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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 24 marzo 2012   Mar Mar 20, 2012 11:15 am

SABATO 24 MARZO 2012

SABATO DELLA IV SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: Signore onnipotente e misericordioso, attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, sommo bene.

Letture:
Ger 11,18-20 (Come agnello mansueto che viene portato al macello)
Sal 7 (Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio)
Gv 7,40-53 (Il Cristo viene forse dalla Galilea?)

“Signore, mio Dio, in te mi rifugio”
Per mezzo del profeta Geremìa perseguitato, il Salvatore “agnello mansueto che viene portato al macello”, cioè il Redentore, invoca l’intervento divino. Vivendo la sua passione con le caratteristiche dell’Antico Testamento, il profeta chiede la vendetta di Dio. Gesù invece, morendo da innocente, con piena fiducia in Dio, invocherà il perdono. Affidandosi totalmente al Padre, egli offre un esempio valido per tutti. Il riferimento a Cristo è la chiave di lettura di ogni evento, specialmente nelle difficoltà e contrarietà inflitte da eventuali oppositori. L’evangelista Giovanni dimostra che Gesù era un segno di contraddizione e di dissenso; non c’era accordo sulle origini geografiche del Messia (Galilea? Giudea?), e i dignitari stessi erano divisi a suo proposito. Un fariseo onesto, Nicodemo, si oppone a giudizi affrettati su Gesù. In realtà, il grande interrogativo che ha tormentato tanta gente nel corso dei secoli, è: Chi è davvero Gesù? La preghiera contemplativa e la mistica aprono orizzonti certi. Inoltre, la lectio divina della Parola rivelata dovrebbe aiutarci a capire nella fede la personalità del Signore; dove possiamo incontrarlo? Quale è la funzione attuale del Signore nello sviluppo della Storia sacra? La celebrazione della Veglia pasquale completerà le indicazioni suggerite dai testi biblici della Quaresima.
Gesù prese su di sé le sorti del profeta rifiutato e quelle di tutti gli esclusi e gli abbandonati. Egli ha preso su di sé le sorti delle nazioni perseguitate per aver combattuto per la libertà, le sorti dei militanti condannati per la loro fede, sia che essi siano perseguitati da un potere laico ateo, sia dai seguaci di un’altra confessione. Il Vangelo di oggi ci mostra le poche persone che hanno tentato di difendere Gesù. Le guardie del tempio non hanno voluto arrestarlo, e Nicodemo l’ha timidamente sostenuto, argomentando che non si può condannare qualcuno senza aver prima ascoltato il suo difensore. Nel mondo di oggi, anche noi cerchiamo timidamente di prendere le difese di quelli che sono ingiustamente perseguitati. A volte è l’esercito che rifiuta di sparare sui civili, come è successo di recente nei paesi baltici. A volte è nell’arena internazionale che viene negato - assai timidamente - ad una grande potenza il diritto di opprimere un popolo. Il dramma del giudizio subito da Cristo, seguito dal suo arresto e dalla sua crocifissione, come riporta il Vangelo di oggi, perdura ancora nella storia umana. Ogni uomo ha, in questo dramma, un certo ruolo, analogo ai ruoli evocati nel Vangelo. Gesù è venuto da Dio per vincere il male per mezzo dell’amore. La sua vittoria si è compiuta sulla croce. La sua vittoria non cessa di compiersi in noi, passando per la croce. Dobbiamo osservare la scena del mondo attuale alla luce del processo a Gesù e del dibattito suscitato dalla sua persona, quando viveva e compiva la sua missione in Palestina. Siamo capaci di percepire Gesù e il suo insegnamento nella Chiesa? Non rifiutiamo davvero nessuno, e non giudichiamo nessuno ingiustamente? Siamo capaci di vedere Gesù nei poveri e nelle vittime della terra? Chi è ognuno di noi oggi nel dramma dei profeti contemporanei rifiutati, e nel dramma odierno di Gesù Cristo e del suo Vangelo? Gesù? Nicodemo? Le guardie del tempio?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Riflessione
- Nel capitolo 7, Giovanni constata che c’erano diverse opinioni e molta confusione riguardo a Gesù in mezzo alla gente. I parenti pensavano una cosa (Gv 7,2-5), la gente pensava in altro modo (Gv 7,12). Alcuni dicevano: “È un profeta!” (Gv 7,40). Altri dicevano: “Inganna la gente!” (Gv 7,12) Alcuni lo elogiavano: “È un uomo buono!” (Gv 7,12). Altri lo criticavano: “Non ha studiato!” (Gv 7,15) Molte opinioni! Ciascuno aveva i suoi argomenti, tratti dalla Bibbia o dalla Tradizione. Però nessuno ricordava il messia Servo, annunciato da Isaia (Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12; 61,1-2). Anche oggi si discute molto sulla religione, e tutti estraggono i loro argomenti dalla Bibbia. Come nel passato, così anche oggi, succede molte volte che i piccoli sono ingannati dal discorso dei grandi e, a volte, perfino dai discorsi di coloro che appartengono alla Chiesa.
- Giovanni 7,40-44: La confusione in mezzo alla gente. La reazione della gente è assai diversa. Alcuni dicono: è il profeta. Altri: è il Messia, il Cristo. Altri ribadiscono: non può essere, perché il messia verrà da Betlemme e lui viene dalla Galilea! Queste diverse idee sul Messia producono divisione e confronto. C’era gente che voleva prenderlo, ma non lo fecero. Probabilmente perché avevano paura della gente (cfr. Mc 14,2).
- Giovanni 7,45-49: Gli argomenti delle autorità. Anteriormente, davanti alle reazioni della gente favorevole a Gesù, i farisei avevano mandato guardie a prenderlo (Gv 7,32). Ma le guardie ritornarono in caserma senza Gesù. Erano rimasti impressionati nel sentirlo parlare così bene: “Mai nessuno ha parlato come quest’uomo!”. I farisei reagiscono: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?”. Secondo i farisei, “questa gente che non conosce la legge” si lascia ingannare da Gesù. È come se dicessero: “Noi capi conosciamo meglio le cose e non ci lasciamo ingannare!” e dicono che la gente è “maledetta”! Le autorità religiose dell’epoca trattavano la gente con molto disprezzo.
- Giovanni 7,50-52: La difesa di Gesù da parte di Nicodemo. Dinanzi a questo argomento stupido, l’onestà di Nicodemo si rivolta ed alza la voce per difendere Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. La reazione degli altri è di presa in giro: “Sei forse anche tu, Nicodemo, della Galilea!? Dà uno sguardo alla Bibbia e vedrai che dalla Galilea non potrà venire nessun profeta!”. Loro sono sicuri! Con il libro del passato in mano si difendono contro il futuro che arriva scomodando. Molta gente continua a fare oggi la stessa cosa. Si accetta la novità solo se va d’accordo con le proprie idee che appartengono al passato.

Per un confronto personale
- Quali sono oggi le diverse opinioni su Gesù che ci sono tra la gente? E nella tua comunità, ci sono diverse opinioni che generano confusione? Quali? Raccontale.
- Le persone accettano la novità solo se va d’accordo con le proprie idee e che appartengono al passato. E tu?

Preghiera finale: La mia difesa è nel Signore, egli salva i retti di cuore. Loderò il Signore per la sua giustizia e canterò il nome di Dio, l’Altissimo (Sal 7).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 25 marzo 2012   Mar Mar 20, 2012 11:18 am

DOMENICA 25 MARZO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
V DOMENICA DI QUARESIMA


Orazione iniziale: Ascolta, o Padre, la nostra supplica: ti imploriamo di inviare il tuo Spirito con abbondanza, perché sappiamo ascoltare la tua voce che proclama la gloria del tuo Figlio che si offre per la nostra salvezza. Fa’ che da questo ascolto attento e impegnato sappiamo far germogliare in noi una nuova speranza per seguire il nostro Maestro e Redentore con totale disponibilità, anche nei momenti difficili ed oscuri. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Letture:
Ger 31,31-34 (Concluderò un’alleanza nuova e non ricorderò più il peccato)
Sal 50 (Crea in me, o Dio, un cuore puro)
Eb 5,7-9 (Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna)
Gv 12,20-23 (Se il chicco di grano caduto in terra muore, produce molto frutto)

Vogliamo vedere Gesù
L’evangelista nota che tra l’immensa folla che era convenuta per la festa, vi erano alcuni greci che volevano vedere Gesù. La loro comparsa non è un dato di cronaca. Sta a indicare che l’opera di Gesù ormai si aprirà a tutti gli uomini. Ecco la prova. Gesù rispose: “È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo”. Gesù non risponde ai greci, eppure glieli avevano presentati, ma ai discepoli, che dovranno continuare la sua missione. Nella sua risposta mostra “dove” - sia loro che gli altri - possono vedere il Signore: sulla croce. “Voi che un tempo eravate lontani, ora siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli è la nostra pace, avendo distrutto l’inimicizia che era fra noi”. La necessità di questa sua morte la raffigura nella seguente immagine. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore porta molto frutto”. Se il Figlio unico non comunicasse la propria vita ai fratelli, rimarrebbe solo. In questo caso non sarebbe più Figlio di Dio, perché non vivrebbe nell’amore che il Padre ha verso tutti i suoi figli. L’egoismo è sterile, è morte. Il seme che non muore, non si riproduce. Una vita che non si dona è morta. La glorificazione del Figlio sulla croce è la stessa immagine del seme che muore. Gesù dando la vita, si rivela uguale al Padre, principio di vita per tutti. I greci che vogliono vedere Gesù, sono la primizia di questa fecondità. Siamo stati generati, per generare nello Spirito. Siamo coinvolti in un medesimo destino di morte e di gloria: “Chi ama la sua vita, la perde. Chi odia la sua vita, la dona. Chi mi serve, mi segue. Dove sono io, là sarà anche il mio servo”. La conferma è la risposta per essere solidali con Cristo. E Gesù, giunto ormai alla sua “ora”, esclama: “l’anima mia è turbata… ma per questo sono giunto a quest’ora”. Si sente, rassicurante, la voce del Padre, non per lui, ma per noi, affinché lo riconosciamo Figlio. Come sempre, il Vangelo, anche quando ci racconta la storia di un chicco, ci parla della nostra vita, raggiunta dall’amore. A loro volta quei chicchi cadranno in terra, ma non morranno inutilmente. Daranno molto frutto.
Il brano del Vangelo odierno segue immediatamente la narrazione dell’ingresso trionfale del Signore a Gerusalemme. Tutti sembrano averlo accolto: persino alcuni Greci, di passaggio, andarono a rendergli omaggio. Questo è il contesto in cui Giovanni comincia il racconto della Passione. Come in natura, il chicco di grano muore per generare una nuova vita, così Gesù, con la sua morte, riconduce tutto quanto al Padre. Non è l’acclamazione del popolo che farà venire il Regno, ma il consenso del Padre. Il ministero e l’insegnamento di Gesù testimoniano che egli è venuto da parte del Padre. Aprirci a lui, significa passare dalla conoscenza di quanto egli ha detto o fatto all’accettazione della fede. La voce venuta dal cielo ci riporta alla Trasfigurazione (cfr. la seconda domenica di Quaresima). Ma qui, chi sente questa voce, o non la riconosce per nulla, o la percepisce come una vaga forma di approvazione. Eppure tale conferma era proprio destinata a loro. Questo è anche un richiamo per noi: se non siamo pronti ad ascoltare la parola di Dio, anche noi resteremo insensibili. Tutti coloro che vogliono seguire Cristo, che accettano questa nuova via, scelgono di porsi al servizio di Cristo e di camminare al suo fianco. Il significato pregnante di queste parole - essere sempre con lui dovunque egli sia - ci è stato presentato nell’insegnamento e nel nutrimento spirituale della Quaresima. All’avvicinarsi della celebrazione dei misteri pasquali, portiamo in noi la certezza che servire Cristo significa essere onorati dal Padre.

Approfondimento del Vangelo (Vogliamo vedere Gesù)
Il testo: In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

Il contesto: Siamo alla fine del “libro dei segni”, che è la chiave interpretativa che usa Giovanni nel suo Vangelo e ormai si sta profilando lo scontro mortale fra la classe dirigente e Gesù. Questo brano è come una cerniera fra quello che finora Giovanni ha raccontato, e si conclude con questa apparizione delle “genti” (segnalate da questi “greci”) e quello che sta per succedere. I prossimi eventi Giovanni li suddivide in due ambiti. Il primo ambito è il dialogo con i soli discepoli, nel contesto della cena pasquale (cc. 13-17); l’altro ambito sarà la scena pubblica della passione e poi le apparizioni da risorto (cc. 18-21). Questo episodio, forse non è del tutto reale: esso vuole segnalare che l’apertura alle genti è cominciata già con Gesù stesso. Non si tratta tanto di andare a convincere gli altri di qualche cosa, ma di accogliere anzitutto la loro ricerca e portarla a maturità. E questa maturità non avviene se non con la collaborazione di altri, e con un dialogo con Gesù. Non è detto se Gesù ha parlato a questi greci: il testo sembra abbreviare il racconto, facendo venire subito in evidenza a quale “tipo di Gesù” si devono condurre quelli che lo cercano. Si tratta del Gesù che offre la vita, che dà frutto attraverso la morte. Non quindi un Gesù “filosofo”, “sapiente”: ma anzitutto colui che non si è attaccato alla propria vita, ma l’ha donata, si è messo al servizio della vita di tutti. I versetti 27-33, che manifestano l’angoscia e il turbamento di Gesù di fronte alla morte imminente, sono chiamati anche “il Getsemani del IV Vangelo”, in parallelo con il racconto dei Sinottici sulla veglia dolorosa di Gesù al Getsemani. Come avviene per un chicco: solo spaccandosi e morendo può liberare tutta la sua vitalità; così morendo Gesù mostrerà tutto il suo amore che dona vita. La storia del seme è la storia di Gesù, e di ogni discepolo che vuole servirlo e in lui avere la vita.

Momento di silenzio orante per rileggere il testo col cuore e riconoscere attraverso le frasi e la struttura la presenza del mistero del Dio vivente.

Alcune domande per cogliere nel testo i nuclei importanti e cominciare ad assimilarlo.
a) Filippo e Andrea: perché sono stati interpellati proprio loro?
b) Cosa cercavano veramente questi “greci”?
c) Abbiamo anche noi a volte ricevuto domande simili sulla fede, la chiesa, la vita cristiana?
d) Gesù non sembra che abbia incontrato questi “greci”: ma ha ribadito la sua prossima “ora”: perché ha parlato così?
e) Gesù voleva che rispondessero con le formule? Oppure con la testimonianza?

Alcuni approfondimenti di lettura
- “Signore, vogliamo vedere Gesù”: Si tratta della domanda che fanno alcuni “greci” a Filippo. Di essi si dice che “erano saliti per il culto durante la festa”. Probabilmente sono quei “timorati di Dio” di cui si parla con frequenza nei testi neotestamentari: simpatizzanti per la religione ebraica, anche senza essere veri giudei. Come origine potrebbero anche essere solo siro-fenici, come indica con la stessa parola Marco (7, 26), quando parla della donna che chiedeva la guarigione della figlia. Nella loro domanda possiamo trovare solo curiosità per avvicinare un personaggio famoso e discusso. Ma il contesto in cui ci presenta Giovanni questa richiesta segnala invece che cercavano davvero con cuore aperto. Tanto più che essi si presentano subito dopo che è stato detto: “Ecco tutto il mondo gli è andato dietro” (Gv 12,19). E poi la notizia è commentata da Gesù come il “giungere dell’ora del Figlio dell’uomo”. Il fatto che si siano rivolti a Filippo, e questi poi ad Andrea, è dovuto al fatto che i due erano di Betsaida, una città dove la gente era mescolata, e bisognava capirsi fra vari idiomi. I due personaggi comunque rappresentano due sensibilità: Filippo è più tradizionalista (come si vede dalla sua frase dopo aver conosciuto Gesù (Gv 1,45); mentre Andrea che già aveva partecipato al movimento di Giovanni era di carattere più aperto a nuovo (cfr. Gv 1,41). Ad indicare che la comunità che si apre ai pagani, che accoglie la domanda di chi cerca con cuore curioso, va accolta da una comunità che vive nella sua varietà di sensibilità.
- “Se il chicco di grano caduto in terra”: La risposta di Gesù sembra meno interessata ai greci, che vorrebbero vederlo, e più orientata verso tutti, discepoli e greci. Egli vede aprirsi le frontiere, sente la tumultuosa adesione delle genti: ma vuole richiamare che questa fama che li ha attirati, questa “gloria” che vorrebbero conoscere da vicino, è di tutt’altro genere da quello che forse si aspettano. Si tratta di una vita che sta per essere distrutta, di una “parola” che viene silenziata, schiacciata a morte, sepolta nelle viscere dell’odio e della terra, per farla sparire. E invece di vedere una gloria allo stile umano, sono davanti ad una “gloria” che si svela attraverso la sofferenza e la morte. Vale per loro, ma vale per ogni comunità cristiana che vuole aprirsi ai “greci”: deve “consultarsi” con il Signore, cioè deve tenersi in contatto con questo volto, con questa morte per la vita, deve donare la propria contemplazione del mistero e non solo fornire delle nozioni. Deve vivere il pieno distacco dalle sicurezze e dalle gratificazioni umane, per poter servire il Signore e ricevere, anche lei, onore dal Padre. L’attaccamento alla propria vita e alla sapienza mondana ? e nel mondo greco questi erano valori forti ? è il grande ostacolo alla vera “conoscenza di Gesù”. Servire il nome del Signore, accogliere la domanda di chi “lo cerca”, portare da Gesù questi cercatori, ma senza vivere lo stile del Signore, senza dare anzitutto testimonianza di condividere la stessa scelta di vita, lo stesso dono della vita, non porta a nulla.
- “Ora l’anima mia è turbata”: Questa “agitazione” di Gesù è un altro elemento molto interessante. Non è facile soffrire, la carne si ribella, l’inclinazione naturale porta a fuggire la sofferenza. Anche Gesù ha sentito questa ripugnanza, ha avuto orrore davanti ad una morte che si profilava dolorosa e umiliante. Nella sua domanda: “che devo dire?”, possiamo sentire questo fremito, questa paura, questa tentazione di sottrarsi ad una simile morte. Giovanni mette questo momento difficile prima dell’ultima cena; i sinottici invece lo mettono nell’orazione al Getsemani, prima della cattura (Mc 14,32-42; Mt 26,36-46; Lc 22,39-46). In ogni caso, tutti sono concordi nel rilevare in Gesù questo fremito e questa fatica, che lo fa simile a noi, fragile e impaurito. Ma egli affronta questa angoscia “affidandosi” al Padre, richiamando a se stesso che questo è il suo progetto, che tutta la sua vita proprio a quest’ora tende, qui si rivela e si riassume. Il tema dell’ora ? lo sappiamo bene ? è molto importante per Giovanni: si veda la prima affermazione alle nozze di Cana (Gv 2,4) e poi di frequente (Gv 4,21; 7,6.8.30; 8,20; 11, 9; 13,1; 17,1). Si tratta non tanto di un tempo puntuale, quanto di una circostanza decisiva, verso cui tutto si orienta.
- “Attirerò tutti a me”: Messo fuori dalla violenza omicida di chi si sentiva minacciato, quella sospensione alla croce diventa un vero innalzamento, cioè una posta ben in vista di colui che invece è per tutti salvezza e benedizione. Dalla violenza che lo voleva emarginare e togliere di mezzo, si passa alla forza centripeta esercitata da quella icona dell’innalzato. Si tratta di un “attirare” che si genera non per curiosità, ma per amore: sarà suscitatore di discepolato, di adesione in tutti coloro che sapranno andare più in là del fatto fisico, e vedranno in lui la gratuità fatta totalità. Non sarà la morte ignominiosa che allontanerà, ma diventerà fonte di attrazione misteriosa, grammatica che apre a nuovi sensi per la vita. Una vita donata che genera vita; una vita uccisa che genera speranza e nuova solidarietà, nuova comunione, nuova libertà.

Orazione finale: Signore Dio nostro, distogli i discepoli del Figlio tuo dai cammini facili della popolarità, della gloria a poco prezzo, e portali sulle strade dei poveri e dei flagellati della terra, perché sappiano riconoscere nel loro volto il volto del Maestro e Redentore. Dona occhi per vedere i percorsi possibili alla giustizia e alla solidarietà; orecchi per ascoltare le domande di senso e di salvezza di tanti che cercano come a tastoni; arricchisci il loro cuore di fedeltà generosa e di delicatezza e comprensione perché si facciano compagni di strada e testimoni veri e sinceri della gloria che splende nel crocifisso risorto e vittorioso. Egli vive e regna glorioso con te, o Padre, nei secoli eterni.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
V DOMENICA DI QUARESIMA
DOMENICA DI LAZZARO


Letture:
Dt 6,4a.20-25
Sal 104
Ef 5,15-20
Gv 11,1-53

Il problema dell’uomo è la morte. Anche Cristo ha pianto, per la morte d’un amico. È IL problema! Il contesto del vangelo di oggi è la domanda che nasce a un funerale: perché? “Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. “Costui che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva far sì che questi non morisse?”. È interrogazione riferita a Dio, alla sua potenza, al suo dichiarato amore per l’uomo. Cristo dà una risposta.
“Lazzaro vieni fuori”: Questo gesto di Gesù è chiaramente un segno: della potenza di vita che ha Dio; della volontà e mira finale che possiede tutta l’opera di riscatto di Cristo. Venuto a salvare l’uomo, Cristo guarisce i corpi, libera dal demonio, perdona i peccati, e risuscita i morti. A Cafarnao ridona viva ai genitori una bambina di dodici anni; a Naim ferma un funerale e restituisce vivo il figlio unico ad una madre vedova. Qui Gesù piange un morto di famiglia, era la famiglia dei suoi amici più cari, e freme sentendo tutto il peso della tragedia di noi uomini. Ma proprio da questo punto estremo Dio vuol riscattarci, fino cioè a liberarci dalla morte! Per questo io sono cristiano - diceva già san Paolo -: perché avendo sentito in giro che Cristo è l’unica medicina che risolve il problema della pelle, mi aggrappo a Lui; noi cristiani saremmo la gente più insensata se credessimo a Cristo solo per questa vita (cfr. 1Cor 15,19). “La risurrezione della carne”, professiamo nel Credo, “e la vita eterna”. Questo è il destino che ora Cristo restituisce all’uomo, non tanto una rianimazione, quanto una pienezza di vita che va oltre: la vita stessa di Dio! “Credo che risusciterà nell’ultimo giorno”, dice Marta. Ma Gesù risponde: “Io sono la risurrezione e la vita”. La novità sta qui: Lui, Cristo è lo strumento diretto di tale risurrezione; ed è qui! Quel destino di vita che Dio aveva sognato per l’uomo e che l’uomo ha perso col peccato - “La morte ha raggiunto tutti gli uomini perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12) -, ora è Cristo a renderglielo, con la sovrabbondanza della grazia che ha superato di misura il danno del peccato (cfr. Rm 5,15-19). “In nessun altro c’è salvezza”. È il suo gesto di redenzione l’unico strumento ora praticabile per arrivare alla vita. È passato Lui per primo dalla morte per vincerla definitivamente con la sua risurrezione, e ora è Lui il Signore; Signore anche della signora del mondo che è stata la morte fino ad allora. “Credi tu questo?”. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è concessa alla fede di Marta e Maria. “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che deve venire nel mondo”. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Così un giorno Gesù sintetizza tutta la sua opera: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi vuole. In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede in colui che mi ha mandato, ha la vita eterna e non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. In verità, in verità vi dico: è venuto il momento, ed è questo, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5,21-25). Per questo quel giorno a Betania Gesù gridò: “Lazzaro, vieni fuori!”.
“Con Lui ci ha risuscitati”: Se è la fede in Cristo ciò che riscatta dalla morte, questa è disponibile anche a noi oggi. Gesù è risuscitato per essere “il primogenito dei risorti”, non il caso unico. Per la solidarietà creaturale che ha con noi, quel suo atto in un certo modo ci ha coinvolti con Lui: “Fratelli - dice oggi san Paolo - Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù”. Nel testo greco, san Paolo ha dovuto inventare delle parole nuove: convivificati, conrisuscitati, fatti consedere alla destra di Dio! Se abbiamo fede in quel suo gesto di riscatto, anche noi risorgeremo: “Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede”. Questo legame di fede oggi inizia col santo Battesimo e dal battesimo produce i suoi frutti: “Per mezzo del battesimo siamo dunque sepolti insieme con Lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati completamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche con la sua risurrezione” (Rm 6,4-5). Si tratta di rendere fruttuoso il battesimo col vivere la vita nuova del cristiano, che oggi cresce in noi mediante lo Spirito santo; finché un giorno “quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Si compirà così anche per noi l’esodo definitivo che Gesù come nuovo Israele ha realizzato nella sua Pasqua andando a sedere alla destra del Padre. L’esodo antico - quello di Israele attraverso il Mar Rosso, rievocato dalla prima lettura - era solo prefigurazione di una realtà che oggi noi viviamo: nuovo popolo di Dio, liberato dalla mano potente di Dio dalla schiavitù del peccato attraverso le acque battesimali, guidati dal nuovo Mosè che è Gesù, per un cammino di deserto che porta alla terra promessa del cielo. Dall’antica alla nuova Pasqua, nella quale - come ogni anno - anche noi rinnoveremo le Promesse del nostro Battesimo.
“Grande è il mistero di salvezza che in questa risurrezione si raffigura: quel corpo, ormai in preda al disfacimento, d’un tratto risorge per comando dell’eterno Signore; così la grazia divina del Cristo libera noi tutti, sepolti nella colpa del primo uomo, e ci rende alla vita e alla gioia senza fine” (Prefazio). Sostanza del discorso: dal peccato la morte; per avere la vita, liberarsi dal peccato per la potenza e la misericordia di Dio! O uomo, vuoi garantirti la risurrezione della carne e la vita eterna, garantisciti oggi la grazia di Dio: i sacramenti pasquali sono imminenti. Non è un di più tradizionale quello di “fare pasqua”; è semplicemente saggezza umana che sa usare gli unici strumenti efficaci per la propria pienezza di vita.
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MessaggioOggetto: sabato 31 marzo 2012   Mer Mar 28, 2012 6:50 am

SABATO 31 MARZO 2012

SABATO DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: O Dio, che operi sempre per la nostra salvezza e in questi giorni ci allieti con un dono speciale della tua grazia, guarda con bontà alla tua famiglia, custodisci nel tuo amore chi attende il Battesimo e assisti chi è già rinato alla vita nuova.

Letture:
Ez 37,21-28 (Farò di loro un solo popolo)
Sal Ger 31,10-13 (Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge)
Gv 11,45-56 (Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi)

I frutti dell’orgoglio e della violenza
Quando la fede manca e viene colpevolmente rigettata anche la ragione si oscura: dopo la risurrezione di Lazzaro i nemici di Cristo tengono consiglio, riuniscono il sinedrio. Non per riflettere serenamente sui segni che egli va operando sotto i loro occhi, ma per lanciare un allarme: «Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione». Queste sono le deduzioni che essi sanno trarre da un evento prodigioso! Temono che tutti crederanno in Lui e questi prodigi e questa fede sarà la causa di una totale disfatta nazionale. Ancora ai nostri giorni molti ritengono che il cosiddetto ordine scandito dalle leggi umane verrebbe turbato e sconvolto dalla fede e dalla religiosità liberamente espressa. La trama contro Cristo è diventata innumerevoli volte motivo di persecuzione per i suoi seguaci. Sono ancora tanti coloro che, come il sommo sacerdote Càifa, propongono ed attuano l’assurda e drastica soluzione: «Voi non capite nulla e non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera». Ecco come si tenta di far prevalere il bene presunto degli uomini su quello autentico di Dio, ecco come viene conculcata e repressa la libertà religiosa e i diritti fondamentali e sacrosanti di ogni essere vivente. Per nostra fortuna i nemici di Cristo, i nemici della fede e della libertà non sanno che dopo quella prima assurda condanna sancita da un iniquo giudizio, ogni morte diventa un sacrificio di espiazione e il sangue versato dai martiri è il seme fecondo che continuamente purifica e vivifica la chiesa del Signore. Dopo ogni persecuzione la Chiesa ne è uscita più splendente che mai e coloro che pensavano di chiudere in un silenzio di morte prima Cristo e poi i suoi fedeli, hanno dovuto ogni volta sperimentare il prodigio della risurrezione e di una vita nuova. Pare che una folla innumerevole sosti ancora presso un sepolcro, immaginando una fine lugubre e un triste venerdì in cui muore Dio e con lui tutti coloro che credono il lui e delusi e illusi che lo seguono; non hanno la pazienza di attendere il terzo giorno e gustare la gioia della risurrezione. Forse ciò accade perché non vedono per le strade del mondo dei cristiani risorti!
I sommi sacerdoti e i farisei diedero l’ordine di arrestare Gesù. Erano molto invidiosi, in seguito a tutto quello che era successo a partire dalla risurrezione di Lazzaro. Troppe persone avevano creduto e avevano seguito Gesù. Il sommo sacerdote “profetizzò” che la morte di un solo uomo era preferibile alla schiavitù dell’intero popolo, deportato a Roma. In realtà non era ancora giunto il tempo in cui i Romani avrebbero temuto qualcosa da parte degli Ebrei, come testimonia il processo di Gesù: il procuratore della Giudea diede poca importanza al fatto che Gesù si proclamasse re dei Giudei. Ordinò anche di preparare un cartello con questa iscrizione: “Re dei Giudei”. Ma, trent’anni dopo, la “profezia” di Caifa avrebbe avuto un senso molto reale, quando i Romani sarebbero giunti a disperdere l’intero popolo e a distruggere il tempio. Ma Gesù non era un pericolo! Egli muore per il suo popolo, per riunire in un solo corpo i figli di Dio che erano dispersi. Prima della morte, Gesù prega il Padre suo, perché tutti possano essere “uno” come lui con il Padre. Molte persone cercarono Gesù nel momento dei preparativi della Pasqua. Molti chiesero: “Non verrà egli alla festa?”. Certamente Gesù verrà per la festa pasquale, perché, senza di lui, essa non avrebbe un senso molto profondo. Allo stesso modo, nella nostra vita, una Pasqua senza Cristo non ha senso. Oggi dobbiamo porci la stessa domanda dei sommi sacerdoti e dei farisei: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni”. E noi che cosa vogliamo fare di Cristo nella nostra vita?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Lazzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi riporta la parte finale del lungo episodio della risurrezione di Lazzaro a Betania, in casa di Marta e Maria (Gv 11,1-56). La risurrezione di Lazzaro è il settimo segnale (miracolo) di Gesù nel vangelo di Giovanni ed è anche il punto alto e decisivo della rivelazione che lui faceva di Dio e di se stesso.
- La piccola comunità di Betania, dove a Gesù piaceva essere ospitato, rispecchia la situazione e lo stile di vita delle piccole comunità del Discepolo Amato alla fine del primo secolo in Asia Minore. Betania vuol dire “Casa dei poveri”. Erano comunità povere, di gente povera. Marta vuol dire “Signora” (coordinatrice): una donna coordinava la comunità. Lazzaro significa “Dio aiuta”: la comunità povera aspettava tutto da Dio. Maria significa “amata da Yavé”: era la discepola amata, immagine della comunità. L’episodio della risurrezione di Lazzaro comunicava questa certezza: Gesù è fonte di vita per le comunità dei poveri. Gesù è fonte di vita per tutti coloro che credono in Lui.
- Giovanni 11,45-46: La ripercussione del Settimo Segno in mezzo alla gente. Dopo la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,1-44), viene la descrizione della ripercussione di questo segno in mezzo alla gente. La gente era divisa, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista della risurrezione di Lazzaro credettero in lui. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Questi ultimi lo denunciarono. Per poter capire questa reazione di una parte della popolazione è necessario rendersi conto che la metà della popolazione di Gerusalemme dipendeva completamente dal Tempio per poter vivere e sopravvivere. Per questo, difficilmente loro avrebbero appoggiato un profeta sconosciuto della Galilea che criticava il Tempio e le autorità. Ciò spiega anche perché alcuni si prestavano ad informare le autorità.
- Giovanni 11,47-53: La ripercussione del settimo segno in mezzo alle autorità. La notizia della risurrezione di Lazzaro aumenta la popolarità di Gesù. Per questo, i leaders religiosi convocano un consiglio, il sinedrio, la massima autorità, per discernere sul da farsi. Poiché quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione?. Loro avevano paura dei romani. Perché in passato, dall’invasione romana nel 64 prima di Cristo fino all’epoca di Gesù, era stato dimostrato molte volte che i romani reprimevano con molta violenza qualsiasi tentativo di ribellione popolare (cfr. Atti 5,35-37). Nel caso di Gesù, la reazione romana avrebbe potuto condurre alla perdita di tutto, anche del Tempio e della posizione privilegiata dei sacerdoti. Per questo, Caifa’, il sommo sacerdote, decide: “É meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non che perisca un’intera nazione”. E l’evangelista fa questo bel commento: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. Così, a partire da questo momento, i capi, preoccupati per la crescita dell’autorevolezza di Gesù e motivati dalla paura dei romani, decidono di uccidere Gesù.
- Giovanni 11,54-56: La ripercussione del settimo segnale nella vita di Gesù. Il risultato finale è che Gesù doveva vivere come un clandestino. “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli”. La Pasqua era ormai vicina. In questa epoca dell’anno, la popolazione di Gerusalemme triplicava a causa del gran numero di pellegrini. La conversazione girava tutta attorno a Gesù: “Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?”. Allo stesso modo, all’epoca in cui fu scritto il vangelo, alla fine del primo secolo, epoca della persecuzione dell’imperatore Domiziano (dall’ 81 al 96), le comunità cristiane che vivevano al servizio degli altri si videro obbligate a vivere nella clandestinità.
- Una chiave per capire il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Lazzaro era malato. Le sorelle Marta e Maria mandarono a chiamare Gesù: “Colui che tu ami è malato!” (Gv 11,3.5). Gesù risponde alla richiesta e spiega ai discepoli: “Questa malattia non è mortale, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato” (Gv 11,4) Nel vangelo di Giovanni, la glorificazione di Gesù avviene mediante la sua morte (Gv 12,23; 17,1). Una delle cause della sua condanna a morte sarà la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,50; 12,10). Molti giudei stavano in casa di Marta e Maria per consolarle della perdita del loro fratello. I giudei, rappresentanti dell’Antica Alleanza, sanno solo consolare. Non danno vita nuova... Gesù è colui che porta una vita nuova! Così, da un lato, la minaccia di morte contro Gesù! Dall’altro, Gesù che vince la morte! In questo contesto di conflitto tra la vita e la morte si svolge il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Marta dice che crede nella risurrezione. I farisei e la maggioranza della gente dicono di credere nella Risurrezione (At 23,6-10; Mc 12,18). Credevano, ma non lo rivelavano. Era solo fede nella risurrezione alla fine dei tempi e non nella resurrezione presente nella storia, qui e ora. Questa fede antica non rinnovava la vita. Perché non basta credere nella risurrezione che avverrà alla fine dei tempi, ma bisogna credere nella Risurrezione già presente qui e ora nella persona di Gesù e in coloro che credono in Gesù. Su costoro la morte non ha più nessun potere, perché Gesù è la “risurrezione e la vita”. Anche senza vedere il segno concreto della risurrezione di Lazzaro, Marta confessa la sua fede: “Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo?” (Gv 11,27). Gesù ordina di togliere la pietra. Marta reagisce: “Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni!” (Gv 11,39). Di nuovo Gesù lancia la sfida chiedendo di credere nella risurrezione, qui e ora, come un segno della gloria di Dio: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). Ritirarono la pietra. Dinanzi al sepolcro aperto e dinanzi all’incredulità delle persone, Gesù si dirige al Padre. Nella sua preghiera, prima rende grazie: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto” (Gv 11,41-42). Gesù conosce il Padre e ha fiducia in lui. Ma ora lui chiede un segno a causa della moltitudine che lo circonda, in modo che possa credere che lui, Gesù, è mandato dal Padre. Poi grida ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Lazzaro esce fuori (Gv 11,43-44). É il trionfo della vita sulla morte, della fede sull’incredulità. Un agricoltore commentò: “A noi spetta ritirare la pietra. E a Dio di risuscitare la comunità. C’è gente che non sa togliere la pietra, e per questo la sua comunità non ha vita!”.

Per un confronto personale:
- Cosa significa per me, concretamente, credere nella risurrezione?
- Parte della gente accettò Gesù, e parte no. Oggi parte della gente accetta il rinnovamento della Chiesa e parte no. E tu?

Preghiera finale: Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno (Sal 70).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 1 aprile 2012   Mer Mar 28, 2012 6:58 am

DOMENICA 1 APRILE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
DOMENICA DELLE PALME


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 50,4-7 (Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare deluso; terzo canto del Servo del Signore)
Sal 21 (Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?)
Fil 2,6-11 (Cristo umiliò se stesso, per questo Dio l’ha esaltato)
Mc 14,1- 15,47 (La passione del Signore)

L’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme
Il racconto della passione domina la liturgia della parola di oggi. Il lettore che segue Gesù, nel contesto della celebrazione liturgica, è condotto a percorrere lo stesso itinerario dalla morte alla vita, dalla passione alla gloria. I due aspetti insieme, formano la pasqua di Gesù, ma formano anche la nostra pasqua, la pasqua di tutti noi credenti. Istintivamente saremo presi dalla voglia di scavalcare la sofferenza e la morte… Da Gesù apprendiamo però che la notte della sofferenza si combina sul pentagramma della passione modulando la sinfonia dell’amore, perché il senso della vita è quello di spenderla per gli altri. Egli garantisce che il bene annienta il male e che la vita vince la morte. Non è dunque un caso che “pasqua fiorita” sia uno dei tanti nomi che qualificano la festa odierna. Non c’è che un amico per tutti, Cristo. Tutti noi abbiamo bisogno di questo amico che non tradisce, che capisce il dolore dell’uomo e dà una speranza perfino alla morte. Guardando a Cristo, noi cristiani non abbiamo creato il culto della personalità: di lui, non abbiamo fatto un mito. Non ci inchiniamo davanti a un uomo, ma davanti al Figlio di Dio che ha preso carne nel cuore della Vergine Maria. Niente e nessuno potrà cancellare la presenza di Cristo: neanche l’indegnità dei cristiani, poiché egli è entrato nel cuore dell’umanità senza chiedere nulla, neanche un atto di amore.
È allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre. L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: “Io sono il pane della vita... Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò... E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno” (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena. Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche. Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male. Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato “amico”. È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato “amico”? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione? Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più “complice” di nessuno.

Inizia la settimana santa: Nella settimana santa la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita, a cominciare dal suo ingresso messianico in Gerusalemme fino alla sua beata passione e gloriosa risurrezione. La Domenica delle palme «della Passione del Signore», nella quale la Chiesa dà inizio alla celebrazione del mistero del suo Signore morto, sepolto e risorto, unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio della sua gloriosa passione. I due aspetti del mistero pasquale vengano messi in luce nella catechesi e nella celebrazione di questo giorno. L’ingresso del Signore in Gerusalemme viene commemorato con la solenne processione, con cui i cristiani, imitando le acclamazioni dei fanciulli ebrei, vanno incontro al Signore al canto dell’ «Osanna». La processione sia una soltanto e fatta prima della Messa con maggiore concorso di popolo, anche nelle ore vespertine sia del sabato che della domenica. I fedeli si raccolgano in una chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa verso la quale la processione è diretta. I fedeli partecipino a questa processione cantando e portando in mano rami di palma o di altri alberi. Il sacerdote e i ministri precedono il popolo, portando anch’essi le palme. Le palme vengono benedette per essere portate in processione. Conservate religiosamente in casa, richiamano alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo celebrata in questo giorno con la processione.

