nella stessa celebrazione a testimoniare la premura della Chiesa per i propri fedeli, che si estende per tutto il tempo della vita terrena e diventano veicoli di grazia e segni efficaci di salvezza. È un giorno veramente santo questo Giovedì: per i sacerdoti è il giorno in cui possono percepire, più che mai, la grandezza del dono ricevuto, che li assimila a Cristo stesso e li rende strumenti di salvezza e dispensatori dei beni di Dio; per i fedeli è il nuovo patto indissolubile ed eterno, sancito da Cristo che, per restare sempre con noi vivo, si rende presente nell’Eucaristia e diventa cibo e bevanda di vita; per tutti può essere un giorno in cui la presenza di Dio e il suo amore per l’uomo si rende nel mondo più percettibile e più intenso.

Credo sia un atto di grande carità aiutare i miei amici a condividere l’Amore di Dio per noi, in questi giorni davvero santi. Lo faccio, offrendo brevi riflessioni di partecipazione. Oggi, Giovedì Santo, In mattinata, in tutte le cattedrali della Chiesa nel mondo, ogni vescovo raduna, in modo particolare, tutti i sacerdoti della sua Diocesi, per quella suggestiva celebrazIone definita ‘Messa del Crisma’, ossia la benedizione degli Oli sacri: dei catecumeni, degli infermi e del Sacro crisma. Quest’ultimo viene usato per ungere la fronte dei cresimandi, le mani dei sacerdoti ed, infine, il capo nell’ordinazione a vescovo. Momenti, grandi momenti, Cresima, Sacerdozio, Consacrazione episcopale, che sono, non solo la designazione e consacrazione di noi uomini nel nostro cammino vocazionale, ma sono espressioni della Forza dello Spirito. Davvero siamo ‘unti del Signore’. Al termine della S. Messa i parroci attingono gli oli da portare nella parrocchia per il Battesimo, l’Unzione degli infermi e la Cresima. Ed è un momento, questo, che ‘fa vedere’ come davvero la Chiesa è Corpo di Cristo, visibile nella grande Comunione dei sacerdoti con il vescovo: è la Festa dei sacerdoti e di tutti i fedeli, uniti in comunità con il proprio vescovo. Un evento davvero grande e commovente. A sera: con grande solennità, come a continuare ‘la Cena del Signore’, ossia il dono dell’Eucarestia, nelle parrocchie viene celebrata la S: Messa definita ‘In Coena Domini’, ossia ‘nella Cena del Signore’. È la solennità della ‘prima Comunione’ della Chiesa, rappresentata dagli Apostoli, con il Corpo e Sangue di Gesù, donato per sempre quella sera. Una Cena che da allora non finisce mai ed è la grande manifestazione di Dio che si fa Dono, Pane di Vita, per noi: ‘Mistero grande della fede’. È qui che si misura quanto conta l’Eucarestia per noi: se poco o se tanto. Ognuno deve chiederselo. Così commenta, il caro Giovanni Paolo II, il suo rapporto con l’Eucarestia, nell’Enciclica ‘Ecclesia et Eucarestia’. “Ave, verum corpus, natum de Maria Virgine. Pochi anni or sono ho celebrato il cinquantesimo del mio sacerdozio. Sperimento oggi la grazia di offrire alla Chiesa questa Enciclica sulla Eucaristia, nel Giovedì Santo, che cade nel mio 25° anno di ministero petrino. Lo faccio con il cuore colmo di gratitudine. Da oltre mezzo secolo, ogni giorno, da quel 2 novembre 1946, in cui celebrai la prima Messa, nella cripta di San Leonardo, della cattedrale del Wawel di Cracovia, i miei occhi si sono raccolti sull’ostia e sul calice in cui il tempo e lo spazio si sono in qualche modo ‘contratti’ e il dramma del Golgota si è ripresentato vivo, rivelando la sua misteriosa ‘contemporaneità’. Ogni giorno la mia fede ha potuto riconoscere nel Pane e nel Vino consacrati, il divino Viandante che un giorno si mise al fianco dei due discepoli di Emmaus per aprire loro gli occhi alla luce e il cuore alla speranza. Lasciate, carissimi fratelli e sorelle, che io renda con intimo trasporto, in compagnia e a conforto della vostra fede, la mia testimonianza di fede nella Santissima Eucaristia. ‘Ave verum corpus, natum de Maria Virgine / vere passum, immolatum, in croce pro homine’. Qui c’è il tesoro della Chiesa, il cuore del mondo, il pegno del traguardo a cui ciascun uomo, anche inconsapevolmente, anela. Mistero grande che supera, certo, e mette a dura prova la capacità della nostra mente di andare oltre le apparenze, ma la fede ci basta. Lasciate che, come Pietro, alla fine del discorso eucaristico, nel Vangelo di Giovanni, io ripeta a Cristo, a nome di ciascuno di voi: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna” (Dall’Enciclica sull’Eucarestia). Come vescovo, ho avuto il dono qualche volta di celebrare con il Santo Padre, Giovanni Paolo II, la S. Messa nella sua cappella privata. Era come una sinfonia divina, che rapiva e si scolpiva nella memoria e nel cuore. Oggi, siamo chiamati a vivere questo dono. Ci saremo tutti? Vorrei che fossero nostre le parole di Pietro, davanti alle nostre difficoltà nel credere: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna...Conferma la nostra fede!”





MESSA IN COENA DOMINI



Preghiera iniziale: Iniziamo il nostro incontro con la Parola di Dio lasciando parlare tutta la nostra vita, lasciando che la parola del vangelo di oggi parli a tutta la nostra vita e la rinnovi con la luce dell’esempio che Gesù ci offre. Ci lasciamo guidare da una proposta di preghiera che attingiamo da una raccolta di canti oranti che ha per titolo: «Cuore in festa». «Quando tu parli, Signore, il nulla palpita di vita: le ossa aride diventano persone viventi, il deserto fiorisce... Quando mi accingo a pregarti mi sento arido, non so che dire. Non sono, evidentemente, sintonizzato con la tua volontà, le mie labbra non sono intonate al mio cuore, il mio cuore non si sforza d’intonarsi con il tuo. Rinnova il mio cuore, purifica le mie labbra perché parli con te come vuoi tu, perché parli con gli altri come vuoi tu, perché parli con me stesso, col mio mondo interiore, come vuoi tu» (L.Renna).



Letture:

Es 12,1-8.11-14 (Prescrizioni per la cena pasquale)

Sal 115 (Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza)

1Cor 11,23-26 (Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore)

Gv 13,1-15 (Li amò sino alla fine)



Eucaristia e Sacerdozio

È un giorno solenne e santo quello che celebriamo oggi. Diventiamo i commensali di Dio, ci viene dato come bevanda e come cibo il suo sangue e la sua carne. È il sangue e la carne dell’uomo Dio, prima martirizzato nella crudeltà di una orribile passione, poi racchiusa in un calice e in piccole ostie per assumerli come germe di vita nuova. Così siamo rigenerati nel corpo e nello spirito, diventiamo nuove creature, riscopriamo la nostra fratellanza, diventiamo uno in Cristo, diventiamo templi sacri, in cui inibita la divinità. Non più schiavi ma liberi, con una somiglianza soprannaturale con il nostro creatore e signore. La sfida che satana lanciò sin dal princìpio ai nostri progenitori «sarete come Dio», ora trova il suo vero compimento. Accadde in un’ultima cena, mentre si celebrava la nuova Pasqua. Gesù è prostrato come uno schiavo dinanzi ai suoi, vuole loro lavare i piedi. Vuole dare loro una lezione di umiltà, vuole dire loro che l’amore vero esige l’immolazione volontaria per gli altri, vuole spegnere ogni benché minima ombra di potere, vuole dire agli apostoli e ai futuri ministri dell’Eucaristia che per ripetere validamente quell’eterno sacrificio, devono mettere a disposizione di tutti la propria vita, diventare vittime con la Vittima. Solo così quel sacrificio potrà diventare un memoriale, potrà ripetersi nei secoli sugli altari del mondo per sfamare gli affamati di ogni tempo e dissetare le brame dei viventi. «Fate questo in memoria di me» non significa soltanto ricevere una dignità e un mandato, significa soprattutto assimilarsi a Cristo, assumerne le sembianze, ripeterne i suoi gesti e le sue parole, offrirsi ogni giorno come vittima, essere il cibo di tutti, lasciarsi dilaniare nella carne e nello spirito, essere sacerdoti del Dio altissimo, capaci di generare Cristo con un limpido amore alla Madre sua e nostra. Così eucaristia e sacerdozio si fondono nel mistero, si realizzano e si perpetuano nella storia. Così il Vivente entra nel mondo, si dona, si lascia divorare, s’immola, guarisce, risana, redime e salva. Oggi è le festa dei sacerdoti, oggi più che mai contempliamo l’amore di Dio, la grande missione che ci ha affidato, la potenza che egli ha voluto conferire alle nostre parole, ma ci troviamo anche prostrati nella consapevolezza dei limiti e delle debolezze, che ci accompagnano anche quando saliamo tremanti sui pulpiti e sugli altari. È lì che guardandoci allo specchio ci convinciamo che i primi affamati siamo noi, è lì che verrebbe la voglia di scendere e di smettere le nostre messe, ma è ancora lì che troviamo i motivi veri di una interiore e totale purificazione: ci purifica lo sguardo misericordioso di Dio e quello altrettanto benevolo dei fratelli; così ci troviamo accomunati a sperimentare il nostro sacerdozio: «il mio e vostro sacrificio».

Gesù trascorre le ultime ore della sua vita terrena in compagnia dei suoi discepoli. Il Maestro manifesta un amore straordinario per gli apostoli, impartendo loro insegnamenti e raccomandazioni. Durante l’ultima Cena, Gesù ha mostrato - con le sue parole - l’amore infinito che aveva per i suoi discepoli e gli ha dato validità eterna istituendo l’Eucaristia, facendo dono di sé: egli ha offerto il suo Corpo e il suo Sangue sotto forma di pane e di vino perché diventassero cibo spirituale per noi e santificassero il nostro corpo e la nostra anima. Egli ha espresso il suo amore nel dolore che provava quando ha annunciato a Giuda Iscariota il suo tradimento ormai prossimo e agli apostoli la loro debolezza. Egli ha fatto percepire il suo amore lavando i piedi agli apostoli e permettendo al suo discepolo prediletto, Giovanni, di appoggiarsi al suo petto. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all’umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l’apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio. Nonostante l’insegnamento così chiaro di Gesù, gli apostoli continuarono a disputarsi i primi posti nel Regno del Messia. Durante l’ultima Cena, Gesù non si è accontentato di parole, ma ha dato l’esempio mettendosi a lavare loro i piedi. E, dopo aver finito, ha detto: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,13-14). La Cena si ripete nei secoli. Infatti Gesù ha investito gli apostoli e i loro successori del potere e del dovere di ripetere la Cena eucaristica nella santa Messa. Cristo si sacrifica durante la Messa. Ma, per riprendere le parole di san Paolo, egli resta lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). I credenti che partecipano al Sacrificio eucaristico cambiano, ma il loro comportamento nei confronti di Cristo è più o meno lo stesso di quello degli apostoli nel momento della Cena. Ci sono stati e ci sono tuttora dei santi e dei peccatori, dei fedeli e dei traditori, dei martiri e dei rinnegatori. Volgiamo lo sguardo a noi stessi. Chi siamo? Qual è il nostro comportamento nei confronti di Cristo? Dio ci scampi dall’avere qualcosa in comune con Giuda, il traditore. Che Dio ci permetta di seguire san Pietro sulla via del pentimento. Il nostro desiderio più profondo deve però essere quello di avere la sorte di san Giovanni, di poter amare Gesù in modo tale che egli ci permetta di appoggiarci al suo petto e di sentire i battiti del suo cuore pieno d’amore; di giungere al punto che il nostro amore si unisca al suo in modo che possiamo dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).



Approfondimento del Vangelo (Lavanda dei piedi)

Lettura del Vangelo: Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi». Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ha dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».



Momenti di silenzio orante: In un ascolto amoroso la parola non è necessaria, anche il silenzio parla e comunica amore.



Preambolo alla Pasqua di Gesù: Il brano del vangelo di questo giorno è inserito in un insieme letterario che comprende i capitoli 13-17. L’inizio è costituito dal racconto dell’ultima cena che Gesù condivide con i suoi discepoli, durante la quale compie il gesto della lavanda dei piedi (13,1-30). Poi, Gesù intesse un lungo dialogo d’addio con i suoi discepoli (13,31 - 14,31), i capitoli 15-17 hanno la funzione di approfondire ulteriormente il precedente discorso del maestro. Immediatamente, segue, l’azione dell’arresto di Gesù (18,1-11). In ogni modo, questi eventi narrati in 13,-17,26 sono collegati sin da 13,1 con la Pasqua di Gesù. Interessante è notare quest’ultima annotazione: da 12,1 la Pasqua non viene più denominata come la pasqua dei giudei, ma di Gesù. É lui, d’ora innanzi, l’Agnello di Dio che libererà l’uomo dal suo peccato. Quella di Gesù è una pasqua che mira alla liberazione dell’uomo: un nuovo esodo che permette di passare dalle tenebre alla luce (8,12), e che porterà vita e festa nell’umanità (7,37). Gesù è consapevole che sta per concludersi il suo cammino verso il Padre e, quindi sta per portare a termine il suo esodo personale e definitivo. Tale passaggio al Padre avviene mediante la croce, momento nodale in cui Gesù consegnerà la sua vita a vantaggio dell’uomo. Colpisce l’attenzione del lettore nel constatare come l’evangelista Giovanni sappia ben presentare la figura di Gesù nel mentre è consapevole degli ultimi eventi della sua vita e, quindi, della sua missione. Come a ribadire che Gesù non è travolto dagli eventi che minacciano la sua esistenza, ma è pronto a dare la sua vita. In precedenza l’evangelista aveva notato che non era giunta la sua ora; ma ora nel racconto della lavanda dei piedi dice che è consapevole dell’approssimarsi della sua ora. Tale coscienza sta alla base dell’espressione giovannea: «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (v.1). L’amore per i «suoi», coloro che formano la nuova comunità, è stato evidente mentre era con loro, ma splenderà in modo eminente nella sua morte. Tale amore viene mostrato da Gesù nel gesto della lavanda dei piedi che, nella sua valenza simbolica, mostra l’amore continuo che si esprime nel servizio.



Lavanda dei piedi: Gesù si trova in una cena ordinaria con i suoi. Ha piena coscienza della missione che il Padre gli ha affidato: da lui dipende la salvezza dell’umanità. Con tale consapevolezza vuole mostrare ai «suoi», mediante la lavanda dei piedi, come si porta a compimento l’opera salvifica del Padre e indicare in tale gesto la donazione della sua vita per la salvezza dell’uomo. É volontà di Gesù che l’uomo si salvi e uno struggente desiderio lo guida a dare la sua vita e a consegnarsi. É consapevole che «il Padre aveva posto tutto nelle sua mani» (v.3a), tale espressione lascia intravedere che il Padre lascia a Gesù la completa libertà di azione. Gesù, inoltre, sa che la sua vera provenienza e la meta del suo itinerario è Dio; sa che la sua morte in croce, espressione massima del suo amore, è l’ultimo momento del suo cammino salvifico. La sua morte è un «esodo»; è l’apice della sua vittoria sulla morte, nel suo donarsi (dare la vita) Gesù ci rivela la presenza di Dio come vita piena ed esente dalla morte. Con questa piena consapevolezza della sua identità e della sua completa libertà Gesù si accinge a compiere il grande e umile gesto della lavanda dei piedi. Tale gesto d’amore viene descritto con un accumulo di verbi (otto) che rendono la scena coinvolgente e pregna di significato. L’evangelista nel presentare l’ultima azione di Gesù verso i suoi, usa questa figura retorica dell’accumulo dei verbi senza ripetersi perché tale gesto rimanga impresso nel cuore e nella mente dei suoi discepoli e di ogni lettore e perché venga ritenuto un comandamento da non dimenticare. Il gesto compiuto da Gesù intende mostrare che il vero amore si traduce in azione tangibile di servizio. Gesù si spoglia delle sue vesti e si cinge di un grembiule, simbolo del servizio. Più precisamente Gesù che depone le sue vesti è un’espressione che ha la funzione di esprimere il significato del dono della vita. Quale insegnamento Gesù vuole trasmettere ai suoi discepoli con questo gesto? Mostra loro che l’amore si esprime nel servizio, nel dare la vita all’altro come lui ha fatto. Al tempo di Gesù la lavanda dei piedi era un gesto che esprimeva ospitalità e accoglienza nei confronti degli ospiti. In via ordinaria era svolto da uno schiavo oppure dalla moglie nei confronti della moglie e anche dalle figlie verso il loro padre. Inoltre era consuetudine che tale rito della lavanda dei piedi avvenisse sempre prima di mettersi a mensa e non durante. Tale inciso dell’azione di Gesù intende sottolineare la singolarità del suo gesto. E così Gesù si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli. Il reiterato uso del grembiule con cui Gesù si è cinto sottolinea che l’atteggiamento del servizio è un attributo permanente della persona di Gesù. Difatti quando avrà terminato la lavanda Gesù non si toglie il panno che funge da grembiule. Tale particolare intende sottolineare che il servizio-amore non termina con la sua morte. La minuziosità di tali dettagli mostra l’intento dell’evangelista a voler sottolineare la singolarità e l’importanza del gesto di Gesù. Lavando i piedi dei suoi discepoli Gesù intende mostrare ad essi il suo amore, che è un tutt’uno con quello del Padre (10,30.38). É davvero sconvolgente questa immagine che Gesù ci rivela di Dio: non è un sovrano che risiede esclusivamente nel cielo, ma si presenta come servo dell’umanità per innalzarla a livello divino. Da questo servizio divino scaturisce per la comunità dei credenti quella libertà che nasce dall’amore e che rende tutti i suoi membri «signori» (liberi) perché servi. É come dire che solo la libertà crea vero amore. D’ora in poi il servizio che i credenti renderanno all’uomo avrà come scopo quello di instaurare rapporti tra gli uomini in cui l’uguaglianza e la libertà siano una conseguenza della pratica del servizio reciproco. Gesù con il suo gesto intende mostrare che qualsiasi dominio o tentativo di sopravvento sull’uomo è contrario all’atteggiamento di Dio che, invece, serve l’uomo per elevarlo a sé. Inoltre non ha più senso le pretese di superiorità di un uomo sull’altro, perché la comunità fondata da Gesù non ha caratteristiche piramidali, ma dimensioni orizzontali, in cui ciascuno è a servizio degli altri, sull’esempio di Dio e di Gesù. In sintesi, il gesto che Gesù compie esprime i seguenti valori: l’amore versi i fratelli chiede di tradursi in accoglienza fraterna, ospitalità, cioè in servizio permanente.



Resistenza di Pietro: La reazione di Pietro al gesto di Gesù si esprime in atteggiamenti di stupore e protesta. Anche nel modo di rapportarsi a Gesù avviene un cambiamento: Pietro lo chiama «Signore» (13,6). Tale titolo riconosce a Gesù un livello di superiorità che stride con il «lavare» i piedi, un’azione che compete, invece, a un soggetto inferiore. La protesta è energicamente espressa dalle parole: «tu lavi i piedi a me?». Agli occhi di Pietro questo umiliante gesto della lavanda dei piedi è sembrato come un inversione dei valori che regolano le relazioni tra Gesù e gli uomini: il primo è il Messia, Pietro è un suddito. Pietro disapprova l’uguaglianza che Gesù vuole creare tra gli uomini. A tale incomprensione Gesù risponde invitando Pietro ad accogliere il senso del lavargli i piedi come una testimonianza del suo affetto verso di lui. Più precisamente gli vuole offrire una prova concreta di come lui e il Padre lo ama. Ma la reazione Pietro non desiste: rifiuta categoricamente che Gesù si metta ai suoi piedi. Per Pietro ognuno deve ricoprire il suo ruolo, non è possibile una comunità o una società basata sull’uguaglianza. Non è accettabile che Gesù abbandoni la sua posizione di superiorità per rendersi uguale ai suoi discepoli. Tale idea del Maestro disorienta Pietro e lo porta a protestare. Non accettando il servizio d’amore del suo Maestro, non accetta, neanche che muoia in croce per lui (12,34;13,37). É, come dire, che Pietro è lontano dalla comprensione di cosa sia il vero amore, e tale ostacolo è di impedimento perché Gesù glielo mostri con l’azione. Intanto se Pietro non è disposto a condividere la dinamica dell’amore che si manifesta nel servizio reciproco non può condividere l’amicizia con Gesù e rischia, davvero, di autoescludersi. Inseguito all’ammonimento di Gesù «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (v.8), Pietro aderisce alle minacciose parole del Maestro, ma senza, però, accettare il significato profondo dell’azione di Gesù. Si mostra aperto disposto a farsi lavare da Gesù, non solo i piedi, ma, anche le mani e la testa. Sembra che a Pietro sia più facile accettare il gesto di Gesù come un’azione di purificazione o abluzione piuttosto che come servizio. Ma Gesù gli risponde che i discepoli sono diventati puri («puliti») nel momento in cui hanno accettato di lasciarsi guidare dalla Parola del Maestro, rifiutando quella del mondo. Pietro e i discepoli non hanno più bisogno del rito giudaico della purificazione ma di lasciarsi lavare i piedi da Gesù; ovvero di lasciarsi amare da lui, conferendo loro dignità e libertà.



Il memoriale dell’amore: Al termine della lavanda dei piedi Gesù intende dare alla sua azione una validità permanente per la sua comunità e nello stesso tempo lasciare ad essa un memoriale o comandamento che dovrà regolare per sempre le relazioni fraterne. Gesù è il Signore, non nella dimensione del dominio, ma in quanto comunica l’amore del Padre (il suo Spirito) che ci rende figli di Dio e idonei a imitare Gesù che liberamente dona l’amore ai suoi. Tale atteggiamento interiore Gesù ha inteso comunicarlo ai suoi, un amore che non esclude nessuno, neppure Giuda che sta per tradirlo. Quindi se i discepoli lo chiamano signore, devono imitarlo; se lo considerano maestro devono ascoltarlo.



Alcune domande per meditare:

- si alzò da tavola: come vivi l’eucaristia? In modo sedentario o ti lasci sollecitare all’azione dal fuoco dell’amore che ricevi? Corri il pericolo che l’eucaristia a cui partecipi si smarrisca nel narcisismo contemplativo, senza approdare all’impegno di solidarietà e condivisione? Il tuo impegno per la giustizia, per i poveri parte dalla consuetudine d’incontrare Cristo nell’eucaristia, dalla familiarità con lui?

- depose le vesti: quando dall’eucaristia passi alla vita sai deporre le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale per lasciarti guidare da un amore autentico verso gli altri? Oppure dopo l’eucaristia non sei capace di deporre le vesti del dominio e dell’arroganza per indossare quelle della semplicità, della povertà?

- si cinse un asciugatoio: è l’immagine della «chiesa del grembiule». Nella vita della tua famiglia, della tua comunità ecclesiale percorri la strada del servizio, della condivisione? Sei coinvolto direttamente nel servizio ai poveri e agli ultimi? Sai scorgere il volto di Cristo che chiede di essere servito, amato nei poveri?



Preghiera finale:

Affascinato dal modo con cui Gesù esprime il suo amore verso i suoi Origene così prega: Gesù, vieni, ho i piedi sporchi. Per me fatti servo, versa l’acqua nel bacile; vieni, lavami i piedi. Lo so, è temerario quel che ti dico, ma temo la minaccia delle tue parole: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Lavami dunque i piedi, perché abbia parte con te (Omelia 5 su Isaia).


E San Ambrogio preso da un desiderio ardente di corrispondere all’amore di Gesù, così si esprime: O mio signore Gesù, lasciami lavare i tuoi sacri piedi; te li sei sporcati da quando cammini nella mia anima... Ma dove prenderò l’acqua della fonte per lavarti i piedi? In mancanza di essa mi restano gli occhi per piangere: bagnando i tuoi piedi con le mie lacrime, fa’ che io stesso rimanga purificato (Trattato sulla penitenza).

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 5:55 pm

DOMENICA DELLE PALME O DELLA PASSIONE DEL SIGNORE

Orazione iniziale: Spirito santo, effuso sul mondo dal divino Morente, guidaci a contemplare e comprendere la via dolorosa del nostro Salvatore e l’amore con cui Egli l’ha percorsa. Donaci occhi e cuore di veri credenti, perché si sveli a noi il mistero glorioso della sua croce. «Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori dalla casa di Dio, nostro re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d’acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Grazie alla croce non ci spaventa più l’iniquità dei potenti, perché sediamo alla tavola del re» (cfr. Giovanni Crisostomo).

Letture:

Is 50,4-7 (Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso; terzo canto del Servo del Signore)

Sal 21 (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?)

Fil 2,6-11 (Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò)

Lc 22,14 - 23,56 (La passione del Signore)




Un trionfo momentaneo e poi la passione

Prima i rami d’ulivo, i mantelli stesi a terra a mo’ di tappeti, l’Osanna al Figlio di Davide e poi… la condanna il «crocifìggilo». Vengono denunciate così palesemente, le tremende contraddizioni dei comportamenti umani: un effimero trionfo tributato a Cristo riconosciuto Figlio di Davide, Re e Signore e poi, forse le stesse voci che l’osannano, gridano perché sia crocifisso e fatto tacere per sempre. Comprendiamo così il significato recondito delle nostre peggiori passioni e gli effetti devastanti di una miopia spirituale, che oscura il bene e ci immerge in pensieri e in trame di morte. Fa sempre piacere poter acclamare qualcuno da cui attendiamo soluzioni facili ed immediate ai nostri più pressanti problemi. Gesù che aveva rifiutato di essere acclamato Re, dopo la moltiplicazione dei pani, che dirà a Pietro, che tenta di difenderlo con la spada, il mio Regno non è di questo mondo, oggi acconsente di entrare trionfalmente a Gerusalemme, la città santa, per far comprendere che, prima di essere vittima degli uomini, egli, come vero Re, va incontro liberamente alla passione e alla morte. La sua passione è sì una terribile trama ordita dai suoi nemici e causata dai nostri peccati, ma innanzitutto è un disegno divino, una manifestazione palese dell’amore misericordioso del Padre, una esigenza della giustizia divina, una docile ed umile accettazione da parte di Cristo Gesù. Ecco perché accetta di essere acclamato re: è un altro modo per preannunciare la sua gloriosa risurrezione, il suo trionfo sulla morte. Il nostro Osanna quindi lo rivolgiamo a colui che già contempliamo nella fede come nostro vero ed unico Re e Signore, come redentore nostro e come colui che da trionfatore ci precede nella gloria. Le nostre acclamazioni non cesseranno perciò in questa domenica, ma diventeranno il nostro perenne rendimento di grazie, la nostra lode senza fine, che esploderanno in un gioioso Alleluia pasquale.

Festeggiamo oggi l’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo. La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi. Ma nella sofferenza risiede la vittoria. “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano le parole che richiamano l’antico inno cristiano sulla kenosi citato da san Paolo: “Per questo Dio l’ha esaltato al di sopra di tutto”. L’intera gloria del servo di Iahvè è nello spogliarsi completamente, nell’abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: “Per questo”. L’elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati. Poiché la divinità è l’amore. E l’amore si è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla croce dalla quale è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre. “Dopo queste parole egli rese lo spirito”, e noi ci inginocchiamo - secondo la liturgia della messa - e ci immergiamo nella preghiera o nella meditazione. Questo istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a ciascuno di noi. Che cosa dirò al Crocifisso? A me stesso? Al Padre?

Inizia la settimana santa. Nella settimana santa la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita, a cominciare dal suo ingresso messianico in Gerusalemme fino alla sua beata passione e gloriosa risurrezione. La Domenica delle palme «della Passione del Signore», nella quale la Chiesa dà inizio alla celebrazione del mistero del suo Signore morto, sepolto e risorto, unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio della sua gloriosa passione. I due aspetti del mistero pasquale vengano messi in luce nella catechesi e nella celebrazione di questo giorno. L’ingresso del Signore in Gerusalemme viene commemorato con la solenne processione, con cui i cristiani, imitando le acclamazioni dei fanciulli ebrei, vanno incontro al Signore al canto dell’«Osanna». La processione sia una soltanto e fatta prima della Messa con maggiore concorso di popolo, anche nelle ore vespertine sia del sabato che della domenica. I fedeli si raccolgano in una chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa verso la quale la processione è diretta. I fedeli partecipino a questa processione cantando e portando in mano rami di palma o di altri alberi. Il sacerdote e i ministri precedono il popolo, portando anch’essi le palme. Le palme vengono benedette per essere portate in processione. Conservate religiosamente in casa, richiamano alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo celebrata in questo giorno con la processione.



Approfondimento del Vangelo (La morte di Gesù: quando l’amore arriva agli estremi)

Il testo:

L’ultima cena

Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui, [e disse: “Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione, [poiché vi dico: non la mangerò più, finché essa non si compia nel regno di Dio”. E preso un calice, rese grazie e disse: “Prendetelo e distribuitelo tra voi, poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio”. Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo dopo aver cenato, prese il calice dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue, che viene versato per voi”. “Ma ecco, la mano di chi mi tradisce è con me, sulla tavola. Il Figlio dell’uomo se ne va, secondo quanto è stabilito; ma guai a quell’uomo dal quale è tradito!”. [Allora essi cominciarono a domandarsi a vicenda chi di essi avrebbe fatto ciò. Sorse anche una discussione, chi di loro poteva esser considerato il più grande. Egli disse: “I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove; e io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me, perché possiate mangiare e bere alla mia mensa nel mio regno e siederete in trono a giudicare le dodici tribù di Israele. Simone, Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. E Pietro gli disse: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte”. Gli rispose: “Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi”. Poi disse: “Quando vi ho mandato senza borsa, né bisaccia, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?” Risposero: “Nulla”. Ed egli soggiunse: “Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così una bisaccia; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: E fu annoverato tra i malfattori. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo termine”. Ed essi dissero: “Signore, ecco qui due spade”. Ma egli rispose “Basta!”



La preghiera al Getsemani

Uscito se ne andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: “Pregate, per non entrare in tentazione”. Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”. Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all’angoscia, pregava più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: “Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione”.



L’arresto e il processo ebraico

Mentre egli ancora parlava, ecco una turba di gente; li precedeva colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, e si accostò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?”. Allora quelli che eran con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: “Signore, dobbiamo colpire con la spada?”. E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: “Lasciate, basta così!”. E toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che gli eran venuti contro, sommi sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: “Siete usciti con spade e bastoni come contro un brigante? Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete steso le mani contro di me; ma questa è la vostra ora, è l’impero delle tenebre”. Dopo averlo preso, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Siccome avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno, anche Pietro si sedette in mezzo a loro. Vedutolo seduto presso la fiamma, una serva fissandolo disse: “Anche questi era con lui”. Ma egli negò dicendo: “Donna, non lo conosco!”. Poco dopo un altro lo vide e disse: “Anche tu sei di loro!”. Ma Pietro rispose: “No, non lo sono!”. Passata circa un’ora, un altro insisteva: “In verità, anche questo era con lui; è anche lui un Galileo”. Ma Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”. E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto: “Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte”. E, uscito, pianse amaramente. Frattanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo schernivano e lo percuotevano, lo bendavano e gli dicevano: “Indovina: chi ti ha colpito?” E molti altri insulti dicevano contro di lui. Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i sommi sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al sinedrio e gli dissero: “Se tu sei il Cristo, diccelo”. Gesù rispose: “Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma da questo momento starà il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza di Dio”. Allora tutti esclamarono: “Tu dunque sei il Figlio di Dio?”. Ed egli disse loro: “Lo dite voi stessi: io lo sono”. Risposero: “Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca”.



Il processo civile davanti a Pilato ed Erode

Tutta l’assemblea si alzò, lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: “Abbiamo trovato costui che sobillava il nostro popolo, impediva di dare tributi a Cesare e affermava di essere il Cristo re”. Pilato lo interrogò: “Sei tu il re dei Giudei?”. Ed egli rispose: “Tu lo dici”. Pilato disse ai sommi sacerdoti e alla folla: “Non trovo nessuna colpa in quest’uomo”. Ma essi insistevano: “Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea fino a qui”. Udito ciò, Pilato domandò se era Galileo e, saputo che apparteneva alla giurisdizione di Erode, lo mandò da Erode che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme. Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto, perché da molto tempo desiderava vederlo per averne sentito parlare e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò con molte domande, ma Gesù non gli rispose nulla. C’erano là anche i sommi sacerdoti e gli scribi, e lo accusavano con insistenza. Allora Erode, con i suoi soldati, lo insultò e lo schernì, poi lo rivestì di una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici; prima infatti c’era stata inimicizia tra loro. Pilato, riuniti i sommi sacerdoti, le autorità e il popolo, disse: “Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo; ecco, l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate; e neanche Erode, infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò”. Ma essi si misero a gridare tutti insieme: “A morte costui! Dacci libero Barabba!”. Questi era stato messo in carcere per una sommossa scoppiata in città e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, volendo rilasciare Gesù. Ma essi urlavano: “Crocifiggilo, crocifiggilo!”. Ed egli, per la terza volta, disse loro: “Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò”. Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso; e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta fosse eseguita. Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà.



La condanna, la crocifissione e la morte

Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirène che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso le donne, disse: “Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: Beate le sterili e i grembi che non hanno generato e le mammelle che non hanno allattato. Allora cominceranno a dire ai monti: Cadete su di noi! e ai colli: Copriteci! Perché se trattano così il legno verde, che avverrà del legno secco?” Venivano condotti insieme con lui anche due malfattori per essere giustiziati. Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”. Dopo essersi poi divise le sue vesti, le tirarono a sorte. Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: “Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto”. Anche i soldati lo schernivano, e gli si accostavano per porgergli dell’aceto, e dicevano: “Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso”. C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei. Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e anche noi!”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso”. Era verso mezzogiorno, quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Il velo del tempio si squarciò nel mezzo. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo spirò.



Gli avvenimenti successivi alla morte

Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. Anche tutte le folle che erano accorse a questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano e così le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, osservando questi avvenimenti. C’era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, persona buona e giusta. Non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Egli era di Arimatèa, una città dei Giudei, e aspettava il regno di Dio. Si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia, nella quale nessuno era stato ancora deposto. Era il giorno della parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la tomba e come era stato deposto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo secondo il comandamento.



Chiave di lettura: Contesto liturgico: l’antica tradizione di proclamare il vangelo della passione e morte di Gesù Cristo nel corso delle celebrazioni della domenica precedente la Pasqua risale all’epoca in cui le celebrazioni della Settimana santa erano ridotte al minimo. Scopo di tale lettura è quello di condurre gli ascoltatori alla contemplazione del mistero di morte che prepara la resurrezione del Signore e che, quindi, è la condizione per cui il credente è entrato nella “vita nuova” in Cristo. L’uso di effettuare la lettura di questo lungo brano evangelico a più voci serve non solo a rendere meno monotona la proclamazione per facilitare l’ascolto attento, ma anche a favorire la partecipazione emotiva degli ascoltatori, quasi trasmettendo loro la sensazione che fossero presenti e agenti in quanto viene narrato. Le due letture che precedono il vangelo di questa domenica contribuiscono a dare una prospettiva interpretativa del testo: il Servo di JHWH è Gesù, il Cristo, Persona divina che, mediante la morte infamante che subisce, giunge alla gloria di Dio Padre e comunica la propria vita agli uomini che lo ascoltano / accolgono. Contesto evangelico: è noto che il nucleo letterario attorno al quale si sono formati i vangeli è proprio il racconto della pasqua del Signore: passione, morte e resurrezione. Siamo, dunque, di fronte a un testo abbastanza antico e unitario nella sua composizione letteraria, sebbene si sia formato gradualmente. La sua importanza è comunque capitale: viene narrato l’evento fondamentale della fede cristiana, quello col quale ciascun credente deve costantemente confrontarsi e conformarsi (anche se il testo offerto dalla liturgia in questa domenica si ferma alla sepoltura di Gesù). Luca, come sempre, si dimostra narratore efficace e delicato, attento al particolare e capace di far intravedere al lettore i sentimenti e i moti interiori dei suoi personaggi principali, soprattutto di Gesù. Il terribile e ingiusto dolore che egli subisce è filtrato attraverso il suo inalterabile atteggiamento di misericordia verso tutti gli uomini, anche se sono i suoi persecutori e uccisori; alcuni di essi stessi rimangono toccati da questo suo modo di affrontare la sofferenza e la morte, tanto da mostrare segni di fede in lui: lo strazio della passione è addolcito dalla potenza dell’amore divino di Gesù. Nel contesto del terzo vangelo, Gesù si reca nella Città santa una sola volta: quella decisiva per la storia umana del Cristo e per la storia della salvezza. Tutto il racconto evangelico lucano è come una lunga preparazione agli avvenimenti di quegli ultimi giorni, che Gesù trascorre in Gerusalemme predicando e compiendo gesti dal tono a volte grandioso (es.: la cacciata dei mercanti dal Tempio, 19,45-48), altre volte misteriosi o un po’ provocatori (es.: la risposta circa il tributo a Cesare, 20,19-26). Non a caso, l’evangelista concentra in questi ultimi giorni molti eventi e parole che gli altri sinottici collocano in altre fasi della vita pubblica del Signore. Tutto ciò si svolge mentre il complotto dei capi del Popolo s’intensifica e va concretizzandosi sempre meglio, fino a che Giuda offre loro un’occasione propizia e insperata (22,2-6). Il terzo evangelista, per indicare quest’ultima e definita tappa della vita del Signore, usa vari termini nel corso della sua opera: è una “partenza” o un “esodo” (9,31), è un’“assunzione” (9,51) ed è un “compimento” (13,32). Dunque, Luca fa intendere in anticipo ai suoi lettori in qual modo interpretare la terribile e scandalosa morte del Cristo al quale hanno affidato la propria vita: Egli compie un passaggio doloroso e difficile da capire, ma “necessario” nell’economia della salvezza (9,22; 13,33; 17,35; 22,37) per portare a buon successo (“compimento”) il suo itinerario verso la gloria (cfr. 24,26; 17,25). Tale itinerario di Gesù è paradigma di quello che ogni suo discepolo deve compiere (At 14,22).



Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:

- Il racconto dell’ultima cena: 22,7 - 22,38;

- La preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani: 22,39 - 22,46;

- L’arresto e il processo ebraico: 22,47 - 22,71

- Il processo civile davanti a Pilato ed Erode: 23,1 - 23,25

- La condanna, la crocifissione e la morte: 23,26 - 23,49

- Gli avvenimenti successivi alla morte: 23,50 - 23,56.



Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio entri in noi e illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.

a) Al termine di questa lunga lettura, quale sensazione prevale in me: sollievo per la fine della fatica, ammirazione per Gesù, dolore per il suo dolore, gioia per la salvezza ottenuta, o cos’altro?

b) Rileggo il testo, facendo attenzione a come hanno agito i vari “potenti”: sacerdoti, scribi e farisei, Pilato, Erode. Cosa penso di loro? Come penso che avrei potuto pensare, agire, parlare e decidere al loro posto?

c) Ancora una volta leggo il passio: pongo attenzione, stavolta, a come hanno agito i “piccoli”: discepoli, gente, singoli, donne, soldati e altri. Cosa penso di loro? Come penso che avrei agito, pensato e parlato io, al loro posto?

d) Rivedo, infine, il mio stile di azione nella vita quotidiana. In quale dei personaggi, principali o secondari, riesco meglio ad assomigliarmi? A quale, invece, vorrei poter somigliare di più?



Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire il tema

Soffermandoci su alcuni punti - chiave:

- 22,14: Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui: nonostante scriva per una comunità di Cristiani provenienti in prevalenza dal paganesimo, Luca sottolinea che l’ultima cena di Gesù è la cena che rientra nei riti del pesah ebraico. Subito prima ne ha descritto i preparativi (vv. 7-13).

- 22,15: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione: richiama 12,50: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (cfr. anche Gv 12,32). Luca ci offre uno sprazzo di luce sulla dimensione interiore di Gesù, mentre si appresta a patire e morire: ciò che lo spinge è, come sempre per lui, la scelta radicale di adeguarsi alla volontà del Padre (cfr. 2,49), ma s’intravede in queste parole anche un umanissimo desiderio di fraternità, di condivisione, di amicizia.

- 22,17: E preso un calice, rese grazie: non siamo ancora al calice eucaristico propriamente inteso, ma solo alla prima delle quattro coppe di vino che si consumano nel corso della cena pasquale.

- 22,18: Da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio: secondo accenno esplicito alla morte ormai prossima. È una ripresa degli annunci della passione (9,22.44; 12,50; 18,31-32) e, come quelli, richiama implicitamente anche alla resurrezione. Il tono, comunque, pur nella serietà del momento contiene gli accenti della speranza e dell’attesa escatologica, con la certezza che il Padre non lo abbandonerà alla morte. Gesù è conscio di ciò che dovrà affrontare, ma si dimostra profondamente sereno, interiormente libero, sicuro del proprio destino ultimo e degli esiti ultimi di quanto sta per succedergli.

