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VINCENZO



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MessaggioOggetto: SABATO 24 LUGLIO 2010   Sab Lug 24, 2010 9:22 am

SABATO 24 LUGLIO 2010

SABATO DELLA XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio dei nostri padri, che ai santi Gioacchino e Anna hai dato il privilegio di avere come figlia Maria, madre del Signore, per loro intercessione concedi ai tuoi fedeli di godere i beni della salvezza eterna.

Letture:
Ger 7,1-11 (Forse per voi è un covo di ladri questo tempio sul quale è invocato il mio nome?)
Sal 83 (Quanto sono amabili le tue dimore,Signore degli eserciti!)
Mt 13,24-30 (Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura)

Dio è più grande del nostro cuore!
Le parabole che ci sono state proposte dalla liturgia durante questa settimana, vanno lette tutte in una chiave positiva. Anzi, direi che vanno riviste sotto una diversa luce: certamente più di qualcuno avrà usato tali passi evangelici per incutere timore e, prospettando per i reprobi fiamme, fuoco e zolfo, avrà contribuito a dare una visione distorta dell’economia della salvezza. Gesù, attraverso questi insegnamenti ci dice che nessuno, non solo non deve disperare della salvezza, ma nemmeno deve affliggersi per l’ingiustizia che scopre intorno a lui e dentro di lui. «Dio è più grande del nostro cuore» (1Gv 2, 20b) è questo un insegnamento fondamentale della Parola di Dio, esso risulta essere punto di partenza per ogni rapporto equilibrato con il Signore ed è anche una vera palestra di riconoscimento tranquillo e sereno dei propri limiti e dei propri difetti, nella consapevolezza che tutto avrà compimento e risoluzione in Lui e attraverso di Lui. In tal modo, la «mietitura» non sarà più uno spaventapasseri, ma costituirà il termine di confronto per tutta la vita di fede, maturazione di una concezione religiosa che esce dall’infantilismo per divenire pienezza di una relazione con un «Tu» che dispiega tutte le potenzialità del nostro essere. Ecco allora: «Accogliamo con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarci alla salvezza».
Anche oggi una parabola del seme. Anzitutto del “buon seme” seminato da Gesù nel campo della Chiesa e del mondo. Un rilievo importante che fa giustizia di ogni visione pessimistica della realtà umana. Il bene è sempre presente e opera dappertutto, anche se non sempre e non dovunque fa notizia. Al contrario del male che ha sempre l’onore delle prime pagine dei giornali. E al male fa anche riferimento la parabola: alla “zizzania” seminata dal “nemico”, ossia a tutto ciò che è in contrasto col regno, l’unico progetto di vita degno dell’uomo. Sconcerta il fatto che la zizzania venga seminata dal nemico, “mentre tutti dormono”: per mancanza cioè di vigilanza da parte dei servi e dei collaboratori del padrone. Interpella perciò la responsabilità delle nostre omissioni: non è male soltanto il farlo ma anche non impedirlo per quanto e come lo dobbiamo e lo possiamo. Conforta, tuttavia, la tolleranza e la misericordia del Signore, il quale, nell’attesa del giudizio e della condanna definitiva, lascia che il bene e il male crescano insieme: non solo nel mondo ma anche nella Chiesa e in ciascuno di noi. Siamo perciò capaci di attese fiduciose e pazienti: come lo è il cuore di Dio.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorì e fece frutto, ecco apparve anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fastelli per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio”.

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci parla della parabola del grano. Sia nella società come nelle comunità e nella nostra vita di famiglia e personale, si intrecciano qualità buone ed incoerenze, limiti ed errori. Nelle comunità si riuniscono persone di diverse origini, ciascuna con la sua propria storia, con il suo vissuto, la sua opinione, i suoi aneliti, le sue differenze. Ci sono persone che non sanno convivere con le differenze. Vogliono essere giudici degli altri. Pensano che solo loro sono nel giusto, e che le altre sono nell’errore. La parabola del grano e della zizzania ci aiuta a non cadere nella tentazione di escludere dalla comunità coloro che non pensano come noi.
- Lo sfondo della parabola del grano e della zizzania. Per secoli, a causa dell’osservanza delle leggi della purezza, i giudei erano vissuti separati dalle altre nazioni. Questo isolamento li aveva marcati. Anche dopo essersi convertiti, alcuni continuavano a seguire questa osservanza che li separava dagli altri. Volevano la purezza totale! Qualsiasi segno di impurità doveva essere estirpato in nome di Dio. “Il peccato non può essere tollerato” dicevano alcuni. Ma altri, come per esempio Paolo, insegnavano che la nuova legge che Gesù chiedeva di osservare, diceva il contrario! “Il peccato non può essere tollerato, ma bisogna essere tolleranti con il peccatore!”
- Matteo 13,24-26: La situazione: grano e zizzania crescono insieme. La parola di Dio che fa nascere la comunità è buon seme, però nelle comunità a volte ci sono cose contrarie alla parola di Dio. Da dove vengono? Ecco la discussione, il mistero, che conduce a ricordare la parabola del grano e della zizzania.
- Matteo 13,27-28a: L’origine della mescolanza che c’è nella vita. Gli operai chiesero al padrone: “Signore, non seminasti il buon seme nel tuo campo? Come mai ora c’è zizzania?”. Il padrone risponde. Un nemico ha fatto questo. Chi è questo nemico? Il nemico, l’avversario, satana o diavolo (Mt 13,39), è colui che divide, che allontana dalla buona strada. La tendenza alla divisione esiste nella comunità e in ognuno di noi. Il desiderio di dominare, di approfittarsi della comunità per essere più importanti e tanti altri desideri interessati dividono, sono il nemico che dorme in ognuno di noi.
- Matteo 13,28b-30: La reazione diversa dinanzi all’ambiguità. Dinanzi a questa mescolanza di bene e di male, gli operai vogliono eliminare la zizzania. Pensavano: “Se lasciamo tutto nella comunità, perdiamo la nostra ragione d’essere! Perdiamo l’identità!”. Volevano mandare via coloro che pensavano essere diversi. Ma non è questa la decisione del Padrone della terra. Lui dice: “Lasciate che l’uno e l’altra crescano insieme fino alla mietitura!”. Ciò che è decisivo non è ciò che ognuno parla e dice, ma ciò che ognuno vive e fa. Dio ci giudicherà per il frutto che produciamo (Mt 12,33). La forza e il dinamismo del Regno si manifesteranno nella comunità. Pur essendo piccola e piena di contraddizioni, è un segno del Regno. Ma non è la padrona o la proprietaria del Regno, né può considerarsi totalmente giusta. La parabola del grano e della zizzania spiega il modo in cui la forza del Regno agisce nella storia. È necessario fare una scelta chiara per la giustizia del regno, e nello stesso tempo, insieme alla lotta per la giustizia, avere pazienza ed imparare a vivere e a dialogare con le differenze e con le contraddizioni. Quando avverrà la mietitura avverrà la separazione.
- L’insegnamento in parabole. La parabola è uno strumento pedagogico che si serve della vita di ogni giorno per indicare che la vita ci parla di Dio. Diventa una realtà e rende contemplativo lo sguardo della gente. Una parabola tende verso le cose della vita, e per questo è un insegnamento aperto, perché tutti abbiamo qualche esperienza delle cose della vita. L’insegnamento in parabole fa sì che la persona parta dalle esperienze che ha: seme, luce, pecora, fiore, uccello, padre, rete, piccoli, pesce, etc. Così la vita di ogni giorno diventa trasparente, rivelatrice della presenza e dell’azione di Dio. Gesù non soleva spiegare le parabole. Ne lasciava aperto il senso, non lo determinava. Segno questo, che credeva nella capacità della gente di scoprire il senso della parabola partendo dalla sua esperienza di vita. Ogni tanto, a richiesta dei discepoli, lui spiegava il senso (Mt 13,10.36). Per esempio, come fa con la parabola del grano e della zizzania (Mt 13,36-43).

Per un confronto personale
- Come si manifesta oggi nella nostra comunità la mescolanza tra grano e zizzania? Quali conseguenze per la nostra vita?
- Guardando nello specchio della parabola, con chi mi sento più in sintonia: con gli operai che vogliono raccogliere la zizzania, o con il padrone del campo che ordina di aspettare il tempo della mietitura?

Preghiera finale: L’anima mia languisce e brama gli atri del Signore. Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 83).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 25 LUGLIO 2010   Dom Lug 25, 2010 9:48 am

DOMENICA 25 LUGLIO 2010

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Padre di ogni misericordia, nel Nome di Cristo tuo Figlio, ti chiediamo, mandaci il Dono, infondi in noi lo Spirito! Spirito Paraclito, insegnaci a pregare nella verità rimanendo nel nuovo Tempio che è il Cristo. Spirito fedele al Padre e a noi, come la colomba al suo nido, invoca in noi incessantemente al Padre, perché non sappiamo pregare. Spirito di Cristo, primo dono a noi credenti, prega in noi senza stancarti il Padre, come ci ha insegnato il Figlio. Amen.

Letture:
Gn 18,20-32 (Non si adiri il mio Signore, se parlo)
Sal 137 (Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto)
Col 2,12-14 (Con lui Dio ha dato vita anche a voi, perdonando tutte le colpe)
Lc 11,1-13 (Chiedete e vi sarà dato)

Signore, insegnaci a pregare
Il primo dovere del discepolo è quello di imitare il proprio maestro. I discepoli di Gesù sono spesso spettatori delle lunghe ore che Gesù trascorre in orazione dopo essersi ritirato in un luogo solitario. Pur restandone affascinati si accorgono di non essere in grado di imitarlo. Ecco allora la umile richiesta: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». La risposta di Gesù è il Pater che oggi ascoltiamo nella versione dei Luca, più breve ed essenziale rispetto a quella di Matteo. È una gioiosa sorpresa per i dodici sentire che rivolgendosi a Dio, lo possono chiamare con l’appellativo di Padre, non era stato così per il passato. Comprendono che il primo motivo della preghiera è la comunione con l’Onnipotente, che induce a chiedere la santificazione del suo nome e l’avvento del suo regno sulla terra. Viene poi attribuito allo stesso Signore il compito paterno di provvedere al nostro necessario sia per il corpo, sia per la nostra anima, sempre bisognosa di misericordia e di perdono. Ci convince poi Gesù che proprio perché gratuitamente e ripetutamente perdonati da Dio Padre, dobbiamo a nostra volta sentirci impegnati ad usare misericordia verso il nostro prossimo. Implicitamente siamo esortati a vivere la nostra preghiera non solo come mezzo privilegiato di comunione con Dio e con il nostro prossimo, ma anche come impegno di vita cristiana. Se la preghiera non migliora la nostra vita diventa sterile. C’è poi un sapiente ammonimento di cui dobbiamo far tesoro: la preghiera non deve avare interruzione, non possiamo e non dobbiamo chiamare solo Dio solo in momenti di “emergenza” o considerarla episodica. Dobbiamo pregare sempre senza stancarci, perché sempre siamo bisognosi, sempre dobbiamo gratitudine a Dio, sempre dobbiamo proclamare le sue lodi, sempre dobbiamo stare in comunione con Lui. Lo Spirito Santo che è amore interverrà a dare vigore e santa energia alla nostra preghiera e alla nostra vita. Non è difficile costatare che tutto il nostro bene dal Signore proviene, Lui è la fonte inesauribile, la preghiera è la via su cui scorre la grazia. Al contrario, l’origine delle nostre crisi, dei nostri fallimenti hanno anch’essi una chiara spiegazione: è la mancanza di preghiera, il pensare di poter fare senza Dio e risolvere da soli i nostri problemi. È la peggiore tentazione che possa assalirci e forse anche il peggiore peccato di cui possiamo macchiarci. Ma abbiamo ricevuto lo Spirito che fa di noi figli adottivi. Per mezzo di lui, gridiamo spesso: Abbà! Padre!
Grazie alle letture bibliche, oggi la Chiesa ci insegna quello che significa la preghiera e come bisogna pregare. Il racconto dell’intercessione di Abramo in favore delle città depravate di Sodoma e Gomorra (Gen 18,20-32: 1a lettura) dimostra che i castighi di Dio non sono la conseguenza di una predestinazione irrevocabile. L’intercessione degli uomini che conoscono l’amore di Dio è capace di risvegliare la sua misericordia. San Luca ci riporta una serie di insegnamenti di Gesù su come bisogna pregare. Gesù invita innanzitutto a pregare, per qualsiasi richiesta, con fiducia, ed assicura ad ognuno che tutte le preghiere sincere saranno esaudite: “Chiunque chiede ottiene; chi cerca trova e sarà aperto a chi bussa”. Poi Gesù dice che un padre terreno dà solo buone cose ai suoi figli e non vuole ingannarli. Come potrebbe Dio, il migliore dei padri, mandarci qualcosa di cattivo quando noi suoi figli gli chiediamo il suo aiuto? La parabola dell’uomo che sollecita il suo amico è basata sulla regola del rilancio: se un amico terreno non è capace di mandare via colui che è venuto per pregarlo, anche se chiede il suo aiuto nelle peggiori circostanze, a maggior ragione Dio - che è il nostro migliore amico - esaudirà le nostre preghiere! Tanto più che noi per lui non siamo mai importuni. Tutto questo trova la sua espressione più convincente nella preghiera che il Signore insegna ai suoi discepoli. Se abbiamo fatto nostra la preoccupazione di Dio: cioè che il suo nome sia conosciuto e riconosciuto e che il suo regno venga nel mondo, egli stesso farà sue le nostre preoccupazioni. La preghiera del Signore è il riassunto di tutto il Vangelo. Ed è per questo che è il fondamento e il cuore di tutta la preghiera umana.

Approfondimento del Vangelo (La preghiera del Maestro, la preghiera dei discepoli)
Il testo: Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore, e non ci indurre in tentazione». Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti; e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza. Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

Suddivisione del testo
- vv. 1-4: la preghiera insegnata da Gesù
- vv. 5-8: la parabola dell’amico insistente
- vv. 9-13: l’insegnamento sull’efficacia della preghiera

Il brano nel suo contesto: Il vangelo s’incastona quasi all’inizio della “grande inclusione” di Luca (nella quale il terzo evangelista abbandona la traccia di Marco per seguire una fonte propria). Questa lunga sezione caratteristica del vangelo di Luca (9,51 – 19,44) è caratterizzata da un incessante viaggiare di Gesù verso Gerusalemme, a volte con un itinerario impossibile da seguire su una cartina geografica, seguendo un percorso comunque lunghissimo e farraginoso che sembra non raggiungere la meta. Si tratta di un viaggiare di grande valore teologico, con un orientamento preciso: Gesù è “il profeta itinerante che dirige la sua attenzione verso la Città santa dove lo chiama la volontà divina” (G. Rossé). Infatti la sezione comincia con un’espressione famosa: “Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato tolto dal mondo, si diresse decisamente verso Gerusalemme” (Lc 9,51). Durante questo viaggio, Gesù si dedica soprattutto all’insegnamento, comportandosi davvero come Dio che “visita” gli uomini (cfr. Lc 1,78; 7,16) e, in vista della propria morte ormai imminente, lasciando quasi un testamento ai suoi discepoli, per guidarne l’esistenza nel mondo fino al proprio ritorno definitivo. Così, nelle pagine immediatamente precedenti il nostro vangelo, troviamo due dei tre annunci della passione, il famoso “inno di lode al Padre” che si rivela ai piccoli, la parabola del “buon samaritano” e anche l’episodio dell’ospitalità di Marta e Maria, nel quale Gesù propone come modello di discepolato una donna, Maria, capace di “scegliere la parte migliore” e concentrare tutta la propria persona su di Lui. Subito dopo quest’episodio si trova il nostro brano evangelico.

Il contesto liturgico: La Liturgia della Parola di questa domenica è centrata sul tema della preghiera. Di lode o d’intercessione o di contemplazione che sia, la preghiera semplice e fiduciosa dell’uomo è sempre preziosa agli occhi di Dio che, da buon padre, ascolta volentieri le richieste dei figli, anche se già ne conosce il contenuto. Come si vede nella prima lettura (Gn 18,20-21.23-32), Egli è ben disposto verso l’uomo che lo prega, al punto che accetta di cambiare le proprie decisioni, quando Abramo lo prega per Sodoma e Gomorra. È un Dio che accetta di mercanteggiare con l’amato patriarca, in un “tira e molla” che ne mostra la misericordia e che rivela quanto sia vero che l’intercessione dell’uomo è preziosa ai suoi occhi, soprattutto se quest’uomo ha riempito i propri occhi e il proprio cuore nella contemplazione della sua Presenza, come Abramo aveva fatto nell’accogliere i tre viandanti alle querce di Mamre. Il tema della misericordia di Dio ritorna nella seconda lettura (Col 2,12-14): siamo viventi, viviamo della vera vita, quella dei con-risorti con Cristo, solo perché Dio ha avuto misericordia di noi e non ha tenuto conto dei nostri peccati, badando a nient’altro che alla nostra salvezza. Perciò, ora viviamo “per Cristo, con Cristo, in Cristo” e possiamo rapportarci a Dio con piena fiducia di essere accolti e ascoltati non da un giudice ma da un Padre che si occupa con amore immenso del nostro bene. In questa domenica, mentre forse assorti nel tentativo di distrarci dal tran tran quotidiano, la Parola di Dio ci fa fermare per esporci con calma e fiducia al sole di Dio, il Padre amorevole al quale, da figli nel Figlio, possiamo chiedere tutto ciò di cui abbiamo necessità con la sicurezza che ci darà il meglio di Sé: lo Spirito.

Un momento di silenzio orante
- Respiriamo lentamente... Come i discepoli, anche noi raduniamoci attorno a Gesù che prega solitario. Raccogliamo attorno a Lui e in Lui tutte le nostre energie, ciascun pensiero, ogni impegno e preoccupazione, le speranze e i dolori...
- Oggi siamo noi quei discepoli che vedono pregare il Maestro e si lasciano coinvolgere dalla sua preghiera, che evidentemente era molto speciale.
- Oggi le sue parole sono per noi, il suo invito a fidarci dell’amore del Padre è rivolto a noi, troppo presi dalle nostre cose, troppo alla ricerca del “tutto e subito”, ammaliati da mille cose che poi (ma solo “poi”, dopo qualche evento che ci percuote) scopriamo davvero superflue...
- Oggi tocca a noi dare voce alla preghiera del Maestro: Padre, sia santificato il tuo Nome...

Alcune domande. Cogliamo l’occasione per interrogarci sulla nostra preghiera:
- Cosa è la preghiera per me: Un obbligo? Una pausa per la ricerca di me stesso/a? La presentazione a Dio di un elenco di richieste? Una sosta in compagnia del Padre? Il dialogo semplice e fiducioso con Colui che mi ama?
- Quanto tempo dedico alla preghiera: ogni giorno qualcosa? Oppure, ogni settimana o una volta al mese? Occasionalmente? Sistematicamente? Aspetto di “sentire il bisogno” di pregare?
- Da cosa parte la mia preghiera: dalla Parola di Dio? Dal santo o dalla festività liturgica del giorno? Dalla devozione alla vergine Maria? Da un’immagine illustre o da un’icona? Dagli eventi della mia vita o da quelli della storia del mondo?
- Con chi mi incontro, quando prego: guardando nel profondo di me stesso/a, nel pregare parlo con uno che sento giudice, o amico? Lo sento “alla pari” con me o lo avverto “santo”, infinito o irraggiungibile? È accanto a me, o lontano e indifferente? È mio Padre o il mio padrone? Si occupa di me o “bada ai fatti suoi”?
- Come prego: uso in modo un po’ meccanico formule prefissate? Prego con brani di salmi o di altre pagine bibliche? Con testi liturgici? Scelgo una preghiera spontanea? Ricorro a lunghi testi dalle belle parole o preferisco ripetere una breve frase? Come utilizzo la “preghiera del Signore”? Mi ritrovo più spesso a invocare Dio per qualche necessità o a lodarlo nella liturgia o a contemplarlo nel silenzio? Riesco a pregare mentre lavoro o quando sono in qualsiasi luogo o soltanto quando mi trovo in chiesa? Riesco a fare mia la preghiera liturgica? Che posto ha la Madre di Dio nella mia preghiera?

Una chiave di lettura
- Il nostro brano presenta la preghiera come una delle esigenze fondamentali e dei punti qualificanti della vita del discepolo di Gesù e della comunità dei discepoli.
- vv. 1-4: Gesù, come i grandi maestri religiosi del suo tempo, insegna ai propri seguaci una preghiera che li caratterizza: il “Padre nostro”. Il testo di questa preghiera, nella versione di Luca, è molto più breve di quella riferita dall’evangelista Matteo (Mt 6,9-13) e, probabilmente, è più fedele alla formula originaria voluta dal Signore, sebbene anche Luca abbia ritoccato il testo trasmessogli dalle sue fonti. Altrettanto si può dire del diverso contesto in cui i due evangelisti pongono questa catechesi sulla preghiera. Quello di Luca, meno dottrinale e polemico di Matteo, è più legato al rapporto e alla frequentazione personale fra il Maestro e i discepoli, è senz’altro più vicino alla realtà dei fatti: vedendolo pregare, i discepoli restano come affascinati e gli chiedono di insegnargli a pregare come lui. Quanto alle fonti teologiche e letterarie, possiamo dire che “la preghiera del Padre Nostro ha senza dubbio un’origine palestinese. Era recitata nella liturgia della comunità [cristiana]. H. Schürmann la considera una preghiera guida, un formulario che costituisce quasi il nucleo centrale di ogni preghiera, il cui sviluppo era lasciato alla libertà di ciascuno. Ciò spiega perché la comunità matteana si senta legittimata ad aumentare le domande” (G. Rossé). Le origini letterarie della “preghiera del Signore”, però, sono rintracciabili anche in alcune preghiere ebraiche dell’epoca, ad esempio nelle “Diciotto benedizioni”. Ancora più remotamente, le radici della preghiera insegnata da Gesù sono poste nella profonda convinzione del popolo ebraico che Dio sia “padre di Israele”, in quanto suo Re, ma anche padre di tutti i popoli e del mondo stesso, in quanto creatore di tutti. Caratteristica della preghiera al Padre divino riportata da Luca è il suo orientamento pratico ben coniugato con gli aspetti spirituali, morali ed escatologici: il terzo evangelista vuol fare comprendere ai suoi lettori che Dio è un Padre buono e potente, di cui fidarsi comunque.
- vv. 5-8: più che di una parabola, si tratta di una similitudine, perché illustra un comportamento tipico che suscita nell’uditorio una risposta spontaneamente univoca. Nel nostro caso, alla domanda “chi tra di voi...?” (v. 5) sarebbe difficile trovare chi non risponderebbe di slancio “nessuno!”. Dunque, il racconto vuole mostrarci il modo di agire di Dio attraverso il filtro dell’agire umano, che risulta quasi una brutta copia di quello del Padre. La scena è ambientata nella campagna palestinese. Di solito, chi doveva intraprendere un viaggio, si metteva in cammino al calare del sole, per evitare di subire le conseguenze delle temperature diurne troppo alte. Nelle case palestinesi dell’epoca esistenza una sola stanza e tutta la famiglia la utilizzava sia per le attività diurne, sia per il riposo della notte, stendendo semplicemente delle stuoie sul pavimento. La domanda dell’uomo che si trova in piena notte a ricevere un ospite inatteso riflette il tipico senso di ospitalità dei popoli antichi e la richiesta di “tre pani” (v. 5) si spiega col fatto che quella era la quantità di pane che costituiva il pasto normale di un adulto. L’uomo che di notte corre dall’amico è figura del discepolo di Cristo, chiamato a pregare Dio sempre e comunque, con fiducia di essere esaudito non perché l’ha stancato, ma perché Egli è un Padre misericordioso e fedele alle promesse. La parabola serve, perciò, a spiegare con quale atteggiamento il vero discepolo deve pregare il “Padre nostro”: una confidenza totale in Dio, Padre amabile e giusto, confidenza che si spinge fino a una certa sfacciataggine, cioè a “disturbarlo” in qualsiasi momento e a insistere presso di lui in ogni modo, con la certezza di essere esauditi. La preghiera come atteggiamento fondamentale di ogni Cristiano che voglia veramente essere discepolo di Gesù è ben presentata dall’apostolo Paolo: «Pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie; questa è infatti la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi» (1Ts 5,17-18); «Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi» (Ef 6,18).
- vv. 9-13: l’ultima parte del nostro vangelo è quella più propriamente didattica. Riprende i temi dei versetti precedenti, puntando decisamente sulla fiducia che deve caratterizzare la preghiera cristiana, basata sulla salda roccia della fede. È la fiducia dell’orante che spalanca le porte del cuore del Padre ed è proprio la sua identità di Padre che ama portare in braccio i suoi figli e consolarli con la tenerezza di una madre (cfr. Is 66,12-13) quello che deve nutrire la fiducia dei Cristiani. Dio è un Padre che ama ricevere le richieste dei suoi figli, perché questo dimostra la loro fiducia in Lui, perché per chiedere essi si avvicinano a Lui con cuore disponibile, perché questo li spinge a guardare il suo volto mite e amorevole, perché così facendo (anche se indirettamente) essi manifestano di credere che Lui è davvero il Signore della storia e del mondo e, soprattutto, perché questo gli dà modo di dimostrare loro apertamente il suo amore delicato, attento, libero e solo orientato al bene dei suoi figli. Ciò che al Padre dispiace non è l’insistenza o l’indiscrezione dei figli nel chiedere, ma il fatto che non gli chiedono mai abbastanza, rimanendo silenziosi e quasi indifferenti a Lui, il loro rimanere a distanza con mille scuse di rispetto, di “tanto Lui già sa tutto”, ecc.. Dio è certamente un Padre che sa provvedere a tutto ciò che riguarda l’esistenza quotidiana dei suoi figli, ma, altrettanto, sa cosa è bene per loro e lo sa molto meglio di loro. Ecco perché Egli elargisce ai Cristiani molti beni e soprattutto il dono per eccellenza: lo Spirito, l’unico bene davvero indispensabile per la loro vita, quello che, lasciato agire, li rende sempre più autenticamente figli nel Figlio.

Alcuni punti chiave
a) Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare»: Gesù si apparta per pregare. Lo fa spesso nel racconto di Luca (5,16), soprattutto nelle immediate precedente di eventi importanti: prima di costituire il gruppo dei Dodici (6,12-13), prima di provocare la confessione di fede di Pietro (9,18-20), prima della trasfigurazione (9,28-29) e, infine, prima della passione (22,40-45). Gesù che prega provoca nei discepoli il desiderio di pregare come lui. È, evidentemente, una preghiera che ha dei riflessi esterni davvero speciali che, certamente, si ripercuotono sulla sua predicazione. I discepoli comprendono che una tale preghiera è molto diversa da quella insegnata dagli altri maestri spirituali di Israele e anche dallo stesso precursore di Gesù, per questo gli chiedono di insegnare loro la sua preghiera. In questo modo, la preghiera che Gesù trasmette ai suoi diventa l’espressione caratteristica del loro ideale e della loro identità, del loro modo di rapportarsi con Dio e fra di loro.
b) Padre: La prima cosa che Gesù insegna a proposito della preghiera è chiamare Dio con il nome di “Padre”. A differenza di Matteo, Luca non aggiunge l’aggettivo “nostro”, mettendo meno l’accento sull’aspetto comunitario della preghiera cristiana; d’altra parte, il fatto d’ invocare lo stesso Padre costituisce il miglior collante dell’unità comunitaria dei discepoli. Per un ebreo del sec. 1°, il rapporto con il padre era fatto d’intimità, ma anche di riconoscimento della sua sovranità su ciascun membro della famiglia. Ciò si è riflesso sull’uso cristiano di chiamare Dio “padre”, mentre non ci sono testimonianze sicure che gli Ebrei dell’epoca usassero chiamare Dio con il confidenziale “abba”. Questo termine non è altro che l’enfatizzazione dell’aramaico “ ‘ab”, il termine familiare e rispettoso usato per il padre terreno. Il fatto che Gesù usasse rivolgersi a Dio chiamandolo abba manifesta il nuovo tipo di rapporto che Egli, e perciò i suoi discepoli, instaurano con Dio: un rapporto di vicinanza, familiarità e fiducia. Secondo lo schema classico della preghiera biblica, la prima parte del “Padre nostro” riguarda direttamente Dio, mentre la seconda parte è riferita alle necessità dell’uomo nella vita terrena.
c) Padre, sia santificato il tuo nome: è Dio, nel messaggio dei profeti d’Israele, che “santifica il proprio Nome” (cioè se stesso: “il nome è la persona”) intervenendo con potenza nella storia umana, nonostante Israele e gli altri popoli lo abbiano disonorato. Leggiamo in Ezechiele: “Giunsero fra le nazioni dove erano spinti e disonorarono il mio nome santo, perché di loro si diceva: Costoro sono il popolo del Signore e tuttavia sono stati scacciati dal suo paese. Ma io ho avuto riguardo del mio nome santo, che gli Israeliti avevano disonorato fra le genti presso le quali sono andati. Annunzia alla casa d’Israele: Così dice il Signore Dio: Io agisco non per riguardo a voi, gente d’Israele, ma per amore del mio nome santo, che voi avete disonorato fra le genti presso le quali siete andati. Santificherò il mio nome grande, disonorato fra le genti, profanato da voi in mezzo a loro. Allora le genti sapranno che io sono il Signore - parola del Signore Dio - quando mostrerò la mia santità in voi davanti ai loro occhi. Vi prenderò dalle genti, vi radunerò da ogni terra e vi condurrò sul vostro suolo” (36,20-24). In proposito si può leggere anche: Dt 32,51; Is 29,22; Ez 28,22.25. Il soggetto del verbo “santificare”, in Lc 11,2, è Dio stesso: siamo di fronte a un “passivo teologico”. Ciò significa che la prima richiesta di questa preghiera non riguarda l’uomo e il suo indiscutibile impegno di onorare e rispettare Dio, ma Dio Padre stesso che deve fare in modo da farsi riconoscere tale da tutti gli uomini. Si chiede, quindi, a Dio che si riveli nella sua sovrana grandezza: è una invocazione dal tono escatologico, strettamente legata con la successiva.
d) Venga il tuo Regno: il grande evento annunciato da Gesù è la vicinanza definitiva del Regno di Dio agli uomini: “Sappiate che il regno di Dio è vicino” (Lc 10,11; cfr. anche Mt 10,7). La preghiera di Gesù e del Cristiano, dunque, è in stretta sintonia con quest’annuncio. Chiedere nella preghiera che questo Regno sia sempre più visibilmente presente ottiene, infatti, due effetti: colui/colei che prega si confronta con il disegno escatologico di Dio, ma anche si pone in una radicale disponibilità verso questa Sua volontà di salvezza. Dunque, se è vero che a Dio Padre si può e si deve manifestare ogni propria necessità, è altrettanto vero che la preghiera cristiana non è mai finalizzata all’uomo, non è mai una richiesta egoistica dell’uomo, ma il suo fine ultimo è glorificare Dio, invocare la sua piena vicinanza, la sua completa manifestazione: “Cercate il regno di Dio e queste cose vi saranno date in aggiunta” (Lc 22,31).
e) Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano: siamo passati alla seconda parte della preghiera del Signore. L’orante ha posto ormai le basi per un corretto e confidenziale rapporto con Dio, perciò ormai vive nella logica della vicinanza di Dio che è Padre e le sue richieste sgorgano da questo suo modo di vivere. Il pane è il cibo più necessario, l’alimento primario, al tempo di Gesù come oggi (o quasi!). Qui, però, “pane” indica il cibo in generale e anche, più ampiamente, ogni genere di necessità materiale dei discepoli. Il termine italiano “pane” è la traduzione del greco “epiousion”, che troviamo anche nella versione di Matteo, ma in alcun altro testo greco biblico o profano. Ciò rende difficile darne una versione davvero attendibile, tanto che ci si è dovuti adattare a tradurlo in base al contesto. Ciò che è davvero chiaro, però, è che il discepolo che sta pregando in questo modo è cosciente di non avere molte sicurezze materiali per il futuro, nemmeno a proposito del proprio nutrimento quotidiano: egli ha davvero “lasciato tutto” per seguire il Cristo (cfr. Lc 5,11). Si tratta di una situazione caratteristica dei Cristiani delle prime generazioni, ma non è detto che la preghiera per “il pane” non possa essere utilissima anche ai Cristiani del nostro tempo: tutti siamo chiamati a ricevere ogni cosa dalla Provvidenza, come un dono gratuito di Dio, anche se viene dal lavoro delle nostre mani; a questo, ad esempio, ci richiama costantemente la dinamica del rito eucaristico dell’offertorio: si offre a Dio ciò che si sa bene di aver ricevuto da Lui, per poterlo ricevere nuovamente dalle sue mani. Ciò significa anche che il Cristiano di ogni tempo non deve coltivare alcuna preoccupazione per la propria situazione materiale, perché il Padre penserà a lui: “Non datevi pensiero per la vostra vita, di quello che mangerete; né per il vostro corpo, come lo vestirete. La vita vale più del cibo e il corpo più del vestito” (Lc 12,22-23).
f) Perdonaci i nostri peccati, perché anche noi perdoniamo ad ogni nostro debitore: Immerso nella salvezza donata dal Padre con l’avvento del suo Regno, il Cristiano sa di essere perdonato in anticipo da ogni colpa. Questo lo mette nella condizione e nell’obbligo di perdonare gli altri, consentendo a Dio di rendere definitivo il perdono per il credente capace di perdonare (cfr. Mt 18,23-35). Siamo sempre a cavallo fra il regno “già” presente e il regno “non ancora” compiuto. Un comportamento del Cristiano che non fosse in sintonia con la salvezza già ricevuta da Dio in Cristo, renderebbe vano per lui il perdono già ricevuto. Ecco perché Luca dice: “perché anche noi perdoniamo”: non vuole mettere l’uomo sullo stesso piano di Dio, ma la coscienza che l’uomo può sciupare l’opera salvifica di Dio, nella quale il Padre l’ha voluto inserire come elemento attivo, per estendere a tutto il suo perdono sempre gratuito.

Un’esperienza di preghiera emblematica e celebre
Dai Manoscritti autobiografici di s. Teresa di Gesù bambino e del Volto santo (nn. 917-318)
«Per me la preghiera è uno slancio del cuore, è un semplice sguardo gettato verso il Cielo, è un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia, insomma è qualche cosa di grande, di soprannaturale, che mi dilata l’anima e mi unisce a Gesù. Non vorrei però, Madre cara, farle credere che io reciti senza devozione le preghiere in comune, nel coro o negli eremitaggi. Al contrario, amo molto le preghiere in comune, perché Gesù ha promesso di “trovarsi in mezzo a coloro che si riuniscono nel suo nome”; sento allora che il fervore delle mie sorelle supplisce al mio. Ma da sola (ho vergogna di confessarlo), la recita del rosario mi costa più che mettermi un strumento di penitenza. Sento che lo dico così male! Ho un bell’impegnarmi nel meditare i misteri del rosario, non arrivo a fissare il mio spirito. Per lungo tempo mi sono afflitta per questa mancanza di devozione che mi meravigliava, perché amo tanto la Vergine Santa, tanto che mi dovrebbe esser facile fare in onor suo le preghiere che le piacciono. Ora me ne cruccio meno, penso che la Regina dei Cieli è mia madre, vede certo la mia buona volontà e se ne contenta. Qualche volta, se il mio spirito è in un’aridità così grande che mi è impossibile trarne un pensiero per unirmi al buon Dio, recito molto lentamente un “Padre nostro” e poi il saluto angelico; allora queste preghiere mi rapiscono, nutriscono l’anima mia ben più che se le avessi recitate precipitosamente un centinaio di volte».

Orazione finale: Padre buono e santo, il tuo amore ci fa fratelli e ci spinge a radunarci tutti nella tua santa Chiesa per celebrare con la vita il mistero di comunione. Tu ci chiami a condividere l’unico pane vivo ed eterno donato a noi dal cielo: aiutaci a saper spezzare nella carità di Cristo anche il pane terreno, perché si sazi ogni fame del corpo e dello spirito. Amen.
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MessaggioOggetto: LUNEDI' 26 LUGLIO 2010   Lun Lug 26, 2010 8:12 am

LUNEDÌ 26 LUGLIO 2010

LUNEDI' DELLA XVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI GIOACCHINO ED ANNA


Preghiera iniziale: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.

Letture:
Ger 13,1-11 (Questo popolo diventerà come questa cintura, che non è più buona a nulla)
Sal Dt 32,18-21 (Hai dimenticato Dio che ti ha generato)
Mt 13, 31-35 (Il granello di senape diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami)

Il granello di senapa ed il lievito
Nel brano evangelico di oggi Gesù parla in parabole ed usa immagini della vita comune palestinese: il granello di senapa e il lievito. Egli non ama un linguaggio colto; il suo insegnamento passa attraverso immagini semplici e comprensibili. Non dobbiamo farci ingannare da ciò; Gesù è attento infatti alle cose più piccole ed insignificanti ma da esse trae degli insegnamenti profondi. È importante, per noi considerare ciò; il nostro atteggiamento molte volte è opposto quando cerchiamo di esaltare troppo l’apparenza più che la sostanza. Anche nella vita possiamo essere attratti da molte cose, che in realtà sotto il loro aspetto gradevole ed allettante si dimostrano superflue. Vi è un duplice rischio in questo atteggiamento legato all’apparenza. Da una parte si rischia di non soddisfare le vere esigenze del nostro corpo e dello spirito e dall’altro vi è il rischio di diventare noi stessi succubi di oggetti, macchinari e quanto altro riempie artificiosamente la nostra vita. La libertà dell’uomo e la sua dignità così spesso proclamata si perde in una schiavitù che alla fine banalizza la vita stessa.
“Facciamo l’elogio degli uomini illustri” dice il Siracide, ma sappiamo ben poco dei genitori di Maria: anche per loro si verifica la legge del segreto, del silenzio, del nascondimento che Dio ha applicato alla vita di Maria e alla maggior parte della vita storica di Gesù. I Vangeli apocrifi parlano delle loro difficoltà ed è logico pensare che certamente Dio li ha chiamati a partecipare al mistero di Gesù, di cui hanno preparato l’avvento; però ora rimane loro solo la gioia e la gloria di essere stati genitori della Madonna. E un incoraggiamento alla nostra fiducia: Dio è buono e nella storia dell’umanità, storia di peccato e di misericordia, ciò che resta alla fine è la gioia, è il positivo che egli ha costruito in noi. Gioacchino e Anna sono stati prescelti in un popolo eletto sì, ma di dura cervice, perché in questo popolo fiorisse Maria, meraviglioso fiore di santità, e da lei Gesù. E la più grande manifestazione dell’amore misericordioso di Dio. Diciamo al Signore la nostra riconoscenza e la nostra gioia: noi siamo coloro che hanno la beatitudine di vedere “quello che molti profeti e giusti hanno desiderato vedere”. La parola definitiva di Dio è stata pronunciata in Cristo e noi possiamo contemplare il suo mistero, ancora nella fede, ma già compiuto in lui.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola: “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi rami”. Un’altra parabola disse loro: “Il regno dei cieli si può paragonare al lievito, che una donna ha preso e impastato con tre misure di farina perché tutta si fermenti”. Tutte queste cose Gesù disse alla folla in parabole e non parlava ad essa se non in parabole, perché si adempisse ciò che era stato detto dal profeta: “Aprirò la mia bocca in parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”.

