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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 4 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:13 am

SABATO 4 AGOSTO 2012

SAN GIOVANNI MARIA VIANNEY
SACERDOTE – PATRONO DEI PARROCI
MEMORIA


Preghiera iniziale: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.

Letture:
Ger 26,11-16.24 (Il Signore mi ha veramente inviato a voi per dire ai vostri orecchi tutte queste parole)
Sal 68 (Nel tempo della benevolenza, rispondimi Signore)
Mt 14,1-12 (Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù)

Profezia e persecuzione
Nei vangeli di questa settimana, un tema ricorrente è sembrato essere quello del profetismo: non riconosciuto nella pericope di ieri e perseguitato nel passo propostoci oggi. Ogni testimonianza per Dio ha come sua logica conclusione la persecuzione, che per alcuni avviene nell’oscurità della vita e in una sorta di martirio che si consuma attraverso l’incomprensione e il disprezzo; e per altri può compiersi in forma più cruenta, come lo è stato per Giovanni Battista. Il profeta mette in discussione delle geometrie consolidate, dà fastidio ai potenti, scardina vizi che sono ormai stabiliti. I potenti, coloro contro cui gli strali del profeta si rivolgono, sono naturalmente infastiditi da una voce che li richiama al dovere, ai principi a cui ogni essere umano dovrebbe attenersi e si rivolgono contro questa voce la cui unica colpa è proprio quella di seguire la volontà di Dio. La prepotenza in qualunque forma si presenti, subdola o manifesta, non può essere un atteggiamento che il cristiano può sostenere, ma deve essere combattuto al di fuori di lui e dentro di lui. La legge di Dio l’abbiamo scritta nel cuore...

Lettura del Vangelo: In quel tempo al tetrarca Erode giunse notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: «Costui è Giovanni il Battista. È risorto dai morti e per questo ha il potere di fare prodigi!». Erode infatti aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione a causa di Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Giovanni infatti gli diceva: «Non ti è lecito tenerla con te!». Erode, benché volesse farlo morire, ebbe paura della folla perché lo considerava un profeta. Quando fu il compleanno di Erode, la figlia di Erodiade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle quello che avesse chiesto. Ella, istigata da sua madre, disse: «Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista». Il re si rattristò, ma a motivo del giuramento e dei commensali ordinò che le venisse data e mandò a decapitare Giovanni nella prigione. La sua testa venne portata su un vassoio, fu data alla fanciulla e lei la portò a sua madre. I suoi discepoli si presentarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informare Gesù.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi descrive il modo in cui Giovanni Battista fu vittima della corruzione e della prepotenza del governo di Erode. Fu ucciso senza processo, durante un banchetto del re con i grandi del regno. Il testo ci riporta molte informazioni sul tempo in cui Gesù viveva e sulla maniera in cui era usato il potere dai potenti dell’epoca.
- Matteo 14,1-2. Chi è Gesù per Erode. Il testo inizia informando sull’opinione che Erode ha di Gesù: “Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui”. Erode cercava di capire Gesù partendo dalle paure che lo assalivano dopo l’assassinio di Giovanni. Erode era assai superstizioso ed occultava la paura dietro l’ostentazione della sua ricchezza e del suo potere.
- Matteo 14,3-5: La causa nascosta dell’assassinio di Giovanni. Galilea, terra di Gesù, fu governata da Erode Antipa, figlio del re Erode, il Grande, dall’anno 4 prima di Cristo fino al 39 dopo Cristo. In tutto 43 anni! Durante il tempo della vita di Gesù, non ci furono cambi di governo in Galilea! Erode era signore assoluto di tutto, non rendeva conto a nessuno, faceva ciò che gli passava per la testa. Prepotenza, mancanza di etica, potere assoluto, senza controllo da parte della gente! Ma chi comandava in Palestina, dal 63 prima di Cristo, era l’Impero Romano. Erode, in Galilea, per non essere deposto, cercava di far piacere a Roma in tutto. Insisteva soprattutto in un’amministrazione efficiente che desse ricchezza all’Impero. La sua preoccupazione era la sua promozione e la sua sicurezza. Per questo, reprimeva qualsiasi tipo di sovvertimento. Matteo dice che il motivo dell’assassinio di Giovanni fu che costui aveva denunciato Erode, perché si era sposato con Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Flavio Giuseppe, scrittore, giudeo di quell’epoca, informa che il vero motivo della prigione di Giovanni Battista era il timore da parte di Erode di una sommossa popolare. Ad Erode piaceva essere chiamato benefattore del popolo, ma in realtà era un tiranno (Lc 22,25). La denuncia di Giovanni contro Erode fu la goccia che fece traboccare il vaso: “Non ti è permesso di sposarla”. E Giovanni fu messo in carcere.
- Matteo 14,6-12: La trama dell’assassinio. Anniversario e banchetto festivo, con danze ed orge! Marco informa che la festa contava sulla presenza “dei grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea” (Mc 6,21). È questo l’ambiente in cui si trama l’assassinio di Giovanni Battista. Giovanni, il profeta, era una viva denuncia di questo sistema corrotto. Per questo fu eliminato con il pretesto di un problema di vendetta personale. Tutto questo rivela la debolezza morale di Erode. Tanto potere accumulato nelle mani di un uomo incapace di controllarsi! Nell’entusiasmo della festa e del vino, Erode fa un giuramento leggero a Salomè, la giovane ballerina, figlia di Erodiade. Superstizioso come era, pensava che doveva mantenere questo giuramento, e rispondere al capriccio della fanciulla; per questo ordina al soldato di portare la testa di Giovanni su un vassoio e di porgerla alla ballerina, che poi la porge a sua madre. Per Erode, la vita dei sudditi non valeva nulla. Dispone di loro come dispone della posizione delle scale a casa sua. Le tre caratteristiche del governo di Erode: la nuova Capitale, il latifondo e la classe dei funzionari:
a) La Nuova Capitale. Tiberiade fu inaugurata quando Gesù aveva solo 20 anni. Era chiamata così per far piacere a Tiberio, l’imperatore di Roma. L’abitavano i signori della terra, i soldati, la polizia, i giudici spesso insensibili (Lc 18,1-4). In quella direzione erano canalizzate le imposte ed il prodotto della gente. Era lì che Erode faceva le sue orge di morte (Mc 6,21-29). Tiberiade era la città dei palazzi del Re, dove vivevano coloro che portavano morbide vesti (cfr. Mt 11,8). Non consta dai vangeli che Gesù fosse entrato in questa città.
b) Il latifondo. Gli studiosi informano che durante il lungo governo di Erode, crebbe il latifondo in pregiudizio delle proprietà comunitarie. Il Libro di Henoch denuncia i padroni delle terre ed esprime la speranza dei piccoli: “E allora i potenti ed i grandi non saranno più i padroni della terra!” (Hen 38,4). L’ideale dei tempi antichi era questo: “Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e più nessuno li spaventerà” (1Mac 14,12; Mic 4,4; Zac 3,10). Però la politica del governo di Erode rendeva impossibile questo ideale.
c) La Classe dei funzionari. Erode creò tutta una classe di funzionari fedeli al progetto del re: scribi, commercianti, padroni della terra, fiscali del mercato, esattori, militari, polizia, giudici, capi locali. In ogni villaggio c’era un gruppo di persone che appoggiava il governo. Nei vangeli, alcuni farisei appaiono insieme agli erodiani (Mc 3,6; 8,15; 12,13), e ciò rispecchia l’alleanza tra il potere religioso ed il potere civile. La vita della gente nei villaggi era molto controllata, sia dal governo che dalla religione. Ci voleva molto coraggio per cominciare qualcosa di nuovo, come fecero Giovanni e Gesù! Era la stessa cosa che attrarre su di sé la rabbia dei privilegiati, sia del potere religioso come civile.

Per un confronto personale
- Conosci casi di persone che sono morte vittime della corruzione e della dominazione dei potenti? E qui tra noi, nella nostra comunità e nella chiesa, ci sono vittime dell’autoritarismo e dello strapotere?
- Erode, il potente, che pensava di essere il padrone della vita e della morte della gente, era un vile davanti ai grandi e un adulatore corrotto dinanzi alla fanciulla. Viltà e corruzione marcavano l’esercizio del potere di Erode. Paragona tutto ciò con l’esercizio del potere religioso e civile oggi, nei diversi livelli della società e della Chiesa.

4 agosto: San Giovanni Maria Vianney, sacerdote - patrono dei Parroci
Biografia: Nacque presso Lione nel 1786. Superate molte difficoltà, poté essere iniziato al sacerdozio e resse e fece rifiorire mirabilmente la parrocchia affidategli nel villaggio di Ars nella Diocesi di Belley, con l’efficace predicazione, con la mortificazione, la preghiera, la carità. Essendo molto stimato nella direzione spirituale, i fedeli accorrevano a lui da ogni parte e ricevevano santamente i suoi consigli. Morì nel 1859.

Martirologio: Memoria di San Giovanni Maria Vianney, sacerdote, che per otre quarant’anni guidò in modo mirabile la parrocchia a lui affidata nel villaggio Ars vicino a Belley in Francia, con l’assidua predicazione, la preghiera e una vita di penitenza. Ogni giorno nella catechesi che impartiva a bambini e adulti, nella riconciliazione che amministrava ai penitenti e nelle opere pervase di quell’ardente carità, che egli attingeva dalla santa Eucaristia come da una fonte, avanzò a tal punto da diffondere in ogni dove il suo consiglio e avvicinare saggiamente tanti a Dio.

Dagli scritti
Dal «Catechismo» di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote
Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non é sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov’é il nostro tesoro. Questo é il bel compito dell’uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa é la felicità dell’uomo sulla terra. La preghiera nient’altro é che l’unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, é preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, é purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l’anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare. Come é bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera é incenso a lui quanto mai gradito. Figliuoli miei, il vostro cuore é piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti é miele che stilla nell’anima e fa che tutto sia dolce. Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell’uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo. Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell’onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c’é divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d’Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri. Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: «Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te». Io penso sempre che, quando veniamo ad adoperare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro.

Preghiera finale: Vedano gli umili e si rallegrino; si ravvivi il cuore di chi cerca Dio, poiché il Signore ascolta i poveri e non disprezza i suoi che sono prigionieri (Sal 68).
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MessaggioOggetto: domenica 5 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:19 am

DOMENICA 5 AGOSTO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo con il quale l?hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Es 16,2-4.12-15 8Io farò piovere pane dal cielo per voi)
Sal 77 (Donaci, Signore, il pane del cielo)
Ef 4,17.20-24 (Rivestite l’uomo nuovo, creato secondo Dio)
Gv 6,24-35 (Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!)

Voi mi cercate... perché... !!!
Continua il discorso eucaristico del Capitolo sesto del Vangelo di San Giovanni. Il Maestro introduce i suoi discepoli nel mistero eucaristico a tappe. Ha iniziato questa sezione con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, domenica scorsa. Oggi esorta i discepoli a leggere in profondità questo evento e non fermarsi solo sul risultato immediato dello sfamare migliaia di persone. Inizia quindi il suo insegnamento a partire dall’Antico Testamento e leggerlo alla luce della Verità che Egli stesso proclama. La Liturgia della Parola inizia con una lettura biblica tratta dall’Antico testamento. È la consapevolezza che senza di esso anche per noi è difficile comprendere in pieno il messaggio di salvezza portato da Cristo. Noi, che accogliamo la completezza della Rivelazione di Dio, nell’Antico e Nuovo Testamento, possiamo comprendere appieno i misteri che Cristo ci rivela. L’esortazione di oggi è, nel considerare l’episodio della manna dell’Esodo, una prefigurazione del mistero Eucaristico e quindi nella necessità del sostentamento. Gesù parla del sostentamento e del cibo ma di altra natura. Lui è il nostro cibo, lui dobbiamo mangiare. La sua parola, il suo corpo e il suo sangue devono essere il nostro pane quotidiano. Anche il Santo Padre ci esortava domenica scorsa di leggere più la Bibbia, di meditare la Parola di Dio, di adorare il Santissimo Sacramento dell’altare, di accostarci alla comunione eucaristica... Quanto tempo dedico alla lettura della Bibbia? O forse, ahimè, quando, l’ultima volta, ho avuto la Bibbia in mano? Eppure questo è il nostro cibo spirituale, senza il quale la nostra anima non può vivere.
Il Vangelo secondo san Giovanni ci offre vari discorsi che Gesù ha tenuto nella sinagoga di Cafarnao per spiegare ai credenti il significato della manna ricevuta nel deserto. Queste spiegazioni devono aiutare i credenti del tempo della Chiesa a vivere in modo giusto. Il Vangelo di oggi riferisce il discorso che parla dell’importanza della fede in Gesù Cristo. Gesù Cristo è l’inviato di Dio, egli porta l’ultima rivelazione ed apre la via che conduce a Dio. Colui che segue Gesù con fede, che entra con Gesù nella comunità mediante il battesimo, che prende Gesù come modello e lo ascolta, troverà attraverso di lui la verità che calma la fame di vita. Perché questa verità è Dio stesso che, attraverso Gesù Cristo, offre a tutti gli uomini la possibilità di condividere la sua vita. Quello che hanno cercato, presentito, e in parte riconosciuto i pensatori, i profeti e i nostalgici di Dio di tutte le nazioni e di tutti i tempi, raggiunge attraverso Gesù la chiarezza e la verità di Dio. Questa verità è presente e può essere colta nella parola e nell’esempio di Gesù, ma soprattutto nella sua persona. Perché egli è la verità, egli è la via, egli è la vita di Dio in persona! E ci è offerto di vivere con devoto rispetto in modo assolutamente diretto, oggi, nella festa liturgica della sua Chiesa.

Approfondimento del Vangelo (Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame)
Il testo: In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafarnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Una divisione del testo per aiutarne la lettura
- Gv 6,22-27: La gente cerca Gesù perché vuole più pane
- Gv 6,28-29: Qual è l’opera di Dio?
- Gv 6,30-33: Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo?
- Gv 6,34-35: Signore, dacci sempre questo pane

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Quale è il punto che ti ha maggiormente colpito? Perché?
b) La gente aveva fame, mangia il pane e cerca più pane. Cerca il miracolo e non cerca il segno di Dio che in esso si nascondeva. Cosa cerca di più nella mia vita: il miracolo o il segno?
c) Per un istante, fai silenzio dentro di te e chiediti: “Credere a Gesù: cosa significa questo per me ben concretamente nella mia vita di ogni giorno?”.
d) Fame di pane, fame di Dio. Quale delle due predomina in me?
e) Gesù disse: “Io sono il pane di vita”. Lui toglie la fame e la sete. Quale esperienza ho di questo nella mia vita?

Per coloro che vogliono approfondire il tema
a) Per capire meglio: Dopo la moltiplicazione dei pani, la gente segue Gesù. Avevano visto il miracolo, si erano saziati e volevano di più! Non si preoccupavano di cercare il segno o la chiamata di Dio che c’era in tutto questo. Quando incontrò la gente nella sinagoga di Cafarnao, Gesù ebbe con loro una lunga conversazione, chiamata il Discorso del Pane di Vita (Gv 6,22-71). Non è veramente un discorso, ma si tratta di un insieme di sette brevi dialoghi che spiegano il significato della moltiplicazione dei pani, simbolo del nuovo Esodo e della Cena Eucaristica. È bene tener presente la divisione del capitolo per poterne capire meglio il significato:
- Gv 6,1-15: La grande moltiplicazione dei pani.
- Gv 6,16-21: La traversata del lago, e Gesù che cammina sulle acque.
- Gv 6,22-71: Il dialogo di Gesù con la gente, con i giudei e con i discepoli.
- 1º dialogo: Gv 6,22-27 con la gente: La gente cerca Gesù e lo incontra a Cafarnao.
- 2º dialogo: Gv 6,28-34 con la gente: La fede come opera di Dio e la manna nel deserto.
- 3º dialogo: Gv 6,35-40 con la gente: Il pane vero è fare la volontà di Dio.
- 4º dialogo: Gv 6,41-51 con i giudei: Mormorazioni dei giudei.
- 5º dialogo: Gv 6,52-58 con i giudei: Gesù e i giudei.
- 6º dialogo: Gv 6,59-66 con i discepoli: Reazione dei discepoli.
- 7º dialogo: Gv 6,67-71 con i discepoli: Confessione di Pietro.
La conversazione di Gesù con la gente, con i giudei e con i discepoli è un bel dialogo, ma esigente. Gesù cerca di aprire gli occhi della gente in modo che impari a leggere gli eventi e scopra in essi la svolta che deve prendere nella vita. Perché non basta andare dietro i segni miracolosi che moltiplicano il pane per il corpo. Non di solo pane vive l’uomo. La lotta per la vita senza una mistica non raggiunge la radice. Mentre conversa con Gesù, la gente rimane sempre più contrariata dalle sue parole. Ma Gesù non cede, né cambia le esigenze. Il discorso sembra un imbuto. Nella misura in cui la conversazione va avanti, sempre meno gente rimane con Gesù. Alla fine rimangono i Dodici, ma Gesù non può avere fiducia nemmeno in loro! Oggi avviene la stessa cosa. Quando il vangelo comincia ad esigere impegno, molta gente si allontana.
b) Commento del testo
- Gv 6,24-27: La gente cerca Gesù perché vuole più pane. La gente va dietro a Gesù. Vede che non è salito in barca con i discepoli e, per questo, non capisce come aveva fatto per giungere a Cafarnao. Non capì nemmeno il miracolo della moltiplicazione dei pani. La gente vede ciò che è accaduto, ma non riesce a capire tutto questo come un segno di qualcosa molto più profondo. Si ferma alla superficie: alla sazietà del cibo. Cerca pane e vita, però solamente per il corpo. Secondo la gente, Gesù fa ciò che Mosè aveva fatto nel passato: dare cibo a tutti nel deserto. Seguendo Gesù, loro volevano che il passato si ripetesse. Ma Gesù chiede alla gente di fare un passo avanti. Oltre a lavorare per il pane temporaneo, devono lavorare per l’alimento imperituro. Questo nuovo alimento sarà dato dal Figlio dell’uomo, indicato da Dio stesso. Lui porta la vita che dura per sempre. Lui apre per noi un nuovo orizzonte sul senso della vita e su Dio.
- Gv 6,28-29: Qual è l’opera di Dio? La gente chiede: “Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?”. Gesù risponde che la grande opera che Dio ci chiede è di “credere all’inviato da Dio”. Ossia, credere in Gesù! Il Discorso del Pane di Vita non è un testo da essere discusso e sezionato, bensì deve essere meditato ed esaminato più volte. Per questo, anche se non si capisce del tutto, non c’è da preoccuparsi. Questo testo del Pane di Vita esige tutta una vita per meditarlo ed approfondirlo. Un testo così, la gente deve leggerlo, meditarlo, pregarlo, pensarlo, leggerlo di nuovo, ripeterlo, rigirarlo, come si fa con una buona caramella in bocca. Si gira e gira fino ad esaurirsi. Chi legge superficialmente il quarto vangelo può avere l’impressione che Giovanni ripeta sempre la stessa cosa. Leggendo con più attenzione, ci si renderà conto che non si tratta di ripetizione. L’autore del quarto vangelo ha un suo proprio modo di ripetere lo stesso tema, ma a un livello sempre più alto e profondo. Sembra una scala a chiocciola. Girando, si giunge allo stesso punto, ma a un livello più alto o più profondo.
- Gv 6,30-33: Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? La gente aveva chiesto: “Cosa dobbiamo fare per realizzare l’opera di Dio?”. Gesù risponde: “L’opera di Dio è credere in colui che ha mandato”, cioè, credere in Gesù. Per questo la gente formula la nuova domanda: “Quale segno fai tu perché vediamo e possiamo crederti? Quale opera fai?”. Ciò significa che loro non capirono la moltiplicazione dei pani come un segno da parte di Dio per legittimare Gesù dinanzi alla gente quale inviato di Dio! Loro continuano ad argomentare: in passato, i nostri padri mangiarono la manna che fu data loro da Mosè! Loro la chiamavano “pane del cielo” (Sap 16,20), ossia “pane di Dio”. Mosè continua ad essere il grande leader, in cui credere. Se Gesù vuole che la gente creda in lui, deve compiere un segno più grande di quello che compì Mosè. “Quale opera compi?”. Gesù risponde che il pane dato da Mosè non era il vero pane del cielo. Venuto dall’alto, sì, ma non era il pane di Dio, poiché non garantisce la vita a nessuno. Tutti loro morirono nel deserto (Gv 6,49). Il pane del vero cielo, il pane di Dio, è quello che vince la morte e dà vita! È quello che scende dal cielo e dà vita al mondo. È Gesù stesso! Gesù cerca di aiutare la gente a liberarsi dagli schemi del passato. Per lui, la fedeltà al passato, non significa rinchiudersi nelle cose antiche e non accettare il rinnovamento. Fedeltà al passato vuol dire accettare la novità che giunge come frutto del seme piantato nel passato.
- Gv 6,34-35: Signore, dacci sempre questo pane! Gesù risponde chiaramente: “Io sono il pane della vita!”. Mangiare il pane del cielo è lo stesso che credere in Gesù ed accettare il cammino che lui ci insegna, cioè: “Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera!” (Gv 4,34). Questo è l’alimento vero che sostenta la persona, che cambia la vita e dà vita nuova. Questo ultimo versetto del vangelo di oggi (Gv 6,35) sarà ripreso come primo versetto del vangelo di domani (Gv 6,35-40).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
DOMENICA X DOPO PENTECOSTE


Letture:
1Re 7,51-8,14
Sal 28
2Cor 6,14-7,1
Mt 21,12-16

Salomone e il Tempio
Scrive sant’Ambrogio: “Bevi per prima cosa l’Antico Testamento, per bere poi anche il Nuovo Testamento. Bevi il primo per mitigare la sete; bevi il secondo per raggiungere la sazietà”. Anche questa volta partiamo da un fatto della vicenda di Israele - l’inaugurazione del Tempio in Gerusalemme fatto da Salomone - per ascoltare conferme e approfondimenti fatti da Gesù sulla santità del tempio e della casa di Dio. Ma il Nuovo Testamento va oltre: è anzitutto la persona di Gesù la vera e definitiva tenda con la quale “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,18); e, come suo prolungamento e suo corpo, ogni credente diviene “edificio spirituale dalle pietre vive” (1Pt 2,4-5).
La casa di Dio: Davide aveva promesso di fare una casa a Dio; Salomone adempie la promessa col costruire il primo tempio sul monte Sion (circa 950 a.C.) che diviene il cuore religioso di tutto Israele. L’arca dell’Alleanza, con le due tavole della Legge, viene messa nel sacrario più interiore, e lì la “nube”, la shekinà, la Gloria di Dio scende a prendervi dimora. Era il segno della presenza di Jahvè per il suo popolo. Ogni ebreo vi saliva nelle feste principali: “L’anima mia anela e desidera gli atri del Signore; quanto sono amabili le tue dimore, Signore degli eserciti” (Sal 84,2). Ogni giorno era il luogo del culto ufficiale coll’offerta dell’olocausto e dei sacrifici. Gerusalemme diviene “la più santa delle dimore dell’Altissimo. Dio è in mezzo ad essa: non potrà vacillare” (Sal 45,5-6). Questo tempio fu distrutto nel 586 dai Babilonesi e ricostruito più modesto nel 520. Fu poi ristrutturato da Erode con grande magnificenza, e proprio quest’ultimo tempio fu quello frequentato da Gesù. “Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: Maestro, guarda che pietre e che costruzioni! Gesù gli rispose: Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta” (Mc 13,1-2). Gesù ne era rimasto affascinato fin dalla sua prima adolescente quando “seduto in mezzo ai maestri, li ascoltava e li interrogava” (Lc 2,46). Vi saliva anche lui alle feste principali e vi raccoglieva i suoi discepoli, fino a dichiarare: “Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare” (Mt 26,55). Una volta rimase sconcertato per il poco rispetto che vi aveva trovato e “scacciò tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e disse loro: Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di preghiera. Voi invece ne fate un covo di ladri”. Già Salomone, proprio nel giorno della consacrazione del tempio, aveva pregato pieno di meraviglie per la condiscendenza di un Dio che vuol stare in mezzo al suo popolo: “Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito. Volgiti alla preghiera del tuo servo e alla sua supplica.. Siano aperti i tuoi occhi notte e giorno verso questa casa, verso il luogo di cui hai detto: Lì porrò il mio nome” (1Re 8,27-29). Anche a noi oggi il Salmo ci fa pregare: “Mostrati a noi, Signore, nella tua santa dimora”. Quale grande invenzione un giorno Gesù fece nell’istituire l’Eucaristia, segno della sua personale e reale presenza in mezzo alle nostre chiese! Veramente non c’è atto di fede più alto di un uomo che fa adorazione silenziosa in ginocchio davanti al tabernacolo dei nostri templi cristiani!
La dimora di Dio: Quando Davide espresse il desiderio di costruire un tempio a Dio, il profeta Natan gli disse: “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa” (2Sam 7,11). Proprio questo è accaduto: che Dio s’è fatto lui una “casa” tra gli uomini, inviando il proprio Figlio a prendere carne tra noi. L’umanità di Cristo è il tempio definitivo “nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). “Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere.. Egli parlava del tempio del suo corpo” (Gv 2,19.21). Tutta la sua vicenda terrena rende visibile il Dio invisibile: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9); perché “io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). È allora attraverso lui che si incontra il Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Ma, dopo la sua vicenda terrena, Cristo ha voluto prolungarsi nel tempo attraverso la sua Chiesa, sua Sposa e suo Corpo. Paolo oggi lo dichiara: “Noi siamo il tempio del Dio vivente” (Epist.). Ogni credente lo è per la presenza dello Spirito: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (1Cor 3,16). Così nel suo insieme la Chiesa è sacramento di Cristo, come Cristo è sacramento di Dio. “Edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù.. voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,20-22). Naturalmente deriva l’impegno ad essere trasparenza coerente di Cristo: “Quale rapporto infatti può esservi tra giustizia e iniquità? Quale intesa tra Cristo e Bèliar? Quale accordo fra tempio di Dio e idoli? Carissimi, purifichiamoci da ogni macchia della carne e dello spirito, portando a compimento la santificazione, nel timore di Dio” (Epist.). Si tratta di vivere la propria esistenza, anche nel corpo, tutta consacrata a Dio: “Vi esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale” (Rm 12,1). O più esplicitamente: “Questa infatti è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dall’impurità, che ciascuno di voi sappia trattare il proprio corpo con santità e rispetto, senza lasciarsi dominare dalle passioni, come i pagani che non conoscono Dio” (1Ts 4,3-5).
La peculiarità della nostra fede è questa vicinanza di Dio con noi: “Abiterò in mezzo a loro e con loro camminerò; io vi accoglierò e sarò per voi un padre e voi sarete per me figlie e figlie” (Epist.). Era l’orgoglio di Israele: “Quale grande nazione ha gli dei così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7). Cosa dovremmo dire noi cristiani di un Dio che abita nelle nostre chiese tra le nostre strade?!
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MessaggioOggetto: sabato 11 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:25 am

SABATO 11 GIUGNO 2012

SANTA CHIARA, VERGINE
MEMORIA


Preghiera iniziale: Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato.

Letture:
Ab 1,12 - 2,4 (Il giusto vivrà per la sua fede)
Sal 9 (Tu non abbandoni chi ti cerca, Signore)
Mt 17,14-19 (Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile)

La forza della fede
“Nulla è impossibile a Dio”: Egli è l’onnipotente, il suo stesso pensiero è in sé creativo. A chi agisce nel suo nome viene dato il potere di compiere le sue stesse opere. Egli ha promesso che chi crede in Lui farà anch’egli le opere che lui fa; anzi ne farà di più grandi di queste. In questo contesto comprendiamo la delusione e l’amarezza di Gesù sentendo dire da un padre che implora la guarigione del figlio malato: “L’’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo”. Deve costatare di avere a che fare con una generazione incredula e perversa e con discepoli ai quali deve dire di non aver potuto scacciare quel demonio “per la loro poca fede”. È significativo che Gesù non chiede ai suoi e a noi una fede eroica, ma ci dice semplicemente: «se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». Dobbiamo ricordarci però che i doni di Dio, e la fede è sicuramente uno dei più importanti, sono conservati in vasi di argilla e sono simili alle lampade delle vergini che attendono l’arrivo dello sposo nel cuore della notte: devono essere opportunamente alimentate e con prudenza bisogna conservare sempre una scorta di olio. Ciò significa concretamente: la pratica della vita cristiana, la frequente partecipazione ai sacramenti, le opere buone, la carità fraterna. Ricordiamoci sempre il primo dei comandamenti: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze”. Così quel granellino di fede potrà germogliare anche in ciascuno di noi, anzi, crescere e fruttificare.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che gli si gettò in ginocchio e disse: «Signore, abbi pietà di mio figlio! È epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e sovente nell’acqua. L’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo». E Gesù rispose: «O generazione incredula e perversa! Fino a quando sarò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatelo qui da me». Gesù lo minacciò e il demonio uscì da lui, e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli si avvicinarono a Gesù, in disparte, e gli chiesero: «Perché noi non siamo riusciti a scacciarlo?». Ed egli rispose loro: «Per la vostra poca fede. In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile».

Riflessione:
- Contesto. Il nostro brano presenta Gesù nella sua attività di guarire. Dopo aver soggiornato con i soli discepoli nella regione di Cesarea di Filippo (16,13-28) Gesù sale su una montagna elevata e viene trasfigurato davanti a tre discepoli (17,1-10); poi raggiunge la folla (17,14-21) tenta un nuovo approccio con la Galilea per riguadagnarla (7,22). Cosa pensare di questi spostamenti geografici di Gesù? Non si esclude che abbiano potuto avere un tenore geografico, ma a Matteo preme presentare la loro funzione di itinerario spirituale. Nel suo cammino di fede la comunità è sempre chiamata a ripercorrere quell’itinerario spirituale che ha segnato la vita di Gesù: dalla Galilea della sua attività pubblica e da quest’ultima alla sua resurrezione attraverso il cammino della croce. Un itinerario spirituale in cui la potenza della fede gioca un ruolo essenziale.
- Potenza della fede. Gesù, dopo la sua trasfigurazione, con la sua piccola comunità dei discepoli ritorna dalla folla, prima di ritornare in Galilea (v.22) e giungere a Cafàrnao (v.24). E mentre si trova in mezzo alla folla un uomo si avvicina a lui e lo supplica con insistenza per intervenire sul male che tiene imprigionato suo figlio. La descrizione che precede l’intervento di Gesù davvero precisa: si tratta di un caso di epilessia con tutte le sue conseguenze patologiche a livello psichico. Al tempo di Gesù questo tipo di malattia veniva fatto risalire a forze maligne e precisamente all’azione di Satana, nemico di Dio e dell’uomo, e pertanto origine del male e di tutti i mali. Dinanzi a un tale caso in cui emergono forze maligne di gran lunga superiori alle capacità umane i discepoli si scoprono impotenti a guarire il fanciullo (vv.16-19) e a motivo della loro poca fede (v.20). Per l’evangelista, questo giovane epilettico è simbolo di coloro che svalutano la potenza della fede (v.20), che non sono attenti alla presenza di Dio in mezzo a loro (v.17). La presenza di Dio in Gesù, che è l’Emmanuele, non viene riconosciuta; anzi il capire qualcosa di Gesù non è sufficiente, è necessaria la vera fede. Gesù. Dopo aver rimproverato la folla, si fa condurre il ragazzo: «Portatemelo qui» (v.17); lo guarisce e lo libera nel momento in cui sgrida il demonio. Non basta il miracolo della guarigione di una singola persona «»è necessario anche guarire la fede incerta e debole dei discepoli. Gesù si avvicina a loro che sono confusi o storditi per la loro impotenza: «Perché non abbiamo potuto gettarlo fuori?» (v.20). La risposta di Gesù è chiara: «Per la vostra vacillante fede». Gesù chiede una fede capace di spostare le montagne del proprio cuore per identificarsi con la sua persona, la sua missione, la sua forza divina. È vero che i discepoli hanno abbandonato tutto per seguire Gesù ma non sono riusciti a guarire il ragazzo epilettico a motivo della «poca fede». Non si tratta di mancanza di fede, solo che è debole, vacillante per i dubbi, con una predominanza di sfiducia e dubbi. È una fede che non si radica totalmente nella relazione con Cristo. Gesù eccede nel linguaggio quando dice: «se avete fede pari a un granello di senapa potete spostare le montagne»; è un esortazione a lasciarsi guidare nelle azioni dalla potenza della fede, che diventa forte soprattutto nei momenti di prova e di sofferenza e raggiunge la maturità quando non si scandalizza più dello scandalo della croce. La fede può tutto, purché si rinunce a fare affidamento alle proprie capacità umane, può spostare le montagne. I discepoli, la comunità primitiva hanno sperimentato che l’incredulità non si vince con la preghiera e il digiuno ma è necessario unirsi alla morte e resurrezione di Gesù.

Per un confronto personale
- Attraverso la meditazione del brano abbiamo osservato come i discepoli si collocano in rapporto all’epilettico e a Gesù stesso. Vi scopri anche il tuo cammino relazionale con Gesù e con gli altri ricorrendo alla potenza della fede?
- Sulla croce Gesù dà testimonianza al Padre e lo rivela totalmente. La parola di Gesù che hai meditato ti chiede l’adesione totale: ti senti ogni giorno impegnato a spostare le montagne del cuore che si frappongono tra il tuo egoismo e la volontà di Dio?

12 agosto: Santa Chiara, vergine
Biografia: 1194-1253. Nata ad Assisi, all’età di diciotto anni fu irresistibilmente attratta dall’ideale di povertà cristiana predicato da san Francesco; fuggì di casa e ricevette il velo dallo stesso Francesco, che la fece ospitare presso le monache benedettine di San Paolo ed infine a San Damiano, dve fu fondato il primo convento dell’Ordine sotto la direzione di Chiara. Ella lo governò per quarant’anni e papi e vescovi si recarono a consultarla; in effetti il suo ruolo nella rapida diffusione del movimento fu tanto importante quanto quello dello stesso Francesco. Fu canonizzata due anni dopo al morte.

Martirologio: Memoria di santa Chiara, vergine, che, primo virgulto delle Povere Signore dell’Ordine dei Minori, seguì san Francesco,conducendo ad Assisi in Umbria una vita aspra, ma ricca di opere di carità e di pietà; insigne amante della povertà, da essa mai, neppure nell’estrema indigenza e infermità, permise di essere separata.

Dagli scritti
Dalla «Lettera alla beata Agnese di Praga» di santa Chiara, vergine
Rifletti sulla povertà, umiltà e carità di Cristo
Felice certamente chi può esser partecipe del sacro convito, in modo da aderire con tutti i sentimenti del cuore a Cristo, la cui bellezza ammirano senza sosta tutte le beate schiere dei cieli, la cui tenerezza commuove i cuori, la cui contemplazione reca conforto, la cui bontà sazia, la cui soavità ricrea, il cui ricordo illumina dolcemente, al cui profumo i morti riacquistano la vita e la cui beata visione renderà felici tutti i cittadini della celeste Gerusalemme. Poiché questa visione é splendore di gloria eterna, «riflesso della luce perenne, uno specchio senza macchia» (Sap 7,26), guarda ogni giorno in questo specchio, o regina, sposa di Gesù Cristo. Contempla continuamente in esso il tuo volto, per adornarti così tutta interiormente ed esternamente, rivestirti e circondarti di abiti multicolori e ricamati, abbellirti di fiori e delle vesti di tutte le virtù, come si addice alla figlia e sposa castissima del sommo Re. In questo specchio rifulge la beata povertà, la santa umiltà e l’ineffabile carità. Contempla lo specchio in ogni parte e vedrai tutto questo. Osserva anzitutto l’inizio di questo specchio e vedrai la povertà di chi é posto in una mangiatoia ed avvolto in poveri panni. O meravigliosa umiltà, o stupenda povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra é adagiato in un presepio! Al centro dello specchio noterai l’umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano. Alla fine dello stesso specchio noterai l’umiltà, la beata povertà e le innumerevoli fatiche e sofferenze che egli sostenne per la redenzione del genere umano. Alla fine dello stesso specchio potrai contemplare l’ineffabile carità per cui volle patire sull’albero della croce ed in esso morire con un genere di morte di tutti il più umiliante. Perciò lo stesso specchio, posto sul legno della croce, ammoniva i passanti a considerare queste cose, dicendo: «Voi tutti che passate per la via, considerare e osservate se c’é un dolore simile al mio dolore!» (Lam 1,12). Rispondiamo dunque a lui, che grida e si lamenta, con un’unica voce ed un solo animo: «Ben se ne ricorda e si accascia dentro di me la mia anima» (Lam 3,20). Così facendo ti accenderai di un amore sempre più forte, o regina del Re celeste. Contempla inoltre le sue ineffabili delizie, le ricchezze e gli eterni onori, sospira con ardente desiderio ed amore del cuore, ed esclama: «Attirami dietro a te, corriamo al profumo dei tuoi aromi» (Ct 1,3 volg.), o Sposo celeste. Correrò, né verrò meno fino a che non mi abbia introdotto nella tua dimora, fino a che la tua sonistra non stia sotto il mio capo e la tua destra mi cinga teneramente con amore (cfr. Ct 2,4.6). Nella contemplazione di queste cose, ricordati di me, tua madre, sapendo che io ho scritto in modo indelebile il tuo ricordo sulle tavolette del mio cuore, ritenendoti fra tutte la più cara (Ed. I. Omaechevarria, Escritos de Santa Clara, Madrid 1970, pp. 339-341).

Preghiera finale: Il Signore sarà un riparo per l’oppresso, in tempo di angoscia un rifugio sicuro. Confidino in te quanti conoscono il tuo nome, perché non abbandoni chi ti cerca, Signore (Sal 9).
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MessaggioOggetto: domenica 12 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:28 am

DOMENICA 12 GIUGNO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
1Re 19,4-8 (Con la forza di quel cibo camminò fino al monte di Dio)
Sal 33 (Gustate e vedete com’è buono il Signore)
Ef 4,30 - 5,2 (Camminate nella carità come Cristo)
Gv 6,41-51 (Io sono il pane vivo, disceso dal cielo)

Chi mangia di questo Pane vivrà in eterno
È il terzo incontro nostro, il terzo incontro, la terza catechesi di Gesù sul Pane di vita. Il terzo incontro con il brano di Giovanni inserito nel capitolo 6 del suo vangelo. E, credo, deve essere veramente importante questo brano se la Chiesa, la Liturgia ce lo propone tutto intero, in più domeniche, come con contagocce, perché entri tutto intero dentro di noi, perché entri pian piano nei nostri cuori. Abbiamo già sentito del miracolo di Gesù, Gesù che con cinque pani e due pesci sa sfamare più di cinque mila persone. Poi, domenica scorsa abbiamo potuto sentire Gesù che ci faceva la domanda precisa... «perché mi cercate, perché siete venuti fin qui?». E tutto questo per farci capire che per il nostro spirito non c’è un altro pane, non c’è l’altro cibo se non lui stesso, se non Gesù, perché c’è un pane che perisce ma c’è un pane che dura per la vita eterna. Ma questo non basta ancora. Non basta solo mangiarlo. Serve qualcos’altro, serve un dono del Padre, serve un po’ di fede, serve che ci lasciamo attirare dal Padre, perché nessuno può venire a me, a cibarsi di me, avere la vita, se non lo attira il Padre che ha mandato Gesù. È allora la fede, anche se poca, dubbiosa, con tante domande, con tante difficoltà... che deve farci da guida, deve guidare tutta la nostra vita. Quel piccolo spiraglio, piccolo spazio lasciato aperto a Dio perché possa entrare dentro di noi, guidarci... Nel momento in cui ci chiediamo, nel momento in cui ci baricchiamo in noi stessi, quando vogliamo fare da noi, quando vogliamo fare da soli, ci accorgiamo che le cose sono troppo grandi, le cose ci sovrastano e allora ci può capitare come ad Elia nella prima lettura, crisi, sconforto, rinuncia, mormorazione... «Non è forse quel Gesù che conosciamo? – si domandavano i Giudei in un altro brano... - Non è il figlio di Giuseppe, il carpentiere? Perché guardavano con gli occhi, volevano solo segni, solo sensazioni. Sarà capitato a molti di noi, forse ci siamo trovati anche noi in situazioni difficili, senza speranze, forse anche noi abbiamo gridato come il profeta: «Ora basta, prendi la mia vita, fammi morire...», forse ci siamo allontanati da lui, siamo andati anche noi lontano, nel deserto, lontano da tutto e da tutti... Ma il Signore non ci lascia soli, ascolta il nostro grido, al profeta manda un Angelo, lo nutre, non solo di pane ma di speranza, di amore, lo sazia... «e con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti, fino al monte di Dio, Oreb», fino alla dimora di Dio... Anche noi possiamo nutrirci di quel Pane di vita, di quel Pane che dà la vita, dà la forza per andare avanti, per sconfiggere il male, per vincere il peccato dentro di noi, sconforto, mormorazione in noi. Non è un semplice pane, è un Pane che dà la vita, è il Corpo di Cristo che dà la forza, che aiuta ad arrivare al santo monte di Dio, alla dimora di Dio, alla Gerusalemme celeste. Rafforzati da questo pane, da questo cibo, diventiamo imitatori di Dio e possiamo amare come Cristo, posiamo sostenere i fratelli, come Cristo, camminare con loro. Se parteciperemo alla messa, all’eucaristia... fra poco lo vedremo di nuovo qui, spezzato sull’altare per noi. Diremo di nuovo: «Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa...», ma continuiamo con fede questa frase: «non sono degno, ma di’ soltanto una parola ed io sarà salvato...». Il Signore ce lo conceda.
Siamo noi a cercare Dio o e lui a cercare noi? Ancora prima che noi cominciamo a cercarlo consapevolmente, egli ci attira a sé, come un innamorato, tramite Cristo. La reazione giusta da parte nostra è di essere pienamente disposti ad ascoltare e ad imparare: “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me”. Ciò significa seguire Cristo, poiché “solo colui che viene da Dio ha visto il Padre” e quindi solo lui può conoscere perfettamente la volontà del Padre e rivelarla. La vita eterna che noi tutti desideriamo dipende dalla fede in Cristo, da una fiducia e da un impegno costanti, che faranno cominciare la vita-risurrezione qui ed ora, garantendo la risurrezione dei corpi alla vita immortale. In attesa, i fedeli si nutrono del suo Corpo e del suo Sangue nella santa Eucaristia, costituendo a poco a poco in loro stessi una “riserva” di vita immortale. Se Elia o gli Ebrei dell’Esodo mangiarono del pane prezioso, noi mangiamo qualcosa di molto più prezioso: “Il pane che io darò è la mia carne”.

Approfondimento del Vangelo (Il pane della vita)
Il testo: In quel tempo, i Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». E dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: “Sono disceso dal cielo”?». Gesù rispose loro: «Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno istruiti da Dio”. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Chiave di lettura: Il sesto capitolo del vangelo di Giovanni presenta un carattere unitario che sviluppandosi attorno al tema della festa di Pasqua, analogamente al precedente si snoda attraverso la narrazione di un prodigio (5,1-9a 6,1-15) a cui segue un discorso (5,16-47; 6,22-59). Presenta una parte dell’attività di Gesù in Galilea e precisamente il momento culminante: Gesù si autorivela come pane di vita da credere e da mangiare per essere salvi. Ai vv. 1-15 troviamo il grande segno della moltiplicazione dei pani il cui significato viene svelato dal discorso del giorno seguente ai vv. 26-59: il dono del pane per la fame del popolo prepara le parole sul pane della vita eterna. Frammezzo ai vv. 16-21 abbiamo il racconto del cammino di Gesù sulle acque. Ai vv. 60-71 Gesù invita i discepoli a decidersi, ora conoscendone l’incredulità (vv. 60-66) ora sollecitando la fede dei dodici (vv. 66-71). L’intero discorso sul pane della vita (6,25-71) presenta delle somiglianze con alcuni testi giudaici, in particolar modo Filone.

Alcune domande:
- Mormoravano di lui: quante voci di mormorazione nei confronti di Dio?
- Io sono il pane disceso dal cielo: dove prendiamo il pane che mangiamo ogni giorno?
- Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato: il Padre ci attrae oppure ci trasciniamo sui suoi passi criticando ciò che dice alla nostra vita di ogni giorno?
- Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno: noi ci nutriamo di Parola di Dio e di Pane spezzato, una volta a settimana o anche tutti i giorni... perché non scorre la vita eterna nelle nostre parole e nella nostra esperienza umana?

Commento:
- Mormorare. Quale migliore strumento per non vivere in profondità ciò che il Signore ci chiede? Mille ragioni, plausibili... mille giustificazioni, valide... mille motivazione, lecite... per non masticare una Parola che spezza ogni ragione, ogni giustificazione, ogni motivazione per lasciare echi nuovi di un cielo non lontano che abita i cuori degli uomini.
- v. 41. Intanto i Giudei mormoravano di lui perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. Gesù aveva appena affermato: Io sono il pane della vita (v. 35) e sono disceso dal cielo (v. 38) e questo provoca dissenso tra la folla. Giudei, termine teologico in Giovanni, possiamo pensarlo con il suo sinonimo: increduli. In realtà si tratta di Galilei che vengono chiamati Giudei a motivo del loro mormorare di Cristo, poiché le sue parole sconvolgono le categorie usuali. Un linguaggio familiare quello del pane disceso dal cielo. I figli di Israele conoscevano il pane di Dio, la manna, che nel deserto aveva appagato la fame e la precarietà di un cammino dagli orizzonti che si rincorrevano senza approdo. Cristo, manna per l’uomo che nel deserto della sua fame inappagata invoca il cielo a sostegno del suo andare. Unico Pane che sfama. Le parole dei giudei sono obiezione contro la persona di Gesù e al tempo stesso varco per introdurre il tema dell’incredulità. In rapporto ad altri passi in cui il popolo ‘bisbiglia’ (7,12.32) su Gesù in questo capitolo abbiamo un ‘mormorare’ su ciò che egli dice, sulle sue parole. Questo mormorare rende palesi l’incredulità e l’incomprensione.
- v. 42. “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?”. L’ironia è sottile. Gli increduli conoscono le origini terrene del Cristo, conoscono di certo il figlio di Giuseppe, ma non il figlio di Dio. Solo i credenti conoscono la sua origine trascendente per intervento diretto di Dio nella Vergine. Il passaggio da un linguaggio prettamente materiale, un pane di acqua e farina, a un linguaggio spirituale, un pane per l’anima umana. Come un tempo il popolo nel deserto, i Giudei mormorano: non comprendono l’origine e il dono di Gesù: come un tempo i padri rifiutarono la manna perché cibo troppo leggero ora i figli rifiutano il Verbo fatto carne, pane disceso dal cielo perché di origine terrena. I Giudei riportano di ciò che Gesù aveva detto solo l’affermazione: Sono disceso dal cielo (v. 38). Poiché è questa che da fondamento ai precedenti annunci, all’essere il pane della vita (v. 35). La domanda: Costui non è forse... è presente, in un contesto di stupore, nei vangeli sinottici. In Matteo o in Luca il lettore attraverso i racconti dell’infanzia è già stato messo a parte della concezione verginale di Gesù. In Giovanni i Galilei hanno davanti chi dichiara di essere disceso dal cielo senza mettere in discussione la sua condizione umana. Figlio di Giuseppe vuol dire allora essere un uomo come tutti (cfr.1,45).
- v. 43. Gesù rispose: “Non mormorate tra di voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Gesù non sembra soffermarsi sulla sua origine divina ma sottolinea che solo chi è attirato dal Padre può andare da lui. La fede è dunque dono di Dio che ha come condizione l’apertura da parte dell’uomo, l’ascolto... ma cosa vuol dire che il Padre attira? Forse non è libero l’uomo nel suo andare? L’attrazione è solo nella traiettoria di un desiderio scritto in quelle tavole di carne che ogni uomo porta in sé. È quindi libertà piena, adesione spontanea alla sorgente del proprio esistere. La vita non può che essere attratta dalla vita, solo la morte non si lascia attrarre.
- v. 44. Sta scritto nei profeti: “E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me”. La sequela è determinata da un ordine ben preciso. Non è un invito, è un imperativo. La parola di Dio creatrice, invece che chiamare la luce e le altre creature dal nulla, chiama la sua immagine a partecipare alla nuova creazione. La sequela non scaturisce da una decisione autonoma e personale, ma dall’incontro con la persona di Gesù e dalla sua chiamata. È un evento di grazia, non una scelta dell’uomo. Gesù non attende una libera decisione, ma chiama con autorità divina come Dio chiamava i profeti nell’Antico Testamento. Non i discepoli scelgono il Maestro come avveniva per i rabbi del tempo, ma il maestro sceglie i discepoli quali depositari dell’eredità di Dio che è molto di più che una dottrina o un insegnamento. La chiamata comporta l’abbandono dei familiari, della professione, un cambiamento totale dell’esistenza per una adesione di vita che non ammette spazi di autocentramento. I discepoli sono uomini del regno. La chiamata a diventare discepoli di Gesù è una “chiamata escatologica”. La frase del profeta dell’esilio babilonese riporta testualmente: “e tutti i suoi figli [di Gerusalemme] saranno” - in riferimento agli ebrei. L’utilizzo di: “tutti saranno” è espressione dell’universalità della salvezza di cui Gesù è il compimento.
- v. 45. Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. Solo Gesù, che è da Dio, ha visto il Padre e può rivelarlo definitivamente. L’uomo è chiamato a venire da Dio. La conoscenza del Padre non è una conquista, è una provenienza. Il movimento non è esterno. Se io cerco la provenienza esterna posso dire di avere un padre e una madre, creature del mondo creato. Se io cerco la provenienza profonda del mio significato esistenziale posso dire di venire dal Padre, Creatore di ogni vita.
- v. 46. In verità, in verità vi dico: Chi crede ha la vita eterna. Credere alla parola di Gesù, alla sua rivelazione, è condizione per ottenere la vita eterna e poter essere “ammaestrati dal Padre”. Credo, mi appoggio a una roccia. La stabilità non è nel mio limite creaturale, né nella realizzazione della mia perfettibilità umana. Tutto è stabile in Colui che non ha agganci temporali. Come può una creatura poggiare su di sé quando non è padrona di un solo istante di vita?
- v. 47. Io sono il pane della vita. Viene ripresentato il tema del pane di vita che si snoda insieme a quello della fede, e della vita eterna. Gesù è il vero pane di vita. Questo versetto è legato al 51 “Io sono il pane vivente”. Solo chi si nutre di questo pane, chi assimila la rivelazione di Gesù come pane vitale, potrà vivere.
- vv. 48-49. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Il pane sceso dal cielo è posto in rapporto con la manna che nutrì i padri senza preservarli dalla morte. Questo pane che dà la vita senza fine e proviene dall’alto è il Verbo incarnato di Dio. Il tema eucaristico accennato in alcune espressioni precedenti ora diventa centrale. L’esperienza della morte terrena non contraddice questa esperienza di vita se si cammina nei sentieri del trascendente. Il limite non è un limite per chi mangia di Lui.
- vv. 50-51. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Alimento vitale per il credente sarà la “carne” di Gesù. Il termine carne (sàrx) che nella Bibbia indica la realtà fragile della persona umana di fronte al mistero di Dio ora si riferisce al corpo di Cristo immolato sulla croce e alla realtà umana del Verbo di Dio. Non è più un pane della vita metaforico, cioè la rivelazione di Gesù perché il pane è la carne stessa del Figlio. Per la vita del mondo indica in favore e pone in risalto la dimensione sacrificale del Cristo dove per il mondo esprime la salvezza che da questa dimensione scaturisce.