- 22,19-20: il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia contiene molte affinità con quello riferito da Paolo (1Cor 11,23-25) e ha un marcato carattere sacrificale: Gesù si mette in stato di oblazione e non offre delle cose, ma se stesso, a beneficio di chi crede in lui.

- 22,21: La mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola: mangiando con lui, Gesù ammette anche Giuda alla comunione con sé, eppure è ben cosciente che questo discepolo sta per tradirlo definitivamente. Il contrasto è stridente e voluto dall’evangelista, come altre volte nel corso di questo racconto.

- 22,28: Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove: al contrario di Giuda, gli altri discepoli sono “perseveranti con Gesù nelle prove”, perché gli sono rimasti accanto, almeno fino a questo momento. Il Signore, dunque, riconosce che essi hanno raggiunto un alto grado di comunione con lui, tale da meritare loro uno speciale onore nella gloria del Padre (v. 29). È, dunque, Gesù stesso che istituisce uno stretto parallelo fra la comunione costante dei suoi discepoli (quelli di allora come quelli di oggi) con la sua sofferenza e la condivisione finale ed eterna della sua gloria (“mangiare e bere”, v. 30).

- 22,31-37: Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede: questo piccolo brano sembra riportato da un altro contesto. L’accenno di Gesù a satana e alla sua azione verso i discepoli riporta a quanto l’evangelista aveva segnalato sulle cause del tradimento di Giuda (22,3) e fa quasi un parallelo con la prospettiva lucana della passione come ultimo assalto di satana nei confronti di Gesù (cfr. 4,13; 22,53). Pietro viene difeso dalle insidie del tentatore dalla preghiera di Gesù stesso e dal fatto di aver decisamente scelto di essere discepolo del Signore, perché ha una missione particolare nei confronti dei suoi fratelli di fede (v. 32b). Gesù si premura anche di preavvisarlo: a lui, come agli altri discepoli, la terribile passione di Gesù costerà una dura lotta contro satana e i tanti agguati che, sotto diverse forme, tende ai discepoli che saranno accanto a Gesù nelle varie fasi della sua passione (vv. 35-36) a motivo della terribile prova cui Egli verrà sottoposto (v. 37); in queste ultime parole è apertamente riferito il testo di Isaia sul “Servo sofferente” (Is 53,12), con il quale Gesù viene chiaramente identificato.

- 22,33-34: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte... Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi: Pietro è un uomo dal carattere generoso, anche un po’ frettoloso, come dimostra la sua dichiarazione, che sembra costringere Gesù a dichiarare la previsione del suo rinnegamento. Come nei verss. 24-27 i capi della comunità cristiana venivano messi di fronte alla propria responsabilità di “servi” della fede dei fratelli loro affidati, ora viene ad essi richiamato il dovere della prudenza e della vigilanza su se stessi, sulla propria debolezza.

- 22,39-46: il racconto dell’agonia morale-spirituale nel Getsemani segue molto da vicino quello di Marco (14,32-42), eccetto che per alcuni particolari, specialmente il riferimento alla teofania consolatoria mediante la presenza dell’angelo (v. 43). Gesù intensifica la propria preghiera, mentre si avvicina il momento più difficile e insidioso della propria vita. Il Getsemani, come Luca segnala, era il luogo “solito” (v. 37) dei pernottamenti di Gesù a Gerusalemme (21,37).

- 22,47-53: con l’arresto, inizia la vera e propria passione di Gesù. Questo racconto di passaggio presenta gli avvenimenti seguenti come “l’ora delle tenebre” (v. 53) e mostra Gesù come colui che vince e vincerà sulla violenza mediante la pazienza e la capacità di amare anche i propri persecutori (v. 51); spiccano, perciò, le parole tristi ma amorevoli che egli rivolge a Giuda: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (v. 48).

- 22,54-71: Il processo giudaico non subisce evoluzioni nel corso della notte. Di Gesù prigioniero non viene riferito alcunché, fino al mattino. Quest’assenza di notizie circa quanto avviene a Gesù subito dopo l’arresto e fino all’inizio del processo è tipico di Luca.

- 22,60-62: Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”... Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto... E, uscito, pianse amaramente: l’incrocio dei due sguardi, avvenuto chissà come nell’agitazione di quella notte interminabile, segna la presa di coscienza di Pietro: nonostante le sue spavalde dichiarazioni di fedeltà, si è realizzato quanto Gesù gli aveva detto poco prima. In quello sguardo, Pietro sperimenta in prima persona la misericordia del Signore di cui aveva sentito parlare Gesù: non nasconde la realtà del peccato, ma la guarisce riportando l’uomo alla piena coscienza della propria realtà e dell’amore personale di Dio per lui.

- 22,70-71: Tu dunque sei il Figlio di Dio?... Lo dite voi stessi: io lo sono... Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca: il processo giudaico inizia ufficialmente con le prime luci del giorno (v. 66) ed è centrato sulla ricerca delle prove (quelle vere, in Luca, ma cfr. Mc 14,55-59) in base alle quali condannare a morte Gesù. Secondo Luca, quindi, i capi giudei non sono ricorsi a false testimonianze, ma - pur nella loro feroce avversione verso Gesù - si sono comportati con una certa correttezza giuridica verso di lui. Gesù, rispondendo positivamente alla domanda “Sei il figlio di Dio”, si mostra pienamente cosciente della propria dignità divina. In forza di essa, la sua sofferenza, la sua morte e la sua resurrezione sono testimonianza eloquente del Padre e della sua volontà benefica verso l’umanità. In questo modo, però, egli “firma” la propria condanna a morte: è un bestemmiatore che profana il Nome e la realtà di JHWH, perché se ne dichiara esplicitamente “figlio”.

- 23,3-5: Sei tu il re dei Giudei?... Tu lo dici... Costui solleva il popolo, insegnando: siamo al passaggio dal processo giudaico a quello romano: i capi ebrei consegnano il condannato al governatore perché esegua la loro condanna e, per offrirgli una motivazione a lui accettabile, “addomesticano” i moventi della loro condanna, mostrandoli sotto un aspetto politico. Gesù, perciò, viene presentato come sobillatore del popolo e usurpatore del titolo regale d’Israele (che ormai era divenuto quasi soltanto un ricordo o un’onorificenza). Lo strumento mediante il quale Gesù avrebbe perpetrato il suo reato, guarda caso, è la sua predicazione: quella parola di pace e di misericordia che aveva sparso a piene mani viene ora usata contro di lui!
Gesù conferma l’accusa, ma certamente la sua regalità non è certo quella che veniva accusato di cercare, bensì uno dei riflessi della sua natura divina. Questo, però, né Pilato né gli altri sono in grado di capirlo.

- 23,6-12: Lo mandò da Erode: Pilato, avendo forse intuito che si cercava di coinvolgerlo in un “gioco sporco”, tenta probabilmente di disfarsi del prigioniero, adducendo il rispetto della giurisdizione: Gesù appartiene a un distretto che non ricade, in quel momento storico, sotto la diretta responsabilità dei Romani, ma dipende da Erode Antipa. Questi è presentato dai vangeli come un personaggio decisamente ambiguo: ammira ed è avverso a Giovanni battista, a causa dei rimproveri del profeta contro la sua situazione matrimoniale irregolare e quasi incestuosa, infine lo arresta e poi lo fa uccidere per non fare una cattiva figura con i suoi ospiti (3,19-20; Mc 6,17-29). Poi cerca di conoscere Gesù per pura curiosità, avendone conosciuta la fama di operatore di miracoli, imbastisce un processo contro di lui (v. 10), lo interroga di persona, ma poi - dinanzi al suo ostinato silenzio (v. 9) - lo abbandona agli scherni dei soldati, com’era avvenuto al termine del processo religioso (22,63-65) e come avverrà quando Gesù verrà crocifisso (vv. 35-38). Finisce col rimandarlo a Pilato.
Luca conclude questo episodio con una interessante annotazione: il gesto di Pilato inaugura una nuova amicizia fra lui ed Erode. Sulla limpidezza delle motivazioni di tale amicizia le circostanze parlano chiaramente.

- 23,13-25: Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo;...non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate: come aveva anticipato nel primo incontro con Gesù (v. 4) e come ripeterà in seguito (v. 22), Pilato dichiara di ritenerlo innocente. Cerca di convincere i capi e il popolo a lasciare andare Gesù, ma essi hanno ormai deciso la sua morte (vv. 18.21.23) e insistono che sia condannato a morte. In cosa è consistito l’interrogatorio effettuato dal governatore? Ben poco, a giudicare dalle poche frasi riportate da Luca (v. 3). Eppure, Gesù ha risposto positivamente a Pilato, dichiarandosi “re dei Giudei”! A questo punto, è evidente che Pilato non lo considera un uomo pericoloso a livello politico, né per l’ordine pubblico, forse anche perché il tono della dichiarazione di Gesù non lasciava dubbi in questo senso. È abbastanza evidente l’intento dell’evangelista, che cerca di attenuare le responsabilità del governatore romano. Questi, tuttavia, è conosciuto dalle fonti storiche come un «uomo per natura inflessibile e, in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate» (Filone di Alessandria) e «che egli amava provocare la nazione a lui affidata, ricorrendo ora a sgarbi, ora a dure repressioni» (Giuseppe Flavio).

- 23,16.22: Dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò...: il fatto di essere ritenuto innocente, comunque, non avrebbe risparmiato a Gesù un duro “castigo”, inflitto solo per non lasciare troppo deluse le attese dei capi giudei.

- 23,16.18.25: A morte costui! Dacci libero Barabba! Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà: alla fine, Pilato cede totalmente alle insistenze dei capi e del popolo, pur se non pronuncia alcuna condanna formale nei confronti di Gesù. Barabba, vero delinquente e agitatore politico, diventa così il primo uomo salvato (almeno in quel momento) dal sacrificio di Gesù.

- 23,26-27: Presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui: Simone e le donne, più che testimoni privilegiati della passione, sono, in Luca, dei modelli di discepolato persone che mostrano fattivamente al lettore come seguire il Signore. Grazie a loro e alla folla, inoltre, Egli non è solo mentre si avvicina alla morte, ma è attorniato da uomini e donne che gli sono profondamente ed emotivamente vicini, pur se hanno bisogno di convertirsi, cosa alla quale egli non manca di richiamarli, nonostante la sua terribile situazione (vv. 28-31).
Simone di Cirene viene “preso”, ma Luca non lo mostra riluttante nell’aiutare il Signore (cfr. Mc 15,20-21). La “gran folla” è, anch’essa, vivamente partecipe di quanto avviene a Gesù. Ciò crea un contrasto stridente con la folla che, poco prima, ne ha preteso la condanna a morte da Pilato.

- 23,34: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno: Luca evidenzia la preoccupazione principale del Signore crocifisso che, pur nell’atroce dolore fisico causato dalle operazioni di crocifissione, prega per loro il Padre: non gli interessa la propria condizione né le cause storiche che l’hanno prodotta, ma solo la salvezza di tutti gli uomini. Come Lui, farà il martire Stefano (At 7,60), a dimostrare il carattere paradigmatico della vita e della morte di Gesù per l’esistenza di ogni Cristiano.
Per sottolineare questo deciso orientamento di Gesù, Luca omette il grido dal tono angosciato che riferiscono gli altri sinottici: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”

- 23,33.39-43: Crocifissero lui e i due malfattori... Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno... In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso: l’episodio del dialogo con uno dei suoi compagni di condanna è emblematico del modo in cui Luca comprende la morte di Gesù: un atto di autodonazione compiuto per amore e nell’amore per portare a salvezza il maggior numero di uomini, di qualunque condizione e in qualunque situazione si trovino.
“Oggi” (v. 43): il ladrone aveva parlato al futuro, ma Gesù gli risponde utilizzando il verbo al presente: la salvezza che Egli dona agisce subito, gli “ultimi tempi” iniziano con questo evento salvifico. “Sarai con me” (v. 43): espressione che indica la piena comunione che vige fra Dio e coloro che egli accoglie presso di sé nell’eternità (cfr. 1Tess 4,17). Secondo alcuni scritti apocrifi tardo-giudaici, il Messia doveva proprio “aprire le porte del Paradiso”.

- 23,44-46: Era verso mezzogiorno... Gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo spirò: le ultime parole di Gesù, per la loro indole, sembrano in contrasto con la notizia dell’alto grido, che le precede.
Giunto agli estremi della sua vita umana, Gesù compie u supremo atto di fiducia nel Padre, per la cui volontà Egli è arrivato a tanto. In queste parole si può intravedere un accenno alla resurrezione: il Padre gli riconsegnerà questa vita che ora Gesù gli affida (cfr. Sal 16,10; At 2,27; 13,35). Luca racconta molto stringatamente gli ultimi momenti di Gesù: non gli interessa indulgere su particolari che offrirebbero solo soddisfazione a una certa macabra curiosità, la stessa che attirava e attira tanti spettatori alle esecuzioni capitali in tutte le piazze del mondo.

- 23,47-48: Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomoera giusto”. Anche tutte le folle..., ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto: l’efficacia salvifica del sacrificio di Gesù agisce quasi immediatamente, con la sola evidenza dei fatti avvenuti: pagani (come il centurione che ha comandato il plotone incaricato dell’esecuzione) e Giudei (la gente) iniziano a cambiare. Il centurione “glorifica Dio” e sembra essere a un passo dal diventare un credente cristiano. Le folle giudee, forse senza accorgersene, si allontanano compiendo gesti di pentimento come Gesù ha chiesto alle donne di Gerusalemme (v. 38).

- 23,49: Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano: a prudente distanza, conoscendo le disposizioni romane che proibivano eccessivi gesti di lutto per i condannati alla croce (pena il subire la stessa condanna), il gruppo dei discepoli assiste attonito a tutta la scena. Luca non riporta alcun accenno alle loro emozioni o atteggiamenti: forse, il dolore e la violenza li hanno storditi fino al punto da renderli incapaci di qualsiasi reazione visibile.
In modo simile, le donne del gruppo dei discepoli non partecipano in alcun modo all’operazione con cui Giuseppe di Arimatèa seppellisce Gesù: si limitano a osservarlo (v. 55).

- 23,53: Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia: Gesù ha davvero subito il supplizio. È davvero morto, come tanti altri uomini prima e dopo di lui, sulla croce, in un comune corpo di carne. Quest’evento senza il quale non vi sarebbe salvezza né vita eterna per alcun uomo è verificato dal fatto che è necessario seppellirlo, tant’è vero che Luca si dilunga in alcuni particolari riguardanti il veloce rito di sepoltura realizzato da Giuseppe (vv. 52-54).

- 23,56: Il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento: come il Creatore si riposa nel giorno settimo della creazione, consacrando così il sabato (Gn 2,2-3), ora il Signore fa il suo sabato nella tomba. Nessuno dei suoi, ormai, sembra più capace di attendersi qualcosa: le parole di Gesù sulla resurrezione sono apparentemente dimenticate. Le donne si limitano a preparare gli oli per rendere più dignitosa la sepoltura del Maestro. Il vangelo di questa “domenica di Passione” si conclude qui, omettendo il racconto della scoperta del sepolcro vuoto (24,1-12) e facendoci assaporare il gusto dolce e amaro del sacrificio dell’Agnello di Dio. veniamo lasciati in un’atmosfera dolente e sospesa e vi restiamo immersi, pur conoscendo l’esito finale del racconto evangelico. Questa terribile morte del giovane Rabbi di Nazaret non perde significato nella sua resurrezione, ma acquista un valore del tutto nuovo e inatteso, che non prescinde dalla sua dimensione di uccisione sacrificale liberamente accettata per uno scopo “eccessivamente” alto rispetto alle nostre capacità di umana comprensione: è mistero allo stato puro.



Dagli scritti

Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo

Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele

Venite, e saliamo insieme sul monte degli Ulivi, e andiamo incontro a Cristo che oggi ritorna da Batania e si avvicina spontaneamente alla venerabile e beata passione, per compiere il mistero della nostra salvezza. Viene di sua spontanea volontà verso Gerusalemme. È disceso dal cielo, per farci salire con sé lassù «al di sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni altro nome che si possa nominare» (Ef 1,21). Venne non per conquistare la gloria, non nello sfarzo e nella spettacolarità, «Non contenderà», dice, «né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce» (Mt 12,19). Sarà mansueto e umile, ed entrerà con un vestito dimesso e in condizione di povertà. Corriamo anche noi insieme a colui che si affretta verso la passione, e imitiamo coloro che gli andarono incontro. Non però per stendere davanti a lui lungo il suo cammino rami d’olivo o di palme, tappeti o altre cose del genere, ma come per stendere in umile prostrazione e in profonda adorazione dinanzi ai suoi piedi le nostre persone. Accogliamo così il Verbo di Dio che si avanza e riceviamo in noi stessi quel Dio che nessun luogo può contenere. Egli, che è la mansuetudine stessa, gode i venire a noi mansueto. Sale, per così dire, sopra il crepuscolo del nostro orgoglio, o meglio entra nell’ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé. Egli salì verso oriente sopra i cieli dei cieli (cfr. Sal 67,34) cioè al culmine della gloria e del suo trionfo divino, come principio e anticipazione della nostra condizione futura. Tuttavia non abbandona il genere umano perché lo ama, perché vuole sublimare con sé la natura umana, innalzandola dalle bassezze della terra verso la gloria. Stendiamo, dunque, umilmente innanzi a Cristo noi stessi, piuttosto che le tuniche o i rami inanimati e le verdi fronde che rallegrano gli occhi solo per poche ore e sono destinate a perdere, con la linfa, anche il loro verde. Stendiamo noi stessi rivestiti della sua grazia, o meglio, di tutto lui stesso poiché quanti siamo stati battezzati in Cristo, ci siamo rivestiti di Cristo (cfr. Gal 3,27) e prostriamoci ai suoi piedi come tuniche distese. Per il peccato eravamo prima rossi come scarlatto, poi in virtù del lavacro battesimale della salvezza, siamo arrivati al candore della lana per poter offrire al vincitore della morte non più semplici rami di palma, ma trofei di vittoria. Agitando i rami spirituali dell’anima, anche noi ogni giorno, assieme ai fanciulli, acclamiamo santamente: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele».



Orazione finale (dalla liturgia eucaristica di questa domenica): Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione.

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:06 pm

Letture:

Ez 37,21-28 (Farò di loro un solo popolo)

Sal: Ger 31,10-13 (Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge)

Gv 11,45-56 (Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi)


I frutti dell’orgoglio e della violenza

Quando la fede manca e viene colpevolmente rigettata anche la ragione si oscura: dopo la risurrezione di Lazzaro i nemici di Cristo tengono consiglio, riuniscono il sinedrio. Non per riflettere serenamente sui segni che egli va operando sotto i loro occhi, ma per lanciare un allarme: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Queste sono le deduzioni che essi sanno trarre da un evento prodigioso! Temono che tutti crederanno in Lui e questi prodigi e questa fede sarà la causa di una totale disfatta nazionale. Ancora ai nostri giorni molti ritengono che il così detto ordine scandito dalle leggi umane verrebbe turbato e sconvolto dalla fede e dalla religiosità liberamente espressa. La trama contro Cristo è diventata innumerevoli volte motivo di persecuzione per i suoi seguaci. Sono ancora tanti coloro che, come il sommo sacerdote Càifa, propongono ed attuano l’assurda e drastica soluzione: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Ecco come si tenta di far prevalere il bene presunto degli uomini su quello autentico di Dio, ecco come viene conculcata e repressa la libertà religiosa e i diritti fondamentali e sacrosanti di ogni essere vivente. Per nostra fortuna i nemici di Cristo, i nemici della fede e della libertà non sanno che dopo quella prima assurda condanna sancita da un iniquo giudizio, ogni morte diventa un sacrificio di espiazione e il sangue versato dai martiri è il seme fecondo che continuamente purifica e vivifica la Chiesa del Signore. Dopo ogni persecuzione la Chiesa ne è uscita più splendente che mai e coloro che pensavano di chiudere in un silenzio di morte prima Cristo e poi i suoi fedeli, hanno dovuto ogni volta sperimentare il prodigio della risurrezione e di una vita nuova. Pare che una folla innumerevole sosti ancora presso un sepolcro, immaginando una fine lugubre e un triste venerdì in cui muore Dio e con lui tutti coloro che credono il lui e delusi e illusi che lo seguono; non hanno la pazienza di attendere il terzo giorno e gustare la gioia della risurrezione. Forse ciò accade perché non vedono per le strade del mondo dei cristiani risorti!

I sommi sacerdoti e i farisei diedero l’ordine di arrestare Gesù. Erano molto invidiosi, in seguito a tutto quello che era successo a partire dalla risurrezione di Lazzaro. Troppe persone avevano creduto e avevano seguito Gesù. Il sommo sacerdote “profetizzò” che la morte di un solo uomo era preferibile alla schiavitù dell’intero popolo, deportato a Roma. In realtà non era ancora giunto il tempo in cui i Romani avrebbero temuto qualcosa da parte degli Ebrei, come testimonia il processo di Gesù: il procuratore della Giudea diede poca importanza al fatto che Gesù si proclamasse re dei Giudei. Ordinò anche di preparare un cartello con questa iscrizione: “Re dei Giudei”. Ma, trent’anni dopo, la “profezia” di Caifa avrebbe avuto un senso molto reale, quando i Romani sarebbero giunti a disperdere l’intero popolo e a distruggere il tempio. Ma Gesù non era un pericolo! Egli muore per il suo popolo, per riunire in un solo corpo i figli di Dio che erano dispersi. Prima della morte, Gesù prega il Padre suo, perché tutti possano essere “uno” come lui con il Padre. Molte persone cercarono Gesù nel momento dei preparativi della Pasqua. Molti chiesero: “Non verrà egli alla festa?”. Certamente Gesù verrà per la festa pasquale, perché, senza di lui, essa non avrebbe un senso molto profondo. Allo stesso modo, nella nostra vita, una Pasqua senza Cristo non ha senso. Oggi dobbiamo porci la stessa domanda dei sommi sacerdoti e dei farisei: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni”. E noi che cosa vogliamo fare di Cristo nella nostra vita.



Lettura del Vangelo: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista della risurrezione di Lazzaro credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Allora i sommi sacerdoti e i farisei riunirono il sinedrio e dicevano: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Ma uno di loro, di nome Caifa’, che era sommo sacerdote in quell’anno, disse loro: “Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione andarono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e stando nel tempio dicevano tra di loro: “Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?”.



Riflessione
- Il vangelo di oggi riporta la parte finale del lungo episodio della risurrezione di Lazzaro a Betania, in casa di Marta e Maria (Gv 11,1-56). La risurrezione di Lazzaro è il settimo segnale (miracolo) di Gesù nel vangelo di Giovanni ed è anche il punto alto e decisivo della rivelazione che lui faceva di Dio e di se stesso.

- La piccola comunità di Betania, dove a Gesù piaceva essere ospitato, rispecchia la situazione e lo stile di vita delle piccole comunità del Discepolo Amato alla fine del primo secolo in Asia Minore. Betania vuol dire “Casa dei poveri”. Erano comunità povere, di gente povera. Marta vuol dire “Signora” (coordinatrice): una donna coordinava la comunità. Lazzaro significa “Dio aiuta”: la comunità povera aspettava tutto da Dio. Maria significa “amata da Yavé: era la discepola amata, immagine della comunità. L’episodio della risurrezione di Lazzaro comunicava questa certezza: Gesù è fonte di vita per le comunità dei poveri. Gesù è fonte di vita per tutti coloro che credono in Lui.

- Giovanni 11,45-46: La ripercussione del Settimo Segno in mezzo alla gente. Dopo la risurrezione di Lazzaro (Jo 11,1-44), viene la descrizione della ripercussione di questo segno in mezzo alla gente. La gente era divisa. “molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista della risurrezione di Lazzaro credettero in lui”. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Questi ultimi lo denunciarono. Per poter capire questa reazione di una parte della popolazione è necessario rendersi conto che la metà della popolazione di Gerusalemme dipendeva completamente dal Tempio per poter vivere e sopravvivere. Per questo, difficilmente loro avrebbero appoggiato un profeta sconosciuto della Galilea che criticava il Tempio e le autorità. Ciò spiega anche perché alcuni si prestavano ad informare le autorità.

- Giovanni 11,47-53: La ripercussione del settimo segno in mezzo alle autorità. La notizia della risurrezione di Lazzaro aumenta la popolarità di Gesù. Per questo, i leaders religiosi convocano un consiglio, il sinedrio, la massima autorità, per discernere sul da farsi. Poiché “quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Loro avevano paura dei romani. Perché in passato, dall’invasione romana nel 64 prima di Cristo fino all’epoca di Gesù, era stato dimostrato molte volte che i romani reprimevano con molta violenza qualsiasi tentativo di ribellione popolare (cfr. Atti 5,35-37). Nel caso di Gesù, la reazione romana avrebbe potuto condurre alla perdita di tutto, anche del Tempio e della posizione privilegiata dei sacerdoti. Per questo, Caifa’, il sommo sacerdote, decide: “É meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non che perisca un’intera nazione”. E l’evangelista fa questo bel commento: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.”. Così, a partire da questo momento, i capi, preoccupati per la crescita dell’autorevolezza di Gesù e motivati dalla paura dei romani, decidono di uccidere Gesù.

- Giovanni 11,54-56: La ripercussione del settimo segnale nella vita di Gesù. Il risultato finale è che Gesù doveva vivere come un clandestino. “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli”. La Pasqua era ormai vicina. In questa epoca dell’anno, la popolazione di Gerusalemme triplicava a causa del gran numero di pellegrini. La conversazione girava tutta attorno a Gesù: “Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?” Allo stesso modo, all’epoca in cui fu scritto il vangelo, alla fine del primo secolo, epoca della persecuzione dell’imperatore Domiziano (dall’ 81 al 96), le comunità cristiane che vivevano al servizio degli altri si videro obbligate a vivere nella clandestinità.

- Una chiave per capire il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Lazzaro era malato. Le sorelle Marta e Maria mandarono a chiamare Gesù: “Colui che tu ami è malato!” (Gv 11,3.5). Gesù risponde alla richiesta e spiega ai discepoli: “Questa malattia non è mortale, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato” (Gv 11,4) Nel vangelo di Giovanni, la glorificazione di Gesù avviene mediante la sua morte (Gv 12,23; 17,1). Una delle cause della sua condanna a morte sarà la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,50; 12,10). Molti giudei stavano in casa di Marta e Maria per consolarle della perdita del loro fratello. I giudei, rappresentanti dell’Antica Alleanza, sanno solo consolare. Non danno vita nuova... Gesù è colui che porta una vita nuova! Così, da un lato, la minaccia di morte contro Gesù! Dall’altro, Gesù che vince la morte! In questo contesto di conflitto tra la vita e la morte si svolge il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Marta dice che crede nella risurrezione. I farisei e la maggioranza della gente dicono di credere nella Risurrezione (At 23,6-10; Mc 12,18). Credevano, ma non lo rivelavano. Era solo fede nella risurrezione alla fine dei tempi e non nella resurrezione presente nella storia, qui e ora. Questa fede antica non rinnovava la vita. Perché non basta credere nella risurrezione che avverrà alla fine dei tempi, ma bisogna credere nella Risurrezione già presente qui e ora nella persona di Gesù e in coloro che credono in Gesù. Su costoro la morte non ha più nessun potere, perché Gesù è la “risurrezione e la vita”. Anche senza vedere il segno concreto della risurrezione di Lazzaro, Marta confessa la sua fede: “Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo” (Gv 11,27). Gesù ordina di togliere la pietra. Marta reagisce: “Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni!”(Gv 11,39). Di nuovo Gesù lancia la sfida chiedendo di credere nella risurrezione, qui e ora, come un segno della gloria di Dio: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). Ritirarono la pietra. Dinanzi al sepolcro aperto e dinanzi all’incredulità delle persone, Gesù si dirige al Padre. Nella sua preghiera, prima rende grazie: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto” (Gv 11,41-42). Gesù conosce il Padre e ha fiducia in lui. Ma ora lui chiede un segno a causa della moltitudine che lo circonda, in modo che possa credere che lui, Gesù, è mandato dal Padre. Poi grida ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!” Lazzaro esce fuori (Gv 11,43-44). É il trionfo della vita sulla morte, della fede sull’incredulità. Un agricoltore commentò: “A noi spetta ritirare la pietra. E a Dio di risuscitare la comunità. C’è gente che non sa togliere la pietra, e per questo la sua comunità non ha vita!”.



Per un confronto personale

- Cosa significa per me, concretamente, credere nella risurrezione?

- Parte della gente accettò Gesù, e parte no. Oggi parte della gente accetta il rinnovamento della Chiesa e parte no. E tu?



Preghiera finale: Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno (Sal 70).

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:09 pm

ANNUNCIAZIONE

Letture:

Is 7,10-14; 8,10 (Ecco, la vergine concepirà)

Sal 39 (Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà)

Eb 10,4-10 (Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà)

Lc 1,26-38 (Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce)




Rallégrati, o Piena di grazia!

Ci torna spontaneo quest’oggi il ricordo del primo peccato. Facciamo memoria della triste situazione che ha coinvolto l’umanità intera, lontana da Dio e priva di grazia. Ci giunge come un annuncio di gioia il saluto che l’Angelo porge a Maria, lo sentiamo anche nostro. Una umile fanciulla viene finalmente definita «Piena di grazia». Fa parte anche lei della nostra povera umanità peccatrice, ma il Signore, l’ha purificata, prima del suo concepimento, con il suo amore e ha voluto che fosse immacolata, senza peccato. L’ha adombrata con la forza del suo Spirito. Così quel dialogo ininterrotto, con cui il Signore ha cercato, sin dalle nostre origini, di ristabilire invano una comunione, ora finalmente trova un cuore limpido, una vergine senza macchia, la nuova Eva, docile e pronta all’ascolto. Le parole dell’Angelo risuonano nei nostri cuori come preannuncio di redenzione e segno visibile della fedeltà di Dio; specchiàndoci in Maria riappare sulla nostra terra un’innocenza macchiata, uno splendore perduto, una bellezza antica ora meglio esaltata. Lei, l’umile ancella del Signore, sarà resa feconda dallo Spirito Santo e, restando sempre vergine, diventerà la madre di Cristo, la madre di Dio, la madre nostra. Ciò che era stato promesso, ora si realizza in pienezza: il Verbo si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi. È un progetto di amore, pensato e voluto da Dio, ma affidato alla risposta di una donna. Dopo le parole rassicuranti dell’Angelo, ascoltiamo il “sì” di Maria, che si fonde con quello dello stesso Signore. Dopo il “no” del peccato, dopo i tanti no alle proposte divine di salvezza, finalmente l’umanità, per bocca di Maria, fa sentire pieno e gioioso il proprio assenso al Signore. Un sì che la legherà intimamente, con la forza dello Spirito, al Padre e al suo Figlio: Maria rifulge così nello splendore della Trinità beata. Un amore sponsale unisce Cielo e terra, è un amore fecondo, che sgorga dal cuore stesso di Dio, è un amore purissimo con cui la Vergine accoglie nel suo grembo il Figlio di Dio. Con lo stesso amore la Madre adempirà, fino ai piedi della croce, la sua missione e resterà fedele alla sua piena professione di completa disponibilità: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». L’ascolto, l’umiltà, la disponibilità senza riserve fino all’eroismo della croce, sono le virtù di Maria, per sua intercessione che siano anche nostre…

Maria di Nazaret aveva scelto una vita di dono totale a Dio, come vergine. Ma Dio decise altrimenti. Ciò che colpisce, nell’Annunciazione, è che una “religione pura” esige un dialogo vivente e costante fra Dio e ogni uomo. Qui Dio ha pronunciato la sua ultima Parola a Maria, perché si compissero le parole che, nella storia di Israele, erano state dette ad Abramo, a Mosé e ai profeti. Essi avevano ascoltato e obbedito; lasciarono entrare nella loro vita la Parola di Dio, la fecero parlare nelle loro azioni e la resero feconda nel loro destino. I profeti sostituirono alle loro proprie idee la Parola di Dio; anche Maria lasciò che la Parola di Dio si sostituisse a quelle che erano le sue convinzioni religiose. Di fronte alla profondità e all’estensione di questa nuova Parola, Maria “rimase turbata”. L’avvicinarsi del Dio infinito deve sempre turbare profondamente la creatura, anche se, come Maria, è “piena di grazia”. Assolutamente straordinario è poi che questo Dio non solo si avvicina a Maria, ma le offre il proprio Figlio eterno perché divenga il suo Figlio. Come è possibile che il “Figlio dell’Altissimo” diventi suo Figlio? “Lo Spirito Santo scenderà su di te”. Come scese sul caos, in occasione della creazione, lo Spirito Santo scenderà su Maria e il risultato sarà una nuova creazione. L’albero appassito della storia fiorirà di nuovo. “Maria disse: Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Nell’Annunciazione si ha il tipo di dialogo che il Padre del nostro Signore Gesù Cristo vorrebbe avere con ciascuno di noi. L’esperienza di Maria a Nazaret sottolinea questa verità per tutto il popolo di Dio. Il suo “sì” in risposta all’offerta divina e il cambiamento drammatico di vita che ne sarebbe seguito, mostrano che la venuta di Dio in mezzo a noi esige un cambiamento radicale. Ma, cosa più importante, l’Annunciazione a Maria ci pone di fronte ad una grande verità: ognuno di noi ha avuto un’“annunciazione” personale. Sto esagerando? No di certo. Se esaminate la vostra vita passata, troverete un’esperienza che è stata decisiva; forse non ebbe allora conseguenze immediate, o almeno non vi sembrò, ma, ripensandoci adesso, vi accorgete che è stata fondamentale, sia essa la scuola che avete frequentato, un libro che avete letto, un discorso che avete ascoltato, una frase delle Scritture che vi ha colpito, gli amici a cui vi siete sentiti uniti o un ritiro che avete fatto. Era il Dio di Maria di Nazaret che si annunciava a voi. Voi avete dunque avuto una “vostra” annunciazione. E se non avete risposto “sì”, o se avete pronunciato soltanto un “sì” timido? Basta riconoscere l’annunciazione ora e cercare di recuperare il tempo perduto vivendo per Dio e per gli altri. “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”.



Approfondimento del Vangelo (L’alleanza di Dio con l’uomo. Il sì di Maria ed il nostro sì)

Il testo: Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l’angelo partì da lei.


Per inserire il brano nel suo contesto: Il brano dell’annunciazione ci conduce dal tempio, spazio sacro per eccellenza, alla casa, all’intimità dell’incontro personale di Dio con la sua creatura; ci conduce dentro noi stessi, nel più profondo del nostro essere e della nostra storia, là dove solo Dio può giungere e toccarci. L’annuncio della nascita di Giovanni Battista aveva dischiuso il grembo sterile di Elisabetta, sconfiggendo l’assoluta impotenza dell’uomo e trasformandola in capacità di operare insieme a Dio. L’annuncio della nascita di Gesù, invece, bussa alla porta del grembo fruttifero della “Riempita di Grazia” e attende risposta: è Dio che aspetta il nostro sì, per poter operare ogni cosa.



Per aiutare nella lettura del brano:

- vv. 26-27: Questi primi due versetti ci collocano nel tempo e nello spazio sacri dell’avvenimento che meditiamo e che riviviamo in noi: siamo nel sesto mese dal concepimento di Giovanni Battista e siamo a Nazareth, città della Galilea, territorio dei lontani e degli impuri. Qui è sceso Dio, per parlare a una vergine, per parlare al nostro cuore. Ci vengono presentati i personaggi di questa vicenda sconvolgente: Gabriele, l’inviato di Dio, una giovane donna di nome Maria e il suo fidanzato Giuseppe, della casa regale di Davide. Anche noi siamo accolti in questa presenza, siamo chiamati ad entrare nel mistero.

- vv. 28-29: Sono le primissime battute del dialogo di Dio con la sua creatura. Poche parole, appena un soffio, ma parole onnipotenti, che turbano il cuore, che mettono profondamente in discussione la vita, i piani, le attese umane. L’angelo annuncia la gioia, la grazia e la presenza di Dio; Maria rimane turbata e si domanda da dove mai possa giungere a lei tutto questo. Da dove una gioia così? Come una grazia tanto ampia da cambiare perfino l’essere?

- vv. 30-33: Questi sono i versetti centrali del brano: è l’esplosione dell’annuncio, la manifestazione del dono di Dio, della sua onnipotenza nella vita dell’uomo. Gabriele, il forte, parla di Gesù: l’eterno re, il Salvatore, il Dio fatto bambino, l’onnipotente umile. Parla di Maria, del suo grembo, della sua vita che è stata scelta per dare ingresso e accoglienza a Dio in questo mondo e in ogni altra vita. Dio comincia, già qui, a farsi vicino, a bussare. Sta in piedi, attende, presso la porta del cuore di Maria; ma già anche qui, a casa nostra, presso il nostro cuore...

- v. 34: Maria, davanti alla proposta di Dio, si lascia mettere a nudo, si lascia leggere fino in fondo. Dice di sé, rivela il suo cuore, i suoi desideri. Sa che per Dio l’impossibile è realizzabile, non mette in dubbio, non indurisce il cuore e la mente, non fa calcoli; vuole solo disporsi pienamente, aprirsi, lasciarsi raggiungere da quel tocco umanamente impossibile, ma già scritto, già realizzato in Dio. Pone davanti a Lui, con un gesto di purissima povertà, la sua verginità, il suo non conoscere uomo; è una consegna piena, assoluta, traboccante fede e abbandono. È già la premessa del sì.

- vv. 35-37: Dio, umilissimo, risponde; l’onnipotenza si piega sulla fragilità di questa donna, che siamo ognuno di noi. Il dialogo continua, l’alleanza cresce e si rafforza. Dio rivela il come, parla dello Spirito santo, della sua ombra fecondante, che non viola, non spezza, ma conserva intatta. Parla dell’esperienza umana di Elisabetta, rivela un altro impossibile divenuto possibile; quasi una garanzia, una sicurezza. E poi l’ultima parola, davanti alla quale bisogna scegliere: dire sì o dire no, credere o dubitare, sciogliersi o indurirsi, aprire la porta o chiuderla. “Nulla è impossibile a Dio”.

- v. 38: Questo ultimo versetto sembra racchiudere un infinito. Maria dice il suo “Eccomi”, si apre, si spalanca a Dio e avviene l’incontro, l’unione per sempre. Dio entra nell’uomo e l’uomo diventa luogo di Dio: sono le Nozze più sublimi che si possano mai realizzare su questa terra. Eppure il vangelo si chiude con una parola quasi triste, dura: Maria rimane sola, l’angelo se ne va. Resta, però, il sì detto a Dio e la sua Presenza; resta la Vita vera.



Un momento di silenzio orante: Ho letto e ascoltato le parole del vangelo, le ho trattenute sulle mie labbra e nel mio cuore, ma desidero ancora lasciarle risuonare dentro di me. Mi pongo in silenzio, cerco di fare spazio, di aprire il mio grembo per accogliere questa Presenza d’amore, che viene a me e bussa, annunciandomi gioia, grazia, alleanza, vita nuova. Ascolto il mio cuore, il mio respiro, lo spazio interiore del mio essere... Dio è qui, alla porta, e chiede asilo, proprio a me, alla mia povera vita...



