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VINCENZO

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MessaggioOggetto: sabato 27 ottobre 2012   Mer Ott 24, 2012 9:26 am

SABATO 27 OTTOBRE 2012

SABATO DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito.

Letture:
Ef 4,7-16 (Cristo è il capo: da lui tutto il corpo cresce)
Sal 121 (Andremo con gioia alla casa del Signore)
Lc 13,1-9 (Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo)

Come leggere la storia
Abbiamo ascoltato dal vangelo di ieri il rimprovero di Gesù per non essere capaci di leggere i segni dei tempi con la luce della fede. Oggi lo stesso Signore ci invita a riflettere sugli episodi di cronaca, accaduti in quei giorni, ma che sostanzialmente continuamente accadono nella storia degli uomini. Era ferma convinzione dei credenti di allora che ogni disgrazia derivasse da un castigo divino in seguito a peccati commessi. Gesù viene a correggere tale concetto: egli afferma che le vittime di quei disastri e di tutti quelli che sono accaduti o possono accadere, non sono periti per un castigo divino, sicuramente però dovevano essere letti come monito ad una vera conversione e un appello a cambiare vita, memori della fragilità dell’uomo. Come ci appare evidente questo insegnamento in questi giorni! La parabola del fico sterile viene proclamata a conferma di quanto Gesù ci ha già detto: se non ascoltiamo con la dovuta sollecitudine gli appelli divini, se non facciamo seguire a questi, la nostra sincera conversione per rende fruttuosa la vita, rischiamo di essere poi respinti dal Signore. Anche questa triste eventualità scaturisce più da una autocondanna che da un castigo divino.
Cristo vuole che il massacro dei Galilei e l’incidente della torre di Siloe commuovano veramente il cuore degli uomini che gli parlano, mentre essi desiderano solamente sapere se coloro che sono morti erano puniti da Dio per i loro grandi peccati. Queste persone rischiano di rinchiudersi nelle loro idee troppo umane su Dio, mentre Gesù è venuto per aprire loro la via ad una vera comunione con Dio, in una nuova vita. È vero che essi non troveranno una nuova spiegazione semplicistica alla sofferenza, ma attraverseranno gli avvenimenti, anche i più crudeli, in modo diverso, con un’altra prospettiva. Gesù soffre a non essere capito. Eppure è come quel vignaiolo, che fa l’impossibile per salvare il fico sterile. Sa che attraverso di lui deve essere salvato ciò che è perduto.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci dà informazioni che ci sono solo nel vangelo di Luca e non hanno passaggi paralleli negli altri vangeli. Stiamo meditando il lungo cammino dalla Galilea fino a Gerusalemme che occupa quasi la metà del vangelo di Luca, dal capitolo 9 fino al capitolo 19 (da Lc 9,51 a 19,28). In questa parte Luca colloca la maggior parte delle informazioni che ottiene sulla vita e l’insegnamento di Gesù (Lc 1,1-4).
- Luca 13,1: L’avvenimento che richiede una spiegazione. “In quel tempo, si presentarono a Gesù alcuni a riferirgli circa quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello dei loro sacrifici”. Quando leggiamo i giornali o quando assistiamo alle notizie in TV, riceviamo molte informazioni, ma non sempre capiamo tutto il loro significato. Ascoltiamo tutto, ma non sappiamo bene cosa fare con tante informazioni e con tante notizie. Notizie terribili come lo tsunami, il terrorismo, le guerre, la fame, la violenza, il crimine, gli attentati, ecc.. Così giunse a Gesù la notizia dell’orribile massacro che Pilato, governatore romano, aveva fatto con alcuni pellegrini samaritani. Notizie così ci scombussolano. Ed uno si chiede: “Cosa posso fare?” per calmare la coscienza, molti si difendono e dicono: “È colpa loro! Non lavorano! È gente pigra!”. Al tempo di Gesù, la gente si difendeva dicendo: “È un castigo di Dio per i peccati!” (Gv 9,2-3). Da secoli si insegnava: “I samaritani non dicono il vero. Hanno una religione sbagliata!” (2Rs 17,24-41)!
- Luca 13,2-3: La risposta di Gesù. Gesù ha un’opinione diversa. “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quei diciotto, sopra i quali cadde la torre di Siloe che li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù aiuta le persone a leggere i fatti con uno sguardo diverso ed a trarne una conclusione per la loro vita. Dice che non è stato un castigo di Dio. Al contrario. “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Cerca di invitare alla conversione ed al cambiamento.
- Luca 13,4-5: Gesù commenta un altro fatto. O quei diciotto, sopra i quali cadde la torre di Siloe e li uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? Deve essere stato un disastro di cui si parlò molto in città. Un temporale fece cadere la torre di Siloe uccidendo diciotto persone che si stavano riparando sotto di essa. Il commento normale era: “Castigo di Dio!”. Gesù ripete: “No vi dico, ma se non vi convertite perirete tutti allo stesso modo”. Loro non si convertirono, non cambiarono, e quaranta anni dopo Gerusalemme fu distrutta e molta gente morì uccisa nel Tempio come i samaritani e molta più gente morì sotto le macerie delle mura della città. Gesù cerco di prevenire, ma la richiesta di pace non fu ascoltata: “Gerusalemme, Gerusalemme!” (Lc 13,34). Gesù insegna a scoprire le chiamate negli avvenimenti della vita di ogni giorno.
- Luca 13,6-9: Una parabola per fare in modo che la gente pensi e scopra il progetto di Dio. “Un tale aveva un fico piantato nella vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: Ecco, son tre anni che vengo a cercare frutti su questo fico, ma non ne trovo. Taglialo. Perché deve sfruttare il terreno? Ma quegli rispose: Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai”. Molte volte, la vigna è usata per indicare l’affetto che Dio ha verso il suo popolo, o per indicare la mancanza di corrispondenza da parte della gente all’amore di Dio (Is 5,1-7; 27,2-5; Jr 2,21; 8,13; Ez 19,10-14; Os 10,1-8; Mq 7,1; Gv 15,1-6). Nella parabola, il padrone della vigna è Dio Padre. L’agricoltore che intercede per la vigna è Gesù. Insiste con il Padre di allargare lo spazio della conversazione.

Per un confronto personale
- Il popolo di Dio, la vigna di Dio. Io sono un pezzo di questa vigna. Mi applico la parabola. Quali conclusioni ne traggo?
- Cosa ne faccio delle notizie che ricevo? Cerco di avere un’opinione critica, o continuo ad avere l’opinione della maggioranza e dei mezzi di comunicazione?

Preghiera finale: Chi è pari al Signore nostro Dio che si china a guardare nei cieli e sulla terra? Solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero (Sal 112).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 28 ottobre 2012   Mer Ott 24, 2012 9:31 am

DOMENICA 28 OTTOBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Ger 31,7-9 (Riporterò tra le consolazioni il cieco e lo zoppo)
Sal 125 (Grandi cose ha fatto il Signore per noi)
Eb 5,1-6 (Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek)
Mc 10,46-52 (Rabbunì, che io veda di nuovo!)

La tua fede ti ha salvato
Questo brano di Vangelo ci presenta un cieco che incontra Gesù e viene salvato. A prima vista potrebbe sembrare uno dei tanti miracoli di Gesù e invece è un miracolo particolare. Perché per Marco è l’ultimo miracolo prima della sua passione e morte. E poi perché in quel cieco, Bartimèo, che grida lungo la strada, è raffigurato ognuno di noi, il nostro percorso verso Gesù. Bartimèo è cieco, non può vedere Gesù. Ma anche gli apostoli, che stanno con Gesù da molto tempo, sembra che proprio anche loro non ci vedano. Non sono loro che poco prima si sono arrabbiati per una questione di posti? Bartimèo era cieco, la sua condizione lo obbligava a stare seduto e vivere ai margini: “Sedeva lungo la strada”. Il passaggio di Gesù dà brio e vitalità a quest’uomo, che si mette a gridare, implorando Gesù di prendersi cura di lui. “Figlio di David, Gesù, abbi pietà di me”. Il nostro grido di salvezza, come quello di Bartimèo, può incontrare delle barriere. Meglio zittire quel cieco e garantirsi una pubblica tranquillità. Ci provano in molti modi a farlo tacere. Ma nulla da fare, il cieco grida più forte, perché sa che, se quest’occasione unica di vita passerà oltre, per lui non ci sarà più speranza. “Allora Gesù si fermò e lo fece chiamare”. Il cieco in un attimo “balza in piedi, getta via il mantello e corre da Gesù”. E Gesù gli dice: “Che voi che io ti faccia?”. Alla supplica del cieco corrisponde la guarigione, perché Gesù gli ha riconosciuto la fede. “Va’, la tua fede ti ha salvato”. Tra le tante strade che il cieco potrebbe percorrere, ne sceglie una: seguire Gesù. Ci troviamo di nuovo sulla strada, sulla quale era seduto Bartimèo, cieco, ora da vedente, la percorre insieme a Gesù verso Gerusalemme, luogo della sua morte e della sua risurrezione. È la strada di Bartimèo e di ogni cristiano, l’unica percorribile, perché è la strada sulla quale è passato Gesù. Sforziamoci sempre di seguirlo.
L’evangelista Marco che ascoltiamo quest’anno ci presenta le azioni e le parole di Gesù durante il suo viaggio a Gerusalemme. Viaggio sicuramente topografico, ma anche e soprattutto simbolico. Questa strada che Gesù percorre con entusiasmo - “Gesù li precedeva” - e dove i discepoli lo seguono con diffidenza o inquietudine - “essi erano spaventati, e coloro che seguivano erano anche timorosi” (Mc 10,32) - qui arriva al termine. Ecco il contesto della lettura sulla quale meditiamo oggi. Al termine del cammino, oggi incontriamo un cieco. Un cieco, che, in più, è un mendicante. In lui c’è oscurità, tenebre, e assenza. E attorno a lui c’è soltanto il rigetto: “Molti lo sgridavano per farlo tacere”. Gesù chiama il cieco, ascolta la sua preghiera, e la esaudisce. Anche oggi, qui, tra coloro che il Signore ha riunito, “ci sono il cieco e lo zoppo” (prima lettura) - quello che noi siamo -; ed è per questo che le azioni di Gesù, che ci vengono raccontate, devono renderci più pieni di speranza. È nel momento in cui termina il viaggio di Gesù a Gerusalemme (e dove termina il ciclo liturgico), che un mendicante cieco celebra Gesù e lo riconosce come “Figlio di Davide”, o Messia; e questo mendicante riacquista la vista e “segue Gesù per la strada”. È un simbolo, un invito. Chiediamo al Signore che ci accordi la luce della fede e ci dia vigore, affinché lo seguiamo come il cieco di Gerico, fino a che non avremo raggiunto la Gerusalemme definitiva.

Approfondimento del Vangelo (Gesù cura Bartimèo, il cieco di Gerico. Colui che è cieco, veda! Chi ha occhi, non si lasci ingannare!)
Il testo: In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Chiave di lettura: Il Vangelo di questa domenica descrive l’episodio della guarigione del cieco Bartimèo di Gerico (Mc 10,46-52), che racchiude una lunga istruzione di Gesù per i suoi discepoli (Mc 8,22 a 10,52). All’inizio di questa istruzione, Marco colloca la guarigione del cieco anonimo (Mc 8,22-26). Ora, alla fine, comunica la guarigione del cieco di Gerico. Come vedremo, le due guarigioni sono il simbolo di ciò che succedeva tra Gesù ed i discepoli. Indicano il processo e l’obiettivo del lento apprendimento dei discepoli. Descrivono il punto di partenza (il cieco anonimo) ed il punto di arrivo (Bartimèo) dell’istruzione di Gesù ai discepoli ed a tutti noi. Nel corso della lettura cercheremo di prestare attenzione agli atteggiamenti di Gesù, del cieco Bartimèo e della gente di Gerico, ed in tutto ciò che uno di loro dice e fa. Mentre leggi e mediti il testo, pensa come se tu stesso stessi guardando in uno specchio. In chi si rispecchia il tuo volto: in Gesù, nel cieco Bartimèo, nella gente?

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 10,46: Descrizione del contesto dell’episodio
- Marco 10,47: Il grido del povero
- Marco 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero
- Marco 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero
- Marco 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e sua guarigione

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto? Perché?
- Qual è l’atteggiamento di Gesù: cosa dice e cosa fa?
- Qual è l’atteggiamento della gente di Gerico: cosa dicono e fanno?
- Qual è l’atteggiamento del cieco Bartimèo: cosa dice e fa?
- Qual é per noi la lezione della guarigione del cieco Bartimèo?

Per coloro che desiderano approfondire il tema:
a) Contesto della lunga istruzione di Gesù ai discepoli: La guarigione del cieco anonimo, all’inizio dell’istruzione, è compiuta in due momenti (Mc 8,22-26). Nel primo momento, il cieco comincia a intuire le cose, ma solo a metà. Vede le persone come se fossero alberi (Mc 8,24). Nel secondo momento, nel secondo tentativo comincia a capire bene. I discepoli erano come il cieco anonimo: accettavano Gesù come Messia, ma non accettavano la croce (Mc 8,31-33). Erano persone che scambiavano le persone per alberi. Non avevano una fede forte in Gesù. Continuavano ad essere ciechi! Quando Gesù insisteva nel servizio e nel dono (Mc 8,31;34; 9,31; 10,33-34), loro insistevano tra di essi su chi era il più importante (Mc 9,34), e continuavano a chiedere i primi posti nel Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra del trono (Mc 10,35-37). Segno questo che l’ideologia dominante dell’epoca era penetrata profondamente nella loro mentalità. Il vissuto di vari anni con Gesù, non aveva ancora rinnovato il loro modo di vedere le cose e le persone. Loro guardavano Gesù con lo sguardo del passato. Volevano che fosse come colui che si immaginavano: un messia glorioso (Mc 8,32). Ma l’obiettivo dell’istruzione di Gesù è che i suoi discepoli siano come il cieco Bartimèo che accetta Gesù come è. Bartimèo ha una fede forte che lo fa intuire, fede che Pietro non ha ancora. E così Bartimèo diventa il modello sia per i discepoli del tempo di Gesù, sia per le comunità del tempo di Marco e per tutti noi.
b) Commento del testo:
- Marco 10,46-47: Descrizione del contesto dell’episodio: Il grido del povero. Finalmente, dopo una lunga camminata, Gesù ed i discepoli giungono a Gerico, ultima fermata prima di salire a Gerusalemme. Il cieco Bartimèo è seduto sul ciglio della strada. Non può partecipare alla processione che accompagna Gesù. È cieco, non vede nulla. Ma grida, invocando l’aiuto del Signore: “Figlio di Davide! Abbi pietà di me!”. L’espressione “Figlio di Davide” era il titolo più comune che la gente dava al Messia (Mt 21,9; cfr. Mc 11,10). Ma questo titolo non piaceva molto a Gesù. Lui giunse a criticare e questionare l’abitudine dei dottori della legge che insegnavano alla gente dicendo il Messia è il figlio di Davide (Mc 12,35-37).
- Marco 10,48: Reazione della gente dinanzi al grido del povero. Il grido del povero è scomodo, non piace. Coloro che vanno in processione con Gesù cercano di farlo stare zitto. Ma “lui gridava ancora più forte!”. Fino ad oggi il grido del povero è scomodo. Oggi sono milioni coloro che gridano: migranti, carcerati, affamati, malati, emarginati, oppressi, gente senza lavoro, senza stipendio, senza casa, senza tetto, senza terra, che non riceveranno mai un segno di amore! Grida silenziate, che entrano nelle case, nelle chiese, nelle città, nell’organizzazione mondiale. Le ascolta solo colui che apre gli occhi per osservare ciò che succede nel mondo. Ma molti sono coloro che hanno smesso di ascoltare. Si sono già abituati. Altri tentano di silenziare le grida, come fu fatto con il cieco di Gerico. Ma non riescono a silenziare le grida del povero. Dio lo ascolta (Ex 2,23-24; 3,7). E Dio ci avverte dicendo: “Non maltratterai la vedova o l’orfano. Se tu lo maltratti quando invocherà da me l’aiuto, io ascolterò il suo grido!” (Es 22,21).
- Marco 10,49-50: Reazione di Gesù dinanzi al grido del povero. E Gesù, cosa fa? Dio, come ascolta il grido? Gesù si ferma e ordina di chiamare il cieco. Coloro che volevano farlo tacere, silenziare il grido scomodo del povero, ora, a richiesta di Gesù, si vedono obbligati a fare in modo che il povero giunga fino a Gesù. Bartimèo lascia tutto e va verso Gesù. Non possiede molto, appena un mantello. È ciò che ha per coprire il suo corpo (cfr. Es 22,25-26). È la sua sicurezza, la sua terra ferma!
- Marco 10,51-52: Conversazione di Gesù con il cieco e la sua guarigione. Gesù chiede: “Che vuoi che io ti faccia?”. Non basta gridare. Bisogna sapere per cosa si grida! Lui risponde: “Maestro! Che io riabbia la vista!”. Bartimèo aveva invocato Gesù con espressioni non del tutto corrette, purché, come abbiamo visto, il titolo di “Figlio di Davide” non piaceva molto a Gesù (Mc 12,35-37). Ma Bartimèo ha più fede in Gesù che nelle idee e nei titoli su Gesù. Non così il resto. Non vedono le esigenze, come Pietro (Mc 8,32). Bartimèo sa dare la sua vita accettando Gesù senza imporre condizioni. Gesù gli dice: “Va! La tua fede ti ha salvato!”. Al momento stesso il cieco recupera la vista”. Lascia tutto e segue Gesù (Mc 10,52). La sua guarigione è frutto della sua fede in Gesù (Mc 10,46-52). Curato, Bartimèo segue Gesù e sale con lui verso Gerusalemme, verso il Calvario! Diventa il discepolo modello per Pietro e per noi tutti: credere più in Gesù che nelle nostre idee su Gesù!

Ampliando le informazioni:
- Il contesto della salita verso Gerusalemme. (Mc 10,32). Gesù li precede. Ha fretta. Sa che lo uccideranno. Il profeta Isaia lo aveva annunciato (Is 50,4-6; 53,1-10). La sua morte non è il frutto di un destino cieco o di un piano già prestabilito, ma è la conseguenza di un impegno assunto, di una missione ricevuta dal Padre insieme agli esclusi del suo tempo. Per tre volte, Gesù allerta i discepoli sulla tortura e la morte, che lo attendono a Gerusalemme (Mc 8,31; 9,31; 10,33). Il discepolo deve seguire il maestro, anche se è per soffrire con lui (Mc 8,34-35). I discepoli sono spaventati e lo accompagnano con paura (Mc 9,32). Non capiscono ciò che sta succedendo. La sofferenza non andava d’accordo con l’idea che loro avevano del messia (Mc 8,32-33; Mt 16,22). Ed alcuni non solo non capivano, ma continuavano ad avere anche ambizioni personali. Giacomo e Giovanni chiedono un posto nella gloria del Regno, uno alla destra e l’altro alla sinistra di Gesù (Mc 10,35-37). Vogliono precedere Pietro! Non capiscono la proposta di Gesù. Sono preoccupati solo dei propri interessi. Ciò rispecchia le dispute e le tensioni esistenti nelle comunità, al tempo di Marco, e che esistono tuttora nelle nostre comunità. Gesù reagisce con decisione: “Cosa state chiedendo!” (Mc 10,38). E domanda se sono capaci di bere il calice che lui, Gesù, berrà, e se sono disposti a ricevere il battesimo che lui riceverà. È il calice della sofferenza, il battesimo di sangue! Gesù vuole sapere se loro, invece di un posto d’onore, accettano dare la vita fino alla morte. Loro due rispondono: “Lo possiamo!” (Mc 8,39). Sembra una risposta detta solo con le labbra, perché pochi giorni dopo, abbandonano Gesù e lo lasciano solo nell’ora della sofferenza (Mc 14,50). Loro non hanno molta coscienza critica, non percepiscono la sua realtà personale. Nella sua istruzione ai discepoli, Gesù insiste sull’esercizio del potere (cfr. Mc 9,33-35). In quel tempo, coloro che detenevano il potere non facevano attenzione alla gente. Agivano secondo le loro idee (cfr. Mc 6,17-29). L’impero romano controllava il mondo e lo manteneva sottomesso con la forza delle armi e così, attraverso i tributi, le tasse e le imposte, riusciva a concentrare la ricchezza del popolo nelle mani di pochi a Roma. La società era caratterizzata dall’esercizio repressivo ed abusivo del potere. Gesù ha un’altra proposta. Dice: “Tra di voi non deve essere così! Chi vuole essere grande tra di voi si farà vostro servitore!” (Mc 10,43). Insegna ad andare contro i privilegi e le rivalità. Sovverte il sistema ed insiste nel servizio, rimedio contro l’ambizione personale. In definitiva, presenta la testimonianza della sua propria vita: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
- La fede è una forza che trasforma le persone. La Buona Novella del Regno annunciata da Gesù è come un fertilizzante. Fa crescere il seme della vita nascosta nelle persone, nella gente, nascosta come fuoco sotto le ceneri dell’osservanza, senza vita. Gesù soffia sulla cenere ed il fuoco si accende, il Regno viene svelato e la gente si rallegra. La condizione è sempre la stessa: credere in Gesù. Ma quando il timore si impossessa della persona, allora scompare la fede e la speranza si spegne. Nell’ora della tormenta, Gesù rimprovera ai discepoli la mancanza di fede (Mc 4,40). Non credono, perché hanno paura (Mc 4,41). Per mancanza di fede tra gli abitanti di Nazaret, Gesù non può compiere nessun miracolo (Mc 6,6). Quella gente non volle credere, perché Gesù non era come loro pensavano che fosse (Mc 6,2-3). È proprio la mancanza di fede ciò che impedisce ai discepoli di scacciare “lo spirito muto” che maltratta un bambino malato (Mc 9,17). Gesù li critica: “O generazione incredula!” (Mc 9,19). Ed indica il cammino per rianimare la fede: “Questa specie di demoni non si può scacciare in alcun modo, se non con la preghiera” (Mc 9,29). Gesù stimolava le persone ad avere fede in lui e di conseguenza creava fiducia negli altri (Mc 5,34.36; 7,25-29; 9,23-29; 10,52; 12,34.41-44). Lungo le pagine del vangelo di Marco, la fede in Gesù e nella sua parola appare come una forza che trasforma le persone. Fa ricevere il perdono dei peccati (Mc 2,5), affronta e vince la tormenta (Mc 4,40), fa rinascere le persone ed aziona in loro il potere di curarsi e di purificarsi (Mc 5,34). La fede ottiene la vittoria sulla morte, poiché la bambina di dodici anni risuscita grazie alla fede di Giairo, suo padre, nella parola di Gesù (Mc 5,36). La fede fa saltare di nuovo il cieco Bartimèo: “La tua fede ti ha salvato!” (Mc 10,52). Se tu dici alla montagna: “Levati e gettati nel mare”, la montagna cadrà nel mare, ma non bisogna dubitare nel proprio cuore (Mc 11,23-24). “Perché tutto è possibile per colui che ha fede!” (Mc 9,23). “Abbiate fede in Dio!” (Mc 11,22). Grazie alle sue parole ed alle sue azioni Gesù sveglia nella gente una forza addormentata che la gente non sa di avere. Così avviene con Giairo (Mc 5,36), con la donna che aveva l’emorragia (Mc 5,34), con il padre del bambino epilettico (Mc 9,23-24), con il cieco Bartimèo (Mc 10,52), e tante altre persone, che per la loro fede in Gesù, fecero nascere una vita nuova in loro e negli altri. La guarigione di Bartimèo (Mc 10,46-52) chiarisce un aspetto molto importante della lunga istruzione di Gesù ai discepoli. Bartimèo aveva invocato Gesù con il titolo messianico di “Figlio di Davide!” (Mc 10,47). A Gesù questo titolo non piaceva (Mc 12,35-37). Ma pur anche avendo invocato Gesù con espressioni non totalmente corrette, Bartimèo ha fede ed è guarito! Diversamente da Pietro, crede più in Gesù che nelle idee che ha su Gesù. Cambia la sua idea, si converte, lascia tutto e segue Gesù lungo il cammino fino al Calvario! (Mc 10,52). La comprensione piena della sequela di Gesù non si ottiene con l’istruzione teorica, bensì mediante l’impegno pratico, camminando con lui lungo il cammino del servizio, da Galilea a Gerusalemme. Chi insiste a mantenere l’idea di Pietro, cioè del Messia glorioso senza la croce, non capirà Gesù e non arriverà mai ad assumere l’atteggiamento del vero discepolo. Chi vuole credere in Gesù e fare “dono di se” (Mc 8,35), accettare di “essere l’ultimo” (Mc 9,35), “bere il calice e portare la croce” (Mc 10,38), costui, come Bartimèo, pur non avendo idee totalmente corrette, otterrà di poter “seguire Gesù lungo il cammino” (Mc 10,52). In questa certezza di poter camminare con Gesù si trova la fonte di coraggio ed il seme della vittoria sulla croce.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
I DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE
IL MANDATO MISSIONARIO


Letture:
At 8,26-39
Sal 65
1Tm 2,1-5
Mc 16,14b-20

Proclamate il Vangelo ad ogni creatura
Tempo di democrazia: tutti uguali, e quindi tempo di opinioni, non di verità. Tempo globalizzato: tutte le religioni hanno diritto di cittadinanza; perché mai ce ne deve essere una da privilegiare? Ciascuno ha la sua esperienza, la sua via, la sua salvezza: perché annunciare il vangelo di Gesù? Eppure Gesù ne ha dato un ordine ai suoi: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo da ogni creatura”. Rimarcando con forza che questo vangelo e la sua accoglienza è un fatto decisivo per l’uomo: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato”. Un bel pugno allo stomaco per tutti gli irenismi, i sincretismi, e forse anche a un certo tipo di ..”dialogo interreligioso”. Vediamo anzitutto questa “necessità” del vangelo; e poi l’impegno del suo annuncio.
La necessità del Vangelo: Una prima affermazione radicale: “Uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (Epist.). Tradotto significa che solo in Cristo si ha la pienezza e la definitiva rivelazione dell’opera salvifica di Dio. In lui Dio si è fatto carne, visibile, proprio per rendere umanamente accessibile l’unico e antico disegno di Dio di salvare gli uomini. “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità; e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,9-10). “Rimane perciò contraria alla fede la tesi circa il carattere limitato, incompleto e imperfetto della rivelazione di Gesù Cristo che sarebbe complementare a quella presente nelle altre religioni” (Dichiarazione “Dominus Jesus”, 6). “La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni... che non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (Nostra aetate, 2). Rispetto sì, ma è realtà parziale. Solo Gesù ha detto: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Da qui il diritto e la necessità che ogni uomo ha di conoscere la verità piena, e possa usare degli gli strumenti completi per la propria salvezza, quelli oggettivamente stabiliti da Dio. Unico è il progetto e unica è l’economia di salvezza stabilita da Dio, quella appunto che passa da Cristo. “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (At 4,12). La sua morte in croce ha destinazione universale perché - dice Paolo - Egli è il secondo Adamo che riscatta il Primo, quale definitivo e positivo Capo della nuova umanità redenta. Per questo “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (Epist.). E ha affidato alla Chiesa questo compito: “Ed essi - gli apostoli - partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che l’accompagnavano”. Cristo, vivo e salito al cielo, può ora essere presente a fianco dei suoi ovunque e in ogni tempo: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per Paolo la Chiesa è il Corpo di Cristo e la sua Sposa. Capo e corpo non possono essere disgiunti; come sposo e sposa formano “una carne sola”. Sant’Agostino parla sempre del “Cristo totale” (Christus totus). Allora, dall’unicità di Cristo come salvatore universale, deriva l’unicità della Chiesa come mezzo di salvezza oggi operante nel mondo. In questo senso si dice: “Extra Ecclesia nulla salus”. “Questa Chiesa di Cristo sussiste in un modo pieno nella Chiesa cattolica, riconoscendo nelle Chiese e Comunità ecclesiali non ancora pienamente in comunione, la presenza di elementi di santificazione e di verità” (Dich. Dominus Jesus).
L’impegno dell’annuncio: Il vangelo, perché sia accolto da ognuno deve essere anzitutto predicato a tutti. “Come invocheranno colui nel quale non hanno creduto? Come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza alcuno che lo annunci? E come lo annuncieranno, se non sono stati inviati?” (Rm 10,14). La Giornata missionaria mondiale che oggi celebriamo richiama ogni battezzato a una responsabilità coinvolgente e al sostegno della missione ad gentes. Ma la testimonianza di una vita evangelica è parte integrante dell’identità cristiana fatta ogni giorno di coerenza, giustizia e carità: “Scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”. Il beato Carlo de Foucauld, divenuto “fratello universale”, diceva: Gridare il Vangelo con tutta la vita! Alla testimonianza deve seguire l’annuncio specifico, come raccomanda san Pietro: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Anche a chi è ostile o di religione diversa, non con spirito di proselitismo, ma “questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo” (1Pt 3,16). Questo significa possedere una fede articolata nei contenuti e capace di senso critico nei confronti della cultura che ci circonda. E il coraggio di non mimetizzarsi o omologarsi all’anonimato religioso che qualifica il mondo secolarizzato in cui viviamo. Il modo giusto - come suggerisce la prima lettura - è saper intercettare chi già è in ricerca, chi sente la domanda religiosa e vaga a cercar di dare un volto più sicuro “al Dio ignoto” che venera nel profondo del cuore: “E come potrei capire se nessuno mi guida?” (Lett.). È certamente lo Spirito Santo l’artefice di ogni conversione; a noi è riservato il ruolo di scoperta di questo Suo agire nelle anime, e con delicatezza guidarle allo sbocco del dato oggettivo: nel caso del funzionario etiope, alla Parola di Dio e al Battesimo. A noi l’essere attenti e docili alle indicazioni dello Spirito, come ha fatto il diacono Filippo che si incammina sulla strada di Gaza; e naturalmente preparati a spiegare la Bibbia nel modo giusto a chi la sta già leggendo non nel modo completo.
C’è una parola che turba all’inizio del vangelo di oggi: “Il Signore Gesù apparve agli Undici e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto”. Nella Chiesa la fede di ognuno si alimenta dell’apporto di tutti, in una comunione che è sostegno e arricchimento di vivere esperienze di Dio. In questa intertestimonianza un posto privilegiato tengono certamente i Santi, la cui biografia è sempre un formidabile stimolo al fervore e alla santità. Diceva sant’Agostino: “Se questi e queste, perché non anch’io?”.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: giovedì 1 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:32 pm

GIOVEDÌ 1° NOVEMBRE 2012

TUTTI I SANTI
SOLENNITÀ


Preghiera iniziale: O Signore, cercare la tua Parola, che ci è venuta incontro in Cristo, è tutto il senso della nostra vita. Rendici capace di accogliere la novità del vangelo delle Beatitudini, così la mia vita può cambiare. Di te, Signore, non potrei sapere nulla, se non ci fosse la luce delle parole del tuo Figlio Gesù, venuto per ‘raccontarci’ le tue meraviglie. Quando sono debole, appoggiandomi a Lui, verbo di Dio, divento forte. Quando mi comporto da stolto, la sapienza del suo vangelo mi restituisce il gusto di Dio, la soavità del suo amore. E mi guida per i sentieri della vita. Quando appare in me qualche deformità, riflettendomi nella sua Parola l’immagine della mia personalità diventa bella. Quando la solitudine tenta di inaridirmi, unendomi a lui nel matrimonio spirituale la mia vita diventa feconda. E quando mi scopro in qualche tristezza o infelicità, il pensiero di Lui, quale unico mio bene, mi schiude il sentiero della gioia. Un testo che riassume in modo forte il desiderio della santità, quale ricerca intensa di Dio e ascolto dei fratelli è quello di Teresa di Gesù Bambino: «Se tu sei niente, non dimenticare che Gesù è tutto. Devi dunque perdere il tuo piccolo nulla nel suo infinito tutto e non pensare più che a questo tutto unicamente amabile» (Lettere, 87, a Maria Guèrin).

Letture (rito romano):
Ap 7,2-4.9-14 (Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua)
Sal 23 (Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore)
1Gv 3,1-3 (Vedremo Dio così come egli è)
Mt 5,1-12 (Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli)

Letture (rito ambrosiano):
Ap 7,2-4.9-14
Sal 88
Rm 8,28-39
Mt 5,1-12a

Beati voi, vostro è il Regno dei cieli
Le Beatitudini sono un testo evangelico che non finisce mai di stupire. In esse si offre un criterio di fondo per comprendere l’identità del cristiano. Tale testo fornisce il lieto annuncio “beati” di ciò che può essere il discepolo di Cristo che ha sperimentato il perdono e la salvezza. Le Beatitudini diventano “vangelo” quando dietro a ogni singola affermazione, si coglie l’identità di Gesù, uomo nuovo, che il credente è chiamato a seguire e a imitare. Gesù proclama beati quelli che nella valutazione comune sono reputati, a dire poco, infelici. È un totale capovolgimento senza attenuanti. Gesù sulla montagna, come un nuovo Mosè, lancia un appello per la costruzione della nuova comunità santa, legata a Dio con una nuova alleanza. È un appello che va alle radici e al cuore dell’esistenza umana, spingendola verso la santità di Dio. È tuttavia una santità raggiungibile, perché concepita come apertura totale a Dio, al suo Regno e al prossimo. È un atteggiamento di fondo di chi “ha fame e sete di giustizia”, di chi desidera la pace messianica, di chi diffonde la mitezza, di chi è umile e pronto a dare la vita per il Regno e la giustizia. Il possesso del Regno dei cieli, la consolazione che non viene meno, l’eredità, la visione di Dio, sono beni della vita futura, anche se hanno qui il loro inizio come pegno della fede. Il cuore delle beatitudini è la persona di Gesù, come modello a cui guardare e come fondamento dal quale proviene la forza per realizzare. Nella festa dei Santi le beatitudini vengono illuminate dal modo con cui essi si sono ispirati e come l’hanno vissute. L’odierna solennità non è per celebrare i molti Santi che in questi ultimi tempi di gran lunga hanno affollato gli altari. È piuttosto per aprire gli occhi su quella santità quotidiana che permette al mondo di stare in piedi e di andare avanti, verso la santità...
Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

Approfondimento del Vangelo (Le beatitudini)
Il testo: In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Momenti di silenzio orante: Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo. Solo in cuori silenziosi la Parola di Dio può nascere anche in questa solennità dei Santi e, anche oggi, prendere carne.

Contesto: La parola di Gesù sulle Beatitudini che Matteo ha attinto dalle sue fonti era condensata in brevi e isolate frasi e l’evangelista l’ha inserita in un discorso di più ampio respiro; è quello che gli studiosi della Bibbia chiamano “discorso della montagna” (capitoli 5-7). Tale discorso viene considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana. I vari temi della parola di Gesù contenuti in questo lungo discorso non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso il fratello. Alcune espressioni di tale insegnamento di Gesù possono apparire esagerate, ma sono utilizzate per dare un’immagine più viva della realtà e quindi realistiche nel contenuto, anche se non nella forma letteraria: per esempio ai vv.29-30: «Se il tuo occhio destro ti è occasione di scandalo, cavalo e gettalo via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geenna. E se la tua mano destra ti è occasione di scandalo, tagliala e gettala via da te: conviene che perisca uno dei tuoi membri, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geenna». Tale modo di esprimersi sta a indicare l’effetto che si vuole creare sul lettore, il quale deve intendere rettamente le parole di Gesù per non travisarne il senso. La nostra attenzione per esigenze liturgiche si sofferma sulla prima parte del “discorso della montagna”, quella appunto che s’apre con la proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1-12).

Alcuni particolari: Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. Innanzitutto viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). L’indicazione geografica della “montagna” potrebbe alludere velatamente ad un episodio dell’AT molto simile al nostro: è quando Mosé promulga il decalogo sulla montagna del Sinai. Non si esclude che Matteo intenda presentare al lettore la figura di Gesù, nuovo Mosé, che promulga la legge nuova. Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “e, messosi a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità nella mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Và notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali. C’è qualcuno che ha cosi stigmatizzato il discorso di Gesù: «Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron). Il termine “beati” (in greco makarioi) nel nostro contesto non esprime un linguaggio “piano”, ma un vero e proprio grido di felicità, diffusissimo nel mondo della bibbia. Nell’AT, per esempio, vengono definite persone “felici” coloro che vivono le indicazioni della Sapienza (Sir 25,7-10). L’orante dei Salmi definisce “felice” chi “teme”, più precisamente chi ama, il Signore, esprimendolo nell’osservanza delle indicazioni contenute nella parola di Dio (Sal 1,1; 128,1). L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase secondaria che specifica ogni beatitudine: ad esempio, l’affermazione principale “beati i poveri in spirito” è illustrata da una frase aggiunta “perché di essi è il regno dei cieli”. Un’altra differenza rispetto all’AT: quella di Gesù annunciano una felicità che salva nel presente e senza limitazioni. Inoltre, per Gesù, tutti possono accedere alla felicità, a condizione che si stia uniti a Lui.

Le prime tre beatitudini:
1) Il primo grido riguarda i poveri: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il lettore ne resta scioccato: come è possibile che i poveri possano essere felici? Il povero nella Bibbia è colui che si svuota di sé e soprattutto rinuncia alla presunzione di costruire il suo presente e futuro in modo autonomo per lasciare, invece, più spazio e attenzione al progetto di Dio e alla sua Parola. Il povero, sempre in senso biblico, non è un uomo chiuso in se stesso, miserabile, rinunciatario, ma nutre apertura a Dio e agli altri. Dio rappresenta tutta la sua ricchezza. Potremmo dire con S.Teresa d’Avila: felici sono coloro che fanno esperienza del “Dio solo basta!”, nel senso che sono ricchi di Dio. Un grande autore spirituale del nostro tempo ha così descritto il senso vero di povertà: «Finché l’uomo non svuota il suo cuore, Dio non può riempirlo di sé. Non appena e nella misura che di tutto vuoti il tuo cuore, il Signore lo riempie. La povertà è il vuoto non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il passato. Nessun rimpianto o ricordo, nessuna ansia o desiderio. Dio non è nel passato, Dio non è nel futuro: Egli è la presenza! Lascia a Dio il tuo passato, lascia a Dio il tuo futuro. La tua povertà è vivere nell’atto che vivi, la Presenza pura di Dio che è l’Eternità» (Divo Barsotti). È la prima beatitudine, non solo perché dà inizio alla serie, ma perché sembra condensarle nella varie specificità.
2) “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Si può essere afflitti per un grande dolore o sofferenza. Tale stato d’animo sottolinea che si tratta di una situazione grave anche se non vengono indicati i motivi per identificarne la causa. Volendo identificare nell’oggi l’identità di questi “afflitti” si potrebbe pensare a tutti quei cristiani che hanno a cuore le istanze del regno e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; invece, di attendere alla santità, la chiesa presenta divisioni e lacerazioni. Ma possono essere anche coloro che sono afflitti per i loro peccati e inconsistenze e che, in qualche modo, rallentano il cammino della conversione. A queste persone solo Dio può portare la novità della “consolazione”.
3) “Beati quelli che sono miti, perché erediteranno la terra”. La terza beatitudine riguarda la mitezza. Un atteggiamento, oggi, poco popolare. Anzi per molti ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare per calcolo la propria emotività. Qual è il significato del termine “miti” nella Bibbia? I miti vengono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio. E nello stesso tempo vengono contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori. Quindi l’AT presenta una ricchezza di significati che non ci permettono una definizione univoca. Nel NT il primo testo che ci viene incontro è Mt 11,29: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Un secondo è in Mt 21,5, Matteo nel riportare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, cita la profezia di Zaccaria 2,9: “Ecco il tuo servo viene a te mite”. Davvero, quello di Matteo, potrebbe essere definito il vangelo della mitezza. Anche Paolo ricorda la mitezza come un atteggiamento specifico dell’essere cristiano. In 2 Corinti 10,1 esorta i credenti “per la benignità e la mitezza di Cristo”. In Galati 5,22 la mitezza è considerata un frutto dello Spirito Santo nel cuore dei credenti e consiste nell’essere mansueti, moderati, lenti nel punire, dolci, pazienti verso gli altri. E ancora in Efesini 4,32 e Colossesi 3,12 la mitezza è un comportamento che deriva dall’essere cristiani ed è un segno che caratterizza l’uomo nuovo in Cristo. E infine, un’indicazione eloquente ci viene dalla 1 Pietro 3,3-4: “Il vostro ornamento non sia quello esteriore - capelli intrecciati in collane d’oro, sfoggio di vestiti -, cercate piuttosto di adornare l’interno del vostro cuore con un’anima incorruttibile piena di mitezza e di pace ecco ciò che è prezioso davanti a Dio”. Nel discorso di Gesù che significato ha il termine “miti”? Davvero illuminante è la definizione dell’uomo mite offerta dal Cardinale Carlo Maria Martini: “L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo, di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo, e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione”. A questa sapiente interpretazione aggiungiamo quella di un altro illustre esegeta: “La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù, mite ed umile di cuore. Infondo tale mitezza ci appare come una forma di carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui” (Jacques Dupont).

La parola m’illumina (per meditare):
a) So accettare quei piccoli segni di povertà che possono riguardarmi? Ad esempio la povertà della salute, piccole indisposizioni? Ho pretese esorbitanti?
b) So accettare qualche aspetto della mia povertà e fragilità?
c) So pregare come un povero, come uno che chiede con umiltà la grazia di Dio, il suo perdono, la sua misericordia?
d) Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vedetta, allo spirito vendicativo?
e) So coltivare, in famigli e sul posto di lavoro, uno spirito di dolcezza di mitezza e di pace?
f) Rispondo con il male alle piccole malignità, alle insinuazioni, alle allusioni offensive?
g) So essere attento ai più deboli, che sono incapaci di difendersi? Sono paziente con gli anziani? Accogliente verso gli stranieri soli, i quali spesso sono sfruttati sul lavoro?

1° novembre: Solennità di tutti i Santi
Biografia: La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX. Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

Martirologio: Solennità di tutti i Santi uniti con Cristo nella gloria: oggi, in un unico giubilo di festa la Chiesa ancora pellegrina sulla terra venera la memoria di coloro della cui compagnia esulta il cielo, per essere incitata dal loro esempio, allietata dalla loro protezione e coronata dalla loro vittoria davanti alla maestà divina nei secoli eterni.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di san Bernardo, abate
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi. Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso. Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368).

Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”.

Preghiera finale: Signore Gesù, tu ci indichi il sentiero delle beatitudini per giungere a quella felicità che è pienezza di vita e quindi santità. Tutti siamo chiamati alla santità, ma il tesoro per i santi è solo Dio. La tua Parola, o Signore, chiama santi tutti coloro che nel battesimo sono stati scelti dal tuo amore di Padre, per essere conformati a Cristo. Fa’, o Signore, che per tua grazia sappiamo realizzare questa conformità a Cristo Gesù. Ti ringraziamo, Signore, per i tuoi santi che hai posto nel nostro cammino manifestazione del tuo amore. Ti chiediamo perdono se abbiamo sfigurato in noi il tuo volto e rinnegato la nostra chiamata ad essere santi.
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MessaggioOggetto: venerdì 2 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:35 pm

VENERDÌ 2 NOVEMBRE 2012

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI


MESSA I


Letture:
Gb 19, 1.23-27a (Io so che il mio redentore è vivo )
Sal 26 (Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi; oppure Il Signore è mia luce e mia salvezza)
Rm 5,5-11 (Giustificàti nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui)
Gv 6,37-40 (Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno)

La beata speranza della Risurrezione
La vicinanza fra la festa dei Santi e la Commemorazione dei defunti ci ricorda nell’insieme la verità misteriosa della vita eterna, e la fede è un tentativo di poter guardare oltre quel limite. Un cristiano accoglie e sente la morte con speranza. La sua fede in Gesù risorto gli dà la sicurezza che morire non è una disfatta irreparabile, ma il passaggio alla condizione gloriosa con il suo Signore. “Colui che viene a me, non lo respingerò”. Non siamo degli estranei per Dio, ma figli, eredi, destinati a condividere la risurrezione di Gesù, della quale già ci è dato il pegno col dono dello Spirito Santo. “E’ questa la volontà di colui che mi ha mandato, che non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno”. E’ nella luce della Pasqua di Gesù che oggi ricordiamo i nostri defunti, quelli vicini per familiarità e amicizia e quelli lontani, che pure sono morti nel Signore. Li affidiamo tutti alla bontà del Signore, che per loro ha versato il suo sangue sulla croce ed è risorto da morte. La loro eterna salvezza sta a cuore a noi, ma soprattutto sta a cuore a Gesù Cristo. Ne costituisce l’essenza della sua incarnazione: “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo,” e ancora: “non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. Vero centro di questo brano di Vangelo è la volontà di Dio, al cui adempimento, la missione di Gesù è completamente orientata. Il pensiero dei defunti è un salutare richiamo per noi vivi a misurare la fragilità e il rapido flusso delle cose, delle persone e degli avvenimenti, a non crederci, praticamente eterni, a maturare la sapienza del cuore, a compiere opere buone finché è giorno. Poi là, canteremo a Dio nella comunione dei Santi: “Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te”.
Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio. Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali (Lumen gentium 49). La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi (Lumen gentium 50). Nei riti funebri la Chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. (cfr. Rito delle esequie, 1). Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV.

MESSA II


Letture:
Is 25,6.7-9 (Il Signore eliminerà la morte per sempre)
Sal 24 (Chi spera in te, Signore, non resta deluso)
Rm 8,14-23 (Aspettiamo la redenzione del nostro corpo)
Mt 25,31-46 (Venite benedetti del Padre mio)

Che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato
Ancora noi non abbiamo scoperto la pastorale del dono. Noi spesso pensiamo che tutto dipenda da noi, dalle nostre strategie pastorali, dai nostri programmi formativi, dagli aggiornamenti dei metodi, dall’invenzione di sempre nuove proposte, dalla nostra fervida immaginazione che costantemente è alla ricerca di cose inaudite, strabilianti. Pensiamo tante cose. La nostra mente è un vero vulcano e il nostro cuore una fucina sempre rovente. Immaginiamo nuove realtà e situazione. La nostra volontà vorrebbe. Le nostre azioni sono senza sosta. Facciamo. Facciamo. Diciamo. Parliamo.Una cosa però la dimentichiamo sempre. La nostra opera sarà sempre vana, inutile, infruttuosa se Dio non ci dona le anime. Ogni anima che viene a Lui, anche se per nostro tramite, per mezzo della nostra azione pastorale, è un suo dono d’amore. È una elargizione della sua eterna carità, un regalo della sua divina misericordia. È Lui che attrae a noi le anime. Quando le attrae e quando le dona? Dio è sempre l’attrazione dell’anima. L’anima naturalmente tende verso Dio. Dio rimane in eterno la fonte del suo essere e del suo vivere. L’inferno altro non è se non questa attrazione dell’anima verso Dio, ma inutile, perché Dio è irraggiungibile a causa della scelta sciagurata che l’uomo ha fatto nella sua vita di rivoltarsi contro e di vivere senza di Lui. Mentre il Paradiso è l’attrazione eterna dell’anima che si inabissa in Dio senza che mai sia raggiunta. Per cui l’anima tende verso il suo Signore e in questa sua tensione che è eterna, trova il suo gaudio e la sua gioia che mai si esaurisce. Dio dona a noi le sue anime perché noi gliele custodiamo nella verità, gliele nutriamo di grazia, le alimentiamo di vita eterna, le aiutiamo a conformarsi a Cristo Gesù, le spingiamo verso il compimento eterno della loro speranza, le sosteniamo perché la loro vita sia vita di carità e di obbedienza. Mettiamo la nostra vita a loro disposizione perché amino Dio con un amore sempre più grande, più convinto, più vero, più autentico. La pastorale è sempre opera della Trinità prima che dell’uomo. Essa è l’opera del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo. Il Padre dona a Cristo, Cristo dona allo Spirito Santo, lo Spirito Santo dona al Padre l’anima nella sua elevazione spirituale, nella sua rigenerazione, nella sua conformazione a Cristo Gesù. Oggi il Padre dona al corpo di Cristo, alla sua Chiesa, la Chiesa deve donare ogni anima allo Spirito Santo, lo Spirito Santo, riceve le anime che la Chiesa le dona e le prepara perché vengano ridate al Padre nella più alta santità. Se la Chiesa non è il Cristo vivente, perché non piena di grazia e di verità, Dio può anche donare le anima ad essa, ma essa poi è come se le mettesse in uno stagno di peccato, di bassissima moralità, di non obbedienza, di non osservanza della Parola. Questo stagno è il suo seno. Se il seno della Chiesa è santo, santissimo, l’anima viene trasformata, elevata, santificata. Se invece il suo seno è nel peccato, anche l’anima subirà l’influsso del male e rischia la sua dannazione eterna. Ogni discepolo di Gesù deve essere seno santo della Chiesa, seno perfetto e puro, seno pieno di grazia e di Spirito Santo. È questa la via della salvezza delle anime, o della loro custodia nella grazia e nella verità. Vergine Maria, Madre della Redenzione, seno santissimo e verginale per l’incarnazione del Verbo della vita, Angeli e Santi, fateci santi per la salvezza di tutte le anime che il Signore vuole attrarre a sé.

