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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 5 gennaio 2013   Mer Gen 02, 2013 3:58 pm

SABATO 5 GENNAIO 2013

FERIA PROPRIA DEL 5 GENNAIO


Preghiera iniziale: O Dio, che nella nascita del tuo unico Figlio hai dato mirabile principio alla nostra redenzione, rafforza la fede del tuo popolo, perché sotto la guida del Cristo giunga alla meta della gloria eterna.

Letture:
1Gv 3,11-21 (Noi siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli)
Sal 99 (Acclamate il Signore, voi tutti della terra)
Gv 1,43-51 (Tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele)

Da Nàzaret può mai venire qualcosa di buono?
Nella prima lettura Giovanni ci offre una bella lezione sulla carità, sull’amore verso il prossimo. Modello di questo amore certamente non è Caino, ma colui che è capace di dare la propria vita per il fratello, come ha fatto Gesù. Questo amore ci porta ad amare anche quelli che interessiamo poco e dare ai bisognosi quanto è loro necessario, nei limiti delle nostre possibilità... Egli ci illumina anche sul mistero della cattiveria umana: un cuore inquieto, senza pace, turbato è capace di compere qualunque scelleratezza... come Caìno. Forse l’esperienza in merito conferma quanto sopra. Chi ha coscienza della propria tranquillità, chi vive nella serenità... non commette il male contro il fratello. Come guarire dalla nostra inquietudine che ci spinge a ribellarci a Dio e al prossimo? Si potrebbe trovare la risposta dal brano del Vangelo che oggi viene proposto alla nostra riflessione. Filippo viene chiamato da Gesù a seguirlo. Egli incontra Natanaele al quale annunzia, pieno di gioia, di aver trovato il Messia, Gesù da Nàzaret. Con tono sprezzante Natanaele dice: Da Nàzaret può venire mai qualcosa di buono? E Filippo: Vieni e vedi! Natanaele va e resta immediatamente conquistato dalla persona di Gesù, riconoscendolo come Figlio di Dio... Il suo cuore è cambiato... non più alterigia e disprezzo... ma umile confessione della propria scostante sicurezza. L’esperienza di fede è la via maestra per ritornare a Dio... per rivestirsi dei sentimenti di amore verso il Signore e verso il prossimo: «Vieni e vedi!» La fede è un dono di Dio, non si può spiegare... si può però manifestare attraverso scelte concrete... Ma ognuno ha bisogno di poter dire: Ora credo perché ho sperimentato le verità che credo. In questa certezza trovo la mia pace e la mia benevolenza verso tutti.
“Vieni e vedi”. All’inizio delle Sacre Scritture, nel libro della Genesi, leggiamo: “Dio disse: Sia la luce! E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona...” (Gen 1,3). Senza luce, infatti, non si può vedere e non ci può essere alcuna comunicazione. “Alla tua luce vediamo la luce” (Sal 35,10). Gesù è la luce del mondo. La luce ci permette di vedere, e Gesù ci permette di vedere con gli occhi della fede. Natanaele va verso la luce: crede in colui che lo conosce fin nel profondo dell’animo, capisce, dunque, che egli è il Figlio di Dio. Nella luce della verità c’è un reciproco riconoscersi. Ma Natanaele vedrà cose ancora più grandi: vedrà la gloria di Gesù rivelata nel miracolo di Cana. In Gesù si concretizza la realtà prefigurata dalla scala che Giacobbe aveva visto in sogno, sulla quale gli angeli salivano e scendevano: questa promessa di armonia fra cielo e terra si è realizzata nel Figlio dell’Uomo che ci ha aperto il cammino verso il cielo perché vedessimo, come Giacobbe (Gen 32,30), il volto di Dio, e questa volta realmente, non in sogno. Il legame viene ristabilito nella persona di Gesù.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: «Seguimi!». Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret». Natanaè gli disse; «Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi». Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità». Natanaèle gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi». Gli replicò Natanaèle: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l’albero dei fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo».

Riflessione:
- Gesù ritornò a Galilea. Incontrò Filippo e lo chiamò dicendogli: “Seguimi!”. Lo scopo della chiamata è sempre lo stesso: “seguire Gesù”. I primi cristiani cercarono di conservare i nomi dei primi discepoli, e di alcuni conservarono perfino il cognome ed il nome del luogo di origini. Filippo, Andrea e Pietro erano di Betsaida (Gv 1,44). Natanaele era di Cana. Oggi molti dimenticano i nomi delle persone che erano all’origine della loro comunità. Ricordare i nomi è un modo di conservare l’identità.
- Filippo incontra Natanaele e parla con lui di Gesù: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Gesù è colui a cui si riferisce tutta la storia dell’Antico Testamento.
- Natanaele chiede: “Da Nazaret può mai uscire qualcosa di buono?”. Probabilmente, nella sua domanda spunta anche la rivalità che esisteva tra i piccoli villaggi della stessa regione: Cane e Nazaret. Inoltre, secondo l’insegnamento ufficiale degli scribi, il Messia sarebbe venuto da Betlemme, in Giudea. Non poteva venire da Nazaret in Galilea (Gv 7,41-42). Andrea da la stessa risposta che Gesù aveva dato agli altri due discepoli: “Venite e vedete voi stessi!”. Non è imponendo, bensì vedendo che le persone si convincono. Di nuovo lo stesso cammino: incontrare, sperimentare, condividere, testimoniare, condurre verso Gesù!
- Gesù vede Natanaele e dice: “Ecco un Israelita autentico, in cui non c’è inganno”. Ed afferma che già lo conosceva quando era sotto il fico. Come poteva essere Natanaele un “israelita autentico” se non accettava Gesù in qualità di Messia? Natanaele “era sotto il fico”. Il fico era il simbolo di Israele (cfr. Mi 4,4; Zc 3,10; 1Re 5,5). Israelita autentico è colui che sa disfarsi delle sue proprie idee quando percepisce che non concordano con il progetto di Dio. L’israelita che non è disposto ad operare questa conversione non è né autentico, né onesto. Natanaele è autentico. Lui aspettava il messia secondo l’insegnamento ufficiale dell’epoca. (Gv 7,41-42.52). Per questo, all’inizio, non accettava un messia venuto da Nazaret. Ma l’incontro con Gesù lo aiutò a capire che il progetto di Dio non sempre è come la gente immagina o desidera che sia. Lui riconosce il suo inganno, cambia idea, accetta Gesù come messia e confessa: “Maestro, tu sei il Figlio di Dio: tu sei il re di Israele!”. La confessione di Natanaele è appena l’inizio: Chi sarà fedele, vedrà il cielo aperto e gli angeli salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo. Sperimenterà che Gesù è il nuovo legame tra Dio e noi, esseri umani. È il sogno di Giacobbe divenuto realtà (Gen 28,10-22).

Per un confronto personale:
- Qual è il titolo di Gesù che più ti piace? Perché?
- Hai avuto un intermediario tra te e Gesù?

Preghiera finale: Buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione (Sal 99).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 6 gennaio 2013   Mer Gen 02, 2013 4:07 pm

DOMENICA 6 GENNAIO 2013

EPIFANIA DEL SIGNORE
SOLENNITÀ


Orazione iniziale: Padre misericordioso, Tu mi hai chiamato ad incontrarti in questa parola del Vangelo, perché tu vuoi farmi vivere, vuoi donarmi tutto te stesso. Ti prego, manda ora su di me, fa’ sgorgare da me il tuo Spirito Santo, il tuo Amore di luce e di fuoco, perché possa lasciarmi condurre lungo la via santa di questo brano evangelico. Nessuna tua parola cada a vuoto; nessun seme che tu getti nel campo del mio cuore sia rubato dal maligno, né soffocato dalle spine, né disseccato dall’arsura, ma porti il frutto buono, che è il tuo Figlio Gesù, nostro Signore, nella mia vita e nella vita dei miei fratelli. Possa anch’io, oggi, uscire dalle mie prigionie per mettermi in viaggio e venire a cercare te; possa riconoscere la stella che tu accendi, come segno del tuo amore, sul mio cammino, per seguirla senza stancarmi, con intensità, con l’impegno della mia vita; possa anch’io, finalmente, entrare nella tua casa e lì vedere il Signore; possa piegarmi, con umiltà, davanti a te, per adorarti e consegnare a te la mia vita, tutto ciò che sono e che ho. E infine, o Signore, per la tua grazia, possa ritornare per una via nuova, senza passare più per i vecchi sentieri del peccato.

Letture (rito romano):
Is 60,1-6 (La gloria del Signore brilla sopra di te)
Sal 71 (Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra)
Ef 3,2-3.5-6 (Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità)
Mt 2,1-12 (Siamo venuti dall’oriente per adorare il re)

Letture (rito ambrosiano):
Is 60,1-6
Sal 71
Tt 2,11 - 3,2
Mt 2,1-12

E Gli offrirono in dono oro, incenso e mirra
La parola “epifania” significa manifestazione”. Gesù Bambino, come chiamò i pastori ad adorarlo nella grotta di Betlemme mediante il canto degli Angeli, così, con il linguaggio persuasivo di una stella, attrae alla sua persona e si manifesta alle “genti” chiamando dall’Oriente i Re Magi. La manifestazione del Signore ha tanti motivi di festa: la chiamata alla fede dei Re Magi... la chiamata di uomini o donne a un servizio nella Chiesa: al sacerdozio, alla vita di consacrazione... Festa perché gli esiliati di Israele ritornano in patria con incontenibile giubilo... perché popoli e re si affrettano a raggiungere Gerusalemme dove cammineranno allo splendore della sua luce. È festa per il Bambino Gesù che per mezzo dei doni a lui offerti dai Re Magi, oro, incenso e mirra, viene riconosciuto come vero Dio, vero Re e vero Uomo. È festa per i nostri bambini che, come è tradizione, almeno in alcune Regioni, oggi sono fatti segno di maggiore attenzione... con regali e donativi che suscitano esplosioni di gioia... con tanti segni di affetto verso i generosi babbi natali... Solo nel cuore di Erode c’è turbamento, come nel cuore di chiunque si lascia dominare dalla passionalità. Forse anche a tanti bambini che vivono nella povertà più squallida non giungono queste voci di festa. Eppure oggi si celebra la Giornata dell’Infanzia missionaria e di tutta l’infanzia che soffre. Si vorrebbero suscitare in tutti i bambini del mondo sentimenti di gioiosa esultanza... Ma come? Con la condivisione, con la generosità di chi ha verso chi nulla possiede. Non sarebbe una bella occasione per sensibilizzare i propri figli, per educarli al risparmio, al non-consumismo, alla rinuncia di tanti giocattoli di “cinque minuti”... e così regalare un momento di gioia a chi vive nell’amarezza?
Una stella ha guidato i Magi fino a Betlemme perché là scoprissero “il re dei Giudei che è nato” e lo adorassero. Matteo aggiunge nel suo Vangelo: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”. Il viaggio dall’Oriente, la ricerca, la stella apparsa ai Magi, la vista del Salvatore e la sua adorazione costituiscono le tappe che i popoli e gli individui dovevano percorrere nel loro andare incontro al Salvatore del mondo. La luce e il suo richiamo non sono cose passate, poiché ad esse si richiama la storia della fede di ognuno di noi. Perché potessero provare la gioia del vedere Cristo, dell’adorarlo e dell’offrirgli i loro doni, i Magi sono passati per situazioni in cui hanno dovuto sempre chiedere, sempre seguire il segno inviato loro da Dio. La fermezza, la costanza, soprattutto nella fede, è impossibile senza sacrifici, ma è proprio da qui che nasce la gioia indicibile della contemplazione di Dio che si rivela a noi, così come la gioia di dare o di darsi a Dio. “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia”. Noi possiamo vedere la stella nella dottrina e nei sacramenti della Chiesa, nei segni dei tempi, nelle parole sagge e nei buoni consigli che, insieme, costituiscono la risposta alle nostre domande sulla salvezza e sul Salvatore. Rallegriamoci, anche noi, per il fatto che Dio, vegliando sempre, nella sua misericordia, su chi cammina guidato da una stella ci rivela in tanti modi la vera luce, il Cristo, il Re Salvatore.

Approfondimento del Vangelo (Il percorso di fede dei Magi. L’adorazione del bambino Gesù, quale Re e Signore)
Il testo: Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. Alcuni Magi giunsero da oriente a Gerusalemme e domandavano: «Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo».All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele.Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Per inserire il brano nel suo contesto: Questo brano appartiene ai primi due capitoli del Vangelo di Matteo, che costituiscono una specie di prologo a tutta la sua opera; in esso ci viene presentata l’origine storica del Messia, quale figlio di Davide e l’origine divina di Gesù Cristo, il Dio-con-noi. E subito Matteo ci guida in una meditazione molto profonda e impegnativa, ponendoci di fronte a una scelta ben precisa, attraverso i personaggi che egli introduce nel suo racconto: o riconosciamo e accogliamo il Signore, che è nato, oppure rimaniamo indifferenti, fino a scegliere di eliminarlo, di ucciderlo. Questa pericope ci offre il bel racconto del percorso dei magi, che vengono da lontano, perché vogliono cercare e accogliere, amare e adorare il Signore Gesù. Ma il loro lungo viaggio, la loro ricerca instancabile, la conversione del loro cuore sono realtà che parlano di noi, sono già scritte sul rotolo della nostra storia sacra.

Per aiutare nella lettura del brano: Il brano può essere suddiviso in due parti principali, determinate dal luogo in cui si svolgono le scene: la prima parte (2,1-9a) avviene a Gerusalemme, mentre la seconda ha come punto focale Betlemme (2,9b-12).
- 2,1-2: Il brano si apre con le indicazioni precise del luogo e del tempo della nascita di Gesù: a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. All’interno di questa realtà, ben specificata, compaiono subito i magi, che, venendo da lontano, giungono a Gerusalemme sotto la guida di una stella; sono loro ad annunciare la nascita del re Signore. Chiedono dove poterlo trovare, perché vogliono adorarlo.
- 2,3-6: Alle parole dei magi, il re Erode, e con lui tutta Gerusalemme, si turbano e hanno paura; invece di accogliere il Signore e scegliere Lui, cercano il modo per eliminarlo. Erode convoca le autorità del popolo ebraico e gli esperti delle Scritture; sono esse, con le antiche profezie, a parlare e a rivelare in Betlemme il luogo in cui si trova il messia.
- 2,7-8: Erode convoca segretamente i magi, perché vuole usarli per i suoi scopi malvagi. Il suo interesse puntiglioso è volto solo all’eliminazione di Cristo.
- 2,9a: I magi, spinti dalla forza della fede e guidati dalla stella, partono ancora e si dirigono verso Betlemme.
- 2,9b-11: Ricompare la stella, che si muove insieme ai magi e li conduce fino al luogo preciso della presenza del Signore Gesù. Pieni di gioia, essi entrano nella casa e si prostrano in adorazione; offrono al bambino doni preziosi, perché riconoscono in lui il re e il Signore.
- 2,12: Avendo contemplato e adorato il Signore, i magi ricevono da Dio stesso la rivelazione; è Lui stesso che parla a loro. Sono uomini nuovi; hanno in sé un nuovo cielo e una nuova terra. Sono liberi dagli inganni dell’Erode del mondo e perciò ritornano alla vita per una via tutta nuova.

Un momento di silenzio orante: Mi pongo in ascolto profondo della voce silenziosa del Signore e lascio che il soffio del suo Spirito mi raggiunga e mi investa, riempiendomi e avvolgendomi. Questa forza mi faccia alzare e mi ponga in cammino; apra i miei occhi alla contemplazione della stella e i miei orecchi all’ascolto delle Scritture, che parlano di Cristo. Tolga dal mio cuore la pesantezza e la paura del cammino, del buio, della lontananza, della solitudine, della lotta e pieghi il mio essere, fino all’adorazione, fino alla consegna dell’unico dono che ho fra le mani: la mia stessa vita. In questo silenzio mi metto alla ricerca del Signore e ripeto nel mio cuore: “Dove sei, o mio Dio?”.

Alcune domande: È il Signore stesso, ancora bambino, nella potenza sconvolgente della sua piccolezza, che viene a me e comincia già a bussare alla porta del mio cuore; è Lui che mi chiama e mi pone i suoi interrogativi d’amore, di liberazione, di salvezza e di gioia. Lui conosce la mia vita, sa quando seggo e quando mi alzo, penetra da lontano i miei pensieri, ma ugualmente ama stare con me, vuole ascoltare la mia voce; per questo Egli è qui e mi parla.
a) Raccolgo le prime parole che escono dalla bocca dei magi e le ascolto in profondità, le faccio mie, le mangio e le rumino, perché sono cibo buono: “Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Mi interrogo seriamente sulla mia ricerca, su ciò che è importante nella mia esistenza: che cos’è che io vado cercando? Mi sento davvero attratto verso il luogo del Signore, perché bramo di trovare Lui, di stare con Lui? Sono disposto ad uscire dai luoghi spenti e invecchiati delle mie abitudini, delle mie comodità, per intraprendere il viaggio santo della fede, della ricerca di Gesù? So spostarmi così, so attraversare terre e terre, tempi, stagioni, solitudini, vuoti, per andare alla ricerca dell’unico, del Signore, che è voluto entrare nella nostra vita di uomini e donne, in questo mondo?
b) Rimango ancora alla scuola dei magi e ascolto: “Siamo venuti per adorarlo”. Questa volta usano un verbo strano, ripetuto più volte nel corso del brano; forse mi spavento un po’, mi infastidisco, non voglio sentirlo. Eppure loro vengono così da lontano espressamente per compiere questo gesto; dev’essere, allora, un gesto importante, pieno di amore, di tenerezza e di forza allo stesso tempo. Mi fermo, ascolto meglio, cerco di aprire il mio cuore ad accogliere questa realtà. Adorare significa “portare alla bocca”, cioè baciare, entrare in comunione di respiro con qualcuno che si ama; ma significa anche prostrarsi, cadere sulle ginocchia toccando con la fronte la terra, in segno di profonda umiltà e riverenza. Qui la Parola del Signore mi prova, mi passa nel crogiuolo: vivo davvero un rapporto di amore con Dio, so aprire alla sua presenza il mio respiro, la mia vita, lo lascio mai entrare nel battito stesso del mio cuore? E poi mi viene da pensare all’infinità di volte in cui non accetto di piegarmi minimamente davanti a Lui, alle sue richieste, ad es. quando si tratta di compiere un piccolo gesto di attenzione verso qualcuno. Mi vergogno, adesso, davanti a questa Parola; mi riconosco e mi vedo duro, superbo, pieno di senso di superiorità, per il quale non accetto di piegarmi, di farmi un po’ più piccolo. Io non so adorare, non so amare. Forse dovrei cominciare dal mio cuore; dovrei prenderlo fra le mani e massaggiarlo col balsamo risanatore della Parola del Signore; sono sicuro che, piano piano, la pietra si spaccherà e crescerà, al posto suo, la carne. Signore, ti prego, fa di me un vero adoratore, un vero innamorato di te; non a Gerusalemme, non sul monte Garizìm, ma proprio qui, nel luogo sacro del mio cuore.
c) Adesso mi vengono incontro le parole dei profeti, che Matteo cita come testimonianza della nascita del Messia, di Gesù: “Da te uscirà un capo, che pascerà il mio popolo”. Mi soffermo in particolare su due termini importanti, riferiti a Gesù: “capo” e “che pascerà”. Il primo deriva da un verbo dal significato molto ricco e ampio: guido, conduco, precedo, sto a capo, governo. Sento che devo interrogarmi e considerare se io riesco a porre e consegnare la mia esistenza alla guida del Signore; se io, ogni giorno, torno a fidarmi di Lui, del suo amore, della sua presenza così certa, anche se invisibile. A chi mi affido, in realtà? A chi consegno i miei tesori, i miei sforzi, il mio impegno in questo mondo? E poi Lui è anche pastore, cioè è colui che sa dove condurmi, perché io possa trovare il cibo buono, il pascolo verdeggiante e l’acqua fresca. Mi viene subito alla mente il salmo 22: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”; mi fermo per un po’ in silenzio, poi decido di ripeterlo, lentamente, col cuore, con l’anima, perché queste parole tornino ad essere verità per me, per la mia vita. Stare davanti al presepe, vivere il Natale, significa anche questo: accettare il Signore come mia guida, mio pastore e lasciare, così, che sia Lui a condurmi, là dove egli vuole.
d) Continuo a seguire i magi nel loro cammino di fede, che è anche il mio; il Vangelo dice: “Entrati nella casa, videro il bambino”. Mi colpisce il loro coraggio, che li spinge fino in fondo; non solo erano partiti, avevano lasciato la loro terra, avevano camminato con fatica e costanza, ma adesso, giunti alla meta, entrano. Non stanno al di fuori, si lasciano coinvolgere completamente: questa è vera saggezza. E proprio perché accettano di entrare, di fare comunione, di donarsi in maniera vera, piena, i loro occhi possono vedere, contemplare, riconoscere. Sembra tutto scontato e ovvio, ma non lo è per niente! Se guardo alla mia esperienza di ogni giorno, non posso fare a meno di sorprendermi spesso al di fuori della casa, cioè delle situazioni delle persone che mi avvicinano, che forse il Signore voleva affidare proprio a me, al mio amore e alla mia amicizia. Riconosco la mia paura, la mia pigrizia nel donarmi, nel condividere; chissà cosa voglio proteggere e salvare! Non mi accorgo che più sto al di fuori, più mi allontano dalla vita dei miei fratelli e più sono triste, vuoto?! Se non imparo ad entrare, i miei occhi rimarranno sempre ciechi.
e) Ma la scuola dei magi non è ancora finita! Dice il Vangelo: “Aprirono i loro tesori e offrirono doni”. Trovo altri due verbi sconvolgenti: “aprire” e “offrire”. È fin troppo chiara questa Parola e non ha bisogno di commento; posso solo inginocchiarmi e pregare e chiedere al Signore che mi cambi, mi trasformi. Signore, tu sei la chiave: ti prego, aprimi! Sono stanco delle mie chiusure, di tutte le sbarre e i catenacci che fanno del mio cuore una prigione e rendono la mia vita un deserto. Scioglimi tu, io lo desidero; spezza l’involucro duro del mio cuore e portami fuori, con te, mio Signore!
f) “Per un’altra strada fecero ritorno”. Non potrebbe esserci finale più bella! Per questo il Signore mi attira a sé, mi chiama, mi coinvolge in questo mistero del suo Natale: perché io non sia più l’uomo o la donna di prima; perché, dopo aver incontrato Lui, dopo aver sperimentato Lui, la sua presenza, la sua luce, il suo amore, io torni rinnovato dai miei fratelli e miei amici. Non posso rimanere quello di prima; Lui ha fatto di me una creatura nuova, mi ha fatto nascere ancora, dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito.

Una chiave di lettura: Cerco alcune parole-chiave, alcuni temi fondanti, che mi siano da guida e mi aiutino a penetrare meglio nel significato di questo brano del Vangelo, così che la mia vita possa essere illuminata e cambiata da questa Parola del Signore.
- Il viaggio: Questo brano sembra percorso trasversalmente dal grande tema del viaggio, dell’esodo, dell’uscita; i magi, questi personaggi misteriosi, si mettono in movimento, si allontanano dalla loro terra e camminano alla ricerca del re, del Signore. Matteo mette in risalto questa realtà attraverso alcuni verbi, che accompagnano lo svolgersi della vicenda: giunsero, siamo venuti, li inviò, andate, partirono, li precedeva, entrati, non tornare, fecero ritorno. Il percorso fisico dei magi nasconde in sé un viaggio ben più importante e significativo, che è quello della fede; è il movimento dell’anima, che nasce dal desiderio di incontrare e conoscere il Signore. Ma allo stesso tempo è anche l’invito di Dio, che ci chiama e ci attira con forza a sé; è Lui che ci fa alzare in piedi e ci pone in movimento, che ci offre le indicazioni e non smette mai di accompagnarci. La Scrittura ci offre molti esempi importanti, che ci aiutano ad entrare in questa scia di grazia e di benedizione. Ad Abramo Dio disse: “Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Anche Giacobbe fu pellegrino di fede e di conversione; di lui, infatti, sta scritto: “Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran” (Gen 28,10) e: “Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali” (Gen 29,1). Dopo molti anni il Signore gli parlò e gli disse: “Torna al paese dei tuoi padri e io sarò con te” (Gen 31,3). Anche Mosè fu un uomo del cammino; Dio stesso gli ha disegnato la strada, l’esodo, dentro al cuore, nelle viscere e ha fatto di tutta la sua vita una lunga marcia di salvezza per sé e per i suoi fratelli: “Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo!” (Es 3,10). Anche il popolo nuovo di Dio, noi, i figli della promessa e della nuova alleanza, siamo chiamati ad uscire sempre, a metterci in viaggio, alla sequela del Signore Gesù. L’esodo non si è mai interrotto; la liberazione, che viene dalla fede, è sempre in atto. Guardiamo a Gesù, ai suoi apostoli, a Paolo: nessuno sta fermo, nessuno si nasconde. Tutti questi testimoni ci parlano, oggi, attraverso la loro vicenda e ci ripetono: “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 83,6).
- La stella: È un elemento molto importante in questo brano, centrale, perché ad essa è affidato il compito di guidare i magi alla loro meta, di rischiarare le loro notti di viaggio, di indicare con precisione il luogo della presenza del Signore, di rallegrare grandemente i loro cuori. In tutta la Bibbia le stelle compaiono come segni di benedizione e di gloria, sono quasi una personificazione di Dio, che non abbandona il suo popolo e, allo stesso tempo, una personificazione del popolo, che non si dimentica del suo Dio e lo loda, lo benedice (cfr. Sal 148,3; Bar 3,34). Per la prima volta il termine stella appare, nella Scrittura, in Genesi 1,16, quando, giunto al quarto giorno, il racconto della creazione narra dell’apparizione nei cieli del sole, della luna e delle stelle, come segni e come luci, per regolare e per illuminare. Il termine ebraico “stella” kokhab è molto bello e denso di significato; le lettere che lo formano, infatti, ci svelano l’immensità della presenza che questi elementi celesti portano in sé. Troviamo due caf, che significano “mano” e che racchiudono in sé una waw, cioè l’uomo, inteso nella sua struttura vitale, nella sua colonna vertebrale, che lo mantiene in posizione eretta, che lo fa salire verso il cielo, verso il contatto col suo Dio e Creatore. Dunque, dentro le stelle, appaiono due mani, caf e caf, che stringono in sé, con amore, l’uomo: sono le mani di Dio, che mai cessano di sostenerci, solo che noi ci affidiamo ad esse. Infine compare la lettera bet, che è la casa. Le stelle ci parlano, allora, del nostro viaggio verso casa, del nostro continuo migrare e ritornare là, da dove siamo venuti, fin dal giorno della nostra creazione, ma già fin da sempre. Molte volte Dio paragona la discendenza di Abramo alle stelle del cielo, quasi che ogni uomo sia una stella, che nasce per illuminare le notti; “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15,5). Anche Gesù è una stella, la stella che spunta da Giacobbe (Num 24,17), che sorge dall’alto, la stella radiosa del mattino, come dice l’Apocalisse (22,16). In Lui, infatti, ha preso carne quell’amore infinito di Dio, che si china verso di noi, suoi figli e apre le palme delle mani per raccoglierci ed accoglierci. Solo un amore così può dare alla nostra infinta debolezza la capacità e il coraggio, la tenacia e la gioia per accettare di partire, di fare il lungo e faticoso viaggio della fede, che ci porta fino a Betlemme, al luogo dove Dio appare per noi.
- L’adorazione: Il gesto di adorazione è antico quanto l’uomo, perché, da sempre, il rapporto con la divinità è stato accompagnato da questa esigenza intima di affetto, di umiltà, di consegna di sé. Davanti alla grandezza di Dio, noi, piccoli, ci sentiamo e ci scopriamo sempre più un niente, un granello di polvere, una goccia da un secchio. Già nell’Antico Testamento il gesto di adorazione compare come un atto di profondo amore verso il Signore, che richiede la partecipazione di tutta la persona: la mente, la volontà che sceglie, l’affetto che desidera e il corpo che si piega, si prostra fino a terra. Molte volte è detto che l’adorazione è accompagnata dalla prostrazione con la faccia a terra; il volto dell’uomo, il suo sguardo, il suo respiro, torna alla polvere da cui è stato tratto e lì si riconosce come creatura di Dio, come soffio delle sue narici. “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 94,6): è l’invito che la Scrittura ogni giorno ci fa’, indicandoci la via da percorrere, per giungere sempre di nuovo alla verità e, così, poter vivere pienamente. Il Nuovo Testamento approfondisce ancora di più la riflessione spirituale su questa realtà e sembra volerci accompagnare in un percorso pedagogico di conversione e di maturazione del nostro uomo interiore. Nei Vangeli vediamo le donne e i discepoli che adorano il Signore Gesù dopo la sua risurrezione (Mt 28,9; Lc 24,52), perché lo riconoscono come Dio. Ma le parole di Gesù, nel suo dialogo con la donna samaritana, ci fanno entrare bene nella verità di questo gesto, che è, poi, tutta una vita, è un atteggiamento del cuore: l’adorazione è per Dio Padre e non avviene in un luogo o in un altro, ma nello Spirito e nella verità, cioè nello Spirito e nel Figlio Gesù. Non dobbiamo illuderci; non è spostandoci da un luogo all’altro, non è cercando questa o quella persona spirituale che noi possiamo adorare il nostro Dio. Il movimento, il viaggio, è interiore, avviene in profondità ed è una consegna piena di noi stessi, della nostra vita, di tutta la nostra realtà, alle ali dello Spirito Santo e alle braccia di Gesù innalzate sulla croce, con le quali Egli continua ad attirare tutto a sé. Anche san Pietro lo dice chiaramente: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” (1Pt 3,15). Il piegarci a terra, il prostraci davanti al Signore parte proprio dal cuore; se ci lasciamo toccare e raggiungere lì, se lasciamo entrare il Signore lì, in questo luogo sacro, allora Lui ci cambierà interamente, trasformerà tutta la nostra persona e farà di noi uomini e donne nuovi.

Orazione finale: Signore, Padre mio, davvero io ho visto la tua stella, ho aperto i miei occhi alla tua presenza d’amore e di salvezza e ho ricevuto la luce della vita. Ho contemplato la notte trasformata in chiarore, il dolore in danza, la solitudine in comunione: tutto questo, sì, è avvenuto davanti a Te, nella tua Parola. Tu mi hai condotto per il deserto, mi hai fatto arrivare alla tua casa e hai aperto la porta, perché io entrassi. Lì ho visto Te, il Figlio tuo Gesù, Salvatore della mia vita; lì ho pregato e adorato, ho pianto e ho ritrovato il sorriso, ho fatto silenzio e ho imparato a parlare. A casa tua, o Padre misericordioso, ho ritrovato la vita! E adesso sto ritornando, ho ripreso il mio cammino, ma la via non è più quella di prima; la tua Parola mi ha lasciato un cuore nuovo, capace di aprirsi, per amare, per ascoltare, per accogliere dentro di sé e farsi casa a tanti fratelli e sorelle che tu mi metterai accanto. Non me ne accorgevo, Signore, ma tu mi hai fatto ritornare bambino, mi hai fatto nascere insieme a Gesù. Grazie, Padre, Padre mio!
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MessaggioOggetto: sabato 12 gennaio 2013   Mer Gen 09, 2013 10:24 am

SABATO 12 GENNAIO 2013

FERIA PROPRIA DEL 12 GENNAIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che nel Natale del Redentore hai fatto di noi una nuova creatura, trasformaci nel Cristo tuo Figlio, che ha congiunto per sempre a sé la nostra umanità.

Letture:
1Gv 5,14-21 (Se chiediamo secondo la sua volontà, Dio ci ascolta)
Sal 149 (Il Signore ama il suo popolo)
Gv 3,22-30 (L’amico dello sposo esulta di gioia alla voce dello sposo)

Il mondo va
Giovanni, volgendo verso la conclusione della sua lettera, raccomanda una preghiera fiduciosa al Padre che non mancherà di esaudire, se, chi chiede, è disposto a fare la sua volontà. Esorta inoltre a pregare anche per i fratelli... a meno che non siano ostinati nel male e quindi rifiutino di convertirsi. La preghiera vicendevole acquista il valore di uno squisito atto di carità. San Paolo raccomanda più volte di pregare gli uni per gli altri... e Gesù prega perché Pietro, una volta ravveduto, confermi nella fede gli altri apostoli. Nel brano del vangelo invece abbiamo un’altra testimonianza di Giovanni Battista. I suoi discepoli vedono con una certa invidia l’affermarsi della fama di Gesù presso la gente. Giovanni capisce che è venuto il momento di parlare apertamente ai discepoli ricordando quanto aveva affermato in precedenza: “Non sono io il Cristo”. È giunto lo sposo, Gesù, ed egli, amico dello sposo, gode di vedere che la sposa (il popolo) si incontri con lo sposo. Questa gioia di Giovanni è completa. È il tempo di cedere il campo allo sposo e ritirarsi uscendo da scena. Bella testimonianza, ricca di insegnamenti per noi tutti, che, una volta raggiunta una mèta, o un ufficio di responsabilità, con tanta difficoltà ci disponiamo a cedere il posto. Tanti si accomodano sulla poltrona, forse anche noi... ci siamo convinti che senza di noi tutto va a rotoli... Ci auto-dichiariamo “necessari” per la famiglia, per la parrocchia, per l’azienda, per la politica... Ci liberi il Signore da tanta insipienza! E ci insegni a saper “scomparire”, a suo tempo, come Giovanni, dopo aver spianato la strada!
Non si potrebbe chiudere meglio il tempo liturgico di Natale che evocando il corteo nuziale che ci conduce al servizio della vita. Giovanni Battista ha preparato da lontano le nozze del suo padrone. Quando questi giunge, egli lo indica e si fa da parte appena lo sposo ha incontrato la sposa. La vocazione di Giovanni Battista non si è spenta con lui, essa si prolunga in ognuno di noi. Egli ci rivela come lavorare alle nozze di Gesù con la sua Chiesa, e vi svela il segreto della sua gioia: “Egli deve crescere e io invece diminuire”. Giovanni Battista è tutta la vocazione della Chiesa e dunque la nostra vocazione. Indicare Gesù, l’Agnello di Dio. Riconoscerlo in mezzo a noi. Farsi da parte davanti a lui, e ripetere: Convertitevi perché il regno di Dio è vicino!

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù andò con i suoi discepoli nella regione della Giudea, e là si tratteneva con loro e battezzava. Anche Giovanni battezzava a Ennòn, vicino a Salìm, perché là c’era molta acqua; e la gente andava a farsi battezzare. Giovanni, infatti, non era ancora stato gettato in prigione. Nacque allora una discussione tra i discepoli di Giovanni e un Giudeo riguardo alla purificazione rituale. Andarono da Giovanni e gli dissero: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui». Giovanni rispose: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire».

Riflessione:
- Sia Giovanni Battista che Gesù indicavano alla moltitudine un cammino nuovo. Ma Gesù, dopo aver aderito al movimento di Giovanni Battista, e dopo essere stato da lui battezzato, dette un passo in più e creò il suo movimento. Battezzò le persone nel fiume Giordano, quando lo faceva anche Giovanni Battista. Tutti e due attiravano la gente povera ed abbandonata della Palestina, annunciando la Buona Notizia del Regno di Dio.
- Gesù, il nuovo predicatore, aveva un certo vantaggio su Giovanni Battista. Battezzava più gente ed attraeva più discepoli. Sorse così una tensione tra i discepoli di Giovanni e quelli di Gesù riguardo alla “purificazione”, cioè riguardo al valore del battesimo. I discepoli di Giovanni Battista provavano una certa invidia ed andarono a parlare con Giovanni per informarlo del movimento di Gesù.
- La risposta di Giovanni ai suoi discepoli è una bella risposta, che rivela la grandezza d’animo. Giovanni aiuta i suoi discepoli a vedere le cose con più oggettività. E si serve di tre argomenti: a) Nessuno riceva nulla che non gli è dato da Dio. Se Gesù fa cose così belle, è perché le riceve da Dio (Gv 3,27). Invece di invidia, i discepoli dovrebbero sentire gioia. b) Giovanni riafferma di nuovo che lui, Giovanni, non è il Messia ma solamente il precursore (Gv 3,28). c) E alla fine usa un paragone, tratto dalle feste delle nozze. In quel tempo, in Palestina, il giorno delle nozze, a casa della sposa, i così detti “amici dello sposo” aspettavano l’arrivo dello sposo per poter presentarlo alla sposa. In questo caso, Gesù è lo sposo, la moltitudine è la sposa, Giovanni è l’amico dello sposo. Giovanni Battista dice che, nella voce di Gesù, riconosce la voce dello sposo e può presentarlo alla sposa, alla moltitudine. In questo momento, la sposo, la gente, lascia l’amico dello sposo e va dietro Gesù, perché riconosce in lui la voce del suo sposo! Per questo è grande l’allegria di Giovanni, “allegria completa”. Giovanni non vuole niente per sé! La sua missione è presentare lo sposo alla sposa! La frase finale riassume tutto: “È necessario che lui cresca e che io diminuisca!” Questa frase è anche il programma di qualsiasi persona seguace di Gesù.
- In quella fine del primo secolo, sia in Palestina come in Asia Minore, dove c’era qualche comunità di giudei, c’era anche gente che era stata a contatto con Giovanni Battista o che era stata battezzata da lui (At 19,3). Visto dal di fuori, il movimento di Giovanni Battista e quello di Gesù erano molto simili tra di loro. I due annunciavano la venuta del Regno (cfr. Mt 3,1-2; 4,17). Ci deve essere stata una certa confusione tra i seguaci di Giovanni e quelli di Gesù. Per questo era molto importante la testimonianza di Giovanni su Gesù. Tutti e quattro i vangeli si preoccupano di riportare le parole di Giovanni Battista dicendo che lui non è il messia. Per le comunità cristiane, la risposta cristiana, la risposta di Giovanni “Lui deve crescere e io devo diminuire” era valida non solo per i discepoli di Giovanni dell’epoca di Gesù, ma anche per i discepoli delle comunità batiste della fine del primo secolo.

Per un confronto personale:
- “Lui deve crescere ed io diminuire”. È il programma di Giovanni. È anche il mio programma?
- Ciò che importa è che la sposa trovi lo sposo. Siamo portavoce, nulla di più. Ed io lo sono?

Preghiera finale: Lodino il suo nome con danze, con timpani e cetre gli cantino inni. Il Signore ama il suo popolo, incorona gli umili di vittoria (Sal 148).
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MessaggioOggetto: domenica 13 gennaio 2013   Mer Gen 09, 2013 10:29 am

DOMENICA 13 GENNAIO 2013


ANNO C
DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
BATTESIMO DEL SIGNORE
FESTA


Orazione iniziale: Signore, nostro Dio e nostro Padre, ti domandiamo la conoscenza del mistero del battesimo del tuo Figlio. Donaci di comprenderlo come l’ha compreso l’evangelista Luca; come l’hanno compreso i primi cristiani. Donaci, Padre, di contemplare il mistero dell’identità di Gesù così come lo hai rivelato al momento del suo battesimo sulle acque del Giordano e che è presente nel nostro battesimo. Signore Gesù insegnaci in questo ascolto della tua parola che cosa significhi essere figli, in Te e con Te. Tu sei il vero Cristo perché ci insegni a essere figli di Dio come te. Donaci una coscienza approfondita dell’azione dello Spirito che ci invita ad un ascolto docile e attento della tua parola. Spirito Santo ti chiediamo di sedare le nostre angosce, i timori, le paure per essere più liberi, semplici e miti nell’ascolto della voce di Dio che si manifesta nella parola di Cristo Gesù, nostro fratello e redentore. Amen!

Letture (rito romano):
Is 40,1-5.9-11 (Si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini la vedranno)
Sal 103 (Benedici il Signore, anima mia)
Tt 2,11-14; 3,4-7 (Il Signore ci ha salvato con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo)
Lc 3,15-16.21-22 (Mentre Gesù, ricevuto il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì)

Letture (rito ambrosiano):
Is 55, 4-7
Sal 28
Ef 2,13-22
Lc 3,15-16.21-22

Anche noi figli di Dio!
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio”. Nel tempo di Natale abbiamo ascoltato ripetutamente queste parole tratte dal Prologo del Vangelo di Giovanni. Siamo diventati in Cristo Figli di Dio per questo possiamo rivolgerci al Signore Dio Onnipotente e, come Gesù ci ha insegnato, chiamarlo Padre; per questo, animati dalla stessa fede, in Lui e per Lui ci chiamiamo, ci riteniamo e siamo realmente fratelli. Noi abbiamo avuto la piena garanzia di questi doni dal giorno del nostro Battesimo, doni che ci sono stati rafforzati con la discesa dello Spirito Santo con il sacramento della Confermazione. Oggi è Gesù che riceve il Battesimo da Giovanni nelle acque del Giordano. Il racconto di San Luca è estremamente essenziale: Mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”. Giovanni Battista già aveva additato Gesù alla folla definendolo “L’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, ora è la voce del Padre e la presenza dello Spirito Santo in forma di colomba a rispondere alla preghiera e all’umile gesto di Gesù, che certo non aveva bisogno di essere battezzato. Gesù è il Figlio di Dio, l’eletto e prediletto del Padre in cui ha riposto le sue compiacenze. Questo è un messaggio indubitabile che non solo alimenta, testimonia e certifica la nostra fede nel Verbo incarnato, ma ci rende consapevoli anche della nostra nuova dignità recuperata e riacquistata dalla missione salvifica di Gesù. È del grande Atanasio di Alessandria (metà del IV secolo) l’espressione: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi Dio». C’è un misterioso scambio, un discendere e un ascendere: la nostra natura umana viene ricondotta nella sfera del divino con una nuova incarnazione nel Verbo per mezzo della Vergine Immacolata. Il Verbo, la Parola scandita e promessa dal Padre celeste, sin dal principio, trova la sua attualizzazione nella risposta del Figlio, nella Sua discesa tra noi, nell’incarnazione in Lui della nostra natura. Nelle acque del Giordano il mistero ulteriormente si svela dopo l’attesa, dopo il grande lungo, umile silenzio. Oggi siamo invitati a contemplare le meraviglie che il Signore ha operato per noi con il suo Natale dandoci la piena riconciliazione con Dio e la sublime dignità di “figli”. Dobbiamo doverosamente rinnovare i nostri impegni battesimali per non deturpare con i diversi pericolosi inquinamenti la nostra splendida immagine, la nostra sublime dignità; dobbiamo dare lode a Dio, al suo Figlio Gesù Cristo, all’Amore eterno per quanto hanno operato e operano per noi. Così possiamo sperimentare la migliore consolazione; quella che ci trasferisce dai bassifondi del peccato all’amore vero, alla gloria di Dio, alla bellezza della grazia. La grazia che, come ci ricorda san Paolo: “Porta la salvezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani”. Impariamo a salire verso Dio, lasciamoci condurre da Lui!
Lo Spirito Santo giunge ad attestare in modo solenne la divinità di Gesù nel momento in cui ha compiuto, come un uomo qualsiasi, il gesto penitenziale, essendosi sottoposto al battesimo di Giovanni. Durante la sua vita terrena, Gesù non si mostrerà mai tanto grande come nell’umiltà dei gesti e delle parole. Importante lezione questa, per noi che vediamo le cose in modo tanto diverso. Seguire Cristo significa intraprendere questo cammino di umiltà, cioè di verità. Cristo, vero Dio e vero uomo, ci insegna la verità del nostro essere. Feriti dal peccato, purificati dal battesimo, noi oscilliamo fra i due estremi, entrambi attraenti, del male e della santità. E questo si vive nella quotidianeità più umile. Ad ogni passo possiamo scegliere Dio e il suo amore, o, viceversa, rifiutarlo. Seguire le orme di Gesù, significa assicurarsi un cammino che, nonostante sia stretto e sassoso, conduce alla vita eterna, alla vera beatitudine.

Approfondimento del Vangelo (Il Battesimo di Gesù e la sua manifestazione come Figlio di Dio)
Il testo: In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

Chiave di lettura: Il racconto del battesimo di Gesù che la liturgia di questa domenica ci invita a meditare tocca una domanda cruciale della nostra fede: Chi è Gesù? Tale domanda ha ricevuto al tempo di Gesù e lungo la storia un’infinità di risposte che mostrano il tentativo da parte dell’uomo e del credente di accostarsi al mistero della persona di Gesù. In questo nostro percorso meditativo, però, vogliamo attingere alla fonte più genuina e più attendibile, la parola di Dio. Luca nel descrivere la scena del battesimo di Cristo nelle acque del Giordano non è interessato a comunicarci dei dettagli storici o concreti su tale avvenimento ma intende dare a noi che leggiamo il vangelo in questo anno liturgico i primi elementi per comprendere l’identità di Gesù.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura: Il brano lucano contiene due dichiarazioni sull’identità di Gesù, quella di Giovanni (3,15-16) e quella di Dio stesso (3,21-22).
- La prima è provocata dalla reazione del popolo alla predicazione e al battesimo di conversione di Giovanni: non sarà forse lui il messia? (3,15). Giovanni risponde che c’è una differenza sostanziale tra il battesimo con acqua dispensato da lui e quello in «Spirito santo e fuoco» amministrato da Gesù (3,16).
- La seconda proviene dal cielo ed è pronunciata durante il battesimo di Gesù. Sullo sfondo della scena c’è il popolo dei battezzati, da cui avanza la figura di Gesù, che, unendosi ad esso, si fa battezzare (3,21). Il centro focale della scena non sta nell’azione battesimale, ma nei fatti che l’accompagnano: si aprono i cieli, lo Spirito scende verso di lui e si ode una voce che annuncia l’identità di Gesù (3,22).

Momento di silenzio orante: Nel silenzio cerca di rendere vivo nel tuo cuore la scena del vangelo che hai letto, cerca di assumerla, facendo tue le frasi lette, identificando la tua attenzione col contenuto o il significato delle frasi.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Nel brano che hai letto quale effetto ha prodotto in te la «voce di Dio» che ha dichiarato Gesù «il» Figlio di Dio, l’unico, amato?
b) Questa verità è una convinzione condivisa e consapevole per te?
c) Il battesimo di Gesù ti ha convinto che Dio non è lontano, chiuso nella sua trascendenza e indifferente al bisogno di salvezza dell’umanità?
d) Non ti stupisce il fatto che Gesù scende nelle acque del Giordano a ricevere anche lui il battesimo di penitenza, diventando solidale con i peccatori, lui che peccato non ha?
e) Gesù non è un peccatore, ma non si rifiuta di solidarizzare con l’umanità peccatrice. Sei convinto che la salvezza inizia mediante la legge della solidarietà?
f) Tu che sei stato battezzato nel nome di Cristo, «in Spirito Santo e fuoco», sai di essere chiamato a sperimentare la solidarietà di Dio con la tua storia personale, così che essa non sia più solidale con il peccato che isola e divide, ma con l’amore che unisce?

Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire la lettura
- Il contesto del battesimo di Gesù: Dopo i racconti dell’infanzia e in preparazione all’attività pubblica di Gesù, Luca narra gli eventi riguardanti l’attività di Giovanni Battista, il battesimo di Gesù, le tentazioni di Gesù; quest’insieme introduce l’attività vera e propria di Gesù e ne dà il senso. L’evangelista concentra in un quadro unico e completo tutta l’attività di Giovanni: dall’inizio della predicazione sulle rive del Giordano (3,3-18) fino all’arresto voluto da Erode Antipa (3,19-20). Quando Gesù compare sulla scena in 3,21 per essere battezzato Giovanni non è più menzionato. Con questa omissione Luca rende esplicita la sua lettura della storia salvifica: Giovanni è l’ultima voce profetica della promessa veterotestamentaria. Ora il centro della storia è Gesù, è lui che dà inizio al tempo della salvezza e che si prolunga nel tempo della chiesa. Un elemento non trascurabile per la comprensione di questi avvenimenti che precedono l’attività di Giovanni Battista e di Gesù è la descrizione geografica e politica della Palestina negli anni trenta. L’evangelista vuole dare una dimensione storica e un significato teologico alla vicenda di Gesù. Vuole dire che non è il potere politico mondiale (rappresentato da Tiberio Cesare) o quello religioso (i sommi sacerdoti) che dà valore e senso agli avvenimenti dell’umanità; è piuttosto «la Parola di Dio che scende su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto» (Lc 1,2). Per Luca, la novità o la svolta della storia inaugurata da Gesù s’inserisce in questo contesto o situazione politica di dominio e di potere profano e religioso. Altre volte, nei racconti dei profeti, la parola di Dio era stata rivolta a particolari situazioni storico-politiche, ma in Giovanni risuona con una certa urgenza: Dio viene nella figura di Gesù. Così che la Parola di Dio chiama dal deserto Giovanni Battista per essere inviato al popolo d’Israele. Il compito di quest’ultimo profeta dell’antico testamento è quello di preparare la venuta del Signore in mezzo al suo popolo (Lc 1,16-17.76). Tale ruolo si concretizza nel preparare tutti a ricevere con il battesimo di conversione il perdono di Dio (Ger 3,34; Ez 36,25) e che implica un cambiamento del proprio modo di vedere il rapporto con Dio. Cambiare vita significa praticare la fraternità e la giustizia secondo l’insegnamento dei profeti (Lc 3,10-14). Bando al perbenismo religioso o sociale il lettore del vangelo di Luca è invitato ad aprirsi alla persona di Gesù, il messia salvatore. Inoltre Luca ci tiene a sottolineare che il profeta Giovanni non ha avuto alcuna pretesa di essere concorrente della figura di Gesù. Anzi il profeta del Giordano si è percepito completamente subordinato alla persona di Gesù: «al quale non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali» (3,16). Non solo, Gesù è il più forte perché dà lo Spirito. L’attività di Giovanni ha un esito violento, alla maniera dei profeti classici. L’autenticità di un profeta emerge dalla sua libertà nei confronti del potere politico: infatti, denuncia con coraggio le malvagità commesse da Erode nella vita del popolo. Dinanzi all’appello del profeta ci sono due risposte diverse: il popolo e i peccatori si convertono, mentre i potenti rispondono con la violenza repressiva. Giovanni termina il percorso della sua esistenza in carcere. Con questo episodio tragico Giovanni anticipa il destino di Gesù rifiutato e ucciso ma che diventa punto di riferimento per tutti coloro che sono perseguitati dal potere repressivo. Infine il Giordano è il luogo fisico della predicazione di Giovanni. É intenzione di Luca creare un legame stretto tra questo fiume e il Battista: Gesù non vi comparirà mai più dopo il suo battesimo, così come Giovanni non sconfinerà mai nelle regioni della Galilea e della Giudea, perché luoghi legati riservati all’attività di Gesù.
- Commento del testo:
1) Le parole del Battista su Gesù (Lc 3,15-16): Nel primo quadro del brano evangelico della liturgia odierna Giovanni con parole di sapore profetico afferma che c’è «uno più forte» di lui che sta per venire. Si tratta della risposta del profeta del Giordano all’opinione delle folle che lui fosse il Cristo. Le folle qui ricevono il nome di popolo in attesa, per Luca Israele è considerato un popolo ben disposto o preparato a ricevere la salvezza messianica (almeno prima della crocifissione). Le parole di Giovanni attingono alle immagini dell’antico testamento e hanno la funzione di esaltare il personaggio misterioso del quale sta annunciando l’imminenza della venuta: «ma viene uno più forte di me» (3,16).
a) la figura del «più forte» Il Battista inizia a dipingere il ritratto di Cristo con l’aggettivo «forte» che già Isaia applicava al re-Messia, «forte, potente come Dio» (9,5) e che nell’antico testamento costituiva uno degli attributi del Creatore, considerato sovrano dell’universo e della storia: «Il Signore regna, si ammanta di splendore, si cinge di forza» (Sal 93,1). L’espressione «viene uno» echeggia un titolo di sapore messianico che troviamo nel Salmo 118, un canto processionale eseguito durante la festa delle Capanne: «Benedetto colui che viene nel nome del Signore». Tale canto viene applicato da Luca a Gesù durante il suo ingresso a Gerusalemme. Anche il famoso annuncio messianico nel libro del profeta Zaccaria riporta lo stesso messaggio: «Ecco, Sion, a te viene il tuo re..» (9,9).
b) Un gesto umile: «io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali»: Un altro tratto con cui l’evangelista descrive la figura di Cristo è tipicamente di sapore orientale: «sciogliere il legaccio dei sandali». É il gesto che si addice a uno schiavo. Il Battista dinanzi al messia che viene si sente servo, e per di più umile e indegno: «io non sono degno di sciogliere il legaccio dei sandali». Poi presenta il battesimo che il personaggio annunciato compirà: «costui vi battezzerà in Spirito Santo fuoco». Nel Salmo 104,3 lo Spirito di Dio è definito il principio che crea e rigenera l’essere: «Manda il tuo Spirito, tutti sono creati e rinnovi la faccia della terra». Invece il fuoco è per eccellenza un simbolo divino: riscalda e incendia, anima e distrugge, è sorgente di calore e di morte.
2) Le parole dal cielo su Gesù (Lc 3,21-22): Nel secondo quadro è contenuta un nuovo profilo o epifania di Cristo. Questa volta è Dio stesso, e non Giovanni, a dipingere il ritratto di Cristo con delle parole solenni: «Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto». Questa presentazione e definizione di Cristo è sorretta da una vera e propria coreografia celeste (il cielo che si apre...la discendenza dello Spirito come di colomba...la voce dal cielo) per mostrare la qualità divina delle parole che stanno per essere pronunciate sulla persona di Gesù.
a) La colomba è simbolo dello Spirito di Dio che invadeva i profeti, ma ora viene effuso in pienezza sul messia come aveva predetto Isaia: «Su di lui si poserà lo Spirito del Signore» (11,2). Il simbolo della colomba sta a indicare che nella venuta di Gesù si realizza la presenza perfetta di Dio che si manifesta nell’effusione del suo Spirito. É questa pienezza di Spirito Santo che consacra Cristo per la sua missione salvifica e per il compito di rivelare agli uomini la parola definitiva del Padre. Senz’altro il segno della colomba indica al lettore del racconto del battesimo che Dio sta per incontrarsi con l’uomo. L’intreccio di questo incontro si avvera nella persona di Gesù. Se il Battista aveva presentato Gesù come il messia - che nell’AT rimane sempre un uomo, anche se perfetto - ora Dio si accinge a definire Gesù come il Figlio «prediletto». Titolo che indica una presenza di Dio suprema e che supera quella che si sperimentava nel culto o in altri aspetti della vita d’Israele.
b) La voce divina è un altro segno che accompagna la manifestazione di Gesù nelle acque del Giordano. Essa evoca due testi dell’AT. Il primo è un canto messianico che cita alcune parole di Dio rivolte al suo re-Messia: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato» (Sal 2,7). Nell’AT sia la figura del re che del Messia erano considerati come figli adottivi di Dio; invece, Gesù è il figlio prediletto, sinonimo di unigenito. Il secondo testo che illumina il significato delle parole pronunciate dalla voce del cielo è un passo attinto ai Canti del servo del Signore e che la liturgia della parola di questa domenica ci propone come prima lettura: «Ecco il mio servo che io sostengo, ecco il mio eletto in cui mi compiaccio» (Is 42, 1). Nella persona di Gesù convergono o si rendono presente due figure presentate da Isaia: la speranza del messia-re e la figura del messia sofferente. Non è improprio dire che la scena del battesimo presentata da Luca è una vera catechesi sul mistero della persona di Gesù, messia, re, servo, profeta, Figlio di Dio. Inoltre, dalla voce del cielo traspare la qualità trascendente, divina, unica della persona di Gesù. Tale appartenenza di Gesù al mondo di Dio sarà visibile, palpabile, sperimentabile anche nella sua umanità, nella sua presenza in mezzo agli uomini, nel suo peregrinare tra le strade della Palestina. Quindi la Parola di Dio in questa domenica intende mostrarci con il racconto del battesimo la solenne presentazione di Gesù al mondo. Essa sarà completa solo nella croce e nella resurrezione. Infatti sulla croce vengono riproposti due volti di Cristo, quello umano-salvifico con la morte in croce per la nostra redenzione, quello divino tramite la professione di fede del centurione: «Veramente costui è Figlio di Dio!». La parola di Dio in questo giorno del Signore ci invita a contemplare e adorare il volto di Cristo che S.Agostino ha così presentato in una sua riflessione: «in quel volto noi riusciamo a intravedere anche i nostri lineamenti, quelli del figlio adottivo che il nostro battesimo rivela».

Domenica dopo l’Epifania: Battesimo del Signore
Martirologio: Festa del Battesimo di nostro Signore Gesù Cristo, in cui egli mirabilmente è dichiarato Figlio di Dio, l’amato, le acque sono santificate, l’uomo è purificato e tutto il creato esulta.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
Il battesimo di Gesù
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell’acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell’acqua. Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. Sono io che devo ricevere da te il battesimo (cfr. Mt 3,14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l’amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che percorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo. «Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi. Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante. E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo. Per l’uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen (Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16.20; PG 36,350-351.354.358-359).

Orazione finale: Signore Dio, mentre il tuo Figlio Gesù veniva battezzato da Giovanni Battista nel Giordano ha pregato. La tua voce divina ha ascoltato la sua preghiera squarciando i cieli. Anche lo Spirito Santo si è mostrato presente sotto forma di colomba. Ascolta la nostra preghiera! Ti preghiamo di sostenerci con la tua grazia perché sappiamo comportarci veramente quali figli della luce. Donaci la forza di abbandonare le abitudini dell’uomo vecchio, per essere continuamente rinnovati nello Spirito, rivestiti e pervasi dai pensieri e sentimenti del Cristo. A te Signore Gesù che hai voluto ricevere da Giovanni Battista il battesimo di penitenza vogliamo volgere lo sguardo del nostro cuore per imparare a pregare come tu pregavi il Padre al momento del battesimo, con abbandono filiale e totale adesione alla sua volontà. Amen!
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MessaggioOggetto: sabato 19 gennaio 2013   Mar Gen 15, 2013 4:02 pm

SABATO 19 GENNAIO 2013

SABATO DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO DISPARI


Preghiera iniziale: Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.

Letture:
Eb 4,12-16 (Accostiamoci con fiducia piena al trono della grazia)
Sal 18 (Le tue parole, Signore, sono spirito e vita)
Mc 2,13-17 (Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori)

Un finanziere d’altri tempi
L’evangelista Marco, con il suo linguaggio semplice, essenziale, pone oggi sotto i nostri occhi una scena viva e significativa: Levi, seduto al banco, intento al suo lavoro di chiedere, riscuotere e magari estorcere le imposte ai passanti. Un mestiere ingrato e che forse produce ricchezza, ma che genera sempre tante antipatie, come tutti quelli, che per ragioni diverse, hanno il compito di esigere tasse, multe, dazi e denaro in genere. Chi ci tocca il portafoglio, a torto o a ragione, non ci è mai simpatico. Proprio questo personaggio, con questo mestiere, con queste credenziali, non tra le migliori, suscita invece l’interesse e la simpatia di Gesù. Gli dice semplicemente: “séguimi!”. Egli evidentemente, quando assume il suo ruolo di salvatore dell’uomo, stravolge le nostre stime e i nostri giudizi: egli comincia dagli ultimi, dai più lontani, dai più bisognosi. Si rivolge in modo preferenziale a coloro che, pur immersi nel male o invischiati nelle cose del mondo, o sedotti dal dio denaro, anelano a qualcosa di diverso e di migliore, anche se non sono ancora in grado di vedere da dove, da che cosa, da chi potranno ricevere quel qualcosa. Quell’anelito e l’embrione della fede, che il Signore Gesù sapientemente riesce a far crescere. Così fa con Levi, cosa fa ancora con tanti del nostro tempo. Sfida poi i suoi nemici, ipercritici e puritani, andando a mensa a casa di Levi, ritenuto da tutti un pubblicano e un peccatore. È in quella famosa cena che Gesù proferirà una delle sue affermazioni più solenni e scultoree, dicendo ai convitati di allora, ma a tutti noi: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori». Questa verità è destinata a restare immutabile nei secoli: è una delle prerogative principali del Cristo e dei suoi ministri, dovrebbe essere una dote sempre viva ed attuale della sua chiesa e una ferma ed irremovibile convinzione di ogni cristiano, di ognuno di noi.
Nelle due letture di oggi vediamo due aspetti della persona di Gesù, che fondano la nostra speranza: da una parte la sua autorità, dall’altra la sua misericordia. La sua autorità è grande: egli è “il sommo sacerdote che ha attraversato i cieli”, la cui parola “è spada a doppio taglio... e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”. Per questa autorità parla alle folle e impone ordini: “Seguimi”, ottenendone l’immediata esecuzione: “Egli, alzatosi, lo seguì”. E questa sua autorità è ancora più evidente dopo la risurrezione: abbiamo un sommo sacerdote Figlio di Dio, assiso alla sua destra. Ma questa grandissima autorità non rende Gesù duro, perché egli è misericordioso e non può non compatire le nostre infermità. Lo vediamo accogliere i peccatori, mangiare con loro, in un rapporto familiare che provoca le critiche dei farisei e degli scribi. Mette la sua autorità a servizio dei peccatori e alle critiche risponde: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”. I farisei non ricorrevano alla sua misericordia perché non ne sentivano il bisogno; i cristiani invece lo conoscono autorevole e misericordioso e questo forma la loro gioia e la loro pace, perché sanno di potersi sempre “accostare con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia ed essere aiutati al momento opportuno”.Testimonianza di ciò è il dono di sua madre, piena di grazia, rifugio dei peccatori, consolatrice degli afflitti, la più perfetta espressione umana della misericordia. Ella, madre di misericordia, contribuisce a svelarci il volto di Dio, che resiste ai superbi e dà grazia agli umili. Riceviamo con gioia, umiltà e fiducia questa rivelazione.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Riflessione:
- Nel vangelo di ieri, abbiamo visto il primo conflitto che sorse attorno al perdono dei peccati (Mc 2,1-12). Nel vangelo di oggi meditiamo sul secondo conflitto che sorse quando Gesù si sedette a tavola con i peccatori (Mc 2,13-17). Negli anni 70, epoca in cui Marco scrive, c'era nelle comunità un conflitto tra cristiani venuti dal paganesimo e coloro che venivano dal giudaismo. Coloro che venivano dal giudaismo avevano difficoltà di entrare nella casa dei pagani convertiti e di sedersi con loro attorno allo stesso tavolo (cfr. At 10,28; 11,3). Descrivendo come Gesù affronta questo conflitto, Marco orienta le comunità a risolvere il problema.
- Gesù insegnava, ed alla gente piaceva ascoltarlo. Gesù esce di nuovo per recarsi vicino al mare. Arriva la gente e lui comincia ad insegnare. Trasmette la Parola di Dio. Nel vangelo di Marco, l'inizio dell'attività di Gesù è marcata da molto insegnamento e da molta accettazione da parte della gente (Mc 1,14.21.38-39; 2,2.13), malgrado i conflitti con le autorità religiose. Cosa insegnava Gesù? Gesù annunciava la Buona Novella di Dio (Mc 1,14). Parlava di Dio, ma parlava in modo nuovo, diverso. Parlava partendo dalla sua esperienza, dall'esperienza che lui stesso aveva di Dio e della vita. Gesù viveva in Dio. E sicuramente ha toccato il cuore della gente a cui piaceva ascoltarlo (Mc 1,22.27). Dio, invece di essere un Giudice severo che da lontano minaccia con castigo ed inferno, diventa di nuovo, una presenza amica, una Buona Novella per la gente.
- Gesù chiama un peccatore ad essere discepolo e lo invita a mangiare a casa sua. Gesù chiama Levi, un pubblicano, e costui, immediatamente, lascia tutto e segue Gesù. Comincia a far parte del gruppo dei discepoli. Immediatamente, il testo dice letteralmente: Mentre Gesù sta a mensa in casa di lui. Alcuni credono che di lui vuol dire casa di Levi. Ma la traduzione più probabile è che si tratti della casa di Gesù. È Gesù che invita tutti a mangiare a casa sua: peccatori e pubblicani, insieme ai discepoli.
- Gesù è venuto non per i giusti, ma per i peccatori. Questo gesto di Gesù produce rabbia tra le autorità religiose. Era proibito sedersi a tavola con pubblicani e peccatori, perché sedersi al tavolo con qualcuno voleva dire considerarlo un fratello! Invece di parlare direttamente con Gesù, gli scribi e i farisei parlano con i discepoli: Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori? Gesù risponde: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori! Come prima con i discepoli (Mc 1,38), anche ora è la coscienza della sua missione che aiuta Gesù ad incontrare la risposta ed a indicare il cammino per l'annuncio della Buona Novella di Gesù.

Per un confronto personale:
- Gesù chiama un peccatore, un pubblicano, persona odiata dalla gente, ad essere suo discepolo. Qual è il messaggio in questo gesto di Gesù per noi, della Chiesa cattolica?
- Gesù dice che è venuto a chiamare i peccatori. Ci sono leggi e costumi nella nostra chiesa che impediscono ai peccatori l'accesso a Gesù? Cosa possiamo fare per cambiare queste leggi e questi costumi?

Preghiera finale: Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia rupe e mio redentore (Sal 18).
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MessaggioOggetto: domenica 20 gennaio 2013   Mar Gen 15, 2013 4:08 pm

DOMENICA 20 GENNAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 62,1-5 (Gioirà lo sposo per la sposa)
Sal 95 (Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore)
1Cor 12,4-11 (L’unico e medesimo Spirito distribuisce a ciascuno come vuole)
Gv 2,1-12 (Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù)

Cristo, segno della potenza di Dio Padre
Il popolo d’Israele non è più lasciato nell’abbandono a motivo delle sue colpe e infedeltà: l’amore di Dio lo riprende e si compiace in lui. Ora un vincolo sponsale lega Dio con il suo popolo. Questo vincolo diventerà perfetto e indissolubile quando l’umanità sarà congiunta con Gesù, il Figlio di Dio, lo Sposo della Chiesa. C’è un solo Spirito, che tiene unita tutta la comunità cristiana. Dall’unico Spirito derivano i vari doni, o, come dice San Paolo, i vari carismi e grazie: chi ne ha l’una, chi ne ha l’altra. Ma sono doni che vanno spesi per l’utilità comune, per il bene di tutti. Con la presenza alle nozze di Cana, Gesù prefigura la sua presenza nelle nozze cristiane con il sacramento che santifica l’amore. Il miracolo trasforma l’acqua in vino: la legge con i suoi riti di purificazione, è sostituita dal vino del nuovo Testamento. Il miracolo di Cana è il primo segno che inizia la manifestazione di una realtà, la gloria di Gesù, e provoca l’adesione di fede dei discepoli. Il segno rivelativo massimo di questa gloria si ha nell’esaltazione della croce, intimamente legata all’evento della risurrezione; è lì che Cristo manifesta la pienezza del suo amore per gli uomini e l’integrità della sua docilità al volere del Padre; è lì che si compie la sua ora verso cui è tesa l’intera sua vita. L’ora infatti è il tempo del compimento del grande disegno del Padre, la salvezza degli uomini mediante il sacrificio del Figlio. In questo contesto qual è il senso dell’intervento della Madonna? Non è soltanto un atto materno di premura in favore di una coppia in difficoltà, ben di più è l’espressione del rapporto che lega Maria a Gesù nell’opera redentiva. Attraverso l’opera premurosa di Maria, Gesù continua a distribuire oggi il buon vino della nuova e definitiva alleanza che è l’amore. A noi spetta il compito di accogliere docilmente il dono secondo il monito di Maria: “Fate quello che vi dirà”.
Non è venuta la mia ora, dice Gesù alla Madre che, a tutta prima, sembra essere stata importuna dicendo: “Non hanno più vino”. Cos’è l’“ora”? Per Giovanni è il momento cruciale, del Calvario anzitutto; la cruna dell’ago attraverso cui deve passare per essere rivoltata tutta quanta la storia, di tutti gli uomini e di tutti i tempi; ma l’ora è anche il tempo della missione pubblica che la prepara: quello è il tempo dei segni, dei miracoli! Anche Gesù obbedisce ad un tempo che non è il suo, che il Padre gli ha assegnato, di cui egli non è più in un certo senso padrone perché, pur essendo Dio, ha lasciato la sua forma divina presso il Padre e non vuole disporne come uomo. L’umanissimo miracolo di Cana è un miracolo della fede di Maria. Come sarà per la cananea, come avverrà per il centurione, la fede di Maria ottiene dal Padre che Gesù anticipi l’ora. E si vede allora la forza della “donna” che apre qui al banchetto di Cana e chiude sotto la croce gli estremi dell’“ora”. La forza della fede brilla pure nella gioia del maestro di tavola mentre gusta il buon vino: la compagnia di Dio all’uomo è umanissima ed integrale. “Non di solo pane”, dirà Gesù, ma intanto fornisce ai commensali, che allietano gli sposi, dell’ottimo vino.

Approfondimento del Vangelo (Il primo miracolo di Gesù)
Il testo: In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono. Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora». Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui.

Chiave di lettura: Il Vangelo di questa seconda Domenica del Tempo Ordinario ci pone davanti la celebrazione delle nozze di Cana, in Galilea. Tanto allora come oggi, a tutti piace la festa: la festa per un matrimonio o per un battesimo, la festa del compleanno, la festa del patrono o della patrona della chiesa, la festa di fine d’anno, festa e più festa... Ci sono delle feste che restano impresse nella nostra memoria e che nel trascorso del tempo assumono un significato sempre più profondo. Altre feste le dimentichiamo. Non le ricordiamo più, perché hanno perso il loro significato. La festa delle nozze di Cana, così come è stata descritta nel vangelo di Giovanni (Gv 2,1-12), è rimasta viva nella memoria del popolo cristiano, e ad alcuni pochi, ha svelato un senso più profondo. Per capire questa scoperta progressiva del significato delle Nozze di Cana dobbiamo ricordare che il Vangelo di Giovanni è diverso dagli altri vangeli. Giovanni descrive i fatti della vita di Gesù in modo tale che i lettori scoprano in essi una dimensione più profonda, che solo la fede riesce a percepire. Giovanni fa, al tempo stesso, una fotografia ed i raggi X. Per questo, durante la lettura, è bene fare molta attenzione ai dettagli del testo, soprattutto a queste due cose: (i) agli atteggiamenti ed ai comportamenti delle persone ed (ii) alla mancanza ed abbondanza che appaiono nella festa delle nozze di Cana.

Una divisione del testo, per aiutarne la lettura:
- Giovanni 2,1-2: Festa delle nozze. Maria è presente, Gesù è l’invitato.
- Giovanni 2,3-5: Gesù e sua madre dinanzi alla mancanza di vino.
- Giovanni 2,6: Le giare della purificazione sono vuote.
- Giovanni 2,7-8: L’iniziativa di Gesù e degli impiegati.
- Giovanni 2,9-10: La scoperta del segno da parte del maestro di tavola.
- Giovanni 2,11-12: Commento dell’evangelista.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
b) Cosa ti ha colpito negli atteggiamenti e nel comportamento delle persone? Perché?
c) Quale tipo di carenza e di abbondanza c’era nella festa? Qual è il significato di questo dettaglio?
d) Come ha fatto Gesù ad offrire vino in abbondanza?
e) Gesù comincia l’annuncio del Regno in una festa nuziale. Cosa ci vuole insegnare con questo gesto?
f) Qual è il messaggio di questo testo per noi oggi?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto per capire la fotografia ed i Raggi-X: Quando diciamo “Fotografia”, indichiamo i fatti in sé, tali e come appaiono davanti ai nostri occhi. Quando diciamo “Raggi-X”, indichiamo la dimensione più profonda, invisibile agli occhi, che è racchiusa nei fatti e che solo la fede ci fa percepire e ci rivela. È nel modo di descrivere i fatti che Giovanni fa i Raggi-X alle parole ed ai gesti di Gesù. Mediante questi piccoli dettagli ed allusioni, lui mette in risalto la dimensione simbolica e, così facendo, ci aiuta a penetrare più a fondo nel mistero della persona e del messaggio di Gesù. Nelle nozze di Cana, in Galilea, avviene un mutamento dell’acqua delle purificazioni dei giudei in vino per la festa delle nozze. Vediamo da vicino i dettagli con cui Giovanni descrive la festa, in modo da capire il significato più profondo di questo episodio così bello e molto conosciuto.
b) Commento del testo:
- Giovanni 2,1-2: Festa delle nozze. Gesù è l’invitato. Nell’Antico Testamento, la festa delle nozze era un simbolo dell’amore di Dio verso il suo popolo. Era ciò che tutti si aspettavano nel futuro (Os 2,21-22; Is 62,4-5). E proprio in una festa di nozze, attorno ad una famiglia e ad una comunità, Gesù compie il suo “primo segnale” (Gv 2,11). La Madre di Gesù si trovava nella festa. Gesù ed i suoi discepoli erano invitati. Cioè, la Madre di Gesù fa parte della festa. Simbolizza il Vecchio Testamento. Anche Gesù è presente, ma in veste di invitato. Lui non fa parte del Vecchio Testamento. Insieme ai suoi discepoli lui è il Nuovo Testamento che sta arrivando. La Madre di Gesù aiuterà al passaggio dal Vecchio al Nuovo Testamento.
- Giovanni 2,3-5: Gesù e sua madre davanti alla mancanza di vino. Nel bel mezzo della festa, finisce il vino. La Madre di Gesù riconosce i limiti del Vecchio Testamento e prende l’iniziativa, affinché si manifesti il Nuovo Testamento. Si avvicina a Gesù e constata: “Non hanno più vino!” Qui appaiono sia la foto che i Raggi-X. La Foto rappresenta la Madre di Gesù quale persona attenta ai problemi degli altri tanto da rendersi conto che la mancanza di vino rovinerebbe la festa. E non solo lei constata il problema, ma prende anche iniziative efficienti per risolverlo. I Raggi-X rivelano la dimensione più profonda del rapporto tra il Vecchio Testamento (la Madre di Gesù) ed il Nuovo Testamento (Gesù). La frase “Non hanno più vino!”, viene dal Vecchio Testamento, e sveglia in Gesù l’azione che farà nascere il Nuovo. Gesù dice: “Donna, cosa c’è tra me e te?” Ossia, qual’è il legame tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento? “Non è ancora giunta la mia ora!” Maria non capì la risposta come un no, poiché dice ai servi: “Fate tutto ciò che vi dirà!” È facendo ciò che Gesù insegna che si passa dal Vecchio al Nuovo! L’ora di Gesù, in cui si farà il passaggio dal Vecchio al Nuovo, è la sua passione, morte e risurrezione. Il mutamento dell’acqua in vino è l’indicazione anticipata del nuovo che nascerà a partire dalla morte e dalla risurrezione di Gesù. Alla fine del primo secolo, si discuteva tra i primi cristiani riguardo alla validità del Vecchio Testamento. Alcuni non volevano saperne più del Vecchio Testamento. Nella riunione degli Apostoli a Gerusalemme, Giacomo difese la continuità dell’uso del Vecchio Testamento (At 15,13-21). Infatti, all’inizio del secondo secolo, Marcione rifiutò il Vecchio Testamento e rimase solamente con i libri del Nuovo Testamento. Alcuni sostenevano perfino che dopo la venuta dello Spirito Santo non si doveva più ricordare Gesù di Nazaret, ma parlare solo di Cristo Risorto. In nome dello Spirito Santo dicevano: “Anatema Gesù!” (1Cor 12,3)
- Giovanni 2,6: Le giare della purificazione sono vuote. Si tratta di un piccolo dettaglio, molto significativo. Le giare solevano essere sempre piene, soprattutto durante una festa. Qui sono vuote! Perché? L’osservanza delle leggi della purezza, simbolizzata dalle sei giare, ha esaurito tutte le sue possibilità. L’antica legge è riuscita già a preparare la gente a poter stare in unione di grazia e di giustificazione dinanzi a Dio. Le giare, l’antica alleanza, sono vuote! Non più in grado di generare una vita nuova.
- Giovanni 2,7-8: Gesù ed i servi. La raccomandazione della Madre di Gesù ai servi è l’ultimo grande ordine del Vecchio Testamento: “Fate quello che vi dirà!” Il Vecchio Testamento guarda verso Gesù. D’ora in poi saranno le parole ed i gesti di Gesù a marcare la vita. Gesù chiama i servi ed ordina loro di versare acqua nelle sei giare vuote. In tutto, oltre seicento litri! Subito ordina di attingere e di portare al maestro di tavola. Questa iniziativa di Gesù accade senza che i padroni della festa intervengano. Né Gesù, né la madre, né i servi erano ovviamente i padroni. Nessuno di loro andò a chiedere permesso ai padroni. Il rinnovamento passa per le persone che non appartengono al centro del potere.
- Giovanni 2,9-10: Scoperta del segno da parte del padrone della festa. Il maestro di tavola assaggia l'acqua trasformata in vino e dice allo sposo: “Tutti servono da principio il vino buono. Tu, invece, hai conservato fino ad ora il vino buono!” Il maestro di tavola, il Vecchio Testamento, riconosce pubblicamente che il Nuovo è migliore! Dove prima c’era l’acqua per i riti della purificazione dei giudei, ora c’è vino abbondante per la festa. Era molto vino! Oltre seicento litri, e la festa volgeva quasi al termine! Qual è il senso di questa abbondanza? Cosa si fece con il vino avanzato? Lo stiamo bevendo fino ad oggi!
- Giovanni 2,11-12: Commento dell’evangelista. Questo è il primo segnale. Nel Quarto Vangelo, il primo segnale avviene per aiutare nella ricostruzione della famiglia, della comunità, per ricucire i rapporti di base tra le persone. Seguiranno altri sei segnali. Giovanni non usa la parola miracolo, bensì la parola segnale. La parola segnale indica che le azioni di Gesù a favore delle persone hanno un valore più profondo, che solo si scopre con i Raggi-X della fede. La piccola comunità che si è formata attorno a Gesù quella settimana, vedendo il segnale, fu in grado di percepire il significato più profondo e “credette in lui”.
c) Ampliando le informazioni:
- Nozze assai attese: Nel vangelo di Giovanni, l’inizio della vita pubblica di Gesù avviene in una festa di nozze, momento di molta gioia e di molta speranza. Per questo stesso, le nozze di Cana hanno un significato simbolico molto forte. Nella Bibbia, il matrimonio è l’immagine usata per significare la realizzazione della perfetta unione tra Dio ed il suo popolo. Queste nozze tra Dio ed il suo popolo erano attese già da molto tempo, da oltre ottocento anni! Fu il profeta Osea (verso l’anno 750 a.C.) che, per la prima volta, rappresentò la speranza di queste nozze quando racconta la parabola dell’infedeltà del popolo dinanzi alla proposta di Yahvé. La monarchia di Israele aveva abbandonato Yahvé e la sua misericordia, conducendo il popolo verso falsi dei. Ma il profeta, sicuro dell’amore di Dio, dice che il popolo sarà condotto di nuovo al deserto per ascoltare da Dio la seguente promessa: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell’amore, e ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore!” (Os 2,21-22). Questo sposalizio tra Dio ed il popolo indica che l’ideale dell’esodo sarà raggiunto (Os 2,4-25). Circa centocinquanta anni dopo, il profeta Geremia riprende le parole di Osea per denunciare la monarchia di Giuda. E dice che Giuda avrà lo stesso destino di Israele a causa della sua infedeltà (Gr 2,2-5; 3,11-13). Ma anche Geremia guarda verso la speranza di uno sposalizio perfetto con la novità seguente: sarà la donna che sedurrà il marito (Gr 31,22). E malgrado la crisi generata dall’esilio in Babilonia, il popolo non perde la speranza che un giorno questo sposalizio avverrà. Yahvé avrà compassione della sua sposa abbandonata (Is 54,1-8). Con il ritorno degli esiliati, l’“Abbandonata” tornerà ad essere la sposa accolta con molta allegria (Is 62,4-5). Infine, guardando verso la Novità che sta arrivando, Giovanni Battista guarda verso Gesù, lo sposo atteso (Gv 3,29). Nei suoi insegnamenti e conversazioni con la gente, Gesù riprende la parabola di Osea, il sogno delle nozze perfette. Lui si presenta come lo sposo atteso. (Mc 2,19). Nella conversazione con la samaritana, si presenta discretamente come il vero sposo, il settimo (Gv 4,16-17). Le comunità cristiane accetteranno Gesù come lo sposo atteso (2 Cor 11,2; Ef 5,25-31). Le nozze di Cana vogliono dimostrare che Gesù è il vero sposo che giunge per le tanto attese nozze, portando un vino gustoso ed abbondante. Queste nozze definitive sono descritte con belle immagini nel libro dell’Apocalisse (Ap 19,7-8; 21,1 a 22,5).
- La Madre di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Pur non essendo mai chiamata con il nome di Maria, la Madre di Gesù appare due volte nel vangelo di Giovanni: all’inizio delle nozze di Cana (Gv 2,1-5), ed alla fine, ai piedi della Croce (Gv 19,25-27). Nei due casi rappresenta il Vecchio Testamento che aspetta l’arrivo del nuovo, e nei due casi, contribuisce all’arrivo del Nuovo. Maria è il legame tra ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo. A Cana, lei, la madre di Gesù, simbolo del Vecchio Testamento, è colei che percepisce i limiti del Vecchio Testamento e fa i passi affinché possa giungere il Nuovo. Ai piedi della Croce, sta accanto al “Discepolo Amato”. Il Discepolo Amato è la comunità che cresce attorno a Gesù, è il figlio che nasce dal Vecchio Testamento. A richiesta di Gesù, il figlio, il Nuovo Testamento, riceve la Madre, l’Antico Testamento, nella sua casa. I due devono camminare insieme. Infatti il Nuovo non si capisce senza il Vecchio. Il Nuovo non avrebbe base, fondamenta. Ed il Vecchio senza il Nuovo sarebbe incompleto: un albero senza frutti.
- I sette giorni della nuova creazione. Il testo inizia dicendo: “Il terzo giorno!” (Gv 2,1). Nel capitolo precedente, Giovanni aveva ripetuto già tre volte l’espressione “Il giorno dopo” (Gv 1,29.35.43). Facendo i calcoli, questo offre lo schema seguente: La testimonianza di Giovanni Battista su Gesù (Gv 1,19-28) avviene il primo giorno. “Il giorno dopo” (Gv 1,29), cioè il secondo giorno, avviene il battesimo di Gesù (Gv 1,29-34). Il terzo giorno, avviene la chiamata dei discepoli e di Pietro (Gv 1,35-42). Il quarto giorno, Gesù chiama Filippo e Filippo chiama Natanaele (Gv 1,43-51). Finalmente, “tre giorni dopo” cioè il settimo giorno, ossia, in pieno sabato, avviene il primo segnale delle nozze di Cana (Gv 2,1). Lungo il vangelo, Gesù realizzerà sette segnali. Giovanni usa lo schema della settimana per presentare l’inizio dell’attività di Gesù. Il Vecchio Testamento si serve dello stesso schema per presentare la creazione. Nei primi sei giorni, Dio creò tutte le cose chiamandole per nome. Il settimo giorno si riposò, e non lavorò più (Gn 1,1-2,4). Così pure, Gesù nei primi giorni della sua attività, chiama le persone e crea la comunità, la nuova umanità. Il settimo giorno, cioè il sabato, Gesù non riposa, ma compie il primo segnale. Lungo i capitoli seguenti, dal 2 fino al 19 incluso, realizzerà ancora sei segnali, sempre di sabato (Gv 5,16; 9,14). Infine, al mattino della risurrezione, quando Maria Maddalena va al sepolcro, viene detto: “Il primo giorno della settimana” (Gv 20,1). È il primo giorno della nuova creazione, dopo quel sabato prolungato in cui Gesù fece i sette segnali. Accusato di lavorare il sabato, Gesù rispose: “Il mio Padre opera sempre, ed anch’io opero!” (Gv 5,17) Attraverso l’attività di Gesù tra Cana e la Croce, il Padre completa ciò che manca nella vecchia creazione, in modo che possa sorgere la nuova creazione nella risurrezione di Gesù.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
II DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Letture:
Est 5,1-1c.2-5
Sal 44
Ef 1,3-14
Gv 2,1-11

Non hanno vino
“Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria ..”; cioè manifestò la sua divinità. Queste domeniche dopo l’Epifania richiamano i segni che rivelano l’identità di Gesù come Figlio di Dio e la sua missione come Messia. Il segno di oggi è quello del banchetto nuziale dal vino abbondante dei beni messianici; è quello dello sposalizio tra Dio e il suo popolo attraverso l’antica e nuova alleanza, che giunge fino a noi oggi nel banchetto eucaristico, dove beviamo “al calice della salvezza”. La presenza di Maria e dei discepoli segnalano i primi invitati al banchetto del Regno, cioè la Chiesa, dove Maria svolge un ruolo particolare di intercessione.
Lo sposo è qui: Tutto l’Antico Testamento presenta Dio come l’innamorato di Israele, anzi come Sposo fedele e paziente di fronte ad un popolo che è spesso come una sposa infedele. In Ezechiele Dio s’innamora del suo popolo come un ragazzo della sua ragazza: “Passai vicino a te e ti vidi. Ecco, la tua era l’età dell’amore. ..Ti feci un giuramento e strinsi alleanza con te - oracolo del Signore - e divenisti mia” (16,8). E in Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, né la tua terra sarà più detta Devastata, ma sarai chiamata Mia Gioia e la tua terra Sposata, perché il Signore si compiacerà di te e la tua terra avrà uno sposo. Come gioisce lo sposo per la sposa così il tuo Dio gioirà per te” (62,4-5).). Dice l’intimità di rapporti tra divinità e umanità, che avrà il suo vertice esemplare in quel definitivo sposalizio che è l’incarnazione, dove il Figlio di Dio sposa la nostra umanità unendola a sé in un modo sostanziale. Ed ecco finalmente giungere lo sposo. Gesù è lo sposo, e quando c’è Lui si fa festa: “Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto finché lo sposo è con loro?” (Mt 9,15). Giovanni Battista aveva trasalito di gioia per l’arrivo di questo Messia, lo sposo che s’unisce alla sua sposa: “Non sono io il Cristo - andava ripetendo -, ma sono stato mandato avanti a Lui. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,28-29). Gesù parlerà spesso del “banchetto di nozze del figlio del re” (Mt 22,1ss.), dove Dio sposa il suo Figlio, e la sposa fortunata è la nostra umanità. Nel banchetto “nuziale” che è la messa, si rinnova lo sposalizio tra Dio e il credente, là dove “lo Spirito Santo ci riunisce il un solo corpo” (Canone II). San Giovanni Crisostomo si domanda: “Ma quel vino l’hanno bevuto tutto? - No, è giunto fino a noi, in quel calice della nuova alleanza che beviamo a messa”. È progetto antico di Dio questo dello sposalizio-alleanza con noi (“progetto di colui che tutto opera secondo la sua volontà”), realizzato come in tre tappe. Anzitutto “ci ha scelti prima della creazione del mondo predestinandoci ad essere suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Epist.). Una proposta di figliazione da noi snobbata spesso. Per questo - seconda tappa - “in lui abbiamo la redenzione, il perdono delle colpe”, per ricomporre ancora con Dio una unità di famiglia: cioè “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra”. Infine “in lui siamo stati fatti anche eredi.. avendo ricevuto il sigillo dello Spirito Santo, il quale è caparra della nostra eredità, in attesa della completa redenzione” (Epist.). Tutto questo per pura gratuità, “a lode della sua gloria”.
La sposa intercede: Un antico canto orientale entrato nella Liturgia dell’Epifania dice così: “Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo che laverà i suoi peccati nell’acqua del Giordano. Coi loro doni accorrono i Magi alle nozze del Figlio del Re, e il convito si allieta di un vino mirabile”. La sposa di queste nozze è appunto la Chiesa, tutta raccolta - qui a Cana come nel Cenacolo di Pentecoste - attorno a Maria, primizia e immagine della Chiesa, e come da lei rappresentata. La madre di Gesù qui appare anzitutto come la coraggiosa discepola che crede nella potenza e nella premura di suo Figlio per la nostra salvezza. Segnala il bisogno: “Non hanno vino”, e nonostante la reticenza di Gesù perché non è ancora la sua “ora”, insiste e ottiene. Ella rappresenta quindi la nuova Eva - la “Donna” nuova - che all’opposto della prima, si apre e obbedisce al Signore. È il primo atteggiamento che deve avere anche ognuno di noi di fronte alla proposta sponsale di Cristo, di aprirci cioè a Lui nella fede e in un rapporto d’amore sincero e totale. Fiduciosa della potenza di Cristo, Maria è attenta e scopre i bisogni degli uomini. “Non hanno vino”, ed era una tragedia per quella festa di nozze. Conosciamo tutti questa premura di Maria, e tutti - anche quelli più lontani dalla Chiesa - sentono di non essersi mai rivolti invano a Lei. Madre di Gesù, è anche madre della Chiesa da che un giorno Gesù dall’alto della croce le disse pensando a ognuno di noi: “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). Anzi Maria s’accorge di qualcosa di decisivo che altri non hanno notato. Lei vede più a fondo i veri bisogni del nostro cuore. Lasciamo fare alla sua intercessione! La prima lettura impersona Maria (e la Chiesa) nella regina Ester che intercede e ottiene la salvezza del suo popolo in momenti di pericolo. “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Nel vangelo solo quattro sono le parole messe in bocca a Maria. Questa è l’ultima, quasi un suo testamento. Va ascoltata! In fondo solo questo è ciò che ci qualifica come appartenenti alla famiglia di Dio: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Anche quando tutto sembra strano: da quando mai si tira il vino dall’acqua? Ma a Dio “nulla è impossibile” (Lc 1,37). Bisogna avere la fede di Maria, e credere nell’impossibile possibile di Dio. Come avvenne a Pietro: “Sulla tua parla getterò le reti” (Lc 5,5). Dio fa grandi cose con chi si fida di lui.
Ritorniamo alla potenza di intercessione di Maria. “Donna, che vuoi da me?”. E lei senza esitazione dà ordine ai servi di attingere acqua! Potenza delle donne, o delle mamme! San Bernardo aveva questa certezza della possibilità di Maria. È la preghiera alla Madonna più diffusa, la sua. Ricordati, o piissima Vergine Maria, che non si è mai inteso al mondo che alcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, chiesto il tuo patrocinio e sia stato abbandonato. Animato da una tale confidenza, a te ricorro, o Madre, o Vergine delle vergini, a te vengo e, peccatore qual sono, mi prostro ai tuoi piedi a domandare pietà. Non volere, o Madre del divin Verbo, disprezzare le mie preghiere, ma benigna ascoltale ed esaudiscile. Amen.
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MessaggioOggetto: sabato 26 gennaio 2013   Mer Gen 23, 2013 11:42 am

SABATO 26 GENNAIO 2013

SANTI TIMOTEO E TITO, VESCOVI
MEMORIA


Preghiera iniziale: O Dio, Padre di eterna misericordia, fa che convertano a te i nostri cuori, perché nella ricerca dell’unico bene necessario e nelle opere di carità fraterna siamo sempre consacrati alla tua lode.

Letture:
2Tm 1,1-8 (Mi ricordo della tua schietta fede)
Sal 95 (Annunciate a tutti i popoli le meraviglie del Signore)
Lc 10,1-9 (La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai)

Santi Tito e Timoteo, vescovi
San Timoteo viene preposto da San Paolo come vescovo di Efeso e egli gli scrive una bellissima lettera, chiamandolo: “Figlio carissimo... rendo grazie a Dio che io servo, come i miei antenati, con coscienza pura, ricordandomi di te nelle mie preghiere sempre, notte e giorno... Mi tornano alla mente le tue lacrime e sento la nostalgia di rivederti per essere pieno di gioia. Mi ricordo infatti della tua schietta fede, che èbbero anche tua nonna Loide e tua madre Eunìce... Non ti vergognare di dare testimonianza al nostro Signore, né di me che sono in carcere per Lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo”. Che bei sentimenti umani ci sono dentro il cuore di questo grande Apostolo di Cristo! Chi vive con Gesù Cristo infatti si perfeziona anche umanamente, oltre che psicologicamente e spiritualmente. Chi si allontana da Lui diventa mezzo squilibrato in tutto. San Paolo lasciò anche, come Vescovo di Creta, San Tito e, scrivendogli, lo chiama: “mio vero figlio nella medesima fede”. Questi due Santi, assieme a San Paolo sono davvero innamorati di Gesù Cristo, e perciò sono forti evangelizzatori in mezzo ad un popolo pagano, che non era certamente migliore del nostro popolo di oggi. E Gesù diceva, e lo ripete ancora per noi: “La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il Signore della messe, perché mandi operai alla sua messe! Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca né sandali... In qualunque casa entriate, prima dite: ‘Pace e questa casa!’... guarite i malati che vi si trovano e dite loro: è vicino a voi il Regno di Dio”. Questo era il ministero santo degli apostoli di Cristo e anche dei Santi Tito e Timoteo, e questo resta anche oggi per noi, e per sempre. E ora una breve riflessione! Chissà, pensavo tra me e me, perché oggi l’apostolato non funziona più di tanto? E forse sarà anche perché si fanno tanti bei discorsi e conferenze, catechesi e omelie ma poi si va predicare in giro, portando con sé anche una buona borsa e più di un paio di sandali?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all’altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Riflessione:
- Nel tempo di Gesù c’erano diversi movimenti che, come Gesù, cercavano un nuovo modo di vivere. Per esempio, Giovanni Battista, i farisei ed altri. Molti di loro formavano comunità di discepoli (Gv 1,35; Lc 11,1; At 19,3) ed avevano i loro missionari (Mt 23,15). Ma c’era una grande differenza! I farisei, per esempio, quando andavano in missione, andavano già prevenuti. Pensavano che non potevano mangiare ciò che la gente offriva loro, perché il cibo non era sempre ritualmente “puro”. Per questo, portavano borsa e denaro per potersi occupare del proprio cibo. Così invece di aiutare a superare le divisioni, queste osservanze della Legge della purezza indebolivano ancor più il vissuto dei valori comunitari.
- La proposta di Gesù è diversa. Lui cerca di riscattare i valori comunitari che erano soffocati, e cerca di rinnovare e di riorganizzare le comunità in modo che fossero di nuovo un’espressione dell’Alleanza, un segno del Regno di Dio. È ciò che ci viene detto dal vangelo di oggi che descrive l’invio dei 72 discepoli:
- Luca 10,1: La Missione. Gesù manda i discepoli nei luoghi dove anche lui deve andare. Il discepolo è il portavoce di Gesù. Non è padrone della Buona Novella. Gesù manda i discepoli due a due. Ciò favorisce l’aiuto reciproco, poiché la missione non è individuale, bensì comunitaria. Due persone rappresentano meglio la comunità, meglio che una sola.
- Luca 10,2-3: La Corresponsabilità. Il primo compito è quello di pregare affinché Dio mandi operai. Qualunque discepolo e discepola deve sentirsi responsabile della missione. Per questo deve pregare il Padre di mandare operai per continuare la missione. Gesù manda i suoi discepoli come agnelli in mezzo ai lupi. La missione è un compito difficile e pericoloso. Poiché il sistema in cui vivevano ed in cui vivono era e continua ad essere contrario alla riorganizzazione della gente in comunità vive. La Missione per cui Gesù manda i 72 discepoli cerca di riscattare quattro valori comunitari:
- Luca 10,4-6: L’ospitalità. Al contrario degli altri missionari, i discepoli e le discepole di Gesù non possono portare nulla, né borsa, né sandali. Solo possono e devono portare la pace. Ciò significa che devono aver fiducia nell’ospitalità della gente. Poiché il discepolo che va senza nulla, portando solo la pace, mostra che ha fiducia nella gente. Pensa che sarà ricevuto, e la gente si sente rispettata e confermata. Per mezzo di questa pratica il discepolo critica le leggi dell’esclusione e riscatta l’antico valore dell’ospitalità. Non salutare nessuno lungo la strada significa, probabilmente, che non si deve perder tempo in cose che non appartengono alla missione.
- Luca 10,7: La Condivisione. I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè, devono convivere in modo stabile, partecipare alla vita ed al lavoro della gente del luogo e vivere di ciò che ricevono in cambio, perché l’operaio è degno della sua mercede. Ciò significa che devono aver fiducia nella condivisione. Così, per mezzo di questa nuova pratica, riscattano una vecchia tradizione della gente, criticano la cultura di accumulazione che distingueva la politica dell’Impero Romano ed annunciava un nuovo modello di convivenza.
- Luca 10,8: La Comunione attorno al tavolo. I discepoli devono mangiare ciò che la gente offre loro. Non possono vivere separati, mangiando il proprio cibo. Ciò significa che devono accettare la comunione e non possono vivere separati, e mangiare il loro cibo. Ciò significa che devono accettare di sedersi attorno alla tavola con gli altri. In questo contatto con gli altri non possono aver paura di perdere la purezza legale. Agendo in questo modo, criticano le leggi vigenti della purezza ed annunciano un nuovo accesso alla purezza, all’intimità con Dio.
- Luca 10,9a: L’Accoglienza agli esclusi. I discepoli devono occuparsi dei malati, curare i lebbrosi e scacciare i demoni (Mt 10,8). Ciò significa che devono accogliere nella comunità coloro che ne sono stati esclusi. Questa pratica solidale critica la società che esclude ed indica soluzioni concrete.
- Luca 10,9b: La Venuta del Regno. Se tutte queste esigenze vengono rispettate, i discepoli possono e devono gridare ai quattro venti: Il Regno è giunto! Poiché il Regno è un nuovo modo di vivere e convivere partendo dalla Buona Novella che Gesù è venuto a rivelarci: Dio è Padre e per questo siamo tutti fratelli e sorelle. In primo luogo, educare per il Regno significa: insegnare un nuovo modo di vivere e di convivere, un nuovo modo di agire e pensare.

Per un confronto personale:
- Perché tutti questi atteggiamenti raccomandati da Gesù sono segni della venuta del Regno di Dio?
- Come realizzare oggi ciò che Gesù chiede: “non portare borsa”, “non andare di casa in casa”, “non salutare nessuno lungo la strada”, “annunciare il Regno”?

26 gennaio: Santi Timoteo e Tito, vescovi
Biografia: Timoteo e Tito, discepoli e collaboratori dell’apostolo Paolo, furono a capo, l’uno della chiesa di Efeso, l’altro di quella di Creta. Timoteo, nato a Listri, dove Paolo lo incontrò durante il primo viaggio e fu tra i primi a convertirsi al vangelo, si applicò fin dall’infanzia allo studio delle Sacre Scritture e all’esercizio di ogni virtù. È l’immagine del discepolo esemplare. Da questo momento la sua vita corse sul binario paolino. Tra il 63 e il 66, quando ricevette la prima lettera inviatagli da Paolo, fu presente al martirio di Paolo, poi tornò definitivamente alla sede di Efeso, dove, secondo una tardiva tradizione, morì martire nel 97. Tito, fedele collaboratore di Paolo, nato ad Antiochia da genitori pagani, fu convertito e battezzato da Paolo, che ammirato per la virtù nel neo-battezzato, lo scelse per suo compagno e coadiutore nel ministero dell’evangelizzazione dei Gentili. A Creta, ricevette la lettera di Paolo e questi lo mandò ad evangelizzare a Dalmazia, dove tuttora il suo culto è molto diffuso. Morì probabilmente a Creta, in età molto avanzata.

Martirologio: Memoria dei santi Timoteo e Tito, vescovi, che, discepoli di san Paolo Apostolo e suoi collaboratori nel ministero, furono l’uno a capo della Chiesa di Efeso, l’altro in quella di Creta; ad essi sono indirizzate le Lettere dalle sapienti raccomandazioni per l’istruzione dei pastori e dei fedeli.