Approfondimento del Vangelo (Il fallimento finale come nuova chiamata)
Il testo:
Cercavano il modo di impadronirsi di lui per ucciderlo
Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Àzzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturare Gesù con un inganno per farlo morire. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo».

Ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura
Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto».

Promisero a Giuda Iscariota di dargli denaro
Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno.

Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?
Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua.

Uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà
Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!».

Questo è il mio corpo. Questo è il mio sangue dell’alleanza
E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio».

Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai
Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: “Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri.

Cominciò a sentire paura e angoscia
Giunsero a un podere chiamato Getsèmani, ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

Arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta
E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un brigante siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo.

Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?
Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: «Lo abbiamo udito mentre diceva: “Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo”». Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano.

Non conosco quest’uomo di cui parlate
Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto.

Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?
E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei? ». Ed egli rispose: «Tu lo dici». I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo
Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo.

Condussero Gesù al luogo del Gòlgota
Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

Con lui crocifissero anche due ladroni
Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra.

Ha salvato altri e non può salvare se stesso!
Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso scendendo dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano.

Gesù, dando un forte grido, spirò
Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». Ma Gesù, dando un forte grido, spirò.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa

Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme.

Giuseppe fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro
Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto.

Chiave di lettura: Generalmente, quando leggiamo la storia della passione e morte, guardiamo Gesù e la sofferenza che Gli fu imposta. Ma vale la pena guardare anche, per lo meno una volta, i discepoli e vedere come reagirono davanti alla croce e come la croce ebbe ripercussioni nella loro vita; poiché la croce è la pietra di paragone! Marco scrive per le comunità dell’inizio degli anni ‘70. Molte di queste comunità, sia dell’Italia che della Siria, vivevano la propria passione. Erano confrontate con la Croce, in vari modi. Erano state perseguitate all’epoca di Nerone, negli anni ‘60, e molti erano morti, lacerati dalle bestie feroci. Altri avevano tradito, negato o abbandonato la loro fede in Gesù, come per esempio Pietro, Giuda ed i discepoli. Altri si chiedevano: “Sopporterò la persecuzione?”. Altri erano stanchi dopo aver perseverato durante tanti sforzi, senza quasi risultati. Tra coloro che avevano abbandonato la fede, alcuni si chiedevano se fosse stato possibile ritornare alla comunità. Volevano ricominciare il cammino, ma non sapevano se il ritorno era possibile o no. Un ramo tagliato non ha radici! Tutti loro avevano bisogno delle motivazioni nuove e forti per poter riprendere il cammino. Avevano bisogno di un’esperienza rinnovata dell’amore di Dio che superasse i loro errori umani. Ma dove trovarla? Sia per loro che per tutti noi, una risposta si trova nei capitoli dal 14 al 16 del Vangelo di Marco, che descrivono la passione, la morte e la risurrezione di Gesù. Perché nella passione di Gesù, momento della maggiore sconfitta dei discepoli, è nascosta anche la più grande speranza! Guardiamo nello specchio di questi capitoli, per vedere come i discepoli reagirono dinanzi alla Croce e come Gesù reagisce dinanzi alle infedeltà ed alle debolezze dei discepoli. Cerchiamo di scoprire come Marco incoraggia la fede delle comunità e come descrive colui che è veramente discepolo di Gesù.

Il fallimento finale come nuova chiamata per essere discepolo: Questa è la storia della passione, morte e risurrezione di Gesù, vista a partire dai discepoli. La frequenza con cui in essa si parla dell’incomprensione e del fallimento dei discepoli corrisponde, molto probabilmente, ad un fatto storico. Ma l’interesse principale dell’evangelista non consiste in raccontare ciò che è avvenuto nel passato, bensì vuole provocare una conversione nei cristiani del suo tempo e far sorgere in tutti loro ed in tutti noi una nuova speranza, capace di superare lo scoraggiamento e la morte. Tre cose spiccano e devono essere considerate a fondo:
1) Il fallimento degli eletti: Quei dodici specialmente chiamati ed eletti da Gesù (Mc 3,13-19) e da lui inviati in missione (Mc 6,7-13), falliscono. Fallimento completo. Giuda tradisce, Pietro nega, tutti fuggono, nessuno rimane. Dispersione totale! Apparentemente, non c’è molta differenza tra loro e le autorità che decretano la morte di Gesù. Come avviene con Pietro, anche loro vogliono eliminare la croce e vogliono un Messia glorioso, re, figlio di Dio benedetto. Ma c’è una profonda e reale differenza! I discepoli, malgrado tutti i loro difetti e le loro debolezze, non hanno malizia. Non hanno cattiva volontà. Sono un ritratto quasi fedele di tutti noi che camminiamo lungo il cammino di Gesù, cadendo incessantemente, ma rialzandoci sempre!
2) La fedeltà dei non eletti: Come contrappunto del fallimento degli uni appare la forza della fede degli altri, di coloro che non facevano parte dei dodici eletti: 1. Una donna anonima di Betania. Lei accettò Gesù come Messia Servo e, per questo, lo unse, anticipandosi così alla sepoltura. Gesù la elogia. Lei è un modello per tutti. 2. Simone di Cirene, un padre di famiglia. Obbligato dai soldati, fa ciò che Gesù aveva chiesto ai dodici che sono fuggiti. Porta la croce dietro Gesù fino al Calvario. 3. Il centurione, un pagano. Nell’ora della morte, lui fa la professione di fede e riconosce il Figlio di Dio nell’uomo torturato e crocifisso, maledetto secondo la legge dei giudei. 4. Maria Maddalena, Maria, la madre di Giacomo, Salomè, “e molte altre donne che erano salite con lui a Gerusalemme” (Mc 15,41). Loro non abbandonarono Gesù, ma continuarono con determinazione ai piedi della croce e vicino alla tomba di Gesù. 5. Giuseppe d’Arimatea, membro del sinedrio, che rischiò tutto chiedendo il corpo di Gesù per seppellirlo. I Dodici fallirono. La continuità del messaggio del Regno non è passata attraverso di loro, ma attraverso altri, soprattutto le donne, che riceveranno l’ordine chiaro di far ritornare gli uomini falliti (Mc 16,7). Ed oggi, la continuità del messaggio passa per dove?
3) L’atteggiamento di Gesù: Il modo in cui il Vangelo di Marco presenta l’atteggiamento di Gesù durante il racconto della passione è per dare speranza perfino al discepolo più scoraggiato e fallito! Perché per grande che sia stato il tradimento ed il fallimento dei Dodici, l’amore di Gesù è stato sempre più grande! Nell’ora dell’annuncio della fuga dei discepoli, già avverte che li aspetterà in Galilea. Pur sapendo del tradimento (Mc 14,18), della negazione (Mc 14,30) e della fuga (Mc 14,27), compie il gesto dell’Eucaristia. E la mattina di Pasqua, l’angelo, attraverso le donne, manda un messaggio a Pietro che lo negò, ed a tutti quelli che fuggirono: devono recarsi in Galilea. Lì dove tutto era iniziato, lì ricomincia tutto di nuovo. Il fallimento dei dodici non provoca una rottura dell’alleanza sigillata e confermata nel sangue di Gesù.

Il modello del discepolo: Seguire, Servire, Salire: Marco pone in risalto la presenza delle donne che seguono e servono Gesù fin dal tempo in cui si trovava in Galilea e che erano salite con lui fino a Gerusalemme (Mc 15,40-41). Marco usa tre parole per definire il rapporto delle donne con Gesù: Seguire! Servire! Salire! Loro “seguivano e servivano” Gesù ed insieme con molte altre “saliranno con lui a Gerusalemme” (Mc 15,41). Sono le tre parole che definiscono il discepolo o la discepola ideale. Sono il modello per gli altri discepoli che erano fuggiti!
- Seguire descrive la chiamata di Gesù e la decisione di seguirlo (Mc 1,18). Questa decisione suppone lasciare tutto e correre il rischio di essere uccisi (Mc 8,34; 10,28).
- Servire indica che loro sono vere discepole, poiché il servizio è la caratteristica del discepolato e di Gesù stesso (Mc 10,42-45).
- Salire indica che loro sono le testimoni qualificate della morte e della risurrezione di Gesù, perché, come i discepoli, lo accompagneranno dalla Galilea fino a Gerusalemme (At 13,31). Testimoniando la risurrezione di Gesù, testimonieranno anche ciò che loro stesse vedono e sperimentano. È l’esperienza del nostro battesimo. “Per mezzo del battesimo siamo stati sepolti insieme con lui nella morte, perché come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Per mezzo del battesimo, tutti partecipiamo alla morte e risurrezione di Gesù.

Per aiutare a riflettere
- Cosa mi ha maggiormente colpito nell’atteggiamento dei dodici apostoli e nell’atteggiamento delle donne durante la passione e morte di Gesù? Che avresti fatto tu se fossi stato/a presente? Avresti agito come gli uomini o come le donne?
- Cosa ti ha maggiormente colpito nell’atteggiamento di Gesù riguardo ai discepoli ed alle discepole nella narrazione della sua passione e morte? Perché?
- Qual’è il messaggio speciale della narrazione della passione e morte nel vangelo di Marco? Sei riuscito/a a scoprire le differenze tra la narrazione della passione e la morte nel vangelo di Marco e negli altri vangeli? Quali?

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
DOMENICA DELLE PALME NELLA PASSIONE DEL SIGNORE


Letture:
Is 52,13-53,12
Sal 87
Eb 12,1b-3
Gv 11,55-12,11

Per le sue piaghe noi siamo stati guariti
Per Gesù è arrivata la sua “ora”. Entra in Gerusalemme per la sua settimana decisiva. Lì compirà i suoi atti fondamentali per la nostra salvezza e il nostro riscatto: la sua passione e morte in croce. Ha voluto preparare bene questo ingresso in città, quasi un presentarsi ufficiale quale Messia preannunciato dai profeti: il Servo Sofferente per le cui “piaghe noi siamo stati guariti” (Lett.). Quanti l’hanno capito? Forse neanche tutti i più vicini. Non era facile accettare un Messia così sconcertante: cavalca un asino. Questo Messia umile vuol portare il peso dei nostri peccati, e sarà un Messia crocifisso.
Un Messia crocifisso: Domandiamoci: che cosa significa che Cristo ci salva dalla croce? Che cosa vuol mostrare Dio scegliendo di farsi conoscere crocifisso? Questa è la sorpresa: Dio ha tanto voluto condividere la nostra vita da sostituirsi a noi nel riscatto dal male e dal peccato. È venuto lui, come uomo, perché finalmente un uomo - e come nostro fratello maggiore - esprimesse a nome nostro e in nostro favore tutta la faticosa obbedienza a Dio, dopo il no del primo Adamo, cioè di ognuno di noi. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (I lett.). Una condivisione portata fino all’estremo dono di sé, fino al segno del sangue: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Dio è uno che ci mette la pelle per noi: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Sant’Agostino ha una espressione illuminante: “Potuit gutta, venit unda”; poteva salvarci con una goccia di sangue, ne venne una valanga...! Amare quando le cose van bene, son buoni tutti! Anche per noi la prova d’amore vuole sacrificio. La croce allora è lo spettacolo della ECCEDENZA di Dio, del suo voler strafare in amore. Dio ha voluto toccare il nostro cuore perché la sua vittoria non è in potenza ma in amore. Il risultato di questa condivisione e di questo amore è la nostra riconciliazione con Dio e la reintegrata partecipazione alla condizione di figli di Dio. Quei fatti avvenuti a Gerusalemme - con la sbocco della risurrezione - sono stati come uno squarcio di verità sugli inganni del mondo: il Giusto innocente, perseguitato e condannato dai malvagi, oppresso dal male e dalla morte, ma fiducioso nel suo Dio, viene da Dio liberato e ora siede vivo e glorioso alla destra del Padre. “Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Epist.). Finalmente Dio è intervenuto a capovolgere le sorti del mondo e dell’uomo. La signoria del bene vince il dominio del male.
L’attualità di quegli eventi: Il gesto compiuto alla processione, agitando i rami d’ulivo, ha un significato ben preciso: anche noi, come i fanciulli di Gerusalemme, accogliamo oggi nella nostra comunità Gesù che viene in questa settimana per rendere presenti quei suoi atti salvifici e per comunicarcene il frutto. I Riti del Santo Triduo sono appunto “il vestito” sacramentale entro il quale si cala l’opera salvifica di Cristo resa attuale per noi. Di fronte a un così strano modo di essere Messia e Salvatore chi non si sconcerterebbe? Il Vangelo ci indica appunto atteggiamenti e scelte diverse davanti al Cristo sofferente. Siamo sei giorni prima della Pasqua. A Betania Gesù ha risuscitato Lazzaro. Ormai è sulla bocca di tutti. È l’uomo del giorno; la folla lo cerca con curiosità, come si cerca la firma di un divo: “Che ve ne pare? Non verrà alla festa?”. Dietro loro sta chi lo cerca per ucciderlo. Sono i capi e i farisei: “Avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse perché potessero arrestarlo..”; anzi “decisero di uccidere anche Lazzaro”. L’incredulità si traduce spesso in persecuzione. C’è poi Giuda, l’ipocrita: “Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri? - Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro”. È il perbenismo chiuso ad ogni valore religioso, sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio e a sporcare col proprio interesse anche le cose più sacre! Infine c’è il gesto di Maria, espressione di un amore delicato, che intuisce la valenza di condivisione e di salvezza dell’imminente morte di Gesù. Gesù la difende, apprezzando la sua attenzione personale verso di lui. “I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Quale dolce e forte rimprovero! Avere me, dice Gesù, la mia Persona, il rapporto d’amore, questo conta più di tante cose! Almeno questa settimana, sia tutta da riservare a Me! Nessuno in questi Santi Giorni si meriti il lamento di Gesù: “Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?” (Mt 26,40). È la Settimana “autentica”, tutta da dedicare a Dio.
La Chiesa, coi suoi riti solenni, ci metterà davanti la vicenda di Cristo, tutta da contemplare e da imitare. “Fratelli, seguiamo il cammino di Cristo che conduce a salvezza. Egli morì per noi, lasciando un esempio. Sulla croce portò nel suo corpo i nostri peccati perché, morendo alla colpa, risorgessimo alla vita di grazia” (Dopo il vangelo). Seguire Gesù per risorgere a vita di grazia, anzi, come lui, a vita di gloria: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Epist.). Alla nostra disponibilità farà però riscontro l’iniziativa sacramentale di Cristo nella celebrazione solenne del Sacro Triduo. Fare Pasqua vuol dire partecipare a queste Celebrazioni, con cuore pentito e attenzione piena, con un coinvolgimento anche affettivo. Domenica sarà Pasqua di risurrezione. Sia davvero risurrezione anche per tutti noi!
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: GIOVEDI' 5 APRILE 2012   Lun Apr 02, 2012 7:47 am

GIOVEDÌ 5 APRILE 2012

GIOVEDI SANTO


MESSA DEL CRISMA


Letture:
Is 61,1-3.6.8-9 (Il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri e a dare loro un olio di letizia)
Sal 88 (Canterò per sempre l’amore del Signore)
Ap 1,5-8 (Cristo ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre)
Lc 4,16-21 (Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione)

Messa del Crisma
Grandi eventi si compiono in questo giorno: la chiesa (fedeli e presbiteri) si riunisce in mattinata nelle cattedrali con il proprio Vescovo per fare concreta e viva esperienza di unità, memore della preghiera di Cristo che intensamente la chiede al Padre per la sua Chiesa. La stessa unità viene celebrata nel memoriale eucaristico e nell’istituzione del Sacerdozio. La benedizione degli oli santi, che serviranno per l’amministrazione dei sacramenti, avviene nella stessa celebrazione a testimoniare la premura della Chiesa per i propri fedeli, che si estende per tutto il tempo della vita terrena e diventano veicoli di grazia e segni efficaci di salvezza. È un giorno veramente santo questo Giovedì: per i sacerdoti è il giorno in cui possono percepire, più che mai, la grandezza del dono ricevuto, che li assimila a Cristo stesso e li rende strumenti di salvezza e dispensatori dei beni di Dio; per i fedeli è il nuovo patto indissolubile ed eterno, sancito da Cristo che, per restare sempre con noi vivo, si rende presente nell’eucaristia e diventa cibo e bevanda di vita; per tutti può essere un giorno in cui la presenza di Dio e il suo amore per l’uomo si rende nel mondo più percettibile e più intenso.
La Messa del Crisma è la Celebrazione Eucaristica presieduta dal vescovo nella cattedrale generalmente il mattino del Giovedì Santo. Se si frapponessero notevoli difficoltà alla riunione del clero e del popolo con il vescovo, si può anticipare la celebrazione in un altro giorno prossimo alla Pasqua con il formulario proprio della messa.
A questa messa, che vuole significare l’unità della Chiesa locale raccolta intorno al proprio vescovo, sono invitati tutti i presbiteri della Diocesi i quali, dopo l’omelia del vescovo, rinnovano le promesse fatte nel giorno della loro ordinazione sacerdotale.
In questa messa, il Vescovo consacra gli Olii Santi: il Crisma, l’Olio dei Catecumeni e l’Olio degli Infermi.
Essi sono gli olii che si useranno durante tutto il corso dell’anno liturgico per celebrare i sacramenti:
- il crisma viene usato nel battesimo, nella cresima e nell’ordinazione dei presbiteri e dei vescovi;
- l’Olio dei Catecumeni viene usato nel battesimo;
- l’Olio degli Infermi viene usato per l’Unzione degli infermi.


MESSA IN CENA DOMINI


Preghiera iniziale: Iniziamo il nostro incontro con la Parola di Dio lasciando parlare tutta la nostra vita, lasciando che la parola del vangelo di oggi parli a tutta la nostra vita e la rinnovi con la luce dell’esempio che Gesù ci offre. Ci lasciamo guidare da una proposta di preghiera che attingiamo da una raccolta di canti oranti che ha per titolo: «Cuore in festa». «Quando tu parli, Signore, il nulla palpita di vita: le ossa aride diventano persone viventi, il deserto fiorisce... Quando mi accingo a pregarti mi sento arido, non so che dire. Non sono, evidentemente, sintonizzato con la tua volontà, le mie labbra non sono intonate al mio cuore, il mio cuore non si sforza d’intonarsi con il tuo. Rinnova il mio cuore, purifica le mie labbra perché parli con te come vuoi tu, perché parli con gli altri come vuoi tu, perché parli con me stesso, col mio mondo interiore, come vuoi tu» (L.Renna).

Letture:
Es 12,1-8.11-14 (Prescrizioni per la cena pasquale)
Sal 115 (Il tuo calice, Signore, è dono di salvezza)
1Cor 11,23-26 (Ogni volta che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore)
Gv 13,1-15 (Li amò sino alla fine)

Eucaristia e sacerdozio
È un giorno solenne e santo quello che celebriamo oggi. Diventiamo i commensali di Dio, ci viene dato come bevanda e come cibo il suo sangue e la sua carne. È il sangue e la carne dell’uomo Dio, prima martirizzato nella crudeltà di una orribile passione, poi racchiusa in un calice e in piccole ostie per assumerli come germe di vita nuova. Così siamo rigenerati nel corpo e nello spirito, diventiamo nuove creature, riscopriamo la nostra fratellanza, diventiamo uno in Cristo, diventiamo templi sacri, in cui inàbita la divinità. Non più schiavi ma liberi, con una somiglianza soprannaturale con il nostro creatore e signore. La sfida che satana lanciò sin dal principio ai nostri progenitori “sarete come Dio”, ora trova il suo vero compimento. Accadde in un ultima cena, mentre si celebrava la nuova Pasqua. Gesù è prostrato come uno schiavo dinanzi ai suoi, vuole loro lavare i piedi. Vuole dare loro una lezione di umiltà, vuole dire loro che l’amore vero esige l’immolazione volontaria per gli altri, vuole spegnere ogni benché minima ombra di potere, vuole dire agli apostoli e ai futuri ministri dell’Eucaristia che per ripetere validamente quell’eterno sacrificio, devono mettere a disposizione di tutti la propria vita, diventare vittime con la Vittima. Solo così quel sacrificio potrà diventare un memoriale, potrà ripetersi nei secoli sugli altari del mondo per sfamare gli affamati di ogni tempo e dissetare le brame dei viventi. “Fate questo in memoria di me” non significa soltanto ricevere una dignità e un mandato, significa soprattutto assimilarsi a Cristo, assumerne le sembianze, ripeterne i suoi gesti e le sue parole, offrirsi ogni giorno come vittima, essere il cibo di tutti, lasciarsi dilaniare nella carne e nello spirito, essere sacerdoti del Dio altissimo, capaci di generare Cristo con un limpido amore alla Madre sua e nostra. Così eucaristia e sacerdozio si fondono nel mistero, si realizzano e si perpetuano nella storia. Così il Vivente entra nel mondo, si dona, si lascia divorare, s’immola, guarisce, risana, redime e salva. Oggi è le festa dei sacerdoti, oggi più che mai contempliamo l’amore di Dio, la grande missione che ci ha affidato, la potenza che egli ha voluto conferire alle nostre parole, ma ci troviamo anche prostrati nella consapevolezza dei limiti e delle debolezze, che ci accompagnano anche quando saliamo tremanti sui pulpiti e sugli altari. È lì che guardandoci allo specchio ci convinciamo che i primi affamati siamo noi, è lì che verrebbe la voglia di scendere e di smettere le nostre messe, ma è ancora lì che troviamo i motivi veri di una interiore e totale purificazione: ci purifica lo sguardo misericordioso di Dio e quello altrettanto benevolo dei fratelli; così ci troviamo accomunati a sperimentare il nostro sacerdozio: “il mio e vostro sacrificio”.
Gesù trascorre le ultime ore della sua vita terrena in compagnia dei suoi discepoli. Il Maestro manifesta un amore straordinario per gli apostoli, impartendo loro insegnamenti e raccomandazioni. Durante l’ultima Cena, Gesù ha mostrato - con le sue parole - l’amore infinito che aveva per i suoi discepoli e gli ha dato validità eterna istituendo l’Eucaristia, facendo dono di sé: egli ha offerto il suo Corpo e il suo Sangue sotto forma di pane e di vino perché diventassero cibo spirituale per noi e santificassero il nostro corpo e la nostra anima. Egli ha espresso il suo amore nel dolore che provava quando ha annunciato a Giuda Iscariota il suo tradimento ormai prossimo e agli apostoli la loro debolezza. Egli ha fatto percepire il suo amore lavando i piedi agli apostoli e permettendo al suo discepolo prediletto, Giovanni, di appoggiarsi al suo petto. Nella sua vita pubblica, Gesù ha raccomandato più di una volta ai suoi discepoli di non cercare di occupare il primo posto, ma di aspirare piuttosto all’umiltà del cuore. Ha detto e ripetuto che il suo regno, cioè la Chiesa, non deve essere ad immagine dei regni terreni o delle comunità umane in cui ci sono dei primi e degli ultimi, dei governanti e dei governati, dei potenti e degli oppressi. Al contrario, nella sua Chiesa, quelli che sono chiamati a reggere dovranno in realtà essere al servizio degli altri; perché il dovere di ogni credente è di non cercare l’apparenza, ma i valori interiori, di non preoccuparsi del giudizio degli uomini, ma di quello di Dio. Nonostante l’insegnamento così chiaro di Gesù, gli apostoli continuarono a disputarsi i primi posti nel Regno del Messia. Durante l’ultima Cena, Gesù non si è accontentato di parole, ma ha dato l’esempio mettendosi a lavare loro i piedi. E, dopo aver finito, ha detto: “Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri” (Gv 13,13-14). La Cena si ripete nei secoli. Infatti Gesù ha investito gli apostoli e i loro successori del potere e del dovere di ripetere la Cena eucaristica nella santa Messa. Cristo si sacrifica durante la Messa. Ma, per riprendere le parole di san Paolo, egli resta lo stesso “ieri, oggi e sempre” (Eb 13,8). I credenti che partecipano al Sacrificio eucaristico cambiano, ma il loro comportamento nei confronti di Cristo è più o meno lo stesso di quello degli apostoli nel momento della Cena. Ci sono stati e ci sono tuttora dei santi e dei peccatori, dei fedeli e dei traditori, dei martiri e dei rinnegatori. Volgiamo lo sguardo a noi stessi. Chi siamo? Qual è il nostro comportamento nei confronti di Cristo? Dio ci scampi dall’avere qualcosa in comune con Giuda, il traditore. Che Dio ci permetta di seguire san Pietro sulla via del pentimento. Il nostro desiderio più profondo deve però essere quello di avere la sorte di san Giovanni, di poter amare Gesù in modo tale che egli ci permetta di appoggiarci al suo petto e di sentire i battiti del suo cuore pieno d’amore; di giungere al punto che il nostro amore si unisca al suo in modo che possiamo dire con san Paolo: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

Approfondimento del Vangelo (Lavanda dei piedi)
Il testo: Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Durante la cena, quando il diavolo aveva già messo in cuore a Giuda, figlio di Simone Iscariota, di tradirlo, Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti, prese un asciugamano e se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugamano di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo». Gli disse Pietro: «Tu non mi laverai i piedi in eterno!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto puro; e voi siete puri, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete puri». Quando ebbe lavato loro i piedi, riprese le sue vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi».

Momenti di silenzio orante: In un ascolto amoroso la parola non è necessaria, anche il silenzio parla e comunica amore.

Preambolo alla Pasqua di Gesù: Il brano del vangelo di questo giorno è inserito in un insieme letterario che comprende i capitoli 13-17. L’inizio è costituito dal racconto dell’ultima cena che Gesù condivide con i suoi discepoli, durante la quale compie il gesto della lavanda dei piedi (13,1-30). Poi, Gesù intesse un lungo dialogo d’addio con i suoi discepoli (13,31 - 14,31), i capitoli 15-17 hanno la funzione di approfondire ulteriormente il precedente discorso del maestro. Immediatamente, segue, l’azione dell’arresto di Gesù (18,1-11). In ogni modo, questi eventi narrati in 13,-17,26 sono collegati sin da 13,1 con la Pasqua di Gesù. Interessante è notare quest’ultima annotazione: da 12,1 la Pasqua non viene più denominata come la pasqua dei giudei, ma di Gesù. É lui, d’ora innanzi, l’Agnello di Dio che libererà l’uomo dal suo peccato. Quella di Gesù è una pasqua che mira alla liberazione dell’uomo: un nuovo esodo che permette di passare dalle tenebre alla luce (8,12), e che porterà vita e festa nell’umanità (7,37). Gesù è consapevole che sta per concludersi il suo cammino verso il Padre e, quindi sta per portare a termine il suo esodo personale e definitivo. Tale passaggio al Padre avviene mediante la croce, momento nodale in cui Gesù consegnerà la sua vita a vantaggio dell’uomo. Colpisce l’attenzione del lettore nel constatare come l’evangelista Giovanni sappia ben presentare la figura di Gesù nel mentre è consapevole degli ultimi eventi della sua vita e, quindi, della sua missione. Come a ribadire che Gesù non è travolto dagli eventi che minacciano la sua esistenza, ma è pronto a dare la sua vita. In precedenza l’evangelista aveva notato che non era giunta la sua ora; ma ora nel racconto della lavanda dei piedi dice che è consapevole dell’approssimarsi della sua ora. Tale coscienza sta alla base dell’espressione giovannea: «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (v.1). L’amore per i «suoi», coloro che formano la nuova comunità, è stato evidente mentre era con loro, ma splenderà in modo eminente nella sua morte. Tale amore viene mostrato da Gesù nel gesto della lavanda dei piedi che, nella sua valenza simbolica, mostra l’amore continuo che si esprime nel servizio.

Lavanda dei piedi: Gesù si trova in una cena ordinaria con i suoi. Ha piena coscienza della missione che il Padre gli ha affidato: da lui dipende la salvezza dell’umanità. Con tale consapevolezza vuole mostrare ai «suoi», mediante la lavanda dei piedi, come si porta a compimento l’opera salvifica del Padre e indicare in tale gesto la donazione della sua vita per la salvezza dell’uomo. É volontà di Gesù che l’uomo si salvi e uno struggente desiderio lo guida a dare la sua vita e a consegnarsi. É consapevole che «il Padre aveva posto tutto nelle sua mani» (v.3a), tale espressione lascia intravedere che il Padre lascia a Gesù la completa libertà di azione. Gesù, inoltre, sa che la sua vera provenienza e la meta del suo itinerario è Dio; sa che la sua morte in croce, espressione massima del suo amore, è l’ultimo momento del suo cammino salvifico. La sua morte è un «esodo»; è l’apice della sua vittoria sulla morte, nel suo donarsi (dare la vita) Gesù ci rivela la presenza di Dio come vita piena ed esente dalla morte. Con questa piena consapevolezza della sua identità e della sua completa libertà Gesù si accinge a compiere il grande e umile gesto della lavanda dei piedi. Tale gesto d’amore viene descritto con un accumulo di verbi (otto) che rendono la scena coinvolgente e pregna di significato. L’evangelista nel presentare l’ultima azione di Gesù verso i suoi, usa questa figura retorica dell’accumulo dei verbi senza ripetersi perché tale gesto rimanga impresso nel cuore e nella mente dei suoi discepoli e di ogni lettore e perché venga ritenuto un comandamento da non dimenticare. Il gesto compiuto da Gesù intende mostrare che il vero amore si traduce in azione tangibile di servizio. Gesù si spoglia delle sue vesti e si cinge di un grembiule, simbolo del servizio. Più precisamente Gesù che depone le sue vesti è un’espressione che ha la funzione di esprimere il significato del dono della vita. Quale insegnamento Gesù vuole trasmettere ai suoi discepoli con questo gesto? Mostra loro che l’amore si esprime nel servizio, nel dare la vita all’altro come lui ha fatto. Al tempo di Gesù la lavanda dei piedi era un gesto che esprimeva ospitalità e accoglienza nei confronti degli ospiti. In via ordinaria era svolto da uno schiavo oppure dalla moglie nei confronti della moglie e anche dalle figlie verso il loro padre. Inoltre era consuetudine che tale rito della lavanda dei piedi avvenisse sempre prima di mettersi a mensa e non durante. Tale inciso dell’azione di Gesù intende sottolineare la singolarità del suo gesto. E così Gesù si mette a lavare i piedi ai suoi discepoli. Il reiterato uso del grembiule con cui Gesù si è cinto sottolinea che l’atteggiamento del servizio è un attributo permanente della persona di Gesù. Difatti quando avrà terminato la lavanda Gesù non si toglie il panno che funge da grembiule. Tale particolare intende sottolineare che il servizio-amore non termina con la sua morte. La minuziosità di tali dettagli mostra l’intento dell’evangelista a voler sottolineare la singolarità e l’importanza del gesto di Gesù. Lavando i piedi dei suoi discepoli Gesù intende mostrare ad essi il suo amore, che è un tutt’uno con quello del Padre (10,30.38). É davvero sconvolgente questa immagine che Gesù ci rivela di Dio: non è un sovrano che risiede esclusivamente nel cielo, ma si presenta come servo dell’umanità per innalzarla a livello divino. Da questo servizio divino scaturisce per la comunità dei credenti quella libertà che nasce dall’amore e che rende tutti i suoi membri «signori» (liberi) perché servi. É come dire che solo la libertà crea vero amore. D’ora in poi il servizio che i credenti renderanno all’uomo avrà come scopo quello di instaurare rapporti tra gli uomini in cui l’uguaglianza e la libertà siano una conseguenza della pratica del servizio reciproco. Gesù con il suo gesto intende mostrare che qualsiasi dominio o tentativo di sopravvento sull’uomo è contrario all’atteggiamento di Dio che, invece, serve l’uomo per elevarlo a sé. Inoltre non ha più senso le pretese di superiorità di un uomo sull’altro, perché la comunità fondata da Gesù non ha caratteristiche piramidali, ma dimensioni orizzontali, in cui ciascuno è a servizio degli altri, sull’esempio di Dio e di Gesù. In sintesi, il gesto che Gesù compie esprime i seguenti valori: l’amore versi i fratelli chiede di tradursi in accoglienza fraterna, ospitalità, cioè in servizio permanente.

Resistenza di Pietro: La reazione di Pietro al gesto di Gesù si esprime in atteggiamenti di stupore e protesta. Anche nel modo di rapportarsi a Gesù avviene un cambiamento: Pietro lo chiama «Signore» (13,6). Tale titolo riconosce a Gesù un livello di superiorità che stride con il «lavare» i piedi, un’azione che compete, invece, a un soggetto inferiore. La protesta è energicamente espressa dalle parole: «tu lavi i piedi a me?». Agli occhi di Pietro questo umiliante gesto della lavanda dei piedi è sembrato come un inversione dei valori che regolano le relazioni tra Gesù e gli uomini: il primo è il Messia, Pietro è un suddito. Pietro disapprova l’uguaglianza che Gesù vuole creare tra gli uomini. A tale incomprensione Gesù risponde invitando Pietro ad accogliere il senso del lavargli i piedi come una testimonianza del suo affetto verso di lui. Più precisamente gli vuole offrire una prova concreta di come lui e il Padre lo ama. Ma la reazione Pietro non desiste: rifiuta categoricamente che Gesù si metta ai suoi piedi. Per Pietro ognuno deve ricoprire il suo ruolo, non è possibile una comunità o una società basata sull’uguaglianza. Non è accettabile che Gesù abbandoni la sua posizione di superiorità per rendersi uguale ai suoi discepoli. Tale idea del Maestro disorienta Pietro e lo porta a protestare. Non accettando il servizio d’amore del suo Maestro, non accetta, neanche che muoia in croce per lui (12,34;13,37). É, come dire, che Pietro è lontano dalla comprensione di cosa sia il vero amore, e tale ostacolo è di impedimento perché Gesù glielo mostri con l’azione. Intanto se Pietro non è disposto a condividere la dinamica dell’amore che si manifesta nel servizio reciproco non può condividere l’amicizia con Gesù e rischia, davvero, di autoescludersi. Inseguito all’ammonimento di Gesù «Se non ti laverò, non avrai parte con me» (v.8), Pietro aderisce alle minacciose parole del Maestro, ma senza, però, accettare il significato profondo dell’azione di Gesù. Si mostra aperto disposto a farsi lavare da Gesù, non solo i piedi, ma, anche le mani e la testa. Sembra che a Pietro sia più facile accettare il gesto di Gesù come un’azione di purificazione o abluzione piuttosto che come servizio. Ma Gesù gli risponde che i discepoli sono diventati puri («puliti») nel momento in cui hanno accettato di lasciarsi guidare dalla Parola del Maestro, rifiutando quella del mondo. Pietro e i discepoli non hanno più bisogno del rito giudaico della purificazione ma di lasciarsi lavare i piedi da Gesù; ovvero di lasciarsi amare da lui, conferendo loro dignità e libertà.

Il memoriale dell’amore: Al termine della lavanda dei piedi Gesù intende dare alla sua azione una validità permanente per la sua comunità e nello stesso tempo lasciare ad essa un memoriale o comandamento che dovrà regolare per sempre le relazioni fraterne. Gesù è il Signore, non nella dimensione del dominio, ma in quanto comunica l’amore del Padre (il suo Spirito) che ci rende figli di Dio e idonei a imitare Gesù che liberamente dona l’amore ai suoi. Tale atteggiamento interiore Gesù ha inteso comunicarlo ai suoi, un amore che non esclude nessuno, neppure Giuda che sta per tradirlo. Quindi se i discepoli lo chiamano signore, devono imitarlo; se lo considerano maestro devono ascoltarlo.

Alcune domande per meditare:
- si alzò da tavola: come vivi l’eucaristia? In modo sedentario o ti lasci sollecitare all’azione dal fuoco dell’amore che ricevi? Corri il pericolo che l’eucaristia a cui partecipi si smarrisca nel narcisismo contemplativo, senza approdare all’impegno di solidarietà e condivisione? Il tuo impegno per la giustizia, per i poveri parte dalla consuetudine d’incontrare Cristo nell’eucaristia, dalla familiarità con lui?
- depose le vesti: quando dall’eucaristia passi alla vita sai deporre le vesti del tornaconto, del calcolo, dell’interesse personale per lasciarti guidare da un amore autentico verso gli altri? Oppure dopo l’eucaristia non sei capace di deporre le vesti del dominio e dell’arroganza per indossare quelle della semplicità, della povertà?
- si cinse un asciugatoio: è l’immagine della «chiesa del grembiule». Nella vita della tua famiglia, della tua comunità ecclesiale percorri la strada del servizio, della condivisione? Sei coinvolto direttamente nel servizio ai poveri e agli ultimi? Sai scorgere il volto di Cristo che chiede di essere servito, amato nei poveri?

Preghiera finale:
Affascinato dal modo con cui Gesù esprime il suo amore verso i suoi Origene così prega: Gesù, vieni, ho i piedi sporchi. Per me fatti servo, versa l’acqua nel bacile; vieni, lavami i piedi. Lo so, è temerario quel che ti dico, ma temo la minaccia delle tue parole: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Lavami dunque i piedi, perché abbia parte con te (Omelia 5 su Isaia).

E San Ambrogio preso da un desiderio ardente di corrispondere all’amore di Gesù, così si esprime: O mio signore Gesù, lasciami lavare i tuoi sacri piedi; te li sei sporcati da quando cammini nella mia anima... Ma dove prenderò l’acqua della fonte per lavarti i piedi? In mancanza di essa mi restano gli occhi per piangere: bagnando i tuoi piedi con le mie lacrime, fa’ che io stesso rimanga purificato (Trattato sulla penitenza).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: VENERDI' 6 APRILE 2012   Lun Apr 02, 2012 7:52 am

VENERDÌ 6 APRILE 2012

VENERDI SANTO
PASSIONE DEL SIGNORE


Raccogliamoci in preghiera: Vieni, tu refrigerio, delizia e nutrimento delle anime nostre. Vieni, e togli tutto quello che è di mio, e infondi in me solo quello che è tuo. Vieni, tu che sei nutrimento d’ogni casto pensiero, circolo d’ogni clemenza e cumulo d’ogni purità. Vieni e consuma in me tutto quello che è cagione che io non possa essere consumata da te. Vieni, o Spirito, che sei sempre col Padre e con lo Sposo, e riposati sopra le spose dello Sposo (S. Maria Maddalena de’ Pazzi, O.Carm., in La Probatione ii, 193-194).