MESSA III


Letture:
Sap 3,1-9 (Il Signore li ha graditi come l’offerta di un olocausto)
Sal 41 (L’anima mia ha sete del Dio vivente)
Ap 21,1-5.6-7 (Non vi sarà più la morte)
Mt 5,1-12 (Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli)

Perché chiunque abbia la vita eterna
Nessuno di noi conosce con certezza la sorte dei propri cari dopo la loro morte. Sappiamo però che tutti subiscono e noi sorbiremo il giudizio di Dio che in modo inappellabile segnerà la nostra sorte. Abbiamo perciò il fondato timore, per le inevitabile debolezze e umane fragilità, che prima di entrare nella gloria dei santi, sia necessario un periodo, più o meno lungo, di purificazione nel Purgatorio. Mentre le anime purganti più nulla possono fare per se stesse, essendo concluso per loro il tempo della prova, noi cristiani siamo convinti che possiamo suffragare le loro anime, con le nostre preghiere, con i nostri sacrifici e soprattutto affidandole a Cristo redentore, quando ripete il suo Sacrificio nella santa Messa. È sorta così la pia consuetudine di antichissima origine e comune a molte religioni, di pregare per i defunti. Molti buoni fedeli, non mancano di fare e chiedere suffragi per i propri cari, implorando per loro un particolare ricordo nella celebrazione eucaristica. Alcuni cercano di lucrare indulgenze da offrire sempre in suffragio dei defunti. Sono però praticamente innumerevoli le così dette anime dimenticate, quelle per cui nessuno prega in particolare, anche se sappiamo bene, che la Chiesa incessantemente, in ogni celebrazione, implora misericordia e pietà per tutti i defunti. Oggi in atteggiamento di cristiana solidarietà, con spirito di fraternità, siamo sollecitati a ricordarli tutti e in modo speciale. Ecco spiegata la lunga processione verso i cimiteri, le visite ai sepolcri, i fiori e le preghiere di tanti. L’invito alla preghiera, unico modo valido di dare suffragio alle anime dei trapassati, vuole anche correggere alcuni atteggiamenti superficiali, fatti solo di cure esteriori alle tombe con ornamenti e fronzoli che servono solo ad appagare il nostro occhio, ma a nulla giovano ai nostri cari. La fede infatti ci illumina e ci fa credere che lì riposano sole le misere spoglie mortali in preda alla corruzione, la loro anima vive ormai in un’altra dimensione. Ci sia di ulteriore sprone il pensiero che se per le nostre preghiere le anime purganti giungono in Paradiso, ci garantiamo una schiera di santi intercessori per noi presso Dio. Non possiamo infatti dubitare che ci ricambieranno abbondantemente il favore che abbiamo loro fatto.
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MessaggioOggetto: sabato 3 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:37 pm

SABATO 3 NOVEMBRE 2012

SABATO DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi.

Letture:
Fil 1,18-26 (Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno.)
Sal 41 (L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente)
Lc 14,1.7-11 (Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato)

“Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”
Il Vangelo di oggi ci riferisce di un certo lavoro che, questa volta, Gesù proibisce egli stesso a tutti, non solo nel giorno di sabato, ma sempre. Entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare, stava a vedere come la gente si sistemava, e vide appunto che tutti miravano ai primi posti. Questo è un lavoro che tutti sappiamo fare molto bene, ed è un lavoro che rende e piace, perché i primi posti significano esaltazione, proprio prestigio, onorificenze. Di fronte a questa gara individuale nei confronti degli altri, Gesù propose loro con la parabola degli invitati a nozze di scegliere gli ultimi posti; così che “venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. La proposta di Gesù non è una semplice regola di educazione, né stratagemma per migliorare la propria posizione. È invece la rivelazione del giudizio di Dio, che valuta in modo opposto al nostro. È quanto Gesù ci ha manifestato e ciascuno di noi è chiamato a vivere. Egli ha scelto l’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono quanti fanno altrettanto. Questa umiltà è un atteggiamento religioso che ha a che vedere con il posto nel banchetto del regno di Dio, che umilia il superbo e innalza l’umile, come cantò la Vergine Maria nel suo Magnificat. Solo l’umile dà gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece dà gloria al proprio io e resiste a Dio. L’ultimo è il posto di Dio: lì troveremo Gesù, nostro Maestro. E questo è il motivo per cui Dio ama gli ultimi. Solo questi partecipano al banchetto del Regno, che la misericordia del Padre imbandisce per il figlio perduto e ora ritrovato.
“È giunto secondo”: ecco quanto si dice con ironia e commiserazione di chi non ce l’ha fatta. Lo sport e il gioco sanciscono premi ai migliori. Chi, invece, corre al di fuori della gara, per quanto inattesa sia la sua prestazione, non ottiene onori. E noi ci dirigiamo con ogni sforzo verso la meta, sotto le luci del palcoscenico del potere politico, economico e culturale. Ci facciamo largo per essere i primi tanto nella nostra vita professionale quanto nella vita privata. E dimentichiamo facilmente o, peggio, respingiamo coloro a cui abbiamo fatto sgambetti lungo il cammino verso la nostra meta. Non è questa la prassi comune in una società in cui ci si fa largo con i gomiti? È la società stessa che, praticamente, ci spinge a farlo. Non è strano, allora, che anche nella Chiesa ci sia la lotta per occupare un posto di responsabilità. È una lotta combattuta da individui, assemblee, istituzioni, consigli, comitati di redazione, facoltà. Del resto, nella comunità della Chiesa avviene anche che una parte combatta l’altra: le donne tentano di opporsi alla predominanza degli uomini. Nessuno vuole l’ultimo posto. Il Vangelo di oggi si oppone a tale spirito del nostro tempo e della nostra esperienza personale: chi mi ha mai chiesto di salire di grado? Quando mai mi sono guadagnato con le mie forze influenza e competenza? Meglio ancora, la parola di Gesù corregge la natura umana dalla menzogna di ogni tempo: quando mai colui che è il re del creato - e la cui crescita segue il normale corso - s’è volontariamente umiliato? Eppure il nostro Signore l’ha fatto: “Facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). E san Paolo ci presenta il cammino di Cristo come un esempio da seguire: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5).
Ancora una volta, il Vangelo e il senso comune sono in contraddizione fra loro. Ma la parola e i gesti di Gesù sono perfettamente chiari. Egli mostra come sarà salvata l’umanità. Non ci si può sbagliare. Non possiamo minimizzare la difficoltà di seguirlo. E se qualcuno si rifugerà nella confortevole illusione di se stesso, nel giorno delle “nozze”, il padrone di casa lo porterà alla dolorosa conoscenza di sé. Gli negherà quel posto d’onore per cui tanto si sarà dato da fare al banchetto della vita eterna. Nel primo capitolo del Vangelo di Luca, Maria canta il “Magnificat”. Una donna loda Dio perché ha rovesciato l’ordine abituale di questo mondo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Dio non vuole tenere l’uomo lontano dall’altezza e dagli onori. Soltanto, la creatura non deve cercare di guadagnarseli con le sue forze, rischiando di infrangere l’ordine stabilito dal creatore e salvatore. Deve, invece, riceverli, affinché tale dono sia occasione di lode e di ringraziamento al Signore.

Lettura del Vangelo: Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Riflessione:
- Contesto. La Parola di grazia che Gesù rendeva visibile con il suo insegnamento e le sue guarigioni rischia di essere soppressa; per Gesù si avvicina sempre di più l’evento della morte, come tutti i profeti che l’hanno preceduto.. Tale realtà a cui Gesù va incontro mostra con chiarezza il rifiuto dell’uomo e la pazienza di Dio. Rifiutando Gesù come il primo inviato, l’unica Parola di grazia del Padre l’uomo si procura la propria condanna e chiude quella possibilità che il Padre gli aveva aperto per accedere alla salvezza. Tuttavia la speranza non è ancora spenta: è possibile che un giorno l’uomo riconosca Gesù come «colui» che viene dal Signore e ciò sarà motivo di gioia.. La conclusione, quindi, del cap.13 di Luca ci fa comprendere che la salvezza non è un’impresa umana, la si può solo accogliere come un dono assolutamente gratuito. Vediamo, dunque, come si avvera questo dono della salvezza, tenendo sempre presente questo rifiuto di Gesù come l’unico inviato di Dio.
- L’invito a pranzo. Di fronte al pericolo di essere ridotto al silenzio era stato suggerito a Gesù di fuggire e, invece, accetta un invito a pranzo. Tale atteggiamento di Gesù fa capire che egli non teme i tentativi di aggressione alla sua persona, anzi non lo rendono pauroso. A invitarlo è «un capo dei farisei», una persona autorevole. Tale invito cade di sabato, un giorno ideale per pranzi di festa che di solito venivano consumati verso mezzogiorno dopo che tutti avevano partecipato alla liturgia sinagogale. Durante il pranzo i farisei «stavano ad osservarlo» (v.1): un azione di controllo e vigilanza che allude al sospetto circa il suo comportamento. In altri termini lo osservavano aspettando da lui qualche azione inammissibile con la loro idea della legge. Ma in fin dei conti lo controllano non per salvaguardare l’osservanza della legge quanto per incastrarlo su qualche suo gesto. Intanto di sabato, dopo aver guarito dinanzi ai farisei e dottori della legge un idropico, esprime due riflessioni risolutive su come bisogna accogliere l’invito a tavola e con quale animo si deve invitare (vv.12-14). La prima è chiamata da Luca «una parabola», vale a dire, un esempio, un modello o un insegnamento da seguire. Innanzitutto bisogna invitare con gratuità e con libertà d’animo. Spesso gli uomini si fanno avanti, si propongono per essere invitati, invece, di ricevere l’invito. Per Luca il punto di vista di Dio è il contrario, è quello dell’umiltà: «Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili». La chiamata a partecipare alla «grande cena» del Regno ha come esito una maggiorazione del livello di vita per chi è capace di accogliere con gratuità l’invito della salvezza.
- L’ultimo posto. É vero che cedere il proprio posto agli altri non è gratificante, ma può essere umiliante; è una limitazione del proprio orgoglio. Ma ancor più umiliante e motivo di vergogna quando si deve compiere il movimento verso l’ultimo posto; è un disonore agli occhi di tutti. Luca, da un parte, pensa a tutte quelle situazioni umilianti e dolorose in cui il credente si può trovare, dall’altra al posto riservato per chi vive questi eventi davanti agli occhi di Dio e al suo regno. Gli orgogliosi, coloro che cercano i primi posti, i notabili, si gratificano della loro posizione sociale. Al contrario, quando Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi, «non c’era posto per lui» (2,7) e ha deciso di rimanervi scegliendo il posto tra la gente umile e povera. Per questo Dio lo ha elevato, lo ha esaltato. Da qui il prezioso suggerimento a scegliere il suo atteggiamento, privilegiando l’ultimo posto. Il lettore può rimanere disturbato da queste parole di Gesù che minano il senso utilitaristico ed egoistico della vita; ma a lungo andare il suo insegnamento si rivela determinante per l’ascesa in alto; il cammino dell’umiltà conduce alla gloria.

Per un confronto personale
- Nel tuo rapporto di amicizia con gli altri prevale il calcolo dell’interesse, l’attesa di ricevere un contraccambio?
- Nel relazionarti con gli altri al centro dell’attenzione c’è sempre e comunque il tuo io, anche quando fai qualcosa per i fratelli? Sei disposto a donare ciò che sei?

Preghiera finale: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 41).
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MessaggioOggetto: domenica 4 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:42 pm

DOMENICA 4 NOVEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Dt 6,2-6 (Ascolta, Israele: ama il Signore tuo Dio con tutto il cuore)
Sal 17 (Ti amo, Signore, mia forza)
Eb 7,23-28 (Egli, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta)
Mc 12,28-34 (Amerai il Signore tuo Dio. Amerai il prossimo tuo)

L’amore: l’unico comandamento
Il passo evangelico riferisce un dialogo amichevole tra Gesù e uno degli scribi; è un racconto unico nei Vangeli sinottici. Ecco, un dottore della legge che non si perde nella casistica, ma va alla ricerca dell’essenziale, gli disse: “Maestro, qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele”. Lo rimanda quindi alla professione di fede del pio israelita. Questo comandamento, concepito tale da Gesù, scaturisce dall’ascoltare, - si riceve per fede - e coinvolge l’intera persona: la volontà, i sentimenti, l’intelligenza, tutte le forze. A questo comandamento Gesù ne aggiunge un secondo che dichiara essere uguale al primo, come un’unica cosa: “Amerai il prossimo tuo come te stesso”. Lo scriba approva Gesù per la giusta risposta, e Gesù di rimando gli dice: “Non sei lontano dal regno di Dio”. Per entrarvi infatti gli occorre conoscere e amare Gesù. Soltanto aderendo con fede a Gesù, e vivendo in lui l’uomo potrà amare Dio e amare il prossimo in modo da fare parte del regno di Dio e avere la vita. La legge dell’Antico Testamento ha il suo pieno compimento nella persona di Gesù. Leggendo questa pagina del vangelo ci si può chiedere: quale è il rapporto tra il comandamento dell’amore di Dio e il comandamento dell’amore del prossimo? Possiamo dire: l’amore di Dio si dimostra e si realizza nell’amore al prossimo. Infatti nell’amore a Dio l’uomo può soltanto rispondere all’iniziativa di Dio, accettandola: “Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato per noi il suo Figlio”. Nei confronti del prossimo, invece, l’uomo può avere l’iniziativa, è lui che va, o meglio che deve andare incontro al prossimo, offrendogli il suo servizio. In breve, abbiamo la conferma di Gesù per comprendere la reciprocità di questi due comandamenti e per verificare la genuinità del nostro amore in quelle solenni e consolanti parole: “Qualunque cosa avete fatto agli altri, l’avete fatta a me”. L’apostolo Giovanni ci dice: “Siamo passati dalla morte alla vita, la Vita di Dio, perché amiamo i fratelli”. Il Vangelo termina: “E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”.
Bisogna considerare lo scriba del passo del Vangelo di Marco con grande benevolenza. Spesso Gesù accusa gli scribi di interessarsi più ai giochi di parole che non ai veri mali dei loro fratelli. Ma nulla di tutto ciò in questo brano. Ecco un uomo che cerca di conoscere. È un uomo alla ricerca di Dio, un uomo che vuole sapere come potere raggiungere Dio con sicurezza. Questo significa la sua domanda su quale sia il comandamento più importante. Gesù gli risponde in modo relativamente prevedibile, ma che va all’essenziale. Da tutta la Legge, ricava il solo comandamento che dà lo spirito della Legge stessa. Questo comandamento è divenuto una preghiera (Dt 6,4-5) che bisogna avere sempre nel proprio cuore, nella propria mente, nelle proprie mani e nella propria casa. Gesù vi aggiunge la necessità di metterlo in pratica, mediante quell’amore per il prossimo che permette a ciascuno di verificare se ama davvero Dio (1Gv 4,20). Lo scriba allora, felice di essere riconfortato nella propria fede, si felicita con Gesù. Ecco l’uomo che si complimenta con Dio, l’uomo che è contento di ritrovarsi in accordo con Dio. Non è commovente questo vecchio saggio che si complimenta con il giovane Rabbì, senza nemmeno sospettare che è con Dio stesso che si complimenta? Gesù ne è commosso. Accoglie con gioia l’osservazione di quest’uomo che è un vero credente, senza risparmio (Gv 1,47). Allora, gli apre il regno. Gesù risponde alle sue lodi con un’osservazione che ciascuno di noi vorrebbe sentirsi fare. Conferma lo scriba nella sua fede e, dandogli una garanzia come non ce ne sono altre, lo rassicura che non si sta sbagliando.

Approfondimento del Vangelo (Quando le apparenze prendono la rivincita sull’amore… Il comandamento più grande: amare)
Il testo: In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Chiave di lettura: Nel Vangelo di questa domenica uno dei dottori della Legge, responsabili dell’insegnamento religioso, vuole sapere da Gesù qual è il comandamento più grande. Anche oggi molte persone vogliono sapere ciò che è più importante nella religione. Alcuni dicono che la cosa più importante è essere battezzati. Altri dicono che è pregare. Altri dicono che è andare a messa o partecipare ad atti di culto la domenica. Altri dicono: amare il prossimo! Altri sono preoccupati solo delle apparenze o con incarichi nella chiesa. Prima di leggere la risposta di Gesù, tu cerca di guardare in te stesso e di chiederti: “Per me, cos’è la cosa più importante nella religione e nella vita?”. Il testo descrive la conversazione di Gesù con il dottore della Legge. Durante la lettura cerca di fare attenzione a quanto segue: “In quali punti Gesù elogia i dottori della legge, ed in quali li critica?”.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 12,28: La domanda del dottore sul comandamento più grande
- Marco 12,29-31: La risposta di Gesù
- Marco 12,32-33: Il dottore approva la risposta di Gesù
- Marco 12,34: Gesù conferma il Dottore

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto del testo che più ti ha colpito? Perché?
- Cosa ha criticato Gesù nel dottore della Legge, e cosa ha elogiato?
- Secondo i versi 29 e 30, come deve essere il nostro amore verso Dio? In questi versi, cosa significa: cuore, mente, forza? Tutte queste parole, indicano forse la stessa cosa?
- Quale rapporto esiste tra il primo ed il secondo comandamento? Perché?
- Noi oggi siamo più vicino o più lontani dal Regno di Dio di quanto lo fosse il dottore che fu elogiato da Gesù? Cosa pensi?

Per coloro che vorrebbero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto:
1) All’inizio dell’attività missionaria di Gesù, i dottori di Gerusalemme erano andati fino a Galilea per osservarlo (Mc 3,22; 7,1). Incomodati dalla predicazione di Gesù, avevano già accettato la calunnia secondo cui era posseduto dal demonio (Mc 3,22). Ora, a Gerusalemme, cominciano di nuovo a discutere con Gesù.
2) Negli anni 70, epoca in cui Marco scrive il suo vangelo, le mutazioni e persecuzioni erano molte e, per questo, la vita delle comunità cristiane era segnata dall’insicurezza. Nei tempi di mutazione e di insicurezza c’è sempre il rischio o la tentazione di cercare la nostra sicurezza, non nella bontà di Dio con noi, bensì nell’osservanza rigorosa della Legge. Di fronte a questa mentalità, Gesù insiste nella pratica dell’amore che relativizza l’osservanza della legge dandole il suo vero significato.
b) Commento del testo:
- Marco 12,28: La domanda del dottore della Legge. Poco prima che il dottore facesse la sua domanda, ci fu un dibattito di Gesù con i sadducei attorno al tema della fede nella risurrezione (Mc 12,18-27). Al dottore della legge, che aveva assistito al dibattito, piace la risposta di Gesù, e percepisce in lui una grande intelligenza e quindi approfitta dell’occasione per porre una domanda di chiarimento: “Qual è il più grande di tutti i comandamenti?”. In quel tempo, i giudei avevano una grande quantità di norme per regolamentare nella pratica l’osservanza dei Dieci Comandamenti della Legge di Dio. Alcuni dicevano: “Queste norme hanno tutte lo stesso valore, poiché vengono da Dio. Non compete a noi introdurre distinzioni nelle cose di Dio”. Altri rispondevano: “No! Alcune leggi sono più importante di altre e, per questo, obbligano di più!”. Il dottore vuole conoscere l’opinione di Gesù: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Tema molto discusso e molto polemico all’epoca.
- Marco 12,29-31: La risposta di Gesù. Gesù risponde citando un brano della Bibbia per dire che il primo comandamento è “amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza!” (Dt 6,4-5). Questa frase faceva parte di una preghiera chiamata Shemà. Al tempo di Gesù, i giudei pii recitavano questa preghiera due volte al giorno: al mattino ed alla sera. Era così conosciuta tra loro come lo è oggi tra noi il Padre Nostro. E Gesù aumenta citando di nuovo la Bibbia: “Il secondo è questo: ‘Amerai il prossimo tuo come te stesso’ (Lev 19,18). Non esiste un comandamento più grande di questi due”. Risposta breve e molto profonda! È il riassunto di tutto ciò che Gesù ha insegnato su Dio e sulla vita (Mt 7,12).
- Marco 12,32-33: La risposta del dottore della legge. Il dottore è d’accordo con Gesù e tira le conclusioni: “Sì, amare Dio ed amare il prossimo è molto più importante che tutti gli olocausti e tutti i sacrifici”. Ossia il comandamento dell’amore è più importante di tutti i comandamenti relativi al culto od ai sacrifici nel Tempio. Questa affermazione viene dai profeti del Vecchio Testamento (Os 6,6; Sl 40,6-8; Sl 51,16-17). Oggi diremmo: la pratica dell’amore è più importante delle novene, delle promesse, delle messe, delle preghiere e processioni. O meglio, le novene, le promesse, le messe, le preghiere e le processioni devono essere il frutto della pratica dell’amore e devono condurre all’amore.
- Marco 12,34: Il riassunto del Regno. Gesù conferma la conclusione tratta dal dottore e dice: “Non sei lontano dal Regno!”. Infatti, il Regno di Dio consiste nel riconoscere che l’amore verso Dio è l’amore verso il prossimo sono i più importanti. E se Dio è Padre, noi tutti siamo fratelli e sorelle e dobbiamo dimostrare questo nella pratica, vivendo in comunità. “Da questi due comandamenti dipendono tutta la legge ed i profeti!” (Mt 22,4). I discepoli di Gesù devono iscrivere nella memoria, nell’intelligenza, nel cuore, questa grande legge: solo così si giunge a Dio nel dono totale al prossimo!
- Marco 12,35-37: Gesù critica l’insegnamento dei dottori della Legge sul Messia. La propaganda ufficiale sia del governo che dei dottori della Legge affermava che il messia sarebbe venuto come Figlio di Davide. Era per insegnare che il messia sarebbe stato un re glorioso, forte e dominatore. Questo fu il grido della gente la Domenica delle Palme: “Benedetto il Regno che viene, del nostro padre Davide!” (Mc 11,10). Ed anche così gridò il cieco di Gerico: “Gesù, Figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Mc 10,47). Ma qui Gesù mette in tela di giudizio questo insegnamento dei dottori. Cita un salmo di Davide: “Il Signore disse al mio signore: siediti alla mia destra, finché io ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi!” (Sl 110,1). E Gesù continua: “Se Davide stesso dice mio Signore, come può il Messia essere suo figlio?”. Ciò significa che Gesù non era d’accordo con l’idea di un messia re glorioso, che sarebbe venuto come un re a dominare ed imporsi su tutti i nemici. Gesù preferisce essere il Messia servo annunciato da Isaia (Is 42,1-9). Lui dice: “Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).
- Marco 12,38-40: Gesù critica i dottori della Legge. Infine Gesù richiama l’attenzione dei discepoli sul comportamento tendenzioso ed ipocrita di alcuni dottori della legge. A loro piaceva circolare per le piazze con lunghe tuniche, ricevere i saluti della gente, occupare i primi posti nelle sinagoghe ed i posti d’onore nei banchetti. A loro piaceva entrare nelle case delle vedove e predicare a lungo per poi ricevere denaro! E Gesù termina dicendo: “Questa gente riceverà un giudizio severissimo!”. È bene che anche noi facciamo un esame di coscienza e guardiamo nello specchio di questo testo per vedere se in esso si rispecchia il nostro volto!

c) Ampliando le informazioni: Il comandamento più grande: Il più grande e primo comandamento è e sarà sempre “amare Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la propria forza” (Mc 12,30). Nella misura in cui il popolo di Dio, lungo i secoli, ha approfondito il significato e la portata dell’amore di Dio, si è reso conto che l’amore verso Dio sarà vero e reale solo se diventa concreto nell’amore verso il prossimo. Per questo, il secondo comandamento che richiede l’amore verso il prossimo è simile al primo comandamento dell’amore verso Dio (Mt 22,39; Mc 12,31). “Se uno dicesse: io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore”. (1Gv 4,20). “Tutta la legge ed i profeti dipendono da questi due comandamenti” (Mt 22,40). All’inizio, comunque non era così chiara la portata delle esigenze dell’amore verso il prossimo. Su questo punto c’è stata un’evoluzione in tre tappe lungo la storia del popolo di Dio:
- 1ª Tappa: “Prossimo” è il parente della stessa razza. Il Vecchio Testamento insegnava già l’obbligo di “amare il prossimo come se stessi!” (Lv 19,18). In quel lontano inizio la parola prossimo era sinonimo a parente. Loro si sentivano obbligati ad amare tutti coloro che formavano parte della stessa famiglia, dello stesso clan, della stessa tribù, dello stesso popolo. Per quanto riguardava lo straniero, cioè coloro che non appartenevano al popolo giudeo, il libro del Deuteronomio diceva: “potrai esigerlo il diritto dallo straniero; ma quanto al tuo diritto nei confronti di tuo fratello (parente, prossimo), lo lascerai cadere!” (Dt 15,3).
- 2ª Tappa:Prossimo è colui a cui mi avvicino, o che si avvicina a me. A poco a poco, il concetto di prossimo si allargò. E così, nel tempo di Gesù, ci fu tutta una discussione attorno a “chi è il mio prossimo?”. Alcuni dottori pensavano che si doveva allargare il concetto di prossimo oltre i limiti della razza. Ma altri non volevano saperne di questo. Fu così che un dottore rivolse a Gesù questa domanda polemica: “Chi è il mio prossimo?”. Gesù rispose con la parabola del Buon Samaritano (Lc 10,29-37), in cui il prossimo non è né il parente, né l’amico, né il patrizio, ma colui che si avvicina a te, indipendentemente dalla religione, dal colore, dalla razza, dal sesso o dalla lingua. Tu devi amarlo!
- 3ª Tappa: La misura dell’amore al “prossimo” è amare come Gesù ci ha amato. Gesù aveva detto al dottore della Legge: “Tu non sei lontano dal regno di Dio!” (Mc 12,34). Il dottore era già vicino al Regno, perché di fatto il Regno consiste in unire l’amore verso Dio con l’amore verso il prossimo, come il dottore aveva affermato solennemente davanti a Gesù (Mc 12,33). Ma per poter entrare nel Regno gli mancava fare un passo in più. Il criterio dell’amore verso il prossimo, insegnato nel Vecchio Testamento, era “come te stesso”. Gesù espande questo criterio e dice: “Questo è il mio comandamento: amatevi come io vi ho amato! Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici!” (Gv 15,12-13). Ora, nel Nuovo Testamento, il criterio sarà: “Amare il prossimo come Gesù ci ha amato!”. Gesù ha interpretato il senso esatto della Parola di Dio ed ha indicato il cammino sicuro per giungere ad una convivenza più giusta e più fraterna.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE


Letture:
Is 56,3-7
Sal 23
Ef 2,11-22
Lc 14,1a.15-24

Casa di preghiera per tutti i popoli
Ad ogni messa il prete annuncia: “Beati gli invitati alla cena del Signore”, e subito la Chiesa ci fa rispondere: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa”. Chi se ne sente degno? La comunione non è il premio a chi è santo, ma la medicina per noi che siamo deboli. È l’atteggiamento di fondo suggerito oggi dalla Parola: il dono di Dio precede il merito, e quindi ogni uomo è chiamato al suo banchetto, alla salvezza. “Nessun uomo è così cattivo da non poter essere salvato da Dio” (Gandhi). L’invito è per tutti - anche per quelli che sembrano più lontani -, purché naturalmente si risponda di sì e non si snobbi l’invito di Dio.
L’invito: “Voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo” (Epist.). Voi, cioè noi “pagani nella carne, senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo”, per l’opera di Cristo siamo diventati “non più stranieri né ospiti, ma concittadini dei santi e familiari di Dio,.. abbattendo il muro di separazione per riconciliare tutti e due in un solo corpo. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri (ebrei e pagani) al Padre in un solo Spirito”. La radice e la causa della nostra salvezza sta nel gratuito gesto di Cristo che ha allargato a tutti gli uomini l’appartenenza al popolo di Dio, per “diventare insieme abitazione di Dio per mezzo dello Spirito”. “Egli infatti è la nostra pace, colui che dei due ha fatto una cosa sola”. Il Cristianesimo realizza il sogno universalistico di Dio “che vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). L’accento oggi è posto - in polemica coi farisei - sul fatto che vengono chiamati di preferenza quelli che sembrano i meno preparati, i lontani, “poveri, storpi, ciechi, zoppi”, quelli raccolti “per le strade e lungo le siepi”, quasi “costretti ad entrare perché la mia casa si riempia”. Quante volte Gesù stesso sottolineò provocatoriamente questa preferenza, chiamando la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, .., “perché io non sono venuto a chiamare i giusti ma i peccatori” (Mt 9,13). “Gli stranieri li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera, perché la mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli” (Lett.). Diceva Mazzolari: “Davvero la grazia, per strade che solo l’amore conosce, arriva dove neanche arriva il nostro sogno”, cioè ben oltre ogni nostro perbenismo presuntuoso che si crede “del giro” e quindi titolare di meriti e riconoscimenti. Il nostro sia l’atteggiamento umile di chi si sa assolutamente indegno del dono di Dio e ne glorifica la gratuità e la misericordia. È la nostra fortuna e la nostra serenità sapere - come diceva sant’Ambrogio - che se Cristo ha accettato il buon Ladrone, non abbandonerà anche noi. “Io non sono degno.., ma dì soltanto una parola e io sarò salvato”. Una umiltà che si trasforma in stupore e ringraziamento per essere stati anche noi “edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù” (Epist.). Venire a messa la domenica - ritornare nella famiglia di Dio che è la Chiesa - deve essere un bisogno, una gioia e un.. orgoglio per la fortuna che ci è capitata di fare della nostra esistenza “una costruzione ben ordinata per essere tempio santo del Signore”, cioè autentici membri della casa di Dio.
La risposta: All’invito generoso di Dio bisogna che ognuno dica liberamente il proprio sì. Anzitutto trovando concretamente spazio da riservargli. “Ho comprato un campo.., ho comprato cinque paia di buoi.., mi sono appena sposato e perciò non posso venire”. Si potrebbe aggiungere: devo andare a sciare, oggi sto tutto il giorno al supermercato, ho le gare di sport..: a messa non posso venire! Per non parlare di altre scuse e pigrizie. Dio viene lasciato per ultimo, d’estate poi non c’è mai la chiesa vicina, e.. “come si fa a lasciare il villaggio”! Ma se manca anche quella poca ora la settimana per incontrarsi con Dio, .. è facile che presto Dio tramonti dal nostro orizzonte, e le cose che ci interessano saranno consumismo e il culto moderno della partita o dello sport! “Nessuno di quelli che erano stati invitati gusterà la mia cena”. La gravità del rifiuto sembra essere non l’ostilità, ma l’indifferenza, la poca serietà data al problema della propria salvezza o, più profondamente, quella religiosità superficiale che ha accompagnato magari già dall’infanzia una vita cristiana mal conosciuta (mai personalmente assimilata) e vissuta come pratica esteriore e tradizione. In sostanza, frutto di un cristianesimo “sociologico”. Necessariamente a questo abbandono di Dio subentra l’adorazione degli idoli, perché chi non crede a Dio non è che non creda a niente, ma crede a tutto..: diventa schiavo delle mode, delle pressioni mediatiche, della secolarizzazione che rende l’uomo illuso della propria sufficienza e ridotto alla più banale alienazione. Ma san Pietro avverte molto fortemente quelli che, conosciuta la fede, poi vi rinunciano: “Meglio sarebbe stato per loro non aver mai conosciuto la via della giustizia, piuttosto che, dopo averla conosciuta, voltare le spalle al santo comandamento che era stato loro trasmesso” (2Pt 2,21). In fondo il rifiuto e l’indifferenza nascono dal fatto di pensare che a Dio andiamo noi, quando e come ci scappa, con un soggettivismo che non tiene conto che è Dio per primo a venire verso di noi e a offrirci il banchetto della sua stessa mensa di Casa Trinità, della quale la messa è anticipo e caparra. Lui ha fissato gli strumenti per arrivare a toccarci; ha fissato cioè il modo oggettivo di santificarci e rendergli culto: sono la Parola di Dio, i Sacramenti e il vivere nella Chiesa. Questo è l’unico modo di essere cristiani. L’altro, quello soggettivistico, è illusione pagana. Si tratta allora di conoscere meglio i fatti che riguardano la nostra salvezza. Quindi obbedire a quel che Dio ha fissato. E magari l’umile preghiera: “Credo, Signore, aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24).
“Costringili ad entrare”. È l’amore di Dio che vuole a tutti i costi i nostri cuori per lui. Dio allunga la mano: sta a noi lasciarci attrarre. Come è in questa preghiera medievale: “Poiché senza di te nessuno arriva a te, dammi la mano; se non tendo la mia verso la tua, afferrami i capelli, tirami verso te quasi per forza. Voglio venire incontro a te, e non so perché non faccio quello che vorrei” (Ausiàs March).
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MessaggioOggetto: sabato 10 novembre 2012   Mar Nov 06, 2012 3:42 pm

SABATO 10 NOVEMBRE 2012

SAN LEONE MAGNO
PAPA E DOTTORE DELLA CHIESA
MEMORIA


Preghiera iniziale: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.

Letture:
Fil 4,10-19 (Tutto posso in colui che mi dà la forza)
Sal 111 (Beato l’uomo che teme il Signore)
Lc 16,9-15 (Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?)

Le ricchezze: l’ingiusta e la vera
La vera interpretazione della parabola dell’amministratore disonesto si legge oggi. Gesù esorta a “procurarsi amici con la disonesta ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne”. Se quell’amministratore ha cercato di assicurarsi un avvenire tranquillo, procurandosi amici con la frode, a maggior ragione i discepoli di Gesù debbono essere scaltri, e prepararsi una degna accoglienza nel Regno dei cieli, dato che alla morte la ricchezza non potrà essere più d’aiuto. Il che significa servirsi ora delle ricchezze per il bene di altri uomini. “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella disonesta ricchezza, chi vi affiderà quella vera?”. Dio ci ha affidato il poco, cioè i beni della terra. Dobbiamo essere buoni amministratori di questo deposito, secondo la volontà del suo padrone, usandolo non solo a nostro profitto, ma anche al servizio degli altri. Allora Dio ci affiderà la ricchezza vera: il Regno. Gesù enuncia un’altra verità: “Non potete servire a Dio e a mammona”. È un’alternativa inconciliabile. Dobbiamo scegliere o il regno di Dio e la sua giustizia o il denaro e la sua ingiustizia, “perché dov’è il nostro tesoro, lì sarà anche il nostro cuore”. Alla fine del brano è detto che “i farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui”. Il credente sa che il Cristo salva non con mammona e il potere, ma con la povertà e la povertà della sua croce. Per questo da ricco che era si fece povero per arricchire noi con la sua povertà, e fu crocifisso per la sua debolezza.
La domanda che Gesù ha posto ai suoi discepoli, la pone continuamente anche a noi, per impegnarci a contemplarlo più profondamente, ad approfondire il suo mistero: “Voi chi dite che io sia?”. San Leone Magno, divenuto papa nel V secolo, affermò con fede luminosa la divinità di Cristo e la sua umanità: Cristo, Figlio del Dio vivente e figlio di Maria, uomo come noi. Non ha accettato, per esprimerci così, che si abbreviasse il mistero, né in una direzione né nell’altra, e il Concilio di Calcedonia ha cercato una formula che preserva tutta la rivelazione. Dio si è rivelato a noi nel Figlio, e il Figlio è un uomo che è vissuto in mezzo a noi, ha sofferto, è morto, è risorto. “Dio dice la lettera agli Ebrei aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti”. E parlando per mezzo dei profeti Dio aveva fatto desiderare la sua presenza: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” esclamava Isaia. E Dio è disceso, si è reso presente nel Figlio: “A noi Dio ha parlato per mezzo del Figlio”. Chi è questo Figlio? È l’inizio e la fine, l’alfa e l’omega, l’erede di tutto, colui che realizza tutte le promesse di Dio, colui per mezzo del quale Dio aveva creato l’universo. L’autore della lettera agli Ebrei nella sua contemplazione si sforza di precisare la relazione del Figlio con il Padre e ha delle espressioni forti: il Figlio è “irradiazione della gloria del Padre”, espressione del suo essere. La parola dice la loro unione intima: tra la luce e l’irradiamento della luce non è possibile alcuna separazione; e tuttavia il termine scelto dice che il Figlio non si confonde con il Padre: è Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero. L’autore aggiunge poi un’espressione più concreta: “Impronta della sua sostanza”. La persona del Figlio riproduce esattamente la natura del Padre in tutta la sua profondità. Partecipa della sua potenza, poiché èlui che “sostiene tutto con la potenza della sua parola”, che è la parola divina, che ha creato il mondo e lo regge. Dio è talmente potente che basta la sua parola per creare e mantenere nell’esistenza. Non ha bisogno di agitarsi come gli uomini: Dio nella sua infinita pace sostiene tutto con la sua parola; e il Figlio partecipa a questa attività del Padre. Ecco dunque la dimensione divina della persona di Cristo, il Figlio del Dio vivente, Sorgente incessante di vita eterna. Cristo, il Figlio, partecipa in pienezza di questa vita del Padre. Ma la rivelazione di Cristo non è solo rivelazione del Figlio di Dio nella sua preesistenza; è anche la rivelazione del Dio con noi, diventato uno di noi. L’immagine del Dio invisibile si presenta a noi nei tratti di un uomo, umile, misconosciuto, e non soltanto nel suo volto, ma in tutta la sua vita e in particolare nelle sue sofferenze e nella sua morte. Alla domanda di Mosè: “Mostrami la tua gloria!”, Dio risponde mostrando a noi Cristo nella sua passione. Ecco come si rivela il Figlio del Dio vivente. La santa Sindone di Torino non ci rivela soltanto il Viso, ma tutto il corpo di Gesù, con le tracce delle atroci sofferenze che egli ha sopportato. E è rivelatore il contrasto tra questo corpo martoriato in ogni punto e il volto che è rimasto pieno di serenità e di maestà: un volto che non si è incupito nella ribellione, aggrottato nella collera, ma è rimasto sereno nella unione con il Padre, con la certezza della vittoria, un volto che rivela sofferenze dominate dall’amore, trasformate dall’amore. “Tu sei il Messia, il Figlio del Dio vivente”, rivelato da questo amore per il quale sei venuto a condividere le sofferenze dei più disgraziati fra gli uomini, e anche dei più criminali, e hai trasformato le tue sofferenze in offerta che riporta tutti gli uomini nella comunione con Dio. Quando vogliamo contemplare Dio, è questa la strada che ci è tracciata: la contemplazione di una rivelazione vivente, radicata nel nostro destino di uomini: Gesù, Figlio del Dio vivente e Figlio di Maria, immagine eterna del Padre e nostro fratello, che ha sofferto con noi, ha sofferto per noi e ci ha aperto la via dell’intimità divina.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Riflessione
- Il vangelo di oggi riporta alcune parole di Gesù attorno all’uso dei beni. Sono parole e frasi isolate, di cui non conosciamo l’esatto contesto in cui furono pronunciate. Sono state messe qui da Luca per formare una piccola comunità attorno all’uso corretto dei beni di questa vita e per aiutare a capire meglio il senso della parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-8).
- Luca 16,9: Usare bene il denaro ingiusto. Procuratevi amici con la iniqua ricchezza, perché quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne. Nell’Antico Testamento, la parola più antica per indicare il povero è “ani” che significa impoverito. Viene dal verbo “ana”, cioè opprimere, ribassare. Questa affermazione evoca la parabola dell’amministratore disonesto, la cui ricchezza era iniqua, ingiusta. Qui appare il contesto delle comunità del tempo di Luca, cioè, degli anni 80 dopo Cristo. All’inizio le comunità cristiane sorsero tra i poveri (cfr. 1Cor 1,26; Gal 2,10). Poco a poco ne entrarono a far parte persone più ricche. L’entrata dei ricchi portò con sé problemi che appaiono nei consigli dati nella lettera di Giacomo (Gi 2,1-6;5,1-6), nelle lettera di Paolo ai Corinzi (1Cor 11,20-21) e nel vangelo di Luca (Lc 6,24). Questi problemi si aggravarono verso la fine del primo secolo, come attesta l’Apocalisse nella sua lettera alla comunità di Laodiceia (Ap 3,17-18). Le frasi di Gesù che Luca conserva sono un aiuto per chiarire e risolvere questo problema.
- Luca 16,10-12: Essere fedele nel piccolo e nel grande. Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto. Se dunque non siete stati fedeli nella iniqua ricchezza, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?. Questa frase chiarisce la parabola dell’amministratore disonesto. Lui non fu fedele. Per questo, fu tolto dall’amministrazione. Questa parola di Gesù suggerisce anche come dar vita al consiglio di farsi amici con il denaro ingiusto. Oggi avviene qualcosa di simile. Ci sono persone che parlano bene della liberazione, ma in casa opprimono la moglie e i figli. Sono infedeli nelle cose piccole. La liberazione comincia nel piccolo mondo della famiglia, della relazione giornaliera tra le persone.
- Luca 16,13: Voi non potete servire Dio e il denaro. Gesù è molto chiaro nella sua affermazione: Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona. Ognuno di noi dovrà fare una scelta. Dovrà chiedersi: “Chi metto al primo posto nella mia vita: Dio o il denaro?”. Al posto della parola denaro ognuno può mettere un’altra parola: macchina, impiego, prestigio, beni, casa, immagine, etc. Da questa scelta dipenderà la comprensione dei consigli che seguono sulla Provvidenza Divina (Mt 6,25-34). Non si tratta di una scelta fatta solo con la testa, ma di una scelta ben concreta di vita che comprende gli atteggiamenti.
- Luca 16,14-15: Critica dei farisei cui piace il denaro. I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: “Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio”. In un’altra occasione Gesù menziona l’amore di alcuni farisei verso il denaro: “Voi sfruttate le vedove, e rubate nelle loro case e, in apparenza, fate lunghe preghiere” (Mt 23,14: Lc 20,47; Mc 12,40). Loro si lasciavano trascinare dalla saggezza del mondo, di cui Paolo dice: “Considerate, infatti, la vostra chiamata, fratelli; non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,26-28). Ad alcuni farisei piaceva il denaro, come oggi a alcuni sacerdoti piace il denaro. Vale per loro l’avvertimento di Gesù e di Paolo.

Per un confronto personale
- Tu e il denaro? Che scelta fai?
- Fedele nel piccolo. Come parli del vangelo e come vivi il vangelo?

10 novembre: San Leone Magno, Papa e Dottore della Chiesa
Biografia: Nato in Toscana e salito sulla cattedra di Pietro nel 440, fu vero pastore e autentico padre di anime. Cercò in ogni modo di mantenere salda e integra la fede, difese strenuamente l’unità della chiesa, arrestò, per quanto gli fu possibile, le incursioni dei barbari, e meritò a buon diritto di essere detto Leone “il Grande”. Morì nel 461.

Martirologio: Memoria di san Leone I, papa e dottore della Chiesa: nato in Toscana, fu dapprima a Roma solerte diacono e poi, elevato alla cattedra di Pietro, meritò a buon diritto l’appellativo di Magno sia per aver nutrito il gregge a lui affidato con la sua parola raffinata e saggia, sia per aver sostenuto strenuamente attraverso i suoi legati nel Concilio Ecumenico di Calcedonia la retta dottrina sull’incarnazione di Dio. Riposò nel Signore a Roma, dove in questo giorno fu deposto presso san Pietro.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
Il servizio specifico del nostro ministero. Tutta la Chiesa di Dio é ordinata in gradi gerarchici distinti, in modo che l’intero sacro corpo sia formato da membra diverse. Ma, come dice l’Apostolo, tutti noi siamo uno in Cristo (cfr. Gal 3,28). La divisione degli uffici non é tale da impedire che ogni parte, per quanto piccola, sia collegata con il capo. Per l’unità della fede e del battesimo c’é dunque fra noi, o carissimi, una comunione indissolubile sulla base di una comune dignità. Lo afferma l’apostolo Pietro: «Anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo» (1 Pt 2, 5), e più avanti: «Ma voi siete la stirpe eletta, il sacerdote regale, la nazione santa, il popolo che Dio si é acquistato» (1Pt 2,9). Tutti quelli che sono rinati in Cristo conseguono dignità regale per il segno della croce. Con l’unzione dello Spirito Santo poi sono consacrati sacerdoti. Non c’é quindi solo quel servizio specifico proprio del nostro ministero, perché tutti i cristiani sono rivestiti di un carisma spirituale e soprannaturale, che li rende partecipi della stirpe regale e dell’ufficio sacerdotale. Non é forse funzione regale il fatto che un’anima, sottomessa a Dio, governi il suo corpo? Non é forse funzione sacerdotale consacrare al Signore una coscienza pura e offrirgli sull’altare del cuore i sacrifici immacolati del nostro culto? Per grazia di Dio queste funzioni sono comuni a tutti. Ma da parte vostra é cosa santa e lodevole che vi rallegriate per il giorno della nostra elezione come di un vostro onore personale. Così tutto il corpo della Chiesa riconosce che il carattere sacro della dignità pontificia é unico. Mediante l’unzione santificatrice, esso rifluisce certamente con maggiore abbondanza nei gradi più alti della gerarchia, ma discende anche in considerevole misura in quelli più bassi. La comunione di tutti con questa nostra Sede é, quindi, o carissimi, il grande motivo della letizia. Ma gioia più genuina e più alta sarà per noi se non vi fermerete a considerare la nostr povera persona, ma piuttosto la gloria del beato Pietro apostolo. Si celebri dunque in questo giorno venerando soprattutto colui che si trovò vicino alla sorgente stessa dei carismi e da essa ne fu riempito e come sommerso. Ecco perché molte prerogative erano esclusive della sua persona e, d’altro canto, niente é stato trasmesso ai successori che non si trovasse già in lui. Allora il Verbo fatto uomo abitava già in mezzo a noi. Cristo aveva già dato tutto se stesso per la redenzione del genere umano (Disc. 4, 1-2; PL 54, 148-149).

Preghiera finale: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti. Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta (Sal 111).
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MessaggioOggetto: domenica 11 novembre 2012   Mar Nov 06, 2012 3:48 pm

DOMENICA 11 NOVEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
1Re 17,10-16 (La vedova fece con la sua farina una piccola focaccia e la portò a Elia)
Sal 145 (Loda il Signore, anima mia)
Eb 9,24-28 (Cristo si è offerto una volta per tutte per togliere i peccati di molti)
Mc 12,38-44; forma breve Mc 12, 41-44 (Questa vedova, nella sua povertà, ha dato tutto quello che aveva)

Dare ciò che si è, vale più che dare ciò che si ha
La liturgia di questa domenica ci presenta due donne vedove: quella di Sarepta, che aiuta il profeta Elìa, rinunciando al suo cibo, e quella del Vangelo, che offre i suoi due spiccioli, “tutto quanto aveva per vivere”. La loro generosità è ancora più manifesta, se confrontata con l’atteggiamento dei ricchi spavaldi e degli scribi che “divorano le case delle vedove”. La divisione ricchi e poveri è una contrapposizione usuale della Sacra Scrittura, ma non basta essere poveri per camminare sulla retta via, né essere ricchi per camminare sulla via dell’ingiustizia. Il Signore non guarda lo stato patrimoniale, ma lo stato del cuore. E così pure, non pensare che tutti i farisei - sinonimo di ipocrita - siano sempre tali. D’altronde il pericolo dell’ipocrisia è ìnsito in ogni persona. Una volta ancora Gesù ci riporta all’interiorità, alla valutazione che non si ferma alla superficie e alla quantità. Ci rifà l’elogio della povertà, che è donazione, fiducia e piccolezza. Quella vedova che non era sfuggita al suo sguardo, era veramente povera di spirito, nascosta, proprio l’antitesi di coloro che “amavano primeggiare in lunghe vesti, ricevere i saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe”. Gesù sa cogliere la verità della persona al di là delle apparenze, osservando la condotta di ciascuno nel quotidiano. Gesù diceva alla folla: “Guardatevi dagli scribi”. Egli insegnando nel tempio, offre i criteri per distinguere i veri dai falsi maestri. Il cammino secondo il Vangelo, è il passaggio dal potere al servizio, dalla esibizione al nascondimento, dalla ricchezza alla povertà. Non soltanto come atteggiamento morale, ma come imitazione reale della povertà che Gesù stava per portare a termine nella sua vita con la sua passione e la sua morte in croce. Il Vangelo lo rileggiamo anche nella seconda lettura, proprio attraverso il tema del sacrificio: “Ha dato tutto quanto aveva per vivere, tutta la sua vita”.
Gesù contrappone qui due tipi di comportamento religioso. Il primo è quello degli scribi pretenziosi che si pavoneggiano ed usano la religione per farsi valere. Gesù riprende questo atteggiamento e lo condanna senza alcuna pietà. Il secondo comportamento è invece quello della vedova povera che, agli occhi degli uomini, compie un gesto irrisorio, ma, per lei, carico di conseguenze, in quanto si priva di ciò di cui ha assolutamente bisogno. Gesù loda questo atteggiamento e lo indica come esempio ai suoi discepoli per la sua impressionante autenticità. Non è quanto gli uomini notano che ha valore agli occhi di Dio, perché Dio non giudica dall’apparenza, ma guarda il cuore (1Sam 16,7). Gesù vuole che guardiamo in noi stessi. La salvezza non è una questione di successo, e ancor meno di parvenze. La salvezza esige che l’uomo conformi le azioni alle sue convinzioni. In tutto ciò che fa, specialmente nella sua vita religiosa, l’uomo dovrebbe sempre stare attento a non prendersi gioco di Dio. Scrive san Paolo: “Non vi fate illusioni; non ci si può prendere gioco di Dio. Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato” (Gal 6,7). Il Signore chiede che si abbia un cuore puro, una fede autentica, una fiducia totale. Questa donna non ha nulla. È vedova, e dunque senza appoggio e senza risorse. È povera, senza entrate e senza garanzie. Eppure dà quello che le sarebbe necessario per vivere, affidandosi a Dio per non morire. Quando la fede arriva a tal punto, il cuore di Cristo si commuove, poiché sa che Dio è amato, e amato per se stesso. L’avvenire della Chiesa, il nostro avvenire, per i quali le apparenze contano tanto, è nelle mani di questi veri credenti.