Riflessione
- Stiamo meditando il Discorso delle Parabole, il cui obiettivo è quello di rivelare, per mezzo di paragoni, il mistero del Regno di Dio presente nella vita della gente. Il vangelo di oggi ci presenta due brevi parabole, il granello di senape e il lievito. In esse Gesù racconta due storie tratte dalla vita di ogni giorno, che serviranno di termine di paragone per aiutare la gente a scoprire il mistero del Regno. Nel meditare queste due storie non bisogna cercare di scoprire ciò che ogni elemento delle storie ci vuole dire sul Regno. Si deve guardare prima la storia in sé, come un tutto e cercare di scoprire qual è il punto centrale attorno a cui la storia fu costruita, poiché questo punto centrale servirà da termine di paragone per rivelare il Regno di Dio. Vediamo qual è il punto centrale delle due parabole.
- Matteo 13,31-32: La parabola del granellino di senape. Gesù dice: “Il Regno dei cieli è simile ad un granellino di senape” e, poi racconta subito la storia: un granellino ben piccolo viene gettato nel campo; essendo molto piccolo, cresce, diventa più grande delle altre piante ed attira gli uccelli che in essa si costruiscono il nido. Gesù non spiega la storia. Vale qui ciò che ha detto in un’altra occasione: “Chi ha orecchi per udire, intenda!” Ossia: “E questo. Avete sentito, ed ora cercate di capire!” Tocca a noi scoprire ciò che la storia ci rivela sul Regno di Dio presente nella nostra vita. Così per mezzo di questa storia del granellino di senape, Gesù ci spinge ad avere fantasia, perché ognuno di noi capisce qualcosa della semina. Gesù spera che le persone, noi tutti, cominciamo a condividere ciò che ognuno di noi ha scoperto. Condivido ora tre punti che ho scoperto sul Regno, partendo da questa parabola:
1) Gesù dice: “Il Regno dei Cieli è simile ad un granellino di senape”. Il Regno non è qualcosa di astratto, non è un’idea. E una presenza in mezzo a noi (Lc 17,21). Come è questa presenza? E come il granellino di senape: presenza ben piccola, umile, che quasi non si vede. Si tratta di Gesù stesso, un povero falegname, che va per la Galilea, parlando del Regno alla gente dei villaggi. Il Regno di Dio non segue i criteri dei grandi del mondo. Ha un altro modo di pensare e di procedere.
2) La parabola evoca una profezia di Ezechiele, in cui si dice che Dio prenderà un piccolo ramoscello di cedro e lo pianterà sulle montagne di Israele. Questo piccolo ramoscello di centro metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso; faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò». (Ez 17,22-23).
3) Il granellino di senape, pur essendo piccolo, cresce e suscita speranza. Come il granellino di senape, così anche il Regno ha una forza interiore e cresce. Come cresce? Cresce attraverso la predicazione di Gesù e dei discepoli e delle discepole nei villaggi della Galilea. Cresce, fino ad oggi, mediante la testimonianza delle comunità e diventa una buona notizia di Dio che irradia luce ed attira le persone. La persona che arriva vicino alla comunità, si sente accolta, in casa, e costruisce in essa il suo nido, la sua dimora. Infine, la parabola lascia in aria una domanda: chi sono i passeri? La domanda otterrà una risposta più in là, nel vangelo. Il testo suggerisce che si tratta dei pagani che potranno entrare nel Regno (Mt15,21-28).
- Matteo 13,33: La parabola del lievito. La storia della seconda parabola è questa: una donna prende un pochino di lievito e lo mescola con tre porzioni di farina, fino a che il tutto fermenti. Di nuovo, Gesù non spiega, dice solamente: “Il Regno dei Cieli è come un lievito...”. Come nella prima parabola, tocca a noi scoprirne il significato che ha oggi per noi. Ecco alcuni punti da me scoperti, che mi hanno fatto pensare: (a) Ciò che cresce non è il lievito, ma la pasta. (b) Si tratta di una cosa ben di casa, del lavoro di una donna di casa. (c) Il lievito si mescola con la massa pura della farina, e contiene qualcosa di putrido. (d) L’obiettivo è far fermentare tutta la pasta, non solo una parte. (e) Il lievito non ha valore in se stesso, ma serve per far crescere la pasta.
- Matteo 13,34-35: Perché Gesù parla in parabole. Qui, alla fine del Discorso delle Parabole, Matteo chiarisce il motivo che spingeva Gesù ad insegnare alla gente sotto forma di parabole. Lui dice che era affinché si compisse la profezia che diceva: “Aprirò la bocca per usare parabole; proclamerò cose nascoste fin dalla creazione del mondo”. In realtà, il testo citato non è di un profeta, bensì è un salmo (Sal 78,2). Per i primi cristiani tutto l’Antico Testamento era una grande profezia che annunciava velatamente la venuta del Messia ed il compimento delle promesse di Dio. In Marco 4,34-36, il motivo che spingeva Gesù ad insegnare alla gente per mezzo di parabole era quello di adattare il messaggio alla capacità della gente. Con questi esempi tratti dalla vita della gente, Gesù aiutava le persone a scoprire le cose di Dio nella vita di ogni giorno. La vita diventava trasparente. Faceva percepire che lo straordinario di Dio si nasconde nelle cose ordinarie e comuni della vita di ogni giorno. La gente capiva le cose della vita. Nelle parabole riceveva la chiave per aprirla ed incontrare in essa i segni di Dio. Alla fine del Discorso delle Parabole, in Matteo 13,52, come vedremo dopo, ci sarà spiegato un altro motivo che spinge Gesù ad insegnare con parabole.

Per un confronto personale
- Qual è il punto di queste due parabole che più ti è piaciuto o che più ti ha colpito? Perché?
- Qual è il seme che, senza che tu te ne rendessi conto, è cresciuto in te e nella tua comunità?

26 luglio: Santi Gioacchino ed Anna, genitori della Beata Vergine Maria
Biografia: Secondo un’antica tradizione che risale al II secolo, ebbero questo nome i genitori della beata Vergine Maria. È il protovangelo di Giacomo, a darne i nomi. Il culto di sant’Anna esisteva in oriente già nel secolo VI e si diffuse in occidente nel secolo X. Più recente è il culto di san Gioacchino.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Giovanni Damasceno, vescovo
Poiché doveva avvenire che la Vergine Madre di Dio nascesse da Anna, la natura non osò precedere il germe della grazia; ma rimase senza il proprio frutto perché la grazia producesse il suo. Doveva nascere infatti quella primogenita dalla quale sarebbe nato il primogenito di ogni creatura «nel quale tutte le cose sussistono» (Col 1, 17). O felice coppia, Gioacchino ed Anna! A voi é debitrice ogni creatura, perché per voi la creatura ha offerto al Creatore il dono più gradito, ossia quella casta madre, che sola era degna del creatore. Rallégrati Anna, «sterile che non hai partorito, prorompi in grida di giubilo e di gioia, tu che non hai provato i dolori» (Is 54,1). Esulta, o Gioacchino, poiché dalla tua figlia é nato per noi un bimbo, ci é stato dato un figlio, e il suo nome sarà Angelo di grande consiglio, di salvezza per tutto il mondo, Dio forte (cfr. Is 9,6). Questo bambino é Dio.
O Gioacchino ed Anna, coppia beata, veramente senza macchia! Dal frutto del vostro seno voi siete conosciuti, come una volta disse il Signore: «Li conoscerete dai loro frutti» (Mt 7,16). Voi informaste la condotta della vostra vita in modo gradito a Dio e degno di colei che da voi nacque. Infatti nella vostra casta e santa convivenza avete dato la vita a quella perla di verginità che fu vergine prima del parto, nel parto e dopo il parto. Quella, dico, che sola doveva conservare sempre la verginità e della mente e dell’anima e del corpo. O Gioachino ed Anna, coppia castissima! Voi, conservando la castità prescritta dalla legge naturale, avete conseguito, per divina virtù, ciò che supera la natura: avete donato al mondo la madre di Dio che non conobbe uomo. Voi, conducendo una vita pia e santa nella condizione umana, avete dato alla luce una figlia più grande degli angeli ed ora regina degli angeli stessi. O vergine bellissima e dolcissima! O figlia di Adamo e Madre di Dio. Beato il seno, che ti ha dato la vita! Beate le braccia che ti strinsero e le labbra che ti impressero casti baci, quelle dei tuoi soli genitori, cosicché tu conservassi in tutto la verginità! «Acclami al Signore tutta le terra, gridate, esultate con canti di gioia» (Sal 97, 4). Alzate la vostra voce, gridate, non temete.

Scrutare il piano di Dio
La memoria dei genitori di Maria di Nazareth, non è una pia devozione, ma, seguendo la liturgia, è un modo per riflettere sulle radici della nostra salvezza. Essa, infatti, non è qualcosa che accade all’improvviso e senza nessuna preparazione, ma tutto avviene con gradualità. Scopriamo, quindi, che Dio ha educato il suo popolo ed ha chiamato persone (i re, i profeti, i sacerdoti) perché più da vicino collaborassero alla sua opera, ha cercato gente semplice perché comprendesse appieno i suoi disegni, ha ordinato tutto secondo il bene e la realizzazione del suo progetto. Capire questo, vuol dire considerare i santi, come quelli proposti oggi, nell’ottica di Dio e non in una mera prospettiva umana: non sono solo intercessori, ma persone concrete che hanno vissuto la loro storia personale e sociale leggendo tutto in una prospettiva di fede, nella speranza di vedere la salvezza.

Preghiera finale: O mia forza, a te voglio cantare, poiché tu sei, o Dio, la mia difesa, mio Dio, tu sei la mia misericordia (Sal 58).


Ultima modifica di VINCENZO il Ven Ago 20, 2010 7:05 pm, modificato 2 volte
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MessaggioOggetto: SABATO 31 LUGLIO 2010   Sab Lug 31, 2010 10:20 am

SABATO 31 LUGLIO 2010

SABATO DELLA XVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANT’IGNAZIO DI LOYOLA


Preghiera iniziale: O Dio, nostra forza e nostra speranza, senza di te nulla esiste di valido e di santo; effondi su di noi la tua misericordia perché, da te sorretti e guidati, usiamo saggiamente dei beni terreni nella continua ricerca dei beni eterni.

Letture:
Ger 26,11-16. 24 (Il Signore mi ha veramente inviato a voi per dire ai vostri orecchi tutte queste parole)
Sal 68 (Nel tempo della benevolenza, rispondimi Signore)
Mt 14,1-12 (Erode mandò a decapitare Giovanni e i suoi discepoli andarono a informare Gesù)

Profezia e persecuzione
Nei vangeli di questa settimana, un tema ricorrente è sembrato essere quello del profetismo: non riconosciuto nella pericope di ieri e perseguitato nel passo propostoci oggi. Ogni testimonianza per Dio ha come sua logica conclusione la persecuzione, che per alcuni avviene nell’oscurità della vita e in una sorta di martirio che si consuma attraverso l’incomprensione e il disprezzo e per altri può compiersi in forma più cruenta, come lo è stato per Giovanni Battista. Il profeta mette in discussione delle geometrie consolidate, dà fastidio ai potenti, scàrdina vizi che sono ormai stabiliti. I potenti, coloro contro cui gli strali del profeta si rivolgono sono naturalmente infastiditi da una voce che li richiama al dovere, ai princìpi a cui ogni essere umano dovrebbe attenersi e si rivolgono contro questa voce la cui unica colpa è proprio quella di seguire la volontà di Dio. La prepotenza in qualunque forma si presenta, subdola o manifesta, non può essere un atteggiamento che il cristiano può sostenere, ma devo combatterlo al di fuori di lui e dentro di lui.
La personalità di sant’Ignazio è molto ricca e complessa e io non ho la pretesa di presentarla. Voglio soltanto considerarne due aspetti: la grazia che egli aveva di trovare Dio in tutto e la ricerca perseverante della volontà di Dio, nella luce di Cristo. Ignazio ha avuto la grazia di vedere Dio in tutto; di contemplarlo nella creazione, nella storia, di trovarlo non soltanto nelle cerimonie religiose ma nelle azioni di ogni giorno e in ogni circostanza: dicono che egli si commuoveva fino alle lacrime davanti a un fiorellino, perché in esso vedeva la bellezza di Dio. E incoraggiava i suoi compagni a vedere in tutto la gloria di Dio, a trovare Dio in tutto, ad amare Dio in tutto. Trovare Dio in tutto è un segreto molto importante per la vita spirituale. Dio non è un essere solitario, che se ne sta in cielo: è un Dio presente in tutto, e non solo presente, ma che agisce in tutto, e sempre con il suo amore. La ricerca di Dio per sant’Ignazio era una realtà e non un sogno indistinto, non lo cercava con l’immaginazione e la sensibilità; voleva realmente trovarlo e per questo ricercava in tutto la volontà di Dio. Era un uomo riflessivo, che studiava, esaminava e cercava con pazienza la soluzione più giusta, Proprio come dice il Vangelo che leggiamo oggi: “Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa?”, lui cercava la volontà di Dio e sapeva che la dobbiamo trovare nelle azioni che scegliamo di compiere. Se non scegliamo azioni in cui possiamo incontrare Dio, che possiamo compiere con lui e che corrispondono al suo desiderio, non troviamo veramente Dio e viviamo una spiritualità irreale, velleitaria. Ignazio confidava di poter trovare la volontà di Dio mediante la preghiera, nelle consolazioni e nelle desolazioni dello spirito. Quando si trattava di cose importanti egli rifletteva per settimane intere, pregava, offriva la Messa, per trovare quello che Dio voleva. Così la ricerca di Dio era molto concreta, e altrettanto concreto il suo vivere con Dio. E tutto ciò avveniva nella luce di Cristo. Egli aveva capito che non è possibile andare a Dio senza passare per Cristo, che in Gesù abbiamo il re dell’universo che ci insegna, anzi che è la via per giungere al Padre e che quindi la volontà di Dio si trova meditando la vita di Cristo, confrontando la sua vita con la nostra. Invece di proporci riflessioni sulla nostra vita, Ignazio ci fa riflettere sui misteri di Cristo: così avremo luce sulla volontà di Dio, una luce che ci arriva attraverso Cristo. Egli ebbe un desiderio ardente di conoscere Cristo intimamente, di amarlo, di servirlo per sempre con tutto se stesso. E ricevette la risposta del Padre a La Storta, in una visione che lo colmò di gioia: “Io voglio che tu mi serva”. Servire il Padre e il Figlio, il Padre per mezzo del Figlio fu la felicità di sant’Ignazio, in un amore totale: trovare Dio e trovarlo nell’essere compagno di Cristo.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, il tetrarca Erode ebbe notizia della fama di Gesù. Egli disse ai suoi cortigiani: “Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui”. Erode aveva arrestato Giovanni e lo aveva fatto incatenare e gettare in prigione per causa di Erodiade, moglie di Filippo suo fratello. Giovanni infatti gli diceva: “Non ti è lecito tenerla!”. Benché Erode volesse farlo morire, temeva il popolo perché lo considerava un profeta. Venuto il compleanno di Erode, la figlia di Erodiade danzò in pubblico e piacque tanto a Erode che egli le promise con giuramento di darle tutto quello che avesse domandato. Ed essa, istigata dalla madre, disse: “Dammi qui, su un vassoio, la testa di Giovanni il Battista”. Il re ne fu contristato, ma a causa del giuramento e dei commensali ordinò che le fosse data e mandò a decapitare Giovanni nel carcere. La sua testa venne portata su un vassoio e fu data alla fanciulla, ed ella la portò a sua madre. I suoi discepoli andarono a prendere il cadavere, lo seppellirono e andarono a informarne Gesù.

Riflessione
- Il vangelo di oggi descrive il modo in cui Giovanni Battista fu vittima della corruzione e della prepotenza del governo di Erode. Fu ucciso senza processo, durante un banchetto del re con i grandi del regno. Il testo ci riporta molte informazioni sul tempo in cui Gesù viveva e sulla maniera in cui era usato il potere dai potenti dell’epoca.
- Matteo 14,1-2. Chi è Gesù per Erode. Il testo inizia informando sull’opinione che Erode ha di Gesù: “Costui è Giovanni il Battista risuscitato dai morti; per ciò la potenza dei miracoli opera in lui”. Erode cercava di capire Gesù partendo dalle paure che lo assalivano dopo l’assassinio di Giovanni. Erode era assai superstizioso ed occultava la paura dietro l’ostentazione della sua ricchezza e del suo potere.
- Matteo 14,3-5: La causa nascosta dell’assassinio di Giovanni. Galilea, terra di Gesù, fu governata da Erode Antipa, figlio del re Erode, il Grande, dall’anno 4 prima di Cristo fino al 39 dopo Cristo. In tutto 43 anni! Durante il tempo della vita di Gesù, non ci furono cambi di governo in Galilea! Erode era signore assoluto di tutto, non rendeva conto a nessuno, faceva ciò che gli passava per la testa. Prepotenza, mancanza di etica, potere assoluto, senza controllo da parte della gente! Ma chi comandava in Palestina, dal 63 prima di Cristo, era l’Impero Romano. Erode, in Galilea, per non essere deposto, cercava di far piacere a Roma in tutto. Insisteva soprattutto in un’amministrazione efficiente che desse ricchezza all’Impero. La sua preoccupazione era la sua promozione e la sua sicurezza. Per questo, reprimeva qualsiasi tipo di sovvertimento. Matteo dice che il motivo dell’assassinio di Giovanni fu che costui aveva denunciato Erode, perché si era sposato con Erodiade, moglie di suo fratello Filippo. Flavio Giuseppe, scrittore, giudeo di quell’epoca, informa che il vero motivo della prigione di Giovanni Battista era il timore da parte di Erode di una sommossa popolare. Ad Erode piaceva essere chiamato benefattore del popolo, ma in realtà era un tiranno (Lc 22,25). La denuncia di Giovanni contro Erode fu la goccia che fece traboccare il vaso: “Non ti è permesso di sposarla”. E Giovanni fu messo in carcere.
- Matteo 14,6-12: La trama dell’assassinio. Anniversario e banchetto festivo, con danze ed orge! Marco informa che la festa contava sulla presenza “dei grandi della sua corte, gli ufficiali e i notabili della Galilea” (Mc 6,21). È questo l’ambiente in cui si trama l’assassinio di Giovanni Battista. Giovanni, il profeta, era una viva denuncia di questo sistema corrotto. Per questo fu eliminato con il pretesto di un problema di vendetta personale. Tutto questo rivela la debolezza morale di Erode. Tanto potere accumulato nelle mani di un uomo incapace di controllarsi! Nell’entusiasmo della festa e del vino, Erode fa un giuramento leggero a Salomè, la giovane ballerina, figlia di Erodiade. Superstizioso come era, pensava che doveva mantenere questo giuramento, e rispondere al capriccio della fanciulla; per questo ordina al soldato di portare la testa di Giovanni su un vassoio e di porgerla alla ballerina, che poi la porge a sua madre. Per Erode, la vita dei sudditi non valeva nulla. Dispone di loro come dispone della posizione delle scale a casa sua.
Le tre caratteristiche del governo di Erode: la nuova Capitale, il latifondo e la classe dei funzionari:
a) La Nuova Capitale. Tiberiade fu inaugurata quando Gesù aveva solo 20 anni. Era chiamata così per far piacere a Tiberio, l’imperatore di Roma. L’abitavano i signori della terra, i soldati, la polizia, i giudici spesso insensibili (Lc 18,1-4). In quella direzione erano canalizzate le imposte ed il prodotto della gente. Era lì che Erode faceva le sue orge di morte (Mc 6,21-29). Tiberiade era la città dei palazzi del Re, dove vivevano coloro che portavano morbide vesti (cfr. Mt 11,8). Non consta dai vangeli che Gesù fosse entrato in questa città.
b) Il latifondo. Gli studiosi informano che durante il lungo governo di Erode, crebbe il latifondo in pregiudizio delle proprietà comunitarie. Il Libro di Henoch denuncia i padroni delle terre ed esprime la speranza dei piccoli: “E allora i potenti ed i grandi non saranno più i padroni della terra!” (Hen 38,4). L’ideale dei tempi antichi era questo: “Siederanno ognuno tranquillo sotto la vite e più nessuno li spaventerà” (1Mac 14,12; Mic 4,4; Zac 3,10). Però la politica del governo di Erode rendeva impossibile questo ideale.
c) La Classe dei funzionari. Erode creò tutta una classe di funzionari fedeli al progetto del re: scribi, commercianti, padroni della terra, fiscali del mercato, esattori, militari, polizia, giudici, capi locali. In ogni villaggio c’era un gruppo di persone che appoggiava il governo. Nei vangeli, alcuni farisei appaiono insieme agli erodiani (Mc 3,6; 8,15; 12,13), e ciò rispecchia l’alleanza tra il potere religioso ed il potere civile. La vita della gente nei villaggi era molto controllata, sia dal governo che dalla religione. Ci voleva molto coraggio per cominciare qualcosa di nuovo, come fecero Giovanni e Gesù! Era la stessa cosa che attrarre su di sé la rabbia dei privilegiati, sia del potere religioso come civile.

Per un confronto personale
- Conosci casi di persone che sono morte vittime della corruzione e della dominazione dei potenti? E qui tra noi, nella nostra comunità e nella chiesa, ci sono vittime dell’autoritarismo e dello strapotere?
- Erode, il potente, che pensava di essere il padrone della vita e della morte della gente, era un vile davanti ai grandi e un adulatore corrotto dinanzi alla fanciulla. Viltà e corruzione marcavano l’esercizio del potere di Erode. Paragona tutto ciò con l’esercizio del potere religioso e civile oggi, nei diversi livelli della società e della Chiesa.

31 agosto: Sant’Ignazio di Loyola
Biografia (1491-1556): Nacque nelle terre della sua famiglia a Lodola, nella provincia basca di Guipúzcoa (Spagna) e dopo essere stato per qualche tempo paggio di corte entrò nell’esercito e fu dolorosamente ferito durante l’assedio di Pamplona del 1521. Dopo la guarigione decise di dedicarsi al servizio della Chiesa; per prepararsi andò in ritiro a Monserrat ed a Manresa, dove scrisse il libro degli «Esercizi Spirituali», un classico che ha fatto epoca. A Parigi trovò nove compagni insieme ai quali emise i primi voti nella chiesa di Montmartre. L’obbiettivo di Ignazio era semplicemente questo: lavorare per la maggior gloria di Dio sotto l’obbedienza del Papa. Nel 1537 battezzò il suo piccolo gruppo compagnia di Gesù e nell’aprile del 1541 tutti emisero i voti definitivi a Roma, nella basilica di San Paolo fuori le mura. Ignazio fu eletto primo generale e governò la Compagnia fino alla morte; a quell’epoca il gruppo originale si era già trasformato in un vero e proprio esercito sparpagliato per tutto il mondo, dal Giappone in Estremo Oriente alle più lontane Indie Occidentali. Ignazio fu canonizzato nel 1622.

Dagli scritti
Dagli «Atti» raccolti da Ludovico Consalvo dalla bocca di sant’Ignazio
Provate gli spiriti se sono da Dio
Essendo stato appassionato divoratore di romanzi e d’altri libri fantasiosi sulle imprese mirabolanti di celebri personaggi, quando cominciò a sentirsi in via di guarigione, Ignazio domandò che gliene fossero dati alcuni tanto per ingannare il tempo. Ma nella casa, dove era ricoverato, non si trovò alcun libro di quel genere, per cui gliene furono dati due intitolati «Vita di Cristo» e «Florilegio di santi», ambedue nella lingua materna. Si mise a leggerli e rileggerli, e man mano che assimiliva il loro contenuto, sentiva nascere in sé un certo interesse ai temi ivi trattati. Ma spesso la sua mente ritornava a tutto quel mondo immaginoso descritto dalle letture precedenti. In questo complesso gioco di sollecitazioni si inserì l’azione di Dio misericordioso. Infatti. mentre leggeva la vita di Cristo nostro Signore e dei santi, pensava dentro di sé e così si interrogava: «E se facessi anch’io quello che ha fatto san Francesco; e se imitassi l’esempio di san Domenico?». Queste considerazioni duravano anche abbastanza a lungo avvicendandosi con quelle di carattere mondano. Un tale susseguirsi di stati d’animo lo occupò per molto tempo. Ma tra le prime e le seconde vi era una differenza. Quando pensava alle cose del mondo era preso da grande piacere; poi subito dopo quando, stanco, le abbandonava, si ritrovava triste e inaridito. Invece quando immaginava di dover condividere le austerità che aveva visto mettere in pratica dai santi, allora non solo provava piacere mentre vi pensava, ma la gioia continuava anche dopo. Tuttavia egli non avvertiva né dava peso a questa differenze fino a che, aperti un giorno gli occhi della mente, incominciò a riflettere attentamente sulle esperienze interiori che gli causavano tristezza e sulle altre che gli portavano gioia. Fu la prima meditazione intorno alle cose spirituali. In seguito, addentratosi ormai negli esercizi spirituali, costato che proprio da qui aveva cominciato a comprendere quello che insegnò ai suoi sulla diversità degli spiriti (Cap. 1, 5-9; Acta SS. Iulii, 7, 1868, 647).

Preghiera finale: Vedano gli umili e si rallegrino; si ravvivi il cuore di chi cerca Dio, poiché il Signore ascolta i poveri e non disprezza i suoi che sono prigionieri (Sal 68).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 1 AGOSTO 2010   Dom Ago 01, 2010 9:59 am

DOMENICA 1 AGOSTO 2010

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Raccogliamoci in preghiera: Siamo qui dinanzi a te, o Spirito Santo; sentiamo il peso delle nostre debolezze, ma siamo tutti riuniti nel tuo nome; vieni a noi, assistici, vieni nei nostri cuori; insegnaci tu ciò che dobbiamo fare, mostraci tu il cammino da seguire, compi tu stesso quanto da noi richiesto. Sii tu solo a suggerire e a guidare le nostre decisioni, perché tu solo, con Dio Padre e con il Figlio suo, hai un nome santo e glorioso; non permettere che sia lesa da noi la giustizia, tu che ami l’ordine e la pace; non ci faccia sviare l’ignoranza; non ci renda parziali l’umana simpatia, non ci influenzino cariche e persone; tienici stretti a te e in nulla ci distogliamo dalla verità; fa’ che riuniti nel tuo santo nome, sappiamo contemplare bontà e tenerezza insieme, così da fare tutto in armonia con te, nell’attesa che per il fedele compimento del dovere ci siano dati in futuro i premi eterni. Amen.

Letture:
Qo 1,2; 2,21-23 (Quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica?)
Sal 94 (Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione)
Col 3,1-5.9-11 (Cercate le cose di lassù, dove è Cristo)
Lc 12,13-21 (Quello che hai preparato, di chi sarà?)

Il cibo che non perisce
Sic transit gloria mundi (”Così passa la gloria di questo mondo”, in senso lato “Come sono passeggere le cose del mondo”) è una celebre locuzione in lingua latina. Questa domenica vuole rafforzare questa convinzioni con motivazioni più profonde e di ordine spirituale. Dal nero pessimismo del libro del Qoélet si passa alla sapienza evangelica. È esemplare l’atteggiamento di questo uomo che si ritrova colmo di ricchezze forse anche inattese. Le accumula poi le contempla e ne trae affascinanti conclusioni: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”. Una voce lo richiama alla realtà più vera: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita”. Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? È da saggi saper fare sempre i conti con la vita e con il tempo. È da sapienti saper volgere lo sguardo all’eternità e ai suoi valori. In un altro brano di vangelo Gesù ammonisce: “Procuratevi non il cibo che perisce, ma quello che dura per la vita eterna, e che il Figlio dell’uomo vi darà”. Egli allude ai meriti che possiamo acquisire con le nostre opere buone, con l’esercizio delle virtù e con l’offerta delle nostre sofferenze, ma anche a quel pane divino che assumiamo nella santa Eucaristia. È il cibo che ci fortifica e fa sì che nostra vita, come ci ricorda San Paolo nella seconda lettura, sia nascosta con Cristo in Dio. In questa prospettiva possiamo far morire ciò che appartiene alla terra, spegnere cioè le nostre umane passioni e far brillare le virtù che ci legano a Dio sin da questo tempo. Paolo ci dice che non solo noi dobbiamo «cercare le cose di lassù», ma queste cose devono essere l’oggetto principale dei nostri pensieri: «abbiate in mente le cose di lassù». Non più le cose terrene, di questo mondo che passa, ma le cose che riguardano il cielo, il quale deve essere la meta verso la quale aspiriamo con tutte le nostre forze. Quello è l’approdo finale, la meta ultima, l’eternità che non dobbiamo mancare.
Il messaggio essenziale del Vangelo di oggi è talmente chiaro che, in realtà, non ha bisogno di interpretazione: “Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché la vita di un uomo non dipende dai suoi beni”. E “arricchitevi davanti a Dio!”. Ma, siccome conquistare dei beni è un’aspirazione fondamentalmente umana, vale quindi la pena entrare nei dettagli della parabola del ricco stolto raccontata da Gesù. La ricchezza conferisce agli uomini una certa sicurezza, permette loro di disporre della propria vita, di non dipendere completamente dagli altri o dallo Stato, di organizzare la propria sfera di vita, di occuparsi di cose che fanno loro piacere, di concretizzare grandi missioni o grandi scopi. In questa misura, i beni sono necessari per una giusta esistenza. Gesù non mette in questione il buon impiego dei beni e delle ricchezze. Ma afferma che beni e ricchezze portano gli uomini a sentirsi lontani da Dio e dal prossimo, a pensare di essere assicurati contro la miseria, la vecchiaia e la morte e a soddisfare i piaceri di questo mondo. E ancora, per molti uomini, il successo materiale è il simbolo della benedizione di Dio. Pensano di avere compiuto bene il loro ruolo nella vita quando acquisiscono ricchezza e considerazione. E che Dio non possa pretendere di più da loro. Ora, anche per essi, il principale comandamento è l’ultimo criterio che permetterà di giudicare la loro vita. Ecco perché la ricchezza deve essere per ognuno un mezzo di azione: un mezzo per impegnarsi per gli altri. Aiutando coloro che sono nello sconforto e condividendo con generosità, si sarà veramente ricchi: ricchi agli occhi di Dio.

Approfondimento del Vangelo (Le preoccupazioni con le ricchezze allontanano da Dio ed impediscono di servire il prossimo)
Il testo: Uno della folla gli disse: «Maestro, dì a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Guardatevi e tenetevi lontano da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni». Disse poi una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto. Egli ragionava tra sé: Che farò, poiché non ho dove riporre i miei raccolti? E disse: Farò così: demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia. Ma Dio gli disse: Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio».

Chiave di lettura: Il testo proposto dalla liturgia per questa 18ª Domenica del tempo ordinario fa parte di un discorso abbastanza lungo di Gesù sulla fiducia in Dio che scaccia ogni timore (Lc 12,6-7) e sull’abbandono alla provvidenza di Dio (Lc 12,22-32). Il brano odierno infatti sta proprio in mezzo a questi due testi. Ecco alcuni insegnamenti dati da Gesù, prima che fosse interrotto da quell’ “uno della folla” (Lc 12,13), su questa fiducia e abbandono:
- Lc 12,4-7: A voi miei amici, dico: Non temete coloro che uccidono il corpo e dopo non possono far più nulla. Vi mostrerò invece chi dovete temere: temete Colui che, dopo aver ucciso, ha il potere di gettare nella Geenna. Sì, ve lo dico, temete Costui. Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non temete, voi valete più di molti passeri.
- Lc 12,11-12: Quando vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi come discolparvi o che cosa dire; perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire». È proprio a questo punto che l’uomo interrompe il discorso di Gesù, mostrando la sua preoccupazione su questioni di eredità (Lc 12,13). Gesù predica di non aver “timore di quelli che uccidono il corpo e dopo non possono far nulla” (Lc 12,4) e quest’uomo non percepisce il significato delle parole di Gesù rivolte a coloro che egli riconosce come “miei amici” (Lc 12,4). Dal vangelo di Giovanni sappiamo che amico di Gesù è colui che conosce Gesù. In altre parole, conosce tutto quello che egli ha udito dal Padre (Gv 15,15). L’amico di Gesù dovrebbe sapere che il suo Maestro è radicato in Dio (Gv 1,1), e che la sua unica preoccupazione consiste solo nel cercare di fare la volontà di colui che l’ha mandato (Gv 4,34). Il consiglio e l’esempio di Gesù ai suoi amici è di non affannarsi per le cose materiali perché “la vita vale più del cibo e il corpo più del vestito” (Mt 6,25). In un contesto escatologico Gesù ammonisce: “Badate a voi stessi, perché i vostri cuori non siano intorpiditi da stravizio, da ubriachezza, dalle ansiose preoccupazioni di questa vita” (Lc 21,34). Perciò la domanda di quell’uomo che chiede a Gesù di dire al “fratello che divida l’eredità” (Lc 12,13) è superflua davanti al Signore. Gesù rifiuta di fare da giudice tra le parti (Lc 12,14) come nel caso della donna adultera (Gv 8,2-11). Si nota che per Gesù non importa chi dei due ha ragione. Egli si mantiene neutrale nella questione tra i due fratelli perché il suo regno non è di questo mondo (Gv 18,36). Questo comportamento di Gesù riflette l’immagine che ci da Luca del Signore mansueto e umile. L’accumulo dei beni materiali, l’eredità, la fama, il potere, non entrano nella scala dei valori di Gesù. Egli infatti usa la questione dei due fratelli per ribadire che “la vita non dipende dai beni” (Lc 12,15) anche se abbondanti. Come suo solito, anche qui Gesù insegna per mezzo di una parabola, nel quale ci presenta “un uomo ricco” (Lc 12,16) diremmo noi un ricco sfondato che non sa che farsene dei suoi beni tanto sono abbondanti. (Lc 12,17). Ci ricorda questo tale del ricco epuleno che tutto chiuso in se stesso non se ne accorge della miseria di Lazzaro (Lc 16,1-31). Certo è che questo uomo ricco non lo possiamo definire come giusto. Giusto è colui che come Giobbe condivide con i poveri quei beni ricevuti dalla provvidenza di Dio: “perché soccorrevo il povero che chiedeva aiuto, l’orfano che ne era privo. La benedizione del morente scendeva su di me e al cuore della vedova infondevo la gioia” (Gb 29,12-13). Il ricco della parabola è un uomo stolto (Lc 12,20) che ha il cuore pieno dei beni ricevuti, scordando Dio, sommo e unico bene. Egli “accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio” (Lc 12,21). Nella sua stoltezza egli non se ne accorge che tutto gli viene elargito dalla provvidenza di Dio, non solo i beni ma anche la sua stessa vita. Ce lo fa notare la terminologia usata nella parabola:
a) Il raccolto: “La campagna [...] aveva dato un buon raccolto” (Lc 12,16).
b) La vita: “questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita” (Lc 12,20). Non è la ricchezza in se stessa che costituisce la stoltezza di quest’uomo ma è la sua avarizia che rivela la sua follia. Egli dice infatti: “Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12,19). L’atteggiamento del sapiente invece è molto diverso. Lo vediamo per esempio incarnato nella persona di Giobbe che esclama con distacco: “Nudo uscii dal seno di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!” (Gb 1,21). La tradizione sapienzale ci tramanda degli insegnamenti sull’atteggiamento giusto davanti alla ricchezza: Pr 27,1; Sir 11,19; Qo 2,17-23; 5,17-6,2. Anche il Nuovo Testamento ci ammonisce su questo: Mt 6,19-34; 1Cor 15,32; Gc 4,13-15; Ap 3,17-18.

Domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione:
- Cosa ti ha colpito di più in questo brano e nella riflessione?
- Che cosa ti dice il fatto che Gesù rimane neutrale davanti alla questione dell’uomo ricco?
- Credi che l’avarizia ha a che fare strettamente con la condizione sociale in cui uno si trova?
- Ci credi alla provvidenza di Dio?
- Sei cosciente che quello che possiedi ti viene dato da Dio, oppure ti senti padrone assoluto dei tuoi beni?

1 agosto: Sant’Alfonso Maria de’ Liguori
Biografia: Nacque a Napoli nel 1696. Laureatosi in diritto civile ed ecclesiastico si fece sacerdote e fondò la Congregazione del Santissimo Redentore. Attese alla predicazione per promuevere tra il popolo la vita cristiana e scrisse libri specialmente di teologia morale, della quale è ritenuto maestro. Eletto vescovo di Sant’ Agata dei Goti, rinunziò poco dopo alla carica e morì nel 1787 presso i suoi a Nocera dei Pagani (Paganj) in Campania.

Dagli scritti
Dalla «Pratica di amare Gesù Cristo» di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, vescovo
Tutta la santità e la perfezione di un’anima consiste nell’amar Gesù Cristo nostro Dio, nostro sommo bene e nostro Salvatore. La carità é quella che unisce e conserva tutte le virtù che rendono l’uomo perfetto. Forse Iddio non si merita tutto il nostro amore? Egli ci ha amati sin dall’eternità. «Uomo, dice il Signore, considera ch’io sono stato il primo ad amarti. Tu non eri ancora al mondo, il mondo neppure v’era ed io già t’amavo. Da che sono Dio, io t’amo». Vedendo Iddio che gli uomini si fan tirare dà benefici, volle per mezzo de’ suoi doni cattivarli al suo amore. Disse pertanto: «Voglio tirare gli uomini ad amarmi con quei lacci con cui gli uomini si fanno tirare, cioé coi legami dell’amore» Tali appunto sono stati i doni fatti da Dio all’uomo. Egli dopo di averlo dotato di anima colle potenze a sua immagine, di memoria, intelletto e volontà, e di corpo fornito dei sensi, ha creato per lui il cielo e la terra e tante altre cose tute per amor dell’uomo; acciocché servano all’uomo, e l’uomo l’ami per gratitudine di tanti doni. Ma Iddio non é stato contento di donarci tutte queste belle creature. Egli per cattivarsi tutto il nostro amore é giunto a donarci tutto se stesso. L’Eterno Padre é giunto a darci il suo medesimo ed unico Figlio. Vedendo che noi eravamo tutti morti e privi della sua grazia per causa del peccato, che fece? Per l’amor immenso, anzi, come scrive l’Apostolo, pel troppo amore che ci portava, mandò il Figlio diletto a soddisfare per noi, e così renderci quella vita che il peccato ci aveva tolta. E dandoci il Figlio (non perdonando al Figlio per perdonare a noi), insieme col Figlio ci ha donato ogni bene: la sua grazia, il suo amore e il paradiso; poiché tutti questi beni sono certamente minori del Figlio: «Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con lui?» (Rm 8,32).

Orazione finale (1Cronache 29,10-19): Sii benedetto, Signore Dio di Israele, nostro padre, ora e sempre. Tua, Signore, è la grandezza, la potenza, la gloria, lo splendore e la maestà, perché tutto, nei cieli e sulla terra, è tuo. Signore, tuo è il regno; tu ti innalzi sovrano su ogni cosa. Da te provengono la ricchezza e la gloria; tu domini tutto; nella tua mano c’è forza e potenza; dalla tua mano ogni grandezza e potere. Ora, nostro Dio, ti ringraziamo e lodiamo il tuo nome glorioso. E chi sono io e chi è il mio popolo, per essere in grado di offrirti tutto questo spontaneamente? Ora tutto proviene da te; noi, dopo averlo ricevuto dalla tua mano, te l’abbiamo ridato. Noi siamo stranieri davanti a te e pellegrini come tutti i nostri padri. Come un’ombra sono i nostri giorni sulla terra e non c’è speranza. Signore nostro Dio, quanto noi abbiamo preparato per costruire una casa al tuo santo nome proviene da te, è tutto tuo. So, mio Dio, che tu provi i cuori e ti compiaci della rettitudine. Io, con cuore retto, ho offerto spontaneamente tutte queste cose. Ora io vedo il tuo popolo qui presente portarti offerte con gioia. Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Israele, nostri padri, custodisci questo sentimento per sempre nell’intimo del cuore del tuo popolo. Dirigi i loro cuori verso di te. A Salomone mio figlio concedi un cuore sincero perché custodisca i tuoi comandi, le tue disposizioni e i tuoi decreti, perché eseguisca tutto ciò e costruisca l’edificio, per il quale io ho eseguito i preparativi.
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MessaggioOggetto: VENERDI' 6 AGOSTO 2010   Ven Ago 06, 2010 11:08 am

VENERDÌ 6 AGOSTO 2010

VENERDI' DELLA XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché Egli ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con che Tu la hai letta per i discepoli nella strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e morte. Così, la croce che sembrava d’essere la fine di ogni speranza, è apparsa a loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella Creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, sopratutto nei poveri e sofferenti. La tua parola ci orienti finché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua resurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi Ti chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci ha rivelato il Padre e inviato il tuo Spirito. Amen.