Riflessione: Mormorare. Se il nostro mormorio fosse quello di un vento leggero farebbe da sottofondo armonioso alle parole eterne che si fanno nostra carne: Io sono il Pane vivo disceso dal cielo. Quale sorpresa allora, sapendo che questo Pane eterno non è un estraneo, ma Gesù, il figlio di Giuseppe, un uomo di cui conosciamo padre e madre. Mangiamo e siamo noi assunti. Perché chi mangia di questo pane vive in eterno. Un Pane che nasce da un amore di Padre. Siamo invitati a udire e imparare per andare a Lui sulla traiettoria dell’attrazione, sulla scia di quella fede che permette di vedere. Pane con pane, Carne con carne. Solo Colui che viene da Dio ha visto il Padre. E l’uomo lo ha visto quando ha fatto della sua carne la mangiatoria del Pane vivo. Deserto e morte, cielo e vita. Un dolce connubio che si compie in ogni Eucaristia... su ogni altare, quell’altare del cuore in cui la vita del Soffio divino consuma la creta sfigurata di un uomo smarrito.

Contemplazione finale: L’esperienza del cibo che porta via dal cuore la fame mi ricorda, Signore, che potrò andare dalla imperfezione al compimento per essere specchio di te non annullando la fame, ma interrogandola per ritrovare in essa non più un homo dormiens, colui che non si interroga mai, che vive senza interessi, che non vuole vedere né sentire, che non si lascia toccare, che vive nella paura, superficialmente più che in profondità, e negli eventi si confronta restando in posizione orizzontale, sonnecchiando, oppure fagocitando tutto ciò che incontra... bensì come homo vigilans, colui che è sempre presente a se stesso e agli altri, capace di sfamarsi del proprio lavoro e servizio, colui che responsabilmente non si esaurisce nell’immediato, ma sa misurarsi nella lunga e paziente attesa, colui che esprime il tutto che è in ogni frammento della sua vita, colui che non ha più paura di sentirsi vulnerabile, perché sa che le ferite della sua umanità possono trasformarsi in feritoie attraverso le quali la Vita giunge nel fluire del tempo, una Vita che, potendo realizzare finalmente il suo Fine, canta all’Amore con il suo “cuore piagato” avvolto in una “fiamma che consuma e non dà pena” e pur di incontrarlo definitivamente è disposta a “rompere la tela”. La fame non è più fame, perché resta come dolce peso del limite, protetto dalla “deliziosa piaga” e sempre aperto al “dolce incontro” che sazierà ogni desiderio: “L’Amato è le montagne, le valli solitarie e ricche d’ombra... è come notte calma, molto vicina al sorger dell’aurora, musica silenziosa, solitudine sonora... Chi potrà sanarmi questo mio cuor piagato?... è fiamma che consuma e non dà pena! O Amato, al dolce incontro rompi la tela”.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
XI DOMENICA DOPO PENTECOSTE


Letture:
1Re 18,16b-40a
Sal 15
Rm 11,1-15
Mt 21,33-46

Lo zelo di Elia
Tempi di crisi religiosa quelli di Elia, e di persecuzione. Il re Acab e la regina Gezabele favoriscono il diffondersi dell’idolatria. Elia è tutto zelo per Jahvè e tenta di richiamare il popolo alla scelta del vero Dio. Non sono diversi i tempi nostri: una cultura pagana sempre più pervasiva disaffeziona la fede dei credenti, l’emargina e le è ostile. Si impongono scelte coraggiose e controcorrente. Dio non si scoraggia; pone nella storia “la pietra d’angolo” per la costruzione vera e definitiva di “un regno” cui aderisce “un resto”, frutto della pazienza e della misericordia di Dio. Libertà e responsabilità sono lo svincolo per una salvezza che Dio sa sempre offrire a “un popolo che ne produca i frutti”.
Una vicenda di rifiuto: Quella del tempo di Elia e quella di tutto Israele. La “vigna” tanto ben piantata e curata è il popolo che il Signore si è scelto. La parabola di Gesù riprende l’immagine di Isaia 5: “L’aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavata anche un tino.. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi” (1-7). Gesù è più dettagliato: “Affidò la vigna ai contadini. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, mandò i suoi servi dai contadini a ritirare il raccolto. Ma i contadini presero i servi e uno lo bastonarono, un altro lo uccisero, un altro lo lapidarono”. Vicenda triste, storia di profeti inascoltati, perseguitati, uccisi: “Signore, hanno ucciso i tuoi profeti, hanno rovesciato i tuoi altari, sono rimasto solo e ora vogliono la mia vita” (Epist.), si lamentava già Elia. “Da ultimo mandò loro il proprio figlio...; lo presero, lo cacciarono fuori dalla vigna e lo uccisero”. Vicenda di rifiuto persino del Figlio di Dio! I fatti sono fatti; e la conseguenza è che il padrone “darà in affitto la vigna ad altri contadini, che gli consegneranno i frutti a suo tempo. A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”. E così, dice Paolo, all’ulivo buono vengono tagliati i rami secchi e vi si innestano nuovi rami, i gentili al posto dei giudei che hanno rifiutato il Messia: “A causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti; la loro caduta è stata ricchezza per il mondo e il loro fallimento ricchezza per le genti” (Epist.). Disegno misterioso di Dio, in cui Paolo legge la grande misericordia e la gratuità con cui Dio guida a salvezza tutti i popoli. “Avranno rispetto per mio figlio. ma i contadini, visto il figlio, dissero tra loro: Costui è l’erede. Su, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”. La radice profonda del rifiuto è l’orgoglio e la presunzione dell’uomo di sentirsi lui padrone del mondo e della vita. Mai come oggi, con la grande “religione” dello scientismo che domina la nostra cultura, l’uomo si è posto al posto di Dio e si crede padrone di sé e del mondo. Dà fastidio sentir parlare di Dio, appunto perché punzecchia la presunzione dell’uomo di sentirsi l’unico! Da qui l’ostilità verso la Chiesa e il suo richiamo ai valori morali ed etici nel gestire anche ragione ed economia.
Una scelta decisiva: Ma Dio non si rassegna; e dà spazio ad un resto, lascia aperto la porta e invita sempre al suo Regno. Anche al tempo di Elia non tutti hanno tradito: “Mi sono riservato settemila uomini che non hanno piegato il ginocchio davanti a Baal. Così anche nel tempo presente vi è un resto, secondo una scelta fatta per grazia” (Epist.). Anche l’Israele che ha rifiutato, avrà ancora una chance: “Dio ha forse rifiutato il suo popolo? Impossibile! Forse inciamperanno per cadere per sempre? Certamente no”. Verrà il tempo del loro ritorno e sarà.. come una risurrezione, “una vita dai morti”. Chi ha creduto - come Paolo, come i primi cristiani venuti appunto dal Giudaismo - sono il “resto” che anticipa un ritorno cui Dio lavora. Sarà un ritorno “per grazia, non per le opere”, cioè quando anche gli Ebrei lo sentiranno come per-dono di Dio, non come merito e pretesa. “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti” (Rm 11,32). Elia invita a fare una scelta: “Fino a quando salterete da una parte all’altra? Se il Signore è Dio, seguitelo! Se invece lo è Baal, seguite lui!”. Il segno da Dio che invoca è perché “questo popolo sappia che tu, o Signore, sei Dio e che converti il loro cuore”. Anche al tempo di Gesù si chiedeva un segno: “Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno se non il segno di Giona profeta. Come infatti Giona rimase tre giorni e tre notti nel ventre del pesce, così il Figlio dell’uomo resterà tre giorni e tre notti nel cuore della terra” (Mt 12,39-40). Il segno della risurrezione, cioè il segno “della pietra che i costruttori hanno scortato divenuta la pietra d’angolo”. Si tratta di saper leggere e riconoscere i segni: “Sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro, non credevano in lui” (Gv 12,37). Commenta amaramente Gesù: “Amavano infatti la gloria degli uomini più che la gloria di Dio” (Gv 12,43). La fede è condizionata sempre da una retta disposizione interiore. La scelta di fronte alla “pietra” non è indifferente: “Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato”. È questione di morte o di vita. L’immagine della pietra era già stata usata da Gesù parlando dell’impegno di costruire la propria vita sulla roccia sicura, non sulla sabbia: “Chiunque ascolta queste mie paro e le mette in pratica, sarà un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia...” (Mt 7,24-27). Altra volta parlò della roccia che è Pietro, sulla quale ha costruito la sua Chiesa,.. “e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). Tradotto oggi significa che “solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (Gaudium et spes 22), e “chiunque segue Cristo, l’Uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (Gaudium et spes 42), cioè veramente uomo. L’unico autentico umanesimo è solo quello di Cristo. L’Apocalisse invita a non fare compromessi, a fare una scelta chiara; come per Elia, non si può tenere il piede in due scarpe: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca” (3,15-16). Gesù lo ha detto: “Chi si vergognerà di me.., anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui” (Mc 8,38).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: mercoledì 15 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:37 am

MERCOLEDÌ 15 AGOSTO 2012


ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
SOLENNITÀ

MESSA DELLA VIGILIA


Letture:
1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2 (Introdussero dunque l’arca di Dio e la collocarono al centro della tenda che Davide aveva piantata per essa)
Sal 131 (Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza)
1Cor 15,54b-57 (Dio ci dà la vittoria per mezzo di Gesù Cristo)
Lc 11,27-28 (Beato il grembo che ti ha portato!)

In Maria l’amore di Dio è completo
Se la Bibbia è davvero Parola di Dio e non parola d’uomo, essa lo è in senso pieno e profondo. Ciò significa che se è Dio che ci parla nel testo per realizzare la comunione con noi, seppure fa sempre in modo che noi accogliamo il suo messaggio con facilità, non tutto ciò che egli ci dice è immediatamente riscontabile alla lettera. Vi sono dei contenuti nella Bibbia che traspaiono esplicitamente, ma ve ne sono altri solamente impliciti e ravvisabili solo dopo un’analisi profonda e articolata. Ripetiamo che questo è legittimo e attendibile se si tratta della Parola di Dio: Egli è sempre un Mistero e in quanto tale deve avere le sue riserve di diritto.
Nella Chiesa cattolica essa va poi interpretata anche con l’aiuto della Tradizione, che è l’insieme del patrimonio di dottrine, insegnamenti, usanze e verità rivelate che ci sono state tramandate della forma non scritta (orale) dagli apostoli fino ai nostri giorni. La Tradizione (tramandare, trado) ci comunica infatti la verità e la vita della Chiesa sin dalle sue origini, rivelandoci quello che la Bibbia non ci ha potuto descrivere direttamente e pertanto accanto alla Scrittura è anch’essa fonte di apprendimento della rivelazione di Dio.
Il solo uso della Scrittura, sia pure necessario e irrinunciabile, è insufficiente per la formulazione delle verità in cui credere.
Questo spiega perché la Chiesa professa Maria SS. Assunta, elevata al cielo in anima e corpo mentre la Bibbia esplicitamente tace su questo argomento: è vero che il testo sacro non riporta alcun riferimento diretto sull’episodio in questione, è vero che il Nuovo Testamento non ci riferisce modalità né tempi in cui esso si è realizzato, ma ciò non pregiudica il fatto che esso sia veritiero, appunto perché la Bibbia, come parola del Signore va interpretata in profondità e con maggiore attenzione rispetto a un qualsiasi testo letterale e ciò non senza l’apporto dei dati della Tradizione che su questo assunto sono molto abbondanti ed espliciti.
Nella lettura attenta della Bibbia si riscontra infatti che il corpo mortale di Maria non poteva essere sottoposto al disfacimento e alla putrefazione come avviene al cadavere di qualsiasi altro mortale, perché se così fosse avvenuto, Dio non sarebbe stato davvero il Signore dell’amore e della misericordia. O almeno, non sarebbe un Dio munifico nel modo più appropriato e proporzionato. Quale ricompensa infatti il Signore poteva concedere a Maria, lei che aveva rinunciato alla spensieratezza giovanile tipica delle fanciulle per diventare la Madre del Signore, se non quella che anche il suo corpo venisse poi preservato dalla corruzione? Come poteva Dio lasciare che venisse corroso dai vermi il cadavere di Colei che lo aveva ospitato nel mistero dell’Incarnazione? Non sarebbe stato forse irriverente da parte del Signore abbandonare alla terra il corpo di Colei che espressamente è definita sua Madre nel vangelo di Luca (Lc 1,48)? Non sarebbe un Dio pienamente riconoscente e amoroso un Dio che intervenisse a favore dell’uomo solamente a metà. Del resto, episodi che descrivono l’elevazione al cielo da parte di Dio di persone anche in vita, come nel caso di Elia portato in cielo su un carro di fuoco, nella Scrittura ve ne sono; ebbene, se profeti e uomini comuni vengono sottratti alla nostra esperienza tattica per guadagnare immediatamente il Cielo, come poteva non avere questo privilegio Colei che era stata la Madre del Signore?
Maria è sempre stata associata poi al suo Figlio nella lotta per la salvezza dell’uomo, ha condiviso con lui ogni cosa pur essendo stata anch’essa sua discepola, ha seguito il suo Figlio fin sulla croce, insomma è sempre stata associata a lui; era ben giusto che guadagnasse gli stessi meriti di ricompensa del Cristo suo Figlio. E così è stata portata al cielo, elevata, sottratta alla vista sensoriale degli uomini e introdotta nella gloria, secondo quanto affermano alcune testimonianze antiche mentre ella stava dormendo nel suo lettuccio e gli apostoli si stringevano in preghiera tutt’intorno a lei (Dormitio Mariae). Questo raccontano alcuni dati della Tradizione commentati poi da Padri teologi come Epifanio di Salamina e Germano di Costantinopoli, quest’ultimo il più attendibile e accreditato.
Non solamente l’anima, ma anche il corpo di Maria è stato elevato alla dignità celeste. Non perché Maria fosse una donna naturalmente eccezionale rispetto alle altre, non perché avesse delle facoltà o dei privilegi straordinari rispetto ai comuni mortali, ma perché non poteva conoscere corruzione né senescienza il corpo di colei che aveva ospitato il Figlio di Dio mentre si incarnava, apportando così il notevole contributo all’opera divina di salvezza. In questa esile fanciulla umile, dimessa e dedicata Dio ha operato prodigi nei confronti dell’uomo per mezzo di un elemento umano e ha fatto questo senza omettere proprio nulla al beneficio nei copnfronti della Vergine Maria e pertanto la sua Assunzione non può che dirsi necessaria ed è peraltro espressiva dell’Amore divino completo.
L’episodio dell’Assunzione, avallato dal Dogma del papa Pio XII nel 1950, ci ragguaglia quindi di un Dio Amore infinito e di una Misericordia senza confronti che viene riversata a quanti gli sono fedeli nella misura della loro perseveranza. Anche noi guardando a Maria siamo incoraggiati a persistere nella prova, nel dolore, nelle sofferenze, animati dalla certezza che Dio non ci lascerà senza il dovuto premio e non ci priverà mai della sua assistenza e della sua continua amicizia. Siamo quindi incoraggiati nella perseveranza nel bene e a non desistere nel perseguimento dei nostri fini, degli ideali e dei sani obiettivi che ci siamo prefissi, anche quando questi comportino la sfida dell’abbandono e della sfiducia: chi persiste fino alla fine sarà salvato (Mt 10,22).
Ancora una volta Maria ci è di esempio e di sprone con la sua presenza che ci si da nel titolo privilegiato di Assunta e la sua intercessione nei nostri riguardi diventa sempre più incontrovertibile e noi da questa onnipotenza di grazia siamo sostenuti e spronati verso il bene. Ma in Maria vi è soprattutto il protagonismo indiscusso di Dio, che nella semplicità di questa fanciulla dimostra la sua onnipotenza e la sua gloria, che si manifestano nella forma dell’amore e della misericordia nei nostri confronti.

MESSA DEL GIORNO


Letture:
Ap 11,19;12,1-6.10 (Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi)
Sal 44 (Risplende la regina, Signore, alla tua destra)
1Cor 15,20-26 (Cristo risorto è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo)
Lc 1,39-56 (Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili)

Festa dell’Assunzione di Maria
La festa dell’Assunzione è purtroppo nota ai più solo come “Ferragosto”, ma è la più importante tra quelle della Madonna: celebra il mistero della nostra risurrezione che nella persona di Maria (la sola tra tutti!) è già avvenuto. È come celebrare quindi la nostra pasqua, ciò che in noi deve ancora avvenire e che avverrà, dunque è la nostra festa, la festa di ciò che saremo. Maria è entrata con il corpo nella vita divina, nella gloria (cfr. II lettura: quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di incorruttibilità...); vive già da ora la vita di risorta (cfr. I lettura del giorno: Ora si è compiuta la salvezza...).. È anche la festa in cui si può parlare di Maria senza temere di cadere nel devozionalismo mariano.
Questa festa è antichissima anche se la proclamazione del dogma dell’assunzione è recentissimo (1950!). Ma perché è stata fissata il 15 Agosto?
Basta guardarsi attorno. L’estate è al culmine, i colori sono al massimo della loro densità: le rose, i girasoli, il blu del mare, il verde delle foreste. È tutto molto intenso ... si potrebbe dire che più di così ... si muore. La natura infatti muore, sfiorisce, ma solo perché è arrivata alla sua pienezza; muore sì, ma per consumazione, per pienezza di vita. La vediamo quasi “sfatta”, ma solo per il suo eccesso di fioritura (sazi di giorni muoiono tutti i patriarchi nell’Antico Testamento).
La festa di oggi ci vuole dire anche un po’ questo: Maria (il credente), è colei che ha vissuto appieno la sua vita in Cristo. La tradizione infatti non parla della morte della Madonna ma della sua “dormizione”, ella cioè non muore, ma si compie per pienezza di vita, si consuma di vita. Lo avete mai visto un girasole morire? ... sazio di colore e di fioritura, carico di semi e stanco di fecondità.
La cosa più bella da fare oggi (oltre - per chi può - alle battaglie con i semi di cocomero sulla spiaggia) sarebbe una carrellata sulla storia delle rappresentazioni artistiche del mistero di Maria.
Sempre e ovunque ci si imbatterà su Maria che tiene in braccio il bambino: è la rappresentazione che prende nome di Theotokos, la madre di Dio. Maria è anzitutto questo: il trono di Gesù, luogo dell’ostensione, un supporto per lui, è il suo corpo (sia perché glielo ha dato sia perché è simbolo della chiesa) e infatti solitamente lei è raffigurata enorme e lui piccinissimo. Lei è la visibilità di Gesù (questo in fondo è il ruolo della chiesa).
Un altro filone di raffigurazioni vede in Maria la persona che ha veramente compiuto la relazione filiale con Dio: è la figlia di Sion (già nell’AT Israele è considerato come un figlio da Jhwh, si veda per es. Osea 11,1; Sal 2; Is 66 ecc...).
L’icone della dormizione si collocano su questo filone: raffigurano Maria stesa su un grandissimo letto, circondata dai discepoli. Questo letto troppo grande per non essere un simbolo, ricorda l’arca dell’alleanza (cfr. infatti il riferimento propostoci dalla liturgia nella I lettura della vigilia e nella I lettura della messa). Maria sembra che dorma (la morte non è più un evento drammatico, come ci dice anche la II lettura della messa della vigilia: dov’è morte la tua vittoria? Dov’è morte il tuo pungiglione?). Sopra di lei vi è una mandorla. La mandorla è il simbolo della nuova vita, come un grembo di una donna, come un uovo, è il simbolo della risurrezione. Peraltro abbiamo celebrato, guarda caso, pochi giorni fa la trasfigurazione, che nelle icone presenta lo stesso simbolo; infatti ogni festa di Maria ha un suo parallelo in un festa del Signore.
In questa mandorla vi è Gesù che tiene in braccio, in segno di esposizione (si sono invertiti i ruoli), una cosa bianca e piccola: quella sarebbe l’anima di Maria, appena nata alla nuova vita. È Maria questa volta ad essere bambina (se non diventerete come bambini...), ed è avvolta ora lei nelle bende-sudario (come lo è Gesù nell’icona di Natale) ed è ora lei Figlia. Si tratta quindi della sua nascita al cielo.
Ovviamente questa icona è da vedere in contrasto con le altre icone della Madonna, quelle in cui è lei che porta in braccio il Figlio. Questo è il paradosso del cristianesimo, per dirla con Dante: Vergine Madre, figlia del tuo figlio ... tu se’ colei che l’umana natura/nobilitasti sì che’l suo Creatore/non disdegnò farsi sua creatura.
Maria è modello del credente che accogliendo la Parola di Dio (avvenga di me secondo la tua parola) diventa figlia di Dio.
Altro filone è quello che vede in Maria la sposa. Il rapporto che Dio ha con Israele nell’Antico testamento prende spesso le forme di quello di un rapporto di amore e quindi Israele viene considerato da Jhwh come il partner esclusivo di questo rapporto d’amore (cfr. Osea 2, Trito-Isaia; Ct; Ger ecc...). Per questo - lo si dica per inciso - l’adulterio sarà preso ad emblema del peccato, non perché la Bibbia nutra atteggiamenti encratisti o sessuofobi, ma perché con esso si vuole spiegare in metafora, secondo il linguaggio dell’amore sponsale, cosa è l’allontanamento da Dio [e per questo l’immaginario collettivo ha fatto diventare Maria di Màgdala una prostituta ... ma questo aprirebbe un altro discorso...]
Le raffigurazioni di Maria sposa ce la mostrano seduta sullo stesso trono di Gesù, insieme con lui (leggere Ef 1!!), vestita come una sposa (cfr. Sal 44 e ancora Ef 5). In alcune figure Gesù stesso le dà la sua corona (condivide con lei la sua gloria, cioè la vita divina, la resurrezione) mentre attorno tanti angeli suonano e cantano (cfr. I lettura della vigilia).
Ci sarebbe ancora da sottolineare che Maria è legata al mistero della generazione e del dono della vita a doppio laccio, sia come donna (il mistero del parto) che come credente (la vita della fede), e per questo non può conoscere la morte (cfr. prefazio del giorno: non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita). La fede e le donne (che la Bibbia rende infatti le prime testimoni della resurrezione e della fede in Cristo) ci dicono insomma che le sofferenze presenti possono essere solo le doglie di un parto (aprendo così il mistero del male ad una nuova speranza) e che forse anche la morte in fondo può essere considerata solo un eccesso di vita (vedere come muore un girasole, ma anche come muore Rachele in Gen 35,17ss!).
In altre rappresentazioni Maria è una figura enorme, in piedi, dentro il cui manto sono raccolti tanti uomini e donne: allora ella è raffigurata nel simbolo della tenda-chiesa, il santuario (cfr. I lettura della messa del giorno). Maria-Chiesa è una persona in molte persone, perché Maria oltre ad essere un individuo storico (della cui esperienza tanto singolare e inaudita, nulla si può dire) è icona di quello che è ogni credente che vive la sua fede fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze. Maria è perciò immagine della chiesa (nella I lettura del giorno si dice rivestita di sole, tenendo presente da una parte l’uomo che si riveste di Cristo [cfr. Fil, Ef, Col] e dall’altra l’idea di Cristo-sole). La metafora della tenda dell’alleanza ci dice che la chiesa è sempre in cammino, come il popolo nel deserto (che è luogo dell’incontro con Dio, del fidanzamento: cfr. prima lettura del giorno) e che deve sempre “smontarsi”, come si smonta una tenda, per poi ricostruirsi altrove quando si vuole proseguire il cammino. Il cammino dell’uomo con Dio è una storia d’amore, progressiva, tappa per tappa.
Solo dal XIII secolo in poi Maria viene raffigurata sempre più da sola, senza il bambino. Questo riflette un cambiamento anche della mariologia e della pietà mariana: è infatti da questo momento che inizia la degenerazione di questa figura e del suo messaggio, così importante per ogni cristiano.
Solo in riferimento a Cristo, infatti, Maria ha senso. Solo in quanto Madre di Dio, vera credente, arca dell’alleanza, tenda del convegno, immagine del popolo di Dio, sposa, figlia, corpo di Cristo, sua visibilità, luogo visibile dell’ostensione di qualcosa che è sempre tanto piccolo (Madonna “trono” di Gesù bambino). Solo così si comprende davvero questa maestosa figura.
Quando invece la si staccherà da questo mistero, non la si comprenderà più. Quando infatti, e saranno molte le omelie a farlo oggi, si parla delle sue grandi virtù, della sua esperienza, di quello che faceva, di quanto ha gioito o sofferto, semplicemente non si sa cosa si dice, perché il vangelo tace completamente su tutto questo. La sua esperienza è stata la sua, originale e particolarissima quanto può esserlo la mia e la tua, tanto più quella di Maria fu la sua come quella di nessun altro.
Se sia stata una donna esemplare o una “madre snaturata” non ne sappiamo poi gran che (anzi pare che alcuni padri abbiano fatto affermazioni abbastanza sconcertanti in quest’ultima direzione!). Certo ha vissuto in modo quanto mai vicino e inaudito l’esperienza della fede e in questo ci è davvero madre e modello. Ma più ancora: guardando a lei dovremmo vedere cosa accade a noi: impariamo a vederla come sorella (?).
Ultima annotazione: per capire qualcosa in più di questo “grande mistero” (Ef 5) di Maria, abbiamo dovuto ricorrere alla fede di coloro che prima di noi l’hanno creduta, e credendola hanno cercato di comprenderla e rappresentarla. ... con tutto ciò che questo significa: NELLA FEDE DELLA CHIESA.

RITO AMBROSIANO
ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
SOLENNITÀ


Letture:
Ap 11,19-12,6a.10ab
Sal 44
1Cor 15,20-26
Lc 1,39-55

Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente
Oggi, ferragosto, tutti in ferie, tutti al mare: è la sagra della corporeità! Ma che triste e illusa esaltazione è quella di un corpo sano, abbronzato, efficiente..., se poi tutto finisce al cimitero? Che materialismo è mai quello che va predicando il mondo, se poi non ci sa garantire quella risurrezione della carne che scavalca malattia e morte e ci ricrea vivi e giovani per l’eternità? L’unico serio “materialismo” pensabile è quello che oggi contempliamo già attuato in Maria; oggi appunto celebriamo in lei la primizia e la promessa anche per noi di resurrezione della carne, del corpo cioè assunto, nell’istante della morte, a partecipare in pienezza della glorificazione di tutto l’uomo credente nella comunione piena con Dio.
Il fondale della storia: Per capire e per poter credere vera questa promessa che capovolge la sorte umana, è necessario tracciare le linee portanti della storia umana come la vede e la muove Iddio. L’umanità ha come due capostipiti emblematici, un primo e un secondo Adamo: “per l’uno venne la morte e tutti muoiono in Adamo”; per l’altro, Cristo, “viene la risurrezione dei morti e la vita” (II lett.), “perché Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti”. La risurrezione di Gesù è l’inizio di un mondo nuovo; o meglio, è l’inizio di una riconquista, frutto di battaglia drammatica ingaggiata da Dio stesso in favore dell’uomo contro ogni potenza del male, contro ogni nemico della vita umana, fino alla distruzione della morte.”Prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza;... finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte” (II lett.). È una battaglia i cui bagliori drammatici illuminano i cieli di tutta la storia. Fin dall’inizio è scritto: “Io porrò inimicizia tra te (il serpente) e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; essa ti schiaccerà la testa e tu la insidierai al calcagno” (Gn 3,15). Ecco allora la battaglia in atto: nella pagina dell’Apocalisse che abbiamo letto, san Giovanni la sintetizza in una visione: “la donna vestita di sole, incinta e nel travaglio del parto” è la comunità dei credenti, la Chiesa, che ancora e sempre con fatica partecipa alle doglie della passione per partorire la figliazione divina a tutta l’umanità; ed è sempre aggredita dalle violenze del drago, di satana e del mondo. Ma come il suo Signore è stato vincente e ora siede alla destra del Padre, così la comunità messianica non soccomberà alla prova e potrà cantare alla fine il canto della vittoria: “Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio e la potenza del suo Cristo”. E la Madonna fa eco a questo canto di vittoria col suo ‘Magnificat’: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Riconosce che tutto è dono di Dio, ringrazia il Signore perché ha mantenuto le promesse; ma al tempo stesso è un inno che ha il tono della rivincita: Vedete, sembra dire Maria, i potenti sono stati sconfitti, i superbi umiliati...: chi alla fine ha avuto ragione? Anche per noi il giorno in cui entreremo in paradiso, sarà giorno di vittoria e di soddisfazione! Maria è “primizia e immagine della Chiesa - come dice oggi il Prefazio -; in lei si rivela il compimento del mistero di salvezza e risplende per il popolo pellegrino sulla terra come segno di consolazione e speranza”. “Di generazione in generazione si stende la sua misericordia su quelli che lo temono”. La sua vittoria piena sul male - la testa schiacciata del serpente - diviene così la promessa sicura di un nostro medesimo destino di vittoria.
Maria e noi: Ma guardiamo dentro bene a questo mistero di Maria per cogliere contenuto e metodo anche per un nostro riscatto. La Chiesa, il 1 novembre 1950 ha dichiarato questa verità di fede: “L’assunzione è il privilegio in virtù del quale l’Immacolata Madre di Dio è stata glorificata, alla fine della sua vita terrena, nella sua anima e nel suo corpo, senza attendere la risurrezione finale”.
Dichiara cioè che il paradiso non sarà questione solo di anima, ma di tutto l’essere umano, corpo compreso; che Dio reintegrerà - per noi dopo la dissoluzione nella terra - anche la nostra realtà materiale nella esaltazione della comunione eterna con Dio. Scrive san Paolo che “fin da ora tutta la creazione soffre e geme nelle doglie di un parto; essa non è sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8,22-23). Per dono di Dio certo Maria è stata esaltata, ma anche per una sua personale piena corrispondenza. Ella è la donna che dall’annunciazione alla croce si è legata con la fede così profondamente con Gesù da divenirne partecipe poi pienamente anche della risurrezione (cfr. Rm 8,17). L’ha portato dentro di sé questo Dio - come dice oggi l’episodio di Elisabetta - come l’arca santa che portava la presenza di Jahvè in mezzo al suo popolo. Proprio per questo ora quest’arca santa che è Maria si trova in cielo: “Si aprì il santuario di Dio nel cielo e apparve nel santuario l’arca dell’alleanza”. Ecco la radice della sua risurrezione: il suo legame con Cristo nella fede e nella grazia. Se “per il peccato la morte è entrata nel mondo e ha raggiunto tutti perché tutti hanno peccato” (Rm 5,12), Maria, che fin dal suo concepimento è stata libera dal peccato, non poteva essere toccata dal disfacimento della corruzione. Proprio la sua costante comunione del cuore con Dio gli ha meritato la comunione del corpo e della vita con la Beata Trinità del cielo. Dovrà essere la nostra stessa legge: renderci “santi e immacolati”, se non per innocenza almeno per penitenza, per poter divenire eredi di quel regno che Dio dà solo “ai puri di cuore” (Mt 5,8).
Celebriamo con gioia quindi un’altra festa della Madonna. Ella è “l’icona”, cioè l’immagine che riassume tutto il progetto e il nostro destino di uomini; lei è come l’alba di una nuova umanità; in lei leggiamo il primo e più riuscito umanesimo. Sentiamo la gioia e il dovere di annunciarlo a tutti gli uomini. Ma al tempo stesso lei è madre, che in cielo è andata a prepararci un posto. Ed è là con la sua intercessione a darci una mano a che tutti lo raggiungano. Santa Teresa di Lisieux ebbe a dire del suo paradiso: “Si, voglio passare il mio cielo a fare del bene sulla terra”. Quanto più questo lo si dovrà pensare di Maria, la cui intercessione è potente pari al legame stretto che ha con Cristo. Rivolgiamoci a lei con piena fiducia e audacia, sicuri di ottenere davvero tutto quello che ci è necessario alla salvezza eterna.
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MessaggioOggetto: sabato 18 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:41 am

SABATO 18 AGOSTO 2012

SABATO DELLA XIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.

Letture:
Ez 18.1-10.13.30-32 (Io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta)
Sal 50 (Crea in me, o Dio, un cuore puro)
Mt 19,13-15 (Non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli)

Gesù e i bambini: il fascino dell’innocenza
È prerogativa dei bambini diventare talvolta insopportabili. La loro erompente vivacità spesso stride con le nostre stanchezze e con il bisogno di quiete. Facciamo fatica a comprendere che è nella loro indole e nel loro stato di crescita l’impossibilità di assecondarci sempre e in tutto. Tutto ciò ci sollecita quasi a scusare il comportamento burbero degli Apostoli. Essi presi da zelo per la tranquillità del loro Maestro, probabilmente stanco del lungo peregrinare, sgridano e vorrebbero allontanare quei bimbi portati a Gesù perché li benedicesse. È virtù di pochi sapersi specchiare nell’innocenza dei bambini e saper godere del loro candore. Il Signore, che li aveva altre volte additati ad esempio, li accoglie con amorevolezza, impone loro le mani in segno di benedizione e poi si conceda da loro. Ricorda poi agi Apostoli e a tutti noi che di essi è il regno di dei cieli. L’apparente fragilità induce spesso all’umiltà e lo stato di indigenza dovuto all’età, rende semplice e pura la loro preghiera. Una delle beatitudini è riferita proprio ai puri di cuore perché è dato loro di vedere il volto di Dio. Gli stessi angeli custodi dei più piccoli stanno sempre davanti a Dio, quasi avessero il bisogno e la gioia di raccontare la bellezza della loro anima pulita e sgombra da ogni male. Il loro cuore e la loro persona è quindi da trattare come un sacrario, con il migliore rispetto e il più puro amore. Gridano vendetta al cospetto di Dio le violenze di ogni genere che vengono perpetrate nei loro confronti. È di inaudita gravità il peccato che infanga la loro anima e il loro corpo. Gesù stesso aveva detto a loro protezione: «Chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare. Guai al mondo per gli scandali!».
Prendersi cura dei bambini e preoccuparsi di loro perché di essi è il regno dei cieli. L’amore di Gesù per i bambini ci deve far riflettere, soprattutto in un’epoca in cui, spesso, li si trascura o li si rifiuta in molti modi. Si richiede una grande generosità soprattutto ai genitori, ma anche a tutti noi nel nome di Cristo, perché non si tema di avere bambini, di dedicare più tempo e di pensare di più alla loro educazione. Potrebbe essere questo un modo di compiere ciò che piacque tanto al nostro Signore, quando le madri gli portarono i loro bambini perché imponesse loro le mani. Ciò implica il fatto che i bambini possano ricevere il sacramento del battesimo molto presto e che vengano ben preparati perché approfittino presto nella loro vita della confessione e, soprattutto, della santa Eucaristia, mentre assimilano a poco a poco la dottrina cristiana che viene loro insegnata perché siano in grado di rispondere alla vocazione ricevuta da Dio. Ciò non riguarda soltanto le madri, ma deve essere compreso, grazie all’aiuto di Cristo, da tutti i fedeli, sacerdoti e laici, così come non ci si deve curare solo dei bambini piccoli, ma del processo di formazione nel suo insieme: in ciò consiste il divenire simili ai bambini, cioè il divenire più simili a Cristo.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li rimproverarono. Gesù però disse: «Lasciateli, non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli». E, dopo avere imposto loro le mani, andò via di là.

Riflessione
- Il vangelo è molto breve. Appena tre versetti. Descrive come Gesù accoglie i bambini.
- Matteo 19,13: L’atteggiamento dei discepoli dinanzi ai bambini. Portarono da Gesù alcuni bambini, affinché lui imponesse loro le mani e pregasse per loro. I discepoli ripresero le madri. Perché? Probabilmente d’accordo con le norme severe delle leggi dell’impurità, i bambini piccoli nelle condizioni in cui vivevano erano considerati impuri. Se loro toccavano Gesù, Gesù sarebbe divenuto impuro. Per questo, era importante evitare che giungessero vicino a lui e lo toccassero. Perché già era avvenuto una volta, quando un lebbroso toccò Gesù. Gesù rimase impuro e non poté più entrare nella città. Doveva rimanere in luoghi deserti (Mc 1,4-45).
- Matteo 19,14-15: L’atteggiamento di Gesù: accoglie e difende la vita dei bambini. Gesù riprende i discepoli e dice: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il Regno dei Cieli”. A Gesù non importa trasgredire le norme che impediscono la fraternità e l’accoglienza da dare ai piccoli. La nuova esperienza di Dio Padre ha marcato la vita di Gesù e gli dà occhi nuovi per percepire e valutare la relazione tra le persone. Gesù si mette al lato dei piccoli, degli esclusi e assume la sua difesa. Impressiona quando si mette insieme tutto ciò che la Bibbia dice su gli atteggiamenti di Gesù in difesa della vita dei bambini, dei piccoli:
a) Ringraziare per il Regno presente nei piccoli. La gioia di Gesù è grande, quando vede che i bambini, i piccoli, capiscono le cose del Regno che lui annunciava alla gente. “Padre, io ti ringrazio!” (Mt 11,25-26) Gesù riconosce che i piccoli capiscono più dei dottori le cose del Regno!
b) Difendere il diritto di gridare. Quando Gesù, entrando nel Tempio, rovescia i tavoli dei cambiavalute, furono i bambini a gridare: “Osanna al Figlio di Davide!” (Mt 21,15). Criticati dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, Gesù li difende e nella sua difesa invoca le Scritture (Mt 21,16).
c) Identificarsi con i piccoli. Gesù abbraccia i piccoli e si identifica con loro. Chi accoglie un piccolo, accoglie Gesù (Mc 9, 37). “E ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
d) Accogliere e non scandalizzarsi. Una delle parole più dure di Gesù è contro coloro che sono causa di scandalo per i piccoli, cioè, che sono il motivo per cui i piccoli non credono più in Dio. Per questo, meglio sarebbe per loro legarsi al collo una pietra da molino ed essere gettati nell’abisso del mare (Lc 17,1-2; Mt 18,5-7). Gesù condanna il sistema, sia politico che religioso, che è motivo per cui i piccoli, la gente umile, perde la sua fede in Dio.
e) Diventare come bambini. Gesù chiede ai suoi discepoli di diventare come bambini e di accettare il Regno come i bambini. Senza questo non è possibile entrare nel Regno (Lc 9,46-48). Indica che i bambini sono professori degli adulti. Ciò non era normale. Siamo abituati al contrario.
f) Accogliere e toccare (il vangelo di oggi). Madri con figli che giungono vicino a Gesù per chiedere la benedizione. Gli apostoli reagiscono e le allontanano. Gesù corregge gli adulti ed accoglie le madri con i bambini. Tocca i bambini e li abbraccia. “Lasciate che i piccoli vengano a me, non glielo impedite!” (Mc 10,13-16; Mt 19,13-15). Nelle norme dell’epoca, sia le mamme che i figli piccoli, vivevano, praticamente, in uno stato di impurità legale. Gesù non si lascia trascinare da questo.
g) Accogliere e curare. Sono molti i bambini ed i giovani che lui accoglie, cura e risuscita: la figlia di Giairo, di 12 anni (Mc 5,41-42), la figlia della donna Cananea (Mc 7,29-30), il figlio della vedova di Naim (Lc 7,14-15), il bambino epilettico (Mc 9,25-26), il figlio del Centurione (Lc 7,9-10), il figlio del funzionario pubblico (Gv. 4,50), il fanciullo con i cinque pani ed i due pesci (Gv. 6,9).

Per un confronto personale
- Bambini: cosa hai imparato dai bambini lungo gli anni della tua vita? E cosa imparano i bambini da te su Dio, su Gesù e sulla vita?
- Qual è l’immagine di Dio che irradio ai bambini? Dio severo, buono, distante o assente?

Preghiera finale: Signore, rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno (Sal 50).
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MessaggioOggetto: domenica 19 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:46 am

DOMENICA 19 AGOSTO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Invochiamo la presenza di Dio: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
Prv 9,1-6 (Mangiate il mio pane, bevete il vino che vi ho preparato)
Sal 33 (Gustate e vedete com’è buono il Signore)
Ef 5,15-20 (Sappiate comprendere qual è la volontà del Signore)
Gv 6, 51-58 (La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda)

Chi mangia di me vivrà per me
Chi mangia la mia carne, beve il mio sangue, dice il Signore, dimora in me ed io in lui. Proseguiamo oggi con il discorso di Giovanni, sono alcune domeniche, ormai, che Giovanni ci accompagna, è il cosiddetto discorso eucaristico del vangelo di Giovanni. E oggi Gesù giunge al cuore della sua catechesi, sul pane di vita, giunge al massimo e fa una grande rivelazione: chi ha fede in lui, in Gesù, come inviato dal Padre, come messia, non solo crederà in lui, non solo professerà la fede in lui, ma si nutrirà di lui, mangerà il suo corpo, berrà il suo sangue. E nell’antichità più o meno lontana, ci sono stati dei personaggi che insegnarono che Gesù pensava solo in termini simbolici, che non si trattava del vero suo corpo ma solo del pane che simboleggiava il corpo... del vino che “non è” suo sangue ma che “significa” suo sangue... Tutte queste teorie sono state sempre condannate perché Gesù parla molto chiaramente, usa i verbi “mangiare”, “bere”, gli stessi che venivano usati per mangiare, bere un pranzo o una cena. E i discepoli, sentendolo parlare così, sentendo che dovranno mangiare il corpo del Maestro, bere il sangue di Gesù, sono rimasti perplessi, e non solo loro... Si sono quasi scandalizzati. Dicono: «come lui può darci il suo corpo (la sua carne) da mangiare? Probabilmente anche noi ci saremmo scandalizzati, se non avessimo l’esperienza di Cristo risorto, con il suo vero corpo, risorto. Ecco, ciò che il Signore vuole dirci oggi è quel suo antico ma mai spento desiderio, abitare in mezzo agli uomini che egli ama, di farsi, diventare, egli stesso cibo, non come la manna del deserto, il cibo per il cammino verso la pienezza della vita, che uomo può trovare solo in lui. Già nella prima lettura, dal Libro dei Proverbi leggiamo dei preparativi. La sapienza che costruisce la casa, che imbandisce la tavola, che invita i commensali: «venite e mangiate il mio pane, venite e bevete il mio vino». Ciò che leggiamo qualche secolo prima di Gesù viene applicato a proprio a lui, a Cristo. È lui la sapienza eterna del Padre... Ma potremo chiederci: chi sono gli invitati?, chi sono i commensali della sapienza? Per essere invitato, per essere idoneo a ricevere il suo invito alla festa, sono indispensabili, sono necessarie alcune condizioni: la consapevolezza di non possedere la sapienza... di non avere il discernimento..., di non avere l’intelligenza per percorrere la via della vita con le proprie forze... Il cuore dell’uomo deve essere aperto a Dio, al desiderio di Dio e non presuntuoso di sapere tutto e di saper fare tutto da solo. Solo colui che sente dentro di sé la fame di Dio, il desiderio di Dio, può essere invitato, può essere sfamato da lui. Domandiamoci: quante volte abbiamo cercato di costruire sulla nostra sapienza, come sono finite queste prove, questi tentativi? Che cosa abbiamo costruito? La Scrittura dice: «se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori»... E Gesù ci ripete ancora: «chi mangia la mia carne, chi beve il mio sangue, dimora il me e in lui. Colui che mangia di me, vivrà per me...». Domandiamo ora al Signore, perché la nostra vita testimoni sempre la verità di queste parole, che noi viviamo per lui, a causa di lui, e che insieme a tutti i cristiani sappiamo ricevere Gesù. E non solo nel pane eucaristico, ma riceverlo anche nel malato, nel bisognoso, nel povero, nel sofferente...
In natura, non ci può essere vita senza nutrimento. Il cibo, di origine vegetale o animale, di cui ci nutriamo, è stato vivente prima di essere consumato per mantenere in vita un altro essere, cioè noi. Oggi, nel brano del Vangelo secondo Giovanni, Gesù affronta questo dato di fatto essenziale della nostra condizione umana, rovesciandone l’ambito di applicazione: noi dobbiamo nutrirci di lui stesso, della sua carne e del suo sangue, se vogliamo cominciare a conoscere la pienezza della vita. Mangiando la sua carne e bevendo il suo sangue, noi ci nutriamo come non si potrebbe fare nell’ambito fisico. Noi viviamo così per sempre: il cibo è diverso, così come diversa è la vita che esso ci dà. Questo nuovo tipo di cibo ha, sul credente, un effetto immediato (“ha la vita eterna”) ed è, nello stesso tempo, una promessa per il futuro (“e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”). Quando ci nutriamo del cibo naturale, siamo integrati nel ciclo biologico; per mezzo della trasformazione delle leggi biologiche, invece, riceviamo la vita divina, siamo introdotti nella vita stessa di Dio. Come ciò che mangiamo e beviamo, assimilato, diventa parte di noi, così, ricevendo nel sacramento la carne e il sangue di Cristo, veniamo “incorporati” in lui.

Approfondimento del Vangelo (Gesù, il pane della vita)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

Facciamo silenzio: lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Chiediamoci: Io sono il pane di vita... Gesù, carne e sangue, pane e vino. Sono le parole che sull’altare operano un cambiamento, come dice Agostino: «Se togli la parola, è pane e vino; aggiungi la parola, ed è già un’altra cosa. E quest’altra cosa è corpo e sangue di Cristo. Leva la parola, ed è pane e vino; aggiungi la parola, e diventa sacramento». Quanto è importante la parola di Dio per me? Se pronunciata sulla mia carne può farmi diventare pane per il mondo?!