Approfondimento del Vangelo (Gesù, gli scribi e la vedova. La contabilità diversa del Regno di Dio)
Il testo: Diceva loro mentre insegnava: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave». E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa domenica presenta due fatti opposti, legati tra di essi: da un lato la critica di Gesù contro gli scribi che usavano la religione per sfruttare le vedove povere e, dall’altro, l’esempio della vedova povera che dava al Tempio perfino ciò che le era necessario. Fatto questo assai attuale, fino ad oggi!

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Marco 12,38-40: La critica di Gesù contro il guadagno degli scribi
- Marco 12,41-42: Gesù osserva la gente che mette l’elemosina nel tesoro del Tempio
- Marco 12,43-44: Gesù rivela il valore del gesto di una povera vedova

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
b) Cosa critica Gesù nei dottori della Legge, per cosa li loda?
c) Quali disuguaglianze sociali e religiose di quell’epoca emergono dal testo?
d) Come mai i due spiccioli della vedova possono valere di più del molto gettato dai ricchi? Osserva bene il testo e scopri quanto segue: Perché Gesù elogia la vedova povera?
e) Qual è il messaggio di questo testo per noi oggi?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di ieri e di oggi
- Il contesto al tempo di Gesù. Il testo di Marco 12,38-44 traccia la parte finale dell’attività di Gesù a Gerusalemme (Mc 11,1 a 12,44). Furono giornate molto intense, piene di conflitti: espulsione dei commercianti dal Tempio (Mc 11,12-26), e molte discussioni con le autorità: (Mc 11,27 a 12,12), con i farisei, con gli erodiani ed i sadducei (Mc 12,13-27) e con i dottori della legge (Mc 12,28-37). Il testo di questa domenica (Mc 12,38-44) ci presenta un’ultima parola critica di Gesù rispetto al cattivo comportamento dei dottori della legge (Mc 12,38-40) ed una parola di elogio rispetto al buon comportamento della vedova. Al termine quasi della sua attività a Gerusalemme, seduto dinanzi al tesoro dove si raccoglievano le elemosine del Tempio, Gesù chiama l’attenzione dei discepoli sul gesto di una povera vedova ed insegna loro il valore della condivisione (Mc 12,41-44).
- Il contesto nel tempo di Marco. Nei primi quaranta anni della storia della Chiesa, dagli anni 30 ai 70, le comunità cristiane erano, nella loro maggioranza, formate da gente povera (1 Cor 1,26). Poco dopo si aggiunsero anche persone più ricche, o che avevano vari problemi. Le tensioni sociali, che marcavano l’impero romano, cominciarono anche a spuntare nella vita delle comunità. Queste divisioni, per esempio, sorgevano, quando le comunità si riunivano per celebrare la cena (1Cor 11,20-22), o quando si svolgeva la riunione (Gc 2,1-4). Per questo, l’insegnamento del gesto della vedova era per loro molto attuale. Era come guardarsi allo specchio, perché Gesù paragona il comportamento dei ricchi con il comportamento dei poveri.
- Il contesto oggi. Gesù elogia una povera vedova perché sa condividere più di tutti i ricchi. Molti poveri di oggi fanno la stessa cosa. La gente dice: Il povero non lascia mai morire di fame un altro povero. Ma a volte nemmeno questo è vero. Donna Cícera, una signora povera che dalla campagna si trasferì nella periferia di una grande città, diceva: “Lì in campagna, io ero molto povera, ma avevo sempre qualche cosa da condividere con un povero che bussava alla porta. Ora che mi trovo in città, quando vedo un povero che viene a battere alla mia porta, mi nascondo per la vergogna perché non ho nulla da condividere!”. Da un lato gente ricca che ha di tutto, e dall’altro gente povera che non ha quasi nulla da condividere, tranne il poco che ha.
b) Commento del testo:
- Marco 12,38-40: Gesù critica i dottori della legge. Gesù chiama l’attenzione dei discepoli sul comportamento ipocrita e approfittato di alcuni dottori della legge. “Dottori” o Scribi erano coloro che insegnavano alla gente la Legge di Dio. Ma l’insegnavano a parole, perché la testimonianza della loro vita mostrava il contrario. A loro piaceva circolare per le piazze con lunghe tuniche, ricevere il saluto della gente, occupare i primi posti nelle sinagoghe e nei luoghi d’onore dei banchetti. Ossia, erano persone che volevano sembrare gente importante. Usavano la loro scienza e la loro professione quale mezzo per salire la scala sociale ed arricchirsi, e non per servire. A loro piaceva entrare nelle case delle vedove e recitare lunghe preghiere in cambio di denaro! E Gesù termina dicendo: “Questa gente riceverà un giudizio severo!”.
- Marco 12,41-42: L’elemosina delle vedova. Gesù ed i discepoli, seduti davanti al tesoro del Tempio, osservavano le persone che mettevano nel tesoro la loro elemosina. I poveri gettavano pochi centesimi, i ricchi gettavano monete di grande valore. Il tesoro del Tempio si riempiva di molto denaro. Tutti apportavano qualcosa per la manutenzione del culto, per sostenere i sacerdoti e per la conservazione del tempio stesso. Parte di questo denaro era usato per aiutare i poveri, poiché allora non c’era la previdenza sociale. I poveri dipendevano dalla carità pubblica. I poveri più bisognosi erano gli orfani e le vedove. Loro non avevano nulla. Dipendevano del tutto dalla carità degli altri. Ma pur non avendo nulla, loro si sforzavano di condividere con gli altri il poco che avevano. Così una vedova molto povera deposita la sua elemosina nel tesoro del tempio. Appena pochi centesimi!
- Marco 12,43-44: Gesù mostra dove si manifesta la volontà di Dio. Cosa vale di più: i due spiccioli della vedova o le mille monete dei ricchi? Per i discepoli, le mille monete dei ricchi erano assai più utili per fare la carità rispetto ai due spiccioli della vedova. Loro pensavano che il problema della gente potesse essere risolto con molto denaro. In occasione della moltiplicazione dei pani, loro avevano detto a Gesù: “Signore, cosa vuoi che compriamo con duecento denari per dar da mangiare a tutta questa gente?” (Mc 6,37). Infatti, per coloro che la pensano così, i due spiccioli della vedova non servono a nulla. Ma Gesù dice: “Questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri”. Gesù ha criteri diversi. Richiamando l’attenzione dei discepoli sul gesto della vedova, insegna dove loro e noi dobbiamo cercare la manifestazione della volontà di Dio, cioè, nella condivisione. Se oggi condividessimo i nostri beni che Dio ha posto nell’universo a disposizione dell’umanità, non ci sarebbero né poveri né fame. Ci sarebbe sufficiente per tutti ed avanzerebbe anche per molti altri.
c) Ampliando le informazioni: Elemosina, condivisione, ricchezza: La pratica di dare elemosina era molto importante per i giudei. Era considerata una “buona opera” (Mt 6,1-4), poiché la legge del Vecchio Testamento diceva: “Poiché i bisognosi non mancheranno mai nel paese; perciò io ti do questo comando e ti dico: Apri generosamente la mano al tuo fratello povero e bisognoso nel tuo paese” (Dt 15,11). Le elemosine, poste nel tesoro del tempio, sia per il culto, sia per la manutenzione del tempio stesso, sia per i bisognosi, gli orfani o le vedove, erano considerati come un’azione a Dio grata. Dare l’elemosina era una forma di condividere con gli altri, un modo di riconoscere che tutti i beni ed i doni appartengono a Dio e che noi siamo solo amministratori di questi doni, in modo che ci sia vita in abbondanza per tutti. Fu a partire dall’Esodo che il popolo di Israele apprese l’importanza dell’elemosina, della condivisione. La camminata di quaranta anni lungo il deserto fu necessaria per superare il progetto di accumulazione che veniva dal Faraone d’Egitto e che era ben presente nella testa della gente. È facile uscire dal paese del Faraone. È difficile liberarsi dalla mentalità del Faraone. L’ideologia dei grandi è falsa ed ingannatrice. È stato necessario sperimentare la fame nel deserto per imparare che i beni necessari alla vita sono per tutti. È questo l’insegnamento della Manna: “Colui che ne aveva preso di più, non ne aveva di troppo, colui che ne aveva preso di meno non ne mancava” (Es 16,18). Ma la tendenza all’accumulazione era continua e molto forte. E rinasce sempre nel cuore umano. Proprio in questa tendenza all’accumulazione si formarono i grandi imperi della storia dell’umanità. Il desiderio di possedere e di accumulare sta proprio nel cuore dell’ideologia di questi imperi o regni umani. Gesù mostra la conversione necessaria per entrare nel Regno di Dio. Dice al giovane ricco: “Vai, vendi tutto ciò che hai, dallo ai poveri” (Mc 10,21). Questa stessa esigenza è ripetuta negli altri vangeli: “Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma” (Lc 12,33-34; Mt 6,9-20). E aggiunge una ragione a questa esigenza: “Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore”. La pratica della condivisione, dell’elemosina e della solidarietà è una delle caratteristiche che lo Spirito di Gesù, comunicatoci in Pentecoste (At 2,1-13), vuole realizzare nelle comunità. Il risultato dell’effusione dello Spirito è proprio questo: “Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli” (At 4,34-35a; 2,44-45). Queste elemosine ricevute dagli apostoli non erano accumulate, bensì “poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno” (At 4,35b; 2,45). L’entrata dei ricchi nella comunità cristiana, da un lato ha reso possibile l’espansione del cristianesimo, offrendo migliori condizioni al movimento missionario. Ma dall’altra l’accumulazione dei beni bloccava il movimento di solidarietà e della condivisione provocato dalla forza dello Spirito in Pentecoste. Giacomo vuole aiutare queste persone a capire il cammino sbagliato che hanno intrapreso: “E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che vi sovrastano! Le vostre ricchezze sono imputridite, le vostre vesti sono state divorate dalle tarme” (Gc 5,1-3). Per imparare il cammino del Regno, tutti hanno bisogno di diventare alunni di quella vedova povera, che condivise tutto ciò che aveva il necessario per vivere (Mc 12,41-44).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO B
ULTIMA DOMENICA DELL’ANNO LITURGICO
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
SOLENNITÀ DEL SIGNORE


Letture:
Is 49,1-7
Sal 21
Fil 2,5-11
Lc 23,36-43

Costui è il Re dei Giudei
“Anche i soldati deridevano il Signore Gesù”. Storia di allora e di sempre. Lo hanno incoronato di spine e preso in giro come re da burla. Anche oggi deridono la Chiesa e i cristiani. Non hanno potere e prestigio mondano. Che serve essere con Cristo? Ben altri sono i problemi da risolvere e i mezzi necessari per cambiare questo mondo difficile! “Costui è il re dei Giudei”: un titolo da re che però sta in cima alla croce. Ci vien da dire: Come può venirci salvezza da un fallito? Che re è questo che è sconfitto? Forse quella di Gesù è una regalità speciale, una signoria che ha un suo modo di regnare e guidare il mondo. E forse una sua particolare efficacia. È sempre lo scandalo della croce che ci interpella; che identifica i cristiani e sfida il mondo. Merita che oggi si mediti bene la Parola di Dio.
Un Re Crocifisso: Cioè una esaltazione e una vittoria che deriva dalla croce. Perché, naturalmente, quel crocifisso è risorto. È il cuore del nostro mistero. “Per questo Dio lo esaltò”, cioè proprio perché “umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte”. Il valore è l’obbedienza al Padre, una obbedienza provata col sacrificio di sé, senza privilegi o pretese. Difatti “pur essendo nella comunione con Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso, assumendo una condizione di servo”. È l’atto di fede più alto, cioè di fiducia in Dio. Di Lui si dice che “dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Eb 12,2). Questa obbedienza ottenne a lui la signoria sulla morte, e a noi la redenzione. È il primo contenuto della regalità di Cristo. “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). La croce di Gesù è lo spettacolo più provocatorio di un Dio che ci mette la pelle per noi. Paolo ne è incantato: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32). Se la causa del male e della morte di noi uomini è il peccato, cioè il rifiuto dell’amore di Dio, Dio vuol stravincere in amore e perdono per conquistare il cuore dell’uomo; vuole una vittoria sul cuore perciò ci soverchia d’amore. Un amore che gli costa sulla pelle, che esprime tutta la concreta fedeltà alla causa dell’uomo divenuta la causa di Dio stesso. Il nostro è un re crocifisso perché col suo sangue ha riscattato gli uomini alla vita e all’amore di Dio. “Tu, Padre santo - ci fa pregare il prefazio -, hai consacrato sacerdote eterno e re dell’universo il tuo unico Figlio, Gesù Cristo, perché, sacrificando se stesso sull’altare della croce come vittima immacolata di pace, portasse a compimento il mistero della nostra salvezza e presentasse a te, Dio altissimo, un regno di santità, di giustizia, d’amore e di pace”. “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36), disse Gesù a Pilato. Quando, dopo la moltiplicazione dei pani, la folla lo voleva fare re, egli scappò via e si rifiutò. La medesima scelta l’aveva fatta nel deserto quando satana “gli aveva mostrato tutti i regni del mondo con la loro gloria” (Mt 4,9); Lui l’aveva scacciato. Il suo modo di fare il Messia non era di tipo politico, come era stato falsamente inteso fin dai tempi di Davide; ma era un salvatore sullo stampo del Servo Sofferente, cui fa cenno la prima lettura: “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,4-5). Dio non vuol vincere con la potenza, ma con l’amore. Dirà Gesù - nei confronti dei re della terra - “il Figlio dell’uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mt 20,28).
Oggi con me sarai nel paradiso: Sul calvario ci sono tre croci; attorno a Gesù stanno due malfattori crocifissi come lui, che rappresentano due atteggiamenti dell’uomo di fronte al Dio messo in croce: uno lo maledice, l’altro è pieno di fede. Costui intravede in quell’uomo innocente (“Egli non ha fatto nulla di male”), capace di perdono dei nemici (“Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”, Lc 23,34), e pieno di fiducia in Dio (“Padre, nelle tue mani metto il mio spirito” Lc 23,46), il Messia salvatore venuto così a iniziare il suo regno, al quale quindi affidarsi con abbandono per un destino di riscatto e di vita. “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. E Gesù, con risposta solenne, lo conferma nella sua intenzione di fede: “In verità ti dico, oggi con me sarai nel paradiso”. Oggi, è l’ora della croce che salva il mondo. Rifugiamoci allora sotto questa amorosa regalità di Cristo. In fondo tutto il disegno di Dio mira a questo ricupero dell’uomo al ritorno a Dio: “È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore, per mezzo del quale abbiamo la redenzione, il perdono dei peccati” (Col 1,13-14). Non col sentirci giusti e quindi degni di questo regno di Dio. È commovente “come il Buon Ladrone rubò il cuore di Cristo e si aprì le porte del cielo. Tra gli uomini, alla confessione segue il castigo; innanzi a Dio invece, alla confessione fa seguito la salvezza. Nessuno perciò deve disperare, bensì coltivare la ferma speranza dell’aiuto divino” (Sant’Ambrogio). San Tommaso con umiltà ci fa pregare: “Peto quod petivit latro penitens”, bisognosi di perdono, chiediamo come ha chiesto con coraggio il ladro in croce. “Oggi con me sarai nel paradiso”. Cos’è il paradiso? Vi è una bella immagine del paradiso nel libro dell’Apocalisse: “Mi mostrò un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo, che scaturiva dal trono di Dio e dell’Agnello. In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che dà frutti dodici volte all’anno, portando frutti ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni” (Ap 22,1-2). Quella città definitiva del Regno si estende all’oggi nella Chiesa, autentico fiume che attraversa la storia portando il Dono dello Spirito che guarisce le nazioni. Ecco il luogo della regalità di Cristo cui “ogni ginocchio si pieghi nei cieli, nella terra e sottoterra, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore” (Epist.).
Lavorare nel Regno a volte scoraggia, perché non sempre si costatano grandi risultati: “Invano ho faticato per nulla e invano ho consumato le mie forze. Ma, certo, il mio diritto è presso il Signore, la mia ricompensa presso il mio Dio” (Lett.). Anche per il discepolo si ripercuote lo stile del Regno dei cieli, che è “simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami” (Mt 13,31-32).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: sabato 17 novembre 2012   Mer Nov 14, 2012 9:52 am

SABATO 17 NOVEMBRE 2012

SANTA ELISABETTA DI UNGHERIA - RELIGIOSA
MEMORIA


Preghiera iniziale: Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.

Letture:
3Gv 1,5-8 (Dobbiamo accogliere i fratelli per diventare collaboratori della verità)
Sal 111 (Beato l’uomo che teme il Signore)
Lc 18,1-8 (Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui)

Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano a lui
Deve essere chiaro che la similitudine, su cui si basa l’interpretazione della parabola odierna, non è sulla disonestà del giudice, ma sul suo comportamento di fronte all’insistenza petulante della vedova. Naturalmente tutto il messaggio fa riferimento al discorso escatologico, ascoltato nel Vangelo di ieri, perché Gesù desidera che i suoi discepoli colgano l’imminenza della sua venuta. Allora questa “vedova volutamente ostinata” diventa l’esempio di una donna povera, che invoca con forza l’aiuto dall’alto, stretta dal bisogno della prova. Il cambiamento della sua situazione avviene quando il giudice ritiene insopportabile questo continuo lamento, giungendo perfino a pensare tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho rispetto per nessuno, perché questa vedova è così molesta le farò giustizia”. Finalmente interviene non per amore della giustizia, né per la compassione, ma per la disperazione. E su quella stizzosa decisione interviene Gesù: “Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Gli eletti sono coloro che “gridano giorno e notte”, cioè quelli che pregano sempre, senza stancarsi. La venuta del Signore e del suo regno è frutto della preghiera. Dio non può essere insensibile al grido accorato del povero”. Il Vangelo termina con un provocante interrogativo: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà le fede sulla terra?”. Il Signore, per il suo ritorno, esige una fede come quella della vedova. Tale fede, che si fa preghiera incessante, è il nostro sì alla sua venuta. Attraverso la fede, la storia intera si può trasformare, con Gesù, in grido che invoca la giustizia per tutti.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi riporta un elemento molto caro a Luca: la preghiera. È la seconda volta che Luca riporta le parole di Gesù per insegnarci a pregare. La prima volta (Lc 11,1-13), ci insegnò il Padre Nostro e, per mezzo di paragoni e parabole, insegnò che dobbiamo pregare con insistenza, senza stancarci. Ora, questa seconda volta (Lc 18,1-8), ricorre di nuovo ad una parabola tratta dalla vita per insegnare la costanza nella preghiera. È la parabola della vedova che scomoda il giudice senza morale. Il modo di presentare la parabola è molto didattico. In primo luogo, Luca presenta una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi racconta la parabola. Alla fine, Gesù stesso la spiega:
- Luca 18,1: L’introduzione. Luca presenta la parabola con la frase seguente: “In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi“. La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento (1 Tes 5,17; Rom 12,12; Ef 6,18; ecc). Ed è una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane.
- Luca 18,2-5: La parabola. Poi Gesù presenta due personaggi della vita reale: un giudice senza considerazione per Dio e senza considerazione per gli altri, ed una vedova che lotta per i suoi diritti presso il giudice. Il semplice fatto di indicare questi due personaggi rivela la coscienza critica che aveva della società del suo tempo. La parabola presenta la gente povera che lotta nel tribunale per ottenere i suoi diritti. Il giudice decide di prestare attenzione alla vedova e di farle giustizia. Il motivo è questo: per liberarsi dalla vedova molesta e non essere più importunato da lei. Motivo di interesse personale. Ma la vedova ottiene ciò che vuole! Ecco un fatto di vita quotidiana, di cui Gesù si serve per insegnare a pregare.
- Luca 18,6-8: L’applicazione. Gesù applica la parabola: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente”. Se non fosse Gesù, noi non avremmo avuto il coraggio di paragonare Gesù ad un giudice disonesto! Ed alla fine Gesù esprime un dubbio: “Ma il Figlio dell’Uomo quando viene, troverà fede sulla terra?”. Ossia, avremo il coraggio di sperare, di avere pazienza, anche se Dio tarda nel fare ciò che gli chiediamo?
- Gesù in preghiera. I primi cristiani avevano un’immagine di Gesù in preghiera, in contatto permanente con il Padre. Infatti, la respirazione della vita di Gesù era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva, affinché la gente e i suoi discepoli pregassero. Poiché è confrontandosi con Dio che emerge la verità e che la persona ritrova se stessa in tutta la sua realtà ed umiltà. Luca è l’evangelista che più ci informa sulla vita di preghiera di Gesù. Presenta Gesù in costante preghiera. Ecco alcuni momenti in cui Gesù appare in preghiera. Tu, voi potete completare l’elenco:
a) A dodici anni va al Tempio, alla Casa del Padre (Lc 2,46-50).
b) Prega quando è battezzato e nell’assumere la missione (Lc 3,21).
c) All’inizio della missione, trascorre quaranta giorni nel deserto (Lc 4,1-2).
d) Nell’ora della tentazione, affronta il diavolo con testi della Scrittura (Lc 4,3-12).
e) Gesù ha l’abitudine di partecipare il sabato a celebrazioni nelle sinagoghe (Lc 4,16).
f) Cerca la solitudine del deserto per pregare (Lc 5,16; 9,18).
g) Prima di scegliere i dodici Apostoli, trascorre la notte in preghiera (Lc 6,12).
h) Prega prima dei pasti (Lc 9,16; 24,30).
i) Prega prima della sua passione e nell’affrontare la realtà (Lc 9,18).
j) Nella crisi, sale sulla Montagna ed è trasfigurato quando prega (Lc 9,28).
k) Dinanzi alla rivelazione del vangelo ai piccoli, dice: “Padre io ti ringrazio!” (Lc 10,21).
l) Pregando, suscita negli apostoli la volontà di pregare (Lc 11,1).
m) Prega per Pietro affinché non perda la fede (Lc 22,32).
n) Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli (Lc 22,7-14).
o) Nell’Orto degli Ulivi, prega, anche sudando sangue (Lc 22,41-42).
p) Nell’angoscia dell’agonia, chiede ai suoi amici di pregare con lui (Lc 22,40.46).
q) Nell’ora di essere inchiodato sulla croce, chiede perdono per i malfattori (Lc 23,34).
r) Nell’ora della morte dice: “Nelle tue mani consegno il mio spirito!” (Lc 23,46; Sal 31,6).
s) Gesù muore emettendo il grido del povero (Lc 23,46).

Questa lunga lista indica quanto segue. Per Gesù la preghiera è intimamente legata alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedeli al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con Lui. Lo ascoltava. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù recitava i Salmi. Come qualsiasi giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei Salmi non spense in lui la creatività. Anzi. Gesù creò lui stesso un Salmo che ci trasmise: il Padre Nostro. La sua vita è una preghiera permanente: “Cerco sempre la volontà di colui che mi ha mandato!” (Gv 5,19.30). A lui si applica ciò che dice il Salmo: “Io sono preghiera!” (Sal 109,4).

Per un confronto personale:
- C’è gente che dice di non saper pregare, ma parla con Dio tutto il giorno? Tu conosci persone così? Racconta. Ci sono molti modi in cui oggi la gente esprime la sua devozione e prega. Quali sono?
- Cosa ci insegnano queste due parabole sulla preghiera? Cosa mi insegnano sul mio modo di vedere la vita e le persone?

17 novembre: Sant’Elisabetta d’Ungheria, religiosa
Biografia: Nacque nel 1207 da Andrea, re di Ungheria. ancora fanciulla fu data in sposa a Ludovico IV, Langravio di Turingia,al quale diede tre figli. dedica alla meditazione delle cose celesti ed avendo abbracciato, dopo la morte del marito, una vita di povertà, costruì un ospedale in cui ella stessa serviva i malati. morì nel 1231.

Martirologio: Memoria di santa Elisabetta di Ungheria, che, ancora fanciulla, fu data in sposa a Ludovico, conte di Turingia, al quale diede tre figli; rimasta vedova, dopo aver sostenuto con fortezza d’animo gravi tribolazioni, dedita già da tempo alla meditazione delle realtà celesti, si ritirò a Marburg in Germania in un ospedale da lei fondato, abbracciando la povertà e adoperandosi nella cura degli infermi e dei poveri fino all’ultimo respiro esalato all’età di venticinque anni.

Dagli scritti
Dalla «Lettera» scritta da Corrado di Marburgo, direttore spirituale di santa Elisabetta
Elisabetta conobbe ed amò Cristo nei poveri
Elisabetta incominciò presto a distinguersi in virtù e santità di vita. Ella aveva sempre consolato i poveri, ma da quando fece costruire un ospedale presso un suo castello, e vi raccolse malati di ogni genere, da allora si dedicò interamente alla cura dei bisognosi. Distribuiva con larghezza i doni della sua beneficenza non solo a coloro che ne facevano domanda presso il suo ospedale, ma in tutti i territori dipendenti da suo marito. Arrivò al punto da erogare in beneficenza i proventi dei quattro principati di suo marito e da vendere oggetti di valore e vesti preziose per distribuirne il prezzo ai poveri. Aveva preso l’abitudine di visitare tutti i suoi malati personalmente, due volte al giorno, al mattino e alla sera. Si prese cura diretta dei più ripugnanti. Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre in ogni attività di bene, senza mettersi tuttavia per questo in contrasto con suo marito. Dopo la morte di lui, tendendo alla più alta perfezione, mi domandò con molte lacrime che le permettessi di chiedere l’elemosina di porta in porta. Un Venerdì santo, quando gli altari sono spogli, poste la mani sull’altare in una cappella del suo castello, dove aveva accolto i Frati Minori, alla presenza di alcuni intimi, rinunziò alla propria volontà, a tutte le vanità del mondo e a tutto quello che nel vangelo il Salvatore ha consigliato di lasciare. Fatto questo, temendo di poter essere riassorbita dal rumore del mondo e dalla gloria umana, se rimaneva nei luoghi in cui era vissuta insieme al marito e in cui era tanto ben voluta e stimata, volle seguirmi a Marburgo, sebbene io non volessi. Quivi costruì un ospedale ove raccolse i malati e gli invalidi e servì alla propria mensa i più miserabili ed i più derelitti. Affermo davanti a Dio che raramente ho visto una donna così contemplativa come Elisabetta, che pure era dedita a molte attività. Alcuni religiosi e religiose constatarono assai spesso che, quando ella usciva dalla sua preghiera privata, emanava dal volto un mirabile splendore e che dai suoi occhi uscivano come dei raggi di sole. Prima della morte ne ascoltai la confessione e le domandai cosa di dovesse fare dei suoi averi e delle suppellettili. Mi rispose che quanto sembrava sua proprietà era tutto dei poveri e mi pregò di distribuire loro ogni cosa, eccetto una tunica di nessun valore di cui era rivestita, e nella quale volle esser seppellita. Fatto questo, ricevette il Corpo del Signore. Poi, fino a sera, spesso ritornava su tutte le cose belle che aveva sentito nella predicazione. Infine raccomandò a Dio, con grandissima devozione, tutti coloro che le stavano dintorno, e spirò come addormentandosi dolcemente (Al pontefice, anno 1232; A. Wyss, Hessisches Urkundenbuch I, Lipsia 1879, 31-35).

Preghiera finale: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti. Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta (Sal 111).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 18 novembre 2012   Mer Nov 14, 2012 9:57 am

DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’ eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
Dn 12,1-3 (In quel tempo sarà salvato il tuo popolo)
Sal 15 (Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio)
Eb 10,11-14.18 (Cristo con un’unica offerta ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati)
Mc 13,24-32 (Il Figlio dell’uomo radunerà i suoi eletti dai quattro venti)

“Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”
La liturgia di questa domenica, i cui accenti già preludono al Tempo dell’Avvento imminente, è soffusa di speranza e di consolazione, velate alquanto da un linguaggio apocalittico. “Dopo quella tribolazione - così inizia il Vangelo - viene descritto lo svolgimento di una catastrofe cosmica, è come dire, che è in atto un evento divino. Su tutto prevale la consapevolezza e la speranza che l’avvenimento decisivo, il senso ultimo della nostra vita e di quella dell’intera umanità, non sono ancora perfettamente avverate, ma stanno per esserlo, in relazione alla venuta del Figlio dell’uomo. La grande notizia del Vangelo è che Gesù si è offerto per la salvezza di tutti. In lui le promesse di Dio si sono compiute. Così si offre allo sguardo degli eletti la figura vittoriosa di Cristo: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”. I segni della morte non ci sono più; Cristo ritorna vincitore. Ecco la novità che è stata preparata per coloro che hanno saputo affrontare la battaglia della fede, resistere alla seduzione dei falsi profeti, rimanendo tenacemente ancorati alla parola di Cristo, e soffrire per la causa del Vangelo. “Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti”. Il tempo della prova avrà fine. La speranza dei credenti è rivolta verso questa grande liberazione. Vengono indicati i segni “quando il fico mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina”, l’avverarsi di questi eventi. Gesù non si interessa delle date. Ciò che importa è la certezza della sua venuta finale e la necessità della perseveranza nel bene. Per questa sua venuta gloriosa, Gesù impegna se stesso con una solenne affermazione: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno”. Impegniamoci nel fluire del tempo, sapendo di essere costruttori della storia della salvezza, insieme con Cristo.
Quando si chiede ad un bambino della seconda metà del ventesimo secolo che cosa sia per lui la fine del mondo, risponde in termini di catastrofe e di annientamento, così come suggeriscono la bomba atomica e l’inquinamento. Ma quando si interroga Gesù sulla fine dei tempi, risponde in termini di pienezza e di ritorno. Egli afferma con forza che il Figlio dell’uomo ritornerà; non, come è già venuto, per annunciare il regno (Mc 1,15) e il tempo della misericordia (Gv 3,17), ma perché tutto si compia (1Cor 15,28). Allora ognuno troverà il proprio posto (1Cor 14,2-3) e otterrà la sua ricompensa in funzione delle proprie opere (Mt 16,27). La predicazione di Gesù è carica di questa preoccupazione: aprire gli occhi agli uomini sui segni premonitori di questa fine del mondo che non sarà una caduta nel nulla, ma un ingresso nella gloria. Ma ciò che resta e resterà nascosto, è la data di questo istante. Questo è un segreto del Padre. Egli non l’ha ancora svelato. Ecco perché la Parola (il Figlio) non lo sa. Il Padre non ha ancora espresso questo pensiero, per via della sua pazienza infinita e della sua bontà illimitata (2Pt 3,9). Inutile insistere (At 1,6-7) e chiedere: “Perché?”. Per il momento, questo non ci riguarda e non è nemmeno utile per noi saperlo. La sola cosa che conta è sapere che questo ritorno di Cristo ci sarà e che bisogna prepararsi ad esso, altrimenti ci si ritroverà irrimediabilmente esclusi dal Regno (Mt 25,11-12; Lc 13,25).

Approfondimento del Vangelo (Discorso finale)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, è alle porte. In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre».

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Alcune domande:
- Dopo quella tribolazione. La vita umana porta i segni del travaglio, il sigillo di una morte gravida di vita nuova: possiamo pensarci tra gli eletti che saranno radunati dai quattro venti?
- Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi: saremo capaci di alzare lo sguardo dalle nostre misere cose per vederlo arrivare all’orizzonte della nostra storia?
- Dal fico imparate. L’uomo ha tanto da imparare e non deve cercare chissà dove. La natura è il primo libro di Dio. Abbiamo la volontà di sfogliarlo, oppure ne strappiamo le pagine pensando di possederlo?
- Tutto passa, solo la Parola di Dio rimane in eterno. Quante parole vane, quanti sogni e piaceri inghiottiti dal tempo che inesorabilmente porta via ciò che ha fine! La roccia sulla quale abbiamo costruito noi stessi è la roccia della Parola del Dio vivente?
- Quel giorno e quell’ora nessuno lo conosce: non sta a noi sapere. Il Padre sa. Siamo disposti a fidarci?!

Chiave di lettura:
- Il profondo mutamento del cosmo descritto da Marco tra metafore e realtà annuncia l’imminenza della fine che introduce ad una immensa novità. L’apparizione del Figlio sulle nubi apre l’umanità alla dimensione celeste. Egli non è un giudice inappellabile, ma un Salvatore potente, che compare nello splendore della gloria divina, per riunire gli eletti, per renderli partecipi della vita eterna nel regno beato del cielo. Non c’è in Marco scena di giudizio, minaccia o condanna... volendo suscitare la speranza e nutrire l’attesa, si annuncia la vittoria finale.
- v. 24-25. Dopo quella tribolazione il sole si oscurerà... alla grande tribolazione si oppone una nuova realtà. L’evangelista considera vicina la parusia, anche se l’ora resta sconosciuta. Lo sconvolgimento del cosmo è descritto con espressioni tipiche del linguaggio apocalittico, in una forma stilistica accurata: i quattro elementi sono disposti due a due con il ricorso al parallelismo. È evidente il richiamo a Is 13,10 quando si parla di oscurarsi del sole e della luna, a Is 34,4 quando si parla di sconvolgimento delle potenze che sono nei cieli.
- v. 26. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e splendore. È il punto culminante del discorso escatologico di Marco. Il tempo dell’attesa si compie, arriva il momento della ricapitolazione di tutto in Cristo. La fine del mondo non è altro che la premessa della parusia gloriosa del Figlio dell’uomo prevista da Dn 7,13. Le nubi indicano la presenza di Dio che nelle teofanie se ne serve per scendere sulla terra. Gli attributi della sovranità divina, la potenza e la gloria, ricordati da Gesù davanti al sinedrio (14,62), non sono una minaccia per l’uomo, ma la proclamazione solenne della dignità messianica che trascende l’umanità di Cristo.
- v. 27. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo. Con questo primo atto del Figlio dell’uomo emerge il significato vero della parusia: la salvezza escatologica del popolo di Dio sparso nel mondo. Gli eletti tutti saranno riuniti. Nessuno sarà dimenticato. Non si parla di castigo dei nemici né di catastrofi punitive, ma di unificazione. E non ci sarà luogo estraneo a questo perché dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo gli angeli raduneranno gli uomini attorno a Cristo. È un incontro glorioso.
- v. 28. Dal fico imparate questa parabola: quando già il suo ramo si fa tenero e mette le foglie, voi sapete che l’estate è vicina. La parabola del fico sta a dire la certezza e la prossimità degli eventi annunciati, in modo particolare la venuta del Figlio dell’uomo, prefigurata nella vicina passione, morte e risurrezione. L’imperativo rivolto agli ascoltatori: Imparate! rivela il senso parentetico della similitudine: è un invito a penetrare a fondo il senso delle parole di Gesù per comprendere il progetto di Dio sul mondo. La pianta del fico che perde le foglie in autunno avanzato e le rimette tardi rispetto alle altre piante, a primavera inoltrata, annuncia l’arrivo dell’estate.
- v. 29. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte. L’uomo può conoscere il disegno di Dio, dagli eventi che accadono. Quali le cose che devono accadere? Marco aveva parlato al v. 14 dell’abominio della desolazione. Questo è il segno, il segno della fine, cioè della parusia, dell’apparizione del Figlio dell’uomo. Quelle cose che sono l’inizio delle doglie porteranno ad una nuova nascita, perché Egli è vicino, alle porte.
- v. 30. In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute. Sono state fatte molte ipotesi sul significato di questa generazione. Più che un’affermazione cronologica si tratta di una espressione Cristologica. La Chiesa primitiva ha sempre affermato, pur sperando in una venuta a breve termine del Signore, l’incertezza del momento preciso. Ogni credente che legge, in qualsiasi tempo, può pensarsi come facente parte di questa generazione.
- v. 31. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. La certezza che le parole del Signore non passeranno mai infonde fiducia a chiunque riflette sulla caducità del mondo e delle cose del mondo. Costruirsi sulla Parola di Dio permetterà che non sussista l’abominio della desolazione e che il sole, la luna e le stelle non perdano il loro splendore. L’oggi di Dio diventa per l’uomo l’unica via per accedere a se stesso perché, se nelle sue parole l’oggi non sarà mai ieri né domani, non dovrà più temere la morte.
- v. 32. Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. La fine è certa, ma la conoscenza di quando avverrà è riservata al Padre. Gesù non ha mai detto nulla di preciso a riguardo. Quindi, se qualcuno pretende di rifarsi a un suo presunto insegnamento, mente. La fine fa parte di quei segreti insondabili che fanno parte del mistero del Padre. La missione del Figlio è l’attuazione del regno, non la rivelazione del compimento della storia umana. Gesù condivide così fino in fondo la condizione umana. Con la sua kenosi volontaria ben si accorda la possibilità di ignorare il giorno e l’ora della fine del mondo.

Riflessione: La tribolazione come pane quotidiano per la vita dell’uomo è il segno della venuta del Figlio di Dio. Una vita gravida di un volto nuovo non può non conoscere i dolori del parto. Dispersi all’estremità della terra, lontani gli uni dagli altri, i figli dell’Altissimo saranno radunati dai quattro venti, dal soffio divino che percorre la terra. Il Figlio dell’uomo viene sulle nubi mentre il nostro sguardo è fisso a terra, alle nostre opere di fango, perduto tra le lacrime della delusione e del fallimento. Quando saremo capaci di alzare lo sguardo dalle nostre misere cose per vederlo arrivare all’orizzonte della nostra storia, la vita si riempirà di luce e impareremo a leggere la sua scrittura sulla sabbia del nostro pensare e volere, del nostro cadere e sognare, del nostro andare e imparare. Quando avremo il coraggio di sfogliare le pagine della vita di ogni giorno e raccogliere i semi della Parola eterna gettati nei solchi del nostro essere, troverà pace il nostro cuore. E le parole vane, i piaceri inghiottiti dal tempo, non resteranno che un ricordo perduto perché la roccia sulla quale avremo costruito noi stessi sarà la roccia della Parola del Dio vivente. Se quel giorno e quell’ora nessuno lo conosce, non sta a noi indagare. Il Padre sa e noi ci fideremo di lui.

Contemplazione finale: Signore, guardo il ramo tenero del fico che è la mia vita e aspetto. Mentre le ombre della sera si allungano sui miei passi, ripenso alla tua parola. Quanta pace in cuore mentre la mente si lascia andare al pensiero di te. Nel tuo tempo la mia attesa su di te si compie. Nel mio tempo la tua attesa su di me si compie. Il tempo, quale mistero di passato e futuro, di eterno presente. Le onde dell’oggi si infrangono nelle esperienze brucianti della tua Presenza e mi rimandano ai giochi sulla sabbia che puntualmente il mare mi distrugge. Eppure sono felice. Felice del mio niente, della mia sabbia che non resta in piedi, perché ancora una volta la tua Parola scrive. Noi cerchiamo di fermarci nel tempo, scrivendo e parlando, realizzando opere eccelse che resistano alle intemperie nei secoli. E tu invece ti fermi a scrivere sulla sabbia, a realizzare opere di amore che hanno il profumo di una lebbra accarezzata e non fuggita, il suono di voci straziate e senza forma come sottofondo giornaliero, il sapore di una vendetta sfumata e di un abbraccio ridonato... opere che non restano se non nel cuore di Dio e nella memoria di quei viventi, attenti alle tracce di un volo di colomba nel cielo della propria esistenza. Ogni giorno io possa guardare le nubi e consumarmi nella nostalgia del tuo ritorno, tenero amore dell’anima mia. Amen.
RITO AMBROSIANO
ANNO C
I DOMENICA DI AVVENTO


Letture:
Is 13,4-11
Sal 67
Ef 5,1-11a
Lc 21,5-28

La venuta del Signore
Tutti viviamo d’attesa. Di un mondo più giusto? Ci sforziamo di farlo migliore; ma non ci speriamo più troppo! Allora dobbiamo vivere da rassegnati, senza speranza, e quindi nel relativismo che ride della verità e di una giustizia possibile? Si può vivere senza futuro? Sarà sempre così umiliata la condizione umana, e fino a quando? La Parola di Dio oggi ci dice che un termine ci sarà, e quindi una giustizia sarà fatta. Vale allora ancora la pena di lottare, di costruire il bene perché avrà uno sbocco positivo; di continuare ad essere coerenti e testimoni di un mondo futuro che non avrà discontinuità con l’eterno. “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria”. L’Avvento che incomincia ci educa a questa attesa, chiedendoci di non spaventarsi di fronte a un mondo sempre più difficile (e forse ostile), e di perseverare nel bene “come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità” (Epist.).
Il giudizio: Un fatto come la distruzione di Gerusalemme e del suo tempio famoso fu interpretato dai contemporanei come “la fine del mondo”. Del resto capita ad ogni epoca quando “si sente di guerre e di rivoluzioni”, di “nazione contro nazione e regno contro regno”, di “terremoti, carestie, pestilenze”, e persino “fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo”. Sono certamente i segni di un mondo che non è definitivo, e quindi che la nostra vita è precaria: “non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta”. È finito il mito del progresso continuo, e si prospettano autodistruzioni, nel clima o .. col nucleare! La paura della morte sta sempre in agguato in fondo al cuore di ogni uomo. Effettivamente una fine ci sarà, un giudizio sarà fatto che ribalterà le sorti dell’umanità: “Ecco il giorno del Signore arriva implacabile.. per sterminare i peccatori. Io punirò nel mondo la malvagità e negli empi la loro iniquità. Farò cessare la superbia dei protervi e umilierò l’orgoglio dei tiranni” (Lett.). Anche il creato - quasi ad agitarsi per un parto nuovo - sarà scombussolato: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra”. Si abbassi almeno la superbia del nostro mondo che si crede eterno...! Per il credente tutto ciò è però segno che il mondo nuovo si avvicina: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Il ritorno glorioso di Cristo come Giudice, sarà il compimento della sua promessa di salvezza: “Quando verrà di nuovo nello splendore della gloria - diciamo oggi nel prefazio - potremo ottenere in pienezza di luce, i beni promessi che ora osiamo sperare, vigilando nell’attesa”. Certo che tutto finisce, ma per chi s’affida a Dio, è, alla fine, una nuova creazione, una nuova nascita, più precisamente; sarà quell’incontro dello Sposo con la Sposa - la Chiesa - con cui termina il libro dell’Apocalisse: “Vidi un cielo nuovo e una nuova terra: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi anche la città santa, la Gerusalemme nuova, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo” (21,1-2).
La testimonianza: Con questa fiducia, il cristiano sopporta con serenità tutto l’agitarsi degli uomini e del cosmo, sentendosi sicuro nelle buone mani di Dio. Per cui non crede ad altri “salvatori” ma solo a Gesù Cristo. “Molti verranno nel mio nome dicendo: Sono io. Non andate dietro a loro”. È il disincanto di noi credenti di fronte ad ogni ideologia o sistema politico-economico, sempre insufficienti a salvare l’uomo dalle sue crisi e fragilità: “Badate di non lasciatevi ingannare”. È per lui tempo di prova, di persecuzione e di scelte difficili. “Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome”. Ad ogni rivoluzione o scombussolamento politico, i primi a portarne le conseguenze sono i cristiani; anche perché sono quelli che danno fastidio ad ogni regime totalitario, sudditi come sono di un unico Signore, il nostro Signore Gesù Cristo. Del resto il credente, rispetto al riferimento del mondo, ha una concezione radicalmente diversa. Oggi più di ieri aumenta la distanza: il riferimento all’eterno rispetto all’immediato, il riferimento all’onestà rispetto all’edonismo, il riferimento a una vita seria e coerente rispetto “alle volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Non abbiate quindi niente in comune con loro. Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio” (Epist.). Capita allora di essere “traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome”. Storia contemporanea, storia di persecuzione in molte parti del mondo, nello scontro di civiltà e culture tanto diverse dal vangelo. È il dramma del Chiesa, la difficile scelta di credere e attendere la seconda venuta di Cristo, è la prova della nostra fede. “Avrete allora occasione di dare testimonianza; con la vostra perseveranza salverete la vostra vita”. Ma non si è soli in questa lotta e la vittoria è sicura: “Nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto”. Non c’è d’aver paura: “Io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere”. Gesù un giorno ebbe a dire: “Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!” (Gv 16,33). “Questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4).
Un tal modo di guardare la fine del mondo - non isterico o spaventato, non deluso o rinunciatario quasi un giudizio non ci sia, consapevole della drammaticità delle scelte - non aliena noi cristiani dalla storia, al contrario ne fa gli unici artefici pieni di speranza proprio perché crediamo alla vittoria di Cristo, la vittoria del bene sul male. Da qui l’esortazione di Paolo a “camminare nella carità, nel modo con cui Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi”, nel nostro impegno nella storia, a voler anticipare quel regno di Dio che Cristo ora ha affidato a noi da costruire. Un’attesa operosa è quella del credente per l’avvento finale, di cui questo Avvento liturgico vuol essere memoria ed educazione.
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MessaggioOggetto: sabato 24 novembre 2012   Mer Nov 21, 2012 3:01 pm

SABATO 24 NOVEMBRE 2012

SANTI ANDREA DUNG-LAC, SACERDOTE E COMPAGNI MARTIRI
MEMORIA


Preghiera iniziale: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura.

Letture:
Ap 11,4-12 (Questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra)
Sal 143 (Benedetto il Signore, mia roccia)
Lc 20,27-40 (Dio non è dei morti, ma dei viventi)

Egli non è il Dio dei morti, ma dei vivi
Il tema del Vangelo di oggi, la risurrezione dai morti, è introdotta dai sadducèi con l’insidiosa richiesta di un parere a Gesù. Questi appartenevano alle classi più elevate. A differenza dei farisei e degli scribi, non credevano alla risurrezione dei corpi alla fine della storia. Ed è appunto su questa negazione che basano la loro difesa. A Gesù espongono un episodio, vero o inventato, di una donna che successivamente ha sposato sette fratelli. “Questa donna, nella risurrezione, di chi sarà moglie?” Nella sua risposta ai sadducei, Gesù nega prima di tutto la necessità del matrimonio nell’altra vita. Non è più necessario, perché i “risuscitati” vivono. Non si tratta, infatti di portare con sé, nella risurrezione, la propria moglie o altro. Secondo Gesù la prospettiva che si apre oltre la morte è qualcosa di totalmente nuovo, che si può raffigurare solo “agli angeli, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio”. Poi afferma la realtà della risurrezione che essi negavano. Per questo si richiama al brano biblico del roveto ardente, nel quale il Signore si rivela a Mosè, come il “Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe”. Se è così: “Non è Dio dei morti, ma dei vivi, perché tutti vivono” alla sua presenza. Anche se Gesù afferma decisamente la risurrezione dei morti, non ci rivela il modo e le condizioni della sopravvivenza; il loro mistero rimane integro. Tuttavia, una cosa è sicura: sarà certamente vita, anche se diversa da quella presente, poiché non si tratta di un prolungamento di questa attraverso la rianimazione di un cadavere. Come dice la liturgia in un prefazio dei defunti: “Ai tuoi fedeli, o Signore, la vita non è tolta, ma trasformata”. Alla luce della risurrezione del Signore il credente sa che la morte non è la fine del cammino, ma la porta che viene aperta per la liberazione definitiva con Cristo risorto. Grazie a lui, l’uomo è un essere per la vita.