Letture:
Dn 7,9-10.13-14 (La sua veste era candida come la neve)
Sal 96 (Splende sul suo volto la gloria del Padre)
2Pt 1,16-19 (Questa voce, noi l’abbiamo udita scendere dal cielo)
Lc 9,28-36 (Mentre pregava il suo volto cambiò d’aspetto)

Nota: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.

E li condusse in disparte, su un alto monte
La Festa della Trasfigurazione, trasfigurazione del Signore. La manifestazione particolare della sua vera identità, identità divina, identità gloriosa, identità che Gesù, anzi che Dio stesso concede oggi ai discepoli, ai tre discepoli più vicini a lui, gli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, e grazie a loro anche a noi… Una celebrazione allora che ha come suo fondamento un avvenimento storico, una cosa realmente accaduta, un miracolo della vita pubblica di Gesù, prima della sua Pasqua, prima della sua morte e della risurrezione gloriosa, prima di questi ma che racchiude in sé significati profondi, significati che vanno al di là di questa sua morte e della risurrezione, perché il Signore si mostra, si fa vedere così come è veramente, glorioso. Un punto fondamentale di questo evento, un punto che la caratterizza questa festa, che la caratterizza in modo particolare, univoco è la Teofania. Che cosa significa questa parola? Teofania è la manifestazione, manifestazione di Dio, ma una manifestazione solenne, grande… Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi, molti casi delle manifestazioni di Dio. Dio appariva spesso al popolo eletto. Lo sapevano vedere, riconoscere gli israeliti, forse più di noi… Uno dei segni della sua presenza, di Dio, era la nube, la nube che sia alzava sopra la tenda, nel deserto. O roveto ardente, o terremoto, o la vittoria miracolosa sui nemici… Erano tutte le manifestazioni, teofanie appunto di Dio che voleva essere vicino all’uomo, vicino a noi. Ma tutte queste manifestazioni veterotestamentarie erano solo un anticipo, una preparazione alla manifestazione definitiva, alla manifestazione massima, la manifestazione della redenzione, della venuta del Signore Gesù Cristo, nato, vissuto tra noi, morto e risuscitato; Gesù, Uomo – Dio. Anche se noi aspettiamo ancora un’altra manifestazione del Signore, l’ultima manifestazione di Gesù, quella della fine dei tempi. Quando ritornerà il Signore con le schiere degli angeli, quando dividerà i buoni dai cattivi. La manifestazione dunque… la teofania sul Monte, la conferma da parte di Dio Padre, della missione del Cristo della missione che Gesù ha da compiere nel mondo… «Questi è il mio figlio prediletto, ascoltatelo» è il massimo della Teofania. Dio Padre, in presenza dei profeti antichi, di Mosé, di Elia, dei profeti, coloro che hanno preparato la venuta del Messia; in presenza poi dei discepoli, degli Apostoli, dei testimoni prescelti… ecco Dio Padre proclama Cristo suo Figlio, anzi, Figlio prediletto, in cui egli si compiace… Nel brano di oggi c’è però un’altra parola che non vorrei ci sfuggisse. Questo è il Figlio prediletto, dice, ma dice anche: «Ascoltatelo». Il Padre ci dà un ordine preciso, l’ordine di ascoltare il messaggio del Figlio, di ascoltare Gesù. Anche la Madonna Ss.ma alle nozze di Cana, lei che «ascoltava, meditava e portava le parole di Dio nel proprio cuore, dice ai servi: ascoltatelo, «fate quello che vi dirà». Che significa dunque ascoltare Gesù? Ascoltare… non sentire…! Ascoltare è compiere i suoi comandamenti e particolarmente il primo dei comandamenti, quello dell’Amore. Ascoltare il Signore è comportarsi come egli si è comportato, come lui è vissuto sulla terra, vivere dall’esempio che Gesù ci ha lasciato… E lui ha trascorso tutta la sua vita facendo la volontà di Dio, facendo del bene a tutti, aiutando i bisognosi, sanando i malati, predicando la Buona Novella del Regno di Dio. Tanti parteciperanno all’Eucaristia oggi. L’Eucaristia è la manifestazione, la nostra teofania di Dio. Non le accompagnano né terremoti, né nubi o saette. Qui però abbiamo tra noi, nelle nostre mani Dio stesso, Dio che si lascia pregare, sentire, toccare, gustare, perfino mangiare… Dio che mangiato nel pane inizia in noi l’opera sua, inizia in noi la nostra trasfigurazione, entra dentro di noi e ci trasfigura, trasforma dal di dentro, quasi dall’interno… Ecco la festa della trasfigurazione, di Dio, di Gesù, ma anche la festa della nostra trasfigurazione, la profezia di ciò che dobbiamo diventare noi. E quando scenderemo dal monte, quando torneremo a casa nostra, ai nostri impegni, dopo l’Eucaristia, possiamo continuare ad essere trasfigurati, luminosi, bianchi, per contagiare con la nostra esperienza, con il nostro esempio anche gli altri. Il Signore ce lo conceda.
La Trasfigurazione non era destinata agli occhi di chiunque. Solo Pietro, Giacomo e Giovanni, cioè i tre discepoli a cui Gesù aveva permesso, in precedenza, di rimanere con lui mentre ridava la vita ad una fanciulla, poterono contemplare lo splendore glorioso di Cristo. Proprio loro stavano per sapere, così, che il Figlio di Dio sarebbe risorto dai morti, proprio loro sarebbero stati scelti, più tardi, da Gesù per essere con lui al Getsemani. Per questi discepoli la luce si infiammò perché fossero tollerabili le tenebre della sofferenza e della morte. Breve fu la loro visione della gloria e appena compresa: non poteva certo essere celebrata e prolungata perché fossero installate le tende! Sono apparsi anche Elia e Mosè, che avevano incontrato Dio su una montagna, a significare il legame dei profeti e della Legge con Gesù. La gloria e lo splendore di Gesù, visti dai discepoli, provengono dal suo essere ed esprimono chi egli è e quale sarà il suo destino. Non si trattava solo di un manto esterno di splendore! La gloria di Dio aspettava di essere giustificata e pienamente rivelata nell’uomo sofferente che era il Figlio unigenito di Dio.

Approfondimento del Vangelo
Il testo: Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. E, mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco due uomini parlavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella loro gloria, e parlavano della sua dipartita che avrebbe portato a compimento a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; tuttavia restarono svegli e videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quel che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li avvolse; all’entrare in quella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo». Appena la voce cessò, Gesù restò solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

Chiave di lettura: Pochi giorni prima, Gesù aveva annunciato che lui, il Figlio dell’Uomo, doveva essere riprovato e crocifisso dalle autorità (Lc 9,22; Mc 8,31). Secondo l’informazione del Vangelo di Marco e di Matteo, i discepoli, soprattutto Pietro, non capirono l’annuncio di Gesù e rimasero scandalizzati dalla notizia (Mt 16,22; Mc 8,32). Gesù reagì duramente e si rivolse a Pietro chiamandolo Satana (Mt 16,23; Mc 8,33). E questo perché le parole di Gesù non rispondevano all’ideale di Messia glorioso che loro avevano in mente. Luca non parla della reazione di Pietro e della risposta dura di Gesù, però traccia, come fanno gli altri, l’episodio della Trasfigurazione, da lui inteso come un aiuto da parte di Gesù in modo che i discepoli possano superare lo scandalo e cambiare idea rispetto al Messia (Lc 9,28-36). Portando con sé i tre discepoli, Gesù si reca sulla montagna per pregare e, nella preghiera, viene trasfigurato. Nel corso della lettura del testo è bene osservare quanto segue: “Chi appare sulla montagna per conversare con Gesù? Qual è il tema della conversazione? Qual è l’atteggiamento dei discepoli?”.

Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:
- Luca 9,28: Il momento di crisi.
- Luca 9,29: Il cambiamento che avviene nella preghiera.
- Luca 9,30-31: L’apparizione di due uomini e la loro conversazione con Gesù.
- Luca 9,32-34: La reazione dei discepoli.
- Luca 9,35-36: La voce del Padre.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Cosa ti è piaciuto di più in questo episodio della Trasfigurazione? Perché?
b) Chi va sulla montagna con Gesù? Perché lo fanno?
c) Mosè ed Elia appaiono sulla montagna accanto a Gesù. Quale significato hanno questi due personaggi dell’Antico Testamento per Gesù, per i discepoli, per le comunità degli anni ‘80? Ed oggi per noi?
d) Qual è la profezia dell’Antico Testamento che si compie nelle parole del Padre rispetto a Gesù?
e) Qual è l’atteggiamento dei discepoli in questo episodio?
f) È avvenuta qualche trasfigurazione nella tua vita? Come ti hanno aiutato le esperienze di trasfigurazione ad assumere meglio la tua missione?
g) Paragona la descrizione fatta da Luca della Trasfigurazione di Gesù (Lc 9,28-36) con la descrizione che fa dell’agonia di Gesù nell’Orto (Lc 22,39-46). Cerca di vedere se ci sono similarità. Qual è il significato di queste similarità?

Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire il tema
a) Il contesto del discorso di Gesù: Nei due capitoli precedenti del Vangelo di Luca, si impone la novità portata da Gesù e crescono le tensioni tra il Nuovo e l’Antico. Alla fine Gesù si rende conto che nessuno aveva capito la sua proposta e tanto meno la sua persona. La gente pensava che fosse come Giovanni Battista, Elia o qualche antico profeta (Lc 9,18-19). I discepoli lo accettavano come il Messia, ma come un Messia glorioso, secondo la propaganda del governo e della religione ufficiale del Tempio (Lc 9,20-21). Gesù cercò di spiegare ai discepoli che il cammino previsto dai profeti era un cammino di sofferenza, per l’impegno assunto verso gli esclusi, ed il discepolo poteva essere tale solo se prendeva la sua croce (Lc 9,22-26). Ma non ebbe molto successo. È in questo contesto di crisi che avviene la Trasfigurazione. Negli anni ‘30 l’esperienza della Trasfigurazione ebbe un significato molto importante nella vita di Gesù e dei discepoli. Li aiutò a superare la crisi di fede ed a cambiare i propri ideali rispetto del Messia. Negli anni ‘80, epoca in cui Luca scrive per le sue comunità cristiane della Grecia, il significato della Trasfigurazione fu approfondito e si espanse. Alla luce della risurrezione di Gesù e dell’espansione della Buona Novella tra i pagani in quasi tutti i paesi, dalla Palestina fino all’Italia, l’esperienza della Trasfigurazione cominciava ad essere vista come una conferma della fede delle Comunità Cristiane in Gesù, Figlio di Dio. I due significati sono presenti nella descrizione e nell’interpretazione della Trasfigurazione, nel Vangelo di Luca.

b) Commento del testo:
- Luca 9,28: Il momento di crisi. Varie volte, Gesù era entrato in conflitto con la gente e con le autorità religiose e civili dell’epoca (Lc 4,28-29; 5,21-20; 6,2-11; 7,30.39; 8,37; 9,9). Lui sapeva che non lo lasciavano fare ciò che stava facendo. Prima o poi, l’avrebbero preso. Inoltre, in quella società, l’annuncio del Regno, come lo faceva Gesù, non era tollerato. O tornava indietro, o l’aspettava la morte! Non c’era altra alternativa. Ma Gesù non tornò indietro. Per questo nell’orizzonte appare la croce, non già come una possibilità, bensì come una certezza (Lc 9,22). Insieme alla croce appare la tentazione di continuare il cammino del Messia Glorioso e non il cammino del Servo Sofferente Crocifisso, annunciato dal Profeta Isaia (Mc 8,32-33). In questa ora difficile Gesù va sulla montagna per pregare, portando con sé Pietro, Giacomo e Giovanni. Nella preghiera Gesù cerca la forza per non perdere la direzione della sua missione (cfr. Mc 1,35).
- Luca 9,29: Il cambiamento che avviene durante la preghiera. Appena Gesù prega, il suo aspetto cambia ed appare glorioso. Il suo volto cambia d’aspetto e la sua veste diviene candida e sfolgorante. È la gloria che i discepoli immaginavano per il Messia. Questo cambiamento dell’aspetto dimostrava loro chiaramente che Gesù, di fatto, era il messia che tutti aspettavano. Ma la sequenza dell’episodio della Trasfigurazione indicherà che il cammino verso la gloria è ben diverso da quello immaginato da loro. La trasfigurazione sarà una chiamata alla conversione.
- Luca 9,30-31: Due uomini appaiono e parlano con Gesù. Insieme a Gesù, nella stessa gloria appaiono anche Mosè ed Elia, i due maggiori esponenti dell’Antico Testamento, che rappresentavano la Legge ed i Profeti. Parlano con Gesù dell’ “esodo che avrebbero portato a compimento a Gerusalemme”. Così, davanti ai discepoli, la Legge ed i Profeti confermano che Gesù è veramente il Messia Glorioso, promesso nell’Antico Testamento ed atteso da tutto il popolo. Inoltre confermano che il cammino verso la Gloria passa per la via dolorosa dell’esodo. L’esodo di Gesù è la sua passione, morte e risurrezione. Per mezzo del suo “esodo” Gesù rompe il dominio della falsa idea del Messia divulgata sia dal governo che dalla religione ufficiale e che manteneva tutti intrappolati nella visione del messia glorioso nazionalista. L’esperienza della Trasfigurazione confermava che Gesù nella sua opzione di Messia Servo costituiva un aiuto per liberare dalle loro idee sbagliate sul Messia e scoprire un vero significato del Regno di Dio.
- Luca 9,32-34: La reazione dei discepoli. I discepoli erano profondamente addormentati. Quando si svegliarono, potettero vedere la gloria di Gesù ed i due uomini che stavano con lui. Ma la reazione di Pietro indica che non si resero conto del significato della gloria in cui Gesù appariva davanti a loro. Come avviene con noi tante volte, solo si rendono conto di ciò che li interessa. Il resto sfugge alla loro attenzione. “Maestro, è bello per noi stare qui!”. E non vogliono scendere più dalla montagna! Quando si parla di croce, sia sul Monte della Trasfigurazione come sul Monte degli Olivi (Lc 22,45), loro dormono! A loro piace più la Gloria che la Croce! Non piace loro parlare e sentir parlare della croce. Loro vogliono assicurare il momento della gloria sul Monte, e si offrono per costruire tre tende. Pietro non sapeva ciò che stava dicendo. Mentre Pietro parlava, una nube scende dall’alto e li ricopre con la sua ombra. Luca dice che i discepoli ebbero paura quando li avvolse la nube. La nube è un simbolo della presenza di Dio. La nube accompagnò la moltitudine nel suo cammino per il deserto (Es 40,34-38; Nm 10,11-12). Quando Gesù salì al cielo, fu coperto da una nube e non lo videro più (Atti 1,9). Un segnale che Gesù era entrato per sempre nel mondo di Dio.
- Luca 9,35-36: La voce del Padre. Una voce esce dalla nube e dice: “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo”. Con questa stessa frase il profeta Isaia aveva annunciato il Messia-Servo (Is 42,1). Dopo Mosè ed Elia, ora Dio stesso presenta Gesù come Messia-Servo che giungerà nella gloria mediante la croce. E ci lascia un’avvertenza finale: “Ascoltatelo!”. Nel momento in cui la voce celeste si fa sentire, Mosè ed Elia scompaiono e rimane solo Gesù. Ciò significa che d’ora in avanti è solo Lui che interpreta la Scrittura e la Volontà di Dio. È lui la Parola di Dio per i discepoli: “Ascoltatelo!”. L’affermazione “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo” era molto importante per le comunità della fine degli anni ‘80. Per mezzo di questa affermazione Dio Padre confermava la fede dei cristiani in Gesù come Figlio di Dio. Nel tempo di Gesù, cioè, verso gli anni ‘30, l’espressione Figlio dell’Uomo indicava una dignità ed una missione assai elevata. Gesù stesso relativizzava il termine e diceva che tutti sono figli di Dio (cfr. Gv 10,33-35). Ma per pochi il titolo di Figlio di Dio diventò il riassunto di tutti i titoli, oltre cento, che i primi cristiani dettero a Gesù nella seconda metà del secolo primo. Nei secoli seguenti, fu in questo titolo di Figlio di Dio che la Chiesa concentrò tutta la sua fede nella persona di Gesù.

c) Approfondimento:
1) La Trasfigurazione viene narrata nei tre Vangeli: Matteo (Mt 17,1-9), Marco (Mc 9,2-8) e Luca (Lc 9,28-36). Segnale che questo episodio racchiudeva un messaggio molto importante. Come abbiamo detto, si trattò di un aiuto molto grande per Gesù, per i suoi discepoli e per le prime comunità. Confermò Gesù nella sua missione in qualità di Messia Servo. Aiutò i discepoli a superare la crisi che la croce e la sofferenza causavano loro. Portava le comunità ad approfondire la loro fede in Gesù, Figlio di Dio, colui che ci rivelò il Padre e che diventò la chiave nuova per interpretare la Legge ed i Profeti. La Trasfigurazione continua ad essere un aiuto per superare la crisi che la sofferenza e la croce provocano oggi. I tre discepoli addormentati sono lo specchio di noi tutti. La voce del Padre si dirige a loro, come a noi: “Questo è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!”.
2) Nel Vangelo di Luca, c’è una somiglianza assai grande tra la scena della Trasfigurazione (Lc 9,28-36) e la scena dell’agonia di Gesù nell’Orto degli Ulivi (Lc 22,39-46). E possibile percepire quanto segue: nei due episodi, Gesù sale sulla montagna per pregare e porta con sé i suoi tre discepoli, Pietro, Giovanni e Giacomo. Nelle due occasioni, Gesù cambia aspetto e si trasfigura davanti a loro: glorioso nella trasfigurazione; sudando sangue nell’Orto degli Ulivi. Le due volte appaiono figure celesti per confortarlo, Mosè ed Elia, un angelo del cielo. E sia nella Trasfigurazione come pure nell’Agonia, i discepoli dormono, si mostrano estranei al fatto e sembra che non capiscono nulla. Alla fine dei due episodi, Gesù si riunisce di nuovo con i suoi discepoli. Indubbiamente, Luca ebbe l’intenzione di accentuare la somiglianza tra questi due episodi. Quale sarebbe? È meditando e pregando che riusciremo a capire il significato che supera le parole, ed a percepire l’intenzione del suo autore. Lo Spirito Santo ci guiderà.
3) Luca descrive la Trasfigurazione. Ci sono momenti nella vita in cui la sofferenza è tanta che una persona arriva a pensare: “Dio mi ha abbandonato! Non sta più con me!”. Ed improvvisamente la persona scopre che Lui mai si era allontanato, ma che lei stessa aveva gli occhi bendati, e non si rendeva conto della presenza di Dio. Ed allora tutto cambia e si trasfigura. È la trasfigurazione! Avviene ogni giorno nella nostra vita.

6 agosto: Trasfigurazione del Signore
Dagli scritti
Dal «Discorso tenuto il giorno della Trasfigurazione del Signore» da Anastasio sinaìta, vescovo
È bello restare con Cristo!
Il mistero della sua Trasfigurazione Gesù lo manifestò ai suoi discepoli sul monte Tabor. Egli aveva parlato loro del regno di Dio e della sua seconda venuta nella gloria. Ma ciò forse non aveva avuto per loro una sufficiente forza di persuasione. E allora il Signore, per rendere la loro fede ferma e profonda e perché, attraverso i fatti presenti, arrivassero alla certezza degli eventi futuri, volle mostrare il fulgore della sua divinità e così offrire loro un’immagine prefigurativa del regno dei cieli. E proprio perché la distanza di quelle realtà a venire non fosse motivo di una fede più languida, li preavvertì dicendo: Vi sono alcuni fra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell’uomo venire nella gloria del Padre suo (cfr. Mt 16,28). L’evangelista, per parte sua, allo scopo di provare che Cristo poteva tutto ciò che voleva, aggiunse: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E là fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosé ed Elia, che conversavano con lui» (Mt 17,1-3). Ecco le realtà meravigliose della solennità presente, ecco il mistero di salvezza che trova compimento per noi oggi sul monte, ecco ciò che ora ci riunisce: la morte e insieme la gloria del Cristo. Per penetrare il contenuto intimo di questi ineffabili e sacri misteri insieme con i discepoli scelti e illuminati da Cristo, ascoltiamo Dio che con la sua misteriosa voce ci chiama a sé insistentemente dall’alto. Portiamoci là sollecitamente. Anzi, oserei dire, andiamoci come Gesù, che ora dal cielo sifa nostra guida e battistrada. Con lui saremo circondati di quella luce che solo l’occhio della fede può vedere. La nostra fisionomia spirituale si trasformerà e si modellerà sulla sua. Come lui entreremo in una condizione stabile di trasfigurazione, perché saremo partecipi della divina natura e verremo preparati alla vita beata. Corriamo fiduciosi e lieti là dove ci chiama, entriamo nella nube, diventiamo come Mosè ed Elia come Giacomo e Giovanni. Come Pietro lasciamoci prendere totalmente dalla visione della gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloria divina. Lasciamoci trasfigurare da questa gloriosa trasfigurazione, condurre via dalla terra e trasportare fuori del mondo. Abbandoniamo la carne, abbandoniamo il mondo creato e rivolgiamoci al Creatore, al quale Pietro in estasi e fuori di sé disse: «Signore, é bello per noi restare qui» (Mt 17,4). Realmente, o Pietro, é davvero «bello stare qui» con Gesù e qui rimanervi per tutti i secoli. Che cosa vi é di più felice, di più prezioso, di più santo che stare con Dio, conformarsi a lui, trovarsi nella sua luce? Certo ciascuno di noi sente di avere con sé Dio e di essere trasfigurato nella sua immagine. Allora esclami pure con gioia: «È bello per noi restare qui», dove tutte le cose sono splendore, gioia, beatitudine e giubilo. Restare qui dove l’anima rimane immersa nella pace, nella serenità e nelle edilizie; qui dove Cristo mostra il suo volto, qui dove egli abita col Padre. Ecco che gli entra nel luogo dove ci troviamo e dice: «Oggi la salvezza é entrata in questa casa» (Lc 19,9). Qui si trovano ammassati tutti i tesori eterni. Qui si vedono raffigurate come in uno specchio le immagini delle primizie e della realtà dei secoli futuri.(Nn. 6-10; Mélanges d’archéologie et d’histoire, 67 [1955] 241-244).

Da «Le feste cristiane» di Olivier Clément
La trasfigurazione, un bagliore del Regno
Gli evangelisti sinottici – Matteo, Marco, Luca – raccontano l’evento della Trasfigurazione in maniera pressoché identica. Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni – gli ultimi due sono fratelli -, a più riprese suoi compagni privilegiati «perché erano più perfetti degli altri», dice Giovanni Crisostomo; Pietro perché amava Gesù più degli altri, Giovanni perché più degli altri era amato da Gesù, e Giacomo perché si era unito alla risposta del fratello: «Sì, possiamo bere il tuo calice» (cfr. Mt 20,22). Gesù li conduce in disparte su di un’«alta montagna», luogo per eccellenza delle manifestazioni divine; la tradizione dirà: il monte Tabor. Là egli appare raggiante di una splendida luce, che fluisce sia dal suo volto «splendente come il sole» che dalle sue vesti – opera d’uomo, della cultura umana – e si riversa sulla natura circostante, come mostrano le icone. Mosè – la legge – ed Elia – i profeti – appaiono e conversano con Gesù. La prima alleanza addita l’alleanza ultima. Luca precisa che la conversazione verte sull’éxodos del Signore. Pietro in estasi suggerisce di piantare tre tende, nella speranza di poter rimanere a lungo in quello stato. Ma tutto è sommerso dalla «nube luminosa» dello Spirito, e in cui risuona nel cuore dei tre discepoli sconvolti, prostrati con la faccia a terra, la voce del Padre: «Questi è il Figlio mio, l’amato, ascoltatelo!». Poi tutto svanisce, e resta Gesù, solo, che ordina a quei testimoni di tacere ciò che hanno appena visto, «finché il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti». A partire dalla fine delle persecuzioni romane contro i cristiani, ovvero dal IV secolo, furono edificate diverse chiese sul Tabor. La loro dedicazione sembra essere all’origine della festa che, a partire dal VI secolo, si diffuse in tutto il Medio Oriente. Nel calendario occidentale essa fu introdotta stabilmente nel 1457, ad opera di papa Callisto III, in segno di ringraziamento per la vittoria da poco conseguita contro i turchi. Gli evangeli non consentono di fissare, nel ritmo annuale, una data per la Trasfigurazione. Con l’intuizione cosmica che lo caratterizza, l’Oriente fissò quella del 6 agosto, grande mezzogiorno dell’anno, apogeo della luce estiva. In quel giorno si benedicono i frutti della stagione; spesso, nei paesi del bacino mediterraneo, è l’uva a costituire il frutto benedetto per eccellenza. L’occidente, meno sensibile alla portata spirituale dell’evento, pur conservando una festa della Trasfigurazione il 6 agosto, ha preferito aggiungere una seconda celebrazione prima della Pasqua, la seconda Domenica di Quaresima, seguendo in tal modo più da vicino la cronologia della vita di Gesù. In oriente, la festa pone l’accento sulla divinità di Cristo e sul carattere trinitario del suo splendore. «Conversando con Cristo, Mosè ed Elia rivelano che egli è il Signore dei vivi e dei morti, il Dio che aveva parlato un tempo nella legge e nei profeti; e la voce del Padre, che esce dalla nube luminosa, gli rende testimonianza», recita la liturgia bizantina. Tuttavia la trasfigurazione non è un trionfo terreno, che sempre Gesù ha rifiutato nella sua vita – e qui sta l’errore di lettura di Callisto III -; essa non è neppure un’emozione spirituale da gustare – ecco l’errore di Pietro -. È invece uno sprazzo, un bagliore di quel regno che è il Cristo stesso, una luce che è anche quella di Pasqua, della Pentecoste, della parusia, quando con il ritorno glorioso di Cristo, il mondo intero verrà trasfigurato. Mosè ed Elia, l’abbiamo detto, parlano con Gesù del suo éxodos, cioè della sua passione: solo quest’ultima farà risplendere la luce non in cima al Tabor, la montagna che rappresenta simbolicamente le teofanie e le estasi, ma al cuore stesso delle sofferenze degli uomini, del loro inferno, e infine della morte. La liturgia ci aiuta ancora a capire: «Ascoltate [dice il Padre] colui che attraverso la croce ha spogliato l’inferno e dona ai morti la vita senza fine». Per la teologia ortodossa, la luce della trasfigurazione è l’energia divina (secondo il vocabolario precisato nel XIV secolo da Gregorio Palamas), vale a dire lo sfolgorare di Dio: Dio stesso che, mentre rimane inaccessibile nella sua «sovraessenza», si rende tuttavia partecipabile agli uomini per una follia di amore. Da cui si comprende l’importanza di questa festa per la tradizione mistica e iconografica. Lo sfolgoramento, la folgorazione divina è tale da gettare a terra gli apostoli sulla montagna. Eppure sul Tabor essa rimane una luce esterna all’uomo. Ora essa ci è donata – scintilla impercettibile o fiume di fuoco – nel pane e nel vino eucaristici. Allora i nostri occhi si aprono e noi comprendiamo che il mondo intero è intriso di quella luce: tutte le religioni, tutte le intuizioni dell’arte e dell’amore lo sanno, ma è stato necessario che venisse il Cristo e che avvenisse in lui quell’immensa metamorfosi – così chiamano i greci la Trasfigurazione – perché si rivelasse infine che alla sorgente delle falde di fuoco, di pace e di bellezza presenti nella storia, vi è, vincitore della notte e della morte, un Volto.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello, che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola, Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen.


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MessaggioOggetto: SABATO 7 AGOSTO 2010   Sab Ago 07, 2010 11:24 am

SABATO 7 AGOSTO 2010

SABATO DELLA XVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Mostraci la tua continua benevolenza, o Padre, e assisti il tuo popolo, che ti riconosce suo pastore e guida; rinnova l’opera della tua creazione e custodisci ciò che hai rinnovato.

Letture:
Ab 1,12 - 2,4 (Il giusto vivrà per la sua fede)
Sal 9 (Tu non abbandoni chi ti cerca, Signore)
Mt 17,14-19 (Se avrete fede, nulla vi sarà impossibile)

La forza della fede
“Nulla è impossibile a Dio”: Egli è l’onnipotente, il suo stesso pensiero è in sé creativo. A chi agisce nel suo nome viene dato il potere di compiere le sue stesse opere. Egli ha promesso che chi crede in Lui farà anch’egli le opere che lui fa; anzi ne farà di più grandi di queste. In questo contesto comprendiamo la delusione e l’amarezza di Gesù sentendo dire da un padre che implora la guarigione del figlio malato: “L’’ho portato dai tuoi discepoli, ma non sono riusciti a guarirlo”. Deve costatare di avere a che fare con una generazione incredula e perversa e con discepoli ai quali deve dire di non aver potuto scacciare quel demonio “per la loro poca fede”. È significativo che Gesù non chiede ai suoi e a noi una fede eroica, ma ci dice semplicemente: «se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile». Dobbiamo ricordarci però che i doni di Dio, e la fede è sicuramente uno dei più importanti, sono conservati in vasi di argilla e sono simili alle lampade delle vergini che attendono l’arrivo dello sposo nel cuore della notte: devono essere opportunamente alimentate e con prudenza bisogna conservare sempre una scorta di olio. Ciò significa concretamente: la pratica della vita cristiana, la frequente partecipazione ai sacramenti, le opere buone, la carità fraterna. Ricordiamoci sempre il primo dei comandamenti: “Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze.” Così quel granellino di fede potrà germogliare anche in ciascuno di noi, anzi, crescere e fruttificare.
Gesù aveva cacciato il demonio dall’anima di molti uomini e donne, non per lasciare un vuoto al suo posto, ma per poter riempire l’anima, appena liberata, con la vita e la grazia divina. I suoi apostoli avevano cercato di imitarlo, ma senza riuscirci, perché mancava ancora loro la profondità di fede necessaria. Dopo la risurrezione, essendo stata la loro fede rafforzata, non avrebbero più avuto difficoltà. Troppo spesso oggi, anche fra i cristiani, accade di dimenticarsi (o di non crederci) dell’esistenza di Satana, il Grande Avversario, lo Spirito Maligno, impegnato in una guerra contro l’umanità che durerà fino alla fine dei tempi. Gesù si è fatto uomo proprio per liberare la stirpe umana dal potere di Satana: Gesù in persona l’ha vinto in un confronto diretto nel deserto della Giudea. Ciò che Gesù ha fatto grazie al suo potere, noi possiamo farlo solo unendoci a Gesù, col battesimo, e servendoci del potere, che egli ci ha trasmesso in questo modo, di combattere e di superare le tentazioni che ci assillano costantemente: non c’è nessun altro modo per guadagnarsi la vita eterna. Poiché il nostro libero arbitrio è stato rafforzato dalla grazia di questo sacramento, noi abbiamo il potere di dire “No” ad ogni tentazione del maligno e di restare così in unione costante col nostro Salvatore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si avvicinò a Gesù un uomo che, gettatosi in ginocchio, gli disse: “Signore, abbi pietà di mio figlio. Egli è epilettico e soffre molto; cade spesso nel fuoco e spesso anche nell’acqua; l’ho già portato dai tuoi discepoli, ma non hanno potuto guarirlo”. E Gesù rispose: “O generazione incredula e perversa! Fino a quando starò con voi? Fino a quando dovrò sopportarvi? Portatemelo qui”. E Gesù gli parlò severamente, e il demonio uscì da lui e da quel momento il ragazzo fu guarito. Allora i discepoli, accostatisi a Gesù in disparte, gli chiesero: “Perché noi non abbiamo potuto scacciarlo?”. Ed egli rispose: “Per la vostra poca fede. In verità vi dico: se avrete fede pari a un granellino di senapa, potrete dire a questo monte: spostati da qui a là, ed esso si sposterà, e niente vi sarà impossibile”.

Riflessione
- Contesto. Il nostro brano presenta Gesù nella sua attività di guarire. Dopo aver soggiornato con i soli discepoli nella regione di Cesarea di Filippo (16,13-28) Gesù sale su una montagna elevata e viene trasfigurato davanti a tre discepoli (17,1-10); poi raggiunge la folla (17,14-21) tenta un nuovo approccio con la Galilea per riguadagnarla (7,22). Cosa pensare di questi spostamenti geografici di Gesù? Non si esclude che abbiano potuto avere un tenore geografico, ma a Matteo preme presentare la loro funzione di itinerario spirituale. Nel suo cammino di fede la comunità è sempre chiamata a ripercorrere quell’itinerario spirituale che ha segnato la vita di Gesù: dalla Galilea della sua attività pubblica e da quest’ultima alla sua resurrezione attraverso il cammino della croce. Un itinerario spirituale in cui la potenza della fede gioca un ruolo essenziale.
- Potenza della fede. Gesù, dopo la sua trasfigurazione, con la sua piccola comunità dei discepoli ritorna dalla folla, prima di ritornare in Galilea (v.22) e giungere a Cafàrnao (v.24). E mentre si trova in mezzo alla folla un uomo si avvicina a lui e lo supplica con insistenza per intervenire sul male che tiene imprigionato suo figlio. La descrizione che precede l’intervento di Gesù davvero precisa: si tratta di un caso di epilessia con tutte le sue conseguenze patologiche a livello psichico. Al tempo di Gesù questo tipo di malattia veniva fatto risalire a forze maligne e precisamente all’azione di Satana, nemico di Dio e dell’uomo, e pertanto origine del male e di tutti i mali. Dinanzi a un tale caso in cui emergono forze maligne di gran lunga superiori alle capacità umane i discepoli si scoprono impotenti a guarire il fanciullo (vv.16-19) e a motivo della loro poca fede (v.20). Per l’evangelista, questo giovane epilettico è simbolo di coloro che svalutano la potenza della fede (v.20), che non sono attenti alla presenza di Dio in mezzo a loro (v.17). La presenza di Dio in Gesù, che è l’Emmanuele, non viene riconosciuta; anzi il capire qualcosa di Gesù non è sufficiente, è necessaria la vera fede. Gesù. Dopo aver rimproverato la folla, si fa condurre il ragazzo: «Portatemelo qui» (v.17); lo guarisce e lo libera nel momento in cui sgrida il demonio. Non basta il miracolo della guarigione di una singola persona «»è necessario anche guarire la fede incerta e debole dei discepoli. Gesù si avvicina a loro che sono confusi o storditi per la loro impotenza: «Perché non abbiamo potuto gettarlo fuori?» (v.20). La risposta di Gesù è chiara: «Per la vostra vacillante fede». Gesù chiede una fede capace di spostare le montagne del proprio cuore per identificarsi con la sua persona, la sua missione, la sua forza divina. È vero che i discepoli hanno abbandonato tutto per seguire Gesù ma non sono riusciti a guarire il ragazzo epilettico a motivo della «poca fede». Non si tratta di mancanza di fede, solo che è debole, vacillante per i dubbi, con una predominanza di sfiducia e dubbi. È una fede che non si radica totalmente nella relazione con Cristo. Gesù eccede nel linguaggio quando dice: «se avete fede pari a un granello di senapa potete spostare le montagne»; è un esortazione a lasciarsi guidare nelle azioni dalla potenza della fede, che diventa forte soprattutto nei momenti di prova e di sofferenza e raggiunge la maturità quando non si scandalizza più dello scandalo della croce. La fede può tutto, purché si rinunce a fare affidamento alle proprie capacità umane, può spostare le montagne. I discepoli, la comunità primitiva hanno sperimentato che l’incredulità non si vince con la preghiera e il digiuno ma è necessario unirsi alla morte e resurrezione di Gesù.

Per un confronto personale
- Attraverso la meditazione del brano abbiamo osservato come i discepoli si collocano in rapporto all’epilettico e a Gesù stesso. Vi scopri anche il tuo cammino relazionale con Gesù e con gli altri ricorrendo alla potenza della fede?
- Sulla croce Gesù dà testimonianza al Padre e lo rivela totalmente. La parola di Gesù che hai meditato ti chiede l’adesione totale: ti senti ogni giorno impegnato a spostare le montagne del cuore che si frappongono tra il tuo egoismo e la volontà di Dio?

Preghiera finale: Il Signore sarà un riparo per l’oppresso, in tempo di angoscia un rifugio sicuro. Confidino in te quanti conoscono il tuo nome, perché non abbandoni chi ti cerca, Signore (Sal 9).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 AGOSTO 2010   Dom Ago 08, 2010 10:30 am

DOMENICA 8 AGOSTO 2010

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Vieni, Santo Spirito, riempi i cuori dei tuoi fedeli. Tu che sei già venuto per farci fedeli, vieni ora a renderci beati. Tu che sei venuto perché, con il tuo aiuto, potessimo gloriarci nella speranza della gloria dei figli di Dio, vieni di nuovo perché possiamo gloriarci anche del possesso di essa. A te compete confermare, consolidare, perfezionare e portare a compimento. Il Padre ci ha creati, il Figlio ci ha redenti: compi dunque ciò che appartiene a te. Vieni a introdurci in tutta la verità, al godimento del sommo Bene, alla visione del Padre, all’abbondanza di tutte le delizie, alla gioia delle gioie. Amen (Gualtiero di S. Vittore).

Letture:
Sap 18, 6-9 (Come punisti gli avversari, così glorificasti noi, chiamandoci a te)
Sal 32 (Beato il popolo scelto dal Signore)
Eb 11,1-2.8-19 (Aspettava la città il cui architetto e costruttore è Dio stesso)
Lc 12,32-48 (Anche voi tenetevi pronti)

Desti, vigilanti e sempre pronti; così ci vuole il buon Dio
Come viandanti e pellegrini ignari del momento e dell’ora della partenza, ma sicurissimi di dover partire o come le dieci vergini in attesa nel cuore della notte, dell’arrivo dello sposo, o come dei servi che aspettano l’arrivo del padrone di casa o più semplicemente come fedeli che si nutrono di speranza. Non solo quindi vigilanti in vista di una partenza ed un incontro finale, ma anche pronti a cogliere il momento che passa, il momento della grazia, della conversione o magari l’occasione quotidiana che ci viene offerta per compiere il bene. La liberazione di Dio dalla schiavitù dell’Egitto avviene nel cuore della notte, una notte già preannunciata dai profeti, ma di cui si ignorava il momento preciso: ecco allora la necessità della vigilanza e dell’attesa. Noi ne diventiamo capaci quando la nostra fede in Dio si traduce in completo abbandono alla sua volontà e certezza della sua indefettibile fedeltà. Sgorga così l’obbedienza anche dinanzi a quanto potrebbe sembrare impossibile o assurdo alla nostra vista: l’esperienza di Abramo, nostro padre nella fede, è illuminante. Del resto soltanto conformandosi alla volontà di Dio ci diventa possibile aderire alle sue proposte: superare le nostre ataviche paure, essere certi nella fede di entrare nel regno di Dio, riempire le nostre borse non con cose frivole e caduche, ma con ciò che vale e dura per l’eternità. Vigilanza e sapienza nell’esperienza e nella vita dei santi sempre si abbinano e producono i frutti migliori. Dinanzi alle continue sollecitazioni del mondo è davvero illuminante per noi la Parola di questa Domenica che potrebbero coglierci distratti e in vacanza o magari più rilassati e meno disponibili. Vegliate allora e tenetevi pronti, perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo.
In questo brano del Vangelo Cristo ci dice di non avere paura, di non lasciarci prendere dall’angoscia: il nostro stato d’animo di sempre deve essere una tranquilla fiducia in Dio, poiché “al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”. Dobbiamo aprire un conto in questo regno, perché solo lì si trova la vera ricchezza. La motivazione e il fine dell’uomo provengono sempre da dove egli pensa che si trovino i veri valori: “Perché dove è il vostro tesoro, lì sarà anche il vostro cuore”. Questa priorità implica che noi siamo distaccati dal denaro e dai beni materiali, e che li utilizziamo per il bene altrui, essendo responsabili davanti a Dio della loro gestione. Dobbiamo anche tenerci in uno stato di veglia costante, aspettando la venuta di Cristo: “Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese”. Come i servi non sanno quando il loro padrone rientrerà dal ricevimento di nozze, come un uomo non può sapere quando entreranno i ladri nella sua casa, così noi non conosciamo l’ora della nostra morte, quando cioè Cristo tornerà per noi.