Alcune domande:

a) L’annuncio di Dio, il suo angelo, entra anche nella mia vita, davanti a me e mi parla. Sono pronto a riceverlo, a fargli spazio, ad ascoltarlo con attenzione? Chissà quante volte è già successo questo, quante volte sono stato scelto e visitato, senza che io vi facessi attenzione. Oggi, però, è diverso; lo sento che Lui è qui, che mi ha trovato, che mi sta parlando al cuore. Cosa decido di fare? Rimango o fuggo via? Mi metto le cuffie del CD player? Accendo il PC? Mando un SMS a qualcuno? Oppure apro la porta e mi siedo proprio davanti a Lui, faccia a faccia con Lui?

b) Subito ricevo un annuncio sconcertante; Dio mi parla di gioia, di grazia, di presenza. Tutte cose che io sto cercando da tanto tempo, da sempre. Chi potrà mai farmi felice veramente? Chi potrà salvarmi dalla solitudine con la sua presenza guaritrice? Mi raggiunge, come un tuono, il ricordo di tutti i miei tentativi falliti di trovare felicità. L’amore, il divertimento, lo sport a livello agonistico, la velocità, il look, l’impiego importante... Sento nell’anima l’amarezza di tutte queste illusioni. Per un po’ funzionava, poi crollava tutto. Oggi, qui, il Signore mi sta proponendo una gioia diversa, una grazia piena, una presenza assoluta. Solo Lui può fare questo, può dire queste parole con verità. Decido di fidarmi, di fare il salto sull’altra sponda, la sua? Voglio fidarmi della sua felicità, della sua presenza?

c) È bastato poco, appena un movimento del cuore, dell’essere; Lui già se ne è accorto. Già mi sta ricolmando di luce e di amore. Mi dice: “Hai trovato grazia ai miei occhi”. Dunque io piaccio a Dio? Lui mi trova piacevole, amabile? Sì, è proprio così. Perché non ci ho mai voluto credere prima? Perché non gli ho mai dato ascolto? Mi ritrovo davanti agli occhi, in questo momento, tutta la mia stoltezza e la mia cocciutaggine; credevo di dover trovare questo amore, questa accoglienza presso qualcun altro, cercavo la persona giusta per me, che, finalmente, mi facesse sentire amabile, importante, degno. Mi sbagliavo. Prima devo fare questa esperienza: sentire che io sono importante, unico, desiderabile per Dio. Mi lascio raggiungere fino in fondo da questa Parola; mi ripeto all’infinito che io ho trovato grazia presso Dio, come Maria. Grazie, Signore! Leggo Esodo 33,12-17.

d) Ora mi viene detto che da me nascerà vita nuova, che il grembo della mia esistenza sarà fecondato e abitato, che da me uscirà Gesù. Sono cose grosse, che mi superano, mi confondono, mi fanno smarrire. Dico anch’io, insieme a Maria: “Come è possibile?”. Sento, però, che in me, questa parola, è carica di incredulità, di spavento, mentre in Lei era traboccante di disponibilità. Io ho paura, io non credo fino in fondo. Eppure il Signore Gesù vuole venire in questo mondo anche attraverso di me; vuole raggiungere i miei fratelli passando attraverso i sentieri della mia vita, del mio essere. Potrò sbarrargli la strada? Potrò respingerlo, tenerlo lontano? Potrò cancellarlo dalla mia storia, dalla mia vita? No, non posso e non voglio farlo. Signore, ti prego, aiutami! E vieni; nasci in me, nasci ancora da me!

e) Da solo non posso fare nulla, però, questo è chiaro; ho bisogno anch’io dello Spirito del Signore. La sua ombra, la sua forza, il suo fuoco scendano su di me e prendano possesso di me, di tutto ciò che sono. Mi fermo un attimo, comincio a pregare nel profondo del mio cuore, invoco e chiamo lo Spirito Santo; ripenso ad altri passi della Scrittura in cui la sua azione compare con potenza. Mi faccio come le acque primordiali, sulle quali aleggiava lo Spirito di Dio e vennero trasformate in vita rigogliosa (Gen 1,2); mi faccio come le acque del mare Rosso, che furono accarezzate dal vento di Dio per tutta la notte e alla fine si aprirono per il passaggio del popolo (Es 14,21); mi faccio come il cuore e le mani di Davide, che, sotto l’impulso dello Spirito, suonava l’arpa in modo tale da cacciare il male dall’anima di Saul (1Sam 16,23); mi faccio come il servo del Signore, sul quale discese e rimase lo Spirito di Dio (Is 61,1); mi faccio come le ossa aride disperse sulla pianura, che furono rianimate dal tocco dello Spirito (Ez 37,5); mi faccio come Maria, che si lasciò avvolgere dall’ombra dell’Amore e della misericordia e divenne madre di Gesù, madre di ogni uomo. Anch’io ripeto che nulla è impossibile per Dio; Lui può fare tutto questo, anche in me, oggi, qui.



Una chiave di lettura: Ho pregato, ho ruminato la parola, ho cercato di essere attento alla voce d’amore del Signore, ho aperto il mio cuore. Mi sento scaldato da questa esperienza, mi sento in compagnia di Lui, non più solo. Però vorrei tentare di compiere un ulteriore passaggio; vorrei mettermi a scavare con le mani in questo tesoro della sua Parola, per trovare ancora luce, ancora gemme preziose. Metto in opera anche il mio intelletto, cerco di raccogliere materiale per la mia meditazione, per il lavoro di analisi, di ascolto. Credo che anche questo sia nutrimento buono, che mi può aiutare per la conversione. Vorrei tentare di stare più attento ad alcune parole importanti e forti che risuonano in questo brano del vangelo.

- Gioisci! È davvero strano questo saluto di Dio alla sua creatura; sembra inspiegabile e forse senza senso. Eppure già da secoli risuonava sulle pagine delle divine Scritture e quindi anche sulle labbra del popolo ebraico. Gioisci, rallegrati, esulta! Più volte i profeti avevano ripetuto questo soffio del respiro di Dio, avevano gridato questo silenzioso battito del suo cuore per il suo popolo, il suo resto. Lo leggo in Gioele: “Non temere, terra, ma rallegrati e gioisci, poiché cose grandi ha fatto il Signore... (2,21-23); in Sofonia: “Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna” (3,14); in Zaccaria: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te, oracolo del Signore” (2,14). Lo leggo e lo riascolto, oggi, pronunciato anche sul mio cuore, sulla mia vita; anche a me viene annunciata una gioia, una felicità nuova, mai vissuta prima. Riscopro le grandi cose che il Signore ha fatto per me; sperimento la liberazione che viene dal suo perdono: io non sono più condannato, ma graziato, per sempre; vivo l’esperienza della presenza del Signore accanto a me, in me. Sì, Lui è venuto ad abitare in mezzo a noi; Lui sta di nuovo piantando la sua tenda nella terra del mio cuore, della mia esistenza. Signore, come dice il salmo, tu gioisci delle tue creature (Sal 104,31); e anch’io gioisco in te, grazie a te; la mia gioia è in te (Sal 104,34).

- Il Signore è con te. Questa parola così semplice, così luminosa, detta dall’angelo a Maria, sprigiona una forza onnipotente; mi rendo conto che basterebbe, da sola, a salvarmi la vita, a risollevarmi da qualunque caduta e abbassamento, da qualunque smarrimento. Il fatto che Lui, il mio Signore, è con me, mi tiene in vita, mi rende coraggioso, mi dà fiducia per continuare ad esserci. Se io sono, è perché Lui è con me. Chissà se anche per me può valere l’esperienza che la Scrittura racconta riguardo a Isacco, al quale è capitata la cosa più bella che si possa augurare a un uomo che crede in Dio e lo ama: un giorno venne da lui Abimelech con i suoi uomini dicendogli: “Abbiamo visto che il Signore è con te” (Gen 26,28) e chiedendo di diventare amici, di stringere alleanza. Vorrei che anche di me si potesse dire la stessa cosa; vorrei poter manifestare che il Signore davvero è con me, dentro la mia vita, nei miei desideri, nei miei affetti, nelle mie scelte e azioni; vorrei che altri potessero incontrarlo attraverso di me. Forse, per questo, è necessario che io assorba di più la sua presenza, che io mangi e beva di Lui. Mi metto alla scuola della Scrittura, leggo e rileggo alcuni passi in cui la voce del Signore mi ripete questa verità e, mentre Lui parla, io vengo cambiato, vengo sempre più abitato. “Rimani in questo paese e io sarò con te e ti benedirò” (Gen 26,3). “Poi il Signore comunicò i suoi ordini a Giosuè, figlio di Nun, e gli disse: Sii forte e fatti animo, poiché tu introdurrai gli Israeliti nel paese, che ho giurato di dar loro, e io sarò con te” (Dt 31,23). “Combatteranno contro di te ma non potranno prevalere, perché io sarò con te per salvarti e per liberarti” (Ger 15,20). “L’angelo del Signore apparve a Gedeone e gli disse: Il Signore è con te, uomo forte e valoroso!” (Gdc 6,12). “In quella notte gli apparve il Signore e disse: Io sono il Dio di Abramo, tuo padre; non temere perché io sono con te. Ti benedirò e moltiplicherò la tua discendenza per amore di Abramo, mio servo” (Gen 26,24). “Ecco io sono con te e ti proteggerò dovunque tu andrai; poi ti farò ritornare in questo paese, perché non ti abbandonerò senza aver fatto tutto quello che t’ho detto” (Gen 28,15). “Non temere, perché io sono con te; non smarrirti, perché io sono il tuo Dio. Ti rendo forte e anche ti vengo in aiuto e ti sostengo con la destra vittoriosa” (Is 41,10).

- Non temere. La Bibbia trabocca di questo annuncio pieno di tenerezza; quasi come un fiume di misericordia questa parola percorre tutti i libri sacri, dalla Genesi fino all’Apocalisse. È il Padre che ripete ai suoi figli di non avere paura, perché Lui è con loro, non li abbandona, non li dimentica, non li lascia in potere dei nemici. È come una dichiarazione d’amore che Dio fa all’uomo, a ognuno di noi; è un pegno di fedeltà che passa di mano in mano, da cuore a cuore, e giunge fino a noi. Abramo ha udito questa parola e dopo di lui suo figlio Isacco, poi i patriarchi, Mosè, Giosuè, Davide, Salomone e, insieme a loro, Geremia e tutti i profeti. Nessuno è escluso da questo abbraccio di salvezza che il Padre offre ai suoi figli, anche quelli più lontani, più ribelli. Maria sa ascoltare in profondità questa parola e sa credervi con fede piena, con assoluto abbandono; Lei ascolta e crede, accoglie e vive anche per noi. Lei è la donna forte e coraggiosa che si apre alla venuta di Dio, lasciando cadere tutte le paure, le incredulità, le chiusure. Lei ripete questo annuncio di Dio dentro la nostra vita e ci invita a credere con Lei.

- Hai trovato grazia. “Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi...”. Questa è la preghiera che sgorga più e più volte dalle labbra e dal cuore di uomini e donne che cercano rifugio presso il Signore; di loro ci è raccontato nella Scrittura, li incontriamo al bivio delle nostre stesse strade, quando non sappiamo bene dove andare, quando ci sentiamo braccati dalla solitudine o dalla tentazione, quando viviamo gli abbandoni, i tradimenti, le sconfitte pesanti delle nostre esistenze. Quando non abbiamo più nessuno e non riusciamo a ritrovare neppure noi stessi, allora anche noi, come loro, ci troviamo a pregare ripetendo quelle stesse parole: “Signore, se ho trovato grazia ai tuoi occhi...”. Chissà quante volte le abbiamo ripetute, anche solo in silenzio. Ma oggi, qui, in questo brano evangelico così semplice, veniamo preceduti, siamo accolti in anticipo; non abbiamo più bisogno di supplicare, perché già abbiamo trovato tutto quello che da sempre stavamo cercando e molto di più. Abbiamo ricevuto gratuitamente, siamo stati colmati e ora non possiamo che traboccare.

- Nulla è impossibile a Dio. Sono giunto quasi al termine di questo percorso fortissimo di grazia e di liberazione; vengo ora raggiunto da una parola che mi scuote fin nel più profondo. La mia fede è messa al vaglio; il Signore mi prova, mi scruta, saggia il mio cuore. Ciò che l’angelo afferma qui, davanti a Maria, era già stato proclamato più volte nell’Antico Testamento; ora è raggiunta la pienezza, ora tutti gli impossibili vengono realizzati: Dio si fa uomo; il Signore diventa amico, fratello; il lontano è vicinissimo. E io, anch’io, piccolo e povero, sono fatto partecipe di questa immensità di dono, di grazia; mi viene detto che anche nella mia vita l’impossibile diventa possibile. Devo solo credere, solo dare il mio assenso. Ma questo significa lasciarmi sconquassare dalla potenza di Dio; consegnarmi a Lui, che mi cambia, mi libera, mi rinnova. Nemmeno questo è impossibile. Sì, io posso rinascere oggi, in questo momento, per grazia della sua voce che mi ha parlato, che mi ha raggiunto fino al punto più profondo del cuore. Cerco e trascrivo i passi della Scrittura che ripetono questa verità. E mentre li riscrivo, mentre li rileggo e li pronuncio adagio, mangiando ogni parola, ciò che essi dicono avviene ancora in me... Genesi 18,14; Giobbe 42,2; Geremia 32,17; Geremia 32,27; Zaccaria 8,6; Matteo 19,26; Luca 18,27.

- Eccomi. E ora non posso fuggire, né sottrarmi alla conclusione. Sapevo fin dall’inizio che proprio qui, dentro questa parola, così piccola, eppure così piena, così definitiva, Dio mi stava aspettando. L’appuntamento dell’amore, dell’alleanza fra Lui e me era fissato precisamente su questa parola, appena un soffio della voce, appena un bacio. Rimango sconvolto dalla ricchezza di presenza che sento in questo “Eccomi!”; non devo sforzarmi molto per ricordare le innumerevoli volte in cui Dio stesso per primo l’ha pronunciato, l’ha ripetuto. Lui è l’Eccomi fatto persona, fatto fedeltà assoluta, incancellabile. Dovrei solo mettermi sulla sua onda, solo trovare le sue impronte nella polvere della mia povertà, del mio deserto; dovrei solo accogliere questo suo amore infinito che non ha mai smesso di cercarmi, di starmi appresso, di camminare con me, dovunque io sia andato. L’Eccomi è già stato detto e vissuto, è già vero. Quanti prima di me e quanti anche oggi, insieme a me! No, non sono solo. Faccio ancora silenzio, mi pongo ancora in ascolto, prima di rispondere...
“Eccomi eccomi!” (Is 65,1) ripete Dio; “Eccomi, sono la serva del Signore” risponde Maria; “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” (Sal 39,8) dice Cristo...



Dagli scritti

Dalle «Lettere» di san Leone Magno, papa

Il mistero della nostra riconciliazione

Dalla Maestà divina fu assunta l’umiltà della nostra natura, dalla forza la debolezza, da colui che è eterno, la nostra mortalità; e per pagare il debito che gravava sulla nostra condizione, la natura impassibile fu unita alla nostra natura passibile. Tutto questo avvenne perché, come era conveniente per la nostra salvezza, il solo e unico mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, immune dalla morte per un verso, fosse, per l’altro, ad essa soggetto. Vera integra e perfetta fu la natura nella quale è nato da Dio, ma nel medesimo tempo vera e perfetta la natura divina nella quale rimane immutabilmente. In lui c’è tutto della sua divinità e tutto della nostra umanità. Per nostra natura intendiamo quella creata da Dio al principio e assunta, per essere redenta, dal Verbo. Nessuna traccia invece vi fu nel Salvatore di quelle malvagità che il seduttore portò nel mondo e che furono accolte dall’uomo sedotto. Volle addossarsi certo la nostra debolezza, ma non essere partecipe delle nostre colpe. Assunse la condizione di schiavo, ma senza la contaminazione del peccato. Sublimò l’umanità, ma non sminuì la divinità. Il suo annientamento rese visibile l’invisibile e mortale il creatore e il signore di tutte le cose. Ma il suo fu piuttosto un abbassarsi misericordioso verso la nostra miseria, che una perdita della sua potestà e del suo dominio. Fu creatore dell’uomo nella condizione divina e uomo nella condizione di schiavo. Questo fu l’unico e medesimo Salvatore. Il Figlio di Dio fa dunque il suo ingresso in mezzo alle miserie di questo mondo, scendendo dal suo trono celeste, senza lasciare la gloria del Padre. Entra in una condizione nuova, nasce in un modo nuovo. Entra in una condizione nuova: infatti invisibile in se stesso si rende visibile nella nostra natura; infinito, si lascia circoscrivere; esistente prima di tutti i tempi, comincia a vivere nel tempo; padrone e signore dell’universo, nasconde la sua infinita maestà, prende la forma di servo; impassibile e immortale, in quanto Dio, non sdegna di farsi uomo passibile e soggetto alle leggi della morte. Colui infatti che è vero Dio, è anche vero uomo. Non vi è nulla di fittizio in questa unità, perché sussistono e l’umiltà della natura umana, e la sublimità della natura divina. Dio non subisce mutazione per la sua misericordia, così l’uomo non viene alterato per la dignità ricevuta. Ognuna delle nature opera in comunione con l’altra tutto ciò che le è proprio. Il Verbo opera ciò che spetta al Verbo, e l’umanità esegue ciò che è proprio della umanità. La prima di queste nature risplende per i miracoli che compie, l’altra soggiace agli oltraggi che subisce. E, come il Verbo non rinunzia a quella gloria che possiede in tutto uguale al Padre, così l’umanità non abbandona la natura propria della specie. Non ci stancheremo di ripeterlo: L’unico e il medesimo è veramente Figlio di Dio e veramente figlio dell’uomo. È Dio, perché «In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio» (Gv 1,1). È uomo, perché: «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14) (Lett. 28 a Flaviano, 3-4; PL 54,763-767).



Orazione finale: Padre mio, tu sei sceso fino a me, mi hai raggiunto, mi hai toccato il cuore, mi hai parlato, promettendomi gioia, presenza, salvezza. Nella grazia dello Spirito santo, che mi ha coperto con la sua ombra, anch’io, insieme a Maria, ho potuto dirti il mio sì, l’Eccomi della mia vita per te. E ora non mi resta che la forza della tua promessa, la tua verità: “Concepirai e darai alla luce Gesù”. Signore, ecco davanti a te il grembo aperto della mia vita, del mio essere, di tutto ciò che sono e che: ogni cosa io pongo in te, nel tuo cuore. Tu entra, vieni, scendi ancora, ti prego e fecondami, rendimi generatore di Cristo in questo mondo. L’amore che io ricevo da te, in misura traboccante, trovi la sua pienezza e la sua verità nel raggiungere i fratelli e le sorelle che tu poni accanto a me. Il nostro incontro, o Padre, sia aperto, sia dono per tutti; sia Gesù, il Salvatore. Amen.

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:17 pm

Letture:

Is 43,16-21 (Ecco, io faccio una cosa nuova e darò acqua per dissetare il mio popolo)

Sal 125 (Grandi cose ha fatto il Signore per noi)

Fil 3,8-14 (A motivo di Cristo, ritengo che tutto sia una perdita, facendomi conforme alla sua morte)

Gv 8,1-11 (Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei)




La misera e la misericordia

Il brano della donna adultera è una stupenda applicazione della misericordia divina. È significativo che l’episodio non ci viene offerto come parabola ma come un fatto concreto. Una donna, trovata sicuramente in stato di peccato, sta per subire una morte crudele per mano di giustizieri improvvisati. Questi giustizieri, però, non si accontentano di ciò: sicuri della giustezza della loro posizione credono di poter anche cogliere in flagrante contraddizione Gesù. Un occasione ghiotta si presenta loro, quando vedono Gesù impegnato in discussioni con i farisei. Non solo pensano di soddisfare la loro sete di vendetta ma pensano di sbarazzarsi, una volte per tutte, di quel predicatore che tante volte li aveva posti in imbarazzo. Gesù riesce a capovolgere tutta la situazione: non solo salva la donna – senza giustificare il suo peccato, condonandolo - ma svela l’ipocrita malvagità dei farisei. La donna è così redenta: ha salva la vita, non solo quella materiale ma soprattutto la spirituale. Si trovava davanti ad un branco di persone affamate del suo sangue, ora invece ha di fronte solo lo sguardo di Gesù che – alzatosi – le viene incontro. Gesù e la sua misericordia si trova di fronte al peccato che vuole redimere; si trova anche di fronte ad una persona che vuole salvare. Gesù condanna il peccato e salva il peccatore. È questo il nostro comportamento, così pronti alla condanna? È questa la nostra giustizia o non è – alle volte – proprio all’opposto? Crediamo di applicare la giustizia condannando il peccatore: così non eliminiamo neanche il peccato.

È vicino il momento in cui Cristo farà la rivelazione più radicale - e la più incomprensibile per l’uomo - della sua potenza: morire sulla croce. È uno “scandalo per gli Ebrei, follia per i popoli pagani” (1Cor 1,23). Già prima Gesù aveva parlato ai suoi discepoli della croce, che li stupì e confuse. Quello che osservavano, nel comportamento sociale, è che l’uomo utilizza la debolezza degli altri per affermare il proprio potere. Ma Gesù diceva loro: “I re delle nazioni... e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così” (Lc 22,25). E i farisei che pretendono di usare una povera donna, colta in flagrante delitto di adulterio, per compromettere Gesù, gli danno in effetti l’occasione di insegnare con un esempio i suoi nuovi metodi. In primo luogo Gesù mette in evidenza l’ipocrisia dei farisei: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Dopo, toglie loro qualsiasi argomentazione. Mette in evidenza la loro ignoranza colpevole della legge che insegna che Dio, essendo potente sovrano, giudica con moderazione e governa con indulgenza, perché egli opera tutto ciò che vuole (Sal 115,3). Infine, e questo è il punto più importante del Vangelo, Gesù insegna alle folle che non esiste più grande manifestazione di potere che il perdono. La morte stessa non ha un così grande potere. In effetti, solo il potere di Cristo, che muore crocifisso per amore, è capace di dare la vita. E soltanto il potere che serve a dare la vita è vero potere.



Approfondimento del Vangelo (L’incontro di Gesù con una donna sul punto di essere lapidata)

Il testo: Gesù si avviò allora verso il monte degli Ulivi. Ma all’alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava. Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo. Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra. E siccome insistevano nell’interrogarlo, alzò il capo e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei». E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi. Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed essa rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù le disse: «Neanch’io ti condanno; và e d’ora in poi non peccare più».



Chiave di lettura: Il testo di oggi ci porta a meditare sul confronto tra Gesù e gli scribi ed i farisei. Gesù, per la sua predicazione ed il suo modo di agire, non è gradito ai dottori della legge ed ai farisei. Per questo, cercano in tutti i modi di poterlo accusare ed eliminarlo. Gli portano dinanzi una donna, sorpresa in adulterio, per sapere da lui se dovevano o no osservare la legge che ordinava di lapidare una donna del genere. Volevano provocare Gesù. Facendosi credere persone fedeli alla legge, si servono della donna per argomentare contro Gesù. La storia si ripeté molte volte. Nelle tre religioni monoteistiche: giudaica, cristiana e mussulmana, con il pretesto di fedeltà alla legge di Dio, sono state condannate e massacrate molte persone. E fino ad oggi, ciò continua. Sotto l’apparenza di fedeltà alle leggi di Dio, molte persone sono emarginate dalla comunione e perfino dalla comunità. Si creano leggi e costumi che escludono ed emarginano certe categorie di persone. Durante la lettura di Giovanni 8,1-11, conviene leggere il testo come se fosse uno specchio in cui appunto si rispecchia il nostro proprio volto. Nel leggerlo cerchiamo di osservare bene gli atteggiamenti, le parole ed i gesti delle persone che compaiono nell’episodio: gli scribi, i farisei, la donna, Gesù e la gente.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:

- Gv 8,1-2: Gesù si reca al tempio per insegnare alla folla

- Gv 8,3-6a: Gli avversari lo provocano

- Gv 8,6b: La reazione di Gesù, scrive per terra

- Gv 8,7-8: Seconda provocazione, e la stessa reazione di Gesù

- Gv 8,9-11: Epilogo finale

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.

a) Qual’ è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che ti ha colpito maggiormente? Perché?

b) Ci sono diverse persone e gruppi di persone che appaiono in questo episodio. Cosa dicono e fanno?

c) Cerca di metterti nei panni della donna: quali erano i suoi sentimenti in quel momento?

d) Perché Gesù cominciò a scrivere per terra con il dito?

e) Quali sono i passi che la nostra comunità deve e può fare per accogliere gli esclusi?



Per coloro che desiderano approfondire il tema

a) Contesto letterario: Gli studiosi dicono che il Vangelo di Giovanni, crebbe lentamente, cioè che è stato scritto poco a poco. Lungo il tempo, fino alla fine del primo secolo, i membri delle comunità di Giovanni, in Asia Minore, ricordavano ed aggiungevano particolari ai fatti della vita di Gesù. Uno di questi fatti, a cui sono stati aggiunti particolari, è il nostro testo, l’episodio della donna che sta per essere lapidata (Gv 8,1-11). Poco prima del nostro testo, Gesù aveva detto: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva!” (Gv 7,37). Questa dichiarazione provoca molta discussione (Gv 7,40-53). I farisei arrivano perfino a ridicolizzare la gente, considerandola ignorante per il fatto di credere in Gesù. Nicodemo reagisce e dice: “La nostra Legge forse giudica un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” (Gv 7,51-52). Dopo il nostro testo troviamo una nuova dichiarazione di Gesù: “Io sono la luce del mondo!” (Gv 8,12), che provoca una discussione con i giudei. Tra queste due affermazioni, con le loro susseguenti discussioni, viene inserito l’episodio della donna che la legge avrebbe condannato, ma che è perdonata da Gesù (Gv 8,1-11). Questo contesto anteriore e posteriore suggerisce il fatto che l’episodio è stato inserito qui per chiarire che Gesù, luce del mondo, illumina la vita delle persone ed applica la legge meglio dei farisei.

b) Commento del testo:

- Giovanni 8,1-2: Gesù e la folla. Dopo la discussione, descritta alla fine del capitolo 7 (Gv 7,37-52), tutti tornano a casa (Gv 7,53). Gesù non ha una casa a Gerusalemme. Per questo si reca sul Monte Oliveto. Lì trova un Giardino, dove è solito trascorrere la notte in preghiera (Gv 18,1). Il giorno dopo, prima che spunti il sole, Gesù è di nuovo nel tempio. La folla si avvicina per poterlo ascoltare. Solitamente la gente si sedeva in circolo, attorno a Gesù e lui insegnava. Cosa mai avrà insegnato Gesù? Sicuramente sarà stato bello, poiché giungono prima dell’aurora per poterlo ascoltare!

- Giovanni 8,3-6a: La provocazione degli avversari. Improvvisamente, giungono gli scribi ed i farisei, e portano con loro una donna sorpresa in flagrante adulterio. La mettono in mezzo al circolo tra Gesù e la folla. Secondo la legge, questa donna deve essere lapidata. (Lv 20,10; Dt 22,22.24). E chiedono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” Era una provocazione, una trappola. Se Gesù avesse detto: “Applicate la legge”, gli scribi avrebbero detto alla folla: non è così buono come sembra, perché ordina di uccidere la donna. Se Gesù avesse detto: “Non uccidetela”, avrebbero detto: “Non è così buono come sembra, perché non osserva la legge!” Sotto l’apparenza di fedeltà a Dio, manipolano la legge e si servono di una donna per poter accusare Gesù.

- Giovanni 8,6b: La reazione di Gesù: scrive per terra. Sembrava una trappola senza uscita. Ma Gesù non si spaventa, né si innervosisce. Piuttosto il contrario. Con calma, da persona padrona della situazione, si inclina e comincia a scrivere per terra, con il dito. Scrivere per terra, che significato ha? Alcuni pensano che Gesù sta scrivendo per terra i peccati degli accusatori. Altri dicono che è un semplice gesto di chi è padrone della situazione e non fa caso alle accuse degli altri. Ma è possibile che si tratti anche di un atto simbolico, di un’allusione a qualcosa di molto più comune. Se tu scrivi una parola per terra, la mattina dopo non la ritroverai, perché il vento o la pioggia l’avranno portata via, cancellata. Troviamo un’allusione a quanto detto in Geremia, dove si legge i nomi attribuiti a Dio sono scritti per terra, cioè vuol dire che non hanno futuro. Il vento e la pioggia li portano via. Forse Gesù vuole dire agli altri: il peccato di cui voi accusate questa donna, Dio lo ha perdonato già con queste lettere che sto scrivendo per terra. D’ora in poi non si ricorderanno più i peccati!

- Giovanni 8,7-8: Seconda provocazione e la stessa reazione di Gesù. Davanti alla calma di Gesù, chi si innervosisce sono gli avversari. Insistono e vogliono da Gesù la sua opinione. Ed allora Gesù si alza e dice: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!” Ed inclinandosi ricomincia a scrivere per terra, non entra in una discussione sterile ed inutile attorno alla legge, quando, in realtà il problema è un altro. Gesù cambia il centro della discussione. Invece di permettere di collocare la luce della legge al disopra della donna per poterla condannare, chiede che i suoi avversari si esaminino alla luce di ciò che la legge esige da loro. Gesù non discute la lettera della legge. Discute e condanna l’atteggiamento malevolo di chi manipola le persone e la legge per difendere gli interessi che sono contrari a Dio, autore della Legge.

- Giovanni 8,9-11: Epilogo finale: Gesù e la donna. La risposta di Gesù sconvolge gli avversari. I farisei e gli scribi si ritirano, pieni di vergogna, uno dopo l’altro, “a cominciare dai più anziani”. Succede il contrario di ciò che volevano. La persona condannata dalla legge non era la donna, ma loro stessi che credevano di essere fedeli alla legge. Ed alla fine Gesù rimane solo con la donna. Gesù si alza, si dirige verso di lei: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata!” Lei risponde: “Nessuno, Signore!” E Gesù: “Neanche io ti condanno! Vai, e d’ora in pio non peccare più!” Gesù non permette a nessuno di usare la legge di Dio per condannare il fratello o la sorella, quando lui stesso, lei stessa è peccatore, peccatrice. Chi ha una trave nel proprio occhi, non può accusare chi nell’occhio ha solo una pagliuzza. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6,42).

- Questo episodio, meglio di qualsiasi altro insegnamento, rivela che Gesù è la luce del mondo (Gv 11,12) che fa apparire la verità. Fa vedere ciò che è nascosto nelle persone, nel loro intimo. Alla luce della parola di Gesù, coloro che sembravano essere i difensori della legge, si rivelano pieni di peccato e loro stessi lo riconoscono, e se ne vanno, cominciando dai più anziani. E la donna, considerata colpevole e meritevole della pena di morte, è in piedi dinanzi a Gesù, assolta, redenta, piena di dignità (cfr. Gv 3,19-21). Il gesto di Gesù la fa rinascere e le restituisce dignità come donna e figlia di Dio.



Ampliando le informazioni: Le leggi sulla donna nell’Antico Testamento e la reazione della gente: Fin da Esdra e Neemia, la tendenza ufficiale era quella di escludere la donna da qualsiasi attività pubblica e di considerarla non idonea a svolgere funzioni nella società, salvo la funzione di sposa e madre. Ciò che contribuì maggiormente alla sua emarginazione fu proprio la legge della purezza. La donna era dichiarata impura per essere madre, sposa e figlia, per essere donna. Per essere madre: nel dare a luce, diventa immonda (Lv 12,1-5). Per essere figlia: il figlio che nasce la rende immonda durante 40 giorni (Lv 12,2-4); ed ancora di più la figlia, 80 giorni! (Lv 12,5). Per essere sposa: la relazione sessuale suppone rendere immondi, una giornata intera, sia la donna che l’uomo (Lv 15,18). Per essere donna: la mestruazione la rende immonda un’intera settimana, e causa immondezza negli altri. Chi tocca una donna che ha le mestruazioni deve purificarsi (Lv 15,19-30). E non è possibile che una donna mantenga la sua immondezza in segreto, perché la legge obbliga gli altri a denunciarla (Lv 5,3). Questa legislazione rendeva insopportabile la convivenza diaria in casa. Sette giorni, ogni mese, la madre di famiglia non poteva riposare a letto, né sedersi in una sedia, meno ancora toccare i figli o il marito, se non voleva contaminarli! Questa legislazione era il frutto di una mentalità, secondo la quale una donna era inferiore all’uomo. Alcuni proverbi rivelavano questa discriminazione della donna (Ecl 42,9-11; 22,3). L’emarginazione arrivava a un punto tale da considerare la donna origine del peccato e della morte e causa di tutti i mali (Ecl 25,24; 42,13-14). In questo modo si giustifica e si mantiene il privilegio ed il dominio dell’uomo sulla donna. Nel contesto dell’epoca, la situazione della donna nel mondo della Bibbia non era peggiore né migliore di quella di altre persone. Si trattava di una cultura generale. Fino ad oggi, sono molte le persone che continuano ad avere questa stessa mentalità. Ma come oggi, così anche prima, fin dall’inizio della storia della Bibbia, ci sono state sempre delle reazioni contrarie all’esclusione della donna, soprattutto dopo l’esilio, quando si riuscì ad espellere la donna straniera considerata pericolosa (cfr. Esd 9,1-3; 10,1-3). La resistenza della donna crebbe al tempo stesso che la sua emarginazione era più pesante. In diversi libri sapienziali scopriamo la voce di questa resistenza: Cantico dei Cantici, Ruth, Giuditta, Ester. In questi libri, la donna appare non tanto come una madre e sposa, ma come una donna che sa usare la sua bellezza e femminilità per lottare per i diritti dei poveri e così difendere l’Alleanza della gente. E lotta non tanto a favore del tempio, né di leggi astratte, bensì a favore della vita della gente. La resistenza della donna contro la sua esclusione incontra eco ed accoglienza in Gesù. Ecco alcuni episodi dell’accoglienza che Gesù dava loro:

- La prostituta: Gesù accoglie e la difende contro il fariseo (Lc 7,36-50).

- La donna curva Gesù la difende contro il capo della sinagoga (Lc 13,10-17).

- La donna considerata impura è accolta senza essere censurata ed è curata (Mc 5,25-34).

- La samaritana, considerata eretica, è la prima a ricevere il segreto che Gesù è il Messia (Gv 4,26).

- La donna straniera è assistita da Gesù e l’aiuta a scoprire la sua missione (Mc 7, 24-30).

- Le madri con bambini, rifiutate dai discepoli, sono accolte da Gesù (Mt 19,13-15).

- Le donne sono le prime a sperimentare la presenza di Gesù risorto (Mt 28,9-10; Gv 20,16-18).



Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:21 pm

Letture:

Ger 11,18-20 (Come agnello mansueto che viene portato al macello)

Sal 7 (Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio)

Gv 7,40-53 (Il Cristo viene forse dalla Galilea?)


Tra le chiacchiere e la fede

Se ci fosse consentito di trasformare in lenti da una parte l’intelligenza e la ragione umana e dall’altra la fede, potremmo costatare di persona la diversità degli spazi e degli ambiti che l’una e l’altra ci consentirebbero di vedere. Potremmo così confrontare i due diversi orizzonti, quello proprio dell’uomo, davvero angusto, e quello di Dio praticamente infinito, anche se per ora velato dal tempo e da altri condizionamenti umani. Con queste due lenti diverse era guardato Gesù durante la sua vita terrena e ancora oggi così è guardato. Le conclusioni a cui si arriva per le due strade sono quasi sempre diametralmente opposte: o l’autenticità della fede e le verità rivelate o le chiacchiere insulse sulle cose di Dio. Le più pericolose sono sempre quelle che presuntuosamente le si vogliono far scaturire dalla parola di Dio, interpretata con presunzione e miopia. Gesù, o è il figlio del falegname che viene dalla Galilea, o un maestro presuntuoso e scomodo, o al più un profeta, che però deve essere messo comunque in grado di non nuocere, deve essere incarcerato e condannato, oppure egli è il Figlio del Dio vivente, il Verbo che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Perfino le guardie, libere da condizionamenti e guidati soltanto dalla loro naturale onestà, non possono fare a meno di ammettere: «Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!». I farisei però attribuiscono ad un inganno l’ammirazione sincera che essi esprimono. Coloro che non la pensano allo stesso modo, chi non conosce la legge e non l’interpreta come fanno loro, sono definiti «maledetti». Affermano infatti: «Questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Talvolta è più facile far conoscere Cristo ai lontani che correggere gli errori più grossolani dei presuntuosi, di coloro che affermano di credere in lui e si professano religiosi e si ritengono depositari di tutte le verità. Subentra spesso una maledetta superbia e una stupida arroganza a guastare anche i nostri sentimenti migliori: dobbiamo riconoscere, non senza rossore, che il fariseismo e tutt’altro che sopito e trova spazio anche nella chiesa santa di Dio.

Gesù prese su di sé le sorti del profeta rifiutato e quelle di tutti gli esclusi e gli abbandonati. Egli ha preso su di sé le sorti delle nazioni perseguitate per aver combattuto per la libertà, le sorti dei militanti condannati per la loro fede, sia che essi siano perseguitati da un potere laico ateo, sia dai seguaci di un’altra confessione. Il Vangelo di oggi ci mostra le poche persone che hanno tentato di difendere Gesù. Le guardie del tempio non hanno voluto arrestarlo, e Nicodemo l’ha timidamente sostenuto, argomentando che non si può condannare qualcuno senza aver prima ascoltato il suo difensore. Nel mondo di oggi, anche noi cerchiamo timidamente di prendere le difese di quelli che sono ingiustamente perseguitati. A volte è l’esercito che rifiuta di sparare sui civili, come è successo di recente nei paesi baltici. A volte è nell’arena internazionale che viene negato - assai timidamente - ad una grande potenza il diritto di opprimere un popolo. Il dramma del giudizio subito da Cristo, seguito dal suo arresto e dalla sua crocifissione, come riporta il Vangelo di oggi, perdura ancora nella storia umana. Ogni uomo ha, in questo dramma, un certo ruolo, analogo ai ruoli evocati nel Vangelo. Gesù è venuto da Dio per vincere il male per mezzo dell’amore. La sua vittoria si è compiuta sulla croce. La sua vittoria non cessa di compiersi in noi, passando per la croce. Dobbiamo osservare la scena del mondo attuale alla luce del processo a Gesù e del dibattito suscitato dalla sua persona, quando viveva e compiva la sua missione in Palestina. Siamo capaci di percepire Gesù e il suo insegnamento nella Chiesa? Non rifiutiamo davvero nessuno, e non giudichiamo nessuno ingiustamente? Siamo capaci di vedere Gesù nei poveri e nelle vittime della terra? Chi è ognuno di noi oggi nel dramma dei profeti contemporanei rifiutati, e nel dramma odierno di Gesù Cristo e del suo Vangelo? Gesù? Nicodemo? Le guardie del tempio.



Lettura del Vangelo: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: “Questi è davvero il profeta!” Altri dicevano: “Questi è il Cristo!” Altri invece dicevano: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?” E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto?” Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. E tornarono ciascuno a casa sua.



Riflessione
- Nel capitolo 7, Giovanni constata che c’erano diverse opinioni e molta confusione riguardo a Gesù in mezzo alla gente. I parenti pensavano una cosa (Gv 7,2-5), la gente pensava in altro modo (Gv 7,12). Alcuni dicevano: “È un profeta!” (Gv 7,40). Altri dicevano: “Inganna la gente!” (Gv 7,12) Alcuni lo elogiavano: “È un uomo buono!” (Gv 7,12). Altri lo criticavano: “Non ha studiato!” (Gv 7,15) Molte opinioni! Ciascuno aveva i suoi argomenti, tratti dalla Bibbia o dalla Tradizione. Però nessuno ricordava il messia Servo, annunciato da Isaia (Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12; 61,1-2). Anche oggi si discute molto sulla religione, e tutti estraggono i loro argomenti dalla Bibbia. Come nel passato, così anche oggi, succede molte volte che i piccoli sono ingannati dal discorso dei grandi e, a volte, perfino dai discorsi di coloro che appartengono alla Chiesa.

- Giovanni 7,40-44: La confusione in mezzo alla gente. La reazione della gente è assai diversa. Alcuni dicono: è il profeta. Altri: è il Messia, il Cristo. Altri ribadiscono: non può essere, perché il messia verrà da Betlemme e lui viene dalla Galilea! Queste diverse idee sul Messia producono divisione e confronto. C’era gente che voleva prenderlo, ma non lo fecero. Probabilmente perché avevano paura della gente (cfr. Mc 14,2).

- Giovanni 7,45-49: Gli argomenti delle autorità. Anteriormente, davanti alle reazioni della gente favorevole a Gesù, i farisei avevano mandato guardie a prenderlo (Gv 7,32). Ma le guardie ritornarono in caserma senza Gesù. Erano rimasti impressionati nel sentirlo parlare così bene: “Mai nessuno ha parlato come quest’uomo!” I farisei reagiscono: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?” Secondo i farisei, “questa gente che non conosce la legge” si lascia ingannare da Gesù. È come se dicessero: “Noi capi conosciamo meglio le cose e non ci lasciamo ingannare!” e dicono che la gente è “maledetta”! Le autorità religiose dell’epoca trattavano la gente con molto disprezzo.

- Giovanni 7,50-52: La difesa di Gesù da parte di Nicodemo. Dinanzi a questo argomento stupido, l’onestà di Nicodemo si rivolta ed alza la voce per difendere Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” La reazione degli altri è di presa in giro: “Sei forse anche tu, Nicodemo, della Galilea!? Dà uno sguardo alla Bibbia e vedrai che dalla Galilea non potrà venire nessun profeta!” Loro sono sicuri! Con il libro del passato in mano si difendono contro il futuro che arriva scomodando. Molta gente continua a fare oggi la stessa cosa. Si accetta la novità solo se va d’accordo con le proprie idee che appartengono al passato.



Per un confronto personale
- Quali sono oggi le diverse opinioni su Gesù che ci sono tra la gente? E nella tua comunità, ci sono diverse opinioni che generano confusione? Quali? Raccontale.

- Le persone accettano la novità solo se va d’accordo con le proprie idee e che appartengono al passato. E tu?