Letture:
Is 52,13 - 53,12 (Egli è stato trafitto per le nostre colpe; quarto canto del Servo del Signore)
Sal 30 (Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito)
Eb 4,14-16; 5,7-9 (Cristo imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono)
Gv 18,1 -19,42 (Passione del Signore)

“Donna ecco tuo figlio!”, “Ecco tua madre!”
Sono le frasi che Gesù sulla Croce pronuncia dirette a Maria ed a Giovanni. Un momento prima di morire si ricorda di sua madre, si ricorda di noi; dalla croce ha la forza dello Spirito di continuare la sua missione di Amore. La morte non può sconfiggere questa forza e i legami che sembrerebbero spezzare con essa Gesù stesso, dall’alto della Croce. Non è un saluto formale quello di Cristo ma è vitale e pregno di amore perché è proiettato verso il futuro, oltre la Resurrezione della Pasqua e si incontra nel cammino che farà nascere la Chiesa. Da qui, da questo momento tutti noi sapremo che Maria non è soltanto la Madre di Dio, ma la Madre di tutti noi perché Madre della Chiesa. L’eredità di Gesù è la stessa Madonna e non potevamo aspirare a niente di meglio, tesoro più inestimabile non vi è. Preghiamola quindi ogni giorni, quando pensiamo alla Croce di Gesù ricordiamoci che vi era lei sotto a piangere. Maria è presente nella quiete gioia della notte di Natale, ora sotto la Croce dolorosa, e sarà presente in preghiera nel Cenacolo quando lo Spirito Santo scenderà sugli apostoli discepoli perché inizino la loro missione per tutte le strade del mondo! Se sappiamo pregare Maria per Nostro Signore sicuramente le nostre preghiere non saranno inascoltate!
La più grande lezione che Gesù ci dà nella passione, consiste nell’insegnarci che ci possono essere sofferenze, vissute nell’amore, che glorificano il Padre. Spesso, è la “tentazione” di fronte alla sofferenza che ci impedisce di fare progressi nella nostra vita cristiana. Tendiamo infatti a credere che la sofferenza è sempre da evitare, che non può esserci una sofferenza “santa”. Questo perché non abbiamo ancora sufficientemente fatto prova dell’amore infinito di Dio, perché lo Spirito Santo non ci ha ancora fatto entrare nel cuore di Gesù. Non possiamo immaginarci, senza lo Spirito Santo, come possa esistere un amore più forte della morte, non un amore che impedisca la morte, ma un amore in grado di santificare la morte, di pervaderla, di fare in modo che esista una morte “santa”: la morte di Gesù e tutte le morti che sono unite alla sua. Gesù può, a volte, farci conoscere le sofferenze della sua agonia per farci capire che dobbiamo accettarle, non fuggirle. Egli ci chiede di avere il coraggio di rimanere con lui: finché non avremo questo coraggio, non potremo trovare la pace del suo amore. Nel cuore di Gesù c’è un’unione perfetta fra amore e sofferenza: l’hanno capito i santi che hanno provato gioia nella sofferenza che li avvicinava a Gesù. Chiediamo umilmente a Gesù di concederci di essere pronti, quando egli lo vorrà, a condividere le sue sofferenze. Non cerchiamo di immaginarle prima, ma, se non ci sentiamo pronti a viverle ora, preghiamo per coloro ai quali Gesù chiede di viverle, coloro che continuano la missione di Maria: sono più deboli e hanno soprattutto bisogno di essere sostenuti.
Il racconto della Passione di Gesù Cristo, costituisce, anche da punto di vista cronologico, il primo nucleo della predicazione apostolica, il punto fondamentale della proclamazione della fede della Chiesa. Nella liturgia di oggi, la proclamazione della passione assume una importanza centrale: il valore della parola, come segno sacramentale della presenza attuale del Cristo, prende grande evidenza e polarizza a sé tutta la celebrazione di oggi. Sulla croce il Cristo realizza la suprema manifestazione del nome di Dio: Agape. Il poema descrive la sofferenza Salvatrice e gloriosa del servo di Jahvé. Il suo dolore è un mistero. Il suo dolore però rivela non il suo proprio peccato – egli è innocente – ma il peccato del popolo. Il servo accetta questo piano di Dio, consapevole che lo condurrà alla morte e ad una sepoltura. Cristo è il servo di Jahvé, è lui che si consegna alla morte per il popolo. La risurrezione costituisce la sua esaltazione. La chiesa oggi non celebra l’Eucaristia, ma invita i fedeli a rivivere nel silenzio adorante e nel modo più intenso possibile il mistero della morte di Cristo, la sua assurda condanna, l’atroce passione e la sua ignominiosa morte sul patibolo. È così che potremmo trarne la più logica ed impegnativa conclusione: noi responsabili in prima persona di quella morte con i nostri peccati re e Dio immenso nell’amore! L’adorazione che poi segue nell’altare della riposizione assume per tutti le caratteristiche della doverosa riparazione e della migliore gratitudine. Le chiese spoglie e disadorne ci aiutano ulteriormente a comprendere da una parte la gravità della tragedia che si sta consumando nel mondo e dall’altra l’attesa di un evento risolutivo che già intravediamo nella fede e nella speranza ed è il mattino di Pasqua. Lo vediamo come il servo: su di lui pesano le nostre colpe, ma dalla sua umiliazione viene il nostro riscatto. Dalle piaghe di Gesù sono risanati tutti gli uomini. Oggi è il giorno della immensa fiducia: Cristo ha conosciuto la sofferenza, da lui riceviamo misericordia e in lui troviamo grazia. E la imploriamo per tutti gli uomini nella preghiera universale. Oggi è il giorno della solenne adorazione della croce: lo strumento del patibolo è diventato il termine dell’adorazione da che vi fu appeso il Salvatore del mondo. Siamo sempre sotto la croce. Non c’è momento, non c’è situazione dove non entri la croce a liberare e a salvare. Infatti essa si manifesta in noi ogni giorno, se siamo discepoli fedeli del Signore. Non chiediamogli tanto di discendere dalla croce, quanto di avere la forza di restarci con lui, nella speranza della risurrezione.
La celebrazione si svolge in tre momenti: Liturgia della Parola, Adorazione della Croce, Comunione eucaristica. In questo giorno la santa comunione ai fedeli viene distribuita soltanto durante la celebrazione della Passione del Signore; ai malati, che non possono prendere parte a questa celebrazione, si può portare la comunione in qualunque ora del giorno. Il sacerdote e il diacono indossano le vesti di color rosso, come per la Messa. Si recano poi all’altare e, fatta la debita riverenza, si prostrano a terra o, secondo l’opportunità, s’inginocchiano. Tutti, in silenzio, pregano per breve tempo.

Approfondimento del Vangelo (La Passione di Gesù secondo Giovanni)
Il testo:
Catturarono Gesù e lo legarono
In quel tempo, Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cèdron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli. Anche Giuda, il traditore, conosceva quel luogo, perché Gesù spesso si era trovato là con i suoi discepoli. Giuda dunque vi andò, dopo aver preso un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi. Gesù allora, sapendo tutto quello che doveva accadergli, si fece innanzi e disse loro: «Chi cercate?». Gli risposero: «Gesù, il Nazareno». Disse loro Gesù: «Sono io!». Vi era con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse loro «Sono io», indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: «Chi cercate?». Risposero: «Gesù, il Nazareno». Gesù replicò: «Vi ho detto: sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano», perché si compisse la parola che egli aveva detto: «Non ho perduto nessuno di quelli che mi hai dato». Allora Simon Pietro, che aveva una spada, la trasse fuori, colpì il servo del sommo sacerdote e gli tagliò l’orecchio destro. Quel servo si chiamava Malco. Gesù allora disse a Pietro: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?».

Lo condussero prima da Anna
Allora i soldati, con il comandante e le guardie dei Giudei, catturarono Gesù, lo legarono e lo condussero prima da Anna: egli infatti era suocero di Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno. Caifa era quello che aveva consigliato ai Giudei: «È conveniente che un solo uomo muoia per il popolo». Intanto Simon Pietro seguiva Gesù insieme a un altro discepolo. Questo discepolo era conosciuto dal sommo sacerdote ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. Pietro invece si fermò fuori, vicino alla porta. Allora quell’altro discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. E la giovane portinaia disse a Pietro: «Non sei anche tu uno dei discepoli di quest’uomo?». Egli rispose: «Non lo sono». Intanto i servi e le guardie avevano acceso un fuoco, perché faceva freddo, e si scaldavano; anche Pietro stava con loro e si scaldava. Il sommo sacerdote, dunque, interrogò Gesù riguardo ai suoi discepoli e al suo insegnamento. Gesù gli rispose: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho sempre insegnato nella sinagoga e nel tempio, dove tutti i Giudei si riuniscono, e non ho mai detto nulla di nascosto. Perché interroghi me? Interroga quelli che hanno udito ciò che ho detto loro; ecco, essi sanno che cosa ho detto». Appena detto questo, una delle guardie presenti diede uno schiaffo a Gesù, dicendo: «Così rispondi al sommo sacerdote?». Gli rispose Gesù: «Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?». Allora Anna lo mandò, con le mani legate, a Caifa, il sommo sacerdote.

Non sei anche tu uno dei suoi discepoli? Non lo sono!
Intanto Simon Pietro stava lì a scaldarsi. Gli dissero: «Non sei anche tu uno dei suoi discepoli?». Egli lo negò e disse: «Non lo sono». Ma uno dei servi del sommo sacerdote, parente di quello a cui Pietro aveva tagliato l’orecchio, disse: «Non ti ho forse visto con lui nel giardino?». Pietro negò di nuovo, e subito un gallo cantò.

Il mio regno non è di questo mondo
Condussero poi Gesù dalla casa di Caifa nel pretorio. Era l’alba ed essi non vollero entrare nel pretorio, per non contaminarsi e poter mangiare la Pasqua. Pilato dunque uscì verso di loro e domandò: «Che accusa portate contro quest’uomo?». Gli risposero: «Se costui non fosse un malfattore, non te l’avremmo consegnato». Allora Pilato disse loro: «Prendetelo voi e giudicatelo secondo la vostra Legge!». Gli risposero i Giudei: «A noi non è consentito mettere a morte nessuno». Così si compivano le parole che Gesù aveva detto, indicando di quale morte doveva morire. Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce». Gli dice Pilato: «Che cos’è la verità?». E, detto questo, uscì di nuovo verso i Giudei e disse loro: «Io non trovo in lui colpa alcuna. Vi è tra voi l’usanza che, in occasione della Pasqua, io rimetta uno in libertà per voi: volete dunque che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». Allora essi gridarono di nuovo: «Non costui, ma Barabba!». Barabba era un brigante.

Salve, re dei Giudei!
Allora Pilato fece prendere Gesù e lo fece flagellare. E i soldati, intrecciata una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero addosso un mantello di porpora. Poi gli si avvicinavano e dicevano: «Salve, re dei Giudei!». E gli davano schiaffi. Pilato uscì fuori di nuovo e disse loro: «Ecco, io ve lo conduco fuori, perché sappiate che non trovo in lui colpa alcuna». Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora. E Pilato disse loro: «Ecco l’uomo!». Come lo videro, i capi dei sacerdoti e le guardie gridarono: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Prendetelo voi e crocifiggetelo; io in lui non trovo colpa». Gli risposero i Giudei: «Noi abbiamo una Legge e secondo la Legge deve morire, perché si è fatto Figlio di Dio». All’udire queste parole, Pilato ebbe ancor più paura. Entrò di nuovo nel pretorio e disse a Gesù: «Di dove sei tu?». Ma Gesù non gli diede risposta. Gli disse allora Pilato: «Non mi parli? Non sai che ho il potere di metterti in libertà e il potere di metterti in croce?». Gli rispose Gesù: «Tu non avresti alcun potere su di me, se ciò non ti fosse stato dato dall’alto. Per questo chi mi ha consegnato a te ha un peccato più grande».

Via! Via! Crocifiggilo!
Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare». Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parascève della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: «Ecco il vostro re!». Ma quelli gridarono: «Via! Via! Crocifiggilo!». Disse loro Pilato: «Metterò in croce il vostro re?». Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare». Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso.

Lo crocifissero e con lui altri due
Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: «Gesù il Nazareno, il re dei Giudei». Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: «Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”». Rispose Pilato: «Quel che ho scritto, ho scritto».

Si sono divisi tra loro le mie vesti
I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti - una per ciascun soldato -, e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: «Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca». Così si compiva la Scrittura, che dice: «Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte». E i soldati fecero così.

Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!
Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: «Ho sete». Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito.

Qui si genuflette e di fa una breve pausa.

E subito ne uscì sangue e acqua
Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: «Non gli sarà spezzato alcun osso». E un altro passo della Scrittura dice ancora: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto».

Presero il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli insieme ad aromi
Dopo questi fatti Giuseppe di Arimatea, che era discepolo di Gesù, ma di nascosto, per timore dei Giudei, chiese a Pilato di prendere il corpo di Gesù. Pilato lo concesse. Allora egli andò e prese il corpo di Gesù. Vi andò anche Nicodèmo – quello che in precedenza era andato da lui di notte – e portò circa trenta chili di una mistura di mirra e di àloe. Essi presero allora il corpo di Gesù e lo avvolsero con teli, insieme ad aromi, come usano fare i Giudei per preparare la sepoltura. Ora, nel luogo dove era stato crocifisso, vi era un giardino e nel giardino un sepolcro nuovo, nel quale nessuno era stato ancora posto. Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù.

Chiave di lettura:
- Gesù padrone della sua sorte. Vorrei proporvi di raccoglierci con lo spirito di Maria, sotto la croce di Gesù. Lei, donna forte che ha colto tutto il significato di questo evento della passione e morte del Signore, ci aiuterà a volgere uno sguardo contemplativo sul crocifisso (Gv 19,25-27). Ci troviamo nel capitolo 19 del vangelo di Giovanni, che apre con la scena della flagellazione e la coronazione di spine. Pilato presenta Gesù ai sommi sacerdoti e alle guardie: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei” che gridano la sua morte in croce (Gv 19,6). Comincia così per Gesù il cammino della croce verso il Gòlgota, dove sarà crocifisso. Nel racconto della Passione secondo Giovanni, Gesù si rivela padrone di se stesso, controllando così tutto quello che gli succede. Il testo giovanneo abbonda di frasi che indicano a questa realtà teologica, di Gesù che offre la sua vita. Gli eventi della passione lui le subisce attivamente non passivamente. Portiamo qui solo alcuni esempi facendo enfasi su alcune frasi e parole. Il lettore ne può trovare altri: Gesù allora, conoscendo tutto quello che gli doveva accadere, si fece innanzi e disse loro: “Chi cercate?”. Gli risposero: “Gesù, il Nazareno”. Disse loro Gesù: “Sono io!”. Vi era là con loro anche Giuda, il traditore. Appena disse “Sono io”, indietreggiarono e caddero a terra. Domandò loro di nuovo: “Chi cercate?”. Risposero: “Gesù, il Nazareno”. Gesù replicò: “Vi ho detto che sono io. Se dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”. “Allora Gesù uscì, portando la corona di spine e il mantello di porpora” (Gv 19,5). A Pilato dice: “Tu non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto.” (Gv 19,11). Anche sulla croce Gesù prende parte attiva alla sua morte, non si lascia uccidere come i ladroni ai quali vengono spezzate le gambe (Gv 19,31-33), ma consegna il suo spirito (Gv 19,30). Molto importanti i dettagli portati dall’evangelista: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco il tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco la tua madre!” (Gv 19,26-27). Queste parole semplici di Gesù portano il peso della rivelazione, parole con le quali, egli ci rivela la sua volontà: “ecco tuo figlio (v. 26); “ecco tua madre” (v. 27). Parole che ci rimandano a quelle pronunciate da Pilato sul litostrotos: “Ecco l’uomo” (Gv 19,5). Qui Gesù, dalla croce, suo trono, rivela la sua volontà e il suo amore per noi. Egli è l’agnello di Dio, il pastore che da la sua vita per le pecorelle. In quel momento, presso la croce, egli partorisce la Chiesa, rappresentata da Maria, sua sorella, Maria di Clèofa e Maria di Màgdala con il discepolo amato (Gv 19,25).
- Discepoli amati e fedeli: Il quarto vangelo specifica che questi discepoli “stavano presso la croce” (Gv 19,25-26). Un dettaglio questo di significato profondo. Solo il quarto vangelo ci racconta che queste cinque persone stavano presso la croce. Gli altri evanġ elisti non specificano. Luca per esempio, racconta che tutti quelli che lo conobbero seguivano tutto da lontano (Lc 23,49). Pure Matteo riporta che molte donne seguivano da lontano questi eventi. Queste donne, avevano seguito Gesù fin dalla Galilea e lo servivano. Ma adesso lo seguivano da lontano (Mt 27,55-56). Marco come pure Matteo ci offre i nomi di quelli che seguivano la morte di Gesù da lontano. (Mc 15,40-41). Solo il quarto vangelo perciò, specifica che la madre di Gesù con le altre donne e il discepolo amato “stavano presso la croce”. Stavano li, come servi al loro re. Sono coraggiosamente presenti nel momento in cui Gesù dichiara che ormai “tutto è compiuto” (Gv 19,30). La madre di Gesù è presente all’ora che finalmente “è giunta”. Quell’ora preannunziata nelle nozze di Cana (Gv 2,1ss). Il quarto vangelo aveva notato anche in quel momento che “la madre di Gesù era là” (Gv 2,1). Perciò colui che rimane fedele al Signore nella sua sorte, egli è il discepolo amato. L’evangelista lascia in anonimato questo discepolo così ciascuno di noi potrà rispecchiarsi in lui che ha conosciuto i misteri del Signore, appoggiando il capo sul petto di Gesù durante l’ultima cena (Gv 13,25).

Domande e suggerimenti per orientare la meditazione e l’attualizzazione
- Leggi un’altra volta il brano del vangelo, e trova nella Bibbia tutti i testi citati nella chiave di lettura. Cerca di trovarne altri testi paralleli che ti aiutino a penetrare a fondo il testo in meditazione.
- Con il tuo spirito, aiutato dalla lettura orante del racconto giovanneo, visita i luoghi della Passione, fermati sul Calvario per cogliere con Maria e il discepolo amato l’evento della Passione.
- Che cosa ti colpisce di più?
- Quali sentimenti suscita in te questo racconto della Passione?
- Che significato ha per te il fatto che Gesù subisce attivamente la sua passione?

Preghiera finale: O Sapienza Eterna, o Bontà Infinita, Verità Ineffabile, scrutatore dei cuori, Dio Eterno, donaci di capire, tu che puoi, sai e vuoi! O Amoroso e Svenato Agnello, Cristo crocifisso, che fa’ che si adempisca in noi quel che tu dicesti: “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8,12). O lume indeficiente, del qual procedono tutti i lumi! O luce, per la quale fu fatto la luce, senza la quale ogni cosa è tenebre, con la quale ogni cosa è luce. Illumina, illumina, che illumina! E fa penetrare la volontà tutta a tutti gli autori e cooperatori che hai eletti in tal opera di rinnovazione. Gesù, Gesù amore, Gesù, trasformaci e conformaci a te. Increata Sapienza, Verbo Eterno, dolce Verità, tranquillo Amore, Gesù, Gesù Amor! (S. Maria Maddalena de’ Pazzi, O.Carm., in La Renovatione della Chiesa, 90-91).
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MessaggioOggetto: SABATO 7 APRILE 2012   Lun Apr 02, 2012 7:53 am

SABATO 7 APRILE 2012

SABATO SANTO


Il Sabato Santo è il giorno liturgico in cui il culto cristiano, sia in forme liturgiche che contemplative e devozionali, celebra il Signore Gesù Cristo che, con la sua divinità e con la sua anima umana ma non con il suo corpo che, tolto dalla croce su cui è morto il Venerdì Santo e deposto nel sepolcro, viene preservato dalla corruzione grazie alla virtù divina, discende agli inferi dove, a motivo della sua vittoria sulla morte e sul diavolo e secondo certe tradizioni cristiane per un tempo corrispondente a circa quaranta ore, libera le anime dei giusti morti prima di lui e apre loro le porte del Paradiso. Compiuta tale missione, la divinità e l’anima di Gesù si ricongiungono al Corpo nel sepolcro: e ciò costituisce il mistero della resurrezione, centro della fede di tutti i Cristiani, che verrà celebrato nella seguente domenica di Pasqua.
La data del Sabato santo è mobile in quanto collegata con la data della Pasqua. Inoltre, essendo la Pasqua celebrata in giorni diversi nella Chiesa cattolica e nella Chiesa ortodossa, la data solitamente non coincide nelle varie tradizioni ecclesiastiche.
Il Sabato Santo è un giorno di silenzio e pur, se un senso di lutto pervade tutta l’area del tempio, esso è incentrato sull’attesa dell’annuncio della Risurrezione che avverrà nella solenne veglia pasquale che non fa parte di tale giorno e che si svolge nella notte tra il questo sabato e la domenica successiva. La Chiesa cattolica considera degno di lode protrarre il digiuno ecclesiastico e l’astinenza dalla carne anche per tutto il Sabato Santo, tuttavia non ne fa un obbligo per i fedeli.
In tale giorno, come nel Venerdì Santo, la Chiesa cattolica non offre il sacrificio della Messa ma a differenza del Venerdì Santo la comunione può essere distribuita solo come viatico. Per questa ragione, il Sabato Santo è detto “aliturgico” da intendersi non nel senso che è l’unico giorno dell’anno senza alcuna liturgia in quanto in esso è prevista la celebrazione della liturgia delle ore ma nel senso che in esso non si celebra la messa, celebrazione che una volta veniva indicata con il termine liturgia. L’Eucarestia non è conservata normalmente nel Tabernacolo, che quindi è spalancato e senza conopeo, ma viene normalmente conservata in altro luogo adatto, come la sacrestia, anche se in qualche posto continua ad essere conservata nell’altare della reposizione. Le luci e tutte le candele sono spente. Gli altari sono spogli, senza fiori e paramenti: tovaglia e copritovaglia. In molte chiese rimane esposta la Croce servita per l’adorazione nel Venerdì Santo.
Nella Liturgia delle Ore secondo il rito romano, questo giorno è l’unico sabato in cui si recitano i Vespri e la Compieta del giorno, e non i primi Vespri e la Compieta dopo i primi Vespri della domenica successiva.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 APRILE 2012   Lun Apr 02, 2012 8:01 am

DOMENICA 8 APRILE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
DOMENICA DI PASQUA
RISURREZIONE DEL SIGNORE


VEGLIA PASQUALE NELLA NOTTE SANTA


Veglia della Notte santa – la Madre di tutte le veglie. Così S. Agostino definisce questa celebrazione. Essa si colloca al cuore dell’Anno liturgico, al centro di ogni celebrazione. Ad essa si preparavano i nuovi cristiani, in essa speravano i peccatori, tutti potevano di nuovo attingere dalla mensa ai «cancelli celesti». Essa rappresenta Totum pasquale sacramentum. Infatti in essa si celebrano non solo i fatti della risurrezione, ma anche quelli della passione di Cristo.

Letture:
Gen 1,1 - 2,2; forma breve Gen 1,1.26-31 (Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona)
Sal 103 (Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra)
Gen 22,1-18; forma breve Gen 22,1-2.9.10-13.15-18 (Il sacrificio di Abramo, nostro padre nella fede)
Sal 15 (Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio)
Es 14,15- 15,1 (Gli Israeliti camminarono sull’asciutto in mezzo al mare)
Sal: Es 15,1-7a.17-18 (Cantiamo al Signore: stupenda è la sua vittoria!)
Is 54,5-14 (Con affetto perenne il Signore, tuo redentore, ha avuto pietà di te)
Sal 29 (Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato)
Is 55,1-11 (Venite a me e vivrete; stabilirò per voi un’alleanza eterna)
Sal: Is 12,2-6 (Attingeremo con gioia alle sorgenti della salvezza)
Bar 3,9-15.32 - 4,4 (Cammina allo splendore della luce del Signore)
Sal 18 (Signore, tu hai parole di vita eterna)
Ez 36,16-17a.18-28 (Vi aspergerò con acqua pura e vi darò un cuore nuovo)
Sal 41 (Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio)
Rm 6,3-11 (Cristo risorto dai morti non muore più)
Sal 117 (Alleluia, alleluia, alleluia)
Mc 16,1-7 (Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto)

È risorto, non è qui!
Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo e Salome forse pensavano di averne già viste abbastanza, ma non sapevano che il bello doveva ancora venire! Sabato mattina, con l’aiuto del buon Giuseppe d’Arimatea, calano Gesù dalla Croce e in fretta lo depongono in un sepolcro nuovo, scavato nella roccia. Il giorno successivo, all’alba, sarebbero ritornate per pulire e ungere il corpo del Rabbì. Si aspettano di ritrovare il suo cadavere. Vanno ai sepolcri per onorare un morto. Durante il tragitto un solo problema le fa pensierose: la pietra del sepolcro. Ancora non sanno che ben altri macigni andranno rimossi? Il sepolcro è aperto. Al posto del cadavere del Rabbì, le donne trovano un angelo e il suo annuncio: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”. Questo è il grande annuncio! Siamo discepoli di un Dio vivo! Siamo discepoli di un Dio che ha fatto esplodere d’amore il suo sepolcro! Non siamo più schiavi della morte, non siamo più prigionieri senza scampo: Gesù è risorto! Gesù è vivo! E come sarebbe bello se questa gioia (almeno un po’) riempisse per davvero le nostre celebrazioni, la nostra vita quotidiana, i nostri incontri. A volte basta che qualcuno ci rubi un parcheggio o che l’autobus sia in ritardo per scatenare tutte le nostre ire più barbariche? Coraggio, amici: siamo discepoli di un Dio vivo! Ma c’è un’altra cosa veramente bella nell’annuncio dell’angelo. Nazareno, crocifisso e risorto: con queste tre parole viene riassunta la verità di Gesù. L’angelo avrebbe potuto dire “Gesù il messia”, “Gesù il Cristo”, “Gesù il Figlio di Dio”; e invece no: “Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto”. Questo è molto importante perché ci ricorda lo strettissimo legame tra l’incarnazione, la croce e la resurrezione. Davanti al Risorto non dobbiamo perdere la memoria dell’Incarnazione e della Croce, perché sono proprio esse a dirci lo specifico dell’annuncio della Pasqua. La buona notizia non è l’annuncio che un morto è ritornato in vita, ma che il Figlio di Dio che si è fatto uomo tra gli uomini e ha donato tutta la sua vita per amore, ha sconfitto la morte! La resurrezione di Gesù annuncia che solo la vita donata per amore è più forte della morte, che solo la vita riconsegnata nella mani di Dio è sottratta alla morte. Allora coraggio, amici, il Signore è risorto! È Risorto per te che ti senti abbandonato da tutti. È risorto per te che sei riuscita a riprendere tra le mani la tua vita. È risorto per te che da anni ti prendi cura di tuo marito immobile nel letto. È risorto per te che dopo mesi di indecisione hai fatto quel passo tanto importante. È risorto per te che dopo mesi di buio regali alla tua famiglia e ai tuoi amici i tuoi sorrisi più belli. È risorto per te che fai Pasqua lontano dalla tua famiglia e anche per te che una famiglia non ce l’hai più. È risorto per te che non lo cerchi mai e oggi sei qui, davanti a Lui. Forse non lo sai, ma Gesù è vivo e se anche tu ti dimentichi di Lui, Lui di te non si scorda mai.


MESSA DEL GIORNO


Invochiamo lo Spirito santo: Signore Gesù Cristo, oggi la tua luce splende in noi, fonte di vita e di gioia! Donaci il tuo Spirito d’amore e di verità, perché, come Maria Maddalena, Pietro e Giovanni, sappiamo anche noi scoprire e interpretare alla luce della Parola i segni della tua vita divina presenti nel nostro mondo e accoglierli nella fede per vivere sempre nella gioia della tua presenza accanto a noi, anche quando tutto sembra avvolto dalle tenebre della tristezza e del male.

Letture:
At 10,34. 37-43 (Noi abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti)
Sal 117 (Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo)
Col 3,1-4 (Cercate le cose di lassù, dove è Cristo)
Gv 20,1-9 (Egli doveva risuscitare dai morti)

Alleluia, Alleluia
Nel buio della notte ardono dei fuochi sui sacrati delle nostre chiese. Il sacerdote benedice quel fuoco che servirà a far ardere un cero. Con quella luce verrà squarciato il buio, è la luce di Cristo, è il cero pasquale. Seguendo quell’unica scia, entriamo festanti nella chiesa, da quel cero attingiamo la nostra luce, la fede che già ci fu donata nel giorno del nostro battesimo. Ora tutta la chiesa splende, tutta la chiesa canta la gioia del Cristo risorto. È la nostra veglia, la splendida conclusione dei tre lunghi giorni d’attesa. Ora il mondo intero è illuminato dalla luce di Cristo: è la Pasqua del Signore. Ascoltiamo la nostra storia, quella che affonda nei tempi lontani, quella che noi stiamo vivendo, quella che sarà fino alla fine dei tempi: è la storia sacra, quella che scandisce il peccato del mondo e i prodigiosi e salvifici interventi divini. Arriviamo al mattino radioso, al mattino del Risorto, arriviamo fino al culmine alla pienezza della storia. Corriamo anche noi al sepolcro per avere la certezza che è vuoto. Ci rechiamo al cenacolo per vederlo vivo, per ascoltare l’annuncio della sua pace. Vogliamo convincerci fino in fondo che la sua pasqua è anche la nostra pasqua. Vogliamo essere certi, come Tommaso, che per le sue piaghe siamo salvati e redenti. Vogliamo respirare a pieni polmoni l’aria buona del mattino di Pasqua. Dobbiamo alimentare la gioia con la certezza di essere stati rigenerati, ricreati, redenti e perdonati da Dio. Non possiamo neanche per un istante restare nel dubbio che la vittima sia ancora chiusa in un sepolcro, vogliamo liberarci dall’atroce pensiero di aver ucciso per sempre il Figlio di Dio. Vogliamo vedere vuoti anzitempo i nostri sepolcri e spalancate le porte del cielo. Vogliamo all’unisono far sentire a Dio la nostra lode, la nostra gratitudine, il nostro rinnovato impegno di fedeltà. Vogliamo che la pasqua diventi il pensiero dominante della nostra vita, la fonte della nostra speranza, il primo motivo del nostro amore a Cristo. Vogliamo poterci dire “Buona Pasqua” e sapere come renderla buona e santa per ognuno di noi, non solo oggi, ma per tutta la vita, per l’eternità.
Che cos’è che fa correre l’apostolo Giovanni al sepolcro? Egli ha vissuto per intero il dramma della Pasqua, essendo molto vicino al suo maestro. Ci sembra perciò inammissibile un’affermazione del genere: “Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura”. Eppure era proprio così: non meravigliamoci allora di constatare l’ignoranza attuale, per molti versi simile. Il mondo di Dio, i progetti di Dio sono così diversi che ancor oggi succede che anche chi è più vicino a Dio non capisca e si stupisca degli avvenimenti. “Vide e credette”. Bastava un sepolcro vuoto perché tutto si risolvesse? Credo che non fu così facile. Anche nel momento delle sofferenze più dure, Giovanni rimane vicino al suo maestro. La ragione non comprende, ma l’amore aiuta il cuore ad aprirsi e a vedere. È l’intuizione dell’amore che permette a Giovanni di vedere e di credere prima di tutti gli altri. La gioia di Pasqua matura solo sul terreno di un amore fedele. Un’amicizia che niente e nessuno potrebbe spezzare. È possibile? Io credo che la vita ci abbia insegnato che soltanto Dio può procurarci ciò. È la testimonianza che ci danno tutti i gulag dell’Europa dell’Est e che riecheggia nella gioia pasquale alla fine del nostro millennio.

Approfondimento del Vangelo (Vedere nella notte e credere per l’amore)
Il testo: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti.

Una chiave di lettura: Per l’evangelista Giovanni, la resurrezione di Gesù è il momento decisivo del processo della sua glorificazione, con un nesso inscindibile con la prima fase di tale glorificazione, cioè con la passione e morte. L’evento della resurrezione non è descritto con i particolari spettacolari e apocalittici dei vangeli sinottici: per Giovanni la vita del Risorto è una realtà che si impone senza chiasso e si fa avanti in silenzio, nella potenza discreta e irresistibile dello Spirito. Il fatto della fede dei discepoli si annuncia “quando era ancora buio” e s’inizia mediante la visione di segni materiali che rimandano alla Parola di Dio. Gesù è il grande protagonista della narrazione, ma non compare mai di persona.

Suddivisione del testo, per comprenderlo meglio:
- v. 1: l’introduzione, un antefatto che tratteggia la situazione;
- v. 2: la reazione di Maria e il primo annuncio del fatto appena scoperto;
- vv. 3-5: la reazione immediata dei discepoli e la relazione che intercorre fra loro;
- vv. 6-7: constatazione del fatto annunziato da Maria;
- vv. 8-9: la fede dell’altro discepolo e la relazione di essa con la sacra Scrittura.

Uno spazio di silenzio interno ed esterno per aprire il cuore e dare spazio dentro di me alla Parola di Dio:
- Rileggo lentamente l’intero brano;
- Sono anch’io in quel giardino: il sepolcro vuoto è davanti ai miei occhi;
- Lascio riecheggiare dentro di me le parole di Maria di Magdala;
- Corro anch’io con lei, Pietro e l’altro discepolo;
- Mi lascio immergere nello stupore gioioso della fede in Gesù risorto, anche se, come loro, non lo vedo con i miei occhi di carne.

La Parola che ci è donata
- Il capitolo 20 di Giovanni: è un testo abbastanza frammentario, in cui risulta evidente che il redattore è intervenuto più volte per evidenziare alcuni temi e per unire i vari testi ricevuti dalle fonti precedenti, almeno tre racconti.
- Nel giorno dopo il sabato: è “il primo giorno della settimana” ed eredita in ambito cristiano la grande sacralità del sabato ebraico. Per i Cristiani è il primo giorno della nuova settimana, l’inizio del nuovo tempo, il giorno memoriale della resurrezione, chiamato “giorno del Signore” (Dies Domini, domenica). L’evangelista adotta qui e al vers. 19 un’espressione che è già tradizionale per i Cristiani (es.: Mc 16,2.9; At 20,7) ed è più antica di quella divenuta in seguito caratteristica della prima evangelizzazione: “il terzo giorno” (es.: Lc 24,7.46; At 10,40; 1Cor 15,4).
- Maria di Magdala: è la stessa donna già presente ai piedi della croce con altre (19,25). Qui sembrerebbe sola, ma la frase del vers. 2 (“non sappiamo”) rivela che il racconto originario, sul quale l’evangelista ha lavorato, narrava di più donne, al pari degli altri vangeli (cfr. Mc 16,1-3; Mt 28,1; Lc 23,55-24,1). Diversamente rispetto ai sinottici (cfr. Mc 16,1; Lc 24,1), inoltre, non si specifica il motivo della sua visita al sepolcro, visto che è stato riferito che le operazioni di sepoltura erano state già completate (19,40); forse, l’unica cosa che manca è il lamento funebre (cfr. Mc 5,38). Comunque, il quarto evangelista riduce al minimo la narrazione della scoperta del sepolcro vuoto, per puntare l’attenzione dei lettori sul resto.
- Di buon mattino, quando era ancora buio: Marco (16,2) parla in modo diverso, ma da entrambi si comprende che si tratta delle primissime ore del mattino, quando la luce è molto tenue e ancora livida. Forse Giovanni sottolinea la mancanza di luce per evidenziare il contrasto simbolico fra tenebre-mancanza di fede e luce-accoglienza del vangelo della resurrezione.
- La pietra era stata ribaltata dal sepolcro: la parola greca è generica: la pietra era stata “tolta” o “rimossa” (diversamente: Mc 16,3-4). Il verbo “togliere” ci rimanda a Gv 1,29: il Battista indica Gesù come “l’Agnello che toglie il peccato del mondo”. Forse l’evangelista vuole richiamare il fatto che questa pietra “tolta”, sbalzata via dal sepolcro è il segno materiale che la morte e il peccato sono stati “tolti” dalla resurrezione di Gesù?
- Corse allora e andò da Pietro e dall’altro discepolo: la Maddalena corre da coloro che condividono con lei l’amore per Gesù e la sofferenza per la sua morte atroce, ora accresciuta da questa scoperta. Si reca da loro, forse perché erano gli unici che non erano fuggiti con gli altri e si erano tenuti in contatto fra loro (cfr. 19,15.26-27). Vuole almeno condividere con loro l’ulteriore dolore per l’oltraggio al cadavere. Notiamo come Pietro, il “discepolo amato” e Maddalena si caratterizzino per l’amore speciale che li lega a Gesù: è proprio l’amore, specie se ricambiato, che rende capaci di intuire la presenza della persona amata.
- L’altro discepolo, quello che Gesù amava: è un personaggio che compare solo in questo vangelo e solo a partire dal cap. 13, quando mostra una grande intimità con Gesù e anche una profonda intesa con Pietro (13,23-25). Compare in tutti i momenti decisivi della passione e della resurrezione di Gesù, ma rimane anonimo e sulla sua identità sono state fatte ipotesi abbastanza varie. Probabilmente si tratta del discepolo anonimo del Battista che segue Gesù assieme ad Andrea (1,35.40). Poiché il quarto vangelo non parla mai dell’apostolo Giovanni e considerando che questo vangelo riporta spesso particolari evidentemente risalenti a un testimone oculare, il “discepolo” è stato identificato con l’apostolo Giovanni. Il quarto vangelo gli è stato sempre attribuito, anche se egli non l’ha composto materialmente, bensì è all’origine della tradizione particolare cui risale questo vangelo e gli altri scritti attribuiti a Giovanni. Ciò spiega anche come egli sia un personaggio alquanto idealizzato. “Quello che Gesù amava”: è evidentemente un’aggiunta dovuta non all’apostolo, che non avrebbe osato vantare tanta confidenza col Signore, ma ai suoi discepoli, che hanno scritto materialmente il vangelo e hanno coniato quest’espressione riflettendo sull’evidente amore privilegiato che intercorre fra Gesù e questo discepolo (cfr. 13,25; 21,4.7). Laddove si usa l’espressione più semplice, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata, dunque, l’aggiunta dei redattori.
- Hanno portato via il Signore dal sepolcro: queste parole, che ricorrono anche in seguito: vers. 13 e 15, rivelano che Maria teme uno dei furti di cadavere che avvenivano spesso all’epoca, tanto da costringere l’imperatore romano a emanare severi decreti per arginare il fenomeno. A questa stessa possibilità ricorrono, in Matteo (28,11-15), i capi dei sacerdoti per diffondere discredito sull’evento della resurrezione di Gesù ed, eventualmente, giustificare il mancato intervento dei soldati posti a guardia del sepolcro.
- Il Signore: il titolo di “Signore” implica il riconoscimento della divinità ed evoca l’onnipotenza divina. Era, perciò, utilizzato dai Cristiani per Gesù risorto. Il quarto evangelista, infatti, lo riserva ai soli racconti pasquali (anche in 20,13).
- Non sappiamo dove l’hanno posto: la frase rimanda a quanto successe a Mosè, il cui luogo di sepoltura era sconosciuto (Dt 34,10). Un altro probabile rimando implicito è alle stesse parole di Gesù sull’impossibilità di conoscere il luogo dove si sarebbe recato (7,11.22; 8,14.28.42; 13,33; 14,1-5; 16,5).
- Correvano insieme... ma l’altro... giunse per primo... ma non entrò: La corsa rivela l’ansia che vivono questi discepoli. Il fermarsi dell’ “altro discepolo” è più che un gesto di cortesia o di rispetto verso un anziano: è il riconoscimento tacito e pacifico, nella sua semplicità, della preminenza di Pietro all’interno del gruppo apostolico, sebbene questa non vada enfatizzata. È, dunque, un segno di comunione. Questo gesto potrebbe anche essere un artificio letterario per spostare l’evento della fede nella resurrezione al momento successivo e culminante del racconto.
- Le bende per terra e il sudario... piegato in un luogo a parte: già l’altro discepolo, pur senza entrare, ne aveva visto qualcosa. Pietro, varcando la soglia del sepolcro, scopre la prova che non vi era stato alcun furto del cadavere: nessun ladro avrebbe perso tempo a sbendare il cadavere, distendere ordinatamente le fasce e il lenzuolo (per terra potrebbe essere tradotto meglio con “stese” o “adagiate sul piano”) e anche arrotolare a parte il sudario! L’operazione sarebbe stata complicata anche dal fatto che gli olii con cui era stato unto quel corpo (specialmente la mirra) agivano quasi come un collante, facendo aderire perfettamente e saldamente il lenzuolo al corpo, quasi come avveniva per le mummie. Il sudario, inoltre, è piegato; il verbo greco può voler dire anche “arrotolato”, oppure indicare che quel drappo di stoffa leggera aveva conservato in gran parte le forme del volto sul quale era stato posto, quasi come una maschera mortuaria. Le bende sono le stesse citate in Gv 19,40. Nel sepolcro, tutto risulta in ordine, anche se manca il corpo di Gesù e Pietro riesce a vedere bene all’interno, perché il giorno sta salendo. A differenza di Lazzaro (11,44), dunque, il Cristo è risorto abbandonando del tutto il proprio corredo funerario: i commentatori antichi fanno notare che, infatti, Lazzaro dovette poi usare quelle bende per la propria definitiva sepoltura, mentre il Cristo non aveva più alcun bisogno di esse, non dovendo mai più morire (cfr. Rm 6,9).
- Pietro... vide... l’altro discepolo... vide e credette: anche Maria, all’inizio del racconto, aveva “visto”. Nonostante la versione italiana traduca tutto con lo stesso verbo, il testo originale ne usa tre diversi (theorein per Pietro; blepein per l’altro discepolo e Maddalena; idein, qui, per l’altro discepolo), lasciandoci intendere un accrescimento della profondità spirituale di questo “vedere” che, infatti, culmina con la fede dell’altro discepolo. Il discepolo anonimo, di certo, non ha visto nulla di diverso da quanto aveva già osservato Pietro; forse, egli interpreta ciò che vede diversamente dagli altri anche per la particolare sintonia d’amore che aveva avuto con Gesù (l’esperienza di Tommaso è emblematica: 29,24-29). Tuttavia, come indicato dal tempo del verbo greco, la sua è una fede ancora solo iniziale, tanto che egli non trova il modo di condividerla con Maria o Pietro o qualcun altro dei discepoli (non vi si accenna più in seguito). Per il quarto evangelista, tuttavia, il binomio “vedere e credere” è molto significativo ed è riferito esclusivamente alla fede nella resurrezione del Signore (cfr. 20,29), perché era impossibile credere davvero prima che il Signore fosse morto e risorto (cfr. 14,25-26; 16,12-15). Il binomio visione ? fede, quindi, caratterizza tutto questo capitolo e “il discepolo amato” è presentato come un modello di fede che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli avvenimenti materiali (cfr. anche 21,7).
- Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura: si riferisce evidentemente a tutti gli altri discepoli. Anche per coloro che avevano vissuto accanto a Gesù, dunque, è stato difficile credere in Lui e per loro, come per noi, l’unica porta che ci permette di varcare la soglia della fede autentica è la conoscenza della Scrittura (cfr. Lc 24,26-27; 1Cor 15,34; At 2,27-31) alla luce dei fatti della resurrezione.