Martirologio: Nella regione del Tonchino, Annam e Cocincina – ora Vietnam – ad opera di intrepidi missionari, risuonò per la prima volta nel sec. XVI la parola del Vangelo. Il martirio fecondò la semina apostolica in questo lembo dell’Oriente. Dal 1625 al 1886, salvo rari periodi di quiete, infuriò una violenza persecuzione con la quale gli imperatori e i mandarini misero in atto ogni genere di astuzie e di perfidie per stroncare la tenera piantagione della Chiesa. Il totale delle vittime, nel corso di tre secoli, ammonta a circa 130.000. La crudeltà dei carnefici, non piegò l’invitta costanza dei confessori della fede: decapitati, crocifissi, strangolati, segati, squartati, sottoposti a inenarrabili torture nel carcere e nelle miniere fecero rifulgere la gloria del Signore, «che rivela nei deboli la sua potenza e dona agli inermi la forza del martirio» (M.R., prefazio dei martiri). Giovanni Paolo II, la domenica 19 giugno 1988, accomunò nell’aureola dei santi una schiera di 117 martiri di varia nazionalità, condizione sociale ed ecclesiale: sacerdoti, seminaristi, catechisti, semplici laici fra cui una mamma e diversi padri di famiglia, soldati, contadini, artigiani, pescatori. Un nome viene segnalato: Andrea Dung-Lac, presbitero, martirizzato nel 1839 e beatificato nel 1900 anno giubilare della redenzione da Leone XIII. Il 24 novembre è il giorno del martirio di alcuni di questi santi. Nella memoria dei santi Andrea Dung Lac, sacerdote, e compagni, martiri, con un’unica celebrazione si onorano centodiciassette martiri di varie regioni del Viet Nam, tra i quali otto vescovi, moltissimi sacerdoti e un gran numero di fedeli laici di entrambi i sessi e di ogni condizione ed età, che preferirono tutti patire l’esilio, il carcere, le torture e l’estremo supplizio piuttosto che recare oltraggio alla croce e rinnegare la fede cristiana.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi, i quali dicono che non c’è risurrezione, e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci riporta la discussione dei sadduccei con Gesù sulla fede nella risurrezione.
- Luca 20,27: L’ideologia dei sadduccei. Il vangelo di oggi comincia con questa affermazione: “I sadduccei affermano che non esiste resurrezione”. I sadduccei erano un’elite di latifondisti e di commercianti. Erano conservatori. Non accettavano la fede nella risurrezione. In quel tempo, questa fede cominciava ad essere valorizzata dai farisei e dalla pietà popolare. Spingeva il popolo a resistere contro il dominio sia dei romani sia dei sacerdoti, degli anziani e dei sadduccei. Per i sadduccei, il regno messianico era già presente nella situazione di benessere che loro stavano vivendo. Loro seguivano la così detta “Teologia della Retribuzione” che distorceva la realtà. Secondo tale teologia, Dio retribuisce con ricchezza e benessere coloro che osservano la legge di Dio e castiga con sofferenza e povertà coloro che praticano il male. Così, si capisce perché i sadduccei non vogliono mutamenti. Volevano che la religione permanesse tale e come era, immutabile come Dio stesso. Per questo, per criticare e ridicolizzare la fede nella resurrezione, raccontavano casi fittizi per indicare che la fede nella risurrezione avrebbe portato le persone all’assurdo.
- Luca 20,28-33: Il caso fittizio della donna che si sposò sette volte. Secondo la legge dell’epoca, se il marito fosse morto senza figli, suo fratello si doveva sposare con la vedova del defunto. Questo per evitare che, in caso che qualcuno morisse senza discendenza, la sua proprietà passasse ad un’altra famiglia (Dt 25,5-6). I sadduccei inventarono la storia di una donna che seppellì sette mariti, fratelli l’uno dell’altro, e lei stessa morì senza figli. E chiesero a Gesù: “Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”. Caso inventato per mostrare che la fede nella resurrezione crea situazioni assurde.
- Luca 20,34-38: La risposta di Gesù che non lascia dubbi. Nella risposta di Gesù emerge l’irritazione di chi non sopporta la finzione. Gesù non sopporta l’ipocrisia dell’elite che manipola e ridicolizza la fede in Dio per legittimare e difendere i suoi propri interessi. La risposta contiene due parti: (a) voi non capite nulla della risurrezione: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (vv. 34-36). Gesù spiega che la condizione delle persone dopo la morte sarà totalmente diversa dalla condizione attuale. Dopo la morte non ci saranno più sposalizi, ma tutti saranno come angeli nel cielo. I sadduccei immaginavano la vita in cielo uguale alla vita sulla terra; (b) voi non capite nulla di Dio: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. I discepoli e le discepole, che stiano attenti ed imparino! Chi sta dalla parte di questi sadduccei si trova al lato opposto a Dio!
- Luca 20,39-40: La reazione degli altri di fronte alla risposta di Gesù. “Dissero allora alcuni scribi: Maestro, hai parlato bene. E non osavano più fargli alcuna domanda”. Probabilmente questi dottori della legge erano farisei, poiché i farisei credevano nella risurrezione (cfr. Atti 23,6).

Per un confronto personale
- Oggi i gruppi di potere, come imitano i sadduccei e preparano trabocchetti per impedire cambiamenti nel mondo e nella Chiesa?
- Tu credi nella risurrezione? Quando dici che credi nella risurrezione, pensi a qualcosa del passato, del presente o del futuro? Hai mai avuto un’esperienza di resurrezione nella tua vita?

Preghiera finale: Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore (Sal 26).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 25 novembre 2012   Mer Nov 21, 2012 3:05 pm

DOMENICA 25 NOVEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO B
XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO
SOLENNITÀ


Orazione iniziale: O Padre, il Verbo tuo ha bussato, nella notte, alla mia porta; catturato, legato, eppure parlava ancora, chiamava ancora, come sempre e mi ha detto: “Alzati, in fretta e seguimi!”. All’alba l’ho visto, prigioniero nel pretorio di Pilato e, nonostante tutto il dolore della passione, tutto l’abbandono in cui si trovava, Lui ancora mi conosceva, mi aspettava. Fammi entrare, o Padre, con Gesù nel pretorio, in questo luogo di accusa, di condanna, di morte; è la mia vita di oggi, il mio mondo interiore. Sì, tutte le volte che la tua Parola mi invita, è un po’ come entrare nel pretorio del mio cuore, luogo contaminato e contaminante, che attende la presenza purificatrice di Gesù. Ho paura, tu lo sai, ma se Gesù è con me, non devo più temere. Rimango, Padre e ascolto in profondità la verità di tuo Figlio che mi parla, guardo e contemplo i suoi gesti, i suoi passi, lo seguo, con tutto ciò che sono, con tutta la vita che tu mi hai donato. Avvolgimi e riempimi con il tuo santo Spirito, ti prego.

Letture:
Dn 7,13-14 (Il suo potere è un potere eterno)
Sal 92 (Il Signore regna, si riveste di splendore)
Ap 1,5-8 (Il sovrano dei re della terra ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio)
Gv 18,33-37 (Tu lo dici: io sono re)

Io sono re. Per questo sono nato
Su questo brano del Vangelo bisogna avere le idee chiare per evitare di credere che il regno, di cui parlava Gesù davanti a Pilato e per cui fu condannato a morte, sia un regno unicamente spirituale, senza alcun risvolto temporale e alcuna incidenza sulla storia umana. Già questa festa, quando fu istituita, suscitò qualche obiezione. Il termine “Cristo re” non piaceva e non piace molto all’opinione pubblica, sia perché evoca tempi di monarchia da noi superati, sia perché richiama l’immagine dell’uomo - suddito. Il regno di Dio non è stato inaugurato con una dominazione militare, ma con l’arresto del suo re. Non è stato imposto con una solenne cerimonia, ma con un condannato a morte di croce. Cristo è fuggito quando lo cercavano a furor di popolo per farlo re, e si è dichiarato di essere tale davanti a Pilato, prigioniero e in balìa degli altri: “Io sono re”. Ma sappiamo perfettamente la sua idea: “I re dalla terra dòminano. Chi vuole essere il primo diventi l’ultimo, il servo di tutti”. Pilato capì che Gesù non negava la sua regalità. Ne fu più che convinto da giustificare il motivo della condanna a morte del Nazareno. Di fronte alla disapprovazione dei giudei, indispettito di come erano andate le cose, rispose: “Ciò che ho scritto, ho scritto”. Questo è conforme a quanto Gesù gli aveva detto precedentemente. “Tu lo dici: io sono re. Per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”. Di fronte alla mentalità giuridica e politica, Gesù rivela una funzione del tutto superiore, diversa, trascendente: la funzione di rendere testimonianza alla verità, alla verità che è fondamento di tutto. Ossia vuole portarci alla conoscenza, alla comunione con il suo Padre. “Per questo è nato, per questo è venuto” e per questo ha consumato tutta la sua vita per rivelare il volto del Padre. “Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”. In questo modo, davanti ai capi religiosi e politici, si introduce il vero re, che dirige la storia e questi è Gesù, il Nazareno. Nel suo essere innalzato sulla croce ci mostra l’amore del Padre, attira tutti a sé, vincendo il capo di questo mondo. I nemici che lo vogliono morto, sono strumento involontario e inconsapevole della sua regalità. Lo metteranno sul trono, dove si rivelerà sovrano su tutti, perché offre la sua vita per tutti.
Per festeggiare Cristo, re dell’universo, la Chiesa non ci propone il racconto di una teofania splendente. Ma, al contrario, questa scena straziante della passione secondo san Giovanni, in cui Gesù umiliato e in catene compare davanti a Pilato, onnipotente rappresentante di un impero onnipotente. Scena straziante in cui l’accusato senza avvocato è a due giorni dal risuscitare nella gloria, e in cui il potente del momento è a due passi dallo sprofondare nell’oblio. Chi dei due è re? Quale dei due può rivendicare un potere reale (Gv 19,11)? Ancora una volta, secondo il modo di vedere umano, non si poteva che sbagliarsi. Ma poco importa. I giochi sono fatti. Ciò che conta è il dialogo di questi due uomini. Pilato non capisce niente, né dei Giudei, né di Gesù (Gv 18,35), né del senso profondo del dibattito (Gv 18,38). Quanto a Gesù, una sola cosa conta, ed è la verità (Gv 18,37). Durante tutta la sua vita ha servito la verità, ha reso testimonianza alla verità. La verità sul Padre, la verità sulla vita eterna, la verità sulla lotta che l’uomo deve condurre in questo mondo, la verità sulla vita e sulla morte. Tutti campi essenziali, in cui la menzogna e l’errore sono mortali. Ecco cos’è essere re dell’universo: entrare nella verità e renderle testimonianza (Gv 8,44-45). Tutti i discepoli di Gesù sono chiamati a condividere la sua regalità, se “ascoltano la sua voce” (Gv 18,37). È veramente re colui che la libertà ha reso libero (Gv 8,32).

Approfondimento del Vangelo (Gesù è il Re Messia)
Il testo: In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

Per inserire il brano nel suo contesto: Questi pochi versetti ci aiutano ad entrare ancor più profondamente nel racconto della Passione e ci conducono quasi in intimità con Gesù, in un luogo chiuso, appartato, dove Egli si trova solo, faccia a faccia con Pilato: il pretorio. Qui viene interrogato, dà risposte, pone domande, continua a rivelare il suo mistero di salvezza e a chiamare a Sé. Qui Gesù si mostra come re e come pastore; qui è legato e incoronato nella condanna a morte, qui egli ci conduce ai pascoli verdeggianti delle sue parole di verità. Il brano fa parte di una sezione un po’ più ampia, compresa fra i vv. 28–40 e racconta il processo di Gesù davanti al governatore. Dopo una notte di interrogatori, di percosse, di scherni e tradimenti, Gesù è consegnato al potere romano ed è condannato a morte, ma proprio in questa morte Egli si rivela re e Signore, colui che è venuto a dare la vita, giusto per noi ingiusti, innocente per noi peccatori.

Per aiutare nella lettura del brano:
- vv.33-34: Pilato torna dentro il pretorio e inizia l’interrogatorio a Gesù, rivolgendogli la prima domanda: “Tu sei il re dei Giudei?”. Gesù non risponde subito direttamente, ma costringe Pilato a fare assoluta chiarezza su ciò che tale regalità significhi, lo fa andare nel profondo. Re dei Giudei significa Messia ed è in quanto Messia che Gesù viene giudicato e condannato.
- v.35: Pilato sembra rispondere con disprezzo nei confronti dei Giudei, i quali appaiono chiaramente come accusatori di Gesù, i sommi sacerdoti e il popolo, ognuno con la sua responsabilità, come si legge già nel prologo: “Venne tra i suoi, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Poi segue la seconda domanda di Pilato a Gesù: “Che cosa hai fatto?”, ma non avrà risposta.
- v.36: Gesù risponde alla prima domanda di Pilato e per tre volte usa l’espressione: “il mio regno”. Qui ci è offerta una spiegazione mirabile su cosa sia in realtà il regno e la regalità di Gesù: non è di questo mondo, ma del mondo futuro, non ha guardie o servitori per il combattimento, ma solo la consegna amorosa della vita nelle mani del Padre.
- v.37: L’interrogatorio ritorna sulla domanda iniziale, alla quale Gesù continua a dare risposta affermativa: “Io sono re”, ma spiegando anche la sua origine e la sua missione. Gesù è nato per noi, è stato mandato per noi, per rivelarci la verità del Padre, dalla quale abbiamo la salvezza e per permetterci di ascoltare la sua voce e di seguirla, facendo aderire ad essa tutta la nostra vita.

Un momento di silenzio orante: Sento che la Parola dell’Evangelo ha il potere di sottrarmi dal regno delle tenebre e di trasferirmi nel regno del Figlio, di Gesù; mi lascio rapire così, portare via così dalla volontà del Padre, dall’amore di Cristo e dalla luce dello Spirito. Entro nel pretorio, dunque, mi pongo in profondo ascolto di ogni parola che esce dalla bocca di Cristo e ripeto solamente: “Gesù, tu sei re!”.

Alcune domande: Che mi aiutino ad avvicinarmi al re, a corrergli incontro, ad adorarlo, a servirlo con tutto l’essere mio, ad ascoltarlo, a contemplarlo, a seguirlo dovunque Egli andrà, a difenderlo, a consegnare a Lui l’intera mia esistenza.
a) Osservo i movimenti di Pilato, mi faccio attento ai verbi che il Vangelo riferisce a lui, fin dal primo versetto e lo seguo, perché in questo momento è lui la guida verso Gesù, è lui che apre la strada per raggiungere il mio maestro, il mio re. “Entra di nuovo”, “chiama Gesù”, “parla con Gesù”. Il suo corpo, la sua mente, le sue parole sono rivolti a Gesù, alla ricerca di Gesù, al desiderio di un contatto con Gesù, anche se lui non è consapevole. Se penso alla mia vita, devo ammettere che non sempre sono disposto a tutto questo, che molte volte mi è difficile partire, uscire, entrare, domandare, chiamare, stare in dialogo con il Signore. Perché non faccio mia questa realtà, questa grazia, perché non entro anch’io nel pretorio, in questa piazza troppo quotidiana, forse, troppo squallida e inquinata, impura? Perché non vendo tutto e vado anch’io, così, dietro a Gesù?
b) Le parole che Gesù rivolge a Pilato sono molto forti, colpiscono subito al cuore, vanno al centro: “parli da te o parli con parole di altri?”; sembra quasi che mi chieda: “Sei proprio tu che mi cerchi, che mi conosci e mi ami?”. Il Signore desidera un rapporto personale con me, vuole incontrarmi in profondità, là dove nessun altro mai potrà arrivare; mi aspetta per uno scambio d’amore reciproco, faccia a faccia, cuore a cuore; Lui non sopporta le lontananze, le nebbie, le indifferenze. Dice infatti: “Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23) e: “Ti fidanzerò a me nella fedeltà” (Os 2,22), “farò con te un’alleanza eterna” (Ez 16,60). Quando sono con Lui, quando rimango nel suo abbraccio, nella sua parola, io parlo da me, parlo con il mio cuore, con la mia esperienza, o parlo sempre con parole di altri, con l’esperienza sentita da altri? Sono capace di entrare o di lasciarmi attirare in un rapporto vero, intenso, vitale, con il Signore? E se ho paura di questo, perché? Cosa c’è che mi separa da Lui, che mi tiene a distanza?
c) “Consegnato” è una delle parole più forti e sconvolgenti di questo brano e di tutto il Vangelo. Gesù si rivela a me anche come il consegnato, l’offerto, il donato e vive questa realtà in tutta la sua pienezza; incarna in sé questa parola divina per trasfigurarla, per renderla positiva anche per me. Consegnarsi al Padre e quindi a tutto ciò che Egli dispone nella nostra vita, non è perdersi, ma trovarsi, riconquistarsi, per Lui, giorno dopo giorno. Capisco tutto questo guardando a Gesù e seguendolo lungo le pagine della Scrittura. Mi soffermo su questa parola e cerco di mangiarla, di ruminarla e trattenerla nel mio cuore, mettendola a confronto con la mia vita, coi miei comportamenti di ogni giorno. Vedo che è un cammino lungo da percorrere, è una conversione, un cambiamento di rotta. Decido, in questo istante, dentro la grazia della Parola del Signore, di voltarmi indietro e di andare da Lui così, consegnandomi al suo amore, al suo abbraccio benedicente.
d) Per tre volte Gesù ripete che il suo regno “non è di questo mondo”, invitandomi, così, con forza a passare in un’altra realtà. Ancora una volta Lui mi sconvolge, proponendomi un altro mondo, un altro regno, un altro potere. È il regno dei cieli, ormai vicino, per il quale occorre convertirsi (Mt 4, 17); è il regno del Padre (Mt 6, 10); è un regno dove non ci sono scandali, inciampi gettati ai fratelli da fratelli, né iniquità (Mt 13, 41); dove il più grande è il più piccolo (Mt 18, 4); dove entra chi è povero (Mt 19, 23). Per vederlo e per entrare in esso occorre farsi nuovi, rinascere dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito (Gv 3, 3-5); occorre aspettarlo, conquistarlo, acquistarlo a prezzo di ogni altra ricchezza. È un regno senza violenza, senza potere. È diverso: il regno di Dio è totalmente nella luce, nella pace, nella dolcezza e nella vita, perché è “oltre”, è “al di là” di ciò che appare e si può costatare come realtà mondana. È, infine, il regno della mitezza e dell’amore, che giunge fino alla croce, come mi insegna Gesù in questi versetti. Mi vengono incontro altre sue parole, in questo momento: “Non potete servire due padroni” e sento che non posso appartenere a due regni; devo scegliere, devo amare l’uno o l’altro, devo camminare su una strada o su un’altra. Dove andrò? Verso dove decido di muovermi? Quale regno sto aspettando, con la speranza nel cuore?
e) La battuta finale del brano è stupenda: “Ascolta la mia voce”. È Gesù che parla e che si rivela come buon pastore, che, mentre dà la vita per le sue pecore, continua ancora, instancabile, a parlare loro con quelle sue parole d’amore che sono inconfondibili e inimitabili. Chi mai ha parlato così? Nessuno. “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv 10,27). Io, che corro tutto il giorno per le strade, che sono assorbito da mille lavori, impegni, incontri, dove volgo le orecchie?, a chi sto attento?, a chi penso?, chi aspetto, alla sera, quando sono stanco?, dove mi riposo? Io sono dalla Verità, che è Gesù o da dove prendo origine? Ogni mattina ricevo vita nuova, ma in realtà, da chi mi lascio generare?

Una chiave di lettura: Busso alla porta della Parola stessa, cerco nutrimento dai suoi seni stessi, come da una vera madre, per non staccarmi da Gesù, per aderire a Lui con tutto il mio essere e da Lui lasciarmi trasformare. Voglio farmi più vicino e penetrare più in profondità nella persona di Gesù, voglio riconoscerlo e conoscerlo, voglio amarlo come mio re e Signore.
- Gesù, il re legato e consegnato. Un verbo emerge con forza da queste righe, rimbalzando ripetutamente già dai primi versetti del racconto della Passione: è il verbo consegnare, pronunciato, qui, prima da Pilato e poi da Gesù. La “consegna del Cristo” è una realtà teologica, ma allo stesso tempo vitale, di estrema importanza, perché ci conduce lungo un cammino di sapienza e ammaestramento molto forte. Può essere utile ripercorrerlo, cercandone i segni lungo le pagine della Scrittura. Prima di tutto appare che è il Padre stesso a consegnare a noi il Figlio suo Gesù, come dono per tutti e per sempre. Leggo Rm 8,32: “Dio, che non risparmiò il suo proprio Figlio, ma lo consegnò per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?”. Allo stesso tempo, però, vedo che è Gesù stesso, nella suprema libertà del suo amore, nella più intima e totale fusione con la volontà del Padre, a consegnarsi per noi, a offrirci la sua vita; dice san Paolo: “Cristo ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi...” (Ef 5,2.25), ma mi ricordo anche di queste parole di Gesù: “Io offro la mia vita per le pecore; nessuno me la prende, ma la offro da me stesso” (Gv 10,18). Quindi, al di sopra e prima di ogni altra consegna, sta questa consegna volontaria, che è solamente consegna d’amore e di dono. Nei racconti evangelici appare subito la consegna malvagia da parte di Giuda, detto appunto il traditore, cioè il “consegnatore”, quello che disse ai sommi sacerdoti: “Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?” (Mt 26,15); vedi anche Gv 12,4; 18,2.5. In seguito sono i Giudei che consegnano Gesù a Pilato: “Se non fosse un malfattore non te l’avremmo consegnato” (Gv 18,30.35) e Pilato rappresenta le genti, come Egli aveva preannunziato: “Il Figlio dell’uomo... lo consegneranno ai pagani” (Mc 10,33). Infine Pilato lo riconsegna ai Giudei, perché sia crocifisso (Gv 19,16). Contemplo tutti questi passaggi, osservo il mio re legato, incatenato, come mi fa notare l’evangelista Gv sia in 18,12 che 18,24; mi metto in ginocchio, mi piego davanti a lui e chiedo al Signore che mi sia dato il coraggio di seguire questi passaggi drammatici, ma meravigliosi, che sono come un unico canto d’amore di Gesù per noi, il suo sì ribadito all’infinito per la nostra salvezza. Il Vangelo mi accompagna dolcemente dentro questa notte unica, nella quale Gesù è consegnato per me, come Pane, come Vita fatta carne, come amore condiviso in tutto. “Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva consegnato, prese del pane e disse: Questo è il mio corpo, che è per voi” (1Cor 11,23). E allora comprendo che per me, la felicità, è nascosta anche dentro queste catene, questi legami, con Gesù, con il gran re ed è nascosta in questi continui passaggi, di consegna in consegna, alla volontà, all’amore del Padre mio.
- Gesù, il re Messia. Torno di nuovo sul dialogo di Gesù con Pilato, su questo interrogatorio così misterioso e strano e in particolare noto che prima Pilato chiama Gesù “il re dei Giudei” e poi solo “re”, come se ci fosse un cammino, una comprensione sempre più piena e vera del Signore Gesù. “Re dei Giudei” è una formula usata con grande ricchezza di significato dal popolo ebraico del tempo e racchiude in sé il fondamento, il nucleo della fede e dell’attesa di Israele: essa significa, chiaramente, il Messia. Gesù è interrogato e giudicato riguardo al suo essere o non essere il Messia. Gesù è il Messia del Signore, il suo Unto, il suo Consacrato, è il servo, mandato nel mondo proprio per questo, per realizzare in Sé, nella sua persona e nella sua vita, tutte le parole dette dai profeti, dalla legge e dai salmi, riguardo a Lui. Parole di persecuzione, di sofferenza, di pianto, ferite e sangue, parole di morte per Gesù, per l’Unto del Signore, che è il nostro respiro, colui alla cui ombra vivremo fra le nazioni, come dice il profeta Geremia (Lam 4,20). Parole che raccontano di trabocchetti, di insurrezioni, congiure (Sal 2,2), lacci. Lo vediamo sfigurato, come uomo dei dolori; ormai irriconoscibile, se non da parte di quell’amore, che, come Lui, ben conosce il patire. “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù, che voi avete crocifisso!” (At 2,36). Sì, è un re legato, il mio, un re consegnato, buttato via, disprezzato; è un re unto per la battaglia, ma unto per perdere, per sacrificarsi, per essere crocifisso, immolato come agnello. Questo è il Messia: il re che ha come trono la croce, come porpora il suo sangue versato, come reggia i cuori degli uomini, poveri come Lui, ma fatti ricchi e consolati da una continua risurrezione. Questi sono i nostri tempi, i tempi della consolazione da parte del Signore, nei quali egli manda incessantemente il Signore Gesù, colui che egli ci ha destinato come Messia.
- Gesù, il re martire. “Sono venuto per rendere testimonianza alla verità”, dice Gesù, usando un termine molto forte, che racchiude in sé il significato di martirio, in greco. Il testimone è il martire, colui che afferma con la vita, col sangue, con tutto ciò che è e che ha, la verità in cui crede. Gesù testimonia la verità, che è la Parola del Padre (Gv 17,17) e per questa Parola egli dà la vita. Vita per vita, parola per parola, amore per amore. Gesù è l’Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio (Ap 3,14); in Lui c’è solo il sì, per sempre e da sempre e in questo sì Egli ci offre tutta la verità del Padre, di se stesso, dello Spirito e in questa verità, in questa luce, egli fa di noi il suo regno. “Quanti confidano in lui, comprenderanno la verità; coloro che gli sono fedeli vivranno presso di lui nell’amore” (Sap 3,8-9). Non cerco altre parole, ma rimango solamente presso il Signore, sul suo seno, come Giovanni, in quella notte; così egli diventa il mio respiro, il mio sguardo, il mio sì, detto al Padre, detto ai fratelli, come testimonianza d’amore. Lui è il fedele, Lui è il presente, Lui è la Verità che io ascolto e dalla quale mi lascio solo trasformare.

Dagli scritti
Dall’opuscolo «La preghiera» di Origéne, sacerdote
Venga il tuo regno
Il regno di Dio, secondo la parola del nostro Signore e Salvatore, non viene in modo da attirare l’attenzione e nessuno dirà: Eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio é in mezzo a noi (cfr. Lc 16,21), poiché assai vicina é la sua parola sulla nostra bocca e nel nostro cuore (cfr. Rm 10,8). Perciò, senza dubbio, colui che prega che venga il regno di Dio, prega in realtà che si sviluppi, produca i suoi frutti e giunga al suo compimento quel regno di Dio che egli ha in sé. Dio regna nell’anima dei santi ed essi obbediscono alle leggi spirituali di Dio che in essi abita. Così l’anima del santo diventa proprio come una città ben governata. Nell’anima dei giusti é presente il Padre e col Padre anche Cristo, secondo quell’affermazione: «Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Ma questo regno di Dio, che é in noi, col nostro instancabile procedere giungerà al suo compimento, quando si avvererà ciò che afferma l’Apostolo del Cristo. Quando cioè egli, dopo aver sottomesso tutti i suoi nemici, consegnerà il regno a Dio Padre, perché Dio sia tutto in tutti (cfr. 1Cor 15,24.28). Perciò preghiamo senza stancarci. Facciamolo con una disposizione interiore sublimata e come divinizzata dalla presenza del Verbo. Diciamo al nostro Padre che é in cielo: «Sia santificato il tuo nome; venga il tuo regno» (Mt 6,9-10). Ricordiamo che il regno di Dio non può accordarsi con il regno del peccato, come non vi é rapporto tra la giustizia e l’iniquità né unione tra la luce e le tenebre né intesa tra Cristo e Beliar (cfr. 2Cor 6,14-15). Se vogliamo quindi che Dio regni in noi, in nessun modo «regni il peccato nel nostro corpo mortale» (Rm 6,12). Mortifichiamo le nostre membra che appartengono alla terra (cfr. Col 3,5). Facciamo frutti nello Spirito, perché Dio possa dimorare in noi come in un paradiso spirituale. Regni in noi solo Dio Padre col suo Cristo. Sia in noi Cristo assiso alla destra di quella potenza spirituale che pure noi desideriamo ricevere. Rimanga finché tutti i suoi nemici, che si trovano in noi, diventino «sgabello dei suoi piedi» (Sal 98,5), e così sia allontanato da noi ogni loro dominio, potere ed influsso. Tutto ciò può avvenire in ognuno di noi. Allora, alla fine, «l’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte» (1 Cor 25,26). Allora Cristo potrà dire dentro di noi: «Dov’é, o morte, la tua vittoria? Dov’é, o morte, il tuo pungiglione?» (1Cor 15,55); cfr. Os 13,14). Fin d’ora perciò il nostro «corpo corruttibile» si rivesta di santità e di incorruttibilità; e ciò che é mortale cacci via la morte, si ricopra dell’immortalità del Padre (cfr. 1Cor 15,54). Così regnando Dio in noi, possiamo già godere dei beni della rigenerazione e della risurrezione (Cap. 25; PG 11, 495-499).

Orazione finale: Padre, ti lodo, ti benedico, ti ringrazio perché mi hai condotto insieme al tuo Figlio Gesù nel pretorio di Pilato, in questa terra straniera e ostile, eppure terra di rivelazione e di luce. Solo tu, con il tuo amore infinito, sai trasformare ogni lontananza e ogni buio in luogo di incontro e di vita. Grazie perché hai fatto sorgere il tempo santo della consolazione, nel quale mandi il tuo Agnello, seduto sul trono, come re immolato e vivente; il suo sangue è rugiada ristoratrice, è unzione di salvezza. Grazie perché Lui mi parla sempre e mi canta la tua verità, che è solo amore e misericordia; vorrei essere uno strumento nelle mani del re, di Gesù, per trasmettere a tutti le note consolatrici della tua Parola. Padre, ti ho ascoltato, oggi, in questo Vangelo, ma ti prego, fa’ che le mie orecchie non si stacchino mai da te, dal tuo Figlio, dal tuo Spirito. Fammi rinascere, così, dalla verità, per essere testimone della verità.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
II DOMENICA DI AVVENTO
“I FIGLI DEL REGNO”


Letture:
Is 19,18-24
Sal 86
Ef 3,8-13
Mc 1,1-8

I figli del regno
Gli uomini attendono sempre una notizia buona, risolutiva, piena di speranza. Ecco oggi l’annuncio: “Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio”. Il Vangelo è questa buona notizia attesa, portata da quel Cristo, il Messia, promesso come definitivo Salvatore, perché è il Figlio stesso di Dio. Paolo ne era molto orgoglioso: “A me è stata concessa questa grazia: annunciare alle genti le imperscrutabili ricchezze di Cristo” (Epist.). Si tratta di “un progetto eterno, .. per illuminare tutti sulla attuazione del mistero nascosto da secoli in Dio, creatore dell’universo” (Epist.). Che cosa è questo progetto e come si attua?
Il progetto eterno: Il sogno eterno di Dio è quello di offrire ad ogni uomo “la libertà di accedere a Dio in piena fiducia mediante la fede in Cristo, e per mezzo della Chiesa sia così manifestata la multiforme sapienza di Dio” (Epist.). Tutti gli uomini hanno bisogno di Dio e lo cercano in tante forme religiose, sempre sincere ma non sempre vere, con una immagine di Dio a volte ambigua e falsa. Dio allora un giorno decise di rendersi personalmente conoscibile: è la vicenda storica di Israele quale strumento di segnalazione a tutti i popoli del vero volto di Dio: “Ci sarà un altare dedicato al Signore in mezzo alla terra d’Egitto. Israele sarà il terzo con l’Egitto e l’Assiria, una benedizione in mezzo alla terra” (Lett.). Tutti gli uomini sono invitati a divenire cittadini della Casa di Dio in Gerusalemme: “Il Signore registrerà nel libro dei popoli: Là costui è nato. E danzando canteranno: Sono in te tutte le mie sorgenti” (Sal. resp.). Ma Israele era solo preparazione, al cui vertice sta Giovanni Battista che addita a dito il Messia promesso nella persona umana di Gesù di Nazaret: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, egli prepareà la tua via”. Il Battista sarà esplicito: “Io non sono il Cristo” (Gv 1,20). “Viene dopo di me colui che è più forte di me. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà il Spirito Santo”. Cioè sarà lui a portare a compimento la comunicazione di Dio ad ogni uomo. “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto grazia su grazia” (Gv 1,17.16). Spetta poi alla Chiesa, dopo l’effusione di Pentecoste, portare lo Spirito a tutti gli uomini: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). Agli Apostoli è comandato: “Riceverete la forza dello Spirito, e di me sarete testimoni fino ai confini della terra” (At 1,8). Non è stato facile aprire la Chiesa oltre il primitivo cerchio degli ebrei convertiti. “I fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo” (At 10,45). Pietro ha dovuto convincersene: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, il dono dello Spirito Santo?” (At 10,47). “Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita” (At 11,18). Ecco che cosa è “il vangelo - cioè la bella notizia - di Gesù Cristo, Figlio di Dio”.
La conversione: Certo, all’iniziativa di Dio deve corrispondere la conversione: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”. È richiesto anche un gesto che dica l’autentico cambiamento: “Giovanni battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. La gente attenta corre all’annuncio di una salvezza: “Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati”. Ecco: un atteggiamento interiore, sancito da un gesto oggettivo esterno. Dice come la salvezza ora sia azione di Dio su un cuore che si apre a riceverla. Chiariamo che significa perdono dei peccati e conversione. L’annuncio del Giovanni Battista si concretizza in un indice puntato su Gesù: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29). La novità è la bella notizia del perdono di Dio, la manifestazione della sua misericordia, la disponibilità di Dio a ricominciare da capo e sempre un rapporto nuovo con noi. Gesù dirà di sé: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati.. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori” (Mt 9,12-13). Ecco il punto: non è che Dio perdoni perché ci siamo convertiti; il suo perdono precede la nostra conversione e la rende salvifica. Proprio perché Dio sempre perdona, noi possiamo convertirci a Lui. Dice oggi il prefazio: “Nell’umanità del tuo Figlio hai ricreato l’uomo perché la morte non deformasse in lui la tua immagine viva. È grazia della tua pietà che ci salva: dalla carne di Adamo il peccato ci aveva dato la morte, dalla carne di Cristo il tuo amore infinito ci ha riplasmato alla vita”. Convertirsi significa ritornare all’amore di Dio. Peccare, in ebraico, significa “fallire il bersaglio”. Peccatore è chi non raggiunge il suo fine, come una freccia che manca il segno. Siccome il fine dell’uomo è amare Dio come è amato da Lui, il peccato è rottura di questa relazione con Dio, è incapacità d’amare, o rifiuto di rispondere all’amore di Dio. Conversione è orientare la vita (in greco è “metanoia”, mutar testa, mutar direzione), indirizzandola su Dio e la sua promessa. È, in sostanza, ritornare a lasciarsi amare da Dio!
Forse siamo tentati di dire: il Signore ha promesso, il Signore viene... ma che cosa cambia? No, non sono venute meno l’onnipotenza e l’efficienza di Dio; ma la loro efficacia è legata alla nostra libera risposta, che Dio non può e non vuole scavalcare. Scrive san Pietro: “Il Signore non ritarda nel compiere la sua promessa, anche se alcuni parlano di lentezza. Egli invece è magnanimo con voi perché non vuole che alcuno si perda, ma che tutti abbiano modo di pentirsi” (2Pt 3,9). Fiduciosi nella sua giustizia, scadenzata al ritmo della misericordia, ci sforziamo di farci trovare sempre pronti ad ogni sua venuta. Un’altra volta il Natale rievoca la permanente disponibilità di Dio a ripercorrere le strade degli uomini - gli uomini di oggi - chiamati tutti alla salvezza che viene offerta per il tramite dei Misteri cristiani.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: sabato 1 dicembre 2012   Mer Nov 28, 2012 10:11 am

SABATO 1° DICEMBRE 2012

SABATO DELLA XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO PARI


Preghiera iniziale: Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza, ottengano in misura sempre più abbondante i doni della tua misericordia.

Letture:
Ap 22,1-7 (Non vi sarà più notte perché il Signore Dio li illuminerà)
Sal 94 (Marána tha! Vieni, Signore Gesù!)
Lc 21,34-36 (Vegliate, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere)

“Vieni, Signore Gesù”
C’è un annuncio di salvezza e di vittoria nell’Apocalisse: da Gerusalemme, immagine della Chiesa, sgorga la sorgente di una fecondità nuova e prodigiosa, è il trionfo definitivo della Vita e della Luce. È il trionfo di Cristo, garanzia di vittoria per tutti i credenti: “Ecco, Io verrò presto!”. Siamo così fortificati nella speranza e nella fede e introdotti nel tempo che ci proietta verso la sua venuta, verso l’Avvento. Il cristiano, illuminato dalla fede e sorretto dalla speranza non si “appesantisce” in ubriachezze e affanni perché è costantemente proiettato ed attratto dai beni che valgono per l’eternità. Il tempo che vive e quello che attende e che verrà, non lo coglie mai di sorpresa e tanto meno lo spaventa. Le scelte, le rinunce, il costante orientamento verso il vero bene, sono possibili solo se la preghiera ci ricongiunge al Signore, che ci illumina e ci fortifica e mai desistiamo dall’essere vigilanti. Il mondo che ci circonda, spesso ci tenta e ci affascina, il mondo di Dio, sembra tanto lontano da apparire irraggiungibile, mai però dobbiamo dimenticare che è la nostra mèta e la nostra felicità ultima.
Le parole di Gesù ci chiedono di essere pronti e vigilanti: l’ultimo giorno è vicino. Dunque bisogna prepararsi ad esso. Questo avvertimento ci ricorda che esiste la Verità e che la nostra vita ha un senso profondo. Questa Verità è precisamente nostro Signore, che dà un fondamento alla nostra esistenza e che con la sua grazia illumina il nostro essere interiore. È a motivo di questo dono e del suo appello che è necessario che rimaniamo pronti e vigilanti. Per questa ragione, il dovere della vigilanza è un imperativo primordiale in vista del mondo futuro. Ogni uomo ha il dovere di preoccuparsi della sua vita personale, in modo che la morte non lo colga in stato di peccato mortale. L’avvertimento, l’esortazione che costituisce questo brano di Vangelo si applica anche alla nostra situazione presente, all’importanza, al significato e al valore del tempo che viviamo. Per comprendere nel modo giusto la fine del mondo, è necessario che non perdiamo di vista questo: il regno di Dio (il regno di Gesù) arriverà domani e la prossimità della sua venuta comporta un sovrappiù di tentazioni e un combattimento più grande; ma essa ci porta nello stesso tempo la speranza di avere parte alla risurrezione di Cristo. Nella nostra esistenza quaggiù, siamo simultaneamente portatori di segni di morte e di risurrezione. Per questo dobbiamo essere attenti alla parola di Gesù e impregnare di essa la nostra esistenza per non correre il rischio di essere condannati al momento del giudizio finale.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”.

Riflessione:
- Stiamo giungendo alla fine del lungo discorso apocalittico ed anche alla fine dell’anno ecclesiastico. Gesù dà un ultimo consiglio, invitandoci alla vigilanza (Lc 21,34-35) ed alla preghiera (Lc 21,36).
- Luca 21,34-35: Attenzione a non perdere la coscienza critica. “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazione, ubriacature e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso, come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra”. Un consiglio simile Gesù l’aveva già dato quando gli chiesero dell’avvento del Regno (Lc 17,20-21). Lui rispose che l’avvento del Regno avviene come un lampo. Improvvisamente, senza preavviso. Le persone devono stare attente e preparate, sempre (Lc 17,22-27). Quando l’attesa è lunga, corriamo il pericolo di essere distratti e di non fare attenzione agli avvenimenti della vita “i cuori si appesantiscono in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Oggi, le molte distrazioni ci rendono insensibili e la propaganda può perfino cambiare in noi il senso della vita. Lontani dalla sofferenza di tanta gente nel mondo, non ci rendiamo conto delle ingiustizie che si commettono.
- Luca 21,36: Preghiera, fonte di coscienza critica e di speranza. “Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo”. La preghiera costante è un mezzo assai importante per non perdere la presenza di spirito. Approfondisce nel nostro cuore la consapevolezza della presenza di Dio in mezzo a noi e, così, ci dà forza e luce per sopportare i giorni brutti e crescere nella speranza.
- Riassunto del Discorso Apocalittico (Lc 21,5-36). Abbiamo trascorso cinque giorni, da martedì ad oggi sabato, meditando ed approfondendo il significato del Discorso Apocalittico per la nostra vita. Tutti e tre i vangeli sinottici riportano questo discorso di Gesù, ognuno a modo suo. Cerchiamo di vedere da vicino la versione che il vangelo di Luca ci offre. Qui diamo un breve riassunto di ciò che abbiamo potuto meditare in questi cinque giorni. Tutto il Discorso Apocalittico è un tentativo di aiutare le comunità perseguitate a collocarsi nell’insieme del piano di Dio e cosi avere speranza e coraggio per continuare il cammino. Nel caso del Discorso Apocalittico del vangelo di Luca, le comunità perseguitate vivevano nell’anno 85. Gesù parlava nell’anno 33. Il suo discorso descrive le tappe o i segnali della realizzazione del piano di Dio. In tutto sono 8 i segnali e i periodi da Gesù fino ai nostri tempi. Leggendo e interpretando la sua vita alla luce dei segnali dati da Gesù, le comunità scoprivano a che altezza si trovava l’esecuzione del piano. I primi sette segnali erano già avvenuti. Appartenevano tutti al passato. Sopratutto il 6º e il 7º segnale (persecuzione e distruzione di Gerusalemme) le comunità trovano l’immagine o lo specchio di ciò che stava avvenendo nel loro presente. Ecco gli otto segnali:
a) Introduzione al Discorso (Lc 21,5-7);
b) 1º segnale: i falsi messia (Lc 21,8);
c) 2º segnale: guerra e rivoluzioni (Lc 21,9);
d) 3º segnale: nazioni che lottano contro altre nazioni, un regno contro un altro regno (Lc 21,10);
e) 4º segnale: terremoti in diversi luoghi (Lc 21,11);
f) 5º segnale: fame, peste e segni nel cielo (Lc 21,11);
g) 6º segnale: persecuzione dei cristiani e missione che devono svolgere (Lc 21,12-19) + Missione;
h) 7º segnale: distruzione di Gerusalemme (Lc 21,20-24); giungendo a questo 7º segnale le comunità concludono: “Siamo nel 6° e nel 7° segnale”. E questa è la domanda più importante: “Quanto manca alla fine?”. Chi è perseguitato non ne vuole sapere di un futuro distante. Ma vuole sapere se sarà vivo il giorno dopo o se avrà la forza per sopportare la persecuzione fino al giorno seguente. La risposta a questa domanda inquietante viene nell’ottavo segnale:
i) 8º segnale: cambiamenti nel sole e nella luna (Lc 21,25-26) annunciano la venuta del Figlio dell’Uomo. (Lc 21,27-28).
j) Conclusione: manca poco, tutto è secondo il piano di Dio, tutto è dolore da parto, Dio è con noi. È possibile sopportare. Cerchiamo di testimoniare la nostra fede nella Buona Novella di Dio, annunciataci da Gesù. Alla fine, Gesù conferma tutto con la sua autorevolezza (Lc 21,29-33).

Per un confronto personale:
- Gesù chiede vigilanza per non lasciarci sorprendere dai fatti. Come vivo questo consiglio di Gesù?
- L’ultimo avvertimento di Gesù, alla fine dell’anno ecclesiastico è questo:Vegliate e pregate in ogni momento. Come vivo questo consiglio di Gesù nella mia vita?

Preghiera finale: Grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei. Nella sua mano sono gli abissi della terra, sono sue le vette dei monti. Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra (Sal 94).
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MessaggioOggetto: domenica 2 dicembre 2012   Mer Nov 28, 2012 10:17 am

DOMENICA 2 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO C
I DOMENICA DI AVVENTO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché Egli ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con che Tu la hai letta peri discepoli nella strada de Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu gli aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e morte. Così, la croce che sembrava d’essere la fine de ogni speranza, è apparsa a loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella Creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, sopratutto nei poveri e sofferenti. La tua parola ci oriente finché anche noi, come i due discepoli de Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi Ti chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci ha rivelato il Padre e inviato il tuo Spirito. Amen.

Letture:
Ger 33,14-16 (Farò germogliare per Davide un germoglio giusto)
Sal 24 (A te, Signore, innalzo l’anima mia, in te confido)
1Tes 3,12-4,2 (Il Signore renda saldi i vostri cuori al momento della venuta di Cristo)
Lc 21,25-28.34-36 (La vostra liberazione è vicina)

Mostraci, Signore la tua misericordia
Per molti l’avvenire è motivo di affanno, di tristezza e di paure: significa solo la perdita di faticose conquiste e la distruzione di un passato conquistato a fatica per essere poi proiettati nel baratro della morte. Per chi vive nella fede però è invece sorgente di speranza. “Ecco verranno giorni nei quali Io realizzerò le promesse”, proclama il Signore. Non si tratta però di promesse generiche; quella che ascoltiamo oggi è la realizzazione della promessa per eccellenza. Riguarda la realizzazione del suo disegno universale di salvezza, mediante l’incarnazione del Verbo. È il preannuncio del Natale! San Paolo in questa prospettiva di fede ci esorta ad abbondare nell’amore vicendevole, per essere saldi e irreprensibili nella santità, memori di quell’Amore che sta per essere riversato su di noi. Gli stessi “segni”, di cui poi ci parla l’Evangelista Luca, ci appaiono non tanto nella loro incomprensibile realtà catastrofica, quanto nell’intensità del “giorno del Signore”, che ci si manifesta nella nostra realtà umana. Gli sconvolgimenti allora saranno più di ordine morale nel ristabilimento della giustizia e della pace che di ordine fisico. È appunto un avvento ed un evento di strepitosa potenza d’amore divino quello che attendiamo e che vogliamo rivivere come venuta del Signore tra noi. È la salvezza quello che attendiamo, quella che non siamo in grado di produrre per via umana e che solo Dio può realizzare. La vigilanza e la preghiera ci occorrono per accogliere il Salvatore, ma anche per poter godere dei frutti della salvezza e sfuggire definitivamente alle insidie del male.
Il Vangelo di Luca è indirizzato ai cristiani della sua epoca ma anche a quelli di tutti i tempi, che devono vivere nella fede del Signore in mezzo al mondo. Sono parole di consolazione e di speranza, di fronte alle tribolazioni e alle tristezze della vita. Gli stessi avvenimenti che disorientano gli uomini saranno per i cristiani il segno che l’ora della salvezza si avvicina. Dietro tutte le peripezie, per quanto dolorose possano essere, essi potranno scoprire il Signore che annuncia la sua venuta, la sua redenzione, e l’inizio di una nuova era. La venuta del Signore non è considerata come una cosa vicina nel tempo. I cristiani devono pensare che la storia duri a lungo, fino alla creazione definitiva del Regno di Dio. È necessario dunque che essi abbiano un’attitudine paziente di fronte alle avversità, e perseverante nel cammino che li conduce alla vita piena. Così, il vangelo mette in guardia contro il pericolo di rilassarsi nel quotidiano. Bisogna restare vigili, in preghiera, e chiedere forza, perché ogni affanno terreno smussa i cuori, distrae il pensiero e impedisce di vivere, senza angoscia né sorpresa, l’attesa gioiosa del Signore che è misericordia e vita nuova.

Approfondimento del Vangelo (Inizio dei nuovi tempi)
Il testo: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande. Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Chiave di lettura: Il testo liturgico di questa domenica ci porta a meditare il discorso di Gesù sulla fine del mondo. Oggi, quando si parla di fine del mondo, le reazioni sono assai variegate. Alcuni hanno paura. Altri rimangono indifferenti. Altri cominciano a vivere più seriamente. Ed altri ancora, quando sentono una notizia terribile, dicono: “La fine del mondo è vicina!”. E tu? Hai un’opinione al riguardo? Come mai all’inizio dell’anno liturgico, in questa prima domenica di Avvento, la Chiesa ci confronta con la fine della storia? Avendo in testa queste domande, cerchiamo di leggere il testo in modo che ci interpelli e ci interroghi. Durante la lettura faremo lo sforzo di prestare attenzione non a ciò che causa timore, bensì a ciò che produce speranza.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 21,25-26: Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle.
- Luca 21,27: Il Figlio dell’Uomo verrà su una nube.
- Luca 21,28: La speranza che rinasce nel cuore.
- (Luca 21,29-33: La lezione della parabola dell’albero di fichi).
- Luca 21,34-36: Esortazione alla vigilanza.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Che sentimento hai avuto durante la lettura? Di paura o di pace? Perché?
b) Hai trovato nel testo qualcosa che ti ha dato speranza e coraggio?
c) Cos’è che oggi spinge la gente ad avere speranza e a resistere?
d) Perché mai all’inizio dell’Avvento la Chiesa ci confronta con la fine del mondo?
e) Cosa rispondere a coloro che dicono che la fine del mondo è vicina?
f) Come capire l’immagine della venuta del Figlio dell’Uomo su una nube?