Preghiera finale: La mia difesa è nel Signore, egli salva i retti di cuore. Loderò il Signore per la sua giustizia e canterò il nome di Dio, l’Altissimo (Sal 7).

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:24 pm

SAN GIUSEPPE

Orazione iniziale: Spirito che aleggi sulle acque, calma in noi le dissonanze, i flutti inquieti, il rumore delle parole, i turbini di vanità, e fa sorgere nel silenzio la Parola che ci ricrea. Spirito che in un sospiro sussurri al nostro spirito il Nome del Padre, vieni a radunare tutti i nostri desideri,ù falli crescere in fascio di luce che sia risposta alla tua luce, la Parola del Giorno nuovo. Spirito di Dio, linfa d’amore dell’albero immenso su cui ci innesti, che tutti i nostri fratelli ci appaiano come un dono nel grande Corpo in cui matura la Parola di comunione
(Frère Pierre-Yves di Taizé).



Letture:

2Sam 7,4-5.12-14.16 (Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre)

Sal 88 (In eterno durerà la sua discendenza)

Rm 4,13.16-18.22 (Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza)

Mt 1,16.18-21.24 (Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore)




Giuseppe, uomo giusto

San Giuseppe è presentato, nel Nuovo Testamento, con pochi ma essenziali tratti. Come personaggio, nei Testi Sacri, non dice neanche una parola e a lui ne sono riservate poche, ma molto profonde. Giuseppe è chiamato, dall’Evangelista ispirato, «uomo giusto»: un uomo di Dio. Il vangelo odierno ce lo presenta in un momento particolare della vita di Cristo, ancora adolescente e smarrito. L’apprensione che traspare dal testo sacro, rivela il suo amore di padre e la fedeltà al suo compito e al suo ruolo speciale, di custode della santa famiglia, ricevuti per volere divino. Anche questo ci aiuta a comprendere il significato reale della definizione della sua giustizia, del suo essere giusto agli occhi di Dio e a quelli degli uomini. Le continue manifestazioni angeliche sono la testimonianza di un rapporto diretto e privilegiato con Dio. Le sue decisioni dipendono da questo rapporto. La sua giustizia non è semplice e severa applicazione di alcune leggi prescritte; egli sa guardare gli avvenimenti da molti punti di vista: alla fine sceglie la visuale di Dio. La sua giustizia è l’applicazione della misericordia, è l’affidamento completo ai progetti divini – anche se sembrano arcani e misteriosi. È uomo giusto perché non applica solo criteri terreni ma ha anche altre prospettive. Egli parte, sempre però da valutare serenamente quello che gli accade e pone al primo posto sempre gli affetti familiari. Davanti ad avvenimenti che avrebbero sicuramente sconvolto qualsiasi uomo, San Giuseppe non fugge mai dalle sue responsabilità di sposo prima e padre poi: non rinuncia al suo ruolo di guida terrena – anche esegesi frettolose lo vogliono confinare ad un ruolo secondario nell’economia della Salvezza di Cristo. Tanti insegnamenti, invece abbiamo dal suo comportamento, apparentemente dimesso, ma risoluto, dal suo saper giudicare le cose e le persone, della sua fiducia infinita in Dio e nelle persone a lui vicine. Possiamo capire da dove deriva tutto? Possiamo avere anche noi un insegnamento da quest’uomo giusto? È frutto, senz’altro di una preghiera costante, profonda e mai interrotta!



Lettura del Vangelo: Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. La somma di tutte le generazioni, da Abramo a Davide, è così di quattordici; da Davide fino alla deportazione in Babilonia è ancora di quattordici; dalla deportazione in Babilonia a Cristo è, infine, di quattordici. Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi. Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa, la quale, senza che egli la conoscesse, partorì un figlio, che egli chiamò Gesù.



Momenti di silenzio: perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Chiave di lettura: Il brano del vangelo di oggi è tratto dal primo capitolo del vangelo di Matteo che fa parte della sezione riguardante il concepimento, la nascita e l’infanzia di Gesù. Il centro di tutto il racconto è la persona di Gesù alla quale si costeggiano tutti gli eventi e le persone menzionate nel racconto. Si deve tenere presente che l’Evangelo rivela una teologia della storia di Gesù, perciò accostandoci alla Parola di Dio ne dobbiamo cogliere il messaggio nascosto sotto i veli del racconto senza perderci, come saggiamente ci ammonisce Paolo, «in questioni sciocche», guardandoci «dalle genealogie, dalle questioni e dalle contese intorno alla legge, perché sono cose inutili e vane» (Tt 3,9). Effettivamente, questo testo si collega alla genealogia di Gesù, che Matteo compone con l’intento di sottolineare la successione dinastica di Gesù, il salvatore del suo popolo (Mt 1,21). A Gesù vengono conferiti tutti i diritti ereditari della stirpe davidica, da «Giuseppe, figlio di Davide» (Mt 1,20; Lc 2,4-5) suo padre legale. Per il mondo biblico e ebraico la paternità legale bastava a conferire tutti i diritti della stirpe in questione (cfr.: la legge del levirato e di adozione Dt 25,5ss). Perciò, subito dall’inizio della genealogia, Gesù viene designato come «Cristo figlio di Davide» (Mt 1,1) cioè l’unto del Signore figlio di Davide, con il quale si compiranno tutte le promesse di Dio a Davide suo servo (2Sam 7,1-16; 2Cr 7,18; 2Cr 21,7; Sal 89,30). Perciò Matteo aggiunge al racconto della genealogia e del concepimento di Gesù la profezia di Isaia: «Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi» (Mt 1,21-23; Is 7,14). Soffermandoci, per così dire, sulla realtà spirituale dell’adozione, possiamo riferirci al fatto che il popolo eletto possiede «la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse» perché «essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli» (Rm 9,4). Ma anche noi, il popolo nuovo di Dio in Cristo riceviamo l’adozione a figli perché «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli» (Gal 4,4-5). è questa la salvezza che ci ha portato Gesù. Cristo «salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21) perché egli è il «Dio con noi» (Mt 1,23) che ci rende figli adottivi di Dio. Gesù nasce da «Maria promessa sposa di Giuseppe» (Mt 1,18a) che «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo» (Mt 1,18b). Matteo non ci da il racconto dell’annunciazione come fa Luca (Lc 1,26-38), ma struttura il racconto dal punto di vista dell’esperienza di Giuseppe, l’uomo giusto. La Bibbia ci rivela che Dio ama i suoi giusti e molte volte li sceglie per una missione importante, li protegge e non li accomuna con gli empi (Gen 18,23ss). Nell’Antico Testamento troviamo molti personaggi che sono ritenuti giusti. Pensiamo a Noè «uomo giusto e integro tra i suoi contemporanei» (Gen 6,9). Oppure Ioas che «fece ciò che è giusto agli occhi del Signore» (2Re 12,3). Un’idea costante nella Bibbia è il «sogno» come luogo privilegiato dove Dio fa conoscere i suoi progetti e disegni, e alcune volte rivela il futuro. Ben conosciuti sono i sogni di Giacobbe a Betel (Gen 28,10ss) e Giuseppe suo figlio come pure quelle del coppiere e del panettiere imprigionati in Egitto con lui, (Gen 37,5ss; Gn 40,5ss) e i sogni del Faraone che rivelavano i futuri anni di prosperità e di carestia (Gen 41,1ss). A Giuseppe appare «in sogno un angelo del Signore» (Mt 1,20) per rivelargli il disegno di Dio. Nei vangeli dell’infanzia appare spesso l’angelo del Signore come messaggero celeste (Mt 1,20.24; 2,13.19; Lc 1,11; 2,9) e anche in altre occasioni questa figura appare per rasserenare, rivelare il progetto di Dio, guarire, liberare dalla schiavitù (cfr.: Mt 28,2; Gv 5,4; At 5,19; 8,26; 12,7.23). Molte sono le referenze all’angelo del Signore anche nell’Antico Testamento dove originariamente rappresentava il Signore stesso che guida e protegge il suo popolo essendogli vicino (cfr.: Gen 16,7-16; 22,12; 24,7; Es 3,2; 23,20; Tb 5,4).



Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:

- Che cosa ti ha colpito in questo brano? Perché?

- Nella chiave di lettura, abbiamo dato ampio spazio ad alcuni termini (adozione, angelo, sogno, giusto). Quali sentimenti e pensieri hanno suscitato nel tuo cuore? Che rilevanza possono avere per il tuo cammino di maturazione spirituale?

- Quale pensi sia il messaggio centrale del brano evangelico?



Contemplazione: La contemplazione cristiana del sogno di Dio, del progetto che Dio nutre per la storia dell’umanità non produce alienazione ma tiene vigilanti ed operose le coscienze e stimola ad affrontare con coraggio ed altruismo le responsabilità che la vita ci consegna.



19 marzo: San Giuseppe, sposo della Vergine Maria

Biografia: Sposo di colei che sarebbe stata Madre del Verbo fatto carne, Giuseppe è stato prescelto come “guardiano della parola”. Eppure non ci è giunta nessuna sua parola: ha servito in silenzio, obbedendo al Verbo, a lui rivelato dagli angeli in sogno, e, in seguito, nella realtà, dalle parole e dalla vita stessa di Gesù. Anche il suo consenso, come quello di Maria, esigeva una totale sottomissione dello spirito e della volontà. Giuseppe ha creduto a quello che Dio ha detto; ha fatto quello che Dio ha detto. La sua vocazione è stata di dare a Gesù tutto ciò che può dare un padre umano: l’amore, la protezione, il nome, una casa. La sua obbedienza a Dio comprendeva l’obbedienza all’autorità legale. E fu proprio essa a far sì che andasse con la giovane sposa a Betlemme e a determinare, quindi, il luogo dell’Incarnazione. Dio fatto uomo fu iscritto sul registro del censimento, voluto da Cesare Augusto, come figlio di Giuseppe. Più tardi, la gioia di ritrovare Gesù nel Tempio in Giuseppe fu diminuita dal suo rendersi conto che il Bambino doveva compiere una missione per il suo vero Padre: egli era soltanto il padre adottivo. Ma, accettando la volontà del Padre, Giuseppe diventò più simile al Padre, e Dio, il Figlio, gli fu sottomesso. Il Verbo, con lui al momento della sua morte, donò la vita per Giuseppe e per tutta l’umanità. La vita di Giuseppe fu offerta al Verbo, mentre la sola parola che egli affida a noi è la sua vita.



Martirologio: Solennità di San Giuseppe, sposo della beata Vergine Maria: uomo giusto, nato dalla stirpe di Davide, fece da padre al Figlio di Dio Gesù Cristo, che volle essere chiamato figlio di Giuseppe ed essergli sottomesso come un figlio al padre. La Chiesa con speciale onore lo venera come patrono, posto dal Signore a custodia della sua famiglia.



Dagli scritti

Dai «Discorsi» di san Bernardino da Siena, sacerdote

Il fedele nutrizio e custode

Regola generale di tutte le grazie singolari partecipate a una creatura ragionevole è che quando la condiscendenza divina sceglie qualcuno per una grazia singolare o per uno stato sublime, concede alla persona così scelta tutti i carismi che le sono necessari per il suo ufficio. Naturalmente essi portano anche onore al prescelto. Ecco quanto si è avverato soprattutto nel grande san Giuseppe, padre putativo del Signore Gesù Cristo e vero sposo della regina del mondo e signora degli angeli. Egli fu scelto dall’eterno Padre come fedele nutrizio e custode dei suoi principali tesori, il Figlio suo e la sua sposa, e assolse questo incarico con la più grande assiduità. Perciò il Signore gli dice: Servo buono e fedele, entra nella gioia del tuo Signore (cfr. Mt 25,21). Se poni san Giuseppe dinanzi a tutta la Chiesa di Cristo, egli è l’uomo eletto e singolare, per mezzo del quale e sotto il quale Cristo fu introdotto nel mondo in modo ordinato e onesto. Se dunque tutta la santa Chiesa è debitrice alla Vergine Madre, perché fu stimata degna di ricevere Cristo per mezzo di lei, così in verità dopo di lei deve a Giuseppe una speciale riconoscenza e riverenza. Infatti egli segna la conclusione dell’Antico Testamento e in lui i grandi patriarchi e i profeti conseguono il frutto promesso. Invero egli solo poté godere della presenza fisica di colui che la divina condiscenza aveva loro promesso. Certamente Cristo non gli ha negato in cielo quella familiarità, quella riverenza e quell’altissima dignità che gli ha mostrato mentre viveva fra gli uomini, come figlio a suo padre, ma anzi l’ha portata al massimo della perfezione. Perciò non senza motivo il Signore soggiunge: «Entra nella gioia del tuo Signore». Sebbene sia la gioia della beatitudine eterna che entra nel cuore dell’uomo, il Signore ha preferito dire: «Entra nella gioia», per insinuare misticamente che quella gioia non solo è dentro di lui, ma lo circonda ed assorbe da ogni parte e lo sommerge come un abisso infinito. Ricordati dunque di noi, o beato Giuseppe, ed intercedi presso il tuo Figlio putativo con la tua potente preghiera; ma rendici anche propizia la beatissima Vergine tua sposa, che è madre di colui che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli infiniti. Amen (Disc. 2 su san Giuseppe; Opera 7,16. 27-30).



Preghiera finale:
A te, o beato Giuseppe, stretti dalla tribolazione, ricorriamo, e fiduciosi invochiamo il tuo patrocinio dopo quello della tua santissima sposa. Per quel sacro vincolo di carità, che ti strinse all’Immacolata vergine Maria, Madre di Dio, e per l’amore paterno che portasti al fanciullo Gesù, riguarda, te ne preghiamo, con occhio benigno la cara eredità, che Gesù Cristo acquistò col suo sangue, e col tuo potere ed aiuto sovvieni ai nostri bisogni. Proteggi, o provvido custode della divina Famiglia, l’eletta prole di Gesù Cristo: allontana da noi, o Padre amatissimo, gli errori e i vizi, che ammorbano il mondo; assistici propizio dal cielo in questa lotta col potere delle tenebre, o nostro fortissimo protettore: e come un tempo salvasti dalla morte la minacciata vita del pargoletto Gesù, così ora difendi la santa Chiesa di Dio dalle ostili insidie e da ogni avversità; e stendi or ora sopra ciascuno di noi il tuo patrocinio, affinché a tuo esempio e mediante il tuo soccorso, possiamo virtuosamente vivere, piamente morire e conseguire l’eterna beatitudine in cielo. Amen.

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MessaggioOggetto: da Enzo, marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:27 pm

Domenica del Laetare

Orazione iniziale: Vieni, o Spirito creatore, a svelarci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore. Facci vedere il gran giorno di Dio splendente di santa luce: nasce nel sangue di Cristo l’aurora di un mondo nuovo. Torna alla casa il prodigo, splende la luce al cieco; il buon ladrone graziato dissolve l’antica paura. Morendo sopra il patibolo Cristo sconfigge la morte; la morte dona la vita, l’amore vince il timore, la colpa cerca il perdono. Amen.



Letture:

Gs 5,9.10-12 (Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua)

Sal 33 (Gustate e vedete com’è buono il Signore)

2Cor 5,17-21 (Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo)

Lc 15,1-3.11-32 (Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita)



Riceve i peccatori e mangia con loro
Quello che secondo gli scribi e i farisei sarebbe un motivo di accusa nei confronti del Signore fa parte invece della sua missione ed è insito nella sua stessa matura divina. «Dio è amore», dice l’evangelista Giovanni. Lo stesso Gesù ribadisce di non essere venuto per i giusti e per i sani, ma per i peccatori e per i malati. S’intrecciano infatti nella sua vita terrena un susseguirsi di prodigiose guarigioni nel corpo e nello spirito degli uomini che, con fede, si accostavano a Lui. La parabola che segue è tra le più belle e coinvolgenti. In modo efficace ci fa comprendere l’insania dell’uomo che si distacca dal suo Creatore e Padre, per disperdere nel peggiore dei modi i doni di Dio e l’infinita misericordia del Padre che attende a braccia aperte il ritorno del Figlio. Le nostre bramosie, soddisfatte negli spazi della libertà senza Dio, si tramutano in fame e la nostra stessa dignità di figli si tramuta in avvilente servitù. Per nostra fortuna e per grazia di Dio, ci rimane sempre la nostalgia della Casa paterna e la voce della coscienza, per quanto offuscata dal male, non smette mai di pulsarci dentro per farci riscoprire e desiderare la via del ritorno. «Mi alzerò, andrò da mio padre» è stato il grido interiore e il pensiero guida della schiera innumerevole dei convertiti e di tutti coloro che dopo aver sperimentato la disfatta del peccato, hanno ritrovato la via della riconciliazione con Dio. Ci è di ulteriore conforto la certezza che la pesante fatica del ritorno, dalla valle dei porci alla Casa del Padre, è stata portata per noi dallo stesso Cristo, che ci precede carico della croce fino al monte della risurrezione e della festa pasquale. Ci sorprende e ci commuove poi il fatto che mentre nella migliore delle ipotesi dopo il peccato con cui rinneghiamo l’amore divino, noi ci saremmo aspettato un meritato castigo o almeno di essere relegati nel novero dei servi…, siamo invece accolti a braccia aperte dal Padre celeste. Egli ci rivuole come figli e non come schiavi. Il rientro nella sfera del suo amore è motivo di festa grande: Dio vuole renderci partecipi della sua gioia, che trae origine dall’infinito amore che nutre per noi. Come è triste invece l’atteggiamento del Figlio, che non intende partecipare alla festa. Egli non ha compreso che il servizio dato a Dio è motivato solo dall’amore, che diventa misericordia e perdono totale quando ciò che è perduto viene ritrovato. Soltanto chi ama può comprendere la misericordia. Soltanto chi ne ha goduto diventa poi capace di ridonarla come gratitudine a Dio e come amore e perdono verso il prossimo.

“O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione”: è con questa preghiera che apriamo la liturgia di questa domenica. Il Vangelo ci annuncia una misericordia che è già avvenuta e ci invita a riceverla in fretta: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, dice san Paolo (2Cor 5,20). Il padre non impedisce al suo secondogenito di allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che il figlio impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca di aspettare, fino al momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo, a casa. Di fronte all’amore del padre, il peccato del figlio risalta maggiormente. La sofferenza e le privazioni sopportate dal figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione perduta risveglia in lui un altro desiderio: riprendere il cammino del focolare familiare. Questo desiderio del cuore, suscitato dalla grazia, è l’inizio della conversione che noi chiediamo di continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell’accoglienza del padre. La figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo veramente da figli e figlie se non proviamo gli stessi sentimenti del padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno di essere costantemente accolti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il cristiano una festa del perdono ricevuto e di vera fratellanza.



Approfondimento del Vangelo (La parabola del padre miseridorcioso)

Il testo: In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ‹‹Costui riceve i peccatori e mangia con loro››. Allora egli disse loro questa parabola: ‹‹Un uomo aveva due figli. Il più giovane disse al padre: “Padre, dammi la parte del patrimonio che mi spetta”. E il padre divise tra loro le sostanze. Dopo non molti giorni, il figlio più giovane, raccolte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò le sue sostanze vivendo da dissoluto. Quando ebbe speso tutto, in quel paese venne una grande carestia ed egli cominciò trovarsi nel bisogno. Allora andò e si mise a servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube che mangiavano i porci; ma nessuno gliene dava. Allora rientrò in se stesso e disse: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: ‘Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni’”. Partì e si incamminò verso suo padre. Quando era ancora lontano il padre lo vide e commosso gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato conto il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi. Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò un servo e gli domandò che cos fosse tutto ciò. Il servo gli rispose: “È tornato tuo fratello e il padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si arrabbiò, e non voleva entrare. Il padre allora uscì a pregarlo. Ma lui rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato››.



Chiave di lettura: Luca è stato chiamato da Dante ‹‹scriba mansuetudinis Christi››. È infatti l’evangelista che ama sottolineare la misericordia del Maestro per i peccatori e raccontare scene di perdono (Lc 7,36-50; 23,39-43). Nel vangelo di Luca la misericordia di Dio si manifesta in Gesù Cristo. Il tema della misericordia che è il filo conduttore del vangelo di Luca (ed è per questo che io chiamo questa parabola “padre misericordioso” o non del “figlio prodigo”. Si può dire che il Gesù di Luca è l’incarnazione della presenza misericordiosa di Dio tra noi. “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Luca sottolinea una immagine di Dio, già rivelata nell’Antico Testamento (Es 34,6), ma che purtroppo sembra sia stata trascurata dagli scribi e i farisei che sottolineavano l’immagine di Dio “che castiga la colpa dei padri nei figli” (Es 34,7). I farisei e gli scribi infatti si vantano di essere giusti agli occhi di Dio perché non trasgrediscono la legge. Gesù critica questo atteggiamento con il suo insegnamento e anche con il suo modo di agire. Lui, il “giusto” di Dio (1Pt 3,18), “riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). Si pensi alla parabola del pubblicano che tornò a casa sua dal tempio giustificato, a differenza del fariseo che si esaltò davanti a Dio giudicando il suo prossimo (Lc 18,9-14). Gesù ci fa vedere che il pensiero e l’agire di Dio sono assai diversi da quelli umani. Dio è diverso, e la sua trascendenza si manifesta nella misericordia che perdona le colpe. “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira... perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira” (Os 11,8-9). Questa parabola del “padre miseridordioso”, sottolinea questo volto di Dio Padre misericordioso. Per questo alcuni fanno riferimento al racconto come “la parabola del padre prodigo nella misericordia e il perdono”. Il brano evangelico fa parte di un susseguirsi di tre parabole della misericordia, con un preambolo che ci fa contemplare “tutti i pubblicani e i peccatori” che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo (Lc 15,1). Questi si rispecchiano nell’atteggiamento del figlio minore, che rientra in se stesso e comincia a riflettere sulla sua condizione e su ciò che ha perso andandone via dalla casa di suo padre (Lc 15,17-20). Interessante notare l’uso del verbo “ascoltare”, che richiama la scena di Maria sorella di Marta, “la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39); oppure alle folle che “erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie” (Lc 6,18). Gesù riconosce i suoi parenti, non dal legame sanguineo, ma da questo atteggiamento di ascolto: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Luca sembra dare importanza a questo atteggiamento. Maria, la madre di Gesù, e lodata per questo atteggiamento di ascolto contemplativo, lei che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19.51). Elisabetta la proclama beata perché “ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), rivelate nella scena dell’annunciazione (Lc 1,26-38). Alla misericordia del padre che si commuove (Lc 15,20), si contrappone l’atteggiamento severo del figlio maggiore, che non accetta suo fratello come tale, ma nel dialogo con il padre, lo definisce: “questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute” (Lc 15,30). Qui si intravede l’atteggiamento degli scribi e dei farisei che “mormoravano: ‹‹Costui riceve i peccatori e mangia con loro››”. Loro non si mescolano con i “peccatori” considerati immondi, ma si distanziano da loro. L’atteggiamento di Gesù è diverso, è scandaloso ai loro occhi. Lui ama trattenersi con i peccatori e qualche volta si auto invita a casa loro per mangiare con essi (Lc 19,1-10). La mormorazione degli scribi e farisei impedisce l’ascolto della Parola. Molto suggestivo il contrasto fra i due fratelli. Il minore, riconosce la sua miseria e la sua colpa, ritorna a casa dicendo: “Padre, ho peccato conto il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,18 - 19,21). Il maggiorenne, fa vedere un’ atteggiamento di arroganza non solo nei confronti di suo fratello, ma anche nei confronti di suo padre! Il suo rimproverare contrasta molto la tenerezza del padre che uscendo da casa, gli va incontro a “pregarlo” di entrare in casa. Il padre agisce nello stesso modo con tutti e due i suoi figli, e lui che va incontro a loro per farli entrare in casa sua (Lc 15,20,28). È l’immagine di Dio Padre che ci invita alla conversione, a ritornare da lui: “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre. Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio; hai profuso l’amore agli stranieri sotto ogni albero verde e non hai ascoltato la mia voce. Oracolo del Signore. Ritornate, figli traviati – dice il Signore – perché io sono il vostro padrone” (Ger 3,12-14).



Momenti di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.


Alcune domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione.

1) Luca sottolinea una immagine di Dio misericordioso, già rivelata nell’Antico Testamento (Es 34,6), ma che purtroppo sembra sia stata trascurata dagli scribi e i farisei che sottolineavano l’immagine di Dio “che castiga la colpa dei padri nei figli” (Es 34,7). Quale immagine ho di Dio?

2) I farisei e gli scribi si vantano di essere giusti agli occhi di Dio perché non trasgrediscono la legge. Gesù critica questo atteggiamento con il suo insegnamento e anche con il suo modo di agire. Lui il “giusto” di Dio (1Pt 3,18) “riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). Mi considero giusto più degli altri, forse perché cerco di osservare i comandamenti di Dio? Quali motivazioni mi spingono a vivere da “giusto”, l’amore di Dio o il compiacimento personale?

3) “Tutti i pubblicani e i peccatori” si avvicinano a Gesù per ascoltarlo (Lc 15,1). Luca sembra dare importanza a questo atteggiamento di ascolto, riflessione, rientrare in se stessi, meditare e serbare la Parola nel proprio cuore. Quale posto occupa l’ascolto contemplativo della Parola di Dio nella mia vita quotidiana?

4) Gli scribi e i farisei non si mescolano con i “peccatori” considerati immondi, ma si distanziano da loro. L’atteggiamento di Gesù è diverso, è scandaloso ai loro occhi. Lui ama trattenersi con i peccatori e qualche volta si auto invita a casa loro per mangiare con essi (Lc 19,1-10). Giudico gli altri, oppure cerco di trasmettere sentimenti di misericordia e perdono, che riflettono la tenerezza di Dio Padre-Madre?

5) ‹‹“Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.›› (Lc 15,23). Nell’immagine del padre che fa banchetto di festa per il figlio tornato in vita, riconosciamo Dio Padre che ci ha tanto amati “da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Nel “vitello grasso” ammazzato, possiamo riconoscere il Cristo, l’agnello di Dio che si offre come vittima di espiazione per riscattarci dal peccato. Partecipo al banchetto eucaristico con sentimenti di gratitudine per questo amore infinito di Dio che si dona a noi nel suo figlio diletto, crocifisso e risorto?



Contemplazione: La contemplazione è il saper aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13,17).



Preghiera finale: O Dio, che dai la ricompensa ai giusti e non rifiuti il perdono ai peccatori pentiti, ascolta la nostra supplica: l’umile confessione delle nostre colpe ci ottenga la tua misericordia.

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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:28 pm

Preghiera iniziale: O Dio, nostro Padre, che nella celebrazione della Quaresima ci fai pregustare la gioia della Pasqua, donaci di approfondire e vivere i misteri della redenzione per godere la pienezza dei suoi frutti.

Letture:

Os 6,1-6 (Voglio l’amore e non il sacrificio)

Sal 50 (Voglio l’amore e non il sacrificio)

Lc 18,9-14 (Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo)



Nel cuore della preghiera

Tra i vari moventi della preghiera dobbiamo mettere tra i primi posti da una parte la consapevolezza della nostra estrema povertà e dell’altra la certezza che colui che invochiamo è in grado di soccorrerci. Tutto ciò sgorga essenzialmente dalle tre virtù teologali, che ci orientano verso Dio: la fede, la speranza e la carità. Tutte le virtù cristiane sono però correlate tra loro, per cui le individuiamo subito un’altra, che costituisce un indispensabile supporto a quelle menzionate: l’umiltà. Essere umili significa riconoscere ciò che siamo, riconoscere con la migliore gratitudine i doni di Dio, riconoscere nella sua verità sia il bene di cui siamo capaci, sia il male di cui siamo responsabili. Sono queste le migliori premesse della preghiera. I due protagonisti del vangelo odierno si contrappongono nettamente offrendoci l’uno una bella testimonianza di preghiera autentica, l’altro un cattivo esempio di umana presunzione. Il fariseo infatti fa vanto delle sue azioni e, pur ringraziando Dio, le attribuisce a se stesso. La sua, più che una preghiera, è un soliloquio di auto gratificazione. Con un giudizio assolutamente personale, si ritiene migliore degli altri uomini, migliore anche del pubblicano, che guarda con sufficienza e disprezzo. Più che pregare, egli ci da l’impressione di chi sta presentando al Signore le proprie credenziali; non ha nulla da chiedere, ha solo da offrire, con palese orgoglio, la sua presunta giustizia. Com’è diverso l’atteggiamento del vero orante: il pubblicano, riconoscendosi peccatore, si tiene a doverosa distanza da Dio e, in una serena mortificazione, non osa neanche di levare gli occhi verso il cielo, verso la dimora del Dio altissimo. Si riconosce reo di peccato e, mosso da sincero pentimento, si batte il petto e implora la misericordia divina: «O Dio, abbi pietà di me, peccatore». È illuminate per noi la conclusione che Gesù trae al termine della parabola: «Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato». Abbiamo una evidente e pressante alternativa: o accettare ed adeguarci alle sfide innumerevoli che il mondo ci lancia e in questo caso l’orgoglio è sicuramente l’arma più efficace, o fidarci di Dio e affidarci a lui come umili mendicanti, ma stracolmi di fiducia in lui.

Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che noi tutti abbiamo la tendenza a compiacerci di noi stessi. Forse perché pratichiamo molto fedelmente la nostra religione, come quel zelante fariseo, pensiamo di dover essere considerati “per bene”. Non abbiamo ancora capito queste parole di Dio in Osea: “Voglio l’amore e non il sacrificio” (Os 6,6). Invece di glorificare il Padre per quello che è, il nostro ringraziamento troppo spesso riguarda ciò che noi siamo o, peggio, consiste nel confrontarci, in modo a noi favorevole, con gli altri. È proprio questo giudizio sprezzante nei confronti dei fratelli che Gesù rimprovera al fariseo, così come gli rimprovera il suo atteggiamento nei confronti di Dio. Durante questa Quaresima, supplichiamo Gesù di cambiare radicalmente il nostro spirito e il nostro cuore, e di darci l’umiltà del pubblicano che invece ha scoperto l’atteggiamento e la preghiera “giusti” di fronte a Dio. Non comprenderemo mai abbastanza che il nostro amore è in stretta relazione con la nostra umiltà. La cosa migliore che possiamo fare di fronte a Dio, in qualsiasi misura ci pretendiamo santi, è di umiliarci di fronte a Dio. Ci sono dei momenti in cui non riusciamo a rendere grazie in modo sincero; allora possiamo fare la preghiera del pubblicano, possiamo cioè approfittare della nostra miseria per avvicinarci a Gesù: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Gesù esaudisce sempre questa preghiera. L’umiltà non ha niente a che vedere con un qualsiasi complesso di colpa o con un qualsiasi senso di inferiorità. È una disposizione d’amore; essa suppone che sappiamo già per esperienza che il nostro stato di peccatori attira l’amore misericordioso del Padre, poiché “chi si umilia sarà esaltato”. Essa suppone cioè che siamo entrati nello spirito del Magnificat.



Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri: “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore. Io vi dico: questi tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”.



Riflessione
- Nel Vangelo di oggi, Gesù racconta la parabola del fariseo e del pubblicano per insegnarci a pregare. Gesù ha un modo diverso di vedere le cose. Lui vedeva qualcosa di positivo nel pubblicano, di cui tutti dicevano: “Non sa pregare!” Gesù viveva così unito al Padre per mezzo della preghiera, che tutto diventava per lui espressione di preghiera.

- Il modo di presentare la parabola è molto didattico. Luca dà una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi Gesù racconta la parabola ed alla fine Gesù stesso applica la parabola alla vita.

- Luca 18,9: L’introduzione. La parabola viene presentata dalla frase seguente: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri!” La frase è di Luca. Si riferisce al tempo di Gesù. Ma si riferisce anche al nostro tempo. Ci sono sempre persone e gruppi di persone che si considerano giusti e fedeli e che disprezzano gli altri, considerandoli ignoranti ed infedeli.

- Luca 18,10-13: La parabola. Due uomini vanno al tempio a pregare: un fariseo ed un pubblicano. Secondo l’opinione della gente d’allora, i pubblicani non erano assolutamente considerati e non potevano rivolgersi a Dio, perché erano persone impure. Nella parabola, il fariseo ringrazia Dio perché è migliore degli altri. La sua preghiera non è altro che un elogio di se stesso, un’ esaltazione delle sue buone qualità ed un disprezzo per gli altri e per il pubblicano. Il pubblicano non alza neanche gli occhi, ma si batte il petto dicendo: “Dio mio, abbi pietà di me che sono un peccatore!” Si mette a posto suo davanti a Dio.

- Luca 18,14: L’applicazione. Se Gesù avesse lasciato esprimere la sua opinione per dire chi dei due ritornò giustificato verso casa, tutti avrebbero risposto: “Il fariseo!” Poiché era questa l’opinione comune a quel tempo. Gesù pensa in modo diverso. Per lui, chi ritorna giustificato a casa, in buoni rapporti con Dio, non è il fariseo, bensì il pubblicano. Gesù gira tutto al rovescio. Alle autorità religiose dell’epoca certamente non è piaciuta l’applicazione che lui fa di questa parabola.

- Gesù prega. Soprattutto Luca ci informa sulla vita della preghiera di Gesù. Presenta Gesù in preghiera costante. Ecco un elenco di testi del vangelo di Luca, in cui Gesù appare in preghiera: Lc 2,46-50; 3,21: 4,1-12; 4,16; 5,16; 6,12; 9,16.18.28; 10,21; 11,1; 22,32; 22,7-14; 22,40-46; 23,34; 23,46; 24,30. Leggendo il vangelo di Luca, tu potrai trovare altri testi che parlano della preghiera di Gesù. Gesù viveva in contatto con il Padre. La respirazione della sua vita era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva, affinché la gente ed i suoi discepoli facessero lo stesso, poiché nel contatto con Dio nasce la verità e la persona si incontra con se stessa, in tutta la sua realtà ed umiltà. In Gesù, la preghiera era intimamente legata ai fatti concreti della vita ed alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedele al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con Lui per ascoltarlo. Gesù pregava i Salmi. Come qualsiasi altro giudeo pio, li conosceva a memoria. Gesù giunse a comporre il suo proprio salmo. È il Padre Nostro. La sua vita era una preghiera permanente: “Non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre!” (Gv 5,19.30). A lui si applica ciò che dice il Salmo: “Io sono in preghiera!” (Sal 109,4).



Per un confronto personale

- Guardandomi allo specchio di questa parabola, io sono come il fariseo o come il pubblicano?

- Ci sono persone che dicono che non sanno pregare, ma parlano tutto il tempo con Dio. Tu conosci persone così?



Preghiera finale: Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato (Sal 50).


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MessaggioOggetto: da Enzo, Marzo 2010   Dom Giu 27, 2010 6:31 pm

Orazione iniziale:
Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.



Letture:

Es 3,1-8.13-15 (Io-Sono mi ha mandato a voi)

Sal 102 (Il Signore ha pietà del suo popolo)

1Cor 10,1-6.10-12 (La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento)

Lc 13,1-9 (Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo)




Il tempo si è fatto breve

La narrazione della vocazione di Mosè implica anche la rivelazione del nome di Dio: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. La curiosità provocata dal prodigio del roveto ardente spinge Mosè ad avvicinarsi; dal roveto, Dio chiama Mosé per due volte. Al patriarca, che manifesta disponibilità, il Signore rivela un progetto di liberazione, da comunicare al popolo. E in seguito, ad una domanda di Mosè, Dio dichiara il proprio nome: “Io sono colui che sono”, e aggiunge: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. In realtà, forse Mosè non avrà capito la frase “Io sono colui che sono”, cioè sono colui che fa esistere, colui che ti è presente, colui che sarò, e come tale mi manifesterò. Informato sull’identità di Dio, Mosè accetta di annunziare la salvezza, trasmettendo le parole divine: “Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele”. Si entra decisamente nella spiritualità pasquale: la liberazione profetica di Israele dall’Egitto è la prefigurazione della libertà offerta da Cristo attraverso i sacramenti. San Paolo ricorda ai Corinzi il comportamento degli Israeliti nel deserto, le mormorazioni contro Mosè e contro il Signore; quei cristiani sono edotti sul divieto di mormorare. Inoltre si ricorda il miracolo dell’acqua uscita dalla roccia, “e quella roccia era il Cristo”. L’interpretazione degli eventi è pienamente cristologica; si allude al battesimo. In questa domenica di Quaresima, la fede è formata con una riflessione sulla liberazione dall’Egitto e sull’acqua uscita da una roccia che accompagnava il popolo: questo testo è essenziale per formare i catecumeni, i futuri cristiani e rafforzare la fede pasquale dei battezzati. Con l’evangelista Luca si riflette invece sui segni dei tempi, con un tentativo di capire episodi violenti della storia di Israele, e questo prendendo spunto dalla parabola del fico sterile. Per i profeti, il fico era il simbolo dell’infedeltà di Israele, e dell’attesa dei frutti. Il Signore concede ancora un po’ di tempo per fruttificare. La Quaresima è un tempo di grazia che Dio ci presenta per conformare la nostra fede all’evento pasquale: non bisogna perdere tempo! O, con le parole bibliche: “Il tempo si è fatto breve”

L’uomo non è stato creato per rovinarsi la vita. Non si può neanche immaginare che, fornito di ragione, egli lo desideri. E tuttavia tutto sembra svolgersi in modo che ciò avvenga, a tale punto che si arriva a dubitare dei propri desideri di pienezza e perfino a negare la loro possibilità. Un fatto nuovo è accaduto nella storia, che “molti profeti e re hanno voluto vedere e non hanno visto, e udire e non hanno udito”. Una Presenza inevitabile, provocatoria, di un’autorità fino ad allora sconosciuta, che ha il potere di risvegliare nel cuore dell’uomo i suoi desideri più veri; un Uomo che si riconosce facilmente come la Via, la Verità e la Vita per raggiungere la propria completezza. Il momento è quindi decisivo, grave. Quest’uomo chiama tutti quelli che sono con lui a definire la propria vita davanti a lui. Ma c’è un’ultima e misteriosa resistenza dell’uomo proprio davanti a colui di cui ha più bisogno. Bisogna quindi ingaggiare una battaglia definitiva perché l’uomo ritrovi il gusto della libertà. E Cristo lotterà fino alla morte, per dare “una dolce speranza e per concedere dopo i peccati la possibilità di pentirsi” (cfr. Sap 12,19). Ma non tentiamo di ingannarci. Ci troviamo nelle ultime ore decisive. Cristo può, in un ultimo momento di pazienza, prolungare il termine, come fa per il fico della parabola, ma non lo prolungherà in eterno!



Approfondimento del Vangelo (Gesù commenta i fatti del giorno. Come interpretare i segni dei tempi)

Il testo: In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù rispose: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali rovinò la torre di Sìloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Disse anche questa parabola: «Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai».


Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa terza domenica di Quaresima ci presenta due fatti diversi, legati tra di loro: un commento di Gesù riguardo ai fatti del giorno ed una parabola. Luca 13,1-5: richiesto dalla gente, Gesù commenta i fatti attuali: il massacro dei pellegrini eseguito da Pilato e a quella della torre di Siloé che uccise diciotto persone. Luca 13,6-9: Gesù racconta una parabola, quella del fico che non dava frutti. Durante la lettura è bene prestare attenzione a due cose: 1) verificare come Gesù contraddice l’interpretazione popolare di ciò che avviene; 2) scoprire se esiste un legame tra una parabola ed il commento di ciò che avviene.



Una divisione del testo per aiutarne la lettura:

- Luca 13,1: La gente da a Gesù la notizia del massacro dei Galilei

- Luca 13,2-3: Gesù commenta il massacro e ne trae una lezione per la gente

- Luca 13,4-5: Per rafforzare il suo pensiero Gesù commenta un’altro fatto

- Luca 13,6-9: La parabola del fico che non dava frutti



Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.

a) Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?

b) Qual era l’interpretazione popolare di questi due fatti?

c) Gesù non è d’accordo con l’interpretazione popolare dei fatti? In che modo?

d) Qual è il significato della parabola? C’è un legame tra la parabola ed il commento dei fatti?

e) Qual è il messaggio di questo testo per noi che oggi dobbiamo interpretare i Segni dei Tempi?



Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema

Contesto letterario e storico di allora e di oggi: Luca scrive il suo vangelo attorno all’anno ‘85 per i cristiani delle comunità di Grecia. In generale, segue la narrazione del vangelo di Marco. Qui e là introduce piccole differenze o cambia alcune parole in modo che i mattoni rimossi di Marco si adattino al nuovo disegno che lui, Luca, immagina per il suo libro. Oltre al vangelo di Marco, Luca consulta anche altri libri ed ha accesso ad altre fonti: testimoni oculari e ministri della Parola (Lc 1,2). Tutto questo materiale che non ha un parallelo in Marco, Luca l’organizza in forma letteraria: un lungo viaggio di Gesù dalla Galilea fino a Gerusalemme. La descrizione di questo viaggio la vediamo in Luca dai versi 9,51 fino a 19,28 ed occupa quasi dieci capitoli, una terza parte del Vangelo! Lungo questi capitoli, Luca ricorda ai lettori, costantemente, che Gesù è in cammino. Raramente dice dove si trova Gesù, ma fa capire chiaramente che Gesù sta viaggiando e che l’obiettivo del viaggio è Gerusalemme dove morirà secondo quanto annunciato dai profeti (Lc 9,51.53.57; 10,1.38; 11,1; 13,22.33; 14,25; 17,11; 18,31. 35; 19,1.11.28). Ed anche dopo che Gesù giunge vicino a Gerusalemme, Luca continua a parlare di un cammino verso il centro (Lc 19,29.41.45; 20,1). Poco prima dell’inizio del viaggio, in occasione della trasfigurazione insieme a Mosè ed Elia sulla cima del Monte, l’andare a Gerusalemme è considerato come un esodo di Gesù (Lc 9,31) e come la sua assunzione o salita al cielo (Lc 9,51). Nel Vecchio Testamento, Mosè aveva guidato il primo esodo liberando la gente dall’oppressione del Faraone (Ex 3,10-12) ed il profeta Elia era salito al cielo (2 Re 2,11). Gesù è il nuovo Mosè, che viene a liberare il popolo dall’oppressione della Legge. È il nuovo Elia che viene a preparare l’avvento del Regno. La descrizione del lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme non è solo un elemento letterario per introdurre il materiale proprio di Luca. Rispecchia anche il lungo e doloroso viaggio che le comunità della Grecia stavano facendo nel tempo di Luca nel quotidiano della loro vita: passare da un mondo rurale della Palestina al mondo cosmopolita della cultura greca nelle periferie delle grande città dell’Asia e dell’Europa. Questo passaggio o inculturazione era marcato da una forte tensione tra i cristiani venuti dal Giudaismo e dai nuovi che giungevano da altre etnie e culture. La descrizione del lungo viaggio verso Gerusalemme rispecchia infatti il doloroso processo di conversione che le persone legate al Giudaismo dovevano fare: uscire dal mondo dell’osservanza della legge che li accusava e li condannava per andare verso un mondo di gratuità dell’amore di Dio tra tutti i popoli, per la certezza che in Cristo tutti i popoli si fondono in un solo dinanzi a Dio; uscire dal mondo chiuso della razza verso il territorio universale dell’umanità. È anche il cammino di tutti noi lungo la nostra vita. Siamo capaci di trasformare le croci della vita in esodo di liberazione?



Commento del testo:

- Luca 13,1: La gente fa sapere a Gesù il massacro dei Galilei. Come oggi, il popolo commenta i fatti che avvengono e vuole un commento da coloro che possono interferire nell’opinione pubblica. E così che alcune persone giungono vicini a Gesù e raccontano il fatto del massacro di alcuni Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello delle sue vittime. Probabilmente si tratta di un assassinato commesso sul Monte Garizim, che continuava ad essere un centro di pellegrinaggio e dove la gente soleva offrire sacrifici. Il fatto conferma la ferocia e la stupidità di alcuni governanti romani in Palestina che provocavano la sensibilità religiosa dei Giudei mediante azioni irrazionali di questo tipo.

- Luca 13,2-3: Gesù commenta il massacro e ne trae una lezione per la gente. Interpellato a dare una opinione, Gesù chiede: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?” La domanda di Gesù rispecchia l’interpretazione popolare comune dell’epoca: sofferenza e morte violenta sono il castigo di Dio per qualche peccato che la persona ha commesso. La reazione di Gesù è categorica: “No vi dico!” E nega l’interpretazione popolare e trasforma il fatto in esame di coscienza: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!” Ossia, se non avviene un vero e proprio mutamento, avverrà per tutti lo stesso massacro. La storia posteriore conferma la previsione di Gesù. Il mutamento non è avvenuto. Loro non si convertirono e quarant’anni dopo, nel 70, Gerusalemme è stata distrutta dai Romani. Venne massacrata molta gente. Gesù percepiva la gravità della situazione politica del suo paese. Da un lato, il dominio romano sempre più pesante ed insopportabile. Dall’altro la religione ufficiale, sempre più alienata senza capire la portata della fede in Yahvé per la vita della gente.

- Luca 13,4-5: Per rafforzare il suo pensiero Gesù commenta più di un fatto. Gesù stesso prende l’iniziativa di commentare un altro fatto. Una tormenta fa crollare la torre di Siloé e diciotto persone muoiono schiacciate dalle pietre. Il commento della gente: “Castigo di Dio!” Commento di Gesù: “No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. È la stessa preoccupazione di interpretare i fatti in modo tale che diventi in essi trasparente la chiamata di Dio al mutamento ed alla conversione. Gesù è un mistico, un contemplativo. Legge i fatti in un modo diverso. Sa leggere ed interpretare i segni dei tempi. Per lui, il mondo è trasparente, rivelatore della presenza e degli appelli di Dio.

- Luca 13,6-9: La parabola del fico che non da frutti. Dopo Gesù racconta la parabola del fico che non da frutti. Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna. Durante tre anni non aveva dato frutti. Per questo dice al vignaiolo: “Taglialo”. Ma costui risponde: “Lascialo ancora un anno. Se non da frutti, allora lo taglierai”. Non sappiamo se Gesù raccontò questa parabola immediatamente dopo il commento che fece del massacro ed il crollo della torre di Siloé. Probabilmente, fu Luca che colloca in questo luogo la parabola, perché lui, Luca, vede qualche legame tra il commento dei fatti e la parabola del fico. Luca non dice qual è il legame. Lascia a noi il compito di scoprirlo. Quale significato vi scorge Luca? Oso dare un’ opinione. Forse voi ne scoprirete un’altra. Il padrone della vigna e del fico è Dio. Il fico è il popolo. Gesù è il vignaiolo. Il padrone della vigna si è stancato di cercare frutti nel fico, senza incontrarli. Decide di sradicare l’albero. Così ci sarà posto per una pianta che possa dare frutti. Il popolo scelto non stava dando il frutto che Dio aspettava. Vuole dare la Buona Notizia ai pagani. Gesù, il vignaiolo, chiede di lasciare il fico in vita ancora un poco. Aumenterà i suoi sforzi per ottenere il mutamento e la conversione. Più avanti nel Vangelo, Gesù riconosce che il duplicare sforzi no ha dato risultato. Loro non si convertiranno. Gesù lamenta la mancanza di conversione e piange sulla città di Gerusalemme. (Lc 19,41-44).



Ampliando le informazioni

Una breve storia della resistenza popolare contro Roma ai tempi di Gesù: Nel Vangelo di questa Domenica, Luca fa un’allusione chiara alla repressione delle legioni romane contro la resistenza popolare dei Galilei. Per questo, diamo qui una visione schematica della resistenza popolare della gente della Giudea contro il dominio romano e come, lungo gli anni, questa resistenza si è approfondita sempre di più entrando nelle radici della fede della gente. Ecco uno schema in parallelo con le tappe della vita di Gesù:

1) Dal 63 al 37 prima di Cristo: Rivolta popolare senza una direzione. Nel 63 prima di Cristo l’impero romano invade la Palestina ed impone un pesante tributo. Dal 57 fino al 37, in appena 20 anni, scoppiano sei sommosse in Galilea! La gente, senza meta, va dietro qualsiasi persona che promette liberarla del tributo romano.

2) Dal 37 al 4 prima di Cristo:Repressione e disarticolazione. É il periodo del governo di Erode, chiamato Il Grande, colui che uccise gli innocenti di Betlemme (Mt 2,16). La repressione brutale impedisce qualsiasi manifestazione popolare. Erode promoveva così la chiamata Pax Romana. Questa Pace reca all’Impero una certa stabilità economica, ma per i popoli dominati è pace del cimitero.

3) Dal 4 al 6 dopo Cristo: Rivolte messianiche. É il periodo del governo di Archelao, in Giudea. Il giorno che assume il potere, massacra 3000 persone sulla piazza del Tempio. La rivolta esploda in tutto il paese, ma non era più senza meta. I leaders popolari di questo periodo cercavano motivazioni legate all’antica tradizione e si presentavano come dei re messianici. La repressione romana distrugge Séforis, capitale della Galilea. La violenza marca l’infanzia di Gesù. Nel corso dei dieci anni del governo di Archelao, vide passare la Palestina per uno dei periodi più violenti di tutta la sua storia.

4) Dal 6 al 27: Zelo per la Legge: Tempo di revisione. Nell’anno 6, Romolo depone Archelao, e trasforma la Giudea in una Provincia Romana, decretando un censimento per attualizzare il pagamento del tributo. Il censimento produce una forte reazione popolare, ispirata nello Zelo per la Legge. Lo Zelo (da questa parola viene il termino zelati) spingeva la gente a boicottare e non pagare il tributo. Era una nuova forma di resistenza, una specie di disobbedienza civile, che cresceva come il fuoco represso sotto le ceneri. Mas lo Zelo limitava la visione. Gli “zelosi” correvano il pericolo di ridurre l’osservanza della Legge all’opposizione ai Romani. E proprio in questo periodo matura in Gesù la coscienza della sua missione.

5) Dal 27 al 69: Riappaiono sulla scena i profeti. Dopo questi 20 anni, dal 6 al 26, la revisione della meta del cammino appare nella predicazione dei profeti che rappresentano un passo in più nel movimento popolare. I profeti convocano il popolo e lo invitano alla conversione ed al mutamento. Vogliono rifare la storia, fin dalle sue origini. Convocano il popolo nel deserto (Mc 1,4), per iniziare un nuovo esodo, annunciato da Isaia (Is 43,16-21). Il primo fu Giovanni Battista (Mt 11,9; 14,5; Lc 1,76), che attira molta gente (Mt 3,5-7). Subito dopo viene Gesù, che era considerato dalla gente un profeta (Mt 16,14; 21,11.46; Lc 7,16). Anche Gesù, come Mosè, proclama la Nuova Legge sulla Montagna (Mt 5,1) ed alimenta il popolo nel deserto (Mc 6,30-44). Come la caduta delle mura di Gerico verso la fine dei quaranta anni nel deserto (Is 6,20), lui annuncia la caduta delle mura di Gerusalemme (Lc 19,44; Mt 24,2). Come i profeti anticamente, lui annuncia la liberazione degli oppressi e l’inizio di un nuovo anno giubilare (Lc 4,18-19), e chiede di cambiare il modo di vivere (Mc 1,15; Lc 13,3.5). Dopo Gesù, vengono anche altri profeti. Per questo la rivolta, il messianismo e lo zelo continuano ad esistere simultaneamente. Le autorità dell’epoca, sia i Romani che gli Erodiani, come pure i sacerdoti, gli scribi e farisei, tutti loro, preoccupati solo per la sicurezza del Tempio e della Nazione (Gv 11,48) o con l’osservanza della Legge (Mt 23,1-23), non percepiscono la differenza esistente tra i profeti e gli altri leaders popolari. Per loro era tutto la stessa cosa. Confondono Gesù con i re messianici (Lc 23,2.5). Gamaliel, il grande dottore della legge, per esempio, paragona Gesù con Giuda, capo dei rivoltosi (At 5,35-37). Flavio Giuseppe stesso, lo storico, confonde i profeti con “ladroni ed impostori”. Oggi tutti sarebbero tacciati di essere “fannulloni”!



7 marzo: Santa Perpetua e Felicita, martiri

Biografia: Subirono il martirio a Cartagine nel 203, durante la persecuzione di Settimo Severo. Della loro morte resta ancora una bellissima narrazione che in parte fu stesa dai medesimi confessori e in parte da uno scrittore del tempo.



Dagli scritti

Dalla «Narrazione del martirio dei santi martiri cartaginesi»

Chiamati ed eletti alla gloria del Signore

Spuntò il giorno della vittoria dei martiri e dal carcere si recarono all’anfiteatro, come se andassero in cielo, raggianti in volto, dignitosi, trepidanti più per la gioia che per la paura. Perpetua per prima fu scagliata in alto dalla vacca e ricadde sul fianco. Così si alzò e avendo visto Felicità gettata a terra, le si accostò, le porse la mano e la rialzò. E ambedue stettero in piedi insieme. Vinta la durezza della folla, furono richiamate alla porta Sanavivaria. Ivi Perpetua, accolta da un catecumeno di nome Rustico che le stava accanto, e come destata dal sonno (talmente era fuori dei sensi e rapita in estasi), cominciò a guardarsi attorno e disse tra lo stupore di tutti: «Quando saremo esposte là a quella vacca?». E avendo sentito che ciò era già avvenuto, non volle crederci prima di aver notato i segni di maltrattamento sul suo corpo e sul vestito. Quindi fatto chiamare suo fratello e quel catecumeno li esortò dicendo: «Siate saldi nella fede, amatevi tutti a vicenda e non prendete occasione di scandalo dalle nostre sofferenze». A sua volta Sàturo presso un’altra porta stava esortando il soldato Pudente. Disse fra l’altro: «Insomma proprio come avevo supposto e predetto, finora non ho sperimentato nessuna fiera. Ma ora credi di tutto cuore: ecco io vado laggiù e sarò finito da un solo morso di leopardo». E subito, sul finire dello spettacolo, gettato in pasto al leopardo, con un solo morso fu bagnato di tanto sangue che il popolo diede testimonianza al suo secondo battesimo gridando: «È salvo il lavato, è salvo il lavato!». Davvero era salvo colui che si era lavato in tal modo! Allora disse al soldato Pudente: «Addio, ricordati della fede e di me; queste cose non ti turbino, ma ti confermino». Nello stesso tempo si fece dare l’anello del suo dito e immersolo nella sua ferita glielo restituì come eredità, lasciandogli il pegno e il ricordo del suo sangue. Venne quindi disteso, ormai esanime, insieme con gli altri al solito posto per il colpo di grazia. E siccome il popolo reclamava che quelli fossero portati in vista del pubblico al centro dell’anfiteatro, per poter fissare sulle loro membra i suoi occhi, complici dell’assassinio, mentre la spada penetrava nel loro corpo, essi si alzarono spontaneamente e si recarono là dove il popolo voleva, dopo essersi prima baciati per terminare il martirio con questo solenne rito di pace.
Tutti gli altri ricevettero il colpo di spada immobili e in silenzio: tanto più Sàturo, che nella visione di Perpetua era salito per primo, per primo rese lo spirito. Egli infatti era in attesa di Perpetua. Essa poi per gustare un po’ di dolore, trafitta nelle ossa, gettò un grido, e lei stessa guidò alla sua gola la mano incerta del gladiatore, ancora novellino. Forse una donna di tale grandezza, che era temuta dallo spirito immondo, non avrebbe potuto morire diversamente, se non l’avesse voluto lei stessa.
O valorosi e beatissimi martiri! Voi siete davvero i chiamati e gli eletti alla gloria del Signore nostro Gesù Cristo! (Cap. 18. 20-21; dall’ed. van Beek, Nimega, 1936, pp. 42. 46-52).



Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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MessaggioOggetto: santi Pietro e Paolo   Mar Giu 29, 2010 10:14 am

Letture:

At 12,1-11 (Ora so veramente che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode)

Sal 33 (Il Signore mi ha liberato da ogni paura)

2Tm 4,6-8.17.18 (Ora mi resta soltanto la corona di giustizia)

Mt 16,13-19 (Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli)



Le colonne della Chiesa

La liturgia di questa festa ci sollecita a riflettere sulla fedeltà e sulla testimonianza delle due colonne portanti della Chiesa. Ci mostra Pietro con le chiavi del regno, primo e principe degli apostoli. Ascoltiamo la sua confessione che ormai ci appartiene come seguaci della stessa fede. Percepiamo con gioia l’origine della nostra appartenenza a Cristo, la fonte da cui abbiamo sorbito lo stesso credo, l’impegno che ci pone a nostra volta come testimoni. È anche il giorno della gratitudine a Dio, a Cristo Gesù e ai suoi apostoli, i fattori della Chiesa, nostra madre. Ci viene da ripercorrere la storia della Chiesa fino ai nostri giorni per rivivere un percorso dove le umane fragilità sono state come spente dalla forza dello Spirito. Siamo certi di poggiare ancora sulla roccia che è Cristo stesso e sulla Pietra che è il romano pontefice. Le porte degli inferi, anche quando hanno infierito con violenza contro di noi, non hanno prevalso. La promessa di Cristo si è realizzata in pienezza. La storia di Pietro, prima debole, spavaldo e pauroso, poi intrepido assertore della verità e martire come Cristo per testimoniare la propria fedeltà, è diventato sostanzialmente la storia della nostra Chiesa e di tanti cristiani. È stato determinate in questo faticoso percorso l’apporto di Paolo, il convertito sulla via di Damasco, l’Apostolo delle genti. Egli per primo ha valicato i confini del mondo ebraico per rivolgere il messaggio della salvezza ai pagani, a tutti noi che da quel mondo proveniamo. La seconda lettura d’oggi risuona come un gioioso testamento che Paolo confida al suo amico e collaboratore Timoteo: “io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”. Vedere sparso in offerta il proprio sangue è la suprema aspirazione dell’Apostolo, dopo le dure fatiche del suo intensissimo apostolato. Egli brama il martirio per essere totalmente assimilato a Cristo e dare così la suprema testimonianza di fedeltà e d’amore. Ambedue in modo diverso tracciano il cammino della Chiesa e di ciascuno di noi: anche noi deboli come Pietro, prima della Pentecoste, ma anche noi irrorati dallo stesso Spirito. Noi pure forse lontani coma Paolo, ma poi folgorati dalla grazia. Chi sa se anche noi siamo disposti e realmente pronti a dare la vita per Cristo?

Per capire l’azione e insieme la bellezza della narrazione del Vangelo, bisogna considerare il suo sfondo geografico. Cesarea di Filippo si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito questa località dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo dagli Ebrei era considerato un’opera satanica, e perciò la grotta era considerata l’ingresso del regno di Satana: l’inferno. Ci si aspettava che, un giorno o l’altro, gli abissi infernali scuotessero questa rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. In questo luogo spaventoso, si svolse un dialogo fra Gesù, il Figlio del Dio vivente, e Simone, il figlio di Giona. Gesù parla di un’altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio. Nessuna potenza infernale potrà mai prevalere su di essa. Simone, in quanto responsabile e guardiano, ne riceve le chiavi, e così il potere di legare e di sciogliere, cioè l’autorità dell’insegnamento e il governo della Chiesa. Grazie a ciò, Simone ne è diventato la pietra visibile, che assicura alla Chiesa ordine, unità e forza. La Chiesa non potrà essere vinta né da Satana né dalla morte, poiché Cristo vive ed opera in essa. Ogni papa è il Pietro della propria epoca.



Approfondimento del Vangelo (Tu sei Pietra)

Il testo: Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?” Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.


Una chiave di lettura: Il testo liturgico della festa dei santi Pietro e Paolo è preso dal Vangelo di Matteo: 16,13-19. Nel commento che facciamo includiamo anche i versetti 20-23. Perché nell’insieme del testo, dai versetti 13 a 23, Gesù rivolgendosi a Pietro per due volte lo chiama “pietra”. Una volta pietra di fondamento (Mt 16,18) e una volta pietra di inciampo (Mt 16,23). Le due affermazioni si completano mutuamente. Durante la lettura del testo è bene fare attenzione agli atteggiamenti di Pietro e alle parole solenni, che Gesù gli rivolge in due occasioni.



Una divisione del testo per aiutare nella lettura:

- 13-14: Gesù vuole sapere le opinioni del popolo al suo riguardo

- 15-16: Gesù interpella i discepoli e Pietro confessa: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!”

- 17-20: Risposta solenne di Gesù a Pietro (frase centrale della festa di oggi).

- 21-22: Gesù chiarifica il significato di Messia, ma Pietro reagisce e non accetta.

- 22-23: Risposta solenne di Gesù a Pietro.



Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.

a) Quale punto ha richiamato di più la mia attenzione?

b) Quali sono le opinioni del popolo su Gesù? Cosa pensano Pietro e i discepoli su Gesù?

c) Chi è Gesù per me? Chi sono io per Gesù?

d) Pietro è pietra in due modi: quali?

e) Che tipo di pietra è la nostra comunità?

f) Nel testo appaiono molte opinioni su Gesù e varie maniere di presentare la fede. Oggi pure esistono molte opinioni differenti su Gesù. Quali opinioni sono conosciute dalla nostra comunità? Quale missione risulta da tutto questo per noi?



Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire meglio il tema.

Il contenuto: Nelle parti narrative del suo Vangelo, Matteo usa seguire l’ordine del Vangelo di Marco. Talvolta egli cita un’altra fonte nota a lui e a Luca. Poche volte presenta informazioni proprie che appaiono solo nel suo vangelo, come è il caso del vangelo di oggi. Questo testo, con il dialogo fra Gesù e Pietro, riceve interpretazioni diverse, perfino opposte nelle varie chiese cristiane. Nella chiesa cattolica costituisce il fondamento del primato di Pietro. Senza diminuire affatto l’importanza di questo testo, conviene situarlo nel contesto del Vangelo di Matteo, nel quale, in altri testi, le stesse qualità conferite a Pietro sono attribuite quasi tutte anche ad altre persone. Non sono una esclusiva di Pietro.



Commento del testo:

- Matteo:16,13-16: Le opinioni del popolo e dei discepoli nei riguardi di Gesù. Gesù vuole sapere l’opinione del popolo nei suoi riguardi. Le risposte sono le più varie: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Quando Gesù interroga sulla opinione dei discepoli stessi, Pietro a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Questa risposta di Pietro non è nuova. Anteriormente, dopo il cammino sulle acque, già gli altri discepoli avevano fatto una simile professione di fede: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). È il riconoscimento che in Gesù si realizzano le profezie dell’Antico Testamento. Nel Vangelo di Giovanni la stessa professione di fede è fatta da Marta: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto nel mondo” (Gv 11,27).

- Matteo: 16,17: La risposta di Gesù a Pietro: Beato te, Pietro! Gesù proclama “beato”, Pietro, perché ha ricevuto una rivelazione dal Padre. Anche qui la risposta di Gesù non è nuova. Anteriormente Gesù aveva fatto una identica proclamazione di beatitudine ai discepoli perché vedevano e udivano cose che nessuno prima conosceva (Mt 13,16), e aveva lodato il Padre perché aveva rivelato il Figlio ai piccoli e non ai sapienti (Mt 11,25). Pietro è uno dei piccoli ai quali il Padre si rivela. La percezione della presenza di Dio in Gesù non “viene dalla carne né dal sangue”, ossia non è frutto di studio né è merito di uno sforzo umano, ma è un dono che Dio concede a chi vuole.

- Matteo: 16,18-20: Le qualifiche di Pietro: Essere pietra di fondamento e prendere possesso delle chiavi del Regno.

1) Essere Pietra: Pietro deve essere pietra, cioè deve essere fondamento fermo per la chiesa, tanto che essa possa resistere contro gli assalti delle porte degli inferi. Con queste parole di Gesù a Pietro, Matteo incoraggia le comunità sofferenti e perseguitate della Siria e della Palestina, che vedevano in Pietro la leadership che le aveva segnate dall’origine. Nonostante fossero deboli e perseguitate, esse hanno un fondamento solido, garantito dalle parole di Gesù. In quel tempo le comunità coltivavano un legame affettivo molto forte con i capi che avevano dato origine alla comunità. Così le comunità della Siria e della Palestina coltivavano il loro legame con la persona di Pietro. Quelle della Grecia, con la persona di Paolo. Alcune comunità dell’Asia con la persona del Discepolo amato e altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Una identificazione con questi leader delle loro origini le aiutava a coltivare meglio la propria identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di conflitto, come nel caso della comunità di Corinto (1Cor 1,11-12). Essere pietra come fondamento della fede evoca la parola di Dio al popolo in esilio di Babilonia: “Voi che cercate Dio e siete in cerca di giustizia, guardate alla roccia dalla quale siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Is 51,1-2). Applicata a Pietro, questa qualità di pietra-fondamento indica un nuovo inizio del popolo di Dio.

2) Le chiavi del Regno: Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè per riconciliare tra loro e con Dio. Lo stesso potere di legare e sciogliere è dato alle comunità (Mt 18,8) e ai discepoli (Gv 20,23). Uno dei punti sui quali il Vangelo di Matteo più insiste è la riconciliazione e il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). Il fatto è che negli anni 80 e 90, là in Siria c’erano molte tensioni nelle comunità e divisioni nelle famiglie a causa della fede in Gesù. Alcuni lo accettavano come Messia e altri no, e ciò era fonte di molti contrasti e conflitti. Matteo insiste sulla riconciliazione. La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori e delle coordinatrici delle comunità. Imitando Pietro, devono legare e sciogliere, cioè operare perché vi sia riconciliazione, accettazione mutua, costruzione della vera fraternità.

3) La Chiesa: la parola Chiesa, in greco ekklesia, appare 105 volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente negli Atti e nelle Lettere. Solamente tre volte nei Vangeli, e solo in Matteo. La parola significa “assemblea convocata” o “assemblea scelta”. Essa indica il popolo che si raduna convocato dalla Parola di Dio, e cerca di vivere il messaggio del Regno che Gesù ci ha portato. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento e un segno del Regno. Il Regno è più grande. Nella Chiesa, nella comunità, deve o dovrebbe apparire agli occhi di tutti quello che accade quando un gruppo umano lascia Dio regnare e prendere possesso della sua vita.

d) Matteo: 16,21-22: Gesù completa quello che manca nella risposta di Pietro, e questo reagisce e non accetta. Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Conforme all’ideologia dominante del tempo, egli immaginava un Messia glorioso. Gesù lo corregge: “È necessario che il Messia soffra e sia ucciso in Gerusalemme”. Dicendo “è necessario”, egli indica che la sofferenza già era prevista nelle profezie (Is 53,2-8). Se i discepoli accettano Gesù come Messia e Figlio di Dio, devono accettarlo anche come Messia Servo che va a morire. Non solo il trionfo della gloria ma anche il cammino della croce! Ma Pietro non accetta la correzione di Gesù e cerca di dissuaderlo.

e) Matteo: 16,23: La risposta di Gesù a Pietro: pietra di inciampo. La risposta di Gesù è sorprendente: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” Satana è colui che ci allontana dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Letteralmente, Gesù dice: “Fermati dietro di me!” (vada retro! In latino). Pietro voleva prendere la guida e indicare la direzione del cammino. Gesù dice: “Dietro a me!” Chi indica la direzione e il ritmo non è Pietro ma Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in conversione permanente. La parola di Gesù era anche un messaggio a tutti coloro che guidavano le comunità. Essi devono “seguire” Gesù e non possono mettersi davanti come Pietro voleva fare. Non solo essi o esse che possono indicare la direzione o lo stile. Al contrario, come Pietro, invece di pietra di sostegno, possono diventare pietra di inciampo. Così erano alcuni leader delle comunità al tempo di Matteo. C’erano delle ambiguità. Così può succedere tra noi oggi!



Ampliando le informazioni dei vangeli su Pietro: Un ritratto di San Pietro: Pietro da pescatore di pesci si trasformò in pescatore di uomini (Mc 1,7). Era sposato (Mc 1,30). Uomo buono, molto umano. Era portato naturalmente a fare il capo tra i dodici primi discepoli di Gesù. Gesù rispettò questa tendenza naturale e fece di Pietro l’animatore della sua prima comunità (Gv 21,17). Prima di entrare nella comunità di Gesù, Pietro si chiamava Simone bar Jona (Mt 16,17), Simone figlio di Giona. Gesù gli diede il soprannome di Cefa o Pietra, che poi diviene Pietro (Lc 6,14). Per natura, Pietro poteva essere tutto, meno che pietra. Era coraggioso nel parlare, ma nell’ora del pericolo si lasciava prendere dalla paura e fuggiva. Per esempio, quella volta quando Gesù arrivò camminando sopra le acque, Pietro chiese: “Gesù, posso anch’io venire da te sulle acque?” Gesù gli rispose: “Vieni, Pietro!” Pietro scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque. Ma quando giunse un’onda più alta del solito, s’impaurì, cominciò ad affondare e gridò: “Salvami, Signore!” Gesù lo afferrò e lo salvò (Mt 14,28-31). Nell’ultima cena, Pietro disse a Gesù: “Io non ti rinnegherò mai, Signore!” (Mc 14,31); ma poche ore dopo, nel palazzo del sommo sacerdote, davanti ad una serva, quando Gesù gia era stato arrestato, Pietro negò con giuramento di avere legami con Gesù (Mc 14,66-72). Nell’orto degli olivi, quando Gesù fu arrestato, egli giunse perfino a sguainare la spada (Gv 18,10), ma poi fuggì, lasciando Gesù solo (Mc 14,50). Per natura Pietro non era pietra! Eppure, questo Pietro così debole e tanto umano, tanto eguale a noi, diventò pietra, perché Gesù ha pregato per lui dicendo: “Pietro, io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32). Per questo, Gesù poteva dire: “Tu sei Pietra e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Gesù lo aiutò ad essere pietra. Dopo la risurrezione, in Galilea, Gesù apparve a Pietro e gli domandò due volte: “Pietro mi ami?” E Pietro rispose due volte: “Signore, tu sai che io ti amo” (Gv 21,15.16). Quando Gesù fece la stessa domanda per la terza volta, Pietro rimase addolorato. Deve essersi ricordato di averlo rinnegato tre volte. Alla terza domanda, egli rispose: “Signore, tu sai tutto! Tu sai che ti amo!” E fu in quel momento che Gesù gli affidò la cura delle sue pecore, dicendo: “Pietro, pasci le mie pecorelle!” (Gv 21,17). Con l’aiuto di Gesù la fermezza della pietra andava crescendo in Pietro e si rivelò nel giorno di Pentecoste. Nel giorno di Pentecoste, dopo la discesa dello Spirito santo, Pietro aprì la porta della sala, dove stavano tutti riuniti, a porte chiuse per paura dei giudei (Gv 20,19), infuse coraggio e cominciò ad annunciare la Buona Novella di Gesù al popolo (At 2,14-40). E non si fermò più! Per causa di questo annuncio coraggioso della risurrezione, fu arrestato (At 4,3). Nell’interrogatorio gli fu proibito di annunciare la buona novella (At 4,18), ma Pietro non obbedì alla proibizione. Egli diceva: “Noi pensiamo che dobbiamo obbedire più a Dio che agli uomini!” (At 4,19; 5,29). Fu arrestato di nuovo (At 5,18.26). Fu fustigato (At 5,40). Ma egli disse: “Grazie tante. Ma noi continueremo!” (cfr. At 5,42). La tradizione narra che, alla fine della vita, quando era a Roma, Pietro ebbe ancora un momento di paura. Ma poi tornò sui suoi passi; fu arrestato e condannato alla morte di croce. Egli chiese però di essere crocifisso a testa in giù. Pensava che non era degno di morire allo stesso modo del maestro Gesù. Pietro fu fedele a se stesso fino alla fine!



29 giugno: Santi Pietro e Paolo, Apostoli

Biografia: Il culto dei grandi Apostoli, Pietro e Paolo, risale alle origini stesse della Chiesa: essi ne furono sempre i protettori e le guide. Roma deve loro la sua vera grandezza; l’azione provvidenziale di Dio ve li ha condotti entrambi per fare della capitale dell’impero, santificata dal loro martirio, il centro del mondo cristiano. S. Pietro subì il martirio sotto Nerone nel 66 o 67. Fu sepolto sulla collina del Vaticano dove scavi recenti hanno rinvenuto la sua tomba sull’area stessa della basilica costruita in suo onore da Costantino. S. Paolo fu decapitato sulla via Ostiense, là dove s’innalza la basilica che porta il suo nome. Nel corse dei secoli, il popolo cristiano non ha mai cessato di recarsi in pellegrinaggio alle tombe dei due grandi apostoli. Già nel II e III secolo ci si recava a Roma per rafforzare la propria fede al contatto della Chiesa romana, per constatarne la sua apostolicità, per paragonare la sua dottrina infallibile con quella delle altre chiese, per onorare la memoria di S. Pietro e di S Paolo. La Messa del 29 giugno esprime la fiducia della Chiesa nell’intercessione di “coloro per i quali essa ha ricevuto le primizie della fede”(orazione). Essa mette particolarmente in rilievo le prerogative di Pietro,(Vangelo), la protezione speciale di Dio sulla sua persona; e i cristiani sanno, quando cantano il “Tu es Petrus”, che le prerogative del principe degli apostoli sono passate ai Papi, successori di Pietro sulla cattedra di Roma, come pure sono sicuri della provvidenza tutta particolare di Dio, che fino alla fine del mondo assisterà il Vicario di Cristo.


Martirologio: A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione da tutto il mondo; l’altro, decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore.



Dagli scritti

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18,5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa. Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16,18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo. Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed é stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli é la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che é stato affidato a tutti. È ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che é stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro é il primo degli apostoli. Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione é stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore. E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno é consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.



Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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MessaggioOggetto: da enzo luglio 2010   Dom Lug 04, 2010 9:33 am

Letture:

At 12,1-11 (Ora so veramente che il Signore mi ha strappato dalla mano di Erode)

Sal 33 (Il Signore mi ha liberato da ogni paura)

2Tm 4,6-8.17.18 (Ora mi resta soltanto la corona di giustizia)

Mt 16,13-19 (Tu sei Pietro, a te darò le chiavi del regno dei cieli)




Le colonne della Chiesa


La liturgia di questa festa ci sollecita a riflettere sulla fedeltà e sulla testimonianza delle due colonne portanti della Chiesa. Ci mostra Pietro con le chiavi del regno, primo e principe degli apostoli. Ascoltiamo la sua confessione che ormai ci appartiene come seguaci della stessa fede. Percepiamo con gioia l’origine della nostra appartenenza a Cristo, la fonte da cui abbiamo sorbito lo stesso credo, l’impegno che ci pone a nostra volta come testimoni. È anche il giorno della gratitudine a Dio, a Cristo Gesù e ai suoi apostoli, i fattori della Chiesa, nostra madre. Ci viene da ripercorrere la storia della Chiesa fino ai nostri giorni per rivivere un percorso dove le umane fragilità sono state come spente dalla forza dello Spirito. Siamo certi di poggiare ancora sulla roccia che è Cristo stesso e sulla Pietra che è il romano pontefice. Le porte degli inferi, anche quando hanno infierito con violenza contro di noi, non hanno prevalso. La promessa di Cristo si è realizzata in pienezza. La storia di Pietro, prima debole, spavaldo e pauroso, poi intrepido assertore della verità e martire come Cristo per testimoniare la propria fedeltà, è diventato sostanzialmente la storia della nostra Chiesa e di tanti cristiani. È stato determinate in questo faticoso percorso l’apporto di Paolo, il convertito sulla via di Damasco, l’Apostolo delle genti. Egli per primo ha valicato i confini del mondo ebraico per rivolgere il messaggio della salvezza ai pagani, a tutti noi che da quel mondo proveniamo. La seconda lettura d’oggi risuona come un gioioso testamento che Paolo confida al suo amico e collaboratore Timoteo: “io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede.
Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione”. Vedere sparso in offerta il proprio sangue è la suprema aspirazione dell’Apostolo, dopo le dure fatiche del suo intensissimo apostolato. Egli brama il martirio per essere totalmente assimilato a Cristo e dare così la suprema testimonianza di fedeltà e d’amore. Ambedue in modo diverso tracciano il cammino della Chiesa e di ciascuno di noi: anche noi deboli come Pietro, prima della Pentecoste, ma anche noi irrorati dallo stesso Spirito. Noi pure forse lontani coma Paolo, ma poi folgorati dalla grazia. Chi sa se anche noi siamo disposti e realmente pronti a dare la vita per Cristo?

Per capire l’azione e insieme la bellezza della narrazione del Vangelo, bisogna considerare il suo sfondo geografico. Cesarea di Filippo si estendeva ai piedi del monte Ermon. Una delle grotte era dedicata al dio Pan e alle ninfe. Sulla sommità di una rupe, Erode aveva fatto costruire un tempio in onore di Cesare Augusto, mentre Filippo, suo figlio, aveva ingrandito questa località dandole il nome di Cesarea. Venerare un idolo e un uomo dagli Ebrei era considerato un’opera satanica, e perciò la grotta era considerata l’ingresso del regno di Satana: l’inferno. Ci si aspettava che, un giorno o l’altro, gli abissi infernali scuotessero questa rupe e inghiottissero il tempio sacrilego. In questo luogo spaventoso, si svolse un dialogo fra Gesù, il Figlio del Dio vivente, e Simone, il figlio di Giona. Gesù parla di un’altra pietra sulla quale edificherà un altro tempio, la Chiesa di Dio. Nessuna potenza infernale potrà mai prevalere su di essa. Simone, in quanto responsabile e guardiano, ne riceve le chiavi, e così il potere di legare e di sciogliere, cioè l’autorità dell’insegnamento e il governo della Chiesa. Grazie a ciò, Simone ne è diventato la pietra visibile, che assicura alla Chiesa ordine, unità e forza. La Chiesa non potrà essere vinta né da Satana né dalla morte, poiché Cristo vive ed opera in essa. Ogni papa è il Pietro della propria epoca.



Approfondimento del Vangelo (Tu sei Pietra)

Il testo: Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarea di Filippo, chiese ai suoi discepoli: “La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?” Risposero: “Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti”. Disse loro: “Voi chi dite che io sia?” Rispose Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. E Gesù: “Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli”. Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno. Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai”. Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”.


Una chiave di lettura: Il testo liturgico della festa dei santi Pietro e Paolo è preso dal Vangelo di Matteo: 16,13-19. Nel commento che facciamo includiamo anche i versetti 20-23. Perché nell’insieme del testo, dai versetti 13 a 23, Gesù rivolgendosi a Pietro per due volte lo chiama “pietra”. Una volta pietra di fondamento (Mt 16,18) e una volta pietra di inciampo (Mt 16,23). Le due affermazioni si completano mutuamente. Durante la lettura del testo è bene fare attenzione agli atteggiamenti di Pietro e alle parole solenni, che Gesù gli rivolge in due occasioni.



Una divisione del testo per aiutare nella lettura:

- 13-14: Gesù vuole sapere le opinioni del popolo al suo riguardo

- 15-16: Gesù interpella i discepoli e Pietro confessa: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio!”

- 17-20: Risposta solenne di Gesù a Pietro (frase centrale della festa di oggi).

- 21-22: Gesù chiarifica il significato di Messia, ma Pietro reagisce e non accetta.

- 22-23: Risposta solenne di Gesù a Pietro.



Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.

a) Quale punto ha richiamato di più la mia attenzione?

b) Quali sono le opinioni del popolo su Gesù? Cosa pensano Pietro e i discepoli su Gesù?

c) Chi è Gesù per me? Chi sono io per Gesù?

d) Pietro è pietra in due modi: quali?

e) Che tipo di pietra è la nostra comunità?

f) Nel testo appaiono molte opinioni su Gesù e varie maniere di presentare la fede. Oggi pure esistono molte opinioni differenti su Gesù. Quali opinioni sono conosciute dalla nostra comunità? Quale missione risulta da tutto questo per noi?



Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire meglio il tema.

Il contenuto: Nelle parti narrative del suo Vangelo, Matteo usa seguire l’ordine del Vangelo di Marco. Talvolta egli cita un’altra fonte nota a lui e a Luca. Poche volte presenta informazioni proprie che appaiono solo nel suo vangelo, come è il caso del vangelo di oggi. Questo testo, con il dialogo fra Gesù e Pietro, riceve interpretazioni diverse, perfino opposte nelle varie chiese cristiane. Nella chiesa cattolica costituisce il fondamento del primato di Pietro. Senza diminuire affatto l’importanza di questo testo, conviene situarlo nel contesto del Vangelo di Matteo, nel quale, in altri testi, le stesse qualità conferite a Pietro sono attribuite quasi tutte anche ad altre persone. Non sono una esclusiva di Pietro.



Commento del testo:

- Matteo:16,13-16: Le opinioni del popolo e dei discepoli nei riguardi di Gesù. Gesù vuole sapere l’opinione del popolo nei suoi riguardi. Le risposte sono le più varie: Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Quando Gesù interroga sulla opinione dei discepoli stessi, Pietro a nome di tutti dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Questa risposta di Pietro non è nuova. Anteriormente, dopo il cammino sulle acque, già gli altri discepoli avevano fatto una simile professione di fede: “Veramente tu sei il Figlio di Dio!” (Mt 14,33). È il riconoscimento che in Gesù si realizzano le profezie dell’Antico Testamento. Nel Vangelo di Giovanni la stessa professione di fede è fatta da Marta: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che è venuto nel mondo” (Gv 11,27).