Alcune domande per orientare la riflessione e l’attuazione
- Cosa vuol dire concretamente, per noi, “credere in Gesù il Risorto”? Quali difficoltà incontriamo? La resurrezione riguarda solo Gesù o è veramente il fondamento della nostra fede?
- Il rapporto che vediamo fra Pietro, l’altro discepolo e Maria di Magdala è evidentemente di grande comunione attorno a Gesù. In quali persone, realtà, istituzioni oggi ritroviamo la stessa intesa d’amore e la stessa “comune unione” fondata su Gesù? Dove riusciamo a leggere i segni concreti del grande amore per il Signore e per i “suoi” che mosse tutti i discepoli?
- Quando osserviamo la nostra vita e la realtà che ci circonda a breve e a lungo raggio abbiamo lo sguardo di Pietro (vede i fatti, ma rimane fermo ad essi: alla morte e sepoltura di Gesù) oppure quello dell’altro discepolo (vede i fatti e scopre in essi i segni della vita nuova)?

Dagli scritti
Dall’«Omelia sulla Pasqua» di Melitone di Sardi, vescovo
L’agnello immolato ci trasse dalla morte alla vita
Prestate bene attenzione, carissimi: il mistero della Pasqua è nuovo e antico, eterno e temporale, corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la legge, nuovo secondo il Verbo; temporaneo nella figura, eterno nella grazia; corruttibile per l’immolazione dell’agnello, incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sua sepoltura nella terra, immortale per la sua risurrezione dai morti. La legge è antica, ma il Verbo è nuovo; temporale è la figura, eterna la grazia; corruttibile l’agnello, incorruttibile il Signore, che fu immolato come un agnello, ma risorse come Dio. «Era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca» (Is 53,7). La similitudine è passata ed ha trovato compimento la realtà espressa: invece di un agnello, Dio, l’uomo-Cristo, che tutto compendia. Perciò l’immolazione dell’agnello, la celebrazione della Pasqua e la scrittura della legge ebbero per fine Cristo Gesù. Nell’antica legge tutto avveniva in vista di Cristo. Nell’ordine nuovo tutto converge a Cristo in una forma assai superiore. La legge è divenuta il Verbo e da antica è fatta nuova, ma ambedue uscirono da Sion e da Gerusalemme. Il precetto si mutò in grazia, la figura in verità, l’agnello nel Figlio, la pecora nell’uomo e l’uomo in Dio. Il Signore pur essendo Dio, si fece uomo e soffrì per chi soffre, fu prigioniero per il prigioniero, condannato per il colpevole e, sepolto per chi è sepolto, risuscitò dai morti e gridò questa grande parola: Chi è colui che mi condannerà? Si avvicini a me (cfr. Is 50,8). Io, dice, sono Cristo che ho distrutto la morte, che ho vinto il nemico, che ho messo sotto i piedi l’inferno, che ho imbrogliato il forte e ho elevato l’uomo alle sublimità del cielo; io, dice, sono il Cristo. Venite, dunque, o genti tutte, oppresse dai peccati e ricevete il perdono. Sono io, infatti, il vostro perdono, io la Pasqua della redenzione, io l’Agnello immolato per voi, io il vostro lavacro, io la vostra vita, io la vostra risurrezione, io la vostra luce, io la vostra salvezza, io il vostro re. Io vi porto in alto nei cieli. Io vi risusciterò e vi farò vedere il Padre che è nei cieli. Io vi innalzerò con la mia destra. (Capp. 2-7; 100-103; SC 123,60-64.120-122).

Orazione finale:
Il contesto liturgico non è indifferente per pregare questo Vangelo e l’evento della resurrezione di Gesù, attorno al quale ruota tutta la nostra fede e vita cristiana. La sequenza che caratterizza la liturgia eucaristica di questo giorno e della settimana che segue (l’ “ottava”) ci guida nel lodare il Padre e il Signore Gesù: Alla vittima pasquale s’innalzi oggi il sacrificio di lode. L’agnello ha redento il suo gregge, l’Innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre. Morte e Vita si sono affrontate In un prodigioso duello. Il Signore della vita era morto, ma ora - vivo - trionfa. “Raccontaci, Maria, che hai visto sulla via?” “La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto e gli angeli suoi testimoni, il sudario e le sue vesti. Cristo, mia speranza, è risorto e vi precede in Galilea”. Sì, ne siamo certi: Cristo è davvero risorto. Tu, Re vittorioso, portaci la tua salvezza.
La nostra preghiera può anche concludersi con questa vibrante invocazione di un poeta contemporaneo, Marco Guzzi: Amore, Amore, Amore! Voglio sentire, vivere ed esprimere tutto questo Amore che è impegno gioioso nel mondo e contatto felice con gli altri. Solo tu mi liberi, solo tu mi sciogli. E i ghiacci scendono a irrigare La valle più verde del creato.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
DOMENICA DI PASQUA
«NELLA RISURREZIONE DEL SIGNORE»


Letture:
At 1,1-8a
Sal 117
1Cor 15,3-10a
Gv 20,11-18

Ho visto il Signore
“Non è gran cosa - scrive sant’Agostino - credere che Gesù è morto; questo lo credono anche i pagani. Tutti lo credono. La cosa veramente straordinaria è credere che egli è risorto. La fede dei cristiani sta nella risurrezione di Cristo!”. Diceva già san Paolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (Cor 15,19-20). Siamo di fronte al fatto più decisivo della storia: un uomo è venuto dall’aldilà; se fosse vero, cambia la vita!
Il fatto: E vero lo è, perché vi sta una precisa documentazione. Le donne trovano la tomba vuota; Maddalena lo incontra in un clima di rapporto umano tanto personale. Gli evangelisti non avrebbero portato la testimonianza delle donne se non fosse stata più che certa. Pietro, entrato nel sepolcro vuoto, “osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte” (Gv 20,6-7). Non sarebbero rimasti così se il corpo di Gesù fosse stato rubato. L’angelo dice: è risorto! Se Gesù è risorto, lo si può incontrare. Da qui le apparizioni: “Si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (Lett.). Paolo ne fa un elenco, quale documento già pacifico entro la Comunità cristiana: “A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto” (Epist.). È la testimonianza di quel Paolo, cambiato da persecutore in apostolo proprio da un “violento” incontro faccia a faccia sulla strada di Damasco con questo Gesù vivo e potente! Pietro e Giovanni imprigionati, percossi e processati, con molto coraggio dichiarano: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20). Pronti a dare la vita, per “ciò che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono” (1Gv 1,1). “Noi, che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti” (At 10,41). Del resto, più scettico di Tommaso: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non crederò” (Gv 20,25). Un fatto quindi, questo della risurrezione, che s’è imposto oltre ogni verifica! D’altra parte Gesù ha dichiarato: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). È questa sua presenza viva e sperimentata nella Chiesa che ci conferma che Lui è vivo, attivo e operante, oggi ancora salvatore e guida della sua comunità. Risorto con il corpo, il suo corpo: Tommaso, che aveva dubbi, l’ha riconosciuto. Gesù appare nel Cenacolo e mangia: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne ed ossa, come vedete che io ho. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi” (Lc 24,38-40). Con l’ascensione, un corpo è esaltato alla destra di Dio! Come sarà il nostro corpo risorto? Come quello di Gesù: avrà la sua stessa glorificazione, ed.. eternità!
La fede: Con il termine risurrezione si vuol affermare la continuità tra il Gesù storico e il Cristo risorto; con il termine esaltazione si celebra la gloria divina di Cristo risorto. Era Dio, s’è fatto uomo fino alla morte; ora ritorna in Dio portando con sé l’umanità che ha assunto. Per Gesù la risurrezione segna la sua accreditazione. Egli allora è il vero Inviato (Messia) di Dio, perché il Padre lo ha risuscitato: prova per la sua missione e quindi anche segno della sua divinità. È il sigillo di Dio sull’opera di questo profeta. Non è un inventore di religione come gli altri. Tutti sono morti. Lui è l’unico risorto e vivo, come aveva promesso! Nelle apparizioni non lo riconoscono subito, se non nella fede (Maria! - a Emmaus allo spezzare del pane - Giovanni: vide e credette!). Non è sufficiente la documentazione storica, occorre la fede, che è il modo di vedere e capire che nasce dall’amore e si fonda sulla Parola di Dio (ai discepoli di Emmaus Gesù spiega la sua morte alla luce delle Scritture). In questo senso è allora “visibile” anche oggi: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). La fede non è fantasia: Gesù insiste nel mangiare, e dice a Tommaso di toccare. Non si tratta di illusioni soggettive, ma prove oggettive; trascendenti ma reali, così reali che cambiano la vita ai discepoli. La prova storica più irrefutabile della risurrezione è proprio questo capovolgimento dei discepoli: da gente spaventata e delusa durante la passione sono poi diventati missionari intrepidi. È un fatto non altrimenti spiegabile se non con un evento certo e forte che ha toccato la loro vita. Questo è anche il contenuto della nostra fede. Gesù è fatto “Signore”, perché signore della signora della storia che è la morte: “Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede” (1Cor 15,17). Noi siamo cristiani perché ci fidiamo di Cristo, perché vediamo in lui l’uomo riuscito, il nostro salvatore. In quanto inizio della umanità nuova, “primizia di coloro che sono morti”, in lui leggiamo il nostro destino, cioè uno sbocco diverso alla inevitabile corsa verso la morte. “Se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Con l’uomo si rinnova anche il cosmo: “La creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi, … nella speranza che anch’essa sarà liberata dalla schiavitù della corruzione” (Rm 8,21-22). Nasce quindi il vero “materialismo” cristiano. L’unico.
Speranza ma anche garanzia: oggi occorre credere e connettersi a Cristo vivo col battesimo, aiutati dalla signoria dello Spirito che cresce con la vita di grazia, nutrita dall’Eucaristia: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). La sera di Pasqua Gesù ha promesso il suo Spirito, il suo modo discreto ma efficace di sussidiare oggi la nostra fragile libertà. “Lasciarsi fare” dallo Spirito è il modo proprio di crescere da figli di Dio! Si tratta di vivere nella Chiesa, anticipo nel tempo della famiglia di Dio che sfocerà in Casa Trinità.
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MessaggioOggetto: sabato 14 aprile 2012   Lun Apr 09, 2012 10:36 am

SABATO 14 APRILE 2012

SABATO FRA L’OTTAVA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Padre, che nella tua immensa bontà estendi a tutti i popoli il dono della fede, guarda i tuoi figli di elezione, perché coloro che sono rinati nel Battesimo ricevano la veste candida della vita immortale.

Letture:
At 4,13-21 (Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato)
Sal 117 (Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai risposto)
Mc 16,9-15 (Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo)

Le apparizioni nel Vangelo di San Marco
San Marco si contraddistingue sempre per la brevità narrativa che è una sintesi profonda e coinvolgente per arrivare in modo più diretto a ciò che è essenziale. Abbiamo l’incontro con Maria di Magdala, con i discepoli di Emmaus e quindi con i discepoli riuniti a tavola. Una costante è presente la troviamo nella difficoltà dei discepoli a credere. Gesù stesso li rimprovera per la durezza dei loro cuori. Un primo momento di tentennamento della comunità è testimoniato da tutti gli evangelisti. È un atteggiamento che è facilmente spiegabile; chi non avrebbe avuto questo primo momento che è soprattutto stupore? A questo momento, però è subentrata immediatamente una espansione clamorosa del messaggio del Cristo Risorto; e questa è storia ben documentata. Una diffusione così rapida spiegabile solo come opera dello Spirito Santo che ha alla origine un mandato preciso di Gesù stesso: quanto è testimoniato proprio anche dal Vangelo di San Marco! Leggiamolo allora alla luce della storia, inseriamolo nella storia di salvezza che è l’annuncio pasquale che gli apostoli hanno trasmesso. È la crescita della Chiesa: è la nostra storia!
Il Vangelo di san Marco termina con una catechesi sulla fiducia che meritano gli undici apostoli, la cui testimonianza è il fondamento della fede della Chiesa: Gesù stesso li ha chiamati per andare dalla Galilea a Gerusalemme. Dopo il Venerdì santo, delusi e senza speranza, restano in città. Maria di Magdala che - secondo questo racconto, che fa fede - è stata la prima alla quale il Signore è apparso, spiega loro di che cosa l’ha incaricata il Cristo risuscitato. I due discepoli che il Signore accompagna lungo il cammino verso Emmaus rientrano a Gerusalemme. Tuttavia, essi non li ascoltano, né credono loro. Né la testimonianza della donna, né quella dei due discepoli fa uscire gli apostoli dalla loro afflizione e dai loro lamenti. È soltanto quando Gesù stesso è vicino a loro e rimprovera loro la mancanza di fiducia nella parola dei suoi testimoni, che i loro cuori e i loro occhi si aprono. Vedendolo, capiscono che il vangelo di Dio che Gesù aveva predicato, e che diventa la loro missione, ha un avvenire senza fine. Capiscono che la loro missione comprende “il mondo intero” e “la creazione intera”, tutta la comunità dei viventi.

Lettura del Vangelo: Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi fa parte di una unità letteraria più ampia (Mc 16,9-20) che ci mette dinanzi la lista o il riassunto di diverse apparizioni di Gesù: (a) Gesù appare a Maria Maddalena, ma i discepoli non accettano la sua testimonianza (Mc 16,9-11); (b) Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non accettano la loro testimonianza (Mc 16,12-13); (c) Gesù appare agli Undici, critica la mancanza di fede e ordina di annunciare la Buona Novella a tutti (Mc 16,14-18); (d) Gesù ascende al cielo e continua a cooperare con i discepoli (Mc 16,19-20).
- Oltre a questa lista di apparizioni del vangelo di Marco, ci sono altre liste di apparizioni che non sempre coincidono tra di loro. Per esempio, la lista conservata da Paolo nella lettera ai Corinzi è molto differente (1Cor 15,3-8). Questa varietà mostra che all’inizio, i cristiani, non si preoccupano di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni. Per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. Una persona che prende il sole sulla spiaggia non si preoccupa di dimostrare che il sole esiste, perché lei stessa abbronzata è la prova evidente dell’esistenza del sole. Le comunità, con il loro esistere in mezzo all’impero immenso, erano una prova viva della risurrezione. Le liste delle apparizioni cominciano a spuntare più tardi, nella seconda generazione per ribattere le critiche degli avversari.
- Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria Maddalena, ma gli altri discepoli non le credettero. Gesù appare prima a Maria Maddalena. Lei va ad annunciarlo agli altri. Per venire al mondo, Dio volle dipendere dal seno di una giovane di 15 o 16 anni, chiamata Maria, di Nazaret (Lc 1,38). Per essere riconosciuto vivo in mezzo a noi, volle dipendere dall’annuncio di una donna che era stata liberata da sette demoni, anche lei chiamata Maria, di Magdala! (Per questo era chiamata Maria Maddalena). Ma gli altri non credettero in lei. Marco dice che Gesù apparve prima a Maddalena. Nell’elenco delle apparizioni, trasmesso nella lettera ai Corinzi (1Cor 15,3-8), non vengono riportate le apparizioni di Gesù alle donne. I primi cristiani avevano difficoltà a credere nella testimonianza delle donne. È un peccato!
- Marco 16,12-13: Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non credettero a loro. Senza molti dettagli, Marco si riferisce ad un’apparizione di Gesù a due discepoli, “mentre erano in cammino verso la campagna”. Si tratta, probabilmente, di un riassunto dell’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, narrata da Luca (Lc 24,13-35). Marco insiste nel dire che “gli altri non cedettero nemmeno a loro”.
- Marco 16,14-15: Gesù critica l’incredulità e ordina di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. Per questo, Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che lo avevano visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere nella testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione di Gesù. Perché? Probabilmente per insegnare tre cose. In primo luogo che la fede in Gesù passa attraverso la fede nelle persone che ne danno testimonianza. In secondo luogo, che nessuno si deve scoraggiare, quando il dubbio o l’incredulità nascono nel cuore. In terzo luogo, per ribattere le critiche di coloro che dicevano che il cristiano è ingenuo e accetta senza critica qualsiasi notizia, poiché gli undici ebbero molta difficoltà ad accettare la verità della risurrezione!
- Il vangelo di oggi termina con l’invio: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura!”. Gesù conferisce loro la missione di annunciare la Buona Novella ad ogni creatura.

Per un confronto personale:
- Maria Maddalena, i due discepoli di Emmaus e gli undici discepoli: chi di loro ebbe maggiore difficoltà nel credere alla risurrezione? Perché? Con chi di loro mi identifico?
- Quali sono i segnali che più convincono le persone della presenza di Gesù in mezzo a noi?

Preghiera finale: Giusto è il Signore in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 144).
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MessaggioOggetto: domenica 15 aprile 2012   Lun Apr 09, 2012 10:44 am

DOMENICA 15 APRILE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
II DOMENICA DI PASQUA
DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA


Orazione iniziale: O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, allontanate le nostre paure e le nostre indecisioni, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.

Letture:
At 4,32-35 (Un cuore solo e un’anima sola)
Sal 117 (Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre)
1Gv 5,1-6 (Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo)
Gv 20,19-31 (Otto giorni dopo venne Gesù)

Pace a voi!
La Pace è il vero dono di Gesù Cristo; è la consegna agli apostoli che è alla base del loro mandato! È la pace di Cristo, non la pace umana come equilibrio di relazioni basate sull’interesse ed egoismo. Gesù, lo testimonia sempre l’evangelista San Giovanni ha lasciato le bende nel sepolcro. Quelle bende intrise del sangue e testimoni della sua Passione e Morte sono nella tomba ormai vuota. Lì avevamo rinchiuso Cristo, lì pensavamo di aver terminato la Sua e nostra storia. Il Cristo Risorto ha scoperchiato quella tomba, ha lasciato quelle vesti per una nuova vita. Ora Egli si presenta ai discepoli e mostra i segni della sua Passione sul suo Corpo. La Passione di Cristo è ora legata alla sua Resurrezione. Le nostre debolezze, i nostri peccati sono sul Cristo Risorto; non li troviamo più nella sua tomba; fanno parte ormai della Sua vita nuova. È questa la sua pace: la trasformazione del male del mondo in opera di redenzione; è la sua Pasqua che va oltre i confini delle miserie umane e la sua Pace è opera di Dio e non di gabbie e sepolcri umani. La tomba rimane vuota perché in Cristo troviamo le Sue e le nostre sofferenze. E in Lui, solo in Lui, abbiamo le risposte a tanti nostri interrogativi che rischiano di far rimanere la nostra vita in una tomba chiusa. È opera dello Spirito di Cristo, è opera affidata alla sua Chiesa e opera che serve per la nostra vita. Accogliamo la pace di Cristo come segno di speranza nella fede e nella carità.
I profeti chiamarono il Messia “principe della pace” (Is 9,5); affermarono che una pace senza fine avrebbe caratterizzato il suo regno (Is 9,6; 11,6). In occasione della nascita di Cristo, gli angeli del cielo proclamarono la pace sulla terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Gesù stesso dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo” (Gv 14,27). Sul monte degli Ulivi, contemplando la maestà di Gerusalemme, Gesù, con le lacrime agli occhi e con il cuore gonfio, rimproverò il suo popolo: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace!” (Lc 19,42). La pace è il dono apportato dal Redentore. Egli ci ha procurato questo dono per mezzo della sua sofferenza e del suo sacrificio, della sua morte e della sua risurrezione. San Paolo afferma: “Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani siete diventati vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia” (Ef 2,13-14). Quando, risuscitato dai morti, si mostrò agli apostoli, Gesù offrì loro innanzi tutto la pace, prezioso dono del riscatto. Quando si mostrò a loro, disse ai suoi discepoli: “Pace a voi!”. Vedendoli spaventati e sperduti, li rassicurò dicendo loro che era proprio lui, risuscitato dai morti, e ripeté loro: “Pace a voi!”. Gesù ha voluto fare questo dono prezioso del riscatto - la pace - e l’ha fatto, non solo agli apostoli, ma anche a tutti quelli che credevano e avrebbero creduto in lui. È per questo che mandò gli apostoli a proclamare il Vangelo della redenzione in tutti i paesi del mondo, dando loro il potere di portare la pace dell’anima per mezzo dei sacramenti del battesimo e del pentimento, per mezzo dell’assoluzione dai peccati. Inoltre, in quell’occasione, Cristo soffiò sugli apostoli e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete, i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi” (Gv 20,21-23). Beati coloro che credono in Dio senza averlo mai visto con i loro occhi, percepito con i loro sensi, compreso completamente con la loro intelligenza. La fede è una grazia; essa supera la conoscenza. La fede è un abbandonarsi con fiducia, non è un dato scientificamente dimostrato. Noi crediamo perché Dio si è rivelato e questa rivelazione è confermata dalla testimonianza di coloro che poterono essere presenti per decisione di Cristo e per ispirazione dello Spirito Santo, e cioè gli scrittori sacri, autori dei libri ispirati, e la Chiesa, alla cui testa si trova, in maniera invisibile, il Redentore stesso. Da ciò possiamo capire che la fede è meritoria e dunque benedetta. Infatti, accettare un sapere scientifico certo non costituisce in nessun modo un merito, mentre credere in qualcosa che non possiamo capire rappresenta un sacrificio e, perciò, un merito. La benedizione della fede consiste nel fatto che essa ci unisce a Dio, ci indica la vera via di salvezza e ci libera così dall’angoscia del dubbio. La fede rende salda la speranza e, grazie ad essa, ci preserva dalla sfiducia, dalla tristezza, dallo smarrimento. La fede ci avvicina al soprannaturale e ci assicura così l’aiuto divino nei momenti più difficili. La fede ci innalza dalla vita materiale all’esistenza spirituale e ci riempie così di una gioia celeste. Sulla terra, l’uomo è angosciato dal dubbio, dall’incertezza, dalla disperazione. Ma la fede lo libera da tutto questo. La fede lo rende pacifico e felice. Che cosa dobbiamo temere se Dio è con noi? La fede ci unisce a Dio e stabilisce uno stretto legame con lui. L’armonia con Dio sbocca, a sua volta, in un accordo con il proprio io, accordo che assicura una vera e propria pace interiore. Per giungere ad essa abbiamo bisogno, oltre che della fede, del pentimento che ci libera dai peccati riscattandoci. Perché è la colpa, il senso di colpa che suscita in noi l’inquietudine, e provoca tormenti spirituali, e ci procura rimorsi: tutto ciò è dovuto ad una coscienza appesantita dai peccati. La colpa non ci lascia in pace. Dice bene il profeta: “Non c’è pace per i malvagi” (Is 48,22). Mentre il salmo ci rassicura: “Grande pace per chi ama la tua legge” (Sal 119,165).

Approfondimento del Vangelo (La missione dei discepoli e la testimonianza dell’apostolo Tommaso)
Il testo: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Chiave di lettura: Siamo nel cosiddetto “libro della risurrezione” ove sono narrati, senza una continuità logica, diversi episodi che riguardano il Cristo risorto e i fatti che lo provano. Questi fatti sono collocati, nel IV vangelo, nella mattina (20,1-18) e nella sera del primo giorno dopo il sabato e otto giorni dopo, nello stesso luogo e giorno della settimana. Ci troviamo di fronte all’evento più importante della storia dell’umanità, un evento che ci interpella personalmente. “Se Cristo non è risorto è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,14.17) dice l’apostolo Paolo che non aveva conosciuto Gesù prima della sua Risurrezione, ma che lo predicava con tutta la sua vita, pieno di zelo. Gesù è l’inviato del Padre. Egli invia anche noi. La disponibilità ad “andare” proviene dalla profondità della fede che abbiamo nel Risorto. Siamo pronti ad accettare il Suo “mandato” e a dare la vita per il suo Regno? Questo brano non riguarda solo la fede di coloro che non hanno visto (testimonianza di Tommaso), ma anche la missione affidata da Cristo alla Chiesa.

Una possibile divisione del testo per facilitare la lettura:
- 20,19-20: apparizione ai discepoli e ostensione delle ferite
- 20,21-23: dono dello Spirito per la missione
- 20,24-26: apparizione particolare per Tommaso, otto giorni dopo
- 20,27-29: dialogo con Tommaso
- 20,30-31: lo scopo del Vangelo secondo Giovanni

Un momento di silenzio per far depositare la Parola nel nostro cuore.

Alcune domande per aiutare la meditazione: Chi o cosa ha suscitato il mio interesse e la mia meraviglia nella lettura che ho fatto? È possibile che ci siano alcuni che si professano cristiani, ma non credano nella Risurrezione di Gesù? È così importante crederci? Cosa cambia se noi ci fermiamo solo al suo insegnamento e alla sua testimonianza di vita? Che significato ha per me il dono dello Spirito per la missione? Come continua, dopo la Risurrezione, la missione di Gesù nel mondo? Qual è il contenuto dell’annuncio missionario? Che valore ha per me la testimonianza di Tommaso? Quali sono, se ne ho, i dubbi della mia fede? Come li affronto e progredisco? So esprimere le ragioni della mia fede?

Commento:
- La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato: i discepoli stanno vivendo un giorno straordinario. Il giorno dopo il sabato, nel momento in cui viene scritto il IV vangelo, è già per la comunità “il giorno del Signore” (Ap 1,10), Dies Domini (domenica) e ha più importanza della tradizione del sabato per i Giudei.
- Mentre erano chiuse le porte: un particolare per indicare che il corpo di Gesù risorto, pur essendo riconoscibile, non è soggetto alle leggi ordinarie della vita umana.
- Pace a voi: non è un augurio, ma la pace che aveva promesso quando erano afflitti per la sua dipartita (Gv 14,27; 2Tes 3,16; Rom 5,3), la pace messianica, il compimento delle promesse di Dio, la liberazione da ogni paura, la vittoria sul peccato e sulla morte, la riconciliazione con Dio, frutto della sua passione, dono gratuito di Dio. Viene ripetuto tre volte in questo brano, come anche l’introduzione (20,19) viene ripetuta più avanti (20,26) in modo identico.
- Mostrò loro le mani e il costato: Gesù fornisce le prove evidenti e tangibili che è colui che è stato crocifisso. Solo Giovanni ricorda il particolare della ferita al costato inferta dalla lancia di un soldato romano, mentre Luca evidenzia la ferita ai piedi (Lc 24,39). Nel mostrare le ferite Gesù vuole anche evidenziare che la pace che lui dà viene dalla croce (2Tim 2,1-13). Fanno parte della sua identità di risorto (Ap 5,6).
- E i discepoli gioirono al vedere il Signore: È la stessa gioia che esprime il profeta Isaia nel descrivere il banchetto divino (Is 25,8-9), la gioia escatologica, che aveva preannunciata nei discorsi di addio, che nessuno potrà mai togliere (Gv 16,22; 20,27; cfr. Lc 24,39-40; Mt 28,8; Lc 24,41).
- Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi: Gesù è il primo missionario, “l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo” (Ap 3,1). Dopo l’esperienza della croce e della resurrezione si attualizza la preghiera di Gesù al Padre (Gv 13,20; 17,18; 21,15,17). Non si tratta di una nuova missione, ma della stessa missione di Gesù che si estende a coloro che sono suoi discepoli, legati a lui come il tralcio alla vite (15,9), così anche alla sua chiesa (Mt 28,18-20; Mc 16,15-18; Lc 24,47-49). Il Figlio eterno di Dio è stato inviato perché “il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17) e tutta la sua esistenza terrena, di piena identificazione con la volontà salvifica del Padre, è una costante manifestazione di quella volontà divina che tutti si salvino. Questo progetto storico lo lascia in consegna ed eredità a tutta la Chiesa e, in maniera particolare, all’interno di essa, ai ministri ordinati.
- Alitò su di loro: il gesto ricorda il soffio di Dio che da la vita all’uomo (Gn 2,7), non si incontra altrove nel Nuovo Testamento. Segna l’inizio di una creazione nuova.
- Ricevete lo Spirito Santo: dopo che Gesù è stato glorificato viene dato lo Spirito Santo (Gv 7,39). Qui si tratta della trasmissione dello Spirito per una missione particolare, mentre la Pentecoste (At 2) è la discesa dello Spirito su tutto il popolo di Dio.
- A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi: il potere di perdonare o non perdonare (rimettere) i peccati si trova anche in Matteo in forma più giuridica (Mt 16,19; 18,18). È Dio che ha il potere di rimettere i peccati, secondo gli Scribi e i Farisei (Mc 2,7), come da tradizione (Is 43,25). Gesù da questo potere (Lc 5,24) e lo trasmette alla sua Chiesa. Conviene non proiettare su questo testo, nella meditazione, lo sviluppo teologico della tradizione ecclesiale e le controversie teologiche che ne seguono. Nel IV Vangelo l’espressione si può considerare in modo ampio. Si indica il potere di rimettere i peccati nella Chiesa, come comunità di salvezza, di cui sono particolarmente muniti coloro che partecipano per successione e missione al carisma apostolico. In questo potere generale è incluso anche il potere di rimettere i peccati dopo il battesimo, quello che noi chiamiamo “sacramento della riconciliazione” espresso in diverse forme nel corso della storia della Chiesa.
- Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo: Tommaso è uno dei protagonisti del IV vangelo, si mette in evidenza il suo carattere dubbioso e facile allo scoraggiamento (11,16; 14,5). “uno dei dodici” è ormai una frase stereotipa (6,71), perché in realtà erano undici. “Didimo” vuol dire “gemello”, noi potremmo essere “gemelli” suoi per la difficoltà a credere in Gesù, Figlio di Dio, morto e risorto.
- Abbiamo visto il Signore! Già Andrea, Giovanni e Filippo, trovato il Messia, erano corsi ad annunciarlo ad altri (Gv 1,41-45). Ora è l’annuncio ufficiale da parte dei testimoni oculari (Gv 20.18).
- Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò: Tommaso non riesce a credere attraverso i testimoni oculari. Vuole fare lui l’esperienza. Il IV vangelo è conscio della difficoltà di chiunque a credere nella Risurrezione (Lc 24, 34-40; Mc 16,11; 1Cor 15,5-8), specialmente poi di coloro che non hanno visto il Risorto. Tommaso è il loro (e nostro) interprete. Egli è disposto a credere, ma vuole risolvere di persona ogni dubbio, per il timore di uno sbaglio. Gesù non vede in Tommaso uno scettico indifferente, ma un uomo in cerca della verità e lo accontenta pienamente. È comunque l’occasione per lanciare l’apprezzamento verso i credenti futuri (versetto 29).
- Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! Gesù ripete le parole di Tommaso, entra in dialogo con lui, capisce i suoi dubbi e vuole aiutarlo. Gesù sa che Tommaso lo ama e ne ha compassione perché ancora non gode della pace che viene dalla fede. Lo aiuta a progredire nella fede. Per approfondire si possono confrontare i paralleli: 1Gv 1-2; Sal 78,38; 103,13-14; Rom 5,20; 1Tim 1,14-16.
- Mio Signore e mio Dio! È la professione di fede nel Risorto e nella sua divinità come è proclamato anche all’inizio del vangelo di Giovanni (1,1). Nell’Antico Testamento “Signore” e “Dio” corrispondono rispettivamente a “Jahvé” e ad “Elohim” (Sal 35,23-24; Ap 4,11). È la professione di fede pasquale nella divinità di Gesù più esplicita e diretta. In ambiente giudaico acquistava ancora più valore in quanto si applicavano a Gesù i testi che riguardavano Dio. Gesù non corregge le parole di Tommaso come corresse quelle dei Giudei che lo accusavano di volersi fare “uguale a Dio” (Gv 5,18ss) approvando così il riconoscimento della sua divinità.
- Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! Gesù mal sopporta coloro che sono alla ricerca di segni e prodigi per credere (Gv 4,48) e sembra rimproverare Tommaso. Scorgiamo qui anche un passaggio verso una fede più autentica, un “cammino di perfezione” verso una fede cui si deve arrivare anche senza le pretese di Tommaso, la fede accolta come dono e atto di fiducia. Come quella esemplare degli antenati (Ap 11) e come quella di Maria (Lc 1,45). A noi che siamo più di duemila anni distanti dalla venuta di Gesù, viene detto che, benché non lo abbiamo veduto, lo possiamo amare e credendo in lui possiamo esultare “di gioia indicibile e gloriosa” (1Pt 1,8).
- Questi (segni) sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Il IV vangelo, come gli altri, non ha lo scopo di scrivere la vita completa di Gesù, ma quello di dimostrare che Gesù era il Cristo, il Messia atteso, il Liberatore e che era Figlio di Dio. Credendo in Lui abbiamo la vita eterna. Se Gesù non è Dio vana è la nostra fede!

Orazione finale: Ti ringrazio Gesù, mio Signore e mio Dio, che mi hai amato e chiamato, reso degno di essere tuo discepolo, che mi hai dato lo Spirito, il mandato di annunciare e testimoniare la tua risurrezione, la misericordia del Padre, la salvezza e il perdono per tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Tu veramente sei la via, la verità e la vita, aurora senza tramonto, sole di giustizia e di pace. Fammi rimanere nel tuo amore, legato come tralcio alla vite, dammi la tua pace, così che possa superare le mie debolezze, affrontare i miei dubbi, rispondere alla tua chiamata e vivere pienamente la missione che mi hai affidato, lodandoti in eterno. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
II DOMENICA DI PASQUA
DOMENICA IN ALBIS DEPOSITIS


Letture:
At 4,8-24
Sal 117
Col 2,8-15
Gv 20,19-31

Mio Signore e mio Dio
Il fatto della risurrezione di Gesù - certo anche sulla scorta dell’esperienza di Tommaso – garantisce la sua identità di Figlio di Dio e di nostro Salvatore. “Mio Signore e mio Dio” è l’espressione più alta della fede ecclesiale, cui siamo chiamati a giungere perché quel fatto divenga per noi fonte di nuova vita e nuovo destino. Scrive a conclusione del suo vangelo san Giovanni: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
Se non tocco: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, non credo”. Per noi moderni, abituati a demitizzare ogni cosa e a credere solo a ciò che si tocca e si misura, il dubbio di Tommaso e la sua verifica ci sono di sodo fondamento al nostro credere. Anche Paolo fu trasformato da persecutore in apostolo quando s’imbattè sulla via di Damasco in Gesù risorto e vivo. Ma Tommaso, e più Paolo, sono stati confortati dalla testimonianza molteplice della Chiesa. Gesù si mostra vivo - la domenica di Pasqua e quella successiva - alla sua Comunità raccolta alla celebrazione festiva, a dirci che oggi è sulla scorta di infiniti anelli di testimoni che giunge a noi questa eccezionale notizia, legandoci alla radice apostolica propria della nostra Chiesa. Anche noi abbiamo appreso la fede nella nostra piccola Chiesa locale (magari a partire dai genitori e dagli amici della parrocchia). In questo senso a noi viene la beatitudine di Gesù: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Il manifestarsi di Gesù entro la comunità raccolta in preghiera è altro elemento qualificante della nostra esperienza di fede. I discepoli di Emmaus lo riconoscono “allo spezzare del pane”. Tommaso giunge alla fede quando si ritrova e partecipa alla celebrazione ecclesiale, dove Cristo vive e dona lo Spirito: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito santo”. Fu opera dello Spirito santo a Pentecoste a trasformare quegli spaventati discepoli in apostoli esplosivi. Gesù l’aveva promesso quando si trovò davanti i suoi discepoli che.. poco avevano capito della sua predicazione e del suo mistero: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,12-13). È con questa “forza dello Spirito Santo” che la Chiesa si è mossa “fino ai confini della terra” (At 1,8) per adempiere il comando di Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. È nell’Eucaristia che ora Cristo è presente e opera la salvezza. Nella Chiesa si incontra il Dio vivo: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”, diceva san Cipriano. Una scelta sacramentale, non inventata da noi, ma scelta da Cristo stesso nel segno da lui voluto, appunto la Messa, quando anche oggi il sacerdote ripete le sue parole: “Questo è il mio Corpo dato per voi, questo è il mio sangue sparso..”. Una presenza non visibile ma sicuramente efficace. Scrive san Paolo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione al sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10,16). È il corpo di Cristo risorto che viene a toccare e trasformare - gradualmente - il nostro misero corpo nel suo corpo glorioso. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). Potremmo a questo punto invertire le parole di Tommaso: Non, se io non tocco, ma se non mi lascerò toccare da Gesù, non avrò l’esperienza di lui vivo e salvatore. La lunga storia dei Santi nella Chiesa ne è la verifica.
Mio Signore e mio Dio: Lo scopo dell’esperienza del Gesù vivo, è per crederlo il Dio che si comunica e trasforma la nostra vita. Appunto, riconoscerlo:”mio Dio”, come fa Tommaso. Paolo ha oggi una sintetica espressione: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Epist.). A questo preciso contenuto deve giungere la nostra fede. “Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri” (Epist.). Non è richiamo fuori tempo. Oggi girano molti libri col “richiamo religioso”, ma che non attingono alla fede della Chiesa e non riconoscono in Gesù il Figlio di Dio. Perché alla fine noi abbiamo bisogno di una salvezza che viene da Dio non dagli uomini. Lui Cristo “ha perdonato le colpe e ha annullato il documento scritto contro di noi, lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Con lui Dio ha dato vita anche a voi che eravate morti a causa delle colpe” (Epist.). Paolo è categorico: “Uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Lett.). Per la salvezza personale e “per la vita del mondo” (Gv 6,51). Infatti: “Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo” (Lett.). Allora, come Tommaso, dobbiamo professare in Gesù il “nostro Signore”, cioè il nostro Salvatore. Dio è venuto a salvarci; anzi a salvare proprio me. Solo questo riferimento personale esprime concretamente la fede. Non si tratta di “cultura” ma di vita e di destino personale eterno. Tenendo però sempre conto dell’ammonimento di Paolo: “Nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Non capacità nostra, ma dono dello Spirito. E quindi frutto della preghiera. Salvezza incanalata oggi nella Chiesa. Ritorniamo a questo tema. “Extra Ecclesia nulla salus”, solo nella Chiesa si trovano tutti gli elementi voluti da Dio per la salvezza dell’uomo, pur rispettando altri più deboli canali che Dio sa usare per la salvezza di tutti. “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. È un mandato esplicito. La Chiesa ora è il corpo di Cristo, il suo prolungamento visibile nel tempo. Forse a volte problematico, ma comunque binario esclusivo sul quale viaggia il perdono e la santificazione.
In questa domenica il papa Giovanni Paolo II volle porre il richiamo alla “misericordia” di Dio, sulla scorta degli inviti fatti da suor Faustina Kowalska. Il sacramento della riconciliazione fa giungere a noi la parola autorizzata del perdono di Dio. E questo fonda la nostra più profonda serenità di fronte a Dio.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 21 aprile 2012   Lun Apr 16, 2012 11:09 am

SABATO 21 APRILE 2012

SABATO DELLA II SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.