Approfondimento del Vangelo (Insegnamento di Gesù sulla vigilanza)
Il testo: Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Il Signore rispose: «Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; 48 quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più.

Chiave di lettura: Siamo in un duplice contesto: la formazione dei discepoli e delle discepole durante il cammino di Gesù verso Gerusalemme (9,51-19,28) e la reazione dei pagani convertiti, nelle comunità lucane, dopo l’entusiasmo iniziale e il prolungarsi del ritorno del Signore. I discepoli hanno paura (9,45) della nuova prospettiva della missione di Gesù, che dovrà soffrire (9,22.43-44), continua a dominare in loro la mentalità di un Messia glorioso, più rassicurante. Così anche nelle nuove comunità cristiane (anni 80) comincia a riaffiorare lo spirito pagano. Meglio attendere prima di convertirsi stabilmente e profondamente, rimandare il cambiamento di vita e di mentalità. Gesù rassicura i discepoli e le discepole, con tre piccole parabole li fa riflettere sul significato dell’incontro con Dio, sul senso della vigilanza e della responsabilità di ciascuno nel momento presente.

Una possibile divisione del testo:
- Lc 12,32-35: introduzione.
- Lc 12,36-38: parabola del padrone che torna dalle nozze.
- Lc 12,39: parabola del ladro che scassina.
- Lc 12,40-41: i discepoli chiamati in causa.
- Lc 12,42-46: parabola dell’amministratore.
- Lc 12,47-48: conclusione.

Momento di silenzio orante perché la Parola possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.

Alcune domande
- Quali sentimenti ha suscitato in me la lettura del testo? Paura, fiducia, sorpresa, gioia, speranza, confusione...?
- La vita cristiana, quanto è gioia in me, quanto è peso. Quanto è dovere, quanto è amore?
- Il pensiero di una mia morte improvvisa cosa suscita in me?
- La comunione con Dio, in che misura è attesa, in che misura è possesso in me?
- La mentalità pagana del “carpe diem”, contraria ai valori evangelici, come si manifesta, oggi?
- Essere vigilanti, fedeli, operosi per il Regno e pronti, cosa comporta nella mia vita?

Commento (Pensiamo ad una catechesi sul ritorno del Signore):
- 12,32: Non c’è motivo per aver paura. Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno. Rassicurazione di Gesù di fronte alla paura dei discepoli attraverso la metafora del gregge (Gv 10; 21,15-17) e del buon pastore. Occorre temere i falsi profeti (Mt 7,15). Il Padre vuole che non si perda nessuno (Mt 18,12-16), Egli ci donerà ogni cosa (Rom 8,28-32). Un posto ci è stato preparato fin dalla fondazione del mondo (Mt 25,34), siamo eredi con il Figlio (1Pt 1,3-5).
- 12,33-34: Accogliamo oggi la ricchezza del possesso di Dio, unico bene. Dio solo basta! Vendete ciò che avete e datelo in elemosina; fatevi borse che non invecchiano, un tesoro inesauribile nei cieli, dove i ladri non arrivano e la tignola non consuma. Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore. Gesù aveva detto di non accumulare beni (Mt 6,20-21). La comunità cristiana aveva capito il senso della libertà dai beni e della loro condivisione (At 4,34) poiché il tempo si è fatto breve (1Cor 7,29-31). La vita nuova in Cristo diventa il criterio per il possesso di qualsiasi bene.
- 12,35: Impegniamoci nel quotidiano. Siate pronti, con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; poiché al Padre è piaciuto darci il Regno, occorre essere pronti per prenderne possesso, dopo aver lasciato ogni impedimento. I Giudei si cingevano le lunghe vesti ai fianchi per poter lavorare meglio. Elia si cinge per correre (1Re 18,46). L’atteggiamento che Gesù raccomanda a coloro che aspettano la sua venuta è quella di mettersi all’opera, di non adagiarsi nella mediocrità (1Ts 5,6-8; 1Pt 5,8; 1,13). La vigilanza è fondamentale per il cristiano. Più che un atteggiamento morale è la sua condizione di vita, ormai rivestito di Cristo e dedito al suo Regno.
- 12,37-38: L’incontro con Dio sarà meraviglioso. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità vi dico, si cingerà le sue vesti, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro! È sorprendente il gesto del padrone che si mette a servire i servi! È ciò che ha fatto Gesù lavando i piedi ai discepoli (Gv 13,4-5). La notte divisa in parti (Mc 13,35) secondo l’uso romano, diventa sempre più impegnativa per chi veglia. Il futuro è garantito dalla fedeltà creativa al Signore.
- 12,39 Non perdiamo tempo (e denaro!) nel prevedere il futuro. Sappiate bene questo: se il padrone di casa sapesse a che ora viene il ladro, non si lascerebbe scassinare la casa. Un argomento per la vigilanza è il fatto che non si sa quando il Signore verrà (Mt. 24,42-51). Sia il giorno del giudizio finale che quello della morte individuale sono sconosciuti. La sua venuta non può essere prevista (Ap 3,3). Questo impressionò molto i discepoli (1Ts 2,1-2; 2Pt 3,10).
- 12,40-41: L’amore e non l’appartenenza formale deve essere la nostra forza. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate». Allora Pietro disse: «Signore, questa parabola la dici per noi o anche per tutti?». Pietro, il suo uomo vecchio, pensa ancora a qualche privilegio, avendo abbandonato ogni cosa per andare con Gesù (Mt 19,27). Gesù aiuta a maturare la coscienza di Pietro rispondendo indirettamente con la parabola del buon amministratore. La conversione è un processo che dura tutta la vita, anche per coloro che si sentono vicini al Signore.
- 12,42-44: Coniugare la vigilanza con la fedeltà al servizio che ci è stato affidato. Il Signore rispose: «Qual è dunque l’amministratore fedele e saggio, che il Signore porrà a capo della sua servitù, per distribuire a tempo debito la razione di cibo? Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà al suo lavoro. In verità vi dico, lo metterà a capo di tutti i suoi averi. Luca usa “amministratore” invece di “servo” (Mt 24,45) quasi a lasciar intendere la domanda posta in bocca a Pietro. I capi, in particolare, devono essere fedeli nel servizio.
- 12,45-46: Senza rimandare la nostra conversione ad un domani imprecisato. Ma se quel servo dicesse in cuor suo: Il padrone tarda a venire, e cominciasse a percuotere i servi e le serve, a mangiare, a bere e a ubriacarsi, il padrone di quel servo arriverà nel giorno in cui meno se l’aspetta e in un’ora che non sa, e lo punirà con rigore assegnandogli il posto fra gli infedeli. Ci sono alcuni che hanno accolto con entusiasmo l’annuncio evangelico, ma ora, di fronte alle difficoltà presenti e agli impegni conseguenti, cominciano a riprendere le vecchie abitudini: violenza, intemperanza, abbandono agli istinti. Tutti valori contrari al vangelo.
- 12,47: Donando secondo la misura con cui abbiamo ricevuto. Il servo che, conoscendo la volontà del padrone, non avrà disposto o agito secondo la sua volontà, riceverà molte percosse; quello invece che, non conoscendola, avrà fatto cose meritevoli di percosse, ne riceverà poche. Il Signore renderà a ciascuno secondo le sue azioni (Mt 16,27) e secondo la grazia ricevuta (Rom 11,11-24). Giudei, pagani, convertiti o fedeli alla propria religione saranno giudicati secondo la loro retta coscienza.
- 12,48: Perché grande sarà la comunione eterna con Dio. A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più. Alla fine della vita, secondo S. Giovanni della Croce, saremo giudicati sull’amore. Vedi anche Mt 25,15-16.

Orazione finale: Arda nei nostri cuori, o Padre, la stessa fede che spinse Abramo a vivere sulla terra come pellegrino, e non si spenga la nostra lampada, perché vigilanti nell’attesa della tua ora siamo introdotti da te nella patria eterna (Colletta della 19ª domenica del tempo ordinario, anno C).
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MessaggioOggetto: SABATO 14 AGOSTO 2010   Mer Ago 11, 2010 1:22 pm

SABATO 14 AGOSTO 2010

SABATO DELLA XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa’ crescere in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell’eredità che ci hai promesso.

Letture:
Ez 18,1-10.13.30-32 (Io giudicherò ognuno di voi secondo la sua condotta)
Sal 50 (Crea in me, o Dio, un cuore puro)
Mt 19,13-15 (Non impedite che i bambini vengano a me; a chi è come loro, infatti, appartiene il regno dei cieli)

Gli ultimi vi precederanno
Una scena conosciuta quella del vangelo, anche se non sempre ben compresa e ben interpretata. Infatti, la predilezione di Gesù per i bambini, così come viene espressa dai sinottici, da qualcuno era fatta risalire ad uno sviato senso della purezza. Niente di tutto ciò! I bambini nelle culture antiche, compresa quella ebraica, erano gli esseri meno considerati, coloro che non godevano di alcun diritto ed è proprio a questa categoria di paria che si rivolge il Signore. È lo stesso discorso di “prostitute e pubblicani vi precederanno nel Regno dei cieli”. La predilezione di Gesù è quindi verso gli ultimi, i diseredati che per il solo fatto di essere tali (attenzione! non per la loro fede o per le opere) erediteranno il Regno dei cieli.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, furono portati a Gesù dei bambini perché imponesse loro le mani e pregasse; ma i discepoli li sgridavano. Gesù però disse loro: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di questi è il regno dei cieli”. E dopo avere imposto loro le mani, se ne partì.

Riflessione
- Il vangelo è molto breve. Appena tre versetti. Descrive come Gesù accoglie i bambini.
- Matteo 19,13: L’atteggiamento dei discepoli dinanzi ai bambini. Portarono da Gesù alcuni bambini, affinché lui imponesse loro le mani e pregasse per loro. I discepoli ripresero le madri. Perché? Probabilmente d’accordo con le norme severe delle leggi dell’impurità, i bambini piccoli nelle condizioni in cui vivevano erano considerati impuri. Se loro toccavano Gesù, Gesù sarebbe divenuto impuro. Per questo, era importante evitare che giungessero vicino a lui e lo toccassero. Perché già era avvenuto una volta, quando un lebbroso toccò Gesù. Gesù rimase impuro e non poté più entrare nella città. Doveva rimanere in luoghi deserti (Mc 1,4-45).
- Matteo 19,14-15: L’atteggiamento di Gesù: accoglie e difende la vita dei bambini. Gesù riprende i discepoli e dice: “Lasciate che i bambini vengano a me, perché di essi è il Regno dei Cieli”. A Gesù non importa trasgredire le norme che impediscono la fraternità e l’accoglienza da dare ai piccoli. La nuova esperienza di Dio Padre ha marcato la vita di Gesù e gli dà occhi nuovi per percepire e valutare la relazione tra le persone. Gesù si mette al lato dei piccoli, degli esclusi e assume la sua difesa. Impressiona quando si mette insieme tutto ciò che la Bibbia dice su gli atteggiamenti di Gesù in difesa della vita dei bambini, dei piccoli:
a) Ringraziare per il Regno presente nei piccoli. La gioia di Gesù è grande, quando vede che i bambini, i piccoli, capiscono le cose del Regno che lui annunciava alla gente. “Padre, io ti ringrazio!” (Mt 11,25-26) Gesù riconosce che i piccoli capiscono più dei dottori le cose del Regno!
b) Difendere il diritto di gridare. Quando Gesù, entrando nel Tempio, rovescia i tavoli dei cambiavalute, furono i bambini a gridare: “Osanna al Figlio di Davide!” (Mt 21,15). Criticati dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, Gesù li difende e nella sua difesa invoca le Scritture (Mt 21,16).
c) Identificarsi con i piccoli. Gesù abbraccia i piccoli e si identifica con loro. Chi accoglie un piccolo, accoglie Gesù (Mc 9, 37). “E ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
d) Accogliere e non scandalizzarsi. Una delle parole più dure di Gesù è contro coloro che sono causa di scandalo per i piccoli, cioè, che sono il motivo per cui i piccoli non credono più in Dio. Per questo, meglio sarebbe per loro legarsi al collo una pietra da molino ed essere gettati nell’abisso del mare (Lc 17,1-2; Mt 18,5-7). Gesù condanna il sistema, sia politico che religioso, che è motivo per cui i piccoli, la gente umile, perde la sua fede in Dio.
e) Diventare come bambini. Gesù chiede ai suoi discepoli di diventare come bambini e di accettare il Regno come i bambini. Senza questo non è possibile entrare nel Regno (Lc 9,46-48). Indica che i bambini sono professori degli adulti. Ciò non era normale. Siamo abituati al contrario.
f) Accogliere e toccare (il vangelo di oggi). Madri con figli che giungono vicino a Gesù per chiedere la benedizione. Gli apostoli reagiscono e le allontanano. Gesù corregge gli adulti ed accoglie le madri con i bambini. Tocca i bambini e li abbraccia. “Lasciate che i piccoli vengano a me, non glielo impedite!” (Mc 10,13-16; Mt 19,13-15). Nelle norme dell’epoca, sia le mamme che i figli piccoli, vivevano, praticamente, in uno stato di impurità legale. Gesù non si lascia trascinare da questo.
g) Accogliere e curare. Sono molti i bambini ed i giovani che lui accoglie, cura e risuscita: la figlia di Giairo, di 12 anni (Mc 5,41-42), la figlia della donna Cananea (Mc 7,29-30), il figlio della vedova di Naim (Lc 7,14-15), il bambino epilettico (Mc 9,25-26), il figlio del Centurione (Lc 7,9-10), il figlio del funzionario pubblico (Gv. 4,50), il fanciullo con i cinque pani ed i due pesci (Gv. 6,9).

Per un confronto personale
- Bambini: cosa hai imparato dai bambini lungo gli anni della tua vita? E cosa imparano i bambini da te su Dio, su Gesù e sulla vita?
- Qual è l’immagine di Dio che irradio ai bambini? Dio severo, buono, distante o assente?

Preghiera finale: Signore, rendimi la gioia di essere salvato, sostieni in me un animo generoso. Insegnerò agli erranti le tue vie e i peccatori a te ritorneranno (Sal 50).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 15 AGOSTO 2010   Mer Ago 11, 2010 1:28 pm

DOMENICA 15 AGOSTO 2010

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINA MARIA


MESSA DELLA VIGILIA

Preghiera iniziale: O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Letture:
1Cr 15,3-4.15-16; 16,1-2 (Introdussero dunque l’arca di Dio e la collocarono al centro della tenda che Davide aveva piantata per essa)
Sal 131 (Sorgi, Signore, tu e l’arca della tua potenza)
1Cor 15,54b-57 (Dio ci dà la vittoria per mezzo di Gesù Cristo)
Lc 11,27-28 (Beato il grembo che ti ha portato!)

Assunti nell’Assunta
Lasciarsi assumere da Dio: è il senso di libertà che Maria ci comunica. Non avere in mano nostra la storia non è affatto un recedere e un venir meno alla nostra responsabilità, ma un lasciarci precedere da Colei che tutto può nel nome dell’Altissimo: la Verità Suprema Universale. Anche chi non crede, ma ha la buona volontà della Verità, riconosce in questa Signora dell’Umiltà lo stile pienamente umano e profondamente personale che si sintonizza nella pienezza con il centro dell’Universo, chiunque e qualunque cosa esso sia. Ma essere assunti e incoraggiati a entrare nel raggio di questa luce che ha come perno la Verità che appaga e equilibria tutte le nostre fatiche, le nostre gioie, i nostri dolori e le nostre speranze, questo è sempre e solo un dono che nessuno e nessuna altra realtà potrà mai valicare e prevaricare su questa donna, scelta dalla storia del mistero nella nostra umanità e nello stesso tempo dalla potenza misterica della divinità, per essere segno sicuro e di speranza certa per il nostro cammino.
La solennità dell’Assunzione di Maria è una celebrazione della sua risurrezione. Per essere stata la Madre di Gesù, Figlio Unigenito di Dio, e per essere stata preservata dalla macchia del peccato, Maria, come Gesù, fu risuscitata da Dio per i gaudi della vita eterna. Maria fu la prima, dopo Cristo, a sperimentare la risurrezione. Tutti sono corruttibili, cioè, ogni essere umano è composto di carne e di sangue destinati a perire. Dopo la morte e sepoltura, avviene la decomposizione. Nel giro di pochi anni, rimane ben poco ad indicare che quel tale una volta camminava su questa terra. Tutti sono mortali, cioè, per ciascuno viene il giorno della morte. Nessuno vive per sempre. La medicina moderna e la tecnologia riusciranno forse a prolungare la vita fino a ottanta, novanta, o anche cento anni, ma, prima o poi, la sorte di ogni essere umano è quella di morire. La morte è un evento a cui nessuno riesce a sfuggire. Però, grazie alla risurrezione di Gesù, Dio ha trasformato ciò che era corruttibile e mortale in incorruttibile e immortale. Quando Dio ha risuscitato Gesù dai morii e gli ha elargito una nuova vita eterna, ha anche reso possibile che ogni essere umano fosse risuscitato dai morti e partecipasse alla vita nuova ed eterna. Il corpo umano morirà e si decomporrà, ma Dio ha dimostrato che questa non è la fine. Dio ha sconfitto la morte risuscitando Gesù dai morti. Ha rivestito il corpo risorto di Gesù di incorruttibilità e di immortalità. La morte ha perduto la battaglia; Dio ha riportato vittoria. Dopo Gesù, Maria è stata la prima a risorgere e ad essere rivestita della vita incorruttibile ed immortale di Dio. Quello che Dio ha fatto per Gesù e per Maria sarà fatto per ogni credente.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, una donna alzò la voce di mezzo alla folla e disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”. Ma egli disse: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”.

Riflessione
- Il vangelo di oggi è molto breve, ma ha un significato importante nell’insieme del vangelo di Luca. Ci dà la chiave per capire ciò che Luca insegna rispetto a Maria, la Madre di Gesù, nel così detto Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2).
- Luca 11,27: L’esclamazione della donna. “In quel tempo, mentre Gesù stava parlando, una donna alzò la voce in mezzo alla folla e disse: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!”. L’immaginazione creativa di alcuni apocrifi suggerisce che quella donna era una vicina di Nostra Signora, lì a Nazaret. Aveva un figlio, chiamato Dimas, che, con altri ragazzi della Galilea di quel tempo, entrò in guerra con i romani, fu fatto prigioniero e messo a morte accanto a Gesù. Era il buon ladrone (Lc 23,39-43). Sua madre, avendo sentito parlare del bene che Gesù faceva alla gente, ricordò la sua vicina, Maria, e disse: “Maria deve essere felice con un figlio così!”
- Luca 11,28: La risposta di Gesù. Gesù risponde, facendo il più grande elogio di sua madre: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Luca parla poco di Maria: qui (Lc 11,28) e nel Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). Per lui, Luca, Maria è la Figlia di Sion, immagine del nuovo popolo di Dio. Rappresenta Maria modello per la vita delle comunità. Nel Concilio Vaticano II, il documento preparato su Maria fu inserito nel capitolo finale del documento Lumen Gentium sulla Chiesa. Maria è modello per la Chiesa. E soprattutto nel modo in cui Maria si rapporta con la Parola di Dio Luca la considera esempio per la vita delle comunità: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano”. Maria ci insegna come accogliere la Parola di Dio, come incarnarla, viverla, approfondirla, farla nascere e crescere, lasciare che ci plasmi, anche quando non la capiamo, o quando ci fa soffrire. Questa è la visione che soggiace al Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). La chiave per capire questi due capitoli ci è data dal vangelo di oggi: “Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!”. Vediamo come in questi capitoli Maria si mette in rapporto con la Parola di Dio.
a) Luca 1,26-38: L’Annunciazione: “Si faccia in me secondo la tua parola!”. Sapere aprirsi, in modo che la Parola di Dio sia accolta e si incarni.
b) Luca 1,39-45: La Visitazione: “Beata colei che ha creduto!”. Saper riconoscere la Parola di Dio in una visita ed in tanti altri fatti della vita.
c) Luca 1,46-56: Il Magnificat: “Il Signore ha fatto in me prodigi!”. Riconoscere la Parola nella storia della gente e pronunciare un canto di resistenza e di speranza.
d) Luca 2,1-20: La Nascita: “Lei meditava tutte queste cose nel suo cuore”. Non c’era posto per loro. Gli emarginati accolgono la Parola.
e) Luca 2,21-32: La Presentazione: “I miei occhi han visto la tua salvezza!”. I molti anni di vita purificano gli occhi.
f) Luca 2,33-38: Simeone ed Anna: “Una spada trafiggerà la tua anima.” Accogliere ed incarnare la parola nella vita, essere segno di contraddizione.
g) Luca 2,39-52: Ai dodici anni, nel tempio: “Non sapevate che devo occuparmi delle cose del Padre mio?” Loro non compresero la Parola che fu detta!
h) Luca 11,27-28: L’elogio alla madre: “Beato il grembo che ti ha portato!”. Beato chi ascolta e mette in pratica la Parola.

Per un confronto personale
- Tu riesci a scoprire la Parola viva di Dio nella tua vita?
- Come vivi la devozione a Maria, la madre di Gesù?

Preghiera finale: Cantate al Signore canti di gioia, meditate tutti i suoi prodigi. Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore (Sal 104).

MESSA DEL GIORNO

Orazione iniziale: Spirito Santo, Spirito di sapienza, di scienza, di intelletto, di consiglio, riempici, ti preghiamo della conoscenza della Parola di Dio, riempici di ogni sapienza e intelligenza spirituale per poterla comprendere in profondità. Fa’ che sotto la tua guida noi possiamo comprendere il vangelo di questa solennità mariana. Spirito santo abbiamo bisogno di te, il solo che continuamente modella in noi la figura e la forma di Gesù. E ci rivolgiamo a te, Maria, Madre di Gesù e della Chiesa, che hai vissuto la presenza inebriante e totalizzante dello Spirito Santo, che hai sperimentato la potenza della sua forza in te, che l’hai visto operante nel tuo Figlio Gesù sin dal grembo materno, apri il nostro cuore e la nostra mente, perché siano docili all’ascolto della Parola di Dio.

Letture:
Ap 11,19;12,1-6.10 (Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi)
Sal 44 (Risplende la regina, Signore, alla tua destra)
1Cor 15,20-26 (Cristo risorto è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo)
Lc 1,39-56 (Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente: ha innalzato gli umili)

Festa dell’Assunzione di Maria
La festa dell’Assunzione è purtroppo nota ai più solo come “Ferragosto”, ma è la più importante tra quelle della Madonna: celebra il mistero della nostra risurrezione che nella persona di Maria (la sola tra tutti!) è già avvenuto. È come celebrare quindi la nostra pasqua, ciò che in noi deve ancora avvenire e che avverrà, dunque è la nostra festa, la festa di ciò che saremo. Maria è entrata con il corpo nella vita divina, nella gloria (cfr. II lettura: quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di incorruttibilità…); vive già da ora la vita di risorta (cfr. I lettura del giorno: Ora si è compiuta la salvezza…).. È anche la festa in cui si può parlare di Maria senza temere di cadere nel devozionalismo mariano.
Questa festa è antichissima anche se la proclamazione del dogma dell’assunzione è recentissimo (1950!). Ma perché è stata fissata il 15 Agosto?
Basta guardarsi attorno. L’estate è al culmine, i colori sono al massimo della loro densità: le rose, i girasoli, il blu del mare, il verde delle foreste. È tutto molto intenso … si potrebbe dire che più di così … si muore. La natura infatti muore, sfiorisce, ma solo perché è arrivata alla sua pienezza; muore sì, ma per consumazione, per pienezza di vita. La vediamo quasi “sfatta”, ma solo per il suo eccesso di fioritura (sazi di giorni muoiono tutti i patriarchi nell’Antico Testamento).
La festa di oggi ci vuole dire anche un po’ questo: Maria (il credente), è colei che ha vissuto appieno la sua vita in Cristo. La tradizione infatti non parla della morte della Madonna ma della sua “dormizione”, ella cioè non muore, ma si compie per pienezza di vita, si consuma di vita. Lo avete mai visto un girasole morire? … sazio di colore e di fioritura, carico di semi e stanco di fecondità.
La cosa più bella da fare oggi (oltre - per chi può - alle battaglie con i semi di cocomero sulla spiaggia) sarebbe una carrellata sulla storia delle rappresentazioni artistiche del mistero di Maria.
Sempre e ovunque ci si imbatterà su Maria che tiene in braccio il bambino: è la rappresentazione che prende nome di Theotokos, la madre di Dio. Maria è anzitutto questo: il trono di Gesù, luogo dell’ostensione, un supporto per lui, è il suo corpo (sia perché glielo ha dato sia perché è simbolo della chiesa) e infatti solitamente lei è raffigurata enorme e lui piccinissimo. Lei è la visibilità di Gesù (questo in fondo è il ruolo della chiesa).
Un altro filone di raffigurazioni vede in Maria la persona che ha veramente compiuto la relazione filiale con Dio: è la figlia di Sion (già nell’AT Israele è considerato come un figlio da Jhwh, si veda per es. Osea 11,1; Sal 2; Is 66 ecc…).
L’icone della dormizione si collocano su questo filone: raffigurano Maria stesa su un grandissimo letto, circondata dai discepoli. Questo letto troppo grande per non essere un simbolo, ricorda l’arca dell’alleanza (cfr. infatti il riferimento propostoci dalla liturgia nella I lettura della vigilia e nella I lettura della messa). Maria sembra che dorma (la morte non è più un evento drammatico, come ci dice anche la II lettura della messa della vigilia: dov’è morte la tua vittoria? Dov’è morte il tuo pungiglione?). Sopra di lei vi è una mandorla. La mandorla è il simbolo della nuova vita, come un grembo di una donna, come un uovo, è il simbolo della risurrezione. Peraltro abbiamo celebrato, guarda caso, pochi giorni fa la trasfigurazione, che nelle icone presenta lo stesso simbolo; infatti ogni festa di Maria ha un suo parallelo in un festa del Signore.
In questa mandorla vi è Gesù che tiene in braccio, in segno di esposizione (si sono invertiti i ruoli), una cosa bianca e piccola: quella sarebbe l’anima di Maria, appena nata alla nuova vita. È Maria questa volta ad essere bambina (se non diventerete come bambini…), ed è avvolta ora lei nelle bende-sudario (come lo è Gesù nell’icona di Natale) ed è ora lei Figlia. Si tratta quindi della sua nascita al cielo.
Ovviamente questa icona è da vedere in contrasto con le altre icone della Madonna, quelle in cui è lei che porta in braccio il Figlio. Questo è il paradosso del cristianesimo, per dirla con Dante: Vergine Madre, figlia del tuo figlio … tu se’ colei che l’umana natura/nobilitasti sì che’l suo Creatore/non disdegnò farsi sua creatura.
Maria è modello del credente che accogliendo la Parola di Dio (avvenga di me secondo la tua parola) diventa figlia di Dio.
Altro filone è quello che vede in Maria la sposa. Il rapporto che Dio ha con Israele nell’Antico testamento prende spesso le forme di quello di un rapporto di amore e quindi Israele viene considerato da Jhwh come il partner esclusivo di questo rapporto d’amore (cfr. Osea 2, Trito-Isaia; Ct; Ger ecc…). Per questo - lo si dica per inciso - l’adulterio sarà preso ad emblema del peccato, non perché la Bibbia nutra atteggiamenti encratisti o sessuofobi, ma perché con esso si vuole spiegare in metafora, secondo il linguaggio dell’amore sponsale, cosa è l’allontanamento da Dio [e per questo l’immaginario collettivo ha fatto diventare Maria di Magdala una prostituta … ma questo aprirebbe un altro discorso…]
Le raffigurazioni di Maria sposa ce la mostrano seduta sullo stesso trono di Gesù, insieme con lui (leggere Ef 1!!), vestita come una sposa (cfr. Sal 44 e ancora Ef 5). In alcune figure Gesù stesso le dà la sua corona (condivide con lei la sua gloria, cioè la vita divina, la resurrezione) mentre attorno tanti angeli suonano e cantano (cfr. I lettura della vigilia).
Ci sarebbe ancora da sottolineare che Maria è legata al mistero della generazione e del dono della vita a doppio laccio, sia come donna (il mistero del parto) che come credente (la vita della fede), e per questo non può conoscere la morte (cfr. prefazio del giorno: non hai voluto che conoscesse la corruzione del sepolcro colei che ha generato il Signore della vita). La fede e le donne (che la Bibbia rende infatti le prime testimoni della resurrezione e della fede in Cristo) ci dicono insomma che le sofferenze presenti possono essere solo le doglie di un parto (aprendo così il mistero del male ad una nuova speranza) e che forse anche la morte in fondo può essere considerata solo un eccesso di vita (vedere come muore un girasole, ma anche come muore Rachele in Gen 35,17ss!).
In altre rappresentazioni Maria è una figura enorme, in piedi, dentro il cui manto sono raccolti tanti uomini e donne: allora ella è raffigurata nel simbolo della tenda-chiesa, il santuario (cfr. I lettura della messa del giorno). Maria-Chiesa è una persona in molte persone, perché Maria oltre ad essere un individuo storico (della cui esperienza tanto singolare e inaudita, nulla si può dire) è icona di quello che è ogni credente che vive la sua fede fino in fondo, fino alle sue estreme conseguenze. Maria è perciò immagine della chiesa (nella I lettura del giorno si dice rivestita di sole, tenendo presente da una parte l’uomo che si riveste di Cristo [cfr. Fil, Ef, Col] e dall’altra l’idea di Cristo-sole). La metafora della tenda dell’alleanza ci dice che la chiesa è sempre in cammino, come il popolo nel deserto (che è luogo dell’incontro con Dio, del fidanzamento: cfr. prima lettura del giorno) e che deve sempre “smontarsi”, come si smonta una tenda, per poi ricostruirsi altrove quando si vuole proseguire il cammino. Il cammino dell’uomo con Dio è una storia d’amore, progressiva, tappa per tappa.
Solo dal XIII secolo in poi Maria viene raffigurata sempre più da sola, senza il bambino. Questo riflette un cambiamento anche della mariologia e della pietà mariana: è infatti da questo momento che inizia la degenerazione di questa figura e del suo messaggio, così importante per ogni cristiano.
Solo in riferimento a Cristo, infatti, Maria ha senso. Solo in quanto Madre di Dio, vera credente, arca dell’alleanza, tenda del convegno, immagine del popolo di Dio, sposa, figlia, corpo di Cristo, sua visibilità, luogo visibile dell’ostensione di qualcosa che è sempre tanto piccolo (Madonna “trono” di Gesù bambino). Solo così si comprende davvero questa maestosa figura.
Quando invece la si staccherà da questo mistero, non la si comprenderà più. Quando infatti, e saranno molte le omelie a farlo oggi, si parla delle sue grandi virtù, della sua esperienza, di quello che faceva, di quanto ha gioito o sofferto, semplicemente non si sa cosa si dice, perché il vangelo tace completamente su tutto questo. La sua esperienza è stata la sua, originale e particolarissima quanto può esserlo la mia e la tua, tanto più quella di Maria fu la sua come quella di nessun altro.
Se sia stata una donna esemplare o una “madre snaturata” non ne sappiamo poi gran che (anzi pare che alcuni padri abbiano fatto affermazioni abbastanza sconcertanti in quest’ultima direzione!). Certo ha vissuto in modo quanto mai vicino e inaudito l’esperienza della fede e in questo ci è davvero madre e modello. Ma più ancora: guardando a lei dovremmo vedere cosa accade a noi: impariamo a vederla come sorella (?).
Ultima annotazione: per capire qualcosa in più di questo “grande mistero” (Ef 5) di Maria, abbiamo dovuto ricorrere alla fede di coloro che prima di noi l’hanno creduta, e credendola hanno cercato di comprenderla e rappresentarla. Con tutto ciò che questo significa: nella fede della Chiesa.
Dopo l’annuncio, Maria è partita verso la montagna di Giudea per andare a trovare Elisabetta. Colma dello Spirito Santo, Elisabetta l’ha benedetta. L’ha proclamata “Madre del mio Signore”. Fonte di gioia. Beatitudine vivente della fede. Maria ha risposto con il cantico del Magnificat . Parole ispirate, che lasciano intravedere il suo cuore. Esse sono per noi il suo “testamento spirituale”. Identificandosi con Maria, la Chiesa di tutti i tempi continua a cantare tutti i giorni il Magnificat come suo proprio cantico.
Celebriamo oggi il mistero dell’Assunzione. Alla fine del suo passaggio sulla terra, la Madre del Redentore, preservata dal peccato e dalla corruzione, è stata elevata nella gloria in corpo e anima vicino a suo Figlio, nel cielo. La tomba vuota di Maria, immagine della tomba vuota di Gesù, significa e prelude alla vittoria totale del Dio della vita sulla morte, quando alla fine del mondo farà sorgere in vita eterna la morte corporale di ognuno di noi unita a quella di Cristo. L’Apocalisse ci mostra “un segno grandioso del cielo”: la Donna che ha il sole per mantello, e una corona di stelle. Invincibile con la grazia di Dio di fronte al nemico primordiale. “Figura e primizia della Chiesa”. Primizia nel dolore della maternità al servizio della Redenzione. Primizia nel destino della gloria. Da lì, nel focolare della Trinità, Maria ci aspetta tutti per vivere e cantare con lei la nostra riconoscenza alla Grazia di Dio. La beatitudine divina e umana della Salvezza. Il suo eterno Magnificat.

Approfondimento del Vangelo (La visita di Maria a Elisabetta)
Il testo: In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse: «L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente. e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono. Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua.

Momenti di silenzio orante: Il silenzio è una qualità di chi sa ascoltare Dio. Impegnati a creare in te un atmosfera di pace e di silenziosa adorazione. Se sei capace di stare in silenzio davanti a Dio potrai ascoltare il suo respiro che è Vita.

Chiave di lettura: Benedetta tu fra le donne. Nella prima parte del vangelo odierno risuonano le parole di Elisabetta, «Benedetta tu fra le donne», precedute da un movimento spaziale. Maria lascia Nazaret, collocata al nord della Palestina, per recarsi al sud, a circa centocinquanta chilometri, in una località che la tradizione ha identificato con l’attuale Ain Karem, poco lontana da Gerusalemme. Il muoversi fisico mostra la sensibilità interiore di Maria, che non è chiusa a contemplare in modo privato ed intimistico il mistero della divina maternità che si compie in lei, ma è proiettata sul sentiero della carità. Ella si muove per portare aiuto alla sua anziana cugina. Il recarsi di Maria da Elisabetta è connotato dall’aggiunta ‘in frettà che sant’Ambrogio interpreta così «Maria si avviò in fretta verso la montagna, non perché fosse incredula della profezia o incerta dell’annunzio o dubitasse della prova, ma perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia... La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze». Il lettore, però, sa che il motivo vero del viaggio non è indicato, ma lo può ricavare attraverso delle informazioni desunte dal contesto. L’angelo aveva comunicato a Maria la gravidanza di Elisabetta, già al sesto mese (cfr. v. 37). Inoltre il fatto che ella si fermerà tre mesi (cfr. v. 56), giusto il tempo perché il bambino possa nascere, permette di ritenere che Maria intendeva portare aiuto alla cugina. Maria corre e va là dove la chiama l’urgenza di una necessità, di un bisogno, dimostrando, cosi, una spiccata sensibilità e concreta disponibilità.
Insieme con Maria, portato in grembo, Gesù si muove con la Madre. Da qui è facile evincere il valore Cristologico dell’episodio della visita di Maria alla cugina: l’attenzione è soprattutto su Gesù. A prima vista potrebbe sembrare una scena concentrata sulle due donne, in realtà, ciò che è importante per l’evangelista è il prodigio presente nel loro concepimento. La mobilitazione di Maria tende, in fondo, a far incontrare le due donne.
Appena Maria entra in casa e saluta Elisabetta, il piccolo Giovanni ha un sussulto. Secondo alcuni il sussulto non è paragonabile agli spostamenti del feto, sperimentati da ogni donna incinta. Luca usa un verbo greco particolare che significa propriamente ‘saltare’. Volendo interpretare il verbo, un po’ liberamente, lo si può indicare con ‘danzare’, escludendo così l’accezione di un fenomeno solo fisico. Qualcuno ha pensato che quella ‘danza’ la si potrebbe considerare una forma di ‘omaggio’ che Giovanni rende a Gesù, inaugurando, non ancora nato, quell’atteggiamento di rispetto e di sudditanza che caratterizzerà la sua vita: «Dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale non son degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali» (Mc 1,7). Un giorno lo stesso Giovanni testimonierà «Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io invece diminuire» (Gv 3,29-30). Così commenta s. Ambrogio: «Elisabetta udì per prima la voce, ma Giovanni percepì per primo la grazia». Una conferma di questa interpretazione la troviamo nelle stesse parole di Elisabetta che, riprendendo al v. 44 lo stesso verbo greco già impiegato al v. 41, precisa: «Ha esultato di gioia nel mio grembo». Luca, con questi particolari, ha voluto evocare il prodigio verificatosi nell’intimità di Nazaret. Solo ora, grazie al dialogo con un’interlocutrice, il mistero della divina maternità lascia la sua segretezza e la sua dimensione individuale, per diventare un fatto noto, oggetto di apprezzamento e di lode.
Le parole di Elisabetta «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?» (vv. 42-43). Con un’espressione semitica che equivale a un superlativo («fra le donne»), l’evangelista vuole attirare l’attenzione del lettore sulla funzione di Maria: essere la «Madre del Signore». E quindi a lei viene riservata una benedizione («benedetta tu») e una beatitudine beata. In che consiste quest’ultima? Esprime l’adesione di Maria alla volontà divina. Maria non è solo destinataria di un arcano disegno che la rende benedetta, ma pure persona che sa accettare e aderire alla volontà di Dio. Maria è una creatura che crede, perché si è fidata di una parola nuda e che ella ha rivestito col suo «sì» di amore. Ora Elisabetta le riconosce questo servizio d’amore, identificandola «benedetta come madre e beata come credente».
Intanto Giovanni percepisce la presenza del suo Signore ed esulta, esprimendo con quel movimento interiore la gioia che scaturisce da quel contatto salvifico. Di tale evento si farà interprete Maria nel canto del Magnificat.

Un canto di amore: In questo canto Maria si considera parte degli anawim, dei ‘poveri di Dio’, di coloro che ‘temono Dio’ riponendo in Lui ogni loro fiducia e speranza e che sul piano umano non godono nessun diritto o prestigio. La spiritualità degli anawim può essere sintetizzata dalle parole del Salmo 37,79: «Nel silenzio sta innanzi a Dio e in lui spera», perché «coloro che sperano nel Signore possederanno la terra». Nel Sal 86,6 l’orante, rivolgendosi a Dio, dice: «Dona al tuo servo la tua forza»: qui il termine ‘servò esprime il suo essere sottomesso, come anche il sentimento dell’appartenenza a Dio, di sentirsi sicuro presso di lui. I poveri, nel senso strettamente biblico, sono coloro che ripongono in Dio una fiducia incondizionata; per questo sono da considerarsi la parte migliore, qualitativa, del popolo d’Israele. Gli orgogliosi, invece, sono coloro che ripongono tutta la loro fiducia in se stessi. Ora, secondo il Magnificat, i poveri hanno mille motivi per rallegrarsi, perché Dio glorifica gli anawim (Sal 149,4) e abbassa gli orgogliosi. Un’immagine presa dal NT, che traduce molto bene l’atteggiamento del povero dell’AT, è quella del pubblicano che con umiltà si batte il petto, mentre il fariseo compiacendosi dei suoi meriti si consuma nell’orgoglio (Lc 18,9-14). In definitiva Maria celebra quanto Dio ha operato in lei e quanto opera in ogni credente. Gioia e gratitudine caratterizzano questo inno alla salvezza che riconosce grande Dio ma che pure fa grande chi lo canta.