Dagli scritti
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Paolo se ne stava nel carcere come se stesse in cielo e riceveva percosse e ferite più volentieri di coloro che ricevono il palio nelle gare: amava i dolori non meno dei premi, perché stimava gli stessi dolori come fossero ricompense; perciò li chiamava anche una grazia divina. Ma sta bene attento in qual senso lo diceva: Certo era un premio essere sciolto dal corpo ed essere con Cristo (cfr. Fil 1,23), mentre restava nel corpo era una lotta continua; tuttavia per amore di Cristo rimandava il premio per poter combattere: cosa che giudicava ancor più necessaria. L’essere separato da Cristo costituiva per lui lotta e dolore, anzi assai più che lotta e dolore. Essere con Cristo era l’unico premio al di sopra di ogni cosa. Paolo per amore di Cristo preferì la prima cosa alla seconda. Certamente qui qualcuno potrebbe obiettare che Paolo riteneva tutte queste realtà soavi per amore di Cristo. Certo, anch’io ammetto questo, perché quelle cose che per noi sono fonti di tristezza, per lui erano invece fonte di grandissimo piacere. Ma perché io ricordo i pericoli e i travagli? Poiché egli si trovava in grandissima afflizione e per questo diceva: «Chi é debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo che io non ne frema?» (2Cor 11,29). Ora, vi prego, non ammiriamo soltanto, ma anche imitiamo questo esempio così magnifico di virtù. Solo così infatti potremo essere partecipi dei suoi trionfi. Se qualcuno si meraviglia perché abbiamo parlato così, cioè che chiunque avrà i meriti di Paolo avrà anche i medesimi premi, può ascoltare lo stesso Apostolo che dice: «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno, e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione» (2Tm 4,7-8). Puoi vedere chiaramente come chiama tutti alla partecipazione della medesima gloria. Ora, poiché viene presentata a tutti la medesima corona di gloria, cerchiamo tutti di diventare degni di quei beni che sono stati promessi. Non dobbiamo inoltre considerare in lui solamente la grandezza e la sublimità delle virtù e la tempra forte e decisa del suo animo, per la quale ha meritato di arrivare ad una gloria così grande, ma anche la comunanza di natura, per cui egli é come noi in tutto. Così anche le cose assai difficili ci sembreranno facili e leggere e, affaticandoti in questo tempo così breve, porteremo quella corona incorruttibile ed immortale, per grazia e misericordia del Signore nostro Gesù Cristo, a cui appartiene la gloria e la potenza ora e sempre, nei secoli dei secoli. Amen.

Preghiera finale: La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima; la testimonianza del Signore è verace, rende saggio il semplice (Sal 18).
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MessaggioOggetto: domenica 27 gennaio 2013   Mer Gen 23, 2013 11:46 am

DOMENICA 27 GENNAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
Ne 8,2-4.5-6.8-10 (Leggevano il libro della legge e ne spiegavano il senso)
Sal 18 (Le tue parole, Signore, sono spirito e vita)
1Cor 12,12-30; forma breve 1Cor 12, 12-14.27 (Voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte)
Lc 1,1-4; 4,14-21 (Oggi si è compiuta questa Scrittura)

Luce di gioia è la parola del Signore
In questa famosa e splendida pericope appare la simbologia paolina del “corpo di Cristo”: essa permette all’apostolo di illustrare e confermare la sua ecclesiologia fondata sull’unità e la pluralità. Costruita dal battesimo e dallo spirito, la comunità cristiana è un organismo vivo in cui ogni membro è profondamente vincolato alla totalità del corpo. La Chiesa è il corpo di Gesù, formato da molte membra e animato da un identico spirito. Le diversità, intese come motivo di dissenso e di antitesi, vengono a scomparire. La sapienza con cui valutare e progettare la vita non è innata: è un dono di Dio e una conquista. Richiede un paziente esercizio ma, prima ancora, un’intima disponibilità a lasciar parlare Dio e ascoltare i suoi messaggi. La sapienza è un punto d’arrivo e a ogni passo offre la gioia, quella di Dio per il quale l’uomo vivente è la sua gloria. Come Gesù salvava e evangelizzava durante la sua esistenza terrena attraverso il suo corpo fisico, centro delle relazioni umane, così ora parla, evangelizza e salva attraverso il corpo che è la comunità cristiana locale ed universale. Consapevoli di essere corpo di Cristo e sue membra vive, vogliamo che la nostra vita sia un canto di lode e ringraziamento a Dio. Egli ci chiama ad essere suoi servi e strumenti, come un giorno lo è stato Gesù. Grande è la missione che Dio ci ha affidato: far crescere la Chiesa e il regno di Dio.
La liturgia è intelligente. Al resoconto del discorso di Gesù alla gente del suo paese di Nazaret, antepone il prologo del Vangelo. L’evangelista Luca intende essere uno storico perché vuole che i cristiani si rendano conto “della solidità degli insegnamenti” ricevuti e siano convinti dell’importanza decisiva per la storia di tutti gli uomini della vita di Gesù. Per questo soltanto lui pone all’inizio della narrazione del ministero pubblico di Gesù un discorso programmatico che precisi subito lo scopo che Gesù si prefigge. È il “manifesto” di Gesù. Eccolo: egli opera con la potenza di Dio, difatti lo Spirito è su di lui. La sua non sarà un’opera umana, meno che mai politica, ma la rivelazione del progetto di Dio. La sua missione è quella di accogliere misericordiosamente tutti gli uomini per liberarli. È il compimento della profezia di Isaia che Gesù si appropria. A Nazaret, quel sabato, Gesù annunciò il tempo nuovo che non avrebbe più avuto per protagonista l’uomo, ma “Dio fatto uomo”. La gente della sinagoga una cosa udì allora con chiarezza: l’inizio di “un anno della grazia del Signore”. In sostanza il Vangelo dice: non sono gli ordinamenti umani a salvare l’umanità, sarà lo Spirito del Signore. In questa affermazione c’è, se si vuole, tanto pessimismo, purtroppo fin troppo documentato dalla storia; ma c’è anche, e più grande, tanta speranza, perché ci assicura che lo Spirito è su Gesù e, perciò, su tutti quelli che fanno comunione con Gesù. E questo riguarda l’oggi: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi ascoltate”. L’oggi storico di Gesù diventa, per la forza dello Spirito, l’oggi liturgico della Chiesa, il nostro di ogni Messa. La predica di Nazaret diventa oggi storia nostra. Se ascoltiamo!

Approfondimento del Vangelo (Gesù presenta il programma della sua missione)
Il testo: Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto. In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode. Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore». Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Commento: Introdotta da un breve sommario che illustra l’attività di Gesù e la sua persona, la scena che il brano in esame (Lc 4,14-21) propone è ambientata nella sinagoga a Nazareth in giorno di sabato. Il ritorno di Gesù, la cui fama si è sparsa ovunque per le regioni di Galilea, lì dove per la potenza dello Spirito ha rivolto i suoi passi, esprime un intento preciso. Nella concisività delle espressioni Luca cerca di dare un’interpretazione salvifica agli eventi illuminandone gli aspetti salienti. L’insegnare di Gesù nelle sinagoghe intende dire la sua origine ebraica e il desiderio di entrare nel cuore del culto per rendere vitale quella legge che Dio aveva consegnato al suo popolo e per offrirsi come compimento della speranza di Israele. Alla domanda sottintesa nella narrazione: Gesù è un profeta? la risposta si fa sempre più evidente secondo quei criteri di discernimento che Israele usa per verificare se un profeta è inviato o no da Jhwh: c’è riscontrabilità tra ciò che insegna e gli insegnamenti della legge, le sue opere corrispondono ai comandi di Dio, le profezie circa il futuro si verificano tutte. A Nazareth Gesù si presenta come profeta – e di fatto si paragona a Elia e a Eliseo – anche se non si definisce così, conforme al suo stile che rifugge ogni definizione di sé.

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Alcune domande:
- Fare ricerche accurate su ogni circostanza: siamo sempre di corsa nelle nostre giornate? Abbiamo in cuore il desiderio di fare ricerche accurate sul significato di ciò che ci accade?
- Mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio: penso sempre che i poveri siano gli altri e che io faccia invece parte di chi ha e sa, e di conseguenza non ha bisogno di nessuno?
- Oggi si è adempiuta questa Scrittura: quale Scrittura noi conosciamo tanto da riconoscerla come incarnazione nel nostro oggi?

Chiave di lettura:
- Contestualizzazione storica: L’episodio della sinagoga di Nazareth è incluso in una cornice programmatica che fa poi da chiave di lettura per ciò che avverrà nel corso del vangelo lucano. L’aggancio al profeta Isaia è fondamentale perché si rivela la continuità della storia umana di Dio. L’evolversi dei gesti compiuti da Gesù, messi in parallelo, “Si alzò e aprì il rotolo” (v.17), “chiuse il rotolo e sedette” (v.20), dà alla narrazione un carattere liturgico, usuale ma nuovo al tempo stesso. Nell’omelia che attualizza la profezia emerge la novità. Oggi, parola determinante in Luca, esprime la proposta compiuta di Dio in Cristo. E davanti a quest’oggi le reazioni immediate saranno di stupore e di sbigottimento, di meraviglia e di scandalo fino al rifiuto già insito nella domanda che seguirà alla proclamazione di Gesù, domanda sospesa nell’aria che non riceve risposta: “Non è questi il figlio di Giuseppe?” (v. 22). Il contrasto con la Parola proclamata di un uomo che ha su di sé lo spirito del Signore, consacrato con l’unzione, inviato per una missione specifica che ha sapore messianico: portare il lieto annuncio, rimettere, proclamare... impone un conflitto di identità.
- Contestualizzazione letteraria: L’episodio non ha preciso riscontro nei sinottici. La visita di Gesù a Nazareth in Matteo 13,53-58 e in Marco 6,1-6a è limitata all’interrogativo circa la provenienza di Gesù e al rifiuto. Non c’è descrizione del rito nella sinagoga né delle parole dette da Gesù a interpretazione e attualizzazione della Parola sacra. La concordanza è, al di là della diversità dei contesti, nel rifiuto di Gesù da parte dei Nazaretani. Con il discorso di Gesù a Nazareth Luca intende introdurre e illuminare tutto il ministero pubblico di Gesù. Isaia 61,1-2 contiene in sintesi i grandi temi che caratterizzano il suo vangelo e quelli a lui più cari: lo Spirito Santo, l’unzione messianica, la liberazione escatologica, la gioia messianica, l’intervento divino a favore dei poveri e degli oppressi, la proclamazione dell’anno di grazia. Quel programma che in Marco è inaugurato con la proclamazione: “Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino, convertitevi e credete al vangelo” (Mc 1,14-15) e in Matteo si evolve nel discorso della montagna (Mt 5, 1-48), in Luca si offre nel centro del culto ebraico: ciò che si compie non è il tempo, ma la Scrittura. Viene proposta a chi legge la necessità di “camminare” insieme con Cristo e imitando Lui sulla via della conformità alla volontà del Padre. Gerusalemme, meta di un lungo viaggio (Lc 9,51-18,14) che conduce Gesù verso il momento decisivo della sua vita, è punto di arrivo della sua vicenda terrena (Lc 24) e punto di partenza della vita della Chiesa nascente (At 1-2).
- Genere letterario: Si può riconoscere nel brano una piccola unità letteraria. L’intervento redazionale lucano che parte da dati tradizionali segue un intento proprio. Il disegno unitario delle due parti dimostra chiarezza all’interno e delimitazione accurata all’esterno. Per Luca sono inseparabili le aree di domanda: Chi è Gesù? e A chi è destinata la sua opera? È molto forte il rapporto tra parola e azione, azione drammatica di un annuncio che si attua nella vita. L’episodio intende introdurre il ministero pubblico di Gesù quasi abilitandolo a quell’attività nei confini della sua appartenenza a Israele. Lo Spirito sceso abbondantemente su Gesù: alla nascita (1,35), al battesimo (3,22), durante la tentazione (4,1) e all’inizio della sua missione (4,14) è lo Spirito di cui parla Isaia (v.18) che esplicita l’azione di Dio. Un’azione che non ha confini etnici e non cerca notorietà, ma si volge a quanti sono bisognosi di salvezza: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi per inaugurare il tempo di grazia del Signore. Il profeta inviato da Dio è libero da ogni pretesa limitante e obbligante. Da un culto sinagogale incapace di accogliere la Parola antica che si compie nell’oggi si passa al culto della sequela nelle strade del mondo. Gesù se ne va, segue la sua strada che da Gerusalemme lo condurrà fino agli estremi confini della terra attraverso l’evangelizzazione dei suoi.
- Analisi dettagliata del testo: Analizzando in maniera dettagliata i versetti del testo in esame emergono delle peculiarità notevoli che inquadrate nel contesto storico fanno del quadro della sinagoga di Nazareth una sintesi del vangelo quanto a contenuti ed eventi.
- v.16: La sinagoga risulta essere luogo frequentato da Gesù. Qui fin dai primi anni dell’età adulta egli ha ascoltato la Parola di Dio e l’ha interpretata secondo la tradizione viva del popolo. Significativo il fatto che Gesù vada a cercare i centri di culto. Ogni ebreo adulto poteva prendere parola, i capi della sinagoga generalmente affidavano questo compito a coloro che fossero esperti nelle Scritture. Il fatto che Gesù si alzi per leggere indica che era abituale per lui il farlo come gli era abituale di sabato andare nella sinagoga. L’inciso: “secondo il suo solito” dà molta forza al versetto quasi a premettere che chi legge e parla non è uno qualunque, ma un figlio di Israele esperto nella lettura e interpretazione della Torah e dei Profeti. La fede cristiana nasce quindi da rappresentanti fedeli del popolo d’Israele nei quali l’attesa è giunta a maturazione. Tutti i personaggi di Luca sono autentici israeliti: Zaccaria, Elisabetta e Giovanni, Maria, Giuseppe e Gesù, gli apostoli e poi negli Atti, Paolo. È “un solito” che porta con sé un qualcosa di nuovo. La sinagoga è il luogo da cui parte l’annuncio per estendersi alle città di Giuda e di Galilea, a tutto Israele e fino agli estremi confini della terra.
- vv. 17-19: Gesù trova il passo di Isaia 61,1-2 che probabilmente si riferisce alla consacrazione di un profeta (cfr. 1Re 19,16). Luca elimina dalla citazione di Isaia la fine minacciosa perché non interessa al suo scopo: sottolineare che l’insegnamento di Gesù prende il via dalla Scrittura (17-19; 25-27) e la rende attuale nella sua Persona. Le parole di Isaia sulle sue labbra acquistano pieno significato e riassumono la sua missione: pieno di Spirito (cfr. 4,1), unto del Signore, è inviato ad annunciare ai poveri un lieto messaggio, la liberazione ai prigionieri e agli oppressi, la vista ai ciechi, a predicare il tempo di grazia del Signore.
- v. 20: La descrizione dettagliata dei gesti evidenzia quello che sta per avvenire. Gesù parla seduto, la posizione tipica di chi insegna. Gli occhi fissi su di lui preparano all’importanza di ciò che Gesù sta per dire. Un’omelia breve la sua, ma sconvolgente. Il movimento caratterizza questo brano di Luca. Gesù venne, entrò, si alzò, sedette, passò fra loro, se ne andò. Anche i nazaretani si alzano ma per cacciarlo. Il contrasto è netto. Gesù si alza per leggere, gli uomini si alzano per allontanarlo. L’attesa descritta in questo versetto: “Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui” degenera nel rifiuto. Il problema non sta nell’annuncio, già conosciuto e fonte di speranza per i pii israeliti, ma nell’annunciatore che lo fa suo.
- v. 21: Gesù non commenta le parole di Isaia, ma le attualizza. La sua è parola evento rhêma (At 10,37), una parola che è già salvezza. La profezia diventa viva, è in atto. L’interpretazione di Gesù supera ogni aspettativa. Nella Parola è presente l’oggi, quell’oggi tipico dell’evangelista che è l’oggi della salvezza, l’oggi dell’adempimento in corrispondenza con l’udito (cfr. Rom 10,17). È essenziale per Luca è l’ascolto. E la realizzazione delle promesse antiche che si ripete in tutta l’opera lucana (Lc 9,51; At 2,1; 19,21) è per coloro che ascoltano: gli anawin, i poveri, gli oppressi, i preferiti di Jhwh (Is 11,4;29,19) e ora i preferiti di Gesù (Mt 11,28).

Riflessione: Esempio di attualizzazione è l’esegesi fatta da Gesù stesso su Is 61 che rivela il messianismo presente e il ricorso a passi della Scrittura per illuminare la situazione attuale. Autorevolezza creativa quella di Cristo che chiede all’uomo di adeguare la propria vita al messaggio, accettando l’Unto di Dio e rinunciando alla presunzione di ridurlo alla sua dimensione. Questa prospettiva pragmatica è la chiave per l’attualizzazione in ogni tempo: l’oggi della salvezza risuona lì dove arriva la predicazione. Come anche l’accoglienza e l’impegno. Nella sinagoga di Nazareth si scorgono le risposte fondamentali dell’uomo che aspetta di incontrare la salvezza. Gesù è inviato da Dio, sostenuto dallo Spirito. L’unzione dice che egli è il Cristo. In Lui si compiono le Scritture. È l’oggi di Dio che compie la storia di un passato giunto a maturazione in Gesù e si riverserà nell’oggi quotidiano del domani che è il tempo della Chiesa, inviata anch’essa come Parola profetica, sostenuta dallo Spirito. Messaggio di rilievo che emerge da Luca in questo episodio è la Scrittura. Essa contiene tutto il segreto del Dio che vive in eterno e che diventa uno fra gli uomini.

Contemplazione finale: Oggi: parola chiave nella mia vita di ogni giorno. In questo oggi si adempie la Scrittura. In questo oggi il Cristo entra nella sinagoga delle mie convinzioni per proclamare un lieto messaggio alle povertà del mio pensiero, ai sentimenti prigionieri di quel desiderio infranto sulle rovine di un grigio quotidiano trascinato di ora in ora, al mio sguardo offuscato dal mio orizzonte troppo ravvicinato. Un anno di grazia, di ritorno, di benedizione. Signore, che il mio oggi sia il tuo perché nessuna tua parola possa cadere invano nella mia vita ma tutte possano realizzarsi come chicchi di grano nel solco gelido del passato, capaci di germogliare ai primi venti di primavera.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
ULTIMA DOMENICA DI GENNAIO
SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE
FESTA


Letture:
Sir 44,25-45,1c.2-5
Sal 111
Ef 5,33-6,4
Mt 2,19-23

Andò ad abitare a Nazaret
Il mistero della vita nascosta di Gesù a Nazaret: più di trent’anni, mentre solo per tre anni si dedicò al ministero pubblico. Questo fatto dice molto dell’importanza della vita di famiglia per la maturazione di una persona. Persino il Figlio di Dio ha fatto questo lungo itinerario per imparare ad essere uomo, entro le vicende quotidiane d’amore, di relazioni, di lavoro, e di.. guai. Incomincia infatti la vita regolare a Nazaret dopo che la sua famiglia è stata esule in Egitto per sfuggire ai massacri di Erode. Famiglia e matrimonio sono sempre realtà che sentiamo decisive, eppure sempre insidiate. Già al tempo di Gesù: gli si contestava l’impossibilità della fedeltà coniugale. Ed egli rispose: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli; all’inizio però non fu così” (Mt 19,8). Ecco: “all’inizio”, cioè secondo il progetto di Dio, matrimonio e famiglia hanno un posto strutturale nella vicenda dell’uomo e della società. Guardiamo alla famiglia di Nazaret per verificare la nostra famiglia.
La famiglia di Nazaret: L’evangelista Luca di questi trent’anni di Gesù a Nazaret ha due indicazioni. Dopo la presentazione di Gesù al tempio (quaranta giorni dopo la nascita), “fecero ritorno alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui” (Lc 2,39-40). Di questa “sapienza” poi Gesù farà scalpore tra i dottori al tempio, “mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e per le sue risposte” (Lc 2,46-47). Potremmo arguire che in casa da piccolo (qui aveva 12 anni) era stato ben iniziato alle cose religiose e la sapeva a lungo così da incantare gli stessi maestri di Israele. Merito certo dei genitori. Di Maria, sempre Luca, la si presenta come una donna interiore e pensosa: “Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2,51). Ancora di questo tempo si dice: “Scese con loro e venne a Nazaret e stava loro sottomesso” (Lc 2,51). San Paolo oggi ci richiama uno dei comandamenti, che Gesù certamente conosceva e praticava: “Obbedite ai vostri genitori. Onora tuo padre e tua madre! Questo è il primo comandamento che è accompagnato da una promessa: perché tu sia felice e goda di una lunga vita sulla terra” (Epist.). Una obbedienza, non senza.. qualche scappatella. Certamente più che motivata per il ragazzo adolescente, ma comunque non senza sorpresa e dispiacere dei suoi: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati ti cercavamo” (Lc 2,48). Obbedienza sì, ma - come tutti gli adolescenti - liberi di inseguire un ideale che ci entusiasma. Gesù deve essere uscito da quella famiglia un bell’uomo, capace di incantare. Una donna, entusiasta non seppe trattenere una esclamazione: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” (Lc 11,27). Fortunata la madre di un tal uomo! Ma non meno da Giuseppe Gesù ebbe molto da imparare. Nei giorni della adolescienza/giovinezza di Gesù, a cinque km da Nazaret, Erode Antipa stava costruendo la sua capitale a Sefforis. Certamente tutti gli artigiani dei dintorni saranno stati ingaggiati; e quindi Giuseppe e quasi certamente il suo ragazzo Gesù. Una spia è nell’uso che Gesù fa della parola ypokrites (attori). A Sefforis si vede ancora oggi un bel teatro, che certamente non c’era a Nazaret. È più che una ipotesi pensare Gesù operaio pendolare, e quindi imparare un mestiere per vivere.
La nostra famiglia: Su quella di Nazaret va fatta verifica della nostra famiglia. E anzitutto nel rapporto d’amore e di fedeltà tra i coniugi, fondamento decisivo per una sana famiglia. Gesù sarà preciso: “Non avete letto che il Creatore da principio li fece maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne? Così non sono più due, ma una sola carne. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto” (Mt 9,4-6). San Paolo configura l’amore sponsale quale prolungamento dell’amore tra Cristo e la Chiesa, sua sposa “senza macchia né ruga, ma santa e immacolata” (Ef 5,27), e conclude col testo di oggi: “Ciascuno da parte sua ami la propria moglie come se stesso, e la moglie sia rispettosa verso il marito” (Epist.). Merce rara, oggi, ma non meno decisiva per la felicità dell’amore e la riuscita della famiglia. E poi il rapporto genitori-figli. “Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore”. Forse bisogna supportare questa obbedienza anche con motivazioni di fede: “.. nel Signore!”. E ai padri è raccomandato: “Voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore”. L’educazione è cosa del cuore, diceva don Bosco. Il Signore non chiede la laurea in pedagogia ai genitori; basta l’amore e quindi la ricerca del vero bene dei figli. Richiede tutta la passione e la responsabilità, però anche e sempre l’invocazione d’aiuto al Signore. La missione di educatori è partecipazione al primo grande educatore che è Dio, vero “padre” di ogni sua creatura. Crescere i figli “.. negli insegnamenti del Signore”. Primi educatori alla fede sono i genitori, non senza l’inserimento nella più vasta famiglia che è la Chiesa, anzi la Chiesa locale che è la parrocchia. Ma la cura della fede dei figli implica anche il rispetto della loro vocazione. Gesù a dodici anni l’ha in qualche modo esigito: “Non sapevate che io devo occuparmi della cose del padre mio?” (Lc 2,49). È una libertà interiore che a volte può richiedere dei sacrifici, come quando si tratta di una vita che si vuol consacrare a Dio. Ma un “regalo” fatto a Dio è il più bel investimento anche umano: Gesù parlava del “centuplo” e della medesima ricompensa promessa al profeta.
Non è facile vivere la famiglia; non è spontaneo, soprattutto oggi nel clima di soggettivismo in cui tutti ci sentiamo immersi. E un amore fedele e una responsabilità educativa.. sono a volte cose da eroi. Nella famiglia di Nazaret c’era la presenza addirittura fisica di Dio. Non si può concepire oggi né vivere la ricchezza della famiglia senza una sua base religiosa e un costante riferimento alla grazia di Cristo. Chiesa domestica nella grande Chiesa, famiglia di Dio.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 2 febbraio 2013   Mer Gen 30, 2013 3:15 pm

SABATO 2 FEBBRAIO 2013

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE
FESTA


Orazione iniziale: O Dio, nostro creatore e padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, gli anziani donino ai piccoli la loro saggezza matura, e i figli crescano in sapienza, pietà e grazia, rendendo lode al tuo santo nome.

Letture:
Nota: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.
Ml 3,1-4 (Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate)
Sal 23 (Vieni, Signore, nel tuo tempio santo)
Eb 2,14-18 (Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli)
Lc 2,22-40; forma breve Lc 2,22-32 (I miei occhi hanno visto la tua salvezza)

Il canto dei vegliardi
I riti di presentazione e di purificazione che la liturgia ci propone oggi possiamo definirli un’anticipazione del sacramento del nostro battesimo e della penitenza. Maria e Giuseppe e con loro lo stesso Gesù, si assoggettano umilmente ad una legge antica. Quando però ad essere presentato al tempio è il bambino Gesù e a chiedere la purificazione è la vergine Madre, cambiano sostanzialmente i significati di quei riti. Diventano una solenne celebrazione e un’occasione per ripetere a tutti gli uomini che la luce di Dio ha inondato il mondo con la nascita e nella presentazione del Signore nel Tempio del suo Figlio. Lo Spirito Santo pervade l’anima di due santi vegliardi, Simeone e Anna, i quali aspettavano la redenzione di Israele. Alla vista del bambino profetizzano e cantano. Diventano i primi testimoni della fede. Simeone prende fra le sue braccia il figlio di Dio e si sente totalmente appagato nelle sue più intime e profonde attese al punto di desiderare e chiedere solo il riposo eterno nella pace dei giusti poiché - egli dice - “i miei occhi hanno visto la salvezza”. Il bambino Gesù viene poi definito Luce delle genti e gloria del popolo d’Israele. Simeone però, illuminato dallo Spirito, deve scandire ancora una solenne profezia, che riguarda il Bambino e sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima». Poche parole per descrivere in modo essenziale l’opera della redenzione, attraverso una dura passione, che condurrà il Cristo alla morte e la sua madre ad essere trafitta dal dolore. Le nostre candele, prima benedette e poi accese, quest’oggi ci ricordano Cristo luce del mondo, il dono della fede e le nostre promesse battesimali. Deve essere incessante il nostro desiderio di crescere nell’impegno di testimoniare la nostra viva appartenenza a Cristo. Andiamogli incontro con le lampade accesa e non consentiamo e niente e nessuno di spegnere la luce della nostra fede, avuta in dono sin dal giorno del nostro battesimo!
Il vecchio Simeone, certo della promessa ricevuta, riconosce Gesù e la salvezza di cui il Cristo è portatore e accetta il compiersi della sua esistenza. Anche Anna, questa profetessa ormai avanti negli anni, che aveva però passato quasi tutta la sua vita in preghiera e penitenza riconosce Gesù e sa parlare di lui a quanti lo attendono. Anna e Simeone, a differenza di molti altri, capiscono che quel bimbo è il Messia perché i loro occhi sono puri, la loro fede è semplice e perché, vivendo nella preghiera e nell’adesione alla volontà del Padre, hanno conquistato la capacità di riconoscere la ricchezza dei tempi nuovi. Prima ancora di Simeone e Anna è la fede di Maria che permette all’amore di Dio per noi di tramutarsi nel dono offertoci in Cristo Gesù. Giovanni Paolo II nella “Redemptoris Mater” ci ricorda che “quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore” (n. 16).
Nella celebrazione di oggi i fedeli vanno incontro al Signore portando ceri accesi e cantano a lui insieme a Simeone che lo riconobbe come Cristo Signore «Luce per illuminare le genti». Per ricordare il mistero di questo giorno, si compie la benedizione delle candele che può essere unita alla processione o ad ingresso solenne, secondo le indicazioni del Messale. I fedeli si riuniscono in una chiesa minore o in qualche altro luogo adatto fuori della chiesa verso cui è diretta la processione; tengono in mano le candele accese già all’inizio del rito. Per la benedizione e la processione, il celebrante può indossare la casula o il piviale di colore bianco. Mentre la processione entra in chiesa si canta l’antifona d’ingresso della Messa, dopo di che, tralasciati i riti iniziali, si canta il Gloria e si dice la colletta. La messa prosegue come di solito.

Festa della vita consacrata: Nella giornata di oggi si prega per i consacrati, specialmente nei monasteri di clausura. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. (san Sofronio).

Approfondimento del Vangelo (La presentazione del Bambino al tempio)
Il testo: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Momento di silenzio orante:
- perché la Parola di Dio possa abitare in noi e la lasciamo illuminare la nostra vita;
- perché prima dei nostri commenti, è la luce stessa della Parola che deve brillare e imporsi, col suo mistero di presenza vivente del Signore.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Perché mai Gesù, figlio dell’Altissimo, e sua madre Maria, concepita senza peccato, devono sottomettersi alla prescrizione di Mosè? Forse perché Maria non aveva ancora coscienza della sua innocenza e santità?
b) Oltre alle parole di Simeone, in tutto il suo atteggiamento, come anche in quello della profetessa Anna, c’è un significato speciale? Il loro agire e la loro gioia non richiamano forse lo stile degli antichi profeti?
c) Come spiegare questa “spada che trafigge”: si tratta di una lacerazione delle coscienze davanti alle sfide e alle richieste di Gesù? Oppure si tratta solo di una sofferenza intima della Madre?
d) Può significare qualche cosa questa scena per i genitori di oggi: per la formazione religiosa dei loro figli; per il progetto che Dio ha su ciascuno dei loro figli, per le paure e le angosce che i genitori si portano nel cuore pensando a quando i figli saranno grandi?

Una chiave di lettura per coloro che vogliono approfondire il contenuto:
a) Secondo la legge di Mosè/del Signore: è una specie di ritornello, più volte ripetuto. Luca mescola due prescrizioni, senza molta distinzione. La purificazione della madre era prevista dal Levitico (12,2-8) e si compiva quaranta giorni dopo il parto. Fino a quel momento la donna non poteva avvicinarsi ai luoghi sacri, e la cerimonia era accompagnata dall’offerta di un capo di bestiame minuto. Invece la consacrazione dei primogeniti era prescritta in Esodo 13,11-16: ed era considerata una specie di “riscatto” (anche qui con l’offerta di piccoli animali) in ricordo dell’azione salvifica di Dio quando liberò gli israeliti dalla schiavitù d’Egitto. In tutta la scena i genitori appaiono come nell’atto di presentare/offrire il figlio come si faceva con le vittime e i leviti; mentre nella figura di Simeone e Anna appare piuttosto Dio che offre/presenta il figlio per la salvezza del popolo.
b) Le figure di Simeone e Anna: sono figure cariche di valore simbolico. Esse hanno il ruolo del riconoscimento, che proviene sia dalla illuminazione e dal movimento dello Spirito, ma anche da una vita condotta con l’attesa più intensa e fiduciosa. In particolare di Simeone lo si definisce come “prosdekòmenos”, cioè uno tutto concentrato nell’attesa, uno che va incontro per accogliere. Anche lui appare perciò obbediente alla legge, quella dello Spirito, che lo spinge verso il bambino, dentro il tempio. Anche il cantico che proclama manifesta questa sua pro-existentia: è vissuto per arrivare a questo momento; ora si sottrae, perché anche gli altri vedano la luce e la salvezza che arriva, per Israele e per le genti. A sua volta Anna, con la sua stessa età (valore simbolico: 84 è 7x12: dodici è il numero delle tribù; oppure 84 - 7= 77, perfezione raddoppiata), ma soprattutto con il suo modo di vivere (digiuni e preghiere) e con la proclamazione a chi “attendeva”, completa il quadro. È guidata dallo Spirito di profezia, docile e purificata nel cuore. Inoltre appartiene alla più piccola delle tribù, quella di Aser: segno che i più piccoli e fragili sono più disposti a riconoscere il Gesù il Salvatore. Tutti e due questi anziani - che sono come una coppia originale - sono simbolo del giudaismo migliore, della Gerusalemme fedele e mite, che attende e gioisce, e che lascia d’ora in poi brillare la nuova luce.
c) Una spada che trafigge: in genere si interpreta come annuncio di sofferenza per Maria, un dramma visibilizzato dall’Addolorata. Ma dobbiamo piuttosto intendere qui la Madre come il simbolo di Israele: Simeone intuisce il dramma del suo popolo, che sarà profondamente lacerato dalla parola viva e tagliente del redentore (cfr. Lc 12,51-53). Maria ne rappresenta il percorso: deve affidarsi, ma attraverserà dolori e oscurità, lotte e silenzi angosciosi. La storia del Messia sofferente sarà dilacerante per tutti, anche per la Madre: non si segue la nuova luce destinata al mondo intero, senza pagare il prezzo, senza essere provocati a scelte rischiose, senza rinascere sempre di nuovo dall’alto e in novità. Ma queste immagini della “spada che trafigge”, del bambino che “farà inciampare” e scuoterà i cuori dal torpore, non vanno separate dal gesto così carico di senso dei due anziani: l’uno, Simeone, prende fra le braccia il bambino, per indicare che la fede è incontro e abbraccio, non idea e teorema; l’altra, Anna, si fa annunciatrice, e accende in chi “lo attendeva” una luce sfolgorante.
d) La vita quotidiana, epifania di Dio: interessante è infine notare che tutto l’episodio da rilievo alle situazioni più semplici e familiari: la coppia degli sposi con il bambino in braccio; l’anziano che gioisce e abbraccia, l’anziana che prega e annuncia, gli ascoltatori che appaiono indirettamente coinvolti. E anche la conclusione del brano va intravedere il borgo di Nazaret, la crescita del bambino in un contesto normale, l’impressione di un bambino dotato in modo straordinario di sapienza e bontà. Il tema della sapienza intrecciata con la vita normale di crescita e nel contesto del villaggio, lascia come sospesa la storia: essa si riaprirà proprio con il tema della sapienza del ragazzo fra i dottori del tempio. Sarà proprio l’episodio che segue immediatamente (Lc 2,41-52).

2 febbraio: Presentazione del Signore
Biografia: Quella di oggi è una celebrazione che incentra la nostra attenzione di credenti nell’umile gesto della presentazione di Gesù Bambino al Tempio e della purificazione della vergine Maria: il significato va ben oltre la storia: ammiriamo ancora l’umiltà della Vergine, la povertà della Santa famiglia di Nazareth e riascoltiamo devoti ed attoniti il cantico del santo vecchio Simeone. Proprio dalle sue parole, che definiscono il Bambino Gesù, luce delle genti, la Chiesa ha tratto il motivo per celebrare la luce con le candele benedette: è il motivo per celebrare Cristo luce, per ringraziare Dio del dono della fede e per impetrare ancora la pienezza della luce come dono dello Spirito santo.

Martirologio: Festa della Presentazione del Signore, dai Greci chiamata Ipapànte: quaranta giorni dopo il Natale del Signore, Gesù fu condotto da Maria e Giuseppe al Tempio, sia per adempiere la legge mosaica, sia soprattutto per incontrare il suo popolo credente ed esultante, luce per illuminare le genti e gloria del suo popolo Israele.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di san Sofronio, vescovo
Accogliamo la luce viva ed eterna
Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1,9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1,78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno. La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1,9) é venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente. Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, é la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene (Disc. 3, sull’«Hypapante» 6,7; PG 87,3,3291-3293).

Orazione finale: Noi ti lodiamo e ti benediciamo, Padre, perché mediante il tuo Figlio, nato da donna per opera dello Spirito santo, nato sotto la legge, ci ha riscattati dalla legge e hai riempito la nostra esistenza di luce e di speranza nuova. Fa’ che le nostre famiglie siano accoglienti e fedeli verso i tuoi progetti, aiutino e sostengano nei figli i sogni e l’entusiasmo nuovo, li avvolgano di tenerezza quando sono fragili, li educhino all’amore a te e a tutte le tue creature. A te nostro Padre, ogni onore e gloria.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 3 febbraio 2013   Mer Gen 30, 2013 3:23 pm

DOMENICA 3 FEBBRAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Ger 1,4-5.17-19 (Ti ho stabilito profeta delle nazioni)
Sal 70 (La mia bocca, Signore, racconterà la tua salvezza)
1Cor 12,31 - 13,13; Forma breve 1Cor 13, 4-13 (Rimangono la fede, la speranza, la carità; ma la più grande di tutte è la carità)
Lc 4,21-30 (Gesù come Elia ed Eliseo è mandato non per i soli Giudei)

Cristo è pienezza della vita dell’uomo
Nel profeta, che Dio consacra e invia, si trova la forza stessa di Dio. Egli quindi non si deprime neppure dinanzi a gravi difficoltà; ha la certezza che non sarà sopraffatto, dal momento che il Signore lo accompagna. Il cantico dell’amore che ascoltiamo oggi nella seconda lettura, Paolo lo mette al vertice di tutti i carismi, di tutti i doni divini. In crescendo egli ci mostra poi i tre doni prestigiosi, la profezia, la gnosi e la fede, anzi la pienezza della fede, capace di trasportare le montagne. Eppure questi tre doni non costituiscono pienamente il soggetto cristiano che, senza l’amore, resta “uno zero”. La povertà stessa e il dono della propria libertà in un gesto eroico, se non sono accompagnati da una carica d’amore, sono boria e auto-glorificazione. L’uomo resta simile a un fachiro che mette in pericolo il corpo, non è un martire autentico. Quando manca l’amore, tutto quello che si fa non ha nessun valore. L’amore si manifesta come pazienza, gratuità, misericordia, umiltà, mitezza, fiducia, sopportazione. In Gesù di Nàzaret riconosciamo i tratti più precisi e più sicuri del vero profeta. Essi traspaiono, in primo luogo, dalla sua consapevolezza di aver un destino pasquale davanti a sé e di doverlo affrontare con docilità e con coraggio. La povertà della vedova e la malattia di Nàaman e, di riflesso, il ministero di Elìa e di Eliseo, offrono a Gesù l’opportunità di presentarsi come il benefattore dell’uomo in difficoltà. Egli, infatti, è colui che da ricco qual era si è fatto povero per farci ricchi della sua povertà. Egli è il medico celeste che è venuto per guarirci dalla malattia mortale. È proprio per questo che dovrà morire: perché ha preteso di fare, in nome di Dio e con la potenza di Dio, ciò che solo Dio può fare. Ma intanto non è ancora venuta la sua ora.
Perché gli uomini rifiutano il profeta che parla in nome di Dio? Perché avvertono in lui un personaggio “scomodo”, che li sveglia dal loro quieto vivere e condanna le vie sbagliate che percorrono, invitandoli a cambiare vita e a mettersi sulla strada indicata dal vangelo e dal modello di Cristo. A Nazaret rifiutano Gesù, perché chiedeva un cambiamento radicale di vita, di abitudini, di mentalità. Allora trovano tanti pretesti per sfuggire all’ammonimento del profeta. Il mondo ha bisogno di profeti del vangelo. Oggi più di ieri. Anch’io sono invitato a essere profeta, cioè a testimoniare il vangelo con la vita e la parola, in tutte le situazioni di ogni giorno: famiglia, lavoro, scuola, letture, conversazioni, impegno di carità, attenzione all’uomo, ecc. Debbo chiedermi: chissà se la gente che mi avvicina riceve da me uno stimolo al bene? Ma prima ancora mi pongo questa domanda: come accolgo Gesù, che ogni giorno m’invita alla conversione? I miei criteri di giudizio, di scelta, non entrano in crisi quando leggo il Vangelo? È una verifica che dovrei fare con serietà, nella preghiera. Altrimenti, a cosa serve dirsi cristiano, se poi rifiuto tante volte ogni giorno l’invito di Gesù alla conversione?

Approfondimento del Vangelo (Gesù lega la Bibbia con la vita. Alla gente di Nazaret Gesù non piace e lo espelle)
Il testo: In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino.

Chiave di lettura: In questa 4ª Domenica del Tempo Ordinario, la Liturgia ci pone dinanzi il conflitto sorto tra Gesù e la gente di Nazaret. Avviene un sabato, durante la celebrazione della Parola nella sala della comunità, dopo la lettura fatta da Gesù di un testo del profeta Isaia. Gesù cita il profeta Isaia per presentare il suo programma di azione e subito aggiunge un brevissimo commento. In un primo momento, tutti rimangono ammirati e contenti. Ma quando si rendono conto della portata e del significato del programma di Gesù nei riguardi della loro vita, si ribellano e vogliono ucciderlo. Conflitti di questo tipo ce ne sono fino ad oggi. Accettiamo l’altro nella misura in cui si comporta secondo le nostre idee, ma quando l’altro decide di accogliere in comunità persone che noi escludiamo, sorge il conflitto. È quanto avviene a Nazaret. Il vangelo di questa domenica inizia con il versetto 21, con un breve commento di Gesù. Ci prendiamo la libertà di includere nel commento anche i versetti precedenti, dal 16 al 20. Ciò ci permette di prendere conoscenza del testo di Isaia citato da Gesù e capire meglio il conflitto, causato dalla lettura del testo ed il suo breve commento. Nel corso della lettura è bene rivolgere la propria attenzione a due cose: “Gesù, in che modo attualizza il testo di Isaia? Quali reazioni produce questo suo attualizzare il testo tra la gente?”,

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 4,16: Gesù giunge a Nazaret e partecipa alla riunione della comunità
- Luca 4,17-19: Gesù procede alla lettura del Profeta Isaia
- Luca 4,20-21: Davanti ad un pubblico attento, Gesù lega la Bibbia con la vita della gente
- Luca 4,22: Reazione contraddittoria del pubblico
- Luca 4,23-24: Gesù critica la reazione della gente
- Luca 4,25-27: Illuminazione biblica da parte di Gesù, citando Elia ed Eliseo
- Luca 4,28-30: Reazione furiosa da parte della gente che vuole uccidere Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto o che ti ha maggiormente colpito? Perché?
b) Quale giorno, in che luogo, per mezzo di chi e come Gesù rappresenta il suo programma?
c) Qual è il contenuto del programma di Gesù? Chi sono gli esclusi che lui vuole accogliere?
d) Gesù, come attualizza il testo di Isaia?
e) Quali sono le reazioni della gente? Perché?
f) Sarà che il programma di Gesù è anche il nostro programma? Chi sono gli esclusi che oggi dovremmo accogliere nella nostra comunità?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il testo
a) Contesto di allora per situare il testo: Nell’antico Israele, la grande famiglia, o clan o la comunità, era la base della convivenza sociale. Era la protezione delle famiglie e delle persone, la garanzia del possedimento della terra, il veicolo principale della tradizione e la difesa dell’identità della gente. Era un modo concreto di incarnare l’amore di Dio nell’amore del prossimo. Difendere il clan, la comunità, era la stessa cosa che difendere l’Alleanza con Dio. Al tempo di Gesù, una duplice schiavitù marcava la vita della gente e stava contribuendo alla disintegrazione del clan, della comunità: (i) la schiavitù della politica del governo di Erode Antipa (4 aC a 39 dC) e (ii) la schiavitù dalla religione ufficiale. A causa del sistema di esplorazione e di repressione della politica di Erode Antipa, politica appoggiata dall’Impero Romano, molte persone erano senza fissa dimora, escluse dal resto e senza impiego (Lc 14,21; Mt 20,3.5-6). Il clan, la comunità, ne rimase indebolita. Le famiglie e le persone rimasero senza aiuto, senza difesa. La religione ufficiale, mantenuta dalle autorità religiose dell’epoca, invece di rafforzare la comunità, in modo che potesse accogliere gli esclusi, aumentava ancor di più questa schiavitù. La Legge di Dio veniva usata per legittimare l’esclusione o l’emarginazione di molte persone: donne, bambini, samaritani, stranieri, lebbrosi, posseduti dal demonio, pubblicani, malati, mutilati, paraplegici. Era il contrario della fraternità che Dio sognò per tutti! Così, sia la situazione politica ed economica, come pure l’ideologia religiosa, tutto cospirava per debilitare la comunità locale ed impedire la manifestazione del Regno di Dio. Gesù reagisce dinanzi a questa situazione del suo popolo e presenta un programma per cambiare la situazione. L’esperienza che Gesù possiede di Dio quale Padre d’amore gli dà la possibilità di valutare la realtà e di percepire ciò che era errato nella vita della sua gente.
b) Commento del testo:
- Luca 4,16: Gesù giunge a Nazaret e partecipa alla riunione della comunità. Animato dallo Spirito Santo, Gesù va verso la Galilea ed inizia ad annunciare la Buona Novella del Regno di Dio (Lc 4,14). Andando nei villaggi ed insegnando nelle sinagoghe, giunge a Nazaret. Ritorna nella comunità dove, da piccolo, aveva partecipato durante trent’anni a riunioni settimanali. Il sabato dopo il suo arrivo, secondo l’ usanza, Gesù si reca nella sinagoga per partecipare alla celebrazione e si alza per leggere.
- Luca 4,17-19: Gesù legge un passaggio del Profeta Isaia. In quel tempo, nelle celebrazioni del sabato, le letture erano due. La prima veniva tratta dalla Legge di Dio, dal Pentateuco, ed era fissa. La seconda era tratta da libri storici o profetici, ed era a scelta del lettore. Il lettore poteva scegliere. Gesù scelse il testo di Isaia che presenta un riassunto della missione del Servo di Dio, e che rispecchia la situazione del popolo di Galilea, al tempo di Gesù. In nome di Dio, Gesù prende posizione in difesa della vita del suo popolo, assume come sua la missione del Servo di Dio, ed usando le parole di Isaia, dichiara innanzi a tutti: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore” (Is 61,1-2). Riprendendo l’antica tradizione dei profeti, proclama “un anno di grazia del Signore”. Questa ultima espressione era lo stesso che proclamare un anno giubilare. Ossia, Gesù invita il popolo della sua città a ricominciare tutto di nuovo, a rifare la storia, fin dalle radici (Dt 15,1-11; Lev 25,8-17).
- Luca 4,20-21: Davanti ad un pubblico attento, Gesù lega la Bibbia con la vita della gente. Terminata la lettura, Gesù restituisce il libro al servo e si siede. Gesù non è ancora il coordinatore della comunità, è laico e come tale partecipa alla celebrazione, come tutti gli altri. Era stato assente dalla comunità durante diverse settimane, poi si era unito al movimento di Giovanni Battista e si era fatto battezzare da lui nel Giordano (Lc 3,21-22). Inoltre, trascorse più di quaranta giorni nel deserto riflettendo sulla sua missione (Lc 4, 1-2). Quel sabato, dopo il suo ritorno in comunità, Gesù è invitato a leggere. Tutti sono attenti e curiosi: “Cosa dirà?” Il commento di Gesù è molto breve, anzi brevissimo. Attualizza il testo, lo lega alla vita della gente dicendo: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
- Luca 4,22: Reazione contraddittoria della gente. Da parte della gente la reazione è duplice. In primo luogo un atteggiamento attento di ammirazione e di acclamazione. Poi, subito, una reazione di discredito. Dicono: “Ma non è forse costui il figlio di Giuseppe?” Perché rimangono scandalizzati? Perché Gesù parla di accogliere i poveri, i ciechi, i prigionieri, gli oppressi. Ma loro non accettano la sua proposta. E così, nel momento in cui Gesù presenta il suo progetto: accogliere gli esclusi, lui stesso viene escluso! Ma il motivo è anche un altro. É importante notare i dettagli nelle citazioni che il vangelo di Luca fa dell’Antico Testamento. Nella seconda domenica di Avvento, nel commentare Luca 3,4-6, Luca presenta una citazione più lunga di Isaia per poter mostrare che l’apertura per i pagani era già stata prevista dai profeti. Qui succede qualcosa di simile. Gesù cita il testo di Isaia fino a dove dice: “proclamare un anno di grazia da parte del Signore”, e taglia il resto della frase che dice “ed un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti” (Is 62,2b). La gente di Nazaret contesta il fatto che Gesù abbia omesso la frase sulla vendetta. Loro volevano che il Giorno dell’avvento del Regno, fosse un giorno di vendetta contro gli oppressori del popolo. Così gli afflitti avrebbero visto ristabiliti i loro diritti. Ma in questo caso, l’avvento, la venuta del Regno non avrebbe recato un cambio reale del sistema ingiusto. Gesù non accetta questo modo di pensare, non accetta la vendetta. La sua esperienza di Dio, Padre, aiutava a capire meglio il significato esatto delle profezie. La sua reazione, contraria a quella della gente di Nazaret ci fa vedere che la vecchia immagine di Dio, quale giudice severo e vendicativo, è stata più forte che la Buona Notizia di Dio, Padre amoroso che accoglie gli esclusi.
- Luca 4,23-24: Gesù critica la reazione della gente. Gesù interpreta la reazione della gente e la considera una forma di invidia: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fallo anche qui, nella tua patria!” Gesù era conosciuto in tutta la Galilea (Lc 4,14) ed alla gente di Nazaret non piaceva il fatto che Gesù, un figlio della terra, facesse cose belle nella terra degli altri e non nella propria terra. Ma la reazione ha una causa più profonda. Anche se Gesù avesse fatto a Nazaret le stesse cose fatte a Cafarnao, la gente non avrebbe creduto in lui. Loro conoscevano Gesù: “Chi è lui per insegnarci? Non è il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22). “Non è lui il falegname?” (cfr. Mc 6,3-4) Fino ad oggi, tante volte è così: quando un laico o una laica predicano in chiesa, molti non accettano, escono e dicono: “Lui o lei è come noi: non sa nulla!” Non riescono a credere che Dio possa parlare mediante persone più comuni. Marco aggiunge che Gesù rimane colpito dall’incredulità del suo popolo (Mc 3,6).
- Luca 4,23-27: Illuminazione biblica da parte di Gesù, che cita Elia ed Eliseo. Per confermare che la sua missione è veramente quella di accogliere gli esclusi, Gesù si serve di due brani della Bibbia, ben conosciuti, la storia di Elia e la storia di Eliseo. Ambedue mettono in risalto la chiusura mentale della gente di Nazaret, e ne sono una critica. Al tempo di Elia c’erano molto vedove in Israele, ma Elia fu inviato ad una vedova straniera di Sarepta (1 Re 17,7-16). Al tempo di Eliseo c’erano molti lebbrosi in Israele, ma Eliseo fu inviato per occuparsi di uno straniero della Siria (2 Re 5,14). Di nuovo, ecco che traspare in tutto questo la preoccupazione di Luca che vuole mostrare che l’apertura verso i pagani viene da Gesù stesso. Gesù ebbe le stesse difficoltà che le comunità avevano al tempo di Luca.
- Luca 4,28-30: Reazione furiosa della gente che vuole uccidere Gesù. L’uso di questo due passaggi della Bibbia produce tra la gente ancora più rabbia. La comunità di Nazaret giunge al punto di voler uccidere Gesù. Ma lui mantiene la calma. La rabbia degli altri non riesce a deviarlo dal suo cammino. Luca indica com’è difficile superare la mentalità del privilegio e della chiusura agli altri. Oggi succede la stessa cosa. Molti di noi cattolici cresciamo nella mentalità che ci spinge a credere che siamo migliori degli altri e che gli altri, per potersi salvare, devono essere come noi. Gesù non pensava così.
c) Ampliando le informazioni (Il significato dell’anno giubilare): Nell’anno 2000, il Papa Giovanni Paolo II convinse i cattolici a celebrare il giubileo. La celebrazione di date importanti fa parte della vita. Fa riscoprire l’entusiasmo dell’inizio, lo avviva. Nella Bibbia, “l’Anno Giubilare” era una legge importante. All’inizio, ogni sette anni, veniva decretato che le terre vendute o ipotecate ritornassero al clan delle origini. Ognuno doveva poter ritornare alla sua proprietà. Così si impediva la formazione del latifondo ed alle famiglie veniva garantita la sopravvivenza. C’era l’obbligo di vendere le terre, di riscattare gli schiavi e di perdonare i debiti (cfr. Dt 15,1-18). Non era facile celebrare l’anno giubilare ogni sette anni (cfr. Geremia 34,8-16). Dopo l’esilio, si iniziò a celebrare ogni settanta volte sette anni, cioè ogni cinquanta anni (Lev 25,8-17). L’obiettivo dell’Anno Giubilare era e continua ad essere: ristabilire i diritti dei poveri, accogliere gli esclusi e reintegrarli nella convivenza. Il giubileo era uno strumento legale per ritornare al senso profondo della Legge di Dio. Era l’occasione di una revisione del cammino percorso, per scoprire e correggere gli errori e ricominciare tutto di nuovo. Gesù inizia la sua predicazione proclamando un nuovo giubileo, un “Anno di Grazie da parte del Signore”.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
PENULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
DETTA «DELLA DIVINA CLEMENZA»