Letture:
At 6,1-7 (Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo)
Sal 32 (Su di noi sia il tuo amore, Signore)
Gv 6,16-21 (Videro Gesù che camminava sul mare)

Vedono Gesù camminare sul mare e hanno paura
È una pagina di Vangelo che fa sempre bene leggere, perché anima profondamente la nostra speranza. La descrizione della situazione iniziale ci pone in un contesto ecclesiale: i discepoli, lasciati soli, sono nelle tenebre, sono esposti all’assalto di forze avverse. Anche loro, come ogni uomo, troveranno sicurezza e protezione solo in Gesù. “Il mare era agitato perché soffiava un forte vento”. I fatti ci insegnano che molto spesso veramente il mare è agitato. L’esistenza è quella che è; abbiamo problemi, difficoltà, sofferenze di ogni genere e continuiamo a sentirci soli. A questo punto la nostra fede può porsi delle domande a cui non sa dare una adeguata risposta. Dov’è Gesù? Perché Dio non interviene nelle nostre cose o nelle situazioni difficili di tanti poveracci? “Dopo aver remato circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e che si avvicinava alla barca, ed ebbero paura”. Ai discepoli affaticati e spaventati che lo vedono giungere, il Signore dice: “Io sono”. È una frase tipica con la quale Gesù rivela il suo vero essere, qualificandosi come presente e operante per il bene dei suoi, come già nell’Antico Testamento Dio si era rivelato a Mosè, accingendosi a compiere la grande opera di liberazione. Gli apostoli avevano bisogno di un segno per riconoscere la divinità e non restare invischiati in concezioni messianiche terrestri. D’altra parte dovevano perdonargli di non voler essere il loro re, secondo le loro aspirazioni; dovevano prepararsi all’estremo insuccesso della croce. Il miracolo dei pani, del vangelo di ieri, rievocava e compiva quello della manna. Il camminare sulle acque, richiama il passaggio del Mar Rosso. E Gesù stesso ne fornisce l’interpretazione, dicendo: “Io sono”. Nelle vicende umane la fede deve sempre far risuonare quel: “Io sono”.
Dal racconto degli altri Vangeli sappiamo il carattere drammatico della traversata del lago agitato: come le onde facessero dondolare la barca da una parte all’altra, e i discepoli, che Gesù aveva esortato a precederlo dall’altra parte del lago, temessero per la loro vita. Il Vangelo di san Giovanni non racconta niente di tutto questo. Certamente si può immaginare il comportamento dei discepoli, ma non viene menzionato. Chiaramente, l’evangelista non vuole che ci soffermiamo sull’atteggiamento dei discepoli; perché, in fondo, ciò non ha importanza per il racconto. Solo Gesù è importante. I discepoli se ne sono resi conto: bisogna che Gesù salga sulla loro barca, altrimenti questa non raggiungerà la riva. Ma i discepoli hanno sottovalutato Gesù: la barca raggiunge sempre il suo scopo, se Gesù lo vuole; questo non dipende assolutamente dalla sua presenza fisica sulla barca. Gesù rimane sempre il padrone della sua Chiesa. Senza restrizioni. Ed è per questo che egli può dire di se stesso: sono io. Nell’Antico Testamento, è in questo modo che Dio parlava al suo popolo.

Lettura del Vangelo: Venuta la sera, i suoi discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi racconta l’episodio della barca sul mare agitato. Gesù si trova sulla montagna e i discepoli nella barca. Nel modo di descrivere i fatti, Giovanni cerca di aiutare le comunità a scoprire il mistero che avvolge la persona di Gesù. Lo fa evocando testi dell’Antico Testamento che alludono all’esodo.
- All’epoca in cui Giovanni scrive, la barchetta delle comunità doveva affrontare un vento contrario sia da parte di alcuni giudei convertiti che volevano ridurre il mistero di Gesù a profezie e figure dell’Antico Testamento, sia da parte di alcuni pagani convertiti che pensavano che fosse possibile un’alleanza tra Gesù e l’impero.
- Giovanni 6,15: Gesù sulla montagna. Dinanzi alla moltiplicazione dei pani, la gente conclude che Gesù è il messia atteso, perché secondo la speranza della gente dell’epoca, il Messia avrebbe ripetuto il gesto di Mosè: alimentare la gente nel deserto. Per questo, secondo l’ideologia ufficiale, la moltitudine pensava che Gesù fosse il messia e, per questo, voleva fare di lui un re (cfr. Gv 6,14-15). Questa richiesta della gente era una tentazione sia per Gesù che per i discepoli. Nel vangelo di Marco, Gesù obbliga i discepoli a imbarcarsi immediatamente e ad andare all’altro lato del lago (Mc 6,45). Voleva evitare che si contaminassero con l’ideologia dominante. Segno, questo, che il “fermento di Erode e dei farisei”, era molto forte (cfr. Mc 8,15). Gesù affronta la tentazione con la preghiera sulla montagna.
- Giovanni 6,16-18: La situazione dei discepoli. Era già di notte. I discepoli scesero verso il mare, salirono sulla barca e si diressero verso Cafarnao, all’altro lato del mare (del lago). Giovanni dice che era già buio e che Gesù non era ancora arrivato. Da un lato evoca l’esodo: attraversare il mare in mezzo a difficoltà. Dall’altro evoca la situazione delle comunità nell’impero romano: con i discepoli, vivevano nel buio, con il vento contrario ed il mare agitato e Gesù sembrava assente!
- Giovanni 6,19-20: Cambiamento della situazione. Gesù giunge camminando sul mare. I discepoli si spaventano. Come avviene nel racconto dei discepoli di Emmaus, loro non lo riconoscono (Lc 24,28). Gesù si avvicina e dice: “Sono io! Non temete!”. Qui, di nuovo, chi conosce la storia dell’Antico Testamento, ricorda alcuni fatti molto importanti: (a) Ricorda che la moltitudine, protetta da Dio, attraversò senza paura il Mar Rosso. (b) Ricorda che Dio, nel chiamare Mosè, dichiara il suo nome dicendo: “Io sono!” (cfr. Es 3,15). (c) Ricorda anche il libro di Isaia che presenta il ritorno dall’esilio come un nuovo esodo, in cui Dio appare ripetendo molte volte: “Io sono!” (cfr. Is 42,8; 43,5.11-13; 44,6.25; 45,5-7).
- Per il popolo della Bibbia, il mare era il simbolo dell’abisso, del caos, del male (Ap 13,1). Nell’Esodo, il popolo compie la traversata verso la libertà affrontando e vincendo il mare. Dio divide il mare con il suo soffio e la moltitudine attraversa il mare sull’asciutto (Es 14,22). In altri passaggi la Bibbia mostra Dio che vince il mare (Gen 1,6-10; Sal 104,6-9; Pro 8,27). Vincere il mare significa imporgli i propri limiti ed impedire che inghiottisca tutta la terra con le sue onde. In questo passaggio Gesù rivela la sua divinità dominando e vincendo il mare, impedendo che la barca dei suoi discepoli sia trascinata dalle onde. Questo modo di evocare l’Antico Testamento, di usare la Bibbia, aiutava le comunità a percepire meglio la presenza di Dio in Gesù e nei fatti della vita. Non temete!
- Giovanni 6,22: Giunsero nel porto desiderato. Loro vogliono prendere Gesù nella barca, ma non fu necessario, perché la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Giunsero al porto desiderato. Il Salmo dice: “Ridusse la tempesta alla calma, tacquero i flutti del mare. Si rallegrarono nel vedere la bonaccia ed egli li condusse al porto sospirato” (Sal 107,29-30).

Per un confronto personale
- Sulla montagna: Perché Gesù cerca di stare da solo per pregare dopo la moltiplicazione dei pani? Qual è il risultato della sua preghiera?
- È possibile oggi camminare sulle acque del mare della vita? Come?

Preghiera finale: Esultate, giusti, nel Signore: ai retti si addice la lode. Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate (Sal 32).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 22 aprile 2012   Lun Apr 16, 2012 11:13 am

DOMENICA 22 APRILE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
III DOMENICA DI PASQUA


Invochiamo lo Spirito santo: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
At 3,13-15.17-19 (Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti)
Sal 4 (Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto)
1Gv 2,1-5 (Gesù Cristo è vittima di espiazione per i nostri peccati e per quelli di tutto il mondo)
Lc 24,35-48 (Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno)

Spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui
Seguiamo Gesù e le sue apparizioni. Sembrava morto… ma continua ad apparire per testimoniare il mistero della tomba vuota. Non è li’ perché è risuscitato. È vivo! Oggi ascoltiamo la testimonianza dei due che lo hanno incontrato in via. Li ha rimproverati, li ha rispiegato le scritture… Ha spezzato il pane per loro… Forti di questa sua presenza tornano in Gerusalemme… Portano la buona novella agli apostoli chiusi per paura. E mentre loro condividono l’esperienza del Signore risorto egli appare in mezzo… Pace a voi!… E di nuovo spiega loro le scritture cominciando da Mosè e dai Profeti… “Il Cristo doveva sopportare queste sofferenze per entrare nella sua gloria” e, solo così, si supera lo scandalo della croce, il suo e il nostro. La comprensione, non la semplice lettura, tuttavia porta nel contemplarla gioia e serenità nell’animo. “Si ricordano quelli di Emmaus: non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi, quando ci spiegava le Scritture?”. Senza la luce della Parola il mondo è buio e la notte, come fu notte quando Giuda lasciò il Cenacolo, scende nel cuore dei credenti. Le Scritture illuminano il cammino dei credenti, il sacramento – realtà di grazia – mette i discepoli in comunione di vita con il Risorto. Nel tempo presente l’esperienza cristiana è vera e autentica, ma siamo ancora nel cammino, nell’attesa della beata speranza. Ma anche la testimonianza… Perché: «di questo voi siete testimoni».
Gesù, venendo nel mondo, aveva come scopo ultimo della sua vita la salvezza dell’umanità. Per questo, oltre che preoccuparsi di operare la salvezza degli uomini per mezzo della sua passione, morte e risurrezione, provvide a far giungere la salvezza a tutti i popoli della terra per mezzo dell’opera della Chiesa. A tale scopo, fin dall’inizio della sua vita pubblica, si scelse dei discepoli perché stessero con lui, perché, vivendo con lui, seguendo i suoi esempi e le sue istruzioni, fossero formati per diventare suoi testimoni qualificati tra le genti. Gesù li formò innanzitutto alla sottomisione alla volontà del Padre, cioè all’amore della croce e allo svuotamento di se stessi (Mt 16,24-25) e li consacrò alla salvezza delle anime (Gv 17,18-20). Apparendo ai suoi apostoli, dopo la sua risurrezione, Gesù completò la formazione e l’insegnamento dato ai suoi discepoli; rivelando loro la verità del Vangelo, dette una pratica dimostrazione della realtà della vita eterna. Aprì in tal modo le loro menti alla comprensione delle Scritture e dei suoi insegnamenti, per renderli suoi testimoni autentici (cfr. At 2,21-22), perché per mezzo loro la sua salvezza arrivasse a tutti gli uomini. Ogni cristiano oggi è chiamato a diventare un testimone autentico di Gesù, rivivendo in se stesso il mistero pasquale. La sua formazione cristiana è completa quando la sua vita si apre generosamente all’opera di evangelizzazione e di salvezza dei fratelli.

Approfondimento del Vangelo (Gesù appare agli apostoli)
Il testo: In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

Momento di silenzio: lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Alcune domande:
a) Era accaduto lungo la via; l’avevano riconosciuto: Quanti momenti di grazia lungo la via della nostra esistenza? Lo riconosciamo mentre spezza con noi il pane del presente nella locanda del farsi sera?
b) Gesù in persona apparve in mezzo a loro. Guardate e toccate: Sono proprio io!: Tocchiamo con mano i doni della libertà nella persona del Cristo vivente e nella frazione dello stare insieme?
c) Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma: Quale Dio ci affascina? Il Dio dell’imprevedibile che è sempre al di là del nostro piccolo mondo oppure il Dio “fantasma” del nostro desiderio onnipotente?
d) Per la grande gioia ancora non credevano: È la gioia il nostro bastone di viaggio? Vive in noi in noi il senso dell’attesa o ci muoviamo nelle ombre della rassegnazione?
e) Aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture: Dov’è la creatura immagine nel nostro cercare? Abbiamo fatto della Scrittura la nostalgia di una Parola lasciata andare come brezza dell’Amore eterno tra i rami del dolore umano?

Chiave di lettura:
- La categoria del cammino rende bene in Luca l’itinerario teologico di quel percorso di grazia che interviene negli eventi umani. Giovanni prepara la via al Signore che viene (Lc 1,76) e invita a spianare le sue vie (Lc 3,4); Maria si mette in cammino e va in fretta verso la montagna (Lc 1,39); Gesù, via di Dio (Lc 20,21), cammina con gli uomini e traccia la via della pace (Lc 1,79) e della vita (At 2,28), percorrendola in prima persona con la sua esistenza. Dopo la risurrezione continua il cammino insieme ai discepoli (Lc 24,32) e resta il protagonista del cammino della Chiesa che si identifica con il suo (At 18,25). Tutta la ragion d’essere della Chiesa è in questo cammino di salvezza (At 16,17) che conduce a Dio (At 18,2). Essa è chiamata a viverlo e ad indicarlo a tutti perché, ciascuno, abbandonata la propria via (At 14,16), si orienti verso il Signore che cammina con i suoi.
- v. 35. In quel tempo, di ritorno da Emmaus, i due discepoli riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane. L’esperienza dell’incontro con la Vita permette di tornare sui propri passi. Non è il ritorno del rimorso né il ritorno del rimpianto. È il ritorno di chi rilegge la propria storia e sa di trovare, lungo il percorso fatto, il luogo del memoriale. Dio si incontra in ciò che accade. È lui che viene incontro e si affianca nel cammino spesso arido e brullo del non compiuto. Si fa riconoscere attraverso i gesti familiari di un’esperienza assaporata a lungo. Sono i solchi del già consumato che accolgono la novità di un oggi senza tramonto. L’uomo è chiamato a cogliere la presenza nuova di Dio sulla sua strada in quel viandante che si fa riconoscere attraverso i segni fondamentali per la vita della comunità cristiana: le Scritture, lette in chiave Cristologica, e la frazione del pane (Lc 24, 1-33). La storia umana, spazio privilegiato dell’azione di Dio, è storia di salvezza che attraversa tutte le situazioni umane e lo scorrere dei secoli in una forma di esodo perenne, carico della novità dell’annuncio.
- v. 36. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Luca cuce sapientemente gli eventi per dare fondamento e continuità alla storia della salvezza. I germi annunciati fioriranno e l’atmosfera di novità che aleggia nelle pagine di questi eventi fanno da sottofondo allo svolgersi in una memoria Dei che si ripropone di volta in volta. Gesù torna dai suoi. Sta in mezzo a loro come persona, per intero, come prima anche se in una condizione diversa in quanto definitiva. Si manifesta nella sua corporeità glorificata per dimostrare che la risurrezione è un fatto realmente avvenuto.
- v. 37. Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. La reazione dei discepoli sembra non raccordarsi bene con il racconto precedente dal momento che essi credevano già nella risurrezione di Gesù sulla parola di Pietro (v. 34). La loro perplessità comunque non riguarda più la convinzione che Gesù è risorto, ma la questione della natura corporea di Gesù risorto. E in tal senso non c’è contraddizione nella narrazione. Era necessario per i discepoli fare una esperienza intensa della realtà corporea della risurrezione di Gesù per svolgere in modo adeguato la loro futura missione di testimoni della buona notizia e chiarire le idee sul Risorto: non credevano che fosse Gesù in persona, ma pensavano di vederlo solo in spirito.
- vv. 38-40. Ma egli disse: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho”. Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Il Gesù del vangelo di Luca è quasi un eroe che affronta la sua sorte con sicurezza e le poche ombre che rimangono servono semplicemente a comprendere e sottolineare la sua piena realtà. Luca aveva ricordato le umili origini e la genealogia, del tutto comune e spoglia di figure prestigiose, una folla di individui oscuri da cui scaturiva la figura del Cristo. Nel turbamento e nel dubbio dei discepoli dopo la risurrezione appare evidente che Gesù non è il Salvatore dei grandi, ma di tutti gli uomini, stupiti o spaventati che siano. Egli, protagonista del cammino della Chiesa, percorre i sentieri umani dell’incredulità per sanarli con la fede, e continua a camminare nel tempo, mostrando le mani e i piedi nella carne e nelle ossa dei credenti.
- vv. 41-42. Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: “Avete qui qualche cosa da mangiare?”. Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Ogni invito a mensa nasconde il desiderio dell’intimità, è un rimanere, un condividere. La risurrezione non toglie a Gesù di presentarsi come il luogo della condivisione. Quel pesce arrostito, mangiato per anni insieme ai suoi, continua ad essere veicolo di comunione. Un pesce cucinato nell’amore, l’uno per l’altro: un cibo che non smette di rassicurare la fame nascosta dell’uomo, un cibo capace di sfatare l’illusione di un qualcosa che finisce tra le rovine del passato.
- v. 44. Poi disse: “Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi”. I momenti di ansia, di commozione, di pianto per la propria nazione (Lc 19,41), la fatica del salire a Gerusalemme, le tentazioni avevano demarcato quel confine perennemente presente tra umiliazione-nascondimento e affermazione-gloria focalizzato nelle varie fasi della vita umana di Gesù attraverso la luce del volere del Padre. Amarezza, oscurità e dolore avevano nutrito il cuore del Salvatore: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (Lc 12,50). Ora è pienamente visibile e propositiva l’opera della grazia perché ad opera dello Spirito l’eschaton già attuato in Cristo e nel credente crea un’atmosfera di lode, un clima di gioia e di pace profonda, tipiche delle cose compiute. La parusia segnerà la fine del cammino salvifico, tempo di consolazione e di restaurazione di tutte le cose (At 3,21).
- v. 45. Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture. La fede apostolica nella risurrezione di Gesù costituisce la chiave ermeneutica per l’interpretazione delle Scritture e il fondamento dell’annuncio pasquale. La Bibbia si adempie in Cristo, in lui è unificata nella sua valenza profetica e acquista il suo pieno significato. L’uomo non può da solo capire la Parola di Dio. La presenza del Risorto apre la mente alla comprensione piena di quel Mistero nascosto nelle parole sacre dell’esistenza umana.
- v. 45-47. Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. In Luca la salvezza tocca tutte le dimensioni umane attraverso l’opera del Cristo che salva dal male, che libera dalle tenebre (At 26,18) e dal peccato (Lc 5,20-26; At 2,38), dalla malattia e dalla sofferenza, dalla morte, dall’incredulità, dagli idoli; che realizza la vita umana nell’essere comunità di Dio, fraternità lieta di amore; che non lascia orfani ma si rende presente incessantemente con il suo Spirito dall’alto (At 2,2 ). La salvezza radicale dell’uomo è nel liberarsi dal suo cuore di pietra e nel ricevere un cuore nuovo il che comporta un dinamismo che liberi da ogni forma di schiavitù (Lc 4,16-22). Dio dirige la storia; è lui che opera l’evangelizzazione e guida il cammino dei suoi. L’evangelista dei grandi orizzonti - da Adamo al regno, da Gerusalemme ai confini della terra - è anche l’evangelista della quotidianità. È in atto il processo storico-escatologico per il quale la storia concreta si compie trascendendo la storia umana e Gesù continua a offrire la salvezza mediante il suo Spirito che crea testimoni capaci di profezia che diffondono la salvezza finché nel ritorno del Cristo (Lc 21,28) si renderà manifesta la piena liberazione dell’uomo. In At 2,37 si trova riassunto tutto l’iter salutis che qui è accennato: accogliere la parola, convertirsi, credere, farsi battezzare, ottenere il perdono dei peccati e il dono dello Spirito. La parola di salvezza, parola di grazia, dispiega la sua potenza nel cuore che ascolta (Lc 8, 4-15) e l’invocazione del Nome del Salvatore suggella la salvezza in colui che si è convertito alla fede. C’è complementarietà tra l’azione di Gesù per mezzo dello Spirito, attuata senza la mediazione della Chiesa (At 9, 3-5), e quella compiuta mediante la Chiesa alla quale egli stesso rinvia come nel caso della chiamata di Paolo (At 9, 6-18).
- v. 48. Di questo voi siete testimoni. Chiamata a tracciare nella storia umana il cammino della testimonianza, la comunità cristiana proclama con parole ed opere il compimento del regno di Dio fra gli uomini e la presenza del Signore Gesù che continua ad agire nella sua Chiesa come Messia, Signore, profeta. La Chiesa crescerà e camminerà nel timore del Signore, colma del conforto dello Spirito Santo (At 9,31). È un cammino di servizio, volto a far risuonare agli estremi confini della terra (At 1,1-11) l’eco della Parola di salvezza. Pian piano il cammino si allontana da Gerusalemme per dirigersi nel cuore del mondo pagano. Nell’arrivo a Roma, capitale dell’impero, Luca porrà la firma ai suoi passi di evangelizzatore. Nessuno davvero sarà escluso nel percorso. Destinatari della salvezza sono tutti gli uomini, in particolare i peccatori per la conversione dei quali c’è grande gioia in cielo (Lc 15,7.10). Come Maria che per Luca è il modello del discepolo che cammina nel Signore, i credenti sono chiamati ad essere trasformati interamente per vivere la maternità messianica, nonostante la propria condizione “verginale”, espressione della propria povertà di creatura (Lc 1,30-35). Il sì del Magnificat è la via da percorrere. Camminiamo portando in noi la parola della salvezza; camminiamo nella fede, fidandoci di Dio che mantiene le promesse; camminiamo nell’esultanza di Colui che ci rende beati non per merito ma per umiltà di vita. Sia l’itinerario di Maria il nostro itinerario: andare, portati dallo Spirito, verso i fratelli avendo come unico bagaglio la Parola che salva: Cristo Signore (At 3,6).

Riflessione: Gesù nell’incontro personale con gli uomini ha offerto la sua presenza benevola, e atteso che i semi della parola e della fede germogliassero. L’abbandono degli apostoli, il rinnegamento di Pietro, l’amore della peccatrice, la chiusura dei farisei non lo hanno scandalizzato né turbato. Sapeva che non sarebbe andato perduto ciò che aveva loro detto e proposto... e infatti dopo la Pentecoste gli stessi uomini vanno davanti al sinedrio senza timore per affermare che è necessario obbedire a Dio piuttosto che agli uomini, Pietro predica apertamente fino a morire su una croce come il suo Maestro, le donne sono mandate come testimoni della risurrezione agli apostoli, e un fariseo figlio di farisei, Paolo di Tarso, diventa apostolo delle genti. Se non puoi, uomo, sottrarti al vivere quotidianamente la morte di te stesso, non devi però dimenticare che la risurrezione si cela nelle tue piaghe per farti vivere di lui, fin d’ora. Nel fratello che per te può essere sepolcro di morte e di fango, una croce maledetta, troverai la vita nuova. Sì, perché il Cristo risorto assumerà le sembianze dei tuoi fratelli: un ortolano, un viandante, un fantasma, un uomo sulla riva del lago... Quando saprai accogliere la “sfida” di Pilato che penetra i secoli e non accetterai lo scambio proposto (Gv 18,39-40) perché avrai imparato nelle notti dell’abbandono che non puoi barattare la tua vita di brigante, tu che porti indegnamente il suo nome: Bar-Abba, figlio del Padre, con la vita di Gesù, l’unigenito Figlio del Dio vivente, il Signore della vita e della morte... allora griderai anche tu come l’apostolo Tommaso nello stupore della fede: “Mio Signore e mio Dio” (Gv 20,28), mio Dio e mio tutto, e non tramonterà più all’orizzonte delle tue giornate la bellezza dell’esultanza.

Contemplazione: Signore, donaci la tenacia del camminare verso le vette, alla luce dell’unica Parola che salva. Come sorella di sangue, di quel Sangue che ci rende tutti fratelli, io resto qua, accanto alla tomba di ogni morte interiore per incamminarmi come un viandante nei sentieri del non senso e inoltrarmi nei sentieri dell’amicizia e dell’incontro. Voglio oggi condividere la meraviglia dell’amore umano, la gioia delle persone meravigliose che mi vivono accanto non nella periferia della loro esistenza, ma nei loro varchi segreti, lì dove il loro cuore abbraccia l’Assoluto di Dio. Grazie a te, che mi doni il suo volto risorto, per il tuo cuore innamorato della Vita e baciato dall’Eterno. Grazie a te per la tua libertà da esploratore che si immerge negli abissi dell’Essenziale. Dio del deserto che si fa giardino, possa io essere sempre una piccola fiamma accesa nel buio della ricerca umana, un calore che si espande lì dove il gelido vento del male distrugge e distoglie dagli orizzonti della Verità e della Bellezza per narrare al mondo la stupenda avventura dell’amore umano risorto, quell’amore che sa morire per incarnare il sorriso di Dio! Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
III DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 3,13-15.17-19
Sal 4
1Gv 2,1-5
Lc 24,35-48

Chi ha visto me, ha visto il Padre
Vedere e possedere Dio, o meglio la vita piena e felice che si pensa lui abbia, è anelito di ogni uomo e strada di ogni religione. Ma questo è, prima ancora, disegno antico di Dio: ha creato l’uomo esattamente per comunicare se stesso e la sua vita. Paolo è orgoglioso di darne l’annuncio, quasi un segreto, “il mistero nascosto da secoli e da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi. A loro Dio volle far conoscere la gloriosa ricchezza di questo mistero in mezzo alle genti: Cristo in voi, speranza della gloria” (Epist.).
Cristo in voi: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. L’invocazione di Filippo esprime l’anelito dell’uomo. E Dio ha risposto rendendosi visibile e accessibile nell’uomo chiamato Gesù. “Chi ha visto me, ha visto il Padre. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me”. Lui è l’immagine vera di Dio, lui è la “verità”, la manifestazione reale e concreta di Dio all’uomo. “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Tutto quello che Dio voleva dire all’uomo, lo ha detto tramite Cristo: “Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso”. Tutto quello che Dio vuol fare per l’uomo, lo fa tramite Cristo: “Il Padre, che rimane in me, compie le sue opere”. Alla fine Gesù dirà: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Egli appunto è la “via”. “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Paolo, perentorio, afferma: “Uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). Cristo è la strada giusta che conduce al vero Dio e alla vita con lui: “Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,40). Per questo Gesù ci esorta ad aver fiducia in lui: “Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Sono io che vi conduco a Dio, verso la sicurezza e il possesso della vita piena! Proprio perché Dio s’è reso in Cristo totalmente presente agli uomini, noi entrando in comunione con lui entriamo in comunione col Padre: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Dio dimora con noi, dentro di noi, tramite Cristo, il cui segno efficace vistoso è l’Eucaristia. “Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi” (Gv 14,20), fino a che “tutti siano una cosa sola come tu, Padre, sei in me e io in te. Siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21). Questa è l’essenza della vita cristiana: l’anticipata intimità con la Trinità, che noi chiamiamo “vita di grazia”, in attesa della “vita di gloria” in paradiso.
Speranza della gloria: “Io sono la vita”. È dunque questione di vita. Da Dio la riceviamo. Col peccato la perdiamo. Per dono gratuito la possiamo riacquistare, fino al suo massimo compimento di diventare “simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Per questo oggi Gesù afferma: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: ‘Vado a prepararvi un posto’? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi “. Fino alla promessa nella sera del suo testamento: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria” (Gv 17,24). Oggi si tratta di possedere Cristo, o meglio essere da lui posseduti, per garantirci “la gloria”, la vita piena stessa di Dio. Tutta qui la vita cristiana, che Paolo sintetizza così bene: “Cristo in voi, speranza della gloria” (Epist.). Cerchiamo la vita, la vita piena; la possiede solo Dio, l’ha data al Figlio perché la passi a noi: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me, così anche chi mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Appare chiaro che Gesù è la strada al Padre, alla vita piena, alla “gloria”, ma non tanto in senso morale, quando piuttosto in senso “sacramentale”, cioè frutto di un legame interiore con lui che opera questo “trascinarci” al Padre. Più precisamente: siccome v’è sintonia piena, anzi sostanziale, tra il Figlio e il Padre, l’unirci a lui, l’assimilarci a lui, - o, come dice Paolo: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) - produce gradualmente un possesso di Dio, forse anche una particolare esperienza di lui, che diviene quell’indefinibile certezza di fondo che chiamiamo “fede”, radice di quella sicura “speranza della gloria”.
La prima lettura rievoca una conversione, la gioia di una famiglia che arriva alla fede. “Signori, che cosa devo fare per essere salvato? - Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia”. Il carceriere rimase colpito dal distacco e dalla serenità di quei credenti che, pur in catene “verso mezzanotte, Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio”. Alla fine, la fede si propaga.. per contagio, per una vita umana gioiosa perché innervata della “vita” e della gioia di Cristo!
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MessaggioOggetto: sabato 28 aprile 2012   Mer Apr 25, 2012 6:55 am

SABATO 28 APRILE 2012

SABATO DELLA III SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Dio, che nell’acqua del Battesimo hai rigenerato coloro che credono in te, custodisci in noi la vita nuova, perché possiamo vincere ogni assalto del male e conservare fedelmente il dono del tuo amore.

Letture:
At 9,31-42 (La Chiesa si consolidava, e con il conforto dello Spirito Santo cresceva di numero)
Sal 115 (Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?)
Gv 6,60-69 (Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna)

Un linguaggio duro
Che dinanzi al discorso del Pane di vita entrassero in crisi i giudei, dichiarati nemici di Cristo, potrebbe anche risultare comprensibile, anche se sempre colma di amarezza il rifiuto di un dono dato con immenso amore. Oggi Gesù sperimenta il mormorìo esteriore ed interiore dei suoi discepoli: «Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?». Egli interviene ancora per cercare di illuminare le loro menti: «È lo Spirito che dá la vita, la carne non giova a nulla; le parole che vi ho dette sono spirito e vita». Non si tratta quindi di cannibalismo, ma di assumere, nel pane e nel vino, lo Spirito che dà vita, la divinità, l’amore, la santa energia che ci rigenera. Se si rimane ancorati alla fisicità della carne e del sangue e non si è capaci di trascendere con la luce della fede per vederne i valori reconditi, l’eucaristia non può essere compresa. Nei segni sacramentali noi scorgiamo la pienezza dell’amore di Dio, che non è più solo dichiarato ed offerto con la verità delle sue parole, ma nella carne e nel sangue del figlio suo, immolato per noi e per tutti, per la remissione dei peccati. Soltanto l’esperienza ci può convincere della sublimità del dono e solo quando sentiamo realmente Cristo in noi diventiamo capaci di squarciare i veli del mistero eucaristico. Molti dei suoi discepoli però abbandonano Gesù: la sua dottrina non è più accessibile alle loro menti, la sua stessa credibilità viene messa in gioco. Rimangono i dodici, ma anche a loro il Signore, chi sa con quanta sofferenza, deve rivolgere un interrogativo: «Forse anche voi volete andarvene?». Queste parole, che risuonano come il flebile lamento dell’amore incompreso, denunciano tutti gli abbandoni e tutte le assenze che, nel corso dei secoli, i “suoi” avrebbero fatto nei confronti della sua mensa divina. È l’amara delusione dello sposo che non vede arrivare gli invitati al banchetto delle sue nozze, che non vede entrare nella sua chiesa coloro che si professano cristiani; rimangono fuori, digiuni e affamati. È sicuramente consolante per Cristo la confessione di Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio»; in questo contesto però, e non a caso, Gesù ricorda agli apostoli il privilegio per essere stati scelti da lui, ma denuncia anche il tradimento di uno di loro. Può capitare che il primo assente dalla mensa sia proprio il celebrante! Speriamo non sia mai.
“Nessuno si deve aspettare da me qualcosa di cui io non sono capace”. Non si può non approvare chi parla così. Anche Dio non chiede a nessuno l’impossibile. Ma chi decide concretamente che cosa è troppo per lui? Ci conosciamo troppo bene: ognuno ha la tendenza a sentire come inaccettabile qualcosa che non gli piace piuttosto che qualcosa che gli fa piacere. Che cosa può esserci di inaccettabile, se si può perfino esigere la vita di un uomo? I discepoli sentono il discorso di Gesù come inaccettabile. Perché, quando qualcuno afferma: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”, ciò oltrepassa di molto il concepibile. E tuttavia: in nome dei Dodici, Pietro esprime la sua professione di fede in colui che parla in termini così poco comprensibili. Egli la giustifica in un modo sorprendente: “Soltanto le tue parole (incomprensibili) sono parole di vita eterna”. Nessun mortale è capace di pronunciare queste parole, che vanno ben oltre quello che chiunque potrebbe dire. Solo chi resta incomprensibile pur rivelandosi - con parole di vita eterna - è capace di offrire agli uomini l’ultimo rifugio.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, molti dei suoi discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a a; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi presenta la parte finale del Discorso del Pane di Vita. Si tratta Della discussione dei discepoli tra di loro e con Gesù (Gv 6,60-66) e della conversazione di Gesù con Simon Pietro (Gv 6,67-69). L’obiettivo è quello di mostrare le esigenze della fede e la necessità di un impegno serio con Gesù e con la sua proposta. Fino a qui tutto succedeva nella sinagoga di Cafarnao. Non si indica il luogo di questa parte finale.
- Giovanni 6,60-63: Senza la luce dello Spirito queste parole non si capiscono. Molti discepoli pensavano che Gesù stesse andando troppo oltre! Stava terminando la celebrazione della Pasqua e si stava lui stesso ponendo nel posto più centrale della Pasqua. Per questo, molta gente si separò dalla comunità e non andava più con Gesù. Gesù reagisce dicendo: “È lo spirito che dà vita, la carne non giova a nulla”. Non devono prendersi letteralmente queste cose che lui dice. Solo con la luce dello Spirito Santo è possibile cogliere il senso pieno di tutto ciò che Gesù disse (Gv 14,25-26; 16,12-13). Paolo nella lettera ai Corinzi dirà: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita!” (2Cor 3,6).
- Giovanni 6,64-66: Alcuni di voi non credono. Nel suo discorso Gesù si era presentato come il cibo che sazia la fame e la sete di tutti coloro che cercano Dio. Nel primo Esodo, avvenne la prova di Meriba. Dinanzi alla fame ed alla sete nel deserto, molti dubitarono della presenza di Dio in mezzo a loro: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7) e mormoravano contro Mosè (cfr. Es 17,2-3; 16,7-8). Volevano rompere con lui e ritornare in Egitto. In questa stessa tentazione cadono i discepoli, dubitando della presenza di Gesù nello spezzare il pane. Dinanzi alle parole di Gesù su “mangiare la mia carne e bere il mio sangue”, molti mormoravano come la moltitudine nel deserto (Gv 6,60) e prendono la decisione di rompere con Gesù e con la comunità: “si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66).
- Giovanni 6,67-71: Confessione di Pietro. Alla fine rimangono solo i dodici. Dinanzi alla crisi prodotta dalle sue parole e dai suoi gesti, Gesù si gira verso i suoi amici più intimi, qui rappresentati dai Dodici e dice: “Forse anche voi volete andarvene?”. Per Gesù non è questione di avere tanta gente dietro a lui. Né cambia il discorso quando il messaggio non piace. Parla per rivelare il Padre e non per far piacere a chi che sia. Preferisce rimanere da solo, e non essere accompagnato da persone che non si impegnano con il progetto del Padre. La risposta di Pietro è bella: “Da chi andremo! Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio!”. Pur senza capire tutto, Pietro accetta Gesù Messia e crede in lui. Nel nome del gruppo professa la sua fede nel pane spezzato e nella parola. Gesù è la parola ed il pane che saziano il nuovo popolo di Dio (Dt 8,3). Malgrado tutti i suoi limiti, Pietro non è come Nicodemo che voleva vedere tutto ben chiaro secondo le proprie idee. Ma tra i dodici c’era qualcuno che non accettava la proposta di Gesù. In questo circolo più intimo c’era un avversario (Gv 6,70-71) “colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno” (Sal 41,10; Gv 13,18).

Per un confronto personale
- Mi pongo al posto di Pietro dinanzi a Gesù. Che risposta do a Gesù che mi chiede: “Forse anche tu vuoi andartene?”
- Mi metto al posto di Gesù. Oggi, molte persone non seguono più Gesù. Colpa di chi?

Preghiera finale: Sì, io sono il tuo servo, Signore, io sono tuo servo, figlio della tua ancella; hai spezzato le mie catene. A te offrirò sacrifici di lode e invocherò il nome del Signore (Sal 115).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 29 aprile 2012   Mer Apr 25, 2012 7:05 am

DOMENICA 29 APRILE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
IV DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
At 4,8-12 (In nessun altro c’è salvezza)
Sal 117 (La pietra scartata dai costruttori è divenuta la pietra d’angolo)
1Gv 3,1-2 (Vedremo Dio così come egli è)
Gv 10,11-18 (Il buon pastore dà la propria vita per le pecore)

Il buon pastore offre la vita per le sue pecore
Gesù si propone come il buon Pastore. Sùbito ci appare una bella icona. Suggerisce aperte campagne con pascoli rigogliosi in un ambiente invitante. Tutto in un clima rilassante. Il contatto con la natura propone una simbiosi che allarga lo spirito. Le pecore sono al sicuro, proprio perché c’è il Pastore, il buon pastore che vigila costantemente. Gesù prende molto spesso spunto dalla natura per fornire delle immagini che vanno però ben oltre la realtà che Egli richiama. Il buon pastore di Gesù dona la sua vita per le sue pecore. È un gesto generoso, di vero e puro amore; significa donazione completa. Gesù, però non è mai banale nelle sue affermazioni; pone sempre una questione che va oltre. Richiede da noi molta attenzione. Il Buon Pastore dona la sua vita non semplicemente come gesto supremo di amore. Gesù proclama la sua divinità quando dice che Lui stesso ha il potere di offrire la sua vita, per poi riprenderla. Gesù è l’autore della vita; è la Vita stessa. È una dichiarazione ma anche un annuncio ed una profezia sul suo Mistero Pasquale. La sua Passione e Resurrezione non sono, allora, eventi tragici ed ineluttabili di una missione impossibile. Non è lo scontrarsi nella realtà terrena di un piano divino. Non è un infrangersi di una missione preparata da tempo. Il Mistero Pasquale è nella logica di Dio non nella logica dell’uomo. È donazione completa che essendo divina è condivisa dal Padre, come Donatore e dal Figlio, come Donato nello Spirito. È un mistero profondo che è trinitario e che non trova sbavature tra il comando del Padre e l’obbedienza del Figlio; due realtà che coincidono. Non c’è abbandono, non c’è dimenticanza nella Croce; anzi nel silenzio del Padre è presente tutta l’opera Trinitaria. Gesù si proclama vero Dio con l’immagine del Pastore. Non è un Dio nascosto e lontano; le sue pecore conoscono la sua voce. Gesù china la divinità all’uomo per comunicare questo amore infinito; custodisce, difende le sue pecore. Parla loro con amore, infonde fiducia e coraggio. La sua voce è rassicurante; le pecore quando sentono la voce amica del Buon pastore sanno che ormai possono essere tranquille. Gesù si mostra vicino agli uomini; si proclama vero Dio e vero uomo, proprio perché in Lui albergano veri sentimenti umani. Ascoltiamo la sua voce, accettiamo questo Dono di infinito amore per metterci accanto a Lui nella morte e resurrezione. Sentiamoci veramente sicuri e protetti dalla sua Guida, che mai prevarica sull’uomo.
Gesù è il dono del Padre. Chi è veramente Gesù? Niente come l’antitesi tra il Buon Pastore e il mercenario ce lo fa capire. In cosa si differenziano radicalmente le due figure? Non certo per il ruolo che, all’apparenza, sembra il medesimo. Li oppone e li divide la natura intima del rapporto con le pecore: la non appartenenza per il mercenario e l’appartenenza per il pastore. Se le pecore non ti appartengono te ne vai quando arriva il lupo e le lasci alla sua mercé. Se sei un mercenario non t’importa delle pecore e non ti importa perché non le conosci. Non le conosci “per esperienza”, non le conosci per amore: esse non sono tue. E da che cosa si vede se sono tue? Che dai la vita per loro. Gesù dà la vita per noi. È lui che ce la dà, tiene a precisare, nessuno gliela toglie. Lui, solo lui, ha il potere di offrire la sua vita e di riprenderla di nuovo. In questo sta la sua autorevolezza, nel potere dell’impotenza, a cui Dio nella morte si è volontariamente esposto. Gli uomini possono seguire Gesù solo in forza di questa sua autorevolezza. Per essa ne conoscono la voce, subiscono il fascino della sua Presenza, si dispongono alla sequela. Solo nel vivere questa appartenenza il cristiano diventa a sua volta autorevole, cioè capace di incontrare l’altro, di amarlo e di dar la sua vita per lui. L’appartenenza fa essere eco fragile e tenace della sua Presenza e suscita la nostalgia di poterlo incontrare.