Alcune domande per meditare:
- La mia preghiera è innanzitutto espressione d’un sentimento o celebrazione e riconoscimento dell’azione di Dio?
- Maria è raffigurata come la credente nella Parola del Signore. Quanto tempo dedico all’ascolto della Parola di Dio?
- La tua preghiera si alimenta alla Bibbia, come ha fatto Maria? Oppure sono dedito al devozionalismo che produce a getto continuo preghiere incolori e insapori? Sei convinto che ritornare alla preghiera biblica è sicurezza di trovare un alimento solido, scelto da Maria stessa?
- Sei nella logica del Magnificat che esalta la gioia del dare, del perdere per trovare, dell’accogliere, la felicità della gratuità, della donazione?

15 agosto: Solennità dell’Assunzione della Vergine Maria
Dagli scritti
Dalla Costituzione Apostolica »Munificentissimus Deus» di Pio XII, papa
Santo e glorioso é il corpo della Vergine Maria
I santi padri e i grandi dottori nelle omelie e nei discorsi, rivolti al popolo in occasione della festa odierna, parlavano dell’Assunzione della Madre di Dio come di una dottrina già viva nella coscienza dei fedeli e da essi già professata; ne spiegavano ampiamente il significato, ne precisavano e ne approndivano il contenuto, ne mostravano le grandi ragioni teologiche. Essi mettevano particolarmente in evidenza che oggetto della festa non era unicamente il fatto che le spoglie mortali della beata Vergine Maria fossero state preservate dalla corruzione, ma anche il suo trionfo sulla morte e la sua celeste glorificazione, perché la Madre ricopiasse il modello, imitasse cioé il suo Figlio unico, Cristo Gesù. San Giovanni Damasceno, che si distingue fra tutti come teste esimio di questa tradizione, considerando l’Assunzione corporea della grande Madre di Dio nella luce degli altri suoi privilegi, esclama con vigorosa eloquenza: «Colei che nel parto aveva conservato illesa la sua verginità doveva anche conservare senza alcuna corruzione il suo corpo dopo la morte. Colei che aveva portato nel suo seno il Creatore, fatto bambino, doveva abitare nei tabernacoli divin. Colei, che fu data in sposa dal Padre, non poteva che trovar dimora nelle sedi celesti. Doveva contemplare il suo Figlio nella gloria alla destra del Padre, lei che lo aveva visto sulla croce, lei che, preservata dalla spada del dolore quando lo vide morire. Era giusto che la Madre di Dio possedesse ciò che appartiene al Figlio, e che fosse onorata da tutte le creature come Madre ed ancella di Dio» San Germano di Costantinopoli pensava che l’incorruzione e l’assunzione al cielo del corpo della Vergine Madre di Dio non solo convenivano alla sua divina maternità, ma anche alla speciale santità del suo corpo verginale: «Tu, come fu scritto, sei tutta splendore (cfr. Sal 44,14); e il tuo corpo verginale é tutto santo, tutto casto, tutto empio di Dio. Per questo non poteva conoscere il disfacimento del sepolcro, ma, pur conservando le sue fattezze naturali, doveva trasfigurarsi in luce di incorruttibilità, entrare in una esistenza nuova e gloriosa, godere della piena liberazione e della vita perfetta». Un altro scrittore antico afferma: «Cristo, nostro salvatore e Dio, donatore della vita e dell’immortalità, fu lui a restituire la vita alla Madre. Fu lui a rendere colei, che l’aveva generato, uguale a se stesso nell’incorrutibilità del corpo, e per sempre. Fu lui a risuscitarla dalla morte e ad accoglierla accanto a sé, attraverso una via che a lui solo é nota». Tutte queste considerazioni e motivazioni dei santi padri, come pure quelle dei teologi sul medesimo tema, hanno come ultimo fondamento la Sacra Scrittura. Effettivamente la Bbbia ci presenta la santa Madre di Dio strettamente unita al suo Filgio divino e sempre a lui solidale, e compartecipe della sua condizione. Per quanto riguarda la Tradizione, poi, non va dimenticato che fin dal secondo secolo la Vergine Maria vene presentata dai santi padri come la novella Eva, intimamente unita al nuovo Adamo, sebbene a lui soggetta. Madre e Filgio appaiono sempre associati nella lotta contro il nemico infernale; lotta che, come era stato preannunziato nel protovangelo (cfr. Gn 3,15), si sarebbe conclusa con la pienissima vittoria sul peccato e sulla morte, su quei nemici, cioé, che l’Apostolo delle genti presenta sempre congiunti (cfr. Rm capp. 5 e 6; 1Cor 15,21-26; 54-57). Come dunque la gloriosa risurrezione di Cristo fu parte essenziale e il segno finale di questa vittoria, così anche per Maria la comune lotta si doveva concludere con la glorificazione del suo corpo verginale, secondo le affermazioni dell’Apostolo: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito di incorruttibilità e questo corpo mortale di immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte é stata ingoiata per la vittoria» (1Cor 15,54; cfr. Os 13,14). In tal modo l’augusta Madre di Dio, arcanamente unita a Gesù Cristo fin da tutta l’eternità «con uno stesso decreto» di predestinazione, immacolata nella sua concezione, vergine illibata nella sua divina maternità, generosa compagna del divino Redentore, vittorioso sul peccato e sulla morte, alla fine ottenne di coronare le sue grandezze, superando la corruzione del sepolcro. Vinse la morte, come già il suo Figlio, e fu innalzata in anima e corpo alla gloria del cielo, dove risplende Regina alla destra del Figlio suo, Re immortale dei secoli.(AAS 42 [1950], 760-762.767-769)

Da «Le feste cristiane» di Olivier Clément
Dormizione e assunzione della Vergine
L’Assunzione della Vergine esprime in modo mirabile l’adagio patristico diffusosi a partire da Ireneo di Lione, nel II secolo: «Dio si è fatto uomo perché l’uomo possa diventare Dio». Diventare Dio: cioè un vivente la cui vita non ha limiti, una vita liberata dal male e dalla morte. Per descrivere con maggior chiarezza questa festa, accosterò l’una all’altra due icone: quella della Vergine con il bambino e quella della Dormizione-Assunzione (più avanti spiegherò questi due termini). Nella prima è la madre a reggere e proteggere il bambino, e a volte, come nella «Vergine della tenerezza», essa appoggia il proprio volto al volto minuto del Figlio. Maria, a nome di tutta l’umanità, accoglie Dio. Prima assunzione: quella della divinità da parte dell’umanità. Nella seconda icona, avviene esattamente il contrario: la madre è morta; le sue spoglie, nera crisalide, sbarrano orizzontalmente la composizione; ma lo spazio della morte si apre, appare Cristo, vittorioso, verticale di luce che fa dell’icona una croce di gloria. Egli prende tra le braccia l’anima non disincarnata di sua madre, rappresentata come una bambina che porta a compimento la sua nascita nel regno. E in alcune icone, Gesù stringe al proprio volto il volto di questa donna bambina: germe e anticipazione della trasfigurazione di tutto il creato. Seconda assunzione, questa volta dell’umano da parte del divino. La chiesa, infatti, maturò presto l’intuizione secondo cui il corpo di Maria, prodigiosamente «consustanziale» a quello del Risorto, non era possibile che fosse rimasto prigioniero della morte. Così, al Dio fatto uomo corrisponde l’uomo deificato, e il primo essere umano presente, anima e corpo, nella gloria divina è la «Donna vestita di sole» di cui parla l’Apocalisse. Maria si trova ormai al di là della morte e del giudizio, in quella luce che le Scritture chiamano «regno di Dio»; e tuttavia umana, infinitamente materna, ella rimane totalmente rivolta verso gli uomini, verso le loro sofferenze, verso il pellegrinaggio compiuto così spesso a tastoni dalla chiesa, e prima ancora dalla chiesa mistica che ingloba l’intera umanità e tutto quanto il cosmo. Nella grande spiritualità della chiesa antica, come pure in molte leggende popolari, Maria è colei che pronuncia sull’inferno – anche sul nostro inferno interiore – la preghiera per la salvezza universale. I testi delle omelie orientali associano, a partire dal V secolo, la Dormizione di Maria – vale a dire una morte pacifica, in cui l’anima entra nella pace – e la sua Assunzione corporale – l’anima ricongiunta al corpo nell’unità della persona (come avverrà a ciascuno di noi), ormai elevata al cielo, letteralmente sollevata dallo slancio «risurrezionale» del Cristo –.

Ma anche…
Parecchie leggende, ricche peraltro di significato, si sono sedimentate nelle più antiche liturgie. Mentre Maria viene avvisata della sua morte da un angelo, gli apostoli, dispersi lontano da lei, le sono miracolosamente trasportati accanto. Lei li consola, li benedice, prega per la pace del mondo, e muore. Essi la seppelliscono nel Getsemani. Dopo tre giorni, Maria appare loro mentre stanno celebrando l’eucarestia, e gli apostoli trovano la sua tomba vuota. Celebrata originariamente in ricordo di una «stazione» (così si faceva la liturgia, di stazione in stazione) ubicata nei pressi di Betlemme e dove la Vergine si sarebbe riposata, l’Assunzione veniva festeggiata in Oriente come in Occidente nel mese di gennaio. La festa estesa all’impero bizantino intorno all’anno 600, giunse in Occidente quarant’anni più tardi, grazie a papa Teodoro I, il quale proveniva dal clero di Gerusalemme. Nel 1950, Pio XII proclamò con tutte le solennità che si addicono ad un dogma che l’«immacolata Madre di Dio, la sempre Vergine Maria, dopo aver terminato il corso della sua vita terrena, è stata elevata in corpo e anima alla gloria celeste». La chiesa ortodossa, che si prepara a questa festa con un digiuno di quindici giorni, non ha avvertito la necessità di un simile dogma; nessun ortodosso, infatti, contesta il mistero della dormizione-assunzione proclamato dai testi liturgici dell’ortodossia: «Ella è la Madre della vita, e colui che aveva abitato il suo seno verginale l’ha trasferita alla vita… Ogni figlio della terra trasalga nel suo spirito e celebri con gioia la venerabile assunzione della Madre di Dio». Si aggiunga che in oriente la venerazione mariana è al tempo stesso onnipresente e assai discreta, quasi iniziatica, poiché dipendente non tanto dall’annuncio della risurrezione di Cristo, quanto dalla ricezione di tale annuncio. La differenza tra l’oriente e l’occidente è che per il primo Maria doveva passare, in Cristo, attraverso una morte e resurrezione reali, mentre per il secondo il dogma dell’Immacolata Concezione rende dubbia la sua morte: su questo punto il dogma del 1950 non si pronuncia. Si tratta di una semplice disputa terminologica? Ciò che è in gioco sono due approcci parzialmente differenti al tema del «peccato originale» e della sua trasmissione? Oppure il problema è un altro? In realtà, sia per l’oriente che per l’occidente, l’assunzione è un segno delle cose ultime. In Maria, «figlia del proprio Figlio», dice Dante, ci è data un’anticipazione della glorificazione di tutto l’universo che avverrà alla fine dei tempi, quando Dio sarà «tutto in tutti», «tutto in ogni cosa». Innalzata al cielo – a differenza di Cristo che si innalza da se stesso – Maria, dicono certi testi liturgici, è la nostra «Terra promessa». La dormizione-assunzione anticipa la parusia, e non è affatto un caso che nei grandi affreschi che impreziosiscono i muri esterni delle chiese monastiche moldave, il tronco di Iesse divenga un immenso, cosmico roveto ardente. L’assunzione anticipa e prepara il nostro comune destino. Nel corpo della Vergine, sepolto simbolicamente dagli apostoli (richiamo della pentecoste) nel Getsemani (richiamo della passione, unica fonte della nostra salvezza), in quel corpo portato verso la luce originaria e terminale, tutto il creato è assunto dall’Increato, tutta la carne della terra diventa eucaristia. Come Giovanni Damasceno, allora, anche noi possiamo dire: «Rallegrati, germe divino della terra, giardino in cui fu posto l’Albero della vita!».

Preghiera finale: La preghiera che segue è una breve meditazione sul ruolo materno di Maria nella vita del credente: «Maria, donna che sa gioire che sa esultare, che si lascia invadere dalla consolazione piena dello Spirito santo, insegnaci a pregare perché possiamo anche noi scoprire la fonte della gioia. Nella casa di Elisabetta, tua cugina, sentendoti accolta e capita nel tuo intimo segreto, prorompesti nell’inno di esultanza del cuore, parlando di Dio, di te in rapporto a Lui, e della inaudita avventura già avviata di essere madre di Cristo e di noi tutti, popolo santo di Dio. Insegnaci a dare un ritmo di speranza e fremiti di gioia alle nostre preghiere, a volte logorate da amari piagnistei e intrise di mestizia quasi d’obbligo. Il Vangelo ci parla di te, Maria, e di Elisabetta: ambedue custodivate nel cuore qualcosa, che non osavate o non volevate manifestare a nessuno. Ciascuna di voi, però, si sentì compresa dall’altra, quel fatidico giorno della visitazione e aveste parole e preghiera di festa. Il vostro incontro divenne liturgia di ringraziamento e di lode al vostro ineffabile Dio. Tu, donna della gioia profonda, cantasti il Magnificat, rapita e stupita di quanto il Signore andava operando nell’umile sua serva. Magnificat è il grido, l’esplosione della gioia, che scoppia dentro ciascuno di noi, quando si sente accolto e compreso».
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: SABATO 21 AGOSTO 2010   Sab Ago 21, 2010 10:07 am

SABATO 21 AGOSTO 2010

SABATO DELLA XX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, che hai preparato beni invisibili per coloro che ti amano, infondi in noi la dolcezza del tuo amore, perché, amandoti in ogni cosa e sopra ogni cosa, otteniamo i beni da te promessi, che superano ogni desiderio.

Letture:
Ez 43,1-7 (la gloria del signore entrò nel tempio)
Sal 84 (la gloria del signore abiti la nostra terra)
Mt 23,1-12 (dicono e non fanno)

Dicono e non fanno
Non esiste maestro peggiore di colui che insegna un comportamento con le parole e lo contraddice palesemente con le azioni. Gli esempi attraggono, le parole sono come pula che il vento disperde. L’incoerenza è sempre un grave peccato, ma quando questa è perpetrata da coloro che siedono sulle cattedre e si ergono a maestri di santità, diventa motivo di peggiore condanna, perché genera lo scandalo specialmente nei più deboli. Oggi Gesù con parole dure stigmatizza il comportamento degli scribi e dei farisei, i suoi dichiarati e indomabili nemici. Gesù ci insegna come difenderci dai falsi maestri e dai falsi profeti: «Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno». Anzi pretendono ed esigono dagli altri ciò che loro si guardano bene dall’osservare: «Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito». A tale assurda severità aggiungono una ipocrita ostentazione di santità: «Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare «rabbì» dalla gente». È il regno della falsità e dell’ipocrisia. Il Signore rivolgendosi poi ai suoi raccomanda loro di non fregiarsi di titoli altisonanti e soprattutto di non arrogarsi prerogative che spettano solo alla infinita sapienza divina e che possono sgorgare soltanto dall’amore senza limiti dello stesso Signore. A conclusione del suo discorso Gesù ribadisce un concetto che gli è particolarmente caro e che vuole sempre sia praticato dai suoi discepoli: «Il più grande tra voi sia vostro servo».

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare “rabbì” dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno “padre” sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare “maestri”, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Riflessione
- Il vangelo di oggi fa parte di una lunga critica di Gesù contro scribi e farisei (Mt 23,1-39). Luca e Marco hanno appena qualche tratto di questa critica contro i capi religiosi dell’epoca. Solo il vangelo di Matteo la espone lungamente. Questo testo così severo lascia intravedere la polemica delle comunità di Matteo con le comunità dei giudei di quell’epoca in Galilea e Siria.
- Nel leggere questi testi fortemente contrari ai farisei dobbiamo prestare molta attenzione a non essere ingiusti contro il popolo ebreo. Noi cristiani, durante secoli, abbiamo avuto atteggiamenti contro i giudei e, per questo, contro i cristiani. Ciò che importa nel meditare questi testi è scoprire il suo obiettivo: Gesù condanna la mancanza di coerenza e la mancanza di sincerità nella relazione con Dio e con il prossimo. Lui sta parlando di ipocrisia tanto quella di ieri come della nostra, oggi!
- Matteo 23,1-3: L’errore di fondo: dicono, ma non fanno. Gesù si rivolge alla moltitudine e ai discepoli e critica gli scribi e i farisei. Il motivo dell’attacco è l’incoerenza tra le parole e i fatti. Parlano e non fanno. Gesù riconosce l’autorità e la conoscenza degli scribi. “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno!”.
- Matteo 23,4-7: L’errore di fondo si manifesta in molti modi. L’errore di fondo è l’incoerenza: “Dicono, ma non fanno”. Gesù enumera i diversi punti che rivelano l’incoerenza. Alcuni scribi e farisei imponevano pesanti leggi sulla gente. Loro conoscevano bene le leggi, però non le praticavano, né usavano la loro conoscenza per alleggerire il carico sulle spalle della gente. Facevano tutto per essere visti ed elogiati, si servivano di tuniche speciali per la preghiera, a loro piacevano i primi posti ed essere salutati sulla piazza pubblica. Volevano essere chiamati “Maestro”. Rappresentavano un tipo di comunità che manteneva, legittimava e alimentava le differenze di classe e di posizione sociale. Legittimava i privilegi dei grandi e la posizione inferiore dei piccoli. Ora, se c’è una cosa che a Gesù non piace è l’apparenza che inganna.
- Matteo 23,8-12: Come combattere l’errore di fondo. Come deve essere una comunità cristiana? Tutte le funzioni comunitarie devono essere assunte come un servizio: “Il più grande tra di voi sia il vostro servo!”. Nessuno dovete chiamare Maestro (Rabbino), né Padre, né Guida. Poiché la comunità di Gesù deve mantenere, legittimare ed alimentare non le differenze, bensì la fraternità. Questa è la legge fondamentale: “Voi tutti siete fratelli e sorelle!”. La fraternità nasce dall’esperienza di Gesù di Dio Padre, e che fa di tutti noi fratelli e sorelle. “Chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.
- Il gruppo dei Farisei. Il gruppo dei farisei nasce nel II secolo prima di Cristo, con la proposta di un’osservanza più perfetta della Legge di Dio, soprattutto delle prescrizioni sulla purezza. Loro erano più aperti alle novità che i Sadducei. Per esempio, accettavano la fede nella risurrezione e la fede negli angeli, cosa che i Sadducei non accettavano. La vita dei farisei era una testimonianza esemplare: pregavano e studiavano la legge per otto ore al giorno; lavoravano otto ore per poter sopravvivere; si dedicavano al riposo otto ore. Per questo, erano molto rispettati dalla gente. E così, aiutavano la gente a conservare la propria identità e a non perderla, nel corso dei secoli.
- La mentalità chiamata farisaica. Con il tempo, i farisei si afferrano al potere e non ascoltano più gli appelli della gente, né la lasciano parlare. La parola “fariseo” significa “separato”. La loro osservanza era così stretta e rigorosa che si distanziavano dal resto della gente. Per questo erano chiamati “separati”. Da qui nasce l’espressione “mentalità farisaica” È tipica delle persone che pensano di conquistare la giustizia mediante un’osservanza rigida e rigorosa della Legge di Dio. Generalmente, sono persone che hanno paura, che non hanno il coraggio di assumere il rischio della libertà e della responsabilità. Loro si nascondono dietro le leggi e le autorità. Quando queste persone ottengono una funzione importante, diventano dure e insensibili per nascondere la propria imperfezione.
- Rabbino, Guida, Maestro, Padre. Sono i quattro titoli che Gesù proibisce alla gente di usare. Oggi, nella Chiesa, i sacerdoti sono chiamati “padre”. Molti studiano in università della Chiesa ed ottengono il titolo di “Dottore” (maestro). Molte persone fanno direzione spirituale e si consigliano con persone che sono chiamati “Direttore spirituale” (guida). Ciò che importa è tener conto del motivo che spinse Gesù a proibire l’uso di questi titoli. Se fossero usati dalla persona per affermare la sua posizione di autorità e il suo potere, questa persona sarebbe nell’errore e sarebbe criticata da Gesù. Se fossero usati per alimentare ed approfondire la fraternità ed il servizio, non sarebbero criticati da Gesù.

Per un confronto personale
- Quali sono i motivi che ho per vivere e lavorare in comunità?
- La comunità, come mi aiuta a correggere e migliorare le mie motivazioni?

Preghiera finale: Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore: egli annunzia la pace. La sua salvezza è vicina a chi lo teme e la sua gloria abiterà la nostra terra (Sal 84).


Ultima modifica di VINCENZO il Dom Ago 29, 2010 2:24 pm, modificato 2 volte
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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 AGOSTO 2010   Dom Ago 22, 2010 10:01 am

DOMENICA 22 AGOSTO

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Siamo davanti a te, o Padre, e non sapendo come dialogare con te ci facciamo aiutare dalle parole che il tuo figlio Gesù ha pronunziato per noi. Donaci di ascoltare la risonanza sconvolgente di questa parola: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno». È una parola che tu dici a ogni uomo e a ogni donna che l’orecchio al vangelo di tuo Figlio. Donaci di comprenderla. Per poter leggere la tua Scrittura e gustarla, sentirla ardere come un fuoco dentro di me, ti supplichiamo o Padre: donaci il tuo Spirito. E tu Maria, Madre della contemplazione, che hai conservato a lungo nel cuore, le parole, gli eventi, i gesti di Gesù, donaci di contemplare la Parola, di ascoltarla, di lasciarla penetrare nel cuore.

Letture:
Is 66,18-21 (Ricondurranno tutti i vostri fratelli da tutte le genti)
Sal 116 (Tutti i popoli vedranno la gloria del Signore)
Eb 12,5-7.11-13 (Il Signore corregge colui che egli ama)
Lc 13,22-30 (Verranno da oriente a occidente e siederanno a mensa nel regno di Dio)

Piccoli per entrare nel regno
La salvezza è per noi credenti in Cristo, la mèta ultima di tutta la nostra esistenza. A nulla ci gioverebbe aver conquistato il mondo intero se poi perdiamo la nostra anima. Sarebbe un fallimento totale ed irrimediabile. Siamo però fortemente condizionati dall’idea che per conseguire un premio, per avere successo, per vincere le lotte della vita dobbiamo dotarci di forza e di grandezza, di umana potenza. Rispetto al regno di Dio accade esattamente il contrario. Sono ben altre le condizioni per accedervi. Gesù ci ammonisce, con un esempio di facile comprensione, che la porta per entrare in Paradiso è stretta e soltanto i piccoli riescono a varcarla. Ci dice ancora: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!». Vuol dire che il paradiso non si compra ne con i soldi ne con altri mezzi umani. Ci sollecita infatti a diventare come bambini perché l’innocenza e la semplicità di cuore sono le chiavi per aprire quella porta. «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio». San Paolo esortava i primi cristiani a cercare le cose di lassù e non quelle della terra. Il Signore ci indica poi quale deve essere il nostro vero tesoro: «Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano». A proposito degli affanni che ci possono distogliere dai pensieri di vera umiltà, Gesù dice: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta». La triste sorpresa per coloro che confidano in se stessi, nelle proprie forze, o cercano Dio solo per farne uno scudo protettivo ci viene ben descritta nel Vangelo odierno. Siamo al rendimento dei conti: «Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori d’iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti». Auguriamoci di non sentire mai rivolte a noi queste parole. Chiediamo la vera sapienza cristiana, dono dello Spirito e accettiamo di essere o diventare piccoli per poter varcare quella porta che ci introdurrà nella beatitudine eterna.
Gesù si rifiuta di rispondere alla domanda riguardo al numero di coloro che si salveranno: la questione della salvezza non si pone infatti in termini generali, non si pone innanzitutto per gli altri, ma si pone “per me”. Dipende dalla mia accettazione o dal mio rifiuto della salvezza che Gesù mi offre. Il cammino verso la salvezza consiste nel seguire Gesù: egli è la via. Lo sforzo di entrare per “la porta stretta” è lo sforzo di seguire il cammino intrapreso da Gesù, cioè il cammino verso Gerusalemme, il cammino verso il Calvario. Il Calvario fu solo una tappa nel cammino verso la destinazione finale, una tappa di grande sofferenza, di tenebre e di solitudine, ma che sboccò direttamente su un mondo di luce e di gioia, illuminato dal sole nascente di Pasqua, vivente della gioia della risurrezione. L’ingresso al sepolcro di Gesù, nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, è basso e stretto, all’interno l’ambiente è angusto e buio: eppure, proprio da qui la risurrezione, in tutta la sua potenza irresistibile, levò il masso e aprì le tombe riempiendo il mondo di luce e di vita. Il punto in cui si incontrano i due bracci della croce è stretto e basso, ma i bracci indicano i quattro punti cardinali, i quattro venti del mondo. Là Gesù “stese le braccia fra il cielo e la terra, in segno di perenne alleanza” ed estese la sua offerta dell’amore e della salvezza di Dio a tutti gli uomini, ad oriente e ad occidente, a settentrione e a mezzogiorno, invitando ogni uomo e ogni donna, di ogni età e di ogni razza, di ogni colore e di ogni lingua, a partecipare al banchetto del regno di Dio. La porta stretta è il mezzo per uscire dalle angustie di un mondo senza amore; essa è l’apertura verso l’amore senza confini, verso il perdono e la misericordia.

Approfondimento del Vangelo (La porta stretta e l’annuncio della conversione dei pagani)
Il testo: In quel tempo, Gesù passava per città e villaggi, insegnando, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Rispose: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, vi dico, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: Signore, aprici. Ma egli vi risponderà: Non vi conosco, non so di dove siete. Allora comincerete a dire: Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze. Ma egli dichiarerà: Vi dico che non so di dove siete. Allontanatevi da me voi tutti operatori di iniquità! Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio e voi cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, ci sono alcuni tra gli ultimi che saranno primi e alcuni tra i primi che saranno ultimi».

Momenti di silenzio orante: Per mettersi in «religioso ascolto» della voce di Dio occorre un clima di silenzio, di calma interiore. Occorre creare nel proprio cuore «un angolo tranquillo in cui poter avere un contatto con Dio» (E. Stein) e poter realizzare una comunicazione profonda tra te e la Parola. Se non stai in silenzio davanti a Dio, in silenzio ad interrogare il suo volto, aprirai sì le labbra, ma a dire il vuoto.

Chiave di lettura: Il brano della liturgia di questa domenica è inserito nella seconda parte del vangelo di Luca e dove la città di Gerusalemme, meta del cammino esistenziale e teologico di Gesù, è menzionata varie volte di cui tre fanno parte dell’itinerario liturgico post-pasquale: Lc 9,51 (13a domenica ordinaria “C”), Lc 13,22-30 (21a domenica ordinaria “C”) e Lc 17,11 (28a domenica ordinaria “C”). La notizia di viaggio, collocata all’inizio del testo evangelico, aiuta il lettore a ricordarsi di essere in cammino con Gesù verso Gerusalemme. Il cammino verso la città santa è il filo rosso che attraversa tutta la seconda parte del vangelo (Lc 9,51-19,46) e la maggior parte dei racconti è introdotta da verbi di movimento che presentano Gesù e i suoi discepoli come pellegrini o itineranti. Il cammino di Gesù verso la città santa non è in senso stretto un itinerario geografico, ma corrisponde a un viaggio teologico, spirituale. Tale percorso coinvolge anche il discepolo e il lettore del vangelo: l’essere in «cammino» di Gesù li configura come itineranti nel loro mandato di annunciare il vangelo. All’interno di questo viaggio si affaccia la polemica con il mondo giudaico che in Lc 13,10-30 è racchiusa in tre episodi: 13,10-17 (la guarigione della donna curva), 18-21 (le parabole del granello di senapa e del lievito) e in 22-30 (il discorso della porta stretta). Quest’ultimo è il testo proposto dalla liturgia della Parola di questa domenica ed è così articolato. Innanzitutto una notizia di viaggio che crea lo sfondo al discorso di Gesù che viene presentato mentre «passava per città e villaggi, insegnando» (v.22). È una caratteristica lucana contraddistinguere il ministero di Gesù come itineranza. Ora, in una tappa di questo itinerario verso Gerusalemme un tale interpella Gesù con una domanda: quanti sono quelli che si salvano? La risposta di Gesù non proferisce alcun numero circa i salvati ma con un’esortazione-ammonizione, «sforzatevi», indica un atteggiamento da assumere: «entrare per la porta stretta». L’immagine richiama al discepolo e alla comunità di Luca di indirizzare la propria preoccupazione sull’impegno esigente che il cammino della fede richiede. Subito dopo Gesù introduce l’insegnamento vero e proprio con una parabola che associa all’immagine della porta stretta quella del padrone di casa che, quando la chiude, non fa più entrare nessuno (v.25). Tale particolare evoca la finale della parabola delle dieci vergini in Mt 25,10-12. Tali esempi stanno a indicare che c’è un tempo intermedio nel quale bisogna impegnarsi per ricevere la salvezza prima che la porta si chiuda in modo definitivo e irreversibile. Anche la partecipazioni a momenti fondanti la vita della comunità, la cena del Signore («abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza») e la proclamazione della Parola («tu hai insegnato nelle nostre piazze»), se non supportate da uno un impegno di vita, non possono evitare il pericolo della condanna. Il vangelo di Luca ama presentare Gesù che partecipa alla mensa di chi lo invita, ma non tutti coloro che siedono a tavola con lui hanno automaticamente diritto alla salvezza definitiva che è venuto ad annunciare con l’immagine del convito. Così, anche, l’aver ascoltato il suo insegnamento non ti assicura automaticamente che sarai salvato. Infatti, in Luca l’ascolto della parola di Gesù è condizione indispensabile per essere discepolo, ma non è sufficiente, occorre la decisione di seguire il maestro, custodendo il suo insegnamento e portare frutto nella perseveranza (Lc 8,15). Coloro che non sono riusciti ad entrare per la porta stretta prima che si chiudesse vengono chiamati «operatori di iniquità»: sono coloro che non si sono impegnati a realizzare il piano di Dio. La loro situazione futura viene presentata in modo figurativo con un’espressione che dice l’irreversibilità di non essere salvati: «Là sarà pianto e stridore di denti» (v. 28). È interessante il riferimento ai grandi patriarchi biblici (Abramo, Isacco, Giacobbe) e a tutti i profeti: essi entreranno a far parte del regno di Dio. Se ai contemporanei di Gesù questa affermazione poteva sembrare che la salvezza era appannaggio d’Israele, per i cristiani della comunità di Luca costituiva un monito a non considerare in modo automatico questa modalità salvifica. Il regno che Gesù annuncia diventa il luogo in cui s’incontrano discepoli che vengono da «oriente e occidente, da settentrione a mezzogiorno» (v. 29). Il discorso di Gesù inaugura un dinamismo di salvezza che coinvolge tutta l’umanità e si rivolge soprattutto ai poveri e agli ammalati (Lc 14,15-24). Luca, più degli altri evangelisti, è sensibile all’annuncio di una salvezza universale e presenta Gesù che offre la promessa della salvezza non più ristretta a Israele, ma a tutti i popoli. Un segno di questa mutata condizione di salvezza è l’affermazione finale:«quelli che sono ultimi saranno i primi e quelli che sono primi saranno ultimi» (v.30). Un’affermazione che indica come Dio sconvolge e capovolge i meccanismi della logica umana: nessuno deve confidare nelle posizioni che ha raggiunto, ma è invitato a prendere sintonizzarsi continuamente sull’onda del vangelo.

Alcune domande:
- La porta stretta della salvezza richiama la necessità da parte dell’uomo di impegnarsi nell’accedere a tale dono. L’immagine non dice che Dio vuole rendere difficile l’accesso alla salvezza, ma sottolineare la corresponsabilità dell’uomo, la concretezza della fatica e dell’impegno per raggiungerla. Il passare per la porta stretta – secondo Cipriano – indica trasformazione: «Chi non desidera essere trasformato prima possibile a immagine di Cristo?». L’immagine della porta stretta è simbolo dell’opera di trasformazione che impegna il credente in un lento e progressivo lavorio su stesso per affinarsi come personalità plasmata dal vangelo. Più propriamente l’uomo che rischia la perdizione è colui che non si propone alcuna meta e non si impegna in nessuna relazione di reciprocità con Dio, con gli altri e con il mondo. Spesso la tentazione dell’uomo è di proporsi altre porte, apparentemente più facili e utilizzabili, come quelle del ripiegamento egoistico, fare meno dell’amicizia con Dio e delle relazioni con gli altri. Ti impegni a costruire relazioni libere e mature o sei ripiegato su te stesso? Sei convinto che la salvezza ti è donata mediante la dimensione relazionale di comunione con Dio e con gli altri?
- La salvezza è una realtà possibile per tutti. Ogni uomo può conseguirla, ma a tale offerta da parte di Gesù occorre una effettiva e personale risposta da parte dell’uomo. Nell’insegnamento di Gesù non vi è alcun uso della minaccia per coscientizzare l’uomo circa la salvezza ma un invito ad essere pienamente consapevoli dell’opportunità straordinaria ed irreversibile del dono della misericordia e della vita nel confronto e nel dialogo con Dio. Verso cosa e verso chi orienti la tua vita? Quale uso fai della tua libertà? Sai accogliere l’invito di Dio ad essere corresponsabile della tua salvezza oppure ti abbandoni alla dispersione-perdizione?
- Dinanzi alla domanda di quel tale che chiese a Gesù: «Signore, sono pochi, quelli che si salvano?» nessuno può ritenersi un privilegiato. La salvezza appartiene a tutti e tutti siamo chiamati. La porta per accedervi può rimanere chiusa per chi pretende di entrarvi con i bagagli ingombranti delle personali inconsistenze. Senti il desiderio di entrare a far parte di quella «schiera infinita che da oriente a occidente siederanno alla mensa del regno di Dio»? E se ti percepisce ultimo (piccolo, semplice, peccatore, curvato dalla sofferenza...) non disperare se vivi di amore e di speranza. Gesù ha detto che gli ultimi saranno i primi.

Contemplazione: La contemplazione è il momento culminante della lettura biblica meditata e pregata. Contemplare è entrare in un rapporto di fede e di amore, mediante l’ascolto della Parola, con Dio che è vita e verità e che in Cristo ci ha rivelato il suo volto. La Parola di Dio ti svela quel volto nascosto in ogni pagina della Sacra Scrittura. Basta guardare con ammirazione, aprirsi alla luce, lasciare che ti penetri. È l’estasi che si sperimenta davanti al bello e al buono. Prolunga nella tua vita di ogni giorno il clima di questa grande comunicazione che hai sperimentato con Dio nell’ascolto della sua Parola e conserva il gusto della bellezza nel dialogo con gli altri, nel lavoro che svolgerai.

Preghiera finale: O Signore, fa’ che sentiamo la vivezza della tua Parola che abbiamo ascoltato; taglia, ti preghiamo, i nodi delle nostre incertezze, dei cavilli, dei nostri «se» e «ma» che ci impediscono di entrare nella salvezza per la porta stretta. Donaci di accogliere senza paure, senza troppe incertezze, la Paola di Dio che ci invita all’impegno e all’operosità della vita di fede. O Signore, fa’ che la tua Parola ascoltata in questo domenica, giorno del Signore, ci liberi dalle false sicurezze circa la salvezza e ci dia gioia, ci rinforzi, ci purifichi e ci salvi. E tu, Maria, modello di ascolto e di silenzio, aiutaci a essere vivi, autentici, di capire che tutto ciò che è difficile diventa facile, ciò che è oscuro diventa luminoso in forza della Parola.


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VINCENZO



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MessaggioOggetto: SABATO 28 AGOSTO 2010   Sab Ago 28, 2010 7:55 am

SABATO 28 AGOSTO 2010

SABATO DELLA XXI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli, concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi e desiderare ciò che prometti, perché fra le vicende del mondo là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.

Letture:
1Cor 1,26-31 (Dio ha scelto quello che è debole per il mondo)
Sal 32 (Beato il popolo scelto dal Signore)
Mt 25,14-30 (Parabola dei talenti; Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone)

I talenti, doni da fruttificare
Nell’attesa del Signore che viene non dobbiamo restare inoperosi e sfaccendati. Non ci è lecito neanche nascondere, con il pretesto di una falsa umiltà, nascondere il prezioso talento che il buon Dio ci ha affidato. Sin dalla creazione egli ha dotato l’uomo di doni particolari affinché diventi il custode e il continuatore della sua opera. Oltre però a quest’impegno che riguarda tutta l’umanità, ad ognuno di noi ha dato un certo numero di talenti, secondo un suo arcano disegno. I talenti sono i doni di anima e di corpo che ci rendono concretamente capaci di operare per la gloria di Dio e per il bene nostro e del nostro prossimo. Ai suoi occhi non è importante che noi stiamo ad arrovellarci il cervello per valutare quali e quanti sono i suoi doni, ciò che conta che tutti, pochi o tanti, siano messi doverosamente a frutto e ciò anche perché egli ci premia con la stessa misura sia se abbiamo fatto fruttificare un solo talento, sia se ne abbiamo moltiplicati cinque: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Il premio è la gioia, che ha una duplice manifestazione: sulla terra è la gratificazione che sgorga dall’operare il bene, nel cielo è la beatitudine eterna. Scopriamo poi che ancora una volta la fedeltà al Signore trae origine dall’amore che abbiamo verso di lui, come l’infedeltà ha le sue radici nel concezione erronea che abbiamo del nostro Dio e Signore: “Signore, - sono le parole del servo infedele - so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra; ecco qui il tuo”. Forse sono ancora tanti che pensano a Dio come un uomo duro e troppo esigente per cui nei suoi confronti nutrono solo paura e non amore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: «Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele - gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci narra la parabola dei talenti. Questa parabola era tra due parabole: la parabola delle Dieci Vergini (Mt 25,1-13) e la parabola del Giudizio Finale (Mt 25,31-46). Le tre parabole chiariscono ed orientano le persone sulla venuta del Regno. La parabola delle Dieci Vergini insiste sulla vigilanza: il Regno può arrivare in qualsiasi momento. La parabola del Giudizio Finale dice che per possedere il Regno bisogna accogliere i piccoli. La parabola dei Talenti orienta su come fare per far crescere il Regno. Parla dei doni o carismi che le persone ricevono da Dio. Ogni persona ha delle qualità, sa qualcosa che può insegnare agli altri. Nessuno è solo alunno, nessuno è solo professore. Impariamo gli uni dagli altri.
- Una chiave per capire la parabola: Una delle cose che più influisce nella vita della gente è l’idea che ci facciamo di Dio. Tra i giudei della linea dei farisei, alcuni immaginavano che Dio fosse un giudice severo, che trattava alle persone secondo il merito conquistato dalle osservanze. Ciò produceva paura ed impediva alle persone di crescere. Soprattutto impediva che si aprissero uno spazio dentro di sé, per accogliere la nuova esperienza di Dio che Gesù comunicava. Per aiutare queste persone, Matteo racconta la parabola dei talenti.
- Matteo 25,14-15: La porta d’ingresso nella storia della parabola. Gesù racconta la storia di un uomo che, prima di viaggiare, distribuisce i suoi beni ai servi, dando loro cinque, due o un talento, secondo la capacità di ognuno. Un talento corrisponde a 34 chili d’oro, il che non è poco. In definitiva, ognuno riceve lo stesso, perché riceve “secondo la sua capacità”. Ogn’uno riceve la sua piccola o grande coppa piena. Il padrone se ne va all’estero e vi rimane molto tempo. La storia produce una certa suspense. Non si sa con quale scopo il padrone consegna il suo denaro ai servi, né si sa quale sarà la fine.
- Matteo 25,16-18: Il modo di agire di ogni servo. I due primi lavorano e fanno duplicare i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento lo sotterra per non perderlo. Si tratta dei beni del Regno che sono dati alle persone e alle comunità secondo le loro capacità. Tutti ricevono qualche bene del Regno, ma non tutti rispondono allo stesso modo!
- Matteo 25,19-23: Rendiconto del primo e del secondo servo, e risposta del Signore. Dopo molto tempo, il padrone ritorna. I due primi dicono la stessa cosa: “Signore, mi hai consegnato cinque/due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque/due!”. E il padrone dà la stessa risposta: “Bene, servo buono e fedele, gli disse il suo padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone!”.
- Matteo 25,24-25: Rendiconto del terzo servo. Il terzo servo giunge e dice. “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso; per paura andai a nascondere il talento sotto terra: ecco qui il tuo!”. In questa frase appare un’idea sbagliata di Dio che è criticata da Gesù. Il servo considera Dio come un padrone severo. Dinanzi a un Dio così, l’essere umano ha paura e si nasconde dietro l’osservanza esatta e meschina della legge. Pensa che, agendo così, la severità del legislatore non lo castigherà. In realtà, una persona così non crede in Dio, ma crede solo in se stessa e nella sua osservanza della legge. Si rinchiude in sé, si allontana da Dio e non riesce a preoccuparsi degli altri. Diventa incapace di crescere come una persona libera. Questa immagine falsa di Dio isola l’essere umano, uccide la comunità, termina con la gioia ed impoverisce la vita.
- Matteo 25,26-27: La risposta del Signore al terzo servo. La risposta del Signore è ironica. Dice: “Servo malvagio e infingardo, sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse!”. Il terzo impiegato non è stato coerente con l’immagine severa che aveva di Dio. Se lui immaginava che Dio era severo, avrebbe dovuto per lo meno mettere il denaro in banca. Ossia è condannato non da Dio ma dall’idea sbagliata che aveva di Dio e che lo lascia più immaturo e timoroso di quanto doveva essere. Non gli era stato possibile essere coerente con quella immagine di Dio, perché la paura lo disumanizza e gli paralizza la vita.
- Matteo 25,28-30: La parola finale del Signore che chiarisce la parabola. Il padrone ordina di andare a prendere il talento e di darlo a colui che ne ha dieci, “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Ecco la chiave che chiarisce tutto. In realtà, i talenti, il “denaro del padrone”, i beni del Regno, sono l’amore, il servizio, la condivisione. È tutto quello che fa crescere la comunità e rivela la presenza di Dio. Chi si chiude in sé con la paura di perdere il poco che ha, costui perderà perfino quel poco che ha. Ma la persona che non pensa a sé, e si dona agli altri, cresce e riceve a sua volta, in modo inesperto, tutto ciò che ha dato e molto di più. “Chi perde la vita la ottiene, e ottiene la vita chi ha il coraggio di perderla”
- La moneta diversa del Regno. Non c’è differenza tra coloro che hanno ricevuto di più o di meno. Tutti hanno il loro dono secondo la loro capacità. Ciò che importa è che questo dono sia messo al servizio del Regno e faccia crescere i beni del Regno che sono amore, fraternità, condivisione. La chiave principale della parabola non consiste nel far rendere e produrre i talenti, ma nel relazionarsi con Dio in modo corretto. I due primi non chiedono nulla, non cercano il proprio benessere, non tengono per sé, non si chiudono in se stessi, non calcolano. Con la maggiore naturalezza del mondo, quasi senza rendersene conto e senza cercarsi merito, cominciano a lavorare, in modo che il dono dato da Dio renda per Dio e per il Regno. Il terzo ha paura, e per questo non fa nulla. D’accordo con le norme dell’antica legge, lui agisce correttamente. Si mantiene nelle esigenze. Non perde nulla e non guadagna nulla. Per questo, perde perfino ciò che aveva. Il regno è rischio. Chi non vuole correre rischi, perde il Regno!