Letture:
Dn 9,15-19
Sal 106
1Tm 1,12-17
Mc 2,13-1

Sono venuto a chiamare i peccatori
“Uno ama quando si sente amato. Ora per questo io amo Dio, perché lui per primo ha amato me” (sant’Agostino). Scoprire l’amore gratuito, fedele e misericordioso di Dio è la radice della fede e dell’attaccamento d’amore verso di Lui. Il cuore più profondo di Dio è la sua clemenza, o la sua misericordia, cioè un cuore così compassionevole e longanime per il quale “vi sarà più gioia in cielo per un solo peccatore che si converte..” (Lc 15,7). E naturalmente vuole che questo cuore grande sia l’atteggiamento più caratteristico del credente: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36).
La magnanimità di Dio: Per tutta la vita Paolo andò proclamando lo stupore e la riconoscenza di fronte alla sua “incomprensibile” vocazione: se ce n’era uno che non meritava questa scelta era proprio lui, che era stato “un bestemmiatore, un persecutore e un violento” (Epist.). Ma proprio in questo consisteva tutto il disegno di Dio: “Gesù Cristo è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io”. E ha incominciato da me perché “ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui”. Paolo era il testimone vivente che “la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede (la fiducia gratuita) e alla carità che è in Cristo Gesù”. Meditando tutta la vicenda umana di fronte al cuore di Dio, Paolo scriverà: “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20). Più meravigliata era la reazione dei farisei di fronte al comportamento di Gesù: “Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?”. Da quando Dio sta con chi trasgredisce le regole? Non vuole la giustizia? Non difende chi è buono? Il comportamento di Gesù è di scandalo per i benpensanti che si credono giusti. Oggi Gesù è esplicito: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Gesti provocatori compie Gesù: riceve le effusioni di pentimento da una prostituta (cfr. Lc 7,36ss); va in casa di Zaccheo per portargli salvezza (cfr. Lc 19,1ss). Alla fine l’immagine che sigla l’iniziativa preveniente e gratuita di Dio verso il peccatore è quella del pastore che va in cerca della pecora smarrita (cfr. Lc 15,4ss). Dio ama prima di noi: “In questo sta l’more: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 10). Paolo insiste: “Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi” (Rm 5,8). Ci ama e ci perdona non perché siamo buoni. La sua benevolenza precede ogni merito; l’iniziativa è assolutamente sua, gratuita, e proprio per questo universale. Oggi Daniele ci fa pregare: “Noi presentiamo le nostre suppliche davanti a te, confidando non sulla nostra giustizia, ma sulla tua grande misericordia. Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso, mio Dio” (Lett.). L’ha sempre detto Dio al suo antico popolo: è per amore del mio giuramento fatto ad Abramo, che mi sono mosso a salvarti dall’Egitto!
La nostra larghezza di cuore: Il cuore di Dio deve diventare il cuore di ogni credente. È un invito: “Siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 6,45). È un comando di Gesù: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). È addirittura una condizione per avere anche noi il perdono: “Se voi non perdonerete agli altri, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe” (Mt 6,15). Si innesta qui tutto il comandamento dell’amore come qualifica specifica del cristiano: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). Un amore che è anche mitezza: “Beati i miti.., i misericordiosi..” (Mt 5,5.7). Anche nello rispetto della coscienza altrui: “Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto..” (1Pt 3,15-16). Divenire capaci di perdono però dipende anche da una profonda esperienza di perdono. Gesù l’insegnò con una parabola icastica, quella del servo spietato che non ha saputo condonare il piccolo debito, lui che ne era stato liberato da uno molto più grande (cfr. Mt 18,23ss). E conclude: “Così anche il Padre mio celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello” (Mt 18,35). E in casa di Simone, in un analogo racconto in cui Gesù parla di due debitori graziati da un generoso creditore, conclude: “Chi di loro dunque lo amerà di più?.. Colui al quale ha condonato di più”. E riferendosi alla peccatrice: “Sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco” (cfr. Lc 7,40-50). Chi si crede troppo giusto davanti a Dio, non farà che disprezzare anche i suoi simili, come Gesù stigmatizza nella parabola del fariseo e del pubblicato (cfr. Lc 18,9ss). Sentirsi grandi debitori davanti a Dio è la premessa per divenire capaci di misericordia e di perdono verso tutti. Questo è un punto difficile. Non solo non comprendiamo l’amore di Dio così assoluto, ma spesso giungiamo addirittura a vantare meriti e pretese. A volte Dio - educatore paziente e forte - usa dei metodi anche robusti, come insegna la parabola del figlio prodigo: ha dovuto patire la miseria per capire l’amore del padre. Molti colpi forti di Dio, e sempre le prove, hanno intenti pedagogici. Per il resto non c’è che da chiedere allo Spirito Santo che sia lui a farci capire l’amore di Dio e .. farci cogliere la grande distanza che noi abbiamo nel corrispondere alle sue premure. Questo è propriamente lo spazio del pentimento.
È una grande fortuna scoprire che Dio è largo di cuore; significa che la nostra vita può sempre ricominciare da capo, che davanti a lui troviamo sempre credito, e quindi una grande serenità anche in mezzo a delusioni e scoraggiamenti. Sant’Ambrogio diceva che non è santo chi non pecca mai, ma chi, una volta caduto, sa rialzarsi. Questo è il tipo di santità che Dio offre a noi. Una libertà che si rinnova, sorretta dalla garanzia di poter scrivere ancora una pagina nuova della nostra avventura umana.
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MessaggioOggetto: sabato 9 febbraio 2013   Mer Feb 06, 2013 10:07 am

SABATO 9 FEBBRAIO 2013

SABATO DELLA IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO DISPARI


Preghiera iniziale: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo.

Letture:
Eb 13,15-17.20-2 (Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore vi renda perfetti in ogni bene)
Sal 22 (Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla)
Mc 6,30-34 (Erano come pecore che non hanno pastore)

La fatica e il meritato riposo
Quello che oggi il vangelo ci narra è un bel momento di intimità, tra Gesù e gli Apostoli, rèduci dalle loro fatiche missionarie. Hanno da raccontare le loro gioie e le loro delusioni, tutto ciò che hanno detto e fatto, ma ciò che appare più evidente agli occhi del loro maestro è la fatica e la stanchezza dei dodici. Le parole di Gesù hanno accenti materni e pieni di premura per loro: «Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’». La calca della gente, l’andirivieni delle persone, l’anelito di annunciare e sanare per adempiere il mandato ricevuto dal Signore, i lunghi e ed estenuanti trasferimenti di villaggio in villaggio, spesso sotto il sole cocente, avevano davvero messo a dura prova la loro resistenza: “non avevano più neanche il tempo di mangiare”. È bello e consolante costatare che Gesù amorevolmente si accorga dei loro e dei nostri disagi, delle loro e nostre stanchezze fisiche e spirituali e ci chiami in disparte per consentirci di riposare. È il richiamo del giorno del Signore, la domenica, ma non solo. Molto spesso gli apostoli di oggi, nonostante le innumerevoli ed evidentissime testimonianze contrarie, vengono tacciati come nulla facenti. Solo chi lo vive può comprendere il duro ed indefesso lavoro spirituale e fisico di tanti ministri, spesso posti in situazioni di grande disagio. Non sempre ci si rende conto delle loro situazioni difficili a causa di una mentalità diffusa che ritiene che i preti siano solo da criticare e non da aiutare, definendoli inaccessibili e inossidabili. Le premure di Gesù verso gli apostoli ora sono spesso trasferite a persone buone, umili e silenziose, che come le pie donne del Vangelo, provvedono alle necessità dei ministri del Signore. C’è però un insegnamento ed un invito per tutti: per non lasciarsi sommergere dalle faccende del mondo e dalle sue frenesie, occorre ogni tanto, come si suol dire “staccare la spina” e cercare un luogo solitario, in disparte, fuori dal ritmo vertiginoso che rischia di travolgerci, per riposare un poco.
È sempre una gioia pensare che Gesù ci ha dato come madre la sua stessa madre: sappiamo quanta dolcezza e quanto coraggio questo mette nella nostra vita spirituale. Oggi finiamo la lettera agli Ebrei e vi troviamo un ultimo importante insegnamento, che possiamo ricevere come se ci venisse dato da Maria, la quale certamente ci direbbe le stesse cose. “Per mezzo di Gesù Cristo offriamo continuamente un sacrificio di lode a Dio”. La nostra anima deve essere sempre in attitudine di lode e di ringraziamento, e per questo dobbiamo aver coscienza dei grandi doni che continuamente Dio ci fa per mezzo di Gesù. Una volta convinti di questo, la riconoscenza ci spinge a compiere con gioia gli altri sacrifici che l’autore della lettera ci consiglia. Eccoli: “Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace”. È il sacrificio della carità fraterna, nella continua apertura agli altri per fare del bene, aiutare, per dividere con loro quello che abbiamo. In questo modo noi continuiamo l’offerta di Cristo nella realtà della nostra vita, anzi è lui che continua in noi la sua offerta. “Obbedite ai vostri capi, perché essi vegliano su di voi come chi ha da renderne conto”. Qualche volta è difficile obbedire, essere sottomessi, ma la strada della vera carità e dell’unità è questa, non ce ne sono altre. L’attitudine di fondo in questa obbedienza è la sottomissione a Dio, attraverso i capi che egli ha scelto. Se viviamo così, il Dio della pace potrà renderci perfetti in ogni bene per mezzo di Gesù, nostro Signore, operando in noi la sua volontà. Come lui ha compiuto in sé la volontà del Padre, noi possiamo compierla per mezzo di lui trovando la pace, la gioia, la carità piena. In tutto ciò Maria è la nostra guida, lei che ha sempre offerto a Dio un sacrificio di lode, che ama maternamente tutti gli uomini, che è sempre l’umile serva del Signore, completamente sottomessa alla sua volontà.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi è in vivo contrasto con quello di ieri! Da un lato, il banchetto di morte, voluto da Erode con i grandi del regno nel palazzo della Capitale, durante il quale Giovanni Battista fu assassinato (Mc 6,17-29), dall’altro, il banchetto di vita promosso da Gesù con la gente affamata della Galilea, nel deserto (Mc 6,30-44). Il vangelo di oggi presenta solo l’introduzione della moltiplicazione dei pani e descrive l’insegnamento di Gesù.
- Marco 6,30-32. L’accoglienza data ai discepoli. «In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”». Questi versetti mostrano come Gesù formava i suoi discepoli. Non si preoccupava solo del contenuto della predicazione, ma anche del riposo dei discepoli. Li invitò ad andare in un luogo tranquillo per poter riposare e fare una riflessione.
- Marco 6,33-34. L’accoglienza data alla gente. La gente percepisce che Gesù era andato a un’altra parte del lago, e loro gli andarono dietro cercando di raggiungerlo via terra, fino all’altra riva. «Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose». Vedendo quella moltitudine, Gesù si rattristò, “perché andavano come pecore senza pastore”. Lui dimentica il suo riposo e comincia ad insegnare. Nel rendersi conto che la gente non ha un pastore, Gesù comincia ad essere pastore. Comincia ad insegnare. Come dice il Salmo: “Il Signore è il mio pastore! Non manco di nulla! Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici” (Sal 23,1.3-5). Gesù voleva riposare insieme ai discepoli, ma il desiderio di rispondere ai bisogni della gente lo spinse a lasciare da parte il riposo. Qualcosa di simile avviene quando incontra la samaritana. I discepoli andarono in cerca di cibo. Al ritorno, dicono a Gesù: “Maestro, mangia qualcosa!” (Gv 4,31), ma lui risponde: “Io ho un alimento da mangiare che voi non conoscete” (Gv 4,32). Il desiderio di rispondere ai bisogni del popolo samaritano lo porta a dimenticare la fame. “Il mio alimento è fare la volontà di colui che mi ha mandato a realizzare la sua opera” (Gv 4,34). La prima cosa è rispondere alla gente che lo cerca. Dopo viene il mangiare.
- Allora Gesù comincia a insegnare loro molte cose. Il vangelo di Marco ci dice molte volte che Gesù insegnava. La gente rimane impressionata: “Un nuovo insegnamento! Dato con autorità! Diverso dagli scribi!” (Mc 1,22.27). Insegnare era ciò che Gesù faceva di più (Mc 2,13; 4,1-2; 6,34). Così soleva fare (Mc 10,1). Per oltre quindici volte Marco dice che Gesù insegnava, ma raramente dice ciò che insegnava. Forse perché a Marco non interessava il contenuto? Dipende da ciò che la gente intende quando parla di contenuto! Insegnare non è solo questione di insegnare verità nuove per dire qualcosa. Il contenuto che Gesù dava non appariva solamente nelle parole, ma anche nei gesti e nel suo modo di rapportarsi con le persone. Il contenuto non è mai separato dalla persona che lo comunica. Gesù era una persona accogliente (Mc 6,34). Voleva il bene della gente. La bontà e l’amore che emergevano dalle sue parole facevano parte del contenuto. Erano il suo temperamento. Un contenuto buono, senza bontà, è come latte caduto a terra. Questo nuovo modo che Gesù aveva di insegnare si manifestava in mille modi. Gesù accetta come discepoli non solo uomini, ma anche donne. Insegna non solo nella sinagoga, ma anche in qualsiasi luogo dove c’era gente ad ascoltarlo: nella sinagoga, in casa, su una riva, sulla montagna, sulla pianura, su una barca, nel deserto. Non crea rapporto da alunno-professore, ma da discepolo a maestro. Il professore insegna e l’alunno sta con lui durante il tempo della lezione. Il maestro testimonia e il discepolo vive con lui 24 ore al giorno. È più difficile essere maestro che professore! Noi non siamo alunni di Gesù, siamo discepoli e discepole! L’insegnamento di Gesù era una comunicazione che scaturiva dall’abbondanza del cuore nelle forme più variegate: come una conversazione che cerca di chiarire i fatti (Mc 9,9-13), come un paragone o parabola che invita la gente a pensare e a partecipare (Mc 4,33), come una spiegazione di ciò che egli stesso pensava e faceva (Mc 7,17-23), come una discussione che non evita necessariamente ciò che è polemico (Mc 2,6-12), come una critica che denuncia ciò che è falso e sbagliato (Mc 12,38-40). Era sempre una testimonianza di ciò che lui stesso viveva, un’espressione del suo amore! (Mt 11,28-30).

Per un confronto personale
- Gesù si preoccupa del uomo intero, anche del suo riposo. E noi come ci comportiamo con il nostro prossimo?
- Come fai tu quando vuoi insegnare agli altri qualcosa della tua fede e della tua religione? Imiti Gesù?

Preghiera finale: Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Custodendo le parole del Signore. Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti.(Sal 118).
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MessaggioOggetto: domenica 10 febbraio 2013   Mer Feb 06, 2013 10:12 am

DOMENICA 10 FEBBRAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Padre mio, ora la tua Parola è qui! Si è levata come sole dopo una notte buia, vuota e solitaria: quando manca lei, è sempre così, lo so. Dal mare, ti prego, soffi il dolce vento dello Spirito Santo e mi raccolga, mi accompagni a Cristo, tua Parola vivente: Lui voglio ascoltare. Non mi scosterò da questa spiaggia, dove Li ammaestra e parla, ma rimarrò qui, finché non mi avrà preso con sé; allora lo seguirò e andrò con Lui, dove mi condurrà.

Letture:
Is 6,1-2.3-8 (Eccomi, manda me!)
Sal 137 (Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria)
1Cor 15,1-11; forma breve 1Cor 15,3-8.11 (Così predichiamo e così avete creduto)
Lc 5,1-11 (Lasciarono tutto e lo seguirono)

“Tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono”
Alla chiamata del Signore i primi discepoli rispondono subito, con slancio, senza porre condizioni. Si tratta di una chiamata che esige distacco radicale della vita precedente. Dal mestiere di pescatori e venditori di pesci, i discepoli sono chiamati a diventare pescatori di uomini per conto di Gesù. Annunciare cioè con le parole e soprattutto con la vita, l’amore incondizionato e la volontà di salvezza di Dio per tutte le sue creature. Questo esige la rinuncia ai propri progetti, per seguire quelli di Dio: “Eccomi, manda me”, risponde con generosità il profeta Isaia alla chiamata di Dio. La grazia della chiamata e lo slancio iniziale non tolgono, però la fatica della perseveranza; La Parola ci dice: “Nessun che ha messo mano all’arato e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Anche noi oggi, come allora Isaia conosciamo la fatica della perseveranza. Non basta lo slancio iniziale, dobbiamo chiedere in continuazione la grazia di Dio, per ritornare sempre a lui. Paolo ci insegna come la grazia di Dio non è stata vana e non solo nel momento folgorante della conversione sulla via di Damasco, ma per tutta la sua vita. San Paolo vuole ricordarci che se vai a fare l’apostolo senza un preciso mandato, in nome di Cristo, senza la sua grazia, sei condannato in partenza ad essere un falso profeta. Isaia invece ci ricorda il bisogno di essere purificati dal male e da ogni umana debolezza: per lui provvede l’Angelo del Signore con un tizzone ardente, per noi e l’infinita misericordia del Signore.
Prima di essere la pietra su cui Cristo avrebbe fondato la sua Chiesa, Pietro-Simone è stato colui che ha percorso per intero il cammino pieno di passione impulsiva ed insieme di incertezze verso il suo Signore. Egli è stato in questo modo colui che ha percorso, prima di noi, l’itinerario che a ciascuno di noi è chiesto di percorrere. Simone era un pescatore: ciascuno ha il suo lavoro e a ciascuno può capitare di faticare nel buio di tante notti e di non prendere nulla. Ma interviene quella Presenza che chiede di lavorare sulla sua parola, cioè di vivere la propria esistenza all’interno di quell’avvenimento potente che è Cristo Signore e allora il nostro lavoro e la nostra esistenza trovano una fecondità mai prima conosciuta. In questo stesso momento ciascuno di noi percepisce la propria distanza da quell’abbraccio misericordioso ed insieme la propria estrema vicinanza. Non saremo chiamati a fare altre cose, ma a farle per un altro scopo. Così Pietro continuerà ad essere pescatore, ma da allora in poi sarà pescatore di uomini.

Approfondimento del Vangelo (La fede nella parola di Gesù e la pesca miracolosa)
Il testo: In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e insegnava alle folle dalla barca. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono.

Per inserire il brano nel suo contesto: Questo racconto, ricco di grande intensità teologica, si pone come nel centro di un percorso di fede e di incontro con il Signore Gesù, che ci conduce dalla sordità alla capacità piena di ascolto, dalla malattia più paralizzante alla guarigione salvifica, che ci rende capaci di aiutare i fratelli a rinascere con noi. Gesù ha inaugurato la sua predicazione nella sinagoga di Nazareth, rendendo finalmente leggibili e luminose le lettere del rotolo della Torah (4,16 ss.), ha sconfitto il peccato (4,31-37) e la malattia (4,38-41), allontanandoli dal cuore dell’uomo e ha annunciato quella forza misteriosa che l’ha inviato a noi e per la quale egli deve muoversi, correre come gigante, che raggiunge ogni angolo della terra. È qui, a questo punto, che avviene la risposta e inizia la sequela, l’obbedienza della fede; è qui che nasce già la Chiesa e il popolo nuovo, capace di ascoltare e dire di sì.

Per aiutare nella lettura del brano:
- vv. 1-3: Gesù è sulla riva del mare di Genesareth e davanti a lui sta una grande folla, desiderosa di ascoltare la Parola di Dio. Egli sale su una barca e si scosta da terra; come un maestro e come un prode, lui siede sulle acque e le domina e di lì offre la sua salvezza, che nasce dalla Parola, ascoltata e accolta.
- vv. 4-6: Gesù invita alla pesca e Pietro si fida, crede alla Parola del maestro. Per fede prende il largo e getta le sue reti; per questa stesa fede la pesca è sovrabbondante, è miracolosa.
- v.7: L’incontro con Gesù non è mai chiuso, ma spinge sempre alla comunicazione, alla condivisione: il dono, infatti, è troppo grande e incontenibile per uno solo. Pietro chiama i compagni dell’altra barca e il dono raddoppia, continuamente cresce.
- vv. 8-11: Davanti a Gesù Pietro si inginocchia, adora e riconosce il suo peccato, la sua incapacità, ma Lui lo chiama, con quello stesso tuono che ha sconvolto le acque di tanti mari, lungo tutta la Scrittura: “Non temere!”. Dio si rivela e si fa compagno dell’uomo. Pietro accetta la missione di trarre fuori gli uomini, suoi fratelli, dal mare del mondo e del peccato, così come è stato tratto fuori lui; lascia la barca, le reti, i pesci e segue Gesù, insieme ai suoi compagni.

Un momento di silenzio orante: Ascolto e riascolto la voce e le parole di Gesù, la voce del mare e della sabbia lungo la riva. Gesù è seduto e no ha fretta. Raccolgo ogni verbo che Lui mi dice e getto anch’io la mia rete, nel mare di questo spazio di silenzio e solitudine che mi è concesso di vivere con Lui. Mi allontano un po’ da terra, prendo il largo e, fidandomi del Signore, lancio la rete fino alle profondità e così aspetto.

Alcune domande: Che mi aprano ancora di più all’ascolto del mio maestro e all’accoglienza del suo insegnamento nel mio cuore. La Parola del Signore è una spada, che in questo momento si trasforma in ago, per cucire e intessere la rete della mia vita. Io rimango fermo e lascio che Lui compia la sua opera in me, opera di bellezza e di felicità.
a) “Sedutosi, si mise ad ammaestrare le folle dalla barca”. Gesù scende, si siede, prende dimora in mezzo a noi, si abbassa fino a toccare la nostra terra e da questa piccolezza ci offre il suo insegnamento, la sua Parola di salvezza. Anche Matteo fissa la stessa azione di Gesù all’inizio del suo ministero: “...salì sulla montagna e messosi a sedere” (Mt 5,1); lo stesso fa Marco: “...là restò seduto” (Mc 4,3) e anche Gv 6,3. Gesù mi offre tempo, spazio, disponibilità piena per incontrarlo e conoscerlo, ma io so fermarmi, so rimanere, radicarmi in Lui, davanti a Lui? Questo è un atteggiamento sapienziale che il Signore trasmette ai suoi discepoli, perché anch’essi imparino a sedersi (cfr. Lc 10,39; Gv 11,20), come Lui.
b) “Lo pregò di scostarsi un poco da terra”. Vediamo che la richiesta del Signore è progressiva, perché Lui, come buon pastore, ci conduce pian piano, ci fa crescere con bontà e pazienza; infatti, dopo questo primo distacco da terra, Lui chiede di prendere il largo. “Scostati da terra! Prendi il largo!”: inviti rivolti alla barca di ogni esistenza, quella mia e quella di ogni uomo e donna che viene in questo mondo. Ho fede, ho fiducia, ho confidenza in lui e perciò mi lascio andare, abbandono le prese? Mi guardo dentro con sincerità e serietà: dove sono piantati gli ormeggi della mia vita?
c) “Getterò le reti”. Pietro ci offre un esempio luminoso di fede nella Parola di Gesù e ci consegna il testimone prezioso della sua avventura di liberazione e di amore: il verbo “gettare”. In questo brano ritorna in due occasioni: la prima volta è riferito alle reti e la seconda alla persona stessa di Pietro. Il significato è forte e chiaro: davanti al Signore possiamo solo gettare le nostre ricchezze e risorse, la nostra intera vita. Noi gettiamo, ma Lui raccoglie. Sempre, con una fedeltà assoluta e infallibile. Provo a inseguire questo verbo nelle pagine dei Vangeli e a fissarmelo nel cuore, come una luce sicura: Mc 4,26; Lc 13,19; 21,2; Mc 11,7-8; 14,3. Cerco di fare mia questa azione, questo gesto di vita. Posso pensare a qualcosa di concreto da gettare via, per donarlo a qualcun altro? A un pensiero, un progetto, che tengo ancorato saldamente al mio cuore, alla mia volontà? Mi sento disposto a prendere la mia vita, oggi, così com’è, e gettarla ai piedi di Gesù, in Lui, perché Egli, ancora una volta, mi raccolga, mi risani e mi salvi, facendo di me un uomo nuovo?
d) “Fecero cenno ai compagni dell’altra barca”. Il Signore ha riempito la mia vita con una ricchezza enorme, con misura pigiata, scossa e ancora traboccante; non posso negarlo: il suo amore è davvero così, dà senza misura. Pietro si fa ancora una volta guida per il mio cammino e mi indica la via dell’apertura agli altri, della condivisione, perché nella Chiesa non è possibile stare isolati e chiusi. Tutti siamo mandati: “Va’ dai miei fratelli e dì loro” (Gv 20,17). Questa dinamica è espressa molto bene nel cap. 1 del Vangelo di Giovanni (40-42); mi soffermo su questo passaparola stupendo, che accende luce su luce, fuoco su fuoco e pongo il mio cuore, la mia vita a confronto con l’esigenza di questa parola. So accostare la mia barca a quella di altri? So riversare nell’esistenza di altri fratelli e sorelle i doni e le ricchezze non miei, che il Signore ha voluto affidare a me in deposito?
e) “Lasciarono tutto e lo seguirono”. So che il verbo “seguire” è molto intenso, è forte, sconvolgente. Lo lascio entrare in me e lo rumino, lo sciolgo nel mio cuore, perché il mio intimo possa assorbire le sostanze di vita che esso contiene. Lo ripeto e dico: “Signore, ti seguirò”. Provo a pensare ad alcuni sinonimi: “camminare dietro”, “fare come Lui”, “tenere lo sguardo fisso su di Lui”... Non sento, forse, subito la mia vita più piena, più luminosa e felice? Non sento che si spezzano le catene della mia solitudine? Sì, devo ammetterlo: seguire il Signore mi rende felice!

Una chiave di lettura: Mi scosto da terra e prendo il largo, seguendo il Signore Gesù. Getto via per Lui la mia barca e la mia vita. Mi fido della sua Parola e mi riconosco peccatore, bisognoso della guarigione e della salvezza che vengono solamente da Lui. Lascio che Lui mi parli, che mi racconti la storia meravigliosa del suo Amore per me. Chiamo a questa festa anche i miei amici, i vicini e i conoscenti, perché, insieme, la gioia sia moltiplicata.
- Il mare e il tema dell’esodo: Gesù è in piedi, sta presso la riva del mare, è innalzato al di sopra delle oscurità minacciose e ignote dei flutti del mare e della vita. Si pone di fronte a questo popolo radunato, pronto per l’ascolto e per l’esodo, Lui, il buon pastore, con la verga della sua Parola. Vuole condurci attraverso i mari e gli oceani di questo mondo, in un viaggio di salvezza che ci porta sempre più vicino al Padre. Il Signore parla e le acque si aprono davanti a Lui, come già è avvenuto presso il mar Rosso (Es 14,21-23) e presso le rive del fiume Giordano (Gs 3,14-17). Anche il mare di sabbia del deserto viene sconfitto dalla potenza della sua Parola e si apre, diventando un giardino, una strada pianeggiante e percorribile (Is 43,16-21) per quanti decidono il viaggio di ritorno a Dio e da Lui si lasciano guidare. In questi pochi versetti del Vangelo, il Signore Gesù prepara, ancora una volta, per noi il grande miracolo dell’esodo, dell’uscita dalle tenebre di morte per la traversata salvifica verso i pascoli verdeggianti dell’amicizia con Lui, dell’ascolto della sua voce. Tutto è pronto: il nostro nome è già stato pronunciato con infinito amore dal pastore buono, che ci conosce da sempre e ci guida per tutta l’eternità, senza lasciarci cadere mai dalla sua mano.
- L’ascolto della fede che conduce all’obbedienza: È il secondo passaggio del glorioso cammino che il Signore Gesù ci offre attraverso questo brano di Luca. La folla si stringe attorno a Gesù, spinta dal desiderio intimo di “ascoltare la Parola di Dio”; è la risposta all’invito perenne del Padre, che percorre tutta la Scrittura: “Ascolta, Israele!” (Dt 6,4) e “Se il mio popolo mi ascoltasse!” (Sal 80,14). È come se la folla dicesse: “Sì, ascolterò che cosa dice Dio, il Signore” (Sal 85,9). Ma l’ascolto che ci viene indicato e suggerito è completo, non superficiale; è vivo e vivificante, non morto; è ascolto della fede, non dell’incredulità e della durezza di cuore. È l’ascolto che dice: “Sì, Signore, sulla tua Parola io getterò la mia rete”. La chiamata che il Signore ci sta rivolgendo, in questo momento, è prima di tutto la chiamata alla fede, a fidarci di Lui e di ogni parola che esce dalla sua bocca, sicuri e certi che tutto ciò che Lui dice, si realizza. Come Dio disse ad Abramo: “C’è forse qualche cosa impossibile per il Signore?” (Gen 18,14) o a Geremia: “Qualcosa è forse impossibile per me?” (Ger 32,27); cfr. anche Zac 8,6. O come fu detto a Maria: “Nulla è impossibile a Dio” (Lc 1,37) e allora lei disse: “Eccomi, avvenga di me quello che hai detto”. È qui che dobbiamo arrivare; come Maria, come Pietro. Non possiamo essere soltanto ascoltatori, perché illuderemmo noi stessi, come dice san Giacomo (1,19-25); resteremmo ingannati dalla smemoratezza e ci perderemmo. La Parola va realizzata, messa in pratica, compiuta. È grande la rovina di chi ascolta, ma non mette in pratica la Parola; bisogna scavare profondo e porre il fondamento sulla roccia, che è la fede operosa (cfr. Lc 6,46-49).
- La pesca come missione della Chiesa: L’adesione dell’ascolto e della fede porta alla missione, cioè ad entrare nella comunità istituita da Gesù per la diffusione del regno. Sembra che Luca, in questo brano, voglia già presentare la Chiesa che vive l’esperienza post-pasquale dell’incontro con Gesù risorto; noto, infatti, i molti richiami al brano di Gv 21,1-8. Gesù sceglie una barca e sceglie Pietro e, dalla barca, chiama uomini e donne, figli e figlie, a continuare la sua missione. Noto che il verbo “prendi il largo” è al singolare, riferito a Pietro che riceve l’incarico di guida, ma l’azione della pesca è al plurale: “gettate le reti”, riferita a tutti coloro che vorranno aderire e partecipare alla missione. È bella e luminosa, è gioiosa quest’unica missione e fatica comune per tutti! È la missione apostolica, che inizia ora, in obbedienza alla Parola del Signore e che giungerà molto al largo, fino agli estremi confini della terra (cfr. Mt 28,19; At 1,8; Mc 16,15; 13,10; Lc 24,45-48).
- È interessante notare il vocabolo usato da Luca per indicare la missione che Gesù affida a Pietro e, con lui, a tutti noi, quando gli dice: “Non temere...tu sarai pescatore di uomini”. Qui non viene usato lo stesso termine che troviamo già in Mt 4,18 ss., in Mc 1,16 o anche in questo brano al v. 2, semplicemente pescatore; qui c’è una parola nuova, che compare solo due volte in tutto il Nuovo Testamento e che deriva dal verbo “catturare”, nel senso di “prendere vivo e mantenere in vita”. I pescatori del Signore, infatti, gettano le loro reti nel mare del mondo per offrire agli uomini la Vita, per strapparli dagli abissi e farli ritornare alla vita vera. Pietro e gli altri, noi e i nostri compagni di navigazione in questo mondo, possiamo continuare, se lo vogliamo, in qualsiasi stato ci troviamo, quella sua stessa meravigliosa missione di inviati del Padre “a salvare ciò che era perduto” (Lc 19,10).

Orazione finale: Signore, tu hai aperto il mare e sei venuto fino a me; tu hai spezzato la notte e hai inaugurato per la mia vita un giorno nuovo! Tu mi hai rivolto la tua Parola e mi hai toccato il cuore; mi hai fatto salire con te sulla barca e mi hai portato al largo. Signore, Tu hai fatto cose grandi! Ti lodo, ti benedico e ti ringrazio, nella tua Parola, nel tuo Figlio Gesù e nello Spirito Santo. Portami sempre al largo, con te, dentro di te e tu in me, per gettare reti e reti di amore, di amicizia, di condivisione, di ricerca insieme del tuo volto e del tuo regno già su questa terra. Signore, sono peccatore, lo so!, ma anche per questo ti ringrazio, perché tu non sei venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori e io ascolto la tua voce e ti seguo. Ecco, Padre, lascio tutto e vengo con te.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
ULTIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
DETTA «DEL PERDONO»


Letture:
Sir 18,11-14
Sal 102
2Cor 2,5-11
Lc 19,1-10

Il Figlio dell’Uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto
La larghezza di cuore di Dio si traduce nella compassione che Gesù mostra nei confronti dei malati e delle sofferenze umane; ma soprattutto nella comprensione e nel perdono che offre ai peccatori. Gesù guarisce il corpo e salva l’anima. Vertice di questa gratuità che cancella la colpa è il gesto al calvario col perdono offerto al “buon ladrone”: “Oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,43). Ma quel perdono è sbocciato là dove s’è levata una invocazione: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno” (Lc 23,42). Al perdono deve corrispondere il pentimento. “Vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte” (Lc 15,10).
Il perdono di Dio: L’episodio di Zaccheo è emblematico. Gesù passa in città, è attorniato dalla folla, ma si dirige a cercare Zaccheo e a interessarsi di lui: “Gesù alzò lo sguardo e gli disse: Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. E gli cambia il cuore: “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”. Dio viene da lontano per questo incontro, sua è l’iniziativa di portare all’uomo la salvezza; è il nocciolo di tutto il suo esporsi sulla nostra vicenda di peccatori: “Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”. “Benedetto il Signore, Dio di Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo”, preghiamo ogni mattina nella celebrazione delle Lodi. È passato per le nostre strade, “beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10,38). È venuto a cercare l’ultimo, quelli che tutti disprezzavano come un pubblicano, anzi il capo dei pubblicani, strozzino delle tasse per i Romani oppressori. Non c’è esclusione davanti al cuore di Dio, “perché anch’egli è figlio di Abramo”. Sant’Ambrogio commenta: “È consolante che sia presentato come un capo dei pubblicani. Chi mai potrà più disperare se è arrivato anche costui la cui fortuna era di provenienza fraudolenta?” (In Luc.). Non c’è peccato che non possa essere perdonato. Dio è grande e sa trarre proprio dalla peggiore palude i fiori più belli: pensiamo alla Samaritana, la supermaritata; pensiamo alla Maddalena, da cui uscirono sette demoni. Anzi: “I pubblicani e le prostitute vi passeranno avanti nel regno dei cieli” (Mt 21,31). Una visita personalizzata quella di Gesù: “Oggi .. a casa tua”. Sono moltissime le visite di Dio ad ognuno di noi, in forme diverse: incontri che stimolano al bene, prove che disincantano le nostre sicurezze e il nostro orgoglio, perché “tutto concorre al bene per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Si tratta di tenere la porta del cuore aperta quando egli viene e bussa: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Del resto proprio per questa cena con noi Gesù giunge ogni giorno fin sui nostri altari. “Beati gli invitati alla cena del Signore”.
Il pentimento dell’uomo: Era capo e ricco, ma era inquieto. In mezzo forse alle frustrazioni di sentirsi odiato e scomunicato, desiderava essere capito e accolto. Passa Gesù, ed ecco .. che “cercava di vedere chi era, ma non gli riusciva a causa della folla. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là”. Zaccheo è punto dalla nostalgia del Mistero; anche nel peggior peccatore v’è un angolo di bene sul quale ricostruire una vita. “La misericordia del Signore riguarda ogni essere vivente” (Lett.). In ogni uomo è stampato questo ricordo di Dio perché ognuno di noi è fatto a sua immagine, e vi è quasi un bisogno naturale di Lui. L’inizio della conversione avviene quando non si soffoca questo profondo anelito, ma lo si fa emergere, e .. si compie il primo passo “per cercare di vedere Gesù”. “Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia”. Bella questa gioia di chi ha finalmente incontrato quello che cercava. Viene in mente la ricerca drammatica di Agostino e la sua soddisfazione, e il rincrescimento di aver tanto ritardato: “Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me e io stavo fuori, Tu eri con me, ma io non ero con te. Tu mi hai chiamato, hai gridato, hai vinto la mia sordità. Tu hai balenato, hai folgorato, hai dissipato la mia cecità. Hai diffuso il tuo profumo, io l’ho respirato e ora anelo a te. Ti ho gustato e ora ho fame e sete di te. Mi hai toccato e ora ardo del desiderio della tua pace” (Confessioni, X, 27). Quella di Zaccheo è una ricerca sincera che sfocia in una vera conversione e decisione: “Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto”. Da strozzino, a uomo che vive la giustizia e la carità. Scrive ancora sant’Ambrogio: “Sappiamo che colpa è non l’esser ricchi, ma di non saper usare le ricchezze; infatti le ricchezze, che sono ostacolo per i malvagi, per i buoni sono fonte di virtù. Sì, il ricco Zaccheo è stato scelto da Cristo” (Idem). È interessante notare come si configuri la “salvezza entrata in questa casa” di Zaccheo: il nuovo rapporto con Dio si traduce in un nuovo rapporto con le cose e con gli uomini. “Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede” (1Gv 4,20). Oggi san Paolo lo ricorda alla sua comunità di Corinto il dovere del perdono: “Voi dovreste usargli benevolenza e confortarlo. Vi esorto quindi a far prevalere nei suoi riguardi la carità” (Epist.).
Si dice spesso: una volta si parlava solo di giudizio di Dio e di inferno; oggi si parla solo di misericordia e perdono. Ed è vero, perché “qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata” (Mt 12,31). La bestemmia contro lo Spirito è chiudere volutamente gli occhi e il cuore ai segni di Dio, cioè l’ostinazione a non pentirsi. Una volta - mi ha insegnato un uomo di Dio - tre erano le virtù teologali; oggi sono quattro: fede, speranza, carità e pentimento.
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MessaggioOggetto: sabato 16 febbraio 2013   Gio Feb 14, 2013 1:21 pm

SABATO 16 FEBBRAIO 2013

SABATO DOPO LE CENERI


Preghiera iniziale: Guarda con paterna bontà, Dio onnipotente, la debolezza dei tuoi figli, e a nostra protezione e difesa stendi il tuo braccio invincibile.

Letture:
Is 58,9-14 (Se aprirai il tuo cuore all’affamato, brillerà fra le tenebre la tua luce)
Sal 85 (Mostrami, Signore, la tua via)
Lc 5,27-32 (Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano)

Insegnaci, Signore, le tue vie
Il profeta Isaia indica gli ambiti di conversione, che sono la carità fraterna e un vero senso di onestà nei riguardi degli emarginati. “Allora troverai la delizia nel Signore”. In questo modo, si vive in comunione con il Signore, perché si elimina l’oppressione, la violenza, la diffamazione, il materialismo che si oppone al rispetto del giorno del Signore. “Ti farò gustare l’eredità di Giacobbe, tuo padre”. L’unica condizione per vivere felici e prendere parte ai doni dell’Alleanza, consiste nello stare in comunione con Dio e, in Dio, con gli altri; più ci avviciniamo a Dio, più saremo felici. Perciò “Insegnaci, Signore, le tue vie”. Il brano evangelico, invece, propone la vocazione di Levi, esattore delle imposte; Gesù accetta il suo invito ad un grande banchetto e per quel motivo viene decisamente rimproverato dai farisei. La risposta del Signore è immediata: “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione”. La scelta è categorica; chi ascolta l’invito “Seguimi” trova una liberazione profonda. L’evangelista annota a proposito di Levi: “Egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì”. Liberato da ogni legame, Levi diviene un uomo “alzato”, rinnovato (nel greco biblico, il termine corrispondente a “si alzò” (anastàs) è usato altrove per indicare la risurrezione di Gesù). La gioia di aver ottenuto una “risurrezione” personale stimola Levi a radunare amici e conoscenti per festeggiare insieme e condividere l’incontro decisivo con la Presenza divina. In questi primi giorni di Quaresima, l’essenziale del messaggio ascetico e spirituale ci è già stato comunicato: la conversione, l’eliminazione di legami negativi, la fraternità in Cristo che ci libera.
Questo passo del Vangelo ci mostra la conversione che Gesù aspetta da ciascuno di noi, ed è molto dolce: si tratta di riconoscerci peccatori, e di andare a lui come al nostro Salvatore; si tratta di riconoscerci malati e di andare a lui come al nostro medico... La peggiore cosa che possa capitarci è di crederci “giusti”, cioè di essere contenti di noi stessi, di non avere nulla da rimproverarci: perché noi ci allontaneremmo irrimediabilmente, per questo semplice fatto, dal nostro Dio di misericordia. Ma quando ci consideriamo peccatori, possiamo entrare subito nel cuore di Gesù. Gesù non aspetta che siamo perfetti per invitarci a seguirlo. Ci chiama sapendo benissimo che siamo poveri peccatori, molto deboli. Egli potrà lasciarci per tutta la vita molti difetti esteriori; ciò che importa è che il fondo del nostro cuore resti unito a lui. I nostri peccati non saranno mai un ostacolo alla nostra unione con Dio, se noi saremo dei poveri peccatori, cioè dei peccatori penitenti, umili, che si affidano alla misericordia di Dio e non alle proprie forze. È a questa conversione d’amore e di umiltà, a questo incontro con il nostro Salvatore, che siamo tutti invitati durante la Quaresima. Tutti abbiamo bisogno di conversione e di guarigione, e Gesù ci prende così come siamo. Con lo stesso sguardo di misericordia dobbiamo guardare ogni nostro fratello, senza mai scandalizzarci, come il primogenito nella parabola del figliol prodigo, dei tesori di tenerezza che nostro Padre impiega per i suoi figli più perduti.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi!». Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa. C’era una folla numerosa di pubblicani e d’altra gente, che erano con loro a tavola. I farisei e i loro scribi mormoravano e dicevano ai suoi discepoli: «Come mai mangiate e bevete insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Gesù rispose loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori perché si convertano».

Riflessione:
- Il Vangelo di oggi presenta lo stesso tema su cui abbiamo riflettuto a Gennaio nel vangelo di Marco (Mc 2,13-17). Solo che questa volta ne parla il Vangelo di Luca ed il testo è ben più corto, concentrando l’attenzione sulla scena principale che è la chiamata e la conversione di Levi e la conversione che ciò implica per noi che stiamo entrando in quaresima.
- Gesù chiama un peccatore ad essere suo discepolo. Gesù chiama Levi, un pubblicano, e costui, immediatamente, lascia tutto, segue Gesù ed entra a far parte del gruppo dei discepoli. Subito Luca dice che Levi ha preparato un grande banchetto nella sua casa. Nel Vangelo di Marco, sembrava che il banchetto fosse in casa di Gesù. Ciò che importa è l’insistenza nella comunione di Gesù con i peccatori, attorno al tavolo, cosa proibita.
- Gesù non è venuto per i giusti, ma per i peccatori. Il gesto di Gesù produsse rabbia tra le autorità religiose. Era proibito sedersi a tavola con pubblicani e peccatori, poiché sedersi a tavola con qualcuno voleva dire trattarlo da fratello! Con il suo modo di fare, Gesù stava accogliendo gli esclusi e li stava trattando da fratelli della stessa famiglia di Dio. Invece di parlare direttamente con Gesù, gli scribi dei farisei parlano con i discepoli: Perché mangiate e bevete con i pubblicani e i peccatori? E Gesù risponde: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori a convertirsi!”. La coscienza della sua missione aiuta Gesù a trovare la risposta e ad indicare il cammino per l’annuncio della Buona Novella di Dio. Lui è venuto per riunire la gente dispersa, per reintegrare coloro che erano stati esclusi, per rivelare che Dio non è un giudice severo che condanna e respinge, bensì un Padre/Madre che accoglie ed abbraccia.

Per un confronto personale:
- Gesù accoglie ed include le persone. Qual è il mio atteggiamento?
- Il gesto di Gesù rivela l’esperienza che ha di Dio Padre. Qual è l’immagine di Dio di cui sono portatore/portatrice verso gli altri mediante il mio comportamento?

Preghiera finale: Signore, tendi l’orecchio, rispondimi, perché io sono povero e infelice. Custodiscimi perché sono fedele; tu, Dio mio, salva il tuo servo, che in te spera (Sal 85).
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MessaggioOggetto: domenica 17 febbraio 2013   Gio Feb 14, 2013 1:26 pm

DOMENICA 17 FEBBRAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
I DOMENICA DI QUARESIMA


Orazione iniziale: O Signore, all’inizio di questo tempo quaresimale mi inviti a meditare, ancora una volta, il racconto delle tentazioni, perché riscopra il cuore della lotta spirituale e soprattutto perché sperimenti la vittoria sul male. Spirito Santo “visita le nostre menti” perché nella nostra mente spesso proliferano molti pensieri che ci fanno sentire in balia del frastuono di tante voci. Fuoco d’amore purifica anche i nostri sensi e il cuore perché siano docili e disponibili alla voce della tua Parola. Fa’ luce in noi (accende lumen sensibus, infunde amorem cordibus) perché i nostri sensi, purificati da te, siano in grado di entrare in dialogo con te. Se il fuoco del tuo Amore divampa nel nostro cuore, al di là delle nostre aridità, può dilagare la vita vera, che è pienezza di gioia.

Letture:
Dt 26,4-10 (Professione di fede del popolo eletto)
Sal 90 (Resta con noi, Signore, nell’ora della prova)
Rm 10,8-13 (Professione di fede di chi crede in Cristo)
Lc 4,1-13 (Gesù fu guidato dallo Spirito nel deserto e tentato dal diavolo)

Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore
Il predetto brano del Deuteronomio è uno dei testi più importanti dell’Antico Testamento: trasmette la professione di fede, frutto di una riflessione sul passato: Abramo, ebreo errante, è diventato padre di una numerosa nazione. Caduto in condizione di oppressione, questo popolo è stato liberato da Dio e condotto nella Terra Promessa, dove entrò in possesso di un suolo generoso. In ringraziamento, Israele offre a Dio “le primizie del suolo che tu, Signore, mi hai dato”. Il credente ringrazia Dio, nella preghiera personale e comunitaria, nel riconoscimento della santità divina: “Ti prostrerai davanti al Signore tuo Dio”. Anche Paolo, scrivendo alla comunità cristiana di Roma, sviluppa una professione di fede in Cristo risorto, condizione di salvezza offerta a tutti, senza distinzione di razza e di appartenenza etnica, attraverso la predicazione, attraverso “la Parola della fede che noi predichiamo”. Perché la salvezza è offerta a tutti, grazie anche al servizio della predicazione (dignità dell’impegno catechetico). Occorre quindi prendere coscienza della presenza del messaggio di Dio. “Vicino a te è la Parola, sulla tua bocca e nel tuo cuore”, cioè si traduce nel comportamento. La perseveranza nella preghiera conduce alla salvezza: “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. In questo tempo di Quaresima, sarebbe opportuno prendere l’impegno di dedicare ogni giorno tempo alla preghiera, in spirito missionario (la “nuova evangelizzazione” promossa dai Papi e dai Vescovi ma anche per questo anno della fede che stiamo vivendo). L’evangelista Luca narra il celebre episodio delle tentazioni incontrate da Gesù nel deserto, ad opera del diavolo (il “divisore”), che gli propone di accettare gesti alternativi che, in realtà, sono un inganno comodo, l’opposto alla volontà di Dio, cioè una salvezza umana e spettacolare. Ma Gesù, in stato umano di isolamento e di debolezza, dimostra una coraggiosa accettazione della sua missione, di sottomissione alla Parola divina, di umiltà, di annientamento. E tutto questo in tre tappe: Non di solo pane vivrà l’uomo; solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai; non tenterai il Signore Dio tuo. Il riferimento è la Parola di Dio, che nutre la fede e orienta il comportamento; anche nella sofferenza si sperimenta che Dio è la nostra forza: bisogna riflettere sul significato cristiano del dolore e delle prove, in sintonia con Gesù morto e risorto per noi.
La Quaresima si apre con il racconto delle tentazioni di Gesù. Poste alla soglia del suo ministero pubblico, esse sono in qualche modo l’anticipazione delle numerose contraddizioni che Gesù dovrà subire nel suo itinerario, fino all’ultima violenza della morte. In esse è rivelata l’autenticità dell’umanità di Cristo, che, in completa solidarietà con l’uomo, subisce tutte le tentazioni tramite le quali il Nemico cerca di distoglierlo dalla sua completa sottomissione al Padre. “Cristo tentato dal demonio! Ma in Cristo sei tu che sei tentato” (sant’Agostino). In esse viene anticipata la vittoria finale di Cristo nella risurrezione. Cristo inaugura un cammino - che è l’itinerario di ogni essere umano - dove nessuno potrà impedire che il disegno di Dio si manifesti per tutti gli uomini: la sua volontà di riscattarlo, cioè di recuperare per l’uomo la sovranità della sua vita in un libero riconoscimento della sua dipendenza da Dio. È nell’obbedienza a Dio che risiede la libertà dell’uomo. L’abbandono nelle mani del Padre - “Io vivo per il Padre” - è la fonte dell’unica e vera libertà, che consiste nel rifiutare di venire trattati in modo diverso da quello che siamo. Il potere di Dio la rende possibile.