Approfondimento del Vangelo (Perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario - che non è pastore e al quale le pecore non appartengono - vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Chiave di lettura: Il Vangelo di questa 4ª Domenica di Pasqua ci riporta la parabola del Buon Pastore. Per questo, a volte, è chiamata Domenica del Buon Pastore. In alcune parrocchie si celebra la festa del parroco, pastore del gregge. Nel vangelo di oggi, Gesù si presenta come il Buon Pastore che venuto “perché tutti abbiano vita e vita in abbondanza” (Gv 10,10). In quel tempo, il pastore era l’immagine del leader. Gesù dice che molti si presentavano come pastori, ma in realtà erano “ladri e briganti”. Oggi succede la stessa cosa. Ci sono persone che si presentano come leaders, ma in realtà, invece di servire, cercano i loro propri interessi. Alcuni di loro hanno un modo di parlare così mansueto, e fanno una propaganda così intelligente da riuscire ad ingannare la gente. Hai mai fatto l’esperienza di essere stato ingannato? Quali sono i criteri per valutare una leadership sia a livello di comunità che di paese? Chi è, e come deve essere un buon pastore? Con queste domande nella mente cerchiamo di meditare il testo del vangelo di oggi. Nel corso della lettura cerchiamo di essere attenti alle immagini che Gesù usa per presentarsi alla gente come un vero e buon pastore.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Gv 10,11: Gesù si presenta come il Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore
- Gv 10,12-13: Gesù definisce l’atteggiamento del mercenario
- Gv 10,14-15: Gesù si presenta come il Buon Pastore che conosce le sue pecore
- Gv 10,16: Gesù definisce la meta da raggiungere: un solo gregge ed un solo pastore
- Gv 10,17-18: Gesù e il Padre

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Cosa ti ha maggiormente colpito nel testo del Buon Pastore? Perché?
b) Quali sono le immagini che Gesù applica a se stesso, come le applica e cosa significano?
c) Quante volte in questo testo, Gesù usa la parola vita e cosa afferma sulla vita?
d) Cosa dice il testo sulle pecore che siamo noi? Quali sono le qualità ed i compiti delle pecore?
e) Pastore-Pastorale. Sarà che le nostre pastorali continuano la missione di Gesù-Pastore?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il testo
a) Contesto:
1) Il discorso di Gesù sul Buon Pastore (Gv 10,1-18) è come un mattone inserito in una parete già pronta. Con questo mattone la parete è più forte e più bella. Immediatamente prima, in Gv 9,40-41, il vangelo parlava della guarigione di un cieco nato (Gv 9,1-38) e della discussione di Gesù con i farisei sulla cecità (Gv 9,39-41). Immediatamente dopo in Gv 10,19-21, Giovanni colloca la conclusione della discussione di Gesù con i farisei sulla cecità. I farisei si presentavano al popolo in qualità di leaders e pensavano di essere in grado di poter discernere ed insegnare le cose di Dio. In realtà, loro erano ciechi (Gv 9,40-41) e disprezzavano l’opinione della gente rappresentata dal cieco fin dalla nascita che era stato guarito da Gesù (Gv 9,34). Il discorso sul Buon Pastore è stato inserito qui allo scopo di offrire alcuni criteri per saper discernere chi è il leader, il pastore che merita credito. La parabola realizza una parola che Gesù aveva appena detto ai farisei: “Gesù allora disse: «Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi!” (Gv 9,39).
2) Il discorso di Gesù sul “Buon Pastore” presenta tre paragoni, legati tra di essi dall’immagine delle pecore, che offrono criteri per discernere chi è il vero pastore:
- 1° paragone (Gv 10,1-5): “Entrare per la porta”. Gesù distingue tra il pastore delle pecore e colui che assalta per rubare. Ciò che rivela chi è il pastore è il fatto che lui entra per la porta. Il brigante da un’altra parte.
- 2° paragone (Gv 10,6-10): “Io sono la porta”. Entrare per la porta significa agire come Gesù, la cui preoccupazione maggiore è la vita in abbondanza delle pecore. Ciò che rivela il pastore è la difesa della vita delle pecore.
- 3° paragone (Gv 10,11-18): “Io sono il buon pastore”. Gesù non è semplicemente un pastore. Lui è il Buon Pastore. Ciò che rivela chi è il Buon Pastore è (1) la conoscenza reciproca tra la pecora ed il pastore e (2) dare la vita per le pecore.
3) In che modo la parabola del Buon Pastore può togliere la cecità ed aprire gli occhi delle persone? In quel tempo, l’immagine del pastore era il simbolo del leader. Ma non per il semplice fatto che qualcuno si occupi delle pecore può costui essere definito un pastore. Anche i mercenari contano. I farisei erano persone leaders. Ma erano anche pastori? Come vedremo, secondo la parabola, per discernere chi è pastore e chi è mercenario, bisogna fare attenzione a due cose: (a) All’atteggiamento delle pecore davanti al pastore che le conduce, per vedere se riconoscono la sua voce. (b) All’atteggiamento del pastore davanti alle pecore per vedere se il suo interesse è la vita delle pecore e se è capace di dare la vita per loro (Gv 10,11-18).
4) Il testo del Vangelo di questa 4a domenica di Pasqua (Gv 10,11-18) è l’ultima parte del discorso sul Buon Pastore (Gv 10,1-18). Per questo vogliamo commentare tutto il testo. Osserviamo da vicino le diverse immagini di cui Gesù si serve per presentarsi a noi come il vero e buon pastore.
b) Commento del testo:
1) Gv 10,1-5: 1ª Immagine: il pastore “entra per la porta”. Gesù inizia il discorso con un paragone sulla porta: “Chi non entra per la porta, ma sale da un’altra parte, è un ladro e assaltante! Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore!”. Per capire questo paragone, è bene ricordare quanto segue. In quel tempo, i pastori curavano il gregge durante il giorno. Quando giungeva la notte, loro portavano le pecore in un grande recinto comunitario, ben protetto contro ladroni e lupi. Tutti i pastori di una stessa regione portavano lì il loro gregge. Un guardiano se ne occupava durante la notte. Il giorno dopo, al mattino presto, giungeva il pastore, batteva le mani sulla porta ed il guardiano apriva. Le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro a lui a pasteggiare. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma non si movevano, poiché per loro era una voce sconosciuta. La pecora riconosce la voce del suo pastore. Ogni tanto, appariva il pericolo dell’assalto. Per rubare le pecore, i ladri non si presentavano al guardiano dalla porta, ma entravano da un altro lato o distruggevano il recinto, fatto di pietre una sull’altra.
2) Gv. 10,6-10: 2ª Immagine: spiega cosa significa “entrare per la porta”: Gesù è la porta. Coloro che stavano ascoltando Gesù, i farisei (cfr. Gv 9,40-41), non capirono il paragone. Allora Gesù spiegò: “Io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti”. Di chi sta parlando Gesù in questa frase così dura? Probabilmente, si sta riferendo ai leaders religiosi che trascinavano la gente dietro di loro, ma che non rispondevano alla speranza della gente. Ingannavano la gente, lasciandola peggio di prima. Non interessava loro il bene della gente, bensì il loro proprio interesse ed il proprio portafoglio. Gesù spiega che il criterio fondamentale per discernere chi è il pastore e chi è assaltante è la preoccupazione per la vita delle pecore. Chiede alla gente di non seguire colui che si presenta in qualità di pastore, ma non desidera la vita della gente. È qui che Gesù pronunciò quella frase che cantiamo fino ad oggi: “Sono venuto perché abbiano vita, e vita in abbondanza!”. Questo è il primo criterio!
3) Gv 10,11-16: 3ª Immagine: spiega ciò che significa “sono venuto perché abbiano vita in abbondanza” (Qui inizia il testo di questa quarta domenica di Pasqua):
- Gv 10,11: Gesù si presenta come il Buon Pastore che dà la sua vita per le pecore. Gesù cambia il paragone. Prima, lui era la porta delle pecore. Ora dice che è il pastore delle pecore. Non un pastore qualsiasi, bensì: “Io sono il buon pastore!”. L’immagine del buon pastore viene dal Vecchio Testamento. Tutti sapevano ciò che era un pastore e come viveva e lavorava. Nel dire che è un Buon Pastore, Gesù si presenta come colui che viene a compiere le promesse dei profeti e le speranze della gente. Insiste su due punti: (a) la difesa della vita delle pecore; il buon pastore dà la sua vita (Gv 10,11.15.17.18); (b) nella reciproca comprensione tra il pastore e le pecore; il Pastore conosce le sue pecore e loro conoscono il pastore (Gv 10,4.14.16).
- Gv 10,12-13: Gesù definisce l’atteggiamento del mercenario che non è pastore. “Il mercenario che non è pastore”. Guardando dal di fuori, non si percepisce la differenza tra il mercenario ed il pastore. Tutti e due si occupano delle pecore. Oggi ci sono molte persone che si occupano di altre persone negli ospedali, nelle comunità, negli asili per anziani, nei collegi, nei servizi pubblici, nelle parrocchie. Alcuni lo fanno per amore, altri, appena per uno stipendio, per poter sopravvivere. A queste persone gli altri non interessano. Hanno un atteggiamento da funzionari, da stipendiati, da mercenari. Nel momento del pericolo, loro non si interessano, perché “le pecore non sono loro”, i bambini non sono loro, gli alunni non sono loro, i vicini non sono loro, i fedeli non sono loro, i malati non sono loro, i membri della comunità non sono loro. Ora, invece di giudicare il comportamento degli altri, mettiamoci davanti alla nostra propria coscienza e chiediamoci: “Nel mio rapporto con gli altri, sono mercenario o pastore?”. Guarda che Gesù non ti condanna perché l’operaio ha diritto al suo stipendio (Lc 10,7), ma ti chiedi di dare un passo in più e diventare pastore.
- Gv 10,14-15: Gesù si presenta come il Buon Pastore che conosce le sue pecore. Due cose caratterizzano il buon pastore: a) conosce le pecore ed è conosciuto da loro. Nella lingua di Gesù, “conoscere” non è una questione di conoscere il nome o il volto della persona, ma di rapportarsi alla persona per amicizia, e per affetto. b) dare la vita per le pecore. Ciò significa essere disposti a sacrificarsi per amore. Le pecore sentono e percepiscono, quando una persona le difende e le protegge. Questo vale per tutti noi: per i parroci e per coloro che hanno qualche responsabilità verso altre persone. Per un parroco sapere se è buon pastore non basta con l’essere nominato parroco ed obbedire alle norme del diritto canonico. È necessario essere riconosciuto come buon pastore dalle pecore. A volte ciò viene dimenticato nell’attuale politica della Chiesa. Gesù dice che non solo il pastore riconosce le pecore, ma che anche le pecore riconoscono il pastore. Loro hanno criteri per questo. Perché se loro non lo riconoscono, pur anche se lui è nominato secondo il diritto canonico, lui non è pastore secondo il cuore di Gesù. Non sono solo le pecore che devono obbedire a chi le conduce. Anche colui che conduce deve essere molto attento alla reazione delle pecore per sapere se agisce come pastore o come mercenario.
- Gv 10,16: Gesù definisce la meta da raggiungere; un solo gregge, un solo pastore.Gesù apre l’orizzonte e dice che ha altre pecore che non sono di questo gregge. Ancora non hanno udito la voce di Gesù, ma quando l’udranno, si renderanno conto che lui è il pastore e lo seguiranno. Chi farà ciò, e quando avverrà? Siamo noi, imitando in tutto il comportamento di Gesù, Buon Pastore!
- Gv 10,17-18: Gesù è il Padre. In questi due versetti finali Gesù si apre e ci lascia capire qualcosa che c’è nel più profondo del suo cuore: il suo rapporto con il Padre. Qui si percepisce la verità di quanto dice in un altro momento: “Non vi chiamo più servi, ma vi ho chiamati amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Gesù è per noi un libro aperto.
c) Ampliando l’informazione:
- L’immagine del Pastore nel VT che si realizza in Gesù:
1) In Palestina, la sopravvivenza della gente dipendeva dall’allevamento del bestiame: capre e pecore. L’immagine del pastore che guida le sue pecore nei pascoli era da tutti conosciuta, come oggi conosciamo l’immagine del conducente di autobus. Era normale usare l’immagine del pastore per indicare la funzione di colui che governava e conduceva il popolo. I profeti criticavano i re perché erano pastori che non si occupavano del loro gregge e non lo conducevano a pascolare (Jr 2,8; 10,21; 23,1-2). Questa critica dei cattivi pastori aumentò e giunse a un punto culminante quando per colpa dei re il popolo fu deportato in esilio (Ez 34,1-10; Zc 11,4-17).
2) Di fronte alla frustrazione sofferta a causa dell’attuazione dei cattivi pastori, sorge il desiderio di avere Dio come pastore, desiderio così ben espresso nel salmo: “Il Signore è l mio pastore, non manco di nulla” (Sl 23,1-6; Gn 48,15). I profeti sperano che, nel futuro, Dio stesso venga a guidare il suo gregge, come un pastore (Is 40,11; Ez 34,11-16). E sperano che questa volta la gente sappia riconoscere la voce del suo pastore: “Ascoltate oggi la sua voce!” (Sl 95,7). Sperano che Dio venga in qualità di Giudice che pronuncerà il giudizio tra le pecore del gregge (Ez 34,17). Sorgono il desiderio e la speranza che un giorno, Dio susciti buoni pastori e che il messia sia un buon pastore per il popolo di Dio (Jr 3,15; 23,4).
3) Gesù realizza questa speranza e si presenta come il buon pastore, diverso dagli assaltanti che, prima di lui, avevano rubato al popolo. Si presenta anche come il Giudice del popolo che, alla fine, emetterà la sentenza come il pastore che separa le pecore dai capri (Mt 25,31-46). In Gesù si realizza la profezia di Zaccaria che dice che il buon pastore sarà perseguitato dai cattivi pastori, infastiditi dalla sua denuncia: “Percuoti il pastore e sia disperso il gregge!” (Zc 13,7).
4) Al termine del vangelo di Giovanni, l’immagine si estende e Gesù finisce con essere tutto allo stesso tempo: porta (Gv 10,7), pastore (Gv 10,11) agnello e pecora (Gv 1,36)!

Una chiave per il vangelo di Giovanni: Tutti percepiscono la differenza che c’è tra il vangelo di Giovanni e gli altri tre vangeli di Matteo, Marco e Luca. Qualcuno la definisce così: Gli altri tre fanno una fotografia, Giovanni fa una radiografia. Ossia, Giovanni aiuta i suoi lettori a scoprire la dimensione più profonda che c’è in ciò che Gesù dice e fa. Rivela le cose nascoste che solamente i raggi X della fede riescono a scoprire e rivelare. Giovanni insegna a leggere gli altri vangeli con lo sguardo della fede ed a scoprire il significato più profondo. Gesù stesso aveva già detto che avrebbe mandato il dono del suo Spirito affinché potessimo capire tutta la pienezza delle sue parole (Gv 14,24-25; 16,12-13). Gli antichi Padri della Chiesa dicevano: il Vangelo di Giovanni è “spirituale” e “simbolico”. Alcuni esempi: (a) Gesù cura il cieco nato (Gv 9,6-7). Per Giovanni questo miracolo ha un significato più profondo. Rivela che Gesù è la Luce del Mondo che ci fa comprendere e contemplare meglio le cose di Dio nella vita (Gv 9,39). (b) Gesù risuscita Lazzaro (Gv 11,43-44) non solo per aiutare Lazzaro e consolare le due sorelle, Marta e Maria, ma anche per rivelare che lui è la Risurrezione e la vita (Gv 11,25-26). (c) Gesù cambia 600 litri di acqua in vino nelle nozze di Cana (Gv 2,1-13). E lo fa non solo per salvare l’allegria della festa, ma anche e soprattutto per rivelare che la nuova Legge del Vangelo è come vino paragonato all’acqua della Legge precedente. E lo fa con tale abbondanza (600 litri!), proprio per significare che non mancherà per nessuno, fino ad oggi! (d) Gesù moltiplica il pane ed alimenta gli affamati (Gv 6,11) non solo per saziare la fame di quella gente povera che stava con lui nel deserto, ma anche per rivelare che lui stesso è il pane di vita che alimenta tutti lungo la vita (Gv 6,34-58). (e) Gesù conversa con la Samaritana sull’acqua (Gv 4,7.10), ma lui voleva che lei giungesse a scoprire l’acqua del dono di Dio che già portava dentro (Gv 4,13-14). In una parola, è lo Spirito di Gesù che dà vita (Gv 6,63). La carne o solo la lettera non bastano e possono perfino uccidere il senso e la vita (2Cor 3,6).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
IV DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 20,7-12
Sal 29
1Tim 4,22-16
Gv 10,17-30

Le mie pecore ascoltano la mia voce
Vi è, nella esperienza di fede, una duplice tentazione o paura. La prima è quella di venir meno nella prova, di ribellarci a Dio quando la pelle brucia; come i discepoli di Emmaus arrivare a dire: “Speravamo!”. L’altra tentazione è quella di dubitare della fedeltà di Dio, per la coscienza di una nostra indegnità, la paura che Dio ci abbia a mollare per le nostre incorrispondenze o infedeltà. O che il mondo pagano ci assorba.., e satana vinca il già poco entusiasmo di sentirci figli ed eredi di Dio. Oggi il vangelo ci riporta parole commoventi che ci danno serenità: “Il Padre mio è più grande di tutti..”; di tutti i potenti, di tutti i nemici, di tutti i maestri umani; “e nessuno può rapirle - le sue pecore che siamo noi - dalla mano del Padre mio”; e ancora: “Non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”, dice il Gesù.
Io le conosco: Fin da prima della creazione del mondo noi siamo stati da Dio conosciuti, amati, eletti, predestinati ad essere suoi figli. L’amore di Dio ci precede, segue e supera fino a condurre a compimento l’opera iniziata. San Paolo fissa in cinque momenti questa storia di Dio con l’uomo: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato li ha anche glorificati” (Rm 8,29-30). Il progetto di Dio, grande all’inizio, divenne più grande al momento del nostro rifiuto, perché sovrabbondò in misericordia ed aiuto proprio là dove erano abbondati la debolezza e il peccato. Cristo ci possiede per il prezioso riscatto compiuto in croce. Di fronte al Padre noi costiamo (e contiamo) quanto il suo Figlio unigenito: “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32). La consapevolezza di questo grandioso piano di Dio fa dire a Paolo: “Chi ci separerà dunque dall’amore di Cristo? Io sono persuaso che niente potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rm 8,35.39). Ecco allora le dichiarazioni sublimi del vangelo odierno: “Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano”. E poiché lui, Gesù, e il Padre sono una cosa sola, v’è per le pecore che siamo noi piena certezza di non essere mai mollati da Dio stesso: “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio”. Il loro sogno è di condurre tutti gli uomini a divenire una cosa sola con il Padre il Figlio in Casa Trinità: “Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Anche i discepoli, un giorno sul mare agitato, ebbero paura. Ed ecco, premuroso e inaspettato, giungere Gesù, camminando sul mare: “Sono io, non abbiate paura” (Gv 6,20). E a Pietro, che volle raggiungerlo camminando sulle acque, Gesù “tese la mano, lo afferrò e gli disse: Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,30-31). Gli apostoli, al sentire gli annunci della passione, si erano spaventati, e Gesù a dire: “Non sia turbato il vostro cuore. Non vi lascerò orfani. Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito, perché rimango con voi per sempre” (Gv 14,1.16.18). Fino ad allora, Gesù è stato il Paràclito (il Difensore) per i suoi. Ora ha mandato lo Spirito per stare in sua vece a fianco di ogni credente e difenderlo. Siamo in buone mani!
Ascoltano la mia voce: Certo che all’iniziativa di Dio non può mancare la corrispondenza dell’uomo. Al richiamo, alla guida, alla premura del pastore deve corrispondere la docilità libera e gioiosa di ognuno di noi: “Le mie pecore ascoltano la mia voce ed esse mi seguono”. Senza il sì dell’uomo l’onnipotenza salvifica di Dio rimane inefficace. “Dio che ha fatto te senza di te non salverà te senza di te” (sant’Agostino). Il salmo 22, che cantiamo spesso, ci fa dire: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare; mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome”. I sostanza, la scelta per sentire sicurezza e serenità nella vita, sta qui: o ci si lascia guidare da Dio Padre e Pastore, o si diventa schiavi di maestri e padroni, che troppo spesso si rivelano essere tutti solo dei grandi mercenari...! Per essere di Dio e di Cristo, primo passo è quello di ascoltare: “Ascoltano la mia voce”. Ama chi conosce. Noi non amiamo Dio perché non lo conosciamo. Cioè perché non sappiamo dalla Bibbia ciò che Dio ha fatto e vuole per noi. Di Dio e di Cristo rimaniamo sempre ad un autodidattismo superficiale che sfiora a volte la più completa ignoranza di ciò che è specifico, accontentandoci di barlumi ed emotività soggettive. Un giorno Gesù ce lo ha rinfacciato: “Se tu conoscessi il dono di Dio...”, saresti tu a corrermi dietro, cioè apprezzeresti ciò che io ti offro; e invece - è scritto nel profeta Geremia - “hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, dice il Signore, e si sono scavate cisterne, cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua” (Ger 2,13). Solo uno studio serio - almeno quanto lo abbiamo fatto per la nostra professionalità - ci può dare consapevolezza e gioia della nostra fede. Va aggiunto: le mie pecore “mi seguono”. È un impegno vitale, pratico, morale l’essere discepoli del Signore. La Lettura oggi rievoca una delle prime celebrazioni eucaristiche di Paolo con la sua piccola comunità di Troade. Era il primo giorno della settimana e si erano riuniti “a spezzare il pane”. Il primo segno della sequela di Gesù è il radunarsi ogni domenica nella comunità cristiana, dove Gesù sta in mezzo ai suoi e li incontra. Ne verrà il richiamo e la forza per essere coerenti nella vita, “nel parlare, nel comportamento, nella carità, nella fede, nella purezza” (Epist.), come viene suggerito a Timoteo.
Oggi nella Chiesa Italiana si celebra la Giornata di preghiera per le Vocazioni a consacrazione speciale: sacerdoti, missionari, religiose. Il Papa nel suo Messaggio esorta soprattutto i giovani a rischiare la vita su Cristo per servire il mondo in quello che riguarda il bisogno di eterno che c’è in ognuno di noi, cioè a divenire testimoni dell’amore divino che ci chiama a più alti destini. Senza paura di rischiare per Cristo. È un buon investimento. Ci accorgiamo in questi giorni quanto la nostra società civile manchi sempre più di sale evangelico: profeti e testimoni sono necessari tra le pieghe della nostra vita quotidiana se vogliamo che non si imbarbarisca ulteriormente. “Pregate il padrone della messe perché mandi operai nella sua messe”.
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MessaggioOggetto: sabato 5 maggio 2012   Lun Apr 30, 2012 9:12 pm

SABATO 5 MAGGIO 2012

SABATO DELLA IV SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, rendi sempre operante in noi il mistero della Pasqua, perché, nati a nuova vita nel Battesimo, con la tua protezione possiamo portare molto frutto e giungere alla pienezza della gioia eterna.

Letture:
At 13,44-52 (Noi ci rivolgiamo ai pagani)
Sal 97 (Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio)
Gv 14,7-14 (Chi ha visto me, ha visto il Padre)

Chi ha visto me ha visto il Padre
Gesù Cristo sottolinea spesso la sua figliolanza con il Padre. Il richiamo alla paternità divina è un modo reale per dimostrare l’importanza della relazione tra noi esseri umani. Filippo, con la sua richiesta di voler vedere il Padre indica una fede reale ma che vuole essere sbrigativa. Vuole andare subito alla questione fondamentale. Gesù ha parlato tante volte del Padre; ecco allora contempliamolo e tutto si risolve. Non è così, la sua fede è sincera ma non completa. Nelle relazioni tutto è importante; Gesù Cristo come uomo, vuole condurci a Dio. Il rispetto di questa mediazione significa completare la fede in modo maturo. Per noi è un messaggio importante. I nostri comportamenti dovrebbero sempre rispecchiare questi sentimenti. Il rispetto altrui, non è solo adempiere un obbligo preciso! È un modo preciso ed inequivocabile di considerarci tutti fratelli e sorelle e tutti portatori di una realtà che non ci appartiene. Il messaggio di Gesù che troviamo nel Vangelo di oggi ha molti riferimenti. Possiamo applicarlo nelle nostre relazioni familiari; nei luoghi di lavoro ed anche nel nostro rapporto con Dio. La fede matura che ci è richiesta significa anche la mediazione della Chiesa che, con le sue debolezze umane, è portatrice anche lei di una realtà che non le appartiene. Guardiamo più in avanti, siamo consapevoli che tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio e sappiamo come interpretare il messaggio di Gesù tra noi, nel perdono, nella carità e nella misericordia.
“Verità” è un termine chiave. Per lo spirito profano evoca una formula, una teoria, una cosa dello spirito, insomma, e, soprattutto, qualche cosa che si possiede. Cristo rovescia questa concezione della “verità”, rifiutandola in quanto superficiale. Egli non dice: “Io ho”, ma “Io sono”: “Io sono la verità”. La verità è una persona, non una proposizione. Tutto il mondo cerca la verità, ma nei posti sbagliati, accontentandosi di qualche “ismo” o di qualche ideologia. Tutti gli “ismi”, però, passano presto di moda, come un temporale d’estate. Cercando la verità, noi cerchiamo la persona vera, cerchiamo il Padre e il Cristo che ne è la manifestazione concreta. Non si tratta di verità del Padre che il Figlio deve imparare per poi trasmettere. Cristo è la verità in se stesso. Ciò andava al di là dell’intelligenza degli apostoli. Filippo esprime la loro inquietudine con una richiesta precisa: “Signore, mostraci il Padre e basta”. Gli apostoli non riescono ad afferrare l’identità del Figlio e del Padre. Hanno appena saputo che stanno per lasciare Cristo e non sanno che andare presso il Padre significa restare con Gesù e rimanere sempre presso di lui nella terra promessa.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Riflessione:
- Giovanni 14,7: Conoscere Gesù è conoscere il Padre. Il testo del vangelo di oggi è la continuazione di quello di ieri. Tommaso aveva chiesto: “Signore, non sappiamo dove vai. Come possiamo conoscere la via?”. Gesù risponde: “Io sono la via, la verità e la vita! Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Ed aggiunse: “Se conoscete me, conoscete anche il Padre. Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Questa è la prima frase del vangelo di oggi. Gesù parla sempre del Padre, perché era la vita del Padre che appariva in tutto ciò che diceva e faceva. Questo riferimento costante al Padre provoca la domanda di Filippo.
- Giovanni 14,8-11: Filippo chiede: “Mostraci il Padre e ci basta!”. Era il desiderio dei discepoli, il desiderio di molte persone delle comunità del Discepolo Amato ed è il desiderio di molta gente oggi: come fa la gente per vedere il Padre di cui tanto parla Gesù? La risposta di Gesù è molto bella ed è valida fino ad oggi: “Filippo, da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto! Chi ha visto me ha visto il Padre!”. La gente non deve pensare che Dio è lontano da noi, distante e sconosciuto. Chi vuole sapere come e chi è Dio Padre, basta che guardi Gesù. Lui lo ha rivelato nelle parole e nei gesti della sua vita! “Il Padre è in me ed io sono nel Padre!”. Attraverso la sua obbedienza, Gesù si è identificato totalmente con il Padre. Lui faceva ogni momento ciò che il Padre gli mostrava di fare (Gv 5,30; 8,28-29.38). Per questo, in Gesù tutto è rivelazione del Padre! Ed i segni o le opere sono le opere del Padre! Come dice la gente: “Il figlio è il volto del padre!”. Per questo in Gesù e per Gesù, Dio sta in mezzo a noi.
- Giovanni 14,12-14: Promessa di Gesù. Gesù fa una promessa per dire che la sua intimità con il Padre non è un privilegio solo suo, ma è possibile per tutti coloro che credono in lui. Anche noi, mediante Gesù, possiamo giungere a fare cose belle per gli altri come faceva Gesù per la gente del suo tempo. Lui intercede per noi. Tutto ciò che la gente chiede a lui, lui lo chiede al Padre e lo ottiene, sempre che sia per servire. Gesù è il nostro difensore. Se ne va ma non ci lascia senza difesa. Promette che chiederà al Padre e il Padre manderà un altro difensore o consolatore, lo Spirito Santo. Gesù giunse a dire che è necessario che lui vada via, perché altrimenti lo Spirito Santo non potrà venire (Gv 16,7). E lo Spirito Santo compirà le cose di Gesù in noi, se agiamo a nome di Gesù ed osserviamo il grande comandamento della pratica dell’amore.

Per un confronto personale
- Conoscere Gesù è conoscere il Padre. Nella Bibbia la parola “conoscere una persona” non è solo una comprensione intellettuale, ma suppone anche una profonda esperienza della presenza della persona nella vita. Conosco io Gesù?
- Conosco il Padre?

Preghiera finale: Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio. Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia (Sal 97).
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MessaggioOggetto: domenica 6 maggio 2012   Lun Apr 30, 2012 9:15 pm

DOMENICA 6 MAGGIO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
V DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: Signore, Tu sei! E questo ci basta, per vivere, per continuare a sperare ogni giorno, per camminare in questo mondo, per non scegliere la via sbagliata della chiusura e della solitudine. Sì, Tu sei per sempre e da sempre; sei e rimani, o Gesù! E questo tuo essere è dono continuo anche per noi, è frutto sempre maturo, perché ce ne nutriamo e diventiamo forti di Te, della tua Presenza. Signore, apri il nostro cuore, apri il nostro essere al tuo essere; aprici alla Vita con la potenza misteriosa della tua Parola. Facci ascoltare, facci mangiare e gustare questo cibo dell’anima; vedi come ci è indispensabile! Manda, ora, il frutto buono del tuo Spirito, perché realizzi in noi ciò che leggiamo e meditiamo di te.

Letture:
At 9,26-31 (Bàrnaba raccontò agli apostoli come durante il viaggio Paolo aveva visto il Signore)
Sal 21 (A te la mia lode, Signore, nella grande assemblea)
1Gv 3,18-24 (Questo è il suo comandamento: che crediamo e amiamo)
Gv 15,1-8 (Chi rimane in me ed io in lui fa molto frutto)

Chi rimane in me fa molto frutto
L’invito di Gesù che leggiamo oggi nel vangelo è pressante; ci riguarda e ci impegna subito. Non possiamo nasconderci, il suo appello diventa impegno serio per la nostra vita. Gesù ha sempre questo scopo: scuoterci profondamente. Ha compiuto molti miracoli, nella sua vita terrena, ha dato aiuto a molte persone, e già questo ci è di aiuto e di conforto. Il suo esempio diventa un modello; abbiamo concretamente l’esempio di cosa significhi credere in Lui; avere lo stesso suo atteggiamento di attenzione per chi soffre, di misericordia per chi sbaglia, di delicatezza per chi si trova in difficoltà. Gesù ha concretamente realizzato quello che ha sempre annunciato con la sua parola, che è Parola di vita eterna. Nei Vangeli, abbiamo già l’esempio di cosa significhi essere discepoli di Gesù. È vero, Egli non ha mai nascosto le difficoltà di questo impegno! Nella nostra vita, questo lo sperimentiamo ogni giorno. Nella sua Parola non abbiamo solo un esempio, però. Gesù ci fornisce anche gli strumenti per poter vivere concretamente questo annuncio di salvezza. Il frutto della vite è opera della forza della linfa che scorre nei suoi tralci. È questa la forza alla quale possiamo attingere per superare proprio questi momenti di difficoltà. Gesù stesso è la fonte per questa opera di conversione. Approfittiamone, subito. Non lasciamo marcire l’uva sui tralci; è questo l’invito vero di Gesù: non guardare alle nostre sole forze ma rivolgerci a Lui con fiducia e speranza. È il suo modo di insegnare! Sempre ci indica come realizzare quelle verità che ci insegna! Rimanere in Cristo significa proprio questo; rivolgersi a Lui per chiedere a Lui la forza e la grazia che nella nostra vita si compia quella promessa di amore che la sua Parola contiene.
Nei discorsi di addio del Vangelo secondo san Giovanni (capitoli 13-17) l’evangelista prende spunto dalle parole di Gesù per riflettere, con il carisma che gli è proprio, sulla vita dei credenti dal tempo dell’Ascensione al ritorno del Signore. Egli si riconosce talmente legato al Signore attraverso lo Spirito di Dio che parla ai suoi ascoltatori e ai suoi lettori usando l’“io” di Cristo. Per mezzo della sua voce, il Signore rivela a coloro che credono in lui qual è la loro situazione, ordinando loro di agire in modo giusto. È durante la festa liturgica delle domeniche che vanno da Pasqua alla Pentecoste che la Chiesa propone alla lettura questi discorsi, per mostrare ai credenti cos’è infine importante per la loro vita. Attraverso un paragone, il Signore ci rivela oggi che tutti quelli che gli sono legati mediante la fede vivono in vera simbiosi. Come i tralci della vite, che sono generati e nutriti dalla vite stessa, noi cristiani siamo legati in modo vitale a Gesù Cristo nella comunità della Chiesa. Vi sono molte condizioni perché la forza vitale e la grazia di Cristo possano portare i loro frutti nella nostra vita: ogni tralcio deve essere liberato dai germogli superflui, deve essere sano e reagire in simbiosi fertile con la vite. Per mezzo del battesimo, Cristo ci ha accolti nella sua comunità. E noi siamo stati liberati dai nostri peccati dalla parola sacramentale di Cristo. La grazia di Cristo non può agire in noi che nella misura in cui noi la lasciamo agire. La Provvidenza divina veglierà su di noi e si prenderà cura di noi se saremo pronti. Ma noi non daremo molti frutti se non restando attaccati alla vite per tutta la vita. Cioè: se viviamo coscienziosamente la nostra vita come membri della Chiesa di Cristo. Poiché, agli occhi di Dio, ha valore duraturo solo ciò che è compiuto in seno alla comunità, con Gesù Cristo e nel suo Spirito: “Senza di me non potete far nulla”. Chi l’ha riconosciuto, può pregare Dio di aiutarlo affinché la sua vita sia veramente fertile nella fede e nell’amore.

Approfondimento del Vangelo (La parabola della Vigna)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far a. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

Per inserire il brano nel suo contesto: Questi pochi versetti fanno parte del grande discorso di Gesù ai suoi discepoli nel momento intimo dell’ultima cena e inizia col versetto 31 del cap. 13 prolungandosi fino a tutto il cap. 17. Si tratta di un’unità molto stretta, profonda e inscindibile, che non ha pari in tutti gli Evangeli e che ricapitola in sé tutta la rivelazione di Gesù nella vita divina e nel mistero della Trinità; è il testo che dice quello che nessun altro testo delle divine Scritture è capace di dire riguardo la vita cristiana, la sua potenza, i suoi compiti, la sua gioia e il suo dolore, la sua speranza e la sua lotta in questo mondo e nella Chiesa. Pochi versetti, ma traboccanti d’amore, di quell’amore fino alla fine, che Gesù ha deciso di vivere verso i suoi, verso di noi, ancora oggi e per sempre. In forza di questo amore, quale supremo e definitivo gesto di tenerezza infinita, che racchiude in sé ogni altro gesto d’amore, il Signore lascia ai suoi una presenza nuova, un modo nuovo di esserci: attraverso la parabola della vite e dei suoi tralci e attraverso la proclamazione del meraviglioso verbo rimanere, ripetuto più volte, Gesù dà inizio a questa sua storia nuova con ciascuno di noi, che si chiama inabitazione. Egli non è più presso di noi, perché torna al Padre, ma rimane dentro di noi.

Per aiutare nella lettura del brano:
- vv. 1-3: Gesù rivela se stesso quale vite vera, che produce frutti buoni, vino ottimo per il Padre suo, che è l’agricoltore e rivela noi, i suoi discepoli, quali tralci, che hanno bisogno di rimanere uniti alla vite, per non morire e per portare frutto. La potatura, che il Padre compie sui tralci attraverso la spada della Parola, è una purificazione, una gioia, un canto.
- vv. 4-6: Gesù consegna ai discepoli il segreto perché possano continuare a vivere il rapporto intimo con Lui: è il rimanere. Come Lui va dentro di loro e rimane in loro e non più al di fuori, presso, così anche loro devono rimanere in Lui, dentro di Lui; questo è l’unico modo per essere pienamente consolati, per poter reggere nel cammino di questa vita e poter dare il frutto buono, che è l’amore.
- v. 7: Gesù, ancora una volta, lascia nel cuore dei suoi il dono della preghiera, la perla preziosissima, unica e ci spiega che dal rimanere in Lui noi possiamo imparare la vera preghiera, quella che chiede il dono dello Spirito Santo con insistenza e sa di essere esaudita.
- v. 8: Gesù ci chiama ancora a Sé, ci chiede ancora di seguirlo, di farci ed essere sempre suoi discepoli. Il rimanere fa nascere la missione, il dono della vita per il Padre e per i fratelli; se rimaniamo veramente in Gesù, allora rimarremo veramente anche in mezzo ai fratelli, come dono e come servizio. Questa è la gloria del Padre.

Un momento di silenzio orante: Come tralcio, rimango, adesso, unito alla vite, che è il mio Signore e mi abbandono a Lui, mi lascio raggiungere dalla linfa della sua voce silenziosa e profonda, che è come acqua viva. Così rimango in silenzio e non mi allontano.