- Matteo: 16,17: La risposta di Gesù a Pietro: Beato te, Pietro! Gesù proclama “beato”, Pietro, perché ha ricevuto una rivelazione dal Padre. Anche qui la risposta di Gesù non è nuova. Anteriormente Gesù aveva fatto una identica proclamazione di beatitudine ai discepoli perché vedevano e udivano cose che nessuno prima conosceva (Mt 13,16), e aveva lodato il Padre perché aveva rivelato il Figlio ai piccoli e non ai sapienti (Mt 11,25). Pietro è uno dei piccoli ai quali il Padre si rivela. La percezione della presenza di Dio in Gesù non “viene dalla carne né dal sangue”, ossia non è frutto di studio né è merito di uno sforzo umano, ma è un dono che Dio concede a chi vuole.

- Matteo: 16,18-20: Le qualifiche di Pietro: Essere pietra di fondamento e prendere possesso delle chiavi del Regno.

1) Essere Pietra: Pietro deve essere pietra, cioè deve essere fondamento fermo per la chiesa, tanto che essa possa resistere contro gli assalti delle porte degli inferi. Con queste parole di Gesù a Pietro, Matteo incoraggia le comunità sofferenti e perseguitate della Siria e della Palestina, che vedevano in Pietro la leadership che le aveva segnate dall’origine. Nonostante fossero deboli e perseguitate, esse hanno un fondamento solido, garantito dalle parole di Gesù. In quel tempo le comunità coltivavano un legame affettivo molto forte con i capi che avevano dato origine alla comunità. Così le comunità della Siria e della Palestina coltivavano il loro legame con la persona di Pietro. Quelle della Grecia, con la persona di Paolo. Alcune comunità dell’Asia con la persona del Discepolo amato e altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Una identificazione con questi leader delle loro origini le aiutava a coltivare meglio la propria identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di conflitto, come nel caso della comunità di Corinto (1Cor 1,11-12). Essere pietra come fondamento della fede evoca la parola di Dio al popolo in esilio di Babilonia: “Voi che cercate Dio e siete in cerca di giustizia, guardate alla roccia dalla quale siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Is 51,1-2). Applicata a Pietro, questa qualità di pietra-fondamento indica un nuovo inizio del popolo di Dio.

2) Le chiavi del Regno: Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè per riconciliare tra loro e con Dio. Lo stesso potere di legare e sciogliere è dato alle comunità (Mt 18,8) e ai discepoli (Gv 20,23). Uno dei punti sui quali il Vangelo di Matteo più insiste è la riconciliazione e il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). Il fatto è che negli anni 80 e 90, là in Siria c’erano molte tensioni nelle comunità e divisioni nelle famiglie a causa della fede in Gesù. Alcuni lo accettavano come Messia e altri no, e ciò era fonte di molti contrasti e conflitti. Matteo insiste sulla riconciliazione. La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori e delle coordinatrici delle comunità. Imitando Pietro, devono legare e sciogliere, cioè operare perché vi sia riconciliazione, accettazione mutua, costruzione della vera fraternità.

3) La Chiesa: la parola Chiesa, in greco ekklesia, appare 105 volte nel Nuovo Testamento, quasi esclusivamente negli Atti e nelle Lettere. Solamente tre volte nei Vangeli, e solo in Matteo. La parola significa “assemblea convocata” o “assemblea scelta”. Essa indica il popolo che si raduna convocato dalla Parola di Dio, e cerca di vivere il messaggio del Regno che Gesù ci ha portato. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento e un segno del Regno. Il Regno è più grande. Nella Chiesa, nella comunità, deve o dovrebbe apparire agli occhi di tutti quello che accade quando un gruppo umano lascia Dio regnare e prendere possesso della sua vita.

d) Matteo: 16,21-22: Gesù completa quello che manca nella risposta di Pietro, e questo reagisce e non accetta. Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Conforme all’ideologia dominante del tempo, egli immaginava un Messia glorioso. Gesù lo corregge: “È necessario che il Messia soffra e sia ucciso in Gerusalemme”. Dicendo “è necessario”, egli indica che la sofferenza già era prevista nelle profezie (Is 53,2-8). Se i discepoli accettano Gesù come Messia e Figlio di Dio, devono accettarlo anche come Messia Servo che va a morire. Non solo il trionfo della gloria ma anche il cammino della croce! Ma Pietro non accetta la correzione di Gesù e cerca di dissuaderlo.

e) Matteo: 16,23: La risposta di Gesù a Pietro: pietra di inciampo. La risposta di Gesù è sorprendente: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!” Satana è colui che ci allontana dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Letteralmente, Gesù dice: “Fermati dietro di me!” (vada retro! In latino). Pietro voleva prendere la guida e indicare la direzione del cammino. Gesù dice: “Dietro a me!” Chi indica la direzione e il ritmo non è Pietro ma Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in conversione permanente. La parola di Gesù era anche un messaggio a tutti coloro che guidavano le comunità. Essi devono “seguire” Gesù e non possono mettersi davanti come Pietro voleva fare. Non solo essi o esse che possono indicare la direzione o lo stile. Al contrario, come Pietro, invece di pietra di sostegno, possono diventare pietra di inciampo. Così erano alcuni leader delle comunità al tempo di Matteo. C’erano delle ambiguità. Così può succedere tra noi oggi!



Ampliando le informazioni dei vangeli su Pietro: Un ritratto di San Pietro: Pietro da pescatore di pesci si trasformò in pescatore di uomini (Mc 1,7). Era sposato (Mc 1,30). Uomo buono, molto umano. Era portato naturalmente a fare il capo tra i dodici primi discepoli di Gesù. Gesù rispettò questa tendenza naturale e fece di Pietro l’animatore della sua prima comunità (Gv 21,17). Prima di entrare nella comunità di Gesù, Pietro si chiamava Simone bar Jona (Mt 16,17), Simone figlio di Giona. Gesù gli diede il soprannome di Cefa o Pietra, che poi diviene Pietro (Lc 6,14). Per natura, Pietro poteva essere tutto, meno che pietra. Era coraggioso nel parlare, ma nell’ora del pericolo si lasciava prendere dalla paura e fuggiva. Per esempio, quella volta quando Gesù arrivò camminando sopra le acque, Pietro chiese: “Gesù, posso anch’io venire da te sulle acque?” Gesù gli rispose: “Vieni, Pietro!” Pietro scendendo dalla barca, si mise a camminare sulle acque. Ma quando giunse un’onda più alta del solito, s’impaurì, cominciò ad affondare e gridò: “Salvami, Signore!” Gesù lo afferrò e lo salvò (Mt 14,28-31). Nell’ultima cena, Pietro disse a Gesù: “Io non ti rinnegherò mai, Signore!” (Mc 14,31); ma poche ore dopo, nel palazzo del sommo sacerdote, davanti ad una serva, quando Gesù gia era stato arrestato, Pietro negò con giuramento di avere legami con Gesù (Mc 14,66-72). Nell’orto degli olivi, quando Gesù fu arrestato, egli giunse perfino a sguainare la spada (Gv 18,10), ma poi fuggì, lasciando Gesù solo (Mc 14,50). Per natura Pietro non era pietra! Eppure, questo Pietro così debole e tanto umano, tanto eguale a noi, diventò pietra, perché Gesù ha pregato per lui dicendo: “Pietro, io ho pregato per te, perché non venga meno la tua fede. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,31-32). Per questo, Gesù poteva dire: “Tu sei Pietra e su questa pietra io edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Gesù lo aiutò ad essere pietra. Dopo la risurrezione, in Galilea, Gesù apparve a Pietro e gli domandò due volte: “Pietro mi ami?” E Pietro rispose due volte: “Signore, tu sai che io ti amo” (Gv 21,15.16). Quando Gesù fece la stessa domanda per la terza volta, Pietro rimase addolorato. Deve essersi ricordato di averlo rinnegato tre volte. Alla terza domanda, egli rispose: “Signore, tu sai tutto! Tu sai che ti amo!” E fu in quel momento che Gesù gli affidò la cura delle sue pecore, dicendo: “Pietro, pasci le mie pecorelle!” (Gv 21,17). Con l’aiuto di Gesù la fermezza della pietra andava crescendo in Pietro e si rivelò nel giorno di Pentecoste. Nel giorno di Pentecoste, dopo la discesa dello Spirito santo, Pietro aprì la porta della sala, dove stavano tutti riuniti, a porte chiuse per paura dei giudei (Gv 20,19), infuse coraggio e cominciò ad annunciare la Buona Novella di Gesù al popolo (At 2,14-40). E non si fermò più! Per causa di questo annuncio coraggioso della risurrezione, fu arrestato (At 4,3). Nell’interrogatorio gli fu proibito di annunciare la buona novella (At 4,18), ma Pietro non obbedì alla proibizione. Egli diceva: “Noi pensiamo che dobbiamo obbedire più a Dio che agli uomini!” (At 4,19; 5,29). Fu arrestato di nuovo (At 5,18.26). Fu fustigato (At 5,40). Ma egli disse: “Grazie tante. Ma noi continueremo!” (cfr. At 5,42). La tradizione narra che, alla fine della vita, quando era a Roma, Pietro ebbe ancora un momento di paura. Ma poi tornò sui suoi passi; fu arrestato e condannato alla morte di croce. Egli chiese però di essere crocifisso a testa in giù. Pensava che non era degno di morire allo stesso modo del maestro Gesù. Pietro fu fedele a se stesso fino alla fine!



29 giugno: Santi Pietro e Paolo, Apostoli

Biografia: Il culto dei grandi Apostoli, Pietro e Paolo, risale alle origini stesse della Chiesa: essi ne furono sempre i protettori e le guide. Roma deve loro la sua vera grandezza; l’azione provvidenziale di Dio ve li ha condotti entrambi per fare della capitale dell’impero, santificata dal loro martirio, il centro del mondo cristiano. S. Pietro subì il martirio sotto Nerone nel 66 o 67. Fu sepolto sulla collina del Vaticano dove scavi recenti hanno rinvenuto la sua tomba sull’area stessa della basilica costruita in suo onore da Costantino. S. Paolo fu decapitato sulla via Ostiense, là dove s’innalza la basilica che porta il suo nome. Nel corse dei secoli, il popolo cristiano non ha mai cessato di recarsi in pellegrinaggio alle tombe dei due grandi apostoli. Già nel II e III secolo ci si recava a Roma per rafforzare la propria fede al contatto della Chiesa romana, per constatarne la sua apostolicità, per paragonare la sua dottrina infallibile con quella delle altre chiese, per onorare la memoria di S. Pietro e di S Paolo. La Messa del 29 giugno esprime la fiducia della Chiesa nell’intercessione di “coloro per i quali essa ha ricevuto le primizie della fede”(orazione). Essa mette particolarmente in rilievo le prerogative di Pietro,(Vangelo), la protezione speciale di Dio sulla sua persona; e i cristiani sanno, quando cantano il “Tu es Petrus”, che le prerogative del principe degli apostoli sono passate ai Papi, successori di Pietro sulla cattedra di Roma, come pure sono sicuri della provvidenza tutta particolare di Dio, che fino alla fine del mondo assisterà il Vicario di Cristo.


Martirologio: A Roma il natale dei santi Apostoli Pietro e Paolo, i quali patirono nello stesso anno e nello stesso giorno, sotto Nerone Imperatore. Il primo di questi, nella medesima Città, crocifisso col capo rivolto verso la terra, e sepolto nel Vaticano presso la via Trionfale, è celebrato con venerazione da tutto il mondo; l’altro, decapitato e sepolto sulla via Ostiense, è venerato con pari onore.



Dagli scritti

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo

Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato

Il martirio dei santi apostoli Pietro e Paolo ha reso sacro per noi questo giorno. Noi non parliamo di martiri poco conosciuti; infatti «per tutta la terra si diffonde la loro voce ai confini del mondo la loro parola» (Sal 18,5). Questi martiri hanno visto ciò che hanno predicato. Hanno seguito la giustizia. Hanno testimoniato la verità e sono morti per essa. Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16,18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo. Il Signore Gesù, come già sapete, scelse prima della passione i suoi discepoli, che chiamò apostoli. Tra costoro solamente Pietro ricevette l’incarico di impersonare quasi in tutti i luoghi l’intera Chiesa. Ed é stato in forza di questa personificazione di tutta la Chiesa che ha meritato di sentirsi dire da Cristo: «A te darò le chiavi del regno dei cieli» (Mt 16,19). Ma queste chiavi le ha ricevute non un uomo solo, ma l’intera Chiesa. Da questo fatto deriva la grandezza di Pietro, perché egli é la personificazione dell’universalità e dell’unità della Chiesa. «A te darò» quello che é stato affidato a tutti. È ciò che intende dire Cristo. E perché sappiate che é stata la Chiesa a ricevere le chiavi del regno dei cieli, ponete attenzione a quello che il Signore dice in un’altra circostanza: «Ricevete lo Spirito Santo» e subito aggiunge: «A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20,22-23). Giustamente anche dopo la risurrezione il Signore affidò allo stesso Pietro l’incombenza di pascere il suo gregge. E questo non perché meritò egli solo, tra i discepoli, un tale compito, ma perché quando Cristo si rivolge ad uno vuole esprimere l’unità. Si rivolge da principio a Pietro, perché Pietro é il primo degli apostoli. Non rattristarti, o apostolo. Rispondi una prima, una seconda, una terza volta. Vinca tre volte nell’amore la testimonianza, come la presunzione é stata vinta tre volte dal timore. Deve essere sciolto tre volte ciò che hai legato tre volte. Sciogli per mezzo dell’amore ciò che avevi legato per timore. E così il Signore una prima, una seconda, una terza volta affidò le sue pecorelle a Pietro. Un solo giorno é consacrato alla festa dei due apostoli. Ma anch’essi erano una cosa sola. Benché siano stati martirizzati in giorni diversi, erano una cosa sola. Pietro precedette, Paolo seguì. Celebriamo perciò questo giorno di festa, consacrato per noi dal sangue degli apostoli. Amiamone la fede, la vita, le fatiche, le sofferenze, le testimonianze e la predicazione.



Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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MessaggioOggetto: da enzo luglio 2010   Dom Lug 04, 2010 9:37 am


Letture:

Ef 2,19-22 (Edificati sopra il fondamento degli apostoli)

Sal 116 (Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo)

Gv 20,24-29 (Mio Signore e mio Dio!)



L’incredulità di Tommaso

Lo ricordiamo tutti come l’Apostolo incredulo, come colui che volle mettere la mano al posto della ferita della lancia e il dito al posto dei chiodi. Egli volle così attingere la fede piena alla fonte stessa dell’amore. È importante credere alla altrui testimonianza, ma non possiamo assolutamente condannare chi vuole comprendere il prezzo dell’amore e toccare i segni della grazia. Molto probabilmente Tommaso, più degli altri era rimasto salutarmene scosso dalle parole che il suo Gesù aveva pronunciato non molti giorni prima, nella sera dell’ultima cena: “questo è il mio corpo, questo è il mio sangue sparso per voi”. Ora Tommaso vuole comprendere fino in fondo, per quanto è possibile alla fragilità umana, il significato pieno di quel dono. Volendo toccare il corpo di Cristo con i segni della sua passione, egli vuole stabilire una intensa ed indefettibile comunione con Cristo. Egli vuole riconoscere quel corpo, che non aveva visto inchiodato alla croce, ma che desidera legare e fondere con il suo, per essergli poi fedele fino alla morte. I segni dei chiodi e le ferite del costato che egli tocca gli consentono di salire con il suo maestro fino al Calvario, fino alla croce per poi godere nel vederlo vivo e risorto, lì presente dinanzi a lui, ancora pronto a fugare ogni dubbio. L’intensità dell’amore talvolta supplisce alla debolezza della fede. Vediamo infatti nella storia di Tommaso l’esplosione simultanea della fede e dell’amore quando dichiara che Cristo è il suo Signore e il suo Dio: «Mio Signore e mio Dio!». È, tutto considerato, un bel percorso quello che Tommaso compie; egli volge lo sguardo e poi tocca Colui che hanno trafitto. Ci porge un invito che tutti possiamo raccogliere: guardare il crocifisso per immergerci in Cristo, per imprimere nel nostro cuore i germi fecondi della gratitudine della fede e dell’amore.

Vorrei raccontarvi una storia. Parla di un ragazzo. Aveva una decina di anni e non sapeva ancora cosa volesse dire essere malato. Sulla strada aveva improvvisamente notato qualcosa che non andava. Sentiva un dolore acuto, aveva freddo e non sapeva cosa fare. Al dolore si aggiungeva il fatto che nessuno si occupava di lui, che nessuno lo notava. Le persone passavano senza prestargli attenzione. Finì col rientrare a casa. Tremava, e sperava che qualcuno lo sentisse. In quel momento arrivò sua madre e se ne accorse. Gli disse: “Non stai bene. Sei malato”. E nello stesso istante, il peggio passò. Il ragazzo pensò: “Qualcuno sa e vede come sto”.
Certamente è avvenuta la stessa cosa per i discepoli quando improvvisamente è apparso Gesù in mezzo a loro e hanno detto: “Vedete, sono io”. Nell’istante stesso in cui si è mostrato a loro, la loro paura si è trasformata. Capisco che Tommaso si sia mostrato tanto riluttante quando gli hanno detto: “Abbiamo visto il Signore”. Probabilmente non era così poco credente come sembra a prima vista. Forse aveva vagato per la strada senza sapere cosa fare, con una grande tristezza in fondo al cuore a causa degli avvenimenti recenti. Ed ecco che gli altri gli dicono: “Abbiamo visto il Signore e mangiato con lui”. Sentiamo che Tommaso vorrebbe vedere di persona cose ancora più grandi. Gesù avvicina Tommaso con molta tenerezza. Tommaso può mettere la mano sulle sue ferite. Potrebbe capitare anche a noi, che abbiamo tutti un Tommaso in noi. Perché non siamo forse Tommaso quando diciamo: “Se non vediamo, non crediamo”? Gesù dice a Tommaso: “Vieni, puoi toccarmi”. E poiché Gesù è così vicino a Tommaso e gli manifesta una tale tenerezza, egli non può che gridare, sconvolto: “Mio Signore e mio Dio!”. Se capitasse a qualcuno tra noi di sentire il tenero amore e la presenza di Gesù, allora anche noi potremmo incontrarlo.



Lettura del Vangelo: Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!” Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!” Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”



Riflessione
- Oggi è la festa di San Tommaso e il vangelo ci parla dell’incontro di Gesù risorto con l’apostolo che voleva vedere per credere. Per questo molti lo chiamano Tommaso, l’incredulo. In realtà il messaggio di questo vangelo è ben diverso. È molto più profondo ed attuale.

- Giovanni 20,24-25: Il dubbio di Tommaso. Tommaso, uno dei dodici, non era presente quando Gesù apparve ai discepoli la settimana prima. Non credette alla testimonianza degli altri che dicevano: “Abbiamo visto il Signore”. Lui pone condizioni: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Tommaso è esigente. Per credere vuol vedere! Non vuole un miracolo per poter credere. No! Vuole vedere i segni nelle mani, nei piedi e nel costato! Non crede in Gesù glorioso, separato dal Gesù umano che soffrì in croce. Quando Giovanni scrive, alla fine del primo secolo, c’erano persone che non accettavano la venuta del Figlio di Dio nella carne (2 Gv 7; 1 Gv 4,2-3). Erano gli gnostici che disprezzavano la materia ed il corpo. Giovanni presenta questa preoccupazione di Tommaso per criticare gli gnostici: “vedere per credere”. Il dubbio di Tommaso lascia anche emergere la difficoltà di credere alla risurrezione!

- Giovanni 20,26-27: Non essere più incredulo, ma credente. Il testo dice “sei giorni dopo”. Ciò significa che Tommaso fu capace di sostenere la sua opinione durante una settimana intera contro la testimonianza degli altri apostoli. Caparbio! Grazie a Dio, per noi! Così, sei giorni dopo, nel corso della riunione della comunità, loro ebbero di nuovo un’esperienza profonda della presenza del risorto in mezzo a loro. Le porte chiuse non poterono impedire la presenza di Gesù in mezzo a coloro che credono in Lui. Anche oggi è così. Quando siamo riuniti, anche quando siamo riuniti con le porte chiuse, Gesù è in mezzo a noi. E fino ad oggi, la prima parola di Gesù è e sarà sempre: “La Pace sia con voi!” Ciò che impressiona è la bontà di Gesù. Non critica, né giudica l’incredulità di Tommaso, ma accetta la sfida e dice: “Tommaso, metti il dito nelle mie mani!”. Gesù conferma la convinzione di Tommaso e delle comunità, cioè, il risorto glorioso è il crocifisso torturato! Il Gesù che sta in comunità, non è un Gesù glorioso che non ha nulla in comune con la nostra vita. È lo stesso Gesù che visse su questa terra e nel suo corpo ha i segni della sua passione. I segni della passione si trovano oggi nelle pene della gente, nella fame, nei segni di tortura, di ingiustizia. E Gesù si rende presente in mezzo a noi nelle persone che reagiscono, che lottano per la vita e non si lasciano abbattere. Tommaso crede in questo Cristo, ed anche noi!

- Giovanni 20,28-29: Beati quelli che pur non avendo visto crederanno Con lui diciamo: “Signore mio e Dio mio!” Questo dono di Tommaso è l’atteggiamento ideale della fede. E Gesù completa con un messaggio finale: “Hai creduto perché mi hai visto. Beati coloro che senza aver visto, crederanno!” Con questa frase, Gesù dichiara beati tutti noi che ci troviamo nella stessa condizione: senza aver visto, crediamo che il Gesù che è in mezzo a noi, è lo stesso che morì crocifisso!

- Il mandato: “Come il Padre mi ha mandato, anche io vi mando!” Da questo Gesù, crocifisso e risorto, riceviamo la missione, la stessa che lui ha ricevuto dal Padre (Gv 20,21). Qui, nella seconda apparizione, Gesù ripete: “La pace sia con voi!” Questa ripetizione mette l’accento sull’importanza della Pace. Costruire la pace fa parte della missione. Pace, significa molto di più che assenza di guerra. Significa costruire una convivenza umana armoniosa in cui le persone possano essere loro stesse, avendo tutte il necessario per vivere, vivendo insieme felici ed in pace. Fu questa la missione di Gesù ed anche la nostra missione. Gesù soffiò e disse: “Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,22). E con l’aiuto dello Spirito Santo saremo capaci di svolgere la missione che lui ci ha affidato. Poi Gesù comunica il potere di perdonare i peccati: “Coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati ed a coloro che li riterrete, saranno ritenuti!”. Il punto centrale della missione di pace è la riconciliazione, nel tentativo di superare le barriere che ci separano. Questo potere di riconciliare e di perdonare è dato alla comunità (Gv 20,23; Mt 18,18). Nel vangelo di Matteo, è dato anche a Pietro (Mt 16,19). Qui si percepisce che una comunità senza perdono e senza riconciliazione non è una comunità cristiana. In una parola, la nostra missione è quella di ‘formare comunità’ secondo l’esempio della comunità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.



Per un confronto personale

- Nella società di oggi le divergenze e le tensioni di razza, di classe, di religione, di genere e di cultura sono enormi e crescono ogni giorno. Come svolgere oggi la missione di riconciliazione?

- Nella tua comunità e nella tua famiglia c’è qualche granello di senape, segno di una società riconciliata?



3 luglio: San Tommaso, Apostolo

Biografia:
Tommaso è soprannominato “Didimo”, cioè gemello. Tutto quel che sappiamo per certo sul suo conto si trova nei Vangeli, dove si ritrova protagonista dell’episodio relativo alla sua incredulità e alla sua successiva professione di fede nella risurrezione di Cristo (Gv 20,24ss). Secondo una tradizione molto antica predicò in India e vi fu martirizzato, ma non esistono prove decisive. Gli antichi scritti come il Vangelo di Tommaso risalgono a secoli posteriori (dal secondo al quarto) e non sono autentici. Nell’arte Tommaso è raffigurato come un uomo anziano con una lancia , o trafitto da una lancia, oppure inginocchiato davanti a Nostro Signore e nell’atto di toccargli il costato.



Dagli scritti

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa

«Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù» (Gv 20,24). Questo solo discepolo era assente. Quando ritornò udì il racconto dei fatti accaduti, ma rifiutò di credere a quello che aveva sentito. Venne ancora il Signore e al discepolo incredulo offrì il costato da toccare, mostrò le mani e, indicando la cicatrice delle sue ferite, guarì quella della sua incredulità. Che cosa, fratelli, intravvedere in tutto questo? Attribuite forse a un puro caso che quel discepolo scelto dal Signore sia stato assente, e venendo poi abbia udito il fatto, e udendo abbia dubitato, e dubitando abbia toccato, e toccando abbia creduto? No, questo non avvenne a caso, ma per divina disposizione. La clemenza del Signore ha agito in modo meraviglioso, poiché quel discepolo, con i suoi dubbi, mentre nel suo maestro toccava le ferite del corpo, guariva in noi le ferite dell’incredulità. L’incredulità di Tommaso ha giovato a noi molto più, riguardo alla fede, che non la fede degli altri discepoli. Mentre infatti quello viene ricondotto alla fede col toccare, la nostra mente viene consolidata nella fede con il supermercato di ogni dubbio. Così il discepolo, che ha dubitato e toccato, è divenuto testimone della verità della risurrezione. Toccò ed esclamò: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto» (Gv 20,28-29). Siccome l’apostolo Paolo dice: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono», è chiaro che la fede è prova di quelle cose che non si possono vedere. Le cose che si vedono non richiedono più la fede, ma sono oggetto di conoscenza. Ma se Tommaso vide e toccò, come mai gli vien detto: «Perché mi hai veduto, ha creduto?» Altro però fu ciò che vide e altro ciò in cui credette. La divinità infatti non può essere vista da uomo mortale. Vide dunque un uomo e riconobbe Dio, dicendo: «Mio Signore e mio Dio!». Credette pertanto vedendo. Vide un vero uomo e disse che era quel Dio che non poteva vedere. Ci reca grande gioia quello che segue: «Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!» (Gv 20,28). Con queste parole senza dubbio veniamo indicati specialmente noi, che crediamo in colui che non abbiamo veduto con i nostri sensi. Siamo stati designati noi, se però alla nostra fede facciamo seguire le opere. Crede infatti davvero colui che mette in pratica con la vita la verità in cui crede. Dice invece san Paolo di coloro che hanno la fede soltanto a parole: «Dichiarano di conoscere Dio, ma lo rinnegano con i fatti» (Tt 1,16). E Giacomo scrive: «La fede senza le opere é morta» (Gc 2,26).



Preghiera finale: Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria. Forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno (Sal 116).


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MessaggioOggetto: da enzo luglio 2010   Dom Lug 04, 2010 10:02 am

Letture:

Is 66,10-14 (Io farò scorrere verso di essa, come un fiume, la pace)

Sal 65 (Acclamate Dio, voi tutti della terra)

Gal 6,14-18 (Porto le stigmate di Gesù sul mio corpo)

Lc 10,1-12.17-20 (La vostra pace scenderà su di lui)




Come agnelli in mezzo ai lupi

Gesù affida ai suoi il compito di continuare e perpetuare nel mondo la sua missione fino alla fine dei tempi. Un mandato difficile, quasi impossibile, se affidato solo a delle forze umane e non solo perché la messe è molta e gli operai sono pochi, ma soprattutto perché gli inviati, già di per sé deboli, dovranno affrontare ogni genere di insidie e di persecuzioni. Vuole siano sgombri di ogni cosa, privi di ogni sostegno umano, ma solo fiduciosi in Colui che li manda. Dovranno annunciare l’avvento del Regno di Dio sulla terra e la pace, come frutto primario della redenzione. L’annuncio che viene loro affidato, perché di origine divina, perché verità rivelata e vissuta da Cristo stesso, ha in sé una intrinseca forza di convinzione, per cui deve essere soltanto fedelmente proclamata e testimoniata. Sarà fruttuosa per chi l’accoglie, sarà motivo di condanna per chi invece la respinge e la rifiuta. È il rifiuto della salvezza eterna che inevitabilmente implica una dura condanna; è la conseguenza della non accettazione di un dono d’infinito valore, costato la vita di Cristo ed offerto nell’assoluta gratuità. Saranno poi proprio coloro che non accettano il messaggio della salvezza ad assumere la veste dei lupi e ad insidiare la vita degli agnelli indifesi, degli apostoli di Cristo. Ne è testimone la storia della chiesa fino ai nostri giorni. Coloro che restano volontariamente nel loro peccato, rifiutando colpevolmente i frutti della redenzione, diventano i persecutori della Verità perché questa sèguita a pulsare dentro come acuto rimprovero, mordendo le coscienze. Dove non c’è la pace di Cristo facilmente sgorga il furore dell’uomo e le prime vittime pare debbano essere proprio gli annunciatori e i testimoni della pace divina. La Chiesa così, in ogni tempo, si è adornata di eroi, di martiri e di santi. Non solo, ma dalle persecuzioni ha saputo trarre motivo di rinnovata fedeltà a Cristo e di migliore fecondità nello Spirito Santo. Il sangue dei martiri è diventato il seme prezioso donde generare nuovi figli, nuovi frutti di santità.

Non ci si fa da sé discepoli di Gesù. Si ricevono da lui la missione e la grazia necessaria per compierla. Si è mandati. Vi è dunque un doppio compito: ascoltare Dio per ricevere da lui la nostra missione particolare (e ciò attraverso il ministero della Chiesa, nella maggior parte dei casi) e pregare, pregare senza sosta, perché Dio mandi operai nella sua messe. Ma non bisogna mai perdere di vista il fatto che la missione è quella di Gesù; e che noi non siamo che i suoi inviati. È necessario che ci rendiamo trasparenti perché si possa riconoscere, attraverso di noi, ovunque ci troviamo, la persona di Gesù. Di qui le molteplici raccomandazioni che sono altrettanti mezzi di conformarsi al maestro, mezzi che ci faranno acquistare una libertà sovrana rispetto alle cose materiali e permetteranno alle realtà spirituali di rendersi visibili in noi. E per vivere ciò, bisognerà domandare senza sosta la grazia di essere discepoli: pregare sempre, pregare perché Dio abiti in noi e possa trasparire da noi, affinché altri uomini, incontrandoci, possano incontrarlo.



Approfondimento del Vangelo (L’invio dei 72 discepoli. Ricostruire la Vita Comunitaria)

Il testo: Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l’operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio. Ma quando entrerete in una città e non vi accoglieranno, uscite sulle piazze e dite: Anche la polvere della vostra città che si è attaccata ai nostri piedi, noi la scuotiamo contro di voi; sappiate però che il regno di Dio è vicino. Io vi dico che in quel giorno Sòdoma sarà trattata meno duramente di quella città. I settantadue tornarono pieni di gioia dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse: «Io vedevo satana cadere dal cielo come la folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra i serpenti e gli scorpioni e sopra ogni potenza del nemico; nulla vi potrà danneggiare. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli».



Chiave di lettura: La predicazione di Gesù attira molta gente (Mc 3,7-8). Attorno a lui comincia a nascere una piccola comunità. Prima, due persone (Mc 1,16-18); poi altre due (Mc 1,19-20); dopo, dodici (Mc 3,13-19); ed ora, nel nostro testo, più di settantadue persone (Lc 10,1). La comunità va crescendo. Una delle cose in cui Gesù maggiormente insiste è la vita di comunità. Lui stesso ha dato l’esempio. Non volle mai lavorare da solo. La prima cosa che fece all’inizio della sua predicazione in Galilea fu chiamare la gente a stare con lui ed aiutarlo nella sua missione (Mc 1,16-20; 3,14). L’ambiente di fraternità che nasce attorno a Gesù è un saggio del Regno, una prova della nuova esperienza di Dio come Padre. Ed allora, se Dio è Padre e Madre, allora siamo tutti una famiglia, fratelli e sorelle. Così nasce la comunità, la nuova famiglia (cfr. Mc 3,34-35). Il Vangelo di questa domenica ci indica norme pratiche per orientare i settantadue discepoli nell’annuncio della Buona Novella del Regno e nella ricostruzione della vita comunitaria. Annunciare la Buona Novella del Regno e ricostruire la vita comunitaria sono due lati della stessa medaglia. L’uno senza l’altro non esiste e non si capisce. Nel corso della lettura del testo cerca di scoprire questo legame che c’è tra la vita in comunità e l’annuncio del Regno di Dio.



Una divisione del testo per aiutarne la lettura:

- Luca 10,1: La Missione

- Luca 10,2-3: La Corresponsabilità

- Luca 10,4-6: L’Ospitalità

- Luca 10,7: La condivisione

- Luca 10,8: La comunione attorno alla mensa

- Luca 10,9a: L’accoglienza degli esclusi

- Luca 10,9b: La venuta del Regno

- Luca 10,10-12: Scuotere la polvere dei sandali

- Luca 10,17-20: Il nome scritto nei cieli



Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.

a) Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che ti ha colpito maggiormente? Perché?

b) Quali sono, una ad una, le cose che Gesù ordina di fare, e quali ordina di evitare?

c) Cosa vuole chiarire Gesù con ognuna di queste raccomandazioni così diverse dalla cultura odierna?

d) Come realizzare oggi ciò che il Signore chiede: “non portate borsa”, “non passate di casa in casa”, “non salutate nessuno lungo la strada”, “scuotete la polvere dei sandali”?

e) Perché tutti questi atteggiamenti raccomandati da Gesù sono un segnale della venuta del Regno di Dio?

f) Gesù chiede di essere attenti a ciò che è più importante e dice: “I vostri nomi sono scritti nei cieli!” Cosa significa questo per noi?



Per coloro che desiderano approfondire il tema

a) Contesto letterario e storico: Poco prima del nostro testo, in Luca 9,51, inizia la seconda tappa dell’attività apostolica di Gesù, cioè, un lungo viaggio verso Gerusalemme (Lc 9,51 a 19,29). La prima tappa avvenne in Galilea ed iniziò con la presentazione del programma di Gesù nella sinagoga di Nazaret (Lc 4,14-21). Nella seconda tappa, entra in Samaria, invia messaggeri davanti a lui (Lc 9,52), ed attira nuovi discepoli (Lc 9,57-62). La seconda tappa inizia con la designazione degli altri 72 discepoli e con la presentazione del programma che deve orientarli nell’azione missionaria (Lc 10,1-16). Luca suggerisce così che questi nuovi discepoli non sono più giudei della Galilea, ma samaritani, e che il luogo dove Gesù annuncia la Buona Novella non è più la Galilea bensì la Samaria, il territorio degli esclusi. L’obiettivo della missione che i discepoli ricevono è la ricostruzione della vita comunitaria. Al tempo di Gesù c’erano vari movimenti che, come Gesù, cercavano un modo nuovo di vivere e convivere: farisei, esseni, zeloti, Giovanni Battista ed altri. Molti di loro formavano una comunità di discepoli (Gv 1,35; Lc 11,1; At 19,3) ed avevano i loro missionari (Mt 23,15). Ma c’era una grande differenza. Le comunità dei farisei, per esempio, vivevano separate dalla gente. La comunità attorno a Gesù viveva in mezzo alla gente. La proposta di Gesù per i 72 discepoli riscatta gli antichi valori comunitari che si stavano perdendo, quali per esempio l’ospitalità, l’accoglienza, la condivisione, la comunione attorno alla mensa, l’accoglienza degli esclusi. Gesù cerca di rinnovare e di riorganizzare le comunità, in modo che siano di nuovo un’espressione dell’Alleanza, una espressione del Regno di Dio.

b) Commento del testo:

- Luca 10,1: La Missione. Gesù invia i discepoli nei luoghi dove lui proprio deve andare. Il discepolo è il portavoce di Gesù. Non è il padrone della Buona Novella. Gesù li invia a due a due. Ciò favorisce l’aiuto reciproco, e così la missione non è individuale, bensì comunitaria. Due persone rappresentano meglio la comunità.

- Luca 10,2-3: La corresponsabilità. Il primo compito è quello di pregare affinché Dio invii operai. Tutti i discepoli di Gesù devono sentirsi responsabili della missione. Per questo deve pregare il Padre, per la continuità della missione. Gesù invia i suoi discepoli come agnelli in mezzo a lupi. La missione è un compito difficile e pericoloso. Ed il sistema in cui vivevano ed in cui ancora viviamo era e continua ad essere contrario alla riorganizzazione della gente in comunità vive. Chi, come Gesù, annuncia l’amore in una società organizzata a partire dall’egoismo individuale e collettivo, sarà agnello in mezzo ai lupi, sarà crocifisso.

- Luca 10,4-6: L’ospitalità. I discepoli di Gesù non possono portare nulla, né borsa, né sandali. Solo devono portare la pace. Ciò significa che devono confidare nell’ospitalità della gente. Così il discepolo che va senza nulla portando appena la pace, mostra che ha fiducia nella gente. Pensa che sarà ricevuto e la gente si sente rispettata e confermata. Per mezzo di questa pratica i discepoli criticavano le leggi dell’esclusione e riscattavano gli antichi valori della convivenza comunitaria del popolo di Dio. Non salutare nessuno lungo la strada significa che non si deve perdere tempo con le cose che non appartengono alla missione. È possibile che sia un’evocazione dell’episodio della morte del figlio della sunammita, dove Eliseo dice all’impiegato: “Parti! Se qualcuno ti saluta, non rispondergli” (2Re 4,29), perché si trattava di un caso di morte. Annunciare la Buona Novella di Dio è un caso di vita o di morte!

- Luca 10,7: La Condivisione. I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè devono convivere in modo stabile, partecipare nella vita e nel lavoro della gente del luogo e vivere di ciò che ricevono in cambio, perché l’operaio merita il suo salario. Ciò significa che devono aver fiducia nella condivisione. E così, per mezzo di questa nuova pratica, loro riscattavano una delle più antiche tradizioni del popolo di Dio, criticando una cultura di accumulazione che marcava la politica dell’Impero Romano ed annunciavano un nuovo modello di convivenza umana.

- Luca 10,8: La comunione attorno alla mensa. I discepoli devono mangiare ciò che la gente offre loro. Quando i farisei andavano in missione, andavano preparati. Portavano sacco e denaro per potersi occupare del proprio cibo. Sostenevano che non potevano aver fiducia nel cibo della gente perché non sempre era ritualmente “puro”. Così, le osservanze della Legge della purezza legale, in vece di aiutare a superare le divisioni, indebolivano il vissuto dei valori comunitari. I discepoli di Gesù non dovevano separarsi dalla gente, ma al contrario, dovevano accettare la comunione attorno alla mensa. Nel contatto con la gente, non potevano aver paura di perdere la purezza legale. Il valore comunitario della convivenza fraterna prevale sull’osservanza delle norme rituali. Agendo così, criticavano le leggi della purezza che erano in vigore, ed annunciavano un nuovo accesso alla purezza, all’intimità con Dio.

- Luca 10,9a: L’accoglienza agli esclusi. I discepoli devono occuparsi dei malati, curare i lebbrosi e cacciare i demoni (cfr. Mt 10,8). Questo significa che devono accogliere dal di dentro della comunità coloro che da essa furono esclusi. La pratica della solidarietà critica la società che esclude una persona dal resto della comunità. E così si recupera l’antica tradizione profetica del goêl. Fin dai tempi più antichi la forza del clan o della comunità si rivelava nella difesa dei valori della persona, della famiglia e della possessione della terra, e concretamente si manifestava ogni “sette volte sette anni” nella celebrazione dell’anno giubilare (Lv 25,8-55; Dt 15,1-18).

- Luca 10,9b: L’arrivo del Regno. Ospitalità, condivisione, comunione attorno alla mensa, accoglienza degli esclusi (goêl) erano le quattro colonne che dovevano sostenere la vita comunitaria. Però a causa della situazione difficile della povertà, della mancanza di impiego, della persecuzione e della repressione da parte dei romani, queste colonne si erano rotte. Gesù vuole ricostruirle ed afferma che, se si ritorna a queste quattro esigenze, i discepoli possono annunciare ai quattro venti: Il Regno dei cieli è qui! Annunciare il Regno non è in primo luogo insegnare verità e dottrine, ma portare le persone ad un nuovo modo di vivere e di convivere, ad un nuovo modo di agire e di pensare, partendo dalla Buona Novella che Gesù ci annuncia: Dio è Padre, e quindi noi siamo fratelli e sorelle gli uni degli altri.

- Luca 10,10-12: Scuotere la polvere dai sandali. Come intendere questa minaccia così severa? Gesù non è venuto a portare una cosa totalmente nuova. È venuto a riscattare i valori comunitari del passato: l’ospitalità, la condivisione, la comunione attorno alla mensa, l’accoglienza degli esclusi. Ciò spiega la severità contro coloro che rifiutano il messaggio. Ma loro non rifiutano qualcosa di nuovo, bensì il loro passato, la propria cultura e saggezza! Il programma di Gesù ai 72 discepoli aveva lo scopo di scavare nella memoria, di riscattare i valori comunitari della più antica tradizione, di ricostruire la comunità e di rinnovare l’alleanza, di rifare la vita e così, fare in modo che Dio diventi di nuovo la grande Buona Notizia per la vita umana.