Approfondimento del Vangelo (Le tentazioni di Gesù. Vittoria per mezzo della preghiera e della Bibbia)
Il testo: In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”». Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”». Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”». Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato.

Momenti di silenzio orante: Per l’ascolto è necessario il silenzio: dell’anima, dello spirito, della sensibilità e anche silenzio esteriore, con la tensione di ascoltare ciò che la Parola di Dio intende comunicare.

Chiave di lettura: Luca con la raffinatezza di un narratore racconta in 4,1-44 alcuni aspetti del ministero di Gesù dopo il suo battesimo, tra cui le tentazioni del demonio. Infatti narra che Gesù «pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano e fu condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni» (4,1-2). Tale episodio della vita di Gesù è preliminare al suo ministero, ma anche, può essere inteso come il momento di transizione dal ministero di Giovanni Battista a quello di Gesù. In Marco tale racconto delle tentazioni è più generico. In Matteo di Gesù si racconta che «è stato condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal diavolo» (Mt 4,1), queste ultime parole attribuiscono l’esperienza della tentazione ad un influsso che è insieme celeste e diabolico. Il racconto di Luca modifica il testo di Matteo in tal maniera da mostrare che Gesù, «pieno di Spirito Santo», s’allontana di sua iniziativa dal Giordano ed è condotto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, dove egli «è tentato dal diavolo» (4,2). Il senso che Luca vuol dare alle tentazioni di Gesù è che esse furono un’iniziativa del diavolo e non un’esperienza programmata dallo Spirito Santo (S.Brown). È come se Luca volesse tenere ben distinti il personaggio del diavolo dalla persona dello Spirito Santo. Un altro elemento da osservare è l’ordine con cui Luca dispone l’ordine delle tentazioni: deserto - veduta dei regni del mondo - pinnacolo di Gerusalemme. Invece in Matteo l’ordine varia: deserto - pinnacolo - alto monte. Gli esegeti discutono quale sia la disposizione originale, ma non riescono a trovare una soluzione unanime. La differenza potrebbe essere spiegata a partire dalla terza tentazione (quella culminante): per Matteo il «monte» è il vertice della tentazione perché nel suo vangelo pone tutto il suo interesse sul tema del monte (basti ricordare il discorso della montagna, la presentazione di Gesù come “il nuovo Mosé”); per Luca, invece, l’ultima tentazione avviene sul pinnacolo del tempio in Gerusalemme perché uno degli interessi maggiori del suo vangelo è la città di Gerusalemme (Gesù nel racconto lucano è in cammino verso Gerusalemme dove si compie in modo definitivo la salvezza) (Fitzmyer). Il lettore può porsi legittimamente una domanda: In Luca, come in Matteo, ci furono dei possibili testimoni alla tentazione di Gesù? La risposta è certamente negativa. Dal racconto lucano traspare chiaramente che Gesù e il diavolo sono uno di fronte all’altro, totalmente soli. Le risposte di Gesù al diavolo sono attinte dalla S.Scrittura, sono citazioni dell’Antico testamento. Gesù affronta le tentazioni, ed in particolare al culto che il diavolo pretende da Gesù stesso, ricorrendo alla parola di Dio come pane di vita, come protezione di Dio. Il ricorso alla parola di Dio contenuta nel libro del Deuteronomio, ritenuto dagli esegeti una lunga meditazione sulla Legge, mostrano il tentativo di Luca di raccordare questo episodio della vita di Gesù con il progetto di Dio che vuole salvare l’uomo. Tali tentazioni sono avvenute storicamente? Perché, alcuni, tra i credenti e non credenti, ritengono che tali tentazioni siano fantasie su Gesù, inventate di sana pianta? Tale questione è estremamente importante in un contesto come il nostro che cerca di svuotare del suo contenuto storico e di fede i racconti dei vangeli. Certamente non si può dare una spiegazione letterale e ingenua, né pensare che possano essere accadute in modo esterno. Ci sembra quella di Dupont abbastanza plausibile: «Gesù parla di un’esperienza che egli ha vissuto, ma tradotta in un linguaggio figurato, adatto a colpire le menti dei suoi ascoltatori» (Les tentationes, 128). Più che considerarle come un fatto esterno, le tentazioni vanno considerate come un esperienza concreta nella vita di Gesù. È questa mi sembra la ragione principale che ha guidato Luca e gli altri evangelisti nel trasmetterci queste scene. Sono prive di fondamento le opinioni di chi ritiene le tentazioni di Gesù, fittizie o inventate, come anche non si può condividere l’opinione dello stesso Duponti, quando dice che esse sono state «un dialogo puramente spirituale che Gesù ebbe con il diavolo» (Dupont, 125). Dando uno sguardo all’interno del Nuovo Testamento (Gv 6,26-34; 7,1-4; Ebr 4,15; 5,2; 2,17a) risulta chiaro che le tentazioni furono una realtà evidente nella vita di Gesù. Interessante e condivisibile è la spiegazione di R.E. Brown: «Matteo e Luca non avrebbero fatto alcuna ingiustizia alla realtà storica drammatizzando tali tentazioni all’interno di una scena, e mascherando il vero tentatore col porre queste provocazioni sulle sue labbra» (The Gospel Accordino to John, 308). In sintesi potremmo dire che la storicità delle tentazioni di Gesù o il radicamento di esse nell’esperienza di Gesù sono state descritte con un «linguaggio figurato» (Dupont) o «drammatizzato» (R.E Brown). È necessario distinguere il contenuto (le tentazioni nell’esperienza di Gesù) dal suo contenitore (il linguaggio figurato o drammatizzazione). È certo che queste due interpretazioni sono molto più corrette di quelle che le interpretano in senso ingenuamente letterale. Luca, inoltre, con queste scene intende ricordarci che le tentazioni sono state rivolte a Gesù da un agente esterno. Non sono il risultato di una crisi psicologica o perché si trova in un conflitto personale con qualcuno. Le tentazioni, piuttosto, rimandano alle «tentazioni» che Gesù ha sperimentato nel suo ministero: l’ostilità, l’opposizione, il rifiuto. Tali «tentazioni» sono state reali e concrete nella sua vita. Non ha fatto ricorso al suo potere divino per risolverle. Queste prove sono state una forma di «seduzione diabolica» (Fitzmyer), una provocazione a usare il suo potere divino per mutare pietre in pane e per manifestarsi in modi eccentrici. Le tentazioni terminano con quest’espressione: «dopo aver esaurito ogni specie di tentazione» il diavolo abbandona Gesù (4,13). Quindi le tre scene che contengono le tentazioni sono da considerarsi come espressione di tutte le «tentazioni o prove» che Gesù ha dovuto fronteggiare. Ma il punto fondamentale è che Gesù, in quanto Figlio, ha affrontato e vinto la «tentazione». Ancora di più: è stato provato nella sua fedeltà al Padre ed è stato trovato fedele. Un’ultima considerazione riguarda la terza tentazione. Nelle prime due tentazioni il diavolo ha provocato Gesù a usare la sua filialità divina per negare la finitezza umana: evitare di procurarsi il pane come tutti gli uomini; richiedendogli, poi, un’onnipotenza illusoria. In entrambi le prove Gesù non risponde dicendo: non voglio! Ma si appella alla Legge di Dio, suo Padre: «Sta scritto...è stato detto...». Meravigliosa lezione. Ma il diavolo non demorde e gli rivolte una terza provocazione, la più forte di tutte: di risparmiarsi la morte. In fondo lanciarsi dal pinnacolo significa andare incontro a una morte sicura. Il diavolo cita la Scrittura, il Salmo 91, per invitare Gesù all’uso magico e spettacolare della protezione divina, e in fin dei conti, alla negazione della morte. Il brano del Vangelo di Luca mi lancia un forte avvertimento: l’uso errato della Parola di Dio, può essere occasione di tentazione. In che senso? Il mio modo di rapportarmi alla Bibbia è messo in crisi soprattutto quando la utilizzo solo per rivolgere insegnamenti morali agli altri che sono in difficoltà o in crisi. Alludiamo a certi discorsi pseudo spirituali che si rivolgono a chi è in difficoltà: “Sei angosciato? Non ti resta che pregare e tutto si sistemerà”. Questo significa ignorare la consistenza dell’angoscia che prende una persona e che dipende spesso da un fatto biochimico o da difficoltà a livello psicologico-sociale, oppure da un porsi in modo sbagliato davanti a Dio. Sarebbe più coerente dire: Prega il Signore che ti guidi nel ricorrere alle mediazioni umane del medico o di un amico saggio e sapiente perché ti aiutino nell’attenuare o farti guarire dalla tua angoscia. Non si possono proporre frasi bibliche agli altri in modo magico, facendo saltare le mediazioni umane. «La tentazione frequente è quella di fare una bibbia della propria morale, invece di ascoltare gli insegnamenti morali della Bibbia» (X.Thévenot). In questo tempo di quaresima sono invitato ad accostarmi alla Parola di Dio con i seguenti atteggiamenti: un’assiduità instancabile e orante alla Parola di Dio, leggerla con un legame costante con la grande tradizione della Chiesa, e in dialogo con i problemi dell’umanità odierna.

Contemplazione: Per prolungare la nostra meditazione suggerisco una riflessione di Benedetto XVI: La Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio interiore verso Colui che è la fonte della misericordia. È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal 23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperderci o di riporre una speranza illusoria nell’opera delle nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. [...] La Quaresima ci vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro, nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua misericordia, scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e può rianimare ciascuno di noi.

Preghiera finale: Signore, noi ti cerchiamo e desideriamo il tuo volto, fa’ che un giorno, rimosso il velo, possiamo contemplarlo. Ti cerchiamo nelle Scritture che ci parlano di te e sotto il velo della sapienza, frutto della ricerca delle genti. Ti cerchiamo nei volti radiosi di fratelli e sorelle, nelle impronte della tua passione nei corpi sofferenti. Ogni creatura è segnata dalla tua impronta, ogni cosa rivela un raggio della Tua invisibile bellezza. Tu sei rivelato dal servizio del fratello, al fratello sei manifestato dall’amore fedele che non viene mai meno. Non gli occhi ma il cuore ha la visione di Te, con semplicità e veracità noi cerchiamo di parlare con Te.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
I DOMENICA DI QUESRESIMA
DOMENICA A INIZIO DI QUARESIMA


Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è posticipata di quattro giorni e inizia la domenica immediatamente successiva (e in cui pertanto il carnevale termina con il “sabato grasso”), l’imposizione delle ceneri avviene o in quella stessa prima domenica di Quaresima oppure, preferibilmente, il lunedì seguente. Il giorno di digiuno e astinenza viene invece posticipato al primo venerdì di Quaresima. Mentre la tradizione popolare diocesana fa risalire il proprio carnevale prolungato, o “carnevalone”, a un “ritardo” annunciato dal vescovo di Milano sant’Ambrogio, impegnato in un pellegrinaggio, nel tornare in città per celebrare i riti quaresimali; in realtà tale differenziazione cronologica dipende da un consolidato e più antico computo dei quaranta giorni della Quaresima, conservato peraltro anche nel rito bizantino.

Letture:
Gl 2,12b-18
Sal 50
1Cor 9,24-27
Mt 4,1-11

Ritornate a me con tutto il cuore
La Quaresima è una lotta, come una gara di pugilato, ci dice oggi san Paolo, una corsa che cerca di vincere con una seria disciplina, cioè è tempo di scelte ben concrete ed efficaci per non venire alla fine “squalificati” (Epist.). Sono le scelte che ha fatto Gesù stesso, all’inizio del suo ministero nei quaranta giorni di deserto, ma che sono state ratificate giorno per giorno, fino al Getsemani, dove in una suprema “tentazione” ha scelto: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Questa è la posta in gioco nella scelta cristiana: o le nostre sufficienze, e quindi i nostri idoli umani, o l’accoglienza del disegno di Dio e la sua volontà. Ma solo una grazia speciale di Cristo può aiutarci a imitare le sue difficili scelte.
Le scelte di Gesù: “La vita è mia e la gestisco io”. Il benessere, il lavoro, i soldi, la scienza: queste cose fanno felice l’uomo. Ma Gesù pur sentendo fame, dice: “Non di solo pane vivrà l’uomo”. Ben più grande è il bisogno dell’uomo: non solo non lo sazia la ricchezza materiale, ma neanche tutto il prodotto della sua iniziativa, perché qualcosa di infinito, di eterno e di assoluto è iscritto nel suo cuore, e solo la “parola che esce dalla bocca di Dio” gli apre gli orizzonti giusti e gli risolve le tragedie delle sue illusioni e della sua finitezza. È la prima conversione da fare in quaresima. Sobrietà per la solidarietà è lo slogan di questo tempo di crisi. L’antica pedagogia della Chiesa era digiuno e carità. “Suonate un corno in Sion, proclamate un solenne digiuno” (Lett.). Ma appoggiarsi su Dio non è ancora tutto. “Le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8). Il disegno di Dio non combacia sempre con quello che a noi sembra ovvio e buono: la vita è una obbedienza! La religione sembra fatta per chiedere a Dio di aiutarci quando siamo in difficoltà: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”. Ma Gesù risponde: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”. Anche sulla croce gli dicevano: “Se tu sei Figlio di Dio... fa vedere che lo sei, scendi dalla croce” (Mt 27,40). Ha obbedito ad un disegno non facile, fidandosi pienamente del Padre. Come siamo invitati a dire anche noi: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10). Infine la tentazione del potere come mezzo di prestigio personale e anche come strumento di diffusione del bene. Il vangelo è verità che si impone da sé, non con puntelli umani. È idolatria non solo specifica del mondo pagano, ma subdola illusione anche ecclesiastica usando pressioni politiche, appoggi e.. privilegi per sostenere iniziative d’apostolato. Solo Dio e i suoi mezzi poveri sono quelli veramente efficaci: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo rendi culto”. È la Grazia che salva, non le strategie mondane. Questa è conversione della Chiesa sempre, ma anche avvertenza personale per non finire a credere che siano le nostre opere a salvare e non invece la fede. Del resto Gesù ha salvato con .. un fallimento, vissuto svuotamento di sè per divenire “obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,7-8).
Ritornate al Signore vostro Dio: Ognuno ha una divinità cui obbedisce: o Dio o l’uomo, cioè il mondo. La Quaresima è tempo di ritornare a Dio con tutto il cuore. Il primo passo da fare è la convinzione di essere fuori strada e quindi di cambiare direzione o riferimento: “Convertitevi e credete nel vangelo” (Mc 1,15). Si tratta di distanziarsi dalla mentalità del mondo: “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15,19). Non è facile oggi, tempo di “globalizzazione” culturale, o omologazione alle pressioni dei media, avere un senso critico e una libertà interiore. Gesù era trepidante per i suoi: “Non prego per il mondo; ma per coloro che tu mi hai dato, perché sono tuoi... Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. Consacrali nella verità” (Gv 17,9.15.17). La preghiera di Gesù deve incontrare la nostra preghiera, fatta col umiltà: “Perdona, Signore, il tuo popolo, e non esporre la tua eredità al ludibrio e alla derisione delle genti. Perché si dovrebbe dire fra i popoli: Dov’è il loro Dio?” (Lett.). “Laceratevi il cuore e non le vesti, ritornate al Signore, vostro Dio, perché egli è misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore, pronto a ravvedersi riguardo al male. Chi sa che non cambi e si ravveda e lasci dietro a sé una benedizione” (Lett.). Non c’è da filosofare. Capitò così alla conversione del beato Carlo de Foucauld; il prete cui si era rivolto gli disse bruscamente: Inginocchiati e confessati! Forse conviene anche a noi all’inizio di questa Quaresima: il Sacramento della Riconciliazione - dice il Concilio di Trento - approfondisce il dolore dei peccati. E da più coscienza del nostro male, l’impegno a passare alle opere, alla lotta, come oggi ci ripete Paolo. “Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce, noi invece una che dura per sempre” (Epist.). Quante fatiche facciamo per cose inutili.., ne facessimo almeno qualcuna per la nostra conversione! “Tratto duramente il mio corpo e lo riduco in schiavitù”. Sì, anche il corpo, che spesso è suggestionato e schiavo di passioni: “Il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore” (1Cor 6,13). “Perché non succeda - dice trepidante Paolo - che dopo aver predicato agli altri, io stesso venga squalificato”. Non si è mai sicuri della propria perseveranza.
La Chiesa ha una antica pedagogia per la Quaresima; non c’è da inventare niente, solo “lasciarsi riconciliare con Dio” (cfr. 2Cor 5,20). Più Parola di Dio, così abbondante e in tante forme, dalla liturgica alla catechesi. Più carità, “che copre una moltitudine di peccati” (1Pt 4,8). Diciamo oggi nel prefazio: “In Cristo Signore nostro si nutre la fede di chi digiuna, si rianima la speranza, si riaccende l’amore”. La Quaresima è la primavera spirituale di ogni anno, che prepara il rinnovamento della Pasqua.
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MessaggioOggetto: sabato 23 febbraio 2013   Mer Feb 20, 2013 2:54 pm

SABATO 23 FEBBRAIO 2013

SABATO DELLA I SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: O Dio, Padre di eterna misericordia, fa’ che si convertano a te i nostri cuori, perché nella ricerca dell’unico bene necessario e nelle opere di carità fraterna siamo sempre consacrati alla tua lode.

Letture:
Dt 26,16-19 (Sarai un popolo consacrato al Signore tuo Dio)
Sal 118 (Beato chi cammina nella legge del Signore)
Mt 5,43-48 (Siate perfetti come il Padre vostro celeste)

Amate i vostri nemici
Dio sceglie un suo popolo. Ma essere stato scelto da Dio implica alcune premesse e conseguenze personali: “Tu sarai per lui un popolo particolare, come egli ti ha detto, ma solo se osserverai tutti i suoi comandi”. Il rapporto di comunione con Dio implica per la comunità un impegno reciproco. Dio rimarrà sempre fedele, anche se il popolo tradirà il patto. Questo Signore è “tuo Dio” che ha preso l’iniziativa, per un amore gratuito nei confronti di tutti. Senza moralismi inopportuni, la nostra sarà una risposta di fedeltà sincera e gioiosa. “Beato chi cammina nella legge del Signore”. Nell’Antico Testamento e nella morale pratica, l’antitesi “amare - odiare” era un principio di comportamento. Matteo attesta che Gesù ha modificato quella norma e quel sistema pratico prescrivendo una carità senza restrizioni, una preghiera espressa a beneficio di tutti. È una conseguenza dell’amore del Padre per noi: “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. L’istinto umano primario è superato dall’accettazione di valori teologici e spirituali che caratterizzano i nuovi rapporti sociali e comunitari. Il punto di partenza è il rispetto della sacralità della vita, dono di Dio che nessun uomo è autorizzato a cancellare; la solidarietà è una delle caratteristiche della testimonianza evangelica e cristiana. Pace agli uomini che Dio ama.
Quando leggiamo il brano di Vangelo di oggi, dobbiamo soprattutto pregare, dobbiamo implorare Gesù per poterlo vivere pienamente. Dobbiamo supplicare lo Spirito Santo di cambiare i nostri cuori al punto di poter perdonare e amare come Gesù, che ci ha dato la più grande prova del suo amore per noi sulla croce. È umano, è naturale che noi non possiamo amare i nostri nemici. Possiamo a stento evitare di ripagarli con gli stessi torti, ed è già molto! Ma Gesù ci chiama a molto di più. Egli ci dice di “amarli e di pregare per loro”. Dio ha creato il nostro cuore in modo che esso non possa essere neutrale. Quando restiamo indifferenti nei confronti di qualcuno, siamo incapaci di scoprire ciò che vi è di migliore in lui, siamo incapaci di perdonarlo veramente. Si tratta ancora, quindi, di imitare il nostro Padre celeste, non nella sua potenza, nella sua saggezza, nella sua intelligenza, ma nella sua bontà e nella sua misericordia. Lui che non solo “fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti”, ma che ha sacrificato il suo Figlio, il suo Figlio prediletto, per Giuda come per il buon ladrone, per tutti gli uomini.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Avete inteso che fu detto: “Amerai il tuo prossimo” e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Infatti, se amate quelli che vi amano, quale ricompensa ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste».

Riflessione:
- Nel vangelo di oggi vediamo come Gesù ha interpretato il comandamento: “Non uccidere” in modo che la sua osservanza porti alla pratica dell’amore. Oltre a dire “Non uccidere” (Mt 5,21), Gesù citò altri quattro comandamenti dell’antica legge: non commettere adulterio (Mt 5,27), non dare falsa testimonianza (Mt 5,33), occhio per occhio, dente per dente (Mt 5,38) e, nel vangelo di oggi: “Amerai il prossimo tuo ed odierai il tuo nemico” (Mt 5,43). Così, cinque volte in tutto, Gesù critica e completa il modo antico di osservare questi comandamenti ed indica un cammino nuovo per raggiungere l’obiettivo della legge che è la pratica dell’amore (Mt 5,22-26; 5, 28-32; 5,34-37; 5,39-42; 5,44-48).
- Amare i nemici. Nel vangelo di oggi, Gesù cita l’antica legge che dice: “Amerai il prossimo tuo ed odierai il tuo nemico”. Questo testo non si trova così nell’Antico Testamento. Si tratta piuttosto della mentalità regnante, secondo cui non c’era nessun problema nel fatto che una persona odiasse il suo nemico. Gesù discorda e dice: “Ma io vi dico: Se amate quelli che vi amano, quale merito ne avete? Non fanno così anche i pubblicani? E se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario? Non fanno così anche i pagani? Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”. E Gesù ce ne dà la prova. Nell’ora della sua crocifissione osservò ciò che predicò.
- Padre, perdonali! Non sanno ciò che fanno! Un soldato prende un polso di Gesù e lo mette sul braccio della croce, vi colloca un chiodo e comincia a battere. Varie volte. Scendeva sangue. Il corpo di Gesù si contorceva dal dolore. Il soldato, un mercenario, ignorante, lontano da ciò che faceva e che succedeva intorno a lui, continuava a battere come se fosse un pezzo della parete di casa sua e dovesse appendere un quadro. In quel momento Gesù prega per il soldato che lo torturava e rivolge la preghiera al Padre: “Padre, perdonalo! Non sa cosa sta facendo!”. Amò il soldato che lo uccideva. Pur volendolo con tutte le forze, la mancanza di umanità non riesce a spegnere in Gesù l’umanità e l’amore! Sarà fatto prigioniero, sputeranno su di lui, gli rideranno in faccia, faranno di lui un re pagliaccio con una corona di spine in testa, lo tortureranno, l’obbligheranno ad andare per le strade come un criminale, dovette udire gli insulti delle autorità religiose, sul calvario lo lasceranno totalmente nudo alla vista di tutti e di tutte. Ma il veleno della mancanza di umanità non riesce a raggiungere la fonte d’amore e di umanità che scaturiva dal di dentro di Gesù. L’acqua dell’amore che scaturiva dal di dentro era più forte del veleno dell’odio che veniva dal di fuori. Guardando quel soldato, Gesù sentì dolore e pregò per lui e per tutti: “Padre perdona!”. E presenta quasi una scusa: “Non sanno cosa stanno facendo”. Gesù si solidarizza nei riguardi di coloro che lo maltrattavano e torturavano. Era come un fratello che va con i suoi fratelli assassini davanti al giudice e lui, vittima dei propri fratelli, dice al giudice: “Sono miei fratelli, sai, sono ignoranti. Perdonali! Miglioreranno!”. Amò il nemico!
- Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste. Gesù non vuole semplicemente spaventare, perché a nulla servirebbe. Lui vuole cambiare il sistema della convivenza umana. La Novità che vuole costruire viene dalla nuova esperienza che ha di Dio Padre, pieno di tenerezza che accoglie tutti! Le parole di minaccia contro i ricchi non possono essere occasione di vendetta da parte dei poveri. Gesù ordina di avere l’atteggiamento contrario: “Amate i vostri nemici!”. Il vero amore non può dipendere da ciò che ricevo dall’altro. L’amore deve volere il bene dell’altro indipendentemente da ciò che lui fa per me. Perché così è l’amore di Dio per noi.

Per un confronto personale:
- Amare i nemici. Sono capace di amare i miei nemici?
- Contemplare in silenzio Gesù che, nell’ora della sua morte, amava il nemico che lo uccideva.

Preghiera finale: Beato l’uomo di integra condotta, che cammina nella legge del Signore. Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore (Sal 118).
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MessaggioOggetto: domenica 24 febbraio 2013   Mer Feb 20, 2013 3:00 pm

DOMENICA 24 FEBBRAIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
II DOMENICA DI QUARESIMA


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché Egli ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con che Tu la hai letta per i discepoli nella strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e morte. Così, la croce che sembrava d’essere la fine di ogni speranza, è apparsa a loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella Creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, sopratutto nei poveri e sofferenti. La tua parola ci orienti finché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua resurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi Ti chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci ha rivelato il Padre e inviato il tuo Spirito. Amen.

Letture:
Gn 15,5-12.17-18 (Dio stipula l’alleanza con Abram fedele)
Sal 26 (Il Signore è mia luce e mia salvezza)
Fil 3,17 - 4,1; forma breve Fil 3,20 – 4,1 (Cristo ci trasfigurerà nel suo corpo glorioso)
Lc 9,28-36 (Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto)

Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo!
Il celebre racconto delle promesse divine rivolte ad Abramo si era iniziato con una disposizione categorica: “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò”. Questo ordine di rinunziare ad ogni vincolo sociale e familiare è stato imitato nel corso dei secoli da quanti hanno accettato di dedicarsi totalmente a Dio in una scelta di vita consacrata. Nella narrazione trasmessa dal libro della Genesi, i tre settori di azione di Dio erano stati indicati: la promessa di una posterità innumerevole; quanti accetteranno la storia della salvezza saranno figli della promessa; infine, nella discendenza di Abramo e dei figli della promessa, saranno incluse tutte “le famiglie della terra”. Giunto a destinazione, Abramo offre un sacrificio, che lo mette in una relazione giusta con Dio, con un rito di giuramento: Dio si impegna in modo irrevocabile. La Quaresima ci aiuta ad approfondire le radici della vocazione. Tutto questo perché “il Signore è mia luce e mia salvezza”. Poi, nella seconda lettura il breve estratto della lettera di San Paolo ai Filippèsi che è un riassunto di una catechesi battesimale in uso agli inizi della Chiesa. Alcuni sono nemici della Croce di Gesù e sono intenti alle cose della terra; altri hanno scelto la patria dei cieli. Per questi, Cristo salvatore trasfigurerà il corpo mortale “in virtù del potere che ha di sottomettere a sé tutte le cose”. Il cristiano rivive l’incarnazione, la morte e la risurrezione del Signore: la spiritualità quaresimale è centrata sul ruolo di Cristo nella storia sacra, e ci fa desiderare di raggiungere la mèta: la fedeltà conduce a quell’incontro. Il centro della Quaresima è Gesù Cristo, maestro di vita e redentore. Lo vediamo nell’episodio della trasfigurazione. In quel brano è presente la prima professione di fede di San Pietro e l’annuncio da parte di Gesù della sua passione e della necessità di seguirlo portando la croce. I ricordi delle antiche manifestazioni divine dichiarano implicitamente che Gesù, accompagnato da Mosè ed Elia, realizza la pienezza della Legge e dei Profeti, e pertanto egli è la guida dell’umanità verso una pienezza di fede in Dio. Gesù sale sul monte per pregare in disparte: nel colloquio con il Padre avviene la conferma del suo destino. La nube luminosa, con la voce divina, attesta che Dio è presente per ratificare la missione del “Figlio mio l’eletto; ascoltatelo”. Scendendo dal monte, il cammino si riprende nella fede; ormai ascoltare Cristo significa obbedire alla sua voce. Lo stesso San Benedetto incoraggia: “Ascolta, o figlio, gli insegnamenti del maestro e tendi l’orecchio del tuo cuore, accogli volentieri l’ammonimento del padre affettuoso ed esaudiscilo con impegno” (Regola, prologo).
Nella Trasfigurazione, Gesù è indicato come la vera speranza dell’uomo e come l’apogeo dell’Antico Testamento. Luca parla dell’”esodo” di Gesù, che contiene allo stesso tempo morte e risurrezione. I tre apostoli, vinti dal sonno, che rappresenta l’incapacità dell’uomo di penetrare nel Mistero, sono risvegliati da Gesù, cioè dalla grazia, e vedono la sua gloria. La nube, simbolo dell’immensità di Dio e della sua presenza, li copre tutti. I tre apostoli ascoltano le parole del Padre che definiscono il Figlio come l’eletto: “Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”. Non c’è altro commento. Essi reagiscono con timore e stupore. Vorrebbero attaccarsi a questo momento, evitare l’attimo seguente della discesa dalla montagna e il suo fardello di abitudine, di oscurità, di passione. La Gloria, Mosè ed Elia, scompaiono. Non rimane “che Gesù solo”, sola verità, sola vita e sola via di salvezza nella trama quotidiana della storia umana. Questa visione non li solleverà dal peso della vita di tutti i giorni, spesso spogliata dello splendore del Tabor, e neanche li dispenserà dall’atto di fede al momento della prova, quando i vestiti bianchi e il viso trasfigurato di Gesù saranno strappati e umiliati. Ma il ricordo di questa visione li aiuterà a capire, come spiega il Prefazio della Messa di oggi, “che attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione”.

Approfondimento del Vangelo (Una nuova maniera per la realizzazione delle profezie)
Il testo: In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Chiave di lettura: Pochi giorni prima, Gesù aveva annunciato che lui, il Figlio dell’Uomo, doveva essere riprovato e crocifisso dalle autorità (Lc 9,22; Mc 8,31). Secondo l’informazione del Vangelo di Marco e di Matteo, i discepoli, soprattutto Pietro, non capirono l’annuncio di Gesù e rimasero scandalizzati dalla notizia (Mt 16,22; Mc 8,32). Gesù reagì duramente e si rivolse a Pietro chiamandolo Satana (Mt 16,23; Mc 8,33). E questo perché le parole di Gesù non rispondevano all’ideale di Messia glorioso che loro avevano in mente. Luca non parla della reazione di Pietro e della risposta dura di Gesù, però traccia, come fanno gli altri, l’episodio della Trasfigurazione, da lui inteso come un aiuto da parte di Gesù in modo che i discepoli possano superare lo scandalo e cambiare idea rispetto al Messia (Lc 9,28-36). Portando con sé i tre discepoli, Gesù si reca sulla montagna per pregare e, nella preghiera, viene trasfigurato. Nel corso della lettura del testo è bene osservare quanto segue: “Chi appare sulla montagna per conversare con Gesù? Qual è il tema della conversazione? Qual è l’atteggiamento dei discepoli?”.

Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:
- Luca 9,28: Il momento di crisi
- Luca 9,29: Il cambiamento che avviene nella preghiera
- Luca 9,30-31: L’apparizione di due uomini e la loro conversazione con Gesù
- Luca 9,32-34: La reazione dei discepoli
- Luca 9,35-36: La voce del Padre

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Cosa ti è piaciuto di più in questo episodio della Trasfigurazione? Perché?
b) Chi va sulla montagna con Gesù? Perché lo fanno?
c) Mosè ed Elia appaiono sulla montagna accanto a Gesù. Quale significato hanno questi due personaggi dell’Antico Testamento per Gesù, per i discepoli, per le comunità degli anni ‘80? Ed oggi per noi?
d) Qual è la profezia dell’Antico Testamento che si compie nelle parole del Padre rispetto a Gesù?
e) Qual è l’atteggiamento dei discepoli in questo episodio?
f) È avvenuta qualche trasfigurazione nella tua vita? Come ti hanno aiutato le esperienze di trasfigurazione ad assumere meglio la tua missione?
g) Paragona la descrizione fatta da Luca della Trasfigurazione di Gesù (Lc 9,28-36) con la descrizione che fa dell’agonia di Gesù nell’Orto (Lc 22,39-46). Cerca di vedere se ci sono similarità. Qual è il significato di queste similarità?

Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire il tema.
a) Il contesto del discorso di Gesù: Nei due capitoli precedenti del Vangelo di Luca, si impone la novità portata da Gesù e crescono le tensioni tra il Nuovo e l’Antico. Alla fine Gesù si rende conto che nessuno aveva capito la sua proposta e tanto meno la sua persona. La gente pensava che fosse come Giovanni Battista, Elia o qualche antico profeta (Lc 9,18-19). I discepoli lo accettavano come il Messia, ma come un Messia glorioso, secondo la propaganda del governo e della religione ufficiale del Tempio (Lc 9,20-21). Gesù cercò di spiegare ai discepoli che il cammino previsto dai profeti era un cammino di sofferenza, per l’impegno assunto verso gli esclusi, ed il discepolo poteva essere tale solo se prendeva la sua croce (Lc 9,22-26). Ma non ebbe molto successo. È in questo contesto di crisi che avviene la Trasfigurazione. Negli anni ‘30 l’esperienza della Trasfigurazione ebbe un significato molto importante nella vita di Gesù e dei discepoli. Li aiutò a superare la crisi di fede ed a cambiare i propri ideali rispetto del Messia. Negli anni ‘80, epoca in cui Luca scrive per le sue comunità cristiane della Grecia, il significato della Trasfigurazione fu approfondito e si espanse. Alla luce della risurrezione di Gesù e dell’espansione della Buona Novella tra i pagani in quasi tutti i paesi, dalla Palestina fino all’Italia, l’esperienza della Trasfigurazione cominciava ad essere vista come una conferma della fede delle Comunità Cristiane in Gesù, Figlio di Dio. I due significati sono presenti nella descrizione e nell’interpretazione della Trasfigurazione, nel Vangelo di Luca.
b) Commento del testo
- Luca 9,28: Il momento di crisi. Varie volte, Gesù era entrato in conflitto con la gente e con le autorità religiose e civili dell’epoca (Lc 4,28-29; 5,21-20; 6,2-11; 7,30.39; 8,37; 9,9). Lui sapeva che non lo lasciavano fare ciò che stava facendo. Prima o poi, l’avrebbero preso. Inoltre, in quella società, l’annuncio del Regno, come lo faceva Gesù, non era tollerato. O tornava indietro, o l’aspettava la morte! Non c’era altra alternativa. Ma Gesù non tornò indietro. Per questo nell’orizzonte appare la croce, non già come una possibilità, bensì come una certezza (Lc 9,22). Insieme alla croce appare la tentazione di continuare il cammino del Messia Glorioso e non il cammino del Servo Sofferente Crocifisso, annunciato dal Profeta Isaia (Mc 8,32-33). In questa ora difficile Gesù va sulla montagna per pregare, portando con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Nella preghiera Gesù cerca la forza per non perdere la direzione della sua missione (cfr. Mc 1,35).
- Luca 9,29: Il cambiamento che avviene durante la preghiera. Appena Gesù prega, il suo aspetto cambia ed appare glorioso. Il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diviene candida e sfolgorante. È la gloria che i discepoli immaginavano per il Messia. Questo cambiamento dell’aspetto dimostrava loro chiaramente che Gesù, di fatto, era il messia che tutti aspettavano. Ma la sequenza dell’episodio della Trasfigurazione indicherà che il cammino verso la gloria è ben diverso da quello immaginato da loro. La trasfigurazione sarà una chiamata alla conversione.
- Luca 9,30-31: Due uomini appaiono e parlano con Gesù. Insieme a Gesù, nella stessa gloria appaiono anche Mosè ed Elia, i due maggiori esponenti dell’Antico Testamento, che rappresentavano la Legge ed i Profeti. Parlano con Gesù dell’ “esodo che avrebbero portato a compimento a Gerusalemme”. Così, davanti ai discepoli, la Legge ed i Profeti confermano che Gesù è veramente il Messia Glorioso, promesso nell’Antico Testamento ed atteso da tutto il popolo. Inoltre confermano che il cammino verso la Gloria passa per la via dolorosa dell’esodo. L’esodo di Gesù è la sua passione, morte e risurrezione. Per mezzo del suo “esodo” Gesù rompe il dominio della falsa idea del Messia divulgata sia dal governo che dalla religione ufficiale e che manteneva tutti intrappolati nella visione del messia glorioso nazionalista. L’esperienza della Trasfigurazione confermava che Gesù nella sua opzione di Messia Servo costituiva un aiuto per liberare dalle loro idee sbagliate sul Messia e scoprire un vero significato del Regno di Dio.
- Luca 9,32-34: La reazione dei discepoli. I discepoli erano profondamente addormentati. Quando si svegliarono, potettero vedere la gloria di Gesù ed i due uomini che stavano con lui. Ma la reazione di Pietro indica che non si resero conto del significato della gloria in cui Gesù appariva davanti a loro. Come avviene con noi tante volte, solo si rendono conto di ciò che li interessa. Il resto sfugge alla loro attenzione. “Maestro, è bello per noi stare qui!”. E non vogliono scendere più dalla montagna! Quando si parla di croce, sia sul Monte della Trasfigurazione come sul Monte degli Olivi (Lc 22,45), loro dormono! A loro piace più la Gloria che la Croce! Non piace loro parlare e sentir parlare della croce. Loro vogliono assicurare il momento della gloria sul Monte, e si offrono per costruire tre tende. Pietro non sapeva ciò che stava dicendo. Mentre Pietro parlava, una nube scende dall’alto e li ricopre con la sua ombra. Luca dice che i discepoli ebbero paura quando li avvolse la nube. La nube è un simbolo della presenza di Dio. La nube accompagnò la moltitudine nel suo cammino per il deserto (Ex 40, 34-38; Nm 10,11-12). Quando Gesù salì al cielo, fu coperto da una nube e non lo videro più (Atti 1,9). Un segnale che Gesù era entrato per sempre nel mondo di Dio.
- Luca 9,35-36: La voce del Padre. Una voce esce dalla nube e dice: “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Con questa stessa frase il profeta Isaia aveva annunciato il Messia-Servo (Is 42,1). Dopo Mosè ed Elia, ora Dio stesso presenta Gesù come Messia-Servo che giungerà nella gloria mediante la croce. E ci lascia un’avvertenza finale: “Ascoltatelo!”. Nel momento in cui la voce celeste si fa sentire, Mosè ed Elia scompaiono e rimane solo Gesù. Ciò significa che d’ora in avanti è solo Lui che interpreta la Scrittura e la Volontà di Dio. È lui la Parola di Dio per i discepoli: “Ascoltatelo!”. L’affermazione “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” era molto importante per le comunità della fine degli anni ‘80. Per mezzo di questa affermazione Dio Padre confermava la fede dei cristiani in Gesù come Figlio di Dio. Nel tempo di Gesù, cioè, verso gli anni ‘30, l’espressione Figlio dell’Uomo indicava una dignità ed una missione assai elevata. Gesù stesso relativizzava il termine e diceva che tutti sono figli di Dio (cfr. Gv 10,33-35). Ma per pochi il titolo di Figlio di Dio diventò il riassunto di tutti i titoli, oltre cento, che i primi cristiani dettero a Gesù nella seconda metà del secolo primo. Nei secoli seguenti, fu in questo titolo di Figlio di Dio che la Chiesa concentrò tutta la sua fede nella persona di Gesù.
c) Approfondimento
- La Trasfigurazione viene narrata nei tre Vangeli: Matteo (Mt 17,1-9), Marco (Mc 9,2-8) e Luca (Lc 9,28-36). Segnale che questo episodio racchiudeva un messaggio molto importante. Come abbiamo detto, si trattò di un aiuto molto grande per Gesù, per i suoi discepoli e per le prime comunità. Confermò Gesù nella sua missione in qualità di Messia Servo. Aiutò i discepoli a superare la crisi che la croce e la sofferenza causavano loro. Portava le comunità ad approfondire la loro fede in Gesù, Figlio di Dio, colui che ci rivelò il Padre e che diventò la chiave nuova per interpretare la Legge ed i Profeti. La Trasfigurazione continua ad essere un aiuto per superare la crisi che la sofferenza e la croce provocano oggi. I tre discepoli addormentati sono lo specchio di noi tutti. La voce del Padre si dirige a loro, come a noi: “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
- Nel Vangelo di Luca, c’è una somiglianza assai grande tra la scena della Trasfigurazione (Lc 9,28-36) e la scena dell’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi (Lc 22,39-46). E possibile percepire quanto segue: nei due episodi, Gesù sale sulla montagna per pregare e porta con sé i suoi tre discepoli, Pietro, Giovanni e Giacomo. Nelle due occasioni, Gesù cambia aspetto e si trasfigura davanti a loro: glorioso nella trasfigurazione; sudando sangue nell’Orto degli Ulivi. Le due volte appaiono figure celesti per confortarlo, Mosè ed Elia, un angelo del cielo. E sia nella Trasfigurazione come pure nell’Agonia, i discepoli dormono, si mostrano estranei al fatto e sembra che non capiscono nulla. Alla fine dei due episodi, Gesù si riunisce di nuovo con i suoi discepoli. Indubbiamente, Luca ebbe l’intenzione di accentuare la somiglianza tra questi due episodi. Quale sarebbe? È meditando e pregando che riusciremo a capire il significato che supera le parole, ed a percepire l’intenzione del suo autore. Lo Spirito Santo ci guiderà.
- Luca descrive la Trasfigurazione. Ci sono momenti nella vita in cui la sofferenza è tanta che una persona arriva a pensare: “Dio mi ha abbandonato! Non sta più con me!”. Ed improvvisamente la persona scopre che Lui mai si era allontanato, ma che lei stessa aveva gli occhi bendati, e non si rendeva conto della presenza di Dio. Ed allora tutto cambia e si trasfigura. È la trasfigurazione! Avviene ogni giorno nella nostra vita.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello, che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola, Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
II DI QUARESIMA
DOMENICA DELLA SAMARITANA


Letture:
Dt 6a;11,18-28
Sal 18
Gal 6,1-10
Gv 4.5-42

Il dono di Dio
L’uomo è un pellegrino, assetato di felicità. Sballottato da illusioni, tenta ogni via, prova ogni esperienza, e alla fine si trova con la bocca amara. Quale la causa vera? Dice Geremia: “Oracolo del Signore. Due sono le colpe che ha commesso il mio popolo: ha abbandonato me, sorgente di acqua viva, e si è scavato cisterne piene di crepe, che non trattengono l’acqua” (2,13). La Quaresima è tempo di verità, e quindi di conversione. “Se tu conoscessi il dono di Dio..”. Non facciamo come Agostino, che alla fine ha dovuto confessare: “Tardi ti ho amato..!”. Se lo sapevo prima..!! Il dono di Dio è la sua parola, che è verità; il dono di Dio è lo Spirito Santo che è la forza che cambia il cuore. “I veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità”.
La verità: Fare verità (“veritatem facientes”, Ef 4,15) è la prima conversione quaresimale. Deve finire il tempo delle “favole”. Paolo l’aveva previsto: “Verrà giorno in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, pur di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo i propri capricci, rifiutando di dare ascolto alla verità per perdersi dietro alle favole” (2Tm 3,3-4). Gesù richiama alla Samaritana anche la verità morale, aprendole gli occhi sulla sua infruttuosa ricerca di nuovi amori: “Mi ha detto tutto quello che ho fatto”. E risveglia in lei il bisogno di un’acqua più pura che finalmente sazi il cuore e la vita: “Chi berrà dell’acque che io gli darò, non avrà più sete in eterno”. Anzi è un’acqua che disseta ben oltre ogni nostra aspirazione: “L’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. La Parola di Dio (per gli Ebrei: la Toràh) è la prima verità da ricercare: “Signore, dammi quest’acqua!”. Mosè l’aveva indicata come decisiva per una vita fortunata: “Ponete nel cuore e nell’anima queste mie parole, .. perché siano numerosi i vostri giorni e i giorni dei vostri figli”. È come il binario sicuro che guida alla riuscita o al fallimento: “Vedete, io pongo oggi davanti a voi benedizione e maledizione: la benedizione, se obbedirete ai comandi del Signore, vostro Dio; la maledizione, se non obbedirete..” (Lett.). La donna sa che quella Parola guida al Messia, cioè alla salvezza: “So che deve venire il Messia, chiamato Cristo: quando egli verrà ci annuncerà ogni cosa”. Il suo cuore era già oltre le soddisfazioni umane, e mirava, quasi inconsciamente, alla vera fonte d’acqua viva: “Che sia lui il Cristo?”. “Le dice Gesù: Sono io, che parlo con te”. Io sono Colui che cerchi come tua sazietà. Alla fine anche tutti i Samaritani del villaggio diranno: “Noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il Salvatore del mondo”. La verità piena e salvifica è il Cristo: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Lui è il definitivo rivelatore del Padre, nel suo messaggio e, prima ancora, nella sua persona: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9) “Io sono” (cioè Jahvè), ripete continuamente Gesù. “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). Forse lo abbiamo sempre sospettato che fidarci di Cristo sia la strada giusta: “Signore, vedo che sei un profeta”. Si tratta di superare le difese dell’orgoglio per finalmente riposare con fiducia in Colui che sappiamo essere il salvatore anche nostro.
Lo Spirito: Gesù un giorno dirà che il cuore del credente diverrà una sorgente di acqua abbondante per saziare la sete di vita del mondo. Quest’acqua è lo Spirito Santo: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,37-39). Lo Spirito è il vero Dono di Dio, lo “Spirito del Figlio suo” (Gal 4,6), che ci fa figli nel Figlio e guida tutta la nostra vita: “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14), trasfigurandola gradualmente “a immagine del Figlio suo” (Rm 8,29): “Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine, di gloria in gloria, secondo l’azione dello Spirito del Signore” (2Cor 3,18). È ormai la nuova legge e la forza del vivere cristiano: “La legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8,2). Paolo oggi l’invoca per tradurre in vita i propositi di conversione quaresimale: “Ciascuno raccoglierà quello che avrà seminato. Chi semina nella sua carne, dalla carne raccoglierà corruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna” (Epist.). In questo tempo favorevole, “non stanchiamoci di fare il bene. Poiché dunque ne abbiamo l’occasione, operiamo il bene verso tutti, soprattutto verso i fratelli nella fede” (idem). È il suggerimento del “digiuno” come carità, tipico dell’invito quaresimale: “Portate i pesi gli uni degli altri”. Nello stile del perdono e della dolcezza: “Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi, che avete lo Spirito, correggetelo con spirito di dolcezza” (Idem). Un altro stimolo viene dallo Spirito Santo: la voglia di divenire testimoni e missionari del vangelo. La Samaritana, convertita, diviene apostola nel suo villaggio fino a portare i suoi compaesani all’incontro col Cristo: “Non è più per i tuoi discorsi che crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito..”. Aveva detto Gesù: “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi, e mi sarete testimoni.. fino ai confini della terra” (At 1,8). È sorprendente la costatazione che fa Gesù: “Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. Io vi ho mandati a mietere..”. A dirci che sono sempre più di quel che pensiamo gli uomini che cercano Dio, che sono in cerca dell’acqua che disseta per l’eternità!
Bella è l’osservazione che fa il prefazio: “Cristo, Signore nostro, a rivelarci il mistero della sua condiscendenza verso di noi, stanco e assetato, volle sedere a un pozzo e, chiedendo da bere a una donna samaritana, le apriva la mente alla fede”. Forse è tanto che Gesù anche per te s’è preparato, stanco di cercarti, ad un appostamento per prenderti il cuore e dirti che vuol invitarti a lasciarti amare da Lui. Non snobbare tanta amorosa e paziente ricerca di te che fa il tuo stesso Dio! Questa Quaresima è il tempo buono.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 3 marzo 2013   Mer Feb 27, 2013 9:37 am

SABATO 2 MARZO 2013

SABATO DELLA II SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: O Dio, che per mezzo dei sacramenti ci rendi partecipi del tuo mistero di gloria, guidaci attraverso le esperienze della vita, perché possiamo giungere alla splendida luce in cui è la tua dimora.