Per un confronto personale
- Nella nostra comunità, cerchiamo di conoscere e valorizzare i doni di ogni persona? La nostra comunità è uno spazio dove le persone possono far conoscere e mettere a disposizione i loro doni? A volte, i doni di alcuni generano invidia e competitività negli altri. Come reagiamo?
- Come capire la frase: “Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha?”

Preghiera finale: L’anima nostra attende il Signore, egli è nostro aiuto e nostro scudo. In lui gioisce il nostro cuore e confidiamo nel suo santo nome (Sal 32).


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MessaggioOggetto: DOMENICA 29 AGOSTO 2010   Dom Ago 29, 2010 10:05 am

DOMENICA 29 AGOSTO 2010

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Signore, abbiamo tutti un insaziabile bisogno di ascoltarti, e lo sai, perché tu stesso ci hai creati così. «Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68). In queste parole crediamo, di queste parole abbiamo fame e sete; per queste parole, in umiltà e amore, impegniamo tutta la nostra fedeltà. «Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta» (1Sam 3,9). È la preghiera trepidante dell’inconsapevole Samuele; la nostra è un po’ diversa, ma è stata proprio la tua voce, la tua Parola, a cambiare la trepidazione dell’antica preghiera nell’anelito di comunione di un figlio che grida al Padre suo: Parla ché il tuo figlio ti ascolta.

Letture:
Sir 3,19-21.30-31 (Fatti umile, e troverai grazia davanti al Signore)
Sal 67 (Hai preparato, o Dio, una casa per il povero)
Eb 12,18-19.22-24 (Vi siete accostati al monte Sion, alla città del Dio vivente)
Lc 14,1.7-14 (Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato)

Chi si umilia sarà esaltato
Come Gesù riesce ad entrare nei nostri atteggiamenti quotidiani! Il brano evangelico tratto dall’evangelista di San Luca mette in rilievo un nostro modo di agire. In quante occasioni vogliamo primeggiare, vogliamo porci in primo piano! Non soltanto nei momenti importanti della vita e nelle decisioni fondamentali, ma anche in tanti piccoli episodi quotidiani vogliamo dimostrare una nostra superiorità. Sembra quasi un modo di comportarsi naturale, per quanto è diffuso; eppure Gesù da questo piccolo particolare della nostra vita è lo spunto per un bellissimo insegnamento che dovremmo fare nostro per valutare tutta la nostra vita. Gesù ci vuole vedere agli ultimi posti per portarci, con Lui, ai primi posti del banchetto celeste. L’umiliazione alla quale siamo invitati può essere letta in una duplice prospettiva. In direzione verticale nel nostro rapporto con il Signore ed un’altra in senso temporale perché è la promessa nella nostra ricompensa futura. L’unione di queste due prospettive allarga orizzontalmente la nostra vita nell’amore che dimostriamo verso i nostri fratelli. Gesù si è umiliato nella carne per diventare nostro fratello e renderci tutti fratelli nel suo nome e nel suo amore. Proprio l’esempio di Gesù è la nostra migliore indicazione di cosa significhi, concretamente l’umiliazione alla quale siamo invitati. Maria, la madre di Gesù è ancora un esempio che possiamo fare nostro e che ci dimostra come da questo atteggiamento, rettamente compreso, nasce l’amore e la disponibilità per i fratelli; anzi è proprio sul terreno dell’amore e della vera carità che possiamo dimostrare cosa significhi essere umili di fronte al Signore, perché possiamo poi essere esaltati nella gioia del Signore, che ora è seduto alla destra del Padre.
“Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. I grandi maestri dicono che sarebbe meglio non darsi subito come obiettivo l’umiltà. Fissare questo obiettivo fin dall’inizio, significa scivolare impercettibilmente verso una sottile “sufficienza”. Ciò può portare in seguito ad una eccessiva considerazione di se stessi, mentre l’umiltà consiste essenzialmente nel volgere il proprio sguardo al di fuori di se stessi, verso Gesù e verso le grandi realtà della fede, come la grandezza di Dio e la piccolezza dell’uomo, l’eternità e la limitatezza del tempo, la speranza del paradiso e la minaccia proveniente dalle nostre debolezze, la bellezza della santità e l’orrore del peccato. “Chi si umilia sarà esaltato”. Per diventare umili, bisogna cominciare ad amare. È quello che ha fatto Gesù. L’amore misericordioso l’ha fatto scendere dal cielo. L’amore l’ha spinto sulle strade della Palestina. L’amore l’ha condotto a cercare i malati, i peccatori, i sofferenti. Lo stesso amore l’ha portato, senza indugi, alla sua meta, il Calvario, dove “umiliò sé stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). L’umiltà è stata la forma esteriore della sua carità divina e il suo accompagnatore esterno. L’umiltà è stata un atteggiamento proprio della santa Madre che, per la sua purezza, fu a Dio gradita e, per la sua umiltà, attirò Dio a sé, perché Dio “resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia” (Gc 4,6). Maria era umile perché amava la volontà di Dio e delle persone che erano intorno a lei. “Chi si umilia sarà esaltato”. Come possiamo noi mettere in pratica questa frase del Vangelo? Dovremmo darci come obiettivo la carità primordiale del Vangelo e cercare di servire tutti quelli che incontriamo. Ogni persona è nostro Signore, e in ognuna di esse noi abbiamo il privilegio di servire Gesù.

Approfondimento del Vangelo (La parabola dei primi e degli ultimi posti: chi si umilia sarà esaltato)
Il testo: Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cedigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato». Disse poi a colui che l’aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».

Momenti di silenzio orante: Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo.

Contesto: La parabola sulla scelta dei posti viene raccontata in giorno di sabato quando ormai Gesù è a Gerusalemme, dove si compirà il mistero pasquale, dove si celebrerà l’eucarestia della nuova alleanza, a cui segue, poi, l’incontro con il vivente e l’incarico di missione dei discepoli che prolunga quella storica di Gesù. La luce della pasqua fa vedere il cammino che il Signore fa percorrere a tutti quelli che sono chiamati a rappresentarlo come servo, diakonos, in mezzo alla comunità, raccolta attorno alla mensa. È il tema lucano della commensalità o convivialità. Le realtà più belle Gesù le ha realizzate, proclamate e insegnate a tavola in una cornice conviviale. Nel capitolo 14 Luca, con la sua arte di abile narratore, dipinge un quadro, in cui sovrappone due immagini: Gesù a mensa definisce il volto della nuova comunità, convocata attorno alla mensa eucaristica. La pagina è suddivisa in due scene: prima l’invito a pranzo in casa di uno dei capi dei farisei, in giorno di festa, sabato (Lc 14,1-6); poi l’insegnamento con due piccole parabole sul modo di scegliere i posti a tavola e i criteri per fare gli inviti (Lc 14,7-14); infine la parabola sulla grande cena (Lc 14,15-16), che riguarda ancora il problema degli invitati: chi parteciperà alla mensa del regno? Questa si prepara fin d’ora nel rapporto con un Gesù, che convoca attorno a sé le persone nella comunità-chiesa.

Esegesi:
- Il sabato: giorno di festa e di liberazione. Ecco il brano lucano: «Un sabato si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo» (Lc 14,1). In un giorno festivo Gesù è invitato da un responsabile del movimento degli osservanti o farisei. Gesù sta a mensa. In questo contesto avviene il primo episodio: la guarigione di un uomo idropico impedito per la sua menomazione fisica dal partecipare alla mensa. Quelli che sono colpiti nella carne sono esclusi dalle comunità degli osservanti come si sa dalla Regola di Qumran. Il pranzo del sabato ha un carattere festivo e sacro soprattutto per gli osservanti della legge. Il giorno di sabato infatti si fa memoria settimanale dell’esodo e della creazione. Gesù proprio nel giorno di sabato ridà la libertà e reintegra nella piena salute un uomo idropico. Egli quindi giustifica il suo gesto davanti ai maestri ed osservanti della legge con queste parole: «Chi di voi, se un figlio o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà fuori subito in giorno di sabato?». Dio è interessato alle persone e non solo alle proprietà dell’uomo. Il sabato non si riduce ad un’osservanza esterna del riposo sacro, ma è a favore dell’uomo. Con questa preoccupazione rivolta all’uomo, è data anche la chiave per definire i criteri di convocazione in questa comunità simboleggiata dalla mensa: come fare la scelta dei posti? chi invitare e chi alla fine parteciperà al banchetto del regno? Il gesto di Gesù è programmatico: il sabato è fatto per l’uomo. Egli realizza nel giorno di sabato quello che è il significato fondamentale della celebrazione della memoria dell’uscita dall’Egitto e della creazione.
- Sulla scelta dei posti e degli invitati. I criteri per scegliere i posti non si basano sulle precedenze, sui ruoli o la notorietà, ma si ispirano all’agire di Dio che promuove gli ultimi, «perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» (Lc 14,11). Questo principio che chiude la parabola del nuovo galateo, quello del rovesciamento dei criteri mondani, allude all’azione di Dio per mezzo del passivo «sarà esaltato». Dio esalta i piccoli e i poveri così come Gesù ha introdotto nella commensalità della festa sabbatica l’idropico escluso. Vengono poi i criteri per la scelta degli invitati. Sono esclusi i criteri di raccomandazione e di solidarietà corporativa: «non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini...», «Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi» (Lc 14,12.13). L’elenco incomincia con i poveri, che nel vangelo di Luca sono i destinatari delle beatitudine: «Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio». Nell’elenco degli invitati i poveri sono precisati come i menomati fisicamente, gli handicappati, esclusi dalle confraternite farisaiche e dal rituale del tempio (cfr. 2Sam 5,8; Lv 21,18). Questo stesso elenco si ritrova nella parabola della grande cena: poveri, storpi, ciechi e zoppi prendono il posto degli invitati di riguardo (Lc 14,21). Questa seconda parabola sui criteri di scelta degli invitati si conclude con questa proclamazione: «E sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giust» (Lc 14,14), nel tempo finale, quando Dio manifesterà la sua signoria comunicando la vita eterna. A questo punto c’è una frase di un commensale che fa da raccordo tra le due piccole parabole e la parabola sulla grande cena. «Uno dei commensali, avendo udito ciò, disse: «Beato chi prenderà cibo nel regno di Dio!» (Lc 14,15). Questa parola che richiama la beatitudine del regno e la condizione per parteciparvi mediante l’immagine del banchetto, «mangiare il pane», introduce la parabola della grande cena nel suo significato escatologico. Però questo banchetto finale, che è il regno di Dio e la piena comunione con lui, è preparato dalla commensalità attuale. Gesù racconta questa parabola per interpretare la convocazione degli uomini con l’annuncio del regno di Dio e attraverso la sua azione storica.

La parola m’illumina (per meditare)
a) Gesù stando in casa del fariseo che l’aveva invitato a pranzo osserva come gli invitati ricerchino i primi posti. È un atteggiamento molto comune nella vita, non solo quando si sta a tavola: ciascuno cerca sempre il primo posto nell’attenzione e nella considerazione da parte degli altri. Tutti, cominciando da noi stessi, ne abbiamo esperienza. Ma badiamo bene, le parole di Gesù che esortano ad astenersi dal cercare il primo posto non sono semplicemente una esortazione di buon galateo; esse sono una regola di vita. Gesù chiarisce che è il Signore a donare a ciascuno la dignità e l’onore, non siamo noi stessi a darceli, magari vantando i nostri meriti. Come ha fatto nelle Beatitudini, Gesù rovescia il giudizio e i comportamenti di questo mondo. Chi si riconosce peccatore e umile viene esaltato da Dio, chi invece pretende riconoscimenti e primi posti rischia di autoescludersi dal banchetto.
b) «Non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più ragguardevole di te... allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto» (Lc 14,8-9). Sembra che Gesù voglia prendersi gioco degli infantili tentativi degli invitati che si destreggiano per raggiungere la posizione migliore; ma il suo intento ha uno scopo più serio. Parlando ai capi d’Israele mostra quale è il potere che edifica le relazioni del regno: “Chiunque si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11). Descrive loro “il buon uso del potere” fondato sull’umiltà. È lo stesso potere che Dio sprigiona nell’umanità nell’incarnazione: “Al servizio della volontà del Padre, affinché tutta la creazione ritorni a lui, il Verbo non considerò «un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce”. (Fil 2,6-8). Questa kenosi gloriosa del Figlio di Dio” ha la capacità di “guarire, riconciliare e liberare tutta la creazione. L’umiltà è la forza che edifica il regno e la comunità dei discepoli, la Chiesa.

Preghiera finale: «Signore, grazie alla tua luce che è scesa in me, è dilagata nella mia vita la convinzione che sono un peccatore. Ho capito un po’ più a fondo che il tuo Figlio Gesù è il mio Salvatore. La mia volontà, il mio spirito, tutto il mio essere si aggrappa a Lui. Mi vinca l’onnipotenza del tuo amore, Dio mio. Travolga le resistenze che spesso mi rendono ribelle, le nostalgie che mi spingono ad essere svogliato, pigro; vinca tutto il tuo amore perché io possa essere un felice trofeo della tua vittoria. Alla tua fedeltà è ancorata la mia speranza. Sia che debba crescere nel turbine della civiltà, sono un convertito in fiore e tu vigili su questa primavera sbocciata dal Sangue del Figlio tuo. Ad uno ad uno tu ci guardi, ci curi, vegli su di noi; tu, il Coltivatore di questa primavera della vita eterna: tu, Padre di Gesù e Padre nostro; tu, Padre mio!» (Anastasio Ballestrero).
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MessaggioOggetto: SABATO 4 SETTEMBRE 2010   Sab Set 04, 2010 8:25 am

SABATO 4 SETTEMBRE 2010

SABATO DELLA XXII SETTIMANA DEL TAMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, nostro Padre, unica fonte di ogni dono perfetto, suscita in noi l’amore per te e ravviva la nostra fede, perché si sviluppi in noi il germe del bene e con il tuo aiuto maturi fino alla sua pienezza.

Letture:
1Cor 4,6-15 (Soffriamo la fame, la sete, la nudità)
Sal 144 (Il Signore è vicino a chiunque lo invoca)
Lc 6,1-5 (Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?)

Il Signore del Sabato
Gli scribi e i farisei, convinti di essere loro i depositari di tutte le verità e i depositari, custodi e interpreti autentici della Legge, guardavano con crescente diffidenza Gesù e i suoi apostoli e, con occhio indagatore, cercavano ogni pretesto per coglierli in fallo e poi accusarli e screditarli presso il popolo. L’ultimo pretesto lo colgono dal fatto che i discepoli, passando per i campi, con le messi già biondeggianti, raccolgono delle spighe di grano e ne mangiano il frutto. Ecco pronta l’accusa rivolta allo stesso Gesù: «Perché fate ciò che non è permesso fare nel giorno di festa?» Il Signore confuta l’accusa ricorrendo alla stessa fonte biblica da cui i farisei hanno tratto i motivi dell’accusa: «Allora non avete mai letto ciò che fece Davide, quando ebbe fame lui e i suoi compagni? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non fosse lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». Gesù vuol proclamare una nuova legge di libertà, egli vuole svincolare l’uomo dall’osservanza solo esteriore e formale della Legge. Sta per enunciare un comandamento nuovo che si basa sull’amore; egli non vuole che la Legge diventi un capestro per l’uomo, ma che la pratichi come strumento di comunione con Dio, come segnali che indicano la strada del ritorno a lui. è significativa la frase conclusiva del vangelo di oggi: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato». Vuole così dirci che egli sta annunziando un nuovo sabato, che sta dando compimento alla legge antica, sta proclamando la libertà, che è vincolata solo dall’amore e che ci pone dinanzi a Dio come figli e non più come servi e schiavi. Il nuovo sabato sarà il Suo giorno, la sua risurrezione, la nostra domenica. La pasqua settimanale
“Il Figlio dell’uomo è Signore del sabato” e ha il potere di perdonare i peccati sulla terra. In quanto pienamente dipendente dalla volontà del Padre, Cristo è pienamente indipendente da ogni istituzione, sia pure divina come il sabato, da ogni male, compreso il peccato. Nella sua adesione alla volontà del Padre, suo “cibo”, Gesù trova la fonte della perfezione e della libertà, prerogativa essenziale dell’uomo. Perché la vera ragione di ogni asservimento, di ogni schiavitù si situa nel cuore dell’uomo piuttosto che nel contesto della sua esistenza. Egli è venuto a liberare proprio il cuore dell’uomo. L’uomo trova la sua libertà solo se aderisce, come Gesù, alla volontà del Padre, perché aderire alla volontà del Padre significa amare Dio, gli altri e se stessi con il cuore libero di Dio. Libertà, amore e volontà del Padre sono complementari e sono per l’uomo la sola fonte di vera gioia, così come lo furono per Gesù, che non esitò a lasciare che i suoi discepoli cogliessero e sfregassero le spighe di grano nonostante fosse sabato, sapendo che il loro cuore era fisso in Dio. È la sola cosa che conti, è il solo comandamento che libera perché è il comandamento dell’amore.

Lettura del Vangelo: Un sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli coglievano e mangiavano le spighe, sfregandole con le mani. Alcuni farisei dissero: «Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?». Gesù rispose loro: «Non avete letto quello che fece Davide, quando lui e i suoi compagni ebbero fame? Come entrò nella casa di Dio, prese i pani dell’offerta, ne mangiò e ne diede ai suoi compagni, sebbene non sia lecito mangiarli se non ai soli sacerdoti?». E diceva loro: «Il Figlio dell’uomo è signore del sabato».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi narra il conflitto relativo all’osservanza del sabato. L’osservanza del sabato era una legge centrale, uno dei Dieci Comandamenti. Legge molto antica che fu riconsiderata nell’epoca dell’esilio. Nell’esilio, la gente doveva lavorare sette giorni a settimana dalla mattina alla sera, sin condizioni per riunirsi e meditare la Parola di Dio, per pregare insieme e per condividere la fede, i loro problemi e le loro speranze. Ecco quindi il bisogno urgente di fermarsi almeno un giorno alla settimana per riunirsi ed incoraggiarsi a vicenda durante la situazione così dura dell’esilio. Altrimenti avrebbero perso la fede. Fu lì che la fede rinacque e si ristabilì con vigore l’osservanza del sabato.
- Luca 6,1-2: La causa del conflitto. Il sabato, i discepoli attraversano le piantagioni e si aprono cammino strappando spighe. Matteo 12,1 dice che avevano fame (Mt 12,1). I farisei invocano la Bibbia per dire che cosa suppone trasgressione della legge del Sabato: “Perché fate in giorno di sabato quello che non è lecito?” (cfr. Es 20,8-11).
- Luca 6,3-4: La risposta di Gesù. Immediatamente, Gesù risponde ricordando che Davide stesso faceva cose proibite, poiché prese i pani sacri del tempio e li dette da mangiare ai soldati che avevano fame (1Sam 21,2-7). Gesù conosceva la Bibbia e la invocava per dimostrare che gli argomenti degli altri non avevano nessuna base. In Matteo, la risposta di Gesù è più completa. Lui non solo invoca la storia di Davide, ma cita anche la Legislazione che permette ai sacerdoti di lavorare il sabato e cita il profeta Osea: “Misericordia voglio e non sacrificio”. Cita un testo biblico e un testo storico, un testo legislativo ed un testo profetico (cfr. Mt 12,1-18). In quel tempo, non c’erano Bibbie stampate come le abbiamo oggi. In ogni comunità c’era solo una Bibbia, scritta a mano, che rimaneva nella sinagoga. Se Gesù conosce così bene la Bibbia vuol dire che nei 30 anni della sua vita a Nazaret ha partecipato intensamente alla vita comunitaria, dove ogni sabato si leggevano le scritture. A noi manca molto per avere la stessa familiarità con la Bibbia e la stessa partecipazione alla comunità.
- Luca 6,5: La conclusione per tutti noi. E Gesù termina con questa frase: Il Figlio dell’Uomo è signore del sabato! Gesù, Figlio dell’Uomo, che vive nell’intimità con Dio, scopre il senso della Bibbia non dal di fuori, ma dal di dentro, cioè scopre il senso partendo dalla radice, partendo dalla sua intimità con l’autore della Bibbia che è Dio stesso. Per questo, lui si dice signore del sabato. Nel vangelo di Marco, Gesù relativizza la legge del sabato dicendo: “Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato!” (Mc 2,27).

Per un confronto personale
- Come passi la Domenica, il nostro “Sabato”? Vai a messa perché obbligato/a, per evitare il peccato o per poter stare con Dio?
- Gesù conosceva la Bibbia quasi a memoria. Cosa rappresenta la Bibbia per me?

Preghiera finale: Canti la mia bocca la lode del Signore e benedica ogni vivente il suo santo nome, in eterno e per sempre (Sal 144).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010   Dom Set 05, 2010 9:55 am

DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
Sap 9,13-18 (Chi può immaginare che cosa vuole il Signore?)
Sal 89 (Signore, sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione)
Fm 1,9-10.12-17 (Accoglilo non più come schiavo, ma come fratello carissimo)
Lc 14,25-33 (Condizioni per seguire Gesù; Chi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo)

Riceverei la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti
Gesù non si rifiuta di accettare inviti a pranzo dai notabili del tempo; non ha paura di farsi vedere insieme a chi non è accolto tra le simpatie della gente comune. Non vuol dare scandalo e neanche vuol approfittare delle generosità altrui. Egli va sempre e solo dove c’è bisogno di Lui, della sua parola, Parola di vita. Nel rispetto delle singole persone ha sempre quell’insegnamento e quella parola capaci di conversione. Nell’episodio che oggi la liturgia ci propone, Gesù si rivolge prima ai commensali e poi direttamente al padrone di casa, evidenziando – per correggere – delle eventuali ipocrisie. L’insegnamento di Gesù è però per tutti noi. La contabilità di Dio non è paragonabile alla nostra contabilità. In genere noi, nelle nostre azioni, chiediamo sempre un contraccambio. I nostri gesti, anche quelli ispirati da sentimenti di più assoluta generosità, nascondono - talvolta - il desiderio di avere una ricompensa umana. Il Signore ci chiede molto, anche quando operiamo nel bene, perché la nostra ricompensa sarà grande e commisurata all’amore che abbiamo donato nella nostra vita. E’ questa la vera vicinanza che Egli ci chiede; in una vita generosamente goduta troviamo il vero primo posto, quello che ci porta nel Cuore di Dio, così grande da accogliere tutti noi. Leggiamo allora questo episodio come il voler mettere veramente a fuoco ciò che riteniamo di più importante nella nostra vita. Da un lato il plauso e la considerazione solo degli uomini, perché le nostre azioni e le nostre opere siano sempre favorevolmente accettate ed applaudite. Dall’altro la proposta di Gesù che in linea di principio non è in contrasto con questo nostro desiderio di essere sempre visti positivamente dagli altri. Gesù chiede la coerenza nella nostra vita. Non stacchiamo mai il nostro sguardo dalla contemplazione del suo Volto. Scopriremo allora che l’umiltà che Gesù ci chiede non è altro che riconoscere il nostro stato ed anche la possibilità di intrecciare relazioni umane basate sull’amore vero ed il reciproco rispetto.
Voler essere discepoli del Cristo significa avere scelto e deciso di seguirlo, significa avere scelto Cristo come unico punto di riferimento della e nella nostra vita. Lo seguiamo perché lo amiamo e perché abbiamo fondato su di lui, e solo su di lui, il nostro progetto di vita. Vivremo, nonostante tutto, infedeltà ed errori quotidiani, ma non saranno questi a troncare la nostra sequela se sapremo accettarli e viverli come limite e quindi come parte della croce che ogni giorno ci è chiesto di portare. Una croce fatta di grandi e piccole sofferenze e miserie, ma è proprio l’adesione alla “nostra” croce la via per divenire e rimanere suoi discepoli. La Chiesa, oggi e sempre, è costruita da chi ha il coraggio di affidarsi soltanto a Dio e seguire Gesù con totale abbandono e senza nessun compromesso.

Approfondimento del Vangelo (Le condizioni per poter essere discepolo e discepola di Gesù)
Il testo: Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo. Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”. Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace. Così chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo».

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande:
- Se uno viene a me e non odia.... non può essere mio discepolo: Siamo convinti che sia necessario arrivare a separarci da tutto ciò che lega il cuore: affetti ricevuti e donati, la vita stessa, per seguire Gesù?
- Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo: Porto in me la logica della croce, vale a dire la logica dell’amore gratuito?
- I mezzi per portare a compimento: la capacità di pensare informa la mia vita di fede oppure questa si riduce a un impulso interiore che si dilegua di fronte al tempo che scorre sulle vicende quotidiane?
- Per evitare che tutti coloro che vedono comincino a deriderlo: vale anche per me il compenso di chi inizia a seguire il Signore e poi non ha i mezzi umani, cioè la derisione dell’incapacità?
- Chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo: sono convinto che la chiave della sequela sia la povertà del non possedere, ma la beatitudine dell’appartenenza?

Chiave di lettura:
- Tra la gente che segue Gesù ci siamo anche noi con i nostri bagagli di pagine voltate. Uno tra i tanti, il nostro nome si perde. Ma quando Egli si volta e la sua parola raggiunge il dolore dei legami che stringono con forza i pezzi della nostra vita, le domande si rotolano nella valle degli echi più antichi e una sola umile risposta emerge dal crollo di costruzioni incompiute: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.
- v. 25-26. Una folla numerosa andava con lui. Egli si voltò e disse loro: «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo». Al Signore non interessa contare le persone che vanno a lui. Le sue parole sono forti e liberano da ogni illusione. Chi non sa cosa significa odiare? Se io odio una persona, ne sto lontana. Questa discriminazione tra il Signore e gli affetti parentali è la prima esigenza del discepolato. Per imparare da Cristo è necessario ritrovare in lui il nucleo di ogni amore e interesse. L’amore di chi segue il Signore non è un amore di possesso, ma di libertà. Andare dietro a una persona senza la sicurezza che può dare un legame di sangue come è quello dei vincoli familiari e del legame con il proprio sangue cioè con la propria vita equivale al farsi discepoli, luogo di vita che nasce dalla Sapienza divina.
- v. 27. «Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo». L’unico legame che aiuta il seguire Gesù è la croce. Questo simbolo dell’amore che non si tira indietro, capace di essere parola anche quando il mondo mette tutto a tacere con la condanna e la morte, è la lezione del Rabbì nato nella più piccola borgata di Giudea.
- v. 28. «Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine?». Costruire una torre richiede una spesa non indifferente per chi ha poche risorse. Il buon desiderio di costruire se stessi non è sufficiente per farlo, è necessario sedersi, calcolare le spese, cercare i mezzi per portare il lavoro a compimento. La vita dell’uomo resta incompiuta e insoddisfatta perché tanto il progetto della costruzione è meraviglioso quanto i debiti del cantiere enormi! Un progetto su misura: non saper calcolare ciò che è in nostra capacità di compiere non è la saggezza di chi dopo aver arato attende la pioggia, ma l’incoscienza di chi attende la fioritura e il raccolto da semi gettati tra sassi e rovi, senza fare la fatica di dissodare il terreno.
- v. 29-30. «Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: “Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”». La derisione degli altri che arriva come grandine sui sentimenti di speranza di chi voleva arrivare in alto con le sue sole forze è il compenso alla propria arroganza vestita di buona volontà. Quante umiliazioni ognuno porta con sé, ma quanto poco frutto da queste esperienze di dolore! Avere le fondamenta e non ultimare la costruzione, serve a ben poco. I desideri che si infrangono qualche volta sono buoni tutori al nostro ingenuo affermarci... ma noi non li comprenderemo finché tentiamo di coprire l’insuccesso e la delusione del risveglio dal mondo fiabesco dei sogni dell’infanzia. Gesù ci chiede di diventare bambini sì, ma un bambino non pretenderà mai di costruire una torre “vera”! Si accontenterà di una piccola torre sulla riva del mare, perché conosce bene le sue capacità.
- vv. 31-32. «Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace». Nessuna battaglia si potrà mai vincere senza ambascerie di pace. Combattere per avere supremazia regale su ogni altro è di per sé una battaglia perduta. Perché l’uomo non è chiamato ad essere re di dominio, ma signore di pace. E avvicinarsi all’altro mentre è ancora lontano è il segno più bello della vittoria dove nessuno perde e nessuno vince, ma tutti si diventa servi dell’unica vera sovrana del mondo: la pace, la pienezza dei doni di Dio.
- v. 33. «Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo». Se si declinano i vizi capitali, si scoprono le modalità dell’avere di cui parla qui Gesù. Un uomo che modula la sua vita sull’avere è un uomo vizioso: che pretende di avere potere su tutto (superbia), di godere a piacimento (lussuria), di uscire dal limite come diritto che gli appartiene (ira), di essere ingordo di beni (gola), di rubare ciò che è di altri (invidia), di tenere per sé (avarizia), di accoccolarsi nell’apatia senza impegnarsi per alcuna cosa (accidia). Il discepolo invece che viaggia sui binari delle virtù vive dei doni dello Spirito: un uomo che ha il senso delle cose di Dio (sapienza) e lo dona senza trattenerlo, che penetra il significato essenziale di tutto ciò che è Vita (intelletto), che ascolta la voce dello Spirito (consiglio) e si fa eco di ogni discernimento (consiglio), che sa lasciarsi proteggere dal limite del suo essere uomo (fortezza) e non cede alle lusinghe della trasgressione, che sa conoscere i segreti della storia (scienza) per costruire orizzonti di bene, che non si arroga il diritto di dare senso, ma accoglie la sorgente del divino (pietà) che scaturisce negli abissi del silenzio, che rende grazie di fronte alle meraviglie di grazia del suo Creatore (timor di Dio) senza temere la sua piccolezza. Un discepolo così è un altro Gesù.

Riflessione: Il cuore dell’uomo è una rete di vincoli. Legami di tenerezza e di gratitudine, legami di amore e di dipendenza, legami a non finire con tutto ciò che tocca il sentimento. Gesù parla di legami di consanguineità: padre, madre, moglie, figli, fratelli, sorelle, e di legami con la propria vita che nella mentalità semita è simboleggiata dal sangue. Ma il cuore deve essere libero da questi legami per poter andare a Lui e creare un vincolo nuovo che dà vita perché lascia alla persona la libertà di essere quello che è. Ogni discepolo ha un solo compito: quello di apprendere, non di dipendere. I legami del sangue creano dipendenza: quanti ricatti affettivi impediscono agli uomini di costruire la torre della loro esistenza. Quante volte quelle parole: Se mi vuoi bene, fa’ così! oppure: Se mi ami, non farlo... La stessa vita ti può imprigionare quando ti lega a ciò che non va fisiologicamente oppure a ciò che pensi per i condizionamenti di una storia travagliata o a ciò che scegli disordinatamente per una volontà resa debole dai mille reticolati di vicende-ricatto. La croce non lega, stringe perché tutto ciò che porti in te sia effuso, sangue e acqua, fino all’ultima goccia: tutta la tua vita come dono che non attende contraccambio. Appartenere più che possedere: il segreto dell’amore gratuito del Maestro e del discepolo. Chi segue Gesù non è un discepolo qualsiasi che impara una dottrina, diventa il discepolo amato, capace di narrare le mirabilia Dei quando il fuoco dello Spirito farà di lui una fiamma sul candelabro del mondo.

Contemplazione finale: Signore, mentre ti volti e il tuo sguardo si posa su di me, le tue parole frugano nella mia mente per mettermi davanti ciò che è tutta la mia vita. È come se un paio di forbici recidessero dolcemente ma senza tentennamenti i tanti cordoni ombelicali dai quali attingo il nutrimento per andare avanti. E questa azione decisa e necessaria mi restituisce il pieno respiro del mio essere libertà. La Scrittura lo dice nelle prime pagine della storia umana: L’uomo lascerà suo padre e sua madre e andrà verso una completezza nuova, tutta sua, verso l’unità di un amore persona, capace di fecondità e di vita nuova. Ma noi non abbiamo afferrato la parola chiave di tutto questo meraviglioso progetto, una parola che scomoda perché è come le onde del mare sulle quali non puoi lasciarti andare a sicurezze finite, la parola: movimento. La vita non si ferma. Un amore e una vita ricevuta da un padre e da una madre. Sì, un amore pieno, ma che non chiude gli orizzonti. L’uomo lascerà... e andrà... Un uomo e una donna, due in uno, dei figli che saranno il volto del loro amore incontro, ma che domani lasceranno per andare ancora... se ti fermi per afferrare la vita, la vita muore nella tua presa. E con essa muore anche il tuo sogno mai esaudito, quello di un amore pieno che non si esaurisce mai. Donaci, Signore, di capire che l’amore è seguire, ascoltare, andare, fermarsi, perdersi per ritrovarsi in un movimento di libertà che compie ogni ansia di possesso perenne. Non permettere che per la brama di avere la vita, io perda la gioia della mia appartenenza alla vita, a quella Vita divina che entra ed esce in me per altri e in altri e da altri per me per fare dei giorni che passano ondate di Libertà e di Dono nei confini di ogni vissuto. Che io sia per sempre il discepolo amato della tua Vita morente, capace di accogliere in eredità la figliolanza e la custodia nel tuo Spirito di ogni autentica maternità.
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MessaggioOggetto: MERCOLEDÌ 8 SETTEMBRE 2010   Mer Set 08, 2010 6:08 pm

MERCOLEDÌ 8 SETTEMBRE 2010

MERCOLEDÌ DELLA XXIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA


Preghiera iniziale: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.

Letture:
Mic 5,1-4 (Partorirà colei che deve partorire)
Sal 12 (Gioisco pienamente nel Signore)
Mt 1,1-16.18-23 (Il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo)

Da te è nato il Sole di giustizia, Cristo Dio nostro
Alla data della nostra nascita siamo soliti scambiarci gli auguri di buon compleanno. Dovremmo oggi farlo nei confronti della nostra Madre celeste, celebriamo infatti la sua natività. I Vangeli non parlano di questo lieto evento né ci rivelano i nomi dei genitori della Vergine; ci li rivelano invece i vangeli apocrifi. Per noi però la festa di oggi più che celebrare una data o una semplice ricorrenza, vuole ricordarci che la futura Madre del Signore è stata concepita senza ombra di peccato, preservata dal peccato originale, che tutti ci ha coinvolti. Vuole ancora dirci che è lei la donna che schiaccerà il capo al serpente, preannunciata sin dal principio, e ancora che quella fanciulla, nata da Gioacchino ed Anna, sarà poi la prescelta da Dio per diventare la Madre di Cristo. Maria viene così in modo prodigioso innestata nel mistero della redenzione di tutto il genere umano. In questa luce noi vediamo e celebriamo le feste della Vergine Maria. La nascita della fanciulla di Nazaret diventa quindi “la pienezza dei tempi”, quando cioè i disegni di Dio trovano il loro compimento nella storia e i diversi protagonisti assumono i compiti previsti e preannunciati dallo stesso Signore. Così gli eventi umani si legano indissolubilmente ai disegni divini, così anche noi dovremmo impostare e vivere le nostra storia quotidiana per farla diventare storia sacra, la storia del Dio con noi. Potremmo così realizzare l’ideale principale della nostra esistenza quello di fare del nostro tempo, dei nostri eventi, una celebrazione di salvezza, un approdo alla meta finale, dove vivremo senza tempo, nell’eternità di Dio. Ci sgorghi una preghiera particolare in questo giorno: chiediamo alla Beata Vergine una particolare protezione per tutti coloro che si affacciano alla vita in questo giorno, per tutti i bimbi e le bimbe del mondo, spessi minacciati dalle cattiverie degli adulti.
La liturgia ci fa chiedere a Dio che la festa della natività della Madonna ci faccia crescere nella pace. Ed è effettivamente una festa che deve aumentare la pace in noi, perché ci parla dell’amore di Dio verso di noi. La nascita di Maria è il segno che Dio ha preparato per noi la salvezza: per questo ha preparato il corpo e l’anima della madre di Gesù, che è anche madre nostra. San Paolo nella lettera ai Romani scrive: “Quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo” (8,29). Questo è particolarmente vero per la Vergine santa, predestinata ad essere conforme all’immagine del Figlio di Dio e figlio suo. E Dio ha predisposto tutte le cose secondo questa intenzione: “Sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”, troviamo poco prima nella stessa lettera. Dio ha preparato tutte le generazioni umane in vista della nascita di Maria, in vista della nascita di Gesù, e insieme ha agito con mezzi soprannaturali. E nel Vangelo di oggi si può dire che appaiono sia la parte naturale che quella soprannaturale, l’una e l’altra necessarie per la nascita di Maria. Questa lunga serie di generazioni, così monotone alla lettura, è in realtà come la sintesi di una storia vivente, spesso anche di peccatori, che è stata condotta da Dio verso la nascita di Maria e di Gesù. Alla fine però il disegno di Dio si è realizzato con mezzi straordinari, sconcertanti: Giuseppe non capisce ciò che succede, perché avviene per opera dello Spirito Santo. Non bastano dunque le generazioni umane che si succedono nel tempo per il compimento del progetto di Dio: è necessario l’intervento dello Spirito Santo. Tutto dunque ci parla dell’amore di Dio: amore di Dio creatore, amore di Dio salvatore. Oggi dobbiamo, più di sempre, dire a Dio la nostra riconoscenza, la nostra gioia perché egli ha amato Maria e ci ha amati.