- Luca 10,17-20: Il nome scritto nel cielo. I discepoli ritornano dalla missione e si riuniscono con Gesù per valutare quanto fatto. Cominciano a raccontare. Informano con molta allegria che, usando il nome di Gesù, sono riusciti a scacciare i demoni! Gesù li aiuta nel discernimento. Se loro riescono a cacciare i demoni, è proprio perché Gesù ha dato loro potere. Stando con Gesù non potrà succedere loro nulla di male. E Gesù dice che la cosa più importante non è scacciare i demoni, ma avere il loro nome scritto nel cielo. Avere il proprio nome scritto nel cielo vuol dire avere la certezza di essere conosciuti ed amati dal Padre. Poco prima, Giacomo e Giovanni avevano chiesto di far cadere un fuoco dal cielo per uccidere i samaritani (Lc 9,54). Ora, per l’annuncio della Buona Novella, Satana cade dal cielo (Lc 10,18) ed i nomi dei discepoli samaritani entrano nel cielo! In quel tempo molte persone pensavano che ciò che era samaritano era cosa del demonio, cosa di Satana (Gv 8,48). Gesù cambia tutto!



Ampliando le informazioni: Le piccole comunità che si vanno formando, sia in Galilea come in Samaria, sono in primo luogo “saggio del Regno”. La comunità attorno a Gesù è come il volto di Dio, trasformato in Nuova Novella per la gente, soprattutto per i poveri. Sarà che la nostra comunità è così? Ecco alcune tratti della comunità che si formò attorno a Gesù. Sono tratti del volto di Dio che si rivelano in essa. Servono da specchio per la revisione della nostra comunità:

1) “Uno solo è il maestro e voi tutti siete fratelli” (Mt 23,8). La base della comunità non è il sapere, nemmeno il potere, ma l’uguaglianza tra tutti: fratelli e sorelle. È la fraternità.

2) Gesù insiste nell’uguaglianza tra uomo e donna (Mt 19,7-12) e da ordini tanto agli uomini come alle donne (Mt 28,10; Mc 16,9-10; Gv 20,17). Tutti loro “seguono” Gesù, dalla Galilea (Mc 15,41; Lc 8,2-3).

3) C’era una cassa comune che era condivisa con i poveri (Gv 13,29). Questa condivisione deve raggiungere l’anima ed il cuore (At 1,14; 4,32). Deve giungere fino al punto che non ci siano segreti tra di loro (Gv 15,15).

4) Il potere è servizio. “Chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti!” (Mc 10,44). Gesù da l’esempio (Gv 13,15). “Non sono venuto per essere servito, ma per servire” (Mt 20,28). “Sono in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,27). “Siamo servi inutili!” (Lc 17,10)

5) A causa dei molti conflitti e divisioni, Gesù insiste affinché la comunità sia un luogo di perdono e di riconciliazione. E non di condanna reciproca (Mt 18,21-22; Lc 17,3-4). Il potere di perdonare fu dato a Pietro (Mt 16,19), agli apostoli (Gv 20,23) ed alle comunità (Mt 18,18). Il perdono di Dio passa per la comunità.

6) Pregavano insieme nel Tempio (Gv 2,13; 7,14; 10,22-23). A volte Gesù forma gruppi minori (Lc 9,28; Mt 26,36-37). Pregano prima di mangiare (Mc 6,41; Lc 24,30) e frequentano le sinagoghe (Lc 4,16).

7) Allegria che nessuno può togliere (Gv 16,20-22) “Beati voi!” Il vostro nome è scritto nel cielo (Lc 10,20), i loro occhi vedranno la promessa (Lc 10,23-24), il Regno è vostro! (Lc 6,20).

8) La comunità attorno a Gesù serve da modello ai primi cristiani dopo la sua risurrezione (At 2,42-47)! La comunità è come il volto di Dio trasformato in Buona Novella per la gente.



Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

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MessaggioOggetto: da enzo luglio 2010   Sab Lug 10, 2010 2:32 pm




Letture:

Is 6,1-8 (Uomo dalle labbra impure io sono eppure i miei occhi hanno visto il re, il Signore degli eserciti)

Sal 92 (Il Signore regna, si riveste di maestà)

Mt 10,24-33 (Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo)




La missione

La teofania in cui è coinvolto il profeta Isaia accende nel nostro spirito un desiderio forte dell’infinito. Nonostante la nostra indegnità, Dio si manifesta e la sua presenza getta l’animo nel timore, soprattutto se la nostra coscienza non è limpida. Ma Dio non viene a condannare, ma ridonare la dignità perduta e coinvolgerlo nell’annunzio della salvezza. Abbiamo però bisogno di una purificazione per poter leggere nei disegni di Dio.
Ricordiamo: beati i puri di cuore perché vedranno Dio. Questa purificazione avviene per il profeta attraverso un carbone ardente che viene portato a contatto con le sue labbra. È fuoco che brucia e purifica, simbolo senza dubbio del fuoco del pentimento. Ma c’è anche il fuoco della persecuzione che attende il discepolo del Signore che non può pretendere di essere superiore al Maestro che muore, incompreso e perseguitato in vita, condannato a una morte ignominiosa alla fine. Egli rassicura i suoi discepoli: nulla vi succederà che non sia permesso dal Padre vostro. E incoraggia a essere pronti a dare anche la vita per testimoniare la verità, spinti dall’amore del Signore ma anche dall’amore di coloro che li uccidono, volendo testimoniare, anche a prezzo della vita, la verità che annunziano. Oltre tutto per il cristiano morire è un bene perché ha una vita eterna che l’attende. Deve quindi temere non tanto chi gli toglie la vita quanto chi lo fa deviare dal retto sentiero, dalla sua fedeltà a Cristo e al vangelo. La persecuzione moderna generalmente non toglie la vita a chi crede ma spesso li spinge a rinnegare la verità mediante “torture” psicologiche. È per questo che tanti testimoni del Signore fanno la loro professione di fede in antecedenza e avvisano di non tener conto di quanto diranno sotto le torture che tendono a distruggere la personalità. Sono i martiri di oggi, straziati nel fisico e nella psiche. La nostra preghiera per questi nostri fratelli perché non venga mai meno in loro il coraggio e la forza dello Spirito Santo.

Nel nostro Vangelo di oggi troviamo la meravigliosa parola di Gesù sull’attenzione che porta Dio ai discepoli (Mt 10,29-31).
Ma non contiene qualche cosa di ingenuo, di diverso dalla realtà? Innanzitutto: Gesù stesso ha vissuto nella fiducia assoluta. Egli era profondamente colmo di questa certezza: il Padre mi accompagna, sa cosa mi succede, è molto vicino a me. Gesù stesso ha dovuto lottare per conservare la fiducia: sul monte degli Ulivi e sulla croce dove Dio sembrava essere molto lontano da lui.
La comunità che ci ha trasmesso le parole di Gesù che menzionano i passeri e i capelli e l’evangelista che le ha trascritte per noi conoscono la fine fatta da Gesù sulla croce. San Matteo e la sua comunità sono essi stessi perseguitati, attaccati, rifiutati. Vivono amaramente i difficili conflitti dove li porta la loro professione di fede per Gesù. Ma, in mezzo a queste esperienze deprimenti, si attaccano a questa parola di Gesù: “Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate quindi timore”. Non è una parola credula ed estranea alla realtà, è una parola di fiducia profonda che ha passato le sue prove, proprio nel periodo della crisi delle persecuzioni, è la professione di fede e l’esperienza stessa di una comunità che viene martirizzata. Può contare sulla presenza di Dio. E noi, lo ascoltiamo quando ci invita ad avere tale fiducia?



Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone. Se hanno chiamato Beelzebul il padrone di casa, quanto più i suoi familiari! Non li temete dunque, poiché non c’è nulla di nascosto che non debba esser svelato, e di segreto che non debba essere manifestato. Quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geenna. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia. Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri! Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.


Riflessione:

- Il vangelo di oggi ci presenta diverse istruzioni di Gesù sul comportamento che i discepoli devono adottare nell’esercizio della loro missione. Ciò che maggiormente colpisce in queste istruzioni sono due avvertenze: (a) la frequenza con cui Gesù allude alle persecuzioni e alle sofferenze che dovranno sopportare; (b) l’insistenza tre volte ripetuta al discepolo di non avere paura.

- Matteo 10,24-25: Persecuzioni e sofferenze che marcano la vita dei discepoli. Questi due versetti costituiscono la parte finale di una avvertenza di Gesù ai discepoli riguardo alle persecuzioni. I discepoli devono sapere che, per il fatto di essere discepoli di Gesù, saranno perseguitati. (Mt 10,17-23). Ma ciò non deve essere per loro motivo di preoccupazione, poiché un discepolo deve imitare la vita del maestro e condividere con lui le prove. Questo fa parte del discepolato. “Un discepolo non è da più del maestro, né un servo da più del suo padrone; è sufficiente per il discepolo essere come il suo maestro e per il servo come il suo padrone”. Se hanno chiamato Belzebù a Gesù, quanto più insulteranno i suoi discepoli! Con altre parole, il discepolo di Gesù dovrà preoccuparsi seriamente se nella sua vita non spuntano persecuzioni.

- Matteo 10,26-27: Non abbiate timore di dire la verità. I discepoli non devono aver paura di essere perseguitati. Coloro che li perseguitano, riescono a sovvertire il senso dei fatti e spargono calunnie che cambiano la verità in menzogna, e la menzogna in verità. Ma per grande che sia la menzogna, la verità alla fine trionferà e farà crollare la menzogna. Per questo, non dobbiamo aver paura di proclamare la verità, le cose che Gesù ha insegnato. Oggigiorno, i mezzi di comunicazione riescono a sovvertire il significato delle cose e le persone che proclamano la verità sono considerate criminali; fanno apparire giusto il sistema neoliberale che sovverte il senso della vita umana.

- Matteo 10,28: Non aver paura di coloro che possono uccidere il corpo. I discepoli non devono aver paura di coloro che uccidono il corpo, che torturano, che colpiscono e fanno soffrire. I torturatori possono uccidere il corpo, ma non riescono ad uccidere la libertà e lo spirito nel corpo. Devono aver paura, questo sì, del fatto che il timore di soffrire li porti a nascondere o a negare la verità, e ciò li spinga ad offendere Dio. Perché chi si allontana da Dio si perde per sempre.

- Matteo 10,29-31: Non aver paura, ma avere fiducia nella Provvidenza Divina. I discepoli non devono temere nulla, perché stanno nella mano di Dio. Gesù ordina di guardare gli uccelli. Due passeri si vendono per un soldo, ma nessuno di essi cadrà a terra senza che il Padre lo voglia. Tutti i nostri capelli sono contati. Luca dice che nessun capello cade senza che il Padre lo voglia (Lc 21,18). E sono tanti i capelli che cadono! Per questo, “non abbiate timore. Voi valete più di molti passeri”. È la lezione che Gesù trae dalla contemplazione della natura.

- Matteo 10,32-33: Non aver paura di essere testimone di Gesù. Alla fine, Gesù riassume tutto nella frase: “Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”. Sapendo che stiamo nelle mani di Dio e che Dio è con noi, in ogni momento, abbiamo il coraggio e la pace necessari per rendere testimonianza ed essere discepoli e discepole di Gesù.



Per un confronto personale

- Tu hai paura? Paura di cosa? Perché?

- A volte, sei stato/a perseguitato/a a causa del tuo impegno con l’annuncio della Buona Notizia di Dio che Gesù ci ha annunziato?



Preghiera finale: Degni di fede sono i tuoi insegnamenti, la santità si addice alla tua casa per la durata dei giorni, Signore (Sal 92).


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MessaggioOggetto: da enzo luglio 2010   Dom Lug 11, 2010 12:41 pm



Letture:

Dt 30,10-14 (Questa parola è molto vicina a te, perché tu la metta in pratica)

Sal 18 (I precetti del Signore fanno gioire il cuore)

Col 1,15-20 (Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui)

Lc 10,25-37 (Chi è il mio prossimo?)


IL PROSSIMO

Uomini imperfetti e turbati dal peccato, da una parte, non siamo certi di ciò che è bene e giusto e, dall’altra, ci capita spesso di non essere pronti a fare il bene. È il motivo per cui Dio ci ha dato i comandamenti: essi ci indicano ciò che è giusto e fanno sentire a ognuno ciò che deve fare. È per questo che gli Ebrei dell’antica Alleanza avevano stabilito un sistema di più di cinquecento comandamenti e divieti, che doveva permettere loro di compiere in tutto la volontà di Dio, perché non avevano più una visione chiara di che cosa fosse assolutamente essenziale agli occhi di Dio e si perdevano nei dettagli. Per i dottori della legge, discutere di gerarchie e di comandamenti era spesso ben più importante delle istituzioni destinate a compiere veramente la volontà di Dio. È ciò che dimostra l’esempio del dottore della legge che cerca di rendere Gesù ridicolo: ponendogli una domanda in apparenza sincera, egli vuole provare che è un teologo dilettante. Ma Gesù non sta al gioco. Costringe il dottore della legge a dare da sé la risposta giusta e gli mostra allora qual è il prossimo che ciascuno deve amare come se stesso: è quello che si trova in miseria ed è bisognoso del nostro aiuto. Si risparmia così ogni discussione saccente attorno al problema di sapere se qualcuno che non è ebreo, oppure è un ebreo peccatore, ha il diritto di aspettarsi il nostro aiuto. Egli va anche più lontano, mostrando che un Samaritano da disprezzare (agli occhi dei dottori della legge) è capace di fare del bene in modo naturale seguendo la voce del suo cuore, mentre due pii Ebrei si disinteressano in modo disdicevole. Non dimentichiamo che Gesù sottolinea ben due volte al dottore della legge: “Agisci seguendo il comandamento principale e meriterai la vita eterna!”.



Approfondimento del Vangelo (La parabola del buon samaritano: chi è il mio prossimo?)

Il testo: Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?”. Costui rispose: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”.E Gesù: “Hai risposto bene; fà questo e vivrai”. Ma quegli, volendo giustificarsi, disse a Gesù: “E chi è il mio prossimo?”. Gesù riprese: “Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall’altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n’ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all’albergatore, dicendo: Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno. Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Quegli rispose: “Chi ha avuto compassione di lui”. Gesù gli disse: “Và e anche tu fa lo stesso”.



Momenti di silenzio perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.



Chiave di lettura: Ci troviamo nel capitolo 10 del vangelo così come lo racconta Luca. Siamo nella sezione centrale del racconto lucano che prende la forma del viaggio di Gesù verso Gerusalemme: «Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme» (Lc 9,51). Sappiamo che per Luca Gerusalemme è la città dove si realizza la salvezza, e il viaggio di Gesù verso la città è un tema centrale. Il racconto di Luca comincia nella città santa (Lc 1,5) e finisce nella medesima città (Lc 24,52). In questa sezione centrale, Luca ripeterà con insistenza il fatto che Gesù si dirige verso Gerusalemme (per esempio in Lc 13,22; 17,11). In questo testo che narra la parabola del buon Samaritano nel contesto della discussione con un dottore della legge sul grande comandamento, troviamo di nuovo il tema di un viaggio, questa volta da Gerusalemme verso Gerico (Lc 10,30). La parabola fa parte di questa sezione centrale del vangelo che comincia con Gesù pellegrino verso Gerusalemme con i suoi discepoli. Mandandoli prima di lui per preparare la sua fermata in un villaggio di Samaritani trovano soltanto ostilità proprio perché erano diretti verso Gerusalemme (Lc 9,51-53). I Samaritani evitavano i pellegrini diretti verso Gerusalemme e mostravano ostilità verso di loro. Subito dopo questo fatto Gesù manda settantadue discepoli “in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1). Settantadue è il numero tradizionale delle nazioni pagane. I Padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Gerolamo e altri) tenendo conto di tutto il simbolismo di Gerusalemme, la città santa della salvezza interpretano in modo particolare questa parabola. Nell’uomo che scende da Gerusalemme verso Gerico vedono la figura di Adamo che rappresenta tutta l’umanità espulsa dall’Eden, il paradiso, la Gerusalemme Celeste, per via del peccato. Nei ladri i Padri della Chiesa vedono il tentatore che ci spoglia dall’amicizia con Dio e ci percuote con le sue insidie e ci tiene nella schiavitù l’umanità ferita dal peccato. Nella figura del sacerdote e del levita vedono l’insufficienza dell’antica legge per la nostra salvezza che sarà portata a compimento dal nostro Buon Samaritano, Gesù Cristo nostro Signore e Salvatore, che partendo anche lui dalla Gerusalemme celeste viene incontro alla nostra condizione di peccatori e ci cura con l’olio della grazia e il vino dello Spirito. Nella locanda i Padri vedono l’immagine della Chiesa e nella figura dell’albergatore, intravedono i pastori nelle mani dei quali Gesù affida la cura del suo popolo. La partenza del samaritano dall’albergo, i Padri la interpretano come la risurrezione e l’ascensione di Gesù alla destra del Padre, ma che promette di ritornare per dare a ciascuno il suo merito. Alla chiesa Gesù lascia per la nostra salvezza i due denari della Sacra Scrittura e i Sacramenti che ci aiutano nel cammino verso la santità. Questa interpretazione allegorica e mistica del testo ci aiuta a cogliere bene il messaggio di questa parabola. Il testo della parabola apre con un dialogo tra un dottore della legge che si alza per mettere alla prova il Signore chiedendo: «Maestro che devo fare per ereditare la vita eterna?» (Lc 10,25). Gesù non risponde, ma gli fa un’altra domanda: «Che cosa sta scritto nella legge? Che cosa vi leggi?» (Lc 10,26). Dobbiamo guardare a questo dialogo come un confronto tra due maestri, molto comune a quell’epoca, come un sistema di chiarificare e approfondire alcuni punti della legge. Anche se qui prevale il tono di polemica non come troviamo nel testo riportato da Marco dove la domanda viene posta da uno scriba che «li aveva uditi discutere (Gesù e i sadducei), e visto come (Gesù) aveva loro ben risposto» (Mc 12,28) si accosta per fare la domanda. Questo scriba si rende ben disposto ad ascoltare Gesù tanto che il Signore finisce il dialogo: «Non sei lontano dal regno di Dio» (Mc 12,34). Matteo invece mette questa domanda nel contesto di una disputa tra Gesù e i sadducei alla quale erano presenti dei farisei che «udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme e uno di loro, un dottore della legge, lo interrogò, per metterlo alla prova...» (Mt 22,34-35). Gesù risponde subito citando il comandamento dell’amore che si trova nei libri del Deuteronomio e del Levitico. Solo nel testo di Luca la domanda non si pone sul quale sia il più grande comandamento ma sul come ereditare la vita eterna, una domanda che i sinottici la pongono di nuovo sulla bocca del giovane ricco (Mt 19,16; Mc 10,17; Lc 18,18). Come in Marco, anche qui Gesù loda il dottore della legge: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai» (Lc 10,28). Ma il dottore non è ancora contento con la risposta di Gesù e «volendo giustificarsi» (Lc 10, 29) di aver posto la domanda gli chiede chi è il prossimo! Questa seconda domanda fa da introduzione e collega la seguente parabola con il dialogo tra Gesù e il dottore della legge. Possiamo vedere una inclusione tra il verso 28 che chiude la disputa e ci avvia al racconto della parabola e il verso 37 che chiude definitivamente il dialogo e la parabola. In questo versetto Gesù ripete al dottore della legge che aveva definito il prossimo come colui che «ha avuto compassione»: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso». Questa frase di Gesù ci ricorda le parole pronunciate nell’ultima cena come raccontata da Giovanni, quando, dopo la lavanda dei piedi Gesù invita ai discepoli ad agire sul suo esempio (Gv 13,12-15). In questa ultima cena Gesù lascia ai suoi il comandamento dell’amore, inteso come la disponibilità a «dare la vita» per amarci a vicenda come il Signore ci ha amati (Gv 15,12-14). Questo comandamento va oltre l’osservanza della legge. Il levita e il sacerdote hanno osservato la legge, non accostandoci al poveraccio ferito e lasciato mezzo morto, per non rendersi impuri (Lev 21, 1). Gesù va oltre la legge e vuole che i suoi discepoli agiscano come lui. «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Per il discepolo di Gesù, la mera filantropia non è sufficiente, il cristiano è chiamato a un qualcosa di più che lo fa simile al suo maestro, come dice l’apostolo Paolo: «Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo» (1Cor 2,16) «Poiché l’amore del Cristo ci spinge, al pensiero che uno è morto per tutti» (2Cor 5,14).



Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:

a) Che cosa ti ha colpito di più nella parabola?

b) Con chi ti identifichi nel racconto?

c) Hai mai pensato a Gesù come il Buon Samaritano?

d) Nella tua vita, senti il bisogno della salvezza?

e) Puoi dire con l’apostolo Paolo che hai il pensiero di Cristo?

f) Che cosa ti spinge nell’offrire amore al prossimo? Il bisogno di amare ed essere amato, o la compassione e l’amore di Cristo?

g) Chi è il tuo prossimo?



11 luglio: San Benedetto Abate, Patrono d’Europa

Biografia: Verso l’anno 480 Benedetto nasce nei pressi di Norcia, in Umbria. Compie gli studi fondamentali presso le scuole della cittadina. Nel 496-500 è a Roma a perfezionare la sua formazione umanistica in vista di un futuro lavoro. Disgustato dal disordine morale che opprimeva il clima della città, si ritira ad Affile, tra Fiuggi e Tivoli. La fama che si sparge dopo un primo miracolo, lo spinge a nascondersi per dedicarsi soltanto a Dio in una vita di preghiera e di penitenza. Raggiunge Subiaco. Prima del 505 è chiamato per breve tempo a dirigere una comunità monastica a Vicovaro (Tivoli). I religiosi però si ribellano e tentano di avvelenarlo. Benedetto ritorna alla grotta di Subiaco. Fonda nella valle dell’Aniene una dozzina di monasteri. La sua famiglia monastica cresce notevolmente e diviene un centro di irradiamento spirituale. Superate varie difficoltà interiori (tentazioni) ed esterne (minacce di un prete invidioso) Benedetto, con alcuni monaci, si reca a Cassino. Siamo nell’anno 529. Dopo un’intensa opera di evangelizzazione, si costruisce un nuovo centro monastico: Montecassino. Il santo si distingue sempre per una vita di preghiera intensa e per una dedizione totale ai suoi monaci. Per essi redige una «Regola». Guida anime accogliendo come ospiti persone di ogni ceto sociale, anche vescovi e laici. Re Totila incontra il santo a Montecassino dove si reca a fargli visita nel 546. Dopo aver dato inizio ad una nuova fondazione monastica, a Terracina, il 21 marzo del 547, o di qualche anno immediatamente successivo, san Benedetto muore subito dopo aver ricevuto la comunione. Nel 577, come aveva predetto il santo, per la prima volta viene distrutta Montecassino. Per la quarta volta il monastero sarà raso al suolo il 15 febbraio 1944. Gregorio Magno (+ 604), autore dei «Dialoghi», in cui un intero libro è dedicato al «vir Dei», uomo di Dio, Benedetto, ha contribuito in prima persona ad avvolgere la personalità dell’abate di Monte Cassino in un’atmosfera di sacralità. La celebrazione dell’11 luglio si riferisce alla «depositio» o «translatio», attestata dal secolo VIII in Francia e in Germania; è celebrata ovunque fin dall’età carolingia.



Dagli scritti

Nulla anteporre all’amore di Cristo da «La liberté bénédictine» di J. Leclercq

San Benedetto gode di un’enorme libertà nei confronti di tutto e di tutti, fatta eccezione per Dio, beninteso. È una libertà che corrisponde innanzitutto ad una esigenza intrinseca del monachesimo in quanto fenomeno spontaneo. Lo è fin dalle origini; al tempo di Benedetto lo è a Roma come da ogni altra parte. Ovunque questo fenomeno appare come il risultato non di leggi o di obblighi, bensì di influenze venute dall’oriente, dall’Africa, dalla Gallia e accolte da ciascun fondatore o abate di monastero secondo la sua natura e la sua grazia. Benedetto opera delle scelte: ecco il fatto rilevante. La sua Regola implica un gran numero di opzioni fra le varie possibilità offerte dalla tradizione. Tali scelte tuttavia sono, a seconda delle persone, più o meno libere, oppure più o meno determinate dalle circostanze del loro tempo, dalla cultura e dall’ambiente. Che ne è nel caso di Benedetto? La risposta la dà il margine di libertà che egli lascia a quanti verranno dopo di lui e persino a quanti, ai suoi tempi, non solo in altri luoghi, ma nella sua stessa casa adotteranno il programma da lui tracciato: riconosce loro il diritto di fare delle scelte diverse dalle sue, a condizione di situarsi all’interno di ciò che egli considera come un assoluto: l’amore di Cristo – «nulla anteporre all’amore di Cristo. Nulla sia più caro di Cristo» (Regola 4,21; 5,2) – e la volontà di servirlo seguendo la vita monastica. «Scegliere», «unire»: ecco le due parole che meglio riassumono la libertà di cui dà testimonianza al sua opera. Solamente un essere libero ha questa capacità di ridurre certe antinomie apparenti o reali, superando le contraddizioni che disorientano coloro che sono legati da altre catene che non siano quelle dell’amore di Cristo. Tra i vari testi, istituzioni, modelli, santi - un Antonio, un Basilio, un Agostino - tra i diversi monachesimi - orientale, africano, italiano – tra le differenti tradizioni liturgiche, egli deve operare una scelta e la opera. Fa tesoro di tutto ciò che può rientrare nel suo disegno e realizza la simbiosi di tutte le esigenze primarie, tralasciando di adottare delle osservanze di dettaglio che finirebbero per escludersi a vicenda. Ispirandomi ad uan mirabile espressione del suo biografo Gregorio Magno, sarei tentato di dire che Benedetto era libero non tanto per nascita, ma in virtù del suo carattere, della grazia e della conquista che aveva fatto di se stesso. Benedetto ha il dono di essere totalmente dipendente e nel contempo interamente libero. Obbedisce a Dio e alla Chiesa con una sovrana padronanza di se stesso e di tutto il resto. Sì, bisogna ammetterlo: la stabilità che prescrive resta avvolta da una certa oscurità, ma l’obbedienza che insegna è estremamente chiara, illimitata, ma non cieca; comporta delle scelte, dei giudizi personali. Consiste, e l’ha fatto egli stesso – nel sottomettersi a tutto ciò che si impone nell’ambito infinito delle esigenze dell’amore di Dio, offrendo però questo sacrificio di se stessi con la gioia dello Spirito santo. Restare fedele alla tradizione ricevuta senza essere legati al passato: questo l’esempio lasciato da Benedetto e che i suoi figli avrebbero imitato.



Dalla «Regola» di san Benedetto, abate

Non antepongano a Cristo assolutamente nulla

Prima di ogni altra cosa devi chiedere a Dio con insistenti preghiere che egli voglia condurre a termine le opere di bene da te incominciare, perché non debba rattristarsi delle nostre cattivi azioni dopo che si é degnato di chiamarci ad essere suoi figli. In cambio dei suoi doni, gli dobbiamo obbedienza continua. Se non faremo così, egli come padre sdegnato, sarà costretto a diseredare un giorno i suoi figli e, come signore tremendo, irritato per le nostre colpe, condannerà alla pena eterna quei malvagi che non l’hanno voluto seguire alla gloria. Destiamoci, dunque, una buona volta al richiamo della Scrittura che dice: È tempo ormai di levarci dal sonno (cfr. Rm 13,11). Apriamo gli occhi alla luce divina, ascoltiamo attentamente la voce ammonitrice che Dio ci rivolge ogni giorno: «Oggi se udite la sua voce non indurite i vostri cuori» (Sal 94,8). E ancora: «Chi ha orecchi ascolti ciò che lo Spirito dice alle chiese» (Ap 2,7). E che cosa dice? Venite, figli, ascoltate, vi insegnerò il timore del Signore. Camminate mentre avete la luce della vita, perché non vi sorprendono le tenebre della morte (cfr. Gv 12,35). Il Signore cerca nella moltitudine del popolo il suo operaio e dice: C’é qualcuno che desidera la vita e brama trascorrere giorni felici? (cfr. Sal 33,13). Se tu all’udire queste parole rispondi: Io lo voglio! Iddio ti dice: Se vuoi possedere la vera e perpetua vita, preserva la lingua dal male e le tue labbra non pronunzino menzogna: fuggi il male e fà il bene: cerca la pace e seguila (cfr. Sal 33,14-15). E se farete questo, i miei occhi saranno sopra di voi e le mie orecchie saranno attente alle vostre preghiere: prima ancora che mi invochiate dirò: Eccomi. Che cosa vi é di più dolce, carissimi fratelli, di questa voce del Signore che ci invita? Ecco, poiché ci ama, ci mostra il cammino della vita. Perciò, cinti i fianchi di fede e della pratica di opere buone, con la guida del vangelo, inoltriamoci nelle sue vie, per meritare di vedere nel suo regno colui che ci ha chiamati. Ma se vogliamo abitare nei padiglioni del suo regno, persuadiamoci che non ci potremo arrivare, se non affrettandoci con le buone opere. Come vi é uno zelo cattivo e amaro che allontana da Dio e conduce all’inferno, così c’é uno zelo buono che allontana dai vizi e conduce a Dio e alla vita eterna. In questo zelo i monaci devono esercitarsi con amore vivissimo; e perciò si prevengano l’un l’altro nel rendersi onore, sopportino con somma pazienza le infermità fisiche e morali degli altri, si prestino a gara obbedienza reciproca. Nessuno cerchi il proprio utile, ma piuttosto quello degli altri, amino i fratelli con puro affetto, temano Dio, vogliano bene al proprio abate con sincera e umile carità. Nulla assolutamente anteponiamo a Cristo e così egli, in compenso, ci condurrà tutti alla vita eterna (Prologo 4-22; cap. 72,1-12; CSEL 75,2-5.162-163).



Contemplazione finale: La contemplazione è il saper aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13, 17).

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MessaggioOggetto: 16 LUGLIO - Maria SS.ma del Monte Carmelo   Sab Lug 17, 2010 9:41 am

VENERDÌ 16 LUGLIO 2010

MARIA SS.MA DEL MONTE CARMELO


Preghiera iniziale: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme.

Letture:
Is 38,1-6.21-22.7-8 (Ho udito la tua preghiera e ho visto le tue lacrime)
Sal Is 38 10,-12.16 (Tu, Signore, hai preservato la mia vita dalla fossa della distruzione)
Mt 12,1-8 (Il Figlio dell’uomo è signore del sabato)

Il Figlio dell’uomo è signore del sabato
La nostra riflessione oggi è suggerita dal brano del vangelo che ci presenta una situazione di scandalo da parte degli scrupolosi osservatori della legge, avrebbero scandalizzato gli apostoli il mondo cogliendo spighe e mangiandone il frumento. Non è lecito far questo di sabato, secondo la tradizione ebraica: si manca a riposo del giorno di festa. Gesù prende le difese dei suoi discepoli ai quali aveva fatto notare come certe norme non appartengono alla legge del Signore ma alle tradizioni degli uomini. Porta anche l’esempio di Dàvid che si fa dare da sacerdote Abiàtar i pani dell’offerta per sfamare i suoi uomini o anche il modo di agire dei sacerdoti che in giorno di sabato offrono sacrifici senza mancare alla legge. Ma in particolare Gesù vuol richiamare i suoi contemporanei come tutti noi, così proclivi al giudizio e alla condanna, a sentimenti di misericordia per gli altri almeno nella misura in cui la invochiamo per noi. Ci aiuti il Signore a essere meno spietati verso i nostri simili che giudichiamo troppo frequentemente nella colpa. Gesù si dichiara padrone del sabato, ma anche della vita. Dinanzi alla morte nessuno di noi si può dichiarare coraggioso. Nemmeno il re Ezechia che all’annunzio della imminente morte, si volge alla preghiera ricordando la sua fedeltà alla legge del Signore. Il suo pianto è abbondante. Dio ha misericordia di lui e gli promette ancora quindici anni di vita e la liberazione dai suoi nemici. Dio non solo è padrone del sabato, ma anche della vita.
Noi comprendiamo male la legislazione del sabato del tempo di Gesù. Bisogna studiare assai il suo contesto prima di capirla. Ma ciò che ci si impone, è la sovranità con la quale Gesù si oppone a tutte le prescrizioni, dando come vero criterio la misericordia. È insensato vietare a un affamato di mangiare, qualsiasi siano gli argomenti addotti. Ed è altrettanto insensato sacrificarsi per amore del sacrificio. Incriminare le persone che trasgrediscono la legge senza conoscere i loro motivi non ha senso. La vita ha troppe sfaccettature per chiuderla in paragrafi. Siamo dei libertini? No, finché l’istinto della fame non si trasforma in egoismo brutale. Se il nostro cuore rimane tenero nei confronti delle persone che ci vivono vicino, Dio non ci rifiuterà la tenerezza del suo cuore: egli non ama che siamo sotto tutela. E quando i figli hanno fame, forse che i genitori pensano per prima cosa a discutere questo o quello?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù passò tra le messi in giorno di sabato, e i suoi discepoli ebbero fame e cominciarono a cogliere spighe e le mangiavano. Ciò vedendo, i farisei gli dissero: “Ecco, i tuoi discepoli stanno facendo quello che non è lecito fare in giorno di sabato”. Ed egli rispose: “Non avete letto quello che fece Davide quando ebbe fame insieme ai suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio e mangiarono i pani dell’offerta, che non era lecito mangiare né a lui né ai suoi compagni, ma solo ai sacerdoti? O non avete letto nella Legge che nei giorni di sabato i sacerdoti nel tempio infrangono il sabato e tuttavia sono senza colpa? Ora io vi dico che qui c’è qualcosa più grande del tempio. Se aveste compreso che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio, non avreste condannato persone senza colpa. Perché il Figlio dell’uomo è signore del sabato”.

Riflessione
- Nel vangelo di oggi vediamo da vicino molti conflitti tra Gesù e le autorità religiose dell’epoca. Sono conflitti attorno alle pratiche religiose di quel tempo: digiuno, purezza, osservanza del sabato, etc. In termini odierni, sarebbero conflitti riguardanti per esempio, il matrimonio tra persone divorziate, l’amicizia con prostitute, l’accoglienza degli omosessuali, la comunione senza sposarsi in chiesa, il non andare a messa la domenica, non digiunare il venerdì della settimana santa. Sono molti i conflitti: in casa, a scuola, nel lavoro, in comunità, in chiesa, nella vita personale, nella società. Conflitti di crescita, di relazione, di età, di mentalità. Tanti! Vivere la vita senza conflitto è impossibile! Il conflitto fa parte della vita e spunta fin dalla nascita. Nasciamo con dolori di parto. I conflitti non sono incidenti lungo il percorso, ma fanno parte del cammino, del processo di conversione. Ciò che colpisce è il modo in cui Gesù affronta i conflitti. Nella discussione con gli avversari, non si trattava di aver ragione contro di loro, ma di far prevalere l’esperienza che lui, Gesù, aveva di Dio, Padre e Madre. L’immagine di Dio che gli altri avevano era quella di un giudice severo che minacciava e condannava solamente. Gesù cerca di far prevalere la misericordia sull’osservanza cieca delle norme e della legge che non avevano nulla a che vedere con l’obiettivo della Legge che è la pratica dell’amore.
- Matteo 12,1-2: Raccogliere grano il giorno di sabato e la critica dei farisei. In un giorno di sabato, i discepoli passavano lungo le piantagioni e si aprivano il cammino cogliendo spighe per mangiarle. Avevano fame. I farisei giungono ed invocano la Bibbia per dire che i discepoli stanno commettendo una trasgressione della legge del Sabato (cfr. Es 20,8-11). Anche Gesù usa la Bibbia e risponde invocando tre esempi tratti dalla Scrittura: (a) di Davide, (b) dalla legislazione sul lavoro dei sacerdoti nel tempio e (c) dall’azione del profeta Osea, ossia, cita un libro storico, un libro legislativo e un libro profetico.
- Matteo 12,3-4: L’esempio di Davide. Gesù ricorda che Davide stesso fece una cosa proibita dalla legge, perché tolse il pane sacro dal tempio e lo dette da mangiare ai soldati che avevano fame (1Sam 21,2-7). Nessun fariseo ebbe il coraggio di criticare il re Davide!
- Matteo 12,5-6: L’esempio dei sacerdoti. Accusato dalle autorità religiose, Gesù argomenta partendo da ciò che loro stesse, le autorità religiose, fanno il giorno di sabato. Nel tempio di Gerusalemme, il giorno di sabato, i sacerdoti lavoravano molto di più degli altri giorni della settimana, poiché dovevano sacrificare gli animali per i sacrifici, dovevano, pulire, scopare, caricare pesi, sgozzare gli animali, etc., e nessuno diceva che era contro la legge, pensavano che fosse normale! La legge stessa li obbligava a fare questo (Num 28,9-10).
- Matteo 12,7: L’esempio del profeta. Gesù cita la frase del profeta Osea: Misericordia voglio e non sacrificio. La parola misericordia significa avere il cuore (cor) nella miseria (miseri) degli altri, ossia, la persona misericordiosa deve stare molto vicino alla sofferenza delle persone, deve identificarsi con loro. La parola sacrificio significa fare (fício) che una cosa sia consacrata (sacri), ossia chi offre un sacrificio separa l’oggetto sacrificato dall’uso profano e lo distanzia dalla vita giornaliera della gente. Se i farisei avessero avuto questo modo di guardare la vita del profeta Osea, avrebbero saputo che il sacrificio più gradito a Dio non è che la persona consacrata viva lontano dalla realtà, ma che disponga interamente il suo cuore consacrato al servizio dei fratelli e delle sorelle per sollevarli dalla miseria. Non avrebbero considerato colpevoli coloro che in realtà erano innocenti.
- Matteo 12,8: Il Figlio dell’Uomo è padrone del sabato. Gesù termina con questa frase: il Figlio dell’Uomo è padrone perfino del sabato! Gesù stesso è il criterio dell’interpretazione della Legge di Dio. Gesù conosceva la Bibbia a memoria e la invocava per indicare che gli argomenti degli altri non avevano fondamento. In quel tempo, non c’erano Bibbie stampate come le abbiamo oggi. In ogni comunità c’era solo una Bibbia scritta a mano, che rimaneva nella sinagoga. Se Gesù conosceva così bene la Bibbia, vuol dire che durante i trenta anni della sua vita a Nazaret, aveva partecipato intensamente alla vita di comunità, dove ogni sabato si leggevano le scritture. La nuova esperienza di Dio Padre, faceva sì che Gesù riuscisse a scoprire meglio l’intenzione di Dio nel decretare le leggi dell’Antico Testamento. Vivendo trenta anni a Nazaret e sentendo nella sua pelle l’oppressione e l’esclusione di tanti fratelli e sorelle, in nome della Legge, Gesù deve aver percepito che non poteva essere questo il senso della legge. Se Dio è Padre, allora accoglie tutti come figli e figlie. Se Dio è Padre, allora noi dobbiamo essere fratelli e sorelle tra di noi. Gesù visse questo e pregò per questo, dal principio fino alla fine. La Legge deve stare al servizio della vita e della fraternità. “L’essere umano non è fatto per il sabato, ma il sabato per l’essere umano” (Mc 2,27). Per la sua fedeltà a questo messaggio Gesù fu condannato a morte. Lui scomodò il sistema, e il sistema si difese, usando la forza contro Gesù, poiché lui voleva che la Legge fosse messa al servizio della vita, e non viceversa. Ci manca molto per conoscere a fondo la Bibbia e per partecipare a fondo alla comunità, come fece Gesù.

Per un confronto personale
- Che tipo di conflitti vivi in famiglia, nella società e nella Chiesa? Quali sono i conflitti riguardo alle pratiche religiose che oggi, recano sofferenza alle persone e sono motivo di discussione e di polemica? Qual è l’immagine di Dio che è dietro tutti questi preconcetti, dietro tutte queste norme e proibizioni?
- Cosa ti ha insegnato il conflitto in tutti questi anni? Qual è il messaggio che trai da tutto questo per le nostre comunità di oggi?