Letture:
Mic 7,14-15.18-20 (Il nostro Dio viene a salvarci)
Sal 102 (Misericordioso e pietoso è il Signore)
Lc 15,1-3.11-32 (Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita)

Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita
La parabola del figliol prodigo è certo la storia di tutti. È molto facile ritrovarci nei pensieri, nelle scelte, nell’esperienza di questo giovane. Ci sono i passi che lo allontanano dalla casa paterna, metaforicamente da Dio, senza rimpianti, perché ha un forte desiderio di libertà, di essere veramente se stesso, libero da ogni legame. Quando un uomo vuole gestirsi la vita a modo suo, secondo le proprie sensibilità, pensa sempre che la vicinanza di Dio gli impedisca di vivere tutta la sua libertà; vede Dio come qualcuno che gli toglie ingiustamente qualcosa. Il Papa Benedetto ci ha detto: “Dio non ci toglie nulla”. Il predecessore: “Non abbiate paura, aprite le porte a Cristo”. Ma il peccatore ha un’altra logica. “Radunò ogni cosa e partì per un paese lontano”. I suoi passi sono passi di fuga incosciente. Porta via tutto, ma non l’amore del padre che gli appariva in quel momento ingombrante. Può vivere di quanto ha, ma non per tanto tempo. Si fa estraneo perfino a se stesso. Poi accadono molte cose, che lo frastornano alquanto e lo maturano. Nasce la nostalgia per la casa paterna. “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza”. Sa che ancora conta nel cuore del padre, nutre la speranza che il padre lo accolga almeno come servo, alla stregua degli altri. Dio non è offeso perché il figlio ha sciupato il patrimonio, ma soffre unicamente perché il figlio esce di casa e si sottrae al suo amore. Per perdonarlo non ha bisogno di nulla: basta che il figlio capisca e torni a casa. Beati i passi del ritorno! “Mentre egli stava ancora lontano, il padre lo vide e si commosse e, messosi a correre, gli si gettò al collo e lo baciò” e lo rivestì della dignità perduta e invita tutti a far festa. “Si fa più festa in cielo per un peccatore che si pente che per novantanove giusti”. Il fratello maggiore a tanta festa rimane grandemente indignato e rinfaccia al padre le presunte ingiustizie subìte, non ultima, l’accoglienza di questo figlio, ormai non più suo fratello. Il padre anche per lui esce di casa, manifestando che lo portava nel suo cuore: “Tu sei sempre con me”. Siamo sui passi del fratello maggiore, che per non sentirci fratelli, perdiamo la paternità? A Pasqua saremo capaci di gioire, anche con quelli che noi riteniamo immeritevoli di premio e incapaci di bene? Che cosa abbiamo fatto per meritare il perdono del Signore?
Oggi Gesù dice una parabola per ciascuno di noi: noi tutti siamo quel figlio che il peccato ha allontanato dal Padre, e che deve ritrovare, ogni giorno più direttamente, il cammino della sua casa, il cammino del suo cuore. La conversione è esattamente questo: questo viaggio, questo percorso che consiste nell’abbandonare il nostro peccato e la miseria nella quale esso ci ha gettati per andare verso il Padre. Ciò che ci sconvolge in questa parabola, e la realtà la sorpassa di molto, è il vedere che di fatto il nostro Padre ci attende da sempre. Siamo noi ad averlo lasciato, ma lui, lui non ci lascia mai. Egli è “commosso” non appena ci vede tornare a lui. Talvolta saremmo tentati di dubitare del suo perdono, pensando che la nostra colpa sia troppo grande. Ma il padre continua sempre ad amarci. Egli è infinitamente fedele. Non sono i nostri peccati ad impedirgli di darci il suo amore, ma il nostro orgoglio. Non appena ci riconosciamo peccatori, subito egli si dona di nuovo a noi, con un amore ancora più grande, un amore che può riparare a tutto, un amore in grado in ogni momento di trarre dal male un bene più grande. Il suo perdono non è una semplice amnistia, è un’effusione di misericordia, nella quale la tenerezza è più forte del peccato. Gesù vuole che noi abbiamo la stessa fiducia anche nei confronti degli altri. Nel cuore di ogni uomo vi è sempre una possibilità di ritorno al Padre, e noi dobbiamo sperarlo senza sosta. Quando vediamo fratelli e sorelle convertiti di recente che ricevono grazie di intimità con Dio, spesso davvero straordinarie, esultiamo senza ripensamenti, e partecipiamo alla gioia del Padre.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a nettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbidito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Riflessione:
- Il capitolo 15 del vangelo di Luca è racchiuso nella seguente informazione: “Si avvicinarono a Gesù i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. (Lc 15,1-3). Subito Luca presenta queste tre parabole legate tra di esse dallo stesso tema: la pecora smarrita (Lc 15,4-7), la moneta persa (Lc 15,8-10), il figlio perso (Lc 15,11-32). Quest’ultima parabola costituisce il tema del vangelo di oggi.
- Luca 15,11-13: La decisione del figlio più giovane. Un uomo aveva due figli. Il più giovane chiede una parte dell’eredità che gli spetta. Il padre divide tutto tra i due e tutti e due ricevono la loro parte. Ricevere l’eredità non è un merito. É un dono gratuito. L’eredità dei doni di Dio è distribuita tra tutti gli esseri umani, sia giudei che pagani, sia cristiani che non cristiani. Tutti ricevono qualcosa dall’eredità del Padre. Ma non tutti la curano allo stesso modo. Così, il figlio più giovane parte e va lontano e sperpera la sua eredità in una vita dissipata, allontanandosi dal Padre. Al tempo di Luca, il più anziano rappresentava le comunità venute dal giudaismo, e il più giovane, le comunità venute dal paganesimo. Ed oggi chi è il più giovane ed il meno giovane?
- Luca 15,14-19: La delusione e la volontà di tornare a casa del Padre. La necessità di procurarsi il cibo fa sì che il giovane perda la sua libertà e diventi schiavo per occuparsi di porci. Riceve un trattamento peggiore dei porci. Questa era la condizione di vita di milioni di schiavi nell’impero romano al tempo di Luca. La situazione in cui si trova fa sì che il giovane ricordi come si trovava nella casa di suo padre. Fa una revisione di vita e decide di tornare a casa. Prepara perfino le parole che dirà al Padre: “Non merito di essere tuo figlio! Trattami come uno dei tuoi impiegati!”. L’impiegato esegue ordini, adempie la legge della servitù. Il figlio più giovane vuole adempiere la legge, come lo volevano i farisei e gli scribi nel tempo di Gesù (Lc 15,1). Di questo i missionari dei farisei accusavano i pagani che si convertivano al Dio di Abramo (Mt 23,15). Al tempo di Luca, alcuni cristiani venuti dal giudaismo, si sottomisero al giogo della legge (Gal 1,6-10).
- Luca 15,20-24: La gioia del Padre quando incontra il figlio più giovane. La parabola dice che il figlio più giovane era ancora lontano di casa, ma il Padre lo vede, gli corre incontro e lo riempie di baci. L’impressione che ci è data da Gesù è che il Padre rimase tutto il tempo alla finestra per vedere spuntare il figlio dietro l’angolo! Secondo la nostra maniera umana di sentire e di pensare, l’allegria del Padre sembra esagerata. Non lascia nemmeno finire al figlio di dire le parole che ha in bocca. Nessuno ascolta! Il Padre non vuole che il figlio sia suo schiavo. Vuole che sia figlio! Questa è la grande Buona Novella che Gesù ci porta! Tunica nuova, sandali nuovi, anello al dito, vitello, festa! Nell’immensa gioia dell’incontro, Gesù lascia trasparire com’era grande la tristezza del Padre per la perdita del figlio. Dio era molto triste e di questo la gente si rende conto ora, vedendo l’immensa gioia del Padre per l’incontro con il figlio! È una gioia condivisa con tutti nella festa che fa preparare.
- Luca 15,25-28b: La reazione del figlio maggiore. Il figlio maggiore ritorna dal lavoro nel campo e trova la casa in festa. Non entra. Vuole sapere cosa succede. Quando gli viene detto il motivo della festa, si arrabbia e non vuole entrare. Rinchiuso in se stesso, pensa avere il suo diritto. Non gli piace la festa e non capisce il perché della gioia del Padre. Segno questo che non aveva molta intimità con il Padre, malgrado vivesse nella stessa casa. Infatti, se l’avesse avuta, avrebbe notato l’immensa tristezza del Padre per la perdita del figlio minore ed avrebbe capito la sua gioia per il ritorno del figlio. Chi vive molto preoccupato nell’osservanza della legge di Dio, corre il pericolo di dimenticare Dio stesso! Il figlio più giovane, pur essendo lontano da casa, sembrava conoscere il Padre meglio del figlio maggiore che viveva con lui! Perché il più giovane ebbe il coraggio di tornare a casa dal Padre, mentre il maggiore non vuole entrare più in casa del Padre! Non si rende conto che il Padre, senza di lui, perderà la gioia. Poiché anche lui, il figlio maggiore, è figlio così come il minore!
- Luca 15,28a-30: L’atteggiamento del Padre e la risposta del figlio maggiore. Il padre esce dalla casa e supplica il figlio maggiore di entrare in casa. Ma costui risponde: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Anche il figlio maggiore vuole festa ed allegria, ma solo con i suoi amici. Non con il fratello e nemmeno con il padre, e non chiama nemmeno fratello, suo fratello minore, bensì “questo tuo figlio”, come se non fosse più suo fratello. E lui, il figlio maggiore, parla di prostitute. È la sua malizia che gli fa interpretare così la vita del fratello più giovane. Quante volte il fratello maggiore interpreta male la vita del fratello più giovane! Quante volte noi cattolici interpretiamo male la vita e la religione degli altri! L’atteggiamento del Padre è aperto. Lui accoglie il figlio più giovane, ma non vuole nemmeno perdere il figlio maggiore. I due fanno parte della famiglia. L’uno non può escludere l’altro!
- Luca 15,31-32: La risposta finale del Padre. Nello stesso modo, come il Padre non fece attenzione agli argomenti del figlio minore, così neanche fa attenzione a quelli del figlio maggiore e dice: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!”. Il maggiore era veramente consapevole di stare sempre con il Padre e di trovare in questa presenza la ragione della sua gioia? L’espressione del Padre “Tutto ciò che è mio, è tuo!” include anche il figlio minore che è ritornato! Il maggiore non ha diritto a fare distinzioni, e se vuole essere figlio del Padre, deve accettarlo com’è e non come gli piacerebbe che il Padre fosse! La parabola non dice quale fu la risposta finale del fratello maggiore. Resta a carico del figlio maggiore, che siamo noi!
- Chi sperimenta l’irruzione gratuita e sorprendente dell’amore di Dio nella sua vita diventa gioioso e vuole comunicare questa gioia agli altri. L’azione salvatrice di Dio è fonte di gioia: “Rallegratevi con me!” (Lc 15,6.9). E da questa esperienza della gratuità di Dio nasce il senso di festa e di gioia (Lc 15,32). Al termine della parabola, il Padre chiede di essere contenti e di fare festa. La gioia è minacciata dal figlio maggiore, che non vuole entrare. Pensa di aver diritto ad una gioia solo con i suoi amici e non vuole condividere la gioia con tutti i membri della stessa famiglia umana. Rappresenta coloro che si considerano giusti ed osservanti, e pensano di non avere bisogno di conversione.

Per un confronto personale
- Qual è l’immagine di Dio che conservo in me fin dalla mia infanzia? È cambiata nel corso di questi anni? Se è cambiata, perché?
- Con quale dei due figli mi identifico: con il più giovane o con il maggiore? Perché?

Preghiera finale: Benedici il Signore, anima mia, quanto è in me benedica il suo santo nome. Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici (Sal 102).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 3 marzo 2013   Mer Feb 27, 2013 9:46 am

DOMENICA 3 MARZO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
III DOMENICA DI QUARESIMA


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Es 3,1-8.13-15 (Io-Sono mi ha mandato a voi)
Sal 102 (Il Signore ha pietà del suo popolo)
1Cor 10,1-6.10-12 (La vita del popolo con Mosè nel deserto è stata scritta per nostro ammonimento)
Lc 13,1-9 (Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo)

Il tempo si è fatto breve
La narrazione della vocazione di Mosè implica anche la rivelazione del nome di Dio: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. La curiosità provocata dal prodigio del roveto ardente spinge Mosè ad avvicinarsi; dal roveto, Dio chiama Mosé per due volte. Al patriarca, che manifesta disponibilità, il Signore rivela un progetto di liberazione, da comunicare al popolo. E in seguito, ad una domanda di Mosè, Dio dichiara il proprio nome: “Io sono colui che sono”, e aggiunge: “Dirai agli Israeliti: Io-Sono mi ha mandato a voi”. In realtà, forse Mosè non avrà capito la frase “Io sono colui che sono”, cioè sono colui che fa esistere, colui che ti è presente, colui che sarò, e come tale mi manifesterò. Informato sull’identità di Dio, Mosè accetta di annunziare la salvezza, trasmettendo le parole divine: “Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese, verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele”. Si entra decisamente nella spiritualità pasquale: la liberazione profetica di Israele dall’Egitto è la prefigurazione della libertà offerta da Cristo attraverso i sacramenti. San Paolo ricorda ai Corinzi il comportamento degli Israeliti nel deserto, le mormorazioni contro Mosè e contro il Signore; quei cristiani sono edotti sul divieto di mormorare. Inoltre si ricorda il miracolo dell’acqua uscita dalla roccia, “e quella roccia era il Cristo”. L’interpretazione degli eventi è pienamente cristologica; si allude al battesimo. In questa domenica di Quaresima, la fede è formata con una riflessione sulla liberazione dall’Egitto e sull’acqua uscita da una roccia che accompagnava il popolo: questo testo è essenziale per formare i catecumeni, i futuri cristiani e rafforzare la fede pasquale dei battezzati. Con l’evangelista Luca si riflette invece sui segni dei tempi, con un tentativo di capire episodi violenti della storia di Israele, e questo prendendo spunto dalla parabola del fico sterile. Per i profeti, il fico era il simbolo dell’infedeltà di Israele, e dell’attesa dei frutti. Il Signore concede ancora un po’ di tempo per fruttificare. La Quaresima è un tempo di grazia che Dio ci presenta per conformare la nostra fede all’evento pasquale: non bisogna perdere tempo! O, con le parole bibliche: “Il tempo si è fatto breve”.
L’uomo non è stato creato per rovinarsi la vita. Non si può neanche immaginare che, fornito di ragione, egli lo desideri. E tuttavia tutto sembra svolgersi in modo che ciò avvenga, a tale punto che si arriva a dubitare dei propri desideri di pienezza e perfino a negare la loro possibilità. Un fatto nuovo è accaduto nella storia, che “molti profeti e re hanno voluto vedere e non hanno visto, e udire e non hanno udito”. Una Presenza inevitabile, provocatoria, di un’autorità fino ad allora sconosciuta, che ha il potere di risvegliare nel cuore dell’uomo i suoi desideri più veri; un Uomo che si riconosce facilmente come la Via, la Verità e la Vita per raggiungere la propria completezza. Il momento è quindi decisivo, grave. Quest’uomo chiama tutti quelli che sono con lui a definire la propria vita davanti a lui. Ma c’è un’ultima e misteriosa resistenza dell’uomo proprio davanti a colui di cui ha più bisogno. Bisogna quindi ingaggiare una battaglia definitiva perché l’uomo ritrovi il gusto della libertà. E Cristo lotterà fino alla morte, per dare “una dolce speranza e per concedere dopo i peccati la possibilità di pentirsi” (cfr. Sap 12,19). Ma non tentiamo di ingannarci. Ci troviamo nelle ultime ore decisive. Cristo può, in un ultimo momento di pazienza, prolungare il termine, come fa per il fico della parabola, ma non lo prolungherà in eterno!

Approfondimento del Vangelo (Gesù commenta i fatti del giorno. Come interpretare i segni dei tempi)
Il testo: In quel tempo si presentarono alcuni a riferire a Gesù il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Tàglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Chiave di lettura: Il testo del Vangelo di questa terza domenica di Quaresima ci presenta due fatti diversi, legati tra di loro: un commento di Gesù riguardo ai fatti del giorno ed una parabola. Luca 13,1-5: richiesto dalla gente, Gesù commenta i fatti attuali: il massacro dei pellegrini eseguito da Pilato e a quella della torre di Siloé che uccise diciotto persone. Luca 13,6-9: Gesù racconta una parabola, quella del fico che non dava frutti. Durante la lettura è bene prestare attenzione a due cose: (i) verificare come Gesù contraddice l’interpretazione popolare di ciò che avviene (ii) scoprire se esiste un legame tra una parabola ed il commento di ciò che avviene.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 13,1: La gente da a Gesù la notizia del massacro dei Galilei
- Luca 13,2-3: Gesù commenta il massacro e ne trae una lezione per la gente
- Luca 13,4-5: Per rafforzare il suo pensiero Gesù commenta un’altro fatto
- Luca 13,6-9: La parabola del fico che non dava frutti

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto del testo che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
b) Qual era l’interpretazione popolare di questi due fatti?
c) Gesù non è d’accordo con l’interpretazione popolare dei fatti? In che modo?
d) Qual è il significato della parabola? C’è un legame tra la parabola ed il commento dei fatti?
e) Qual è il messaggio di questo testo per noi che oggi dobbiamo interpretare i Segni dei Tempi?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema:
a) Contesto letterario e storico di allora e di oggi: Luca scrive il suo vangelo attorno all’anno ‘85 per i cristiani delle comunità di Grecia. In generale, segue la narrazione del vangelo di Marco. Qui e là introduce piccole differenze o cambia alcune parole in modo che i mattoni rimossi di Marco si adattino al nuovo disegno che lui, Luca, immagina per il suo libro. Oltre al vangelo di Marco, Luca consulta anche altri libri ed ha accesso ad altre fonti: testimoni oculari e ministri della Parola (Lc 1,2). Tutto questo materiale che non ha un parallelo in Marco, Luca l’organizza in forma letteraria: un lungo viaggio di Gesù dalla Galilea fino a Gerusalemme. La descrizione di questo viaggio la vediamo in Luca dai versi 9,51 fino a 19,28 ed occupa quasi dieci capitoli, una terza parte del Vangelo! Lungo questi capitoli, Luca ricorda ai lettori, costantemente, che Gesù è in cammino. Raramente dice dove si trova Gesù, ma fa capire chiaramente che Gesù sta viaggiando e che l’obiettivo del viaggio è Gerusalemme dove morirà secondo quanto annunciato dai profeti (Lc 9,51.53.57; 10,1.38; 11,1; 13,22.33; 14,25; 17,11; 18,31. 35; 19,1.11.28). Ed anche dopo che Gesù giunge vicino a Gerusalemme, Luca continua a parlare di un cammino verso il centro (Lc 19,29.41.45; 20,1). Poco prima dell’inizio del viaggio, in occasione della trasfigurazione insieme a Mosè ed Elia sulla cima del Monte, l’andare a Gerusalemme è considerato come un esodo di Gesù (Lc 9,31) e come la sua assunzione o salita al cielo (Lc 9,51). Nel Vecchio Testamento, Mosè aveva guidato il primo esodo liberando la gente dall’oppressione del Faraone (Ex 3,10-12) ed il profeta Elia era salito al cielo (2Re 2,11). Gesù è il nuovo Mosè, che viene a liberare il popolo dall’oppressione della Legge. È il nuovo Elia che viene a preparare l’avvento del Regno. La descrizione del lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme non è solo un elemento letterario per introdurre il materiale proprio di Luca. Rispecchia anche il lungo e doloroso viaggio che le comunità della Grecia stavano facendo nel tempo di Luca nel quotidiano della loro vita: passare da un mondo rurale della Palestina al mondo cosmopolita della cultura greca nelle periferie delle grande città dell’Asia e dell’Europa. Questo passaggio o inculturazione era marcato da una forte tensione tra i cristiani venuti dal Giudaismo e dai nuovi che giungevano da altre etnie e culture. La descrizione del lungo viaggio verso Gerusalemme rispecchia infatti il doloroso processo di conversione che le persone legate al Giudaismo dovevano fare: uscire dal mondo dell’osservanza della legge che li accusava e li condannava per andare verso un mondo di gratuità dell’amore di Dio tra tutti i popoli, per la certezza che in Cristo tutti i popoli si fondono in un solo dinanzi a Dio; uscire dal mondo chiuso della razza verso il territorio universale dell’umanità. È anche il cammino di tutti noi lungo la nostra vita. Siamo capaci di trasformare le croci della vita in esodo di liberazione?
b) Commento del testo:
- Luca 13,1: La gente fa sapere a Gesù il massacro dei Galilei. Come oggi, il popolo commenta i fatti che avvengono e vuole un commento da coloro che possono interferire nell’opinione pubblica. E così che alcune persone giungono vicini a Gesù e raccontano il fatto del massacro di alcuni Galilei, il cui sangue Pilato aveva mescolato con quello delle sue vittime. Probabilmente si tratta di un assassinato commesso sul Monte Garizim, che continuava ad essere un centro di pellegrinaggio e dove la gente soleva offrire sacrifici. Il fatto conferma la ferocia e la stupidità di alcuni governanti romani in Palestina che provocavano la sensibilità religiosa dei Giudei mediante azioni irrazionali di questo tipo.
- Luca 13,2-3: Gesù commenta il massacro e ne trae una lezione per la gente. Interpellato a dare una opinione, Gesù chiede: “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subito tale sorte?”. La domanda di Gesù rispecchia l’interpretazione popolare comune dell’epoca: sofferenza e morte violenta sono il castigo di Dio per qualche peccato che la persona ha commesso. La reazione di Gesù è categorica: “No vi dico!”. E nega l’interpretazione popolare e trasforma il fatto in esame di coscienza: “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo!”. Ossia, se non avviene un vero e proprio mutamento, avverrà per tutti lo stesso massacro. La storia posteriore conferma la previsione di Gesù. Il mutamento non è avvenuto. Loro non si convertirono e quarant’anni dopo, nel 70, Gerusalemme è stata distrutta dai Romani. Venne massacrata molta gente. Gesù percepiva la gravità della situazione politica del suo paese. Da un lato, il dominio romano sempre più pesante ed insopportabile. Dall’altro la religione ufficiale, sempre più alienata senza capire la portata della fede in Yahvé per la vita della gente.
- Luca 13,4-5: Per rafforzare il suo pensiero Gesù commenta più di un fatto. Gesù stesso prende l’iniziativa di commentare un altro fatto. Una tormenta fa crollare la torre di Siloé e diciotto persone muoiono schiacciate dalle pietre. Il commento della gente: “Castigo di Dio!”. Commento di Gesù: “No, vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. È la stessa preoccupazione di interpretare i fatti in modo tale che diventi in essi trasparente la chiamata di Dio al mutamento ed alla conversione. Gesù è un mistico, un contemplativo. Legge i fatti in un modo diverso. Sa leggere ed interpretare i segni dei tempi. Per lui, il mondo è trasparente, rivelatore della presenza e degli appelli di Dio.
- Luca 13,6-9: La parabola del fico che non da frutti. Dopo Gesù racconta la parabola del fico che non da frutti. Un tale aveva un fico piantato nella sua vigna. Durante tre anni non aveva dato frutti. Per questo dice al vignaiolo: “Taglialo”. Ma costui risponde: “Lascialo ancora un anno. Se non da frutti, allora lo taglierai”. Non sappiamo se Gesù raccontò questa parabola immediatamente dopo il commento che fece del massacro ed il crollo della torre di Siloé. Probabilmente, fu Luca che colloca in questo luogo la parabola, perché lui, Luca, vede qualche legame tra il commento dei fatti e la parabola del fico. Luca non dice qual è il legame. Lascia a noi il compito di scoprirlo. Quale significato vi scorge Luca? Oso dare un’ opinione. Forse voi ne scoprirete un’altra. Il padrone della vigna e del fico è Dio. Il fico è il popolo. Gesù è il vignaiolo. Il padrone della vigna si è stancato di cercare frutti nel fico, senza incontrarli. Decide di sradicare l’albero. Così ci sarà posto per una pianta che possa dare frutti. Il popolo scelto non stava dando il frutto che Dio aspettava. Vuole dare la Buona Notizia ai pagani. Gesù, il vignaiolo, chiede di lasciare il fico in vita ancora un poco. Aumenterà i suoi sforzi per ottenere il mutamento e la conversione. Più avanti nel Vangelo, Gesù riconosce che il duplicare sforzi no ha dato risultato. Loro non si convertiranno. Gesù lamenta la mancanza di conversione e piange sulla città di Gerusalemme. (Lc 19,41-44).

Ampliando le informazioni (una breve storia della resistenza popolare contro Roma ai tempi di Gesù): Nel Vangelo di questa Domenica, Luca fa un’allusione chiara alla repressione delle legioni romane contro la resistenza popolare dei Galilei. Per questo, diamo qui una visione schematica della resistenza popolare della gente della Giudea contro il dominio romano e come, lungo gli anni, questa resistenza si è approfondita sempre di più entrando nelle radici della fede della gente. Ecco uno schema in parallelo con le tappe della vita di Gesù:
- Dal 63 al 37 prima di Cristo: Rivolta popolare senza una direzione. Nel 63 prima di Cristo l’impero romano invade la Palestina ed impone un pesante tributo. Dal 57 fino al 37, in appena 20 anni, scoppiano sei sommosse in Galilea! La gente, senza meta, va dietro qualsiasi persona che promette liberarla del tributo romano.
- Dal 37 al 4 prima di Cristo:Repressione e disarticolazione. É il periodo del governo di Erode, chiamato Il Grande, colui che uccise gli innocenti di Betlemme (Mt 2,16). La repressione brutale impedisce qualsiasi manifestazione popolare. Erode promoveva così la chiamata Pax Romana. Questa Pace reca all’Impero una certa stabilità economica, ma per i popoli dominati è pace del cimitero.
- Dal 4 al 6 dopo Cristo: Rivolte messianiche. É il periodo del governo di Archelao, in Giudea. Il giorno che assume il potere, massacra 3000 persone sulla piazza del Tempio. La rivolta esploda in tutto il paese, ma non era più senza meta. I leaders popolari di questo periodo cercavano motivazioni legate all’antica tradizione e si presentavano come dei re messianici. La repressione romana distrugge Séforis, capitale della Galilea. La violenza marca l’infanzia di Gesù. Nel corso dei dieci anni del governo di Archelao, vide passare la Palestina per uno dei periodi più violenti di tutta la sua storia.
- Dal 6 al 27: Zelo per la Legge: Tempo di revisione. Nell’anno 6, Romolo depone Archelao, e trasforma la Giudea in una Provincia Romana, decretando un censimento per attualizzare il pagamento del tributo. Il censimento produce una forte reazione popolare, ispirata nello Zelo per la Legge. Lo Zelo (da questa parola viene il termino zelati) spingeva la gente a boicottare e non pagare il tributo. Era una nuova forma di resistenza, una specie di disobbedienza civile, che cresceva come il fuoco represso sotto le ceneri. Mas lo Zelo limitava la visione. Gli “zelosi” correvano il pericolo di ridurre l’osservanza della Legge all’opposizione ai Romani. E proprio in questo periodo matura in Gesù la coscienza della sua missione.
- Dal 27 al 69: Riappaiono sulla scena i profeti. Dopo questi 20 anni, dal 6 al 26, la revisione della meta del cammino appare nella predicazione dei profeti che rappresentano un passo in più nel movimento popolare. I profeti convocano il popolo e lo invitano alla conversione ed al mutamento. Vogliono rifare la storia, fin dalle sue origini. Convocano il popolo nel deserto (Mc 1,4), per iniziare un nuovo esodo, annunciato da Isaia (Is 43,16-21). Il primo fu Giovanni Battista (Mt 11,9; 14,5; Lc 1,76), che attira molta gente (Mt 3,5-7). Subito dopo viene Gesù, che era considerato dalla gente un profeta (Mt 16,14; 21,11.46; Lc 7,16). Anche Gesù, come Mosè, proclama la Nuova Legge sulla Montagna (Mt 5,1) ed alimenta il popolo nel deserto (Mc 6,30-44). Come la caduta delle mura di Gerico verso la fine dei quaranta anni nel deserto (Is 6, 20), lui annuncia la caduta delle mura di Gerusalemme (Lc 19, 44; Mt 24,2). Come i profeti anticamente, lui annuncia la liberazione degli oppressi e l’inizio di un nuovo anno giubilare (Lc 4,18-19), e chiede di cambiare il modo di vivere (Mc 1,15; Lc 13,3.5).
- Dopo Gesù, vengono anche altri profeti. Per questo la rivolta, il messianismo e lo zelo continuano ad esistere simultaneamente. Le autorità dell’epoca, sia i Romani che gli Erodiani, come pure i sacerdoti, gli scribi e farisei, tutti loro, preoccupati solo per la sicurezza del Tempio e della Nazione (Gv 11,48) o con l’osservanza della Legge (Mt 23,1-23), non percepiscono la differenza esistente tra i profeti e gli altri leaders popolari. Per loro era tutto la stessa cosa. Confondono Gesù con i re messianici (Lc 23,2.5). Gamaliel, il grande dottore della legge, per esempio, paragona Gesù con Giuda, capo dei rivoltosi (At 5,35-37). Flavio Giuseppe stesso, lo storico, confonde i profeti con “ladroni ed impostori”. Oggi tutti sarebbero tacciati di essere “fannulloni”!

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
III DOMENICA DI QUARESIMA
DOMENICA DI ABRAMO


Letture:
Dt 6,4a;18,9-22
Sal 105
Rm 3,21-26
Gv 8,31-59

Prima che Abramo fosse, Io sono
Ancora oggi gli Ebrei non accettano il Cristo come il “profeta che il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me”, come aveva preannunciato Mosè (Lett.). Tanto meno questo è accetto agli adepti di tante altre religioni, che di questi tempi enfatizzano la propria identità così esclusivista da fomentare fanatismi violenti, incapaci di rispetto e neanche più di ascolto reciproco. Il dialogo interreligioso diviene un problema sempre più impraticabile. Eppure è sempre tanto necessario per chi cerca la verità; infatti “uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore tra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). È quanto oggi la Parola di Dio ci richiama in una pagina che rievoca uno scontro violento tra Gesù e “quei giudei che gli avevano creduto”. Erano tentati di credere più alle loro tradizioni che non alla novità di Cristo. Come capita anche tra quanti, dichiarandosi cristiani, hanno nostalgie di verità e pratica di fede che non sono quelle che la Chiesa oggi del Concilio ha chiarito e pratica.
Io sono: Mai come qui Gesù dichiara esplicitamente la sua origine divina: sono uscito da Dio, Lui mi ha mandato, dico quello che ho visto da Lui, onoro il Padre, Lui mi garantisce e mi glorifica, lo conosco e osservo la sua parola, e alla fine afferma: IO SONO, il nome proprio del Dio dell’Antico Testamento, Jahvè. “Prima che Abramo fosse, io sono”. “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1). Egli si dichiara come l’unico e l’autentico inviato da Dio come salvatore. “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv 10,30). I giudei lo vogliono uccidere perché hanno ben inteso la sua “bestemmia” di autodefinirsi Dio. Lui è la VERITA’, cioè la rivelazione piena di Dio. “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui lo ha rivelato” (Gv 1,18). È il vertice di quella Rivelazione iniziata con Abramo, gradualmente cresciuta nella storia di Israele ed giunta ora nella persona di Gesù al suo punto supremo e definitivo: “Abramo ha visto il mio giorno..”. Da qui la sua pretesa di esclusività. Non è più ipotizzabile un altro volto di Dio. Questa verità è particolarmente urgente richiamare oggi in tempi di tanto revival religioso soggettivo. Gesù è la verità unica su Dio, sul progetto di uomo e di storia e sul suo piano di salvezza. Paolo oggi è esplicito: “È lui che Dio ha stabilito apertamente come strumento di espiazione, per mezzo della fede, nel suo sangue” (Epist.). Aderire a lui è il solo modo di appartenere con la fede alla vera discendenza di Abramo, e di “rimanere per sempre nella casa”, - quali autentici figli di Dio ed eredi, così “da non vedere più la morte”. Gesù è il compimento di tutta una lunga preparazione e non sopporta discontinuità o rifiuto entro un disegno unitario di Dio. L’Ebraismo è stato solo premessa a Cristo (“pedagogo”, dice Paolo). È categorico Gesù: o si è con lui o si è di satana. “Chi pretendi di essere?”. È una pretesa che se non venisse da Dio, sarebbe di un pazzo. Di Dio Gesù è l’incarnazione storica, e l’unico oggettivo strumento di salvezza per tutti gli uomini.
Il dialogo: La prima condizione del dialogo è l’aver coscienza entusiasta della propria identità. È ciò che ci chiede il Signore. “Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. Liberi dalla schiavitù del peccato (cioè dall’irreligiosità, da una religione sbagliata, dalle varie forme di idolatria, dall’arroganza autosufficiente di chi cerca salvezza negli idoli moderni: libertà, soldi, prestigio, potere ...., o di chi crede di salvarsi da sé). Vi fa riferimento Gesù usando le forti parole della schiavitù sotto satana, omicida e padre della menzogna, perché “chiunque commette il peccato è schiavo del peccato”. Quanto disordine di idee e di opere si costata nel nostro mondo ormai schiavo del relativismo morale e di soggettivismo anche religioso! È la cosiddetta “religione” laica: l’indifferenza e il non porsi più seriamente il problema di Dio e del senso della vita. Siamo al gravissimo danno dell’ottundimento del più naturale “senso religioso”! Il dialogo implica conoscenza e rispetto con chi pratica altre religioni. “La Chiesa Cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscono da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini” (Nostra aetate). Nel pluralismo religioso “Dio non manca di rendersi presente in tanti modi mediante le ricchezze spirituali che sono presenti in tante religioni, pur contenendo queste lacune, insufficienze ed errori” (Dich. Dominus Jesus). Dio ha le sue vie straordinarie per salvare ogni uomo, del resto responsabile davanti a Lui per quel che ha conosciuto, servendolo con coscienza sincera. È il tema del dialogo interreligioso. Va quindi affermata “l’unica mediazione del Redentore che, pur suscitando nelle creature una varia cooperazione, è però sempre partecipazione dell’unica fonte e attingono significato e valore unicamente da quella di Cristo e non possono essere intese come parallele e complementari” (Dominus Jesus). E poiché Cristo ha unito a Sé la Chiesa “come suo Corpo e Sua Sposa”, è nella Chiesa cattolica che esiste la pienezza dei mezzi di salvezza, “pur trovandosi elementi di santificazione e di verità anche in Chese e Comunità ecclesiali che non sono ancora in piena comunione con la Chiesa Cattolica” (idem). Con queste precisazioni si deve ancora affermare: “Extra Ecclesia, nulla salus”. È il tema dell’Ecumenismo.
Dice oggi il Prefazio: “La moltitudine dei popoli, preannunciati ad Abramo come sua discendenza, è veramente la tua unica Chiesa, che si raccoglie da ogni tribù, lingua e nazione”. Aderire a Gesù nella sua Chiesa è la strada maestra da percorrere. Alla quale ogni anno siamo invitati ad aderire rinnovando le Promesse Battesimali nella Veglia pasquale.
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MessaggioOggetto: sabato 9 marzo 2013   Lun Mar 04, 2013 2:39 pm

SABATO 9 MARZO 2013

SABATO DELLA III SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: O Dio, nostro Padre, che nella celebrazione della Quaresima ci fai pregustare la gioia della Pasqua, donaci di approfondire e vivere i misteri della redenzione per godere la pienezza dei suoi frutti.

Letture:
Os 6,1-6 (Voglio l’amore e non il sacrificio)
Sal 50 (Voglio l’amore e non il sacrificio)
Lc 18,9-14 (Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo)

“Si batteva il petto e diceva: O Dio, abbi pietà di me peccatore”
Il testo di Osea sembra definire una liturgia penitenziale comunitaria. Il popolo riconosce di essere ferito dal Signore. “Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà”. Ma la mancanza di perseveranza provocherà altre disgrazie. “Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti”. Il profeta procede ad una rilettura della storia sacra, durante la quale numerosi profeti si sono sforzati di richiamare alla fedeltà all’alleanza. Si sono preferiti i sacrifici e gli olocausti, mentre Dio voleva misericordia e conoscenza di Dio. Questa annotazione indica il graduale superamento delle antiche pratiche cultuali, a vantaggio di un culto consistente in valori morali e spirituali. Nel vangelo si proclama il valore del segno del pubblicano. Da una parte, un fariseo evidenzia la sua condotta positiva, che vorrebbe metterlo da giudice in contatto con Dio e con gli altri. Dall’altra parte, l’amore umile e penitente del pubblicano raggiunge Dio, perché mette quell’uomo nella verità; egli riconosce di aver bisogno di Dio ed è fiducioso nella tenerezza divina; il suo sguardo è orientato verso il Dio eterno, anche se fisicamente “non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo”. Con questa celebrazione liturgica si conclude la terza settimana di Quaresima, con un insegnamento sulla conversione e sulla penitenza; per giungere santamente a Pasqua occorre un cuore contrito, rinnovato.
Se siamo onesti, dobbiamo riconoscere che noi tutti abbiamo la tendenza a compiacerci di noi stessi. Forse perché pratichiamo molto fedelmente la nostra religione, come quel zelante fariseo, pensiamo di dover essere considerati “per bene”. Non abbiamo ancora capito queste parole di Dio in Osea: “Voglio l’amore e non il sacrificio” (Os 6,6). Invece di glorificare il Padre per quello che è, il nostro ringraziamento troppo spesso riguarda ciò che noi siamo o, peggio, consiste nel confrontarci, in modo a noi favorevole, con gli altri. È proprio questo giudizio sprezzante nei confronti dei fratelli che Gesù rimprovera al fariseo, così come gli rimprovera il suo atteggiamento nei confronti di Dio. Durante questa Quaresima, supplichiamo Gesù di cambiare radicalmente il nostro spirito e il nostro cuore, e di darci l’umiltà del pubblicano che invece ha scoperto l’atteggiamento e la preghiera “giusti” di fronte a Dio. Non comprenderemo mai abbastanza che il nostro amore è in stretta relazione con la nostra umiltà. La cosa migliore che possiamo fare di fronte a Dio, in qualsiasi misura ci pretendiamo santi, è di umiliarci di fronte a Dio. Ci sono dei momenti in cui non riusciamo a rendere grazie in modo sincero; allora possiamo fare la preghiera del pubblicano, possiamo cioè approfittare della nostra miseria per avvicinarci a Gesù: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Gesù esaudisce sempre questa preghiera. L’umiltà non ha niente a che vedere con un qualsiasi complesso di colpa o con un qualsiasi senso di inferiorità. È una disposizione d’amore; essa suppone che sappiamo già per esperienza che il nostro stato di peccatori attira l’amore misericordioso del Padre, poiché “chi si umilia sarà esaltato”. Essa suppone cioè che siamo entrati nello spirito del Magnificat.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Riflessione:
- Nel Vangelo di oggi, Gesù racconta la parabola del fariseo e del pubblicano per insegnarci a pregare. Gesù ha un modo diverso di vedere le cose. Lui vedeva qualcosa di positivo nel pubblicano, di cui tutti dicevano: “Non sa pregare!”. Gesù viveva così unito al Padre per mezzo della preghiera, che tutto diventava per lui espressione di preghiera.
- Il modo di presentare la parabola è molto didattico. Luca dà una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi Gesù racconta la parabola ed alla fine Gesù stesso applica la parabola alla vita.
- Luca 18,9: L’introduzione. La parabola viene presentata dalla frase seguente: “Gesù disse questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri!”. La frase è di Luca. Si riferisce al tempo di Gesù. Ma si riferisce anche al nostro tempo. Ci sono sempre persone e gruppi di persone che si considerano giusti e fedeli e che disprezzano gli altri, considerandoli ignoranti ed infedeli.
- Luca 18,10-13: La parabola. Due uomini vanno al tempio a pregare: un fariseo ed un pubblicano. Secondo l’opinione della gente d’allora, i pubblicani non erano assolutamente considerati e non potevano rivolgersi a Dio, perché erano persone impure. Nella parabola, il fariseo ringrazia Dio perché è migliore degli altri. La sua preghiera non è altro che un elogio di se stesso, un’ esaltazione delle sue buone qualità ed un disprezzo per gli altri e per il pubblicano. Il pubblicano non alza neanche gli occhi, ma si batte il petto dicendo: “Dio mio, abbi pietà di me che sono un peccatore!”. Si mette a posto suo davanti a Dio.
- Luca 18,14: L’applicazione. Se Gesù avesse lasciato esprimere la sua opinione per dire chi dei due ritornò giustificato verso casa, tutti avrebbero risposto: “Il fariseo!”. Poiché era questa l’opinione comune a quel tempo. Gesù pensa in modo diverso. Per lui, chi ritorna giustificato a casa, in buoni rapporti con Dio, non è il fariseo, bensì il pubblicano. Gesù gira tutto al rovescio. Alle autorità religiose dell’epoca certamente non è piaciuta l’applicazione che lui fa di questa parabola.
- Gesù prega. Soprattutto Luca ci informa sulla vita della preghiera di Gesù. Presenta Gesù in preghiera costante. Ecco un elenco di testi del vangelo di Luca, in cui Gesù appare in preghiera: Lc 2,46-50; 3,21: 4,1-12; 4,16; 5,16; 6,12; 9,16.18.28; 10,21; 11,1; 22,32; 22,7-14; 22,40-46; 23,34; 23,46; 24,30. Leggendo il vangelo di Luca, tu potrai trovare altri testi che parlano della preghiera di Gesù. Gesù viveva in contatto con il Padre. La respirazione della sua vita era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva, affinché la gente ed i suoi discepoli facessero lo stesso, poiché nel contatto con Dio nasce la verità e la persona si incontra con se stessa, in tutta la sua realtà ed umiltà. In Gesù, la preghiera era intimamente legata ai fatti concreti della vita ed alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedele al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con Lui per ascoltarlo. Gesù pregava i Salmi. Come qualsiasi altro giudeo pio, li conosceva a memoria. Gesù giunse a comporre il suo proprio salmo. È il Padre Nostro. La sua vita era una preghiera permanente: “Non può fare nulla se non ciò che vede fare dal Padre!” (Gv 5,19.30). A lui si applica ciò che dice il Salmo: “Io sono in preghiera!” (Sal 109,4).

Per un confronto personale:
- Guardandomi allo specchio di questa parabola, io sono come il fariseo o come il pubblicano?
- Ci sono persone che dicono che non sanno pregare, ma parlano tutto il tempo con Dio. Tu conosci persone così?

Preghiera finale: Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato (Sal 50).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 10 marzo 2013   Lun Mar 04, 2013 2:42 pm

DOMENICA 10 MARZO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
IV DOMENICA DI QUARESIMA
DOMENICA LAETARE


Orazione iniziale: Vieni, o Spirito creatore, a svelarci il grande mistero di Dio Padre e del Figlio uniti in un solo Amore. Facci vedere il gran giorno di Dio splendente di santa luce: nasce nel sangue di Cristo l’aurora di un mondo nuovo. Torna alla casa il prodigo, splende la luce al cieco; il buon ladrone graziato dissolve l’antica paura. Morendo sopra il patibolo Cristo sconfigge la morte; la morte dona la vita, l’amore vince il timore, la colpa cerca il perdono. Amen.

Letture:
Gs 5,9.10-12 (Il popolo di Dio, entrato nella terra promessa, celebra la Pasqua)
Sal 33 (Gustate e vedete com’è buono il Signore)
2Cor 5,17-21 (Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo)
Lc 15,1-3.11-32 (Questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita)

Gustate e vedete com’è buono il Signore
In questa domenica si percorre un itinerario che, partendo dal progetto di conversione (il Vangelo del figlio fuggitivo dal Padre), si torna a Cristo che riconcilia e introduce nella casa (seconda lettura), per celebrare tutti insieme la Pasqua (prima lettura). Per la prima volta, si ricorda, con Giosuè, la celebrazione della Pasqua, “alla sera”, dopo l’ottenuta liberazione dall’Egitto e l’accampamento in Gàlgala, nella steppa di Gérico. Inizia davvero il cammino verso la Terra Promessa. In quel giorno, per Israele la prima notte in libertà, è solennizzata con l’importante rito pasquale. “Oggi ho allontanato da voi l’infamia d’Egitto”. Un altro cambiamento significato colpisce l’immaginazione. Dopo quaranta anni nel deserto, con un nutrimento composto prevalentemente dalla manna, tutti “mangiarono i prodotti della regione, azzimi e frumento abbrustolito in quello stesso giorno”. La manna sparisce, senza alcun rimpianto: “in quell’anno mangiarono i frutti della terra di Cànaan”. Paolo ai Corinzi, annunzia il rinnovamento pasquale: “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove”. Il rinnovamento avviene grazie alla riconciliazione. Il ministero apostolico comunica la grazia nel nome di Cristo: tutti sono invitati a lasciarsi riconciliare con Dio, per ottenere la giustizia. Gesù ha dato l’esempio della solidarietà con i peccatori: “Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui, giustizia di Dio”. Alla solidarietà del Signore, non può che corrispondere la nostra lode, con lo stesso Signore. Il vangelo di Luca trasmette una parabola della misericordia. Gesù frequenta i peccatori e mangia con loro: segno di vera vicinanza spirituale. Gli stessi si avvicinano a lui per ascoltarlo; il fatto è disapprovato dai farisei e dagli scribi. La parabola dei due figli e del padre accogliente rivela l’atteggiamento di Dio che organizza una festa in occasione del ritorno del figlio ribelle; il figlio maggiore non sente la necessità di una festa, visto che è chiuso nella sua rigidità morale, e con i farisei e gli scribi non si è accorto del nuovo orizzonte della Storia della salvezza: alla lontananza nutrita da orgoglio, si sostituisce la somiglianza creata dall’amore. La casa del Padre è una dimora di comunione, perché :”tutto ciò che è mio è tuo”.
“O Padre, che per mezzo del tuo Figlio operi mirabilmente la nostra redenzione”: è con questa preghiera che apriamo la liturgia di questa domenica. Il Vangelo ci annuncia una misericordia che è già avvenuta e ci invita a riceverla in fretta: “Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”, dice san Paolo (2Cor 5,20). Il padre non impedisce al suo secondogenito di allontanarsi da lui. Egli rispetta la sua libertà, che il figlio impiegherà per vivere una vita grigia e degradata. Ma mai si stanca di aspettare, fino al momento in cui potrà riabbracciarlo di nuovo, a casa. Di fronte all’amore del padre, il peccato del figlio risalta maggiormente. La sofferenza e le privazioni sopportate dal figlio minore sono la conseguenza del suo desiderio di indipendenza e di autonomia, e di abbandono del padre. La nostalgia di una comunione perduta risveglia in lui un altro desiderio: riprendere il cammino del focolare familiare. Questo desiderio del cuore, suscitato dalla grazia, è l’inizio della conversione che noi chiediamo di continuo a Dio. Siamo sempre sicuri dell’accoglienza del padre. La figura del fratello maggiore ci ricorda che non ci comportiamo veramente da figli e figlie se non proviamo gli stessi sentimenti del padre. Il perdono passa per il riconoscimento del bisogno di essere costantemente accolti dal Padre. Solo così la Pasqua diventa per il cristiano una festa del perdono ricevuto e di vera fratellanza.

Approfondimento del Vangelo (La parabola del figlio prodigo)
Il testo: In quel tempo, si avvicinavano Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Momenti di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Luca è stato chiamato da Dante ‹‹scriba mansuetudinis Christi››. È infatti l’evangelista che ama sottolineare la misericordia del Maestro per i peccatori e raccontare scene di perdono (Lc 7,36-50; 23,39-43). Nel vangelo di Luca la misericordia di Dio si manifesta in Gesù Cristo. Si può dire che il Gesù di Luca è l’incarnazione della presenza misericordiosa di Dio tra noi. “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,36). Luca sottolinea una immagine di Dio, già rivelata nell’Antico Testamento (Es 34,6), ma che purtroppo sembra sia stata trascurata dagli scribi e i farisei che sottolineavano l’immagine di Dio “che castiga la colpa dei padri nei figli” (Es 34,7). I farisei e gli scribi infatti si vantano di essere giusti agli occhi di Dio perché non trasgrediscono la legge. Gesù critica questo atteggiamento con il suo insegnamento e anche con il suo modo di agire. Lui, il “giusto” di Dio (1Pt 3,18), “riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). Si pensi alla parabola del pubblicano che tornò a casa sua dal tempio giustificato, a differenza del fariseo che si esaltò davanti a Dio giudicando il suo prossimo (Lc 18,9-14). Gesù ci fa vedere che il pensiero e l’agire di Dio sono assai diversi da quelli umani. Dio è diverso, e la sua trascendenza si manifesta nella misericordia che perdona le colpe. “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira... perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te e non verrò nella mia ira” (Os 11,8-9). Questa parabola del “figlio prodigo”, sottolinea questo volto di Dio Padre misericordioso. Per questo alcuni fanno riferimento al racconto come “la parabola del padre prodigo nella misericordia e il perdono”. Il brano evangelico fa parte di un susseguirsi di tre parabole della misericordia, con un preambolo che ci fa contemplare “tutti i pubblicani e i peccatori” che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo (Lc 15,1). Questi si rispecchiano nell’atteggiamento del figlio minore, che rientra in se stesso e comincia a riflettere sulla sua condizione e su ciò che ha perso andandone via dalla casa di suo padre (Lc 15,17-20). Interessante notare l’uso del verbo “ascoltare”, che richiama la scena di Maria sorella di Marta, “la quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola” (Lc 10,39); oppure alle folle che “erano venuti per ascoltarlo ed esser guariti dalle loro malattie” (Lc 6,18). Gesù riconosce i suoi parenti, non dal legame sanguineo, ma da questo atteggiamento di ascolto: “Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Luca sembra dare importanza a questo atteggiamento. Maria, la madre di Gesù, e lodata per questo atteggiamento di ascolto contemplativo, lei che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,19.51). Elisabetta la proclama beata perché “ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), rivelate nella scena dell’annunciazione (Lc 1,26-38). Alla misericordia del padre che si commuove (Lc 15,20), si contrappone l’atteggiamento severo del figlio maggiore, che non accetta suo fratello come tale, ma nel dialogo con il padre, lo definisce: “questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute” (Lc 15,30). Qui si intravede l’atteggiamento degli scribi e dei farisei che “mormoravano: ‹‹Costui riceve i peccatori e mangia con loro››”. Loro non si mescolano con i “peccatori” considerati immondi, ma si distanziano da loro. L’atteggiamento di Gesù è diverso, è scandaloso ai loro occhi. Lui ama trattenersi con i peccatori e qualche volta si auto invita a casa loro per mangiare con essi (Lc 19,1-10). La mormorazione degli scribi e farisei impedisce l’ascolto della Parola. Molto suggestivo il contrasto fra i due fratelli. Il minore, riconosce la sua miseria e la sua colpa, ritorna a casa dicendo: “Padre, ho peccato conto il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,18-19,21). Il maggiorenne, fa vedere un’ atteggiamento di arroganza non solo nei confronti di suo fratello, ma anche nei confronti di suo padre! Il suo rimproverare contrasta molto la tenerezza del padre che uscendo da casa, gli va incontro a “pregarlo” di entrare in casa. Il padre agisce nello stesso modo con tutti e due i suoi figli, e lui che va incontro a loro per farli entrare in casa sua (Lc 15,20.28). È l’immagine di Dio Padre che ci invita alla conversione, a ritornare da lui: “Ritorna, Israele ribelle, dice il Signore. Non ti mostrerò la faccia sdegnata, perché io sono pietoso, dice il Signore. Non conserverò l’ira per sempre. Su, riconosci la tua colpa, perché sei stata infedele al Signore tuo Dio; hai profuso l’amore agli stranieri sotto ogni albero verde e non hai ascoltato la mia voce. Oracolo del Signore. Ritornate, figli traviati – dice il Signore – perché io sono il vostro padrone” (Ger 3,12-14).