Una chiave di lettura per coloro che volessero approfondire il tema.
a) Il contesto del discorso di Gesù: Il testo del Vangelo di questa domenica (Lc 21,25-28.34-36) fa parte del così detto “discorso escatologico” (Lc 21,8-36). Nel Vangelo di Luca, questo discorso è presentato come la risposta di Gesù ad una domanda dei discepoli. Davanti alla bellezza e alla grandezza del tempio e della città di Gerusalemme, Gesù aveva detto: “Non rimarrà pietra su pietra!” (Lc 21,5-6). I discepoli volevano che Gesù desse loro maggiori informazioni su questa distruzione del tempio e chiedevano: “Quando succederà questo, Maestro, e quali saranno i segnali che indicheranno che ciò sta per accadere?” (Lc 21,7). Obiettivo del discorso: aiutare a discernere gli avvenimenti. Nel tempo di Gesù (anno 33), di fronte a disastri, guerre e persecuzioni, molta gente diceva: “La fine del mondo è vicina!”. Le comunità del tempo di Luca (anno 85) pensavano lo stesso. Inoltre, durante la distruzione di Gerusalemme (anno 70) e della persecuzione dei cristiani che durava ormai da 40 anni, c’era chi diceva: “Dio non controlla più gli eventi della vita! Siamo perduti!”. Per questo la preoccupazione principale del discorso è quella di aiutare i discepoli e le discepole a discernere i segni dei tempi per non essere ingannati da queste conversazioni della gente sulla fine del mondo: “Attenzione a non lasciarvi ingannare!” (Lc 21,8). Il discorso offre diversi segnali per aiutarci a discernere. Sei segnali per aiutarci a discernere gli eventi della vita. Dopo una breve introduzione (Lc 21,5), comincia il discorso propriamente detto. In stile apocalittico, Gesù enumera gli eventi che servono da segnali. È bene ricordare che Gesù viveva e parlava nell’anno 33, ma che i lettori di Luca vissero ed ascoltarono le parole di Gesù attorno all’anno 85. Tra l’anno 33 e l’anno 85, successero molte cose da tutti conosciute, per esempio: la distruzione di Gerusalemme (anno 70), le persecuzioni, le guerre ovunque, alcuni disastri naturali. Il discorso di Gesù annuncia questi eventi come cose che dovranno succedere nel futuro. Ma le comunità le considerano cose del passato, già avvenute:
1) Primo segnale: i falsi messia che diranno: “Sono io! Il tempo è vicino!” (Lc 21,8);
2) Secondo segnale: guerra e rumori di guerra (Lc 21,9);
3) Terzo segnale: una nazione che si alza contro un’altra (Lc 21,10)
4) Quarto segnale: terremoti, fame e peste ovunque (Lc 21,11);
5) Quinto segnale: persecuzione contro coloro che annunciano la parola di Dio (Lc 21,12-19);
6) Sesto segnale: assedio e distruzione di Gerusalemme (Lc 21, 20-24).

Le comunità cristiane dell’anno 85 nell’udire l’annuncio di Gesù potevano concludere: “Tutte queste cose sono già accadute o stanno accadendo! Tutto questo si svolge secondo un piano previsto da Gesù! Quindi la storia non sfugge dalle mani di Dio”! Soprattutto per quanto riguarda il 5° ed il 6° segnale potrebbero dire: “È ciò che stiamo vivendo oggi! Siamo già nel 6° segnale!”. E dopo viene la domanda: Quanti segnali mancano prima che venga la fine? Di tutte queste cose, apparentemente molto negative, Gesù disse nel vangelo di Marco: “Sono appena l’inizio dei dolori del parto!” (Mc 13,8). I dolori del parto, pur se molto dolorosi per una madre, non sono segnali di morte, bensì di vita! Non sono motivo di timore, ma di allegria e di speranza! Questo modo di leggere i fatti dà tranquillità alle persone. Come vedremo, Luca esprimerà la stessa idea, ma con altre parole (Lc 21,28). Dopo questa prima parte del discorso (Lc 21,8-24) vediamo il testo che ci viene presentato nel vangelo della Messa della prima domenica d’Avvento:

b) Commento del testo:
- Luca 21,25-26: Segnali nel sole, nella luna e nelle stelle. Questi due versi descrivono tre fenomeni cosmici: (1) “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle”; (2) “Il fragore del mare e dei flutti”; (3) “Le potenze dei cieli saranno sconvolte”. Negli anni 80, epoca in cui Luca scrive, questi tre fenomeni non si erano manifestati. Le comunità potevano affermare: “Questo è il settimo ed ultimo segnale che manca prima della fine!”. A prima vista, questo settimo segnale sembra più terribile dei precedenti, poiché Luca dice che suscita angoscia e causa timore negli uomini e nelle nazioni. Nella realtà, malgrado la sua apparenza negativa, queste immagini cosmiche suggeriscono qualcosa di molto positivo, e cioè, l’inizio della nuova creazione che sostituirà l’antica creazione (cfr. Ap 21,1). È l’inizio del nuovo cielo e della nuova terra, annunciati da Isaia (Is 65,17). Introducono la manifestazione del Figlio di Dio, l’inizio di tempi nuovi.
- Luca 21,17: L’arrivo del Regno di Dio e la manifestazione del Figlio dell’Uomo. Questa immagine viene dalla profezia di Daniele (Dn 7,1-14). Daniele dice che dopo le disgrazie causate da quattro regni di questo mondo (Dn 7,1-8), verrà il Regno di Dio (Dn 7,9-14). Questi quattro regni, tutti, hanno sembianza animalesca: leone, orso, pantera e bestia feroce (Dn 7,3-7). Sono regni animaleschi. Tolgono vita alla vita (fino ad oggi!). Il Regno di Dio appare con l’aspetto del Figlio dell’Uomo, cioè, con l’aspetto umano della gente (Dn 7,13). È un regno umano. Costruire questo regno che umanizza, è compito delle comunità cristiane. È la nuova storia, la nuova creazione, alla cui realizzazione dobbiamo collaborare.
- Luca 21,28: Una speranza che nasce nel cuore. Nel Vangelo di Marco Gesù diceva: “È appena l’inizio dei dolori del parto!” (Mc 13,8). Qui, nel Vangelo di Luca, dice: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina!”. Questa affermazione indica che l’obiettivo del discorso non è quello di causare paura, bensì suscitare speranza ed allegria nel popolo che stava soffrendo a causa della persecuzione. Le parole di Gesù aiutavano (ed aiutano) le comunità a leggere i fatti con lenti di speranza. Devono avere paura coloro che opprimono e sfruttano il popolo. Loro, sì, devono sapere che il loro imperio è terminato.
- Luca 21,29-33: La lezione della parabola del fico. Quando Gesù invita a guardare il fico, Gesù ci chiede di analizzare i fatti che stanno accadendo. È come se dicesse: “Dal fico dovete imparare a leggere i segni dei tempi e così poter scoprire dove e quando Dio entra nella vostra storia!”. E termina la lezione della parabola con queste parole: “Il cielo e la terra passeranno; ma le mie parole non passeranno!”. Mediante questa frase molto conosciuta Gesù rinnova la speranza ed allude di nuovo alla nuova creazione che era già in atto.
- Luca 21, 34-36: Esortazione alla vigilanza. Dio giunge sempre! La sua venuta avviene quando meno si aspetta. Può succedere che Lui venga e la gente non si renda conto dell’ora della sua venuta (cfr. Mt 24,37-39). Gesù dà consigli alla gente, in modo da stare sempre attenti: (1) evitare ciò che possa turbare ed appesantire il cuore (dissipazioni, ubriachezze ed affanni della vita); (2) pregare sempre chiedendo la forza per continuare ad attendere in piedi la venuta del Figlio dell’uomo. Detto con altre parole, il discorso chiede un duplice atteggiamento: da un lato, la vigilanza sempre attenta di colui che è sempre accorto, e dall’altro la tranquillità serena di colui che sta in pace. Questo atteggiamento è segno di molta maturità, poiché combina la coscienza della serietà dell’impegno e la coscienza della relatività di tutto.

c) Ulteriori informazioni per poter capire meglio il testo:
- Quando avverrà la fine del mondo. Quando diciamo “Fine del mondo”, di che mondo stiamo parlando? La fine del mondo di cui parla la Bibbia o la fine di questo mondo, dove regna il potere del male che schiaccia ed opprime la vita? Questo mondo di ingiustizia avrà una fine. Nessuno sa come sarà il nuovo mondo, poiché nessuno può immaginare ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9). Il nuovo mondo della vita senza morte (Apoc 21,4) oltrepassa tutto, come l’albero supera il suo seme (1 Cor 15,35-38). I primi cristiani erano ansiosi e desideravano sapere il quando di questa fine (2 Ts 2,2; Atti 1,11). Ma “non tocca a voi conoscere i tempi ed i momenti che il Padre fissò con la sua autorità” (Atti 1,7). L’unico modo per contribuire alla fine “e ci venga dato da Dio il tempo del refrigerio” (Atti 3,20) è rendere testimonianza al Vangelo in ogni momento ed ogni azione, fino ai confini della terra (Atti 1,8).
- Il nostro tempo! Il tempo di Dio! “Perché nessuno conosce né il giorno, né l’ora: nemmeno gli angeli del cielo, nemmeno il Figlio, ma solo il Padre” (Mc 13,32; Mt 24,36). È Dio che determina l’ora della fine. Il tempo di Dio non si misura con il nostro orologio o calendario. Per Dio, un giorno può essere uguale a mille anni, e mille anni uguali a un giorno (Sl 90,4; Pt 3,8). Il tempo di Dio scorre indipendentemente da noi. Noi non possiamo interferire con esso, ma dobbiamo essere preparati per il momento in cui l’ora di Dio si rende presente nel nostro tempo. Ciò che dà sicurezza, non è sapere l’ora della fine del mondo, bensì la Parola di Gesù presente nella vita. Il mondo passerà, ma la sua parola non passerà (cfr. Is 40,7-8).
- Il contesto in cui si trova il nostro testo nel Vangelo di Luca. Per noi del XXI secolo, il linguaggio apocalittico è strano, difficile e confuso. Ma per la gente di quel tempo era il modo di parlare che tutti capivano. Esprimeva la certezza testarda della fede dei piccoli. Malgrado tutto e contro tutte le apparenze, loro continuavano a credere che Dio è il Signore della storia. L’obiettivo principale del linguaggio apocalittico è animare la fede e la speranza dei poveri. Al tempo di Luca, molta gente delle comunità pensava che la fine del mondo era vicina e che Gesù sarebbe ritornato. Per questo c’erano persone che non lavoravano più: “Perché lavorare, se Gesù ritornerà?” (cfr. 2Ts 3,11). Altri rimanevano a guardare il cielo, aspettando il ritorno di Gesù sulle nubi (cfr. Atti 1,11). Il discorso di Gesù indica che nessuno sa l’ora dell’ultima venuta. Oggi succede la stessa cosa! Alcuni aspettano tanto la venuta di Gesù che non ne percepiscono la presenza in mezzo a noi, nelle cose e nei fatti di ogni giorno.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello, che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola, Tu che vivi e regna con il Padre nell’unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
III DOMENICA DI AVVENTO
LE PROFEZIE ADEMPIUTE


Letture:
Is 45,1-8
Sal 125
Rm 9,1-5
Lc 7,18-28

Le profezie adempiute
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”, è la perplessità del Battista e forse la nostra stessa domanda: Questo Gesù, questa Chiesa, questo Vangelo è davvero ciò che Dio ha progettato per la salvezza del mondo, o ci vuol ben altro?! Promesse di giustizia e pace, progetti di riforme, e forse anche tanti sforzi e tante generosità riempiono la storia di duemila anni di Cristianesimo; ma con quali risultati? Siamo qui ancora per questo Natale a invocare: “Stillate, cieli, dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia” (Rorate coeli desuper) (Lett.). Ai dubbi di Giovanni Battista, Gesù risponde: Guarda i fatti; piccoli, discreti, ma che cambiano la vita. Dicono che il Messia promesso ora è qui e inizia la trasformazione del mondo. Bisogna saper leggere l’agire di Dio nella storia e il suo modo specifico di operare.
Le perplessità: Giovanni si aspettava un Messia un po’ giustiziere; e si trova un salvatore tutto tenero coi peccatori! Forse anche - come molti allora - un Messia che avrebbe cambiato l’assetto sociale con lo sbaragliare i Romani occupanti. L’operare di Gesù è più personalizzato: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciata la buona notizia”. Del resto proprio questo era stato annunciato del messia dai Profeti. Gesù stesso un giorno nella sinagoga di Nazaret, leggendo queste pagine profetiche, dichiarerà esplicitamente: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che che voi avete ascoltato” (Lc 4,21). Cioè il Messia promesso sono proprio io! Anche le nostre perplessità nascono da un modo diverso di pensare la salvezza di Dio. Di fronte all’ingiustizia e a tanta malvagità che ribolle nel mondo, ci viene spontaneo dire: perché Dio non fa un po’ di pulizia, non fa giustizia e lascia prosperare i malvagi? “Vuoi che andiamo a raccoglierla”, la zizzania? (Mt 13,28). Giustizia subito! Aspettiamo il momento della mietitura, e allora farò giustizia! - dice il Signore. Il regno non fa fracasso, lavora nei cuori: “Il regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione, e nessuno dirà: Eccolo qui, oppure: Eccolo là. Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!” (Lc 17,20-21). Sa lui, Dio, guidare le cose a suo modo. Persino usare - riferisce la pagina di Isaia - del re pagano Ciro per dar libertà al suo popolo esiliato: “perché sappiano dall’oriente all’occidente che non c’è nulla fuori di me. Io sono il Signore, non ce n’è altri”. Anche Paolo rimane sconcertato di fronte all’apostasia dei suoi “consanguinei secondo la carne”, che pure hanno “l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne” (Epist.). più favoriti di così? Quale mistero il loro rifiuto del Messia! Ma sa Dio il perché, porta avanti lui un suo disegno: “A causa della loro caduta la salvezza è giunta alle genti” (Rm 11,11). Alcuni rami sono stati tagliati per esservi innestato fra loro l’olivo selvatico, diventando così partecipe della linfa e della radice che è santa (cfr. Rm 11,16-18).
Dio è fedele: Allora si tratta di credere che Dio è fedele alle promesse fatte e le sa realizzare - a suo modo! “Beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!”. Per noi la prova è ciò che ha realizzato nel suo Cristo: l’uomo che si è fidato del Padre fino all’obbedienza della croce, e proprio “per questo Dio lo esaltò e gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome, e ogni lingua proclami: Gesù Cristo è Signore!” (Fil 2,9-11). Tutta la sua missione è stata la realizzazione di un disegno divino ben programmato che in Cristo è giunto al suo compimento: “Non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). Così, rispetto al precedente, il regno istaurato da Cristo costituisce un grande salto di qualità: “Fra i nati di donna non vi è alcuno più grande di Giovanni, ma il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui”. Con lui la vicenda umana raggiunge “la pienezza del tempo” (Gal 4,4). Forse anche noi dobbiamo imparare a leggere meglio l’agire di Dio anche entro la storia di oggi. Troppi cristiani hanno della Chiesa l’immagine che danno loro i media (pagani!). “Il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai da dove viene e dove va: così è chiunque è nato dallo Spirito” (Gv 3,8). Diceva con ottimismo il card. Martini: “Lo Spirito Santo arriva prima di noi, lavora più di noi e meglio di noi; a noi non tocca né seminarlo né svegliarlo, ma anzitutto riconoscerlo, accoglierlo, assecondarlo, fargli strada, andargli dietro”. L’azione dello Spirito non si misura con le statistiche; lavora nel sommerso delle libertà e dei cuori e produce frutti sorprendenti di bene: i Santi, tanto volontariato generoso, missionari eroici, e qualche uomo politico integro! Alla fine tutta la vita della Chiesa si appoggia sulla certa promessa di un destino quasi inimmaginabile che è quello di “divenire simili a lui perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2). Dice oggi il prefazio: “A Cristo Signore la Chiesa va incontro nel suo faticoso cammino, sorretta e allietata dalla speranza, fino a che nell’ultimo giorno, compiuto il mistero del regno, entrerà con lui nel convito nuziale”. Come Dio aveva promesso e ha fatto, così siamo più che certi che le promesse di Cristo avranno una loro attuazione perché ha detto: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt 24,35).
L’Avvento prepara il Natale: il Cristo compie le Scritture e ne illumina il senso pieno. Cristo stesso ha fatto delle promesse, che saranno portate a compimento alla sua seconda venuta (come l’Avvento ha richiamato). Anche là si capirà pienamente la portata delle promesse di Cristo. “Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24). Ma oltre la promessa, ci è stata data la garanzia e il pegno: “La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: sabato 8 dicembre 2012   Mer Dic 05, 2012 11:12 am

SABATO 8 DICEMBRE 2012

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
SOLENNITÀ


Orazione iniziale: Rallegrati, o Vergine Maria, già sorge la stella di Giacobbe. Si compiono oggi le Scritture: come nube feconda viene il Signore. Viene il nostro Dio, non sta in silenzio; l’orecchio fai attento al suo saluto. Dolce è il verbo del suo labbro, nobile il disegno del suo cuore. Splende come ali di colomba il vestimento del suo messaggero; scende come zefiro d’estate su di te, fecondo, il suo conforto. Spiega la sua forza il nostro Dio, nella tua carne trova il suo riposo; trova in te il suo santuario, lodalo ed amalo per sempre. Eccolo, appare il suo corteo, davanti a lui cammina la giustizia. Domerà l’orgoglio dei potenti, renderà agli umili il vigore. Stenderà la sua misericordia sugli uomini che temono il suo nome; umile ancella del Signore, tessici le lodi dell’Amore.

Letture (rito romano):
Gn 3,9-15.20 (Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna)
Sal 97 (Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie)
Ef 1,3-6.11-12 (In Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo)
Lc 1,26-38 (Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce)

Letture (rito ambrosiano):
Gen 3,9a-b.11c.12-15.20
Sal 97
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26b-28

Il peccato originale
La festa dell’Immacolata Concezione, così popolare, è legata alla storia del primo peccato dell’uomo, al Peccato originale. La fede trova in esso la causa del male che affligge l’umanità in tutte le sue più svariate forme, ma la fede ci fa anche vedere la speranza certa di liberazione e salvezza contenuta nelle stesse parole di condanna del peccato stesso e del suo istigatore, il nemico dell’uomo: “Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gen 3,15). La Donna, eletta fin dall’eternità ad essere la Madre di Colui che schiaccerà il capo del nemico dell’uomo non sarà contaminata dal suo veleno, ma sarà la tutta Pura, la nuova Eva e madre dei nuovi Viventi, eletti anch’essi dall’eternità, ad essere santi al cospetto dell’Altissimo. Oggi celebriamo la Concezione senza macchia della Madre del Salvatore e con Lei benediciamo il Padre che ha benedetti anche noi nel suo Figlio con ogni benedizione spirituale nei cieli. Di fronte al saluto dell’Angelo Maria rimane turbata, e all’annuncio della sua elezione a madre del Salvare ella chiede “come è possibile”. L’Angelo l’assicura: “non temere... nulla è impossibile a Dio... lo Spirito Santo scenderà su di te”. E allora Maria pronuncia il suo “Fìat” e il suo totale e gioioso abbandono a Dio “Ecco la serva del Signore”. Gli interventi di Dio nella nostra vita, la sua chiamata e ciò che essa comporta, ci possono turbare, farci dubitare. L’esempio dell’Immacolata e il suo aiuto ci spronino a imitarla. Con Lei canteremo allora il nostro Magnificat, di grazie, di Lode e di vittoria. O Padre che nell’Immacolata hai preparato una degna dimora del tuo Figlio, concedi anche a noi, per sua intercessione di venire incontro a te in santità e purezza di spirito.
Abramo concepì Isacco per la fede nella promessa di Dio “e divenne padre di molti popoli” (cfr. Rm 4,18-22). Ugualmente Maria concepì Gesù per mezzo della fede. La concezione verginale di Gesù fu opera dello Spirito Santo, ma per mezzo della fede di Maria. È sempre Dio che opera, ma attraverso la collaborazione dell’uomo. Credere, infatti, è rispondere con fiducia alla parola di Dio, accogliere i suoi piani come se fossero propri e sottomettersi in obbedienza alla sua volontà per collaborarvi. La fede vuole sempre: 1) la fiducia in Dio e 2) la professione di ciò che si crede, poiché “con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). Una volta riconosciuta vera la parola di Dio, Maria credette alla concezione verginale di Gesù e credette pure alla volontà di Dio di salvare gli uomini peccatori, la volle e aderì a quel piano lasciandosi coinvolgere: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Dalla sua fede quindi nacque Gesù e pure la Chiesa. Perciò, insieme ad Elisabetta che esclamò: “Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), ogni generazione oggi la proclama beata (cfr. Lc 1,48). La Chiesa ha il compito di continuare nel mondo la missione materna di Maria, quella di comunicare il Salvatore al mondo. Il cristiano di oggi deve fare proprio il piano di Dio “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4), proclamando la propria salvezza e lasciandosi attivamente coinvolgere nel portare la salvezza al prossimo, poiché “in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15,8).

Lettura del Vangelo: In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Momenti di silenzio: perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Anche se riprende le tematiche di Matteo e Marco, il vangelo di Luca è una composizione originale in molti aspetti. L’evangelista inserisce nel suo racconto del materiale nuovo rispetto agli altri racconti evangelici. Nei primi due capitoli che trattano dell’infanzia di Gesù, Luca si fa alle tradizioni ebraiche, con molti riferimenti diretti e indiretti all’Antico Testamento. La teologia, il simbolismo e tutto l’insieme dei racconti dell’infanzia di Gesù hanno e trovano le radici nel mondo semitico, diverso in molti versi dal mondo e dal pensiero greco. L’evangelista ambienta l’inizio del suo racconto nell’ambiente degli ‘anawîm, i poveri del Signore, cioè quelli che sono sottomessi con altruismo alla volontà di Dio, fermi nella fede che il Signore manderà loro la salvezza in tempo opportuno. Agli ‘anawîm il Signore promette di inviare il Messia «mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion...» (Is 61,1ss). Questa promessa di Dio si avvera in Gesù di Nàzaret che entrando «secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga» (Lc 4,16) proclama che la promessa di Dio pronunciata per mezzo di Isaia «si è adempiuta» (Lc 4,21) in lui. Solo gli ‘anawîm possono accogliere dal figlio di Giuseppe il carpentiere e di Maria (Lc 4,22; Mt 13,53-58; Mc 6,1-6; Gv 1,45) il lieto annunzio della salvezza, gli altri purtroppo si scandalizzano di lui. Il Messia è umile e dolce, la «sua bocca» pronuncia «parole di grazia» (Lc 4,22), perciò per accoglierlo bisogna prepararsi, rientrare in se stessi per accogliere il promesso di Israele. Perciò il Signore ammonisce per mezzo del profeta: «Cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore» (Sof 2,3). In questo contesto, «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). Questa vergine è una degli ‘anawîm ai quali il Signore rivela la sua salvezza. Con lei si trovano altri due ‘anawîm che «erano avanti negli anni» (Lc 1,7), «un sacerdote chiamato Zaccaria» ed Elisabetta che «era sterile» e perciò senza figli (Lc 1,5-7). Anche a questi due disonorati (Gen 30,33; 1Sam 1,5-8; 2Sam 6,23; Os 9,11) viene annunciata la salvezza del Signore. Purtroppo a Gerusalemme, nel tempio, durante la liturgia, luogo della rivelazione, della potenza e della gloria di Dio, questa buona novella non viene accolta dal sacerdote (Lc 1,8-23). Ma la parola di Dio non si lega e non la si può limitare. Dice in fatti il Santo di Israele: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11). Per questo Elisabetta «nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36-37). Questo sarà l’evento offerto a Maria come un segno della «potenza dell’Altissimo» (Lc 1,35) che si stenderà come ombra su di lei per concepire il Figlio di Dio dallo Spirito Santo che «scenderà» su di lei (Lc 1,34-35). Il Figlio, si chiamerà Gesù, «sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,31-33). Queste parole dell’angelo, riecheggiano le stesse rivolte ad Acaz: «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14). Perciò dopo la concezione di Giovanni, cioè «nel sesto mese» (Lc 1,26) la buona novella viene accolta «in una città della Galilea, chiamata Nàzaret» (Lc 1,26) da una fanciulla, «vergine, promessa sposa» (Lc 1,27). «Nàzaret» e «Maria» fanno contrasto con «Gerusalemme» e «sacerdote»; come pure è contrastante la frase «entrando da lei» con la parola «tempio». Il Signore si rivela in luoghi umili e viene accolto da gente umile dalle quali, a giudizio degli uomini, non «può mai venire qualcosa di buono» (Gv 1,45). Maria è invitata a gioire: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). La presenza del Signore in mezzo al suo popolo è occasione di gioia perché la presenza del Signore porta salvezza e benedizione. L’invito dell’angelo è rivolto al popolo intero di Dio nella persona di Maria. Perciò, tutto il popolo di Dio è chiamato a gioire a rallegrarsi nel Signore suo salvatore. è la gioia messianica che viene annunziata a tutti: «Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele» (Is 12,6); «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna», ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura...» (Sof 3,14-15ss); «Gioisci, esulta figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc 2,14).Il concepimento di Gesù è un evento nuovo, la primizia della futura creazione nuova operata dalla potenza generatrice di Dio che viene incontro all’impossibilità di concepire di Maria perché ancora non conosce uomo (Lc 1,34). L’ombra che l’Altissimo stende su Maria richiama la nube che di giorno accompagnava il popolo nel deserto (Es 13,22), che adombrava il monte Sinai rivelando la Gloria del Signore per sei giorni (Es 19,16; 24,17). è anche un segno della protezione di Dio, elargita al giusto che invoca il nome del Signore e si rimette nelle sue mani durante la prova (Sal 17,8; 57,2; 140,8). Nella creazione, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, segno della potenza creatrice della parola di Dio (Gen 1,2). Dio supera ogni umana capacità, nulla è impossibile a lui (Lc 1,47; Gen 18,14; Ger 32,27). Davanti al Signore della gioia, della vita e della salvezza, Maria accoglie la sua parola generatrice e creatrice: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).

Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:
- Il Signore si rivela agli ‘anawîm del suo popolo. Secondo te chi sono gli ‘anawîm contemporanei a noi?
- Molte volte ci sentiamo in un mondo ostile alla rivelazione di Dio. Sembra anche che egli si sia ammutolito, che non riveli più la sua parola che da vita. è vero questo? Se egli ci parla ancora, dove puoi incontrare la sua parola vivente? Come accoglierla?
- Le potenze del male sembrano avvolgere il nostro mondo inquieto. Le diverse modalità di oppressione sembrano addirittura opprimere anche il Dio della gioia, della libertà, della misericordia. Quale atteggiamento prendi tu davanti a questa realtà? Pensi che il testo di oggi ti ispiri ad un atteggiamento giusto davanti a situazioni impossibili?
- Quale pensi sia la caratteristica dell’atteggiamento di Maria? Ti rivela qualcosa nella tua vita?

8 dicembre: Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria
Biografia: Il peccato dell’uomo è stato descritto efficacemente come una volontaria chiusura all’amore di Dio, un assurdo rifiuto, una barriera incolmabile, l’abbandono volontario di un benessere garantito dallo stesso Signore per vagare senza meta nelle strade scoscese del mondo. L’amore di Dio però, che è la sua stessa essenza, di sua natura è inarrestabile, l’amore è più forte del peccato: è per questo che possiamo e dobbiamo leggere tutta la nostra storia come una incessante ricerca dell’uomo smarrito e ferito dal peccato, da parte di Dio. Egli tenta in tutti i modi di rientrare nel cuore dell’uomo, l’uomo però ha un cuore che è diventato di pietra, insensibile ai richiami divini. Allora lo stesso Iddio crea per se un cuore puro, immune da ogni macchia, che lo faccia innamorare con l’intensità del suo amore di Padre. È nel cuore purissimo di Maria che Dio sceglie di porre la sua dimora, lì sceglie di riversare tutto in bene di cui l’uomo si è volontariamente privato, scende in lei con la forza dello Spirito Santo, la rende feconda, esalando la sua verginità, la rende Madre del Cristo, la vuole come sua Madre, ce la offre come Madre. È per questo che lei è concepita senza peccato, per questo lei è l’Immacolata concezione. È quindi in lei che scopriamo il capolavoro di Dio, in lei rimiriamo la nostra perduta innocenza, in lei ancora scorgiamo, pieni di gioia e di stupore, la nostra ri-creazione in Cristo con una nuova somiglianza soprannaturale che ci configura al Creatore e Padre nella grazia santificante. In lei, come madre nostra e di Cristo, abbiamo ormai la fondata speranza di un recupero pieno della nostra dignità di Figli. L’immacolata ci sollecita a ricercare quella interiore purezza che ci rende splendenti dinanzi a Dio e al nostro prossimo.

Martirologio: Solennità dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria, che veramente piena di grazia e benedetta tra le donne, in vista della nascita e della morte salvifica del Figlio di Dio, fu sin dal primo momento della sua concezione, per singolare privilegio di Dio, preservata immune da ogni macchia della colpa originale, come solennemente definito da papa Pio IX, sulla base di una dottrina di antica tradizione, come dogma di fede, proprio nel giorno che oggi ricorre.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di sant’Anselmo, vescovo
Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che sono sottoposte al potere dell’uomo o disposte per la sua utilità si rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose, poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate dall’oppressione e avevano perso vivezza per l’abuso di coloro che s’erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate. Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal dominio e abbellire dall’uso degli uomini che lodano Dio. Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge dall’alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti frutto benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta. Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano negl’inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle che sono sulla terra gioiscono di essere rinnovate. Invero per il medesimo glorioso figlio della tua gloriosa verginità, esultano, liberati dalla loro prigionia, tutti i giusti che sono morti prima della sua morte vivificatrice, e gli angeli si rallegrano perché è rifatta nuova la loro città diroccata. O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce, inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura. A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura fosse l’unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio, che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria. Dio dunque è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre della sua riparazione, poiché Dio ha generato colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, e Maria ha partorito colui per opera del quale tutte le cose sono state salvate. Dio ha generato colui senza del quale niente assolutamente è, e Maria ha partorito colui senza del quale niente è bene. Davvero con te è il signore che volle che tutte le creature, e lui stesso insieme, dovessero tanto a te (Disc. 52; PL 158,955-956).

Contemplazione: [Nella contemplazione], infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quando desiderano restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo. Questa è quella Rachele avvenente, di bell’aspetto, che Giacobbe, sebbene fosse meno fertile di figli, amò più di Lia, certo più feconda ma dagli occhi cisposi. Meno numerosi, infatti, sono i figli della contemplazione rispetto a quelli dell’azione; tuttavia Giuseppe e Beniamino più degli altri fratelli sono amati dal padre. Questa è quella parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà tolta (Dalla Lettera di San Bruno a Rodolfo il Verde).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 9 dicembre 2012   Mer Dic 05, 2012 11:19 am

DOMENICA 9 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO C
II DOMENICA DI AVVENTO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Bar 5,1-9 (Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura)
Sal 125 (Grandi cose ha fatto il Signore per noi)
Fil 1,4-6.8-11 (Siate integri e irreprensibili per il giorno di Cristo)
Lc 3,1-6 (Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!)

La compassione di Gesù e la missione dei Dodici
La voce dell’Avvento è quella del profeta Isaia: Nella tribolazione e nell’afflizione, che non mancheranno mai nella vita presente, non ci sarà più ragione per piangere perché sta venendo la guida e il maestro che ci darà la certezza che Dio ci è vicino e ci ascolta; egli sarà il maestro e la via per giungere alla felicità, alla pace e alla sovrabbondanza della vera vita. Nel Vangelo odierno leggiamo che “Gesù percorrendo tutte le città e i villaggi, insegnava nelle loro sinagoghe, annunciava il vangelo del regno e curava ogni malattia e infermità. Al vedere le folle affrante e abbandonate a sé, come pecore senza pastore, fu preso da pietà. La Misericordia di Dio per l’uomo, il suo infinito amore si stanno manifestando, diventano realtà visibile, sacramento di speranza. La guarigione totale dell’uomo e la restaurazione di tutto il creato è in atto. La profezia di consolazione del profeta Isaia si sta avverando in pieno: Il dolore, il pianto sono trasformati in beatitudine e la morte ha perso il suo pungiglione. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non ci sarà più la morte né cordoglio né grido né fatica, perché le cose di prima sono passate”. La via del ritorno e della liberazione è aperta e chiaramente segnata. Il Maestro e Guida ora non è più nascosto, si può vedere e ascoltare e toccare: Quel che era dal principio, quel che abbiamo udito, quel che abbiamo visto con i nostri occhi, quel che abbiamo contemplato e che le nostre mani hanno toccato della parola della vita, lo annunziamo anche a voi... (1Gv). Egli ha incominciato a radunare il suo gregge e ad associarsi altri nella sua missione di salvezza. La messe è tanta... Strada facendo Predicate..., guarite... cacciate i demoni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date. Il Natale è proclamazione e programma di gratuità. O Dio concedi a noi che attendiamo il dono del tuo amore, di raggiungere il premio della vera libertà.
La seconda domenica di Avvento presenta la figura di Giovanni Battista come segno della venuta della salvezza di Dio. La storia vive qui il suo culmine: il momento più atteso e più desiderato, il momento dell’annuncio del regno di Dio che comincia: il Messia sta per arrivare. Nella tradizione dei grandi profeti dell’Antico Testamento, la parola di Dio è rivolta a Giovanni nel deserto. Giovanni - figlio di Zaccaria - diventa così profeta e precursore del Messia. Malgrado le paure e il terrore che ispira, il deserto è, nella memoria religiosa del popolo di Israele, il luogo di riunione, dove Dio ha parlato al cuore del suo popolo, il luogo dove Dio è stato più che mai il pastore del suo gregge. Del deserto Giovanni denuncia e ricorda l’identità religiosa più particolare del suo popolo: il Dio d’Israele è fedele al suo legame e mantiene le sue promesse di salvezza. Convoca di nuovo i suoi nel deserto, per annunciare loro l’arrivo del Messia. Ma Dio si aspetta sempre dall’uomo un minimo di collaborazione ed esigerà da lui un battesimo di conversione, la purificazione dei suoi peccati, e lo sforzo di superare gli ostacoli che gli impediscono di vedere l’alba della salvezza.

La predicazione di Giovanni Battista. Prepararci per la visita di Dio
Il testo: Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto. Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sarà riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate. Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa seconda domenica di Avvento ci presenta Giovanni Battista, profeta, che appare nel deserto per preparare la via del Signore. La gente, da secoli, viveva già in attesa della venuta del Messia, ma il dominio sempre più pesante dell’occupazione romana aveva fatto aumentare il desiderio della venuta del Liberatore, del Salvatore. L’apparizione di Giovanni nel deserto era un segnale del fatto che Dio stava di nuovo visitando il suo popolo. La redenzione era vicina! Luca si preoccupa di collocare l’apparizione di Giovanni nel contesto politico sociale e nel contesto religioso dell’epoca. Nel contesto politico sociale, Tiberio è l’imperatore, Pilato è il governatore della Giudea, Erode governa la Galilea, Anna e Caifa sono i sommi sacerdoti. Dopo, per mezzo di un testo biblico, Luca colloca Giovanni nel contesto religioso del progetto di Dio e dice che lui è venuto per preparare la realizzazione delle speranze secolari della venuta del Messia.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 3,1-2: Collocazione dell’azione di Giovanni nel tempo e nello spazio
- Luca 3,3: Riassunto dell’attività politica di Giovanni
- Luca 3,4-6: Illuminazione biblica dell’attività di Giovanni

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
- In quale luogo ed in che epoca appare Giovanni? Qual è il significato di questa indicazione di tempo e di spazio?
- Qual è il significato dell’illuminazione biblica per capire l’attività di Giovanni?
- Deserto, via, sentieri, burrone, monte, colle, passi tortuosi, luoghi impervi: qual è il significato di queste immagini per capire meglio l’attività di Gesù?
- Qual è il messaggio di questo testo per noi oggi?

Per coloro che vorrebbero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di ieri e di oggi:
- Luca colloca l’attività di Giovanni Battista nel 15º anno del governo di Tiberio, imperatore di Roma. Tiberio fu imperatore dal 14 al 37 dopo Cristo. Nell’anno 63 prima di Cristo, l’impero romano aveva invaso la Palestina, imponendo al popolo una dura schiavitù. Le sommosse popolari si succedevano, una dopo l’altra, soprattutto in Galilea, ma furono duramente represse dalle legioni romane. Dal 4 anno prima di Cristo fino al 6 dopo Cristo, cioè durante il governo di Archelao, la violenza si fece sentire in Giudea. Questo fatto spinse Giuseppe e Maria a tornare verso Nazaret in Galilea e non verso Betlemme in Giudea (Mt 2,22). Nell’anno 6, Archelao fu deposto e la Giudea divenne una Provincia Romana con il Procuratore nominato direttamente dall’Imperatore di Roma. Pilato fu uno di questi procuratori. Governò dall’anno 25 al 36. Questo cambiamento nel regime politico portò una certa calma, ma sommosse sporadiche, come quella di Barabba (Mc 15,7) e la loro immediata repressione romana (Lc 13,1), ricordavano l’estrema gravità della situazione. Bastava che qualcuno attizzasse la brace per fare esplodere l’incendio della rivolta! La calma era appena una tregua, un’occasione offerta dalla storia, da Dio, affinché il popolo potesse fare una revisione del cammino intrapreso (cfr. Lc 13,3.5) e, così, evitare la distruzione totale. E Roma era crudele. In caso di una rivolta, la finirebbe con il Tempio e la Nazione (Giovanni 11,48; cfr. Lc 13,34-35; 19,41-44).
- É in questo contesto che, verso l’anno 28 dopo Cristo, Giovanni Battista appare come profeta nel deserto. Luca parla della grande aspettativa che si creò tra la gente attorno alla predicazione di Giovanni Battista, che annunciava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati. Anche oggi esiste una grande aspettativa di conversione e di riconciliazione con Dio che si manifesta in molti modi: la ricerca di un significato da dare alla vita, la ricerca di spiritualità, il movimento internazionale del Foro Sociale Mondiale “Un altro mondo è possibile!”, e tanti altri movimenti religiosi. Sociali e politici alla ricerca di un mondo più umano che rivelano il desiderio di conversione o di riconciliazione con Dio. L’avvento è un tempo appropriato per rinnovare in noi questo desiderio di mutamento, di conversione e di riavvicinamento a Dio.

b) Commento del testo:
- Luca 3,1-2: Ricordando gli antichi profeti. Il modo in cui Luca introduce la predicazione di Giovanni è molto simile all’inizio dei libri degli antichi profeti. Loro solevano indicare i nomi dei re, durante il cui governo il profeta svolgeva la sua attività. Vedasi per esempio Isaia (Is 1,1), Geremia (Gr 1,1-3), Osea (Os 1,1), Amos (Am 1,1) ed altri. Luca fa la stessa cosa per dire che, quasi 500 anni senza avere un profeta, appare di nuovo un profeta che si chiama Giovanni, figlio di Zaccaria e di Elisabetta. Luca si preoccupa di collocare gli avvenimenti nel tempo e nello spazio. Presenta i nomi dei governanti e descrive i luoghi dove Giovanni agiva. La storia della salvezza, infatti, non è una storia diversa dalla storia umana e dalla nostra storia personale. Questa preoccupazione di Luca suscita una curiosità. Oggigiorno, quando una persona è ordinata sacerdote o fa la professione perpetua, si è soliti stampare un’immagine ricordo in cui è indicata la data ed il luogo dell’ordinazione o della professione e si aggiunge una frase significativa della Bibbia o di un santo per esprimere il significato dell’ordinazione o della professione per la sua vita. Ma non si vede mai una piccola immagine, per esempio, dicendo “Nel quinto anno di Bush, presidente degli Stati Uniti; essendo Blair il presidente del consiglio del Regno Unito; Prodi il presidente del consiglio d’Italia; Zapatero presidente del consiglio della Spagna; essendo Joseph Ratzinger Papa con il nome di Benedetto XVI, ricevetti l’ordinazione sacerdotale per annunciare la Buona Notizia ai poveri, per aprire gli occhi ai ciechi, per liberare gli oppressi ed annunciare un anno di grazia da parte del Signore!” Perché Luca sceglie di collocare i dati della storia della salvezza nell’insieme della storia dell’umanità?
- Luca 3,3: Pentimento e perdono. Giovanni percorre la regione del Giordano predicando un battesimo di penitenza per ottenere il perdono dei peccati. Pentimento (in greco: metanoia) significa mutamento non solo del comportamento morale, ma anche e soprattutto della mentalità. Mutamento nel modo di pensare! La gente doveva prendere coscienza del fatto che il suo modo di pensare, segato dal “fermento dei farisei e di Erode” (Mc 8,15), cioè dalla propaganda del governo e dalla religione ufficiale, era sbagliato e doveva cambiare. Il perdono porta con sé la riconciliazione con Dio e con il prossimo. In questo modo, Giovanni annunciava un nuovo modo in cui il popolo si metteva in rapporto con Dio. Riconciliazione sarà anche il marchio della predicazione di Gesù: riconciliarsi fino a “settanta volte sette” (Mt 18,22).
- Luca 3,4-6: Definisce la missione di Giovanni. Luca cita il seguente testo di Isaia per aiutare i lettori a capire meglio il senso della predicazione di Giovanni: “Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia colmata, ogni monte e colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in pianura. Allora si rivelerà la gloria del Signore e ogni uomo la vedrà».” (Is 40,3-5). In questo testo, Isaia annunciava il ritorno del popolo dall’esilio verso la Palestina e lo descriveva come se fosse un nuovo Esodo. Era come se la gente, ritornando dalla prigionia di Babilonia, uscisse dall’Egitto ed entrasse di nuovo nel deserto. Per Luca, Gesù inizia un nuovo esodo che era preparato dalla predicazione di Giovanni nel deserto. I vangeli di Matteo (Mt 3,3) e di Marco (Mc 1,3) citano anch’essi la stessa frase di Isaia, ma citano solo l’inizio (Is 40,3). Luca la cita interamente fino a dove Isaia dice: “Ed ogni uomo vedrà la gloria del Signore” (Is 40,5). L’espressione “ogni uomo” significa ogni essere umano. Questa piccola differenza indica la preoccupazione di Luca nel mostrare alle comunità che l’apertura per i pagani era già prevista dai profeti! Gesù è venuto non solo per i giudei ma affinché “ogni essere umano” potesse vedere la salvezza di Dio. Luca scrive il suo vangelo per le comunità della Grecia che, nella loro maggioranza, erano pagani convertiti.

c) Ampliando le informazioni:
- Giovanni il profeta. Fin dal secolo VI prima di Cristo, era cessata la profezia. “Non esistono più profeti”, si diceva (Sl 74,9). La gente viveva in attesa del profeta promesso da Mosè (Dt 18,15; 1 Mac 4,46; 14,41). Questa lunga attesa terminò con la venuta di Giovanni (Lc 16,16). Giovanni era considerato dal popolo non come un ribelle del tipo di Barabba, né come uno scriba o fariseo, ma come un profeta atteso da tutti (Lc 1,76). Molti pensavano che fosse lui il Messia. Fino all’epoca di Luca, negli anni ‘80, c’erano persone e soprattutto giudei che consideravano Giovanni il Messia (At 19,1-6). Giovanni arriva ed annuncia: “Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino!” (Mt 3,2). Fu messo in carcere per il suo coraggio di denunciare gli errori sia del popolo che degli uomini di governo (Lc 3,19-20). Gesù, nell’udire che Giovanni era in carcere, ritorna in Galilea ed annuncia le stesse cose annunciate da Giovanni: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,15). Gesù continua la predicazione di Giovanni e va oltre. In Giovanni termina il Vecchio Testamento, in Gesù inizia il Nuovo. Gesù arriva a dire: “Io vi dico, tra i nati di donna non c’è nessuno più grande di Giovanni; però il più piccolo nel regno di Dio è più grande di lui” (Lc 7,28).
- Il contenuto della predicazione di Giovanni (Luca 3,7-18). Giovanni attira moltitudini predicando un battesimo di mutamento e di perdono dei peccati. Segno che la gente voleva cambiare e desiderava rapportarsi con Dio in un nuovo modo. Giovanni denunciava gli errori ed attaccava i privilegi. Diceva che il fatto di essere figli di Abramo non offriva nessuna garanzia né vantaggi dinanzi a Dio. Per Dio, diceva lui, la pietra ed il figlio di Abramo sono la stessa cosa: “Perché io vi dico che Dio può far nascere figli ad Abramo anche da queste pietre!” (Lc 3,8) Ciò che promuove la persona dinanzi a Dio non è il privilegio di essere figlio di Abramo, ma la pratica che produce buoni frutti.Luca indica tre categorie di persone che vanno a chiedere a Giovanni: “Cosa dobbiamo fare?”: il popolo (Lc 3,10), i pubblicani (Lc 3,12) ed i soldati (Lc 3,14). La risposta per il popolo è semplice: “Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto!” (Lc 3,11) Risposta chiara: la condivisione dei beni è la condizione per ricevere la visita di Dio e passare dal Vecchio al Nuovo Testamento. Nella risposta per i pubblicani (Lc 3,13) e per i soldati (Lc 3,14) Giovanni chiede la stessa cosa, ma applicata alla loro categoria. I pubblicani non possono incassare più di quanto è permesso. Lo sfruttamento della gente da parte dei pubblicani era la piaga della società di quell’epoca. I soldati non possono più estorcere o fare false denuncie, devono contentarsi con il salario. Quando Luca scrive, verso gli anni 80, c’era ancora molta gente che pensava che Giovanni fosse il Messia (cfr. At 19,3; 13,15). Luca riporta le parole stesse di Giovanni per aiutare i lettori a collocare la persona di Giovanni nell’insieme della storia della salvezza. Giovanni riconosce che Gesù è il più forte. La differenza tra lui e Gesù sta nel dono dello Spirito che sarà dato attraverso Gesù. Luca mostra che l’idea che Giovanni aveva del Messia non era completa. Per Giovanni, il Messia sarebbe un giudice severo, pronto ad iniziare un giudizio, una condanna (Lc 3,17). Forse per questo Giovanni, più tardi, ebbe problema nel riconoscere Gesù come il Messia (Lc 7,18-28), poiché Gesù non si comportava come un Giudice severo che condannava. Anzi riuscì a dire: “Io non condanno nessuno!” (Gv 8,15; 12,47) Invece del giudizio e della condanna, mostrava tenerezza, accoglienza verso i peccatori e mangiava con loro.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
IV DOMENICA DI AVVENTO
L’INGRESSO DEL MESSIA


Letture:
Is 4,2-5
Sal 23
Eb 2,5-15
Lc 19,28-38

L’ingresso del Messia
Entro un mondo che sembra peggiorare ogni giorno, o dentro prove pesanti che a volte ci sconcertano, viene spontaneo pensare che Dio non ci sia, o ci abbia abbandonati, o non si interessi ai nostri guai. Dove Dio è Signore del mondo? E come Dio è mio Salvatore? “Avendo sottomesso a lui (a Cristo) tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso. Al momento presente però non vediamo ancora che ogni cosa sia a lui sottomessa. Tuttavia quel Gesù lo vediamo coronato di gloria e di onore” (Epist.). Nell’appanno dell’amore, sono i fatti dell’amore che sovvengono a sostenerci. Capita tra marito e moglie. Capita così anche nei confronti di Dio. In uno, in Cristo, Dio ha mostrato la sua signoria, risuscitandolo da morte. Sono la venuta storica di Gesù e i fatti della sua Pasqua, a costituire il cuore e il fondamento della nostra speranza. Rievocarli, oggi, ci danno la prospettiva giusta per capire il senso del Natale, e per aprire il cuore alla gioiosa accoglienza del venire di Dio ancora e sempre nella nostra vita con i Misteri che la Chiesa ci fa celebrare.
Il Signore è venuto: Questa è la notizia strabiliante del Natale al quale l’Avvento ci prepara: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Dio ha voluto un giorno essere nostro consanguineo, partecipe della nostra umanità, perché noi già dall’origine siamo stati voluti figli di Dio, coloro che “provengono da una stessa origine”, e “hanno in comune il sangue e la carne; per questo Gesù non si vergogna di chiamarli fratelli” (Epist.). È il senso primo del Natale: Dio si è fatto uno di noi per mostrare che noi siamo figli di Dio come lui: “Ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Figli come il Figlio: questa è la nostra identità più vera, l’unico progetto che siamo chiamati a realizzare nella vita. Dio diviene nostro consanguineo, per essere poi nostro redentore. La sua obbedienza fino alla morte rappresenta l’opera del Fratello maggiore che a nome nostro e per noi riconcilia l’umanità a Dio: “Conveniva infatti che Dio rendesse perfetto per mezzo della sofferenza il capo che guida alla salvezza” (Epist.). Appunto “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Epist.). In un duplice senso allora Cristo è nostro fratello: come immagine sul quale siamo stati creati, e come nostro capo che ci strappa dalla morte, “perché per la grazia di Dio egli provasse la morte a vantaggio di tutti” (Epist.). Quel gesto in croce ha valso a lui la risurrezione e a noi la redenzione. Ora per quel gesto veniamo riconciliati con Dio, inveriamo la nostra identità di figli di Dio e veniamo così strappati alla morte, destinati alla risurrezione del corpo per una vita eterna. Fine dall’incarnazione è la redenzione, e quindi la graduale identificazione con quel Figlio glorioso che ora siede alla destra del Padre. La vicenda umana di Gesù ha posto i fatti decisivi che hanno trasformato il destino umano. Ora il frutto di quei gesti deve giungere a toccare ogni credente che vi si apre con fede. Dall’alto della croce Gesù ha dato lo Spirito perché portasse a destinazione personale la sua opera, incanalandola nella Chiesa, quale suo prolungamento e strumento di salvezza per tutti gli uomini.
Il Signore viene: Quel giorno a Gerusalemme Gesù entrò in città per compiervi i suoi gesti salvifici. Ma, assieme, inventò un segno che facesse memoria di quei suoi atti, ne contenesse e ne comunicasse tutto il frutto. Fu la sera - alla vigilia della sua Pasqua - in cui istituì l’Eucaristia, dicendo: “Fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). Così il Signore rimane con noi, divenuto contemporaneo con la sua persona risorta e viva, mediante l’azione del suo Spirito che addirittura penetra e trasforma il cuore e la libertà del credente. In molteplici sensi promise: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E si definì: “Io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene” (Ap 1,8). E proprio nell’Eucaristia oggi “viene”, lì si attua la contemporaneità di Cristo. Il sacerdote dice “in persona Christi”: “Questo è il mio Corpo”. La messa rende presenti quegli atti di morte e risurrezione - quasi in sintesi e nel “mistero”- ma reali e proprio gli stessi. “Tutto ciò che Cristo è, tutto ciò che ha compiuto e sofferto per tutti gli uomini, partecipa all’eternità divina e perciò abbraccia tutti i tempi” (Ecclesia de Eucaristia, 11). Essendo quindi “parallelo” al tempo in quanto eterno, quel segno dell’Ultima Cena può essere richiamato in ogni celebrazione: “Cristo è tornato al Padre soltanto dopo averci lasciato il mezzo per parteciparvi come vi fossimo stati presenti” (Idem). È nel Sacramento l’avvento di Cristo oggi nella Chiesa. A lui allora andiamo incontro con canti festosi e fede come capitò quella volta a Gerusalemme: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore. Pace in cielo e gloria nel più alto dei cieli”. Sarà l’inno degli angeli sopra la grotta di Betlemme. Il Signore è venuto; il Signore viene; il Signore verrà. Nel Natale il Signore è venuto; nell’Eucaristia il Signore viene; nella Parusia il Signore verrà. Qui, oggi, come salvatore; là però come giudice. Se l’accogliamo oggi come salvatore, l’avremo là come giudice misericordioso. Dice un nostro prefazio d’Avvento: “Con la sua prima venuta nell’umiltà della carne egli aprì il passaggio all’eterna salvezza; quando verrà di nuovo nello splendore della gloria potremo ottenere, in pienezza di luce, i beni promessi che ora osiamo sperare, vigilando nell’attesa” (Prima d’Avvento).
“In quel giorno, il germoglio del Signore crescerà in onore e gloria” (Lett.). Il germoglio è il Messia: “Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse; su di lui si poserà lo Spirito del Signore..” (Is 11,1). Ormai il cuore è al Natale e l’invocazione è: “Stillate dall’alto, o cieli (Rorate, coeli de super..) la vostra rugiada, e dalle nubi scenda a noi il Giusto; si apra la terra e germogli il Salvatore” (cfr. Is 45,8). Il Signore viene: apriamogli il cuore!
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MessaggioOggetto: sabato 15 dicembre 2012   Mer Dic 12, 2012 10:21 am

SABATO 15 DICEMBRE 2012

SABATO DELLA II SETTIMANA DI AVVENTO


Preghiera iniziale: Sorga in noi, Dio onnipotente, lo splendore della tua gloria, Cristo tuo unico Figlio; la sua venuta vinca le tenebre del male e ci riveli al mondo come figli della luce. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
Sir 48,1-4.9-11 (Elia ritornerà)
Sal 79 (Fa’ splendere il tuo volto, Signore, e noi saremo salvi)
Mt 17,10-13 (Elia è già venuto, e non l’hanno riconosciuto)

Il regno di Dio è già presente
Ancora un pretesto per misconoscere la venuta del Messia. Prima deve venire Elia, asserivano gli scribi, fidandosi delle loro fasulle interpretazioni della scrittura. “Elia è già venuto” - dice Gesù. Quanto è difficile leggere e interpretare i segni di Dio! Quanto sono diversi dalle nostre aspettative! Chissà quale spettacolo si attendevano gli scribi; certo non potevano immaginare, con le loro frenesie di grandezza, che colui che era l’atteso delle genti, si manifestasse con tanta umiltà e tanta modestia. Tanto meno potevano tollerare che la venuta del Messia, potesse significare lo sgretolamento del loro potere. Per questo prima la voce di Giovanni Battista e poi quella dello stesso Cristo, saranno come una voce nel deserto. Li scandalizza l’austerità del precursore, ancor più li sconvolgerà l’annuncio messianico delle beatitudini e del perdono. Gli stessi apostoli non resistono alla tentazione di ritenere assurdo che il loro maestro e messia, capace di prodigi di ogni genere, dovesse soffrire a causa dei suoi avversari. Ancora oggi è incomprensibile a molti che l’avvento del Regno debba realizzarsi attraverso il martirio e la croce. Quell’evento è ancora motivo di scandalo, uno scandalo che trova le sue migliori giustificazioni proprio dinanzi agli eventi più tragici della storia, quando la violenza e la prepotenza degli uomini sembrano prendere il sopravvento sulla bontà e sulla pazienza di Dio. Allo scandalo della croce qualcuno oggi vorrebbe aggiungere lo scandalo del presepio!
Con la loro domanda, i discepoli esprimono le riserve dei dottori della legge verso Gesù. Se Gesù fosse il Messia atteso, il profeta Elia avrebbe dovuto essere tornato da molto tempo per preparare la sua venuta. E se Elia fosse effettivamente stato là, avrebbe già cominciato molte cose: non ci sarebbero più oppressioni politiche, il dominio dell’uomo sull’uomo sarebbe giunto alla fine, non vi sarebbero più opposizioni sociali tra poveri e ricchi, una nuova era di pace sarebbe già iniziata. Gesù spiega ai suoi discepoli che la nuova era di pace comincia adesso, per coloro che colgono la loro opportunità, che rispondono all’appello alla conversione e instaurano la pace nel proprio cuore. Ma le attese degli uomini sono altre: essi contano su un potente che possa aiutarli automaticamente a stabilire la pace. Ecco perché le parole di Giovanni Battista si sono perse nel vuoto. E perché la violenza minaccia quelli che portano la pace: Giovanni Battista muore di morte violenta, e Gesù presagisce che anch’egli sarà colpito da un destino simile.