Lettura del Vangelo: Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo. Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli, Giuda generò Fares e Zara da Tamar, Fares generò Esrom, Esrom generò Aram, Aram generò Aminadab, Aminadab generò Naasson, Naasson generò Salmon, Salmon generò Booz da Racab, Booz generò Obed da Rut, Obed generò Iesse, Iesse generò il re Davide. Davide generò Salomone da quella che era stata la moglie di Uria, Salomone generò Roboamo, Roboamo generò Abia, Abia generò Asaf, Asaf generò Giosafat, Giosafat generò Ioram, Ioram generò Ozia, Ozia generò Ioatam, Ioatam generò Acaz, Acaz generò Ezechia, Ezechia generò Manasse, Manasse generò Amos, Amos generò Giosia, Giosia generò Ieconia e i suoi fratelli, al tempo della deportazione in Babilonia. Dopo la deportazione in Babilonia, Ieconia generò Salatiel, Salatiel generò Zorobabele, Zorobabele generò Abiud, Abiud generò Eliacim, Eliacim generò Azor, Azor generò Sadoc, Sadoc generò Achim, Achim generò Eliud, Eliud generò Eleazar, Eleazar generò Mattan, Mattan generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù chiamato Cristo. Ecco poi come avvenne la nascita di Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, che era giusto e non voleva ripudiarla, decise di licenziarla in segreto. Mentre però stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Tutto questo avvenne perché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emmanuele”, che significa “Dio con noi”.

Riflessione
- Oggi, 8 settembre, festa della Natività di Nostra Signora, il vangelo riporta la genealogia o la carta d’identità di Gesù. Per mezzo dell’elenco degli antenati, l’evangelista racconta alle comunità chi è Gesù e come Dio agisce in modo sorprendente per compiere la sua promessa. Sulle nostre carte di identità c’è il nostro nome ed il cognome dei nostri genitori. Alcune persone, per dire chi sono, ricordano anche i nomi dei nonni e delle nonne. Altre, si vergognano degli antenati della loro famiglia, e si nascondono dietro apparenze che ingannano. La carta d’identità di Gesù ha molti nomi. Nell’elenco dei nomi c’è una grande novità. In quel tempo, le genealogie indicavano solo il nome degli uomini. Per questo, sorprende che Matteo metta anche cinque donne tra gli antenati di Gesù: Tamar, Raab, Ruth, la moglie di Uria e Maria. Perché scelse proprio queste cinque donne, e non altre? Questa è la domanda che il vangelo di Matteo lascia a noi.
- Matteo 1,1-17: La lunga lista di nomi – l’inizio e la fine della genealogia. All’inizio ed alla fine della genealogia, Matteo fa capire chiaramente qual è l’identità di Gesù: lui è il Messia, figlio di Davide e figlio di Abramo. Quale discendente di Davide, Gesù è la risposta di Dio alle aspettative del popolo giudeo. (2Sam 7,12-16). Quale discendente di Abramo, è fonte di benedizioni e di speranza per tutte le nazioni della terra (Gen 12,13). Così, sia i giudei che i pagani che fanno parte delle comunità della Siria e della Palestina all’epoca di Matteo, potevano vedere le loro speranze realizzate in Gesù. Elaborando l’elenco degli antenati di Gesù, Matteo adotta uno schema di 3 x 14 generazioni (Mt 1,17). Il numero 2 è il numero della divinità. Il numero 14 è due volte 7, che è il numero della perfezione. In quel tempo, era cosa comune interpretare o calcolare l’azione di Dio servendosi di numeri e di date. Per mezzo di questi calcoli simbolici, Matteo rivela la presenza di Dio lungo generazioni ed esprime la convinzione delle comunità che dicevano che Gesù apparve nel tempo stabilito da Dio. Con la sua venuta la storia raggiunge il suo pieno compimento.
- Il messaggio delle cinque donne citate nella genealogia. Gesù è la risposta di Dio alle aspettative sia dei giudei che dei pagani, pero lo è in modo completamento sorprendente. Nelle storie delle quattro donne dell’AT, citate nella genealogia, c’è qualcosa di anormale. Le quattro erano straniere, concepirono i loro figli fuori dagli schemi normali del comportamento dell’epoca e non soddisfanno le esigenze delle leggi di purezza del tempo di Gesù.
1) Tamar, una cananea, vedova, si veste da prostituta per obbligare Giuda ad esserle fedele e a dargli un figlio (Gen 38,1-30).
2) Raab, una cananea, prostituta di Gerico, fece alleanza con gli israeliti. Li aiutò ad entrare nella Terra Promessa e professò la fede in un Dio che libera dall’Esodo. (Gs 2,1-21).
3) Betsabea, una ittita, moglie di Uria, fu sedotta, violentata e messa incinta dal re Davide, che oltre a ciò, ordinò di uccidere il marito (2 Sam 11,1-27).
4) Ruth, una moabita, vedova povera, scelse di restare con Noemi ed aderire al popolo di Dio (Rt 1,16-18). Consigliata da sua suocera Noemi, Ruth imita Tamar e passa la notte insieme a Booz, obbligandolo ad osservare la legge e a dargli un figlio. Dalla loro relazione nasce Obed, il nonno del re Davide (Rt 3,1-15;4,13-17). Queste quattro donne questionano i modelli di comportamento imposti dalla società patriarcale. E così le loro iniziative poco convenzionali daranno continuità alla discendenza di Gesù e porteranno la salvezza di Dio a tutto il popolo. Attraverso di loro Dio realizza il suo piano ed invia il Messia promesso. Veramente, il modo di agire di Dio sorprende e fa pensare! Alla fine, il lettore si pone la domanda: “E Maria? C’è in lei qualche irregolarità? Qual è? La risposta ci viene dalla storia di San Giuseppe che segue nel testo di Matteo” (Mt 1,18-23).
- Matteo 1,18-23: San Giuseppe, uomo giusto. L’irregolarità in Maria è che rimane incinta prima di convivere con Giuseppe, suo promesso sposo, uomo giusto. Gesù disse: “Se la vostra giustizia non è maggiore della giustizia dei farisei e degli scribi, voi non entrerete nel Regno dei cieli”. Se Giuseppe fosse stato giusto secondo la giustizia dei farisei, avrebbe dovuto denunciare Maria e lei sarebbe stata lapidata. Gesù sarebbe morto. Grazie alla vera giustizia di Giuseppe, nacque Gesù.

Per un confronto personale
- Quando mi presento agli altri, cosa dico di me e della mia famiglia?
- Se l’evangelista indica solamente queste cinque donne al lato di oltre quaranta uomini, lui, senza dubbio, vuole comunicare un messaggio. Quale è questo messaggio? Cosa ci dice tutto questo sull’identità di Gesù? E cosa ci dice su di noi?

8 settembre: Natività della Beata Vergine Maria
Biografia: Verso la metà del sec. VII, quattro grandi feste mariane (Purificazione, Annunciazione, Assunzione, Natività di Maria) già celebrate in oriente, entravano nella liturgia romana e venivano celebrate con solennità. Il “Liber Pontificalis” riferisce in merito una costituzione del pontefice Sergio I (687-701). La Natività della Vergine è strettamente legata alla venuta del Messia, come promessa, preparazione e frutto della Salvezza. Aurora che precede il sole di giustizia, Maria preannunzia a tutto il mondo la grazia del Salvatore. Potremmo dire che pur non conoscendo la data certa della sua nascita, questo è il giorno del “compleanno” della Vergine Maria.

Martirologio: Festa della Natività della Beata Vergine Maria, nata dalla discendenza di Abramo, della tribù di Giuda, della stirpe di re Davide, dalla quale è nato il Figlio di Dio fatto uomo per opera dello Spirito Santo per liberare gli uomini dall’antica schiavitù del peccato.

Dagli Scritti
Dai “Discorsi” di Sant’Andrea di Creta, Vescovo
Le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove
«Il termine della legge é Cristo» (Rm 10, 4). Si degni egli di innalzarci verso lo spirito ancora più di quanto ci libera dalla lettera della legge. In lui si trova tutta la perfezione della legge perché lo stesso legislatore, dopo aver portato a termine ogni cosa, trasformò la lettera in spirito, ricapitolando tutto in se stesso. La legge fu vivificata dalla grazia e fu posta al suo servizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservò le sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la legge, che prima costituiva un onere gravoso e una tirannia, diventò, per opera di Dio, peso leggero e fonte di libertà. In questo modo non siamo più «schiavi degli elementi del mondo» (Gal 4, 3), come dice l’Apostolo, né siamo più oppressi dal giogo della legge, né prigionieri della sua lettera morta. Il mistero del Dio che diventa uomo, la divinizzazione dell’uomo assunto dal Verbo, rappresentano la somma dei beni che Cristo ci ha donati, la rivelazione del piano divino e la sconfitta di ogni presuntuosa autosufficienza umana. La venuta di Dio fra gli uomini, come luce splendente e realtà divina chiara e visibile, é il dono grande e meraviglioso della salvezza che ci venne elargito. La celebrazione odierna onora la nartività della Madre di Dio. Però il vero significato e il fine di questo evento é l’incarnazione del Verbo. Infatti la Maria nasce, viene allattata e cresciuta per essere la Madre del Re dei secoli, di Dio. La beata Vergine Maria ci fa godere di un duplice beneficio: ci innalza alla conoscenza della verità, e ci libera dal dominio della lettera, esonerandoci dal suo servizio. In che modo e a quale condizione? L’ombra della notte si ritira all’appressarsi della luce del giorno, e la grazia ci reca la libertà in luogo della schiavitù della legge. La presente festa é come una pietra di confine fra il Nuovo e l’Antico Testamento.
Mostra come ai simboli e alle figure succeda la verità e come alla prima alleanza succeda la nuova. Tutta la creazione dunque canti di gioia, esulti e partecipi alla letizia di questo giorno. Angeli e uomini si uniscano insieme per prender parte all’odierna liturgia. Insieme la festeggino coloro che vivono sulla terra e quelli che si trovano nei cieli. Questo infatti é il giorno in cui il Creatore dell’universo ha costruito il suo tempio, oggi il giorno in cui, per un progetto stupendo, la creatura diventa la dimora prescelta del Creatore.

Dai testi bizantini
Oggi il Dio che siede sui troni spirituali si è preparato un trono santo sulla terra; Colui che nella sua sapienza ha stabilito i cieli, nel suo amore per gli uomini crea un cielo vivente… Ecco il giorno del Signore, rallegratevi popoli! Infatti la camera nuziale della luce, e il libro del Verbo di vita è uscita da un grembo. La porta dell’Oriente è nata e attende l’ingresso del gran Sacerdote, unica a introdurre nell’universo l’unico Cristo, per la salvezza delle nostre anime… La sterilità della nostra natura è abolita, perché una dona sterile è divenuta madre di colei che resterà vergine dopo la nascita del suo Creatore…

Dai testi bizantini
La tua nascita, o Madre di Dio, annunciò gioia a tutta la terra: da te infatti è spuntato il sole di giustizia, Cristo Dio nostro. Avendo sciolto la maledizione, ci ha dato la benedizione; e, distrutta la morte, ci ha fatto dono della vita eterna.

Preghiera finale: Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza (Sal 114).
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MessaggioOggetto: SABATO 11 SETTEMBRE   Sab Set 11, 2010 10:29 am

SABATO 11 SETTEMBRE 2010

SABATO DELLA XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.

Letture:
1Cor 10,14-22 (Noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane)
Sal 115 (A te, Signore, offrirò un sacrificio di ringraziamento)
Lc 6,43-49 (Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?)

Frutti buoni e fondamenta solide
Non è la prima nè l’unica volta che il Signore paragona la nostra vita ad un albero. Ricordiamo tutti la storia del fico arido e ancora meglio quella della vite e dei tralci secchi destinati al fuoco. Gesù, da ottimo conoscitore del nostro intimo, afferma che l’uomo, ognuno di noi, trae i suoi frutti dal buon tesoro del proprio cuore. Dice ancora: «Ascoltate e intendete! Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!». «Dal cuore, infatti, provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie». Il nostro cuore quindi è paragonabile ad un grande contenitore. Se siamo capaci di riempirlo di verità e di bene, le nostre azioni, informate da quel vero e da quel bene, saranno sante e buone. Dipende dall’ascolto, dall’accoglienza che riserviamo alla Parola di Dio. Così ci dice il Signore: «Perché mi chiamate: Signore, Signore, e poi non fate ciò che dico?». Cambiando immagine egli afferma che le fondamenta del nostro edificio spirituale o sono poste sulla roccia, su Cristo, o sulla sabbia. Le tentazioni non mancano davvero e allora o costatiamo con gioia che la nostra casa è ben solida e capace di resistere all’infuriare dei venti e della tempeste o tristemente ne dobbiamo vedere la disfatta, il crollo. È la preghiera, in tutte le sue diverse espressioni e modalità a rendere sempre più ferme e solide le nostre fondamenta. Comprendiamo così anche le cause delle terribili disfatte, dei fallimenti, delle rovine che sconvolgono tante umane esistenze. Quando mancano la preghiera e l’ascolto di Dio si brancola nel buio si cade negli abissi del male.
“L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore”. Perché prendiamo queste e molte altre parole di Cristo come massime di buona condotta, o come meri consigli che Gesù ci ha dato e che noi dovremmo sforzarci di seguire? Perché diciamo: “Signore, Signore”, ma non facciamo quanto ci dice Gesù? Ora, Gesù ci dice che, in lui, con lui e tramite lui, noi siamo figli di Dio. C’è in noi un tesoro posto da Dio stesso. Questo tesoro è la vita stessa di figli. La similitudine dell’albero buono che dà spontaneamente buoni frutti dovrebbe farci capire. Gesù ci chiede di produrre buoni frutti, perché sa da che albero proveniamo, sa di che vite noi siamo i tralci. Questo albero, questa vite è lui. La sua vita è in noi. Le parole di Gesù non sono massime o semplici consigli: noi siamo davvero figli di Dio. La nostra vita di uomini cristiani, perché sia costruita solidamente, deve essere costruita su questa vita, su questo tesoro posto in noi nel giorno del battesimo, tesoro che chiede di essere arricchito. Gesù sa che noi possiamo produrre buoni frutti, se viviamo la sua vita. “Chi viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica...”. Andare verso Gesù tramite la preghiera e i sacramenti. Andiamo verso Gesù per ascoltare la sua parola di verità e produrremo buoni frutti. Il tesoro è in noi grazie alla potenza dello Spirito che ci è stato donato.

Lettura del Vangelo (L’albero e i suoi frutti; la casa sulla roccia): Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L'uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l'uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. Perché mi invocate: «Signore, Signore!» e non fate quello che dico? Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene. Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci riporta la parte finale del Discorso della Pianura che è la versione che Luca presenta del Sermone della Montagna del vangelo di Matteo. E Luca riunisce quanto segue:
- Luca 6,43-45: La parabola dell’albero che da buoni frutti. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d'altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. La lettera dell’apostolo Giacomo serve da commento a questa parola di Gesù: “La sorgente può forse far sgorgare dallo stesso getto acqua dolce e amara? Può forse, miei fratelli, un albero di fichi produrre olive o una vite produrre fichi? Così una sorgente salata non può produrre acqua dolce” (Giacomo 3,11-12). Una persona ben formata nella tradizione della convivenza comunitaria fa crescere dentro di sé una buona indole che la porta a praticare il bene. “Trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore” ma la persona che non fa attenzione alla sua formazione avrà difficoltà a produrre cose buone. Anzi, “dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore”. Riguardo il “buon tesoro del cuore” vale la pena ricordare ciò che dice il libro dell’Ecclesiastico sul cuore, fonte del buon consiglio: “Attieniti al consiglio del tuo cuore, perché nessuno ti è più fedele. Infatti la coscienza di un uomo talvolta suole avvertire meglio di sette sentinelle collocate in alto per spiare. Per tutte queste cose invoca l'Altissimo,
perché guidi la tua via secondo verità” (Sir 37,13-15).
- Luca 6,46: Non basta dire, Signore, Signore. L’importante non è dire cose belle su Dio, ma fare la volontà del Padre ed essere così una rivelazione del suo volto e della sua presenza nel mondo.
- Luca 6,47-49: Costruire la casa sulla rocca. Ascoltare e mettere in pratica, ecco la conclusione finale del Discorso della Montagna. Molta gente cercava sicurezza e potere religioso in doni straordinari o nelle osservanze. Ma la sicurezza vera non viene dal potere, non viene da nulla di ciò. Viene da Dio. E Dio diventa fonte di sicurezza, quando cerchiamo di fare la sua volontà. E così lui sarà la rocca che ci sostiene, nell’ora delle difficoltà e delle tormente.
- Dio rocca della nostra vita. Nel libro dei Salmi, frequentemente troviamo l’espressione: “Signore, mia roccia, mia fortezza… mio Dio, mia rupe, in cui mi rifugio; mio scudo, mia potente salvezza...” (Sal 18,3). Lui è la difesa e la forza di coloro che credono in lui e che cercano la giustizia (Sal 18,21.24). Le persone che hanno fiducia in questo Dio, diventano a loro volta, una rocca per gli altri. Cosi il profeta Isaia invita la gente che stava nell’esilio: “Ascoltatemi, voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. 2Guardate ad Abramo, vostro padre, a Sara che vi ha partorito” (Is 51,1-2). Il profeta chiede alla gente di non dimenticare il passato e di ricordare Abramo e Sara che per la loro fede in Dio diventano rocca, inizio del popolo di Dio. Guardando verso questa rocca, la gente doveva trarre coraggio per lottare ed uscire dall’esilio. E cosi Matteo esorta le comunità ad avere come fonte di sicurezza questa stessa rocca (Mt 7,24-25) e cosi essere loro stesse rocce per rafforzare i loro fratelli nella fede. Questo è anche il significato che Gesù da a Pietro: “tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa” (Mt 16,18). Questa è la vocazione delle prime comunità chiamate ad unirsi a Gesù, la pietra viva, per diventare anche loro pietre vive ascoltando e mettendo in pratica la Parola (Pd 2,4-10; 2,5; Ef 2,19-22).

Per un confronto personale
- Qual è la qualità del mio cuore?
- La mia casa è costruita sulla rocca?

Preghiera finale: Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l'anima mia (Sal 139).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 SETTEMBRE 2010   Dom Set 12, 2010 9:57 am

DOMENICA 12 SETTEMBRE 2010

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Es 32,7-11. 13-14 (Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo)
Sal. 50 (Ricordati di me, Signore, nel tuo amore)
1Tm 1,12-17 (Cristo è venuto per salvare i peccatori)
Lc 15,1-32 (Ci sarà gioia in cielo per un solo peccatore che si converte; Parabola della pecora smarrita; Parabola della moneta perduta; Parabola del padre misericordioso)

Mio Figlio è tornato
Eri tu ad esserti smarrito, avevi chiesto temerariamente la parte dei tuoi beni, pur sapendo che nulla ti apparteneva, nulla potevi esigere da tuo padre. Egli però geloso della tua libertà, ha diviso le sostanze e tu, credendoti finalmente libero e ricco, ti sei avventurato per la strade larghe del mondo senza sapere dove conducessero. Gli spazi senza confini, la libertà senza limiti ti hanno affascinato e così hai intrapreso la tua avventura. Hai provato l’ebbrezza dell’onnipotenza, ti sei sentito come un dio e non ti sei accorto che ti attendevano l’umiliazione, la fame e la solitudine. Il Peccato. Solo quando ti sei ritrovato tra i porci ti sei accorto finalmente della tua miseria e, con i morsi della fame, hai sentito la struggente nostalgia della casa paterna. Ti mancava il pane, ma ancor più ti mancava il Padre. Ti sei ritrovato come uno schiavo ed eri libero! Eri Figlio. Che sofferenza stare con gli immondi e bramare le carrube! «Mi alzerò e andrò da mio Padre», gli chiederò di riprendermi come schiavo, come l’ultimo degli schiavi, avrò così almeno pane a sazietà, non morirò di fame. È cominciato così il tuo ritorno, lungo e faticoso. Hai visto sulla tua strada Colui che ti precedeva verso il monte. Ti ha chiesto il tuo peso perché tu procedessi sgombro verso la casa del Padre. Leggero, il tuo incedere è diventato la corsa anche se non avevi ancora smesso tutti i tuoi timori. Hai alzato gli occhi e hai visto Colui che da sempre ti attendeva, ora ti correva incontro, a braccia aperte. Hai sentito il calore del bacio intenso e del paterno abbraccio che ti rigeneravano alla vita, ti facevano rinascere come Figlio. Non più schiavo ma libero. Hai smesso gli stracci logori e l’abito nuovo t’ha adornato, l’anello del vincolo nuovo, indissolubile hai messo al dito e i calzari ai piedi per percorrere la Via. E poi la festa: un banchetto di comunione e di gioia vera. Lì si canta la misericordia e il perdono. Lì c’è Colui che aveva preso su di sè il tuo peccato e ti sfama con il pane della vita e il vino che diventa sangue. Tutti sono invitati a quella mensa, manca soltanto il fratello che serve fedelmente, ma non è ancora capace di comprendere l’amore che perdona. Ora tu sei l’esperto del perdono. Il tuo canto non avrà mai fine e la casa del Padre ti sembra più ampia dell’intero mondo perché ha le dimensione del cuore di tuo Padre. Ha la dimensione della vera libertà.
«Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”. Ed egli disse loro questa parabola» (Lc 15,1-2). A un uditorio di mormoratori Gesù racconta le tre parabole dei perduti ritrovati. Quale nuova idea di Dio ci rivelano? Tra tutte le parabole sono indubbiamente le più sconvolgenti perché ci insegnano anzitutto che Dio si interessa di ciò che è perduto e che prova grande gioia per il ritrovamento di ciò che è perduto. Inoltre, Dio affronta le critiche per stare dalla parte del perduto: il padre affronta l’ira del figlio maggiore con amore, con pace, senza scusarsi. Gesù affronta le critiche fino a farsi calunniare, critiche che si riproducono continuamente e quasi infallibilmente. Perché tutte le volte che la Chiesa si ripropone l’immagine di Dio che cerca i perduti, nasce il disagio. E ancora, Dio si interessa anche di un solo perduto. Le parabole della pecorella perduta e della donna che fatica tanto per una sola dramma perduta, hanno del paradossale per indicare il mistero di Dio che si interessa anche di uno solo perduto, insignificante, privo di valore, da cui non c’è niente di buono da ricavare. Ciò non significa evidentemente che dobbiamo trascurare i tanti, però è un’immagine iperbolica dell’incomprensibile amore del Signore. Per questo l’etica cristiana arriva a vertici molto esigenti, che non sempre comprendiamo perché non riusciamo a farci un’idea precisa della dignità assoluta dell’uomo in ogni fase e condizione della sua vita (da Perché Gesù parlava in parabole , EDB-EMI 1985, pp. 125ss).

Approfondimento del Vangelo (Le parabole delle cose perdute. Rincontrare Dio nella vita)
Il testo: Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte». Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

Chiave di lettura: Il vangelo d’oggi ci presenta tre parabole per aiutarci ad approfondire in noi l’immagine di Dio. L’immagine che una persona ha di Dio influisce molto nel suo modo di pensare e di agire. Per esempio, l’immagine di Dio giudice severo fa paura alla persona e la rende troppo sottomessa e passiva o ribelle e rivoltosa. L’immagine patriarcale di Dio, cioè, Dio padrone (boss), fu ed è ancora usata per legittimare i rapporti di potere e di dominio, sia nella società che nella Chiesa, nella famiglia come nella comunità. Al tempo di Gesù, l’idea che la gente aveva di Dio era di qualcuno assai distante, severo, giudice che minacciava con il castigo. Gesù rivela una nuova immagine di Dio: Dio padre, pieno di tenerezza con tutti e con ciascuno in particolare. È ciò che le tre parabole di questa domenica ci vogliono comunicare. Nel corso della lettura, cerca di non soffermarti su ogni dettaglio, bensì lascia, in primo luogo, che le parabole entrino in te e ti provochino. Cerca di scoprire ciò che hanno in comune e cerca di confrontarle con l’immagine di Dio che tu hai. Solo dopo, cerca di analizzare i dettagli di ogni parabola: atteggiamenti, gesti, parole, luogo, ambiente, ecc.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 15,1-3: La chiave che apre il significato delle tre parabole;
- Luca 15,4-7: Nella 1ª parabola, tu sei invitato a ritrovare la pecorella smarrita;
- Luca 15,8-10: Nella 2ª parabola, la donna cerca di ritrovare la moneta persa;
- Luca 15,11-32: Nella 3ª parabola, il padre cerca di ritrovare i suoi figli perduti;
- Luca 15,11-13: La decisione del figlio minore;
- Luca 15,14-19: La frustrazione del figlio minore e la volontà di tornare a casa del Padre;
- Luca 15,20-24: L’allegria del Padre di ritrovare il figlio minore;
- Luca 15,25-28b:La reazione del figlio maggiore;
- Luca 15,28a-30: L’atteggiamento del Padre verso il figlio maggiore e la risposta del figlio;
- Luca 15,31-32: La risposta finale del Padre.

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Qual è il punto delle tre parabole che più ti è piaciuto o che ti ha maggiormente colpito? Perché?
b) Qual è il punto centrale della parabola della pecorella smarrita?
c) Qual è il punto centrale della parabola della moneta persa?
d) Qual è l’atteggiamento del figlio minore e qual è l’idea che lui si costruisce del padre?
e) Qual è l’atteggiamento del figlio maggiore e qual è l’idea che si costruisce del padre?
f) Qual è l’atteggiamento del padre con ciascuno dei figli?
g) Con chi dei due figli mi identifico: con il minore o con il maggiore? Perché?
h) Cosa hanno in comune queste tre parabole?
i) La nostra comunità rivela agli altri qualcosa di questo amore pieno di tenerezza di Dio? Padre?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di allora e di oggi: Il 15 capitolo del vangelo di Luca occupa un posto centrale nel lungo percorso di Gesù verso Gerusalemme. Questo percorso inizia in Luca 9,51 e termina in Luca 19,29. Il Capitolo 15 è come la cima della collina da cui si contempla il cammino percorso e da dove è possibile osservare il cammino che manca ancora. È il capitolo della tenerezza e della misericordia accogliente di Dio, temi che si trovano al centro delle preoccupazioni di Luca. Le comunità devono essere una rivelazione del volto di questo Dio per l’umanità. Si tratta di tre parabole. Le parabole di Gesù hanno un obiettivo ben preciso. Per mezzo di queste brevi storie tratte dalla vita reale cercano di condurre chi ascolta a riflettere sulla propria vita ed a scoprire in essa un determinato aspetto della presenza di Dio. Nelle parabole le storie di vita sono di due tipi. Alcune storie non sono normali e non sono solite avvenire nella vita di ogni giorno. Per esempio, il comportamento di bontà del padre con il figlio minore non è normale. In generale, i padri hanno atteggiamenti assai più severi verso i figli che agiscono come il figlio minore della parabola. Le altre storie sono normali e sono solite avvenire nella vita di ogni giorno come, per esempio, l’atteggiamento della donna che spazza la casa per andare in cerca della moneta persa. Come vedremo, si tratta di diversi modi di spingere le persone a riflettere sulla vita e sulla presenza di Dio nella vita.
b) Commento del testo:
- Luca 15,1-2: La chiave che apre il senso delle tre parabole. Le tre parabole del capitolo 15 sono precedute da questa informazione iniziale: “Tutti i pubblicani ed i peccatori si avvicinavano per ascoltare Gesù. Ma i farisei e gli scribi mormoravano: Quest’uomo riceve i peccatori e mangia con loro!” (Lc 15,1). Da un lato ci sono peccatori e pubblicani, dall’altro farisei e scribi, ed in mezzo ai due, Gesù. Era ciò che stava succedendo anche negli anni 80 quando Luca scrive il suo vangelo. I pagani si avvicinavano alle comunità cristiane, volendo entrare e partecipare. Molti fratelli giudei mormoravano dicendo che accogliere un pagano era contro l’insegnamento di Gesù. Le tre parabole li aiutavano a discernere. Nelle tre si avverte la stessa preoccupazione: mostrare ciò che deve essere fatto per ritrovare ciò che è andato perduto: la pecorella smarrita (Lc 15,4-7), la moneta persa (Lc 15,8-10), i due figli persi (Lc 15,11-32).
- Luca 15,3-7: Nella 1ª parabola l’invito che ti è rivolto è a ritrovare la pecorella smarrita. Gesù si dirige a coloro che lo ascoltano: “Se uno di voi ha cento pecore...”. Lui dice “uno di voi”. Ciò significa che tu/voi siete interpellati! Tu, lui, tutti noi siamo interpellati! Siamo invitati a confrontarci con la strana e poco probabile storia della parabola. Gesù chiede: “Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova?”. E tu cosa rispondi alla domanda di Gesù? Vedendo come viene formulata la domanda, si capisce che Gesù pensa che la risposta sia positiva. Ma sarà tale, sarà positiva? Tu correresti il rischio di perdere novantanove pecore per ritrovare quella che si è perduta? Nel mio cuore odo un’altra risposta: “Mi dispiace molto, ma non posso fare questo. Sarebbe una follia abbandonare novantanove pecore nel deserto per ritrovare quella smarrita!”. Ma l’amore di Dio supera le norme di comportamento normale. Solo Dio può compiere una simile follia, così strana, così al di fuori di ciò che normalmente fanno gli esseri umani. Lo sfondo di questa parabola è la critica degli scribi e dei farisei contro Gesù (Lc 15,2). Loro si consideravano perfetti e disprezzavano gli altri, accusandoli di essere peccatori. Gesù dice: “Ma io vi dico: si farà più festa in cielo per un peccatore che si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. E in un’altra occasione dice: “I peccatori e le prostitute vi precederanno nel regno!” (Mt 21,31). Secondo Gesù, Dio è più soddisfatto con la conversione di un pubblicano o di un peccatore, che con novantanove farisei e scribi. È più soddisfatto con la conversione di un ateo che mai va in chiesa che con novantanove cattolici che si dicono praticanti e fedeli e disprezzano atei e prostitute. È sconcertante questa immagine diversa di Dio che Gesù comunica ai dottori, ai farisei ed a tutti noi!
- Luca 15,8-10: Nella 2ª parabola, la donna cerca di ritrovare la moneta perduta. Questa parabola è diversa. La breve storia della moneta perduta allude al comportamento normale e delle donne povere, che non hanno molto denaro. La donna della parabola ha appena dieci monete d’argento. In quel tempo una dramma valeva un giorno di lavoro. Per donne che sono povere, dieci dramme sono molti soldi! Per questo, quando perdono una di queste monete, cercano di ritrovarla e spazzano tutta la casa fino a ritrovarla. E quando la ritrovano, l’allegria è immensa. La donna della parabola va a parlare con le vicine: “Ho ritrovato la moneta che avevo perduto!”. Le persone povere che ascoltano la storia diranno: “Proprio così! Così facciamo in casa! Quando incontriamo la moneta perduta l’allegria è enorme!”. Ebbene per grande che sia l’allegria così comprensibile delle donne povere, quando ritrovano la moneta persa, Dio si rallegra ancor più per un peccatore che si converte!
- Luca 15,11-32: Nella 3ª parabola, il padre cerca di incontrarsi di nuovo con i due figli persi. Questa parabola è molto conosciuta. In essa scorgiamo cose che avvengono solitamente nella vita, e c’è ne sono altre che non avvengono. Il titolo tradizionale è “Il Figlio Prodigo”. In realtà, la storia della parabola non parla solo del figlio minore, bensì descrive l’atteggiamento dei due figli, accentuando lo sforzo del Padre per ritrovare i due figli persi. La localizzazione di questa parabola nel capitolo centrale del vangelo di Luca ne indica l’importanza per l’interpretazione di tutto il messaggio contenuto nel Vangelo di Luca.
- Luca 15,11-13: La decisione del figlio minore. Un uomo aveva due figli. Il minore chiede la parte dell’eredità che gli spetta. Il padre divide tutto tra di loro. Sia il maggiore che il minore ricevono la loro parte. Ricevere l’eredità non è un merito. È un dono gratuito. L’eredità dei doni di Dio è distribuita tra tutti gli esseri umani, sia giudei che pagani, sia cristiani che non cristiani. Tutti hanno qualcosa dell’eredità del Padre. Ma non tutti la curano nello stesso modo. Così, il figlio minore va lontano, e sperpera la sua eredità in una vita dissipata, dimenticando il Padre. Ancora non si parla del figlio maggiore che ricevette anche lui la sua parte di eredità. Più avanti sapremo che lui continua a restare in casa, conducendo la vita di sempre, lavorando nel campo. Al tempo di Luca, il maggiore rappresentava le comunità venute dal giudaismo; il minore le comunità venute dal paganesimo. Ed oggi, chi è il minore e chi il maggiore? O sarà che tutti e due esistono in ognuno di noi?
- Luca 15,14-19: La frustrazione del figlio più giovane e la volontà di ritornare alla casa del Padre. La necessità di dover mangiare fa perdere al più giovane la sua libertà e diventa schiavo per occuparsi di porci. Riceve un trattamento peggiore di quello dato ai porci. Era questa la condizione di milioni di schiavi nell’impero romano al tempo di Luca. Questa situazione fa sì che il figlio più giovane si ricordi della casa del Padre: “Quanti salariati in casa di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame!”. Rivede la propria vita e decide di ritornare a casa. Prepara perfino le parole che dirà a suo Padre: “Mi leverò e andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di esser chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi garzoni!”. L’impiegato esegue gli ordini, compie la legge della servitù. Il figlio minore vuole compiere la legge, come volevano i farisei e gli scribi nel tempo di Gesù (Lc 15,1). Era ciò che i missionari dei farisei imponevano ai pagani che si convertivano al Dio di Abramo (Mt 23,15). Nel tempo di Luca, i cristiani venuti dal giudaismo volevano che i cristiani convertiti dal paganesimo, si sommettessero anche loro al giogo della legge (At 15,1ss).
- Luca 15,20-24: L’allegria del Padre nel rincontrarsi con il figlio minore. La parabola dice che il figlio minore era ancora lontano dalla casa, ma il Padre lo vide, gli corse incontro e lo riempì di baci. Gesù ci dà l’impressione che il Padre aspettò tutto il tempo alla finestra, guardando la strada, per vedere spuntare il figlio sulla strada! Secondo il nostro modo di sentire e di pensare, l’allegria del Padre ci sembra un po’ esagerata. Lui non lascia al figlio di terminare le parole che costui ha preparato. Non ascolta! Il Padre non vuole che suo figlio sia un suo schiavo. Vuole che sia un figlio! È questa la grande Buona Novella che Gesù ci porta! Tunica nuova, sandali nuovi, anello al dito, vitello, festa! In questa immensa allegria dell’incontro, Gesù lascia anche intravedere la grande tristezza del Padre per la perdita del figlio. Dio stava molto triste e di questo ora si rendono conto la gente, vedendo l’enorme allegria del Padre che si incontra di nuovo con il figlio! Ed è un’allegria condivisa con tutti nella festa che ordina di preparare.
- Luca 15,25-28b: La reazione del figlio maggiore. Il figlio maggiore ritorna dal lavoro nel campo e vede che in casa c’è festa. Non entra. Vuole sapere cosa succede. Quando è messo al corrente del motivo della festa, sente molta rabbia dentro di sé e non vuole entrare. Rinchiuso in se stesso, pensa di avere il suo diritto. Non gli piace la festa e non capisce l’allegria del Padre. Segno questo che non aveva molta intimità con il Padre, pur vivendo con lui nella stessa casa. E se avesse avuto tale intimità, avrebbe notato l’immensa tristezza del Padre per la perdita del figlio minore ed avrebbe capito la sua allegria per il suo ritorno. Chi si preoccupa molto di osservare la legge di Dio, corre il rischio di dimenticare Dio stesso! Il figlio minore, pur essendo rimasto lontano da casa, sembra conoscere il Padre più del figlio maggiore, che abita con lui nella stessa casa! E così il più giovane ha il coraggio di ritornare a casa del Padre, mentre il maggiore non vuole più entrare nella casa del Padre! Costui non vuole essere fratello, non si rende conto che il Padre, senza di lui, perderà l’allegria, poiché anche lui, il maggiore, è figlio come il minore!
- Luca 15,28a-30: L’atteggiamento del Padre verso il figlio maggiore e la risposta del figlio.
Il padre esce di casa e supplica il figlio maggiore di entrare. Ma costui risponde: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che questo tuo figlio che ha divorato i tuoi averi con le prostitute è tornato, per lui hai ammazzato il vitello grasso!”. Il figlio maggiore si gloria dell’osservanza compiuta: “non ho mai disobbedito a un tuo comando!”. anche lui vuole festa ed allegria, pero solo con i suoi amici. Non con il fratello, non con il padre. Non parla di suo fratello come tale, non lo chiama fratello, bensì “questo tuo figlio”, come se non fosse più suo fratello. Ed è lui, il maggiore, che parla di prostitute. È la sua malizia che interpreta così la vita del fratello giovane. Quante volte il fratello maggiore interpreta male la vita del fratello più giovane! Quante volte noi cattolici interpretiamo male la vita degli altri! L’atteggiamento del Padre è diverso. Lui esce di casa per i due figli. Accoglie il figlio giovane, ma non vuole perdere il maggiore. I due fanno parte della famiglia. L’uno non può escludere l’altro!
- Luca 15,31-32: La risposta finale del Padre. Così come il Padre non porge attenzione agli argomenti del figlio minore, così nemmeno la porge dinanzi agli argomenti del figlio maggiore e gli dice: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato!”. Sarà che il maggiore era veramente consapevole di stare sempre con il Padre e di trovare in questa presenza la causa della sua allegria? L’espressione del Padre: “Tutto ciò che è mio, è tuo!” include anche il figlio più giovane che è ritornato! Il maggiore non ha diritto a fare distinzioni. Se lui vuole essere figlio del Padre, dovrà accettarlo com’è e non come gli piacerebbe che il Padre fosse! La parabola non dice quale fu la risposta finale del figlio maggiore. Ciò tocca a noi, perché siamo tutti fratelli maggiori!