Alcune domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione:
- Luca sottolinea una immagine di Dio misericordioso, già rivelata nell’Antico Testamento (Es 34,6), ma che purtroppo sembra sia stata trascurata dagli scribi e i farisei che sottolineavano l’immagine di Dio “che castiga la colpa dei padri nei figli” (Es 34,7). Quale immagine ho di Dio?
- I farisei e gli scribi si vantano di essere giusti agli occhi di Dio perché non trasgrediscono la legge. Gesù critica questo atteggiamento con il suo insegnamento e anche con il suo modo di agire. Lui il “giusto” di Dio (1Pt 3,18) “riceve i peccatori e mangia con loro” (Lc 15,2). Mi considero giusto più degli altri, forse perché cerco di osservare i comandamenti di Dio? Quali motivazioni mi spingono a vivere da “giusto”, l’amore di Dio o il compiacimento personale?
- “Tutti i pubblicani e i peccatori” si avvicinano a Gesù per ascoltarlo (Lc 15,1). Luca sembra dare importanza a questo atteggiamento di ascolto, riflessione, rientrare in se stessi, meditare e serbare la Parola nel proprio cuore. Quale posto occupa l’ascolto contemplativo della Parola di Dio nella mia vita quotidiana?
- Gli scribi e i farisei non si mescolano con i “peccatori” considerati immondi, ma si distanziano da loro. L’atteggiamento di Gesù è diverso, è scandaloso ai loro occhi. Lui ama trattenersi con i peccatori e qualche volta si auto invita a casa loro per mangiare con essi (Lc 19,1-10). Giudico gli altri, oppure cerco di trasmettere sentimenti di misericordia e perdono, che riflettono la tenerezza di Dio Padre-Madre?
- ‹‹”Portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa›› (Lc 15,23). Nell’immagine del padre che fa banchetto di festa per il figlio tornato in vita, riconosciamo Dio Padre che ci ha tanto amati “da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia ma abbia la vita eterna” (Gv 3,16). Nel “vitello grasso” ammazzato, possiamo riconoscere il Cristo, l’agnello di Dio che si offre come vittima di espiazione per riscattarci dal peccato. Partecipo al banchetto eucaristico con sentimenti di gratitudine per questo amore infinito di Dio che si dona a noi nel suo figlio diletto, crocifisso e risorto?

Preghiera finale: O Dio, che dai la ricompensa ai giusti e non rifiuti il perdono ai peccatori pentiti, ascolta la nostra supplica: l’umile confessione delle nostre colpe ci ottenga la tua misericordia.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
IV DI QUARESIMA
DOMENICA DEL CIECO


Letture:
Es 17,1-11
Sal 35
1Ts 5,1-11
Gv 9,1-38b

Va’ a lavarti a Siloe
“Voi, fratelli, non siete nelle tenebre; infatti siete figli della luce” (Epist.). È la nostra fortuna, dal giorno del battesimo, di essere “illuminati”, come in antico si chiamavano i nuovi battezzati. Gesù apre gli occhi al cieco nato. Il prefazio dice: “Nel mendicante guarito è raffigurato il genere umano, prima nella cecità della sua origine e poi nella splendida illuminazione che nel fonte battesimale gli viene donata”. Dal battesimo viene a noi la luce di Cristo e la nuova vita in lui. Purché siamo di quelli che credono, come il cieco, nonostante l’incredulità e forse la paura di fronte ad una cultura che con tanta supponenza ci invade.
L’illuminazione: Il fatto narrato è un gesto ben concreto: un cieco dalla nascita è guarito. Costui viene inviato a lavarsi alla piscina di Siloe, “che significa: Inviato”, cioè Messia. Il fatto allora è un segno: di Gesù che è luce del mondo: “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Luce come rivelazione piena di Dio: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito .. è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Luce che è la vita divina: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12). Luce che è indirizzo sicuro di vita pienamente umana: “Chi segue me non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 9,12). Luce che è anche per l’oggi guarigione, consolazione e speranza dentro tante miserie della vita quotidiana. Accogliere Gesù - via per la quale Dio giunge a noi - è arrivare alla verità e alla vita: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). Quel segno si attualizza per noi nel battesimo. L’umanità, nata cieca per l’eredità di peccato ricevuta da Adamo, è resa priva della vita divina, ferita nelle più autentiche capacità umane e destinata alla morte, sull’immagine del malcapitato della parabola del Buon Samaritano, bisognoso che Dio si chini su di lui per salvarlo. Gesù ripete anche a noi: “Va’ a lavarti alla piscina di Siloe”. Va’ a lavarti nella piscina del tuo battesimo e ne uscirai illuminato dalla mia grazia, riconciliato con Dio, partecipe ancora della vita divina, rafforzato dallo Spirito santo che ti rende capace di “resistere al male che non vuoi e fare il bene che vuoi” (Rm 7,18-19). Ce lo ripete oggi Paolo: “Dio ci ha destinati a ottenere la salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo” (Epist.). “Voi, fratelli, siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre” (Epist.). Da qui la consapevolezza della nostra nuova dignità e, conseguentemente, la coerenza di una qualità di vita diversa. “Non dormiamo dunque come gli altri, ma vegliamo e siamo sobri” (Epist.). E con la sobrietà, cioè la padronanza di sé, ecco la fede, la carità e la speranza, quasi armi che ci difendono dal mondo: “Noi siamo sobri, vestiti della corazza della fede e della carità, e avendo come elmo la speranza della salvezza” (Epist.). La fede che dice il nostro riferimento unico a Cristo; la carità come verifica della nostra professione cristiana; la speranza di un destino eterno che è la grande forza di noi credenti entro le lotte della vita.
La scelta: Al gesto - al dono di Dio - deve corrispondere la nostra apertura, la nostra scelta. Il cieco nato, uomo sincero e realista s’arrende all’evidenza del fatto e cammina verso il riconoscimento del segno, passando dalla luce degli occhi alla luce della fede. Il suo ragionamento è semplice: “Da che mondo è mondo, non s’è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”. Passa gradualmente da saperlo “un uomo che si chiama Gesù”, a riconoscerlo “un profeta”, cioè “uno che viene da Dio”. Alla fine lo proclama “Signore”, il Figlio dell’uomo che è il Dio venuto tra noi e che è risorto. A tale riconoscimento della divinità di Gesù approda appunto la fede battesimale. All’opposto sta l’indurimento del cuore dei farisei di fronte a Gesù che non vogliono accettare il fatto per pregiudizio contro il segno, perché non vogliono riconoscere il divino che c’è in Gesù, riconoscerlo cioè Messia. Accanto ai farisei ci sta la folla che si perde in chiacchiere, si ferma alla pura curiosità: è lui il mendicante cieco, .. non è lui? Non prende posizione, non gli interessa più di tanto quel che è capitato...: come avviene per chi del fatto religioso si informa solo alla tv. Per i genitori del cieco poi è questione di paura: è troppo compromettente e rischioso credere in Cristo! E noi? Quale posizione prendiamo di fronte a Gesù? Quella aperta e leale del cieco? O quella supponente dei farisei “che sanno”? O quella indifferente della folla? O quella minimalista dei genitori che non vogliono compromettersi con Cristo? La vita ha le sue prove, e l’adesione di fede non è così sempre facile. Come per l’antico popolo di Dio, nel deserto della vita viene a mancare l’acqua, o c’è da affrontare il nemico, viene quindi facilmente da dubitare di Dio, delle sue promesse e del suo aiuto: “Il Signore è in mezzo a noi sì o no” (Lett.). C’è bisogno ancora allora del bastone di Mosè e delle sue mani alzate a invocare l’intervento salvifico di Dio (cfr. Lett.). La fede è dono di Dio; ma anche la perseveranza nella fede è dono di Dio. Gesù ha tanto raccomandato la preghiera nei momenti della prova: “Pregate pert non entrare in tentazione” (Lc 22,40). “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Le mani alzate anche della Chiesa, alla quale vogliamo essere inseriti per un sostegno e una sicurezza nelle scelte anticorrenti che siamo chiamati spesso a fare nel clima culturale di oggi.
Un gesto di salvezza, compiuto da Gesù, suscita discussione e divisione. “Non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti..” (Lc 16,31), aveva detto Gesù a riguardo di chi non è disposto a riconoscere i suoi segni. Anche davanti alla risurrezione di Lazzaro ci fu chi non è rimasto convinto, anzi l’ha vista come occasione per ucciderlo. Come i Giudei di oggi che dicono di “sapere”. La fede è un dono, ma che richiede almeno l’umiltà e la verità interiore di non chiedersi con pregiudizio al fatto soprannaturale. Il brano di Giovanni csi conclude con una parola forte di Gesù: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41).
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MessaggioOggetto: sabato 16 marzo 2013   Mar Mar 12, 2013 1:30 pm

SABATO 16 MARZO 2013

SABATO DELLA IV SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: Signore onnipotente e misericordioso, attira verso di te i nostri cuori, poiché senza di te non possiamo piacere a te, sommo bene.

Letture:
Ger 1118-20 (Come agnello mansueto che viene portato al macello)
Sal 7 (Signore, mio Dio, in te ho trovato rifugio)
Gv 7,40-53 (Il Cristo viene forse dalla Galilea?)

“Signore, mio Dio, in te mi rifugio”
Per mezzo del profeta Geremia perseguitato, il Salvatore “agnello mansueto che viene portato al macello”, cioè il Redentore, invoca l’intervento divino. Vivendo la sua passione con le caratteristiche dell’Antico Testamento, il profeta chiede la vendetta di Dio. Gesù invece, morendo da innocente, con piena fiducia in Dio, invocherà il perdono. Affidandosi totalmente al Padre, egli offre un esempio valido per tutti. Il riferimento a Cristo è la chiave di lettura di ogni evento, specialmente nelle difficoltà e contrarietà inflitte da eventuali oppositori. L’evangelista Giovanni dimostra che Gesù era un segno di contraddizione e di dissenso; non c’era accordo sulle origini geografiche del Messia (Galilea? Giudea?), e i dignitari stessi erano divisi a suo proposito. Un fariseo onesto, Nicodemo, si oppone a giudizi affrettati su Gesù. In realtà, il grande interrogativo che ha tormentato tanta gente nel corso dei secoli, è: Chi è davvero Gesù? La preghiera contemplativa e la mistica aprono orizzonti certi. Inoltre, la lectio divina della Parola rivelata dovrebbe aiutarci a capire nella fede la personalità del Signore; dove possiamo incontrarlo? Quale è la funzione attuale del Signore nello sviluppo della Storia sacra? La celebrazione della Veglia pasquale completerà le indicazioni suggerite dai testi biblici della Quaresima.
Gesù prese su di sé le sorti del profeta rifiutato e quelle di tutti gli esclusi e gli abbandonati. Egli ha preso su di sé le sorti delle nazioni perseguitate per aver combattuto per la libertà, le sorti dei militanti condannati per la loro fede, sia che essi siano perseguitati da un potere laico ateo, sia dai seguaci di un’altra confessione. Il Vangelo di oggi ci mostra le poche persone che hanno tentato di difendere Gesù. Le guardie del tempio non hanno voluto arrestarlo, e Nicodemo l’ha timidamente sostenuto, argomentando che non si può condannare qualcuno senza aver prima ascoltato il suo difensore. Nel mondo di oggi, anche noi cerchiamo timidamente di prendere le difese di quelli che sono ingiustamente perseguitati. A volte è l’esercito che rifiuta di sparare sui civili, come è successo di recente nei paesi baltici. A volte è nell’arena internazionale che viene negato - assai timidamente - ad una grande potenza il diritto di opprimere un popolo. Il dramma del giudizio subito da Cristo, seguito dal suo arresto e dalla sua crocifissione, come riporta il Vangelo di oggi, perdura ancora nella storia umana. Ogni uomo ha, in questo dramma, un certo ruolo, analogo ai ruoli evocati nel Vangelo. Gesù è venuto da Dio per vincere il male per mezzo dell’amore. La sua vittoria si è compiuta sulla croce. La sua vittoria non cessa di compiersi in noi, passando per la croce. Dobbiamo osservare la scena del mondo attuale alla luce del processo a Gesù e del dibattito suscitato dalla sua persona, quando viveva e compiva la sua missione in Palestina. Siamo capaci di percepire Gesù e il suo insegnamento nella Chiesa? Non rifiutiamo davvero nessuno, e non giudichiamo nessuno ingiustamente? Siamo capaci di vedere Gesù nei poveri e nelle vittime della terra? Chi è ognuno di noi oggi nel dramma dei profeti contemporanei rifiutati, e nel dramma odierno di Gesù Cristo e del suo Vangelo? Gesù? Nicodemo? Le guardie del tempio?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: «Costui è davvero il profeta!». Altri dicevano: «Costui è il Cristo!». Altri invece dicevano: «Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice la Scrittura: “Dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide, verrà il Cristo”?». E tra la gente nacque un dissenso riguardo a lui. Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno mise le mani su di lui. Le guardie tornarono quindi dai capi dei sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: «Perché non lo avete condotto qui?». Risposero le guardie: «Mai un uomo ha parlato così!». Ma i farisei replicarono loro: «Vi siete lasciati ingannare anche voi? Ha forse creduto in lui qualcuno dei capi o dei farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!». Allora Nicodèmo, che era andato precedentemente da Gesù, ed era uno di loro, disse: «La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?». Gli risposero: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia, e vedrai che dalla Galilea non sorge profeta!». E ciascuno tornò a casa sua.

Riflessione:
- Nel capitolo 7, Giovanni constata che c’erano diverse opinioni e molta confusione riguardo a Gesù in mezzo alla gente. I parenti pensavano una cosa (Gv 7,2-5), la gente pensava in altro modo (Gv 7,12). Alcuni dicevano: “È un profeta!” (Gv 7,40). Altri dicevano: “Inganna la gente!” (Gv 7,12). Alcuni lo elogiavano: “È un uomo buono!” (Gv 7,12). Altri lo criticavano: “Non ha studiato!” (Gv 7,15). Molte opinioni! Ciascuno aveva i suoi argomenti, tratti dalla Bibbia o dalla Tradizione. Però nessuno ricordava il messia Servo, annunciato da Isaia (Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13-53,12; 61,1-2). Anche oggi si discute molto sulla religione, e tutti estraggono i loro argomenti dalla Bibbia. Come nel passato, così anche oggi, succede molte volte che i piccoli sono ingannati dal discorso dei grandi e, a volte, perfino dai discorsi di coloro che appartengono alla Chiesa.
- Giovanni 7,40-44: La confusione in mezzo alla gente. La reazione della gente è assai diversa. Alcuni dicono: è il profeta. Altri: è il Messia, il Cristo. Altri ribadiscono: non può essere, perché il messia verrà da Betlemme e lui viene dalla Galilea! Queste diverse idee sul Messia producono divisione e confronto. C’era gente che voleva prenderlo, ma non lo fecero. Probabilmente perché avevano paura della gente (cfr. Mc 14,2).
- Giovanni 7,45-49: Gli argomenti delle autorità. Anteriormente, davanti alle reazioni della gente favorevole a Gesù, i farisei avevano mandato guardie a prenderlo (Gv 7,32). Ma le guardie ritornarono in caserma senza Gesù. Erano rimasti impressionati nel sentirlo parlare così bene: “Mai nessuno ha parlato come quest’uomo!”. I farisei reagiscono: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi?”. Secondo i farisei, “questa gente che non conosce la legge” si lascia ingannare da Gesù. È come se dicessero: “Noi capi conosciamo meglio le cose e non ci lasciamo ingannare!” e dicono che la gente è “maledetta”! Le autorità religiose dell’epoca trattavano la gente con molto disprezzo.
- Giovanni 7,50-52: La difesa di Gesù da parte di Nicodemo. Dinanzi a questo argomento stupido, l’onestà di Nicodemo si rivolta ed alza la voce per difendere Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?”. La reazione degli altri è di presa in giro: “Sei forse anche tu, Nicodemo, della Galilea!? Dà uno sguardo alla Bibbia e vedrai che dalla Galilea non potrà venire nessun profeta!”. Loro sono sicuri! Con il libro del passato in mano si difendono contro il futuro che arriva scomodando. Molta gente continua a fare oggi la stessa cosa. Si accetta la novità solo se va d’accordo con le proprie idee che appartengono al passato.

Per un confronto personale:
- Quali sono oggi le diverse opinioni su Gesù che ci sono tra la gente? E nella tua comunità, ci sono diverse opinioni che generano confusione? Quali? Raccontale?
- Le persone accettano la novità solo se va d’accordo con le proprie idee e che appartengono al passato. E tu?

Preghiera finale: La mia difesa è nel Signore, egli salva i retti di cuore. Loderò il Signore per la sua giustizia e canterò il nome di Dio, l’Altissimo (Sal 7).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 17 marzo 2013   Mar Mar 12, 2013 1:36 pm

DOMENICA 17 MARZO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
V DOMENICA DI QUARESIMA


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 43,16-21 (Ecco, io faccio una cosa nuova e darò acqua per dissetare il mio popolo)
Sal 125 (Grandi cose ha fatto il Signore per noi)
Fil 3,8-14 (A motivo di Cristo, ritengo che tutto sia una perdita, facendomi conforme alla sua morte)
Gv 8,1-11 (Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei)

La misera e la misericordia
Il brano della donna adultera è una stupenda applicazione della misericordia divina. È significativo che l’episodio non ci viene offerto come parabola ma come un fatto concreto. Una donna, trovata sicuramente in stato di peccato, sta per subire una morte crudele per mano di giustizieri improvvisati. Questi giustizieri, però, non si accontentano di ciò: sicuri della giustezza della loro posizione credono di poter anche cogliere in flagrante contraddizione Gesù. Un occasione ghiotta si presenta loro, quando vedono Gesù impegnato in discussioni con i farisei. Non solo pensano di soddisfare la loro sete di vendetta ma pensano di sbarazzarsi, una volte per tutte, di quel predicatore che tante volte li aveva posti in imbarazzo. Gesù riesce a capovolgere tutta la situazione: non solo salva la donna - senza giustificare il suo peccato, condonandolo - ma svela l’ipocrita malvagità dei farisei. La donna è così redenta: ha salva la vita, non solo quella materiale ma soprattutto la spirituale. Si trovava davanti ad un branco di persone affamate del suo sangue, ora invece ha di fronte solo lo sguardo di Gesù che - alzatosi - le viene incontro. Gesù e la sua misericordia si trova di fronte al peccato che vuole redimere; si trova anche di fronte ad una persona che vuole salvare. Gesù condanna il peccato e salva il peccatore. È questo il nostro comportamento, così pronti alla condanna? È questa la nostra giustizia o non è - alle volte - proprio all’opposto? Crediamo di applicare la giustizia condannando il peccatore: così non eliminiamo neanche il peccato.
È vicino il momento in cui Cristo farà la rivelazione più radicale - e la più incomprensibile per l’uomo - della sua potenza: morire sulla croce. È uno “scandalo per gli Ebrei, follia per i popoli pagani” (1Cor 1,23). Già prima Gesù aveva parlato ai suoi discepoli della croce, che li stupì e confuse. Quello che osservavano, nel comportamento sociale, è che l’uomo utilizza la debolezza degli altri per affermare il proprio potere. Ma Gesù diceva loro: “I re delle nazioni... e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così” (Lc 22,25). E i farisei che pretendono di usare una povera donna, colta in flagrante delitto di adulterio, per compromettere Gesù, gli danno in effetti l’occasione di insegnare con un esempio i suoi nuovi metodi. In primo luogo Gesù mette in evidenza l’ipocrisia dei farisei: “Chi di voi è senza peccato scagli per primo la pietra. Dopo, toglie loro qualsiasi argomentazione. Mette in evidenza la loro ignoranza colpevole della legge che insegna che Dio, essendo potente sovrano, giudica con moderazione e governa con indulgenza, perché egli opera tutto ciò che vuole (Sal 115,3). Infine - e questo è il punto più importante del Vangelo -, Gesù insegna alle folle che non esiste più grande manifestazione di potere che il perdono. La morte stessa non ha un così grande potere. In effetti, solo il potere di Cristo, che muore crocifisso per amore, è capace di dare la vita. E soltanto il potere che serve a dare la vita è vero potere.

Approfondimento del Vangelo (L’incontro di Gesù con una donna sul punto di essere lapidata)
Il testo: In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?». Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo. Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?». Ed ella rispose: «Nessuno, Signore». E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più».

Chiave di lettura: Il testo di oggi ci porta a meditare sul confronto tra Gesù e gli scribi ed i farisei. Gesù, per la sua predicazione ed il suo modo di agire, non è gradito ai dottori della legge ed ai farisei. Per questo, cercano in tutti i modi di poterlo accusare ed eliminarlo. Gli portano dinanzi una donna, sorpresa in adulterio, per sapere da lui se dovevano o no osservare la legge che ordinava di lapidare una donna del genere. Volevano provocare Gesù. Facendosi credere persone fedeli alla legge, si servono della donna per argomentare contro Gesù. La storia si ripeté molte volte. Nelle tre religioni monoteistiche: giudaica, cristiana e mussulmana, con il pretesto di fedeltà alla legge di Dio, sono state condannate e massacrate molte persone. E fino ad oggi, ciò continua. Sotto l’apparenza di fedeltà alle leggi di Dio, molte persone sono emarginate dalla comunione e perfino dalla comunità. Si creano leggi e costumi che escludono ed emarginano certe categorie di persone. Durante la lettura di Giovanni 8,1-11, conviene leggere il testo come se fosse uno specchio in cui appunto si rispecchia il nostro proprio volto. Nel leggerlo cerchiamo di osservare bene gli atteggiamenti, le parole ed i gesti delle persone che compaiono nell’episodio: gli scribi, i farisei, la donna, Gesù e la gente.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Gv 8,1-2: Gesù si reca al tempio per insegnare alla folla
- Gv 8,3-6a: Gli avversari lo provocano
- Gv 8,6b: La reazione di Gesù, scrive per terra
- Gv 8,7-8: Seconda provocazione, e la stessa reazione di Gesù
- Gv 8,9-11: Epilogo finale

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual’è il punto di questo testo che più ti è piaciuto o che ti ha colpito maggiormente? Perché?
b) Ci sono diverse persone e gruppi di persone che appaiono in questo episodio. Cosa dicono e fanno?
c) Cerca di metterti nei panni della donna: quali erano i suoi sentimenti in quel momento?
d) Perché Gesù cominciò a scrivere per terra con il dito?
e) Quali sono i passi che la nostra comunità deve e può fare per accogliere gli esclusi?

Per coloro che desiderano approfondire il tema
a) Contesto letterario: Gli studiosi dicono che il Vangelo di Giovanni, crebbe lentamente, cioè che è stato scritto poco a poco. Lungo il tempo, fino alla fine del primo secolo, i membri delle comunità di Giovanni, in Asia Minore, ricordavano ed aggiungevano particolari ai fatti della vita di Gesù. Uno di questi fatti, a cui sono stati aggiunti particolari, è il nostro testo, l’episodio della donna che sta per essere lapidata (Gv 8,1-11). Poco prima del nostro testo, Gesù aveva detto: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva!” (Gv 7,37). Questa dichiarazione provoca molta discussione (Gv 7,40-53). I farisei arrivano perfino a ridicolizzare la gente, considerandola ignorante per il fatto di credere in Gesù. Nicodemo reagisce e dice: “La nostra Legge forse giudica un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” (Gv 7,51-52). Dopo il nostro testo troviamo una nuova dichiarazione di Gesù: “Io sono la luce del mondo!” (Gv 8,12), che provoca una discussione con i giudei. Tra queste due affermazioni, con le loro susseguenti discussioni, viene inserito l’episodio della donna che la legge avrebbe condannato, ma che è perdonata da Gesù (Gv 8,1-11). Questo contesto anteriore e posteriore suggerisce il fatto che l’episodio è stato inserito qui per chiarire che Gesù, luce del mondo, illumina la vita delle persone ed applica la legge meglio dei farisei.
b) Commento del testo:
- Giovanni 8,1-2: Gesù e la folla. Dopo la discussione, descritta alla fine del capitolo 7 (Gv 7,37-52), tutti tornano a casa (Gv 7,53). Gesù non ha una casa a Gerusalemme. Per questo si reca sul Monte Oliveto. Lì trova un Giardino, dove è solito trascorrere la notte in preghiera (Gv 18,1). Il giorno dopo, prima che spunti il sole, Gesù è di nuovo nel tempio. La folla si avvicina per poterlo ascoltare. Solitamente la gente si sedeva in circolo, attorno a Gesù e lui insegnava. Cosa mai avrà insegnato Gesù? Sicuramente sarà stato bello, poiché giungono prima dell’aurora per poterlo ascoltare!
- Giovanni 8,3-6a: La provocazione degli avversari. Improvvisamente, giungono gli scribi ed i farisei, e portano con loro una donna sorpresa in flagrante adulterio. La mettono in mezzo al circolo tra Gesù e la folla. Secondo la legge, questa donna deve essere lapidata. (Lv 20,10; Dt 22,22.24). E chiedono: “Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?” Era una provocazione, una trappola. Se Gesù avesse detto: “Applicate la legge”, gli scribi avrebbero detto alla folla: non è così buono come sembra, perché ordina di uccidere la donna. Se Gesù avesse detto: “Non uccidetela”, avrebbero detto: “Non è così buono come sembra, perché non osserva la legge!” Sotto l’apparenza di fedeltà a Dio, manipolano la legge e si servono di una donna per poter accusare Gesù.
- Giovanni 8,6b: La reazione di Gesù: scrive per terra. Sembrava una trappola senza uscita. Ma Gesù non si spaventa, né si innervosisce. Piuttosto il contrario. Con calma, da persona padrona della situazione, si inclina e comincia a scrivere per terra, con il dito. Scrivere per terra, che significato ha? Alcuni pensano che Gesù sta scrivendo per terra i peccati degli accusatori. Altri dicono che è un semplice gesto di chi è padrone della situazione e non fa caso alle accuse degli altri. Ma è possibile che si tratti anche di un atto simbolico, di un’allusione a qualcosa di molto più comune. Se tu scrivi una parola per terra, la mattina dopo non la ritroverai, perché il vento o la pioggia l’avranno portata via, cancellata. Troviamo un’allusione a quanto detto in Geremia, dove si legge i nomi attribuiti a Dio sono scritti per terra, cioè vuol dire che non hanno futuro. Il vento e la pioggia li portano via (cfr. Jr 17,13). Forse Gesù vuole dire agli altri: il peccato di cui voi accusate questa donna, Dio lo ha perdonato già con queste lettere che sto scrivendo per terra. D’ora in poi non si ricorderanno più i peccati!
- Giovanni 8,7-8: Seconda provocazione e la stessa reazione di Gesù. Davanti alla calma di Gesù, chi si innervosisce sono gli avversari. Insistono e vogliono da Gesù la sua opinione. Ed allora Gesù si alza e dice: “Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra!” Ed inclinandosi ricomincia a scrivere per terra, non entra in una discussione sterile ed inutile attorno alla legge, quando, in realtà il problema è un altro. Gesù cambia il centro della discussione. Invece di permettere di collocare la luce della legge al disopra della donna per poterla condannare, chiede che i suoi avversari si esaminino alla luce di ciò che la legge esige da loro. Gesù non discute la lettera della legge. Discute e condanna l’atteggiamento malevolo di chi manipola le persone e la legge per difendere gli interessi che sono contrari a Dio, autore della Legge.
- Giovanni 8,9-11: Epilogo finale: Gesù e la donna. La risposta di Gesù sconvolge gli avversari. I farisei e gli scribi si ritirano, pieni di vergogna, uno dopo l’altro, “a cominciare dai più anziani”. Succede il contrario di ciò che volevano. La persona condannata dalla legge non era la donna, ma loro stessi che credevano di essere fedeli alla legge. Ed alla fine Gesù rimane solo con la donna. Gesù si alza, si dirige verso di lei: “Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata!” Lei risponde: “Nessuno, Signore!” E Gesù: “Neanche io ti condanno! Vai, e d’ora in pio non peccare più!” Gesù non permette a nessuno di usare la legge di Dio per condannare il fratello o la sorella, quando lui stesso, lei stessa è peccatore, peccatrice. Chi ha una trave nel proprio occhi, non può accusare chi nell’occhio ha solo una pagliuzza. “Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello” (Lc 6,42).
- Questo episodio, meglio di qualsiasi altro insegnamento, rivela che Gesù è la luce del mondo (Gv 11,12) che fa apparire la verità. Fa vedere ciò che è nascosto nelle persone, nel loro intimo. Alla luce della parola di Gesù, coloro che sembravano essere i difensori della legge, si rivelano pieni di peccato e loro stessi lo riconoscono, e se ne vanno, cominciando dai più anziani. E la donna, considerata colpevole e meritevole della pena di morte, è in piedi dinanzi a Gesù, assolta, redenta, piena di dignità (cfr. Gv 3,19-21). Il gesto di Gesù la fa rinascere e le restituisce dignità come donna e figlia di Dio.
c) Ampliando le informazioni (Le leggi sulla donna nell’Antico Testamento e la reazione della gente): Fin da Esdra e Neemia, la tendenza ufficiale era quella di escludere la donna da qualsiasi attività pubblica e di considerarla non idonea a svolgere funzioni nella società, salvo la funzione di sposa e madre. Ciò che contribuì maggiormente alla sua emarginazione fu proprio la legge della purezza. La donna era dichiarata impura per essere madre, sposa e figlia, per essere donna. Per essere madre: nel dare a luce, diventa immonda (Lv 12,1-5). Per essere figlia: il figlio che nasce la rende immonda durante 40 giorni (Lv 12,2-4); ed ancora di più la figlia, 80 giorni! (Lv 12,5). Per essere sposa: la relazione sessuale suppone rendere immondi, una giornata intera, sia la donna che l’uomo (Lv 15,18). Per essere donna: la mestruazione la rende immonda un’intera settimana, e causa immondezza negli altri. Chi tocca una donna che ha le mestruazioni deve purificarsi (Lv 15,19-30). E non è possibile che una donna mantenga la sua immondezza in segreto, perché la legge obbliga gli altri a denunciarla (Lv 5,3). Questa legislazione rendeva insopportabile la convivenza diaria in casa. Sette giorni, ogni mese, la madre di famiglia non poteva riposare a letto, né sedersi in una sedia, meno ancora toccare i figli o il marito, se non voleva contaminarli! Questa legislazione era il frutto di una mentalità, secondo la quale una donna era inferiore all’uomo. Alcuni proverbi rivelavano questa discriminazione della donna (Ecl 42,9-11; 22,3). L’emarginazione arrivava a un punto tale da considerare la donna origine del peccato e della morte e causa di tutti i mali (Ecl 25,24; 42,13-14). In questo modo si giustifica e si mantiene il privilegio ed il dominio dell’uomo sulla donna. Nel contesto dell’epoca, la situazione della donna nel mondo della Bibbia non era peggiore né migliore di quella di altre persone. Si trattava di una cultura generale. Fino ad oggi, sono molte le persone che continuano ad avere questa stessa mentalità. Ma come oggi, così anche prima, fin dall’inizio della storia della Bibbia, ci sono state sempre delle reazioni contrarie all’esclusione della donna, soprattutto dopo l’esilio, quando si riuscì ad espellere la donna straniera considerata pericolosa (cfr. Esd 9,1-3 e 10,1-3). La resistenza della donna crebbe al tempo stesso che la sua emarginazione era più pesante. In diversi libri sapienziali scopriamo la voce di questa resistenza: Cantico dei Cantici, Ruth, Giuditta, Ester. In questi libri, la donna appare non tanto come una madre e sposa, ma come una donna che sa usare la sua bellezza e femminilità per lottare per i diritti dei poveri e così difendere l’Alleanza della gente. E lotta non tanto a favore del tempio, né di leggi astratte, bensì a favore della vita della gente. La resistenza della donna contro la sua esclusione incontra eco ed accoglienza in Gesù. Ecco alcuni episodi dell’accoglienza che Gesù dava loro:
- La prostituta: Gesù accoglie e la difende contro il fariseo (Lc 7,36-50).
- La donna curva Gesù la difende contro il capo della sinagoga (Lc 13,10-17).
- La donna considerata impura è accolta senza essere censurata ed è curata (Mc 5,25-34).
- La samaritana, considerata eretica, è la prima a ricevere il segreto che Gesù è il Messia (Gv 4,26).
- La donna straniera è assistita da Gesù e l’aiuta a scoprire la sua missione (Mc 7, 24-30).
- Le madri con bambini, rifiutate dai discepoli, sono accolte da Gesù (Mt 19,13-15).
- Le donne sono le prime a sperimentare la presenza di Gesù risorto (Mt 28,9-10; Gv 20,16-18).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
V DI QUARESIMA
DOMENICA DI LAZZARO


Letture:
Dt 6,4a;26,5-11
Sal 104
Rm 1,18-23a
Gv 11,1-53

Io sono la risurrezione e la vita
Di fronte alla morte di un caro amico, anche Gesù “si commosse profondamente.. e scoppiò in pianto”. Anzi si dovrebbe tradurre meglio: “si irritò”. Non è che Dio non sappia delle nostre tragedie, ma non era nel suo disegno la morte dell’uomo. È perché gli uomini hanno “soffocato la verità nell’ingiustizia” (Epist.) che “l’ira di Dio si manifesta contro ogni empietà e ogni ingiustizia” (Ibid.). Avendo Dio lasciato - e rispettato - la libertà dell’uomo, “essi non hanno alcun motivo di scusa” dal momento che “non lo hanno glorificato e ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata” (Epist.). E poiché tutti hanno peccato - cioè hanno pensato di fare a meno di Dio - Dio li ha abbandonati alla morte: “Come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato la morte, così in tutti gli uomini si è propagato la morte, poiché tutti hanno peccato” (Rm 5,12). Se la Bibbia dice ciò che l’uomo ha fatto per distruggere il disegno di Dio, molto più racconta l’iniziativa di Dio per liberare l’uomo dalle sue schiavitù: “Allora gridammo al Signore, ed egli ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria.. e ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e braccio teso” (Lett.). Su questo sfondo sta oggi il segno della risurrezione di Lazzaro e più oltre l’evento della morte e della risurrezione di Cristo, fondamento e forza di risurrezione e vita anche per noi.
Lazzaro vieni fuori: È questo chiaramente un segno: della potenza di vita che ha Dio; della volontà e mira finale che possiede tutta l’opera di riscatto di Cristo. Venuto a salvare l’uomo, Cristo guarisce i corpi, libera dal demonio, perdona i peccati, e risuscita i morti. A Cafarnao ridona viva ai genitori una bambina di dodici anni; a Naim ferma un funerale e restituisce vivo il figlio unico ad una madre vedova. Qui Gesù piange un morto di famiglia, era la famiglia dei suoi amici più cari. Ma proprio per questo è venuto a riscattarci: per vincere la signoria della morte. Noi cristiani saremmo la gente più insensata se credessimo a Cristo solo per questa vita (cfr. 1Cor 15,19). “La risurrezione della carne”, professiamo nel Credo, “e la vita eterna”. “So che risorgerà nell’ultimo giorno”, dice Marta. Gesù le risponde: “Io sono la risurrezione e la vita”. La novità sta qui: Lui, Cristo è lo strumento diretto di tale risurrezione; ed è qui! Quel destino di vita che Dio aveva sognato per l’uomo e che l’uomo aveva perso col peccato, ora è Cristo a renderglielo, con la sovrabbondanza della grazia che supera di misura il danno del peccato (cfr. Rm 5,15-19). “In nessun altro c’è salvezza” (At 4,12). Questo suo gesto di redenzione è l’unico strumento ora praticabile per arrivare alla vita. È passato Lui per primo dalla morte per vincerla definitivamente con la sua risurrezione, divenendone Signore; Signore anche della signora del mondo che è stata la morte fino ad allora. “Credi questo?”. “Chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno”. La risurrezione di Lazzaro è concessa per la fede di Marta e Maria. “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”. “Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Gv 17,3). Così un giorno Gesù sintetizza tutta la sua opera: “Come il Padre risuscita i morti e dà la vita, così anche il Figlio dà la vita a chi egli vuole... In verità, in verità vi dico: viene l’ora, ed è questa, in cui i morti udranno la voce del Figlio di Dio, e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno” (Gv 5,21.25). Per questo quel giorno a Betania Gesù gridò: “Lazzaro, vieni fuori!”.
Con lui ci ha risuscitati: Se è la fede in Cristo ciò che riscatta dalla morte, questa è disponibile anche a noi oggi. Gesù è risuscitato per essere “primizia di coloro che sono morti” (1Cor 15,20), il primogenito di quelli che risorgono dai morti” (Col 1,18), non il caso unico. Per la solidarietà creaturale che ha con noi, quel suo atto in un certo modo ci ha coinvolti: “Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù” (Ef 2,4-6). Nel testo greco, san Paolo ha dovuto inventare delle parole nuove: convivificati, conrisuscitati, fatti consedere alla destra di Dio! Se abbiamo fede in quel suo gesto di riscatto, anche noi risorgeremo: “Per grazia infatti siete salvati mediante la fede” (Ef 2,8). Questo legame di fede, iniziato col Battesimo, dal Battesimo produce i suoi frutti: “Per mezzo del battesimo siamo sepolti insieme con Lui nella morte, affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione” (Rm 6,4-5). Per rendere fruttuoso il nostro battesimo bisogna vivere la vita nuova del cristiano, che è docilità allo Spirito. Fino al giorno in cui questa signoria della Spirito toccherà anche il corpo:”Se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi” (Rm 8,11). Il Credo storico degli Ebrei - richiamato oggi dalla Lettura - rievoca il grande gesto della liberazione dall’Egitto. Permanente è l’agire di Dio: conferma in noi il convincimento che Dio non trascura mai il suo popolo. L’opera di Gesù ne segna il vertice e l’attuazione più piena. La prossima Pasqua è per noi speranza sicura che Dio porterà al suo compimento quell’opera di liberazione che è stata iniziata per noi il giorno del battesimo. Cristo risorto e vivo oggi addirittura si comunica a noi tramite il suo Corpo glorificato che mangiamo nell’Eucaristia.
Di fronte al dramma della morte ci viene spontaneo dire come le sorelle di Lazzaro: “Se tu fossi stato qui, non sarebbe morto”. Lasciamo fare a Cristo, sa lui perché e come! “Io sono la risurrezione e la vita”. Le premesse le ha poste tutte. Tocca noi ora approfittarne. Con la fede e coll’appropriarci il suo gesto di liberazione incanalato a noi nel Mistero Cristiano che celebriamo ancora in questa prossima solennità della Pasqua.
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MessaggioOggetto: sabato 23 marzo 2013   Mer Mar 20, 2013 9:41 am

SABATO 23 MARZO 2013

SABATO DELLA V SETTIMANA DI QUARESIMA


Preghiera iniziale: O Dio, che operi sempre per la nostra salvezza e in questi giorni ci allieti con un dono speciale della tua grazia, guarda con bontà alla tua famiglia, custodisci nel tuo amore chi attende il Battesimo e assisti chi è già rinato alla vita nuova.

Letture:
Ez 37,21-28 (Farò di loro un solo popolo)
Sal Ger 31 (Il Signore ci custodisce come un pastore il suo gregge)
Gv 11,45-56 (Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi)

“Che facciamo? Quest’uomo compie troppi segni...”
Ezechiele annunzia il ritorno dall’esilio e la riunificazione del popolo sotto un unico pastore. “Farò con loro un’alleanza di pace, che sarà con loro un’alleanza eterna... In mezzo a loro sarà la mia dimora: io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”. Ogni uomo è chiamato a vivere con Dio, in pace e fraternità. Nel Vangelo, l’avvenuta risurrezione di Lazzaro accresce il numero dei credenti, ma accresce l’opposizione dei dignitari del tempio e dei farisei. Càifa, sommo sacerdote, decide: “Non considerate come sia meglio che muoia un solo uomo per il popolo e non perisca la nazione intera”. L’interesse politico supera la diatriba religiosa. L’evangelista intèrpreta bene la nuova situazione: “Profetizzò che Gesù doveva morire per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. La volontà di Dio si realizza: la salvezza si compie grazie al sacrificio del Figlio.
I sommi sacerdoti e i farisei diedero l’ordine di arrestare Gesù. Erano molto invidiosi, in seguito a tutto quello che era successo a partire dalla risurrezione di Lazzaro. Troppe persone avevano creduto e avevano seguito Gesù. Il sommo sacerdote “profetizzò” che la morte di un solo uomo era preferibile alla schiavitù dell’intero popolo, deportato a Roma. In realtà non era ancora giunto il tempo in cui i Romani avrebbero temuto qualcosa da parte degli Ebrei, come testimonia il processo di Gesù: il procuratore della Giudea diede poca importanza al fatto che Gesù si proclamasse re dei Giudei. Ordinò anche di preparare un cartello con questa iscrizione: “Re dei Giudei”. Ma, trent’anni dopo, la “profezia” di Caifa avrebbe avuto un senso molto reale, quando i Romani sarebbero giunti a disperdere l’intero popolo e a distruggere il tempio. Ma Gesù non era un pericolo! Egli muore per il suo popolo, per riunire in un solo corpo i figli di Dio che erano dispersi. Prima della morte, Gesù prega il Padre suo, perché tutti possano essere “uno” come lui con il Padre. Molte persone cercarono Gesù nel momento dei preparativi della Pasqua. Molti chiesero: “Non verrà egli alla festa?”. Certamente Gesù verrà per la festa pasquale, perché, senza di lui, essa non avrebbe un senso molto profondo. Allo stesso modo, nella nostra vita, una Pasqua senza Cristo non ha senso. Oggi dobbiamo porci la stessa domanda dei sommi sacerdoti e dei farisei: “Che facciamo? Quest’uomo compie molti segni”. E noi che cosa vogliamo fare di Cristo nella nostra vita?

Lettura del Vangelo: In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto. Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione». Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo. Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?»

Riflessione:
- Il vangelo di oggi riporta la parte finale del lungo episodio della risurrezione di Lazzaro a Betania, in casa di Marta e Maria (Gv 11,1-56). La risurrezione di Lazzaro è il settimo segnale (miracolo) di Gesù nel vangelo di Giovanni ed è anche il punto alto e decisivo della rivelazione che lui faceva di Dio e di se stesso.
- La piccola comunità di Betania, dove a Gesù piaceva essere ospitato, rispecchia la situazione e lo stile di vita delle piccole comunità del Discepolo Amato alla fine del primo secolo in Asia Minore. Betania vuol dire “Casa dei poveri”. Erano comunità povere, di gente povera. Marta vuol dire “Signora” (coordinatrice): una donna coordinava la comunità. Lazzaro significa “Dio aiuta”: la comunità povera aspettava tutto da Dio. Maria significa “amata da Yavé: era la discepola amata, immagine della comunità. L’episodio della risurrezione di Lazzaro comunicava questa certezza: Gesù è fonte di vita per le comunità dei poveri. Gesù è fonte di vita per tutti coloro che credono in Lui.
- Giovanni 11,45-46: La ripercussione del Settimo Segno in mezzo alla gente. Dopo la risurrezione di Lazzaro (Jo 11,1-44), viene la descrizione della ripercussione di questo segno in mezzo alla gente. La gente era divisa. “Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista della risurrezione di Lazzaro credettero in lui”. Ma alcuni andarono dai farisei e riferirono loro quel che Gesù aveva fatto. Questi ultimi lo denunciarono. Per poter capire questa reazione di una parte della popolazione è necessario rendersi conto che la metà della popolazione di Gerusalemme dipendeva completamente dal Tempio per poter vivere e sopravvivere. Per questo, difficilmente loro avrebbero appoggiato un profeta sconosciuto della Galilea che criticava il Tempio e le autorità. Ciò spiega anche perché alcuni si prestavano ad informare le autorità.
- Giovanni 11,47-53: La ripercussione del settimo segno in mezzo alle autorità. La notizia della risurrezione di Lazzaro aumenta la popolarità di Gesù. Per questo, i leaders religiosi convocano un consiglio, il sinedrio, la massima autorità, per discernere sul da farsi. Poiché “quest”uomo compie molti segni. Se lo lasciamo fare così, tutti crederanno in lui e verranno i Romani e distruggeranno il nostro luogo santo e la nostra nazione”. Loro avevano paura dei romani. Perché in passato, dall’invasione romana nel 64 prima di Cristo fino all’epoca di Gesù, era stato dimostrato molte volte che i romani reprimevano con molta violenza qualsiasi tentativo di ribellione popolare (cfr. Atti 5,35-37). Nel caso di Gesù, la reazione romana avrebbe potuto condurre alla perdita di tutto, anche del Tempio e della posizione privilegiata dei sacerdoti. Per questo, Caifa’, il sommo sacerdote, decide: “É meglio che un solo uomo muoia per il popolo, e non che perisca un’intera nazione”. E l’evangelista fa questo bel commento: “Questo però non lo disse da se stesso, ma essendo sommo sacerdote profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi”. Così, a partire da questo momento, i capi, preoccupati per la crescita dell’autorevolezza di Gesù e motivati dalla paura dei romani, decidono di uccidere Gesù.
- Giovanni 11,54-56: La ripercussione del settimo segnale nella vita di Gesù. Il risultato finale è che Gesù doveva vivere come un clandestino. “Gesù pertanto non si faceva più vedere in pubblico tra i Giudei; egli si ritirò di là nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Efraim, dove si trattenne con i suoi discepoli”. La Pasqua era ormai vicina. In questa epoca dell’anno, la popolazione di Gerusalemme triplicava a causa del gran numero di pellegrini. La conversazione girava tutta attorno a Gesù: “Che ve ne pare? Non verrà egli alla festa?”. Allo stesso modo, all’epoca in cui fu scritto il vangelo, alla fine del primo secolo, epoca della persecuzione dell’imperatore Domiziano (dall’81 al 96), le comunità cristiane che vivevano al servizio degli altri si videro obbligate a vivere nella clandestinità.
- Una chiave per capire il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Lazzaro era malato. Le sorelle Marta e Maria mandarono a chiamare Gesù: “Colui che tu ami è malato!” (Gv 11,3.5). Gesù risponde alla richiesta e spiega ai discepoli: “Questa malattia non è mortale, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio sia glorificato” (Gv 11,4). Nel vangelo di Giovanni, la glorificazione di Gesù avviene mediante la sua morte (Gv 12,23; 17,1). Una delle cause della sua condanna a morte sarà la risurrezione di Lazzaro (Gv 11,50; 12,10). Molti giudei stavano in casa di Marta e Maria per consolarle della perdita del loro fratello. I giudei, rappresentanti dell’Antica Alleanza, sanno solo consolare. Non danno vita nuova... Gesù è colui che porta una vita nuova! Così, da un lato, la minaccia di morte contro Gesù! Dall’altro, Gesù che vince la morte! In questo contesto di conflitto tra la vita e la morte si svolge il settimo segnale della risurrezione di Lazzaro. Marta dice che crede nella risurrezione. I farisei e la maggioranza della gente dicono di credere nella Risurrezione (At 23,6-10; Mc 12,18). Credevano, ma non lo rivelavano. Era solo fede nella risurrezione alla fine dei tempi e non nella resurrezione presente nella storia, qui e ora. Questa fede antica non rinnovava la vita. Perché non basta credere nella risurrezione che avverrà alla fine dei tempi, ma bisogna credere nella Risurrezione già presente qui e ora nella persona di Gesù e in coloro che credono in Gesù. Su costoro la morte non ha più nessun potere, perché Gesù è la “risurrezione e la vita”. Anche senza vedere il segno concreto della risurrezione di Lazzaro, Marta confessa la sua fede: “Io credo che tu sei il Cristo, il figlio di Dio vivo” (Gv 11,27). Gesù ordina di togliere la pietra. Marta reagisce: “Signore, già manda cattivo odore, perché è di quattro giorni!”(Gv 11,39). Di nuovo Gesù lancia la sfida chiedendo di credere nella risurrezione, qui e ora, come un segno della gloria di Dio: “Non ti ho detto che, se credi, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). Ritirarono la pietra. Dinanzi al sepolcro aperto e dinanzi all’incredulità delle persone, Gesù si dirige al Padre. Nella sua preghiera, prima rende grazie: “Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto” (Gv 11,41-42). Gesù conosce il Padre e ha fiducia in lui. Ma ora lui chiede un segno a causa della moltitudine che lo circonda, in modo che possa credere che lui, Gesù, è mandato dal Padre. Poi grida ad alta voce: “Lazzaro, vieni fuori!”. Lazzaro esce fuori (Gv 11,43-44). É il trionfo della vita sulla morte, della fede sull’incredulità. Un agricoltore commentò: “A noi spetta ritirare la pietra. E a Dio di risuscitare la comunità. C’è gente che non sa togliere la pietra, e per questo la sua comunità non ha vita!”.

Per un confronto personale
- Cosa significa per me, concretamente, credere nella risurrezione?
- Parte della gente accettò Gesù, e parte no. Oggi parte della gente accetta il rinnovamento della Chiesa e parte no. E tu?

Preghiera finale: Sei tu, Signore, la mia speranza, la mia fiducia fin dalla mia giovinezza. Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre tu sei il mio sostegno (Sal 70).
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MessaggioOggetto: domenica 24 marzo 2013   Mer Mar 20, 2013 9:49 am

DOMENICA 24 MARZO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
DOMENICA DELLE PALME


Orazione iniziale: Spirito santo, effuso sul mondo dal divino Morente, guidaci a contemplare e comprendere la via dolorosa del nostro Salvatore e l’amore con cui Egli l’ha percorsa. Donaci occhi e cuore di veri credenti, perché si sveli a noi il mistero glorioso della sua croce. «Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori dalla casa di Dio, nostro re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d’acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Grazie alla croce non ci spaventa più l’iniquità dei potenti, perché sediamo alla tavola del re» (cfr. Giovanni Crisostomo).