Lettura del Vangelo: Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elia e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Riflessione:
- I discepoli hanno appena visto Mosè ed Elia dinanzi a Gesù nella trasfigurazione sulla montagna (Mt 17,3). La gente in generale credeva che Elia doveva ritornare per preparare la venuta del Regno. Diceva il profeta Malachia: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio!” (Ml 3,23-24; cfr. Eccl 48,10). I discepoli vogliono sapere: “Cosa significa l’insegnamento dei dottori della Legge, quando dicono che Elia deve venire prima?”. Poiché Gesù, il messia, era già lì, era già arrivato, ed Elia non era ancora venuto. Qual è il valore di questo insegnamento del ritorno di Elia?
- Gesù risponde: “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”. Ed allora i discepoli compresero che Gesù parlava di Giovanni Battista.
- In quella situazione di dominazione romana che disintegrava il clan e la convivenza familiare, la gente si aspettava che Elia ritornasse per ricostruire le comunità: ricondurre il cuore dei genitori verso i figli ed il cuore dei figli verso i genitori. Era questa la grande speranza della gente. Anche oggi, il sistema neoliberale del consumismo disintegra le famiglie e promuove la massificazione che distrugge la vita.
- Ricostruire e rifare il tessuto sociale e la convivenza comunitaria delle famiglie è pericoloso, perché mina la base del sistema di dominazione. Per questo fu ucciso Giovanni Battista. Lui aveva un progetto di riforma della convivenza umana (cfr. Lc 3,7-14). Svolgeva la missione di Elia (Lc 1,17). Per questo fu ucciso.
- Gesù continua la stessa missione di Giovanni: ricostruire la vita in comunità. Poiché Dio è Padre, noi siamo tutti fratelli e sorelle. Gesù riunisce due amori: amore verso Dio ed amore verso il prossimo e gli da visibilità nella nuova forma di convivenza. Per questo, come Giovanni, anche lui fu messo a morte. Per questo, Gesù, il Figlio dell’Uomo, sarà condannato a morte.

Per un confronto personale
- Mettendomi nella posizione dei discepoli: l’ideologia del consumismo ha potere su di me?
- Mettendomi nella posizione di Gesù: ho la forza di reagire e creare una nuova convivenza umana?

Preghiera finale: Sia Signore la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te più non ci allontaneremo, ci farai vivere e invocheremo il tuo nome (Sal 79).
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MessaggioOggetto: domenica 16 dicembre 2012   Mer Dic 12, 2012 10:24 am

DOMENICA 16 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO C
III DOMENICA DI AVVENTO
DOMENICA GAUDETE


Orazione iniziale: Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato. Sii luce all’intelletto, fiamma ardente nel cuore; sana le nostre ferite col balsamo del tuo amore. Luce d’eterna sapienza, svelaci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo amore. Amen.

Letture:
Sof 3,14-18 (Il Signore esulterà per te con grida di gioia)
Sal Is 12 (Canta ed esulta, perché grande in mezzo a te è il Santo d’Israele)
Fil 4,4-7 (Il Signore è vicino!)
Lc 3,10-18 (E noi che cosa dobbiamo fare?)

Che cosa dobbiamo fare?
L’insegnamento di Cristo, la nostra libera adesione alla sua dottrina, assunta con il battesimo e ribadita con la Cresima, implicano la nostra continua conversione. Un salmista definisce la Parola di Dio «lampada ai miei passi, luce sul mio cammino». Ciò vuol dire che tutta la nostra vita deve orientarsi a Dio e questo accade realmente soltanto quanto alla fede seguono le opere. La prima virtù da praticare è però la carità, che è amore, gratitudine e lode a Dio e rispetto del nostro prossimo, che amiamo con lo stesso amore. Ecco allora il senso dell’insegnamento di Giovanni Battista: «Chi ha due tuniche, ne dia una a chi non ne ha; e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Per aprirsi al Signore bisogna uscire dalla morsa dell’egoismo. Soltanto dando amore agli altri siamo irrorati a nostra volta dalla grazia divina. La stessa efficacia dei sacramenti è in parte condizionata dalle nostre interiori disposizioni. Lo stesso Natale influirà salutarmene su di noi se disponiamo il nostro animo all’accoglienza del Signore che viene. Il battesimo in Spirito Santo e fuoco sarà la nostra energia, la nostra luce, la fonte del nostro bene, se con umiltà accettiamo l’umiltà e l’immensità del presepio. Solo lì le grandezze fatue del mondo e tutte le umane presunzioni vengono infrante. Il Battista afferma questa verità dicendo che la pula sarà separata da grano e arsa nel fuoco inestinguibile. Nella fredda grotta del Presepio già arde il fuoco che è e sarà per noi irrorazione dello Spirito e fuoco sacro per ardere di amore divino.
L’annuncio profetico di Giovanni Battista trova un’eco in quelli che lo ascoltano. Vanno da lui per domandargli: “Cosa dobbiamo fare?”. Giovanni si rifà alla tradizione dei profeti e risponde che la condizione necessaria è il compimento del comandamento dell’amore del proprio prossimo, espressione reale dell’amore di Dio. Giovanni non esige la durezza della vita che egli conduce, non disapprova neanche le attività proprie ai laici che vanno verso di lui. Tuttavia, egli sa indicare a ognuno quello che deve convertire in se stesso, e come realizzare i propri doveri verso il prossimo, e nello stesso tempo indicare loro chiaramente dove risiedono l’ingiustizia e l’errore che devono essere superati. Quando gli si domanda se egli è il Messia, Giovanni Battista risponde di no, e non accetta alcun legame alla sua persona, nessuna adesione personale qualunque essa sia. Con umiltà proclama che il Messia si trova sulla terra, che lui solo possiede il battesimo vero. Questo non si farà con l’acqua, ma con lo Spirito Santo e il fuoco, per tutti coloro che vorranno vivere la conversione completa. Solo il Messia potrà riunire il frumento e bruciare la paglia in un rogo, dettare il giudizio della misericordia. Giovanni non è neanche degno di slegare i suoi sandali; a lui, Giovanni, è stato solo chiesto di preparare il cammino del Signore.

Approfondimento del Vangelo (La predicazione di Giovanni Battista)
Il testo: In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe». Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile». Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo.

Momenti di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Parte integrante del messaggio evangelico di Luca è la necessita della conversione: metanoia, cioè, il cambiare la propria mentalità al modo di pensare e di agire divino. Molto spesso incontriamo nel vangelo di Luca scene in cui la misericordia di Dio si manifesta in Gesù Cristo per i poveri e gli umili di cuore (Lc 1,46-55; 2,1-20; 5,12-31; 6,17-38). Queste scene contrastano con il trattamento severo riservato ai ricchi e gli orgogliosi che hanno il cuore duro e chiuso per Dio e per il prossimo bisognoso (Lc 16,19-31; 17,1-3). Il testo che ci propone la liturgia domenicale, ci presenta questa tematica. Il brano 3,10-18, fa parte dell’esposizione lucana della predicazione del Battista come preparazione al ministero di Gesù. Giovanni Battista annunzia la venuta imminente del giorno del Signore: “Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente” (Lc 3,7). I profeti avevano annunciato la venuta di questo giorno di ira e di salvezza, come pure la venuta di un messaggero riconosciuto come Elia (Sir 48,11), che preparasse la via davanti al Signore (Mal 3,1-5). Nella tradizione cristiana Giovanni Battista è il messaggero che prepara il giorno della venuta del Signore Gesù, il Messia: “viene uno che è più forte di me” (Lc 3,16). Il ministero di Giovanni infatti si svolge in un tempo di grandi aspettative messianiche: “il popolo era in attesa” (Lc 3,15) e chiede al Battista se era lui il Messia. Questa domanda, più tardi si farà pure in confronto alla persona di Gesù (Lc 9,7-9.18-21) che di seguito, rivela la sua identità con la confermazione implicita della professione di fede di Pietro. Nei versetti 3,1-18 del vangelo di Luca, abbiamo tutto quanto riguarda il ministero e la missione di Giovanni Battista. Lui è stato mandato per battezzare in segno di pentimento e di predicare la conversione che porta alla salvezza: “fate dunque opere degne della conversione” (Lc 3,7); “io vi battezzo con acqua” (Lc 3,16). Con la sua predicazione Giovanni “annunziava la buona novella” (Lc 3,18) che la salvezza non è riservata ad alcuni eletti ma viene offerta a tutti, inclusi i pubblicani e i soldati (Lc 3,10-14), a tutti quelli che vivono e agiscono con giustizia e carità. Gesù a sua volta chiarirà di più questa verità con il suo atteggiamento misericordioso verso i pubblicani, i peccatori e gli emarginati (Lc 7,1-10,36-50; 17,11-19; 18,9-14). Il tema della salvezza è in fatti strettamente legato alla venuta del Regno di Dio che sta in mezzo a noi (Lc 17,20-21) ed ha un’implicazione sociale di giustizia e di uguaglianza tra tutte le persone (Lc 3,10-14), quindi la salvezza non è soltanto qualche realtà astratta e individuale ma reale e collettiva. Questa salvezza ci viene offerta da Dio in colui che ci battezza in Spirito Santo e fuoco (Lc 3,16b). “Egli ha il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula, la brucerà con fuoco inestinguibile” (Lc 3,17). Molte volte, al susseguirsi del racconto evangelico, Gesù farà riferimenti simili nella sua predicazione sulla venuta del Regno con ammonimenti e parabole (Lc 13,1-5; 17,22-37). Si può dire che nel trattare il ministero e la missione di Gesù, Luca ci fa vedere il perfezionamento della predicazione e dell’annuncio Giovanneo. Qui si può fare riferimento a ciò che Gesù dice nella sinagoga di Nazaret “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi” (Lc 4,21).

Alcune domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione.
- Necessità della conversione: metanoia, cioè, il cambiare la propria mentalità imperfetta al modo di pensare e di agire divino. Sento io questa necessità?
- La misericordia di Dio si manifesta in Gesù Cristo per i poveri e gli umili di cuore. Mi identifico con loro?
- “Il popolo era in attesa” (Lc 3,15). I primi cristiani attendevano con ansia la seconda venuta del Signore: “Lo Spirito e la sposa dicono: ‘Vieni!’. E colui che ascolta ripeta: ‘Vieni!’” (Ap 22,17). Attendo io la venuta del Signore, o sono tutto preso dalla vita materiale, e per conseguenza, attaccato disordinatamente a tutto ciò che passa?
- Nella tradizione cristiana Giovanni Battista è il messaggero che prepara il popolo alla prima venuta del Signore Gesù, il Messia. La Chiesa ha ricevuto la stessa missione di preparare la via del Signore che verrà: “Si verrò presto!” (Ap 22,20). Che posso fare io per preparare la seconda venuta del Signore?
- La salvezza non è riservata ad alcuni eletti ma viene offerta a tutti, inclusi quelli considerati da noi “indegni” della salvezza di Dio. Al tempo di Gesù nella categoria degli “indegni” s’includevano i pubblicani e i pagani. Oggi, chi sono quelle persone che tante volte vengono considerate “indegni” della salvezza?
- Il tema della salvezza è strettamente unito alla venuta del Regno di Dio che ha un’implicazione sociale di giustizia: “Ecco io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5). Che cosa posso fare per promuovere la giustizia in un mondo che sembra tirare avanti con strutture di ingiustizia sociale?

Contemplazione: La contemplazione è il saper aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13,17).

Preghiera finale: Verbo, splendore del Padre, nella pienezza dei tempi tu sei disceso dal cielo, per redimere il mondo. Il tuo vangelo di pace ci liberi da ogni colpa, infonda luce alle menti, speranza ai nostri cuori. Quando verrai come giudice, fra gli splendori del cielo, accoglici alla tua destra nell’assemblea dei beati. Sia lode al Cristo Signore, al Padre e al Santo Spirito, com’era nel principio, ora e nei secoli eterni. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
V DOMENICA DI AVVENTO
IL PRECURSORE


Letture:
Is 30,18-26b
Sal 145
2Cor 4,1-6
Gv 3,23-32a

Il precursore
Giovanni è un precursore onesto: “Non sono io il Cristo”. Anzi è un precursore innamorato: è l’amico dello Sposo che gioisce al suo arrivo. E un precursore umile: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Ci dà così garanzia di veracità della sua testimonianza; e ci insegna a divenire altrettanti testimoni e precursori nel nostro essere oggi annunciatori del Signore che viene.
Testimone verace: Qualcuno voleva provocarlo ad un confronto con Gesù, quasi a suscitare invidia, visto che “colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui”. Ma Giovanni ha ben coscienza del suo ruolo fissatogli da Dio: “Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Non sono io il Cristo; ma sono stato mandato davanti a lui”. Io sono solo un uomo che “appartiene alla terra e parla secondo la terra. Chi viene dall’alto è al di sopra di tutti”. Dichiara così l’origine divina di quel nuovo battezzatore: “Egli attesta ciò che ha visto e udito”. Dirà l’evangelista Giovanni nel prologo: “Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce..., quella luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,8-9). Il Battista è sincero: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me” (Gv 1,15). Veramente un testimone onesto, e quindi verace. Un testimone innamorato. L’immagine dell’amico dello Sposo è suggestiva. Era colui che portava allo sposo la sposa pronta per le nozze. Giovanni aveva indicato a dito il Messia arrivato. “Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa”. La gioia dell’amico è di essere giunto al colmo della sua missione: “L’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla sua presenza. Ora la mia gioia è piena”. Il Messia giunto, si celebrano le nozze: “Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stessa per lei.., e la nutre e la cura” (Ef 5,25-32). Lo Sposo è Cristo, la sposa è la Chiesa, è ogni anima credente che cerca il Cristo e ne sospira l’incontro: “Lo Spirito e la sposa dicono: Vieni! E chi ascolta, ripeta: Vieni! Colui che attesta queste cose dice: Sì, vengo presto! Amen. Vieni Signore Gesù” (Ap 22,17.20). Dirà Paolo di ogni cristiano: “Vi ho promessi a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 11,2). Infine Giovanni è un testimone umile, fedele al mandato: “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo. E io ho visto e testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,33-34). Compiuta la sua missione, si ritira lasciando spazio a Gesù: “Lui deve crescere; io, invece, diminuire”. Già aveva detto: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali” (Mc 1,7). Gesù ne farà un elogio pubblico: “Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Un profeta? Sì, vi dico, anzi, più che un profeta. In verità io vi dico: fra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista” (Mt 11,9-11).
Testimoni sinceri: Quel che è stato per Giovanni, ora deve essere compito nostro: testimoniare con sincerità e verità il Cristo che viene sempre tra gli uomini come salvatore. San Paolo segnala con puntiglio lo stile del suo ministero: “Secondo la misericordia che ci è stata accordata, abbiamo rifiutato le dissimulazioni vergognose, senza comportarci con astuzia né falsificando la parola di Dio, ma annunciando apertamente la verità e presentandoci davanti ad ogni coscienza umana, al cospetto di Dio” (Epist.). Si tratta di una “parresìa”, cioè di un coraggio, che non ha paura di fronte ad un mondo che ha la mente accecata da satana, non si mimetizza e non si omologa alla cultura dominante pagana, né diluisce il messaggio per trovare facile consenso. “Quanto a noi, siamo i vostri servitori a causa di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far splendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo”. Illuminato da Dio, ne diviene specchio fedele e umile. “Noi non annunciamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore”. Come Giovanni, come Paolo, il nostro mandato specifico è che tutti “vedano lo splendore del glorioso vangelo di Cristo, che è immagine di Dio”. Non è così ovvio che il nostro Natale annunci la nascita di Cristo. Luci, regali, feste.. e quant’altro mai di consumismo ed evasione hanno fatto dimenticare il nocciolo della celebrazione cristiana, e soprattutto il fatto che è una “memoria” che veicola nel sacramento una rinnovata presenza di Cristo nel cuore del credente per un passo ulteriore nella divinizzazione. Albero o presepio... quel che conta è stupire di fronte al Dio che si fa bambino, e come i pastori, con umiltà, andarvi a portare la nostra adorazione. “E se il nostro vangelo rimane velato, lo è in coloro che si perdono: in loro, increduli, il Dio di questo mondo ha accecato la mente” (Epist.). Nell’Apocalisse si dice che il Drago (Satana) ha due incarnazioni nella storia umana: il potere politico - allora il potere romano - (la Bestia, 13-1-10) e la forza persuasiva della propaganda, il falso profeta (la seconda Bestia, 13,11-18), cioè i media! Forse è necessario difendersi da questi subdoli condizionamenti che sono travestimenti del diavolo per distoglierci da Cristo. Del resto ormai in tv (e forse a scuola) il Natale passa come “babbo natale”, la Pasqua come “festa di primavera”, l’Assunta come ferragosto, i Santi e i Morti come “halloween”. Ci aspettiamo qualche altro travisamento delle feste cristiane! “Ciò non fa meraviglia, perché Satana si maschera da angelo di luce” (2Cor 11,14).
“Il Signore aspetta con fiducia per farvi grazia; al tuo grido di supplica ti farà grazia; appena udrà, ti darà risposta. Beati coloro che sperano in lui” (Lett.). Isaia crede nella premura misericordiosa di Dio, e ci esorta ad averne fiducia: “Questa è la strada, percorretela, caso mai andiate a destra o a sinistra”. Proprio il Battista ha richiamato la necessità della “metanoia”, della conversione: “Rendete dritta la via del Signore” (Gv 1,23).
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MessaggioOggetto: sabato 22 dicembre 2012   Mar Dic 18, 2012 10:17 am

SABATO 22 DICEMBRE 2012

FERIA PROPRIA DEL 22 DICEMBRE


Preghiera iniziale: O Dio, che nella venuta del tuo Figlio hai risollevato l’uomo dal dominio del peccato e della morte, concedi a noi, che professiamo la fede nella sua incarnazione, di partecipare alla sua vita immortale. Egli è Dio e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
1Sam 1,24-28 (Anna ringrazia per la nascita di Samuele)
Sal 1sam 2 (Il mio cuore esulta nel Signore, mio Salvatore)
Lc 1,46-55 (Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente)

L’offerta di due mamme
La liturgia ci offre due testi che sono pienamente collegati tra di loro. Due vite che sono offerte al servizio di Dio da due mamme pienamente felici di fare questo gesto di culto verso il Signore. Anna, la mamma di Samuele, che molto aveva pregato per ottenere questo figlio, lo presenta al sacerdote Eli come aveva promesso nella sua amara situazione di donna sterile: Maria che, dopo il saluto di Elisabetta, non si inorgoglisce ma con tanta umiltà riconosce e loda la benevolenza gratuita dell’Altissimo. Potremmo soffermarci su due pensieri. Il primo, rendere omaggio alle mamme di sacerdoti e di anime consacrate che hanno lasciato che i loro figli e figlie seguissero la chiamata del Signore ad una vita di servizio di Dio e della Chiesa, come Anna ha fatto con Samuele. Sono mamme benedette che avranno tanto merito dinanzi al Signore condividendo con i figli apostolato e angosce, gioie e amarezze, contraddizioni e incomprensioni. Da Maria abbiamo una lezione di come si deve ringraziare Dio per i suoi innumerevoli benefici. Dopo di lei, anche noi, nella nostra esperienza, posiamo affermare che “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e Santo è il suo nome”. Se consideriamo attentamente la storia della nostra vita, quante volte troveremo vicino a noi l’onnipotenza divina che ci soccorre, ci sostiene, ci fa dono della sua misericordia. “Ha soccorso Israele suo servo (d’ogni credente) ricordandosi della sua misericordia”. Sulle nostre labbra dovrebbe fiorire frequentemente questo cantico di lode e di ringraziamento. Sono doni di Dio il battesimo, il perdono, la comunione eucaristica, la Parola... E inoltre chi può dire quante volte la mano misericordiosa di Dio ci ha salvati da pericoli e situazioni critiche? Giustamente quindi ogni discepolo di Gesù può ripetere: Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente!
Re di tutti i popoli, oggetto della loro speranza, pietra angolare che da due popoli ne fai uno solo, vieni a salvare l’uomo che tu hai plasmato dalla terra! La vita di Maria è esplosa nel canto del Magnificat. Lasciamoci guidare da Maria verso Gesù: l’irruzione dell’Eterno nel nostro mondo. Maria ci comunica il segreto della sua gioia. Maria ha approfondito nel silenzio e nella preghiera tutte le profezie e il canto di Anna. Se noi stiamo in ascolto, Maria ci affiderà, in una segreta comunicazione di cuori, il frutto della sua meditazione. La nostra gioia allora esulterà. I due Magnificat che la Chiesa ci fa ascoltare oggi sono un invito rivolto a ciascuno di noi perché ne pronunciamo un terzo: il nostro. Un cantico personalizzato nella meditazione della Scrittura e nell’esperienza quotidiana facendo tesoro dell’insegnamento di Maria.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome; di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva detto ai nostri padri, per Abramo e la sua discendenza, per sempre».

Riflessione:
- Il cantico di Maria era uno dei cantici delle comunità dei primi cristiani. Rivela il livello di coscienza e la fermezza della fede che le animava internamente. Cantato nelle comunità, questo cantico di Maria insegna a pregare ed a cantare.
- Luca 1,46-50: Maria inizia proclamando il cambiamento che avviene nella su avita sotto lo sguardo amoroso di Dio, pieno di misericordia. Per questo, canta felice: “Esulto di gioia in Dio mio Salvatore”.
- Luca 1,51-53: Dopo canta la fedeltà di Dio verso il suo popolo e proclama il cambiamento che il braccio del Signore stava compiendo a favore dei poveri e degli affamati. L’espressione “braccio di Dio” ricorda la liberazione dell’Esodo. È questa forza di salvezza e di liberazione di Yavé che produce i cambiamenti: dispersa i superbi (Lc 1,51), rovescia i potenti e innalza gli umili (Lc 1,52), rimanda a mani vuote i ricchi, ricolma di bene gli affamati (Lc 1,53).
- Luca 1,54-55: Alla fine Maria ricorda che tutto questo è espressione della misericordia di Dio verso il suo popolo ed espressione della sua fedeltà alle promesse fatte ad Abramo. La Buona Notizia vista non come ricompensa per l’osservanza della Legge, bensì come espressione della bontà e della fedeltà di Dio alle sue promesse. È ciò che Paolo insegnava ai Galati ed ai Romani.

Per un confronto personale:
- I cantici sono il termometro della vita delle comunità. Rivelano il grado di coscienza e di impegno. Esamina i cantici della tua comunità.
- Analizza la coscienza sociale che emerge dal cantico di Maria. Nel 20° secolo dopo Cristo, questo canto è stato censurato dai militari di un paese dell’America Latina poiché considerato sovversivo.

Preghiera finale: Dalla polvere egli solleva il misero, innalza il povero dalle immondizie, per farli sedere insieme con i capi del popolo, e assegnar loro un seggio di gloria (1Sam 2).
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MessaggioOggetto: domenica 23 dicembre 2012   Mar Dic 18, 2012 10:20 am

DOMENICA 23 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO C
IV DOMENICA DI AVVENTO


Preghiera iniziale: Ascolta, o Padre, le preghiere del tuo popolo in attesa del tuo Figlio che viene nell’umiltà della condizione umana: la nostra gioia si compia alla fine dei tempi quando egli verrà nella gloria. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
Mi 5,1-4 (Da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele)
Sal 79 (Signore, fa’ splendere il tuo volto e noi saremo salvi)
Eb 10,5-10 (Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà)
Lc 1,39-45 (A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me?)

Dio ha guardato l’umiltà della sua serva
Lo sguardo misericordioso di Dio Padre, dopo aver visto lo stato miserevole in cui la nostra umanità si era ridotto, si posa su Maria. Per bocca dell’Angelo proclama al mondo il suo splendore e ci fa conoscere l’arcano disegno di averla come Madre del suo Figlio. La piena di grazia, la prossima mamma di Gesù, oggi la contempliamo mentre sollecita sale la montagna per raggiungere la sua parente Elisabetta, anche lei prossima alla maternità. La Madre che già si era definita umile ancella del Signore, ora si propone come serva di Elisabetta. Ancora una volta è l’amore operoso a svelare i misteri di Dio. Elisabetta piena di Spirito Santo, al saluto di Maria esclama: «A che debbo che la Madre del mio Signore venga a me». La fanciulla che lei conosceva ora viene chiamata Madre del Signore. Ciò che era rimasto nascosto agli occhi degli uomini e che aveva causato un comprensibile turbamento in Giuseppe, il promesso sposo, ora viene proclamato ad alta voce. Sgorga la gioia»: in Elisabetta, nel nascituro Giovanni Battista, che sussulta nel grembo materno e in Maria, che intona il suo canto. È la vera gioia messianica che ora esplode in pienezza prima del canto degli angeli sulla grotta di Betlemme. È in chiaro preannuncio del Natale e lo svelarsi del piano salvifico pensato e voluto da Dio Padre con l’incarnazione del Figlio. L’uomo voleva diventare come Dio, Dio è diventato uno di noi! Ecco la meraviglia dell’evento, ecco il Natale: l’umiltà della Vergine, l’annientamento di Dio nella nostra natura umana. Ecco infine il grande monito per tutti noi, per la nostra umanità, che ancora spesso cade nella trappola dell’orgoglio, che induce al rifiuto di Dio, soprattutto al rifiuto di un Dio Bambino, di una Madre Vergine.
Oggi il vangelo ci rivela come si sono realizzati la venuta del Messia e il mistero della redenzione che essa contiene. La persona di Maria, la sua fede, il suo “sì”, la sua maternità, sono le vie scelte da Dio per fare visita ai suoi e portare la salvezza a tutti gli uomini. Il centro dell’avvenimento evangelico di questo giorno si sviluppa, dunque, attorno a Maria: lei è la più profonda e più radicale via dell’Avvento. Si capisce la ragione della visita a sua cugina Elisabetta nel messaggio dell’angelo (Lc 1,36). Ella si dirige rapidamente verso il villaggio in Giudea, perché la grazia ricevuta da sua cugina Elisabetta, che diventerà mamma, la riempie di gioia. Il suo saluto ha un effetto meraviglioso su Elisabetta e sul bambino. Tutti e due si impregnano di Spirito Santo. Elisabetta sente il bambino sussultare dentro di sé, come fece tempo prima Davide davanti all’arca dell’Alleanza, durante il suo viaggio a Gerusalemme (2Sam 6,1-11). Maria è la nuova arca dell’Alleanza, davanti alla quale il bambino esprime la sua gioia. Dal bambino l’azione dello Spirito è trasmessa anche ad Elisabetta, cosa che la conduce a riconoscere la Madre del suo Signore. Sotto l’ispirazione dello Spirito, conosce il mistero del messaggio dell’angelo a sua cugina Maria, e la riconosce “felice” in ragione della fede con la quale ella l’ha ricevuto. La testimonianza di Elisabetta è la più antica testimonianza della venerazione della prima Chiesa per la Madre del Salvatore.

Lettura del Vangelo: In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccarìa, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino sussultò nel suo grembo. Elisabetta fu colmata di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto».

Riflessione:
- Luca mette l’accento sulla prontezza di Maria nel servire, nell’essere ancella. L’angelo parla della gravidanza di Elisabetta e immediatamente, Maria si alza ed in fretta si reca ad aiutarla. Da Nazaret fino alla casa di Elisabetta c’erano più di 100 km, quattro giorni di viaggio, come minimo! Non c’erano né pullman, né treni. Maria inizia a servire e compie la sua missione a favore del popolo di Dio.
- Elisabetta rappresenta il Vecchio Testamento che stava per terminare. Maria rappresenta il Nuovo Testamento. Il Vecchio Testamento accoglie il Nuovo con gratitudine e fiducia, riconoscendo in esso il dono gratuito di Dio che viene a realizzare ed a completare l’aspettativa della gente. Nell’incontro delle due donne si manifesta il dono dello Spirito. Il bambino salta di gioia nel seno di Elisabetta. Questa è la lettura della fede che Elisabetta fa delle cose della vita.
- La Buona Notizia di Dio rivela la sua presenza nelle cose più comuni della vita umana: due donne di casa che si visitano per aiutarsi a vicenda. Visita, allegria, gravidanza, bambini, aiuto reciproco, casa, famiglia: Luca vuole che noi e le comunità percepiamo proprio questo e scopriamo in questo la presenza di Dio.
- Elisabetta dice a Maria: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”. Fino ad oggi, queste parole fanno parte del salmo più conosciuto e pregato nel mondo intero, l’Ave Maria.
- “E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”. É l’elogio di Elisabetta a Maria ed il messaggio di Luca per le comunità: credere nella Parola di Dio, poiché la Parola di Dio ha la forza per adempiere tutto ciò che ci dice. È Parola creatrice. Genera vita nuova nel seno della Vergine, nel seno della gente che la accoglie con fede.
- Maria ed Elisabetta si conoscevano già. Ma in questo incontro, loro scoprono, l’una nell’altra, un mistero che ancora non conoscevano, e che le riempie di molta gioia. Anche oggi incontriamo persone che ci sorprendono con la saggezza che posseggono e con la testimonianza di fede che ci danno. Qualcosa di simile ti è successo già? Hai incontrato persone che ti hanno sorpreso? Cosa ci impedisce di scoprire e di vivere l’allegria della presenza di Dio nella nostra vita?
- L’atteggiamento di Maria dinanzi alla Parola esprime l’ideale che Luca vuole comunicare alle Comunità: non rinchiudersi in se stesse, ma uscire da sé, essere attente ai bisogni ben concreti delle persone e cercare di aiutare gli altri nella misura delle necessità.

Per un confronto personale:
- Mettendomi al posto di Maria e di Elisabetta: sono capace di percepire e sperimentare la presenza di Dio nelle cose semplici e comuni della vita di ogni giorno?
- L’elogio di Elisabetta verso Maria: “Hai creduto!”. Suo marito ebbe problemi nel credere ciò che l’angelo diceva. Ed io?

Preghiera finale: L’anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome (Sal 32)

RITO AMBROSIANO
VI DOMENICA DI AVVENTO
DOMENICA DELL’INCARNAZIONE
O DELLA DIVINA MATERNITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA
SOLENNITÀ


Letture:
Is 62,10-63,3b
Sal 71
Fil 4,4-9
Lc 1,26-38a

Vergine e Madre
Maria divenne madre per intervento diretto dello Spirito Santo: “Lo Spirito santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Da vergine - senza contatto con Giuseppe - divenne madre: Madre di Dio perché quel bambino Gesù era della sua carne fecondata direttamente dallo Spirito, “che è Signore e dà la vita”. Ma vergine significa che anzitutto nel cuore fu tutta per Dio, prima e più alta creatura a vivere di fede: “Beata colei che ha creduto” (Lc 145), la saluterà Elisabetta. Per questa apertura totale di fede, divenne sposa dello Spirito Santo e da lei venne una maternità divina: “Colui che nascerà sarà chiamato Figlio di Dio”. Contempliamo la sua maternità divina; imitiamo la sua verginità di fede.
Maternità divina: La concezione verginale ad opera dello Spirito Santo svela come il figlio che nasce è seme divino, è il Figlio di Dio: “Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. A lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi” (Mt 1,20.23). Quel bambino figlio di Maria e non di Giuseppe, è figlio vero e diretto di Dio anche come uomo: venuto da (ek) Maria e da Spirito santo. Il Figlio di Dio è generato dall’eternità dal Padre: “Luce da luce, Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre”; ora da Maria viene e si manifesta come uomo, prendendo da lei carne e umanità visibile e vera: “Per noi uomini e per la nostra salvezza.. si fece uomo”. È la Persona del Verbo che diviene anche uomo. È uomo-Dio. Maria può essere così chiamata Madre di Dio: “Theotokos”, come la definisce il Concilio di Efeso del 431. Quel bambino che nasce a Betlemme è Dio in persona. Tutta la fede cattolica si fonda su questo dato: che Gesù è Dio. Non un grande uomo soltanto o un grande profeta... ma Dio stesso. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Gesù lo ha dimostrato per tutta la vita con segni e miracoli e con la sua risurrezione. Vero uomo e vero Dio. È il senso ultimo dell’Incarnazione: il Dio invisibile si è reso visibile in un uomo: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Gesù ne avrà chiara coscienza col dire: “Chi vede me vede il Padre” (Gv 14,9). “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). L’intervento dello Spirito Santo - lo Spirito creatore che aleggiava all’inizio della creazione del mondo - dice che siamo davanti ad una nuova creazione. Si tratta qui infatti di un secondo Adamo, capostipite d’una nuova umanità, della quale il primogenito è proprio l’Unigenito del Padre che da Maria prende consanguineità con l’uomo per esserne il fratello maggiore. “Dio si fa quello che siamo noi, perché noi diventiamo quello che è lui” (sant’Ireneo). Un mistero che assorbe nell’eterno il tempo, che sostanzia di divino il nostro profondo bisogno di totalità.
Verginità di fede: Scrive sant’Agostino: «L’utero della Vergine fu la stanza nuziale, poiché è là che si sono uniti lo Sposo e la sposa, il Verbo e la carne» (In 1Gv 1,2). Maria davanti al mistero di Dio dice il suo sì: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Il suo sì è come la punta di diamante dell’umanità che si apre a Dio, e la riassume tutta: Maria... primizia e immagine della Chiesa! «Piena di grazia» la saluta l’angelo, e fin dal primo istante della sua esistenza fu tutta per Dio: «Il Signore è con te». E fu, la sua, una progressiva peregrinazione di fede fino a giungere ai piedi della croce dove s’è lasciata «trapassare l’anima» fino in fondo da quella spada penetrante che è la Parola di Dio. «Beata colei che ha creduto»: cuore indiviso, tutta per Dio, vergine per questo unico amore al Signore, sposa autentica di un unico Sposo! Trovandola così docile, Dio ha potuto «fare in lei grandi cose» (Lc 1,49). È questa disponibilità del cuore la prima condizione a che si attui anche per noi quello sposalizio che ci divinizza: appunto la verginità della fede. Sant’Ambrogio dice che Maria ha generato Dio prima nel cuore con la sua fede che nel corpo con la carne. Sant’Agostino dice addirittura che Maria fu più grande per essere stata discepola di Gesù, che non sua madre. Dirà Gesù proprio in riferimento a sua madre: «Mia madre e i miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). A una donna che aveva fatto elogio alla madre di un tale profeta, Gesù rispose: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano» (Lc 11,28). È una grandezza allora più che accessibile, una santità possibile anche ad ognuno di noi Potremmo dire allora che la fede di Maria è stata la condizione che ha fatto scattare l’opera dello Spirito Santo per la presenza di Dio nella nostra carne. Di fronte all’iniziativa di Dio, l’uomo non ha che l’accoglienza trepidante e fedele. Si tratta del sì della fede, di quella verginità spirituale che si apre a Dio e che offre allo Spirito la possibilità di continuare nel tempo l’incaranzione di Dio e la divinizzazione dell’umanità. Fede e Spirito Santo sono la fonte di ogni fecondità spirituale nella Chiesa, l’anima di ogni apostolato, la forza e l’efficacia d’ogni testimonianza cristiana. Non ci resta allora che chiedere a Maria di rendere anche noi capaci di quella sua stessa fecondità del divino per generare - sempre in unione con la Chiesa - ancora Dio nel nostro mondo di oggi.
A Maria, primizia e modello d’ogni fecondità ecclesiale, eleviamo la preghiera specifica di questa festa della sua verginale maternità divina:
O Vergine, Madre di Dio, anello di congiunzione tra l’anelito degli uomini e la risposta di Dio, offrendo al mondo visibilmente il Dio invisibile col dargli un corpo di carne: fa’ della Chiesa e di ognuno di noi generatori di Dio. Lo Spirito Santo ti ha resa feconda della fecondità del divino, per una iniziativa gratuita ed esaltante del Signore che vuole ogni uomo partecipe della sua divinità: rendici desiderosi e orgogliosi di tale fecondità, disdegnando le banali fecondità terrene che generano labilità e insoddisfazione. Nel tuo cuore con la fede, prima che nella carne, hai generato Dio, offrendoti come serva obbediente al tuo Signore per il suo grandioso disegno: forma in noi un cuore come il tuo, vigile e generoso alla Parola e alla vocazione che il battesimo ci ha dato per generare Dio nel nostro mondo di oggi. Sempre come partecipazione della fecondità della Chiesa, con la tua protezione di Madre, a servizio del mondo, per il Regno di Dio. Amen.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: martedì 25 dicembre 2012 - RITO ROMANO   Mar Dic 18, 2012 10:31 am

MARTEDÌ 25 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
NATALE DEL SIGNORE


MESSA DELLA VIGILIA


Letture:
Is 62,1-5 (Il Signore troverà in te la sua delizia)
Sal 88 (Canterò per sempre l’amore del Signore)
At 13,16-17.22-25 (Testimonianza di Paolo a Cristo, figlio di Davide)
Mt 1,1-25 (Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide); forma breve Mt 1,18-25 (Maria darà alla luce un figlio, e tu lo chiamerai Gesù)

Ci visiterà un sole che sorge dall’alto
Appena dato il nome al bambino, Zaccaria è colmato di Spirito Santo e profetizza sulla storia imminente, quella che ormai è già iniziata sia nella sua casa che in quella di Nazaret. Oggi, in questo tempo, nei nostri giorni, Dio ha visitato e redento il suo popolo. Come? Suscitando un Salvatore potente nella casa di Davide. Dalla casa di Davide viene non un profeta, non un sacerdote, non un qualsiasi altro uomo di Dio, viene solo il Messia del Signore. Zaccaria profetizza che il Messia è già in mezzo al suo popolo. È già venuto. Le promesse fatte da Dio ai padri sono state attuate, si attuano sotto i loro occhi. Ora è il tempo della salvezza. Con il Messia che viene, è già venuto, perché presente nel mondo, si può servire il Signore in santità e giustizia, senza timore, per sempre. Nessun impedimento potrà sorgere per quanti si vorranno lasciare avvolgere dalla misericordia di Dio. Zaccaria possiede ancora una visione di salvezza che rispecchia in tutto la mentalità del Vecchio Testamento. Del resto, non potrebbe essere diversamente. Ancora Cristo Gesù non è venuto, non ha parlato, non si è manifestato nella sua purissima novità, non si è rivelato nella pienezza della sua grazia, non ha reso pubblico il suo mistero di salvezza, che consiste non nel mettere l’uomo contro l’uomo, bensì nel creare la comunione tra uomo e uomo, fondata nella comunione di verità e di grazia che vengono dallo Spirito Santo. Il nuovo di Cristo è infinitamente oltre l’Antico Testamento. Solo compiendosi, si potrà afferrare e comprendere la salvezza di Cristo, e non sempre, poiché sono già trascorsi duemila anni dal suo avvento e noi ancora non sappiamo distinguere la sua salvezza da tutte le altre salvezze e soprattutto ancora non abbiamo compreso che la salvezza di Cristo Gesù si compie proprio sulla nostra terra, in questa umanità, in questa storia, in questo tempo. Zaccaria, suo padre, fu colmato di Spirito Santo e profetò dicendo: «Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi un Salvatore potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva detto per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei suoi peccati. Grazie alla tenerezza e misericordia del nostro Dio, ci visiterà un sole che sorge dall’alto, per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace». Sono in grande errore tutti coloro che pensano che la salvezza sia quella eterna. La salvezza di Gesù è oggi, nel nostro monto, in questa nostra carne che si deve compiere. La sua salvezza è della carne, del corpo, dell’intera vita, non di un uomo, di pochi uomini, di un popolo, di pochi popoli. È salvezza di ogni uomo, di ogni popolo, dell’intera umanità. Gesù è venuto per fare di ogni uomo un solo corpo, una sola vita in Lui, con Lui, per Lui. La vita eterna di Gesù inizia oggi e se non inizia oggi, non è vera salvezza, vera redenzione, vera giustificazione. Chi è allora Giovanni il Battista? È Colui che il Signore ha costituito perché vada innanzi al suo Messia a preparargli la strada. Come gliela preparerà? Invitando ogni uomo alla conversione. Mettendo tutti dinanzi alla loro grande necessità di essere liberati dai loro peccati. Preparata la strada, il Messia vera e sarà un vero sole che sorge dall’alto per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i passi di tutti sulla via della pace. La salvezza del Messia è universale, attuale, oggi, in questo tempo, sotto i nostri occhi, del corpo e non solo dello spirito. Vergine Maria, Madre della Redenzione, Angeli, Santi, insegnateci la vera salvezza.
Uomo di Dio, tale è il salvatore di cui avevamo bisogno. Soltanto Dio è la salvezza dell’uomo, ma Dio non vuole salvare l’uomo dall’esterno; ecco perché si fa uomo. È questo il duplice messaggio che ci affida lo splendido testo di san Matteo. Uomo discendente da una lunga stirpe di persone, oggetto della promessa, tale è il salvatore dell’uomo. Dal giorno in cui Dio riprende contatto con l’umanità nella persona di Abramo, fino a questa giovane fanciulla di Nazaret chiamata Maria, Dio si dedica con pazienza a quest’opera, prepara la venuta nella nostra carne del suo Figlio unigenito. La genealogia riportata da san Matteo è la genealogia della fedeltà di Dio. Tutte queste persone tracciano la storia di Israele. Sono portatrici della promessa. Le infedeltà di molti di loro mettono in luce la fedeltà di Dio. È da un popolo di peccatori che sorgerà il salvatore. Perché egli viene a salvare proprio il peccatore. Facendosi uomo, egli appartiene alla loro stirpe e, dall’interno della loro stirpe, li vuole salvare, assumendosi il loro peccato senza esserne macchiato: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Ma: “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Il ritmo della genealogia si spezza. Se occorreva che l’uomo fosse salvato dall’interno dell’umanità, non poteva esserlo che grazie a Dio. E, brevemente, Matteo sottolinea qui l’origine divina del Salvatore degli uomini: “Egli è generato dallo Spirito Santo”. Dio è molto più fedele di quanto l’uomo potesse immaginare. Lasciamo allora la parola a Ireneo di Lione: “Il Signore ci ha dato un segno” dal profondo degli inferi e “lassù in alto” (Is 7,11) senza che l’uomo osasse sperarlo. Come avrebbe potuto aspettarsi di vedere una vergine partorire un figlio, di vedere in questo figlio un “Dio-con-noi”, che sarebbe sceso nel profondo, sulla terra, per cercare la pecorella smarrita, cioè la creatura che egli aveva plasmato, e sarebbe poi risalito per presentare al Padre suo questo uomo ritrovato?” (Contro le eresie, III, 19,3).