Entriamo dentro il testo:
- v. 51. “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Il vangelo di Giovanni non ci trasmette il racconto dell’istituzione dell’eucaristia, ma il significato che essa assume nella vita della comunità cristiana. La simbologia della lavanda dei piedi e il comandamento nuovo (Gv 13,1-35) vogliono essere il memoriale del pane che si spezza e del vino che si versa. I contenuti teologici sono gli stessi che nei sinottici. La tradizione cultuale di Giovanni si può invece rintracciare nel “discorso eucaristico” che segue al miracolo della moltiplicazione dei pani (Gv 6,26-65), un testo che pone in evidenza il significato profondo dell’esistenza di Cristo donata al mondo, dono che è fonte di vita e che porta a una comunione profonda nel nuovo comandamento dell’appartenenza. Il riferimento all’antico miracolo della manna è esplicativo della simbologia pasquale in cui il senso di morte è assunto e superato dalla vita: «I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo perché chi ne mangia non muoia» (Gv 6,49-50). Destinatari del pane del cielo (cfr. Es 16; Gv 6,31-32) in figura o nella realtà sono non tanto i singoli quanto la comunità dei credenti, anche se ognuno è chiamato a partecipare personalmente al cibo donato per tutti. Chi mangia il pane vivente non morirà: il cibo della rivelazione è il luogo di una vita che non tramonta. Dal pane Giovanni passa a usare un’altra espressione per indicare il corpo: sarx. Nella Bibbia questo termine designa la persona umana nella sua realtà fragile e debole dinanzi a Dio, in Giovanni la realtà umana del Verbo divino, fattosi uomo (Gv 1,14a): il pane viene identificato con la carne stessa di Gesù. In questo caso non si tratta di un pane metaforico, cioè della rivelazione di Cristo nel mondo, ma del pane eucaristico. Mentre la rivelazione, cioè il pane della vita, identificato con la persona di Gesù (Gv 6,35) era dato dal Padre (il verbo dare è al presente, v. 32), il pane eucaristico, cioè il corpo di Gesù, sarà offerto da lui stesso con la sua morte in croce prefigurata nella consacrazione del pane e del vino durante la cena: «E il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51).
- v. 52. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Inizia il dramma di un pensiero che si arresta alla soglia del visibile e materiale e non osa varcare il velo del mistero. Lo scandalo di chi crede senza credere... di chi pretende di sapere e non sa. Carne da mangiare: la celebrazione della Pasqua, rito perenne che si perpetuerà di generazione in generazione, festa per il Signore e memoriale (cfr. Es 12,14), di cui Cristo è il significato. L’invito di Gesù a fare quello che egli ha fatto “in memoria” di lui, ha il suo parallelismo nelle parole di Mosè, quando prescrive l’anamnesi pasquale: “Questo giorno sarà per voi un memoriale e voi lo festeggerete” (Es 12,14). Ora, noi sappiamo che per gli ebrei la celebrazione della Pasqua non era soltanto il ricordo di un evento passato, ma anche una sua riattualizzazione, nel senso cioè che Dio era disposto ad offrire di nuovo al suo popolo la salvezza di cui, nelle mutate circostanze storiche, aveva bisogno. In questa maniera il passato faceva irruzione nel presente, lievitando della sua forza salvifica. Allo stesso modo il sacrificio eucaristico “potrà” dare nei secoli “carne da mangiare”.
- v. 53. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita". Giovanni, come i sinottici, utilizza espressioni separate per indicare il consegnarsi di Cristo alla morte, non volendo intendere con questo la separazione in parti, ma la totalità della sua persona donata: la corporeità spiritualizzata del Cristo risorto, totalmente compenetrata dallo Spirito Santo nell’evento pasquale, diverrà sorgente di vita per tutti i credenti, in modo particolare mediante l’eucaristia, che unisce strettamente ciascuno di loro con il Cristo glorificato alla destra del Padre, rendendolo partecipe della sua stessa vita divina. Non si nominano le specie del pane e del vino, ma direttamente ciò che in esse è significato: carne da mangiare perché Cristo è presenza che nutre la vita e sangue da bere ? azione sacrilega per i giudei - perché Cristo è agnello immolato. È evidente qui il carattere liturgico sacramentale: Gesù insiste sulla realtà della carne e del sangue riferendosi alla sua morte, perché nell’immolazione delle vittime sacrificali la carne veniva separata dal sangue.
- v. 54. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. La Pasqua vissuta da Gesù ebreo e dal cristianesimo primitivo riceve una nuova anima: quella della risurrezione di Cristo, definitivo esodo della libertà perfetta e piena (Gv 19, 31-37), che trova nell’eucaristia il nuovo memoriale, simbolo di un Pane di vita che sostiene nel cammino del deserto, sacrificio e presenza che sostiene il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, che, attraversate le acque della rigenerazione, non si stancherà di fare memoria come Lui ha detto (Lc 22,19; 1 Cor 11,24) fino alla Pasqua eterna. Attratti e penetrati dalla presenza del Verbo fatto carne, i cristiani vivranno nella peregrinazione del tempo il loro Pesach, il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio: nella conformità a Cristo, diventeranno capaci di proclamare le opere meravigliose della sua ammirabile luce, offrendo l’eucaristia della propria corporeità: sacrificio vivente, santo e gradito in un culto spirituale (Rom 12,1) che si addice al popolo di sua conquista, stirpe eletta, sacerdozio regale (cfr. 1Pt 2,9).
- vv. 55-56. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. È forte l’incidenza che questa offerta della vita di Cristo ha nella vita del credente: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). La comunione di vita che Gesù ha con il Padre viene offerta a chiunque mangi il corpo sacrificato del Cristo; questo si intende al di fuori di una concezione magica di un cibo sacramentale che conferirebbe automaticamente la vita eterna a coloro che ne mangiano. L’offerta della carne e del sangue richiede la predicazione per renderla intelligibile e per fornire la necessaria comprensione dell’azione di Dio, richiede la fede da parte di chi partecipa al banchetto eucaristico, e richiede l’azione preveniente di Dio, del suo Spirito, senza la quale non vi può essere né ascolto né fede.
- v. 57. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. L’accentuazione non si pone sul culto come momento culmine e di fondamento alla carità, ma sull’unità del corpo di Cristo vivo e operante nella comunità. Non si dà liturgia senza vita. «Una eucaristia dissociata dalla carità fraterna equivale alla propria condanna, perché viene disprezzato il corpo di Cristo che è la comunità». Nella liturgia eucaristica infatti il passato, presente e futuro della storia di salvezza trovano un simbolo efficace per la comunità cristiana, espressivo e mai sostitutivo dell’esperienza di fede che non può mancare di storicità. Con la Cena e la Croce, inseparabili, il popolo di Dio è entrato nel possesso delle antiche promesse, la vera terra oltre il mare, oltre il deserto, oltre il fiume, terra dove scorre il latte e il miele di una libertà capace di obbedienza. Tutte le grandi realtà dell’economia antica trovano in quest’ora (cfr. Gv 17,1) il loro compimento: dalla promessa fatta ad Abramo (Gn 17,1-8) alla Pasqua dell’Esodo (Es 12,1-51). È un momento decisivo in cui si raccoglie tutto il passato del popolo (cfr. DV 4) e si innalza al Padre la prima e più nobile eucaristia della nuova alleanza che si sia mai celebrata: sull’altare della croce la fecondità del compimento di tutto ciò che era atteso.
- v. 58. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Quando Gesù dirà: «Questo è il mio corpo», oppure: «Questo è il mio sangue», stabilirà un rapporto vero e obiettivo fra quegli elementi materiali e il mistero della sua morte, che avrebbe trovato il suo coronamento nella risurrezione. Parole creative di una nuova situazione con elementi comuni dell’esperienza umana, parole per le quali sempre e veramente avrebbero realizzato la misteriosa presenza del Cristo vivente. Gli elementi scelti volevano essere e sono simbolo e strumento allo stesso tempo. L’elemento del pane, che, per il suo rapporto con la vita ha in sé una portata escatologica (cfr. Lc 14,15), è facilmente comprensibile in quanto alimento indispensabile alla sussistenza e motivo di condivisione universale. L’elemento del vino per la sua simbologia naturale riporta alla pienezza della vita e all’espansione della gioia dell’uomo (cfr. Sal 103,15). Nell’approccio esistenziale semita l’abitabilità del sistema dei segni è indiscussa. E opera quel distinguo che rende la fede comprensione del mistero lì dove la visibilità è incerta. Riandando nel deserto e ponendosi di fronte alla manna, si riesce a capire questa discriminante “pasquale”: «L’oggetto materiale e il segno si presentano sì insieme, ma la concupiscienza, che è della carne, trasforma il segno in cosa, mentre il desiderio, che è dello spirito, trasforma la cosa in segno» (P. Beauchamp, L’uno e l’altro testamento, Paideia Ed., Brescia 1985, p. 54). La manna infatti cade dal cielo, viene da Dio invisibilmente, manca quindi in sé di una faccia oscura. Questa mancanza di supporto è chiara nell’etimologia del vocabolo “manna”: «Che cosa è?» (Es 16,15). Dice ciò che essa è, un nome posto su quasi niente, un segno e non cosa, un segno firmato. Diventa prova nel momento in cui scompare, perché si ha la tentazione di rimediare a quello scomparire, di fare provvista di manna per non mancarne. E il trasparire del senso si paga così. Questa alternanza è il tempo del deserto. La manna è un pane che sottopone alla legge di colui che la dona. La legge, che la manna significa, è di attendere tutto da lui: ciò che è comandato è di credere. A motivo della sua poca sostanza, la manna porta a desiderare supporti più solidi; ma nella località detta “sepolcri dell’ingordigia” la cosa, privata del segno, dà la morte (Nm 11,34). Nel deserto ciò che spinge ad andare avanti con fiducia è questo sguardo che si posa, sul segno o sulla cosa, per credere o per morire.

Meditiamo: Gesù compie il vero Pesach della storia umana: «Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano...» (Gv 13,1). Passare: la nuova Pasqua è proprio in questo passaggio di Cristo da questo mondo al Padre attraverso il sangue del suo sacrificio. L’eucaristia ne è il memoriale, pane del deserto e presenza di salvezza, patto di fedeltà e di comunione scritto nella persona del Verbo. L’historia salutis che per Israele si connota di eventi, di nomi, di luoghi conduce la riflessione di fede dentro una esperienza di vita che fa del nome di Javhè non un nome tra i tanti ma l’unico Nome. Tutto abbia sempre inizio da un incontro, da un avvenimento dialogico tra Dio e l’uomo che si traduce in un patto di alleanza, antica e nuova. Il mare dei giunchi è l’ultima frontiera della schiavitù oltre la quale si stende il territorio spazioso della libertà. In questo sepolcro d’acqua si depone il corpo dell’Israele vecchio e risorge l’Israele nuovo e libero. È qui che nasce l’appartenenza di Israele. E ogni volta che si evocherà questo passaggio nelle acque della nascita più che un passato storico da richiamare alla memoria si riproporrà l’evento escatologico, capace di una pienezza divina che si attua nel presente, segno sacramentale dell’iniziativa di un Dio fedele nell’oggi delle nuove generazioni, nell’attesa della nuova e definitiva liberazione che il Signore offrirà. È l’anelito di un popolo che nella notte di Pesach trova la sua profonda identità come singolo e come popolo, notte in cui il figlio del Dio vivo si dona interamente come cibo e come bevanda.

Contemplazione finale: Quando noi ti pensiamo, Signore, non ricordiamo fatti avvenuti e compiuti nel tempo, ma entriamo in contatto con la tua realtà sempre presente e viva, vediamo il tuo continuo passaggio fra noi. Tu intervieni nella nostra vita per restituirci la somiglianza dell’appartenenza, perché non si sciupi più tra le pietre della legge il nostro volto, ma trovi la sua massima espressione nel tuo volto di Padre, rivelato nel volto di un uomo, Gesù, promessa di fedeltà e amore consumato fino alla Non è per nulla necessario uscire dalla ferialità dell’esistenza per poterti incontrare perché la cura che tu hai verso le tue creature si spiega nelle nostre vicende umane come rotolo scritto nella prossimità di una esperienza. Tu infatti, Creatore dei cieli e della terra, ti nascondi nelle pieghe della storia e, seppure inizialmente in modo oscuro e implicito, ti lasci incontrare in quella trascendenza che non viene mai meno agli eventi. Quando la riflessione sulla vita porta al riconoscimento della tua presenza liberatrice, questo incontro non può che essere celebrato, cantato, espresso con simboli sacri, rivissuto nella festa con gioia grande. Per questo noi veniamo a te mai da soli, ma come popolo dell’alleanza. Il prodigio della tua presenza si realizza per pura gratuità sempre: nelle membra della Chiesa, lì dove due o tre si riuniscono nel nome di Gesù (Mt 18,20), nelle pagine della Sacra Scrittura, nella predicazione evangelica, nei poveri e nei sofferenti (Mt 25,40), nelle azioni sacramentali dei ministri ordinati. Ma è nel sacrificio eucaristico che la presenza diventa reale: nel Corpo e nel Sangue c’è tutta l’umanità e la divinità del Signore risorto, presenza sostanziale.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
XII DOMENICA DOPO PENTECOSTE


Letture:
Ger 25,1-13
Sal 136
Rm 11,25-32
Mt 10,5b-15

Purificazione e Misericordia
Vicenda sempre emblematica quella di Israele: storia di elezione e di ribellione, di castighi e di salvezze operate sempre da un Dio che al punire preferisce perdono e misericordia, non senza momenti di purificazione e fatti di robusta pedagogia! Alla responsabilità dell’uomo nel costruire la sua storia - non sempre positiva, anzi - si sovrappone una strategia divina che sa trarre il bene anche dal male: le sue linee di fondo sono la fedeltà e il perdono. E quindi la speranza. Libertà (ribelle) e grazia di Dio giocano una difficile partita nella vicenda umana, che ha il suo crogiuolo purificatore in eventi che fuori di questa prospettiva religiosa divengono enigmatici e assurdi. Più profondamente forse si coglie l’agire di Dio nella storia come una manifestazione non tanto di un suo dono, ma di un suo super-dono, il perdono. Scrive infatti oggi san Paolo: “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti” (Epist.).
Purificazione: Gerusalemme è distrutta da Nabucodonosor perché - dice il Signore - “voi non avete ascoltato le mie parole”. Geremia ne formula la condanna: “Fino ad oggi sono ventitré anni che mi è stata rivolta la parola del Signore e io ho parlato a voi con premura e insistenza, ma voi non avete ascoltato. Il Signore vi ha inviato con assidua premura tutti i suoi servi, i profeti, ma voi non avete ascoltato” (Lett.). Da qui il castigo: “Poiché non avete ascoltato le mie parole, ecco, manderò Nabucodonosor, re di Babilonia, contro questo paese, e queste genti serviranno il re di Babilonia per settant’anni”. Per l’infedeltà all’alleanza - così legge la Bibbia - Israele subì la deportazione; Dio aveva abbandonato il tempio con la sua presenza e la sua protezione, commenta Ezechiele. Quello del castigo - o del richiamo forte di Dio - è realtà legata alla responsabilità e libertà dell’uomo, nel compiere il bene e scegliere Dio: “Io ti ho posto davanti, la vita e la morte, la benedizione e la maledizione. Scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore, tuo Dio, poiché è lui la tua vita” (Dt 30,19-20). Anche eventi di natura che scombussolano l’esistenza di popoli interi, come qualche improvvisa disgrazia, non sono da leggere se non come richiami alla precarietà dell’uomo, come uno spillo che sgonfia tanta supponenza di sentirci padroni del mondo e della propria vita. Qualcuno ha detto che la sofferenza è l’ottavo sacramento, che ridimensiona l’uomo e lo apre a Dio. Scrive la Lettera agli Ebrei: “È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre?” (Eb 12,7). Certo che alla fine un giudizio e una condanna ci sono per chi ostinatamente si rifiuta a Dio. Gesù, nella parabola dei vignaiuoli omicidi (Mt 21,33ss.), alla fine conclude: “Perciò io vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca frutti” (Mt 21,43). È quanto conclude anche oggi il vangelo per quanti si sono rifiutati di ascoltare il suo annuncio: “Se qualcuno non vi accoglie e non dà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dei vostri piedi. In verità io vi dico: nel giorno del giudizio la terra di Sòdoma e Gomorra sarà trattata meno duramente di quella città”. Proprio contro i Giudei che l’avevano rifiutato, Gesù ebbe a dire: “Molti verranno dall’oriente e dall’occidente e siederanno a mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe nel regno dei cieli, mentre i figli del regno saranno cacciati fuori” (Mt 8,11-12).
Misericordia: I primi discepoli sono indirizzati anzitutto “alle pecore perdute della casa d’Israele”. Gesù riprende in mano la premura di Jahvè nei confronti del suo popolo, anche se spesso ribelle. Dio è fedele alle sue promesse e alla sua elezione: “Quanto alla scelta di Dio, essi sono amati, a causa dei padri; infatti i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!” (Epist.). Questa fedeltà di Dio è fondamento della sua ostinazione a ritentare sempre un ricupero e una conversione: Gesù si identificherà col pastore (cfr. Ez 34) che va in cerca della pecora perduta (Lc 15,4ss.). Anche Paolo si rivolgerà sempre prima ai Giudei e poi, al loro rifiuto, anche ai pagani. Ormai universale è questa ostinazione divina di salvare tutti: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Anzi questo Dio ha una strategia che chiameremmo “di misericordia”, in quanto sa trarre il bene anche dal male. Così legge Paolo il fatto del rifiuto di Israele nei confronti del vangelo: Dio ha come voluto (o permesso) questo rifiuto per dare spazio di entrare a tutti i pagani, cioè per rompere il cerchio chiuso di chi voleva addirittura imporre la Legge mosaica a quanti si volevano fare cristiani! “Quanto al Vangelo, essi sono nemici, per vostro vantaggio. Come voi (pagani) un tempo siete stati disobbedienti a Dio e ora avete ottenuto misericordia a motivo della loro disobbedienza, così anch’essi ora sono diventati disobbedienti a motivo della misericordia da voi ricevuta” (Epist.). Misericordia come dono per i pagani; misericordia come perdono per i Giudei. “Perché anch’essi ottengano misericordia”. Questo è il punto: “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti” (Epist.). Paolo nella Lettera ai Romani dimostra proprio che sia i pagani che gli Ebrei alla fine sono risultati bisognosi di perdono per ottenere salvezza. “perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio” (1Cor 2,29). Perché tutti cioè sono salvati non per propri meriti, ma per puro perdono di Dio. Perdono di Dio che sta tutto nell’atto redentivo di Cristo, cui accediamo tramite la fede: “Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù. È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (Rm 3,23-25).
Grazia e misericordia sono l’ambito nel quale si muove l’agire di Dio per noi. Sembrerebbe tutto gratuità da parte sua e passività da parte nostra. Ma spazio c’è - e come - alla nostra responsabilità e partecipazione alla nostra redenzione. Anzitutto per vincere il male: “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Eb 12,4). E per condurci a maggior perfezione, “allo scopo di farci partecipi della sua santità” (Eb 12,10). Del resto: “Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto” (Gv 15,2). E ancora: “Io, tutti quelli che amo, li rimprovero e li educo” (Ap 3,19).
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MessaggioOggetto: sabato 25 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:51 am

SABATO 25 AGOSTO 2012

SABATO DELLA XX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio.

Letture:
Ez 43,1-7 (La gloria del Signore entrò nel tempio)
Sal 84 (La gloria del Signore abiti la nostra terra; oppure Risplenda in mezzo a noi, Signore, la tua gloria)
Mt 23,1-12 (Dicono e non fanno)

Dicono e non fanno
Non esiste maestro peggiore di colui che insegna un comportamento con le parole e lo contraddice palesemente con le azioni. Gli esempi attraggono, le parole sono come pula che il vento disperde. L’incoerenza è sempre un grave peccato, ma quando questa è perpetrata da coloro che siedono sulle cattedre e si ergono a maestri di santità, diventa motivo di peggiore condanna, perché genera lo scandalo specialmente nei più deboli. Oggi Gesù con parole dure stigmatizza il comportamento degli scribi e dei farisei, i suoi dichiarati e indomabili nemici. Gesù ci insegna come difenderci dai falsi maestri e dai falsi profeti: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno». Anzi pretendono ed esigono dagli altri ciò che loro si guardano bene dall’osservare: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito». A tale assurda severità aggiungono una ipocrita ostentazione di santità: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì» dalla gente». È il regno della falsità e dell’ipocrisia. Il Signore rivolgendosi poi ai suoi raccomanda loro di non fregiarsi di titoli altisonanti e soprattutto di non arrogarsi prerogative che spettano solo alla infinita sapienza divina e che possono sgorgare soltanto dall’amore senza limiti dello stesso Signore. A conclusione del suo discorso Gesù ribadisce un concetto che gli è particolarmente caro e che vuole sempre sia praticato dai suoi discepoli: «Il più grande tra voi sia vostro servo».

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Praticate e osservate tutto ciò che vi dicono, ma non agite secondo le loro opere, perché essi dicono e non fanno. Legano infatti fardelli pesanti e difficili da portare e li pongono sulle spalle della gente, ma essi non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dalla gente: allargano i loro filattèri e allungano le frange; si compiacciono dei posti d’onore nei banchetti, dei primi seggi nelle sinagoghe, dei saluti nelle piazze, come anche di essere chiamati “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi fa parte di una lunga critica di Gesù contro scribi e farisei (Mt 23,1-39). Luca e Marco hanno appena qualche tratto di questa critica contro i capi religiosi dell’epoca. Solo il vangelo di Matteo la espone lungamente. Questo testo così severo lascia intravedere la polemica delle comunità di Matteo con le comunità dei giudei di quell’epoca in Galilea e Siria.
- Nel leggere questi testi fortemente contrari ai farisei dobbiamo prestare molta attenzione a non essere ingiusti contro il popolo ebreo. Noi cristiani, durante secoli, abbiamo avuto atteggiamenti contro i giudei e, per questo, contro i cristiani. Ciò che importa nel meditare questi testi è scoprire il suo obiettivo: Gesù condanna la mancanza di coerenza e la mancanza di sincerità nella relazione con Dio e con il prossimo. Lui sta parlando di ipocrisia tanto quella di ieri come della nostra, oggi!
- Matteo 23,1-3: L’errore di fondo: dicono, ma non fanno. Gesù si rivolge alla moltitudine e ai discepoli e critica gli scribi e i farisei. Il motivo dell’attacco è l’incoerenza tra le parole e i fatti. Parlano e non fanno. Gesù riconosce l’autorità e la conoscenza degli scribi. “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno!”.
- Matteo 23,4-7: L’errore di fondo si manifesta in molti modi. L’errore di fondo è l’incoerenza: “Dicono, ma non fanno”. Gesù enumera i diversi punti che rivelano l’incoerenza. Alcuni scribi e farisei imponevano pesanti leggi sulla gente. Loro conoscevano bene le leggi, però non le praticavano, né usavano la loro conoscenza per alleggerire il carico sulle spalle della gente. Facevano tutto per essere visti ed elogiati, si servivano di tuniche speciali per la preghiera, a loro piacevano i primi posti ed essere salutati sulla piazza pubblica. Volevano essere chiamati “Maestro”. Rappresentavano un tipo di comunità che manteneva, legittimava e alimentava le differenze di classe e di posizione sociale. Legittimava i privilegi dei grandi e la posizione inferiore dei piccoli. Ora, se c’è una cosa che a Gesù non piace è l’apparenza che inganna.
- Matteo 23,8-12: Come combattere l’errore di fondo. Come deve essere una comunità cristiana? Tutte le funzioni comunitarie devono essere assunte come un servizio: “Il più grande tra di voi sia il vostro servo!”. Nessuno dovete chiamare Maestro (Rabbino), né Padre, né Guida. Poiché la comunità di Gesù deve mantenere, legittimare ed alimentare non le differenze, bensì la fraternità. Questa è la legge fondamentale: “Voi tutti siete fratelli e sorelle!”. La fraternità nasce dall’esperienza di Gesù di Dio Padre, e che fa di tutti noi fratelli e sorelle. “Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.
- Il gruppo dei Farisei. Il gruppo dei farisei nasce nel II secolo prima di Cristo, con la proposta di un’osservanza più perfetta della Legge di Dio, soprattutto delle prescrizioni sulla purezza. Loro erano più aperti alle novità che i Sadducei. Per esempio, accettavano la fede nella risurrezione e la fede negli angeli, cosa che i Sadducei non accettavano. La vita dei farisei era una testimonianza esemplare: pregavano e studiavano la legge per otto ore al giorno; lavoravano otto ore per poter sopravvivere; si dedicavano al riposo otto ore. Per questo, erano molto rispettati dalla gente. E così, aiutavano la gente a conservare la propria identità e a non perderla, nel corso dei secoli.
- La mentalità chiamata farisaica. Con il tempo, i farisei si afferrano al potere e non ascoltano più gli appelli della gente, né la lasciano parlare. La parola “fariseo” significa “separato”. La loro osservanza era così stretta e rigorosa che si distanziavano dal resto della gente. Per questo erano chiamati “separati”. Da qui nasce l’espressione “mentalità farisaica”. È tipica delle persone che pensano di conquistare la giustizia mediante un’osservanza rigida e rigorosa della Legge di Dio. Generalmente, sono persone che hanno paura, che non hanno il coraggio di assumere il rischio della libertà e della responsabilità. Loro si nascondono dietro le leggi e le autorità. Quando queste persone ottengono una funzione importante, diventano dure e insensibili per nascondere la propria imperfezione.
- Rabbino, Guida, Maestro, Padre. Sono i quattro titoli che Gesù proibisce alla gente di usare. Oggi, nella Chiesa, i sacerdoti sono chiamati “padre”. Molti studiano in università della Chiesa ed ottengono il titolo di “Dottore” (maestro). Molte persone fanno direzione spirituale e si consigliano con persone che sono chiamati “Direttore spirituale” (guida). Ciò che importa è tener conto del motivo che spinse Gesù a proibire l’uso di questi titoli. Se fossero usati dalla persona per affermare la sua posizione di autorità e il suo potere, questa persona sarebbe nell’errore e sarebbe criticata da Gesù. Se fossero usati per alimentare ed approfondire la fraternità ed il servizio, non sarebbero criticati da Gesù.

Per un confronto personale
- Quali sono i motivi che ho per vivere e lavorare in comunità?
- La comunità, come mi aiuta a correggere e migliorare le mie motivazioni?

Preghiera finale: Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra (Sal 84).
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MessaggioOggetto: domenica 26 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:56 am

DOMENICA 26 AGOSTO 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore, la tua Parola è dolce, è come un favo di miele; non è dura, non è amara. Anche se brucia come fuoco, anche se è martello che spacca la roccia, anche se è spada affilata che penetra e separa l’anima... Signore, la tua Parola è dolce! Fa’ che io la ascolti così, come musica soave, come canzone d’amore; ecco le mie orecchie, il mio cuore, la mia memoria, la mia intelligenza. Ecco tutto di me, qui davanti a te fammi ascoltatore fedele, sincero, forte; fammi rimanere, Signore, con le orecchie del cuore fisse sulle tue labbra, sulla tua voce, su ognuna delle tue parole, perché neppure una di esse cada a vuoto. Manda, ti prego, il tuo santo Spirito con abbondanza, che sia come acqua viva che irriga tutto il mio campo, perché dia frutto, ove il 30, ove il 60, ove il 100 per uno. Signore. Attirami; fa’ che io venga a te, perché, tu lo sai... dove mai potrei andare, verso chi, su questa terra, se non da te??!

Letture:
Gs 24,1-2.15-17.18 (Serviremo il Signore, perché egli è il nostro Dio)
Sal 33 (Gustate e vedete com’è buono il Signore)
Ef 5,21-32 (Questo mistero è grande: lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa)
Gv 6,60-69 (Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna)

Signore, dove andremo??
Un salmista, un cantore di Dio, un cantore dei tempi remoti, nella sua preghiera che rivolgeva a Dio afferma «nella tua luce vediamo la luce». Solo con la tua luce, con la tua sapienza, possiamo in qualche modo capire le cose di Dio, scrutare i segreti di Dio, entrare in contatto con Lui. E queste parole del salmista, anche se antiche, sono vere anche oggi. Nonostante tante scoperte, nonostante tante invenzioni, tanti miracoli tecnologici non possiamo e non potremo mai capire fino in fondo, penetrare nei pensieri divini, comprendere il senso profondo delle sue parole, il significato, la portata, e in modo particolare, quando si tratta delle parole, degli insegnamenti di Gesù, della Sapienza del Figlio di Dio, Verbo eterno del Padre. C’è un grande rischio, un grande pericolo. Possiamo con le nostre categorie del pensare possiamo ridurre le grandi verità, i grandi insegnamenti di Gesù... possiamo ridurli alle nostre piccole cose. Ed è proprio ciò che accade nel brano evangelico di oggi. Siamo stati testimoni anche noi in queste domeniche, nelle eucaristie, nelle messe di queste settimane di agosto, abbiamo ascoltato anche noi le grandi verità sul pane di vita, abbiamo sentito anche noi che senza mangiare di questo pane, senza bere il suo sangue non possiamo vivere, non solo... È lui, è Gesù il pane, è lui il cibo di cui dobbiamo nutrirci, e ancora di più, dobbiamo mangiare la sua carne, bere il suo sangue, per poter vivere. I discepoli, gli apostoli si scandalizzano, «questo linguaggio è duro, chi mai potrà intenderlo». Ecco ciò che accade quando cerchiamo, quando proviamo di capire le parole, gli insegnamenti di Gesù con le nostre categorie, con i nostri concetti. La sublime proposta di Cristo di farsi cibo e bevanda di vita viene definita dai suoi più intimi, discorso duro, incomprensibile, assurdo. È la debolezza della nostra fede a farci dire i nostri dubbi. E l’evangelista sottolinea che Gesù sapeva che tra di loro ci sono alcuni che non ci credono, sapeva che sono lì presenti solo perché hanno mangiato e si sono saziati dei pani moltiplicati, sapeva perfino chi era colui che lo avrebbe tradito, l’avrebbe venduto per trenta denari... E forse qualcuno si è sentito scoperto, scoperte nelle sue umane, meschine motivazioni. Chi o che cosa vogliamo servire? Anche nella prima lettura il popolo è stato messo davanti ad una scelta: volete servire il nostro Dio o volete servire gli déi stranieri? Ecco la domanda di oggi: la stessa domanda la pone Gesù ai discepoli... Forse volete andarvene anche voi? È facile andarsene, è facile abbandonare tutto, è facile abbattersi alzando su le mani... E non solo per ciò che riguarda le cose della fede... San Paolo ci parlava della famiglia, dei mariti che amando le proprie mogli, delle mogli che amano i mariti, come Cristo ama la Chiesa, come Cristo che ha dato la vita per la sua Chiesa... E anche lì, nelle famiglia, se c’è qualcosa che non va, qualcosa che non funziona, è facile andarsene, è più difficile invece amare come Cristo, che ama la propria Chiesa, la ama anche quando va per proprie strade, la ama anche quando è peccatrice, la ama fino a dare la vita per lei... Forse anche voi volete andarvene? È Simon Pietro a salvare la situazione: «Signore, e dove andremo, solo tu hai parole di vita eterna...». Questa è la vera risposta, questa è la vera intelligenza, la vera luce nella quale vediamo la Luce. Non quella umana che cerca un po’ di pane, ma quella divina che cerca la vita, la Vita, la Vita eterna. Possiamo andare ovunque, possiamo vagare per il mondo, e oggi tanti sono gli inviti... Ma la verità è una sola, «inquieto è il cuore dell’uomo, finché non riposi in Te o Dio...»... Come gli apostoli abbiamo ascoltato la sua Parola. Ora anche a noi il Signore rivolge la domanda: «Forse anche voi volete andarvene?» Ognuno risponda nel silenzio del cuore. Come gli apostoli, come Pietro... «Signore, solo tu hai parole di vita eterna».
Non è facile credere nel nostro mondo d’oggi. La verità che ci è rivelata da Dio in Gesù Cristo, agli uomini e alle donne del nostro tempo appare spesso un “discorso insostenibile”, a cui non si può chiedere a nessuno dei nostri sapienti contemporanei di credere. Così è, per esempio, per la dottrina della presenza reale del corpo e del sangue del Signore nella santa Eucaristia. Essa sembra essere una sfida al buon senso, alla ragione, alla scienza. Noi diciamo: “Vedere per credere”, esattamente quello che disse san Tommaso: “Se non vedo... e non metto la mia mano, non crederò”. Gesù ci ricorda che il corpo di cui parla è il suo corpo risorto e salito al cielo, liberatosi, nella risurrezione, dai limiti dello spazio e del tempo, riempito e trasformato dallo Spirito Santo. Questo corpo non è meno reale del suo corpo in carne ed ossa, anzi lo è di più. Questo corpo risorto può essere toccato e afferrato personalmente da ogni uomo e donna di ogni tempo e luogo, perché lo Spirito si estende, potente, da un’estremità all’altra. In Gesù Cristo e tramite Gesù Cristo, credere significa vedere e toccare: un modo di vedere più profondo, più vero e più sicuro di quello degli occhi; un modo di toccare più in profondità e un modo di afferrare con una stretta più salda di quanto si possa fare con le mani. Credere significa vedere la realtà al di là del visibile; significa toccare la verità eterna. In questa fede e grazie ad essa, possiamo dire con Pietro; “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna”.

Approfondimento del Vangelo (Il cuore dei discepoli messo alla prova)
Il testo: In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Per inserire il brano nel suo contesto: Questi versetti costituiscono la conclusione del grande capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, nel quale l’evangelista presenta la sua “teologia eucaristica”. Questa chiusa è l’apice di tutto il capitolo, perché la Parola ci conduce sempre più in profondità, sempre più al centro: dalla folla, che appare all’inizio, ai Giudei che discutono con Gesù nella sinagoga di Cafarnao, ai discepoli, ai dodici, fino a Pietro, quell’unico, che rappresenta ciascuno di noi, da soli, faccia a faccia con il Signore Gesù. Qui sboccia la risposta all’insegnamento di Gesù, alla sua Parola seminata così abbondantemente nel cuore degli ascoltatori. Qui si verifica se il terreno del cuore produce spine e cardi, o erba verde, che diventa spiga e poi grano buono nella spiga.

Per aiutare nella lettura del brano:
- v. 60: Giudizio di condanna da parte di alcuni discepoli contro la Parola del Signore e quindi contro Gesù stesso, che è il Verbo di Dio. Dio è considerato non come un Padre buono, che parla ai suoi figli, ma come un padrone duro (Mt 25,24), col quale non è possibile dialogare.
- vv. 61-65: Gesù smaschera l’incredulità e la durezza di cuore dei suoi discepoli e rivela i suoi misteri di salvezza: la sua ascensione al cielo e il dono dello Spirito santo, la nostra partecipazione alla vita divina. Ma questi misteri possono essere compresi e accolti solamente attraverso la sapienza di un cuore docile, capace di ascoltare e non con l’intelligenza della carne.
- v. 66: Primo grande tradimento da parte di molti discepoli, che non hanno saputo apprendere la vera scienza di Gesù. Invece di volgere lo sguardo al Maestro, gli volgono le spalle; interrompono, così, la comunione e non camminano più con lui.
- vv. 67-69: Gesù parla ora con i Dodici, i suoi più intimi e li pone davanti alla scelta definitiva, assoluta: rimanere con lui o andarsene. Pietro risponde per tutti e proclama la fede della Chiesa in Gesù come Figlio di Dio e nella sua Parola, che è la vera fonte della Vita.

Un momento di silenzio orante: Ho ricevuto il Dono, la grazia, ho ascoltato la Parola del Signore; ora non voglio mormorare (v. 61), non voglio lasciarmi scandalizzare (v. 61), né voglio lasciarmi offuscare dall’incredulità (v. 64). Non voglio tradire il mio Maestro (v. 64), non voglio tirarmi indietro e non andare più con lui (v. 66)... voglio stare con il Signore sempre!! Nel silenzio del cuore gli ripeto infinite volte: “Signore, da chi mai potrei andare, se non da te?!”. Ecco, Signore, io vengo...

Alcune domande: che mi aprano il cuore e che lavorino la mia terra interiore come un aratro, capace di togliere da me le radici dell’indurimento e dell’incredulità.
a) Mi soffermo innanzitutto sulla figura del discepolo e mi lascio interrogare, mi lascio sfidare, quasi come se fossi portato davanti a uno specchio, nel quale vedo riflessa la verità del mio essere e del mio agire. Io che discepolo sono? Davvero ogni giorno accetto di imparare alla scuola di Gesù, di ricevere il suo insegnamento, che non è dottrina di uomini, ma sapienza di Spirito santo? “Tutti saranno ammaestrati da Dio” (Is 54,13; Ger 31,33ss), ripetono in vario modo i profeti, indicando quell’unica conoscenza veramente necessaria, che è il rapporto d’amore col Padre, la vita con lui. Ma chi è il mio Maestro? Sono anch’io nel numero dei discepoli che continuano a chiedere a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1)? O fra quelli che gli camminano dietro, lungo le rive della vita, delle giornate e insistono nel domandargli: “Maestro, dove abiti?” (Gv 1,39), spinti dal desiderio di rimanere con lui? O sono anch’io come Maria Maddalena, che continua a ripetere quel nome, anche dopo le più terribili esperienze di morte, di annientamento: “Rabbuni!” (Gv 20,10)? Sottolineo i verbi che Giovanni riferisce ai discepoli: “dopo aver ascoltato”, “mormoravano”, “vi scandalizza”, “non credevano”, “si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Li medito uno ad uno, li rumino, li ripeto, li confronto con la mia vita...
b) “Questa parola è dura: chi può ascoltarla?”. È davvero dura la Parola del Signore, o è duro il mio cuore, che sa solo chiudersi e non vuole più ascoltare? Perché non è dolce, per me, la Parola del Signore, più del miele alla mia bocca (Sal 119,103)? Perché non amo conservarla nel cuore (Sal 119,9. 11. 57), ricordarla di giorno e di notte? Perché non è la mia lucerna, ancora accesa quando viene la sera, non è la luce che rischiara le mie notti e la lampada per tutti i miei passi (Sal 119,105)? Perché, o mio cuore, non ti apri, lasciandoti ferire da questa spada a doppio taglio, che sa penetrarti fino in fondo, per fare in te distinzione su distinzione, chiarezza su chiarezza? Perché non la lasci entrare come Parola di salvezza e d’amore? E allora saprai che la Parola del tuo Signore non è dura, non è amara, né severa, ma diventerà, per te, un canto di gioia e ripeterai: “La mia lingua canti le tue parole, Signore!” (Sal 119,172).
c) “Gesù, conoscendo dentro di sé...”. Il Signore mi conosce fino in fondo, Lui sa, Lui scruta; Lui mi ha intessuto (Sal 139), mi ha costituito fin dal principio, dall’eternità (Pr 8,23). Lui conosce il mio cuore e sa quello che c’è in ogni uomo (Gv 1,48; 2,25; 4,29; 10,15). Ma davanti al suo sguardo, davanti alla sua voce che pronuncia il mio nome, davanti alla sua venuta nella mia vita, al suo continuo bussare (Ap 3,20), io come reagisco? Che scelte faccio? Quali risposte gli offro? Forse comincio anch’io a mormorare, a tradirlo, ad allontanarmi, a dimenticarlo?
d) “È lo Spirito che dà la vita”. Apro il mio cuore, la mia mente, tutta la mia persona alla Presenza dello Spirito santo, al suo soffio, al suo fuoco, alla sua acqua che zampilla in eterno. E mi pongo a confronto con lui, mi faccio compagno di quei personaggi della Bibbia, che hanno completamente affidato la loro esistenza all’opera dello Spirito santo.Vado vicino alla Vergine Maria: “Ecco, lo Spirito santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’Altissimo” (Lc 1,35); ma io, insieme a lei, so ripetere con forza, con convinzione: “Eccomi, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38)? Vado vicino a Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che “mosso dallo Spirito, si recò al tempio” (Lc 2,27); ma io mi lascio condurre così, mi lascio portare dove il Signore vuole, dove lui mi aspetta, o voglio sempre decidere io la direzione da dare alla mia vita? Vado vicino a Gesù, a Pietro, a Paolo o agli altri apostoli ed evangelizzatori di cui ci parlano gli Atti e mi metto in discussione: che posto occupa lo Spirito santo nella mia vita di cristiano, di fratello tra i fratelli? Se è lo Spirito che dà la vita, il mio essere vivo o morto dipende da lui, dalla sua presenza in me, dalla sua azione; forse dovrei approfondire, intensificare il rapporto con lo Spirito del mio Signore...
e) In questo pochi versetti Giovanni ci parla anche di un mistero molto bello e profondo che Egli racchiude nei verbi “andare” o “venire”, riferiti a Gesù. Comprendo, ancora una volta, che la mia vita trova il suo senso vero, la sua ragione di essere, di continuare ogni giorno, proprio in rapporto a questo movimento di amore e di salvezza. “Venire a me” (v. 65), “non andavano più con lui” (v. 66), “volete andarvene?” (v. 67), “da chi andremo?” (v. 68). La domanda di Pietro, che è, in verità, un’affermazione fortissima di fede e di adesione al Signore Gesù, significa questo: “Signore, io non andrò da nessun altro, s e non da te solo!”; è così davvero la mia vita? Sento mie queste parole così appassionate? Rispondo, ogni giorno, ogni momento, nelle situazioni più diverse della mia vita, negli ambienti, davanti alle persone, all’invito che Gesù mi fa personalmente: “Venite a me! Vieni a me! Seguimi!”? Da chi vado, io? Verso dove corro? Quali orme sto seguendo? “ fa’ che io venga a te, Signore”!

Una chiave di lettura: Chiedo alle sante Scritture di farmi da guida, di illuminare ogni mio passo, ogni movimento, perché voglio andare da Gesù. Chiedo ai verbi che lui usa, alle espressioni che ripete, ai silenzi delle parole non dette, di rivelarmi la strada da percorrere... per trovare lui e non un altro.
- La Parola del Signore e il rapporto d’amore con essa. In questo brano Giovanni mi mostra la Parola del Signore quale punto di incontro, luogo santo dell’appuntamento con Lui; mi accorgo che essa è il luogo della decisione, delle separazioni sempre più profonde nel mio cuore e nella mia coscienza. Mi accorgo ancora di più che la Parola è una Persona, è il Signore stesso, presente davanti a me, donato proprio a me, aperto per me. Tutta la Bibbia, pagina dopo pagina, è un invito, dolce e forte al tempo stesso, all’incontro con la Parola, a conoscere la Fidanzata, la Sposa, che è, appunto, la Parola, che esce, come bacio d’amore, dalla bocca del Signore. L’incontro, che qui viene donato, non è superficiale, non è vuoto, né fuggevole o sporadico, ma è intenso, pieno, costante, ininterrotto, perché è come l’incontro fra lo sposo e la sua sposa; così il Signore mi ama e si dona a me. Occorre l’ascolto attento e premuroso, tanto che neppure una delle sue parole cada a vuoto (1Sam 3,19); occorre un ascolto col cuore, con l’anima (Sal 94,8; Bar 2,31); occorre l’obbedienza dei fatti, di tutta la vita (Mt 7,24-27; Gc 1,22-25); occorre una scelta vera e decisa, che mi fa preferire la Paola del Signore, fino a decidere di prenderla come sorella (Pr 7,1-4) o come sposa nella mia casa (Sap 8,2).
- La mormorazione e la chiusura del cuore. Questa tematica della mormorazione, della ribellione mi scuote ancora di più, mi mette in crisi; ripercorrendo la Bibbia, anche solo nella mia memoria, mi accorgo che la mormorazione contro il Signore e il suo agire nei nostri confronti è la realtà più terribile e distruttiva che possa mai venire ad abitare il mio cuore, perché mi allontana da Lui, mi separa fortemente e mi rende cieco, sordo, insensibile. Mi fa dire che Lui non c’è, mentre è vicinissimo; che Lui mi odia, mentre mi ama di amore eterno e fedele (Dt 1,27)! È la più grande e profonda stoltezza! Nei libri dell’Esodo, dei Numeri o nei Salmi, incontro il popolo del Signore che piange, si lamenta, si arrabbia, mormora, si chiude, si ribella, se ne va, muore (Es 16,7ss; Num 14,2; 17,20ss; Sal 105,25); un popolo senza più speranza, senza vita. Capisco che questa situazione si crea quando non c’è più il dialogo con il Signore, quando il contatto con Lui è interrotto, quando, invece di ascoltarlo e di interrogarlo, rimane solo la mormorazione: questa specie di ronzio continuo dentro l’anima, dentro i pensieri, che mi fa dire: “Potrà forse Dio preparare una mensa nel deserto?” (Sal 77,19). Se mormoro contro mio Padre, se smetto di credere al suo Amore per me, alla sua tenerezza, che mi ricolma di ogni bene, io rimango senza vita, senza nutrimento per il cammino di ogni giorno. O se mi arrabbio, se mi ingelosisco perché Lui è buono, perché dà via il suo amore a tutti, senza misura, e faccio come i farisei (Lc 15,2; 19,7), allora rimango completamente solo e oltre a non essere più figlio, non sono neanche più fratello di nessuno. Infatti alla mormorazione contro Dio è strettamente legata la mormorazione contro i fratelli e le sorelle (Fil 2,14; 1Pt 4,9). Tutto questo imparo seguendo le tracce di questo verbo...
- Il Dono del Figlio dell’uomo: lo Spirito Santo. Mi sembra di intravedere una strada di luce, tracciata dal Signore Gesù e quasi nascosta in questi versetti così densi e traboccanti di ricchezza spirituale. Il punto di partenza sta nell’ascolto vero e profondo delle sue Parole e nell’accoglienza di esse; da qui alla purificazione del cuore, che da cuore di pietra, indurito e chiuso, diventa, nella tenerezza del Padre, cuore di carne, morbido, che Egli può ferire, plasmare, che può prendere fra le mani e stringere a sé, come un dono. Sì, tutto questo compiono le Parole di Gesù, quando mi raggiungono ed entrano in me! È solo così che posso proseguire il cammino, vincendo le mormorazioni e lo scandalo, fino a giungere a poter vedere Gesù con occhi diversi, occhi anch’essi rinnovati dalla Parola, che non si fermano alla superficie, alla durezza della scorza, ma imparano, ogni giorno di più, ad andare oltre, a guardare in alto. “E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima?” (v. 62). È l’accoglienza dello Spirito, dono del Risorto, dono dell’asceso alla destra del Padre, dono dall’alto, dono perfetto (Gc 1,17); Lui l’aveva detto: “Quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32) e mi attira con lo Spirito, mi fa suo con lo Spirito, mi manda nello Spirito (Gv 20,21s), mi rende forte grazie allo Spirito (At 1,8). Se faccio un percorso lungo le pagine dei Vangeli vedo come lo Spirito del Signore sia la forza che investe ogni persona, ogni realtà, perché è lui l’amore eterno del Padre, è la vita stessa di Dio comunicata a noi. Mi faccio attento, mi chino sulle espressioni, sui verbi usati, sulle parole che si rincorrono e si illuminano, arricchendosi vicendevolmente: sento che veramente vengo come immerso dentro quest’Acqua viva, che zampilla e gorgoglia, sento che ricevo un nuovo battesimo e ne ringrazio con tutto il cuore il Signore. “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco” (Mt 3,11), grida Giovanni e, mentre leggo, questa Parola si realizza su di me, dentro di me, in tutto il mio essere. Sento lo Spirito che parla in me (Mt 10,20); che, con la sua potenza, allontana da me lo spirito del male (Mt 12,28); che mi riempie, come già ha fatto con Gesù (Lc 4,1), con Giovanni Battista (Lc 1,15), con la vergine Maria (Lc 1,28.35), con Elisabetta (Lc 1,41), con Zaccaria (Lc 1,67), con Simeone (Lc 2,26), con i discepoli (At 2,4), con Pietro (At 4,8) e con tantissimi altri. Sento e incontro lo Spirito che mi insegna cosa devo dire (Lc 12,10); che mi fa nascere veramente, per non morire mai (Gv 3,5); che mi insegna ogni cosa e mi ricorda tutto ciò che Gesù ha detto (Gv 14,26); che mi guida alla verità (Gv 16,13); che mi dà la forza per essere testimone del Signore Gesù (At 1,8), del suo amore per me e per ogni uomo.
- Il combattimento della fede: nel Padre o nel maligno? Questo brano di Giovanni mi mette di fronte a una grande lotta, a un combattimento corpo a corpo tra lo Spirito e la carne, tra la sapienza di Dio e l’intelligenza umana, tra la Parola e i ragionamenti della mente, tra Gesù e il mondo. Capisco bene che Giobbe aveva ragione, quando diceva che la vita dell’uomo sulla terra è tempo di tentazione, è una milizia (Gb 7,1), perché sperimento anch’io che il maligno tenta di scoraggiarmi, facendomi dubitare delle promesse divine e spingendomi ad allontanarmi da Gesù. Mi vorrebbe mandare via, tenta in tutti i modi di indurirmi il cuore, di chiudermi, di spezzare la mia fede, il mio amore. Lo sento, come un leone ruggente che va in giro, cercando chi divorare (1Pt 5,8), come tentatore, divisore, accusatore, come schernitore beffardo che ripete continuamente: “Dov’è la promessa della sua venuta?” (2Pt 3,3s). Io so che solo con le armi della fede posso vincere (Ef 6,10-20; 2Cor 10,3-5), solo con la forza che mi viene dalle Parole stesse di mio Padre; per questo io le scelgo, le amo, le studio, le scruto, le imparo a memoria, le ripeto e dico: “Se contro di me si accampa un esercito, il mio cuore non teme; se contro di me divampa la battaglia, anche allora ho fiducia!” (Sal 26,3).
- La confessione della fede in Gesù, Figlio di Dio. La comparsa di Simon Pietro, alla fine di questo brano, è come una perla incastonata su un gioiello prezioso, perché è proprio lui che ci grida la verità, la luce, la salvezza, attraverso la sua confessione di fede. Raccolgo, dai Vangeli, altri passi, altre confessioni di fede, che aiutino la mia incredulità, perché anch’io voglio credere e poi conoscere, voglio credere e avere stabilità (Is 7,9): Mt 16,16; Mc 8,29; Lc 9,20; Gv 11,27.