Alcune domande: Che mi aiutino a rimanere, a scoprire la bellezza della vite, che è Gesù; che mi conducano al Padre, per lasciarmi da Lui prendere e lavorare, certo del suo lavoro buono di agricoltore amoroso; e che mi sospingano dentro la linfa vitale dello Spirito, per incontrarmi con lui quale unica cosa necessaria, da chiedere senza stancarmi.
a) “Io sono”: è bello che il brano inizi con questa affermazione, che è come un canto di gioia, di vittoria del Signore, che Lui ama cantare continuamente dentro la vita di ognuno di noi. “Io sono”: e lo ripete all’infinito, ogni mattina, ogni sera, quando viene la notte, mentre dormiamo e non ce ne accorgiamo. Lui, infatti, è proprio in funzione di noi; è verso il Padre suo ed è verso di noi, per noi. Mi fermo su queste parole e non solo le ascolto, ma le faccio entrare dentro di me, nella mia mente, nella mia memoria più recondita, nel mio cuore, in tutti i sentimenti che mi abitano e la trattengo per ruminarla ed assorbire quel suo Essere nel mio essere. Comprendo, adesso, dentro questa Parola, che io non sono, se non in Lui e che non posso diventare nulla, se non rimanendo dentro l’essere di Gesù. Provo a scendere nel profondo del mio essere, vincendo le paure, attraversando tutto il buio che posso trovare e raccolgo quelle parti di essere, di me, che maggiormente sento senza vita. Le prendo in mano delicatamente e le porto da Gesù, le consegno al suo “Io sono”.
b) La vite mi fa venire in mente il vino, quel frutto così buono e prezioso, mi fa venire in mente l’alleanza che Gesù compie con noi, nuova ed eterna, alleanza d’amore, che nulla e nessuno potrà mai spezzare. Sono disposto a rimanere dentro questo abbraccio, dentro questo sì continuo della mia vita, che si lascia intrecciare con la sua? Alzerò anch’io, insieme al salmista, il calice dell’alleanza, invocando il nome del Signore e dicendogli che, sì, anch’io gli voglio bene?
c) Gesù definisce il Padre suo come “agricoltore” o “vignaiolo”, utilizzando un termine molto bello che porta dentro di sé tutta la forza dell’amore che si dedica al lavoro della terra; esprime un piegarsi sulla terra, un avvicinarsi del corpo e dell’essere, un contatto prolungato, uno scambio vitale. Il Padre fa proprio così con noi! San Paolo dice però: “L’agricoltore, che si affatica, dev’essere il primo a raccogliere i frutti della terra” (2Tim 2,6) e insieme a lui san Giacomo ci ricorda che “l’agricoltore aspetta pazientemente i frutti della terra” (Gc 5,7). Deluderò, io terra, l’attesa del Padre che mi coltiva ogni giorno, vangandomi, sgombrandomi dai sassi, mettendomi concime buono e costruendomi una siepe tutto attorno perché io rimanga protetto? A chi consegno i frutti della mia esistenza, del mio cuore, della mia mente, della mia anima? Per chi sono io, per chi decido e scelgo di vivere ogni giorno, ogni mattina, quando mi alzo?
d) Seguo con attenzione il testo e metto in evidenza due verbi, che si ripetono con molta frequenza: “portare frutto” e “rimanere”; capisco che queste due realtà sono simbolo della vita stessa e sono una intrecciata all’altra, una dipendente dall’altra. Solo rimanendo è possibile portare frutto e, in realtà, l’unico vero frutto che noi discepoli possiamo portare in questo mondo è proprio il rimanere. Dove rimango io, ogni giorno, per tutto il giorno? Con chi rimango? Gesù collega sempre questo verbo a quella particella stupenda, gigantesca: “in me”. mi confronto con queste due parole: io sono “in”, cioè sono al di dentro, vivo nel profondo, scavo alla ricerca del Signore come si scava per un pozzo (cfr. Gn 26,18) o per i tesori (Pr 2,4), oppure sono al di fuori, sempre disperso alle varie superfici di questo mondo, lontano il più possibile dall’intimità, dal rapporto e dal contatto con il Signore?
e) Per due volte Gesù ci mette davanti la realtà della sua Parola e ci rivela come sia essa a renderci puri e sia ancora essa ad aprirci la via della preghiera vera; la Parola ci viene annunciata e donata come presenza permanente in noi; anch’essa, infatti, ha la capacità di rimanere, di fare la sua casa nel nostro cuore. Però devo chiedermi: che orecchie ho, io, per ascoltare questo annuncio di salvezza e di bene, che il Signore mi rivolge attraverso le sue Parole? Faccio spazio all’ascolto, a questo ascolto profondo, di cui tutta la Scrittura mi parla continuamente, dalla Legge, ai Profeti, ai Salmi, agli Scritti apostolici? Mi lascio trovare e raggiungere fino al cuore dalla Parola del Signore nella preghiera, o preferisco affidarmi ad altre parole, più leggere, più umane e simili alle mie? Ho paura della voce del Signore, che mi parla con premura e sempre?

Una chiave di lettura: Come tralcio, cerco il modo per restare sempre più innestato nella mia Vite, che è il Signore Gesù. Bevo, in questo momento, dalla sua Parola la linfa buona, cercando di penetrare più in profondità per assorbirne il nutrimento nascosto, che mi trasmette la vera vita. Sto attento alle parole, ai verbi, alle espressioni che Gesù usa e che mi richiamano ad altri passi delle divine Scritture e mi lascio, così, purificare.
- L’incontro con Gesù, l’Io Sono: Questo brano ci offre uno dei testi in cui compare questa espressione così forte, che il Signore ci rivolge per rivelare a noi se stesso. È molto bello percorrere un cammino lungo tutta la Scrittura, alla ricerca di altri testi come questo, in cui la voce del Signore ci parla così direttamente di sé, della sua essenza più profonda. Quando il Signore dice e ripete all’infinito e in mille modi, in mille sfumature diverse “Io Sono”, non lo fa per annientarci o umiliarci, ma solo per la forza traboccante del suo amore verso di noi, che vuole renderci partecipi e vivi di quella stessa vita che a Lui appartiene. Se dice “Io Sono”, è per dire anche “Tu Sei” e dirlo ad ognuno di noi, ad ogni suo figlio e figlia che viene in questo mondo. È una trasmissione feconda e ininterrotta di essere, di essenza e io non voglio lasciarla cadere a vuoto, ma voglio raccoglierla e accoglierla dentro di me. Seguo, allora, la traccia luminosa del “Io Sono” e cerco di soffermarmi ad ogni passo. “Io sono il tuo scudo” (Gen 15,1), “Io sono il Dio di Abramo tuo padre” (Gen 24,26), “Io sono il Signore, che vi ha liberati e ancora vi libererò dall’Egitto” (cfr. Es 6,6) e da ogni faraone, che attenterà alla vostra vita, “Io sono colui che ti guarisce” (Es 15,26). Mi lascio raggiungere dalla luce e dalla potenza di queste parole, che compiono il miracolo di cui parlano; lo compiono anche oggi, proprio per me, in questa lectio. E poi continuo e leggo, nel libro del Levitico, per almeno 50 volte questa affermazione di salvezza: “Io sono il Signore” e credo a questa parola e aderisco ad essa con il mio essere, con il mio cuore e dico: “Sì, davvero il Signore è il mio Signore; Lui e non un altro!”. Noto che la Scrittura va sempre più a fondo; mano a mano che il cammino procede, anch’essa procede dentro di me e mi porta in un rapporto sempre più intenso con il Signore; il libro dei Numeri, infatti, comincia a dire: “Io sono il Signore, che dimoro in mezzo agli Israeliti” (Num 35,34). “Io sono” è il presente, colui che non si allontana, non volta le spalle per andarsene; è colui che si prende cura di noi da vicino, dal di dentro, come soltanto lui può fare; leggo Isaia e ricevo vita: 41,10; 43,3; 45,6 etc. Il santo Evangelo è un’esplosione di essere, di presenza, di salvezza; lo ripercorro, soprattutto facendomi guidare da Giovanni: 6,48; 8,12; 10,9.11; 11,15; 14,6; 18,37. Gesù è il pane, la luce, la porta, il pastore, la risurrezione, la via, la verità, la vita, è il re; è tutto questo per me, per noi e così voglio accoglierlo, conoscerlo e amarlo e voglio imparare, dentro queste parole, a dirgli: “Signore, tu sei!”. È questo “Tu” che dà significato al mio io, che fa della mia vita una relazione, una comunione; so con certezza che solo qui io gioisco pienamente e vivo per sempre.
- La vigna, la vite vera e il suo frutto buono: Vigna di Dio è Israele, vigna prediletta, vigna scelta, vigna piantata su un colle fertile, in un luogo con la terra ripulita, sarchiata, liberata dai sassi, vigna custodita, lavorata, amata, diffusa e che Dio stesso ha piantato (cfr. Is 5,1s; Ger 2,21). Tanto amata è questa vigna che mai ha cessato di risuonare, per lei, il cantico d’amore del suo diletto; note forti e dolci allo stesso tempo, note portatrici di vita vera, che hanno attraversato l’antica alleanza e sono giunte, ancora più chiare, fino alla nuova alleanza. Prima cantava il Padre, ora canta Gesù, ma in entrambi è la voce dello Spirito che si fa sentire, come dice il Cantico dei Cantici: “La voce della tortora ancora si fa sentire... e le viti spandono fragranza” (Ct 2,12s). È il Signore Gesù che ci attira, che ci porta dall’antico al nuovo, da amore in amore, verso una comunione sempre più forte, fino all’identificazione: “Sono io questa vigna, ma siete anche voi, in me”. Quindi è chiaro: la vigna è Israele, è Gesù e siamo noi. Sempre la stessa, sempre nuova, sempre più eletta e prediletta, amata, curata, custodita, visitata: visitata con le piogge e visitata con la Parola, mandata dai profeti giorno per giorno, visitata con l’invio del Figlio, l’Amore, che aspetta l’amore, cioè il frutto. “Egli aspettò che producesse uva, ma essa fece uva selvatica” (Is 5,2); la delusione è sempre in agguato, nell’amore. Mi soffermo su questa realtà, mi guardo dentro, cerco di scoprire i luoghi di chiusura, di aridità, di morte; perché la pioggia non è arrivata? Mi ripeto questa parola, che risuona spesso lungo le pagine bibliche: “Il Signore aspetta...” (vedi Is 30,18; Lc 13,6-9). Vuole i frutti della conversione (cfr. Mt 3,8), come ci manda a dire per bocca di Giovanni, i frutti della parola, che nascono dall’ascolto, dall’accoglienza e dalla custodia di essa, come ci dicono i sinottici (cfr. Mt 13,23; Mc 4,20 e Lc 8,15), i frutti dello Spirito, come spiega Paolo (cfr. Gal 5,22). Vuole che “portiamo frutto in ogni opera buona” (Col 1,10), ma più di tutto, mi sembra, il Signore aspetta e desidera il “frutto del grembo” (cfr. Lc 1,42), cioè Gesù, per il quale siamo veramente benedetti e beati. Gesù, infatti, è il seme che, morendo, porta molto frutto dentro di noi, nella nostra vita (Gv 12,24) e sconfigge ogni solitudine, ogni chiusura, spalancandoci ai fratelli. Questo è il frutto vero della conversione, seminato nella terra del nostro grembo; questo è diventare suoi discepoli e infine, questa è la vera gloria del Padre.
- La potatura come purificazione che dà gioia: In questo passo evangelico il Signore mi offre anche un altro cammino, da compiere dietro a Lui e insieme a Lui: è un cammino di purificazione, di rinnovamento, di risurrezione e vita nuova. È velato dal termine “potare”, ma posso cercare di scoprirlo meglio, di illuminarlo grazie alla Parola stessa, che è l’unica vera maestra, l’unica guida sicura. Il testo greco usa il termine “purificare” per indicare questa azione del vignaiolo nei confronti della sua vite; certo, rimane vero che Lui pota, che taglia con la spada affilata della sua Parola (Eb 4,12) e che ci fa sanguinare, a volte, ma rimane ancora più vero il suo amore, che solamente penetra, sempre più a fondo, in noi e così purifica, lava, raffina. Sì, il Signore siede come lavandaio per purificare, o come orafo, per rendere splendente e luminoso l’oro che è nelle sue mani (cfr. Mal 3,3). Gesù porta con sé una purificazione nuova, quella promessa tanto a lungo dalle Scritture e attesa per i tempi messianici; non è più la purificazione che avveniva mediante il culto, mediante l’osservanza della legge o i sacrifici, purificazione solo provvisoria, incompiuta, temporanea e figurativa. Gesù realizza una purificazione intima, totale, quella del cuore e della coscienza, quella cantata da Ezechiele: “Vi purificherò da tutti i vostri idoli; vi darò un cuore nuovo... Quando vi avrò purificati da tutte le vostre iniquità, vi farò riabitare nelle vostre città e le vostre rovine saranno ricostruite...” (Ez 36,25s.33). Leggo anche Ef 5,26 e Tt 2,14, testi molto belli e ricchi, che mi aiutano ad entrare meglio dentro la luce e la grazia di questa opera di salvezza, di questa potatura spirituale che il Padre compie in me. C’è un versetto del Cantico che può aiutarmi ancora di più a comprendere; dice così: “Il tempo del canto è tornato” (Ct 2,12), usando, però, un verbo che significa al tempo stesso “potare, tagliare” e “cantare”. Quindi la potatura è tempo di canto, di gioia. È il mio cuore che canta, davanti e dentro la Parola, è la mia anima che gioisce, per la fede, perché so che attraverso questo lungo, ma magnifico pellegrinaggio nelle Scritture, anch’io vengo reso partecipe della vita di Gesù, vengo unito a Lui, il puro, il santo, l’immacolato Verbo e rimanendo, così, in Lui, anch’io vengo lavato, vengo purificato con la purezza infinita della sua vita. Non per me, non per rimanere solo, ma per portare molto frutto, per dare foglie e fronde che non appassiscano, per essere tralcio, insieme a tanti tralci, nella vite di Gesù Cristo.

Orazione finale: Signore, ho ancora tutta la luce della tua Parola dentro di me; tutta la forza risanatrice della tua voce mi risuona ancora nel profondo dell’essere! Grazie, o mia Vite, o mia linfa; grazie, o mia dimora, nella quale posso e desidero rimanere; grazie, o mia forza nell’agire, nel compiere ogni cosa; grazie, mio maestro! Tu mi hai chiamato ad essere tralcio fecondo, ad essere io stesso frutto del tuo amore per gli uomini, ad essere vino che rallegra il cuore; Signore, aiutami a realizzare questa tua Parola benedetta e vera. Solo così, infatti, io vivrò veramente e sarò, come Tu sei e rimani. Non permettere, o Signore, che io mi sbagli così tanto da voler rimanere in te, come tralcio nella sua vite, senza gli altri tralci, i miei fratelli e le mie sorelle; sarebbe il frutto più acerbo, più sgradevole di tutti. Signore, io non so pregare: insegnami Tu e fa’ che la mia preghiera più bella sia la mia vita, trasformata in un grappolo d’uva, per la fame e la sete, per la gioia e la compagnia di chi verrà presso la vite, che sei Tu. Grazie, perché Tu sei il vino dell’Amore!


RITO AMBROSIANO
ANNO B
V DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 7,2-8.11-12a.17.20-22.30-34.36-42a.44-48a.51-54
Sal 117
1Cor 2,6-12
Gv 17,1b-11

Il Padre, il Figlio e i Discepoli
Di Gesù non abbiamo molte preghiere direttamente dette da lui: il Padre nostro, quella prima della risurrezione di Lazzaro, al Getsemani, sulla croce.. Qui abbiamo una lunga preghiera, molto intensa, al Padre: per Sé, per i suoi discepoli e per quelli che crederanno per mezzo loro. Viene così rievocato l’intimo legame tra il Padre e il Figlio, e l’identità del discepolo la cui chiamata e risposta di fede sono tutto dono di Dio.
Padre, glorifica il Figlio tuo: La “gloria” del Padre è rendere manifesta la sua opera di salvezza gratuita per tutti gli uomini; e Gesù proprio così riassume tutta la sua esistenza terrena: “Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare”. E ancora: “Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo”. Gesù non ha fatto nient’altro che essere il portavoce e lo strumento dell’agire salvifico di Dio tra gli uomini: “Ora essi sanno che tutte le cose che mi hai dato vengono da te”. Anzi “essi sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato”. Per cui vi è identità non solo di vedute e di azione, ma di natura e potere: “Tutte le cose mie sono tue, e le tue sono mie”. La manifestazione dell’amore di Dio ha un suo vertice, “l’ora”, la croce, per la quale Gesù prega perché gli riesca di andare fino in fondo nel suo gesto d’immolazione quale obbedienza al Padre, e sia quindi vera “glorificazione” del Padre: “Padre, è venuta l’ora: glorifica il Figlio tuo perché il Figlio glorifichi te”. Lì davvero Dio ha mostrato di dare tutto, quando “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32). E Gesù ha vissuto al massimo grado la sua donazione a Dio e agli uomini: “Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 14,1). Realizzata la sua missione, ora si aspetta quasi un riconoscimento da parte del Padre: “E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che io avevo presso di te prima che il mondo fosse”. Il riferimento è sia alla risurrezione sia alla sua preesistenza nel seno del Padre. Un giorno Gesù così ha sintetizzato la sua vicenda, terrena ed eterna: “Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre” (Gv 16,28). Paolo lo dirà: “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso..; per questo Dio lo esaltò” (Fil 2,5-11). Esaltato ora anche nella sua umanità, portata al vertice della sintonia col Padre, in piena libertà ed eroismo.
Custodiscili nel tuo nome: Nella preghiera Gesù vede i suoi discepoli anzitutto quale frutto dell’iniziativa di Dio: sono “coloro che tu mi hai dato. Erano tuoi e li hai dato a me”. Ogni vocazione alla fede viene da Dio. Gesù lo disse: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. È scritto nei Profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,44-45). Non è da noi conoscere e aprirci a Dio, ma è progetto antico e dono suo. Si tratta “di una sapienza che non è di questo mondo - dice Paolo -, ma della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabilito prima dei secoli per la nostra gloria” (Epist.). È per il tramite di Gesù che questa sapienza giunge a noi: “Le parole che hai dato a me io le ho date a loro; essi le hanno accolte”. Più precisamente per l’azione dello Spirito che è stato dato da Gesù ai suoi: “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità; egli mi glorificherà perché prenderà da quel che è mio” (Gv 16,13-14). Infatti, “i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora, noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (Epist.). Dal Padre, a Gesù, ai suoi: “Come il Padre ha amato me, così anche io ho amato voi. Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,12.15). La mira finale di questa azione è di dare “la vita eterna a tutti coloro che mi hai dato”, dice Gesù. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo”. Solo così si scopre “ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano: cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo” (Epist.); cioè una vita ben oltre ogni nostra stesso desiderio e sogno! Solo il Padre - per l’intercessione di Gesù - può custodirci in questa speranza ben oltre ogni nostra prospettiva, restando uniti nel suo nome, cioè nella Chiesa: “Padre santo, custodiscili nel tuo nome”.
Il discorso di Stefano rievoca la premura di Dio nella lunga vicenda di Israele, ma anche la loro resistenza ad ogni sua iniziativa: “Tardi e incirconcisi nel cuore e nelle orecchie, voi opponete sempre resistenza allo Spirito Santo” (Lett.). La fede, cioè il nostro libero consenso, è risposta indispensabile ad ogni proposta di Dio!
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MessaggioOggetto: sabato 12 maggio 2012   Mar Mag 08, 2012 6:58 am

SABATO 12 MAGGIO 2012

SABATO DELLA V SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che nel battesimo ci hai comunicato la tua stessa vita, fa’ che i tuoi figli, rinati alla speranza dell’immortalità, giungano con il tuo aiuto alla pienezza della gloria.

Letture:
At 16,1-10 (Vieni in Macedonia e aiutaci!)
Sal 99 (Acclamate il Signore, voi tutti della terra)
Gv 15,18-21 (Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo)

Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti dal mondo
Gesù parla ancora ai suoi apostoli. Siamo sempre nel cenacolo, la sera che precede il suo arresto. Il momento è difficile e Gesù si rivolge direttamente agli apostoli. Ricorda loro la chiamata e quindi il motivo della loro presenza accanto a Lui in questo momento. Gesù ha scelto loro e non loro Gesù. È un messaggio preciso in questo momento. Nel Cenacolo si stanno compiendo i voleri del Padre; non si stanno realizzando i desideri umani degli apostoli. Gesù chiama per realizzare i suoi piani eterni, non perché si compissero le aspettative politiche del popolo di Israele. La chiamata è quindi cambiamento di vita; significa conversione completa a Gesù, è cambiare la direzione della propria vita. È una scelta che divide i piani umani da quelli divini. L’odio che gli apostoli si attireranno nasce proprio da questa differenza. La non accettazione del piano di amore di Gesù significa proprio la nascita di nuovo odio. Leggiamo per la nostra vita un qualcosa di più. La chiama di Gesù è scelta di Dio. È un dono che rende preziosa la vita. È elezione nel senso più puro della Parola. La qualità identifica la chiamata divina. Qualità di amore e donazione completa. Ciò può essere realizzato in tutti i nostri stati di vita. È un impegno che è preziosità dell’amore.
Una fede da proteggere e diffondere con la spada è ben debole. La storia è del resto consapevole del paradosso che fa sì che la fede cristiana diventi più forte quando è perseguitata. Il sangue dei martiri, scriveva Tertulliano, è seme di cristiani. Ai giorni nostri, il termine “martire” è usato per definire chiunque soffra e muoia per una “causa”, che può essere l’idea di nazione, la rivoluzione sociale, persino la “guerra santa” caldeggiata dai fanatici. Ma simili martiri sono causa di sofferenze maggiori di quelle inflitte a loro stessi. Il vero martire (dal greco, che significa testimone) soffre semplicemente perché è cristiano: testimone di Cristo. Il nostro secolo è stato davvero il secolo del martirio, con innumerevoli martiri, come i cristiani armeni in Turchia, i cattolici in Messico, nella Germania nazista, nell’ex Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, in Cina, in Corea, in Vietnam, in Sudan... L’elenco potrebbe continuare. E, per restare vicino a noi, molti sono coloro che affrontano un martirio “bianco”, cioè senza spargimento di sangue, tentando semplicemente di vivere la fede in un mondo sempre più ateo o predicando le esigenze integrali dell’insegnamento della Chiesa nel campo della morale, avendo per fondamento la rivelazione di Cristo. Non dobbiamo essere sorpresi, ma piuttosto rallegrarci ed essere felici: è questo che egli ci ha promesso.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse si suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Riflessione
- Giovanni 15,18-19: L’odio del mondo. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. Il cristiano che segue Gesù è chiamato a vivere in modo contrario alla società. In un mondo organizzato a partire dagli interessi egoistici di persone e gruppi, chi cerca di vivere ed irradiare l’amore sarà crocifisso. È stato questo il destino di Gesù. Per questo, quando un cristiano è molto elogiato dai poteri di questo mondo ed è esaltato quale modello per tutti dai mezzi di comunicazione, è bene non fidarsi troppo. “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia”. È stata la scelta di Gesù che ci ha separato. È basandoci su questa scelta o vocazione gratuita di Gesù che abbiamo la forza di sopportare la persecuzione e la calunnia e che possiamo avere gioia, malgrado le difficoltà.
- Giovanni 15,20: Il servo non è più grande del suo signore. “Un servo non è più grande del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”. Gesù aveva già insistito su questo stesso punto nella lavanda dei piedi (Gv 13,16) e nel discorso della Missione (Mt 10,24-25). Ed è questa identificazione con Gesù che, lungo due secoli, dette tanta forza alle persone per continuare il cammino ed è stata fonte di esperienza mistica per molti santi e sante martiri.
- Giovanni 15,21: Persecuzione a causa di Gesù. “Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. L’insistenza ripetuta dei vangeli nel ricordare le parole di Gesù che possano aiutare le comunità a capire il perché delle crisi e delle persecuzioni è un segno evidente che i nostri fratelli e le nostre sorelle delle prime comunità non ebbero una vita facile. Dalla persecuzione di Nerone dopo Cristo fino alla fine del primo secolo, loro vivevano sapendo che potevano essere perseguitati, accusati, incarcerati ed uccisi in qualsiasi momento. La forza che li sosteneva era una certezza che Gesù comunicava che Dio era con loro.

Per un confronto personale
- Gesù si rivolge a me e mi dice: Se tu fossi del mondo, il mondo amerebbe ciò che è tuo. Come applico questo nella mia vita?
- In me ci sono due tendenze: il mondo e il vangelo. Quale dei due ha la precedenza?

Preghiera finale: Buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione (Sal 99).
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MessaggioOggetto: domenica 13 maggio 2012   Mar Mag 08, 2012 7:01 am

DOMENICA 13 MAGGIO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
VI DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: O Padre, che sei la fonte della vita e sempre ci sorprendi con i tuoi doni, donaci la grazia di rispondere all’appello del tuo Figlio Gesù che ci ha chiamato amici, affinché seguendo Lui, nostro maestro e pastore, impariamo ad osservare i suoi comandamenti, la nuova e definitiva Legge che è Lui stesso, via di accesso per arrivare a te e in te rimanere. Per Cristo tuo Figlio e nostro Signore.

Letture:
At 10,25-27.34-35.44-48 (Anche sui pagani si è effuso il dono dello Spirito Santo)
Sal 97 (Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia)
1Gv 4,7-10 (Dio è amore)
Gv 15,9-17 (Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici)

Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici
Gesù, nel Cenacolo, la notte prima del suo tradimento, si intrattiene con i suoi apostoli. È il momento migliore per condividere con loro il suo testamento spirituale. Troviamo, in questi capitoli del vangelo di San Giovanni esortazioni, insegnamenti, profezie per il futuro, preghiere al Padre di intensità e spessore non umano ma da Figlio di Dio. Gesù chiede ai suoi apostoli l’amore; è il comandamento ultimo e più importante. Rassicura con il dono dello Spirito Santo, che può rafforzare un percorso di fede, che è provato da difficoltà di ogni tipo. Affida la vita dei suoi apostoli, dei credenti e di tutto il mondo nelle mani del Padre. Tutto questo ruota attorno a ciò che si sta per compiere: la sua Passione e Resurrezione. Gesù sa che sta per affrontare il momento più difficile e non solo per la sua vicenda umana. Sarà una prova terribile per i suoi discepoli. Sarà lo spartiacque che porterà non solo alla fede vera ma proprio a comprendere tutti quegli insegnamenti che sembravano così oscuri. Il Mistero Pasquale è al centro di tutta l’esperienza degli apostoli. Gesù vuole far comprendere che quello che succederà sarà la conseguenze dell’odio e dell’egoismo umano ma ha una radice ben più profonda. È il piano di amore di Dio che si realizza. Comprendere questo significa comprendere un mistero infinito. È il messaggio fondamento del lieto annuncio. Il Regno di Dio è un regno di amore che si realizza con la donazione di Cristo sulla Croce e si fa presente con la sua Resurrezione. La vita nei sacramenti è la nostra partecipazione al mistero pasquale. Chiediamo a Gesù che ciò si realizzi come atto di amore nella donazione più gratuita e sincera.
Durante la lettura del Vangelo, nel corso della celebrazione liturgica, è il Signore Gesù Cristo che parla ai suoi discepoli. Oggi ci dice che siamo tutti suoi amici, che gli apparteniamo attraverso la fede e attraverso il battesimo. Egli l’ha provato rivelandoci il suo segreto e la sua missione di Figlio di Dio. Ci ha detto che Dio, nella sua onnipotenza divina, ci ama tutti. Per mezzo di suo Figlio Gesù Cristo, ci ha fatto entrare nella comunione di amore che esiste fin dall’eternità tra lui e suo Figlio. “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”. È una parola di verità potente e divina. Per tutti quelli che hanno preso coscienza dell’importanza di questo dono divino, conta una sola cosa: mostrarsi degni dell’amore che ci viene nell’amicizia del Figlio di Dio. “Rimanete nel mio amore”. Per Gesù Cristo, ciò che è importante innanzitutto è che tutti i suoi amici si amino gli uni gli altri come egli stesso ha amato i suoi discepoli nel corso della sua vita terrena. La più viva espressione di questo amore è stata la sua morte sulla croce per i peccatori (cfr. Gv 1,36; 19,34-37). L’amore perfetto del Padre celeste è la felicità e la gioia di suo Figlio. E questa gioia, il Figlio risuscitato la trasmette ai suoi amici nel giorno di Pasqua. “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi!”. Ricevete lo Spirito Santo!” (Gv 20,21-22). Egli offre senza sosta la gioia a tutti quelli che credono nella sua parola e per mezzo del battesimo si uniscono a lui e alla sua cerchia di amici, la Chiesa. Chi entra nell’amore di Dio per mezzo di suo Figlio ha ormai una ragione essenziale per essere sempre felice.

Approfondimento del Vangelo (Il comandamento di Gesù)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Lettura: Il contesto del presente brano già contribuisce a determinarne il tono: ci troviamo nel lungo discorso di Gesù ai discepoli durante l’ultima cena, dopo aver compiuto quel gesto che, secondo la narrazione di Giovanni, qualifica il ministero di Gesù come amore fino al suo compimento, il lavare i piedi ai discepoli (Gv 13,1-15). Guardando a questi intensi capitoli possiamo riconoscervi un dinamismo che va dal gesto in quanto tale, la lavanda dei piedi, un gesto in linea con quelle opere che Gesù ha compiuto ponendole come segno che esprime la sua identità e fa appello alla fede di chi vede e ascolta, al lungo discorso rivolto ai discepoli nell’espressione di commiato ma anche nell’indicazione di atteggiamenti da assumere e realtà da attendere, fino alla preghiera cosiddetta “sacerdotale” di Gesù al Padre (Gv 17), preghiera che oltrepassa i confini della cerchia dei suoi discepoli per rivolgersi a beneficio di tutti i credenti in tutti i tempi. Un movimento ascensionale della narrazione che coincide con l’innalzamento di Gesù sulla croce, innalzamento percepito e messo in luce da Giovanni come glorificazione salvifica di Gesù e che qualifica ulteriormente la Pasqua come passaggio del Verbo che dagli uomini torna al Padre. Nel discorso di Gesù le frasi si susseguono incalzandosi e concatenandosi in un vortice comunicativo che tuttavia non opprime col suo ritmo, non stanca. Ogni espressione possiede una sua compiutezza semplice e incisiva che si inserisce nel mondo espressivo del Gesù secondo Giovanni nella continuità dei temi e dei termini usati di preferenza. Nel contesto immediatamente precedente Gesù ha parlato di sé come della vera vite (Gv 15,1); già questa immagine è contorniata da due relazioni: il Padre che è il vignaiolo e i discepoli che sono i tralci. È un immagine rivelativa: prima di essere un’esortazione finalizzata ai discepoli, essa è espressione di un dato di fatto: il Padre ha cura della pianta preziosa, della relazione che si è instaurata tra Gesù e i suoi, così come gli stessi discepoli vivono una realtà di comunione che li qualifica fin da ora. L’esortazione è espressa nelle stesse battute attraverso le quali l’immagine viene esplicitata e si incentra sul verbo “rimanere”; i discepoli sono chiamati a rimanere in Gesù così come fanno i tralci nella vite, per avere vita e potere fruttificare. Il tema della fruttificazione, ma anche il tema del chiedere e ottenere che ritroveremo nei nostri versetti, è già anticipato qui, offrendoci un esempio dello stile giovanneo di accenno e ripresa approfondita. Certamente al v. 9 il tono del discorso subisce un cambiamento: non c’è più alcuna immagine, ma il diretto riferimento ad una relazione: “Come il Padre ha amato me, così anch’io ho amato voi”. Gesù si pone in mezzo ad un percorso discendente che va da Dio agli uomini. Già il verbo “amare” si era presentato in precedenza al capitolo 14 in concomitanza con l’osservanza dei comandamenti; ora esso rispunta per condurre ad una nuova sintesi nel nostro brano laddove i “comandamenti” lasciano il passo al “comandamento” che è quello di Gesù: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” (Gv 15,17). La relazione di reciprocità viene ripresa subito dopo un inciso all’imperativo: “rimanete nel mio amore”; dal verbo “amare” al sostantivo “amore” per indicare che l’azione procedente dal Padre e passata attraverso il Figlio agli uomini ha creato e crea un nuovo stato di cose, una possibilità che fino a quel momento era impensabile. E al versetto 10 la reciprocità viene compiuta nel percorso inverso: l’osservanza dei comandamenti di Gesù è per i discepoli il modo per rispondere al suo amore, in analogia e in reale continuità con l’atteggiamento del Figlio che ha osservato i comandamenti del Padre e per questo anch’egli rimane nel suo amore. La prospettiva è allora molto diversa da quel legalismo che aveva monopolizzato i concetti di “legge” e “comandamenti”: tutto è riportato da Gesù nella sua prospettiva più vera: una risposta d’amore all’amore ricevuto, l’annuncio della possibilità di stabilità nella presenza di Dio. Anche la frase al v. 11 diventa un ulteriore uscita dalla prospettiva legalistica: il fine è la gioia, anch’essa una gioia di relazione: la gioia di Gesù nei discepoli, la loro gioia presente in pienezza. Al v. 12, come già accennato, il discorso si fa più stringente: Gesù afferma che i suoi comandamenti sono uno solo: “che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”; notiamo come la linea di relazionalità sia la stessa, sempre in chiave di risposta: i discepoli si ameranno nella modalità in cui Gesù ha amato loro. Ma ciò che segue ristabilisce in termini assoluti la primarietà del dono di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (v. 13); è questa l’opera insuperabile del suo amore, un’azione che alza il grado di coinvolgimento al suo livello massimo: il dono della vita. Da qui una cospicua digressione su questo nuovo nome dato ai discepoli: “amici”; un appellativo che viene ulteriormente circostanziato nella contrapposizione ad un’altra categoria, quella dei “servi”; la differenza sta nella non conoscenza del servo riguardo ai progetti del suo padrone: il servo è chiamato ad eseguire e basta. Il discorso di Gesù sta seguendo il suo filo: proprio perché ha amato i discepoli e sta per dare la vita per loro, egli ha rivelato loro il progetto suo e del Padre, lo ha fatto attraverso i segni e le opere, lo farà nella sua più grande opera, la sua morte in croce. Ancora una volta Gesù segnala il suo rapporto stringente col Padre: “tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (v. 15). È tuttavia nel cuore dell’affermazione di Gesù sui discepoli come amici che non viene dimenticato quanto espresso in precedenza: “Voi siete miei amici se farete ciò che io vi comando” (v. 14). Gli ultimi versetti del nostro brano rilanciano l’immagine della vite, con in più quanto è già stato affermato: è Gesù che ha scelto i suoi discepoli, non viceversa, l’iniziativa è partita da lui. L’immagine però è dinamizzata: differentemente da una vigna, piantata nel terreno, i discepoli sono costituiti perché vadano e proprio in questo andare portino frutto; il frutto, poi, è destinato a rimanere (stesso verbo dell’invito a rimanere nell’amore di Gesù), altra qualificazione di stabilità che riequilibra il dinamismo. La loro identità di discepoli è fondata sulla scelta operata da Gesù e prospetta un percorso da fare, un frutto da portare. Tra il passato della chiamata, il presente dell’ascolto e il futuro della fruttificazione, il quadro del discepolato sembra completo. C’è tuttavia ancora Qualcuno da mettere in luce, c’è ancora un atteggiamento da proporre. “Fare frutto” può sbilanciare i discepoli verso un’operatività unilaterale; la particella “perché” lega invece la fruttuosità a quanto segue: chiedere e ricevere, sperimentare l’indigenza e il dono elargito con abbondanza (“tutto quello che chiederete”) e gratuitamente. Quel Qualcuno che Gesù rivela è il Padre, fonte dell’amore e della missione del Figlio, il Padre al quale ci si può rivolgere nel nome del Figlio in quanto si è rimasti nel suo amore. E la conclusione è posta in modo solenne e lapidario: “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri”.

Meditazione: Le parole di Gesù a poca distanza dalla sua glorificazione indicano alla Chiesa il significato della sequela e le sue esigenze. Sono parole forti, rispecchianti la gloria di Colui che si consegnerà e donerà di propria iniziativa la sua vita per la salvezza del mondo (cfr. Gv 10,17-18); ma sono anche parole accorate, e perciò semplici, essenziali, vicine, concatenate, tipiche di un discorso di commiato dove la ripetizione diventa appello dolcemente pressante. Essere discepoli del Cristo è innanzitutto un dono: è Lui che ha scelto i suoi, è Lui che ha rivelato loro la sua missione e sta rivelando il grande “retroscena” del progetto di salvezza: il volere del Padre, l’amore tra il Padre e il Figlio che ora si comunica agli uomini. I discepoli adesso conoscono, a differenza del passato dei primi passi della storia della salvezza e del presente di coloro che si sono chiusi scegliendo di non comprendere il valore delle opere compiute dal Figlio per volontà del Padre; questa loro conoscenza donata chiede e chiederà delle opzioni conseguenti per non rimanere una vuota quanto sterile pretesa (cfr. 1Gv 4,8.20). “Rimanere” nell’amore di Gesù e osservare i suoi “comandamenti” è innanzitutto una rivelazione, il dono di una possibilità suprema che libera l’uomo dalla condizione servile persino nei riguardi di Dio per porlo in una nuova relazione con Lui improntata a reciprocità, la relazione tipica dell’amicizia. “Rimanere nel suo amore” è quello che i Sinottici chiamerebbero il “regno di Dio”, nuova situazione nella storia prima ferita dal peccato e ora liberata. Nella cultura ebraica l’osservanza dei comandamenti era legata ad una precettistica che scendeva spesso nei particolari anche minimi; tutto ciò aveva ed ha un suo valore, testimoniando così lo sforzo di fedeltà a Dio da parte dei pii israeliti; il rischio però, comune a tutte le realtà umane, era quello di perdere di vista l’iniziativa di Dio enfatizzando la risposta umana. Gesù nel Vangelo di Giovanni ripristina e perciò rinnova il campo semantico della “legge” e dei “comandamenti” con il concetto di “amore” e con l’invito a “rimanere”. Egli rinnova e personalizza, in quanto annuncia e mostra l’amore del Padre dando la vita per salvare il mondo; è amore che rivela la sua qualità non in astratto, ma nel volto concreto e incontrabile del Cristo che ama “sino alla fine” e vive in prima persona l’amore più grande. Più volte Gesù ha descritto il suo rapporto col Padre; il fatto che egli si ponga qui sotto il segno dell’obbedienza al Padre, qualifica l’obbedienza stessa; essa è l’obbedienza non di un servo, ma del Figlio; e l’opera da compiere, i “comandamenti del Padre mio”, non sono qualcosa di esterno a Gesù, ma ciò che Lui conosce e desidera con tutto se stesso. Il Verbo che era presso il Padre è sempre con lui a fare le cose che gli sono gradite in una comunione di operatività che genera vita. Ed è proprio questo che Gesù chiede ai suoi discepoli, tenendo conto che quel “come il Padre ha amato... come io vi ho amati” non rimane a livello di esemplarità, ma si pone a livello fontale, generativo: è l’amore del Padre la sorgente dell’amore espresso dal Figlio, è l’amore del Figlio la sorgente dell’amore che i discepoli potranno dare al mondo. Conoscienza e prassi sono dunque intimamente legate nella prospettiva del “Vangelo spirituale”, così come è stato definito il Vangelo di Giovanni fin dai tempi dei Padri della Chiesa. La fede stessa, quando è autentica, non sopporta dicotomie nei confronti della vita. I discepoli appaiono in questi versetti come oggetto della cura premurosa del loro maestro; egli non si dimenticherà di loro neppure nell’imminenza della prova, quando pregherà il Padre per loro e “per quelli che per la loro parola crederanno...” (Gv 17,20). All’orizzonte dell’ascolto, dell’accoglienza e dell’impegno c’è la loro gioia, che è la stessa del loro maestro. E Lui che li ha scelti, con quei criteri che solo Dio conosce, una elezione che ricorda la scelta di Israele, il più piccolo di tutti i popoli; è Gesù che li ha costituiti, li ha istruiti, resi forti; tutti ciò assume un significato ancora più intenso se letto alla luce della Pasqua e della Pentecoste; sembra un paradosso, ma è proprio questo a cui sono chiamati: essere saldi/rimanere eppure andare. Saldezza e dinamicità la cui fonte è ancora il mistero di Dio, per il quale il Verbo era presso il Padre eppure ha posto la sua tenda in mezzo a noi (cfr. Gv 1,2.14). Essere costituiti in saldezza, andare e portare frutto duraturo definisce così il compito dei discepoli dopo la Pasqua del Signore Gesù; ma tutto ciò è posto nei nostri versetti come legato all’invito a chiedere al Padre nel nome di Gesù. Dal Padre, in Cristo e con la forza del Consolatore è attesa dunque la grazia per amare e, amando, testimoniare.