MESSA DELLA NOTTE


Invochiamo lo Spirito Santo: Spirito di vita, che alitando sulla massa delle acque della creazione hai portato vita e bellezza là dov’era il caos! Spirito di vita, che guidando Israele come colonna di fuoco nella notte hai condotto gli schiavi alla libertà! Spirito di vita, che coprendo Maria con la tua ombra silenziosa ed efficace hai portato Dio Figlio fra gli uomini! Spirito di vita, che comunicando la luce della Verità del Padre nel Figlio ci rendi capaci di confessare la fede in Gesù Cristo Signore! Spirito di vita, guidaci sulle strade della nostra Betlem, per scoprire nella gioia la presenza di Dio Figlio nel figlio di Maria che vive in mezzo a noi.

Letture:
Is 9,1-6 (Ci è stato dato un figlio)
Sal 95 (Oggi è nato per noi il Salvatore)
Tt 2,11-14 (È apparsa la grazia di Dio per tutti gli uomini)
Lc 2,1-14 (Oggi è nato per voi il Salvatore)

La notte santa
A Natale pensieri e riflessioni affollano la mente tanto che riesce difficile dare loro un ordine. Le Letture del Vangelo nelle tre liturgie eucaristiche: Mezzanotte, alba e giorno, vertono tutte sul grande mistero dell’Incarnazione. Mistero che si rende palese agli uomini nell’umiltà di una grotta, visitato da povera gente anche se annunziato dagli angeli. Ma questa generazione nel tempo è preceduta, per così dire, dalla generazione eterna del Verbo di Dio: “In principio era i Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio!”. Dopo tanta attesa, dopo tanti sospiri, ci si sarebbe aspettata una accoglienza ben diversa da parte del popolo eletto; invece: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto!”. E noi del XXI secolo come accoglieremo questa visita dall’Alto? È vero che il Natale getta nell’animo un senso di pace, di bontà, di apertura all’altro e di accoglienza. Sono sentimenti suscitati dal dolce e amabile Bambino che giace nella greppia di una grotta. Se giovano creare una umanità più fraterna, almeno in parte hanno raggiunto lo scopo. Ma il Bambino chiede qualche cosa di più che un semplice ammansimento dei nostri sentimenti. Chiede cuori ardenti di amore che almeno tentino di ripagare quello immenso suo verso l’uomo che lo ha portato a tanta umiltà e annientamento. Forse però consapevoli di tanta superficialità della maggior parte del nostro popolo, dobbiamo con amarezza notare tanta indifferenza e disinteresse come se Betlemme non li riguardasse. Eppure quel divino Infante tende la sue braccia per accogliere in particolare quelli che vivono lontano, forse immersi pienamente nelle realtà umane, senza alcuna aspirazione di essere liberati dalla loro schiavitù. C’è bisogno urgente di scuoterci dalla nostra sonnolenza e metterci in sereno ascolto di quanto egli vuol comunicarci. -”Fermati - sembra implorarci il Bambino - a riflettere sulla tua vita, sull’indirizzo che le dai. Sei proprio soddisfatto di te stesso, del tuo lavoro, della tua vita, del ruolo nella società, delle tue scelte?”. Facilmente la evidente fragilità fa vacillare tutte le sicurezze. Dovrebbero essere queste le domande essenziali a cui dare una risposta concreta. Siamo ben duri di cuore se dinanzi a quella povertà e annientamento del Verbo di Dio... non sentiamo alcun bisogno di cambiamento e i nostri cuori rimangono duri, impietriti da una indifferenza che è più offensiva dell’incredulità. Il Signore è venuto per noi...
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato. Una mangiatoia, un bambino, Maria in contemplazione, Giuseppe meditabondo: “Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo. Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società... E tutto questo è voluto: “Egli ha scelto la povertà, la nudità. Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale”. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore. Eppure egli è il Verbo che si è fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto? Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui. “Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”, dice Atanasio di Alessandria. “Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza. Si è fatto simile a me perché io lo accolga. Si è fattosimile a me perché io lo rivesta” (Cantico di Salomone). Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice: “Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi... Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione... Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non prendete strumenti di precisione... Per leggere le Scritture, lasciate la critica... Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità...” (Pierre Mounier). Ma credete e adorate.

Approfondimento del Vangelo (Gesù: Dio-con-noi)
Il testo: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo; oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra gli uomini che egli ama”.

Le premesse e la chiave di lettura biblica e liturgica
- Al termine del cammino dell’avvento, l’attesa di Dio Salvatore è giunta al culmine e si è concentrata, negli ultimi giorni che precedono il Natale, sulla persona del figlio di cui Maria di Nazaret è venuta misteriosamente incinta. Come in uno zoom cinematografico, le letture e le preghiere liturgiche (nell’Eucaristia e nella liturgia delle Ore) hanno gradualmente concentrato il nostro sguardo orante in un crescendo di attenzione al mistero dell’ incarnazione di Dio Figlio.
- Dopo gli annunci consecutivi della nascita di Giovanni e di Gesù e dopo la clamorosa venuta al mondo di Giovanni, con gli “strani” avvenimenti a essa seguiti, Luca narra la venuta al mondo di Gesù, il Messia, e gli avvenimenti meravigliosi vi sono collegati.
- Siamo al culmine del “vangelo dell’infanzia” nella versione lucana. I “vangeli dell’infanzia” rispondono a una precisa esigenza, che si riscontra anche nel Primo Testamento (si vedano i racconti dell’Esodo relativi alle circostanze della nascita di Mosè) e un po’ in tutta la letteratura antica: scoprire i segni del futuro splendore dei grandi personaggi fin nella loro prima infanzia e, addirittura prima della nascita, in modo da comprenderne meglio il destino e interpretarne tutta l’esistenza sotto una luce particolare. Riguardo Gesù, abbiamo anche nel vangelo di Matteo una sezione che narra gli avvenimenti dell’infanzia, ma vi sono narrati avvenimenti ben diversi da quelli che leggiamo in Luca. La particolarità dei racconti dell’infanzia in Luca, che coprono i primi due capitoli del vangelo, è data dai tre bellissimi cantici (il “benedictus”, il “magnificat” e il “nunc dimittis”) ampiamente tratti da brani del Primo Testamento e adottati dalla Chiesa nelle celebrazioni principali della Liturgia delle Ore, dalla valorizzazione dei personaggi umili e pieni di fede semplice in Dio (come avviene un po’ in tutto questo vangelo) e dalla prospettiva specifica: Luca sembra vedere l’infanzia di Gesù a partire dalla persona di Maria che è coprotagonista e testimone privilegiata degli avvenimenti riferiti.
- Dividiamo il brano in due parti: la narrazione della nascita (vv. 1-7) e l’annunzio ai pastori (vv. 8-14).

Uno spazio di silenzio per lasciare che la Parola di Dio ci impregni il cuore e la mente
- Siamo di fronte all’avvenimento che è il cardine della storia, per noi Cristiani: tant’è vero che molti secoli fa si è pensato di fissare l’anno zero, quello che divide la storia in due grandi parti, proprio in quello che si riteneva fosse l’anno di nascita di Gesù.
- È importante che ci fermiamo a guardare nel buio di questa notte di Giudea: la luce più bella e più grande della storia splende per la prima volta proprio lì dove la notte è più profonda, proprio lì dove non ci aspettiamo di trovarla. Inutile fermarsi alle apparenze, bisogna lasciarsi coinvolgere, per poter comprendere.

La Parola che ci è donata: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò... di tutta la terra: Si tratta del celebre Ottaviano, figlio adottivo di Giulio Cesare, che dominò Roma dal 31 a.C. e a cui il Senato attribuì il titolo di “Augusto” nel 17 a.C.. Morì nel 14 d.C. e gli successe il figlio adottivo Tiberio (Lc 3,1). Il regno di Ottaviano è ricordato come l’epoca d’oro per Roma e i suoi territori, il tempo della “pax romana”. Questo richiamo storico serve all’evangelista per inquadrare la nascita di Gesù alla storia universale e anche a farci ricordare che l’epoca che sta iniziando è il tempo della realizzazione della promessa della “pace messianica” che è anche un tempo di abbondanza e di felicità per tutti. A noi, sulla base delle conoscenze storiche moderne, dà anche la possibilità di correggere la datazione dell’anno di nascita di Gesù, che sarebbe avvenuta fra l’anno 10 e il 4 a.C.. “Quei giorni”: il termine indica qualcosa di particolare importanza: inizia il tempo della salvezza. “Tutta la terra”: si usa “oikumene” nel significato normale del suo tempo: tutti i sudditi di Roma. Ottaviano volle, infatti, censire gli abitanti di diverse province. Origene scrive: “In questo censimento del mondo intero Gesù doveva essere incluso... affinché potesse santificare il mondo e trasformare il registro ufficiale del censimento in un libro di vita”. ... si facesse un censimento... quando era governatore della Siria Quirinio: La storia non ricorda censimenti in Palestina prima del 6 d.C. e Quirinio divenne governatore della Siria (provincia romana cui apparteneva la Giudea) solo dopo la morte di Erode, che regnava al tempo della nascita di Gesù (cfr. Mt 2,1). Questa difficoltà a far corrispondere la storia profana con il racconto di Luca ci fa comprendere: (a) che le notizie in suo possesso non erano molto precise dal punto di vista storico (nonostante lo stesso evangelista dichiari, nel suo prologo, di essersi impegnato a raccogliere e riferire notizie storiche, cfr. 1,3-4), e (b) che a lui, in effetti, interessa soprattutto darci l’inquadratura generale dell’evento: il tempo della “pax romana”. Il censimento serviva all’imperatore solo per prevedere le entrate fornite dalla tassazione dalle popolazioni ebraiche, esonerate dal servizio militare. Per Luca il censimento è l’occasione provvidenziale della nascita di Gesù a Betlemme. La procedura descritta è ricordata per il censimento voluto da Roma per l’Egitto. La prospettiva provvidenziale di Luca nel raccontare i fatti emerge anche dal fatto che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare, dunque la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazaret. Ai re ebrei era, invece, proibito da Dio indire censimenti (cfr. 1Cron 21,1-18). Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, salì... alla città di Davide, chiamata Betlemme: Di solito “città di Davide” è usato per indicare Gerusalemme, ma qui Luca fa forse riferimento a 1Sam 16,1-13 e Mic 5,1: Davide, il fondatore della casata reale di Giuda, proveniva dalla piccola città di Betlemme, dove viene individuato dal profeta Samuele e riceve da lui la prima consacrazione reale. Secondo l’evangelista, Giuseppe è membro del ramo principale della famiglia davidica? Le parole usate e la forte sottolineatura di esse ce lo fanno pensare. Comunque, Giuseppe assolve una funzione essenziale, pur essendo padre di Gesù solo giuridicamente: mediante la sua paternità Gesù viene a essere inserito nella discendenza davidica e, pertanto, è il Messia regale nel quale si realizzano le profezie (cfr. 2Sam 7,8-17). ... insieme con Maria, sua sposa, che era incinta: Facendola viaggiare con Giuseppe, Luca mostra che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia davidica. Come in 1,27, Luca usa una parola che in italiano può indicare anche la “fidanzata” o “promessa sposa”. Forse è un modo per indicare che Giuseppe non è il padre naturale del nascituro. ... il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia: Luca da semplicemente la notizia della venuta al mondo del Messia davidico. Usa “primogenito” e non “unigenito”, perché gli interessa indicare che egli, come tutti i primogeniti maschi d’Israele, è consacrato al Signore e gode di particolari diritti, specie di quello di essere il capo della discendenza (cfr. Es 13,2.12.15). Ma Gesù è anche “il primogenito fra molti fratelli” (cfr. Rm 8,29). I segni delle cure di Maria, come di ogni madre ebrea del tempo, sono anche i segni indicati ai pastori dall’angelo (1,12). Non c’era posto per loro nell’albergo: “Albergo” dovrebbe essere tradotto anche “sala degli ospiti” o “stanza”. Per “albergo” o “locanda”, Luca usa un altro termine (es. in 10,34). Perciò la frase dovrebbe suonare: “non disponevano di spazio nella stanza”, che probabilmente un vasto ambiente costruito a ridosso di una grotta, usata come stalla per animali domestici. In quella regione si trovavano dei pastori: Primi destinatari del vangelo, felice e buona notizia della fedeltà di Dio alle promesse e della sua presenza salvifica in mezzo agli uomini sono alcuni pastori. Essi, a causa delle esigenze del loro mestiere, degli spostamenti e della cura per il gregge, erano considerati persone infedeli agli obblighi imposti dalla Legge, uomini non degni di stima e di fede. La loro testimonianza non era accettata solitamente dai tribunali ebraici. L’annuncio, dunque, viene rivolto a dei “poveri”, gli ultimi nella scala socio – religiosa, seguendo un orientamento al quale Gesù sarà molto fedele durante la predicazione. Un angelo del Signore...: Nelle tradizioni primitive dell’Antico Testamento, gli angeli si distinguono difficilmente da Dio (Gn 16,7-13); lo scopo della loro presenza è sempre quello di essere mediatori tra Dio e gli uomini, salvaguardando la trascendenza di Dio. Nel Nuovo Testamento, hanno un ruolo importante (per es. Mt 1,20-24; Lc 2,9-15; Gv 20,12-13): sono a servizio della salvezza dell’umanità (Eb 1,14). Qui agiscono come veri e propri “annunciatori” del vangelo della nascita umana di Dio Figlio: la gloria di Dio in cielo si manifesta, almeno per qualche istante, sulla terra poi scompare nella quotidianità di un’esistenza che appare uguale alle altre. Ecco vi annunzio una grande gioia: Con il v. 8 la scena si sposta dall’ambito intimo - familiare della nascita di Gesù alla sua rivelazione pubblica, davanti ai primi testimoni: i pastori. Il cuore di questa seconda parte del brano è: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide, un salvatore, che è il Cristo Signore” (vv. 10-11). Il messaggero divino dichiara innanzitutto le sue intenzioni: egli annuncia una grande “gioia” che non è donata solo ai pastori, ma a tutto il popolo. Compare per la prima volta qui la parola “vangelo” e ritorna, giustamente connesso a questo termine, il tema della gioia che è l’ oggetto diretto della buona novella parola gioia si estende come un filo rosso lungo tutta l’ opera di Luca. Se seguiamo questo filo a ritroso nel racconto lucano, vediamo che a Zaccaria sono promesse “gioia e delizia”, “molti si rallegreranno” per la nascita di Giovanni a motivo della “storia” che Dio sta cominciando col suo Popolo (1,14). Incontrandosi con Maria, il bambino di Elisabetta sobbalza di gioia nel suo seno (1,44). La ragione e il contenuto di questa “grande gioia” è, in questo caso, il messaggio della natività, perché in Gesù, “Dio ha visitato e redento il suo popolo” (1,68), si è preso cura dell’umanità smarrita “come aveva promesso ai padri e ai profeti” (1,55), ha dimostrato la sua benevolenza per gli uomini suoi figli. La gioia è uno degli effetti essenziali dei miracoli di Gesù. I 72 discepoli che tornano dalla missione pieni di gioia e di orgoglio per aver sconfitto i demoni, si sentono dire: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (10,20). Ciò che è veramente importante è che Dio in persona tratta misericordiosamente colui che si era smarrito. Per questo si fa grande festa in cielo per ogni peccatore che si converte. Anche la conversione, perciò, è gioia: tutto il capitolo 15 di Luca è un continuo invito di Gesù a rallegrarsi con Lui perché il figlio perduto ritorna al Padre (15,7. 10.32). Infine, vediamo che pure la conclusione del vangelo di Luca vibra di una gioia incontenibile (24,41.52) e che c’è anche la gioia, quella narrata in Atti, provata dagli apostoli in occasione di oltraggi e persecuzioni, la stessa gioia che Gesù annuncia nel discorso delle beatitudini: “...ma essi [Pietro e Giovanni] se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del Nome di Gesù” (At 5,41; cfr. Mt 5,10-11). Ma in cosa consiste la gioia del credente? Certamente non in un sentimento che “si ha”, “si sente” o di può “dimostrare”; è una dimensione di serenità e felicità profonde che si radicano nella certezza della presenza fedele di Dio, è la gioia “nel Signore” di cui parla Paolo nelle sue lettere: “Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede” (Rm 15,13). Essa è gioia nella fede, pur attraverso lotte e timori di ogni genere e attende fiduciosa il suo Signore risorto (Gv 16,21-23). Come tale essa è frutto dello Spirito santo (cfr. Rm 14,17; Gal 5,22).

Concludiamo: Lodando ancora il Padre, utilizzando le parole della liturgia di Natale: ciò che gli angeli fanno nell’eternità, noi possiamo e dobbiamo farlo nel tempo, esprimendo anche la nostra felicità perché Dio Figlio si è fatto nostro fratello: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché, conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria: Santo, Santo, Santo, Colui che ci ama dall’eternità e ci conduce alla salvezza donandoci la propria divinità.

MESSA DELL’AURORA


Letture:
Is 62,11-12 (Ecco, arriva il tuo Salvatore)
Sal 96 (Oggi la luce risplende su di noi)
Tt 3,4-7 (Ci ha salvati per la sua misericordia)
Lc 2,15-20 (I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino)

Vi annunzio una grande gioia
“Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” si dissero i pastori l’un l’altro dopo aver ascoltato l’annuncio dell’angelo. E partirono “senza indugio”, senza frapporre lentezze e ritardi, come in genere facciamo noi quando ascoltiamo il Vangelo. Essi obbedirono senza aggiunte. In questo andare nella notte possiamo vedere il cammino stesso della nostra conversione. Il Natale è l’ora della conversione del cuore; è l’ora della rinascita. Un mistico cristiano diceva: “Nascesse Cristo mille volte a Betlemme, ma non nel tuo cuore, sei perduto in eterno”. Ma come è possibile rinascere? È la stessa domanda di Nicodemo a Gesù. Anche lui, di notte, chiese: “Come può un uomo rinascere quando è vecchio?”. La risposta è semplice: riaprendo il Vangelo. Sì, il Vangelo è come quel bambino avvolto in fasce che giace nella mangiatoia. Si potrebbe dire: com’è possibile che da quel bambino venga la salvezza? Com’è possibile che da quel piccolo libro vengano parole che cambiano il mondo? Il mistero del Natale è nascosto in questa debolezza. Il Vangelo è la luce che può cambiare i giorni, gli anni, i secoli che verranno. A Natale se ne ascolta la prima pagina, quella della nascita. Da essa possiamo iniziare a scrivere di nuovo la nostra vita. Ciascuno di noi, se sfoglierà pagina dopo pagina il piccolo libro del Vangelo, crescerà giorno dopo giorno come cresceva il bambino Gesù “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e davanti agli uomini”. E se noi rinasciamo, rinasce con noi anche il mondo. Il cambiamento del mondo inizia sempre da quello del proprio cuore. Per questo spiritualità e solidarietà sono profondamente connesse: conversione e cambiamento del mondo sono congiunte. Il cristiano sa che per salvare, deve farsi prima salvare; per aiutare, deve farsi prima aiutare. Non accontentiamoci perciò di essere come sempre, facendoci portare dalla corrente del conformismo e delle abitudini. Imitiamo i pastori, i quali lasciarono il proprio gregge, andarono verso la grotta, videro Gesù e in lui riconobbero Dio che aveva scelto di stare anzitutto con i più poveri. Quel bambino che giace in una mangiatoia libera il mondo da ogni schiavitù. È sceso dal cielo e si è fatto come noi per poterci stare vicino e dirci il suo amore. E se anche solo un poco ci lasciamo toccare il cuore sentiremo lo stesso stupore e la stessa gioia di quei pastori chiamati per primi a vivere questo incredibile mistero di amore. Il Natale è fare l’esperienza di quella gioia: sentire Dio accanto a noi. Talora abbiamo timore di questa gioia, perché ci spossessa dal nostro egocentrismo, perché ci fa alzare gli occhi da noi stessi, perché ci mette in comunione con gli altri e ci dà serenità. Noi, invece, crediamo di controllare la nostra vita con la tristezza. Quel bambino è la nostra gioia. L’evangelista continua dicendo che i pastori parlavano a tutti del bambino e quelli che li udivano si stupivano delle cose che dicevano. Se ci lasciamo coinvolgere dallo stesso stupore lo comunicheremo anche noi. La vita cristiana non è altro che uno stupore che si comunica e che si irradia. Si legge in un Vangelo apocrifo: “Chi si sarà stupito regnerà”. Sì, con lo stupore vero e ingenuo del Natale, potremo convincere il cuore di tanti uomini e di tante donne in balía di una vita triste e rassegnata. La comunicazione del Vangelo è il cuore stesso della vita del credente e la radice dello stupore in chi ascolta. In questa scena evangelica del Natale possiamo vedere la prima immagine della Chiesa: una piccola comunità (Maria, Giuseppe e i pastori) raccolta attorno al bambino, che diviene immediatamente evangelizzatrice. Maria, la prima che racconta di Gesù ai pastori e “serba tutte queste cose meditandole nel suo cuore”; Giuseppe, che prese con sé il bambino e sua madre; i pastori, che comunicano la gioia di aver incontrato il salvatore. È l’icona che ci viene affidata per non dimenticare il grande dono del Natale.
“Mentre un profondo silenzio avvolgeva l’universo e la notte nella sua rapida corsa era giunta nel mezzo del suo cammino, il Verbo onnipotente, dagli altissimi cieli, balzò dal suo trono regale” (Liturgia). “Solo il silenzio rivela gli abissi della vita” (Zundel). Le più grandi opere di Dio sono frutto del silenzio. Solo Dio ne è testimone e, con lui, coloro che vedono interiormente, che fanno silenzio e vivono della presenza del “Verbo silenzioso”, come Maria che sapeva e meditava questi avvenimenti nel suo cuore. La parola eterna è il Verbo silenzioso. E Maria, sua madre, si fa discepola del Verbo. “Maria ascolta, condivide, si dà, si perde nei suoi abissi... Ogni fibra del suo essere reagisce a questo richiamo: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14). Maria dà ascolto al Verbo silenzioso, l’unica verità. La sua carne può divenire allora culla della parola eterna. Maria non dice nulla di sé, non aggiunge nulla di sé... Offre la sua trasparenza come un puro vetro ai raggi del sole e il mistero di Gesù vi risplende per intero” (Zundel). Maria è la realizzazione della profezia di Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, ...ma tu sarai chiamata Mio Compiacimento”. Per mezzo del silenzio in cui avvolge l’avvenimento del quale è stata protagonista, Maria è la dimora della presenza di Dio. Il Verbo cerca in lei dimora. In lei ogni uomo si vede chiamato allo stesso destino: divenire dimora di Dio, del Verbo silenzioso. Perché, se è vero che Dio ha creato la natura umana solamente per ricevere da essa la madre di cui egli aveva bisogno per nascere (Nicolas Cabasilas), ogni uomo è chiamato, attraverso l’accoglienza silenziosa del Verbo, a diventare tempio del Verbo, “Basilica del silenzio” così come Maurizio Zundel immaginava la Madonna.

MESSA DEL GIORNO


Preghiera iniziale: Nel buio di una notte senza stelle, la notte del non senso, tu, Verbo della vita, come lampo nella tempesta della dimenticanza sei entrato nei limiti del dubbio a riparo dei confini della precarietà per nascondere la luce. Parole fatte di silenzio e di quotidianità le tue parole umane, foriere dei segreti dell’Altissimo: come ami lanciati nelle acque della morte per ritrovare l’uomo, inabissato nelle sue ansiose follie, e riaverlo, predato, per l’attraente fulgore del perdono. A te, Oceano di Pace e ombra dell’eterna Gloria, io rendo grazie: mare calmo alla mia riva che aspetta l’onda, che io ti cerchi! E l’amicizia dei fratelli mi protegga quando la sera scenderà sul mio desiderio di te. Amen.

Letture:
Is 52,7-10 (Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio)
Sal 97 (Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio)
Eb 1,1-6 (Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio)
Gv 1,1-18; forma breve Gv 1,1-5.9-14 (Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi)

La celebrazione della certezza
Le tappe dell’Avvento conducono il credente alla considerazione approfondita che il Verbo fatto carne, venuto ad abitare in mezzo a noi (Gv 1,14), è il desiderio di ogni uomo di essere di Dio e con Dio. Ancora, è la celebrazione della certezza che tutto, se viene dal Signore, si compie. Ciò che il Verbo incarnato ha realizzato nella storia del mondo è la possibilità di rendere partecipe l’uomo della vita divina. Questo è l’annuncio inaudito del memoriale del Natale: Dio desidera incontrare l’umanità, perché quest’ultima possa tornare a Dio. Fra l’avvento di Dio nella storia e l’esodo del ritorno dell’uomo (Dio chiama e l’uomo, se vuole, risponde), ognuno può essere coinvolto, può partecipare delle meraviglie che il Signore ha preparato “per noi”. Tali splendori riguardano la nostra storia. Il Verbo incarnato, infatti, ha dato una nuova direzione alla storia umana: se nel mondo regnava la paura dell’incertezza, ora, penetrando e trasformando l’uomo (v.12) in testimone della luce (vv.8-9), Egli desidera (grazia) accogliere tutti nell’eternità (Natale). Il memoriale dell’incarnazione del Verbo, allora, è l’esaudimento delle angosce di tutti i disperati di ogni tempo e di ogni luogo che aspettano la pace; è la fine dell’inquietudine, e l’inizio della salvezza e della gioia.Fratelli, il Natale del Signore, compimento delle attese del mondo, converge con la perseveranza al dono che Egli fa al credente. Infatti, la celebrazione dell’incarnazione ci viene offerta ogni anno per constatare quanto il Cristo è maturato dentro di noi; per riscontrare quanto il nostro desiderio di Dio, alimentato dall’ascolto della Parola e dalla partecipazione ai sacramenti, si stia trasformando in presenza di Cristo in noi. Non accada che la parola di san Giovanni comprenda anche noi: “Venne fra i suoi e i suoi non lo hanno accolto” (v. 11). Non lasciamoci ingannare, perciò, dal pregiudizio, ostacolo all’amore gratuito, di non riuscire a riconoscere la presenza del Signore fra di noi (in noi). Il Bambino divino cerca un posto negli spazi che concediamo agli altri. Ci insegna che saremo Chiesa, comunità che si arricchisce d’amore e testimonia la pace, solo se vivremo nella solidarietà, cioè concedendo tempo ai fratelli. Nell’ascolto e nella carità verso il prossimo, riusciremo a contemplare il Verbo eterno del Padre, fattosi carne per insegnare all’uomo la via semplice e straordinaria dell’essere minimi (umili): unico comportamento che ci permette di ricambiare l’amore di Dio “per noi” (la salvezza).Accogliamo Dio divenuto bambino “per noi”, per accoglierci nella pienezza della vera vita. Mettiamoci in cammino, come i pastori, per adorare l’unico Re, nato nella grotta di Betlemme e nei nostri cuori: prostriamoci dinnanzi a Colui che ha avuto tempo “per noi”. Amen.
Il Verbo, la seconda persona della Trinità, si fa carne nel grembo della Vergine Maria per dare a chi lo accoglie e a chi crede in lui il “potere di diventare figli di Dio”. C’è forse comunione più completa, più perfetta del lasciare all’uomo la possibilità di dividere la vita stessa di Dio? Nel Verbo che si è fatto carne, questo bambino di Betlemme, l’uomo trova l’adozione come figlio. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo padre. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo fratello. “Come l’uomo potrebbe andare a Dio, se Dio non fosse venuto all’uomo? Come l’uomo si libererebbe della sua nascita mortale, se non fosse ricreato, secondo la fede, da una nuova nascita donata generosamente da Dio, grazie a quella che avvenne nel grembo della Vergine?” (Ireneo di Lione). È per la deificazione dell’uomo che il Verbo si è fatto carne, affinché l’uomo, essendo “adottato”, diventasse figlio di Dio: “Affinché l’essere mortale fosse assorbito e noi fossimo così adottati e diventassimo figli di Dio” (Ireneo di Lione). L’uomo assume allora la sua vera dimensione, perché non è veramente uomo se non in Dio. E c’è forse una presenza in Dio più forte della figliazione divina? Proprio ora, il re in esilio rimette piede sulla terra preparata per lui e, nello stesso tempo, l’uomo ritrova il suo “posto”, la sua vera casa, la sua vera terra: Dio. “Anch’io proclamerò le grandezze di questa presenza: il Verbo si fa carne... È Gesù Cristo, sempre lo stesso, ieri, oggi e nei secoli che verranno... Miracolo, non della creazione, ma della ri-creazione... Perché questa festa è il mio compimento, il mio ritorno allo stato originario... Venera questa grotta: grazie ad essa, tu, privo di sensi, sei nutrito dal senso divino, il Verbo divino stesso” (Gregorio di Nazianzo).

Approfondimento del Vangelo (Il prologo del Vangelo di Giovanni)
Il testo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande per la riflessione:
- Dio che è luce ha scelto di fugare le tenebre dell’uomo, facendosi lui stesso tenebra. L’uomo è nato cieco (cfr. Gv 9.1-41): la cecità è per lui la condizione creaturale. Il gesto simbolico di Gesù di raccogliere del fango per spalmarlo sugli occhi del cieco nato di Giovanni sta a dire la novità dell’incarnazione: è un gesto di nuova creazione. A quel cieco i cui occhi sono ancora ricoperti con il fango della creazione viene chiesto non un atto di fede, ma di obbedienza: andare alla piscina di Siloe che significa “inviato”. E l’inviato è Gesù. Sapremo obbedire alla Parola che ogni giorno giunge a noi?
- L’uomo cieco nel vangelo di Giovanni è un povero: non pretende nulla, non chiede nulla. Anche noi spesso viviamo la cecità quotidiana con la rassegnazione di chi non merita orizzonti diversi. Ci riconosceremo privi di tutto, perché sia anche a noi destinato il dono di Dio, dono di redenzione della carne, ma soprattutto dono di luce e di fede?
- «La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,17-18). L’intelligenza di ciò che accade nella storia della nostra vita ci porta ad uscire dalla cecità della presunzione e a contemplare la luce che brilla sul volto del Figlio di Dio. I nostri occhi, inondati di luce, aprono gli eventi. Quando riusciremo a vedere Dio tra di noi?

Chiave di lettura: Giovanni, un uomo che ha avuto modo di veder splendere la luce, che ha visto, udito, toccato, la luce. In principio il Verbo era: costantemente rivolto verso l’amore del Padre ne è diventato la spiegazione vera, l’unica esegesi (Gv 1,18), la rivelazione del suo amore. Nel logos era la vita e la vita era luce, ma le tenebre non l’hanno accolto. Nell’AT la rivelazione del Verbo di Dio è rivelazione di luce: ad essa corrisponde la pienezza della grazia, la grazia della grazia, che ci è data in Gesù, rivelazione dell’amore senza limiti di Dio (Gv 1,4-5,16). Anche tutta la testimonianza dell’AT è una testimonianza di luce: da Abramo a Giovanni Battista, Dio manda testimoni della sua luce; Giovanni Battista è l’ultimo di essi: annuncia la luce che sta per venire nel mondo e riconosce in Gesù la luce attesa (Gv 1,6-8;15). Dabar IHWH è la comunicazione di Dio con l’uomo, avvenuta per tutti coloro che Dio ha chiamato e coloro sui quali cadde, sui quali venne la parola del Signore (cfr. Is 55,10-11). Come dice Agostino: La Parola di Dio è la vera luce. La parola esce dalla bocca di Dio, ma conserva tutta la sua forza, è persona, crea e sostiene il mondo. Questa parola che crea e salva viene identificata con la Torah con la quale Israele intende la rivelazione divina nella sua totalità, con la Sapienza: Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore (Is 2,3). Il memra (aramaico) è il concetto che è servito a Giovanni per passare dal dabar al logos: nei targum il memra ha una funzione creatrice, ma soprattutto rivelatrice che si esprime in modo particolare attraverso l’immagine della luce. Nel Targum Neophiti, nel famoso poema delle quattro notti su Es 12,42 sta scritto: «La prima notte fu quella in cui IHWH si manifestò sul mondo per crearlo: il mondo era deserto e vuoto e la tenebra ricopriva la faccia dell’abisso. E il memra di IHWH era la luce che brillava». Nel Targum Jerushalaim il manoscritto 110 dice: «Con la sua parola IHWH brillava ed illuminava». Il midrash sottolinea che la legge era prima del mondo, era vita, era luce: «Le parole della Torah sono luce per il mondo» (Midrash Dt Rabba 7.3). Figlia unigenita di Dio, la Torah è stata scritta con fuoco nero nella fiamma bianca e giace sulle ginocchia di Dio mentre Dio siede sul trono di gloria (cfr. Midrash al Salmo 90.3). Il logos-luce si fa presente nel mondo. Tutto è vita in lui: il Verbo sostituisce la Torah. Si trascendono i segni, e più che sostituzione si assiste a un adempimento. Se la Torah per il giudeo è figlia di Dio, Giovanni mostra che essa è il logos che fin dall’inizio è presso Dio, è Dio. Questo logos si fa carne: uomo, caduco, limitato, finito, mettendo la sua gloria nella carne. Egli ha messo la sua tenda, skené, tra di noi, è diventato shekinah di Dio tra di noi, e ha fatto vedere la gloria, la presenza schiacciante di Dio agli uomini. La gloria che abitava nella tenda dell’esodo (Es 40,34-38), che abitava nel tempio (1 Re 8,10), ora abita nella carne del Figlio di Dio. È una vera epifania. La shekinah diventa visibile, perché la shekinah è Cristo, luogo della presenza e della gloria divina. C’è chi ha visto la gloria di Dio: l’Unigenito pieno di grazia e di verità; lui viene a rivelarci il volto del Padre, l’unico che può farlo perché è nel seno del Padre. Da questa pienezza di vita ha origine la nuova creazione. Mosè ha dato la legge, Cristo dà la grazia e la verità, l’amore e la fedeltà. Nel Figlio si può contemplare Dio senza morire perché chi vede il Figlio vede il Padre: Gesù è l’esegesi, la narrazione della vita divina. E il luogo di rivelazione è la sua carne. Ecco perché Giovanni dirà nel compimento dell’ora: «Noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14), dove per “ora della glorificazione” non si vedono altro che tenebre. La luce è nascosta nel suo dare la vita per amore degli uomini, nell’amore fino alla fine, senza tirarsi indietro, rispettando la libertà dell’uomo di crocifiggere l’Autore della vita. Dio è glorificato nel momento della passione: un amore compiuto, definitivo, senza limiti, un amore dimostrato fino alle estreme conseguenze. È il mistero della luce che si fa strada nelle tenebre, sì perché l’amore ama l’oscurità della notte: quando la vita si fa più intima e le proprie parole muoiono per vivere nel respiro delle parole della persona amata la luce è nell’amore che illumina quell’ora di espropriazione, ora in cui si perde se stessi per ritrovarsi restituiti nell’abbraccio della vita.

Contemplazione: Padre della luce, vengo a te con tutto il grido del mio esistere. Dopo passi di bene e scivolamenti nel male arrivo a capire, perché ne faccio esperienza, che da solo non esisto se non nel buio delle tenebre. Senza la tua luce non vedo nulla. Sei tu infatti la fonte della vita, tu, Sole di giustizia, che apri i miei occhi, tu la via che conduce al Padre. Oggi sei venuto tra noi, Parola eterna, come luce che continua ad attraversare le pagine della storia per offrire agli uomini i doni della grazia e della letizia nel deserto della carestia e dell’assenza: il pane e il vino del tuo Nome santo che nell’ora della croce diventeranno il segno visibile dell’amore consumato ci fanno nascere con te da quel grembo fecondo che è la Chiesa, la culla della tua vita per noi. Come Maria vogliamo restarti accanto per imparare ad essere come lei, pieni della grazia dell’Altissimo. E quando le nostre tende accoglieranno la nube dello Spirito nel fulgore di una parola pronunciata ancora carpiremo la Gloria del tuo Volto e benediremo in un silenzio adorante senza più ritrosie la Bellezza dell’essere una sola cosa con te, Verbo del Dio vivente.
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MessaggioOggetto: MARTEDì 25 DICEMBRE 2012 - RITO AMBROSIANO   Mar Dic 18, 2012 10:34 am

MARTEDÌ 25 DICEMBRE 2012


RITO AMBROSIANO
NATALE DEL SIGNORE


MESSA NELLA NOTTE


Letture:
Isaia 2,1-5
Sal 2
Gal 4,4-6
Gv 1,9-14

E il Verbo si fece carne
Il fatto dell’Incarnazione sta proprio al centro, o meglio al colmo della nostra vicenda umana: qui il tempo attinge all’eterno, l’umano è toccato dal divino, inizia un mondo nuovo che ormai va definito solo come umanodivino, quale appare in quel Bambino Gesù che nasce a Betlemme. È il fatto che invera aspettative umane e promesse divine, ma non così incombente e vistoso da non richiedere da parte dell’uomo una sua apertura e una sua scelta, come occhi che si devono aprire alla Luce.
La pienezza del tempo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Epist.). Siamo cioè al vertice di un progetto di Dio sognato da lontano, come lo esprime Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore, sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli”, cioè a Gerusalemme come punto ormai fisico di tangenza del Dio che vuol radunarsi attorno la famiglia degli uomini in una rinnovata fraternità. Gesù di Nazaret è ora il definitivo tempio in mezzo agli uomini e il ponte unico che congiunge a Dio. Ancora oggi il Natale segna lo spartiacque della storia, prima e dopo Cristo, come da tenebre a luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. La vicenda umana trova qui il tornante che inverte la rotta da un destino di morte a quello di una salvezza e di una vita piena. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Carne qui significa non solo che ha assunto la nostra vera e concreta umanità, ma che ha condiviso in pieno con noi la stessa vicenda di fatica, di sofferenza e di morte. Dice il Concilio: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo: s’è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato” (GS 22). Dalla sua preesistenza divina venne a noi senza risparmiarsi: “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). “E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. San Giovanni ha ben constatato quanto di divino ci fosse in quel Gesù che lui ha frequentato per tre anni, e ne ha reso ampia testimonianza: “Quel che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita.., noi lo annunciamo a voi” (1Gv 1,1-3). Veramente qui, in questo Bambino Gesù, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), “e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,10). Ecco il punto che ci interessa: ha assunto la nostra natura umana per renderci partecipi della sua natura divina.
Diventare figli di Dio: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Dio viene a noi nella storia, si rivela per comunicarsi, “perché gli uomini abbiano accesso al Padre e siano resi partecipi della natura divina” (DV 2). Era sempre stato questo il sogno di Dio: “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, ..predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Appunto, dice Paolo, “Dio mandò il suo Figlio.. perché ricevessimo l’adozione a figli” (Epist.). E questo in un modo tutto gratuito, non per nostro merito o conquista: “a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo - cioè per sola capacità umana - ma da Dio sono stati generati”. A noi spetta solo riconoscerlo, stimarlo e accoglierlo. “Riconosci allora, o cristiano, la tua dignità” (san Leone Magno). Troppo grande è il dono di Dio e a noi sembra così lontano.., per cui spesso lo snobbiamo: “Era nel mondo.. eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Questo avvenne non solo storicamente tra quell’Israele che pure era stato preparato ad accoglierlo, ma è mistero di rifiuto di tutta intera l’umanità di sempre. È il mistero incomprensibile del peccato. Per fortuna ci ha pensato ancora Dio stesso il quale “mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!”. È quanto si attua nel mistero eucaristico che ora celebriamo: qui il Figlio di Dio risorto e vivo ci raggiunge col dono dello Spirito santo proprio perché dal di dentro sia lui a farci capire e gustare la nostra gratuita adozione filiale. Ecco allora la grazia da chiedere e l’augurio da farci in questo Natale: conoscere di più il mistero di Cristo per conoscere di più l’identità profonda dell’uomo. Ce lo suggerisce san Paolo: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi della vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,18-20). Corrispondere e vivere un tale progetto di vita significa realizzare la nostra più autentica umanità: “Chi segue infatti Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41). “Venite - suggerisce Isaia - camminiamo nella luce del Signore!”. Quanto più si cresce in divinità, tanto più si cresce in umanità!
Il Figlio di Dio che si fa uomo è chiamato Verbo, la parola che rivela la ricchezza interiore di uno. Proprio perché già all’interno della Trinità l’Unigenito del Padre è lo specchio fedele della ricchezza di Dio, il suo rendersi visibile diviene la più genuina manifestazione di Dio. “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Se cerchi sinceramente Dio, non hai da speculare o inventare niente: è lì, in quel volto di uomo ebreo che è Gesù di Nazaret. Guardando quel volto di uomo scoprirai anche i tratti divini che sono in ognuno di noi. Se cerchi il vero volto dell’uomo non si trova che in Lui, uomo-Dio pienamente riuscito, e quindi verità piena dell’uomo. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS 22). Natale, come si vede, è davvero la festa dell’uomo quando è vissuta come festa di Dio!

MESSA ALL’AURORA


Letture:
Is 52,7-9
Sal 97 (98)
1Cor 9,19b-22a
Lc 2,15-20

I pastori
In tempi in cui ci si vergogna anche di fare il presepio a scuola, è forse buono il richiamo che ci fa questa Liturgia natalizia dell’aurora dove protagonisti sono i pastori che, obbedienti, hanno seguito l’indicazione degli angeli, sono saliti fino a Betlemme, hanno visto il Bambino e su madre e se ne “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”.
Vedere, lodare, e testimoniare: “Andarono senza indugio; e dopo averlo visto, riferirono ciò che del Bambino era stato detto loro”. Il Natale è una scoperta di Dio che lascia stupore e lode, ma che richiede sia segnalato ai fratelli perché “tutti quelli che udivano si stupivano delle cose dette loro dai pastori”. È un messaggio atteso che lascia il cuore dell’uomo soddisfatto dell’incontro.
Andiamo fino a Betlemme: Come per i magi fu una stella, per i pastori fu una schiera di angeli a segnalare l’evento e a porgere l’invito: “Appena gli angeli si furono allontanati da loro, i pastori dicevano l’un l’altro: Andiamo fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Forse il primo segnale di Gesù anche per noi fu nell’infanzia lo stupore davanti al presepio. Ogni anno ora ci è richiesto di entrarci nell’evento, di incontrare la realtà di un Dio che si fa bambino per noi, per cogliere tutto l’apporto salvifico e decisivo per la propria vita. Betlemme è un luogo. Betlemme è un fatto. Dio s’è mosso per venirci incontro. La nostra risposta deve essere una attenzione, una accoglienza, un interessamento sempre più maturo di anno in anno nell’incontro con un Dio che sempre più si offre a coinvolgerci nella sua divinità, come lì ha incominciato a coinvolgersi nella nostra umanità. Col cuore e l’attenzione di Maria. Si dice di lei: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Ecco come vivere il Natale. Feste, queste, non per distrarci in consumismi, ma per raccoglierci e capire, approfondire, meditare il senso del dono di Dio. La Madonna nel Natale ha un suo posto privilegiato. Lei mostra Gesù ai pastori. Lo mostri anche a noi, alla nostra comprensione e adorazione. Preghiera più bella oggi non c’è che quella di chiedere a Maria la sua consapevolezza del mistero che vive e la sua gioia - non solo umana - di vedersi consegnato nelle sue mani un Dio tanto disponibile e accessibile, con dentro gli occhi, com’è d’ogni bambino, lo splendore dell’innocenza. Anche la commozione ha scelto il Dio dell’incarnazione per giungere a toccare il cuore di ogni uomo. Ma, naturalmente, il vertice - ben oltre l’emozione - è l’incontro con la divinità di questo Bambino. “Quello che avevano visto e udito come era stato detto loro”, si riferisce all’annuncio degli angeli: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, oggi nella città di Davide è nato per voi il Salvatore, che è Cristo Signore”. Si tratta di riconoscere in quel bambino Gesù il nostro Salvatore, cioè colui che cambia e decide la nostra sorte umana, colui che è risposta e soluzione unica e piena agli enigmi e alle tragedie della nostra vita. Ogni giorno ci affanniamo alla ricerca di “salvezze”, di una vita più sicura e felice. Salvo continue delusioni. Cristo è la risposta ad ogni crisi umana, e non solo finanziaria. A rinnovare questo affidamento, ritorna il Natale, ben oltre una sentimentale “festa con l’albero e le luci”!
Glorificando e lodando Dio: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza”. Dagli angeli, ai pastori, alla Chiesa, a ognuno di noi ora tocca divenire annunciatori di questo evento che è il Natale, il mistero dell’Incarnazione. Solo chi l’ha capito nella sua specificità e quindi novità ne diviene testimone entusiasta. “Il Signore ha consolato il suo popolo”. “Regna il tuo Dio”. “Gli occhi vedono il ritorno del Signore a Sion”. Dio fisicamente s’è messo a far parte della nostra storia umana; la nostra umanità s’è trovato un casa un parente potente (un “go’el”) pronto al riscatto; una risorsa divina ed eterna oggi esplode dal di dentro per orientare all’eterno il nostro tragico cammino verso la morte. Senza questo occhio profondo, anche il più bel Natale diviene cosa scipita che non dice niente al mondo. Certo la mediazione deve essere intelligente e comprensiva, la testimonianza credibile e persuasiva. Paolo ci dice oggi la sua duttilità di apostolo, capace di adattarsi ad ogni uditorio, per essere, nella condivisione, canale facilitante il messaggio da trasmettere: “Mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti”. È sempre un grande tema quello della giusta inculturazione del vangelo in una società così cangiante e forse all’apparenza meno disponibile al vangelo. Ed è giusto che si strutturi la vita pastorale su ricerche, sperimentazioni, verifiche, convegni.., forse anche troppi oggi! Dicono almeno il puntiglio di una Chiesa che vuol esprimere lo zelo. Nella globalità questo va bene. E il Papa fa la sua parte. Ma a livello individuale e familiare, dove si svolge la vita di ogni giorno, forse il metodo è quello dei pastori: “se ne tornarono glorificando e lodando Dio”. Primo modo di testimoniare è una comunità che celebra e loda Dio nelle sue Liturgie, ben fatte e gioiose. Secondo modo è il contagio di gioia: “Quelli che udivano si stupirono..”. Gente serena devono essere i credenti perché Dio è con loro, l’Emanuele. “E se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31). E alla fine “riferirono ciò del bambino era stato detto loro”. Saper raccontare con coraggio i fatti della nostra fede, anche in un contesto pluralistico. Anzi, proprio per questo, è più necessario un confronto di identità precise e specifiche. Col credere che non solo è diritto di tutti gli uomini conoscere quei fatti, ma che in qualche modo sono attesi perché anelito profondo di ogni uomo che cerca sinceramente un volto più preciso di Dio.
I pastori non erano professionisti. Anzi, gente stimata ultima nella catalogazione sociale. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Dove l’umiltà richiesta è semplicemente il credere che nonostante scienza e tecnica la nostra vita ha bisogno di una salvezza che viene da fuori, da Dio. Proprio questo è il peccato e l’ostacolo che l’uomo oppone a Dio: la sua autosufficienza. “Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1Cor 1,27). Non ci meravigliamo se anche in questo Natale sono “non molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili” quelli che frequentano la nostra Chiesa!