Orazione finale: Signore, grazie per le tue parole, che hanno risvegliato in me lo spirito e la vita; grazie, perché tu parli e la creazione continua, tu mi plasmi ancora, imprimi ancora in me la tua immagine, la tua somiglianza insostituibili. Grazie, perché tu, con amore e pazienza, mi aspetti anche quando mormoro, quando mi lascio scandalizzare, quando mi lascio prendere dall’incredulità, o quando ti volto le spalle. Perdonami, Signore, per tutto questo e continua a guarirmi, a rendermi forte e felice nel seguire te, te solo! Signore, tu sei salito là dov’eri prima, ma sei ancora con noi e non smetti di attirarci, uno ad uno. Attirami, Signore e io correrò, perché ho creduto davvero e ho conosciuto che tu sei il Santo di Dio! Ma, ti prego, fa’ che mentre corro per venire a te, io non sia solo, ma mi apra sempre più alla compagnia dei fratelli e delle sorelle; insieme a loro, infatti, io ti troverò e sarò tuo discepolo tutti i giorni della mia vita. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
DOMENICA CHE PRECEDE IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
2Mac 7,1-2.20-41
Sal 16
2Cor 4,7-14
Mt 10,28-42

La testimonianza dei Maccabei e il Martirio
Alla vigilia del giorno che ricorda il martirio di Giovanni Battista (29 agosto), la nostra Chiesa Ambrosiana ci fa meditare sul rischio della fede, chiamata tra le persecuzioni, le contrarietà e le prove a credere nella provvidenza di Dio che guida la nostra vita, e a sperare nella ricompensa sicura della vita per chi la perde per causa sua: “chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. Vivere la fede, da sempre, richiede una scelta coraggiosa e controcorrente, non solo per le ostilità esterne, ma anche per la fragilità e la lotta interiore che l’esercizio della fede richiede. Lo sguardo realistico sulle difficoltà della fede ci rende credenti adulti, capaci cioè del salto di fiducia piena nelle promesse e nelle garanzie dateci da Cristo e da Dio.
Le paure: “Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo”. Il martirio per la fede è una costante nel popolo di Dio, come ci dice oggi il martirio per la fede dei fratelli Maccabei e della loro madre. Era l’anno 167 a.C. per mano di Antioco Epifane, usurpatore greco in terra di Israele. Dice la madre esortando i figli alla fedeltà: “Senza dubbio il Creatore dell’universo, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi”. La Chiesa dei primi secoli è fiorita tra le persecuzioni: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, diceva Tertulliano. Ma il martirio è divenuto anche realtà contemporanea entro un mondo dominato da regimi totalitari anticristiani e aggredito da un sempre più violento fondamentalismo islamico e indù. S’è fatto un bilancio del secolo scorso: 26,7 milioni di uccisi per odio alla fede e alla libertà. Ma il XXI secolo segna già ogni settimana persecuzioni e uccisioni di cristiani, in particolare quelli che si spendono nel servizio missionario e della carità. “Abbiamo questo tesoro in vasi di creta”, dichiara san Paolo, che si sentiva tanto provato da contrasti esterni e da debolezze interne. L’elenco delle sue sofferenze è impressionante; ma ben puntiglioso è il suo coraggio: “Siamo tribolati, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi”. Uomo di fede, Paolo vi legge una motivazione di fondo: “Portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo”. Gesù chiama i suoi discepoli a condividere la sua obbedienza corredentrice; per questo ha detto: “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà”. “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre..; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa”. Divisioni anche in famiglia proprio per la questione della fede e del comportamento morale che essa esige. Dramma così comune oggi nel contrasto tra una generazione crescita nello spirito di fede e una con una fede dilapidata dalla cultura secolarizzata! Quanto davvero drammatica è la scelta, e quindi l’angoscia, di chi vuol obbedire alla parola di Gesù: “Chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me”. O anche solo la trepidazione di fronte all’altra parola: “Chi mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
La speranza: La forza e la speranza del credente sta anzitutto in un fatto: Dio non ha abbandonato nel sepolcro il suo Cristo, vertice ed emblema di ogni martirio. Perciò siamo certi che non abbandonerà anche noi, “convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù risusciterà anche noi con Gesù e ci porrà accanto a lui” (Epist.). La croce di Gesù fu il gesto della estrema debolezza umana che poneva tutta la sua forza nella potenza di Dio; tale è anche la nostra speranza. Lui, dice Paolo, “fu crocifisso per la sua debolezza, ma vive per la potenza di Dio. E anche noi siamo deboli in lui, ma vivremo con lui per la potenza di Dio a nostro vantaggio” (2Cor 13,4). La potenza che ha dispiegato in lui, la dispiegherà anche per noi: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria,.. illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere .. qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore. Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli” (Ef 1,17-20). Secondo motivo della nostra speranza nella prova è la promessa della premura di Dio: “Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri”. Il vertice della serenità del credente è la certezza della Provvidenza divina, del suo amore gratuito, fedele e misericordioso, della promessa fatta da Gesù per noi, sue pecore, che “il Padre mio, che me le date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre” (Gv 10,29). E anche nelle prove, “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio” (Rm 8,28). Noi contiamo molto davanti al cuore di Dio: “Chi di voi, al figlio che gli chiede un pane, darà una pietra? Se voi, dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste” (Mt 7,9.11). “Non preoccupatevi per la vostra vita..” (Mt 6,25). “Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”. Anche l’aiuto, la condivisione con l’operaio del vangelo che vive situazioni precarie e perseguitate, è risorsa di ricompensa grande. Così è per chi sostiene l’opera dell’apostolato, non sempre in situazioni di prestigio o fortuna: “Chi accoglie un profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta”. Pensiamo oggi ai missionari o alle Chiese in luoghi di persecuzione: quanto grande, e stimato dal Signore, è l’aiuto e il sostegno per loro!
“Perfino i capelli del vostro capo sono contati”. Sentirsi guardati e guidati in ogni situazione da Dio che è padre, e sapervici abbandonare, è la profonda esperienza dei Santi. Il beato Carlo De Foucauld così pregava: “Padre mio, io mi abbandono a te. Sono pronto a tutto, accetto tutto. Rimetto la mia anima nelle tue mani, con una confidenza infinita, perché tu sei il padre mio”.
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MessaggioOggetto: sabato 1 settembre 2012   Ven Ago 31, 2012 11:32 am

SABATO 1 SETTEMBRE 2012

SABATO DELLA XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.

Letture:
1Cor 1,26-31 (Dio ha scelto quello che è debole per il mondo)
Sal 32 (Beato il popolo scelto dal Signore)
Mt 25,14-30 (Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone)

I talenti, doni da fruttificare
Nell’attesa del Signore che viene non dobbiamo restare inoperosi e sfaccendati. Non ci è lecito neanche nascondere, con il pretesto di una falsa umiltà, nascondere il prezioso talento che il buon Dio ci ha affidato. Sin dalla creazione egli ha dotato l’uomo di doni particolari affinché diventi il custode e il continuatore della sua opera. Oltre però a quest’impegno che riguarda tutta l’umanità, ad ognuno di noi ha dato un certo numero di talenti, secondo un suo arcano disegno. I talenti sono i doni di anima e di corpo che ci rendono concretamente capaci di operare per la gloria di Dio e per il bene nostro e del nostro prossimo. Ai suoi occhi non è importante che noi stiamo ad arrovellarci il cervello per valutare quali e quanti sono i suoi doni, ciò che conta che tutti, pochi o tanti, siano messi doverosamente a frutto e ciò anche perché egli ci premia con la stessa misura sia se abbiamo fatto fruttificare un solo talento, sia se ne abbiamo moltiplicati cinque: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il premio è la gioia, che ha una duplice manifestazione: sulla terra è la gratificazione che sgorga dall’operare il bene, nel cielo è la beatitudine eterna. Scopriamo poi che ancora una volta la fedeltà al Signore trae origine dall’amore che abbiamo verso di lui, come l’infedeltà ha le sue radici nel concezione erronea che abbiamo del nostro Dio e Signore: “Signore, - sono le parole del servo infedele - so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. Forse sono ancora tanti che pensano a Dio come un uomo duro e troppo esigente per cui nei suoi confronti nutrono solo paura e non amore.
Dio mi ha concesso la vita, e con la vita, che è un dono, mi ha assegnato un compito: il bene mi è semplicemente affidato, bene di cui sono personalmente responsabile. Il primo dei beni che ho davanti a me, sono io stesso. Non sono io il padrone della mia vita, essa mi è stata concessa da Dio, ed egli me ne farà rendere conto, come il padrone del Vangelo che, al ritorno dal suo viaggio, chiamò i suoi servitori affinché rendessero conto dei beni ricevuti da lui. Vi sono delle persone che non credono alla vita, che non credono al compito che Dio ha loro assegnato, e sotterrano così il loro talento, la loro vita nella sabbia di un egoismo prudente. Per loro vivere è aspettare la vita. Dio li condanna. Altri, più audaci, fanno saggiamente prosperare il dono divino, e lo moltiplicano. Dio mi ha dato la vita, affinché io moltiplichi i beni sulla terra, affinché io trovi, per mezzo di questo lavoro, un senso alla mia vita, e scopra la mia vocazione, cioè il bene che Dio mi dà da compiere. Se non sotterro la mia vita nella sabbia e ho l’audacia di accogliere i doni di Dio, posso nutrire la speranza che egli mi approverà. Molte persone non credono in se stesse, perché hanno sotterrato i loro talenti. Soltanto la fede nel Dio vivente ridà all’uomo la fede nella vita, poiché questa fede non è nient’altro che la fede nel bene che Dio mi ha dato da compiere, e che spesso si dimentica.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Riflessione: Il vangelo di oggi ci narra la parabola dei talenti. Questa parabola era tra due parabole: la parabola delle Dieci Vergini (Mt 25,1-13) e la parabola del Giudizio Finale (Mt 25,31-46). Le tre parabole chiariscono ed orientano le persone sulla venuta del Regno. La parabola delle Dieci Vergini insiste sulla vigilanza: il Regno può arrivare in qualsiasi momento. La parabola del Giudizio Finale dice che per possedere il Regno bisogna accogliere i piccoli. La parabola dei Talenti orienta su come fare per far crescere il Regno. Parla dei doni o carismi che le persone ricevono da Dio. Ogni persona ha delle qualità, sa qualcosa che può insegnare agli altri. Nessuno è solo alunno, nessuno è solo professore. Impariamo gli uni dagli altri.

Una chiave per capire la parabola: Una delle cose che più influisce nella vita della gente è l’idea che ci facciamo di Dio. Tra i giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano che Dio fosse un giudice severo, che trattava alle persone secondo il merito conquistato dalle osservanze. Ciò produceva paura ed impediva alle persone di crescere. Soprattutto impediva che si aprissero uno spazio dentro di sé, per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava. Per aiutare queste persone, Matteo racconta la parabola dei talenti.

Commento:
- Matteo 25,14-15: La porta d’ingresso nella storia della parabola. Gesù racconta la storia di un uomo che, prima di viaggiare, distribuisce i suoi beni ai servi, dando loro cinque, due o un talento, secondo la capacità di ognuno. Un talento corrisponde a 34 chili d’oro, il che non è poco. In definitiva, ognuno riceve lo stesso, perché riceve “secondo la sua capacità”. Ogn’uno riceve la sua piccola o grande coppa piena. Il padrone se ne va all’estero e vi rimane molto tempo. La storia produce una certa suspense. Non si sa con quale scopo il padrone consegna il suo denaro ai servi, né si sa quale sarà la fine.
- Matteo 25,16-18: Il modo di agire di ogni servo. I due primi lavorano e fanno duplicare i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento lo sotterra per non perderlo. Si tratta dei beni del Regno che sono dati alle persone e alle comunità secondo le loro capacità. Tutti ricevono qualche bene del Regno, ma non tutti rispondono allo stesso modo!
- Matteo 25,19-23: Rendiconto del primo e del secondo servo, e risposta del Signore. Dopo molto tempo, il padrone ritorna. I due primi dicono la stessa cosa: “Signore, mi hai consegnato cinque/due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque/due!”. E il padrone dà la stessa risposta: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone!”.
- Matteo 25,24-25: Rendiconto del terzo servo. Il terzo servo giunge e dice. “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotto terra: ecco qui il tuo!”. In questa frase appare un’idea sbagliata di Dio che è criticata da Gesù. Il servo considera Dio come un padrone severo. Dinanzi a un Dio così, l’essere umano ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina della legge. Pensa che, agendo così, la severità del legislatore non lo castigherà. In realtà, una persona così non crede in Dio, ma crede solo in se stessa e nella sua osservanza della legge. Si rinchiude in sé, si allontana da Dio e non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come una persona libera. Questa immagine falsa di Dio isola l’essere umano, uccide la comunità, termina con la gioia ed impoverisce la vita.
- Matteo 25,26-27: La risposta del Signore al terzo servo. La risposta del Signore è ironica. Dice: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse!”. Il terzo impiegato non è stato coerente con l’immagine severa che aveva di Dio. Se lui immaginava che Dio era severo, avrebbe dovuto per lo meno mettere il denaro in banca. Ossia è condannato non da Dio ma dall’idea sbagliata che aveva di Dio e che lo lascia più immaturo e timoroso di quanto doveva essere. Non gli era stato possibile essere coerente con quella immagine di Dio, perché la paura lo disumanizza e gli paralizza la vita.
- Matteo 25,28-30: La parola finale del Signore che chiarisce la parabola. Il padrone ordina di andare a prendere il talento e di darlo a colui che ne ha dieci, “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Ecco la chiave che chiarisce tutto. In realtà, i talenti, il “denaro del padrone”, i beni del Regno, sono l’amore, il servizio, la condivisione. È tutto quello che fa crescere la comunità e rivela la presenza di Dio. Chi si chiude in sé con la paura di perdere il poco che ha, costui perderà perfino quel poco che ha. Ma la persona che non pensa a sé, e si dona agli altri, cresce e riceve a sua volta, in modo inesperto, tutto ciò che ha dato e molto di più. “Chi perde la vita la ottiene, e ottiene la vita chi ha il coraggio di perderla”
- La moneta diversa del Regno. Non c’è differenza tra coloro che hanno ricevuto di più o di meno. Tutti hanno il loro dono secondo la loro capacità. Ciò che importa è che questo dono sia messo al servizio del Regno e faccia crescere i beni del Regno che sono amore, fraternità, condivisione. La chiave principale della parabola non consiste nel far rendere e produrre i talenti, ma nel relazionarsi con Dio in modo corretto. I due primi non chiedono nulla, non cercano il proprio benessere, non tengono per sé, non si chiudono in se stessi, non calcolano. Con la maggiore naturalezza del mondo, quasi senza rendersene conto e senza cercarsi merito, cominciano a lavorare, in modo che il dono dato da Dio renda per Dio e per il Regno. Il terzo ha paura, e per questo non fa nulla. D’accordo con le norme dell’antica legge, lui agisce correttamente. Si mantiene nelle esigenze. Non perde nulla e non guadagna nulla. Per questo, perde perfino ciò che aveva. Il regno è rischio. Chi non vuole correre rischi, perde il Regno!

Per un confronto personale:
- Nella nostra comunità, cerchiamo di conoscere e valorizzare i doni di ogni persona? La nostra comunità è uno spazio dove le persone possono far conoscere e mettere a disposizione i loro doni? A volte, i doni di alcuni generano invidia e competitività negli altri. Come reagiamo?
- Come capire la frase: “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha?”.

Preghiera finale: L’anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome (Sal 32).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 2 settembre 2012   Ven Ago 31, 2012 11:37 am

DOMENICA 2 SETTEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Dt 4,1-2. 6-8 (Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando … osserverete i comandi del Signore)
Sal 14 (Chi teme il Signore abiterà nella sua tenda)
Gc 1,17-18.21-27 (Siate di quelli che mettono in pratica la Parola)
Mc 7,1-8.14-15.21-23 (Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini)

I puri di cuore abiteranno nella casa del Signore
Il tempo scorre velocemente. Oggi siamo alla XXII domenica del Tempo Ordinario. È finito anche il mese di agosto, il mese delle vacanze. Qualcuno forse ancora gode dell’ultima domenica di ferie. E noi siamo qui, davanti alla pagina delle Scritture a meditiamo la Parola di Dio. Parteciperemo all’eucaristia, andremo in chiesa per dare lode al Signore, per ringraziarlo, per chiedere qualcosa... Ma anche lui ci accoglie, ci accoglie con gioia. Come sempre ha qualcosa per noi, un messaggio per noi, un insegnamento. Come dice san Giacomo nella seconda lettura «ogni buon regalo, ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre della luce». Ogni insegnamento che Egli ci dà è buono, è per noi, per la nostra vita, per la nostra intelligenza. Purtroppo spesso capita che ciò che ascoltiamo in Chiesa, ciò che apprendiamo di buono e di salutare, finisce qui, ce lo dimentichiamo velocemente, invece di essere un segno, un segno di Dio per noi, un segno che non viene ascoltato, non viene accolto, non diventa parte della nostra vita. Mentre la Parola di Dio di oggi ci insegna, forse anche ci rimprovera: «Siate di quelli che mettono in pratica la parola di Dio e non soltanto ascoltatori». In pratica il Signore ci dice che non basta sapere i comandamenti, non basta sapere come vivere, non basta saper parlare bene, se dietro a tutto questo non viene un impegno, una vita cristiana, una vita conforme a tutto ciò che Egli ci insegna. Siamo sempre nell’Antico Testamento ma si può vedere quanto l’Antico Testamento è attuale anche oggi. La fede deve guidare la nostra vita, se non è così, la nostra fede è vana «perché questo popolo mi onora solo con le labbra ma con il cuore lontano è da me...». Il Vangelo è nella stessa linea, ci invita a guardare nel profondo del nostro cuore, guardare se non siamo anche noi come quei farisei ipocriti che rispettano la formalità, compiono tutte le prescrizioni per essere visti, per farsi vedere, essere ammirati dalla gente. Questo potrebbe essere anche pericolo nostro. Anche noi potremmo venire in chiesa, aiutare altri, fare opere di bene, di carità ma non perché ci sentiamo di farlo, non perché il Signore ci chiede di amare il prossimo ma solo perché così dicono i comandamenti, le leggi, o peggio ancora per essere visti da altri, ammirati dagli altri. I farisei si sentono perfetti perché osservano le leggi. Ma Gesù li chiama ipocriti perché il loro cuore è lontano da Dio. Così la risposta di Gesù, la risposta che Egli dà ai farisei, alle accuse che muovono contro Gesù e contro gli Apostoli non si fa attendere. Loro volevano ancora una volta colpire Gesù, discreditandolo davanti alla gente. Farlo vedere in cattiva luce, che lui non è un buon maestro, non è un buon insegnante perché gli apostoli non si comportano bene, secondo la legge dei padri e in questo modo risultare perfetti loro. Ma Gesù non insegna la disubbidienza, non insegna di non dover osservare le leggi di Mosé. Dice che egli è venuto a insegnare la legge dell’amore e solo alla luce di questa legge, del comandamento nuovo si possono interpretare tutte le Scritture. La Nuova Alleanza, non quella scritta sulle tavole di pietra, ma l’alleanza nuova, scritta nei cuori dei fedeli, nei nostri cuori, è il completamento e non il rinnegamento dell’Antica Legge. Chiediamo il Signore perché possiamo non solo averlo scritto nei nostri cuori ma essere sempre capaci, essere ascoltatori di quelle leggi che proprio lì sono scritte.
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”. Nella discussione tra Gesù e i farisei si percepiscono forti tensioni. Oggetto del dibattito è la “religione pura” (Gc 1,27). Gesù pone al centro di essa il cuore dell’uomo e la sua liberazione dal male, mentre i farisei difendono il rituale esteriore della religione venuta da Dio. “Il suo cuore è lontano da me”. Tutti dobbiamo ammettere questa verità, che noi non controlliamo il nostro cuore. Quanti vorrebbero smettere di bere troppo e non lo possono fare? Prendiamo anche il noto esempio del grande santo della Chiesa dei primi secoli, il cui cuore fu così diviso, per molti anni, da spingerlo a pregare così: “Signore rendimi casto, ma non subito!” (Sant’Agostino). Quanti vorrebbero disfarsi dell’invidia e dell’orgoglio e, invece, si sorprendono a fare il contrario? “Non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto” (Rm 7,15). Spesso ci rendiamo conto di questo per la prima volta quando cominciamo a prendere più seriamente la nostra fede e a seguire più da vicino un modo di vita cristiano. Ci stupiamo della nostra tendenza a ripetere gli stessi errori e a ricadere nello stesso peccato. Cominciamo a capire il grido di san Paolo: “Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?” (Rm 7,24). “Il suo cuore è lontano da me”. Il fine della vita cristiana è l’unione con Dio e l’unità con il prossimo. Per raggiungere questo scopo, dobbiamo innanzi tutto essere liberi dalla schiavitù delle cattive intenzioni. Dobbiamo conquistarci la libertà! Quest’impresa è interamente opera della grazia del Redentore. Così Gesù promette: “Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero” (Gv 8,36). La Chiesa cattolica non ha per fine quello di dare spettacolo, ma piuttosto quello di adempiere ad un dovere semplice e divino: la conversione della nostra vita grazie ad un cambiamento di cuore, ispirato dalla grazia. La Chiesa ritiene che, facendo ciò, ha fatto tutto mentre, se non fa ciò, non vale la pena di fare nient’altro. Essa prega, predica e soffre per un vero battesimo del cuore, a fine di liberarlo perché accolga Cristo.

Approfondimento del Vangelo (Su ciò che è puro o impuro)
Il testo: In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

Chiave di lettura:
- Il Vangelo di questa 22ª Domenica del Tempo Ordinario descrive i costumi religiosi dell’epoca di Gesù, parla dei farisei che insegnavano al popolo questi usi e costumi, e delle istruzioni di Gesù riguardo a questo tema. Molti di questi usi e costumi avevano già perso il loro significato e rendevano difficile la vita della gente. I farisei vedevano il peccato in tutto e minacciavano con il castigo dell’inferno! Per esempio, mangiare senza lavarsi le mani era considerato un peccato. Ma questi usi e costumi continuavano ad essere trasmessi ed insegnati o per paura o per superstizione. Tu conosci qualche usanza religiosa attuale che ha perso il suo significato, ma che continua ad essere insegnata? Nel corso della lettura del testo cercheremo di fare attenzione all’atteggiamento di Gesù, a ciò che lui dice riguardo ai farisei ed a ciò che insegna riguardo alle usanze religiose insegnate dai farisei.
- Il testo della liturgia di questa domenica fa una selezione ed omette alcuni versi per rendere il testo meno lungo e più comprensibile. A continuazione, riportiamo il testo integralmente ed offriamo un commento anche sui versi omessi dalla liturgia. Le parti omesse dalla liturgia sono in corsivo.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 7,1-2: Attacco dei farisei e libertà dei discepoli
- Marco 7,3-4: Spiegazione di Marco sulla Tradizione degli Anziani
- Marco 7,5: Scribi e farisei criticano il comportamento dei discepoli di Gesù
- Marco 7,6-8: Risposta dura di Gesù sull’incoerenza dei farisei
- Marco 7,9-13: Esempio concreto di come i farisei svuotano di significato il comandamento di Dio
- Marco 7,14-16: Chiarimento di Gesù alla gente: un nuovo cammino per giungere a Dio
- Marco 7,17-23: Chiarimento di Gesù ai discepoli

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
- Secondo il testo, quali sono le usanze che i farisei insegnavano alla gente? Quale critica emette Gesù nei confronti dei farisei?
- Nel testo, qual è il nuovo cammino che Gesù segnala alla gente per arrivare a Dio?
- In nome della “tradizione degli antichi” non osservano il Comandamento di Dio. Ciò succede anche oggi? Dove e quando?
- I farisei erano giudei praticanti, ma la loro fede era separata dalla vita della gente. Per questo Gesù li critica. Ed oggi Gesù ci criticherebbe? In cosa?

Per coloro che desiderano approfondire il tema:
a) Contesto di allora e di oggi:
- Durante questa lectio guardiamo da vicino l’atteggiamento di Gesù nei riguardi della questione della purezza. Marco aveva già affrontato questo tema. In Mc 1,23-28, Gesù scaccia un demonio impuro. In Mc 1,40-45, guarisce un lebbroso. In Mc 5,25-34, guarisce una donna considerata impura. In diversi altri momenti, Gesù tocca i malati fisici senza paura a diventare impuro. Ora, qui nel capitolo 7º, Gesù aiuta la gente ed i discepoli ad approfondire il concetto di purezza e le leggi della purezza.
- Da secoli ai giudei, per non contrarre impurità, era proibito di entrare in contatto con i pagani e di mangiare con loro. Negli anni ‘70, epoca in cui Marco scrive il suo Vangelo, alcuni giudei convertiti dicevano: “Ora che siamo cristiani dobbiamo abbandonare le antiche usanze che ci separano dai pagani convertiti!”. Ma gli altri giudei convertiti pensavano che dovevano continuare ad osservare le leggi relative alla purezza. L’atteggiamento di Gesù, descritto nel Vangelo di oggi, aiuta a superare questo problema.
b) Commento del testo:
- Marco 7,1-2: Controllo dei farisei e libertà dei discepoli. I farisei ed alcuni scribi, venuti da Gerusalemme, osservavano che i discepoli di Gesù mangiavano il pane con mani impure. Ecco tre punti che meritano di essere segnalati: (i) Gli scribi sono di Gerusalemme, della capitale! Ciò significa che erano venuti per osservare e controllare i passi di Gesù. (ii) I discepoli non si lavano le mani prima di mangiare! Significa che la convivenza con Gesù li spinge ad avere il coraggio di trasgredire le norme imposte dalla tradizione, ma che non avevano senso per la vita. (iii) L’usanza di lavarsi le mani che continua ad essere fino ad oggi un’importante norma di igiene, aveva assunto per loro un significato religioso che serviva per controllare e discriminare le persone.
- Marco 7,3-4: Spiegazione di Marco sulla tradizione degli antichi. “La tradizione degli antichi” trasmetteva le norme che dovevano essere osservate dalla gente per poter ottenere la purezza voluta dalla legge. L’osservanza della purezza era un tema molto serio. Pensavano che una persona impura non potesse ricevere la benedizione promessa da Dio ad Abramo. Le norme di purezza erano insegnate in modo che le persone, osservandole, potessero aprirsi un cammino verso Dio, fonte di pace. In realtà, invece di essere una fonte di pace, erano una prigione, una schiavitù. Per i poveri, era praticamente impossibile osservarle. Si trattava di centinaia e centinaia di norme e di leggi! Per questo, i poveri erano disprezzati e considerati persone ignoranti e maledette che non conoscevano la legge (Gv 7,49).
- Marco 7,5: Scribi e farisei criticano il comportamento dei discepoli di Gesù. Gli scribi ed i farisei chiedono a Gesù: Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi e mangiano il pane con mani impure? Loro fingono di essere interessati a conoscere il perché del comportamento dei discepoli. In realtà, criticano Gesù per permettere ai discepoli di trasgredire le norme della purezza. Gli scribi ed i dottori della legge erano gli incaricati della dottrina. Dedicavano la loro vita allo studio della Legge di Dio ed insegnavano alla gente come fare per osservare in tutto la Legge di Dio, soprattutto le norme relative alla purezza. I farisei formavano una specie di confraternita, la cui preoccupazione principale era quella di osservare tutte le leggi relative alla purezza. La parola fariseo significa separato. Loro lottavano in modo che, attraverso l’osservanza perfetta delle leggi della purezza, la gente riuscisse ad essere pura, separata e santa come lo esigevano la Legge e la Tradizione! Grazie alla testimonianza esemplare della loro vita che seguiva le norme dell’epoca, loro avevano molta autorità nei villaggi della Galilea.
- Marco 7,6-8: Risposta dura di Gesù dinanzi alla mancanza di coerenza dei farisei. Gesù risponde citando Isaia: Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini. (Is 29,13) Perché i farisei, insistendo nelle norme della purezza, svuotavano di consistenza i comandamenti della legge di Dio. Gesù presenta subito un esempio concreto di come rendono insignificante il comandamento di Dio.
- Marco 7,9-13: Esempio concreto di come i farisei rendono inconsistente il comandamento di Dio. La “tradizione degli antichi” insegnava: il figlio che consacra i suoi beni al Tempio, non potrà usare questi beni per aiutare i genitori bisognosi. E così, a nome della tradizione, loro rendevano inconsistente il quarto comandamento che comanda di amare il padre e la madre. Fino ad oggi ci sono persone così. Sembrano molto osservanti, ma lo sono solo esternamente. Internamente, il loro cuore è lontano da Dio! Come dice il nostro canto: “Il suo nome è Gesù Cristo e patisce la fame, vive sul ciglio della strada. E quando la gente lo vede va avanti, per arrivare presto in chiesa!”. Al tempo di Gesù, la gente, nella sua saggezza, non era d’accordo con tutto ciò che si insegnava. Sperava che un giorno il messia venisse ad indicare un altro cammino per essere puri. In Gesù questa speranza si realizza.
- Marco 7,14-16: Chiarimento di Gesù alla gente: un nuovo cammino per arrivare fino a Dio. Gesù dice alla folla: “Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo!” (Mc 7,15). Gesù inverte le cose: ciò che è impuro non viene da fuori a dentro, come insegnavano i dottori della legge, ma da dentro a fuori. E così, nessuno più ha bisogno di chiedersi se questo cibo o quella bevanda sono puri o meno. Gesù colloca ciò che puro ed impuro su un altro livello, sul livello del comportamento etico. Apre un cammino per giungere fino a Dio e, così, compie il disegno più profondo della folla. E Gesù termina il suo chiarimento con un’espressione che a lui piace usare: Chi ha orecchie per udire, intenda! Ossia: “È questo! Voi avete udito! Ora cercate di capire!”. Detto con altre parole, usate la testa ed il buon senso, e analizzate le cose partendo dall’esperienza che avete della vita.
- Marco 7,17-23: Chiarimento di Gesù ai discepoli. I discepoli non capivano ciò che Gesù voleva dire con quella affermazione. Quando giunsero a casa chiesero una spiegazione. Questa richiesta meravigliò Gesù. Pensava che loro avessero capito. Nella spiegazione va fino in fondo alla questione della purezza. Dichiara puri tutti i cibi! Ossia, nessun cibo che da fuori entra nell’essere umano potrà renderlo impuro, perché non va fino al cuore, bensì allo stomaco e finisce nella fogna. Ciò che rende impuri, dice Gesù, è ciò che dal di dentro, dal cuore esce per avvelenare il rapporto umano. Ed enumera: “fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza”. Così, in molti modi, per mezzo della parola, del gesto o della convivenza, Gesù aiutava le persone ad essere pure. Per mezzo della parola, purificava i lebbrosi (Mc 1,40-44), scacciava gli spiriti immondi (Mc 1,26.39; 3,15.22 ecc) e vinceva la morte, fonte di tutte le impurità. Per mezzo del gesto, la donna esclusa considerata impura viene guarita (Mc 5,25-34). Per mezzo della convivenza con Gesù, i discepoli hanno il coraggio di imitare Gesù che, senza paura della contaminazione, mangiava con le persone considerate impure (Mc 2,15-17).

c) Ampliando le informazioni (le leggi della purezza e dell'impurità al tempo di Gesù): La gente di quell’epoca aveva una grande preoccupazione con la purezza. Le norme sulla purezza indicavano le condizioni necessarie per poter mettersi in presenza di Dio e sentirsi a posto davanti a lui. Non si poteva andare davanti a Dio in qualsiasi modo. Poiché Dio è Santo. La Legge diceva: “Siate santi, perché Dio è Santo!” (Lv 19,2). Chi non era puro non poteva mettersi davanti a Dio per ricevere da lui la benedizione promessa ad Abramo.
Per capire la serietà e la gravità di queste leggi sulla purezza conviene ricordare ciò che succedeva nella nostra Chiesa cinquant’anni or sono. Prima del Concilio Vaticano II, per poter fare la comunione al mattino bisognava essere a digiuno dalla mezzanotte. Chi andava a fare la comunione senza aver digiunato commetteva peccato mortale chiamato sacrilegio. Pensavamo che un po’ di cibo o qualcosa da bere ci rendesse impuri per ricevere l’ostia consacrata. Anche nel tempo di Gesù c’erano molte cose ed attività che rendevano impura una persona, impossibilitata a mettersi davanti a Dio: toccare un lebbroso, mangiare con un pubblicano, mangiare senza lavarsi le mani, toccare il sangue o un cadavere, e tante altre cose. Tutto ciò rendeva impura la persona, e qualsiasi contatto con questa persona contaminava gli altri. Per questo le persone “impure” dovevano essere evitate. La gente viveva in disparte, sempre minacciata dalle tante cose impure che minacciavano la sua vita. Tutti vivevano impauriti, timorosi di tutto e di tutti. Ora, con la venuta di Gesù, improvvisamente, tutto cambia! Per la fede in Gesù, era possibile ottenere la purezza e sentirsi bene davanti a Dio senza che fosse necessario osservare tutte quelle leggi e norme della “tradizione degli antichi”. Fu una vera e propria liberazione! La Buona Novella annunciata da Gesù fece uscire il popolo dalla difensiva, e gli restituì la voglia di vivere, l’allegria di essere figlio e figlia di Dio, senza paura di essere felici!

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.
RITO AMBROSIANO
ANNO B
I DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 29,13-21
Sal 84
Eb 12,18-25
Gv 3,25-38

La svolta del Battista
“La Legge e i Profeti fino a Giovanni: da allora in poi viene annunciato il regno di Dio” (Lc 16,16). Queste passate domeniche estive abbiamo seguito le tappe della rivelazione del Primo Testamento; con Giovanni Battista termina la preparazione e giunge in mezzo a noi, con Gesù, il Regno definitivo: “Se io scaccio i demoni per mezzo dello Spirito di Dio - dichiara Gesù - allora è giunto a voi il regno di Dio” (Mt 12,28). Il Battista rappresenta il passaggio: “Fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui” (Mt 11,11). Si tratta allora in questa nuova fase del nostro Lezionario Ambrosiano di scoprire le novità del Regno portato da Gesù, di cogliere qualcosa della sua persona, dei suoi doni ad ogni credente e la realtà della nuova Alleanza che si traduce nel nuovo popolo di Dio che è la Chiesa.
Continuità: L’opera di Dio per la salvezza si inserisce nella storia, con una continuità che cresce fino al suo vertice, al suo compimento nel Messia annunciato. Dice il Signore: “Continuerò a operare meraviglie e prodigi con questo popolo” (Lett.). Non sempre l’uomo capisce l’agire di Dio e riduce il suo rapporto con lui a una religiosità sterile, a “un imparaticcio di precetti umani”, perché, si lamenta il Signore, “mi onora con le sue labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Lett.). L’opera dei Profeti hanno educato ad una fede più personale, promettendo una Nuova Alleanza più interiore e spirituale (cfr. Ger 31 ed Ez 36). Soprattutto hanno prospettato un tempo di pieno rinnovamento sviluppando il filone del messianismo, là dove “udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno; i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele” (Lett.). Si tratta di avere pazienza e attendere l’opera del Signore: “Certo, ancora un po’ e .. si cambierà”. Giunge Giovanni e dice: “Non sono io il Cristo, ma sono stato mandato avanti a lui”. Ormai è giunto il Messia, lo Sposo: “a lui appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena”. Il Battista indica a dito ora il Messia presenta, e lo introduce: “Ecco l’Agnello di Dio! E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù” (Gv 1,36-37). Giovanni “venne come testimone per dare testimonianza alla luce. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce” (Gv 1,7-8). Ne riconosce la grandezza: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me” (Gv 1,30). Per questo con molta umiltà dirà: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Ormai è giunta un’era nuova, la nuova Alleanza che invera e compie quella antica, ancora imperfetta che incuteva timore. Questa nuova è la “Gerusalemme celeste”, il vero “monte Sion, la città del Dio vivente, l’adunanza festosa e l’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti in cielo”; in sostanza “a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore, che è più eloquente di quello di Abele” (Epist.). Una continuità del disegno di Dio che sfocia nel suo compimento, al vertice della presenza di Dio tra il suo popolo e all’autentico sacrificio capace di salvezza piena per tutti. Ormai è a Gesù che dobbiamo guardare.
Compimento: “Chi viene dal cielo è al di sopra di tutti. Egli attesta ciò che ha visto e udito”. Il Cristo viene dal cielo. Il Battista ne aveva fatto esperienza: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,33-34). Ora proprio Gesù è l’unico tramite tra Dio e gli uomini: “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa”. Egli è ormai il definitivo rivelatore di Dio: “Colui infatti che Dio ha mandato dice le parole di Dio”. Infatti “Dio, nessuno lo ha mai visto; il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). È sempre lui che “senza misura dà lo Spirito”. Infatti, “dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16). Da qui l’avvertimento perentorio di Gesù: “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita, ma l’ira di Dio rimane su di lui”. È decisivo aprirsi al Figlio; non è un optional; ne va della vita! Più forte è l’invito di Paolo: “Guardatevi bene dal rifiutare colui che parla..; non troveremo scampo noi, se volteremo le spalle a Colui che parla dai cieli” (Epist.). Isaia stesso ne sente la gravità: “Guai a quanti vogliono sottrarsi alla vista del Signore per dissimulare i loro piani, a coloro che agiscono nelle tenebre, dicendo: Chi ci vede? Chi ci conosce? Che perversità!” (Lett.). È una assurdità, perché si misconosce il nostro essere creature e ci si ribella al Creatore: “Forse che il vasaio è stimato pari alla creta? Un oggetto può dire al suo autore: ‘Non mi ha fatto lui’? E un vaso può dire al vasaio: ‘Non capisce’?” (lett.). È la ribellione e il mistero del peccato. Forse anche noi ci siamo domandati in qualche momento di sconforto: “Perché mi ha fatto così?” (Rm 9,29). E abbiamo detto: “Che fai, Signore, la tua opera non ha manici!” (Is 45,9). “Forse che il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?” (Rm 9,21). Per questo la parola vera è: “Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani” (Is 64,7).
Non ci resta che pregare come faceva sant’Agostino proprio su questa immagine del vasaio:
Mi consegno, Signore, nelle tue mani: gira e rigira questa argilla come il vaso che si fa nelle mani del vasaio! Dagli una forma, come vuoi; poi spezzala, se ti pare: è roba tua;... non ho niente da dire! A me basta che serva a tutti i tuoi disegni e che in nulla resista al progetto che tu hai su di me.
Chiedi pure, ed esigi, Signore: che vuoi che io faccia? che vuoi che io non faccia? Successo o insuccesso, perseguitato o consolato, a letto o impegnato per le tue opere, utile o inutile in tutto, non mi resta che dire, sull’esempio di Maria: “Si faccia di me come tu vuoi!”. Amen.
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MessaggioOggetto: sabato 8 settembre 2012   Mer Set 05, 2012 11:03 am

SABATO 8 SETTEMBRE 2012

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA
FESTA


Preghiera iniziale: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.

Letture:
Mic 5,1-4 (Partorirà colei che deve partorire); oppure Rm 8,28-30 (Quelli che Dio da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati)
Sal 12 (Gioisco pienamente nel Signore)
Mt 1,1-16.18-23; forma breve Mt 1,18-23 (Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo)

La Madre
La celebrazione odierna - leggiamo nel brano dei Discorsi di Sant’Andrea di Creta, proclamato nell’odierno Ufficio delle Letture - onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento è, l’incarnazione del Verbo. Infatti “Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio”. È questo del resto il motivo per cui di Maria soltanto (oltre che di San Giovanni Battista e naturalmente di Cristo) non si festeggia unicamente la “nascita al cielo”, come avviene per gli altri santi, ma anche la venuta in questo mondo. In realtà, il meraviglioso di questa nascita non è in ciò che narrano con dovizia di particolari e con ingenuità i vangeli apocrifi, ma piuttosto nel significativo passo che Dio fa nell’attuazione del suo eterno disegno d’amore. Per questo la festa odierna è stata celebrata con lodi magnifiche da molti santi Padri che hanno attinto alla loro conoscenza della Bibbia e alla loro sensibilità e ardore poetico. Leggiamo qualche espressione del secondo Sermone sulla Natività di Maria di San Pier Damiani: “Dio onnipotente, prima che l’uomo cadesse, previde la sua caduta, e decise, prima dei secoli, l’umana redenzione. Decise dunque di incarnarsi in Maria”. Oggi è il giorno in cui Dio comincia a mettere in pratica il suo piano eterno, poiché era necessario che si costruisse la casa, prima che il Re scendesse ad abitarla. Casa bella, poiché, se la Sapienza si costruì una casa con sette colonne lavorate, questo palazzo di Maria poggia sui sette doni dello Spirito Santo. Salomone celebrò in modo solennissimo l’inaugurazione di un tempio di pietra. Come celebreremo la nascita di Maria, tempio del Verbo incarnato? In quel giorno la gloria di Dio scese sul tempio di Gerusalemme sotto forma di nube, che lo oscurò. Il Signore che fa brillare il sole nei cieli, per la sua dimora tra noi, ha scelto l’oscurità (1Re 8,10-12). Questo nuovo tempio si vedrà riempito dallo stesso Dio, che viene per essere la luce delle genti. “Alle tenebre del gentilesimo e alla mancanza di fede dei Giudei, rappresentate dal tempio di Salomone, succede il giorno luminoso nel tempio di Maria. È giusto, dunque, cantare questo giorno e Colei che nasce in esso. Ma come potremmo celebrarla degnamente? Possiamo narrare le gesta eroiche di un martire o le virtù di un santo, perché sono umane. Ma come potrà la parola mortale, passeggera e transitoria, esaltare Colei che diede alla luce la Parola che resta? Come dire che il Creatore nasce dalla creatura?”.
La liturgia ci fa chiedere a Dio che la festa della natività della Madonna ci faccia crescere nella pace. Ed è effettivamente una festa che deve aumentare la pace in noi, perché ci parla dell’amore di Dio verso di noi. La nascita di Maria è il segno che Dio ha preparato per noi la salvezza: per questo ha preparato il corpo e l’anima della madre di Gesù, che è anche madre nostra. San Paolo nella lettera ai Romani scrive: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” (8,29). Questo è particolarmente vero per la Vergine santa, predestinata ad essere conforme all’immagine del Figlio di Dio e figlio suo. E Dio ha predisposto tutte le cose secondo questa intenzione: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, troviamo poco prima nella stessa lettera. Dio ha preparato tutte le generazioni umane in vista della nascita di Maria, in vista della nascita di Gesù, e insieme ha agito con mezzi soprannaturali. E nel Vangelo di oggi si può dire che appaiono sia la parte naturale che quella soprannaturale, l’una e l’altra necessarie per la nascita di Maria. Questa lunga serie di generazioni, così monotone alla lettura, è in realtà come la sintesi di una storia vivente, spesso anche di peccatori, che è stata condotta da Dio verso la nascita di Maria e di Gesù. Alla fine però il disegno di Dio si è realizzato con mezzi straordinari, sconcertanti: Giuseppe non capisce ciò che succede, perché avviene per opera dello Spirito Santo. Non bastano dunque le generazioni umane che si succedono nel tempo per il compimento del progetto di Dio: è necessario l’intervento dello Spirito Santo. Tutto dunque ci parla dell’amore di Dio: amore di Dio creatore, amore di Dio salvatore. Oggi dobbiamo, più di sempre, dire a Dio la nostra riconoscenza, la nostra gioia perché egli ha amato Maria e ci ha amati.

Lettura del Vangelo: Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadàb, Aminadàb generò Naassòn, Naassòn generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abìa, Abìa generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozìa, Ozìa generò Ioatàm, Ioatàm generò Acaz, Acaz generò Ezechìa, Ezechìa generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosìa, Giosìa generò Ieconìa e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconìa generò Salatièl, Salatièl generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiùd, Abiùd generò Eliachìm, Eliachìm generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliùd, Eliùd generò Eleàzar, Eleàzar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa Dio con noi.

Riflessione:
- Oggi, 8 settembre, festa della Natività di Nostra Signora, il vangelo riporta la genealogia o la carta d’identità di Gesù. Per mezzo dell’elenco degli antenati, l’evangelista racconta alle comunità chi è Gesù e come Dio agisce in modo sorprendente per compiere la sua promessa. Sulle nostre carte di identità c’è il nostro nome ed il cognome dei nostri genitori. Alcune persone, per dire chi sono, ricordano anche i nomi dei nonni e delle nonne. Altre, si vergognano degli antenati della loro famiglia, e si nascondono dietro apparenze che ingannano. La carta d’identità di Gesù ha molti nomi. Nell’elenco dei nomi c’è una grande novità. In quel tempo, le genealogie indicavano solo il nome degli uomini. Per questo, sorprende che Matteo metta anche cinque donne tra gli antenati di Gesù: Tamar, Raab, Ruth, la moglie di Uria e Maria. Perché scelse proprio queste cinque donne, e non altre? Questa è la domanda che il vangelo di Matteo lascia a noi.
- Matteo 1,1-17: La lunga lista di nomi. L’inizio e la fine della genealogia. All’inizio ed alla fine della genealogia, Matteo fa capire chiaramente qual è l’identità di Gesù: lui è il Messia, figlio di Davide e figlio di Abramo. Quale discendente di Davide, Gesù è la risposta di Dio alle aspettative del popolo giudeo. (2Sam 7,12-16). Quale discendente di Abramo, è fonte di benedizioni e di speranza per tutte le nazioni della terra (Gen 12,13). Così, sia i giudei che i pagani che fanno parte delle comunità della Siria e della Palestina all’epoca di Matteo, potevano vedere le loro speranze realizzate in Gesù. Elaborando l’elenco degli antenati di Gesù, Matteo adotta uno schema di 3 x 14 generazioni (Mt 1,17). Il numero 2 è il numero della divinità. Il numero 14 è due volte 7, che è il numero della perfezione. In quel tempo, era cosa comune interpretare o calcolare l’azione di Dio servendosi di numeri e di date. Per mezzo di questi calcoli simbolici, Matteo rivela la presenza di Dio lungo generazioni ed esprime la convinzione delle comunità che dicevano che Gesù apparve nel tempo stabilito da Dio. Con la sua venuta la storia raggiunge il suo pieno compimento.
- Il messaggio delle cinque donne citate nella genealogia. Gesù è la risposta di Dio alle aspettative sia dei giudei che dei pagani, pero lo è in modo completamento sorprendente. Nelle storie delle quattro donne dell’AT, citate nella genealogia, c’è qualcosa di anormale. Le quattro erano straniere, concepirono i loro figli fuori dagli schemi normali del comportamento dell’epoca e non soddisfanno le esigenze delle leggi di purezza del tempo di Gesù.
1) Tamar, una cananea, vedova, si veste da prostituta per obbligare Giuda ad esserle fedele e a dargli un figlio (Gen 38,1-30).
2) Raab, una cananea, prostituta di Gerico, fece alleanza con gli israeliti. Li aiutò ad entrare nella Terra Promessa e professò la fede in un Dio che libera dall’Esodo. (Gs 2,1-21).
3) Betsabea, una ittita, moglie di Uria, fu sedotta, violentata e messa incinta dal re Davide, che oltre a ciò, ordinò di uccidere il marito (2Sam 11,1-27).
4) Ruth, una moabita, vedova povera, scelse di restare con Noemi ed aderire al popolo di Dio (Rt 1,16-18). Consigliata da sua suocera Noemi, Ruth imita Tamar e passa la notte insieme a Booz, obbligandolo ad osservare la legge e a dargli un figlio. Dalla loro relazione nasce Obed, il nonno del re Davide (Rt 3,1-15;4,13-17). Queste quattro donne questionano i modelli di comportamento imposti dalla società patriarcale. E così le loro iniziative poco convenzionali daranno continuità alla discendenza di Gesù e porteranno la salvezza di Dio a tutto il popolo. Attraverso di loro Dio realizza il suo piano ed invia il Messia promesso. Veramente, il modo di agire di Dio sorprende e fa pensare! Alla fine, il lettore si pone la domanda: “E Maria? C’è in lei qualche irregolarità? Qual è?”. La risposta ci viene dalla storia di San Giuseppe che segue nel testo di Matteo (Mt 1,18-23).
- Matteo 1,18-23: San Giuseppe, uomo giusto. L’irregolarità in Maria è che rimane incinta prima di convivere con Giuseppe, suo promesso sposo, uomo giusto. Gesù disse: “Se la vostra giustizia non è maggiore della giustizia dei farisei e degli scribi, voi non entrerete nel Regno dei cieli”. Se Giuseppe fosse stato giusto secondo la giustizia dei farisei, avrebbe dovuto denunciare Maria e lei sarebbe stata lapidata. Gesù sarebbe morto. Grazie alla vera giustizia di Giuseppe, nacque Gesù.

Per un confronto personale
- Quando mi presento agli altri, cosa dico di me e della mia famiglia?
- Se l’evangelista indica solamente queste cinque donne al lato di oltre quaranta uomini, lui, senza dubbio, vuole comunicare un messaggio. Quale è questo messaggio? Cosa ci dice tutto questo sull’identità di Gesù? E cosa ci dice su di noi?