Letture:
Is 50,4-7 (Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso; terzo canto del Servo del Signore)
Sal 21 (Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?)
Fil 2,6-11 (Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò)
Lc 22,14 - 23,56; forma breve Lc 23,1-49 (La passione del Signore)

Domenica della Passione
Con questa domenica si avvia a rapida conclusione la Quaresima; il Triduo pasquale inizia con la messa vespertina del Giovedì Santo. I primi tre giorni della Settimana Santa sono una vibrante celebrazione degli ultimi giorni di vita di Gesù, prima del suo sacrificio sulla croce. La solenne processione costituisce il ricordo dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, e la profezia della sua signoria sul mondo. “Osanna nell’alto dei cieli. Gloria a te che vieni, pieno di bontà e di misericordia”. Nella liturgia eucaristica, Isaìa proclama la fedeltà di Dio che assiste il Servo generosamente impegnato fino all’ora suprema della conclusione della sua missione terrestre. Il disegno di salvezza si compie a favore di tutta l’umanità. Paolo, ai Filippesi, trasmette un inno in onore di Cristo incarnato e successivamente glorificato da Dio; l’universo intero esalta Gesù “il Signore, a gloria di Dio Padre”. Adamo aveva tentato di farsi uguale a Dio; invece il nuovo Adamo, Gesù, essendo Dio, non considerò la sua divinità un’appropriazione indebita. Il racconto della Passione, poi, quest’anno secondo Luca, dimostra l’attuazione dell’insegnamento proposto in continuità da Gesù. Purtroppo, dal testo liturgico odierno è stato omesso il racconto della lavanda dei piedi (22, 26 - 28). La passione è indicata come una lotta escatologica contro Satana (23,53). I discepoli saranno vittoriosi se persevereranno con Gesù. La lenta agonia è un combattimento per la vittoria; Gesù si abbandona al Padre, in un’atmosfera di preghiera e di accettazione; perdona i nemici e introduce nel Regno chi confida in lui. Ormai tutto è compiuto; le tenebre dell’ora sesta si illumineranno all’alba della risurrezione. Nell’attesa, la Chiesa prega e spera.
Festeggiamo oggi l’entrata messianica di Gesù a Gerusalemme; in ricordo del suo trionfo, benediciamo le palme e leggiamo il racconto della sua passione e della sua morte. È il profeta Isaia con il suo terzo cantico sul servo sofferente di Iahvè che ci prepara ad ascoltare questo passo del Vangelo. La sofferenza fa parte della missione del servo. Essa fa anche parte della nostra missione di cristiani. Non può esistere un servo coerente di Gesù se non con il suo fardello, come ci ricorda il salmo di oggi. Ma nella sofferenza risiede la vittoria. “Egli spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo, umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte, e alla morte di croce”. E, come il suono trionfale di una fanfara, risuonano le parole che richiamano l’antico inno cristiano sulla kenosi citato da san Paolo: “Per questo Dio l’ha esaltato al di sopra di tutto”.L’intera gloria del servo di Iahvè è nello spogliarsi completamente, nell’abbassarsi, nel servire come uno schiavo, fino alla morte. La parola essenziale è: “Per questo”. L’elevazione divina di Cristo è nel suo abbassarsi, nel suo servire, nella sua solidarietà con noi, in particolare con i più deboli e i più provati. Poiché la divinità è l’amore. E l’amore si è manifestato con più forza proprio sulla croce, sulla croce dalla quale è scaturito il grido di fiducia filiale nel Padre. “Dopo queste parole egli rese lo spirito”, e noi ci inginocchiamo - secondo la liturgia della messa - e ci immergiamo nella preghiera o nella meditazione. Questo istante di silenzio totale è essenziale, indispensabile a ciascuno di noi. Che cosa dirò al Crocifisso? A me stesso? Al Padre?

Inizia la settimana santa: Nella settimana santa la Chiesa celebra i misteri della salvezza portati a compimento da Cristo negli ultimi giorni della sua vita, a cominciare dal suo ingresso messianico in Gerusalemme fino alla sua beata passione e gloriosa risurrezione. La Domenica delle palme «della Passione del Signore», nella quale la Chiesa dà inizio alla celebrazione del mistero del suo Signore morto, sepolto e risorto, unisce insieme il trionfo regale di Cristo e l’annunzio della sua gloriosa passione. I due aspetti del mistero pasquale vengano messi in luce nella catechesi e nella celebrazione di questo giorno. L’ingresso del Signore in Gerusalemme viene commemorato con la solenne processione, con cui i cristiani, imitando le acclamazioni dei fanciulli ebrei, vanno incontro al Signore al canto dell’«Osanna». La processione sia una soltanto e fatta prima della Messa con maggiore concorso di popolo, anche nelle ore vespertine sia del sabato che della domenica. I fedeli si raccolgano in una chiesa minore o in altro luogo adatto fuori della chiesa verso la quale la processione è diretta. I fedeli partecipino a questa processione cantando e portando in mano rami di palma o di altri alberi. Il sacerdote e i ministri precedono il popolo, portando anche essi le palme. Le palme vengono benedette per essere portate in processione. Conservate religiosamente in casa, richiamano alla mente dei fedeli la vittoria di Cristo celebrata in questo giorno con la processione.

Approfondimento del Vangelo (La morte di Gesù: quando l’amore arriva agli estremi)
Il testo:
Io sto in mezzo a voi come colui che serve
E nacque tra loro anche una discussione: chi di loro fosse da considerare più grande. Egli disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve. Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove e io preparo per voi un regno, come il Padre mio l’ha preparato per me, perché mangiate e beviate alla mia mensa nel mio regno. E siederete in trono a giudicare le dodici tribù d’Israele.

Tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli
Simone, Simone, ecco: Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli». E Pietro gli disse: «Signore, con te sono pronto ad andare anche in prigione e alla morte». Gli rispose: «Pietro, io ti dico: oggi il gallo non canterà prima che tu, per tre volte, abbia negato di conoscermi».

Deve compiersi in me questa parola della Scrittura
Poi disse loro: «Quando vi ho mandato senza borsa, né sacca, né sandali, vi è forse mancato qualcosa?». Risposero: «Nulla». Ed egli soggiunse: «Ma ora, chi ha una borsa la prenda, e così chi ha una sacca; chi non ha spada, venda il mantello e ne compri una. Perché io vi dico: deve compiersi in me questa parola della Scrittura: “E fu annoverato tra gli empi”. Infatti tutto quello che mi riguarda volge al suo compimento ». Ed essi dissero: «Signore, ecco qui due spade». Ma egli disse: «Basta!».

Entrato nella lotta pregava intensamente
Uscì e andò, come al solito, al monte degli Ulivi; anche i discepoli lo seguirono. Giunto sul luogo, disse loro: «Pregate, per non entrare in tentazione». Poi si allontanò da loro circa un tiro di sasso, cadde in ginocchio e pregava dicendo: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Gli apparve allora un angelo dal cielo per confortarlo. Entrato nella lotta, pregava più intensamente, e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadono a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: «Perché dormite? Alzatevi e pregate, per non entrare in tentazione».

Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?
Mentre ancora egli parlava, ecco giungere una folla; colui che si chiamava Giuda, uno dei Dodici, li precedeva e si avvicinò a Gesù per baciarlo. Gesù gli disse: «Giuda, con un bacio tu tradisci il Figlio dell’uomo?». Allora quelli che erano con lui, vedendo ciò che stava per accadere, dissero: «Signore, dobbiamo colpire con la spada?». E uno di loro colpì il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio destro. Ma Gesù intervenne dicendo: «Lasciate! Basta così!». E, toccandogli l’orecchio, lo guarì. Poi Gesù disse a coloro che erano venuti contro di lui, capi dei sacerdoti, capi delle guardie del tempio e anziani: «Come se fossi un ladro siete venuti con spade e bastoni. Ogni giorno ero con voi nel tempio e non avete mai messo le mani su di me; ma questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre».

Uscito fuori, Pietro pianse amaramente
Dopo averlo catturato, lo condussero via e lo fecero entrare nella casa del sommo sacerdote. Pietro lo seguiva da lontano. Avevano acceso un fuoco in mezzo al cortile e si erano seduti attorno; anche Pietro sedette in mezzo a loro. Una giovane serva lo vide seduto vicino al fuoco e, guardandolo attentamente, disse: «Anche questi era con lui». Ma egli negò dicendo: «O donna, non lo conosco!». Poco dopo un altro lo vide e disse: «Anche tu sei uno di loro!». Ma Pietro rispose: «O uomo, non lo sono!». Passata circa un’ora, un altro insisteva: «In verità, anche questi era con lui; infatti è Galileo». Ma Pietro disse: «O uomo, non so quello che dici». E in quell’istante, mentre ancora parlava, un gallo cantò. Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: «Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

Fa il profeta! Chi è che ti ha colpito?
E intanto gli uomini che avevano in custodia Gesù lo deridevano e lo picchiavano, gli bendavano gli occhi e gli dicevano: «Fa’ il profeta! Chi è che ti ha colpito?». E molte altre cose dicevano contro di lui, insultandolo.

Lo condussero davanti al loro Sinedrio
Appena fu giorno, si riunì il consiglio degli anziani del popolo, con i capi dei sacerdoti e gli scribi; lo condussero davanti al loro Sinedrio e gli dissero: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi». Rispose loro: «Anche se ve lo dico, non mi crederete; se vi interrogo, non mi risponderete. Ma d’ora in poi il Figlio dell’uomo siederà alla destra della potenza di Dio». Allora tutti dissero: «Tu dunque sei il Figlio di Dio?». Ed egli rispose loro: «Voi stessi dite che io lo sono». E quelli dissero: «Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca».

Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna
Tutta l’assemblea si alzò; lo condussero da Pilato e cominciarono ad accusarlo: «Abbiamo trovato costui che metteva in agitazione il nostro popolo, impediva di pagare tributi a Cesare e affermava di essere Cristo re». Pilato allora lo interrogò: «Sei tu il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». Pilato disse ai capi dei sacerdoti e alla folla: «Non trovo in quest’uomo alcun motivo di condanna». Ma essi insistevano dicendo: «Costui solleva il popolo, insegnando per tutta la Giudea, dopo aver cominciato dalla Galilea, fino a qui». Udito ciò, Pilato domandò se quell’uomo era Galileo e, saputo che stava sotto l’autorità di Erode, lo rinviò a Erode, che in quei giorni si trovava anch’egli a Gerusalemme.

Erode con i suoi soldati insulta Gesù
Vedendo Gesù, Erode si rallegrò molto. Da molto tempo infatti desiderava vederlo, per averne sentito parlare, e sperava di vedere qualche miracolo fatto da lui. Lo interrogò, facendogli molte domande, ma egli non gli rispose nulla. Erano presenti anche i capi dei sacerdoti e gli scribi, e insistevano nell’accusarlo. Allora anche Erode, con i suoi soldati, lo insultò, si fece beffe di lui, gli mise addosso una splendida veste e lo rimandò a Pilato. In quel giorno Erode e Pilato diventarono amici tra loro; prima infatti tra loro vi era stata inimicizia.

Pilato abbandona Gesù alla loro volontà
Pilato, riuniti i capi dei sacerdoti, le autorità e il popolo, disse loro: «Mi avete portato quest’uomo come agitatore del popolo. Ecco, io l’ho esaminato davanti a voi, ma non ho trovato in quest’uomo nessuna delle colpe di cui lo accusate; e neanche Erode: infatti ce l’ha rimandato. Ecco, egli non ha fatto nulla che meriti la morte. Perciò, dopo averlo punito, lo rimetterò in libertà». Ma essi si misero a gridare tutti insieme: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». Questi era stato messo in prigione per una rivolta, scoppiata in città, e per omicidio. Pilato parlò loro di nuovo, perché voleva rimettere in libertà Gesù. Ma essi urlavano: «Crocifiggilo! Crocifiggilo!». Ed egli, per la terza volta, disse loro: «Ma che male ha fatto costui? Non ho trovato in lui nulla che meriti la morte. Dunque, lo punirò e lo rimetterò in libertà». Essi però insistevano a gran voce, chiedendo che venisse crocifisso, e le loro grida crescevano. Pilato allora decise che la loro richiesta venisse eseguita. Rimise in libertà colui che era stato messo in prigione per rivolta e omicidio, e che essi richiedevano, e consegnò Gesù al loro volere.

Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me
Mentre lo conducevano via, fermarono un certo Simone di Cirene, che tornava dai campi, e gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: “Cadete su di noi!”, e alle colline: “Copriteci!”. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». Insieme con lui venivano condotti a morte anche altri due, che erano malfattori.

Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno
Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte.

Costui è il re dei Giudei
Il popolo stava a vedere; i capi invece lo deridevano dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei».

Oggi con me sarai nel paradiso
Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito
Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò.

Qui ci si genuflette e si fa una breve pausa.

Visto ciò che era accaduto, il centurione dava gloria a Dio dicendo: «Veramente quest’uomo era giusto». Così pure tutta la folla che era venuta a vedere questo spettacolo, ripensando a quanto era accaduto, se ne tornava battendosi il petto. Tutti i suoi conoscenti, e le donne che lo avevano seguito fin dalla Galilea, stavano da lontano a guardare tutto questo.

Giuseppe pone il corpo di Gesù in un sepolcro scavato nella roccia
Ed ecco, vi era un uomo di nome Giuseppe, membro del sinedrio, buono e giusto. Egli non aveva aderito alla decisione e all’operato degli altri. Era di Arimatèa, una città della Giudea, e aspettava il regno di Dio. Egli si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Lo depose dalla croce, lo avvolse con un lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia, nel quale nessuno era stato ancora sepolto. Era il giorno della Parascève e già splendevano le luci del sabato. Le donne che erano venute con Gesù dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono il sepolcro e come era stato posto il corpo di Gesù, poi tornarono indietro e prepararono aromi e oli profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo come era prescritto.

Chiave di lettura:
- Contesto liturgico: l’antica tradizione di proclamare il vangelo della passione e morte di Gesù Cristo nel corso delle celebrazioni della domenica precedente la Pasqua risale all’epoca in cui le celebrazioni della Settimana santa erano ridotte al minimo. Scopo di tale lettura è quello di condurre gli ascoltatori alla contemplazione del mistero di morte che prepara la resurrezione del Signore e che, quindi, è la condizione per cui il credente è entrato nella “vita nuova” in Cristo. L’uso di effettuare la lettura di questo lungo brano evangelico a più voci serve non solo a rendere meno monotona la proclamazione per facilitare l’ascolto attento, ma anche a favorire la partecipazione emotiva degli ascoltatori, quasi trasmettendo loro la sensazione che fossero presenti e agenti in quanto viene narrato. Le due letture che precedono il vangelo di questa domenica contribuiscono a dare una prospettiva interpretativa del testo: il Servo di JHWH è Gesù, il Cristo, Persona divina che, mediante la morte infamante che subisce, giunge alla gloria di Dio Padre e comunica la propria vita agli uomini che lo ascoltano / accolgono.
- Contesto evangelico: è noto che il nucleo letterario attorno al quale si sono formati i vangeli è proprio il racconto della pasqua del Signore: passione, morte e resurrezione. Siamo, dunque, di fronte a un testo abbastanza antico e unitario nella sua composizione letteraria, sebbene si sia formato gradualmente. La sua importanza è comunque capitale: viene narrato l’evento fondamentale della fede cristiana, quello col quale ciascun credente deve costantemente confrontarsi e conformarsi (anche se il testo offerto dalla liturgia in questa domenica si ferma alla sepoltura di Gesù). Luca, come sempre, si dimostra narratore efficace e delicato, attento al particolare e capace di far intravedere al lettore i sentimenti e i moti interiori dei suoi personaggi principali, soprattutto di Gesù. Il terribile e ingiusto dolore che egli subisce è filtrato attraverso il suo inalterabile atteggiamento di misericordia verso tutti gli uomini, anche se sono i suoi persecutori e uccisori; alcuni di essi stessi rimangono toccati da questo suo modo di affrontare la sofferenza e la morte, tanto da mostrare segni di fede in lui: lo strazio della passione è addolcito dalla potenza dell’amore divino di Gesù. Nel contesto del terzo vangelo, Gesù si reca nella Città santa una sola volta: quella decisiva per la storia umana del Cristo e per la storia della salvezza. Tutto il racconto evangelico lucano è come una lunga preparazione agli avvenimenti di quegli ultimi giorni, che Gesù trascorre in Gerusalemme predicando e compiendo gesti dal tono a volte grandioso (es.: la cacciata dei mercanti dal Tempio, 19,45-48), altre volte misteriosi o un po’ provocatori (es.: la risposta circa il tributo a Cesare, 20,19-26). Non a caso, l’evangelista concentra in questi ultimi giorni molti eventi e parole che gli altri sinottici collocano in altre fasi della vita pubblica del Signore. Tutto ciò si svolge mentre il complotto dei capi del Popolo s’intensifica e va concretizzandosi sempre meglio, fino a che Giuda offre loro un’occasione propizia e insperata (22,2-6). Il terzo evangelista, per indicare quest’ultima e definita tappa della vita del Signore, usa vari termini nel corso della sua opera: è una “partenza” o un “esodo” (9, 31), è un’ “assunzione” (9, 51) ed è un “compimento” (13,32). Dunque, Luca fa intendere in anticipo ai suoi lettori in qual modo interpretare la terribile e scandalosa morte del Cristo al quale hanno affidato la propria vita: Egli compie un passaggio doloroso e difficile da capire, ma “necessario” nell’economia della salvezza (9,22; 13,33; 17,35; 22,37) per portare a buon successo (“compimento”) il suo itinerario verso la gloria (cfr. 24,26; 17,25). Tale itinerario di Gesù è paradigma di quello che ogni suo discepolo deve compiere (At 14,22).

Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:
- Il racconto dell’ultima cena: da 22,7 a 22,38;
- La preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani: da 22,39 a 22,46;
- L’arresto e il processo ebraico: da 22,47 a 22,71
- Il processo civile davanti a Pilato ed Erode: da 23,1 a 23,25
- La condanna, la crocifissione e la morte: da 23,26 a 23,49
- Gli avvenimenti successivi alla morte: da 23,50 fino a 23,56.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio entri in noi e illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Al termine di questa lunga lettura, quale sensazione prevale in me: sollievo per la fine della fatica, ammirazione per Gesù, dolore per il suo dolore, gioia per la salvezza ottenuta, o cos’altro?
b) Rileggo il testo, facendo attenzione a come hanno agito i vari “potenti”: sacerdoti, scribi e farisei, Pilato, Erode. Cosa penso di loro? Come penso che avrei potuto pensare, agire, parlare e decidere al loro posto?
c) Ancora una volta leggo il passio: pongo attenzione, stavolta, a come hanno agito i “piccoli”: discepoli, gente, singoli, donne, soldati e altri. Cosa penso di loro? Come penso che avrei agito, pensato e parlato io, al loro posto?
d) Rivedo, infine, il mio stile di azione nella vita quotidiana. In quale dei personaggi, principali o secondari, riesco meglio ad assomigliarmi? A quale, invece, vorrei poter somigliare di più?

Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire il tema (soffermandoci su alcuni punti chiave):
- 22,14: Quando fu l’ora, prese posto a tavola e gli apostoli con lui: nonostante scriva per una comunità di Cristiani provenienti in prevalenza dal paganesimo, Luca sottolinea che l’ultima cena di Gesù è la cena che rientra nei riti del pesah ebraico. Subito prima ne ha descritto i preparativi (vv. 7-13).
- 22,15: Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione: richiama 12,50: “C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto!” (cfr. anche Gv 12,32). Luca ci offre uno sprazzo di luce sulla dimensione interiore di Gesù, mentre si appresta a patire e morire: ciò che lo spinge è, come sempre per lui, la scelta radicale di adeguarsi alla volontà del Padre (cfr. 2,49), ma s’intravede in queste parole anche un umanissimo desiderio di fraternità, di condivisione, di amicizia.
- 22,17: E preso un calice, rese grazie: non siamo ancora al calice eucaristico propriamente inteso, ma solo alla prima delle quattro coppe di vino che si consumano nel corso della cena pasquale.
- 22,18: Da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio: secondo accenno esplicito alla morte ormai prossima. È una ripresa degli annunci della passione (9,22.44; 12,50; 18,31-32) e, come quelli, richiama implicitamente anche alla resurrezione. Il tono, comunque, pur nella serietà del momento contiene gli accenti della speranza e dell’attesa escatologica, con la certezza che il Padre non lo abbandonerà alla morte. Gesù è conscio di ciò che dovrà affrontare, ma si dimostra profondamente sereno, interiormente libero, sicuro del proprio destino ultimo e degli esiti ultimi di quanto sta per succedergli.
- 22,19-20: il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia contiene molte affinità con quello riferito da Paolo (1Cor 11,23-25) e ha un marcato carattere sacrificale: Gesù si mette in stato di oblazione e non offre delle cose, ma se stesso, a beneficio di chi crede in lui.
- 22,21: La mano di colui che mi tradisce è con me, sulla tavola: mangiando con lui, Gesù ammette anche Giuda alla comunione con sé, eppure è ben cosciente che questo discepolo sta per tradirlo definitivamente. Il contrasto è stridente e voluto dall’evangelista, come altre volte nel corso di questo racconto.
- 22,28: Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove: al contrario di Giuda, gli altri discepoli sono “perseveranti con Gesù nelle prove”, perché gli sono rimasti accanto, almeno fino a questo momento. Il Signore, dunque, riconosce che essi hanno raggiunto un alto grado di comunione con lui, tale da meritare loro uno speciale onore nella gloria del Padre (v. 29). È, dunque, Gesù stesso che istituisce uno stretto parallelo fra la comunione costante dei suoi discepoli (quelli di allora come quelli di oggi) con la sua sofferenza e la condivisione finale ed eterna della sua gloria (“mangiare e bere”, v. 30).
- 22,31-37: Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede: questo piccolo brano sembra riportato da un altro contesto. L’accenno di Gesù a satana e alla sua azione verso i discepoli riporta a quanto l’evangelista aveva segnalato sulle cause del tradimento di Giuda (22,3) e fa quasi un parallelo con la prospettiva lucana della passione come ultimo assalto di satana nei confronti di Gesù (cfr. 4,13; 22,53). Pietro viene difeso dalle insidie del tentatore dalla preghiera di Gesù stesso e dal fatto di aver decisamente scelto di essere discepolo del Signore, perché ha una missione particolare nei confronti dei suoi fratelli di fede (v. 32b). Gesù si premura anche di preavvisarlo: a lui, come agli altri discepoli, la terribile passione di Gesù costerà una dura lotta contro satana e i tanti agguati che, sotto diverse forme, tende ai discepoli che saranno accanto a Gesù nelle varie fasi della sua passione (vv. 35-36) a motivo della terribile prova cui Egli verrà sottoposto (v. 37); in queste ultime parole è apertamente riferito il testo di Isaia sul “Servo sofferente” (Is 53,12), con il quale Gesù viene chiaramente identificato.
- 22,33-34: Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte... Pietro, io ti dico: non canterà oggi il gallo prima che tu per tre volte avrai negato di conoscermi: Pietro è un uomo dal carattere generoso, anche un po’ frettoloso, come dimostra la sua dichiarazione, che sembra costringere Gesù a dichiarare la previsione del suo rinnegamento. Come nei verss. 24-27 i capi della comunità cristiana venivano messi di fronte alla propria responsabilità di “servi” della fede dei fratelli loro affidati, ora viene ad essi richiamato il dovere della prudenza e della vigilanza su se stessi, sulla propria debolezza.
- 22,39-46: il racconto dell’agonia morale-spirituale nel Getsemani segue molto da vicino quello di Marco (14,32-42), eccetto che per alcuni particolari, specialmente il riferimento alla teofania consolatoria mediante la presenza dell’angelo (v. 43). Gesù intensifica la propria preghiera, mentre si avvicina il momento più difficile e insidioso della propria vita. Il Getsemani, come Luca segnala, era il luogo “solito” (v. 37) dei pernottamenti di Gesù a Gerusalemme (21,37).
- 22,47-53: con l’arresto, inizia la vera e propria passione di Gesù. Questo racconto di passaggio presenta gli avvenimenti seguenti come “l’ora delle tenebre” (v. 53) e mostra Gesù come colui che vince e vincerà sulla violenza mediante la pazienza e la capacità di amare anche i propri persecutori (v. 51); spiccano, perciò, le parole tristi ma amorevoli che egli rivolge a Giuda: “Giuda, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo?” (v. 48).
- 22,54-71: Il processo giudaico non subisce evoluzioni nel corso della notte. Di Gesù prigioniero non viene riferito alcunché, fino al mattino. Quest’assenza di notizie circa quanto avviene a Gesù subito dopo l’arresto e fino all’inizio del processo è tipico di Luca.
- 22,60-62: Pietro disse: “O uomo, non so quello che dici”... Allora il Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò delle parole che il Signore gli aveva detto... E, uscito, pianse amaramente: l’incrocio dei due sguardi, avvenuto chissà come nell’agitazione di quella notte interminabile, segna la presa di coscienza di Pietro: nonostante le sue spavalde dichiarazioni di fedeltà, si è realizzato quanto Gesù gli aveva detto poco prima. In quello sguardo, Pietro sperimenta in prima persona la misericordia del Signore di cui aveva sentito parlare Gesù: non nasconde la realtà del peccato, ma la guarisce riportando l’uomo alla piena coscienza della propria realtà e dell’amore personale di Dio per lui.
- 22,70-71: Tu dunque sei il Figlio di Dio?... Lo dite voi stessi: io lo sono... Che bisogno abbiamo ancora di testimonianza? L’abbiamo udito noi stessi dalla sua bocca: il processo giudaico inizia ufficialmente con le prime luci del giorno (v. 66) ed è centrato sulla ricerca delle prove (quelle vere, in Luca, ma cfr. Mc 14,55-59) in base alle quali condannare a morte Gesù. Secondo Luca, quindi, i capi giudei non sono ricorsi a false testimonianze, ma - pur nella loro feroce avversione verso Gesù - si sono comportati con una certa correttezza giuridica verso di lui. Gesù, rispondendo positivamente alla domanda “Sei il figlio di Dio”, si mostra pienamente cosciente della propria dignità divina. In forza di essa, la sua sofferenza, la sua morte e la sua resurrezione sono testimonianza eloquente del Padre e della sua volontà benefica verso l’umanità. In questo modo, però, egli “firma” la propria condanna a morte: è un bestemmiatore che profana il Nome e la realtà di JHWH, perché se ne dichiara esplicitamente “figlio”.
- 23,3-5: Sei tu il re dei Giudei?... Tu lo dici... Costui solleva il popolo, insegnando: siamo al passaggio dal processo giudaico a quello romano: i capi ebrei consegnano il condannato al governatore perché esegua la loro condanna e, per offrirgli una motivazione a lui accettabile, “addomesticano” i moventi della loro condanna, mostrandoli sotto un aspetto politico. Gesù, perciò, viene presentato come sobillatore del popolo e usurpatore del titolo regale d’Israele (che ormai era divenuto quasi soltanto un ricordo o un’onorificenza). Lo strumento mediante il quale Gesù avrebbe perpetrato il suo reato, guarda caso, è la sua predicazione: quella parola di pace e di misericordia che aveva sparso a piene mani viene ora usata contro di lui! Gesù conferma l’accusa, ma certamente la sua regalità non è certo quella che veniva accusato di cercare, bensì uno dei riflessi della sua natura divina. Questo, però, né Pilato né gli altri sono in grado di capirlo.
- 23,6-12: Lo mandò da Erode: Pilato, avendo forse intuito che si cercava di coinvolgerlo in un “gioco sporco”, tenta probabilmente di disfarsi del prigioniero, adducendo il rispetto della giurisdizione: Gesù appartiene a un distretto che non ricade, in quel momento storico, sotto la diretta responsabilità dei Romani, ma dipende da Erode Antipa. Questi è presentato dai vangeli come un personaggio decisamente ambiguo: ammira ed è avverso a Giovanni battista, a causa dei rimproveri del profeta contro la sua situazione matrimoniale irregolare e quasi incestuosa, infine lo arresta e poi lo fa uccidere per non fare una cattiva figura con i suoi ospiti (3,19-20; Mc 6,17-29). Poi cerca di conoscere Gesù per pura curiosità, avendone conosciuta la fama di operatore di miracoli, imbastisce un processo contro di lui (v. 10), lo interroga di persona, ma poi - dinanzi al suo ostinato silenzio (v. 9) - lo abbandona agli scherni dei soldati, com’era avvenuto al termine del processo religioso (22,63-65) e come avverrà quando Gesù verrà crocifisso (vv. 35-38). Finisce col rimandarlo a Pilato. Luca conclude questo episodio con una interessante annotazione: il gesto di Pilato inaugura una nuova amicizia fra lui ed Erode. Sulla limpidezza delle motivazioni di tale amicizia le circostanze parlano chiaramente.
- 23,13-25: Mi avete portato quest’uomo come sobillatore del popolo;...non ho trovato in lui nessuna colpa di quelle di cui lo accusate: come aveva anticipato nel primo incontro con Gesù (v. 4) e come ripeterà in seguito (v. 22), Pilato dichiara di ritenerlo innocente. Cerca di convincere i capi e il popolo a lasciare andare Gesù, ma essi hanno ormai deciso la sua morte (vv. 18.21.23) e insistono che sia condannato a morte. In cosa è consistito l’interrogatorio effettuato dal governatore? Ben poco, a giudicare dalle poche frasi riportate da Luca (v. 3). Eppure, Gesù ha risposto positivamente a Pilato, dichiarandosi “re dei Giudei”! A questo punto, è evidente che Pilato non lo considera un uomo pericoloso a livello politico, né per l’ordine pubblico, forse anche perché il tono della dichiarazione di Gesù non lasciava dubbi in questo senso. È abbastanza evidente l’intento dell’evangelista, che cerca di attenuare le responsabilità del governatore romano. Questi, tuttavia, è conosciuto dalle fonti storiche come un «uomo per natura inflessibile e, in aggiunta alla sua arroganza, duro, capace solo di concussioni, di violenze, rapine, brutalità, torture, esecuzioni senza processo e crudeltà spaventose e illimitate» (Filone di Alessandria) e «che egli amava provocare la nazione a lui affidata, ricorrendo ora a sgarbi, ora a dure repressioni» (Giuseppe Flavio).
- 23,16.22: Dopo averlo severamente castigato, lo rilascerò...: il fatto di essere ritenuto innocente, comunque, non avrebbe risparmiato a Gesù un duro “castigo”, inflitto solo per non lasciare troppo deluse le attese dei capi giudei.
- 23,16.18.25: A morte costui! Dacci libero Barabba! Rilasciò colui che era stato messo in carcere per sommossa e omicidio e che essi richiedevano, e abbandonò Gesù alla loro volontà: alla fine, Pilato cede totalmente alle insistenze dei capi e del popolo, pur se non pronuncia alcuna condanna formale nei confronti di Gesù. Barabba, vero delinquente e agitatore politico, diventa così il primo uomo salvato (almeno in quel momento) dal sacrificio di Gesù.
- 23,26-27: Presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù. Lo seguiva una gran folla di popolo e di donne che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui: Simone e le donne, più che testimoni privilegiati della passione, sono, in Luca, dei modelli di discepolato persone che mostrano fattivamente al lettore come seguire il Signore. Grazie a loro e alla folla, inoltre, Egli non è solo mentre si avvicina alla morte, ma è attorniato da uomini e donne che gli sono profondamente ed emotivamente vicini, pur se hanno bisogno di convertirsi, cosa alla quale egli non manca di richiamarli, nonostante la sua terribile situazione (vv. 28-31). Simone di Cirene viene “preso”, ma Luca non lo mostra riluttante nell’aiutare il Signore (cfr. Mc 15,20-21). La “gran folla” è, anch’essa, vivamente partecipe di quanto avviene a Gesù. Ciò crea un contrasto stridente con la folla che, poco prima, ne ha preteso la condanna a morte da Pilato.
- 23,34: Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno: Luca evidenzia la preoccupazione principale del Signore crocifisso che, pur nell’atroce dolore fisico causato dalle operazioni di crocifissione, prega per loro il Padre: non gli interessa la propria condizione né le cause storiche che l’hanno prodotta, ma solo la salvezza di tutti gli uomini. Come Lui, farà il martire Stefano (At 7,60), a dimostrare il carattere paradigmatico della vita e della morte di Gesù per l’esistenza di ogni Cristiano. Per sottolineare questo deciso orientamento di Gesù, Luca omette il grido dal tono angosciato che riferiscono gli altri sinottici: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”
- 23,33.39-43: Crocifissero lui e i due malfattori... Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno... In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso: l’episodio del dialogo con uno dei suoi compagni di condanna è emblematico del modo in cui Luca comprende la morte di Gesù: un atto di autodonazione compiuto per amore e nell’amore per portare a salvezza il maggior numero di uomini, di qualunque condizione e in qualunque situazione si trovino. “Oggi” (v. 43): il ladrone aveva parlato al futuro, ma Gesù gli risponde utilizzando il verbo al presente: la salvezza che Egli dona agisce subito, gli “ultimi tempi” iniziano con questo evento salvifico. “Sarai con me” (v. 43): espressione che indica la piena comunione che vige fra Dio e coloro che egli accoglie presso di sé nell’eternità (cfr. 1Tess 4,17). Secondo alcuni scritti apocrifi tardo-giudaici, il Messia doveva proprio “aprire le porte del Paradiso”.
- 23,44-46: Era verso mezzogiorno... Gridando a gran voce, disse: Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito. Detto questo spirò: le ultime parole di Gesù, per la loro indole, sembrano in contrasto con la notizia dell’alto grido, che le precede. Giunto agli estremi della sua vita umana, Gesù compie u supremo atto di fiducia nel Padre, per la cui volontà Egli è arrivato a tanto. In queste parole si può intravedere un accenno alla resurrezione: il Padre gli riconsegnerà questa vita che ora Gesù gli affida (cfr. Sal 16,10; At 2,27; 13,35). Luca racconta molto stringatamente gli ultimi momenti di Gesù: non gli interessa indulgere su particolari che offrirebbero solo soddisfazione a una certa macabra curiosità, la stessa che attirava e attira tanti spettatori alle esecuzioni capitali in tutte le piazze del mondo.
- 23,47-48: Visto ciò che era accaduto, il centurione glorificava Dio: “Veramente quest’uomo era giusto”. Anche tutte le folle..., ripensando a quanto era accaduto, se ne tornavano percuotendosi il petto: l’efficacia salvifica del sacrificio di Gesù agisce quasi immediatamente, con la sola evidenza dei fatti avvenuti: pagani (come il centurione che ha comandato il plotone incaricato dell’esecuzione) e Giudei (la gente) iniziano a cambiare. Il centurione “glorifica Dio” e sembra essere a un passo dal diventare un credente cristiano. Le folle giudee, forse senza accorgersene, si allontanano compiendo gesti di pentimento come Gesù ha chiesto alle donne di Gerusalemme (v. 38).
- 23,49: Tutti i suoi conoscenti assistevano da lontano: a prudente distanza, conoscendo le disposizioni romane che proibivano eccessivi gesti di lutto per i condannati alla croce (pena il subire la stessa condanna), il gruppo dei discepoli assiste attonito a tutta la scena. Luca non riporta alcun accenno alle loro emozioni o atteggiamenti: forse, il dolore e la violenza li hanno storditi fino al punto da renderli incapaci di qualsiasi reazione visibile. In modo simile, le donne del gruppo dei discepoli non partecipano in alcun modo all’operazione con cui Giuseppe di Arimatèa seppellisce Gesù: si limitano a osservarlo (v. 55).
- 23,53: Lo calò dalla croce, lo avvolse in un lenzuolo e lo depose in una tomba scavata nella roccia: Gesù ha davvero subito il supplizio. È davvero morto, come tanti altri uomini prima e dopo di lui, sulla croce, in un comune corpo di carne. Quest’evento senza il quale non vi sarebbe salvezza né vita eterna per alcun uomo è verificato dal fatto che è necessario seppellirlo, tant’è vero che Luca si dilunga in alcuni particolari riguardanti il veloce rito di sepoltura realizzato da Giuseppe (vv. 52-54).
- 23,56: Il giorno di sabato osservarono il riposo, secondo il comandamento: come il Creatore si riposa nel giorno settimo della creazione, consacrando così il sabato (Gn 2,2-3), ora il Signore fa il suo sabato nella tomba. Nessuno dei suoi, ormai, sembra più capace di attendersi qualcosa: le parole di Gesù sulla resurrezione sono apparentemente dimenticate. Le donne si limitano a preparare gli oli per rendere più dignitosa la sepoltura del Maestro. Il vangelo di questa “domenica di Passione” si conclude qui, omettendo il racconto della scoperta del sepolcro vuoto (24,1-12) e facendoci assaporare il gusto dolce e amaro del sacrificio dell’Agnello di Dio. veniamo lasciati in un’atmosfera dolente e sospesa e vi restiamo immersi, pur conoscendo l’esito finale del racconto evangelico. Questa terribile morte del giovane Rabbi di Nazaret non perde significato nella sua resurrezione, ma acquista un valore del tutto nuovo e inatteso, che non prescinde dalla sua dimensione di uccisione sacrificale liberamente accettata per uno scopo “eccessivamente” alto rispetto alle nostre capacità di umana comprensione: è mistero allo stato puro.

Orazione finale: Dio onnipotente ed eterno, che hai dato come modello agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa’ che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della risurrezione.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
DOMENICA DELLE PALME NELLA PASSIONE DEL SIGNORE
MESSA DEL GIORNO


Letture:
Is 52,13-53,12
Sal 87
Eb 12,1b-3
Gv 11,55-12,11

Per le sue piaghe noi siamo stati guariti
Per Gesù è arrivata la sua “ora”. Entra in Gerusalemme per la sua settimana decisiva. Lì compirà i suoi atti fondamentali per la nostra salvezza e il nostro riscatto: la sua passione e morte in croce. Ha voluto preparare bene questo ingresso in città, quasi un presentarsi ufficiale quale Messia preannunciato dai profeti: il Servo Sofferente per le cui “piaghe noi siamo stati guariti” (Lett.). Quanti l’hanno capito? Forse neanche tutti i più vicini. Non era facile accettare un Messia così sconcertante: cavalca un asino. Questo Messia umile vuol portare il peso dei nostri peccati, e sarà un Messia crocifisso.
Un messia crocifisso: Domandiamoci: che cosa significa che Cristo ci salva dalla croce? Che cosa vuol mostrare Dio scegliendo di farsi conoscere crocifisso? Questa è la sorpresa: Dio ha tanto voluto condividere la nostra vita da sostituirsi a noi nel riscatto dal male e dal peccato. È venuto lui, come uomo, perché finalmente un uomo - e come nostro fratello maggiore - esprimesse a nome nostro e in nostro favore tutta la faticosa obbedienza a Dio, dopo il no del primo Adamo, cioè di ognuno di noi. “Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui; per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (I lett.). Una condivisione portata fino all’estremo dono di sé, fino al segno del sangue: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). Dio è uno che ci mette la pelle per noi: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Sant’Agostino ha una espressione illuminante: “Potuit gutta, venit unda”; poteva salvarci con una goccia di sangue, ne venne una valanga...! Amare quando le cose van bene, son buoni tutti! Anche per noi la prova d’amore vuole sacrificio. La croce allora è lo spettacolo della ECCEDENZA di Dio, del suo voler strafare in amore. Dio ha voluto toccare il nostro cuore perché la sua vittoria non è in potenza ma in amore. Il risultato di questa condivisione e di questo amore è la nostra riconciliazione con Dio e la reintegrata partecipazione alla condizione di figli di Dio. Quei fatti avvenuti a Gerusalemme - con la sbocco della risurrezione - sono stati come uno squarcio di verità sugli inganni del mondo: il Giusto innocente, perseguitato e condannato dai malvagi, oppresso dal male e dalla morte, ma fiducioso nel suo Dio, viene da Dio liberato e ora siede vivo e glorioso alla destra del Padre. “Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Epist.). Finalmente Dio è intervenuto a capovolgere le sorti del mondo e dell’uomo. La signoria del bene vince il dominio del male.
L’attualità di quegli eventi: Il gesto compiuto alla processione, agitando i rami d’ulivo, ha un significato ben preciso: anche noi, come i fanciulli di Gerusalemme, accogliamo oggi nella nostra comunità Gesù che viene in questa settimana per rendere presenti quei suoi atti salvifici e per comunicarcene il frutto. I Riti del Santo Triduo sono appunto “il vestito” sacramentale entro il quale si cala l’opera salvifica di Cristo resa attuale per noi. Di fronte a un così strano modo di essere Messia e Salvatore chi non si sconcerterebbe? Il Vangelo ci indica appunto atteggiamenti e scelte diverse davanti al Cristo sofferente. Siamo sei giorni prima della Pasqua. A Betania Gesù ha risuscitato Lazzaro. Ormai è sulla bocca di tutti. È l’uomo del giorno; la folla lo cerca con curiosità, come si cerca la firma di un divo: “Che ve ne pare? Non verrà alla festa?”. Dietro loro sta chi lo cerca per ucciderlo. Sono i capi e i farisei: “Avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse perché potessero arrestarlo..”; anzi “decisero di uccidere anche Lazzaro”. L’incredulità si traduce spesso in persecuzione. C’è poi Giuda, l’ipocrita: “Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri? - Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro”. È il perbenismo chiuso ad ogni valore religioso, sempre pronto a sfruttare a proprio vantaggio e a sporcare col proprio interesse anche le cose più sacre! Infine c’è il gesto di Maria, espressione di un amore delicato, che intuisce la valenza di condivisione e di salvezza dell’imminente morte di Gesù. Gesù la difende, apprezzando la sua attenzione personale verso di lui. “I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me”. Quale dolce e forte rimprovero! Avere me, dice Gesù, la mia Persona, il rapporto d’amore, questo conta più di tante cose! Almeno questa settimana, sia tutta da riservare a Me! Nessuno in questi Santi Giorni si meriti il lamento di Gesù: “Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?” (Mt 26,40). È la Settimana “autentica”, tutta da dedicare a Dio.
La Chiesa, coi suoi riti solenni, ci metterà davanti la vicenda di Cristo, tutta da contemplare e da imitare. “Fratelli, seguiamo il cammino di Cristo che conduce a salvezza. Egli morì per noi, lasciando un esempio. Sulla croce portò nel suo corpo i nostri peccati perché, morendo alla colpa, risorgessimo alla vita di grazia” (Dopo il vangelo). Seguire Gesù per risorgere a vita di grazia, anzi, come lui, a vita di gloria: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Epist.). Alla nostra disponibilità farà però riscontro l’iniziativa sacramentale di Cristo nella celebrazione solenne del Sacro Triduo. Fare Pasqua vuol dire partecipare a queste Celebrazioni, con cuore pentito e attenzione piena, con un coinvolgimento anche affettivo. Domenica sarà Pasqua di risurrezione. Sia davvero risurrezione anche per tutti noi!
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 6 aprile 2013   Mar Apr 02, 2013 3:26 pm

SABATO 6 APRILE 2013

SABATO FRA L’OTTAVA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Padre, che nella tua immensa bontà estendi a tutti i popoli il dono della fede, guarda i tuoi figli di elezione, perché coloro che sono rinati nel Battesimo ricevano la veste candida della vita immortale.

Letture:
At 4,13-21 (Non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato)
Sal 117 (Ti rendo grazie, Signore, perché mi hai risposto)
Mc 16,9-15 (Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo)

Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura
Fa fatica a imporsi la certezza della risurrezione di Gesù. I discepoli sono ancora “in lutto e in pianto” e non vogliono credere all’annunzio della Maddalena. Neppure gli Undici credono, e sono rimproverati da Gesù per la durezza del loro cuore. Comunque l’evangelista conferma così che il risorto si è dapprima manifestato a persone o discepoli che vivevano più o meno ai margini del gruppo dei Dodici. Gli apostoli, che non hanno sùbito creduto, sono gli ultimi a beneficiare di un apparizione del Signore. Sono loro i responsabili della struttura e dell’autenticità della fede cristiana, ma non sono necessariamente loro a farla nascere: raccolgono dove non hanno seminato, vedono sorgere la fede dove non l’hanno predicata. Tutti gli evangelisti fanno notare l’incredulità degli Undici all’annuncio della risurrezione da parte delle donne; però la conclusione di Marco è l’unica a fare allusione alla loro mancanza di fede a quanto dicevano i discepoli di Emmaus. Ciò nonostante, agli apostoli increduli Cristo affida la responsabilità della missione, costituendoli punti di riferimento della fede in vista del giudizio. Gli apostoli hanno la missione di predicare il vangelo, cioè Gesù risorto, a tutte le creature. Anche a noi cristiani, Cristo ci affida la stessa missione, è una necessità senza compimento della quale non possiamo chiamarci a pieno discepoli di Cristo.
Il Vangelo di san Marco termina con una catechesi sulla fiducia che meritano gli undici apostoli, la cui testimonianza è il fondamento della fede della Chiesa: Gesù stesso li ha chiamati per andare dalla Galilea a Gerusalemme. Dopo il Venerdì santo, delusi e senza speranza, restano in città. Maria di Magdala che - secondo questo racconto, che fa fede - è stata la prima alla quale il Signore è apparso, spiega loro di che cosa l’ha incaricata il Cristo risuscitato. I due discepoli che il Signore accompagna lungo il cammino verso Emmaus rientrano a Gerusalemme. Tuttavia, essi non li ascoltano, né credono loro. Né la testimonianza della donna, né quella dei due discepoli fa uscire gli apostoli dalla loro afflizione e dai loro lamenti. È soltanto quando Gesù stesso è vicino a loro e rimprovera loro la mancanza di fiducia nella parola dei suoi testimoni, che i loro cuori e i loro occhi si aprono. Vedendolo, capiscono che il vangelo di Dio che Gesù aveva predicato, e che diventa la loro missione, ha un avvenire senza fine. Capiscono che la loro missione comprende “il mondo intero” e “la creazione intera”, tutta la comunità dei viventi.

Lettura del Vangelo: Risorto al mattino, il primo giorno dopo il sabato, Gesù apparve prima a Maria di Màgdala, dalla quale aveva scacciato sette demòni. Questa andò ad annunciarlo a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro. Alla fine apparve anche agli Undici, mentre erano a tavola, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risorto. E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi fa parte di una unità letteraria più ampia (Mc 16,9-20) che ci mette dinanzi la lista o il riassunto di diverse apparizioni di Gesù: (a) Gesù appare a Maria Maddalena, ma i discepoli non accettano la sua testimonianza (Mc 16,9-11); (b) Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non accettano la loro testimonianza (Mc 16,12-13); (c) Gesù appare agli Undici, critica la mancanza di fede e ordina di annunciare la Buona Novella a tutti (Mc 16,14-18); (d) Gesù ascende al cielo e continua a cooperare con i discepoli (Mc 16,19-20).
- Oltre a questa lista di apparizioni del vangelo di Marco, ci sono altre liste di apparizioni che non sempre coincidono tra di loro. Per esempio, la lista conservata da Paolo nella lettera ai Corinzi è molto differente (1 Cor 15,3-8). Questa varietà mostra che all’inizio, i cristiani, non si preoccupano di provare la risurrezione per mezzo di apparizioni. Per loro la fede nella risurrezione era così evidente e viva che non c’era bisogno di prove. Una persona che prende il sole sulla spiaggia non si preoccupa di dimostrare che il sole esiste, perché lei stessa abbronzata è la prova evidente dell’esistenza del sole. Le comunità, con il loro esistere in mezzo all’impero immenso, erano una prova viva della risurrezione. Le liste delle apparizioni cominciano a spuntare più tardi, nella seconda generazione per ribattere le critiche degli avversari.
- Marco 16,9-11: Gesù appare a Maria Maddalena, ma gli altri discepoli non le credettero. Gesù appare prima a Maria Maddalena. Lei va ad annunciarlo agli altri. Per venire al mondo, Dio volle dipendere dal seno di una giovane di 15 o 16 anni, chiamata Maria, di Nazaret (Lc 1,38). Per essere riconosciuto vivo in mezzo a noi, volle dipendere dall’annuncio di una donna che era stata liberata da sette demoni, anche lei chiamata Maria, di Magdala! (Per questo era chiamata Maria Maddalena). Ma gli altri non credettero in lei. Marco dice che Gesù apparve prima a Maddalena. Nell’elenco delle apparizioni, trasmesso nella lettera ai Corinzi (1Cor 15,3-8), non vengono riportate le apparizioni di Gesù alle donne. I primi cristiani avevano difficoltà a credere nella testimonianza delle donne. È un peccato!
- Marco 16,12-13: Gesù appare ai discepoli, ma gli altri non credettero a loro. Senza molti dettagli, Marco si riferisce ad un’apparizione di Gesù a due discepoli, “mentre erano in cammino verso la campagna”. Si tratta, probabilmente, di un riassunto dell’apparizione di Gesù ai discepoli di Emmaus, narrata da Luca (Lc 24,13-35). Marco insiste nel dire che “gli altri non cedettero nemmeno a loro”.
- Marco 16,14-15: Gesù critica l’incredulità e ordina di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. Per questo, Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che lo avevano visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli nel credere nella testimonianza di coloro che hanno sperimentato la risurrezione di Gesù. Perché? Probabilmente per insegnare tre cose. In primo luogo che la fede in Gesù passa attraverso la fede nelle persone che ne danno testimonianza. In secondo luogo, che nessuno si deve scoraggiare, quando il dubbio o l’incredulità nascono nel cuore. In terzo luogo, per ribattere le critiche di coloro che dicevano che il cristiano è ingenuo e accetta senza critica qualsiasi notizia, poiché gli undici ebbero molta difficoltà ad accettare la verità della risurrezione!
- Il vangelo di oggi termina con l’invio: “Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura!”. Gesù conferisce loro la missione di annunciare la Buona Novella ad ogni creatura.

Per un confronto personale
- Maria Maddalena, i due discepoli di Emmaus e gli undici discepoli: chi di loro ebbe maggiore difficoltà nel credere alla risurrezione? Perché? Con chi di loro mi identifico?
- Quali sono i segnali che più convincono le persone della presenza di Gesù in mezzo a noi?

Preghiera finale: Giusto è il Signore in tutte le sue vie, santo in tutte le sue opere. Il Signore è vicino a quanti lo invocano, a quanti lo cercano con cuore sincero (Sal 144).
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