MESSA NEL GIORNO


Letture:
Is 8,23b-9,6a
Sal 95 (96)
Eb 1,1-8a
Lc 2,1-14

Ultimamente... per mezzo del Figlio
Anche tu sei venuto qui oggi, per curiosità, per nostalgia, .. alla fine con la segreta voglia di guardarci dentro bene al fatto della fede, se cioè sia roba vera e che c’entri questo Dio con la mia vita! Non te ne andrai deluso, anche se scoprirai un Dio tutto diverso da quel che pensi tu o che dicono i giornali. Il Dio vero - ben documentato nella sua storicità, non ipotizzato da miti o filosofi - è però un Dio “adagiato in una mangiatoia”, cioè inatteso e sconcertante! Consolati, non sei il primo. Paolo dice che Cristo è “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). Per lo meno quindi non inventato dagli uomini! Ecco: è proprio il vero Dio quello che siamo venuti oggi a riconoscere e ad adorare, “posto in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Tu sei mio figlio: Anzitutto il fatto. Tempo di Cesare Augusto, il censimento dell’impero sotto Quirinio governatore della Siria. Dati, luoghi, fatti ben documentati. Era l’anno 6 avanti l’era cristiana. In un villaggio piccolo, per lo più grotte scavate nel calcare rivolte a est verso il deserto a 777 mt sul livello del mare. Villaggio però importante per la storia di questo paese Israele, perché antica patria di Davide. Niente favola. Una famigliola che deve lasciare Nazaret e percorrere 150 km proprio al momento del parto, del loro primogenito. E essendo intasata ogni casa, deve trovare posto in un ricovero di fortuna, là dove ogni famiglia ripara le bestie domestiche. La grotta-casa è lì ancora, documentatissima, luogo di culto dai tempi di san Girolamo che vi abitò a fianco per 36 anni nel IV secolo. Ma questo bambino non è un bambino qualunque. Sta al vertice di una storia molto lunga. “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Epist.). Siamo al colmo della rivelazione storica di Dio che nel Figlio vuol dire e dare tutto quello che di salvifico da sempre aveva progettato per il suo popolo. “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. Isaia l’aveva intravisto: “Un bambino è nato per noi, sulle sue spalle il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. A lui Dio ha detto: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. L’angelo annuncia in un modo preciso: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Un Salvatore, un Cristo, cioè un Messia, che ha però la stoffa stessa di Dio: “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Epist.). Noi nel Credo diciamo: “Della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, Dio vero da Dio vero”. È il Figlio stesso di Dio - colui “mediante il quale ha fatto anche il mondo” ed “erede di tutte le cose” - che ora si fa uomo per adempiere la sua missione di “purificazione dei peccati” e così giungere a “sedere alla destra della maestà dei cieli”. S’è scomodato Dio stesso a venire a salvare l’uomo, non un angelo, non un suo uomo; ma il Figlio proprio di Dio si fa uomo per essere da uomo, dal di dentro della nostra vicenda umana, il primo uomo che si apre con il sì di un figlio al Padre. Grande è lo stupore! Ci viene quasi da dire: ma sarà vero?
Lo pose in una mangiatoia: Certo le circostanze scoraggiano un tale mistero. Un Dio che si fa bambino, un Dio che si mette all’ultimo posto della categoria sociale - “non ha dove posare il capo” (Mt 8,29) e neanche una cuna per nascere! -, un Dio che alla fine fallisce in croce.., non offre proprio credenziali convincenti. Dentro una cultura efficientista, dove conta il prestigio, il potere, il risultato, veramente il mistero di Cristo è incomprensibile. E non ci si meraviglia che il confronto con altre religioni spiazzi i cristiani. Non diamo per scontato il Natale, quando esce da una tradizione mai riflessa ed entra nell’orizzonte razionalistico inteso come unico perimetro del reale. Al massimo si sopporta la festa come folklore, come emotività, come festa della famiglia..., che è esattamente quel che è rimasto del Natale nel nostro mondo scristianizzato (o mai cristianizzato seriamente). Ma quello di Dio è il linguaggio dell’amore, della gratuità, della condivisione e del mettersi all’ultimo posto perché anche il più misero non si senta mai a disagio davanti a un Dio così. “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Questa è la logica del Natale e della Croce. “Non temete, vi annuncio una grande gioia”. Di Dio, ogni uomo figlio dell’Adamo ribelle, ha un sospetto, anzi una paura. Lo ha sempre sentito come padrone e giudice, mai come fratello, sposo fino a dare la propria vita per la sua sposa che è la Chiesa. Il Natale, come tutta la vicenda umana di Gesù mostra un volto di Dio affidabile, anzi .. anche troppo esposto sull’uomo e sulla sua libertà, tanto da subirne sofferenza come è proprio di un cuore che s’avventura in un rapporto d’amore sincero. Ci vuole una lettura di fede per capire e vivere il Natale. E la fede è un dono ottenuto con la preghiera e l’umiltà di chi accetta una verità diversa da come se l’aspetta. Beati quelli che con umiltà sono venuti alla Chiesa e dicono: “Signore, accresci in noi la fede” (Lc 17,5). “Credo, aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24). E magari, tornando col cuore più sereno e rappacificato, diviene capace di maggior bontà con gli altri. Era nel clima, una volta, questa bontà! Se Dio è stato così generoso con noi, anche noi dobbiamo prolungarne l’amore a chi sta più povero di noi. È nel clima del Natale che si deve compiere un gesto di generosità a nome di tutta la famiglia, aprendoci alle diverse iniziative che ci stimolano in questi giorni, senza dimenticare i nostri missionari.
Nel canto del “Gloria” ogni domenica diciamo: “E pace in terra agli uomini di buona volontà”. Oggi abbiamo dai testi originali una traduzione più precisa: “Agli uomini che Egli ama”, cioè tutti gli uomini, per iniziativa gratuita e con grande misericordia. “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi..” Rm 5,8). Il Natale esprime l’esplosione del tutto immeritata e inattesa della premura di Dio per il bene e la felicità di ogni uomo. Non chiede che di credere e affidarsi a questa sua azione di salvezza, senza orgoglio e senza paura. “Come un bimbo svezzato in braccia a sua madre” (Sal 131,2). Forse appunto il Dio-bambino di Betlemme ci dice di avere la confidenza in lui come ce l’ha un bambino al seno di sua madre. Anche in questo senso il Natale è festa dei bambini.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: sabato 29 dicembre 2012   Gio Dic 27, 2012 3:31 pm

SABATO 29 DICEMBRE 2012

QUINTO GIORNO FRA L’OTTAVA DI NATALE


Preghiera iniziale: Dio invisibile ed eterno, che nella venuta del Cristo vera luce hai rischiarato le nostre tenebre, guarda con bontà questa tua famiglia, perché possa celebrare con lode unanime
la nascita gloriosa del tuo unico Figlio. Egli è Dio, e vive e regna con te nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
1Gv 2,3-11 (Chi ama suo fratello, rimane nella luce)
Sal 95 (Gloria nei cieli e gioia sulla terra)
Lc 2,22-35 (Luce per rivelarti alle genti)

Ora puoi lasciare, o Signore!
Anche la vergine immacolata, la madre del Cristo, si sottopone umilmente al rito della purificazione, lei che non aveva mai contratto nessuna impurità. Una indubbia lezione di umiltà. È ancora più significativo invece la presentazione al tempio del bambino Gesù. Prima che lo additasse al mondo Giovanni Battista come l’agnello che togli il peccato dal mondo, sono gli stessi Maria e Giuseppe a presentarlo ufficialmente all’intera umanità. È un gesto sacerdotale quell’offerta, che troverà il pieno compimento ai piedi della croce, quando il bambino sarà la vittima di espiazione da presentare al Padre. Un uomo giusto e timorato di Dio, il vecchio Simeone, illuminato dallo Spirito Santo e certo, per quella luce divina, che non sarebbe morto senza aver prima veduto il Messia del Signore, prende tra le braccia il bambino e, traboccante di gioia, benedice Dio con il suo cantico. Ora che i suoi occhi hanno visto la “salvezza”, non ha più nulla da chiedere a Dio e nulla ha ancora da sperare dalla vita, ora è pronto per andare nella pace eterna. Egli ha compreso che è sorta la luce attesa da tutte le genti, il messia è venuto. Si rivolge poi alla Madre santissima, a Maria: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». In queste misteriose parole il Santo vecchio Simeone sintetizza la missione del Cristo, come ultima e suprema testimonianza dell’infinito amore misericordioso di Dio, segno di contraddizione per coloro che non comprenderanno quell’amore e svela poi il ruolo e compartecipazione piena della Madre al martirio del Figlio suo: per questo una spada le trafiggerà l’anima: avverrà ai piedi della croce.
Nel vangelo di oggi incontriamo Simeone, “uomo giusto e timorato di Dio”. Si riconosce comunque che il suo nome deriva, in ebraico, dal verbo “sentire”: un dettaglio rivelatore poiché egli “sentiva” spesso la voce di Dio. Ma lo Spirito Santo non si accontentava di parlare a Simeone: “era su di lui” e ne faceva una persona retta e, insieme, ardente, che serviva Dio e il prossimo con venerazione e devozione. Era, a quanto pare, un uomo di età matura, che si definiva servo del Signore. Aveva passato la sua vita ad aspettare il “conforto d’Israele”, cioè il Consolatore, il Messia. Non appena vide entrare nel tempio il Bambino Gesù, seppe immediatamente che la sua attesa era terminata. La sua visione interiore si chiarì e la pace del suo animo fu scossa. Gesù doveva essere per Israele e per la Chiesa un segno del desiderio che Dio aveva di salvare l’umanità; eppure da alcuni fu respinto. Le nostre azioni rivelano i nostri pensieri. Simeone prese tra le braccia Gesù, mostrando così che era pronto a condividere e a compiere la volontà divina. Facciamo anche noi così e compiamo nella nostra vita con fede la volontà di Dio.

Lettura del Vangelo: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, [Maria e Giuseppe] portarono il bambino [Gesù] a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Riflessione:
- I primi due capitoli del Vangelo di Luca non sono storia secondo il significato che noi diamo oggi alla storia. Servono più che altro da specchio in cui i cristiani convertiti dal paganesimo, scoprirono che Gesù era venuto a compiere le profezie dell’Antico Testamento ed a rispondere alle aspirazioni più profonde del cuore umano. Sono, quindi, simbolo e specchio di ciò che stava succedendo tra i cristiani del tempo di Luca. Le comunità giunte dal paganesimo erano nate dalle comunità di giudei convertiti, ma erano diverse. Il Nuovo non corrispondeva a ciò che l’Antico immaginava ed aspettava. Era “segno di contraddizione” (Lc 2,34), causava tensioni ed era fonte di molto dolore. Nell’atteggiamento di Maria, immagine del Popolo di Dio, Luca rappresenta un modello di come perseverare nel Nuovo, senza essere infedeli all’Antico.
- In questi due primi capitoli del Vangelo di Luca, tutto gira attorno alla nascita di due bambini: Giovanni e Gesù. I due capitoli ci fanno sentire il profumo del vangelo di Luca. In essi, l’ambiente è di tenerezza e di lode. Dall’inizio alla fine, si loda e si canta, perché, finalmente, la misericordia di Dio si è rivelata in Gesù; lui compì le promesse fatte ai padri. E Dio le compì a favore dei poveri, degli anawim, quali Elisabetta e Zaccaria, Maria e Giuseppe, Anna e Simeone, i pastori. Tutti loro seppero aspettare la sua venuta.
- L’insistenza di Luca nel dire che Maria e Giuseppe adempirono tutto quello che la Legge prescrive, evoca ciò che Paolo scrisse nella lettera ai Galati: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5).
- La storia del vecchio Simeone insegna che la speranza, anche se non subito, un giorno si realizza. Non si frustra, viene realizzata. Ma la forma non sempre corrisponde a ciò che noi immaginiamo. Simeone aspettava il Messia glorioso di Israele. Giungendo al tempio, in mezzo a tante coppie che portano i loro figli, lui vede una coppia giovane di Nazaret. Ed in questa coppia povera, con il loro bambino, vede la realizzazione della sua speranza e della speranza del popolo:”I miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti e gloria del tuo popolo Israele”.
- Nel testo del vangelo di oggi, appaiono i temi preferiti di Luca, cioè, una forte insistenza sull’azione dello Spirito Santo, sulla preghiera e sull’ambiente di preghiera, un’attenzione continua all’azione e partecipazione delle donne ed una preoccupazione costante verso i poveri e del messaggio per i poveri.

Per un confronto personale:
- Saresti capace di percepire in un bambino povero la luce per illuminare le nazioni?
- Saresti capace di sopportare tutta la vita nell’attesa della realizzazione della tua speranza?

Preghiera finale: Cantate al Signore un canto nuovo, cantate al Signore da tutta la terra; cantate al Signore, benedite il suo nome (Sal 95).


Ultima modifica di VINCENZO il Gio Dic 27, 2012 3:34 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: domenica 30 dicembre 2012   Gio Dic 27, 2012 3:34 pm

DOMENICA 30 DICEMBRE 2012


RITO ROMANO
ANNO C
PRIMA DOMENICA DOPO NATALE
SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE
FESTA


Orazione iniziale: Padre che sei nei cieli, tu sei mio creatore, mi accogli attraverso Gesù Cristo tuo figlio, mi guidi con il tuo Santo Spirito. Apri la mia mente perché possa comprendere il senso della vita che mi hai donato, il progetto che hai su di me e su coloro che mi hai posto a fianco. Infiamma il mio cuore perché possa aderire con gioia ed entusiasmo alla tua rivelazione. Rafforza la mia volontà debole, rendila disponibile a unirsi agli altri per adempiere insieme la tua volontà e così rendere il mondo, come una famiglia, più simile alla tua immagine. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Letture:
1Sam 1,20-22.24-28 (Samuele per tutti i giorni della sua vita è richiesto per il Signore)
Sal 83 (Beato chi abita nella tua casa, Signore)
1Gv 3,1-2.21-24 (Siamo chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!)
Lc 2,41-52 (Gesù è ritrovato dai genitori nel tempio in mezzo ai maestri)

La santa famiglia
Una famiglia davvero speciale quella che oggi ci viene additata a modello. Il primo protagonista è lo stesso Gesù, il figlio di Dio, concepito da Maria per opera dello Spirito Santo. La stessa Madre è davvero speciale, è la donna senza macchia di peccato, è la prescelta da Dio stesso per essere la genitrice del Verbo. È speciale anche San Giuseppe, uomo giusto, padre, senza essere genitore, sposo senza essere marito. Eppure entrando nel vivo della loro storia emergono situazioni e virtù non dissimili da quelle che siamo chiamati a vivere e praticare tutti noi nel contesto di una qualsiasi umana normale famiglia. La vita di Gesù è stata una vita travagliata sin dalla sua nascita e della sua prima infanzia. Non l’hanno risparmiato né prove né persecuzioni e sappiamo bene come si è conclusa la sua esperienza terrena. La madre sua Maria ha condiviso in tutto e con rara intensità le sofferenze del figlio suo. Ha sperimentato i dubbi di Giuseppe, la persecuzione di Erode, l’esilio in Egitto, il misterioso silenzio di lunghi anni e poi le contestazioni e le trame contro il suo Gesù. Una mamma vera come tante altre, che contempliamo, nel momento finale, ai piedi della croce con il suo figlio morente tra le braccia. Giuseppe ha svolto il suo ruolo nascosto ed umile da uomo giusto, saggio ed operoso, nell’esercizio di un umile mestiere, nella consapevolezza che le grandi opere di Dio passano anche attraverso gli umili gesti di un povero falegname. Se così è, quanti esempi abbiamo da assumere, quanta luce emana da quell’umile casetta di Nàzaret, quante grazie possiamo attenderci da una famiglia così speciale, ma anche così esperta di vita vera. Quante nostre famiglie dovrebbero fare continuo spirituale pellegrinaggio in quella casa per raccogliere virtù ed esempi salutari.
L’inquietudine e l’incomprensione di Maria e di Giuseppe, nonostante la loro vicinanza a Gesù, nonostante che siano stati preparati da Dio al compito di accompagnare i primi passi della vita di Gesù, ci riportano a quello che è il nostro atteggiamento di fronte all’opera di Dio in noi e intorno a noi. Ogni essere è un mistero per quelli che lo circondano. La sofferenza che nasce da questa solitudine collettiva non trova pace se non nella fede. Noi siamo vicini gli uni agli altri perché siamo tutti amati di un amore divino. L’amore che ci unisce, lungi dall’abolire il nostro essere diversi gli uni dagli altri, rafforza, anima e sviluppa quanto c’è di originale in noi. Ma solo una carità che venga da Dio può mettere nei nostri cuori una tale disposizione. Maria e Giuseppe non hanno capito a fondo ciò che Gesù diceva o faceva. Ma hanno accettato, nella fede e per amore, di vederlo compiere la sua vita e adempiere alla sua missione, partecipandovi nell’oscurità della loro fede. Che lezione per noi! Quando non capiamo l’azione del nostro prossimo, perché supera le nostre capacità, dobbiamo saper amare senza capire: solo con un tale atteggiamento tutto diventa possibile.

Approfondimento del Vangelo (Maria e Giuseppe incontrano Gesù tra i dottori nel Tempio)
Il testo: I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Momento di silenzio perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione: Perché l’evangelista Luca narra questo episodio della vita di Gesù? Qual è il culmine, il centro del brano? Arriva il momento in cui le relazioni famigliari (comunitarie) diventano tese e difficili, sorgono incomprensioni. Cerchiamo l’autonomia e l’indipendenza? Cosa o chi diventa più importante ad un certo punto della nostra esistenza? Gli affetti, le relazioni, l’affermazione di sé, i valori, gli affari, la morale si possono ordinare gerarchicamente? Quando la famiglia (una comunità multietnica), come oggi spesso viene a trovarsi, è “allargata”, con genitori risposati, conviventi, figlie e figli, sorelle e fratelli, nonni e nonne, parenti di un genitore e non dell’altro, su quale punto fermo ci si può appoggiare? Ci si può sottomettere a qualcuno o solo ribellarsi?

Una chiave di lettura: Ci troviamo nei cosiddetti racconti dell’infanzia secondo Luca (cap. 1-2), nel brano finale. Un prologo teologico e Cristologico più che storico, in cui vengono presentati i motivi che ritorneranno frequenti nella catechesi lucana: il Tempio, il viaggio verso Gerusalemme, la filiazione divina, i poveri, il Padre misericordioso, ecc. Con una lettura retrospettiva, nell’infanzia di Gesù già appaiono evidenti i segni della sua vita futura. Maria e Giuseppe conducono Gesù a Gerusalemme per partecipare ad uno dei tre pellegrinaggi (a Pasqua, a Pentecoste, per la festa delle Capanne) prescritti dalla Legge (Dt 16,16). Durante i sette giorni legali di festa, la gente partecipava al culto ed ascoltava i Rabbi che discutevano sotto il portico del Tempio. “Il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme”, la città che il Signore ha scelto per sua sede (2Re 21,4-7; Ger 3,17; Zc 3,2), dov’è il Tempio (Sal 68,30; 76,3; 135,21), unico luogo di culto per il giudaismo (Gv 4,20). Gerusalemme è il luogo in cui “tutto ciò che fu scritto dai profeti riguardo al Figlio dell’uomo si compirà” (Lc 18,21), il luogo della “sua dipartita” (Lc 9,31.51; 24,18) e delle apparizioni del risorto (Lc 24,33.36-49). I genitori “si misero a cercarlo” con ansia e affanno (44.45.48.49). Come è possibile perdere un figlio, non accorgersi che Gesù non è nella carovana? È il Cristo che deve seguire gli altri o il contrario? “Dopo tre giorni” termina la “passione” e ritrovano Gesù nel Tempio, tra i dottori, insegnando, tra lo stupore generale. Cominciano a svelarsi le caratteristiche della sua missione che trovano il loro compendio nelle prime parole pronunciate da Gesù nel vangelo di Luca “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Ma chi è il padre suo? Perché cercarlo? È lo stesso padre delle ultime parole di Gesù, secondo Luca, sulla croce “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (23,46) e nell’ascensione al cielo “E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” (24,49). Occorre, prima di tutto, obbedire a Dio, come ben aveva capito Pietro, dopo la Pentecoste (At 5,29), cercare il Regno di Dio e la sua giustizia (Mt 6,33), cercare il Padre nella preghiera (Mt 7,7-8), cercare Gesù (Gv 1,38) per seguirlo. Gesù dichiara la sua dipendenza - “io devo” - nei confronti del Padre celeste. Egli ce lo fa conoscere nella sua immensa bontà (Lc 15), ma con ciò crea anche una distanza e una rottura nei confronti dei suoi. Prima dei legami affettivi, della realizzazione personale, degli affari... viene il progetto di Dio. “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22, 42). Per la madre Maria comincia a realizzarsi la profezia di Simeone (Lc 2,34), “ma essi non compresero”. L’incomprensione dei suoi è anche quella dei discepoli di fronte all’annuncio della passione (18,34). Ribellarsi? Sottomettersi? Andarsene? Gesù “tornò a Nazaret e stava loro sottomesso”, dice Luca, e Maria “serbava tutte queste cose nel suo cuore”. L’atteggiamento di Maria esprime lo sviluppo della fede di una persona che cresce e progredisce nell’intelligenza del mistero. Gesù rivela che l’obbedienza a Dio è la condizione essenziale per realizzarsi nella vita, per un cammino di condivisione nella famiglia e nelle comunità. L’obbedienza al Padre è ciò che ci rende fratelli e sorelle, c’insegna a obbedirci l’un l’altro, ad ascoltarci l’un l’altro e a riconoscere l’uno nell’altro il progetto di Dio. In questo clima si creano le condizioni per crescere “in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini” e camminare insieme.

Prima domenica dopo natale: Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Biografia: La Chiesa considera insieme oggi la Famiglia di Nazaret e la famiglia cristiana, come suo riflesso. Pur nella sua singolarità, la famiglia di Gesù si presenta come “un vero modello di vita”, con le sue virtù e con il suo amore.

Martirologio: Festa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, esempio santissimo per le famiglie cristiane che ne invocano il necessario aiuto.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
L’esempio di Nazaret
La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret. In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore (Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964).

Preghiera finale: Ti ringrazio, Padre, Signore del cielo e della terra, perché mi hai rivelato la tua bontà e il tuo amore. Sei veramente l’Unico che possa dare senso pieno alla mia vita. Amo mio padre, ma tu sei il Padre, amo mia madre, ma tu sei la Madre. Anche se non avessi conosciuto l’amore dei genitori so che tu sei l’Amore, sei con me e mi attendi nella tua dimora eterna, preparata per me fin dalla creazione del mondo. Fa’ che, insieme con me, possano adempiere la tua volontà anche i miei famigliari, sorelle e fratelli, tutti coloro che fanno un cammino comunitario con me e così anticipare su questa terra e poi godere in cielo le meraviglie del tuo amore. Amen.
RITO AMBROSIANO
ANNO C
DOMENICA NELL’OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE
CRISTO VERBO E SAPIENZA DI DIO


Letture:
Pr 8,22-31
Sal 2
Col 1,13b.15-20
Gv 1,1-14

Cristo Verbo e Sapienza di Dio
“In principio”. Quel Gesù che nasce a Betlemme ha una preesistenza che sta all’inizio di ogni cosa. “Il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. Proprio quel medesimo che un giorno “si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Penetriamo più a fondo nel mistero dell’Incarnazione che abbiamo appena celebrato: “in principio” significa prima del tempo, nel disegno primordiale di Dio, che poi si è attuato in tappe diverse nel tempo. E in particolare quale rapporto abbia questo Verbo fatto uomo, cioè Gesù il Cristo, con ogni uomo e con il creato.
La luce che illumina ogni uomo: Cioè che dà senso all’uomo, ne indica l’origine, l’identità e il destino. Appare nel tempo quello che è un disegno antico di Dio: cioè “il primogenito di ogni creazione” (Epist.), più propriamente il prototipo di ogni uomo, “predestinato ad essere conforme all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Proprio così: la prima creatura che Dio ha pensato è il suo Figlio unigenito che si fa uomo, e su quello stampo ha progettato ogni altro uomo che trova in lui - appunto in Cristo - la radice e il modello della sua più profonda identià. “Egli è immagine del Dio invisibile, primogenito di tutta la creazione. Tutte le cose sono state per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono” (Epist.). Causa efficiente (per mezzo di lui) - dicono i tecnici - causa formale (in lui), e finale (in vista di lui). Questo unico progetto di uomo, iscritto profondamente in noi, è però divenuta immagine che ha perso la somiglianza col suo prototipo, per cui l’uomo facilmente insegue progetti e sogni di riuscita diversi dalla verità di se stesso. Per questo - ecco il senso ultimo dell’incarnazione - quel Prototipo s’è reso visibile per moistrare concretamente all’uomo quale sia la sua più vera natura e quindi il senso e il destino per la sua piena realizzazione: “Egli è anche il capo del corpo, della Chiesa. Egli è il principio, primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Epist.). È venuto ad essere un secondo Adamo, capo di una umanità riscattata, perché “per mezzo di lui e in vista di lui siano riconciliate tutte le cose.. col sangue della sua croce” (Epist.). Più precisamente a riportare sotto il primo Adamo (cioè l’antico Prototipo) l’umanità che si era persa sotto le bandiere dell’Adamo peccatore. Nel Natale appare nella carne di questo Gesù di Nazaret (e nell’intera sua vicenda terrena) l’autentico e unico modo di essere uomini, inverando in chi vi aderisce quella antica identità di figlio di Dio che il Creatore aveva pensato e voluto fin dal principio. “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato - dirà il Concilio - trova luce il mistero dell’uomo. Egli è l’immagine (riuscita) di Dio, egli è l’uomo perfetto, che ha restituito ai figli di Adamo la somiglianza con Dio resa deforme già subito agli inizi a causa del peccato” (GS 22). Ben oltre la fiaba dolce del presepio che commuove è l’evento del Natale che abbiamo celebrato; è operazione di verità.. rivoluzionaria e contestatrice di quel paganesimo che ci circonda con una cultura che diminuisce l’uomo e lo uccide!
Tutto è stato fatto per mezzo di Lui: La Sapienza è il Logos - il Verbo, o meglio il Verbo incarnato - che dichiara: “io ero con lui come artefice” quando Dio creava il mondo, “dall’eternità sono stata formata, fin dal principio, dagli inizi della terra” (Lett.). L’architetto che ha fatto il mondo è il Cristo: lo professiamo tutte le domeniche nel Credo: “Gesù Cristo, nato dal Padre prima di tutti i secoli, .. per mezzo di lui tutte le cose sono state create”. “In lui furono create tutte le cose nei cieli e sulla terra, quelle visibilie quelle invisibili” (Epist.). In qualche modo nella creazione è passata la sensibilità di un uomo che ha umanizzato l’universo, del resto creato “in vista di lui”: “ponendo le mie delizie tra i figli dell’uomo” (Lett.). Forse di fronte all’illusa onnipotenza dell’uomo con la sua scienza e tecnica, .. è richiamo a una più modesta sapienza di fronte al creato. Creato, fatto dal Logos, cioè da una sapienza intelligente e armoniosa. Anche questa è verità necessaria da richiamare in mezzo ad una “cultura” evoluzionista che tutto fa generare dal caso, da cause naturali che si concatenano per probabilità. Significa che il creato ha una sua logica, oltre che una sua finalizzazione. E certamente anche stanza accogliente fatta proprio per l’uomo. Questo significa fatto dal Logos-Sapienza. Tanto vi è una logica che gli scienziati ne possono percepire e tradurre in formule matematiche l’equilibrato e armonioso suo configurarsi in macrocosmo e microcosmo. L’incanto e lo stupore di fronte alla natura è riconoscimento e lode di un Dio sapiente amoroso nei confronti dell’uomo. Ne deriva il profondo rispetto per la natura e il suo buon uso. La questiono ecologica, che non è venuta più dalla fede in un Dio creatore, si è imposta di forza di fronte ai disastri e agli squilibri che l’uomo peccatore ha provocato: i danni ora, non più la sapienza, tentano di far rinsavire l’uomo. Ma c’è bisogno di ritornare alla sapienza perché non sono le paure a vincere gli egoismi degli uomini e delle nazioni. È la sapienza che ci riporta alla radice di tutto, dove soltanto si attingono criteri e risorse per rinnovare pienamente il creato. Cristo vi ha già messo la sua parte: per sua risorsa, “tutta la creazione geme e soffre le doglie del parte, nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio” (Rm 8,20-22).
“È piaciuto a Dio che abiti in lui tutta la pienezza” (Epist.); pienezza divina e pienezza umana. “Dalla sua pienezza noi tutti bbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16). Il Natale è festa di un Dio che si impoverisce nascondendo la sua divinità ma per arricchire della sua povertà la nostra umanità (cfr. 2Cor 8,9). Riconoscere la divinità di quel Bambino di Betlemme è riconoscere la pienezza di umanità di ogni uomo, che alla fine sarà una sua divinità partecipata. Natale è scoperta di Dio per conoscere veramente l’uomo.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: martedì 1° gennaio 2013   Gio Dic 27, 2012 4:07 pm

MARTEDÌ 1° GENNAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO
SOLENNITÀ


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Nm 6,22-27 (Porranno il mio nome sugli Israeliti, e io li benedirò)
Sal 66 (Dio abbia pietà di noi e ci benedica)
Gal 4,4-7 (Dio mandò il suo Figlio, nato da donna)
Lc 2,16-21 (I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù)

La Madre di Dio regina della pace
La festa di oggi ci offre molteplici motivi di riflessione: la chiesa scandisce per tutti noi ripetutamente nel nome del Signore una solenne benedizione sacerdotale. È l’augurio migliore che possiamo ricevere e scambiarci in questo giorno: viene da Dio, ma è per tutti noi. Pur essendo la festa della Madre di Dio, domina la figura del Cristo e ci viene ricordata ancora la sua opera di salvezza per l’intera umanità. Maria è sapientemente incastonata nel mistero del suo Figlio per sottolineare il suo ruolo nella storia della salvezza e in quello sempre attuale di Madre dei credenti. Noi onoriamo Maria sempre vergine, proclamata nel Concilio di Efeso “santissima madre di Dio” perché Cristo sia riconosciuto veramente Figlio di Dio. È nel nome di Maria che dal 1967 si celebra oggi in tutto il mondo cattolico la giornata mondiale della pace. Dono divino, dono messianico è la pace. Non può essere costruita soltanto da noi uomini e soprattutto non potrà mai essere proclamata efficacemente fin quando non si depongono le armi. La pace degli uomini non può essere diversa da quella di Cristo: va quindi costruita sulle solide basi dell’amore fraterno e della grazia divina. Ogni cristiano per vocazione deve essere un costruttore di pace cominciando magari dalle mura domestiche, impartendo una sana educazione ai figli con la forza dell’esempio. Il tutto dobbiamo accompagnarlo con la forza della preghiera come fa la liturgia di questo giorno che ci fa ripetere nella orazione: “Tu, o Dio nella verginità feconda di Maria hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna”, una salvezza che inizia già durante il nostro pellegrinaggio terreno.
Il brano del vangelo ci narra un episodio della vita di una famiglia ebrea, ma l’ambientazione è inusuale per una nascita. Si tratta di una famiglia emarginata socialmente. Eppure il bambino è Dio e la giovane donna l’ha concepito e partorito nella verginità. Alcuni pastori si affrettano, in risposta a un messaggio dal cielo, per riconoscerlo e glorificarlo a loro modo. Vi è difficile considerarlo vostro Dio? Volgete il pensiero per un attimo al fascino persistente esercitato da sua madre su uomini e donne di ogni ambiente e classe, su persone che hanno conosciuto successi o fallimenti di ogni tipo, su uomini di genio, su emarginati, su soldati angosciati e destinati a morire sul campo di battaglia, su persone che passano attraverso dure prove spirituali. Il genio artistico si è spesso consacrato alla sua lode: pensate alla “Pietà” di Michelangelo, al gran numero di Madonne medievali e rinascimentali, alle vetrate incantevoli della cattedrale di Chartres e alla più bella di tutte le icone: la Madonna di Vladimir, che aspetta con pazienza, nel Museo Tretiakov di Mosca, giorni migliori. Perché la Madonna ispira tanta umanità? Forse perché è, come dicono gli ortodossi, un’icona (= immagine) di Dio? Forse perché Dio parla per suo tramite anche se Maria resta sempre una sua creatura, sia pure una creatura unica grazie ai doni ricevuti dal Padre? Tutto ciò è stato oggetto di discussioni, spesso accese, quando spiriti grandi cercarono di esprimere in termini umani il mistero di Dio fatto uomo. Maria fu definita madre di Dio, “theotokos”, e ciò contribuì a calmare dispute intellettuali. Questo appellativo è particolarmente caro ai cristiani dell’Est, ai nostri fratelli del mondo ortodosso, ed è profondamente radicato nella loro teologia, ripetuto spesso nelle loro belle liturgie, specialmente nella liturgia bizantina, che è stata considerata la “più perfetta” proprio per via delle sue preghiere ufficiali dedicate al culto di Maria. Cominciamo l’anno nel segno di questo grande mistero. Cerchiamo allora di approfondire la nostra devozione a Maria, Madre di Dio e nostra, eliminandone, però, ogni traccia di sentimentalismo spicciolo. Tentiamo di convincere i giovani che si tratta qui di un idealismo rispondente, certo, alle aspirazioni più profonde dello spirito umano, ma che richiede impegno e molto coraggio.

Approfondimento del Vangelo (Visita dei pastori a Gesù e sua Madre - Gli esclusi sono preferiti da Dio)
Chiave di lettura: Il motivo che spinse Giuseppe e Maria a recarsi a Betlemme fu un censimento imposto dall’imperatore di Roma (Lc 2,1-7). Periodicamente, le autorità romane decretavano questi censimenti nelle diverse regioni dell’immenso impero. Si trattava di accatastare la popolazione e sapere quante persone dovevano pagare le imposte. I ricchi pagavano le imposte sul terreno e sui beni che possedevano. I poveri pagavano per il numero di figli che avevano. A volte l’imposta totale superava del 50% il reddito della persona. Nel Vangelo di Luca notiamo una differenza significativa tra la nascita di Gesù e la nascita di Giovanni Battista. Giovanni nasce in casa, nella sua terra, in mezzo a parenti e vicini ed è accolto da tutti (Lc 1,57-58). Gesù nasce sconosciuto, fuori dall’ambiente di famiglia e dei vicini, fuori dalla sua terra. “Non c’era posto per loro nell’albergo.” Dovette essere lasciato in una mangiatoia (Lc 2,7). Cerchiamo di collocare e commentare il nostro testo (Lc 2,16-21) nell’ampio contesto della visita dei pastori (Lc 2,8-21). Durante la lettura cerchiamo di essere attenti a quanto segue: Quali sono le sorprese ed i contrasti che appaiono in questo testo?

Il testo: C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udirono, si stupirono delle cose che i pastori dicevano. Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore. I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 2,8-9: I pastori nel campo, i primi invitati
- Luca 2,10-12: Il primo annuncio della Buona Notizia viene fatto ai pastori
- Luca 2,13-14: La lode degli angeli
- Luca 2,15-18: I pastori vanno fino a Betlemme e raccontano la visione degli angeli
- Luca 2,19-20: L’atteggiamento di Maria e dei pastori dinanzi ai fatti
- Luca 2,21: La circoncisione del piccolo Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Cosa ti è piaciuto di più in questo testo? Perché?
- Quali sono le sorprese ed i contrasti che appaiono nel testo?
- In che modo il testo insegna che il piccolo è il più grande nel cielo ed il più povero sulla terra?
- Quali sono gli atteggiamenti di Maria e dei pastori dinanzi al mistero di Dio che venne loro rivelato?
- Quale è il messaggio che Luca ci vuole comunicare per mezzo di questi dettagli?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema:
a) Contesto di allora e di oggi: Il testo di questa festa della Madre di Dio (Lc 2,16-21) fa parte della descrizione più ampia della nascita di Gesù (Lc 2,1-7) e della visita dei pastori (Lc 2,8-21). L’angelo aveva annunciato la nascita del Salvatore, dando un segnale per riconoscerlo: “Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia!” Loro aspettavano il Salvatore di tutto un popolo e dovranno riconoscerlo in un bambino appena nato, povero, che giace accanto a due animali! Grande sorpresa! Il piano di Dio avviene in modo inaspettato, pieno di sorpreso. Questo succede anche oggi. Un bambino povero sarà il Salvatore del popolo! Te lo puoi credere?
b) Commento del testo:
- Luca 2,8-9: I primi invitati. I pastori erano persone emarginate, poco apprezzate. Vivevano insieme agli animali, separate dal resto dell’umanità. A causa del contatto permanente con gli animali erano considerati impuri. Mai, nessuno li avrebbe invitati a visitare un neonato. Ma proprio a questi pastori appare l’Angelo del Signore per trasmettere la grande notizia della nascita di Gesù. Davanti all’apparizione degli angeli, loro si riempiono di timore.
- Luca 2,10-12: Il primo annuncio della Buona Notizia. La prima parola dell’angelo è: Non temete! La seconda è: Gioia per tutto il popolo! La terza è: Oggi! Subito tre nomi per indicare chi è Gesù: Salvatore, Cristo e Signore! Salvatore è colui che libera tutti da tutto ciò che li lega! Ai governanti di quel tempo piaceva usare il titolo di Salvatore. Loro stessi si attribuivano il titolo di Soter. Cristo significa unto o messia. Nel Vecchi Testamento era questo il titolo che veniva dato ai re ed ai profeti. Era anche il titolo del futuro Messia che avrebbe compiuto le promesse di Dio nei riguardi del popolo. Ciò significa che il neonato, che giace in una mangiatoia, viene a realizzare la speranza del popolo. Signore era il nome che veniva dato a Dio stesso! Qui abbiamo i tre titoli più grandi che si possano immaginare. A partire da questo annuncio della nascita di Gesù Salvatore, Cristo e Signore, ti immagini qualcuno con una categoria più elevata. E l’angelo ti dice: “Attenzione! Ti do questo segnale di riconoscimento: incontrerai un bambino in una mangiatoia, in mezzo ai poveri!” Tu ci crederesti? Il modo in cui Dio agisce è diverso dal nostro!
- Luca 2,13-14: Lode degli angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, Pace in terra agli uomini che egli ama. Una moltitudine di angeli appare e scende dal cielo. È il cielo che si spiega sulla terra. Le due frasi del verso riassumono il progetto di Dio, il suo piano. La prima dice ciò che avviene nel mondo di lassù: Gloria a Dio nel più alto dei cieli. La seconda dice ciò che succederà nel mondo qui in basso: Pace in terra agli uomini che egli ama! Se la gente potesse sperimentare ciò che veramente significa essere amati da Dio, tutto cambierebbe e la pace abiterebbe la terra. E sarebbe questa la maggior gloria per Dio che dimora nel più alto!
- Luca 2,15-18: I pastori vanno fino a Betlemme e raccontano la visione degli angeli. La Parola di Dio non è un suono prodotto dalla bocca. È soprattutto un avvenimento! I pastori dicono letteralmente: “Andiamo a vedere questa parola che si è avverata e che il Signore ci ha fatto conoscere”. In ebraico, l’espressione Dabar può significare allo stesso tempo parola e cosa (avvenimento), generato dalla parola. La parola di Dio ha forza creatrice. Compie ciò che dice. Nella creazione Dio disse: “Sia la luce!, e la luce fu” (Gn 1,3). La parola dell’angelo ai pastori è l’avvenimento della nascita di Gesù.
- Luca 2,19-20: Atteggiamento di Maria e dei pastori dinanzi ai fatti, dinanzi alla parola. Luca aggiunge subito che “Maria serbava queste parole (avvenimenti) meditandole nel suo cuore”. Sono due modi di percepire ed accogliere la Parola di Dio: (i) I pastori si alzano per vedere i fatti e verificare in essi il segnale che era stato dato loro dall’angelo, e dopo, ritornano al loro gregge glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano visto ed udito. (ii) Maria, da parte sua, conservava con cura tutti questi avvenimenti nella memoria e li meditava nel suo cuore. Meditare le cose nel cuore significa ruminarle ed illuminarle con la luce della Parola di Dio, per così giungere a capire meglio tutto il loro significato per la vita.
- Luca 2,21: La circoncisione ed il Nome di Gesù. D’accordo con una norma delle legge, il piccolo Gesù viene circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita (cfr. Gn 17,12). La circoncisione era un segnale di appartenenza al popolo. Dava identità alla persona. In questa occasione ogni bambino riceveva il suo nome (cfr. Lc 1,59-63). Il bambino riceve il nome di Gesù che gli era stato dato dall’angelo, prima di essere concepito. L’angelo aveva detto a Giuseppe che il nome del bambino doveva essere Gesù “egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). Il nome di Gesù è lo stesso che Giosué, e significa Dio salverà. Un altro nome che poco a poco sarà dato a Gesù è Cristo, che significa Unto o Messia. Gesù è il Messia atteso. Un terzo nome è Emanuele, che significa Dio con noi (Mt 1,23). Il nome completo è Gesù Cristo Emanuele!
c) Ampliando le informazioni:
- La funzione dei due primi capitoli del Vangelo di Luca: Si tratta di due capitoli assai conosciuti, ma poco approfonditi. Luca li scrive imitando gli scritti del Vecchio Testamento. È come se questi due capitoli fossero gli ultimi del Vecchio Testamento per aprire la porta per l’arrivo del Nuovo Testamento. In questi capitoli Luca fa sentire il profumo di un ambiente di tenerezza e di lode. Dall’inizio alla fine, si loda e si canta la misericordia di Dio che, finalmente, viene a compiere le sue promesse. Luca ci mostra come Gesù compie il Vecchio Testamento iniziando il Nuovo Testamento. E lo compie a favore dei poveri, degli anawim, di coloro che seppero attendere la sua venuta: Elisabetta, Zaccaria, Maria, Giuseppe, Simeone, Anna, i pastori. Per questo, i primi due capitoli non sono storia secondo il senso che noi oggi diamo alla storia. Fungevano molto di più come uno specchio, in cui i destinatari, i cristiani convertiti dal paganesimo, potevano scoprire chi era Gesù e come era venuto per realizzare le profezie del Vecchio Testamento, rispondendo alle più profonde aspirazioni del cuore umano. Erano anche specchio di ciò che stava avvenendo nelle comunità del tempo di Luca. Le comunità venute dal paganesimo nasceranno dalle comunità dei giudei convertiti. Ma loro erano diverse. Il Nuovo non corrispondeva a ciò che il Vecchio Testamento immaginava ed attendeva. Era “il segnale di contraddizione” (Lc 2,34), causava tensione ed era fonte di molti dolore. Nell’atteggiamento di Maria, Luca presenta un modello di come le comunità potevano reagire e perseverare nel Nuovo.
- La chiave di lettura: In questi due capitoli Luca presenta Maria quale modello per la vita delle comunità. La chiave ci viene date in quel episodio in cui una donna del popolo elogia la madre di Gesù. Gesù modifica l’elogio e dice: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,27-28). Qui sta la grandezza di Maria. È nel modo in cui Maria sa rapportarsi alla Parola di Dio che le comunità contemplano il modo più corretto in cui possono rapportarsi alla Parola di Dio: accoglierla, incarnarla, viverla, approfondirla, ruminarla, farla nascere e crescere, lasciarsi plasmare da essa, anche quando non si capisce o quando ci fa soffrire. È questa la visione che soggiace ai due testi dei capitoli 1 e 2 del Vangelo di Luca, che parlano di Maria, la madre di Gesù.

1° gennaio: Maria SS.ma Madre di Dio, Regina della pace; patronato: giornata mondiale della pace.
Biografia: Maria viene considerata madre di ogni uomo che nasce alla vita di Dio, e insieme proclamata e invocata come «Madre della Chiesa». Con gli Orientali, anche noi onoriamo «Mania sempre Vergine, solennemente proclamata santissima Madre di Dio dal Concilio di Efeso, perché Cristo... fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo».

Martirologio: Nell’Ottava di Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria; i Padri del Concilio di Efeso l’acclamano Theotocos, perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome.

Dagli scritti
Dalle “Lettere” di sant’Atanasio, vescovo
Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana
Il Verbo di Dio, come dice l’Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,16.17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi. Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2,7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio. Gabriele aveva dato l’annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente colui che nascerà in te, perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma; da te (cfr. Lc 1,35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei. Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l’Apostolo: Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità (cfr. 1Cor 15,53). Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l’umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l’uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo. Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto identico al nostro; infatti Maria è nostra è sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo. Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1,14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili. Sta scritto infatti in Paolo: Cristo per noi divenne lui stesso maledizione (cfr. Gal 3,13). L’uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo. Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. È rimasta assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE
CIRCONCISIONE DEL SIGNORE - SOLENNITÀ


Letture:
Nm 6,22-27
Sal 66
Fil 2,5-11
Lc 2,18-21

Gli fu messo nome Gesù
Aggregato al popolo di Dio con il rito della circoncisione, riceve un nome che indica la sua missione: Gesù, cioè Dio-salva. All’inizio di un anno cerchiamo la benedizione di Dio sui nostri giorni a venire. La Chiesa oggi ce la dona con le parole di Mosè: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia” (Lett.). Il volto di Dio su di noi è Gesù, il “Dio che salva”. Riconoscere lui come nostro Signore, cioè come unico riferimento e misura delle nostre scelte e speranze, è garantire il cammino sicuro di un anno, perché, dice Paolo: “Tutto concorre al bene per quelli cha amano Dio” (Rm 8,28).
Al di sopra di ogni altro nome: “Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). Il nome è una missione. Salvare dal peccato significa riconciliare con Dio una umanità ribelle che ha nel cuore una spinta quasi naturale all’autosufficienza e all’orgoglio del fare da sé. Da questa radice è scaturita la morte e l’insieme di squilibri che determinano divisioni, violenze e guerre. L’egoismo rode il cuore dell’uomo e ne ferisce la libertà, ormai incapace di bene se non è risanata dalla grazia di Cristo. Dire salvezza significa dire che quel che c’è di rotto nel cuore, solo l’intervento di Cristo può aggiustare. È il primo contenuto serio degli auguri che oggi ci facciamo: lasciati risanare da Cristo se vuoi vivere un anno.. decente! “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore”. Signore, per proclamarlo il Dio venuto vicino. Signore come vertice e senso del cosmo e della storia. Signore perché s’è dimostrato padrone della padrona del mondo che è la morte. Proclama Pietro il giorno di Pentecoste: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 1,36). Non è facile capire questo primato di Cristo nella nostra vicenda di uomini e nella nostra storia personale. San Paolo confessa che “nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Si apre un nuovo anno entro una cultura sempre più secolarizzata che pensa di fare a meno di Dio. Nelle difficoltà e nei dubbi di fede, invochiamo lo Spirito, preghiamo come il vangelo ci suggerisce: “Signore, accresci in noi la fede!” (Lc 17,5), “Credo, aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24). “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi.. a gloria di Dio Padre”. Più difficile ancora è l’adorazione a Dio, la lode, il riconoscere il primato e la trascendenza di Dio o, se si vuole, cogliere la distanza che ci separa da Lui, e, perlomeno, intuire la grande degnazione che Dio ha avuto nei nostri confronti nell’interessarsi a noi. È il momento del culto, privato e ufficiale. Cristo è il Sommo Sacerdote che ci rappresenta davanti a Dio, “sempre vivo per intercedere in nostro favore” (Eb 7,25). È la nostra messa festiva, dove Cristo, Capo del suo Corpo che è la Chiesa si pone davanti al Padre insieme a noi e a nome nostro per coinvolgerci ogni volta nel suo atto di obbedienza e d’amore compiuto in croce. È il culto più gradito a Dio e il più efficace per noi. L’Eucaristia, “fonte e culmine”. Per questo, ogni orazione del messale termina..: per il nostro Signore Gesù Cristo, lui il tramite, il ponte, l’intermediario di ogni nostro accedere al Padre. Non manchiamo allora lungo l’anno al nostro appuntamento festivo della messa!
Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo: Del Figlio di Dio si dice oggi che “pur essendo nella condizione di Dio, ..svuotò se stesso, divenendo simile agli uomini, dall’aspetto riconosciuto come uomo” (Epist). Questo Figlio di Dio fattosi uomo è venuto a mostrare, in una vicenda umana, quello che è l’intima struttura, o identità, dell’uomo, “predestinato ad essere conforme all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). A offrire quindi, come in un film in anteprima, quale sia il modo unico di portare a riuscita l’unico progetto di vita in cui siamo stati costituiti da Dio Creatore. Cioè la verità di noi stessi: identità, senso e destino. Si apre un anno nuovo: quali modelli di vita ci proponiamo di avere davanti? Siamo bombardati ogni giorno di immagini e mode che gridano di essere l’unica formula di successo umano! Di chi fidarci, se non di Colui che è il costruttore della nostra macchina e ne sa con verità il funzionamento giusto! E la prima formula sintetica di questo modello che è Cristo, è l’obbedienza! “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Epist.). Di Gesù non è detto altro: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34). E al Getsemani, con atto eroico, dice: “Non sia fatta la mia ma la tua volontà” (Lc 22,42). Fino a concludere sulla croce: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), ho proprio fatto tutto! “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). Per questo ha insegnato a noi a dire: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10). Non c’è anche per noi altra formula: l’obbedienza a Dio, l’obbedienza da figlio docile e fiducioso.. se si vuole, come Cristo, divenire eredi di Dio! Tutto qui: essere figli obbedienti per divenire “eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,17). Ciò che ci porta la morte e, assieme, l’egoismo, le violenze e le divisioni (e quindi un mondo che ci pesa sempre di più!), è il peccato, la disobbedienza e il rifiuto di Dio. Non c’è che l’atteggiamento contrario: l’obbedire e il fidarci di Lui per avere la vita eterna e una vita più.. passabile qui! Non ci sono cose speciali da fare per vivere un anno nuovo con prospettive e speranze positive; se una “vita buona” è “il Regno di Dio”, non c’è altro augurio e impegno che quello di appartenervi e vivervi dentro con gioia.
Giornata della Pace. Tante le dimensioni della pace: politiche, economiche, sociali.. Ogni anno il Papa ce ne richiama un aspetto. Giustizia e libertà sono i contenuti essenziali della pace. Diceva sant’Ambrogio, che di gestione pubblica se ne intendeva: “Ubi fides, ibi libertas”. I cristiani, riconoscendo un solo padrone, sono i più liberi e i più tenaci contestatori d’ogni autoritarismo, ingiustiza e violenza. Diventiamo sempre più cristiani; diventeremo anche più costruttori di pace! Ed è vero anche il contrario: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9).
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