8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria
Biografia: Verso la metà del sec. VII, quattro grandi feste mariane (Purificazione, Annunciazione, Assunzione, Natività di Maria) già celebrate in oriente, entravano nella liturgia romana e venivano celebrate con solennità. Il “Liber Pontificalis” riferisce in merito una costituzione del pontefice Sergio I (687-701). La Natività della Vergine è strettamente legata alla venuta del Messia, come promessa, preparazione e frutto della Salvezza. Aurora che precede il sole di giustizia, Maria preannunzia a tutto il mondo la grazia del Salvatore. Potremmo dire che pur non conoscendo la data certa della sua nascita, questo è il giorno del “compleanno” della Vergine Maria.

Martirologio: Festa della Natività della Beata Vergine Maria, nata dalla discendenza di Abramo, della tribù di Giuda, della stirpe di re Davide, dalla quale è nato il Figlio di Dio fatto uomo per opera dello Spirito Santo per liberare gli uomini dall’antica schiavitù del peccato.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di Sant’Andrea di Creta, Vescovo
Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove
«Il termine della legge é Cristo» (Rm 10,4). Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge. In lui si trova tutta la perfezione della legge perché lo stesso legislatore, dopo aver portato a termine ogni cosa, trasformò la lettera in spirito, ricapitolando tutto in se stesso. La legge fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò, per opera di Dio, peso leggero e fonte di libertà. In questo modo non siamo più «schiavi degli elementi del mondo» (Gal 4,3), come dice l’Apostolo, né siamo più oppressi dal giogo della legge, né prigionieri della sua lettera morta. Il mistero del Dio che diventa uomo, la divinizzazione dell’uomo assunto dal Verbo, rappresentano la somma dei beni che Cristo ci ha donati, la rivelazione del piano divino e la sconfitta di ogni presuntuosa autosufficienza umana. La venuta di Dio fra gli uomini, come luce splendente e realtà divina chiara e visibile, é il dono grande e meraviglioso della salvezza che ci venne elargito. La celebrazione odierna onora la natività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento é l’incarnazione del Verbo. Infatti la Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio. La beata Vergine Maria ci fa godere di un duplice beneficio: ci innalza alla conoscenza della verità, e ci libera dal dominio della lettera, esonerandoci dal suo servizio. In che modo e a quale condizione? L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno, e la grazia ci reca la libertà in luogo della schiavitù della legge. La presente festa é come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento. Mostra come ai simboli e alle figure succeda la verità e come alla prima alleanza succeda la nuova. Tutta la creazione dunque canti di gioia, esulti e partecipi alla letizia di questo giorno. Angeli e uomini si uniscano insieme per prender parte all’odierna liturgia. Insieme la festeggino coloro che vivono sulla terra e quelli che si trovano nei cieli. Questo infatti é il giorno in cui il Creatore dell’universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore.

Preghiera finale: Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza (Sal 114).
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MessaggioOggetto: domenica 9 settembre 2012   Mer Set 05, 2012 11:09 am

DOMENICA 9 SETTEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 35,4-7 (Si schiuderanno gli orecchi dei sordi, griderà di gioia la lingua del muto)
Sal 145 (Loda il Signore, anima mia)
Gc 2,1-5 (Dio non ha forse scelto i poveri per farli eredi del Regno?)
Mc 7,31-37 (Fa udire i sordi e fa parlare i muti)

Effatà!
Apriti è l’invocazione che Gesù proclama forte. Egli guarisce miracolosamente il sordomuto e gli apre la bocca e le orecchie. La vita di questo uomo è completamente cambiata, finalmente può comunicare compiutamente con gli altri. Con il suo intervento, Gesù aiuta le persone che lo invocano e sono bisognose; le aiuta perché recuperino le loro facoltà e per diminuire le sofferenze. È l’azione che serve a vincere il male fisico per aiutare il progresso spirituale. Il sordomuto ha complete le sue facoltà di comunicare; alla sua responsabilità usarle bene; Gesù gli ha fornito la completezza dei mezzi a lui poi il compito di continuare l’opera perché la vittoria sul male fisico significhi un reale progresso spirituale. Quella che il Vangelo odierno propone, è un’immagine simbolica molto forte ed è ripresa da alcuni momenti importanti della nostra vita cristiana. Nel rito battesimale il sacerdote fa la stessa invocazione sul battezzando. La vittoria non è sul male fisico ma su quello morale, che pure impedisce la nostra vita piena. Nel battesimo di Cristo, per opera dello Spirito Santo ed in nome della Santa Trinità, siamo generati ad una nuova vita e siamo così alla nuova vita divina. Con il battesimo abbiamo gli strumenti di grazia; la confermazione ci darà la pienezza dei doni dello Spirito Santo. Tali strumenti sono a disposizione; il loro uso poi sarà alla nostra responsabilità e dipenderà dalla nostra disponibilità ad accogliere continuamente il messaggio di Gesù. La grazia di Dio deve operare costantemente in noi; sarà importante alimentarla continuamente con la preghiera ed nella partecipazione alla Celebrazione Eucaristica. Prima di ascoltare il Vangelo, poi ci segniamo con la croce la mente, la bocca ed il cuore perché dobbiamo aprire tutto il nostro essere all’azione dello Spirito Santo per accogliere degnamente la Parola di Dio e rinnovare la nostra vita in un impegno costante di conversione.
Un sordomuto. Assomiglia molto a noi, quando siamo nel peccato. Possiamo avere accanto Dio, che ci sussurra le parole più dolci e imperiose. Non lo sentiamo. Possiamo aver vicino le persone più acute e più buone, che desiderano aiutarci. Non prestiamo attenzione. O passiamo davanti a chi ha bisogno di un conforto, di una speranza. È come se fossimo soli al mondo, chiusi nel nostro egoismo. Ma se il sacramento di Cristo ci raggiunge... Può essere la Chiesa che battezza o ci offre il perdono a nome del Signore Gesù. Le dita, la saliva, l’”apriti” possono essere l’acqua o la mano benedicente che si leva su di noi: “Io ti battezzo”; “Io ti assolvo”. Allora avviene nuovamente il “miracolo”. Diventiamo capaci, per grazia, di udire le consolazioni e i suggerimenti e gli imperativi di Dio. Diventiamo capaci di rispondergli con la preghiera e con la vita. E il prossimo è colui che dev’essere ascoltato e confortato. Nasce la fraternità. Se ci lasciamo salvare dal Signore. Se aderiamo a lui con tutte le forze.

Approfondimento del Vangelo (Gesù ridona al popolo il dono della parola)
Il testo: In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!».

Una chiave di lettura: La liturgia di questa domenica ci pone davanti Gesù che cura un sordomuto nella terra della Decapoli e riceve dal popolo questo elogio: «Ha fatto bene ogni cosa; fa udire i sordi e fa parlare i muti!». Questo elogio si ispira in alcuni frasi da Isaia (Is 29,8-19; 35,5-6; 42,7) e dimostra che il popolo stava vedendo in Gesù l’avvento dei tempi messianici. Gesù stesso aveva usato questa stessa frase per rispondere ai discepoli di Giovanni: «Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: I ciechi ricuperano la vista, i sordi riacquistano l’udito, i muti parlano” (Mt 11,4-5). I primi cristiani usavano la Bibbia per chiarire e interpretare le azione e gli atteggiamenti di Gesù. Facevano questo per esprimere la loro fede che Gesù era il Messia, colui che doveva realizzare la promessa, e per poter capire meglio tutto quello che Gesù aveva fatto e insegnato in quei pochi anni che aveva passato in mezzo a loro in Palestina.

Una divisione del testo per aiutare la lettura:
- Marco 7,31: descrizione geografica: Gesù sta in un territorio fuori della Giudea
- Marco 7,32: la situazione dell’uomo: sordomuto
- Marco 7,33-34: il gesto di Gesù per guarire l’uomo
- Marco 7,35: il risultato dell’azione guaritrice di Gesù
- Marco 7,36: la raccomandazione al silenzio non è obbedita
- Marco 7.37: l’elogio del popolo

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione:
a) Qual’è l’atteggiamento di Gesù di fronte al sordomuto e di fronte al popolo? Come intendi tu i gesti di Gesù: gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e disse: «Effatà»?
b) Come intendere la preoccupazione di Gesù che porta l’uomo lontano dalla folla?
c) Perché Gesù proibisce al divulgazione? Come intendere la disobbedienza del popolo al comando di Gesù?
d) Quali altri testi dall’Antico Testamento e dal Nuovo Testamento sono evocati o stanno sullo sfondo di questo testo?

Ulteriori informazioni sul Vangelo di Marco
a) Commentario al testo
- Marco 7,31: Gesù nella terra della Decapoli. L’episodio della guarigione del sordomuto è poco conosciuto. Marco non dice chiaramente dove si trova Gesù. Da intendere che sta fuori della Palestina, in terra dei pagani, attraversando una regione chiamata Decapoli. Decapoli significa, letteralmente, Dieci Città. Era, infatti, una regione di dieci città a sudest della Galilea, la cui popolazione era pagana, marcata per la cultura ellenista.
- Marco 7,32: Un sordomuto è portato da Gesù. Pur non stando nella propria terra, Gesù è conosciuto come qualcuno che può guarire i malati. Per questo, il popolo gli porta un uomo sordo che parla con difficoltà. Si tratta di una persona che non può comunicare con gli altri. È l’immagine di molte persone che oggi vivono massificati nelle grandi città in completa solitudine, senza la possibilità di comunicazione.
- Marco 7,33-34: Una guarigione differente. Il modo di guarire è differente. Il popolo desiderava che Gesù imponesse semplicemente le mani sul malato. Ma Gesù va molto aldilà della richiesta. Gesù porta l’uomo lontano dalla folla, pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua e guardò verso il cielo, sospirò profondamente e disse: «Effatà» che significa “Apriti!”. Il dito nell’orecchio evoca la frase dei maghi d’Egitto che dicevano: “Qui c’è il dito di Dio!”(Es 8,15) ed anche la frase del salmista: “Apriste i miei orecchi!” (Sl 40,7) Il tocco della lingua con la saliva ristabilisce in essa la facoltà di parlare. Nella opinione del popolo di quel tempo, la saliva aveva potere medicinale. Lo sguardo verso l’alto indica che la guarigione viene da Dio. Il gemito è un atteggiamento di supplica.
- Marco 7,35: Il risultato della guarigione. Nello stesso istante, gli orecchi del sordo si aprirono, la lingua si sciolse e l’uomo cominciò a parlare correttamente. Gesù desidera che il popolo apra gli orecchi e sciolga la lingua! Anche oggi! In molti luoghi, a causa degli atteggiamenti autoritari del potere religioso, il popolo è stato silenziato e non parla. È molto importante che il popolo possa ricuperare la paraola dentro della Chiesa per poter esprimere la sua esperienza di Dio e così arricchire tutti, incluso il clero.
- Marco 7,36: Gesù non desidera pubblicità. Gesù ordina che non raccontino ciò che era successo. Talvolta si esagera l’importanza che il Vangelo di Marco attribuisce alla proibizione di divulgare la guarigione, come se Gesù tenesse un segreto che doveva essere mantenuto. Di fatti, alcune volte Gesù ordina di non divulgare la guarigione (Mc 1,44; 5,43; 7,36; 8,26). Egli chiede il silenzio, ma ottiene il risultato contrario. Quanto più proibisce, tanto più la Buona Novella si diffonde (Mc 1,28.45; 3,7-8; 7,36-37). D’altra parte, nella maggior parte dei casi, cioè nelle molte altre volte che Gesù un miracolo, non chiese il silenzio. Anzi una volta chiese la pubblicità (Mc 5,19).
- Marco 7,37: L’elogio del popolo. Tutto il popolo rimase ammirato e disse: «Ha fatto bene ogni cosa!» (Mc 7,37). Questa affermazione fa ricordare la creazione: “Dio vide che tutto ciò che aveva fatto era molto buono!” (Gen 1,31). Malgrado la proibizione, le persone che assistirono alla guarigione cominciarono a proclamare ciò che avevano visto, riassumendo la Buona Novella di Gesù con queste parole: “Ha fatto bene ogni cosa!”. È inutile proibire di parlare. La forza interna della Buona Novella è tanto grande che si divulga per se stessa! Chi ha fatto esperienza di Gesù, lo racconta agli altri, che lo voglia o no!
b) Informazioni sulle divisioni all’interno del Vangelo di Marco
- 1ª Chiave: Il Vangelo di Marco è stato scritto per essere letto e ascoltato in comunità. Quando leggi un libro da solo puoi sempre fermarti e tornare indietro per legare una cosa con un’altra. Ma quando stai in comunità e qualcuno sta leggendo il Vangelo la davanti, non puoi gridare: “Fermati! Leggi un’altra volta! Non ho capito bene!”. Un libro per essere ascoltato in celebrazioni comunitarie ha un modo diverso di dividere l’argomento, da un’altro libro scritto per essere letto in una lettura individuale.
- 2ª Chiave: Il Vangelo di Marco è una narrazione. Una narrazione è come un fiume. Percorrendo il fiume in barca, non si percepisce le divisioni delle acque. Il fiume non ha divisioni. È un solo flusso, dal suo inizio fino alla sua fine. Nel fiume, le divisioni le fai tu a partire dalla riva. Per esempio, puoi dire: “Quel bel pezzo di fiume che va da quella casa nella curva fino a quella palma, che sta tre curve dopo”. Ma nell’acqua non si percepisce alcuna divisione. La narrazione di Marco fluisce come un fiume. Le sue divisioni gli ascoltatori le incontrano alla riva, cioè nei luoghi per i quali Gesù passa, nelle persone che egli incontra, nelle strade che percorre. Queste indicazioni alle margine aiutano gli ascoltatori a non perdersi in mezzo a tante parole e azioni di Gesù e su Gesù. Il quadro geografico aiuta il lettore, la lettrice, a camminare con Gesù, passo dopo passo, dalla Galilea fino a Gerusalemme, dal lago fino al calvario.
- 3ª Chiave: Il Vangelo di Marco è stato scritto per essere letto tutto d’una sola volta. Gli ebrei così leggevano i libri piccoli dell’Antico Testamento. Per esempio, nella notte di Pasqua leggevano di una sola volta tutto il libro del Cantico dei Cantici. Alcuni studiosi credono che il vangelo di Marco è stato scritto per essere letto tutto intero nella notte di Pasqua. Ora, affinché gli ascoltatori non si stancassero, la lettura doveva avere le sue divisioni, le sue pause. Poiché, quando una narrazione è lunga, come quella del vangelo di Marco, la sua lettura deve essere interrotta di tanto in tanto. Bisogna avere delle pause in alcuni momenti. Se no, gli ascoltatori si sarebbero persi. Queste pause erano già previste dallo stesso autore della narrazione. Erano segnalate con piccoli sommari tra una lettura più lunga e un’altra. Questi sommari come cerniere, che raccolgono quello che si aveva letto e aprivano la strada a ciò che veniva dopo. Essi permettono a fermarsi e ricominciare, senza interrompere la sequenza della narrazione. Essi aiutano l’ascoltatore a situarsi dentro il fiume della narrazione che fluisce. Il Vangelo di Marco ha molte di queste pause che ci permettono scoprire e seguire il percorso della Buona Novella di Dio che Gesù ci rivelò e che Marco ci racconta. In tutto ci sono sei blocchi di lettura più lunghi, intercalati da piccoli sommari o cerniere, dove è possibile fare una piccola pausa.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
II DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 63,7-17
Sal 79
Eb 3,1-6
Gv 5,37-47

Gesù, il Figlio nella casa del Padre
Ancora un confronto con Mosè, ma per dire quanto “degno di una gloria maggiore” sia il Cristo che viene a nome di Dio per essere “come figlio posto sopra la sua casa” (Epist.). Mosè fu servo fedele per la Prima Alleanza; ma Gesù è il Figlio stesso di Dio che viene a costruire tra gli uomini “la sua casa”, l’autentica casa di Dio. Gesù è contestato proprio da coloro che più di tutti dovrebbero conoscere le Scritture che parlano di Lui. Ma il misconoscimento è dramma antico e sempre attuale; dell’antico Israele come della nostra attuale cultura, che è pronta a credere a tutti tranne che in Dio: “Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi accogliete. Se un altro venisse nel proprio nome, lo accogliereste”. È l’insano atteggiamento dell’ateo, che se dichiara di non crede in Dio, non è che non creda in niente, ma finisce di credere a tutto!
Il dramma del rifiuto: Pagina stupenda quella di Isaia. Enormi sono stati i segni di Dio per il suo popolo: “Egli è grande in bontà per la casa d’Israele. Egli ci trattò secondo la sua misericordia, secondo la grandezza della sua grazia. Fu per loro un salvatore in tutte le loro tribolazioni”. La rievocazione dell’esodo è commossa: “Li fece avanzare tra i flutti come un cavallo nella steppa. Non inciamparono: lo spirito del Signore li guidava al riposo”. Segni con capiti, dimenticati: “Non si ricordarono dei giorni antichi, di Mosè suo servo”. Da qui la ribellione verso Dio: “Essi si ribellarono e contristarono il suo santo spirito”. Eppure tutto era stato espressione della speciale premura gratuita di Dio del “suo zelo e della sua potenza, del fremito delle sue viscere e della sua misericordia”. Da qui l’invocazione e il ravvedimento: “Non forzarti all’insensibilità, perché tu sei nostro padre”. È impossibile pensare che tu ci abbandoni: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi”. È la gratuità della sua iniziativa e la fedeltà del suo amore il fondamento della speranza in un Dio sempre pronto a perdonare e a ricominciare: “Da sempre ti chiami nostro redentore”. Mosè era stato un inizio, ma per preparare una iniziativa più vasta e definitiva: “Mosè fu degno di fede in tutta la sua casa come servitore, per dare testimonianza di ciò che doveva essere annunciato più tardi” (Epist.). È la testimonianza delle Scritture che ha preparato il Messia: “Egli ha scritto di me”, dice Gesù. Da qui l’invito a credere alla Scrittura, prima fonte di credibilità nei confronti di Gesù: “Se infatti credeste a Mosè, credereste anche a me. Ma se non credete ai suoi scritti, come potete credere alle mie parole?”. Continuità e superamento tra i due Testamenti. Diceva san Girolamo: “Ignorare le Scritture è ignorare Cristo”; ma ora c’è da fare il passo ulteriore. Gesù oggi è esplicito: “Voi scrutate le Scritture, pensando di avere in esse la vita eterna: sono proprio esse che danno testimonianza di me”. Ma la vita eterna, la pienezza cioè dell’azione salvifica di Dio, adesso si trova solo in me! “La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1,17).
Avere vita: “Ma voi non volete venire a me per avere vita”. La pienezza della vita è solo da Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). E “questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Si tratta di credere anzitutto che decisivo è il legame con Dio, credere al suo amore, e non appoggiarsi sulle speranze umane o la gloria degli uomini: “Non avete in voi l’amore di Dio... Voi ricevete gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene dall’unico Dio”. Un rimprovero che vale anche per noi, che non sempre abbiamo un’idea specifica di Dio: “Voi non avete mai ascoltato la sua voce né avete mai visto il suo volto, e la sua parola non rimane in voi”. Perché questa ignoranza del vero Dio? Perché “non credete a colui che egli ha mandato”. L’idea specifica di Dio è solo Gesù a darcela; lui è garantito da Dio: “Anche il Padre, che mi ha mandato, ha dato testimonianza di me”. Era capitato al Battesimo al Giordano, al Tabor e in un intervento a Gerusalemme davanti a Greci che chiedevano di Gesù: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora” (Gv 12,28). Le opere che Gesù compie, ripete spesso, “testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5,36). Da qui l’invito di Paolo: “Prestate attenzione a Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo, il quale è degno di fede per colui che l’ha costituito tale” (Epist.). La nostra è la scelta di prendere l’unica via sicura che conduce a Dio: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Egli è il Figlio del padrone di casa, di quella casa che Dio stesso ha voluto: “Colui che ha costruito tutto è Dio”. Qui Gesù non è il servo pur bravo come Mosè, ma il Figlio: “Cristo lo è come figlio, posto sopra la sua casa”. La sua casa è la Chiesa, la Sposa uscita dal costato trafitto di Cristo che sulla croce l’ha generata come nuova Eva, vera madre di tutti i credenti. “E la sua casa siamo noi, se conserviamo la libertà e la speranza di cui ci vantiamo”. (Epist.). Se Cristo è la via a Dio, la sua Chiesa è la madre che tutti ci raccoglie e ci genera alla fede in lui. “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”, diceva san Cipriano.
“Io non ricevo gloria dagli uomini”. La verità di Cristo non si misura col plausometro del successo umano. Anzi. Qualcuno si lamenta che la Chiesa non si adatta .. ai tempi, e quindi è criticata e mal sopportata dal mondo. Ma la sua natura e la sua missione è quella di conservare intatto il vangelo e il nuovo stile di vita. E alla fine forse è proprio questo che il mondo si aspetta dai veri credenti. Purtroppo.., si può anche dire che, forse, se siamo ancora un po’ sopportati, è perché non siamo sempre coerenti pienamente alla nostra fede!
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 15 agosto 2012   Mer Set 12, 2012 1:13 pm

SABATO 15 SETTEMBRE 2012

BEATA VERGINE MARIA ADDOLORATA
MEMORIA


Preghiera iniziale: O Padre, che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce, hai voluto presente la sua Madre Addolorata: fa’ che la santa Chiesa, associata con lei alla passione del Cristo, partecipi alla gloria della risurrezione.

Letture:
Eb 5,7-9 (Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna)
Sal 30 (Salvami, Signore, per la tua misericordia)
Gv 19,25-27 (Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!); oppure: Lc 2,33-35 (Anche a te una spada trafiggerà l’anima)

Madre, ecco tuo figlio
Maria è presente in due episodi significativi del Vangelo di San Giovanni: all’inizio quando esorta il figlio alla sua prima manifestazione divina pubblica con il miracolo alle nozze di Cana ed ora dove il Figlio ha sua massima manifestazione e glorificazione sotto la Croce. I significati teologici di questi episodi sono profondi; ci interessa però vedere cosa può dire ciò per il nostro oggi. Maria ci ha donato il suo Figlio nella mangiatoia di Betlemme ed ora Gesù ci dona, attraverso il discepolo Giovanni una madre Maria. Ella diventa, proprio sotto la croce la madre di tutti i cristiani. Proprio lei, che non è fuggita nell’ora suprema della morte del Figlio, assume nel suo cuore il dolore profondo di una madre che perde il figlio, proprio lei ha ora, una nuova maternità. È l’indicazione che alla Croce di Gesù noi possiamo portare i nostri dolori, le nostre sofferenze perché il Signore le possa purificare e farle diventare strumento di salvezza per noi e per glia altri. È la speranza dei cristiani che si affidano a Maria nel momento massimo del dolore; è la speranza che guarda al di sopra ed al di la delle vicende terrene ma che si realizza su questa terra. Maria, infatti, trova una nuova casa presso l’apostolo San Giovanni; a lei è affidato un nuovo compito: l’assistenza spirituale e nella preghiera della prima comunità cristiana, che era ancora disorientata per la morte di Gesù e per tutti gli avvenimenti prodigiosi dei primi giorni. La realizzazione della promessa dello Spirito Santo nel giorno della Pentecoste, che darà nuove forze ed illuminazione spirituale ai primi cristiani, troverà la comunità raccolta in preghiera attorno alla figura di Maria. In Maria abbiamo l’esempio della carità che si manifesta nell’adempimento della volontà del Signore. All’annuncio gioioso dell’angelo della sua maternità divina Maria risponde recandosi presso la sua parente Elisabetta per offrirle la sua assistenza materiale. Nel momento doloroso della Croce, Maria offre la sua assistenza spirituale alla prima comunità cristiana. Le gioie ed i dolori che la vita ci presenta sono esortazione per vivere la carità che ci indica il Signore.
Il mondo ha tanto bisogno di compassione e la festa di oggi ci dà una lezione di compassione vera e profonda. Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo. La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. La passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre, queste forti grida e lacrime l’hanno fatta soffrire, il desiderio che egli fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre. Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza. La nostra compassione molto spesso è superficiale, non è piena di fede come quella di Maria. Noi facilmente vediamo, nella sofferenza altrui, la volontà di Dio, ed è giusto, ma non soffriamo davvero con quelli che soffrono. Chiediamo alla Madonna che unisca in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera: il desiderio che coloro che soffrono riportino vittoria sulla loro sofferenza e ne siano liberati e insieme una sottomissione profonda alla volontà di Dio, che è sempre volontà di amore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Riflessione:
- Oggi, festa dell’Addolorata, il vangelo del giorno ci presenta il passaggio in cui Maria, madre di Gesù, ed il discepolo amato, si incontrano sul calvario dinanzi alla Croce. La Madre di Gesù appare due volte nel vangelo di Giovanni: all’inizio, alle nozze di Cana (Gv 2,1-5), ed alla fine, ai piedi della Croce (Gv 19,25-27). Questi due episodi, presenti solo nel vangelo di Giovanni, hanno un valore simbolico assai profondo. Il vangelo di Giovanni, paragonato agli altri tre vangeli, è come una radiografia degli altri tre, mentre che gli altri tre sono solo una fotografia dell’accaduto. Il raggio X della fede aiuta a scoprire negli eventi dimensioni che l’occhio umano non riesce a percepire. Il vangelo di Giovanni, oltre a descrivere i fatti, rivela la dimensione simbolica che esiste in essi. Così, nei due casi, a Cana ed ai piedi della Croce, la Madre di Gesù rappresenta simbolicamente l’Antico Testamento in attesa della venuta del Nuovo Testamento e, nei due casi, lei contribuisce all’avvento del Nuovo. Maria appare come l’anello tra ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo. A Cana simbolizza l’AT, percepisce i limiti dell’Antico e prende l’iniziativa affinché giunga il Nuovo. Dice a suo Figlio: “Non hanno vino!” (Gv 2,3). E sul Calvario? Vediamo:
- Giovanni 19, 25: Le donne ed il Discepolo Amato, insieme ai piedi della Croce. Così dice il Vangelo: “La madre di Gesù, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa, e Maria Maddalena stavano presso la Croce di Gesù”. La “fotografia” mostra la madre insieme al figlio, in piedi. Donna forte, che non si lascia abbattere. “Stabat Mater Dolorosa!”. È una presenza silenziosa che appoggia il figlio nel suo dono fino alla morte, ed alla morte di croce (Fil 2,8). Ma il “raggio-X” della fede mostra come avviene il passaggio dall’AT al NT. Come è avvenuto a Cana, la Madre di Gesù rappresenta l’AT, la nuova umanità che si forma a partire dal vissuto del Vangelo del Regno. Alla fine del primo secolo, alcuni cristiani pensavano che l’AT non era più necessario. Infatti, all’inizio del secondo secolo, Marcione rifiutò tutto l’AT e rimase solo con una parte del NT. Per questo, molti volevano sapere quale fosse la volontà di Gesù riguardo a questo.
- Giovanni 19,26-28: Il Testamento o la Volontà di Gesù. Le parole di Gesù sono significative. Vedendo sua madre, ed accanto a lei il discepolo amato, Gesù dice: “Donna, ecco tuo figlio” Dopo dice al discepolo: “Ecco tua madre”. L’Antico ed il Nuovo Testamento devono camminare .insieme. La richiesta di Gesù, il discepolo amato, il figlio, il NT, riceva la Madre, l’AT, a casa sua. Nella casa del Discepolo Amato, nella comunità cristiana, si scopre il senso pieno dell’AT. Il Nuovo non si capisce senza l’Antico, né l’Antico è completo senza il Nuovo. Sant’Agostino diceva: “Novum in vetere latet, Vetus in Novo patet” (Il Nuovo è nascosto nell’Antico. L’Antico sboccia nel Nuovo). Il Nuovo senza l’Antico sarebbe un edificio senza basi. E l’Antico senza il Nuovo sarebbe un albero fruttale che non arriva a dare frutti.
- Maria nel Nuovo Testamento. Di Maria parla poco il NT, e lei dice ancora meno. Maria è la Madre del silenzio. La Bibbia conserva appena sette parole di Maria. Ognuna di esse e come una finestra che permette uno sguardo dentro la casa di Maria e scoprire come era il suo rapporto con Dio. La chiave per capire tutto questo ci viene data da Luca: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 11,27-28).
1) “Como può avvenire ciò se non conosco uomo!” (Lc 1,34);
2) “Ecco la serva del Signore, si faccia in me secondo la tua parola!” (Lc 1,38);
3) “L’anima mia glorifica il Signore, esulta il mio spirito in Dio mio Salvatore!” (Lc 1,46-55);
4) “Figlio mio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io angosciati ti cercavamo” (Lc 2,48);
5) “Non hanno vino!” (Gv 2,3);
6) “Fate tutto ciò che vi dirà!” (Gv 2,5);
7) Il silenzio ai piedi della Croce, più eloquente di mille parole! (Gv 19,25-27)

Per un confronto personale:
- Maria ai piedi della Croce. Donna forte e silenziosa. Come è la mia devozione a Maria, madre di Gesù?
- Nella Pietà di Michelangelo, Maria sembra molto giovane, più giovane del figlio crocifisso, quando doveva avere per lo meno una cinquantina di anni. Chiestogli perché aveva scolpito il volto di Maria da giovane, Michelangelo rispose: “Le persone appassionate di Dio non invecchiano mai!”. Appassionata di Dio! C’è in me questa passione per Dio?

15 settembre: Beata Vergine Maria Addolorata
Biografia: La memoria della Vergine Addolorata ci chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del Figlio e vicina a lui innalzato sulla croce (Gv 19,25-27; Paolo VI, “Marialis cultus”,7). La sua maternità assume sul Calvario dimensioni universali (Paolo VI, ibidem, 37). Questa memoria di origine devozionale fu introdotta nel calendario romano dal papa Pio VII (1814).

Martirologio: Memoria della beata Maria Vergine Addolorata, che, ai piedi della croce di Gesù, fu associata intimamente e fedelmente alla passione salvifica del Figlio e si presentò come la nuova Eva, perché, come la disobbedienza della prima donna portò alla morte, così la sua mirabile obbedienza porti alla vita.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di San Bernardo, abate
La Madre di Gesù stava presso la croce
Il martirio della Vergine viene celebrato tanto nella profezia di Simeone, quanto nella storia stessa della passione del Signore. Egli é posto, dice del bambino Gesù il santo vegliardo, quale segno di contraddizione, e una spada, dice poi rivolgendosi a Maria, trapasserà la tua stessa anima (cfr. Lc 2,34-35). Una spada ha trapassato veramente la tua anima, o santa Madre nostra! Del resto non avrebbe raggiunto la carne del Figlio se non passando per l’anima della Madre. Certamente dopo che il tuo Gesù, che era di tutti, ma specialmente tuo, era ispirato, la lancia crudele, non poté arrivare alla sua anima. Quando, infatti, non rispettando neppure la sua morte, gli aprì il costato, ormai non poteva più recare alcun danno al Figlio tuo. Ma a te sì. A te trapassò l’anima. L’anima di lui non era più là, ma la tua non se ne poteva assolutamente staccare. Perciò la forza del dolore trapassò la tua anima, e così non senza ragione ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio, supererò di molto, nell’intensità, le sofferenze fisiche del martirio. Non fu forse per te più che una spada quella parola che davvero trapassò l’anima ed arrivò fino a dividere anima e spirito? Ti fu detto infatti: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19, 26). Quale scambio! Ti viene dato Giovanni al posto di Gesù, il servo al posto del Signore, il discepolo al posto del maestro, il figlio di Zebedeo al posto del Figlio di Dio, un semplice uomo al posto del Dio vero. Come l’ascolto di queste parole non avrebbe trapassato la tua anima tanto sensibile, quando il solo ricordo riesce a spezzare anche i nostri cuori, che pure sono di pietra e di ferro? Non meravigliatevi, o fratelli, quando si dice che Maria é stata martire nello spirito. Si meravigli piuttosto colui che non ricorda d’aver sentito Paolo includere tra le più grandi colpe dei pagani che essi furono privi di affetto. Questa colpa é stata ben lontana dal cuore di Maria, e sia ben lontana anche da quello dei suoi umili devoti. Qualcuno potrebbe forse obiettare: Ma non sapeva essa in antecedenza che Gesù sarebbe morto? Certo. Non era forse certa che sarebbe ben presto risorto? Senza dubbio e con la più ferma fiducia. E nonostante ciò soffrì quando fu crocifisso? Sicuramente e in modo veramente terribile. Del resto chi sei mai tu, fratello, e quale strano genere di sapienza é il tuo, se ti meravigli della solidarietà nel dolore della Madre col Figlio, più che del dolore del Figlio stesso di Maria? Egli ha potuto morire anche nel corpo, e questa non ha potuto morire con lui nel suo cuore? Nel Figlio operò l’amore superiore a ogni altro amore. Nella Madre operò l’amore, al quale dopo quello di Cristo nessuno altro amore si può paragonare (Disc. nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione 14-15; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 273-274).

Preghiera finale: Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifugia davanti agli occhi di tutti (Sal 30).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 16 SETTEMBRE 2012   Mer Set 12, 2012 1:18 pm

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 50,5-9a (Ho presentato il mio dorso ai flagellatori)
Sal 114 (Camminerò alla presenza del Signore nella terra dei viventi)
Giac 2,14-18 (La fede se non è seguita dalle opere in se stessa è morta)
Mc 8,27-35 (Tu sei il Cristo… Il Figlio dell’uomo deve molto soffrire)

La professione di fede di Pietro
Al centro del suo Vangelo, Marco pone l’episodio fondamentale della professione di fede di Pietro. Gesù ha finito la sua prima parte della missione per rivolgersi verso Gerusalemme dove lo attende non la gloria, ma la crocifissione e la morte. Gesù vuol accertarsi del grado di preparazione dei suoi discepoli, soprattutto di Pietro che ha posto a capo della sua futura Chiesa. Con queste premesse è possibile leggere i chiaroscuri che ci presenta il brano evangelico. Com’è possibile che Gesù tratti in due modi diametralmente opposti Pietro: prima lo loda e poi lo rimprovera aspramente? Sa benissimo che è difficile far capire il vero significato della sua missione e il piano d’amore di Dio. Pietro, anche se riconosce in Gesù il Cristo, il Messia, è legato ancora ad una visione ristretta del messianismo. L’esortazione odierna è servita proprio per far cominciare ad introdurre i suoi discepoli e soprattutto Pietro, nel grande Mistero della sua Persona, su quel che significa far comprendere appieno il suo messianismo d’amore che inevitabilmente passa attraverso la passione e la croce, che è di Cristo, ma che siamo chiamati a condividere tutti noi nella nostra vita.
Anche oggi si sentono le voci e i giudizi più contrastanti su Gesù: c’è chi lo ritiene un saggio, un generoso moralista, un protagonista della storia, e c’è anche chi lo calunnia, chi lo odia. Ma la sola, la vera identità di Gesù è quella proclamata da Pietro: “Tu sei il Cristo”. Se riduciamo la fede cristiana al chiuso di un orizzonte umano, per quanto nobile, siamo in errore: Cristo è venuto a portare la salvezza eterna, la speranza soprannaturale, non una dottrina per rendere più tollerabile la convivenza umana, anche se è interessato alla redenzione di tutte le realtà terrene, sempre in funzione della felicità eterna. Non basta riconoscere Gesù come Figlio di Dio: bisogna imitarlo in ciò che egli ha di più specifico, cioè nell’amore alla croce che non è il fine, ma il mezzo necessario per compiere la redenzione. Se vogliamo essere corredentori non possiamo rifuggire la croce, perché solo attraverso di essa, perdendo la nostra vita, la ritroveremo nell’eternità, partecipando alla risurrezione di Cristo.

Approfondimento del Vangelo (Come seguire Gesù - Cura dei discepoli)
Il testo: In quel tempo, Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarèa di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: «La gente, chi dice che io sia?». Ed essi gli risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti». Ed egli domandava loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro gli rispose: «Tu sei il Cristo». E ordinò loro severamente di non parlare di lui ad alcuno. E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. Faceva questo discorso apertamente. Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà».

Chiave di lettura: Il testo del vangelo di questa 24 domenica del tempo ordinario reca il primo annuncio della passione e morte di Gesù ai discepoli, il tentativo di Pietro di eliminare la croce e l’insegnamento di Gesù circa le conseguenze della croce per essere suoi discepoli e discepole. Pietro non capisce la proposta di Gesù riguardo alla croce ed alla sofferenza. Lui accettava Gesù messia, non come messia soffrente. Pietro era condizionato dalla propaganda del governo dell’epoca che parlava del messia solo in termini di re glorioso. Pietro sembrava cieco. Non intravedeva nulla e voleva che Gesù fosse come lui, Pietro, desiderava ed immaginava. Oggi tutti crediamo in Gesù. Ma non tutti lo capiamo nella stessa forma. Chi è Gesù per me? Qual è oggi l’immagine più comune che la gente ha di Gesù? C’è oggi una propaganda che cerca di interferire nel nostro modo di vedere Gesù? Chi sono io per Gesù?

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 8,27-28: La domanda di Gesù sull’opinione della gente e la risposta dei discepoli
- Marco 8,29-30: La domanda di Gesù e l’opinione dei suoi discepoli
- Marco 8,31-32a: Il primo annuncio della passione e morte
- Marco 8,32b-33: La conversazione tra Gesù e Pietro
- Marco 8,34-35: Le condizioni per poter seguire Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che ti ha maggiormente colpito? Perché?
- Qual è l’opinione della gente e di Pietro su Gesù? Perché Pietro e la gente pensano in questo modo?
- Qual è il rapporto tra la guarigione del cieco, descritta poco prima (Mc 8,22-26) e la conversazione di Gesù con Pietro e gli altri discepoli?
- Cosa chiede Gesù a coloro che vogliono seguirlo?
- Cosa ci impedisce oggi di riconoscere ed assumere il progetto di Gesù?

Per coloro che desiderano approfondire il tema
a) Contesto di ieri e di oggi:
- Nel testo di Marco 8,27 inizia una lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli che va fino al brano di Marco 10,45. Sia all’inizio che al termine di questa istruzione, Marco colloca la guarigione dei cieco: Marco 8,22-26 e Marco 10,46-52. All’inizio la guarigione del cieco non fu facile e Gesù dovette guarirlo in due tappe. Anche difficile fu la guarigione della cecità dei discepoli. Gesù dovette dare loro una lunga spiegazione riguardo al significato della Croce per aiutarli a intravedere la realtà, poiché era la croce che provocava in loro la cecità. Alla fine, la guarigione del cieco Bartimeo è il frutto della fede in Gesù. Suggerisce l’ideale del discepolo: credere in Gesù ed accettarlo come è, e non come io voglio ed immagino.
- Negli anni 70, quando Marco scrive, la situazione delle comunità non era facile. C’era molto dolore, molte erano le croci. Sei anni prima, nel 64, l’imperatore Nerone aveva decretato la prima grande persecuzione, uccidendo molti cristiani. Nel 70, in Palestina, Gerusalemme, stava per essere distrutta dai romani. Negli altri paesi, stava iniziando una forte tensione tra giudei convertiti e giudei non convertiti. La più grande difficoltà era la Croce di Gesù. I giudei pensavano che un crocifisso non poteva essere il messia così atteso dalla gente, perché la legge affermava che chiunque fosse stato crocifisso doveva essere considerato come un maledetto da Dio (Dt 21,22-23).

b) Commento del testo:
- Marco 8,22-26: Guarigione del cieco. Gli conducono un cieco, e chiedono a Gesù di guarirlo. Gesù lo guarisce, ma in modo diverso. Prima lo porta fuori del villaggio, poi mette saliva sui suoi occhi, impone le mani e gli dice: Vedi qualcosa? E l’uomo risponde: Vedo gli uomini, poiché vedo come degli alberi che camminano! Vedeva solo una parte. Intravedeva alberi e li scambiava per la gente, la gente per alberi! Solo in un secondo tentativo Gesù guarisce il cieco e gli proibisce di entrare nel villaggio. Gesù non voleva una propaganda facile! Questa descrizione della guarigione del cieco è una introduzione all’istruzione che sarà data ai discepoli, perché in realtà, erano ciechi Pietro e gli altri discepoli. E la cecità dei discepoli è guarita da Gesù, anch’essa non al primo colpo. Loro accettavano Gesù come messia, ma solo come messia glorioso. Notavano solo una parte! Non volevano l’impegno della Croce! Scambiavano alberi per persone!
- Marco 8,27-30. VEDERE: la scoperta della realtà. Gesù chiede: “Chi dice la gente che io sia?”. Loro rispondono indicando le diverse opinioni della gente: “Giovanni Battista”, “Elia o uno dei profeti”. Dopo aver ascoltato le opinioni degli altri, Gesù domanda: “E voi, chi dite che io sia?”. Pietro risponde: “Tu sei il Cristo, il Messia!”. Cioè: “Il signore è colui che la gente sta aspettando!”. Gesù è d’accordo con Pietro, ma gli proibisce di parlare di questo con la gente. Perché Gesù glielo proibisce? Allora tutti aspettavano la venuta del messia, ma ognuno a modo suo, secondo la classe e la posizione sociale che occupava: alcuni lo aspettavano come re, altri come sacerdote, dottore, guerriero, giudice o profeta! Nessuno sembrava aspettare il messia servo, annunciato da Isaia (Is 42,1-9).
- Marco 8,31-33. GIUDICARE: chiarimento della situazione: primo annuncio della passione. Gesù comincia ad insegnare che lui è il Messia Servo annunciato da Isaia, e sarà fatto prigioniero ed ucciso nell’esercizio della sua missione di giustizia (Is 49,4-9; 53,1-12). Pietro si riempie di timore, chiama Gesù da parte per sconsigliarlo. E Gesù risponde a Pietro: “Lungi da me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!”. Pietro pensava aver dato la risposta giusta. Ed in effetti dice la parola giusta: “Tu sei il Cristo!”. Ma non dà a questa parola il significato giusto. Pietro non capisce Gesù. È come il cieco di Betsaida. Scambiava la gente con gli alberi! La risposta di Gesù è stata durissima. Chiama Pietro, Satana! Satana è una parola ebraica che significa accusatore, colui che allontana gli altri dal cammino di Dio. Gesù non permette a nessuno di allontanarlo dalla sua missione. Letteralmente, Gesù dice: “Vai indietro!”. Ossia, Pietro deve andare dietro Gesù, deve seguire Gesù ed accettare il tragitto o la direzione che Gesù indica. Pietro voleva essere il primo ad indicare la direzione. Voleva un messia secondo la sua misura e secondo il suo desiderio.
- Marco 8,34-37. AGIRE: condizioni per seguire. Gesù trae conclusioni che sono valide fino ad oggi: Chi vuol venire dietro di me prenda la sua croce e mi segua! In quel tempo, la croce era la pena di morte che l’impero romano imponeva agli emarginati. Prendere la croce e caricarsela dietro Gesù voleva dire, quindi, accettare di essere emarginato dall’ingiusto sistema che legittimava l’ingiustizia. Indicava una rottura radicale e totale. Come dice San Paolo nella lettera ai Galati: “Quanto a me, invece, non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo” (Gal 6,14). La Croce non è fatalismo, e neanche un’esigenza del Padre. La Croce è la conseguenza dell’impegno liberamente assunto da Gesù per rivelare la Buona Novella che Gesù è Padre e che, quindi, tutti e tutte devono essere accettati e trattati da fratelli e sorelle. A causa di questo annuncio rivoluzionario, fu perseguitato e non ebbe paura di dare la sua vita. Prova d’amore maggiore che dare la vita per il proprio fratello.

Ampliando le informazioni: L’istruzione di Gesù ai discepoli: Tra le due guarigioni del cieco (Mc 8,22-26 e Mc 10,46-52), si trova la lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli, per aiutarli a capire il significato della croce e le sue conseguenze per la vita (Mc 8,27 a 10,45). Sembra un documento, una specie di catechismo, fatto dello stesso Gesù. Parla della croce nella vita del discepolo. È una specie di schema di istruzione:
- Mc 8,22-26: Guarigione di un cieco
- Mc 8,27-38: L’Annuncio della Passione
- Mc 9,1-29: Istruzioni sul Messia Servo
- Mc 9,30-37: L’Annuncio della Passione
- Mc 9,38 a 10,31: Istruzioni sulla conversazione
- Mc 10,32-45: L’Annuncio della Passione
- Mc 10,46-52: Guarigione di un cieco
Come si vede nel riquadro, l’istruzione è composta da tre annunci della passione. Il primo è di Marco 8,27-38, il secondo di Marco 9,30-37 e il terzo di Marco 10,32-45. Tra il primo ed il secondo, ci sono una serie di istruzioni per aiutare a capire che Gesù è il Messia Servo (Mc 9,1-29). Tra il secondo ed il terzo, una serie di istruzioni che chiariscono la conversione che deve avvenire nella vita di coloro che accettano Gesù come Messia Servo (Mc 9,38 a 10,31). L’insieme dell’istruzione ha come sfondo il cammino dalla Galilea a Gerusalemme, dal lago fino alla croce. Gesù è in cammino verso Gerusalemme, dove sarà messo a morte. Dall’inizio e fino alla fine di questa istruzione, Marco informa che Gesù è in cammino verso Gerusalemme (Mc 8,27; 9,30.33; 10,1.17.32), dove troverà la croce. In ciascuno di questi tre annunci, Gesù parla della sua passione, morte e risurrezione come parte del progetto di Gesù: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, per venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare” (Mc 8,31;9,31;10,33). L’espressione deve indica che la croce era stata annunciata già nelle profezie (cfr. Lc 24,26). Ciascuno di questi tre annunci della passione è accompagnato da gesti o parole di incomprensione da parte dei discepoli. Nel primo, Pietro non vuole la croce e critica Gesù (Mc 8,32). Nel secondo, i discepoli non capiscono Gesù, hanno paura e vogliono essere più grandi (Mc 9,32-34). Nel terzo, hanno paura, sono apprensivi (Mc 10,32), e cercano promozioni (Mc 10,35-37). E questo perché nelle comunità per cui Marco scrive il suo vangelo c’erano molte persone come Pietro: non volevano la croce! Erano come i discepoli: non capivano la croce, avevano paura e volevano essere i più grandi; vivevano nel timore e volevano promozioni. Ciascuno di questi tre annunci reca seco una parola di orientamento da parte di Gesù, criticando la mancanza di comprensione dei discepoli ed insegnando come deve essere il loro comportamento. Così, nel primo annuncio, Gesù esige da coloro che vogliono seguirlo portare la croce dietro di lui, perdere la vita per amore a lui ed al suo vangelo, non vergognarsi di lui e della sua parola (Mc 8,34-38). Nel secondo esige: farsi servo di tutti, e ricevere i bambini, i piccoli, come se fossero Gesù stesso (Mc 9,35-37). Nel terzo esige: bere il calice che lui berrà, non imitare i potenti che sfruttano gli altri, ma imitare il Figlio dell’Uomo che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti (Mc 10,35-45). La comprensione totale della sequela di Gesù non si ottiene dall’istruzione teorica, ma nell’impegno pratico, camminando con lui lungo il cammino del servizio, dalla Galilea a Gerusalemme. Chi insiste nel mantenere l’idea di Pietro, cioè, del Messia glorioso senza la croce, non capirà e non arriverà ad assumere l’atteggiamento del vero discepolo. Continuerà ad essere cieco, scambiando la gente per alberi (Mc 8,24). Perché senza la croce è impossibile capire chi è Gesù e cosa significa seguire Gesù. Il cammino della sequela è il cammino della dedizione, dell’abbandono, del servizio, della disponibilità, dell’accettazione del conflitto, sapendo che ci sarà la risurrezione. La croce non è un incidente di percorso, ma fa parte del cammino. Perché nel mondo, organizzato a partire dall’egoismo, l’amore ed il servizio possono esistere solo crocifissi! Chi dà la vita in servizio agli altri, incomoda coloro che vivono attaccati ai privilegi, e soffre.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.
RITO AMBROSIANO
ANNO B
III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 32,15-20
Sal 50
Rm 5,5b-11
Gv 3,1-13

Vita nuova nello Spirito Santo
Si pensa che religione significhi cercare Dio. Ma ben diversa è la realtà: è Dio che ha cercato noi, e solo lui riesce a cambiare efficacemente la nostra vita da “carne” in “spirito”, cioè in vita divina, mediante l’azione dello Spirito Santo. Tutto questo lo ha rivelato Cristo e ce l’ha ottenuto mediante il gesto di riconciliazione compiuto sulla croce. Proprio da lì “consegnò lo spirito” (Gv 19,30), o meglio: “diede lo Spirito”, come allude san Giovanni. L’iniziativa è di Dio, del tutto gratuita e incondizionata. Come solo opera sua - mediante il suo Spirito - è la nostra “rigenerazione”. Molto c’è da correggere del modo un po’ efficientista e troppo umano nel concepire l’autentica esistenza cristiana, che è fondamentalmente accoglienza e docilità al preveniente e prevalente agire di Dio in noi. “Infatti tutti quelli che sono guidati (“agiti”) dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14).
L’iniziativa di Dio: Da sempre Dio s’è interessato all’uomo, nella guida esteriore del suo popolo, ma più profondamente con una azione interiore personalizzata. Isaia, per immagini, presagisce il rinnovamento della condizione umana a seguito del dono dello Spirito: “In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino” (Lett.). Promettendo una nuova Alleanza, il Signore dirà: “Metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ez 36,26). E per i tempi nuovi è proprio promesso: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (Gl 3,1). Sarà Gesù a portare a tutti questo Spirito quale frutto della sua croce, rivelazione piena dell’amore gratuito di Dio. Scrive san Giovanni: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). “Egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,19). Questo è il punto che meraviglia Paolo: “A stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Epist.). All’insegna della gratuità è l’iniziativa di Dio, come già nel crearci, così molto più poi nel redimerci. Questo ci dà una grande serenità interiore circa la nostra salvezza: “Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita” (Epist.). Gratuità incondizionata, fedeltà inscalfibile alle sue promesse e disponibilità al perdono sono le caratteristiche di questo agire di Dio nei nostri confronti. A noi è richiesto di aprirci al suo amore e alla vita che ne viene. Il punto vero del peccato è questa orgogliosa chiusura alla permanente e insistente iniziativa salvifica di Dio, per un orgoglio di pensare di far da sé, di autosufficienza presuntuosa che ci rende quasi incapaci di capire l’agire così sorprendente di Dio. Nicodemo fatica a credere al miracolo di una trasformazione interiore, a una nuova nascita, a una vita nuova frutto dell’agire divino. Ma Gesù è esplicito: “Quello che è nato dalla carne è carne”. Non è alla nostra capacità puramente umana il trasformare il cuore e la vita - nonostante la buona volontà e una buona educazione. Paolo afferma categoricamente: “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). Tanto più quando si tratta di costruire in noi qualcosa di divino (come è il nostro unico destino, quello soprannaturale). Discontinuità e inadeguatezza sono i mezzi umani di fronte al dono di Dio; ma un dono, ripeto, decisivo per realizzare l’unica identità iscritta in noi, creati figli di Dio per esserne eredi!
La vita nuova: “Se uno non nasce dall’alto non può vedere il regno di Dio”. L’appartenere alla famiglia di Dio richiede una “nuova nascita”, qualcosa di qualitativamente nuovo rispetto alle possibilità umane (“carne”). È la vita divina che Gesù viene a offrire all’uomo. Di lui si dice: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo... A quanti l’hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,4.9.12-13). Si tratta di qualcosa che tocca la struttura intima dell’uomo, la sua realtà “ontologica” si dice, tanto che san Pietro parla di uno sperma divino gettato nel cuore dell’uomo: “rigenerati non da seme corruttibile ma incorruttibile” (1Pt 1,23), per il quale diventiamo “partecipi della natura divina” (2Pt 1,4). Al regno di Dio si viene associati, attraverso il battesimo, dalla azione dello Spirito Santo: “Se uno non nasce da acqua e da Spirito, non può entrare nel regno di Dio”. Tutto il dono di Dio - il suo amore che ci fa figli - è lo Spirito Santo: “L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Epist.). Proprio a questo mirava tutto il disegno di Dio: di farci “figli nel Figlio”, in lui e come lui, proprio attraverso la presenza dello Spirito. “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, .. perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: ‘Abbà! Padre!” (Gal 4,4-6). È lo Spirito del “suo Figlio”: quel medesimo Spirito cioè che ha generato in Maria l’umanità di Gesù, che ha guidato Gesù ad essere fedele al padre fino alla croce, che l’ha risuscitato dai morti per farlo sedere alla destra del Padre, ora è dato da ognuno di noi perché attui la stessa divinizzazione. Non c’è altra definizione del cristiano: lo Spirito è il suo motore di vita. Un giorno Gesù proclamò solennemente: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). E l’azione dello Spirito è fantasiosa e sorprendente, quanti sono i carismi che suscita nella Chiesa. “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito”. Basta vedere la varietà meravigliosa dell’agire dei Santi.
La qualità assolutamente nuova d’umanità che ricrea Gesù, è solo lui a farcela conoscere. Si tratta di credere alla sua testimonianza, lui “il solo disceso dal cielo” a rivelarci il progetto di Dio: “Noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo veduto; ma voi non accogliete la nostra testimonianza”. Si tratta di scegliere tra la verità “di chi sa” perché ne è il Costruttore, e chi invece chiacchiera sul come è fatta la nostra macchina. Dai risultati del come la si manovra, non si fa fatica a scegliere!
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MessaggioOggetto: sabato 22 settembre 2012   Mar Set 18, 2012 2:30 pm

SABATO 22 SETTEMBRE 2012

SABATO DELLA XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio.