16luglio: Maria SS.ma del Monte Carmelo
Biografia: Nella Sacra Scrittura si celebra la bellezza del Carmelo, dove il profeta Elia difendeva la purezza della fede di Israele nel Dio vivente. Nel secolo XII alcuni eremiti si ritirarono su questo monte, ed in seguito fondarono un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio, Maria. La festa del 16 luglio è strettamente collegata alla devozione allo scapolare, da cui hanno avuto origine varie confraternite e associazioni laicali. Tale devozione non è presente fin dagli inizi dell’Ordine, ma viene introdotta gradualmente fin dal XIV secolo.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Leone magno, papa
Viene scelta una vergine di discendenza regale della stirpe di Davide, che, destinata ad una sacra maternità, concepì il Figlio, Uomo-Dio, prima nel suo cuore che nel suo corpo. E perché, ignorando il disegno divino, non avesse a temere di fronte ad un evento eccezionale, apprende dal colloquio con l’angelo ciò che lo Spirito Santo avrebbe operato in lei. E colei che sta per divenire Madre di Dio, non pensa che ciò avvenga a scapito del pudore. Perché infatti non dovrebbe credere alla novità del concepimento, dato che le viene promesso l’intervento efficace della potenza dell’Altissimo? Inoltre la sua fede, già perfetta, viene confermata dalla testimonianza di un miracolo precedente: contro ogni aspettativa, viene accordata, cioè, ad Elisabetta la fecondità. Così non si poteva dubitare che, chi aveva dato la fecondità ad una donna sterile, la poteva dare anche a una vergine. Pertanto il Verbo di Dio, Dio egli stesso e Figlio di Dio, che in principio era presso Dio e per mezzo del quale tutto é stato fatto, e senza del quale niente é stato fatto di tutto ciò che esiste (cfr. Gv 1,3), si é fatto uomo per liberare l’uomo dalla morte eterna. Ma, abbassandosi fino ad assumere la nostra umile condizione, non diminuì la sua maestà. Così, restando quello che era, ed assumendo ciò che non era, unì la vera natura di servo a quella che lo fa uguale a Dio Padre. Congiunse le due nature con un vincolo così meraviglioso, che né la gloria a cui era chiamata assorbì la natura inferiore, né l’assunzione di questa natura, diminuì la natura superiore. Salvo perciò restando ciò che era proprio a ciascuna natura e convergendo le due nature in una sola persona, ecco che l’umiltà é assunta dalla maestà, la debolezza dalla potenza e la mortalità dall’eternità. Per pagare il debito proprio della nostra condizione, la natura impassibile si é unita alla nostra natura passibile e il vero Dio e il vero uomo vengono ad unirsi in un solo Signore. In tal modo, proprio come conveniva alla nostra salvezza, l’unico, il «solo mediatore, fra Dio e gli uomini» (1Tm 2,5) poteva morire in virtù di una natura, e risorgere in virtù dell’altra. Perciò la nascita del Salvatore non recò il minimo pregiudizio all’integrità della Vergine, perché la nascita di colui che é la verità fu salvaguardia della sua purezza. Pertanto era conveniente, o miei cari, che Cristo «potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,24) nascesse in tal modo da porsi a nostro livello per la sua natura umana, e fosse infinitamente superiore a noi per la sua divinità. Difatti, se non fosse vero Dio, non ci avrebbe portato la salvezza, e se non fosse vero uomo, non ci avrebbe dato l’esempio. È per questo che alla nascita del Signore gli angeli cantano esultanti: «Gloria a Dio nel più alto die cieli» e annunziano: «pace in terra agli uomini che egli ama» (Lc 2,14). Essi infatti vedono che la Gerusalemme celeste é un edificio formato da tutti i popoli della terra. Se dunque di questa opera ineffabile della misericordia divina tanta gioia provano gli angeli, che sono creature eccelse, quanto dovranno goderne gli uomini che sono umilissime creature.

Preghiera finale: Signore, se penso a te nelle veglie notturne,a te che sei stato il mio aiuto, esulto di gioia all’ombra delle tue ali. A te si stringe l’anima mia.


Ultima modifica di VINCENZO il Ven Ago 20, 2010 7:03 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: SABATO 17 LUGLIO 2010   Sab Lug 17, 2010 9:49 am

SABATO 17 LUGLIO 2010

SABATO DELLA XV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, che mostri agli erranti la luce della tua verità, perché possano tornare sulla retta via, concedi a tutti coloro che si professano cristiani di respingere ciò che è contrario a questo nome e di seguire ciò che gli è conforme.

Letture:
Mic 2,1-5 (Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono)
Sal 9 (Non dimenticare i poveri, Signore!)
Mt 12,14-21 (Impose loro di non divulgarlo, perché si compisse ciò che era stato detto)

Ascolta,Signore, le suppliche dei poveri
È il ritornello del salmo responsoriale, salmo 9B, in cui il povero chiede aiuto al Signore contro i soprusi e le prepotenze dei ricchi. Con atto di fiducia si rivolge a Dio: “Eppure tu vedi, Signore, l’affanno e il dolore, tutto tu guardi e prendi nelle tue mani”. La denuncia di ingiustizie e di oppressione dei poveri viene anche dalla pericope del profeta Michea. Da quando il mondo esiste, ci sono stati sempre prepotenti e superbi che hanno fatto pesare il loro tornaconto su gente povera. Peccati che la Scrittura spesso stigmatizza e per i quali minaccia castighi che giungono fino alle invasioni nemiche e deportazioni. Oggi questo peccato è messo più in luce da un senso di uguaglianza che la società proclama. Sono peccati che si commettono con il lavoro nero, con evasioni dal fisco, con favoritismi, con l’usura e altre forme di accaparrarsi ciò che non ci appartiene, a di privati e dello Stato. Si avrebbe il diritto di sperare che il numero crescente di indagati dalla giustizia ponesse un freno a tanta bramosia di ricchezze. Sembra invece che l’ingordigia abbia il sopravvento sul senso di giustizia in troppi pubblici e privati amministratori. Per San Paolo questa sfrenata e indebita corsa mammona è i d o l a t r i a. Desta meraviglia la incoerenza di certe coscienze. Ci si dichiara cristiani e ci si comporta in pieno contrasto con la dottrina del vangelo. Quando poi le macchinazioni vengono alla luce, allora, mortificati ripetono con Michea: “È finita! Siamo del tutto rovinati!” Servisse questo ad altri a vivere nella giustizia umana e divina! Il brano del vangelo in cui si manifesta il progetto dei farisei di uccidere Gesù per le sue affermazioni , secondo loro, contrarie alla legge, offre all’evangelista l’occasione per fermarsi sulla profezia di Isaia quella del servo di Dio che si realizza nella mansuetudine anche dinanzi a minacce di morte: per dar tempo alla conversione, “non spezzerà la canna infranta, non spegnerà il lucignolo fumigante”. E mentre i farisei coltivano propositi di morte, egli, seguìto da molti malati e infermi, tutti guarisce, raccomandando il silenzio. Che differenza tra la vita vuota dei nemici del Signore che non sanno che accusare e la misericordia di Gesù che lenisce le ferite della natura umana!
Il Vangelo di oggi ci dice che Dio vuole la nostra felicità. Capisco veramente che cosa significa ciò? Dio vuole la felicità di noi tutti, qualunque siano i nostri limiti. Ciò che è straordinario è che tutto ciò che costituisce la nostra sofferenza o la nostra felicità si trova espresso nella Bibbia. Noi vi ci ritroviamo interamente: noi e le nostre esperienze. È in Gesù che la parola decisiva di Dio ci è rivelata, ed è in lui che ci è rivelato il “Sì” di Dio. Dio non può dirci di più, e con maggiore insistenza, che attraverso Gesù, suo Figlio, nostro Salvatore. Gesù ci ha detto prima di tutto questo: siamo accettati nella nostra vita. Ecco ciò che esprime la parola di Dio. Lo capiamo? Gesù dice: “Voglio la tua felicità infinita. Nella tua vita l’afflizione non avrà l’ultima parola quando sarai a pezzi, il tuo lume di speranza si sarà spento, e tu dirai: ‘‘Io sono cattivo’’”. Colui che accoglie le parole di Dio imparerà che, al di là di queste parole che gli sfuggono, la vita rinasce. La Chiesa non vive, se la Bibbia non raggiunge la vita nel cuore delle comunità. E la nostra vita è così spesso gelata! Le cose che escono dal congelatore sembrano spesso scipite, senza gusto, riconoscibili solo dalla loro etichetta. Ma è sufficiente che siano riscaldate perché riprendano gusto. Anche la nostra vita è spesso gelata, come pure le nostre relazioni. Ma la parola di Dio riscalda. La Bibbia ci dice: per quanto la sua situazione sia disperata, ciascuno di noi può ripartire da zero. Perché è chiamato, e può cominciare a sentire che cos’è la vita, la sapienza, la capacità d’amare. Troverà un senso nella sua vita, se questa sarà impregnata d’amore per la parola che l’ha raggiunto e l’ha reso capace di aprirsi sempre più a se stesso. Egli non ha niente di meglio da dire su ciò che può essere la vita.
Metti la tua vita sotto il segno della parola, e vedrai tu stesso il risultato.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, i farisei, usciti, tennero consiglio contro Gesù per toglierlo di mezzo. Ma Gesù, saputolo, si allontanò di là. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, ordinando loro di non divulgarlo, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: “Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti. Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le genti”.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi consta di due parti legate tra di loro: (a) Descrive le diverse reazioni dei farisei e della gente che ascolta la predicazione di Gesù; (b) Descrive ciò che Matteo vede in questa diversa reazione: la realizzazione della profezia del Servo di Yavè, annunciato da Isaia.
- Matteo 12,14: La reazione dei farisei: decidono di uccidere Gesù. Questo verso è la conclusione dell’episodio precedente, in cui Gesù sfida la malizia dei farisei, curando l’uomo che aveva la mano inarridita (Mt 12,9-14). La reazione dei farisei è stata di tenere un consiglio contro Gesù. Si arriva così alla rottura della relazione tra le autorità religiose e Gesù. In Marco questo episodio è molto più esplicito e provocante (Mc 3,1-6). Dice che la decisione di uccidere Gesù non era solo dei farisei, ma anche degli erodiani (Mc 3,6). Altare e Trono si uniranno contro Gesù.
- Matteo 12,15-16: La reazione della gente: seguire Gesù. Quando viene a conoscenza della decisione dei farisei, Gesù si allontana dal luogo dove si trova. La gente lo segue. Pur sapendo che le autorità religiose hanno deciso di uccidere Gesù, la gente non si allontana da Gesù, anzi lo segue. Molti lo seguirono ed egli guarì tutti, ordinando loro di non divulgarlo. La gente sa discernere. Gesù chiede di non divulgare la notizia, di non dire ciò che sta facendo. Grande contrasto. Da un lato, il conflitto di vita e morte, tra Gesù e le autorità religiose, dall’altro il movimento della gente desiderosa di incontrare Gesù! Soprattutto gli emarginati e gli esclusi che si presentavano a Gesù con le loro malattie e i loro mali. Loro che non erano accolti in società, e nell’ambito religioso, erano accolti da Gesù.
- Matteo 12,17: La preoccupazione di Matteo: Gesù è il nostro Messia. Questa reazione diversa da parte dei farisei e della gente spinse Matteo a vedere in questo una realizzazione della profezia del Servo. Da un lato, il Servo, era perseguitato dalle autorità che lo hanno insultato e gli hanno sputato in faccia, ma lui non si volta indietro. Rese la sua faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso (Is 50,5-7). Dall’altro il Servo è cercato ed atteso dalla gente. La folla venuta da lontano aspetta il suo insegnamento (Is 42,4). È esattamente ciò che sta avvenendo con Gesù.
- Matteo 12,18-21: Gesù adempie la profezia del Servo. Matteo riporta interamente il primo cantico del Servo. Leggi il testo lentamente, pensando a Gesù e ai poveri che oggi sono esclusi: “Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Porrò il mio spirito sopra di lui e annunzierà la giustizia alle genti. Non contenderà, né griderà, né si udrà sulle piazze la sua voce. La canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le genti”.

Per un confronto personale
- Conosci qualche fatto in cui le autorità religiose, in nome della religione, decisero di perseguitare ed uccidere persone che, come Gesù, facevano bene alla gente?
- Nella nostra comunità siamo servi di Dio per la gente? Cosa ci manca?

Preghiera finale: Quanto è preziosa la tua grazia, o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano dell’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie (Sal 35).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 18 LUGLIO 2010   Dom Lug 18, 2010 10:44 am

DOMENICA 18 LUGLIO 2010

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Gn 18,1-10 (Signore, non passare oltre senza fermarti dal tuo servo)
Sal 14 (Chi teme il Signore, abiterà nella sua tenda)
Col 1, 24-28 (Il mistero nascosto da secoli, ora è manifestato ai santi)
Lc 10, 38-42 (Marta lo ospitò. Maria ha scelto la parte migliore)

La parte migliore
Il valore di una persona ai nostri giorni la si misura dalle capacità di cui è dotata e soprattutto dall’efficienza. Su questa scia è maturata una nuova eresia moderna quella che chiamiamo efficientismo. È stata violentemente contestata dallo stesso Signore: egli ha dato il massimo del suo amore nell’immolazione e nell’immobilità totale della croce. Ciò nonostante noi continuiamo a pensare che anche nei confronti del Signore possiamo esprimerci al massimo quando il nostro agire per lui può esprimersi al meglio. Siamo quasi istintivamente tifosi di Marta che si occupa e si preoccupa per molte cose, che vuole con zelo dare la migliore accoglienza al Signore e ai suoi discepoli. Saremmo tentati anche noi di rimproverare Maria che, prostrata ai piedi di Gesù, si bea delle sue parole e della sua presenza. Spesso i devoti, gli asceti, i mistici sono ritenuti dei fannulloni. Anche nei confronti di noi monaci, chiusi nei nostri monasteri, spesso isolati dal mondo, molti ci chiedono che cosa facciamo lì, dentro. Simpatica la risposta di un giovane monaco che rimbalzò la domanda, chiedendo ad un visitatore: «Ma voi che fate fuori?». È difficile effettivamente per le persone del nostro secolo capire ed approvare un mondo che non conoscono, il mondo dello spirito, lo spendere la vita per Cristo, mettersi in un atteggiamento di continuo e docile ascolto del Signore per cercare di conoscere e compiere la sua volontà. Il Signore Gesù ha posto con chiarezza cosa significhi guadagnare o perdere la propria vita: i consacrati, i religiosi, le religiose, i più ferventi cristiani danno l’impressione di perdere la propria vita per donarla senza riserve a Dio, ma poi il mondo ne resta affascinato quando scorge la santità autentica, anche se non sempre sa trarne le dovute conseguenze. Per fortuna abbiamo molti testimoni e santi al di fuori del mondo cosiddetto “religioso” e Giovanni Paolo II, durante il suo pontificato, con tante beatificazioni e canonizzazioni dei laici ha dimostrato che la santità non è più confinata nei conventi o riservata a particolari categorie, ma può essere raggiunta da chiunque cera davvero Dio, anche da una semplice mamma o da due coniugi. Ecco allora che le due sorelle, protagoniste del vangelo di oggi, più che vederle in contrapposizione o competizione tra loro, le dobbiamo vedere come due modi diversi di dare la migliore accoglienza a Cristo o servendolo a tavola o ascoltando la sua Parola. Resta comunque inconfutabile che Maria si è scelta la parte migliore, in lei predomina il bisogno di un nutrimento che alimenta la sua anima.
I testi biblici che ci riportano il messaggio di questa domenica (la prima lettura e il Vangelo) ci insegnano che il Dio della Trinità ama recarsi di tanto in tanto dagli uomini, perché la sua presenza è un onore e una benedizione. Al tempo dei patriarchi, si reca da Abramo e promette un figlio a Sara che non ne ha ancora. Gesù, da parte sua, esalta due donne nubili, Maria e Marta, onorandole della sua visita e della sua parola. Il racconto di questa visita ci mostra che si deve manifestare a Gesù un vero rispetto. Il Dio della Trinità oggi continua a recarsi presso gli uomini. Questo noi la chiamiamo visita. Spesso, ci rendiamo conto della venuta di Dio solo dopo la sua visita. In questo giorno, il nostro Signore e Salvatore ci invita a recarci da lui. Egli è il sacerdote, l’annunciatore e l’ospite di questa festa liturgica. Gioiamo di questo onore, ascoltiamo la sua parola con attenzione e festeggiamo con lui la comunione di oggi con atteggiamento di venerazione. Ma soprattutto prendiamo a cuore quello che lui ci dice: è colui che si impregna della sua parola e vive secondo essa che gli manifesta il più grande rispetto.

Approfondimento del Vangelo (Maria e Marta, amiche di Gesù. Qual è la parte migliore scelta da Maria?)
Il testo: Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa domenica narra la visita di Gesù a casa di Marta e Maria. Gesù dice a Marta: “Maria si è scelta la parte migliore che non le sarà tolta!” Lungo i secoli, molte volte queste parole sono state interpretate come se fosse una conferma da parte di Gesù del fatto che la vita contemplativa nascosta nei monasteri è migliore e più sublime della vita attiva di coloro che si adoperano nel campo dell’evangelizzazione. Questa interpretazione non è molto corretta, poiché manca di fondamento nel testo. Per capire il significato di queste parole di Gesù (e di qualsiasi parola) è importante prendere in considerazione il contesto, sia il contesto del vangelo di Luca, come pure il contesto più ampio dell’opera di Luca che comprende il Vangelo e gli Atti degli Apostoli. Prima di verificare il contesto più ampio degli Atti degli Apostoli, cerchiamo di gettare uno sguardo al testo in sé e di vedere come è collocato nel contesto immediato del vangelo di Luca. Durante la lettura, cerca di sentirti presente nella casa di Marta e di sentirti vicino all’ambiente e alla portata delle parole di Gesù, non solo all’udito di Marta, ma anche all’udito delle comunità per cui Luca scriveva il suo vangelo e al nostro udito, di noi che oggi ascoltiamo queste parole così ispiratrici di Gesù.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 10,38: Marta riceve Gesù nella sua casa
- Luca 10,39-40a: Maria ascolta la parola di Gesù, Marta si dedica al servizio della casa
- Luca 10, 40b: Marta reclama e chiede a Gesù di intervenire
- Luca 10,41-42: Risposta di Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
b) Cosa vorrà dire Gesù con quella affermazione: “una sola cosa è necessaria”?
c) Quale era “la migliore parte” che Maria scelse e che non le sarà tolta?
d) Un evento storico può avere un senso simbolico più profondo. Tu sei riuscito a scoprire un senso simbolico nel modo in cui Luca descrive la visita di Gesù a casa di Marta e Maria?
e) Leggi attentamente Atti 6,1-6 e cerca di scoprire il legame tra il problema degli apostoli e la conversazione di Gesù con Marta.

Per coloro che vorrebbero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto del Vangelo di Luca: In Luca 9,51 inizia la seconda tappa dell’attività apostolica di Gesù, il lungo viaggio dalla Galilea fino a Gerusalemme. All’inizio del viaggio, Gesù esce dal mondo giudeo ed entra nel mondo dei samaritani (Lc 9,52). Pur essendo mal ricevuto dai samaritani (Lc 9,53), continua nel loro territorio e perfino corregge i discepoli che pensano in modo diverso (Lc 9,54-55). Nel rispondere a coloro che chiedono di seguirlo, Gesù esplicita il significato di quanto accaduto, ed indica loro le esigenze della missione (Lc 9,56-62). Poi Gesù designa altri settantadue discepoli per andare in missione davanti a lui. L’invio dei dodici (Lc 9,1-6) era per il mondo dei giudei. L’invio dei settantadue è per il mondo dei non giudei (Lc 10,1-16). Terminata la missione, Gesù ed i discepoli si riuniscono e valutano la missione, ed i discepoli raccontano le molte attività da loro svolte, ma Gesù insiste nella certezza maggiore che i loro nomi sono scritti nel cielo (Lc 10,17-37). Dopo viene il nostro testo che descrive la visita di Gesù a casa di Marta e Maria (Lc 10,38-42). Luca non specifica dove si trova il villaggio di Marta e Maria, ma nel contesto geografico del suo vangelo, il lettore immagina che il villaggio si trova in Samaria. Dal Vangelo di Giovanni sappiamo che Marta e Maria abitavano a Bet’nia, un piccolo villaggio vicino a Gerusalemme (Gv 11,1). Giovanni ci dice inoltre che avevano un fratello di nome Lazzaro.

b) Commento del testo
- Luca 10,38: Marta riceve Gesù in casa. “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa”. Gesù era in cammino. Luca non sempre dice dove sta passando Gesù, ma più volte dice che Gesù è in cammino (Lc 9,51.53.57; 10,1.38; 11,1; 13,22.33; 14,25; 17,11; 18,31.35; 19,1.11.28.29.41.45; 20,1). Perché Gesù era fermamente deciso a salire fino a Gerusalemme (Lc 9,51). Questa decisione l’orienta durante tutte le tappe del viaggio. L’entrata nel villaggio e nella casa di Marta e Maria è una tappa in più di questa lunga camminata fino a Gerusalemme e fa parte della realizzazione della missione di Gesù. Fin dall’inizio, l’obiettivo della camminata è definito: svolgere la sua missione di Servo, annunciata da Isaia (Is 53,2-10; 61,1-2) ed assunta da Gesù a Nazaret (Lc 4,16-21).
- Luca 10,39-40a: Maria ascolta la parola, Marta si dedica al servizio. “Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi”. Una cena normale in casa, in famiglia. Mentre alcuni parlano, altri preparano il cibo. I due compiti sono importanti e necessari, i due si complimentano, soprattutto quando si tratta di accogliere qualcuno che viene da fuori. Nell’affermare che “Marta era tutta presa dai molti servizi” (diaconia), Luca evoca i settantadue discepoli anche loro occupati in molte attività del servizio missionario (Lc 10,17-18).
- Luca 10,40b: Marta reclama e chiede a Gesù di intervenire. “Marta fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti»". Un’altra scena familiare, pero non tanto normale. Marta si sta occupando sola della preparazione del cibo, mentre Maria è seduta, e sta conversando con Gesù. Marta reclama. Forse Gesù interferisce e dice qualcosa alla sorella per vedere se l’aiuta nel servizio, nella diaconia. Marta si considera una serva e pensa che il servizio di una serva è quello di preparare il cibo e che il suo servizio in cucina è più importante che quello di sua sorella che conversa con Gesù. Per Marta, ciò che fa Maria non è servizio, poiché dice: “Non ti importa che mia sorella mi lasci servire da sola?” Ma Marta non è l’unica serva. Anche Gesù assume il ruolo di servo, cioè di Servo annunciato dal profeta Isaia. Isaia aveva detto che il servizio principale del Servo è quello di stare davanti a Dio in ascolto di preghiera per poter scoprire una parola di conforto da portare a coloro che sono sfiduciati. Diceva il Servo: “Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare allo sfiduciato una parola. Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati” (Is 50,4). Ora, Maria ha un atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. E sorge la domanda: chi svolge meglio il servizio di serva: Marta o Maria?
- Luca 10,41-42: Risposta di Gesù. “Il Signore allora rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta»". Una bella risposta e molto umana. Per Gesù, una buona conversazione con persone amiche è importante e perfino più importante del mangiare (cfr. Gv 4,32). Gesù non è d’accordo con la preoccupazione di Marta. Lui non vuole che la preparazione del pranzo interrompa la conversazione. Ed è come se dicesse: “Marta, non c’è bisogno di preparare tante cose! Basta una piccola cosa! E dopo vieni a partecipare nella conversazione, così bella!” Questo è il significato principale così semplice ed umana delle parole di Gesù. A Gesù piace una buona conversazione. Ed una buona conversazione con Gesù produce una conversione. Ma nel contesto del vangelo di Luca, queste parole decisive di Gesù assumono un significato simbolico più profondo:
1) Come Marta, anche i discepoli, durante la missione, si erano preoccupati di molte cose, ma Gesù chiarisce bene che la cosa più importante è quella di avere i nomi scritti nel cielo, cioè, essere conosciuti ed amati da Dio (Lc 10,20). Gesù ripete a Marta: Tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno.
2) Poco prima il dottore della legge aveva ridotto i comandamenti ad uno solo: “Amerai il Signore Dio tuo su tutte le cose ed il prossimo tuo come te stesso” (Lc 10,27). Osservando questo unico e migliore comandamento, la persona sarà pronta ad agire con amore, come il Buon Samaritano e non come il sacerdote ed il levita che non compiono bene il loro dovere (Lc 10,25-42). I molti servizi di Marta devono essere svolti a partire da questo unico servizio veramente necessario che è l’attenzione amorosa alle persone. Questa è la migliore parte che Maria ha scelto e che non le sarà tolta.
3) Marta si preoccupa di servire (diaconia). Lei voleva essere aiutata da Maria nel servizio della tavola. Ma qual è il servizio che Dio desidera? È questa la domanda di fondo. Maria concorda maggiormente con l’atteggiamento del Servo di Dio, poiché, come il Servo, lei si trova in atteggiamento di preghiera dinanzi a Gesù. Maria non può abbandonare il suo atteggiamento di preghiera in presenza di Dio. Poiché se lo facesse, non scoprirebbe la parola di conforto da portare agli sfiduciati. Questo è il vero servizio che Dio sta chiedendo da tutti.

Ampliando le informazioni: Il contesto più ampio degli Atti degli Apostoli.
Dopo la morte e la risurrezione di Gesù nasceranno le comunità. Loro dovevano affrontare problemi nuovi, per i quali non c’erano soluzioni già previste. Per orientarsi nella soluzione dei problemi, le comunità cercavano di ricordare le parole ed i gesti di Gesù che potessero portare qualche luce. Così, l’episodio della visita di Gesù in casa di Marta e Maria fu ricordato e narrato per aiutare a chiarire il problema descritto in Atti 6,1-6. La rapida crescita del numeri di cristiani creò divisioni in comunità. I fedeli di origine greca cominciarono a lamentarsi di quelli di origine ebraica e dicevano che le loro vedove erano messe da parte, nella vita di ogni giorno. C’era discriminazione nell’ambito della comunità e mancanza di persone per i diversi servizi. Fino a quel momento non era ancora sorta la necessità di coinvolgere altre persone nel coordinamento della comunità e nel compimento dei servizi. Come Mosè dopo l’uscita dall’Egitto (Ex 18,14; Num 11,14-15), anche gli apostoli facevano tutto da soli. Ma Mosè, obbligato dai fatti, divise il potere e convocò altri settanta leaders per i servizi necessari tra il popolo di Dio (Ex 18,17-23; Num 11,16-17). Gesù aveva fatto la stessa cosa: convocò altri settantadue discepoli (Lc 10,1). Ora, dinanzi a nuovi problemi, gli apostoli fecero lo stesso. Convocarono la comunità e pongono il problema dinanzi a tutti. Senza dubbio, la parola di Gesù a Marta li aiutò a giungere ad una soluzione. A continuazione è possibile leggere i due testi, l’uno accanto all’altro. Cerca di capire come si illuminano a vicenda:

In quei giorni, mentre aumentava il numero dei discepoli, sorse un malcontento fra gli ellenisti verso gli Ebrei, perché venivano trascurate le loro vedove nella distribuzione quotidiana. Allora i Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è giusto che noi trascuriamo la parola di Dio per il servizio delle mense. Cercate dunque, fratelli, tra di voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di saggezza, ai quali affideremo quest’incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della parola». (Atti 6, 1-4)

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti servizi. Pertanto, fattasi avanti, disse: «Signore, non ti curi che mia sorella mi ha lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti». Ma Gesù le rispose: «Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per molte cose, ma una sola è la cosa di cui c’è bisogno. Maria si è scelta la parte migliore, che non le sarà tolta».


Gli apostoli si trovavano tra due necessità reali, ambedue molto importante, definite come servizio (diaconia): il servizio della Parola ed il servizio delle mense. Cosa fare? Quale dei due è più importante? La risposta di Gesù a Marta aiutò a discernere il problema. Gesù disse che Maria non poteva abbandonare la conversazione con lui per andare ad aiutare in cucina. Così, Pietro conclude: Non è giusto che noi trascuriamo la Parola di Dio per il servizio delle mense! E Pietro definisce il servizio dell’apostolo il “dedicarsi alla preghiera e al ministero della Parola”. Non si dice che un servizio è migliore dell’altro. Ciò che non può succedere è che il servizio della Parola sia pregiudicato per le esigenze impreviste del servizio delle mense. La comunità aveva l’obbligo di affrontare il problema, preoccupandosi di avere gente sufficiente in tutti i servizi, per poter conservare, così, il servizio della Parola nella sua integrità. Il servizio della parola proprio degli apostoli (e di Maria ai piedi di Gesù) aveva due dimensioni: da un lato l’ascolto della Parola, riceverla, incarnarla, annunciarla, divulgarla mediante l’opera attiva dell’evangelizzazione e, dall’altro, in nome della comunità, rispondere a Dio nella preghiera, rappresentare la comunità in atteggiamento orante davanti a Dio. Non si tratta di un’opposizione tra due servizi: parola e mensa. I due sono importanti e necessari per la vita della comunità. Per i due è necessario avere persone disponibili. Nell’economia del Regno, inoltre, il servizio della Parola (l’evangelizzazione) è la radice, la fonte. È la parte migliore che Maria ha scelto. Il servizio della mensa è il risultato, il frutto, ne è la sua rivelazione. Per Luca e per i primi cristiani, “la parte migliore”, di cui parla Gesù a Marta, è il servizio dell’evangelizzazione, fonte di tutto il resto. Mestre Eckhart, il grande mistico domenicano del Medio Evo interpreta in modo simpatico questo episodio. Dice che Marta sapeva già come lavorare e vivere in presenza di Dio. Maria non sapeva e stava imparando. Per questo non poteva essere interrotta. I grandi mistici sono la prova che questo testo non può essere interpretato come una conferma da parte di Gesù che la vita contemplativa è migliore e più sublime della vita attiva. Non è bene fare una distinzione di queste due parole, poiché l’una si completa, si fondamenta e si esplicita nell’altra. Il frate carmelitano San Giovanni della Croce in poco più di 10 anni percorse 27.000 chilometri andando per la Spagna. Santa Teresa d’Avila non rimaneva mai ferma, occupata com’era con la fondazione di tanti monasteri. Gesù stesso viveva la profonda unità della vita contemplativa ed attiva.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


Ultima modifica di VINCENZO il Lun Set 20, 2010 9:35 am, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: 22 LUGLIO 2010   Gio Lug 22, 2010 10:04 am

GIOVEDÌ 22 LUGLIO 2010

GIOVEDÌ DELLA XVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
SANTA MARIA MADDALENA


Preghiera iniziale: Sii propizio a noi tuoi fedeli, Signore, e donaci i tesori della tua grazia, perché, ardenti di speranza, fede e carità, restiamo sempre fedeli ai tuoi comandamenti.

Letture:
Ct 3,1-4 (Trovai l’amore dell’anima mia)
Salmo 62 (Ha sete di te, Signore, l’anima mia)
Gv 20,1.11-18 (Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose)

Rabbunì! Maestro!
Su Maria Maddalena, iconografia, letteratura e quant’altro si sono sbizzarriti nel delineare il personaggio, spesso confondendolo con altre Marie dei vangeli. Oggi, la liturgia ce la presenta nella scena del «giorno dopo il sabato», tratteggiata nel vangelo di Giovanni. È un momento pieno di pathos e di drammaticità, in cui pianto, dolore, ricerca, delusione, gioia si mescolano a formare un quadro quanto mai realistico. Nel corso del racconto, scopriamo il percorso non solo di fede, ma umano di ognuno di noi e scorgiamo, come nell’arco di poco tempo, vengano racchiuse tutte le espressioni interne ed esteriori dell’agire dell’uomo. Maria Maddalena così, da personaggio pio e che la devozione ha trasformato rendendolo alquanto languido, può assurgere a donna forte, a modello dell’umanità. In lei e con lei ogni persona può esclamare: «Rabbunì», riconoscendo e accogliendo il Cristo come il Signore della vita e come Colui che ci fa partecipi della sua missione salvifica. Chiediamo a lei oggi: «Raccontaci, Maria: che hai visto sulla via?» E lei ci risponderà: «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto».

Lettura del Vangelo: Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?”. Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?”. Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!”. Essa allora voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”. Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci presenta l’apparizione di Gesù a Maria Maddalena, la cui festa celebriamo oggi. La morte di Gesù, il suo grande amico, le fa perdere il senso della vita. Ma non smette di cercarlo. Va al sepolcro per incontrare di nuovo colui che la morte le aveva rubato. Ci sono momenti nella vita in cui crolla tutto. Sembra che tutto è finito. Morte, disastri, dolori, delusioni, tradimenti! Tante cose che possono farci perdere la terra sotto i piedi e produrre in noi una crisi profonda. Ma può succedere anche qualcosa di diverso. Improvvisamente, l’incontro con un’amicizia può ridare senso alla nostra vita e farci scoprire che l’amore è più forte della morte e della sconfitta. Nel modo in cui viene descritta l’apparizione di Gesù a Maria Maddalena scorgiamo le tappe del suo percorso, dalla ricerca dolorosa dell’amico morto all’incontro con il risorto. Sono anche le tappe che percorriamo noi tutti, lungo la vita, alla ricerca di Dio e nel vissuto del vangelo È il processo di morte e di resurrezione che si prolunga giorno dopo giorno.
- Giovanni 20,1: Maria Maddalena va al sepolcro. C’era un amore profondo tra Gesù e Maria Maddalena. Lei fu una delle poche persone che ebbero il coraggio di rimanere con Gesù fino all’ora della sua morte in croce. Dopo il riposo obbligatorio del sabato, lei ritornò al sepolcro, per stare nel luogo dove aveva incontrato l’Amato per l’ultima volta. Ma, con sua grande sorpresa, il sepolcro era vuoto!
- Giovanni 20,11-13: Maria Maddalena piange, ma cerca. Piangendo, Maria Maddalena si inchina e guarda nel sepolcro, dove vede due angeli vestiti di bianco, seduti nel luogo dove era stato collocato il corpo di Gesù, uno alla testa l’altro ai piedi del sepolcro. Gli angeli le chiedono: “Perché piangi?”. Risposta: “Hanno portato via il mio signore e non so dove l’hanno messo!”. Maria Maddalena cerca il Gesù che lei ha conosciuto, lo stesso con cui aveva vissuto tre anni.
- Giovanni 20,14-15: Maria Maddalena parla con Gesù senza riconoscerlo. I discepoli di Emmaus videro Gesù, ma non lo riconobbero (Lc 24,15-16). Lo stesso avviene con Maria Maddalena. Lei vede Gesù, ma non lo riconosce. Pensa che è il custode del giardino. Anche Gesù chiede, come hanno fatto gli angeli: “Perché piangi?”. Ed aggiunge: “Chi stai cercando?”. Risposta: “Se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto ed io andrò a prenderlo!”. Lei cerca ancora il Gesù del passato, lo stesso di tre giorni prima. L’immagine di Gesù del passato impedisce che lei riconosca il Gesù vivo, presente dinanzi a lei.
- Giovanni 20,16: Maria Maddalena riconosce Gesù. Gesù pronuncia il nome “Maria!” (Miriam). Ecco il segno di riconoscimento: la stessa voce, lo stesso modo di pronunciare il nome. Lei risponde: “Maestro!” (Rabuni). Gesù si volta. La prima impressione è che la morte non è stata che un incidente doloroso di percorso, ma che ora tutto è ritornato come prima. Maria abbraccia Gesù con forza. Era lo stesso Gesù che era morto in croce, lo stesso che lei aveva conosciuto ed amato. Qui avviene ciò che Gesù dice nella parabola del Buon Pastore: “Lui le chiama per nome e loro conoscono la sua voce”. - “Io conosco le mie pecore, e le mie pecore mi conoscono!" (Gv 10,3.4.14).
- Giovanni 20,17: Maria Maddalena riceve la missione di annunciare la risurrezione agli apostoli. Infatti, è lo stesso Gesù, ma il modo di stare con lei non è lo stesso. Gesù le dice: “Non mi trattenere perché non sono ancora salito al Padre!”. Gesù va a stare insieme al Padre. Maria Maddalena non lo deve trattenere e deve assumere la sua missione: “Ma va’ dai miei fratelli e dì loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro". Chiama i discepoli “miei fratelli”. Salendo al Padre, Gesù ci apre il cammino per farci stare vicino a Dio. “Voglio che loro stiano con me dove io sto”. (Gv 17,24; 14,3).
- Giovanni 20,18: La dignità e la missione di Maria Maddalena e delle donne. Maria Maddalena viene chiamata discepola di Gesù (Lc 8,1-2); testimone della sua crocifissione (Mc 15,40-41; Mt 27,55-56; Jo 19,25), della sua sepoltura (Mc 15,47; Lc 23,55; Mt 27,61), e della sua risurrezione (Mc 16,1-8; Mt 28,1-10; Lc 24,1-10; Gv 20,1.11-18). Ed ora riceve l’ordine, le viene ordinato, di andare dai Dodici ad annunciare che Gesù è vivo. Senza questa Buona Novella della Risurrezione, le sette lampade dei sacramenti si spegnerebbero (Mt 28,10; Jo 20,17-18).

Per un confronto personale
- Tu hai avuto un’esperienza che ha prodotto in te la sensazione di perdita e di morte? Cosa ti ha dato nuova vita e ti ha ridato la speranza e la gioia di vivere?
- Maria Maddalena cercava Gesù in un certo modo e lo incontrò di nuovo in un altro modo. Come avviene oggi questo nella nostra vita?

22 luglio: Santa Maria Maddalena
Biografia: Maria, oriunda di Màgdala, in Galilea, si pose al servizio di Gesù dopo essere stata da lui guarita (Lc 8,2-3) e lo seguirono fino alla croce (Gv 19, 25) e al sepolcro (Mt 27, 61). Partecipò alla sepoltura del corpo del Signore e fu la prima a riconoscere il Risorto (Gv 20,11-18). Non vi sono che indizi assai tenui per identificarla con la peccatrice perdonata da Gesù in casa del fariseo (Lc 7,36-50) o con Maria sorella di Lazzaro e di Marta. La Chiesa orientale le ha sempre considerate e venerate distinte. La nuova liturgia delle ore ed eucaristica è tutta orientata a mostrare Maria di Magdala quale prima fortunata testimone della risurrezione di Cristo ai fratelli, inviata a loro da Cristo stesso (Gv 20,1-2.11-18). Secondo la testimonianza dei vangeli, ebbe il privilegio della prima apparizione di Gesù risorto e dallo stesso Signore ricevette l’incarico dell’annunzio pasquale ai fratelli (Mt 28, 9-10); Gv 20, 11-18). La sua memoria è ricordata il 22 luglio nel martirologio di Beda e dai Siri, dai Bizantini e dai Copti.

Dagli scritti
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
Maria Maddalena, venuta al sepolcro, e non trovandovi il corpo del Signore, pensò che fosse stato portato via e riferì la cosa ai discepoli. Essi vennero a vedere, e si persuasero che le cose stavano proprio come la donna aveva detto. Di loro si afferma subito: «I discepoli intanto se ne tornarono di nuovo a casa»; poi si soggiunse: «Maria invece stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva» (Gv 20,10-11). In questo fatto dobbiamo considerare quanta forza d’amore aveva invaso l’anima di questa donna, che non si staccava dal sepolcro del Signore, anche dopo che i discepoli se ne erano allontanati. Cercava colui che non aveva trovato, piangeva in questa ricerca e, accesa di vivo amore per lui, ardeva di desiderio, pensando che fosse stato trasfigurato. Accadde perciò che poté vederlo essa sola che era rimasta per cercarlo; perché la forza dell’opera buona sta nella perseveranza, come afferma la voce stessa della verità: «Chi persevererà sino alla fine, sarà salvato» (Mt 10,22). Cercò dunque una prima volta, ma non trovò, perseverò nel cercare, e le fu dato di trovare. Avvenne così che i desideri col protrarsi crescessero, e crescendo raggiunsero l’oggetto delle ricerche. I santi desideri crescono col protrarsi. Se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri. Ha provato questo ardente amore chiunque è riuscito a giungere alla verità. Così Davide che dice: «L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente, quando verrò e vedrò il volto di Dio?» (Sal 41,3). E la Chiesa dice ancora nel Cantico de Cantici: Io sono ferita d’amore (cfr. Ct 4,9). E di nuovo dice: L’anima mia è venuta meno (cfr. Ct 5,6). «Donna perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20, 15). Le viene chiesta la causa del dolore, perché il desiderio cresca, e chiamando per nome colui che cerca, s’infiammi di più nell’amore di lui. «Gesù le disse: Maria!» (Gv 20,16). Dopo che l’ha chiamata con l’appellativo generico del sesso senza essere riconosciuto, la chiama per nome come se volesse dire: Riconosci colui dal quale sei riconosciuta. Io ti conosco non come si conosce una persona qualunque, ma in modo del tutto speciale. Maria dunque, chiamata per nome, riconosce il Creatore e subito grida: «Rabbunì», cioè «Maestro»: era lui che ella cercava all’esterno, ed era ancora lui che la guidava interiormente nella ricerca.

Preghiera finale: O Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora, ti cerco, di te ha sete l’anima mia, a te anela la mia carne, come terra deserta, arida, senz’acqua (Sal 62).


Ultima modifica di VINCENZO il Lun Set 20, 2010 9:37 am, modificato 2 volte
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