Dal brano emergono alcuni elementi che possono rinnovare il nostro stile di preghiera:
- Una preghiera che sia realmente “trinitaria”, non soltanto nel senso della consapevolezza o dell’espressione, ma anche della dinamica inerente alla preghiera stessa.
- L’esigenza di unità tra la preghiera e la vita; la preghiera come specchio, espressione e verifica della vita di fede.
- La gioia che deve accompagnare l’atteggiamento dell’orazione.
- La valorizzazione di tutto ciò che è umano (consapevolezza della relazione, gusto della preghiera, esperienza di gioia, percezione di unione con Dio) ma anche la sua relativizzazione nella prospettiva che tutto è dono.

Contemplazione: La Parola di Dio ci chiama a ribadire nel cuore e nei fatti la novità del nostro essere discepoli del Figlio. I quattro aspetti di relazionalità con Dio, di lettura della realtà, di impegno nella realtà e di attenzione alla vita della Chiesa vorrebbero porsi come semi di contemplazione in quanto radice di atteggiamenti e di possibili scelte. Relazionalità con Dio: crescere nella consapevolezza di essere inseriti nel rapporto trinitario: siamo pensati, voluti, donati, salvati tra il Padre e il Figlio nello Spirito; porre sempre le nostre azioni come risposta all’amore di Dio che ci ha amati per primo. Lettura della realtà: riconoscere il riflusso nel privato da parte di persone ed istituzioni, così come la banalizzazione del concetto di “amore” sia nella sua interpretazione materialistica che nelle fughe spiritualistiche. Accorgersi, d’altro canto, delle attese di relazione gratuita e liberante, così come delle esperienze di donazione autentica che il più delle volte restano nell’ombra. Impegno nella realtà: il dare la vita (in tutte le sue forme) come espressione concreta e valorizzante dell’amore; l’importanza di nuove comunicazioni di esperienze e di sapienza nel perseguire i frutti della testimonianza del Vangelo nel mondo che Dio vuole salvare. La vita della Chiesa come vita di relazione in relazione: percepire la Chiesa non soltanto ad immagine della Trinità, ma “dentro” la Trinità stessa. Recuperare il senso della libertà e della gioia nella comunità dei credenti.

Orazione finale: Signore Gesù Cristo, ti ringraziamo per la cura attenta con la quale hai istruito e sempre istruisci i tuoi discepoli. Lode a te, o Signore, vincitore del peccato e della morte, perché hai messo in gioco tutto quanto era tuo, persino la tua relazione infinita col Padre nello Spirito: tu l’hai posta di fronte a noi che rischiamo di non comprenderla, di banalizzarla, di dimenticarla, ce ne hai parlato affinché comprendessimo quale grande amore ci ha generati. Fa’, o Signore, che rimaniamo in te come i tralci rimangono uniti alla vite che li sostiene e li nutre e per questo fruttificano; donaci uno sguardo di fede e di speranza che sappia passare dalle parole, dai desideri alla concretezza delle opere, a immagine di te, che ci hai amato fino alla fine, donando la tua vita a noi perché avessimo la vita in te. Tu che vivi e regni con Dio Padre nell’unità dello Spirito Santo per tutti i secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO B
VI DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 26,1-23
Sal 21
1Cor 15,3-11
Gv 15,26-16,4

Vi manderò lo Spirito di verità
La sera di Pasqua, nel cenacolo, Gesù disse: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo” (Gv 20,21-22). Missione e Spirito Santo vanno assieme. La Chiesa è esplosa proprio il giorno di Pentecoste, effusione trasformante dello Spirito, che ha cambiato uomini timorosi in testimoni inarrestabili. Gesù l’aveva predetto: “Quando verrà il Paraclito egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza”. Pietro proclamerà solennemente nel suo testimoniare Cristo risorto: “Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo, che Dio ha dato a quelli che gli obbediscono” (At 5,32). Certamente testimoni oculari sono gli apostoli, e Pietro e Giovanni diranno: “Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20); ma la comprensione piena dei fatti capitati a Gerusalemme, viene dallo Spirito Santo che “Gesù manderà dal Padre, lo Spirito di verità, che darà testimonianza di me”. Assieme al coraggio e alla forza nelle contrarietà e nelle persecuzioni.
Lo Spirito di verità: Paolo scriverà un giorno: “I segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio. Ora noi abbiamo ricevuto lo Spirito di Dio per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2,11-12). Il Signore Gesù, certamente bravo maestro, dopo tre anni coi suoi, ebbe a lamentarsi: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13), cioè vi farà capire tutto della mia vicenda. “Egli mi glorificherà, perché prenderà di quel che è mio e ve lo annuncierà” (Gv 16,14). E più chiaramente: “Il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Anche oggi è lo Spirito Santo il vero maestro interiore. Sant’Agostino diceva: tutti ascoltano le stesse mie parole, ma ognuno le capisce in modo diverso, perché ad ognuno lo Spirito fa comprendere quel che più gli abbisogna (In 1Gv 3,13). La fede è frutto dello Spirito. “Nessuno può dire: Gesù è il Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Allo stesso modo tutta la vita cristiana dipende dallo Spirito: “Infatti tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). La preghiera stessa è sostenuta dallo Spirito: “Allo stesso modo lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Rm 8,26-27). E anche nelle persecuzioni, Gesù ci ha garantito l’assistenza dello Spirito Santo. “Sarete condotti davanti a governatori e a re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come e di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,18-20). Gesù ha promesso di non abbandonare i suoi: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre. Non vi lascerò orfani” (Gv 14,16.18).
Anche voi date testimonianza: “Anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio”. La prima testimonianza è di chi “ha visto coi proprio occhi, contemplato e toccato con le proprie mani del Verbo della vita” (cfr. 1Gv 1,1-3). Infatti Pietro designa un nuovo apostolo “tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore Gesù ha vissuto tra noi .. perché divenga testimone, insieme con noi, della sua risurrezione” (At 1,21-22). Paolo, dopo l’incontro con Cristo risorto, si sente investito della missione si essere “testimone davanti a tutti gli uomini delle cose che hai visto e udito” (Lett.). La sua fu una esperienza confortata e ben documentata da quanto aveva anche ricevuto dalla Chiesa, come racconta oggi nel brano di 1Cor 15 (cfr. Epist.). Di testimone in testimone, la fede nella risurrezione di Cristo è giunta fino a noi, quasi una fiaccola ora a noi affidata perché prosegua la sua corsa nel mondo. Nel mondo di oggi, come quello di ieri, non proprio così disponibile all’ascolto. “Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di render culto a Dio”. La sinagoga di oggi è la cultura dominante e pervasiva dei media; e .. quanto anticattolica e atea! In nome di un umanesimo autosufficiente, di una ragione chiusa entro il perimetro tecnologico-materialista e di un relativismo morale tutto quanto è “fuori coro” è visto come oscuratismo e “mistificazione”. Il “reale” è quel che si afferma da tutti o comunque dall’opinione corrente. Ma in realtà si tratta del peggior ideologismo. Il tutto “perché non hanno conosciuto né il Padre né me”, dice il Signore Gesù. È l’ignoranza o il misconoscimento del quadro creativo e redentivo operato da Cristo che rende l’uomo supponente e fuori verità: “In lui infatti furono create tutte le cose, per mezzo di lui e in vista di lui, e tutte in lui sussistono; per mezzo di lui e in vista di lui sono riconciliate tutte le cose” (Col 1,16-17). Lo specifico della missione è proclamare i “fatti” sorprendenti di un Dio che s’è coinvolto così intensamente con gli uomini, “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Dobbiamo essere - dice san Pietro - “pronti sempre a rispondere a chiunque ci domandi ragione della speranza che è in noi, con dolcezza e rispetto” (1Pt 3,15-16).
“É duro per te rivoltarti contro il pungolo”, si sente dire Paolo caduto da cavallo sulla via di Damasco. “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4) ). E Gesù: “Quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). È di Dio sempre l’iniziativa della salvezza, e offre una grazia sufficiente ed efficace per la conversione di ognuno. Il punto è .. resistere al pungolo. Il vero punto del peccato è il chiudere la porta, rifiutare i segni che Dio semina sulla strada di tutti, rifiutare.. la verità. Che è quello che si chiama il peccato contro lo Spirito Santo!
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MessaggioOggetto: sabato 19 marzo 2012   Mar Mag 15, 2012 9:27 am

SABATO 19 MAGGIO 2012

SABATO DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Dio, nostro Padre, disponi sempre al bene i nostri cuori, perché, nel continuo desiderio di elevarci a te, possiamo vivere pienamente il mistero pasquale.

Letture:
At 18,23-28 (Apollo dimostrava attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo)
Sal 46 (Dio è re di tutta la terra)
Gv 16,23-28 (Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto)

Il Padre vi ama, perché mi avete amato e avete creduto
Gesù lascia un ultimo messaggio ai suoi discepoli. Egli sta andando al Padre, glorificato sulla Croce ci manifesta l’amore del Padre. È questo l’ultimo ed il primo dei suoi messaggi: Gesù è sceso sulla terra per amore e ritorna al Padre per amore. In questo arco ecco ci è portata un’altra consegna che è conseguenza diretta di questa. È la preghiera. È significativo che il suo lungo commiato con i discepoli si concluda con questa esortazione. Gesù stesso pregherà il Padre per noi; adesso ci invita a pregare. Preghiamo il Padre nel nome di Gesù Cristo; rivolgiamoci a Lui con fiducia chiedendo Cristo come Mediatore che si è offerto completamente al Padre. Non è semplice quello che ci chiede Gesù Cristo. Pregare nel suo nome non è immediato e significa un atto di vera conversione. La preghiera per essere efficace deve corrispondere ad un nostro preciso atteggiamento. Umiltà è l’ascolto vero delle Parole di Cristo, sono la base ed il fondamento della vera preghiera. Gesù ci dice anche che la preghiera deve nascere dalla fede e dall’amore perché abbiamo creduto in Lui e lo abbiamo amato. È ancora il comandamento dell’amore che deve informare la nostra vita. La preghiera è allora anche un cammino. La fede è il fondamento della preghiera e la preghiera alimenta la fede. L’amore è la base della preghiera e preghiamo per amare di più e meglio. La preghiera parte da una vera conversione e la conversione a Cristo fa sgorgare una preghiera pura ed efficace. La preghiera nasce dall’ascolto della Parola e la Sacra Scrittura tesse le nostre preghiere. È il circolo della vita cristiana basata sulla fede, sulla speranza e sulla carità.
Gesù continua ad aprirsi con i suoi nei giorni che precedono la passione. Gli piace anticipare le realtà sublimi che otterrà per i suoi attraverso la sua ormai prossima morte e la sua risurrezione. Cristo, Mediatore tra Dio e gli uomini, ha reso possibile che ci fosse una sola famiglia nel cielo e sulla terra, la famiglia dei figli di Dio. Il Padre eterno è nostro Padre, il suo regno, la sua casa e la vita divina del Cristo sono anche nostri. “Il Padre - posso dire con Gesù - mi ama”. È in questo nuovo ordine che la preghiera cristiana trova il suo posto. Noi prima non sapevamo chiedere, e non potevamo farlo. Non si tratta di pregare ma “di avere una relazione di amicizia con colui che, noi lo sappiamo, ci ama” (Teresa di Gesù, Vita 8). Noi, prima, non sapevamo domandare e non potevamo farlo. Ma, attualmente, dato che il Padre ci ama e desidera la nostra amicizia, possiamo essere sicuri di essere ascoltati, e di ricevere una grande gioia da quella amorosa comunicazione con lui, che è la preghiera. La nostra preghiera non è soltanto nostra, essa è anche e soprattutto quella di Cristo. Così terminano le preghiere della liturgia e così deve terminare la nostra: per Cristo nostro Signore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

Riflessione:
- Giovanni 16,23b: I discepoli hanno pieno accesso al Padre. È l’assicurazione che Gesù rivolge ai suoi discepoli: possono accedere alla paternità di Dio in unione con Lui. La mediazione di Gesù porta i discepoli fino al Padre. È evidente che il ruolo di Gesù non è quello di sostituirsi ai «suoi»: non li assume mediante una funzione d’intercessione, ma li unisce a sé, e in comunione con Lui essi si presentano i loro bisogni e necessità. I discepoli hanno la certezza che Gesù dispone della ricchezza del Padre: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà» (v.23b). In tale modalità, vale a dire, in unione con Lui, la richiesta diventa efficace. L’oggetto di qualunque domanda al Padre dev’essere sempre collegato a Gesù, vale a dire, al suo amore e al suo impegno di dare la vita per l’uomo (Gv 10,10). La preghiera rivolta al Padre nel nome di Gesù, in unione a Lui (Gv 14,13; 16,23), è esaudita. Finora i discepoli non hanno chiesto nulla nel nome di Gesù, ma lo potranno fare dopo la sua glorificazione (Gv 14,13s) quando riceveranno lo Spirito che li illuminerà pienamente sulla sua identità (Gv 4,22ss) e creerà l’unione con Lui. I suoi potranno chiedere e ricevere in pienezza di gioia quando passeranno dalla visione sensibile di Lui a quella della fede.
- Giovanni 16,24-25: In Gesù il contatto diretto col Padre. I credenti vengono assunti nel rapporto tra il Figlio e il Padre. In Gv 16,26 Gesù ritorna sul legame prodotto dallo Spirito e che permetterà ai suoi di presentare ogni richiesta al Padre in unione con Lui. Ciò avverrà «in quel giorno». Cosa vuol dire «quel giorno chiederete?». È il giorno in cui verrà dai suoi e comunicherà loro lo Spirito (Gv 20,19.22). È allora che i discepoli, conoscendo il rapporto tra Gesù e il Padre sapranno di essere esauditi. Non occorrerà che Gesù s’interponga fra il Padre e i discepoli per chiedere in loro favorire, non perché è finita la sua mediazione, ma essi avendo creduto nell’incarnazione del Verbo, ed essendo strettamente uniti a Cristo, saranno amati dal Padre come egli ama il Figlio (Gv 17,23.26). In Gesù i discepoli sperimentano il contatto diretto col Padre.
- Giovanni 16,26-27: La preghiera al Padre. Il pregare consiste, allora, nell’andare al Padre attraverso Gesù; rivolgersi al Padre nel nome di Gesù. Un’attenzione particolare merita l’espressione di Gesù al v. 26-27: «e non vi dico che pregherà il Padre per voi: il Padre stesso, infatti, vi ama». L’amore del Padre per i discepoli si fonda sull’adesione dei «suoi» a Gesù sulla fede nella sua provenienza, vale a dire, il riconoscimento di Gesù come dono del Padre. Dopo aver assimilato a sé i discepoli Gesù sembra ritirarsi dalla sua condizione di mediatore ma in realtà permette che solo il Padre ci prenda e ci afferri: «Chiedete ed otterrete perché la vostra gioia sia piena» (v. 24). Inseriti nel rapporto col Padre mediante l’unione in Lui, la nostra gioia è piena e la preghiera è perfetta. Dio offre sempre il suo amore al mondo intero, ma tale amore acquista il senso di reciprocità solo se l’uomo risponde. L’amore è incompleto se non diventa reciproco: finché l’uomo non lo accetta rimane in sospensione. Tuttavia i discepoli lo accettano nel momento in cui amano Gesù e così rendono operativo l’amore del Padre. La preghiera è questo rapporto d’amore. In fondo la storia di ciascuno di noi s’identifica con la storia della sua preghiera, anche quei momenti che non sembrano tali: l’ansia è già preghiera e così la ricerca, l’angoscia.

Per un confronto personale
- La mia preghiera personale e comunitaria avviene in uno stato di quiete, di pace e di grande tranquillità?
- Quale impegno dedico a crescere nell’amicizia con Gesù? Sei convinto di giungere a una reale identità attraverso la comunione con Lui e nell’amore del prossimo?

Preghiera finale: Dio è re di tutta la terra. Cantate inni con arte. Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo (Sal 46).
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MessaggioOggetto: domenica 20 maggio 2012   Mar Mag 15, 2012 9:34 am

DOMENICA 20 MAGGIO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
VII DOMENICA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
At 1,1-11 (Fu elevato in alto sotto i loro occhi)
Sal 46 (Ascende il Signore tra canti di gioia)
Ef 4,1-13 (Raggiungere la misura della pienezza di Cristo)
Mc 16,15-20 (Il Signore fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio)

Gesù è assunto in cielo e siede alla destra di Dio
La conclusione del Vangelo di Marco parla dell’Ascensione di Gesù al cielo. Il dato storico è però connotato precisamente come tempo, luogo e modalità. Il luogo è la Galilea; non è Gerusalemme – il luogo dove si manifesterà la Chiesa. Gesù appare ai suoi discepoli proprio da quei luoghi da dove era partito, là, da dove li aveva chiamati. È l’intervento di Dio nella storia; non solo in quella ufficiale che si svolge nei ricchi palazzi del potere. È la storia nel quotidiano; Dio agisce nella nostra vita personale per trasformarla. Il luogo ci dice allora che Dio è presente e l’Ascensione di Gesù è segno di una presenza, non di una assenza. L’Ascensione è poi inserita nel contesto e nei tempi delle apparizioni pasquali. Siamo quindi nel Mistero pasquale. L’irruzione di Dio nella nostra quotidianità è nella celebrazione del Mistero Pasquale. È questo che dà forza a questa presenza: la Pasqua di Cristo. Non è solo celebrazione liturgica ma la celebrazione nella nostra vita. Il tempo allora specifica la qualità di questa trasformazione nella Pasqua. Le parole di Gesù ci dicono come sarà presente ancora oggi. Alla celebrazione del Mistero pasquale partecipa il mistero di salvezza della Chiesa. La Chiesa rende presente e vivo Gesù in mezzo a noi. I Sacramenti e la Parola di Dio sono la possibilità concreta di renderci partecipi di questo Mistero di amore. La Chiesa è però anche un’entità capace di offrirci Gesù nella liturgia, nelle sue opera di sollecitudine sociale e nel servizio che essa sempre offre, con generosità, verso i più bisognosi. L’Ascensione ci richiama questa presenza che deve essere reale e concreta con il nostro contributo. Gesù è presente tra noi se saremo capaci a renderlo manifesto con la nostra opera.
La missione della Chiesa è presieduta da Gesù Cristo risorto, salito al cielo e intronizzato Signore alla destra del Padre. L’ascensione e l’invio degli apostoli sono inseparabili. Tra gli undici (Giuda il traditore ha seguito un altro cammino), inviati da Gesù e beneficiari della sua promessa fedele e potente, si trovano anche i successori degli apostoli e la Chiesa intera. Gesù ci invia, ci accompagna e ci dà la forza. Noi non siamo dei volontari spontanei, ma degli inviati. Appoggiandoci su Gesù Cristo vincitore della morte, possiamo obbedire quotidianamente al suo ordine di missione nella serenità e nella speranza. Gli apostoli sono i messaggeri di una Parola che tocca l’uomo nel centro della sua vita. Il Vangelo, affidato alla Chiesa, ci dà una risposta definitiva: se crediamo, siamo salvati, se rifiutiamo di credere o alziamo le spalle, siamo perduti. Attraverso la fede, che è il sì dato dall’uomo a Dio, noi riceviamo la vita. Il Signore conferma la predicazione degli apostoli con molti segni; e segni accompagnano anche i credenti. Attraverso questi segni, diversi e coestesi alla missione della Chiesa, Dio vuole garantire la sua azione in coloro che egli ha inviato e invita tutti gli uomini ad abbandonare ciò che è visibile e quindi attraente per il mistero della salvezza.

Approfondimento del Vangelo (Andate in tutto il mondo portando la Buona Novella)
Il testo: Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Magdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

Una chiave di lettura: La liturgia di questa festa dell’Ascensione ci pone innanzi una scena nella quale Gesù appare ai discepoli e conferisce loro la missione di andare per il mondo intero, per annunciare la Buona Novella. Il testo del Vangelo di Marco (Mc 16,9-20) è la parte finale dell’appendice del Vangelo di Marco (Mc 16,15-20). Allarghiamo il breve commentario fino ad includere l’intera appendice. Durante la lettura del testo facciamo attenzione a questo punto: “A chi appare Gesù, quali sono i vari aspetti della missione e quali i segni della sua presenza nella comunità?”.

Una divisione del testo per aiutare nella lettura:
- Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria di Magdala
- Marco 16,12-13: Gesù appare a due discepoli
- Marco 16,14-18: Gesù appare agli Undici e da loro la missione
- Marco 16,19-20: Gesù sale al cielo davanti ai discepoli

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
- Qual è il punto di questo testo che vi è piaciuto di più o che di più ha richiamato la vostra attenzione? Perché?
- Chi sono le persone alle quali Gesù si manifesta vivo e come esse reagiscono?
- Nel testo che abbiamo letto, chi ha più difficoltà nel credere alla risurrezione?
- San Paolo dice: “Con Gesù Dio ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli” (Ef 2,6). In che modo questa affermazione aiuta a comprendere meglio il significato dell’Ascensione?
- Quali sono i segni della presenza di Gesù nelle comunità? Quale è il significato di ogni segno?
- Quali sono, oggi, i segni che convincono meglio le persone della presenza di Gesù in mezzo a noi?

Una chiave di lettura per approfondire il tema
Il contesto: L’appendice del vangelo di Marco offre una lista di apparizioni di Gesù (Mc 16,9-20). Ci sono altre liste, ma non sempre coincidono. La lista conservata da Paolo nella lettera ai Corinzi è ben differente (1Cor 15,3-8). Questa varietà mostra che, all’inizio, i cristiani non si preoccupavano di descrivere o provare la risurrezione. Per essi la fede nella risurrezione era talmente vivida ed evidente, che non c’era necessità di darne prova. Le comunità stesse, esistendo e resistendo in mezzo a tante contrarietà e persecuzioni dell’impero romano, erano una prova viva della verità della risurrezione.
Commento del testo:
- Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria di Magdala, ma gli altri discepoli non la credono. Gesù appare prima di tutto a Maria Maddalena ed ella va ad annunciarlo agli altri. Per venire al mondo Dio volle dipendere dal sì di Maria di Nazareth (Lc 1,38). Per essere riconosciuto come Vivente in mezzo a noi, volle dipendere dall’annuncio di Maria di Magdala che era stata liberata da sette demoni. Marco dice che Gesù apparve anzitutto alla Maddalena. In questo egli concorda con gli altri tre evangelisti (cfr. Mt 28,9-10; Gv 20,16; Lc 24,9-11). Ma nella lista delle apparizioni trasmessa dalla Lettera ai Corinzi (1Cor 15,3-8), non ci sono le apparizioni alle donne. I primi cristiani ebbero difficoltà a credere alla testimonianza delle donne.
- Marco 16,12-13: Gesù appare a due discepoli. Questo racconto dell’apparizione ai due discepoli che se ne andavano in campagna è una probabile allusione all’episodio dell’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus che, al ritorno, condivisero la loro esperienza della risurrezione con “gli undici e i loro compagni” (Lc 24,33-34). Solo che qui in Marco, diversamente da quanto afferma Luca, gli altri non hanno creduto alla testimonianza dei due.
- Marco 16,14: Gesù rimprovera la incredulità degli undici. Infine Gesù appare agli undici discepoli riuniti a mensa e li rimprovera perché non hanno creduto alle persone che lo avevano visto risorto. Per la terza volta, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere alla testimonianza di quelli e quelle che avevano esperimentato la risurrezione di Gesù. Quale è il motivo di questa insistenza di Marco nel menzionare la incredulità dei discepoli? Probabilmente per insegnare due cose. Primo, che la fede in Gesù risorto passa per la fede nelle persone che ne danno testimonianza. Secondo, che nessuno deve perdersi d’animo, quando il dubbio o la perplessità nascono nel cuore. Perfino gli undici hanno avuto dubbi!
- Marco 16,15-18: I segni che accompagnano l’annuncio della Buona Novella. Subito Gesù conferisce la missione di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. L’esigenza che egli pone per chi vuole essere salvo è questa: credere e essere battezzato. A quelli che hanno il coraggio di credere alla Buona Novella e si fanno battezzare, egli promette questi segni: (1) cacceranno i demoni, (2) parleranno lingue nuove, (3) prenderanno in mano i serpenti, (4) se berranno qualche veleno non farà loro male, (5) imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Questi segni accadono ancora oggi:
a) cacciare i demoni: è combattere il potere del male che strangola la vita. La vita di molte persone è diventata migliore da quando sono entrate in comunità ed hanno cominciato a vivere la buona novella della presenza di Dio. Partecipando alla vita della comunità, cacciano il male dalla loro vita;
b) parlare lingue nuove: è cominciare a comunicare con gli altri in modo nuovo. A volte incontriamo una persona che mai abbiamo visto prima, ma è come se già ci conoscessimo da molto tempo. È perché parliamo la stessa lingua, la lingua dell’amore;
c) prendere in mano serpenti e vincere il veleno: ci sono tante cose che avvelenano la convivenza. Molte chiacchiere che rovinano la relazione fra persone. Chi vive la presenza di Dio sa superare questo e non viene molestato da questo veleno mortifero;
d) curare i malati: dovunque appare una coscienza più chiara della presenza di Dio, appare anche una attenzione speciale verso le persone escluse e marginalizzate, soprattutto verso i malati. Quello che maggiormente favorisce la salute è quando la persona si sente accolta e amata.
- Marco 16,19-20: Attraverso la comunità Gesù continua la sua missione. Quel Gesù che là in Palestina accoglieva i poveri, rivelando loro l’amore del Padre, ora è lo stesso Gesù che continua presente in mezzo a noi, nelle nostre comunità. Attraverso di noi, egli continua la sua missione per rivelare la Buona Novella dell’amore di Dio ai poveri. Fino ad oggi, la risurrezione avviene. Nessun potere di questo mondo è capace di neutralizzare la forza che promana dalla fede nella risurrezione (Rom 8,35-39). Una comunità che vuole essere testimone della risurrezione deve essere segno di vita, deve lottare contro le forza di morte, perché il mondo sia un luogo favorevole alla vita, deve credere che un altro mondo è possibile. Soprattutto in quei luoghi dove la vita del popolo è in pericolo per causa del sistema di morte che ci è stato imposto, le comunità devono essere una prova viva della speranza che vince il mondo, senza timore di essere felici!

Ampliando le informazioni sul Vangelo di Marco (Le sorprese di Dio): Fin dall’inizio del Vangelo di Marco l’esigenza era questa: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino! Convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Questa richiesta iniziale di conversione e di fede indica la porta, attraverso la quale abbiamo accesso a Gesù e alla Buona Novella di Dio che egli ci porta. Non c’è altro accesso. La fede esige di credere a Gesù, alla sua Parola, accettarlo senza imporre condizioni. Siamo invitati a non chiuderci in nessun nome o titolo, dottrina o uso, e a mantenerci sempre aperti alle sorprese di Dio, che chiedono una conversione costante. I nomi e i titoli, le dottrine e le abitudini, le devozioni e le suppliche, sono come la targhetta che portiamo sul petto per l’identificazione. La targhetta è importante, perché ci aiuta e ci orienta quando vogliamo incontrare una persona che cerchiamo. Ma quando si incontra, non si guarda più alla targhetta, ma al volto! La persona che cerchiamo, quando poi la incontriamo quasi sempre è differente dalla idea che ci eravamo fatti di lei. L’incontro sempre riserva delle sorprese! Soprattutto l’incontro con Dio in Gesù. Lungo l’evangelo di Marco le sorprese di Dio per i discepoli sono molte, e vengono da là dove meno si attendono:
- da un pagano che dà una lezione a Pietro, poiché riconosce la presenza di Dio nel crocifisso (Mc 15,39);
- da una povera vedova che offre del suo indispensabile per condividerlo con gli altri (Mc 12,43-44);
- da un cieco che gridando dà fastidio ai discepoli e non possiede neanche una dottrina certa (Mc 10,46-52);
- dai piccoli che vivono marginalizzati, ma credono in Gesù (Mc 9,42);
- da quelli che usano il nome di Gesù per combattere il male, ma non sono della “Chiesa” (Mc 9,38-40);
- da una donna anonima, che scandalizza i discepoli con il suo modo di fare (Mc 14,3-9);
- da un padre di famiglia che è costretto a portare la croce e diviene discepolo modello (Mc 15,21);
- da Giuseppe di Arimatea che rischia tutto chiedendo il corpo di Gesù per poterlo seppellire (Mc 15,43);
- dalle donne che, in quel tempo, non potevano essere testimoni ufficiali, ma sono scelte da Gesù come testimoni qualificate della sua risurrezione (Mc 15,40.47; 16,6.9-10).

Riassumendo: I dodici discepoli, chiamati in modo particolare da Gesù (Mc 3,13-19) e da lui inviati in missione (Mc 6,7-13), fallirono. Pietro rinnegò (Mc 14,6-72), Giuda tradì (Mc 14,44-45) e tutti fuggirono (Mc 14,50). Ma proprio nel loro fallimento appare la forza della fede degli altri che non facevano parte del gruppo dei dodici scelti. La comunità, la Chiesa, deve avere una coscienza ben chiara che essa non è proprietaria di Gesù e neppure possiede tutti i criteri dell’azione di Dio in mezzo a noi. Gesù non è nostro, ma noi, la comunità, la Chiesa, siamo di Gesù, e Gesù è di Dio (1Cor 3,23). La più grande sorpresa di tutte è la risurrezione.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo
Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. Cristo ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3,13). Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui. Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1Cor 12,12). L’Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo. Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo (Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98,1-2; PLS 2,494-495).


RITO AMBROSIANO

GIOVEDÌ 17 MAGGIO 2012
GIOVEDÌ DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE
SOLENNITÀ


Letture:
At 1,6-13a
Sal 46
Ef 4,7-13
Lc 24,36b-53

É stato assunto in cielo
La vicenda umana di questo Gesù di Nazaret - paradigma di ogni sana umanità che vuol realizzarsi secondo il disegno di Dio - termina “in cielo”, cioè nella partecipazione piena - proprio anche nella sua umanità - alla vita divina in Casa Trinità. Destino appunto anche nostro, così fissato dalle parole di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Epist.).
L’uomo perfetto: L’illusione pagana, da sempre, è quella di credere ad una autonoma misura di umanità, ad un progetto di riuscita umana indipendentemente da quanto Dio Creatore ha stabilito in noi, “predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5). La “misura”, cioè il progetto unico di uomo, è lui, Gesù, figlio di Dio e, con l’ascensione, erede, dove siede alla destra del Padre. Solo lì possiamo leggere la nostra vera vicenda e lo sbocco positivo che ci libera dalle angosce della morte e chiarisce molti enigmi della vita. Gesù è andato, come nostro fratello maggiore, “a prepararci un posto. E quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Un destino anche di risurrezione del corpo. Nelle apparizioni ai discepoli, Gesù insiste molto sulla sua realtà di corpo risorto: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io”. Come sia anche il nostro corpo nell’aldilà, Paolo afferma che sarà un corpo incorruttibile, nella gloria, risorto in potenza e spirituale, cioè sotto la signoria dello Spirito (cfr. 1Cor 15,35-53). Troppi, che si dicono cristiani, pensano ancora solo alla “immortalità dell’anima”; cose da vecchi filosofi greci! Gesù ha insistito sull’intimità con Dio, parte viva di Casa Trinità: “In verità io vi dico: si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Saremo a cena da Dio, e lui nostro cameriere! “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1-2). In cima al Monte degli Ulivi Gesù ha dato appuntamento: “Verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Prosegue Paolo: “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria” (Col 3,4). Tempo di attesa e nostalgia del cielo deve essere il nostro, come lo vivevano i Santi. “Carissimi - esorta san Giovanni - noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).
Mi sarete testimoni: “Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati. Di questo voi siete testimoni”. Finito il tempo del Gesù terreno, inizia il tempo della Chiesa: “asceso in alto, ha distribuito doni agli uomini” (Epist.). Il mandato è stato dato agli apostoli, ma con la prospettiva universale: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Per questo “egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero” (Epist.). Una testimonianza e un ministero già legato al battesimo, che si articola poi nei vari ministeri di una Chiesa sempre più viva e coordinata. Ma viva e coordinata non tanto dagli uomini, ma dallo Spirito Santo. “Ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi” (Lett.). È opera di Dio direttamente la gestione della sua Chiesa: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,4-7). Anche Paolo, pur cosciente d’aver molto faticato per il vangelo, riconosce: “non però io, ma la grazia di Dio che è in me” (1Cor 15,10). Ma testimoni di che cosa? Vien da pensare che ci sia oggi un’enfasi sul caritativo e il sociale, e si dimentichi quella “nostalgia del cielo” della quale erano così provocatoriamente testimoni i Santi. San Paolo così pensava dei suoi cristiani di Corinto: “Io provo per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 11,2). Troppi amori invadono la nostra vita. Ma siamo, se credenti, ormai fidanzati per un unico matrimonio che solo soddisfa pienamente il nostro bisogno d’amore. Sempre Paolo dichiara il suo unico amore: “Non vivo più io; ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Fossimo capaci di questa coerenza col nostro più vero essere!
Non c’è da meritare il Paradiso. Il buon Ladrone l’ha rubato all’ultimo momento, con un atto di fede nel Crocifisso. Sant’Agostino dice che il dono di Dio è in proporzione al desiderio. Abbiamo grandi desideri, e il Signore.. generoso li esaudirà!


DOMENICA 20 MAGGIO 2012
ANNO B
VII DI PASQUA
DOMENICA DOPO L’ASCENSIONE


Letture:
At 1,15-26
Sal 138
1Tm 3,14-16
Gv 17,11-19

Custodiscili nel tuo nome
Gesù è salito al cielo e la Chiesa ricorda la sua promessa di assistenza nei passi che ora intraprende nel mondo. È la grande preghiera di Gesù, fatta con commozione, come suo testamento alla vigilia della passione. “Padre, io non sono più nel mondo, essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome”. La Chiesa è stata voluta da Gesù, fondata sui Dodici Apostoli da lui raccolti; il numero dodici dice il prolungamento dall’antico Israele. Al venir meno di Giuda, si ricostituisce il numero. Ma soprattutto la Chiesa è fondata sullo Spirito Santo e la preghiera stessa di Gesù, perché sia fedele alla verità e unita nell’amore. È tutta la sua efficacia e la sua forza. E la sua missione: testimone del Signore Gesù.
Mandati nel mondo: “Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo”. Gesù vuole che la sua opera prosegua attraverso la Chiesa, fondata sugli Apostoli. È stata sua scelta precisa: “Salì sul monte, chiamò a se quelli che voleva ed essi andarono con lui. Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli - perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,13). Al venir meno di Giuda, Pietro si affretta a ricostituire il numero dei Dodici, e la scelta cadde su Mattia. Così aveva pregato: “Tu, Signore, che conosci il cuore di tutti, mostra quale di questi due hai scelto per prendere il posto in questo ministero e apostolato” (Lett.). È Dio che sceglie, come aveva fatto Gesù: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto” (Gv 15,16). Anche Paolo rivendicherà la sua scelta straordinaria, avvenuta sulla via di Damasco: “apostolo per chiamata, scelto per annunciare il vangelo di Dio” (Rm 1,1). L’apostolo è testimone di Cristo; in particolare proprio quelli che sono chiamati a dire la loro esperienza diretta con Gesù, come con enfasi Giovanni dirà di sé: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita, noi lo annunciamo anche a voi” (1Gv 1,1-3). Per questo Pietro lo porrà come criterio per la scelta: “Bisogna che, tra coloro che sono stati con noi per tutto il tempo nel quale il Signore ha vissuto fra noi, cominciando dal battesimo di Giovanni fino al giorno in cui è stato di mezzo a noi assunto in cielo, uno divenga testimone, insieme a noi, della sua risurrezione” (idem). In questo senso concreto - cioè di testimoni diretti e oculari - si dice della nostra Chiesa essere “apostolica”. Criterio - questo dell’esperienza personale di Gesù - che certamente si estende agli altri “apostoli”, continuatori della loro missione di testimoni. Già ai primi discepoli Gesù aveva chiesto una sequela che era condivisione di vita: “Venite e vedrete. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui” (Gv 1,39). Per tre anni fu una convivenza che trasmise loro tutta la ricchezza dell’amore stesso di Dio Padre: “Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi. Rimanete nel mio amore” (Gv 15,9). Per loro usò tutta la cura possibile: “Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome e li ho conservati”. È l’esperienza con Gesù la radice dell’apostolato anche oggi; per questo Gesù dirà a Pietro: “Se mi ami.. pasci!” (Gv 21,15ss).
Consacrati nella verità: La prima preghiera di Gesù è perché i suoi discepoli siano ben fermi nella professione di fede: “Consacrali nella verità. La tua parola è verità”. È la parola di Dio che Gesù ha trasmesso, e che Paolo così sintetizza: “Non vi è dubbio che grande è il mistero della vera religiosità: egli fu manifestato in carne umana e riconosciuto giusto nello Spirito, fu visto dagli angeli e annunciato fra le genti, fu creduto nel mondo ed elevato nella gloria” (Epist.). Gesù darà ai suoi lo Spirito Santo, il Paràclito, colui che starà al loro fianco: “vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). “Consacrati nella verità”, carisma dell’infallibilità nell’interpretare la Scrittura dato alla Chiesa, “colonna e sostegno della verità” (Epist.). Per Pietro in particolare Gesù aveva pregato: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32). La seconda preghiera è per l’unità, la comunione interna, quale prolungamento dell’unione Trinitaria: “Custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi”. E Luca dice che davvero “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuor solo e un’anima sola.., e fra loro tutto era comune” (At 4,32). Ma più profondamente Gesù parlerà di una comunione non come ma con la stessa Trinità: prega “perché tutti siano un sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi. Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità” (Gv 17,21.23). Comunione certamente finale: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato” (Gv 17,24). Ma comunione già da oggi, con l’inabitazione Trinitaria nel cuore del credente: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La terza preghiera di Gesù è “perché tu li custodisca dal Maligno”. Tentazioni interne e persecuzioni esterne. “Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo”. “La Chiesa- dice il Concilio - prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio” (LG 8). Persecuzioni anche di oggi, nella sottile emarginazione del nostro secolarismo europeo, e nell’aperta persecuzione del fondamentalismo in Asia. Ma Gesù aveva promesso: “Le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). Veramente il Signore custodisce la sua Chiesa: nonostante duemila anni di guerre, interne ed esterne, la Chiesa è realtà ancora oggi viva e duratura.
Salito al cielo Gesù invia lo Spirito a dare sostanza alla sua Chiesa: “Quando verrà lui, lo Spirito di verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,13); assieme a forza e missione: “Riceverete la forza dello Spirito che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni fino alla fine della terra” (At 1,8). La Pentecoste si attualizza anche per la nostra Chiesa di oggi; come allora gli Apostoli, anche noi aspettiamo l’effusione dello Spirito “perseverando concordi nella preghiera, con Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui” (At 1,14).
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