Letture:
1Cor 15,35-37.42-49 (È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità)
Sal 55 (Camminerò davanti a Dio nella luce dei viventi)
Lc 8,4-15 (Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza)

Il seme è la parola di Dio
Oggi siamo invitati a meditare su una delle parabole più note dei Vangeli: quella del seminatore che esce a seminare. I discepoli esortano Gesù a fornire la spiegazione della parabola ed Egli riassume tutto in un’affermazione precisa. Scompare, nelle parole di Gesù la figura del seminatore, che sembrava essere il centro della parabola stessa. L’attenzione è tutta rivolta al seme ed all’accoglienza della Parola. È una Parola missionaria perché cade dappertutto e per tutti. Il messaggio è universale, lo dice lo stesso Gesù quando parla con i suoi discepoli. A loro affida un compito che diventa missione su tutta la terra. Il seme può e deve poter germogliare se innestato nel terreno buono. È nostro compito rendere il cuore pronto all’accoglienza. Un insegnamento di Gesù rivolto ai suoi discepoli diventa esortazione per tutti noi, diventa necessità di sostenere un profondo esame di coscienza nel nostro porci di fronte al Mistero di Gesù.
Essere una terra buona! Questa parabola del seme colpisce perché è esigente. Ma cerchiamo di non cadere in falsi problemi. Certo, noi dobbiamo chiederci in quale tipo di terra ci poniamo. Ma non è qui che troveremo il dinamismo necessario per divenire terra buona in cui la parola produrrà cento frutti da un solo seme. Piuttosto guardiamo, ammiriamo e contempliamo la volontà di Dio, che vuole seminare i nostri cuori. La semente è abbondante: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente”. Il Figlio di Dio è uscito, è venuto in mezzo agli uomini per questo, per effondere la vita di Dio e per seminare in abbondanza. Sapersi oggetto della sollecitudine di Dio, che vede la nostra vita come un campo da fecondare. Il nostro Dio è un Dio esigente perché è un Dio generoso. E la sua generosità arriva ancora più in là. Dio è il solo a poter preparare il campo del nostro cuore perché sia pronto ad accogliere la sua parola. Certo, dobbiamo essere vigili per evitare le trappole del tentatore, per eliminare le pietre e le spine, ma solo la nostra fiducia, il nostro rivolgerci fiduciosi a Dio dal quale deriva ogni bene, ce lo permetterà. Dio vuole fecondare la nostra vita. Possa egli preparare anche il nostro cuore. Noi siamo poveri di fronte a lui e solo l’invocazione rivolta a lui dal profondo della nostra miseria può far sì che diveniamo “terra buona”.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.

Riflessione:
- Nel vangelo di oggi, meditiamo sulla parabola del seme. Gesù aveva uno stile assai popolare di insegnare per mezzo di parabole. Una parabola è un paragone che usa le cose conosciute e visibili della vita per spiegare le cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. Gesù aveva una capacità enorme di trovare immagini ben semplici per paragonare le cose di Dio con le cose della vita che la gente conosceva e sperimentava nella sua lotta quotidiana per sopravvivere. Ciò suppone due cose: stare dentro le cose della vita, e stare dentro le cose di Dio, del Regno di Dio. Per esempio, la gente della Galilea se ne intendeva di semi, di terreno, di pioggia, di sole, di sale, di fiori, di raccolto, di pesca, etc. Ora, sono esattamente queste cose conosciute che Gesù usa nelle parabole per spiegare il mistero del Regno. L’agricoltore che ascolta dice: “Semente in terra, so cosa vuol dire. Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà mai?”. Ed è possibile immaginare le lunghe conversazioni con la gente! La parabola entra nel cuore della gente e la spinge ad ascoltare la natura ed a pensare alla vita.
- Quando termina di raccontare la parabola, Gesù non la spiega, ma è solito dire: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”. Che significa: “Avete sentito questa parabola. Ora cercate di capirla!”. Ogni tanto lui spiegava ai discepoli. Alla gente piaceva questo modo di insegnare, perché Gesù credeva nella capacità personale di scoprire il senso delle parabole. L’esperienza che la gente aveva della vita era per lui un mezzo per scoprire la presenza del mistero di Dio nella loro vita e di prendere forza per non scoraggiarsi lungo il cammino.
- Luca 8,4: La moltitudine dietro Gesù. Luca dice: una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città. Allora disse questa parabola. Marco descrive come Gesù racconta la parabola. C’era tanta gente intorno a lui. Per non cadere, sale su una barca e sedutosi insegna alla gente che si trova sulla spiaggia (Mc 4,1).
- Luca 8,5-8a: La parabola del seme rispecchia la vita degli agricoltori. In quel tempo, non era facile vivere dell’agricoltura. Il terreno era pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole. Inoltre, molte volte, la gente accorciava il cammino e passando in mezzo ai campi calpestava le piante (Mc 2,23). Ma malgrado ciò, ogni anno l’agricoltore seminava e piantava, con fiducia nella forza del seme, nella generosità della natura.
- Luca 8,8b: Chi ha orecchi per intendere, intenda! Alla fine, Gesù termina dicendo: “Chi ha orecchi per intendere, intenda!”. Il cammino per giungere a capire la parabola è la ricerca: “Cercate di capire!”. La parabola non dice tutto immediatamente, ma spinge la persona a pensare. Fa in modo che scopra il messaggio partendo dall’esperienza che la persona stessa ha del seme. Spinge ad essere creativi e partecipativi. Non è una dottrina che si presenta pronta per essere insegnata e decorata. La parabola non è acqua in bottiglia, è la fontana.
- Luca 8,9-10: Gesù spiega la parabola ai discepoli. In casa, soli con Gesù, i discepoli vogliono sapere il significato della parabola. Gesù risponde per mezzo di una frase difficile e misteriosa. Dice ai discepoli: “A voi fu dato di conoscere i misteri del Regno. Ma agli altri solo in parabole, perché vedendo non vedano e udendo non intendano”. Questa frase fa sorgere una domanda nel cuore della gente: A cosa serve la parabola? Per chiarire o per nascondere? Gesù usava le parabole affinché la gente continuasse nella sua ignoranza e non giungesse a convertirsi? Certamente no! In un altro punto si dice che Gesù usava le parabole “secondo quello che potevano intendere” (Mc 4,33). La parabola rivela e nasconde allo stesso tempo! Rivela per coloro che “sono dentro”, che accettano Gesù Messia Servo. Nasconde per coloro che insistono nel vedere in lui il Messia Re grandioso. Costoro intendono le immagini della parabola, ma non capiscono il suo significato.
- Luca 8,11-15: La spiegazione della parabola, nelle sue diverse parti. Una ad una, Gesù spiega le parti della parabola, la semina, il terreno fino al raccolto. Alcuni studiosi pensano che questa spiegazione fu aggiunta dopo. Non sarebbe di Gesù, ma di qualche comunità. E’ possibile! Non importa! Perché nel bocciolo della parabola c’è il fiore della spiegazione. Bocciolo e fiore, ambedue hanno la stessa origine che è Gesù. Per questo, anche noi possiamo continuare a riflettere e scoprire altre cose belle nella parabola. Una volta, una persona in una comunità chiese: “Gesù disse che dobbiamo essere sale. A cosa serve il sale?”. Le persone dettero la loro opinione partendo dall’esperienza che ognuna di loro aveva del sale! Ed applicarono tutto questo alla vita della comunità e scoprirono che essere sale è difficile ed esigente. La parabola funzionò! Lo stesso vale per la semente. Tutti ne hanno una certa esperienza.

Per un confronto personale:
- La semente cade in quattro luoghi diversi: per la strada, tra le pietre, tra gli spini e in un buon terreno. Cosa significa ognuno di questi quattro terreni? Che tipo di terreno sono io? A volte la gente è pietra. Altre volte spini. Altre volte cammino. Altre volte terreno buono. Nella nostra comunità, cosa siamo normalmente?
- Quali sono i frutti che la Parola di Dio sta producendo nella nostra vita e nella nostra comunità?

Preghiera finale: Manifestino agli uomini i tuoi prodigi e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno Signore è regno di tutti i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione (Sal 114).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 23 settembre 2012   Mar Set 18, 2012 2:37 pm

DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché Egli ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con che Tu la hai letta per i discepoli nella strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa a loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella Creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, sopratutto nei poveri e sofferenti. La tua parola ci orienti finché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi Ti chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci ha rivelato il Padre e inviato il tuo Spirito. Amen.

Letture:
Sap 2,12.17-20 8 Condanniamo il giusto a una morte infamante)
Sal 53 (Il Signore sostiene la mia vita)
Gc 3,16-4,3 (Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia)
Mc 9,30-37 (Il Figlio dell’uomo viene consegnato… Se uno vuole essere il primo, sia il servitore di tutti)

“Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti”
Sul cammino verso Gerusalemme si manifesta la piccolezza del cuore umano di fronte alla magnanimità del dono di Dio. Ci si trova sempre impreparati alle sorprese divine. Gesù, cammin facendo, “istruiva i suoi discepoli” in completa solitudine dagli altri, sul significato del suo ‘consegnarsi’ e, intendeva pure prepararli al grande passo. Prepara anche noi a compiere quel tragitto che nessuno vorrebbe fare, perché è in salita e irto di difficoltà. Essi non comprendono quello che stava per compiersi, e l’evangelista aggiunge: “avevano timore di chiedergli spiegazioni”. Ciononostante non rimangono indifferenti, una certa logica, a modo loro, la seguono: si chiedono (male comune) chi tra loro potrebbe essere il più grande. Fa molto stridore il contrasto tra il dono di sé, che Gesù annuncia, ormai imminente e la ricerca della propria affermazione da parte dei Dodici. Quando giunsero in casa, il Maestro interrogò i suoi discepoli sul contenuto del discorso fatto sulla strada, la via dei discepoli, la nostra via, non la Via-Gesù. Essi tacciono, non hanno il coraggio di rispondere. A quel voluto silenzio, Gesù mostra ancora tenerezza e comprensione nei loro confronti e va avanti. Il primato sugli altri, se ci dovesse essere, è nel servizio, e chi serve non può essere che all’ultimo posto, “come il Figlio dell’uomo che è venuto per servire e non per essere servito, e dare la vita in riscatto per molti”. Per Gesù Cristo, infatti la croce è stata una scelta di servizio, un mettersi all’ultimo posto. Nella lavanda dei piedi ha sigillato tutto questo. Ma ancora di più. Nell’accoglienza del bambino, di qualsiasi uomo bisognoso, Gesù pone lo stile del servizio. Accogliere tutti i diseredati è come accogliere il Cristo e chi accoglie Cristo in queste persone, “accoglie anche colui che l’ha mandato”. Questo è l’atto di culto più alto.
Il santo battesimo ci ha inseriti nella morte del Signore, ci ha resi conformi al suo sacrificio. Questa è la radice della nostra esistenza cristiana, la sua sorgente profonda: il frutto deve essere l’umiltà, l’esistenza che ne sgorga deve essere un’esistenza donata nel servizio. È questo un punto centrale della vita cristiana. In essa, e dunque nella Chiesa, la logica delle “precedenze” è completamente rovesciata: il primo è colui che si fa il servo di tutti, come Gesù, il cui primato è stato posto dalla sua obbedienza ed immolazione sulla croce. La vera dignità è nella possibilità offerta all’uomo di imitare l’umiltà del Verbo Incarnato. Una conseguenza sconvolgente: il piccolo è il “sacramento” di Gesù e quindi in lui accogliamo il Padre.

Approfondimento del Vangelo (Il più grande nel Regno)
Il testo: In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo che ci propone la liturgia di questa domenica ci reca il secondo annuncio della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù. Come avviene nel primo annuncio (Mc 8,31-33), anche ora i discepoli sono spaventati e sopraffatti dalla paura. Non capiscono nulla sulla croce, perché non sono capaci di capire, né di accettare un Messia che diventa servo dei fratelli. Loro continuano a sognare con un messia glorioso (Mt 16,21-22). C’è una grande incoerenza nei discepoli. Quando Gesù annuncia la sua Passione-Morte, loro discutono chi sarà il più grande tra di loro (Mc 9,34). Gesù vuole servire, loro pensano solo a comandare! L’ambizione li porta a voler mettersi accanto a Gesù. Cosa spicca maggiormente nella mia vita: la competitività o il desiderio di comandare o il desiderio di servire e di promuovere le persone? La reazione di Gesù dinanzi alla pretesa dei discepoli aiuta a percepire qualcosa della pedagogia fraterna da lui usata per formare i suoi discepoli. Indica come li aiutava a superare il “lievito dei Farisei e di Erode” (Mc 8,15). Questo lievito ha radici profonde. Rinasce ogni volta di nuovo! Ma Gesù non desiste! Combatte e critica sempre il “lievito” sbagliato. Anche oggi esiste un lievito dell’ideologia dominante. Una propaganda del sistema neoliberale, del commercio, del consumismo, dei romanzi, dei giochi, tutto questo influisce profondamente nel nostro modo di pensare e di agire. Come i discepoli di Gesù, anche noi non siamo sempre capaci di mantenere un atteggiamento critico dinanzi all’invasione di questo lievito. L’atteggiamento formatore di Gesù ci continua ad aiutare.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 9,30-32: l’annuncio della Passione
- Marco 9,33-37: discussione su chi è il più grande
- Marco 9,38-40: l’uso del nome di Gesù
- Marco 9,41: la ricompensa di un bicchiere d’acqua

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
- Qual è la frase di questo testo che ti ha piaciuta di più o ha colto la tua attenzione?
- Qual è l’attitudine dei discepoli in ciascun brano: vv 30-32; vv 33-37; vv 38-40? É la stessa nei tre brani?
- Qual è l’insegnamento di Gesù in ciascun episodio?
- Che significato ha oggi per noi la frase: “Chi non è contro di noi è per noi?”.

Commento:
- Marco 9,30-32: L’annuncio della Croce. Gesù attraversava la Galilea, ma non vuole che la gente lo sappia, perché è occupato nella formazione dei discepoli. Parla con loro sul “Figlio dell’Uomo” che deve essere consegnato. Gesù trae i suoi insegnamenti dalla profezie. Nella formazione dei discepoli si orienta nella Bibbia. I discepoli ascoltano, ma non capiscono. Ma non chiedono chiarimenti. Forse hanno paura di far vedere la loro ignoranza!
- Marco 9,33-34: Una mentalità di competitività. Giungendo a casa, Gesù chiede: Di che cosa stavate discutendo lungo la via? Loro non rispondono. È il silenzio di coloro che si sentono in colpa, perché lungo il cammino discutevano su chi fosse il più grande. Il “lievito” della competitività e del prestigio, che caratterizzava la società dell’Impero Romano, si infiltrava già nella piccola comunità che stava al punto di cominciare! Qui appare il contrasto! Mentre Gesù si preoccupava di essere il Messia-Servo, loro pensavano solo a chi fosse il più grande. Gesù cerca di scendere, loro di ascendere!
- Marco 9,35-37: Servire, e non comandare. La risposta di Gesù è un riassunto della testimonianza di vita che stava dando sin dall’inizio: Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti! E l’ultimo non guadagna nulla. È un servo inutile (cfr. Lc 17,10). Usare il potere non per ascendere o dominare, ma per scendere e servire. È questo il punto su cui Gesù insiste maggiormente e su cui fondamenta la sua testimonianza (cfr. Mc 10,45; Mt 20,28; Gv 13,1-16).Gesù pone in mezzo a loro alcuni bambini. Una persona che solo pensa ad ascendere e dominare, non presta attenzione ai piccoli, ai bambini. Ma Gesù inverte tutto! E dice: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato! Lui si identifica con loro. Chi accoglie i piccoli in nome di Gesù, accoglie Dio stesso!
- Marco 9,38-40: La mentalità ristretta. Qualcuno che non apparteneva alla comunità si serviva del nome di Gesù per scacciare i demoni. Giovanni, il discepolo, vede e proibisce: Glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri. A nome della comunità, Giovanni impedisce una buona azione. Lui pensava di essere padrone di Gesù e voleva proibire che altri usassero il suo nome per fare il bene. Era la mentalità ristretta ed antica del “Popolo eletto, Popolo separato!”. Gesù risponde: Non glielo proibite! Chi non è contro di noi è per noi! (Mc 9,40). Per Gesù, ciò che importa non è se la persona fa o non parte della comunità, ma se fa o no il bene che la comunità deve fare.
- Marco 9,41: Un bicchiere d’acqua per ricompensa. Qui viene inserita una frase di Gesù: Chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, vi dico in verità che non perderà la sua ricompensa. Due pensieri: 1) Chiunque vi darà un bicchiere d’acqua: Gesù sta andando verso Gerusalemme per dare la propria vita. Gesto di grande donazione! Ma lui non disprezza i gesti piccoli di donazione nella vita di ogni giorno: un bicchiere d’acqua, un’accoglienza, una parola, tanti gesti. Anche il minimo gesto va apprezzato. 2) Nel mio nome perché siete di Cristo: Gesù si identifica con noi che vogliamo appartenere a Lui. Ciò significa che per Lui noi valiamo molto.

Ampliando le informazioni per potere capire meglio il testo
- Gesù, il “Figlio dell’uomo”. È il nome che piace di più a Gesù. Appare con molta frequenza nel vangelo di Marco (Mc 2,10-28; 8,31-38; 9,9-12.31; 10,33-45; 13,26; 14,21.41.62). Questo titolo viene dall’A.T. Nel libro di Ezechiele, costui indica la condizione umana del profeta (Ez 3,1.10.17; 4,1 etc.). Nel libro di Daniele, appare lo stesso titolo in una visione apocalittica (Dn 7,1-28), in cui Daniele descrive gli imperi dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani e dei Greci. Nella visione del profeta, questi quattro imperi hanno un’apparenza di “animali mostruosi” (cfr. Dn 7,3-8). Sono imperi animaleschi, brutali, inumani, che perseguono ed uccidono (Dn 7,21-25). Nella visione del profeta, dopo due regni inumani, appare il Regno di Dio che ha l’apparenza, non di un animale, bensì di una figura umana, Figlio dell’uomo. Ossia è un regno con apparenza di gente, regno umano, che promuove la vita, che umanizza (Dn 7,13-14). Nella profezia di Daniele, la figura del Figlio dell’Uomo rappresenta, non un individuo, bensì come dice lui stesso, il “popolo dei Santi dell’Altissimo” (Dn 7,27; cfr. Dn 7,18). È il popolo di Dio che non si lascia ingannare né manipolare dall’ideologia dominante degli imperi animaleschi. La missione del Figlio dell’Uomo, cioè, del popolo di Dio, consiste in realizzare il Regno di Dio come un regno umano. Regno che non uccide la vita, anzi la promuove! Umanizza le persone. Presentandosi ai suoi discepoli come il Figlio dell’Uomo, Gesù assume come sua questa missione che è la missione di tutto il Popolo di Dio. È come se dicesse a loro e a tutti noi: “Venite con me! Questa missione non è solo mia, ma è di tutti noi! Insieme, compiamo la missione che Dio ci ha affidato: edificare il Regno umano ed umanizzante che lui sognò! Facciamo ciò che lui fece e visse durante tutta la vita, soprattutto, negli ultimi tre anni. Il Papa Leone Magno diceva: “Gesù fu così umano, così umano, come solo Dio può esserlo”. Quanto più umano, tanto più divino. Quanto più “figlio dell’uomo”, tanto più “figlio di Dio”! Tutto ciò che rende meno umane le persone allontana da Dio, anche la vita religiosa, anche la vita carmelitana! Fu ciò che Gesù condannò, mettendo il bene della persona umana al di sopra della legge, al di sopra del sabato (Mc 2,27).
- Gesù, il Formatore. “Seguire” era un termine che faceva parte del sistema educativo dell’epoca. Era usato per indicare il rapporto tra discepolo e maestro. Il rapporto tra discepolo e maestro è diverso da quello tra professore ed alunno. Gli alunni assistono alle lezioni del professore su una determinata materia. I discepoli “seguono” il maestro e vivono con lui, tutto il tempo. È proprio in questa “convivenza” di tre anni con Gesù, che i discepoli e le discepole riceveranno la loro formazione. Una formazione di “sequela di Gesù” non era in primo luogo la trasmissione di verità da decorare, bensì la comunicazione di una nuova esperienza di Dio e della vita che irradiava da Gesù per i discepoli e le discepole. La comunità stessa che si formava attorno a Gesù era l’espressione di questa nuova esperienza. La formazione portava le persone ad avere uno sguardo diverso, atteggiamenti diversi. Faceva nascere in loro una nuova coscienza riguardo la missione ed il rispetto per sé. Faceva in modo che si schierassero da parte degli esclusi. Produceva una “conversione”, conseguenza dell’aver accettato la Buona Novella (Mc 1,15).Gesù è l’asse, il centro, il modello, il riferimento della comunità. Lui indica la strada da seguire, è “cammino, verità e vita” (Gv 14,6). Per i suoi atteggiamenti è prova e mostra del Regno: rende trasparente ed incarna l’amore di Dio e lo rivela (Mc 6,31; Mt 10,30; Lc 15,11-32). Gesù è una “persona significativa” per loro, che lascerà in loro un’impronta per sempre. Molti piccoli gesti rispecchiano questa testimonianza di vita con cui Gesù indicava la sua presenza nella vita dei discepoli. Era un suo modo di dare forma umana all’esperienza che lui stesso aveva del Padre. In questo suo modo di essere e di convivere, di rapportarsi con le persone, di guidare il popolo e di ascoltare coloro che andavano a parlare con lui, Gesù appare:
a) come una persona di pace, che ispira pace e riconciliazione: “La Pace sia con voi!” (Gv. 20,19; Mt 10,26-33; Mt 18,22; Gv 20,23; Mt 16,19; Mt 18,18);
b) come una persona libera e che libera, che sveglia la libertà e la liberazione: “L’uomo non è fatto per il sabato, ma il sabato per l’uomo” (Mc 2,27; 2,18-23);
c) come una persona di preghiera, che vediamo pregare in tutti i momenti importanti della sua vita e che risveglia negli altri la voglia di pregare: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1-4; Lc 4,1-13; 6,12-13; Gv 11,41-42; Mt 11,25; Gv 17,1-26; Lc 23,46; Mc 15,34);
d) come una persona affettuosa, che provoca risposte piene d’amore (Lc 7,37-38; 8,2-3; Gv 21,15-17; Mc 14,3-9; Gv 13,1);
e) come una persona accogliente che è sempre presente nella vita dei discepoli e che li accoglie al ritorno dalla missione (Lc 10,7);
f) come una persona realista ed osservatrice, che risveglia l’attenzione dei discepoli per le cose della vita mediante l’insegnamento delle Parabole (Lc 8,4-8);
g) come una persona attenta, preoccupata dei discepoli (Gv 21,9), che cura perfino il loro riposo e che vuole stare con loro in modo che possano riposare (Mc 6,31);
h) come una persona preoccupata con la situazione che dimentica la propria fatica ed il proprio riposo quando vede che la gente la cerca (Mt 9,36-38);
i) come una persona amica, che condivide tutto, perfino il segreto del Padre (Gv 15,15);
j) come una persona comprensiva, che accetta i discepoli come sono, perfino la loro fuga, la negazione ed il tradimento, senza rompere con loro (Mc 14,27-28; Gv 6,67);
k) come una persona impegnata, che difende i suoi amici quando sono criticati dagli avversari (Mc 2,18-19; 7,5-13);
l) come una persona saggia che conosce la fragilità dell’essere umano, sa ciò che succede nel suo cuore, e per questo insiste nella vigilanza ed insegna a pregare (Lc 11,1-13; Mt 6,5-15). In una parola, Gesù si presenta come una persona umana, molto umana, così umana come solo Dio può essere umano! Figlio dell’Uomo!

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello, che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola, Tu che vivi e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
1Re 19,4-8
Sal 33
1Cor 11,23-26
Gv 6,41-51

Un pane per la vita
La vita è un cammino; ha un suo termine. Un termine o una méta? É decisivo saperlo. Il nulla o un aldilà? Dà un senso diverso al vivere. Una vita che scavalchi la morte, questo è l’unico vero bisogno di noi uomini. Quello che produciamo noi è un pane che nutre fino alla morte. C’è un pane che nutre per l’eternità? “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. È questione di vita o di morte, di vita per sempre o di morte per sempre. Probabilmente Cristo non è un di più per anime pie, ..ma il caso serio per l’uomo che vuol salvare la pelle!
La vita: Elia, stufo di vivere - perché la vita è grama, anche la nostra - va in cerca di Dio, al monte Oreb, per trovare una risposta e una risorsa. “Alzati, mangia!”. Sembra non credere troppo al dono di Dio. Si rassegna a un destino sempre pensato ineluttabile: “Di nuovo si coricò”. Illusione - narcotico per deboli - è la promessa di Dio. Ma Dio insiste, nonostante l’indifferenza: “Alzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino”. Troppo più in là delle nostre risorse è la promessa di Dio. Incredibile credere alla vita quando tutti muoiono! “Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci prepara le eterne praterie del cielo”. “Con la forza di quel cibo camminò.. fino al monte di Dio, l’Oreb”. La vita non viene da noi ma da Dio, e a lui mira. Il senso della morte fisica alla fine è questo: farci toccare con mano la nostra insufficienza a raggiungere un traguardo di vita. Conta allora non rinnegare la speranza, credere alla méta che ci attende, nutrendoci del cibo giusto! L’orgoglio del far da sé porta all’assurdo della vita, alla disperazione se si è lucidi, all’alienazione se non si pensa, alla rinuncia ad essere uomini. “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Bisogna alzare il capo e aspettarsi da un Altro il pane che dà la vita. Non c’è scelta. Resistere a Dio è sciocchezza; ideologismo.. non più di moda per persone libere! “Chi crede ha la vita eterna”. Diceva Paolo: “Se noi abbiamo avuto speranza in Cristo solo per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini. Ora, invece, Cristo è risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,19-20). La nostra speranza si appoggia su un fatto: uno che ha cercato la vita in Dio e l’ha ottenuta. È, per me come per Paolo, l’unica medicina che risolve il problema della morte. Da Dio. Oggi Gesù è esplicito: “Io sono il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”. La vita è in Dio, e viene da lui anche la nostra, per il tramite di Gesù per il quale “tutto è stato fatto” (Gv 1,3). “Come il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso” (Gv 5,26). Si tratta solo di attingerla da lui, ora, e nella forma da lui stabilita che è l’Eucaristia: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). Crederlo venuto da Dio è però frutto della fede, cioè è già dono di Dio. “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. È scritto nei profeti: Tutti saranno istruiti da Dio”.
Il pane: Prodigio impensabile è il segno compiuto da Gesù nell’Ultima Cena, che ricorda, contiene e comunica la sua Persona nell’atto di offrirsi come redentore: “Fate questo in memoria di me. Ogni volta infatti che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga” (Epist.). L’Eucaristia è il tesoro più grande della Chiesa, la fonte e il vertice della sua esistenza e della sua azione. Colui che era disceso dal cielo per prendere carne tra noi, un giorno decise di scavalcare anche il tempo per essere contemporaneo ad ogni generazione di credenti; la messa è, ora e qui, il suo sacrificio, la sua parola, il suo nutrimento per noi, e la caparra di un medesimo destino di glorificazione poiché mangiamo di un corpo risorto: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Questo pane è la forza che fa giungere alla meta, ben più efficace del cibo di Elia e della manna: “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia”. Anzi: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Ecco: mangiare! Certamente a Cristo ci si congiunge con la fede; ma lui stesso ha voluto quasi in un modo fisico venire a “toccarci”, a penetrare nella nostra vita per affiancare la nostra libertà, guarirla e guidarla. Proprio con lui ci uniamo nella comunione a messa: “Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10,16). Paolo prosegue: “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane” (1Cor 10,17). L’Eucaristia fa la Chiesa; essa è esattamente l’insieme di quanti si nutrono di Cristo e divengono membra dell’unico suo corpo, il Christus totus, come dice sant’Agostino. Si passa così dal corpo sacramentale al corpo ecclesiale mediante il divenire eucaristico. Dice il Canone III: “A noi, che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. E dall’Eucaristia, la carità, perché ci si nutre di colui che dà la vita per noi uomini. L’amore di Dio storicamente rivelatosi in croce, si rende presente a noi sacramentalmente nella Messa, perché si espanda esistenzialmente nella vita donata del cristiano. Cristo è sacramento del Padre, la Chiesa è sacramento di Cristo.
“Non mormorate tra voi”. Dicevano questi: “Ma costui non è il figlio di Giuseppe?”: come credere che Dio si faccia vivo in carne ed ossa? Più tardi diranno: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?” (Gv 6,52). Ben più difficile credere al miracolo della sua presenza entro le specie eucaristiche. Ma nessuno avrebbe potuto inventare simili cose - che sfiorano l’inverosimile - se non la fantasia potente di Dio! Il che è prova della verità della cosa.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 29 settembre 2012   Mar Set 25, 2012 1:58 pm

SABATO 29 SETTEMBRE 2012

SANTI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE
FESTA


Preghiera iniziale: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna.

Letture:
Dn 7,9-10.13-14 (Mille migliaia lo servivano); oppure Ap 12,7-12a (Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago)
Sal 137 (Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria)
Gv 1,47-51 (Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo)

Angeli, messaggeri del Signore per gli uomini
Le Chiese d’occidente fanno oggi memoria degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele, insieme a tutte le altre schiere angeliche, anche se il 2 Ottobre viene celebrata un’altra memoria degli angeli, sotto il titolo di “Angeli custodi”, proprio perché la Divina Provvidenza ha affidato noi a tale protezione. Questi Spiriti Beati che sono al cospetto di Dio, secondo tutta la tradizione biblica, riassunta nella lettera agli Ebrei, “sono spiriti inviati da Dio al servizio di coloro che devono ereditare la salvezza”. Solo questi tre in tutta la tradizione biblica hanno un nome particolare e significativo in base alla missione che debbono svolgere. Michele, il cui nome ebraico significa ‘Chi è come Dio?’, è l’arcangelo difensore contro lo spirito del male e i suoi collaboratori; il protettore degli amici di Dio; è colui che veglia sul popolo. Gabriele, ‘forza di Dio’, è l’arcangelo inviato a portare i lieti annunci: la nascita del Battista e quella di Gesù; inoltre già nell’Antico Testamento aveva rivelato al profeta Daniele i tempi della salvezza. Raffaele, ‘Dio ha guarito’, è anch’egli fra i sette angeli che stanno davanti al trono di Dio; egli ha una funzione di assistenza; accompagna Tobia nel suo viaggio e gli guarisce il padre dalla cecità. Alla meraviglia di Nicodemo di essere stato visto prima che lui si fosse accorto (è il testo celebrativo), Gesù aggiunge: “vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo”. Siamo costruttori di una storia che ha Cristo al suo centro e al suo termine. Il combattimento durerà sino alla fine dei tempi, ma al nostro fianco ci saranno gli arcangeli, guidati da Michele. Questa realtà che i nostri occhi non sanno vedere ci è stata rivelata, affinché combattiamo la buona battaglia e così affrettiamo il compimento del regno di Dio.
Gli Angeli sono esseri misteriosi, e in forma misteriosa ne parla il profeta Daniele nella celebre profezia sul Figlio dell’uomo che la liturgia ci fa leggere oggi: “Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui; mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano”. Daniele non nomina gli Angeli: parla di fuoco, di migliaia, di miriadi di miriadi... Sono veramente esseri misteriosi. Noi li rappresentiamo come uomini dal viso soave e dolce, nella Scrittura invece appaiono come esseri terribili, che incutono timore, perché sono la manifestazione della potenza e della santità di Dio, che ci aiutano ad adorare degnamente: “A te voglio cantare davanti ai tuoi angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo”. Come preghiamo nel prefazio di oggi: “Signore, Padre santo, negli spiriti beati tu ci riveli quanto sei grande e amabile al di sopra di ogni creatura”. Nella visione di Daniele non sono gli Angeli gli esseri più importanti: vediamo più avanti “uno, simile ad un figlio d’uomo” ed è lui, non gli Angeli, ad essere introdotto fino al trono di Dio, è a lui che egli “diede potere, gloria e regno”, è a lui che “tutti i popoli serviranno”. La stessa cosa vediamo nel Vangelo: gli Angeli sono al servizio del Figlio dell’uomo. “Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” dirà Gesù, facendo allusione sia a questa visione di Daniele sia alla visione di Giacobbe, che nel sonno vede gli Angeli salire e scendere sul luogo dove è coricato e che dà il senso della presenza di Dio in tutti i luoghi della terra. Gli Angeli di Dio sono dunque al servizio del Figlio dell’uomo, cioè di Gesù di Nazaret; la nostra adorazione non è rivolta agli Angeli, ma a Dio e al Figlio di Dio. Gli Angeli sono servitori di Dio che egli, nella sua immensa bontà, mette al nostro servizio e che ci aiutano ad avere un senso più profondo della sua santità e maestà e contemporaneamente un senso di grande fiducia, perché questi esseri terribili sono al nostro servizio, sono nostri amici. Domandiamo al Signore che ci faccia comprendere davvero la sua santità e maestà infinite, perché ci prostriamo con sempre maggiore reverenza alla sua presenza, davanti ai suoi Angeli.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci presenta il dialogo tra Gesù e Natanaele in cui appare questa frase: “In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’Uomo”. Questa frase aiuta a chiarire qualcosa riguardo agli arcangeli.
- Giovanni 1,47-49: La conversazione tra Gesù e Natanaele. Filippo portò Natanaele da Gesù (Gv 1,45-46). Natanaele aveva esclamato: “Da Nazaret può venire qualcosa di buono?”. Natanaele era di Cana, che si trova vicino a Nazaret. Vedendo Natanaele, Gesù dice: “Ecco un israelita autentico, senza falsità!”. Ed afferma che lo conosceva già quando era sotto il fico. Come mai Natanaele poteva essere un “israelita autentico” se non accettava Gesù messia? Natanaele “stava sotto il fico”. Il fico era il simbolo di Israele (cf. Mq 4,4; Zc 3,10; 1Rs 5,5). “Stare sotto il fico” era lo stesso che essere fedeli al progetto del Dio di Israele. Israelita autentico è colui che sa disfarsi delle sue proprie idee quando percepisce che queste sono in disaccordo con il progetto di Dio. L’israelita che non è disposto a conversare non è né autentico né onesto. Natanaele è autentico. Sperava il messia secondo l’insegnamento ufficiale dell’epoca, secondo cui il Messia veniva da Betlemme nella Giudea. Il Messia non poteva venire da Nazaret in Galilea (Gv 7,41-42.52). Per questo, Natanaele si resiste ad accettare Gesù messia. Ma l’incontro con Gesù lo aiuta a rendersi conto che il progetto di Dio non è sempre come la persona se lo immagina o desidera che sia. Natanaele riconosce il suo proprio inganno, cambia idea, accetta Gesù messia e confessa: “Maestro, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re di Israele!”.
- La diversità della chiamata. I vangeli di Marco, Matteo e Luca presentano la chiamata dei primi discepoli in modo assai conciso: Gesù cammina lungo la spiaggia, chiama Pietro ed Andrea. Poi chiama Giovanni e Giacomo (Mc 1,16-20). Il vangelo di Giovanni ha un altro modo di descrivere l’inizio della prima comunità che si formò attorno a Gesù. Giovanni lo fa narrando storie ben concrete. Colpisce la varietà delle chiamate e degli incontri delle persone tra di loro e con Gesù. Così, Giovanni insegna come bisogna fare per formare una comunità. È mediante i contatti e gli inviti personali, ed è così fino ad oggi! Gesù chiama alcuni direttamente (Gv 1,43). Altri indirettamente (Gv 1,41-42). Un giorno chiamò due discepoli di Giovanni Battista (Gv 1,39). Il giorno seguente chiamò Filippo che, a sua volta, chiamò Natanaele (Gv 1,45). Nessuna chiamata si ripete, perché ogni persona è diversa. La gente non dimentica mai le chiamate importanti che marcano la loro vita. Ne ricorda perfino la ora ed il giorno (Gv 1,39).
- Giovanni 1,50-51: Gli angeli di Dio che scendono e salgono sul Figlio dell’Uomo. La confessione di Natanaele è appena all’inizio. Chi è fedele, vedrà il cielo aperto e gli angeli che salgono e scendono sul Figlio dell’Uomo. Sperimenterà che Gesù è il nuovo legame tra Dio e noi, esseri umani. È la realizzazione del sogno di Giacobbe (Gen 28,10-22).
- Gli angeli che salgono e scendono la scala. I tre arcangeli: Gabriele, Raffaele e Michele. Gabriele spiegava al profeta Daniele il significato delle visioni (Dn 8,16; 9,21). Lo stesso angelo Gabriele portò il messaggio di Dio a Elisabetta (Lc 1,19) ed a Maria, la madre di Gesù (Lc 1,26). Il suo nome significa “Dio è forte”. Raffaele appare nel libro di Tobia. Accompagna Tobia, figlio di Tobit e di Anna, lungo il viaggio e lo protegge da tutti i pericoli. Aiuta Tobia a liberare Sara dallo spirito maligno ed a curare Tobit, il padre, dalla cecità. Il suo nome significa “Dio cura”. Michele aiutò il profeta Daniele nelle sue lotte e difficoltà (Dn 10,13.21; 12,1). La lettera di Giuda dice che Michele disputò con il diavolo il corpo di Mosè (Giuda 1,9). Fu Michele che vinse satana, facendolo cadere dal cielo e gettandolo nell’inferno (Ap 12,7). Il suo nome significa: “Chi è come Dio!”. La parola angelo significa messaggero. Lui porta un messaggio di Dio. Nella Bibbia, la natura intera può essere messaggera di Dio, rivelando l’amore di Dio verso di noi (Sal 104,4). L’angelo può essere Dio stesso, quando rivolge il suo volto su di noi e ci rivela la sua presenza amorosa.

Per un confronto personale
- Hai già avuto un incontro che ha marcato la tua vita? Come hai scoperto lì la chiamata di Dio?
- Hai avuto interesse qualche volta, come ha fatto Filippo, a chiamare un’altra persona a partecipare nella comunità?

29 settembre: Santi Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele
Biografia: Michele, il cui nome significa “Chi è come Dio?”, è l’arcangelo che insorge contro Satana e i suoi angeli, difensore degli amici di Dio, protettore del suo popolo. Gabriele, il cui nome significa “Forza di Dio” è uno degli spiriti che stanno davanti a Dio, rivela a Daniele i segreti del piano di Dio, annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista e a Maria quella di Gesù.
Raffaele, il cui nome significa “Dio ha guarito”, è fra i sette angeli che stanno davanti al trono di Dio, accompagna e custodisce Tobia nelle peripezie del suo viaggio e gli guarisce il padre cieco. La chiesa pellegrina sulla terra, specialmente nella liturgia eucaristica, è associata alle schiere degli angeli che nella Gerusalemme Celeste cantano la gloria di Dio.

Martirologio: Festa dei Santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della Via Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.

Dagli scritti
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
L’appellativo «angelo» designa l’ufficio, non la natura
È da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli. Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l’arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi. A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero é loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguano le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano. Così Michele significa: Chi é come Dio?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio. Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che é mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L’antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14,13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo Michele, come é detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12,7). A Maria é mandato Gabriele, che é chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero. Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni (Om. 34,8-9; PL 76,1250-1251).

Preghiera finale: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. A te voglio cantare davanti agli angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo (Sal 137).
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MessaggioOggetto: domenica 30 settembre 2012   Mar Set 25, 2012 2:04 pm

DOMENICA 30 SETTEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Nm 11,25-29 (Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo!)
Sal 18 (I precetti del Signore fanno gioire il cuore)
Gc 5,1-6 (La vostre ricchezze sono marce)
Mc 9,38-43.45.47-48 (Chi non è contro di noi è per noi. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala.)

Dio è libero nel suo agire, ma è anche Padre di tutti
“Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome e glielo abbiamo vietato, perché non era uno dei nostri”. Questo è quanto si premura Giovanni di riferire a Gesù, preoccupato di una invasione indebita di campo. Dio è tutt’altro. Egli è libero di concedere i suoi doni a chi vuole; agisce al di là dei nostri pensieri e delle stesse strutture sacre. Siamo avvertiti di non concepire la potenza e la presenza di Gesù Cristo come un nostro riservato ‘possesso’, di non intendere la comunità cristiana, come un gruppo, quello dei ‘nostri’, chiuso ed esclusivo; di non invidiare o misconoscere il bene che possiamo incontrare fuori dei confini visibili, tracciati dai nostri calcoli. La comunione con Cristo può istituirsi di là dalle condizioni e dalle attese che partono da noi. Questo non può sorprendere se non chi presume di essere amico di Gesù, dimenticando che il suo ‘nome’ Gesù (Dio salva), la sua signoria redentiva, la sua presenza salvifica, sono il fondamento della salvezza per tutti gli uomini. “Dio non fa preferenza di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto”. La vera appartenenza alla comunità dei ‘suoi’ è quel fare nel ‘suo nome’, perfino col solo “dare da bere un bicchiere d’acqua”. Quel che merita non è la grandiosità dell’azione, ma l’animo con cui essa viene compiuta. Oltre che seminatori di amore, si può essere, tragicamente, seminatori di morte mediante lo scandalo. Chi tenta di bloccare il cammino spirituale dei “piccoli che credono in me, è meglio, che venga gettato in mare con una macina d’asino”. Tale severità spiega la gravità della situazione che il lettore-ascoltatore deve percepire in tutta la sua urgenza e ciò “sarebbe meglio” per lui, rispetto allo scandalo che ha dato. Questa idea viene articolata nei versetti successivi con tre affermazioni estreme. Sono addotti tre elementi che racchiudono tutta la vita: la mano, simbolo dell’attività, il piede, simbolo del comportamento, l’occhio, simbolo della relazione con gli altri. Come a dire: la comunione con Dio è un bene supremo da custodire anche a costo di subire qualche menomazione del corpo.
L’itinerario di Gesù verso Gerusalemme è un susseguirsi di insegnamenti e raccomandazioni; una specie di manuale catechetico, che serve da continuo confronto per la fede, ancora solo incipiente, dei discepoli. L’interrogativo posto da uno di loro: “Abbiamo visto uno che scacciava i demoni... ma non era dei nostri” descrive bene il rigido schematismo dentro cui, loro come noi, vorremmo imprigionare la libertà dello Spirito, che soffia sempre dove e come vuole. Non siamo noi cristiani i padroni della salvezza, donataci da Cristo. Sia pure avendo responsabilità e modalità diverse in seno alla Chiesa, noi cristiani abbiamo solo il compito di far incontrare, tra di noi e agli altri, con la nostra testimonianza, la nostra parola e le nostre opere, la persona di Cristo. La consapevolezza della gratuità del dono di Cristo ci obbliga a valorizzare tutto ciò che, nel mondo, fa presagire e manifesta la sua presenza redentrice, perché Cristo, unico ad avere una risposta esauriente all’inquietudine presente nel cuore dell’uomo, può inviare lo Spirito Santo a illuminare il cuore di ogni persona. Il nostro desiderio più profondo dovrebbe essere quello di Mosè, quando ha esclamato: “Fossero tutti profeti nel popolo di Dio e volesse il Signore dare loro il suo spirito!”.

Approfondimento del Vangelo (Accogliere i piccoli e gli esclusi. Nessuno è padrone di Gesù)
Il testo: In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa 26ª Domenica del tempo ordinario ci riporta una parte di una lunga istruzione fatta da Gesù ai suoi discepoli (Mc 8,22 a 10,52). (Vedasi il commento del vangelo della 24 Domenica). Questa volta il Vangelo espone, soprattutto, tre esigenze di conversione per la persona che vuole seguirlo: (i) corregge la mentalità sbagliata di chi pensa essere padrone di Gesù (Mc 9,38-40); (ii) insiste nell’accoglienza da dare ai piccoli (Mc 9,41-42) e (iii) ordina d’impegnarsi radicalmente per il Vangelo (Mc 9,43-48).

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 9,38-40: Gesù corregge la mentalità chiusa dell’apostolo Giovanni
- Marco 9,41: Chi dà un bicchiere d’acqua ad un discepolo o ad una discepola di Gesù è ricompensato
- Marco 9,42: Evitare di scandalizzare i piccoli
- Marco 9,43-48: Impegnarsi radicalmente per il Vangelo

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
- Cosa significa oggi per noi, l’affermazione di Gesù: “Chi non è contro è a favore”?
- Come tradurre oggi il “bicchiere d’acqua” di cui parla Gesù?
- Chi erano i “piccoli”? Cosa significa “essere motivo di scandalo per i piccoli”? (v. 42)?
- “Corda al collo”, “Taglia la mano o il piedi”, “Cava l’occhio”: Queste espressioni possono essere prese letteralmente? Cosa vorrà dire Gesù con queste espressioni?
- Nella nostra società e nella nostra comunità, chi sono i piccoli e gli esclusi? Qual è e com’è l’accoglienza che diamo loro?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di ieri e di oggi:
- Come dicevamo prima, il Vangelo di questa domenica presenta tre importanti esigenze di conversione a chi vuole essere discepolo di Gesù: (i) Non avere la mentalità chiusa del discepolo di Giovanni che pensava di essere padrone di Gesù, ma avere un atteggiamento aperto ed ecumenico, capace di riconoscere il bene negli altri, anche se sono di un’altra religione. (ii) Superare la mentalità di coloro che si consideravano superiori agli altri e che, per questo, disprezzavano i piccoli ed i poveri e si allontanavano dalla comunità. Per Gesù questa persona merita la corda al collo o essere gettato nel fondo del mare. (iii) Gesù chiede di non lasciar entrare la routine nel vissuto del Vangelo, ma chiede di essere capaci di rompere i legami che ci impediscono di viverlo in pienezza.
- Sono tre raccomandazioni che hanno molta attualità oggi per noi. In molte persone appartenenti alla chiesa cattolica c’è la tendenza anti-ecumenica a rinchiudersi in se stessi, come se noi fossimo cristiani meglio degli altri. Nel mondo d’oggi, dominato dal sistema neoliberale, c’è un disprezzo per i piccoli, ed infatti aumenta ovunque la povertà, la fame ed il numero di profughi e di abbandonati. Manca tra noi cristiani l’impegno a vivere il Vangelo. Ma se noi, milioni di cristiani, vivessimo realmente il Vangelo, il mondo non starebbe come sta.

b) Commento del testo:
- Marco 9,38-40: La mentalità di chiusura. Qualcuno che non era della comunità usava il nome di Gesù per scacciare i demoni. Giovanni, il discepolo, vede e proibisce di farlo: Glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri. In nome della comunità Giovanni impedisce che un altro possa fare una buona azione! Per essere discepolo, lui pensava di avere il monopolio su Gesù e, per questo, voleva proibire che altri usassero il nome di Gesù per fare il bene. Era questa una mentalità chiusa ed antica del “Popolo eletto, Popolo separato!”. Gesù risponde: Non glielo proibite! Chi non è contro di me è per me! (Mc 9,40). Per Gesù, ciò che importa non è se la persona fa o no parte della comunità, ma se fa o no il bene che la comunità deve fare. Gesù aveva una mentalità ecumenica.
- Marco 9,41: Chi dà un bicchiere d’acqua riceve ricompensa. Una frase di Gesù è stata inserita qui: In verità vi dico: chiunque vi darà da bere un bicchiere d’acqua perché siete di Cristo, non rimarrà senza la sua ricompensa. Due pensieri per commentare questa frase: i) “Chi vi darà un bicchiere d’acqua”: Gesù si sta dirigendo a Gerusalemme per dare la sua vita. Gesto di grande donazione! Ma lui non dimentica i gesti piccoli di dono nella vita di ogni giorno: un bicchiere d’acqua, una accoglienza, un’elemosina, e tanti altri gesti con cui possiamo rivelare l’amore. Chi disprezza il mattone, non costruisce mai la casa! ii) “Perché siete di Cristo”: Gesù si identifica con noi che vogliamo appartenere a Lui. Ciò significa che, per Lui, valiamo molto. Per questo, dobbiamo chiederci sempre: “Chi è Gesù per me?” ed è anche bene chiederci: “Chi sono io per Gesù?”. In questo versetto incontriamo una risposta che ci dà coraggio e speranza.
- Marco 9,42: Scandalo per i piccoli. Scandalo è ciò che devia una persona dal buon cammino. Scandalizzare i piccoli è essere motivo per cui i piccoli smarriscono il cammino e perdono la fede in Dio. Chi fa questo, riceve la seguente sentenza: “Corda al collo, con una pietra da mulino per essere gettato nel fondo del mare!”. Perché tanta severità? Perché Gesù si identifica con i piccoli (Mt 25,40.45). Chi li tocca, tocca Gesù! Oggi, in molti luoghi, i piccoli, i poveri, molti di loro abbandonano la chiesa cattolica e le chiese tradizionali e vanno alle altre chiese. Non riescono più a crederci! Perché? Prima di accusare quelli che appartengono alle altre chiese è bene chiederci: perché se ne vanno dalla nostra casa? Se se ne vanno è perché non si sentono in casa con noi. Qualcosa deve mancare in noi. Fino a che punto siamo colpevoli. Meritiamo la corda al collo?
- Marco 9,43-48: Tagliare mano e piede. Gesù ordina alla persona di tagliarsi mano, piede e cavarsi l’occhio, se fossero motivo di scandalo. Dice: “É meglio entrare nel Regno di Dio con un piede (mano, occhio) che entrare nell’inferno-Geenna con due piedi (mani, occhi)”. Queste frasi non possono essere prese letteralmente. Significano che la persona deve essere radicale nella sua opzione per Dio e per il Vangelo. L’espressione “Geenna (inferno), dove il loro verme non muore ed il fuoco non si estingue”, è un’immagine che indica una situazione della persona che rimane senza Dio. La Geenna era il nome di una valle vicino a Gerusalemme, dove si gettava l’immondizia della città e dove c’era sempre un fuoco acceso che bruciava l’immondizia. Questo luogo mal odorante veniva usato dal popolo per simboleggiare la situazione di una persona che non partecipava del Regno di Dio.

Ampliando le informazioni (Gesù accoglie e difende la vita dei piccoli): Varie volte Gesù insiste nell’accoglienza da dare ai piccoli. “Chi accoglie uno di questi piccoli nel mio nome, accoglie me” (Mc 9,37). Chi dà un bicchiere d’acqua ad uno di questi piccoli non perderà la sua ricompensa (Mt 10,42). Chiede di non disprezzare i piccoli (Mt 18,10). E nel giudizio finale i giusti saranno ricevuti perché dettero da mangiare a “uno di questi più piccoli” (Mt 25,40). Se Gesù insiste tanto nell’accoglienza da dare ai piccoli, è perché molti piccoli non erano accolti. Infatti, donne e bambini non contavano (Mt 14,21; 15,38), erano disprezzati (Mt 18,10) e costretti al silenzio (Mt 21,15-16). Perfino gli apostoli impedivano che si avvicinassero a Gesù (Mt 19,13; Mc 10,13-14). In nome della legge di Dio, mal interpretata dalle autorità religiose, molte persone buone erano escluse. Invece di accogliere gli esclusi, la legge era usata per legittimare l’esclusione. Nei vangeli, l’espressione “piccoli” (in greco si dice elachistoi, mikroi o nepioi), a volte indica “i bambini”, altre volte indica i settori esclusi della società. Non è facile discernere. A volte ciò che è “piccolo” nel vangelo, vuol dire “bambini”, perché i bambini appartenevano alla categoria dei “piccoli”, degli esclusi. Inoltre, non è sempre facile discernere tra ciò che viene dal tempo di Gesù e ciò che viene dal tempo delle comunità per le quali sono stati scritti i vangeli. Ma comunque, ciò che è chiaro è il contesto di esclusione vigente a quell’epoca, e l’immagine che le prime comunità avevano di Gesù: Gesù si mette dalla parte dei piccoli, e ne assume la difesa. Colpisce quando si vede tutto ciò che Gesù fa in difesa della vita dei bambini, dei piccoli:
- Accogliere e non scandalizzare. Una delle parole più dure di Gesù è contro coloro che causano scandalo ai piccoli, cioè, che con il loro atteggiamento tolgono ai bambini la fede in Dio. Per coloro sarebbe meglio mettersi una pietra al collo ed essere gettati nel profondo del mare (Mc 9,42; Lc 17,2; Mt 18,6).
- Accogliere e toccare. Quando i bambini si avvicinano a Gesù per chiedere la sua benedizione, gli apostoli si infastidiscono e vogliono allontanarli. Secondo le norme dell’epoca, sia le madri che i bambini piccoli, vivevano tutti praticamente in un permanente stato di impurità legale. Toccare voleva dire contrarre impurità! Ma Gesù corregge i discepoli, ed accoglie le madri ed i bambini. E li abbraccia. “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite!” (Mc 10,13-16; Mt 19,13-15).
- Identificarsi con i piccoli. Gesù abbraccia i bambini e si identifica con loro. Chi riceve un bambino, “riceve me” (Mc 9,37). “E tutto ciò che farete ad uno di questi piccoli, lo farete a me” (Mt 25,40).
- Divenire come bambini. Gesù chiede che i discepoli diventino come bambini ed accettino il Regno come bambini. Altrimenti non è possibile entrare nel Regno (Mc 10,15; Mt 18,3; Lc 9,46-48). Lui indica che i bambini sono i professori dell’adulto! E ciò non era normale. Voliamo fare il contrario.
- Difendere il diritto di gridare. Quando Gesù, entrando nella città di Gerusalemme, sono i bambini quelli che gridano di più: “Osanna al figlio di Davide!” (Mt 21,15). Criticati dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, sono difesi da Gesù ed invoca perfino la Scrittura per difenderli (Mt 21,16).
- Ringraziare per il Regno presente nei piccoli. L’allegria di Gesù è grande, quando si rende conto che i piccoli, capiscono cose del Regno che lui annunciava alla gente. “Padre, io ti ringrazio!” (Mt 11,25-26). Gesù riconosce che i piccoli capiscono meglio le cose del Regno che i dottori!
- Accogliere e curare. Sono molti i bambini ed i giovani che lui accoglie, cura o risuscita: la figlia di Giairo, di 12 anni (Mc 5,41-42), la figlia della Cananea (Mc 7,29-30), il figlio della vedova di Naim (Lc 7, 14-15), il bambino epilettico (Mc 9,25-26), il figlio del Centurione (Lc 7,9-10), il figlio del funzionario pubblico (Gv 4,50), il bambino dei cinque pani e dei cinque pesci (Gv 6,9).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Dt 6,1-9
Sal 118
Rm 13,8-14a
Lc 10,25-37

La legge della carità
La domanda è di quelle decisive: “Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?”. Siamo nel cuore del problema della salvezza. Si risponde: col vivere l’amore! Ci si salva amando Dio e il prossimo. “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, e il tuo prossimo come te stesso”. “Fa’ questo e vivrai”. L’amore è una gran cosa; ma cos’è? L’evangelista Giovanni, dopo l’esperienza con Gesù e una lunga riflessione, ha concluso: “Dio è amore” (1Gv 4,16). Dal che cosa al Chi, per capire cos’è l’amore! Forse è la medesima operazione che oggi Gesù ci propone di compiere parlandoci dell’amore.
L’amore di Dio: Nel vangelo leggiamo che Gesù fu oggetto di diverse accuse da parte dei suoi avversari: di essere un diavolo, di essere un mangione e un beone, e anche di essere .. un samaritano, cioè un eretico. Da tutte quelle accuse Gesù si difese, ma non da quella di essere un samaritano. Forse proprio perché voleva identificarsi nel Buon Samaritano di cui parla oggi la parabola. I Padri della Chiesa, a cominciare da sant’Agostino, hanno letto questa parabola come una icona sintetica del rapporto di Dio con gli uomini, uno schizzo storico della vera storia dell’umanità come la guida Dio, cioè come storia di salvezza. Ecco come. L’umanità, creata da Dio, stava nella intimità del paradiso terrestre, in Gerusalemme, luogo della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Ma l’uomo si mosse alla ricerca di un’altra felicità, verso la città del peccato, che è Gerico. Come avviene per il figliuol prodigo, questo abbandono del Padre è fatale: l’umanità incappa nei ladroni - Satana tentatore - che la spoglia dei doni della vita divina e la ferisce nelle sue stesse capacità umane; tanto che oggi l’uomo, lasciato a sé solo, è incapace di resistere al male, e langue destinato alla morte lungo la strada della sua storia. Il sacerdote e il levita dell’Antica Alleanza passano a fianco di questa umanità, ma è un passaggio inefficace, finché viene un Samaritano, appunto Cristo Salvatore, che, chinatosi su quest’uomo, lo mette sulla sua cavalcatura - l’umanità da lui assunta - per portarlo alla locanda - che è la Chiesa -, dentro la quale l’uomo possa ritrovare guarigione e vita...: nell’attesa del suo ritorno! Intanto lì è possibile il suo ricupero mediante le due monete lasciate dal Samaritano, appunto la Parola di Dio e i Sacramenti. Gesù incarna tutta la premura salvifica del Padre, il quale “non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32). Per capire cosa sia l’amore non c’è che da guardarlo alla sua fonte: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Gesù ha tradotto l’amore di Dio “amando i suoi fino alla fine” (Gv 13,1); lui che ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Per questo Paolo oggi ci dice: “Rivestitevi del Signore Gesù Cristo” (Epist.). Gesù è esplicito: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).
L’amore dell’uomo: È questo sfondo che sostiene il comandamento dell’amore che ci è dato; sono i FATTI dell’amore di Dio verso di noi che fondano i nostri nuovi comportamenti. Proprio perché Dio per primo ci ha amati, noi dobbiamo ora corrispondergli pienamente. Proprio perché Dio ama tutti gli uomini, ogni uomo merita ora tutta la nostra premura e il nostro amore, a imitazione e come incarnazione di quell’amore gratuito e universale che Gesù ci ha insegnato: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15,12). Comandamento unico quello dell’amore verso Dio e verso il prossimo, non disgiungibili, perché il primo è ispiratore e forza del secondo, e il secondo è verifica del primo. “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente”: sembra escludere ogni altra cosa questo comando così assoluto e radicale dell’amore a Dio. Gesù oggi corregge il tiro: per correre al tempio ad amare Dio, come fanno qui il sacerdote e il levita, non devi trascurare il fratello che è nel bisogno! “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Mt 9,12), dice il Signore. “Amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,33). Il culto senza la carità è un culto falso. “Se uno dice: io amo Dio e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). Gesù rimproverò il fratello maggiore della parabola del figlio prodigo perché stava in casa obbediente al padre ma non era capace di amare il fratello peccatore. Ecco ora la seconda correzione di Gesù; alla domanda: “Chi è il mio prossimo?”, Gesù risponde invertendo i termini, e dice: Fatti tu prossimo per gli altri, “Va’ e anche tu fa’ così”. Non ci sono categorie speciali di “prossimo”, perché l’amore deve essere universale, gratuito, capace di perdono, fino ad arrivare ad amare persino i propri nemici. È questo atteggiamento soggettivo di disponibilità e servizio che costituisce propriamente la carità cristiana, che non si ferma a discorsi o distinguo, ma passa all’azione, mosso dalla “compassione” generosa, sull’esempio della compassione e della condivisione che Dio in Cristo ha usato per noi. Il che si potrebbe anche tradurre: destinatario Dio, beneficiario l’uomo.
Alla fine Gesù ha proposto di “essere misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36), di divenire capaci cioè della stessa compassione che ha il cuore di Dio, gratuita e universale. Ci viene un dubbio: e chi ce la farà mai? È troppo alto per me un tal precetto! Per il cristiano la legge nuova non è più solo un precetto esterno, ma è la stessa forza dello Spirito santo (cfr. Rm 8,2), per mezzo della quale nulla ormai è impossibile. La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito santo sia con tutti noi. Amen.
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MessaggioOggetto: sabato 6 ottobre 2012   Gio Ott 04, 2012 9:22 am

SABATO 6 OTTOBRE 2012

SABATO DELLA XXVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna.

Letture:
Gb 42,1-3.5-6.12-16 (Ora i miei occhi ti hanno veduto. Perciò mi ricredo)
Sal 118 (Fa’ risplendere il tuo volto sul tuo servo, Signore)
Lc 10,17-24 (Rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli)

Rallegratevi che i vostri nomi sono scritti nei cieli
L’odierna lettura è connessa al ritorno dei settantadue discepoli inviati da Gesù in missione come i suoi battistrada. La partenza fu sotto il segno della croce, in povertà e umiltà, come agnelli in mezzo ai lupi. Il ritorno è sotto il segno della vittoria, del trionfo sul male: l’agnello sgozzato è il Pastore grande della vita. Questo ritorno dei Settantadue è figura del rientro di ogni missione, alla fine dei tempi: “quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti”. Il frutto immediato di questa missione terrena è di essere ora strettamente uniti alla stessa missione del Figlio, inviato dal Padre. Il frutto, completo, maturo, ossia la partecipazione all’esultanza del Figlio, sarà l’ingresso nella stessa vita trinitaria, concesso ad ogni degno operaio del Regno alla fine dei tempi. Nell’attuale cammino della vita, Gesù non vieta di gioire per l’affermazione del Regno - la caduta di satana - ma rivela ai discepoli una gioia più profonda, che è la sua stessa esultanza. “I vostri nomi sono scritti nei cieli”. Questo è il vero motivo di gioia. È l’elenco di quelli che fanno parte della sua famiglia. “Non sono più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio”. Sono i nomi di coloro che sono inviati nel suo nome a compiere una missione. Gesù dice ora ai discepoli: “gioite”, perché sono già inscritti nel seno del Padre. Fine ultimo della missione è renderci somiglianti al Figlio, ciascuno secondo la propria chiamata.
Nella prima parte del Vangelo di oggi, Gesù mette in guardia i suoi discepoli contro la tentazione di vanità e di orgoglio proveniente dal loro successo nella missione che Gesù ha loro affidato. Molti di quelli che hanno continuato - e continuano tuttora - la missione di Gesù in tutti questi secoli, hanno incontrato e incontrano nell’esercitare l’autorità divina presso i fedeli le stesse difficoltà e le stesse tentazioni. Ecco perché Dio manda dei santi: per ricordare alla sua Chiesa i veri valori evangelici. Nel Medio Evo, per esempio, quando la Chiesa fu fortemente tentata dal potere temporale e dalla ricchezza, Dio mandò san Francesco d’Assisi, che ebbe, come pochi altri, il privilegio della rivelazione dei segreti del regno di Dio e il cui nome è scritto in cielo. I discepoli di san Francesco, che fra il popolo croato sono diffusi in modo particolare, hanno continuato, fra i Croati, questa missione di umiltà e di testimonianza dei veri valori evangelici, conservando la fede cattolica, in mezzo a sanguinose persecuzioni, sotto le invasioni straniere. Fra tanti santi testimoni francescani croati, vorrei almeno menzionarne due, che si sono guadagnati la gloria degli altari: san Nicola Tavelic, martirizzato a Gerusalemme dai Turchi nel 1391 e san Leopoldo Mandic, cappuccino (1866-1942), la cui vita religiosa, però, si è svolta lontano dalla Croazia: in Italia, dove è stato per anni un umile confessore esercitando il ministero di riconciliazione, fra i fedeli di Padova, dove si trova la sua tomba.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, i settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: «Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Egli disse loro: «Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore. Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi. Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». In quella stessa ora Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo e disse: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Figlio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo». E, rivolto ai discepoli, in disparte, disse: «Beati gli occhi che vedono ciò che voi vedete. Io vi dico che molti profeti e re hanno voluto vedere ciò che voi guardate, ma non lo videro, e ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono».

Riflessione:
- Contesto. In precedenza Gesù aveva inviato 72 discepoli, ora essi tornano e raccontano. Si può constatare che il successo della missione è dovuta all’esperienza della superiorità o meglio supremazia del nome di Gesù rispetto alle potenze del male. La disfatta di Satana coincide con l’avvento del Regno: i discepoli l’hanno vista nel presente della loro missione. Le forze demoniache sono state indebolite: i demoni si sottomettono al potere del nome di Gesù. Tale convinzione non può fondare la loro gioia e l’entusiasmo della loro testimonianza missionaria; la gioia ha la sua radice ultima nell’essere conosciuti e amati da Dio. Ciò non vuol dire che l’essere protetti da Dio e la relazione con lui ci ponga sempre in una situazione di vantaggio di fronte alle forze demoniache. Qui si inserisce la mediazione di Gesù tra Dio e noi: «ecco io vi ho dato il potere» (v.19). Quello di Gesù è un potere che ci fa sperimentare il successo nei confronti del potere demoniaco e ci protegge. Un potere che può essere trasmesso solo quando Satana viene sconfitto. Gesù ha assistito alla caduta di Satana, anche se non è ancora definitivamente sconfitto; a ostacolare questo potere di Satana sulla terra sono chiamati i cristiani. Essi sono sicuri della vittoria nonostante che vivano in una situazione critica: partecipano alla vittoria nella comunione d’amore con Cristo pur essendo provati dalla sofferenza e dalla morte. Tuttavia, il motivo della gioia, non sta nella certezza di uscirne indenni ma dall’essere amati da Dio. L’espressione di Gesù, «i vostri nomi sono scritti in cielo» testimonia che l’essere presenti al cuore di Dio (la memoria) garantisce la continuità della nostra vita nella dimensione dell’eternità. Il successo della missione dei discepoli è conseguenza della disfatta di Satana, ora, viene mostrata la benevolenza del Padre (vv.21-22): il successo della Parola di Grazia nella missione dei settantadue, vissuta come disegno del Padre e nella comunione alla resurrezione del Figlio, è fin d’ora, svelamento della benevolenza del Padre; la missione diventa spazio per lo svelamento del volere di Dio nel tempo umano. Tale esperienza è trasmessa da Luca in un contesto di preghiera: mostra da un lato la reazione nel cielo («io ti rendo grazie», v.21) e quella sulla terra (vv.23-24).
- La preghiera di giubilo. Nella preghiera che Gesù rivolge al Padre, guidato dall’azione dello Spirito, si dice, che «esulta», esprime l’apertura della gioia messianica e proclama la benevolenza del Padre. Resasi evidente nei piccoli, nei poveri e in quelli che non contano nulla, perché hanno accolto la Parola trasmessa dagli inviati e così accedono alla relazione fra le persone divine della Trinità. Invece, i sapienti e i dotti, per la loro sicurezza si gratificano della loro competenza intellettuale e teologica. Ma tale atteggiamento li preclude ad entrare nel dinamismo della salvezza, donato da Gesù, L’insegnamento che Luca intende trasmettere ai singoli credenti, non di meno alle comunità ecclesiali, può essere così sintetizzato: l’umiltà apre alla fede; la sufficienza delle proprie sicurezze chiude al perdono, alla luce, alla benevolenza di Dio. La preghiera di Gesù ha i suoi effetti su tutti coloro che accolgono di lasciarsi avvolgere dalla benevolenza del Padre.

Per un confronto personale
- La missione di portare la vita di Dio agli altri comporta uno stile di vita povero ed umile. La tua vita è attraversata dalla vita di Dio, dalla Parola di grazia che viene da Gesù?
- Hai fiducia nella chiamata di Dio e nella sua potenza, che chiede di essere manifestata attraverso la semplicità, la povertà e l’umiltà?

Preghiera finale: Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca. Porgi l’orecchio, Signore, alla mia preghiera e sii attento alla voce della mia supplica (Sal 85).
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MessaggioOggetto: domenica 7 ottobre 2012   Gio Ott 04, 2012 9:27 am

DOMENICA 7 OTTOBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Gn 2,18-24 (I due saranno un’unica carne)
Sal 127 (Ci benedica il Signore tutti i giorni della nostra vita)
Eb 2,9-11 (Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine)
Mc 10,2-16; forma breve Mc 10,2-12 (L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto)

Mistero di comunione: i due saranno uno
“Non è bene che l’uomo sia solo”. Così esordisce la prima lettura di questa domenica. L’uomo presentato nella sua solitudine e nella sua diversità dalle altre creatura, trova la comunione solo in un essere che gli è simile e, in questo ritrovarsi l’uno nell’altro reciprocamente, si rigenerano. Il matrimonio è un sacramento che affonda le sue radici nell’amore stesso di Dio. Essere coppia quindi non significa essere in due, ma essere una realtà nuova. Alla domanda dei farisei se “è lecito a un marito il ripudio della propria moglie”, Gesù rimanda a Mosè. Dunque la legge del divorzio esisteva, ma esisteva “per la durezza del vostro cuore”. Così dicendo, Gesù lega la legge più ad una condizione viziata dagli uomini che da Mosè. All’inizio non era così, afferma Gesù. “Dio li creò maschio e femmina per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola”. Li ha creati diversi, ma complementari, capaci di amare, incapaci di autosufficienza, con diritti e doveri uguali. Dio sogna per la prima coppia una unità assoluta, come nella comunione trinitaria. Quando all’orizzonte dell’uomo solitario – siamo sempre soli - apparve la donna, l’uomo si esprime in un grido di gioia: “Questa sì, è vita della mia vita”. Il disegno di Dio è volto a tirar fuori il meglio che c’è nell’uomo e nella donna. Egli desidera far sentire il suo amore per ciascuno di loro, affinché loro stessi riproducano reciprocamente quell’eterno amore di cui sono oggetto. Lo splendore della vocazione matrimoniale, come donazione d’amore, dovrebbe risanare le tante ferite inferte dalla debolezza e dalla fragilità della condizione umana. I veri vincoli che non si spezzano sono quelli che nascono dall’amore e nell’amore si diffondono. Il racconto evangelico prosegue presentando un incontro di Gesù con i bambini. All’atteggiamento insofferente e ostile dei discepoli, fa riscontro quello accogliente di Gesù, il quale riconferma che l’accoglienza del regno di Dio è riservata a loro.
Nel contesto della manifestazione del Figlio dell’uomo e dopo il secondo annuncio della passione, Marco espone - come complemento catechetico - l’insegnamento sulla indissolubilità del matrimonio, e i comportamenti richiesti per fare parte del regno di Dio. Gesù cambia scena (Mc 10,1): va in Giudea. Espone con autorità messianica - non a un gruppo ma al popolo - l’indissolubilità del matrimonio come un principio universale. San Marco non entra nelle discussioni dei rabbini sulla legislazione del divorzio. Coglie con fedeltà le parole di Gesù, senza tener conto della clausola eccezionale trasmessa da (Mt 19,9). Marco, rivolgendosi a comunità di gentili, e andando al di là del mondo giudaico, ricorre alla Genesi (Gen 1,27 e 2,24): nell’unione indissolubile del matrimonio brillano, folgoranti, l’immagine e la somiglianza poste da Dio nell’uomo e nella donna. Gesù spiega e chiarisce la volontà del Creatore. L’atteggiamento di Gesù con i bambini fa trasparire la fiducia con la quale bisogna ricevere Dio come Padre (Abbà), la protezione e la sicurezza della paternità divina. Alcune tradizioni patristiche hanno scoperto nell’atteggiamento di Gesù con i bambini un’allusione implicita al battesimo dei bambini.

Approfondimento sul Vangelo (Sul divorzio e i bambini)
Il testo: In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie. Ma egli rispose loro: «Che cosa vi ha ordinato Mosè?». Dissero: «Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla». Gesù disse loro: «Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma. Ma dall’inizio della creazione [Dio] li fece maschio e femmina; per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. E disse loro: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio». Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Chiave di lettura: Nel testo della liturgia che ci si presenta, Gesù ci dà consigli a proposito della relazione tra moglie e marito e tra le madri e i bambini. A quel tempo molta gente era esclusa ed emarginata. Per esempio, nella relazione tra marito e moglie esisteva il maschilismo. La moglie non poteva partecipare, non aveva eguaglianza di diritto tra i due. Nella relazione con i bambini, i più “piccoli”, esisteva uno “scandalo” che era la causa della perdita della fede di molti di essi (Marco 9,42). Nella relazione tra marito e moglie, Gesù comandò il massimo dell’eguaglianza. Nella relazione tra le madri e i bambini, egli comandò la massima accoglienza e tenerezza.

Una divisione del testo per facilitare la lettura:
- Marco 10,1: Indicazione geografica;
- Marco 10,2: La domanda dei farisei sul divorzio;
- Marco 10,3-9: Discussione tra Gesù e i farisei sul divorzio;
- Marco 10,10-12: Conversazione tra Gesù e i discepoli sul divorzio;
- Marco 10,13-16: Gesù comanda accoglienza e tenerezza tra le madri e i bambini.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Qual è il punto che le piacque di più o che maggiormente richiamò la sua attenzione?
b) Qual è la situazione della moglie che appare nel testo?
c) Come Gesù desiderava che fosse la situazione tra il marito e la moglie?
d) Qual è la preoccupazione delle madri che portano i bambini davanti a Gesù?
e) Qual è la reazione di Gesù?
f) Che insegnamento di vita si apprende dai bambini?

Una chiave di lettura per coloro che volessero approfondire di più il testo
a) Commento:
- Marco 10,1: Indicazione geografica. L’autore del Vangelo di Marco ha l’abitudine di situare l’evento con dettagli o brevi informazioni geografiche, all’interno della narrazione stessa. Inoltre, per colui che ascolta una lunga narrazione senza aver il libro in mano, tali informazioni geografiche aiutano nella comprensione di lettura. Sono come punti di riferimento che sostengono il filo della narrazione. È molto comune in Marco trovare informazioni quali: “Gesù insegnava” (Marco 1,22.39;2,2.13; 4,1; 6,2.6.34).
- Marco 10,1-2: La domanda dei farisei sul divorzio. La domanda è maliziosa. Mette Gesù alla prova: “È lecito al marito ripudiare sua moglie?”. Segno che Gesù aveva un opinione diversa, al contrario dei farisei che non gli fanno domande su questo tema. Non chiedono se è lecito alla moglie ripudiare il marito. Ciò non gli passava per la testa. Segno chiaro di una forte dominazione maschile e di emarginazione della moglie nella convivenza sociale di quell’epoca.
- Marco 10,3-9: La risposta di Gesù: il marito non può ripudiare la moglie. Invece di rispondere, Gesù domanda: “Che cosa dice la Legge di Mosé?”. La legge permetteva al marito di scrivere una lettera di divorzio e ripudiare la moglie (Dt 24,1). Tale permesso rivela del maschilismo. Il marito poteva ripudiare la moglie, però la moglie non aveva lo stesso diritto. Gesù spiega che Mosé agì così a causa della durezza di cuore della gente, però l’intenzione di Dio era un’altra quando creò l’essere umano. Gesù si rifà al progetto del Creatore (Gn 21,27 e Gn 2,24) e nega al marito il diritto di ripudiare la moglie. Stabilisce in terra il diritto del marito di fronte alla moglie e ordina il massimo dell’uguaglianza.
- Marco 10,10-12: Uguaglianza tra marito e moglie. In casa, i discepoli gli fanno domande su questo stesso tema del divorzio. Gesù trae le conclusioni e riafferma la uguaglianza di diritti e doveri tra il marito e la moglie. Il vangelo di Matteo (cfr. Mt 19,10-12) spiega una domanda dei discepoli sul questo tema. Essi dicono: “Se tale è la condizione del marito rispetto alla moglie, non conviene sposarsi”. Preferiscono non sposarsi, che sposarsi senza il privilegio di comandare la moglie. Gesù và in fondo alla questione. Propone tre casi in cui una persona non può sposarsi: (1) impotenza, (2) castrazione e (3) a causa del Regno. Comunque, non sposarsi perché qualcuno non vuol perdere il predominio sulla moglie, questo è inammissibile nella nuova Legge dell’amore! Sia il matrimonio come il celibato, devono essere al servizio del Regno e non al servizio di interessi egoistici. Nessuno dei due può essere motivo di mantenere il predominio maschilista del marito sulla moglie. Gesù propone un nuovo tipo di relazione tra i due. Non è permesso al matrimonio che il marito comandi sulla moglie, o viceversa.
- Marco 10,13: I discepoli impediscono alle madri di avvicinarsi con i loro bambini. Alcune persone portarono dei bambini perché Gesù li accarezzasse. I discepoli cercarono di impedirlo. Perché lo impediscono? Il testo non lo specifica. Secondo le usanze rituali dell’epoca, i bambini piccoli con le madri, vivevano in uno stato quasi permanente di impurezza legale. Gesù diventerebbe impuro se li toccasse! Probabilmente i discepoli impediscono a Gesù di toccarli per non diventare impuro.
- Marco 10,14-16: Gesù riprende i discepoli e accoglie i bambini. La reazione di Gesù insegna il contrario: “Lasciate che i bambini vengano a me. Non lo impedite!”. Egli abbraccia i bambini, li accoglie e pone le mani sopra di loro. Quando si tratta di accogliere una persona e promuovere la fraternità, a Gesù non interessano le leggi di purezza di base, non ha paura di trasgredirle. Il suo gesto ci insegna: “Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso!”. Che cosa significa questa frase? 1) Un bambino riceve tutto dal padre. Egli non merita ciò che riceve, fino a che vive dell’amore gratuito. 2) I padri ricevono i figli come un dono di Dio e li trattano con cura. La preoccupazione dei padri non è quella di avere il predominio sui figli, ma di amarli ed educarli perché si realizzino!
b) Ampliando le informazioni per poter comprender il testo.
- Gesù accoglie e difende la vita dei piccoli. Gesù insiste varie volte sull’accoglienza che si deve dare ai piccoli, ai bambini. “Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me” (Marco 9.37). Chi dà un bicchiere di acqua a uno di questi piccoli, non perderà la sua ricompensa (Matteo 10,42). Egli chiese di non disprezzare i piccoli (Matteo 18,10). Nel giudizio finale i giusti saranno ricevuti per ciò che diedero da mangiare a “uno di questi più piccoli” (Matteo 25,40). Nei vangeli, l’espressione “piccoli” (in greco di dice elachistoi, mikroi o nepioi). A volte indica “bambino”, altre volte i settori esclusi dalla società. Discernere non è facile. Alcune volte, ciò che è “piccolo” nel vangelo è “bambino”, e non altro. Il bambino appartiene alla categoria dei “piccoli”, degli esclusi. Detto questo, non è facile discernere ciò che proviene dal tempo di Gesù e ciò che proviene dalle comunità da cui è stato scritto nei vangeli. Considerando questo, ciò che risulta è il contesto di esclusione che regnava nell’epoca e l’immagine che esisteva di Gesù nelle prime comunità: Gesù si mette dalla parte dei piccoli, degli esclusi, e assume la loro difesa. É impressionante quando si vede tutto ciò che Gesù fece in difesa della vita dei bambini, dei piccoli:
1. Accogliere e non scandalizzarsi. È una delle parole di Gesù più dure contro quelli che causano scandalo ai piccoli, o sia, che sia motivo per i piccoli di non credere più in Dio. Per questi, sarebbe meglio avere una pietra di molino attaccata al collo e di gettarsi nel fondo del mare (Marco 9,42; Luca 17,2; Matteo 18,6).
2. Accogliere e toccare. Le madri con i bambini in braccio si avvicinarono a Gesù per chiedere una benedizione. Gli apostoli gli chiedono di spostarsi. Toccare significa contrarre impurezza! Gesù non si scomoda come loro. Corregge i discepoli e accoglie le madri e i loro bambini. Li tocca e li abbraccia. “Lasciate che i bambini vengano a me, non lo impedite!” (Marco 10,13-16; Matteo 19, 13-15).
3. Identificarsi con i piccoli. Gesù si identifica con i bambini. Chi raccoglie un bambino, “accoglie me” (Marco 9,37). “Tutto ciò che farete a uno di questi piccoli, lo avrete fatto a me” (Matteo 25,40).
4. Tornare bambino. Gesù chiede che i discepoli tornino bambini e accettino il Regno come un bambino. Senza questo, è impossibile entrare nel Regno di Dio (Marco 10,15; Matteo 18,3; Luca 9,46-48). Fate che il bambino sia il professore degli adulti! Il che non era normale. Siamo abituati al contrario.
5. Difendere il diritto di chi grida. Quando Gesù entrò nel tempio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute, erano i bambini che gridavano. “Osanna al figlio di Davide!” (Matteo 21,15). Criticato dai capi sacerdoti e dagli scribi, Gesù li difende e in loro difesa cita le Scritture (Mt 21,16).
6. Ringraziare per il Regno presente nei bambini. L’allegria di Gesù è grande quando sente che i bambini, i piccoli, hanno compreso le cose del Regno che sono state annunciate alle genti. “Ti rendo grazie Padre!” (Mt 11,25-26). Gesù riconosce che i piccoli comprendono meglio le cose del Regno dai dottori!
7. Accogliere e curare. Sono molti i bambini che Egli accoglie, cura o risuscita: la figlia di Giairo di 12 anni (Mc 5,41-42), la figlia della donna sirio-fenicia (Mc 7,29-30), il figlio della vedova di Naim (Lc 7,14-15), il piccolo epilettico (Mc 9,25-26), il figlio del Centurione (Lc 7,9-10), il figlio del funzionario reale (Gv 4,50), il piccolo dei cinque pani e dei pesci (Gv 6,9).
- Il contesto in cui troviamo il nostro testo dentro il Vangelo di Marco. Il nostro testo (Mc 10,1-16) fa parte di una lunga istruzione di Gesù ai discepoli (Mc 8,27 sino a 10,45). All’inizio di tale istruzione, Marco situa la guarigione del cieco anonimo di Betsàida in Galilea (Mc 8,22-26); alla fine, la guarigione del cieco Bartimèo di Gerico in Giudea (Mc 10,46-52). Le due guarigioni sono simboliche di ciò che accadrà fra Gesù e i discepoli. Anche i discepoli erano ciechi poiché “avevano occhi ma non vedevano” (Mc 8,18). Dovevano recuperare la vista; dovevano abbandonare l’ideologia che gli impediva di veder chiaro; dovevano accettare Gesù come Egli era e non come volevano che fosse. Questa lunga istruzione ha come obiettivo di curare la cecità dei discepoli. È come una piccola guida, una specie di catechismo, con le frasi dello stesso Gesù. Il seguente grafico illustra lo schema di istruzione:
1) Cura di un cieco 8,22-26
2) 1° annuncio 8,27-38
3) Insegnamento ai discepoli sul Servo Messia 9,1-29
4) 2° annuncio 9,30-37
5) Insegnamento ai discepoli sulla conversione 9,38 sino a 10,31
6) 3° annuncio 10,32-45
7) Cura del cieco Bartimèo 10,46-52
Come si può vedere nel grafico, l’insegnamento è costituito da tre annunci della Passione: Mc 8,27-38; 9,30-37; 10,32-45. Tra il primo e il secondo abbiamo una serie di insegnamenti per aiutarci a comprendere che Gesù è il Messia Servo (Mc 9,1-29). Tra il secondo e il terzo, una serie di insegnamenti che chiariscono quale è la conversione che va fatta ai diversi livelli della vita che accettino Gesù come Messia Servo (Mc 9,38 sino a 10,31). L’unione degli insegnamenti ha come sfondo la marcia dalla Galilea sino a Gerusalemme. Dall’inizio fino alla fine di questa lunga istruzione, Marco dice che Gesù è in cammino fino a Gerusalemme (Mc 8,27; 9,30.33; 10,1.17.32), dove troverà la croce. Ognuno dei tre annunci della Passione è accompagnato dai gesti e dalle parole di incomprensione da parte dei discepoli (Mc 8,32; 9,32-34; 10,32-37), e dalle parole di orientamento da parte di Gesù, che commentano la mancanza di comprensione dei discepoli e insegna loro come devono comportarsi (Mc 8,34-38; 9,35-37; 10,35-45). La piena comprensione dell’insegnamento di Gesù non si ottiene con la sola istruzione teorica, senza un compromesso pratico, camminando con Egli al camino del servizio, dalla Galilea sino a Gerusalemme. A quelli che desiderano mantenere l’idea di Pietro, questa è quella di un Messia glorioso senza croce (Mc 8,32-33), non capirà niente, tantomeno arriverà ad avere l’attitudine autentica del discepolo veritiero. Continuerà cieco, vedendo la gente come alberi (Mc 8,24). Senza croce è impossibile capire chi è Gesù e cosa significhi seguire Gesù. Il cammino dell’inseguimento è un cammino di consegna, di abbandono, di servizio, di disponibilità di accettazione del conflitto, sapendo che ci sarà una resurrezione. La croce non è un incidente casuale, fino ad un certo punto di questo cammino. È un mondo organizzato a partire dall’egoismo, l’amore e il servizio possono solo esistere crocifissi! Colui che fa della propria vita un servizio per gli altri, scomoda quelli che vivono aggrappati ai privilegi, e soffre.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
VI DOMENICADOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 45,20-24a
Sal 64
Ef 2,5c-13
Mt 20,1-16

Un Dio “troppo” buono
Dio è diverso. O meglio, Dio è più vero! Se una mamma volesse bene al figlio per aspettarsi da lui la ricompensa, .. che amore è? O un marito amasse la moglie per averne un tornaconto, .. che amore è? La logica contrattuale non regge nei rapporti umani più veri. Tanto più questa non è la logica di Dio, “che è amore” (1Gv 4,8). Entro un mondo dove tutto si paga, completamente diverso - per fortuna - è il rapporto con Dio. Il suo è amore gratuito, universale, e perfino.. misericordioso. Il suo non è mai una ricompensa al nostro merito, ma tutto in lui è “grazia e misericordia”. Siamo così provocati a cambiare completamente l’idea di Dio e il nostro rapporto con lui, forse ancora visto come il padrone che paga (o castiga). Quella di Dio è una logica di un amore “illogico”, quale quello di bravi genitori che si fanno in quattro per vedere felici i propri figli.
Gratuità della salvezza: “Tu sei invidioso perché io sono buono?”. L’amore di Dio ci precede, è appunto gratuito: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi; egli ci ha amati per primo” (1Gv 4,10.19). Il perdono è il super-dono proprio per chi non lo merita: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). E proprio perché gratuito è universale, offerto a tutti. Con predilezione per chi sembra più lontano: la supermaritata Samaritana, lo strozzino Zaccheo, il pubblicano Matteo, la povera Maddalena da cui uscirono sette demoni.., fino al buon ladrone in croce. La salvezza è offerta a tutti. Alla sua vigna chiama tutti a lavorare, ad appartenere al regno di Dio. Tutto in noi è dono di Dio. Diceva sant’Agostino: “Quando Dio premierà i nostri meriti non farà che coronare i suoi doni”. Paolo oggi è esplicito: “Per grazia siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene” (Epist.). Anche l’atto di fede, cioè l’aprirci ad accogliere il dono, è già frutto della grazia, che precede e innerva la nostra libertà, altrimenti incapace di compiere il bene: “Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo” (Epist.). Le opere buone sono il risultato della salvezza, non la causa. “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?” (1Cor 4,7). Invece ce ne vantiamo, come pretesa davanti a Dio e come giudizio (o invidia) nei confronti degli altri. Da qui il mormorare per la paga uguale per tutti e la pretesa di qualche vantaggio nei confronti degli altri. “Noi abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Questa delle pretese nei confronti di Dio è tutta la polemica di Gesù coi farisei, è l’atteggiamento, condannato, del figlio maggiore nella parabola del Figlio Prodigo: un Dio troppo buono è di scandalo per i nostri gusti di gente per bene! S’è sempre pensato come ovvio che Dio stesse dalla parte dei buoni e li pagasse bene! Ma Dio è al di sopra dei nostri calcoli e dei nostri giudizi. La sua è una giustizia che nasce dal dono e finisce nel perdono. Scadenza la sua giustizia al ritmo della misericordia, per dare a tutti la possibilità di una conversione e di una salvezza.
La sproporzione della salvezza: Qui è il punto vero: troppo sproporzionato è il dono di salvezza rispetto ad ogni nostro sforzo o merito. È roba divina, è vita divina, che nessun mezzo umano può conquistare. Ed è sempre puro regalo di Dio. Ecco il senso dell’unico denaro “regalato” a tutti, anche a quelli dell’ultima ora, che hanno lavorato poco. È regalo, non merito, perché appunto non è in continuità di nostre imprese. Noi purtroppo ci sentiamo troppo padroni e costruttori della nostra vita. Ma né la vita ce la siamo data noi, né tanto meno la sua piena riuscita, cioè la felicità, può essere frutto di nostri sforzi. Siamo fatti per diventare niente di meno che come Dio, e questo è ben al di là dei nostri mezzi. Addirittura anche al di là di nostri sogni: “Noi ci saremmo accontentati di tre locali più servizi, mentre Dio ci prepara le eterne praterie del cielo”. Un superdestino ci spetta; e questo è, oggi, l’unico, perché così ci ha predestinati Dio Creatore, cioè “strutturati”. Meno male! ci verrebbe da dire. Chi ha il coraggio di andare davanti a Dio - come questi primi della parabola - per pretendere più degli altri? Meno male che Dio paga non guardando a quello che abbiamo guadagnato noi, ma regala per pura generosità la vita eterna a tutti quelli che gli rispondono di sì! Chi può pretendere di guadagnare il paradiso? Dio è più grande di noi. L’unica condizione è la sincera apertura a Lui. In fondo Dio non ha bisogno delle nostre opere; ha bisogno del nostro abbandonarci a Lui. Nella vita di un uomo - lunga o breve - Dio cerca solo di scoprirgli nel cuore un atto di sincera fiducia in Lui. Gli basta; il resto lo fa Lui! Questo non ci esenta dal compiere opere buone: ma sono segni della nostra coerenza e della nostra obbedienza manifestata coi fatti. Anima di queste opere non è l’efficienza, ma l’amore. Né aver gloria davanti agli uomini! Davanti a Dio non conta essere Papa o l’ultimo cristiano, praticare atti eroici dei grandi missionari o piccole fedeltà di moglie e di mamma di casa. Non sono le opere, ma l’amore. L’amore posto alla radice di ogni atto - piccolo o grande - riscatta e dà valore davanti a Dio. Questa è l’idea di santità che aveva santa Teresa di Lisieux, maestra delle piccole cose fatte con cuore grande. La santità è obbedienza a Dio, non la propria efficienza. San Vincenzo de Paoli scrive: “Le cose di Dio si fanno da sé; spesso le opere si guastano perché si agisce secondo le proprie inclinazioni, di nostra iniziativa. Le opere di Dio non si fanno quando desideriamo noi, bensì quando piace a lui. Se desidera qualcosa di più, sarà lui a provvedere e non noi. Se Dio vuole che la cosa si faccia, il ritardo non guasterà nulla; e meno ci sarà del nostro, più ci sarà del suo”. È il primato di Dio, soprattutto nell’apostolato.
“Andate anche voi nella vigna”. L’invito è ad essere discepoli, servi generosi del Regno di Dio e del Vangelo. Purché si sia disponibili, ad ogni ora. Non è mai troppo tardi per una conversione seria o una svolta a sorpresa per operare nel Regno di Dio. A noi è stato detto: “Pregate il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38). Che mandi anche noi, quando, dove e come vorrà!
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MessaggioOggetto: sabato 13 ottobre 2012   Mer Ott 10, 2012 4:29 pm

SABATO 13 OTTOBRE 2012

SABATO DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Letture:
Gal 3,22-29 (Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede)
Sal 104 (Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza)
Lc 11,27-28 (Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio)

Beati coloro che ascoltano la parola di Dio
Le parole che ascoltiamo oggi riecheggiano l’inizio del Vangelo di Luca, quando una donna benedice Maria, come aveva fatto Elisabetta, vedendo avverarsi in lei le promesse fatte ad Abramo. È la tipica lode di una madre che invidia un’altra madre. Gesù risponde, chiarendo il vero oggetto della beatitudine: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. La vera beatitudine di Maria non consiste nella sua maternità fisica, né perché avvertiva che l’Eterno prendeva il ritmo e la cadenza dei suoi giorni, ma fu beata perché ha creduto. Maria fu la prima che ascoltò e disse: “Eccomi, sono la serva del Signore”. La sua maternità, prima che nel ventre, fu nell’orecchio e nel cuore. Essa obbedì, e per questo fu madre. La sua stessa beatitudine è quindi di chiunque accoglie il seme della Parola. Per l’ascolto di Maria il Verbo di Dio si è fatto sua carne. L’ascolto, come lo fu all’inizio, così resta per tutto il tempo successivo il principio dell’incarnazione. Ora Gesù che annuncia la Parola diviene la Parola che lo annuncia. Si passa dal tempo di Gesù a quello della Chiesa. Essa nell’ascolto e nella custodia della Parola, si fa contemporanea a lui. Il Verbo, fatto carne in Gesù nel seno di Maria, è tornato ad essere Parola scritta per farsi carne in chi l’ascolta.
L’uomo battezzato può cadere di nuovo, a causa dei suoi peccati, nella schiavitù di Satana (si veda, a questo proposito, il Vangelo di venerdì). Noi apprendiamo oggi che questo pericolo non minaccia colui che, seguendo l’esempio di Maria, ascolta e mette in pratica la parola divina annunciata da Cristo. Ogni madre è felice e fiera dei propri figli. Come comprendiamo allora l’esclamazione di questa donna, persa nella folla e soggiogata da Cristo! Cristo completa il suo pio augurio ponendosi al di sopra dei legami familiari che lo uniscono a Maria. Perché chiunque osserva la parola di Dio, riceve lo Spirito Santo che lo unisce a Gesù e a Dio con legami più forti di quelli carnali. Per questo Gesù designa come “beati” quelli che ascoltano le sue parole e le osservano. Questa benedizione si applica innanzi tutto a sua madre, che è la migliore fra i suoi discepoli, la Figlia del Figlio. La replica di Gesù contiene un elogio discreto di Maria. Poiché Maria è, dopo Gesù, la più attenta alla parola di Dio e la più fedele nel metterla in pratica. Proprio in questo risiede la sua grandezza, e non solo nella sua maternità. Nel contesto del Vangelo di oggi, Maria è vista come la serva del Signore che ascolta e crede.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi è molto breve, ma ha un significato importante nell’insieme del vangelo di Luca. Ci dà la chiave per capire ciò che Luca insegna rispetto a Maria, la Madre di Gesù, nel così detto Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2).
- Luca 11,27: L’esclamazione della donna. In quel tempo, mentre Gesù parlava, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». L’immaginazione creativa di alcuni apocrifi suggerisce che quella donna era una vicina di Nostra Signora, lì a Nazaret. Aveva un figlio, chiamato Dimas, che, con altri ragazzi della Galilea di quel tempo, entrò in guerra con i romani, fu fatto prigioniero e messo a morte accanto a Gesù. Era il buon ladrone (Lc 23,39-43). Sua madre, avendo sentito parlare del bene che Gesù faceva alla gente, ricordò la sua vicina, Maria, e disse: “Maria deve essere felice con un figlio così!”.
- Luca 11,28: La risposta di Gesù. Gesù risponde, facendo il più grande elogio di sua madre: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Luca parla poco di Maria: qui (Lc 11,28) e nel Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). Per lui, Luca, Maria è la Figlia di Sion, immagine del nuovo popolo di Dio. Rappresenta Maria modello per la vita delle comunità. Nel Concilio Vaticano II, il documento preparato su Maria fu inserito nel capitolo finale del documento Lumen gentium sulla Chiesa. Maria è modello per la Chiesa. E soprattutto nel modo in cui Maria si rapporta con la Parola di Dio Luca la considera esempio per la vita delle comunità: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Maria ci insegna come accogliere la Parola di Dio, come incarnarla, viverla, approfondirla, farla nascere e crescere, lasciare che ci plasmi, anche quando non la capiamo, o quando ci fa soffrire. Questa è la visione che soggiace al Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). La chiave per capire questi due capitoli ci è data dal vangelo di oggi: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”.

Per un confronto personale
- Tu riesci a scoprire la Parola viva di Dio nella tua vita?
- Come vivi la devozione a Maria, la madre di Gesù?

Preghiera finale: Cantate al Signore canti di gioia, meditate tutti i suoi prodigi. Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore (Sal 104).
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MessaggioOggetto: domenica 14 ottobre 2012   Mer Ott 10, 2012 4:33 pm

DOMENICA 14 OTTOBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Sap 7,7-11 (Al confronto della sapienza stimai un nulla la ricchezza)
Sal 89 (Saziaci, Signore, con il tuo amore: gioiremo per sempre)
Eb 4,12-13 (La parola di Dio discerne i sentimenti e i pensieri del cuore)
Mc 10,17-30; forma breve Mc 10,17-27 (Vendi quello che hai e seguimi)

Un cammello può passare per la cruna di un ago?
Il segreto del brano evangelico di oggi è tutto in quello sguardo che Gesù riserva a quel “tale” che gli era corso incontro con tanto entusiasmo, gettandosi ai suoi piedi e chiedendogli: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere la vita eterna? Gesù fissando su di lui lo sguardo, lo amò”. È un dettaglio di toccante tenerezza. La forza di quello sguardo e la carica di quell’amore spingono ad accogliere quanto lo Spirito ci può suggerire. Ma all’invito a lasciar tutto, si rattristò e “se ne andò”. Per quel “tale” le ricchezze hanno contato più di quello sguardo di amorevolezza. Per lui, la sicurezza offerta da quello che possedeva, “aveva molti beni”, era un vantaggio a cui non avrebbe rinunciato per nessuna cosa al mondo. Neanche per seguire Gesù. Ecco perché le ricchezze possono essere pericolose. Ecco perché Gesù lancia quel famoso detto: “È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. Tutto quello che si possiede a vario titolo, ossia tutto quello che “ci possiede”, in definitiva ci impedisce di abbandonarci al progetto di Dio. Gesù dà senso alla vita, proiettandoci verso il futuro. Propone ad ogni uomo di andare oltre: “Una sola cosa ti manca”. Al quel “tale” Gesù non fa discorsi spirituali, ma: “Lascia quello che hai, dà le tue ricchezze ai poveri, vieni con me, lotta con me per l’avvento del regno di Dio”. Se quel “tale” ha fallito, “ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito”. Rispose Pietro a nome degli altri: che cosa ci toccherà? Allo sgomento che circolava nel gruppo per le parole severe, che erano state dette e per quanto avevano visto, Gesù si premura di avvolgere i suoi discepoli in un clima di affetto, come aveva fatto con l’uomo ricco, “figlioli, riceverete cento volte tanto nel presente, insieme a persecuzioni, e nel futuro, la vita eterna”. A tali beni, nel presente secolo, Gesù aggiunge anche le persecuzioni, come sorte dei discepoli, che li rende simili al loro Maestro e Signore, il quale ha accettato la passione per operare la redenzione.
Quest’uomo sembrava avere tutto. Egli era ricco e, in più, obbediva ai comandamenti divini. Si è rivolto a Gesù perché voleva anche la vita eterna, che desiderava fosse come una assicurazione a lunga scadenza, come quella che si ottiene da una grande ricchezza. Gesù aveva già annunciato che per salvare la propria vita bisognava essere disposti a perderla, cioè che per seguirlo occorreva rinnegare se stessi e portare la propria croce (Mc 8,34-35). L’uomo era sincero e si guadagnò uno sguardo pieno d’amore da parte di Gesù: “Una sola cosa ti manca, decisiva per te. Rinuncia a possedere, investi nel tesoro del cielo, e il tuo cuore sarà libero e potrà seguirmi”. Ma né lo sguardo né le parole di Gesù ebbero effetto. Quest’uomo, rattristato, certo, ha tuttavia preferito ritornare alla sicurezza che gli procurava la propria ricchezza. Non ha potuto o voluto capire che gli veniva offerto un bene incomparabilmente più prezioso e duraturo: l’amore di Cristo che comunica la pienezza di Dio (Ef 3,18-19). Paolo lo aveva capito bene quando scrisse: “Tutto ormai io reputo spazzatura, al fine di guadagnare Cristo... si tratta di conoscerlo e di provare la potenza della sua risurrezione” (Fil 3,8-10).

Approfondimento del Vangelo (Gesù chiama il giovane ricco. Il centuplo già in questa vita, ma con persecuzioni!)
Il testo: In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».

Chiave di lettura: Il vangelo di questa 28a domenica del tempo ordinario racconta la storia di un giovane che chiede a Gesù qual è il cammino per la vita eterna. Gesù gli dà una risposta, ma il giovane non accetta, perché era molto ricco. La ricchezza offre una certa sicurezza alle persone e queste hanno difficoltà a privarsi di questa sicurezza. Attaccate ai vantaggi dei loro beni, queste persone vivono preoccupate di difendere i loro propri interessi. Il povero non ha questa preoccupazione, e per questo è più libero. Ma ci sono poveri con mentalità da ricchi. Sono poveri, ma non sono “poveri in spirito” (Mt 5,3). Non solo la ricchezza, ma anche il desiderio di ricchezza, possono trasformare la persona e renderla schiava dei beni di questo mondo. Ed avrà difficoltà ad accettare l’invito di Gesù: “Va, vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri, ed avrai un tesoro nel cielo; e prendi la tua croce e seguimi” (Mc 10,21) Non farà il passo che Gesù chiede. Ed io sono capace di lasciare tutto per il Regno? Nel testo che abbiamo ascoltiamo, diverse persone cercano Gesù per chiedergli un consiglio: il giovane ricco, i discepoli e Pietro. Nel corso della lettura cercheremo di essere attenti alla preoccupazione di ciascuna di queste persone ed alla risposta che Gesù ha per loro.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 10,17: La richiesta della persona che vuole seguire Gesù
- Marco 10,18-19: La risposta inattesa ed esigente di Gesù
- Marco 10,20-21: La conversazione tra Gesù ed il giovane
- Marco 10,22: Il giovane si allarma e non vuole seguire Gesù
- Marco 10,23-27: Conversazione tra Gesù ed i discepoli sull’entrata dei ricchi nel Regno
- Marco 10,28: La domanda di Pietro
- Marco 10,29-30: La risposta di Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto di questo testo che ti ha colpito di più? Perché?
- Qual è la preoccupazione del giovane e quale il suo inganno?
- Cosa significa per noi oggi: “Va, vendi tutto, dallo ai poveri”? È possibile prendere questa frase letteralmente?
- Come capire il paragone dell’ago e del cammello?
- Come capire il centuplo in questa vita, ma con persecuzioni?
- Come capire e praticare oggi i consigli che Gesù dà al giovane ricco?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di ieri e di oggi: Il Vangelo di questa domenica descrive la conversione progressiva che, secondo l’invito di Gesù, deve avvenire nel nostro rapporto con i beni materiali. Per poter capire tutta la portata delle istruzioni di Gesù è bene ricordare il contesto più ampio in cui Marco colloca questi testi. Gesù sta andando verso Gerusalemme, dove sarà crocifisso (cfr. Mc 8,27; 9,30.33; 10,1.17.32). Sta per dare la sua vita. Sa che presto sarà ucciso, ma non si tira indietro. E dice: “Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti!” (Mc 10,45). Questo atteggiamento di fedeltà e di dedizione alla missione ricevuta dal Padre gli offre le condizioni per poter indicare cosa realmente importa nella vita. Le raccomandazioni di Gesù valgono per tutti i tempi, sia per la gente ai tempi di Gesù ed ai tempi di Marco, sia per noi oggi, nel XXI secolo. Sono come degli specchi su cui si rispecchia ciò che è veramente importante nella vita, ieri ed oggi: ricominciare, sempre da capo, la costruzione del Regno, rinnovando il rapporto umano in tutti i livelli, sia tra di noi e con Dio, come pure con i beni materiali.
b) Commento del testo:
- Marco 10,17-19: I comandamenti e la vita eterna. Una persona arriva e chiede: “Maestro buono, cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. Il vangelo di Matteo dice che si trattava di un giovane (Mt 19,20.22). Gesù risponde bruscamente: “Perché mi chiami buono. Nessuno è buono, se non Dio solo!”. Gesù devia l’attenzione da se stesso verso Dio, poiché gli interessa fare la volontà del Padre, rivelare il Progetto del Padre. Subito Gesù: “Tu conosci i comandamenti: non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, onora il padre e la madre”. Il giovane aveva chiesto cosa fare per ereditare la vita eterna. Voleva vivere accanto a Dio! E Gesù gli ricorda solo i comandamenti che indicano una vita accanto al prossimo! Non ricorda i tre primi comandamenti che definiscono il rapporto con Dio! Per Gesù, riusciamo solo a stare bene con Dio, se riusciamo a stare bene con il prossimo. Non ci si può ingannare. La porta per arrivare a Dio è il prossimo. Non un’altra.
- Marco 10,20: Osservare i comandamenti, a cosa serve? Il giovane risponde che già osserva i comandamenti da molto tempo. Ciò che è strano, è ciò che segue. Il giovane ha chiesto di sapere qual è il cammino della vita eterna. Ora, il cammino della vita eterna era e continua ad essere: fare la volontà di Dio espressa nei comandamenti. Vuol dire che quell’ uomo osservava i comandamenti senza sapere a cosa servono! Non sapeva che l’osservanza dei comandamenti che lui praticava, fin dalla sua infanzia, era il cammino per giungere fino a Dio, fino alla vita eterna. È come molti cattolici di oggi che non sanno a cosa serve essere cattolici. “Sono nato in Italia, sono nato in Irlanda, per questo sono cattolico!”. Un’abitudine!
- Marco 10,21-22: Condividere i beni con i poveri. Gesù lo guarda, lo ama e gli dice: Solo una cosa ti manca: va, vendi ciò che tieni, dallo ai poveri ed avrai un tesoro nel cielo, e poi vieni e seguimi! Gesù non condanna il giovane, non lo critica, ma cerca di aiutarlo a fare un passo in più nella vita. La conversione che Gesù chiede è progressiva. L’osservanza dei comandamenti non è che il primo gradino di una scala che va più lontano e più in alto. Gesù chiede di più! L’osservanza dei comandamenti prepara la persona a poter giungere al dono totale di sé a favore del prossimo. I Dieci Comandamenti sono il cammino per giungere alla pratica perfetta dei due comandamenti dell’amore verso Dio e verso il prossimo (Mc 12,29-31; Mt 7,12). Gesù chiede molto, ma lo chiede con molto amore. Il giovane non accetta la proposta di Gesù e se ne va “perché era molto ricco”.
- Marco 10,23-27: Il cammello e la cruna dell’ago. Dopo che il giovane si allontana, Gesù commenta la sua decisione: Come è difficile per un ricco entrare nel Regno di Dio! I discepoli rimangono sbigottiti. Gesù ripete la stessa frase ed aggiunge un proverbio che si usava per indicare una cosa umanamente impossibile. È più facile per un cammello passare per la cruna i un ago che per un ricco entrare nel Regno di Dio! Ogni popolazione ha le sue espressioni ed i suoi proverbi che non possono essere presi letteralmente. Per esempio, in Brasile, per dire che una persona non deve più dar fastidio agli altri si dice: “Vattene a fare un bagno!”. Se si prende questa espressione letteralmente la persona è ingannata e non si rende conto del messaggio! Lo stesso dicasi per il cammello che deve passare per la cruna di un ago. Impossibile! I discepoli rimangono sbigottiti con l’affermazione di Gesù! Segno questo che non avevano capito la risposta di Gesù al giovane ricco: “Va, vendi tutto, dallo ai poveri, e vieni e seguimi!”. Il giovane aveva osservato i comandamenti, ma senza capire il perché dell’osservanza. Qualcosa di simile stava avvenendo con i discepoli. Per seguire Gesù loro avevano abbandonato tutti i beni (Mc 1,18.20), ma senza capire il perché dell’abbandono! Perché, se l’avessero capito, non sarebbero rimasti così sbigottiti davanti all’esigenza di Gesù. Quando la ricchezza o il desiderio di ricchezza occupa il cuore e lo sguardo della persona, questa non riesce a capire il senso della vita e del vangelo. Solo Dio stesso può aiutarla! “Per gli uomini questo è impossibile, ma non per Dio. Poiché a Dio tutto è possibile”. Quando Gesù parla della quasi impossibilità del fatto che “un ricco entri nel Regno di Dio”, si riferisce, non in primo luogo all’entrata in cielo dopo la morte, ma sì all’entrata nella comunità attorno a Gesù. Fino ad oggi, è molto difficile ad un ricco abbandonare tutto ed entrare in una piccola comunità ecclesiale di base e sedersi accanto ai poveri, insieme a loro, per così seguire Gesù.
- Marco 10,28-30: La conversazione tra Gesù e Pietro. Pietro aveva capito che “entrare nel Regno di Dio” era la stessa cosa che seguire Gesù in povertà, poi le chiede: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito. Che avremo in seguito?”. Malgrado l’abbandono, Pietro aveva la mentalità di prima. Ancora non aveva capito il senso del servizio e della gratuità. Lui ed i suoi compagni abbandonarono tutto per avere qualcosa in cambio: “Che avremo in seguito?”. La risposta di Gesù è simbolica. Lascia intravedere che non devono aspettarsi nessun vantaggio, nessuna sicurezza, nessuna promozione. Riceveranno il centuplo, questo sì! Ma con persecuzioni in questa vita! Nel mondo futuro avranno la vita eterna di cui parlava il giovane ricco. “In verità, in verità vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi a causa mia e a causa del vangelo, che non riceva già al presente cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e nel futuro la vita eterna”.

Ampliando l’informazione (Gesù e la scelta per i poveri): Una duplice schiavitù marcava la situazione della gente di Galilea ai tempi di Gesù: 1) La schiavitù della politica di Erode, appoggiata dall’Impero Romano, manteneva ovunque un sistema ben organizzato di sfruttamento e di repressione. 2) La schiavitù della religione ufficiale, mantenuta dall’autorità religiosa dell’epoca. A causa di questo, la famiglia, la comunità, il clan, stava disintegrandosi ed una gran parte della gente viveva esclusa, marginata, senza un luogo, senza una religione, senza una società. Per combattere questa disintegrazione della vita comunitaria e familiare, c’erano diversi movimenti che, come Gesù, cercavano un nuovo modo di vivere e convivere in comunità. Per esempio, gli esseni, i farisei e, più tardi, i zeloti, tutti loro vivevano in comunità. Nella comunità di Gesù, per esempio, c’era qualcosa di nuovo che la differenziava dagli altri due gruppi. Era l’atteggiamento davanti ai poveri e gli esclusi. Le comunità dei farisei vivevano separate. La parola “fariseo” vuol dire “separato”. Vivevano separate dal popolo impuro. Molti farisei consideravano il popolo ignorante e maledetto (Gv 7,49), pieno di peccato (Gv 9,34). Non imparavano nulla dalla gente (Gv 9,34). Gesù e la sua comunità, al contrario, vivevano mescolati con gente esclusa, considerata impura: pubblicani, peccatori, prostitute, lebbrosi (Mc 2,16; 1,41; Lc 7,37). Gesù riconosce la ricchezza ed il valore che posseggono (Mt 11,25-26; Lc 21,1-4). Proclamateli felici, perché il Regno è loro, dei poveri (Lc 6,20; Mt 5,3). Definisce la sua propria missione come “annunciare la Buona Nuova ai poveri” (Lc 4, 18). Lui stesso vive come un povero. Non possiede niente suo, nemmeno una pietra per riposare il capo (Lc 9,58). E a coloro che volevano seguirlo per vivere con lui in comunità, lui fa scegliere: o Dio o il denaro! (Mt 6,24). Ordina di fare delle scelte per i poveri! (Mc 10,21). La povertà che caratterizzava la vita di Gesù e dei discepoli, caratterizzava anche la missione. Al contrario degli altri missionari (Mt 23,15), i discepoli di Gesù non potevano portare nulla con sé, né oro, né argento, ne due tuniche, né una bisaccia, né sandali (Mt 10,9-10). Dovevano aver fiducia nell’ospitalità (Lc 9,4; 10,5-6). E nel caso di essere accolti dal popolo, dovevano lavorare come tutti gli altri e vivere di ciò riceveranno in cambio (Lc 10,7-8). Dovevano occuparsi dei malati e dei bisognosi (Lc 10,9; Mt 10,8). Ed allora possono dire alla gente:”Il Regno è giunto” (Lc 10,9). D’altro canto, quando si tratta di amministrare i beni, ciò che colpisce nelle parabole di Gesù è la serietà che chiede nell’uso di questi beni (Mt 25,21.26; Lc 19, 22-23). Gesù vuole che il denaro sia posto al servizio della vita (Lc 16,9-13). Per Gesù, essere povero non è sinonimo di essere fannullone e negligente. Questa testimonianza diversa a favore dei poveri era il passo che mancava nel movimento popolare dell’epoca dei farisei, esseni e zelati. Ogni volta che nella Bibbia sorge un movimento per rinnovare l’Alleanza, ricominciano stabilendo il diritto dei poveri, degli esclusi. Senza questo, l’Alleanza non è possibile. Cos’ facevano i profeti, così fa Gesù. Denuncia l’antico sistema che, in Nome di Dio, escludeva i poveri. Gesù annuncia un nuovo inizio che, in Nome di Dio, accoglie gli esclusi. Questo è il senso ed il motivo dell’inserimento e della missione della comunità di Gesù in mezzo ai poveri. Attinge dalla radice ed inaugura la Nuova Alleanza.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
VII DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 43,10-21
Sal 120
1Cor 3,6-13
Mt 13,24-43

La Chiesa, seme e lievito per rinnovare il mondo
“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”. Abbiamo rievocato in queste domeniche passate i gesti di Dio per il suo popolo nella Antica Alleanza; ma col Messia, ormai giunto tra noi, qualcosa di assolutamente nuovo Dio compie tra il suo popolo. Il Figlio di Dio è venuto a fare degli uomini dei veri figli di Dio col battesimo, col pane dell’Eucaristia, con la carità per una qualità nuova nei rapporti tra gli uomini, fino all’impegno operoso per il Regno di Dio chiamati a diverse ore a lavorare nella vigna del Signore. È esattamente la realtà nuova della nuova famiglia di Dio che è la Chiesa. Germoglia ora nella storia: ce ne siamo accorti? Pesante sembra essere il carico di male che sovrasta il mondo - una zizzania che vorremmo estirpare -, anzi che sembra prevalere, e ci rende dubbiosi sull’efficacia della grazia. Ma Dio agisce nella discrezione, come un lievito, come un seme, piccolo e modesto, ma dall’energia inarrestabile capace alla fine di produrre buon raccolto.
La discrezione: Siamo educati dall’efficienza, dalla tecnica che modifica la realtà all’utilità, e forse anche dalla presunzione di dominare la vita con tanti surrogati che promettono felicità e benessere. Ci sorprende allora e ci irrita il tanto male che dilaga a fronte appunto della presunzione di sentirci padroni della vita e della storia. E in questo quadro ci viene spontaneo dire: “Vuoi che andiamo a raccoglierla” questa zizzania? E perché Dio permette il male? Perché tollera tanta malvagità? Perché non prende un legno e ripulisce questo mondo sbagliato. La nostra voglia di onnipotenza.., almeno la eserciti Dio, visto che si dichiara il Signore unico della storia: “Io sono Dio, sempre il medesimo dall’eternità. Nessuno può sottrarre nulla al mio potere: chi può cambiare quanto io faccio?” (Lett.). Bisogna chiarire “da dove viene la zizzania”. “Un nemico ha fatto questo!”. Chiamarlo per nome è il diavolo; ma dietro a lui e con lui v’è la lunga fila di “tutti quelli che commettono iniquità”. Il primo mistero della storia è la scelta di Dio di rispettare la libertà dell’uomo, quasi limitando la sua onnipotenza per lasciare spazio alle scelte responsabili di ogni creatura. Satana è il primo ribelle, e organizza la ribellione dell’uomo. È il dramma della storia che non va nascosto: il bene non è spontaneo, né si impone da sé. Ha i suoi nemici e i suoi condizionamenti. La libertà implica una lotta e una scelta. In definitiva, dentro l’uomo si gioca la partita del bene e del male, nel suo libero arbitrio, in una coscienza che va educata e in una volontà che va risanata. Operazioni dello spirito, battaglia interiore, fatta con le armi della persuasione e dell’educazione, cioè nella pazienza e nella discrezione, non con la forza e l’imposizione. Per questo Gesù usa l’immagine del “buon seme”, anzi del “granello di senape, il più piccolo di tutti i semi”, del “lievito” nascosto nella pasta per farla silenziosamente lievitare. Questo è l’agire cristiano, questo è lo stile della “rivoluzione” del credente, questo è - deve essere - la Chiesa nel suo muoversi nella storia se vuol essere come l’ha stabilita Dio, ben oltre - o lontano - dall’efficienza, dai mezzi, o dalle prepotenze o imposizioni, anche giuridiche, perché si sente maggioranza. Forse è anche per questo che il Signore porta la sua Chiesa nel deserto della emarginazione e della persecuzione, per richiamarle una fede più pura e uno stile più evangelico.
L’efficacia: Non di meno noi crediamo allo sbocco positivo di questo disegno di Dio, che il bene vincerà, che il Regno di Dio si imporrà, che il piccolo seme “una volta cresciuto, è più grande delle altre piante, e diventa un albero tanto che gli uccelli del cielo vengono a farvi il nido tra i suoi rami”. E siamo certi che “al momento della mietitura” si farà giustizia piena della zizzania e del grano. Se oggi ci vien da dubitare di questa giustizia è perché un’altra scelta misteriosa guida l’agire di Dio nella storia: quella di scadenzare oggi la sua giustizia al ritmo della misericordia, perché, dice Gesù, “io non perde nulla di quanto egli mi ha dato” (Gv 6,39). Noi che siamo uomini del tutto e subito, ci scandalizziamo del lento agire di Dio. Ma è peccato grave crederci più giusti e quindi non stimare che Dio sia disponibile a chiudere un occhio o due anche su di noi! Naturalmente l’efficacia positiva non sta nelle nostre forze né nei nostri propositi. Il Regno di Dio è appunto questa risorsa di trasformazione - del cuore e della libertà prima e poi del mondo - che è stata gettata nella storia da Cristo e, proprio perché Lui è vivo, energia attuale e operante nel cuore della Chiesa e di ogni credente. Per essere sicuri della efficacia divina, basta guardare a quello che Dio ha operato nel Cristo con la sua risurrezione e, prima ancora, in quello che da sempre Egli sa operare in mezzo al suo popolo, Lui “che aprì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi..; essi giacciono morti, si spensero come un lucignolo” (Lett.). Come nel primo esodo, Dio ha poi riportato liberi i suoi da Babilonia: “Aprirò nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa per dissetare il mio popolo, il mio eletto”. Solo accostando i fatti di Dio entro la vicenda umana così come li narra la Bibbia, si può divenire certi che Dio mantiene le promesse e salva. A fianco dell’opera di Dio stanno i suoi collaboratori, cioè i credenti, e in particolare gli apostoli che operano a suo nome: “Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio” (Epist.). Collaboratori umili: “Né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere”. Collaboratori che lavorano secondo verità: “Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo”. Collaboratori ai quali sarà domandato conto del modo con cui costruiscono la comunità cristiana: “E se si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile, e .. il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno”. C’è da pensarci bene sul come si gestisce la pastorale oggi, da noi almeno nella bufera di “cantieri aperti” e di riforme liturgiche che puzzano forse un po’ di ideologismi.
“Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro”. Viviamo e lavoriamo di questa promessa e di questa certezza. Al di là di fatiche e fallimenti con cui il vangelo viene annunciato nel nostro mondo sempre più pagano; e magari anche pur dentro le divisioni e i contrasti che molti, che si credono “superapostoli” (2Cor 11,5) e vogliono una chiesa di solo puri, producono - mai sconfessati - nella nostra Chiesa di oggi, come era già in quella di Corinto.
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MessaggioOggetto: sabato 20 ottobre 2012   Mar Ott 16, 2012 4:52 pm

SABATO 20 OTTOBRE 2012

SABATO DELLA XXVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene.

Letture:
Ef 1,15-23 (Dio ha dato Cristo alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui)
Sal 8 (Hai posto il tuo Figlio sopra ogni cosa)
Lc 12,8-12 (Lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire)

Chi mi riconoscerà... anche io lo riconoscerò
C’è sempre nella vita del discepolo di Cristo un aspetto scomodo che lo impegna fino in fondo dinanzi agli altri uomini e anche davanti alla propria coscienza. Di questo aspetto faticoso sentiamo alcuni accenni nel vangelo odierno. “Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio”. Questa è la posizione di ogni discepolo davanti agli altri fratelli. L’evangelista sicuramente ha sott’occhio l’esperienza della chiesa primitiva, chiamata a confessare la fede in un clima di persecuzione. Essa trova la sua forza fissando lo sguardo al cielo, dove è la gloria del Figlio dell’uomo. Il cristiano è il fedele testimone di Cristo davanti agli uomini. Ogni giorno in qualche maniera si ripresenterà a lui l’occasione di riconoscerlo o rinnegarlo. Questo mistero di scelta profonda ha delle ripercussioni che possono essere rischiose per la nostra esistenza. “Chiunque parlerà contro il figlio dell’uomo sarà perdonato; ma chi bestemmierà lo Spirito Santo non sarà perdonato”. Gesù è sempre un segno di contraddizione, contro il quale parlano anche i nostri pensieri e le nostre opere, ma è anche un segno di misericordia. Diventa invece bestemmia la resistenza contro ciò che Dio ci fa sentire. È il rifiuto lucido e consapevole della verità del Vangelo. È il peccato di chi non si riconosce peccatore e bisognoso di perdono. Di tutt’altro genere è “quando vi porteranno davanti alle sinagoghe non temete”. La loro confessione di fede in quel momento sarà suggerita dallo Spirito Santo. Non dovranno fare altro che lasciarsi trasportare dalla sua ispirazione. Dai suoi Gesù chiede soltanto docilità. Sarà lo Spirito che li farà testimoniare. Il regno di Dio è davvero il premio di una fatica coraggiosa.
Riconoscere la propria appartenenza a Cristo davanti agli uomini è segno del proprio cristianesimo. Già il nome di “cristiano” contiene in sé il nome di “Cristo”. Il cristiano è l’”unto”, il consacrato a Cristo. Interiormente ciò si realizza col battesimo e con la cresima, che sanciscono l’appartenenza a Cristo. È nostro dovere mostrare questa dipendenza ai nostri fratelli. Ogni giorno, dobbiamo riflettere sul modo di testimoniare, nella nostra vita, Cristo agli altri. Ignorare le vie del Signore e il piano divino di salvezza, allontanare consapevolmente Cristo dalla nostra vita è il peccato contro lo Spirito Santo. Il peccato contro lo Spirito Santo è rifiutare la salvezza. Nelle situazioni difficili, che esigono che l’uomo porti testimonianza di Dio, ci aiuta lo Spirito Santo, che ispira il nostro comportamento. La virtù della fortezza, indispensabile in una vita modellata sull’esempio di Cristo, è un dono dello Spirito Santo.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

Riflessione:
- Contesto. Mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme Luca nel cap. 11, che precede il nostro brano, lo presenta come intento a svelare gli abissi dell’agire misericordioso di Dio e nello stesso la profonda miseria che si nasconde nel cuore dell’uomo ed in particolar modo in coloro che hanno il compito di essere testimoni della Parola e dell’opera dello Spirito santo nel mondo. Tali realtà Gesù li presenta con una serie di riflessioni che provocano nel lettore degli effetti: sentirsi attratti dalla forza della sua Parola al punto dal sentirsi giudicati interiormente e spogliati da tutte quelle manie di grandezza che agitano l’uomo (9,46). Inoltre il lettore si identifica con vari atteggiamenti che l’insegnamento di Gesù viene a suscitare: innanzitutto si riconosce nel discepolo alla sequela di Gesù e inviato a precederlo nel ruolo di messaggero del regno; nel tale che ha qualche esitazione nel seguirlo; nel fariseo o Dottore della legge, schiavi delle loro interpretazioni e stili di vita. In sintesi il percorso del lettore nel cap.11 è caratterizzato da questo incontro con l’insegnamento di Gesù che gli rivela l’intimità di Dio, la misericordia del cuore di Dio, ma anche la verità del suo essere uomo. Nel cap.12, invece, Gesù contrappone al giudizio pervertito dell’uomo la benevolenza di Dio che dona sempre con sovrabbondanza. È in questione la vita dell’uomo. Bisogna prestare attenzione alla perversione del giudizio umano o meglio all’ipocrisia che distorce i valori per privilegiare soltanto il proprio interesse e i propri vantaggi, più che interessarsi alla vita, quella che va accolta gratuitamente. La parola di Gesù lancia al lettore un appello sul come affrontare la questione della vita: l’uomo sarà giudicato per come si comporterà al momento delle minacce. Bisogna preoccuparsi non tanto degli uomini che possono «uccidere il corpo» ma piuttosto avere a cuore il timore di Dio che giudica e corregge. Ma Gesù non promette ai discepoli che saranno risparmiati da minacce, persecuzioni, ma li rassicura sull’aiuto di Dio al momento della difficoltà.
- Saper riconoscere Gesù. L’impegno coraggioso a riconoscere pubblicamente la sua amicizia con Gesù, comporta come conseguenza la comunione personale con lui al momento del suo ritorno per giudicare il mondo. Allo stesso tempo il tradimento, «chi mi rinnegherà», colui che ha paura di confessare, riconoscere pubblicamente Gesù, si condanna da solo. Il lettore è invita a riflettere sulla portata cruciale di Gesù nella storia della salvezza: bisogna decidersi o con Gesù o contro di Lui e della sua Parola di grazia; da questa decisione, riconoscere o rinnegare Gesù, dipende la nostra salvezza. Luca evidenzia che la comunione che Gesù dona nel tempo presente ai suoi discepoli verrà confermata e diventerà perfetta al momento della sua venuta nella gloria («verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi»: 9, 26). L’appello alle comunità cristiane è molto evidente: anche se si è esposti alle ostilità del mondo, è indispensabile non venir meno nella testimonianza coraggiosa a Gesù, alla sua comunione con Lui, valere non vergognarsi di essere e mostrarsi cristiani.
- La bestemmia contro lo Spirito Santo. Bestemmiare è inteso qui da Luca come il parlare offensivo o parlare contro. Tale verbo era stato applicato a Gesù quando in 5,21 aveva perdonato i peccati. La questione che pone il nostro brano può sollevare nel lettore qualche difficoltà: la bestemmia contro il Figlio dell’uomo è meno grave di quella contro lo Spirito santo? Il linguaggio di Gesù può risultare abbastanza forte per il lettore del vangelo di Luca: nel percorso del vangelo ha visto Gesù che mostrava il comportamento di Dio che va in cerca del peccatore, che è esigente ma che sa attendere il momento del ritorno a Lui o la maturazione del peccatore. In marco e Matteo la bestemmia contro lo Spirito è il mancato riconoscimento del potere di Dio dietro gli esorcismi di Gesù. Ma in Luca può significare il deliberato e consapevole rifiuto dello Spirito profetico che è all’opera nelle azioni e nell’insegnamento di Gesù, vale a dire, un rifiuto all’incontro con l’agire misericordioso e salvifico col Padre. Il mancato riconoscimento dell’origine divina della missione di Gesù, le offese dirette alla persona di Gesù, possono essere perdonati, ma chi nega l’agire dello Spirito santo nella missione di Gesù non sarà perdonato. Non si tratta di un’opposizione tra la persona di Gesù e lo Spirito santo, o di un contrasto, simbolo di due periodi della storia diversi, quello di Gesù e quello della comunità post-pasquale, ma, in definitiva, l’evangelista intende mostrare che rinnegare la persona del Cristo equivale a bestemmiare contro lo Spirito santo.

Per un confronto personale
- Sei consapevole che essere cristiani richiede di affrontare difficoltà, insidie, pericoli, fino a rischiare la propria vita per testimoniare la propria amicizia con Gesù?
- Ti vergogni di essere cristiano? Ti sta più a cuore il giudizio degli uomini, la loro approvazione o quello di non perdere la tua amicizia con Cristo?

Preghiera finale: O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti hai proclamato la tua lode (Sal 8).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 21 ottobre 2012   Mar Ott 16, 2012 4:55 pm

DOMENICA 21 OTTOBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Dio della pace e del perdono, tu ci hai dato in Cristo un esempio di servizio totale, fino al dono della sua vita; concedi a tutti noi di trovare grazia davanti a te, perché possiamo condividere fino in fondo il calice della tua volontà e vivere un servizio reciproco generoso e fecondo.

Letture:
Is 53,10-11 (Quando offrirà se stesso in sacrificio di riparazione, vedrà una discendenza)
Sal 32 (Donaci, Signore, il tuo amore: in te speriamo)
Eb 4,14-16 (Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia)
Mc 10,35-45; forma breve Mc 10,42-45 (Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti)

Siamo salvati da Gesù, crocifisso e risorto
Chi legge i Vangelo odierno non può fare a meno di percepire la solitudine di Gesù che va verso Gerusalemme, luogo di passione e di morte, e si trova a far fronte a richieste di questo genere. “Concedici , Signore, di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra”. La domanda di Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo è dettata ancora da un desiderio terreno e da una comprensione della gloria di Cristo valutata secondo la mentalità umana. Non è colta ancora la sua novità di offerta. Essa è veramente gloria, ma dopo la croce. Gesù rivela loro con quale premessa si può prendere parte alla sua gloria: bisogna bere il suo calice, condividere la sua morte. Ma questo significato della gloria del Signore e di quanto accadrà, non è oscuro soltanto ai due fratelli, lo è anche agli altri dieci, che se non giungono a tanto assurda richiesta, vi reagiscono con il medesimo spirito, tutti sono ripiegati sui propri meschini interessi. Lo schema che opera in tutti indistintamente è quello “dei capi delle nazioni e dei loro grandi”. Gesù corregge il loro concetto di gloria, troppo umano e ne propone uno nuovo. “Fra voi però non è così”. Secondo il vangelo il primato consiste e si esercita nel servire. Il primo è l’ultimo, il grande è il servo. È posta con questo nell’umiltà la rivoluzione più radicale, il capovolgimento più sorprendente della vita cristiana. D’altra parte non si tratta di una imposizione strana di Gesù. Il mondo è redento perché il Figlio di Dio si è collocato all’ultimo posto, e ha concepito il suo essere primo con un amore ablativo. Il cristiano riflette ed evidenzia nella propria esistenza e nella propria sensibilità la logica di Dio: la sua vita di salvezza. Non inventa, ma acconsente e prosegue. Egli beve al calice di Gesù ed è consorte a lui nel suo battesimo, e quindi nel mistero di chi “non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
Gesù reagisce vivamente di fronte alla minaccia che pesa ancora una volta sulla sua comunità a causa dell’ambizione sfrenata di avere i primi posti, di conquistare il potere. La sua lezione è molto severa, quasi solenne. Egli propone in compenso una nuova economia sociale: quella di una comunità senza potere la cui sola regola è servire, fino a offrire la propria vita per i fratelli, bevendo il calice fino all’ultima goccia. E per tutti i suoi membri, perché tutti sono fratelli. All’immagine del capo che comanda si oppone quella del capo che serve. Ed ecco che i capi avranno paradossalmente un solo compito: servire. Il suo prototipo è il Messia, diventato piuttosto il Figlio dell’uomo, schiavo di tutti gli schiavi, per il riscatto dei quali egli offre quello che possiede e quello che è: tutto. Perché egli applica una tecnica poco impiegata per guarire la società umana, l’omeopatia: la schiavitù di Gesù e la nostra guariranno giustamente tutta l’umanità dalla sua schiavitù endemica. Egli ha appena formulato il suo progetto di comunità, la sua carta “costituzionale”, alla quale tutti i partecipanti devono aderire: ognuno è servitore di tutti.

Approfondimento del Vangelo (I capi devono servire)
Il testo: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro: «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra». Gesù disse loro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero: «Lo possiamo». E Gesù disse loro: «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato». Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Il contesto: L’episodio si situa subito dopo il terzo annuncio della Passione (Mc 10,32-34). E come già era successo gli altri annunci, la reazione dei discepoli non è positiva: due dei discepoli si preoccupano dei primi posti nel Regno e gli altri si indignano. Segno della difficoltà dei discepoli di entrare nella prospettiva del destino doloroso del Maestro e di comprendere il mistero del Regno. I due che avanzano richieste, Giacomo e Giovanni, sono fratelli, fanno parte del primo gruppo dei compagni di Gesù (Mc 1,19-20), sono soprannominati boanerghes (“figli del tuono” Mc 3,17). Erano dunque un po’ irruenti.

Momento di silenzio orante per rileggere il testo col cuore e riconoscere attraverso le frasi e la struttura la presenza del mistero del Dio vivente.

Alcune domande per cogliere nel testo i nuclei importanti e cominciare ad assimilarlo.
- Perché questa ambizione dei discepoli di occupare i primi posti?
- La risposta di Gesù ha senso?
- Cosa vuol dire Gesù con il calice da bere e il battesimo da ricevere?
- Su che cosa fonda Gesù il servizio nella comunità?

Alcuni approfondimenti di lettura
- “Concedici di sedere nella tua gloria”. Pur prendendo delle precauzioni nella richiesta, è chiaro che hanno delle ambizioni notevoli. Secondo la tradizione, essi erano forse cugini di Gesù, e quindi, secondo la legge orientale, avevano un diritto particolare, come membri della famiglia. Comunque sia si vede che non hanno capito nulla di quello che Gesù stava per fare. Si avviava all’ignominia della croce, e loro non l’avevano ancora capito. Il vero potere di Gesù non consiste nel distribuire i posti d’onore, ma di far partecipare al suo destino tragico: “Potete bere il calice che io bevo?”.
- “Il calice anche voi lo berrete”. Il dialogo sulla coppa e il battesimo (vv. 38-39) è in evidente parallelo. Ma non si capisce come i due possano bere il calice e essere battezzati, se non pensando al martirio che hanno subito (entrambi) in seguito. Attraverso le due immagini Gesù sembra dunque evocare la sua morte violenta, che egli presagisce come un obbligo assoluto di fedeltà verso il Padre. La risposta alla loro richiesta di sedersi accanto a lui è molto evasiva: ma si capisce che vuole mostrare che non è quello il modo per ottenerlo.
- “Gli altri dieci si sdegnarono”. Chiaramente anche essi condividono la stessa ambizione. Ma questo versetto sembra solo redazionale, per collegare i due episodi che forse non erano all’origine dipendenti. Si cambia completamente argomento. Ma il fatto che si ricordi lo sdegno, è probabilmente fondato in qualche episodio: perché non fanno bella figura i discepoli: e per questo deve essere proprio autentico.
- “I capi delle nazioni le dominano... voi però no”. Si riferisce ai dirigenti politici del suo tempo: in fondo è anche lo stile di tutti i tempi. Per contrasto la comunità dei discepoli deve essere dominata dal servizio: questo è espresso con due termini che indicano gradualità. Si parla di “servo” (diakonos) e di “schiavo” (doulos). Non si può scegliere chi servire: si deve essere schiavi di tutti, rovesciando lo schema mondano.
- “Il Figlio dell’uomo infatti...”. Troviamo il fondamento della legge costituzionale della comunità: seguendo lo stile del Maestro, donando come lui la vita in spirito di servizio. Di più diventando “signori” attraverso il dono della vita e non per pretesa. Il “riscatto” o redenzione è difficile da interpretare, come dice p. X.Léon Dufour: ma possiamo capirlo bene considerando le parole che Gesù pronuncia nell’ultima Cena. Tutta la vita di Gesù allora è sotto la luce del “riscatto”, della fedeltà fino alla fine per la libertà degli uomini. Si priva della libertà, per donare libertà, per riscattare dalla non libertà. Lo statuto della comunità dei discepoli è così caratterizzato dal servizio, dalla non ambizione, dalla vita donata e vincolata al riscatto degli altri.

Orazione finale: Signore Dio nostro, distogli i discepoli del Figlio tuo dai cammini facili della popolarità, della gloria a poco prezzo, e portali sulle strade dei poveri e dei flagellati della terra, perché sappiano riconoscere nel loro volto il volto del Maestro e Redentore. Dona occhi per vedere i percorsi possibili alla giustizia e alla solidarietà; orecchi per ascoltare le domande di senso e di salvezza di tanti che cercano come a tastoni; arricchisci il loro cuore di fedeltà generosa e di delicatezza e comprensione: perché si facciano compagni di strada e testimoni veri e sinceri della gloria che splende nel crocifisso risorto e vittorioso. Egli vive e regna glorioso con te, o Padre, nei secoli eterni.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
III DOMENICA DI OTTOBRE
DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
CHIESA MADRE DI TUTTI I FEDELI AMBROSIANI
SOLENNITÀ DEL SIGNORE


Letture:
Is 26,1-2.4.7-8; 54,12-14a; oppure Ap. 21,9a.c-27
Sal 67
1Cor 3,9-17
Gv 10,22-30

Grande è la casa di Dio
L’anniversario della consacrazione del Duomo di Milano, diventa occasione per capire cosa è la Chiesa “dalle pietre vive” che siamo noi battezzati e il legame profondo che ci unisce a Cristo col fare unità attorno al vescovo. Dai testi delle letture e delle orazioni possiamo trarre una completa catechesi sul mistero della Chiesa, “città posta sulla cima dei monti, splendida agli occhi di tutti, dove per sempre vive il suo Fondatore” (Prefazio).
Dove vive il suo fondatore: All’origine di tutto sta una scelta sorprendente di Dio, quella di autocomunicarsi all’uomo, di fare dono della sua Sapienza “a Giacobbe suo servo, a Israele suo diletto. Per questo è apparso sulla terra e ha vissuto fra gli uomini” (I lett.). Il luogo fisico della attuale presenza di Dio tra gli uomini è la persona umana di Gesù, il tempio definitivo nel quale l’uomo può incontrare il Dio vero. Chiedono i Giudei: “Se tu sei il Cristo - l’inviato di Dio -, dillo a noi apertamente. Gesù rispose loro: Ve l’ho detto, e le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste mi danno testimonianza. Io e il Padre siamo una cosa sola”. Cristo ha voluto poi dilatarsi nel tempo fondando la Chiesa come suo Corpo che si prolunga fino a noi. Agli Apostoli disse: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 19-20). Dalla croce di Cristo e dal dono dello Spirito santo è nata la Chiesa “madre di tutti i viventi, sempre più gloriosa di figli generati ogni giorno a te, o Padre - come prega il Prefazio - per virtù dello Spirito santo. Essa è la vite feconda che in tutta la terra prolunga i suoi tralci e, appoggiata all’albero della croce, si innalza al tuo regno”. Nel Credo noi proclamiamo la Chiesa “apostolica”. Essa è simile ad un fiume fecondo che attraversa la storia, e giunge fino a noi con continuità attraverso il deposito del “SACRO” (la Parola di Dio, i Sacramenti, il carisma apostolico) perché ogni uomo assetato di verità e di Dio possa avere a disposizione tutto quanto Dio vuol far giungere intatto ed efficace per la salvezza degli uomini. In particolare la Chiesa si incarna in un luogo, attorno e dal Vescovo, come Chiesa particolare, formando con le altre la Chiesa universale. È questa Chiesa Diocesana e parrocchiale l’unico luogo legittimo di continuità apostolica, nel quale ci congiungiamo a Cristo e abbiamo la salvezza. Questo è l’insegnamento rigoroso del Concilio Vaticano II.
L’ha elevata alla dignità di sposa: Penetriamo ulteriormente nel mistero della Chiesa. Dice il prefazio: “Il Signore ha reso partecipe la sua Chiesa della sovranità sul mondo e l’ha elevata alla dignità di sposa e regina”. Sposa significa che diviene partecipe di una intimità particolare nei confronti di Cristo. Scrive un autore medievale: “L’Onnipotente avendo preso in sposa una debole e l’Eccelso una di bassa condizione, da schiava ne ha fatto una regina e colei che gli stava sotto i piedi la pose al suo fianco. Uscì infatti dal suo costato, donde la fidanzò a sé”. Cristo ha fatto della umanità che di Lui si fida la sua Sposa, quasi nuova creazione, nuova Eva, uscita dal fianco del secondo Adamo nel momento della redenzione. L’amore è condivisione di tutto e comunione di cuore e di vita: così avviene d’ogni sposalizio ben riuscito; così avviene in questo stupendo sposalizio tra Cristo e l’uomo credente. Da questa intimità sponsale con Cristo derivano la nostra sicurezza e gioia. L’esprimono bene oggi le parole di Gesù: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano”. Prosegue Gesù: “Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio”. Il testo medievale aggiunge: “Come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, così lo Sposo ha dato tutte le cose sue alla Sposa, e lo Sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Voglio, dice il Figlio al Padre pregando per la Sposa, che come io e tu siamo una cosa sola, così anch’essi siano una cosa sola con noi. Lo Sposo pertanto è una cosa sola con il Padre e uno con la sposa”. Troppo profondo è il legame che ci unisce al Padre tramite Cristo, da avere qualcosa da temere per la vita..! “Il fondamento gettato da Dio sta saldo - ci conferma san Paolo - e porta questo sigillo: Il Signore conosce i suoi”. L’intimità con Dio produce profonde trasformazioni nell’uomo. Cristo elimina il peccato, assume la natura umana e la rende partecipe della natura divina. “Quello che ha trovato di estraneo nella Sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei. Quanto appartiene per natura alla Sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito. Invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla Sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio” (Beato Isacco della Stella). Si tratta ora di rimanergli fedele:”Chi si manterrà puro, sarà un vaso nobile, santificato, utile al padrone, pronto per ogni opera buona”. Potremo così servire il Signore con cuore puro e il suo regno con utilità e frutto. Viviamo tempi di tentazioni pericolose nei confronti della Chiesa; il soggettivismo, triste marchio della nostra cultura, è entrato persino nella esperienza religiosa. Si ricercano forme di salvezza che non fanno riferimento ai dati storici e oggettivi del Dio che si è incarnato in Cristo. Si dà credito a forme di religiosità emotiva, irrazionale, fino a cadere nella magia e nella superstizione, che umiliano la dignità dell’uomo. All’interno della Chiesa poi si vanno diffondendo forme di spiritualità slegate dagli elementi costitutivi della fede: la Parola di Dio, i Sacramenti e l’autorità apostolica. Si creano chiesuole alternative basate su rivelazioni private o su presunti profeti dai poteri carismatici, su clubs dove si vive una fede devozionale al limite dell’eresia o dello scisma.
Rinnoviamo la nostra adesione alla Chiesa apostolica, al Vescovo, al suo magistero e all’Eucaristia celebrata in suo nome. Un martire della Chiesa primitiva, sant’Ignazio d’Antiochia, così raccomandava ai suoi fedeli: “Come il Signore nulla fece senza il Padre col quale è uno, così nulla fate senza il vescovo e i presbiteri. Sia ritenuta valida l’Eucaristia che si fa dal vescovo e da chi è da lui delegato. Siate uniti al vescovo come le corde alla cetra”.
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