Ampliando le informazioni (Le due economie: la Casa del Padre, la Casa del Padrone): Questa parabola è conosciuto sotto il nome di: Il figlio prodigo, e ciò lascia insinuare il lato economico. In definitiva, prodigo significa colui che spende, mano aperta, anche se questo è un dettaglio secondario nella parabola. In verità, il punto centrale del testo si trova nella scelta che il seguace di Gesù dovrà fare un giorno: la scelta tra la Casa del Padre o il sistema di condivisione e la casa del padrone o il sistema dell’accumulazione. La parabola inizia con un giovane che chiede al padre di dargli l’eredità perché se ne vuole andare da casa (Lc 15,12). Uscire dalla casa del Padre esige che la persona abbia un’unica cosa che il mondo accetta di buon grado: denaro. Senza denaro il giovane non riuscirà ad affrontare il mondo. Ma il giovane non aveva la maturità sufficiente per amministrare il denaro in una vita sfrenata (Lc 15,13). Per peggiorare le cose, dopo aver terminato il denaro che aveva, passa per difficoltà economiche, che nella Bibbia sono definite sempre con la parola “fame”. Nel mondo biblico esiste la carestia solo se la struttura economica entra in collasso. Così il giovane comincia a trovarsi nel bisogno (Lc 15,14). Affrontare le difficoltà genera maturità. Il giovane percepisce che ha bisogno ancora di denaro per sopravvivere in questo mondo. E così, per la prima volta nella sua vita, va in cerca di un impiego (Lc 15,15). Entra quindi nella Casa del Padrone che lo manda ad occuparsi dei porci. Ma la fame è molta, il salario non è sufficiente, e lui cerca di saziare la fame mangiando ciò che è dato ai porci (Lc 15,16). E nel frattempo, nella casa del padrone le cose non sono così semplice: il mangiare dei porci è per i porci. L’impiegato deve mangiare del salario che guadagna servendo. Così come la fame dell’impiegato, la preoccupazione del padrone è quella di ingrassare i porci. Il giovane scopre che nella casa del padrone il cibo gli è negato, non si condivide nella casa del padrone, nemmeno il cibo dei porci. Ognuno per sé!
A partire dall’esperienza vissuta nella casa del padrone, il giovane comincia a paragonare la sua situazione attuale con la situazione che si vive nella casa di suo padre. Nella Casa del Padre gli impiegati non hanno fame perché lì il pane è condiviso con tutti gli impiegati. Nella casa del padre nessuno rimane senza mangiare, nemmeno gli impiegati! Il giovane decide allora di ritornare a casa del padre. Adesso, ha la sufficiente maturità per riconoscere che non può essere considerato come figlio, e quindi chiede al padre un impiego. Nella casa del padre gli impiegati non hanno fame perché il pane è condiviso. Ci sono persone che pensano che il figlio ritorna perché ha fame. Il suo ritorno sarebbe un opportunismo. Non si tratta di questo, bensì di una scelta per un determinato modello di casa. Nella casa del padrone, non si condivide nulla, nemmeno le carrube dei porci. Nella casa del padre, nessuno ha fame perché la missione della Casa del Padre è quella di “saziare di beni gli affamati” (Lc 1,53). È la condivisione che impedisce che ci sia fame nella casa del padre. Ma il giovane scopre ciò solo perché nella casa del padrone ha fame. Paragonando i due modelli di casa, il giovane opera la sua scelta: preferisce essere impiegato nella casa del padre, luogo di condivisione, luogo in cui nessuno ha fame, tutti si saziano. Così ritorna a casa del padre chiedendo un impiego (Lc 15,17-20). Nel mettere questa riflessione nel cuore del suo vangelo, Luca sta dando un avviso alle comunità cristiane che si stanno organizzando nel sistema economico determinato dall’impero romano. Questo sistema è simbolizzato nella parabola dalla casa del padrone, dove i porci ricevono più attenzione che gli impiegati, ossia, l’investimento vale più del lavoro. Nella Casa del Padre, ossia, nella casa dei cristiani, non può dominare questo sistema. I cristiani devono centralizzare la loro vita nella condivisione dei beni. Condividere i beni vuol dire rompere con il sistema imperiale della dominazione. Vuol dire rompere con la casa del padrone. Nel libro degli Atti percepiamo che una delle caratteristiche della comunità cristiana sta nella condivisione dei beni (At 2,44-45; 3,6; 4,32-37). Luca vuole ricordarci che il segnale maggiore del Regno è la mensa comune nella Casa del Padre, dove c’è posto per tutti e dove il pane è condiviso con tutti. Vivere nella Casa del Padre vuol dire condividere tutto nella mensa comune della comunità. Nessuno può essere escluso da questa mensa. Tutti siamo chiamati a condividere. Come ricordiamo continuamente nelle nostre celebrazioni: non c’è nessuno così povero che non può condividere nulla. E non c’è nessun ricco che non abbia nulla da ricevere. La mensa comune si costruisce con la condivisione di tutti. E così la festa nella Casa del Padre sarà eterna. Le tre parabole hanno qualcosa in comune: l’allegria e la festa. Chi sperimenta l’entrata gratuita e sorprendente dell’amore di Dio nella propria vita se ne rallegra e vuole comunicare questa allegria agli altri. L’azione di salvezza di Dio è fonte di gioia: “Rallegratevi con me!” (Lc 15,6.9). E proprio da questa esperienza della gratuità di Dio nasce il senso della festa e dell’allegria (Lc 15,32). Alla fine della parabola, il Padre chiede di essere allegri e di far festa. L’allegria sembrava diminuita dal figlio maggiore che non voleva entrare. Pensa di aver diritto ad un’allegria solo con i suoi amici e non vuole l’allegria con tutti gli altri della stessa famiglia umana. Rappresenta coloro che si considerano giusti e pensano di non aver bisogno di conversione.

12 settembre: SS.mo Nome di Maria
Martirologio: Festa del santissimo Nome della beata Maria, che il Sommo Pontefice Innocenzo undecimo ordinò che si celebrasse per l’insigne vittoria riportata a Vienna, in Austria, contro i Turchi, col patrocinio della stessa Vergine.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: 14 SETTEMBRE 2010 - ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE   Mar Set 14, 2010 11:10 am

MARTEDÌ 14 SETTEMBRE 2010

MARTEDÌ DELLA XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE


Orazione iniziale: O Padre, che hai voluto salvare gli uomini con la Croce del Cristo tuo Figlio, concedi a noi che abbiamo conosciuto in terra il suo mistero di amore, di godere in cielo i frutti della sua redenzione.

Letture:
Nm 21,4-9 (Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita)
Sal 77 (Non dimenticate le opere del Signore!)
Fil 2,6-11 (Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò)
Gv 3,13-17 (Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo)

Nota: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.

Ti saluto, o croce santa!
È il canto pasquale del Venerdì santo che accompagna i fedeli mentre fanno l’adorazione della croce. Il saluto oggi diventa una festività, una esaltazione che riguarda in primo luogo Colui che umiliandosi per noi si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Dio stesso lo ha poi esaltato perché ogni ginocchio si pieghi in cielo e in terra e ogni lingua proclami che Gesù è il Signore. Celebriamo quindi la gloria di Dio Padre, la nostra liberazione e tutto quel grandioso evento salvifico che noi chiamiamo redenzione, salvezza, riscatto. Tutto ciò ci infonde un salutare pensiero: anche noi indissolubilmente legati alla croce, alla sofferenza, frutto del peccato, veniamo esaltati perché redenti, perché anche noi candidati alla risurrezione con Cristo. Abbiamo la grande occasione di recuperare appieno la fiducia nella salvezza e superare finalmente quell’angoscia che ci opprime quando sperimentiamo invece le amare delusioni che ci propiniamo vicendevolmente noi poveri mortali. Quella croce, prima riservata come umiliante condanna degli schiavi, e noi tutti lo eravamo, segno di ignominia, ora è diventato segno di una definitiva vittoria. Per questo S. Giovanni ci ricorda che «Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui». Quindi è un mistero di amore quello che oggi volgiamo celebrare con l’esaltazione della santa croce. È il giorno della gratitudine, che dobbiamo esprimere con tutta la nostra vita, ma anche semplicemente impegnandoci a fare bene, con attenzione e devozione il segno della croce.
L’esaltazione della santa Croce ci fa conoscere un aspetto del suo cuore che solo Dio stesso poteva rivelarci: la ferita provocata dal peccato e dall’ingratitudine dell’uomo diventa fonte, non solo di una sovrabbondanza d’amore, ma anche di una nuova creazione nella gloria. Attraverso la follia della Croce, lo scandalo della sofferenza può diventare sapienza, e la gloria promessa a Gesù può essere condivisa da tutti coloro che desideravano seguirlo. La morte, la malattia, le molteplici ferite che l’uomo riceve nella carne e nel cuore, tutto questo diventa, per la piccola creatura, un’occasione per lasciarsi prendere più intensamente dalla vita stessa di Dio. Con questa festa la Chiesa ci invita a ricevere questa sapienza divina, che Maria ha vissuto pienamente presso la Croce: la sofferenza del mondo, follia e scandalo, diventa, nel sangue di Cristo, grido d’amore e seme di gloria per ciascuno di noi.

Approfondimento del Vangelo (L’Esaltazione della Santa Croce “Chiunque crede in Gesù ha la vita eterna”)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse a Nicodemo: «Eppure nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell'uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna». Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui.

Chiave di lettura: Il testo propostoci dalla liturgia è tratto dalla Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Non ci deve sorprendere il fatto che il brano scelto per questa celebrazione fa parte del quarto vangelo, perché, è proprio questo vangelo che presenta il mistero della croce del Signore, come l’esaltazione. Questo è chiaro già dagli inizi del vangelo: «come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo» (Gv 3,14; Dn 7,13). Giovanni ci spiega il mistero del Verbo incarnato nel movimento paradossale della discesa-ascesa (Gv 1,14.18; 3,13). È questo mistero infatti che offre la chiave di lettura per capire l’evolversi dell’identità e della missione del Gesù Cristo passus et gloriosus, e possiamo ben dire che questo non vale soltanto per il testo giovanneo. La lettera agli Efesini, per esempio, fa uso di questo movimento paradossale per spiegare il mistero di Cristo: «Ma che significa la parola “ascese”, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra?» (Ef 4,9). Gesù è il Figlio di Dio che diventando Figlio dell’uomo (Gv 3,13) ci fa conoscere i misteri di Dio (Gv 1,18). Questo lo può fare solo egli, in quanto lui solo ha visto il Padre (Gv 6,46). Possiamo dire che il mistero del Verbo che discende dal cielo risponde all’anelito dei profeti: chi salirà nel cielo per svelarci questo mistero? (cfr. Dt 30,12; Prov 30,4). Il quarto vangelo è strapieno di riferimenti al mistero di colui che “è dal cielo” (1Cor 15,47). Questi sono alcune citazioni: Gv 6,33.38.51.62; 8,42; 16,28-30; 17,5. L’esaltazione di Gesù sta proprio nella sua discesa a noi, fino alla morte, e alla morte di Croce, sulla quale egli è stato innalzato come il serpente nel deserto, il quale “chiunque... lo guarderà, resterà in vita” (Nm 21,7-9; Zc 12,10). Questo guardare a Cristo innalzato, Giovanni lo ricorderà nella scena della morte di Gesù: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37). Nel contesto del quarto vangelo, il volgere lo sguardo vuole significare, “conoscere”, “comprendere”, “vedere”. Spesso nel vangelo di Giovanni, Gesù si riferisce al suo innalzamento: «Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo, allora conoscerete che io sono» (Gv 8,28); «“E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (Gv 12,32-33). Anche nei sinottici Gesù annunzia ai suoi discepoli il mistero della sua condanna e morte di croce (vedi Mt 20,17-19; Mc 10,32-34; Lc 18,31-33). Infatti, il Cristo doveva «patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria» (Lc 24,26). Questo mistero rivela il grande amore che Dio ci porta. Egli è il figlio dato a noi, “perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”, questo figlio che noi abbiamo rifiutato e crocifisso. Ma proprio in questo rifiuto da parte nostra, Dio ci ha manifestato la sua fedeltà e il suo amore che non si ferma davanti alla durezza del nostro cuore. Anche con il nostro rifiuto e disprezzo, egli opera la nostra salvezza (cfr. Atti 4,27-28), rimanendo saldo nel compiere il suo piano di misericordia: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,17).

Alcune domande per orientare la riflessione meditativa e l’attualizzazione.
- Cosa ti ha colpito dal vangelo?
- Che cosa significa per te l’esaltazione di Cristo e della sua croce?
- Quali conseguenze comporta nel vissuto della fede questo movimento paradossale di discesa-ascesa?

14 settembre: Festa dell’Esaltazione della Santa Croce
Biografia: La croce, già segno del più terribile fra i supplizi, è per il cristiano l’albero della vita, il talamo, il trono, l’altare della nuova alleanza. Dal Cristo, nuovo Adamo addormentato sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la chiesa. La croce è il segno della signoria di Cristo su coloro che nel Battesimo sono configurati a lui nella morte e nella gloria. Nella tradizione dei Padri la croce è il segno del Figlio dell’uomo che comparirà alla fine dei tempi. La festa dell’esaltazione della croce, che in Oriente è paragonata a quella della Pasqua, si collega con la dedicazione delle basiliche costantiniane, costruite sul Golgota e sul sepolcro di Cristo.

Martirologio: Esaltazione della Santa Croce, quando l’Imperatore Eraclio, vinto il Re Cosroa, la riportò dalla Persia in Gerusalemme.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di sant’Andrea di Creta, vescovo
La croce é gloria ed esaltazione di Cristo
Noi celebriamo la festa della santa croce, per mezzo della quale sono state cacciate le tenebre ed é ritornata la luce. Celebriamo la festa della santa croce, e così, insieme al Crocifisso, veniamo innalzati e sublimati anche noi. Infatti ci distacchiamo dalla terra del peccato e saliamo verso le altezze. È tale e tanta la ricchezza della croce che chi la possiede ha un vero tesoro. E la chiamo giustamente così, perché di nome e di fatto é il più prezioso di tutti i beni. È in essa che risiede tutta la nostra salvezza. Essa é il mezzo e la via per il ritorno allo stato originale. Se infatti non ci fosse la croce, non ci sarebbe nemmeno Cristo crocifisso. Se non ci fosse la croce, la Vita non sarebbe stata affissa al legno. Se poi la Vita non fosse stata inchiodata al legno, dal suo fianco non sarebbero sgorgate quelle sorgenti di immortalità, sangue e acqua, che purificano il mondo. La sentenza di condanna scritta per il nostro peccato non sarebbe stata lacerata, noi non avremmo avuto la libertà, non potremmo godere dell’albero della vita, il paradiso non sarebbe stato aperto per noi. Se non ci fosse la croce, la morte non sarebbe stata vinta, l’inferno non sarebbe stato spogliato. È dunque la croce una risorsa veramente stupenda e imareggiabile, perché, per suo mezzo, abbiamo conseguito molti beni, tanto più numerosi quanto più grande ne é il merito, dovuto però in massima parte ai miracoli e alla passione del Cristo. È preziosa poi la croce perché é insieme patibolo e trofeo di Dio. Patibolo per la sua volontaria morte su di essa. Trofeo perché con essa fu vinto il diavolo e col diavolo fu sconfitta la morte. Inoltre la potenza dell’inferno venne fiaccata, e così la croce é diventata la salvezza comune di tutto l’universo. La croce é gloria di Cristo, esaltazione di Cristo. La croce é il calice prezioso e inestimabile che raccoglie tutte le sofferenze di Cristo, é la sintesi completa della sua passione. Per convincerti che la croce é la gloria di Cristo, senti quello che egli dice: «Ora il figlio dell’uomo é stato glorificato e anche Dio é stato glorificato in lui, e lo glorificherà subito» (Gv 13,31-32). E di nuovo: «Glorificami, Padre, con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17,5). E ancor: «Padre glorifica il tuo nome. Venne dunque una voce dal cielo: L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò» (Gv 12,28), per indicare quella glorificazione che fu conseguita allora sulla croce. Che poi la croce sia anche esaltazione di Cristo, ascolta ciò che egli stesso dice: Quando sarò esaltato, allora attirerò tutti a me (cfr. Gv 12,32). Vedi dunque che la croce é gloria ed esaltazione di Cristo (Disc. 10 sull’Esaltazione della santa croce; PG 97,1018-1019.1022-1023).
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MessaggioOggetto: MERCOLEDI' 15 SETTEMBRE 2010   Mer Set 15, 2010 7:58 am

MERCOLEDÌ 15 SETTEMBRE 2010

MERCOLEDÌ DELLA XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARIA SS.MA ADDOLORATA


Preghiera iniziale: O Padre, che accanto al tuo Figlio, innalzato sulla croce, hai voluto presente la sua Madre Addolorata: fa’ che la santa Chiesa, associata con lei alla passione del Cristo, partecipi alla gloria della risurrezione.

Letture:
Eb 5,7-9 (Imparò l’obbedienza e divenne causa di salvezza eterna)
Sal 30 (Salvami, Signore, per la tua misericordia)
Gv 19,25-27 (Ecco tuo figlio! Ecco tua madre!)

«Donna, ecco il tuo figlio!»
Gesù è morente sulla croce. Sta vivendo nello strazio del dolore i suoi ultimi momenti di atroce passione. Sta per dire al Padre e proclamare all’intera umanità che «Tutto è compiuto». A quel compiuto di amore infinito manca un ufficiale e solenne coinvolgimento della Madre sua, che è lì affranta, ai suoi piedi, a condividere lo stesso dolore, a dare, anche Lei, come aveva dichiarato, all’Angelo, il pieno compimento alla promessa di adempiere fino alla fine la sua missione di Madre del Verbo: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga in me secondo la tua parola». Gesù la chiama ancora «donna» perché la identifica con la nostra umanità da salvare, ma sta per dirle «Madre» perché con la sua intima e profonda partecipazione alla sua sofferenza si qualifica come la corredentrice del genere umano. E come tale la «Donna» diventa «Madre» a pieno titolo: perché è la perfetta discepola, perché sta esprimendo anche Lei in pienezza la sua maternità nei confronti del Figlio, nei confronti dei figli. In quell’ «ecco tuo figlio», Gesù mostra se stesso alla madre e addita tutti noi a Lei. Sta offrendo al Padre il prezzo del nostro riscatto che egli per primo ha pagato per noi, ma che racchiude anche il dono della Madre per tutti i suoi figli. Così Maria, la Madre entra ufficialmente nella «casa». Non è soltanto la casa del discepolo ad accoglierla, ma la Chiesa tutta diventa la casa di Maria. La sua maternità diventa universale e così Lei entra nel nostro mondo e allo stesso tempo assume il suo ruolo, quello di essere la genitrice di tutti i figli che vogliono conformarsi a Cristo. Oggi Egli, guardando ancora con infinito amore la Madre sua, ripete a tutti noi, alla sua Chiesa, a tutti i sofferenti, alle mamme affrante come lei per la perdita dei propri figli: «Ecco la tua madre!». Pare voglia ripetere a tutti: il dolore offerto per amore ormai è soltanto motivo di redenzione e di salvezza perché non conduce più alla morte, ma al riscatto, alla risurrezione, alla vita nuova in Cristo.
Il mondo ha tanto bisogno di compassione e la festa di oggi ci dà una lezione di compassione vera e profonda. Maria soffre per Gesù, ma soffre anche con lui e la passione di Cristo è partecipazione a tutto il dolore dell’uomo. La liturgia ci fa leggere nella lettera agli Ebrei i sentimenti del Signore nella sua passione: “Egli nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte”. La passione di Gesù si è impressa nel cuore della madre, queste forti grida e lacrime l’hanno fatta soffrire, il desiderio che egli fosse salvato da morte doveva essere in lei ancora più forte che non in Gesù, perché una madre desidera più del figlio che egli sia salvo. Ma nello stesso tempo Maria si è unita alla pietà di Gesù, è stata come lui sottomessa alla volontà del Padre. Per questo la compassione di Maria è vera: perché ha veramente preso su di sé il dolore del Figlio ed ha accettato con lui la volontà del Padre, in una obbedienza che dà la vera vittoria sulla sofferenza. La nostra compassione molto spesso è superficiale, non è piena di fede come quella di Maria. Noi facilmente vediamo, nella sofferenza altrui, la volontà di Dio, ed è giusto, ma non soffriamo davvero con quelli che soffrono. Chiediamo alla Madonna che unisca in noi questi due sentimenti che formano la compassione vera: il desiderio che coloro che soffrono riportino vittoria sulla loro sofferenza e ne siano liberati e insieme una sottomissione profonda alla volontà di Dio, che è sempre volontà di amore.

Lettura del Vangelo: Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé.

Riflessione:
- Oggi, festa dell’Addolorata, il vangelo del giorno ci presenta il passaggio in cui Maria, madre di Gesù, ed il discepolo amato, si incontrano sul calvario dinanzi alla Croce. La Madre di Gesù appare due volte nel vangelo di Giovanni: all’inizio, alle nozze di Cana (Gv 2,1-5), ed alla fine, ai piedi della Croce (Gv 19,25-27). Questi due episodi, presenti solo nel vangelo di Giovanni, hanno un valore simbolico assai profondo. Il vangelo di Giovanni, paragonato agli altri tre vangeli, è come una radiografia degli altri tre, mentre che gli altri tre sono solo una fotografia dell’accaduto. Il raggio X della fede aiuta a scoprire negli eventi dimensioni che l’occhio umano non riesce a percepire. Il vangelo di Giovanni, oltre a descrivere i fatti, rivela la dimensione simbolica che esiste in essi. Così, nei due casi, a Cana ed ai piedi della Croce, la Madre di Gesù rappresenta simbolicamente l’Antico Testamento in attesa della venuta del Nuovo Testamento e, nei due casi, lei contribuisce all’avvento del Nuovo. Maria appare come l’anello tra ciò che c’era prima e ciò che verrà dopo. A Cana simbolizza l’AT, percepisce i limiti dell’ Antico e prende l’iniziativa affinché giunga il Nuovo. Dice a suo Figlio: “Non hanno vino!” (Gv 2,3). E sul Calvario? Vediamo:
- Giovanni 19,25: Le donne ed il Discepolo Amato, insieme ai piedi della Croce. Così dice il Vangelo: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala». La “fotografia” mostra la madre insieme al figlio, in piedi. Donna forte, che non si lascia abbattere. “Stabat Mater Dolorosa!”. È una presenza silenziosa che appoggia il figlio nel suo dono fino alla morte, ed alla morte di croce (Fil 2,8). Ma il “raggio-X” della fede mostra come avviene il passaggio dall’AT al NT. Come è avvenuto a Cana, la Madre di Gesù rappresenta l’AT, la nuova umanità che si forma a partire dal vissuto del Vangelo del Regno. Alla fine del primo secolo, alcuni cristiani pensavano che l’AT non era più necessario. Infatti, all’inizio del secondo secolo, Marcione rifiutò tutto l’AT e rimase solo con una parte del NT. Per questo, molti volevano sapere quale fosse la volontà di Gesù riguardo a questo.
- Giovanni 19,26-28: Il Testamento o la Volontà di Gesù. Le parole di Gesù sono significative. Vedendo sua madre, ed accanto a lei il discepolo amato, Gesù dice: “Donna, ecco tuo figlio”. Dopo dice al discepolo: “Ecco tua madre”. L’Antico ed il Nuovo Testamento devono camminare insieme. La richiesta di Gesù, il discepolo amato, il figlio, il NT, riceva la Madre, l’AT, a casa sua. Nella casa del Discepolo Amato, nella comunità cristiana, si scopre il senso pieno dell’AT. Il Nuovo non si capisce senza l’Antico, né l’Antico è completo senza il Nuovo. Sant’ Agostino diceva: “Novum in vetere latet, Vetus in Novo patet”. (Il Nuovo è nascosto nell’Antico. L’Antico sboccia nel Nuovo). Il Nuovo senza l’Antico sarebbe un edificio senza basi. E l’Antico senza il Nuovo sarebbe un albero fruttale che non arriva a dare frutti.
- Maria nel Nuovo Testamento. Di Maria parla poco il NT, e lei dice ancora meno. Maria è la Madre del silenzio. La Bibbia conserva appena sette parole di Maria. Ognuna di esse e come una finestra che permette uno sguardo dentro la casa di Maria e scoprire come era il suo rapporto con Dio. La chiave per capire tutto questo ci viene data da Luca: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!» (Lc 11,28).
a) 1ª Parola: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34)
b) 2ª Parola: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38)
c) 3ª Parola: Il Magnificat (Lc 1,46-55)
d) 4 ª Parola: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48).
e) 5ª Parola: “Non hanno vino!” (Gv 2,3)
f) 6ª Parola: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela» (Gv 2,5)
g) 7ª Parola: Il silenzio ai piedi della Croce, più eloquente di mille parole! (Gv 19,25-27)

Per un confronto personale
- Maria ai piedi della Croce. Donna forte e silenziosa. Come è la mia devozione a Maria, madre di Gesù?
- Nella Pietà di Michelangelo, Maria sembra molto giovane, più giovane del figlio crocifisso, quando doveva avere per lo meno una cinquantina di anni. Chiestogli perché aveva scolpito il volto di Maria da giovane, Michelangelo rispose: “Le persone appassionate di Dio non invecchiano mai!”. Appassionata di Dio! C’è in me questa passione per Dio?

15 settembre: Maria SS.ma Addolorata
Biografia: La memoria della Vergine Addolorata ci chiama a rivivere il momento decisivo della storia della salvezza e a venerare la Madre associata alla passione del Figlio e vicina a lui innalzato sulla croce (Gv 19,25- 27; Paolo VI, Marialis cultus, 7). La sua maternità assume sul Calvario dimensioni universali (Paolo VI, ibidem, 37). Questa memoria di origine devozionale fu introdotta nel calendario romano dal papa Pio VII (1814).

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di San Bernardo, abate
La Madre di Gesù stava presso la croce
Il martirio della Vergine viene celebrato tanto nella profezia di Simeone, quanto nella storia stessa della passione del Signore. Egli é posto, dice del bambino Gesù il santo vegliardo, quale segno di contraddizione, e una spada, dice poi rivolgendosi a Maria, trapasserà la tua stessa anima (cfr. Lc 2, 34-35). Una spada ha trapassato veramente la tua anima, o santa Madre nostra! Del resto non avrebbe raggiunto la carne del Figlio se non passando per l’anima della Madre. Certamente dopo che il tuo Gesù, che era di tutti, ma specialmente tuo, era ispirato, la lancia crudele, non poté arrivare alla sua anima. Quando, infatti, non rispettando neppure la sua morte, gli aprì il costato, ormai non poteva più recare alcun danno al Figlio tuo. Ma a te sì. A te trapassò l’anima. L’anima di lui non era più là, ma la tua non se ne poteva assolutamente staccare. Perciò la forza del dolore trapassò la tua anima, e così non senza ragione ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio, supererò di molto, nell’intensità, le sofferenze fisiche del martirio. Non fu forse per te più che una spada quella parola che davvero trapassò l’anima ed arrivò fino a dividere anima e spirito? Ti fu detto infatti: «Donna, ecco il tuo figlio» (Gv 19,26). Quale scambio! Ti viene dato Giovanni al posto di Gesù, il servo al posto del Signore, il discepolo al posto del maestro, il figlio di Zebedeo al posto del Figlio di Dio, un semplice uomo al posto del Dio vero. Come l’ascolto di queste parole non avrebbe trapassato la tua anima tanto sensibile, quando il solo ricordo riesce a spezzare anche i nostri cuori, che pure sono di pietra e di ferro? Non meravigliatevi, o fratelli, quando si dice che Maria é stata martire nello spirito. Si meravigli piuttosto colui che non ricorda d’aver sentito Paolo includere tra le più grandi colpe dei pagani che essi furono privi di affetto. Questa colpa é stata ben lontana dal cuore di Maria, e sia ben lontana anche da quello dei suoi umili devoti. Qualcuno potrebbe forse obiettare: Ma non sapeva essa in antecedenza che Gesù sarebbe morto? Certo. Non era forse certa che sarebbe ben presto risorto? Senza dubbio e con la più ferma fiducia. E nonostante ciò soffrì quando fu crocifisso? Sicuramente e in modo veramente terribile. Del resto chi sei mai tu, fratello, e quale strano genere di sapienza é il tuo, se ti meravigli della solidarietà nel dolore della Madre col Filgio, più che del dolore del Flgio stesso di Maria? Egli ha potuto morire anche nel corpo, e questa non ha potuto morire con lui nel suo cuore? Nel Figlio operò l’amore superiore a ogni altro amore. Nella Madre operò l’amore, al quale dopo quello di Cristo nessuno altro amore si può paragonare (Disc. nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione 14-15; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 273-274).

Preghiera finale: Quanto è grande la tua bontà, Signore! La riservi per coloro che ti temono, ne ricolmi chi in te si rifugia davanti agli occhi di tutti (Sal 30).


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Set 29, 2010 3:25 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: SABATO 18 SETTEMBRE 2010   Ven Set 17, 2010 1:46 pm

SABATO 18 SETTEMBRE 2010

SABATO DELLA XXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, che hai creato e governi l’universo, fa’ che sperimentiamo la potenza della tua misericordia, per dedicarci con tutte le forze al tuo servizio.

Letture:
1Cor 15,35-37.42-49 (È seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità)
Sal 55 (Camminerò davanti a Dio nella luce dei viventi)
Lc 8,4-15 (Il seme caduto sul terreno buono sono coloro che custodiscono la Parola e producono frutto con perseveranza)

Il seme, la strada, la pietra, le spine, la terra buona
Gesù non solo annuncia il suo vangelo, ma Egli, che scruta i cuori, ha il potere di conoscere come vengono accolte le sue parole. Ricorrendo ad una parabola descrive in modo semplice e facilmente comprensibile, le reazioni interiori, quelle positive e quelle negative che ci accompagnano. Il nostro cuore viene paragonato ad un terreno di diversa natura su cui viene sparsa la parola di Dio come buon seme tutto destinato a moltiplicarsi in copiosi frutti. Abbiamo la più ampia garanzia circa la bontà del seme: è la parola di Dio, la verità assoluta, il bene ultimo, la luce vera che illumina la nostra mente e ci conforma a Cristo. È la provvida informazione che egli ci ha voluto rivelare nella sua persona e nel suo Vangelo. L’esito del raccolto dipende quindi soltanto da noi. La strada accoglie comunque il seme, ma non ha la linfa per farlo fruttificare; il diavolo ha buon gioco; ciò che è duro non assorbe in profondità e facilmente viene portato via. La stessa sorte è riservata ai cuori di pietra, facili ai momentanei entusiasmi, ma troppo superficiali per consentire al seme di mettere radici. Le spine delle preoccupazioni e delle distrazioni, le superficialità, la ricerca delle umane ricchezze e dei facili piaceri non consentono ai semi di giungere a maturazione. Accogliere con fede, custodire «con cuore buono e perfetto» consente invece di ascoltare e produrre con perseveranza frutti abbondanti. Sono così descritte le nostre reali situazioni spirituali. Sono questi i nostri comportamenti, questi i modi diversi di ascoltare il Dio che parla, il Cristo, verità incarnata. Un primo passo potrebbe essere quello di recuperare il silenzio, sia all’interno del nostro spirito che all’esterno. Non è facile ai nostri giorni difendersi dal bombardamento continuo dei rumori e dalle frenesie che ci àgitano interiormente. Bisogna avere il coraggio di decelerare, trovare un incedere più calmo, darsi e dare a Dio spazi e momenti di ascolto.
Essere una terra buona! Questa parabola del seme colpisce perché è esigente. Ma cerchiamo di non cadere in falsi problemi. Certo, noi dobbiamo chiederci in quale tipo di terra ci poniamo. Ma non è qui che troveremo il dinamismo necessario per divenire terra buona in cui la parola produrrà cento frutti da un solo seme. Piuttosto guardiamo, ammiriamo e contempliamo la volontà di Dio, che vuole seminare i nostri cuori. La semente è abbondante: “Il seminatore uscì a seminare la sua semente”. Il Figlio di Dio è uscito, è venuto in mezzo agli uomini per questo, per effondere la vita di Dio e per seminare in abbondanza. Sapersi oggetto della sollecitudine di Dio, che vede la nostra vita come un campo da fecondare. Il nostro Dio è un Dio esigente perché è un Dio generoso. E la sua generosità arriva ancora più in là. Dio è il solo a poter preparare il campo del nostro cuore perché sia pronto ad accogliere la sua parola. Certo, dobbiamo essere vigili per evitare le trappole del tentatore, per eliminare le pietre e le spine, ma solo la nostra fiducia, il nostro rivolgerci fiduciosi a Dio dal quale deriva ogni bene, ce lo permetterà. Dio vuole fecondare la nostra vita. Possa egli preparare anche il nostro cuore. Noi siamo poveri di fronte a lui e solo l’invocazione rivolta a lui dal profondo della nostra miseria può far sì che diveniamo “terra buona”.

Lettura del Vangelo: Poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: «Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. Un’altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. Un’altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano. Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio. I semi caduti lungo la strada sono coloro che l’hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza».

Riflessione:
- Nel vangelo di oggi, meditiamo sulla parabola del seme. Gesù aveva uno stile assai popolare di insegnare per mezzo di parabole. Una parabola è un paragone che usa le cose conosciute e visibili della vita per spiegare le cose invisibili e sconosciute del Regno di Dio. Gesù aveva una capacità enorme di trovare immagini ben semplici per paragonare le cose di Dio con le cose della vita che la gente conosceva e sperimentava nella sua lotta quotidiana per sopravvivere. Ciò suppone due cose: stare dentro le cose della vita, e stare dentro le cose di Dio, del Regno di Dio. Per esempio, la gente della Galilea se ne intendeva di semi, di terreno, di pioggia, di sole, di sale, di fiori, di raccolto, di pesca, etc. Ora, sono esattamente queste cose conosciute che Gesù usa nelle parabole per spiegare il mistero del Regno. L’agricoltore che ascolta dice: “Semente in terra, so cosa vuol dire. Gesù dice che ciò ha a che vedere con il Regno di Dio. Cosa sarà mai?”. Ed è possibile immaginare le lunghe conversazioni con la gente! La parabola entra nel cuore della gente e la spinge ad ascoltare la natura ed a pensare alla vita.
- Quando termina di raccontare la parabola, Gesù non la spiega, ma è solito dire: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Che significa: “Avete sentito questa parabola. Ora cercate di capirla!”. Ogni tanto lui spiegava ai discepoli. Alla gente piaceva questo modo di insegnare, perché Gesù credeva nella capacità personale di scoprire il senso delle parabole. L’esperienza che la gente aveva della vita era per lui un mezzo per scoprire la presenza del mistero di Dio nella loro vita e di prendere forza per non scoraggiarsi lungo il cammino.
- Luca 8,4: La moltitudine dietro Gesù. Luca dice: una gran folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città. Allora disse questa parabola. Marco descrive come Gesù racconta la parabola. C’era tanta gente intorno a lui. Per non cadere, sale su una barca e sedutosi insegna alla gente che si trova sulla spiaggia (Mc 4,1).
- Luca 8,5-8a: La parabola del seme rispecchia la vita degli agricoltori. In quel tempo, non era facile vivere dell’agricoltura. Il terreno era pieno di pietre. Poca pioggia, molto sole. Inoltre, molte volte, la gente accorciava il cammino e passando in mezzo ai campi calpestava le piante (Mc 2,23). Ma malgrado ciò, ogni anno l’agricoltore seminava e piantava, con fiducia nella forza del seme, nella generosità della natura.
- Luca 8,8b: Chi ha orecchi per intendere, intenda! Alla fine, Gesù termina dicendo: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!». Il cammino per giungere a capire la parabola è la ricerca: “Cercate di capire!”. La parabola non dice tutto immediatamente, ma spinge la persona a pensare. Fa in modo che scopra il messaggio partendo dall’esperienza che la persona stessa ha del seme. Spinge ad essere creativi e partecipativi. Non è una dottrina che si presenta pronta per essere insegnata e decorata. La parabola non è acqua in bottiglia, è la fontana.
- Luca 8,9-10: Gesù spiega la parabola ai discepoli. In casa, soli con Gesù, i discepoli vogliono sapere il significato della parabola. Gesù risponde per mezzo di una frase difficile e misteriosa. Dice ai discepoli: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché vedendo non vedano e ascoltando non comprendano». Questa frase fa sorgere una domanda nel cuore della gente: A cosa serve la parabola? Per chiarire o per nascondere? Gesù usava le parabole affinché la gente continuasse nella sua ignoranza e non giungesse a convertirsi? Certamente no! In un altro punto si dice che Gesù usava le parabole «come potevano intendere» (Mc 4,33). La parabola rivela e nasconde allo stesso tempo! Rivela per coloro che “sono dentro”, che accettano Gesù Messia Servo. Nasconde per coloro che insistono nel vedere in lui il Messia Re grandioso. Costoro intendono le immagini della parabola, ma non capiscono il suo significato.
- Luca 8,11-15: La spiegazione della parabola, nelle sue diverse parti. Una ad una, Gesù spiega le parti della parabola, la semina, il terreno fino al raccolto. Alcuni studiosi pensano che questa spiegazione fu aggiunta dopo. Non sarebbe di Gesù, ma di qualche comunità. È possibile! Non importa! Perché nel bocciolo della parabola c’è il fiore della spiegazione. Bocciolo e fiore, ambedue hanno la stessa origine che è Gesù. Per questo, anche noi possiamo continuare a riflettere e scoprire altre cose belle nella parabola. Una volta, una persona in una comunità chiese: “Gesù disse che dobbiamo essere sale. A cosa serve il sale?”. Le persone dettero la loro opinione partendo dall’esperienza che ognuna di loro aveva del sale! Ed applicarono tutto questo alla vita della comunità e scoprirono che essere sale è difficile ed esigente. La parabola funzionò! Lo stesso vale per la semente. Tutti ne hanno una certa esperienza.

Per un confronto personale
- La semente cade in quattro luoghi diversi: per la strada, tra le pietre, tra gli spini e in un buon terreno. Cosa significa ognuno di questi quattro terreni? Che tipo di terreno sono io? A volte la gente è pietra. Altre volte spini. Altre volte cammino. Altre volte terreno buono. Nella nostra comunità, cosa siamo normalmente?
- Quali sono i frutti che la Parola di Dio sta producendo nella nostra vita e nella nostra comunità?

Preghiera finale: Manifestino agli uomini i tuoi prodigi e la splendida gloria del tuo regno. Il tuo regno Signore è regno di tutti i secoli, il tuo dominio si estende ad ogni generazione (Sal 114).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 19 SETTEMBRE 2010   Ven Set 17, 2010 2:00 pm

DOMENICA 19 SETTEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore, Padre mio, oggi porto davanti a te la mia debolezza, la mia vergogna, la mia lontananza; non nascondo più la mia disonestà e infedeltà, perché tutto tu conosci e vedi, fino in fondo, con gli occhi del tuo amore e della tua compassione. Ti prego, buon medico, versa sulla mia piaga l’unguento della tua Parola, della tua voce che mi parla, mi chiama e mi ammaestra. Non togliermi il tuo dono, che è lo Spirito Santo: lascia che soffi su di me, come alito di vita, dai quattro venti; che mi avvolga come lingua di fuoco e che mi inondi come acqua di salvezza; invialo per me dai tuoi cieli santi, come colomba di verità, che mi annunci, anche per oggi, che tu ci sei e mi aspetti, mi riprendi con te, dopo tutto, come al primo giorno, quando tu mi plasmasti e creasti e chiamasti.

Letture:
Am 8,4-7 (Contro coloro che comprano con denaro gli indigenti)
Sal 112 (Benedetto il Signore che rialza il povero)
1Tm 2,1-8 (Si facciano preghiere per tutti gli uomini a Dio il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati)
Lc 16,1-13 (Non potete servire Dio e la ricchezza)

L’amministratore disonesto
Oggi leggiamo una parabola di Gesù che sembra scontrarsi violentemente con la nostra mentalità. Come giustificare dei comportamenti disonesti, in un mondo dove sembra che la corruzione dilaghi esponenzialmente? Possibile che il Vangelo, la Parola di Dio, possa lodare la corruzione? Qual è il messaggio che dobbiamo cogliere da questa parabola? Leggiamo allora tutto il brano evangelico e vedremo l’intento di Gesù è ristabilire una priorità di valori che a volte può sembrare compromesso, soprattutto se ci facciamo sopraffare dalla cupidigia e dell’avarizia. Il suo obiettivo è di considerare l’avidità per il denaro, al cui altare sembra che sacrifichiamo quanto di più prezioso abbiamo e la nostra stessa vita. Gesù Cristo in definitiva non rimprovera la ricchezza in quanto tale: Egli ci chiede un giusto rapporto con i beni che devono essere visti sempre alla luce dell’amore del Signore che noi manifestiamo con l’amore verso i fratelli. Gesù ci esorta a vedere il comportamento dell’amministratore: quando si accorge che la sua condotta non gli permette di raggiungere i beni desiderati, egli cambia il suo atteggiamento rapidamente: ed è la rapidità della decisione dell’amministratore che è lodata da padrone – la parabola non ci dice esplicitamente se l’amministratore sia stato poi è perdonato. Un altro dettaglio da non sottovalutare è che l’amministratore non danneggia nessuno se non il padrone. Come leggere allora la parabola per un tentativo di applicazione a noi? È un appello forte alla conversione dei nostri cuori ed un’esortazione a non farci deviare da false illusioni. I figli della luce sono prudenti nelle loro scelte e nelle loro decisioni. La vita del cristiano deve tendere al conseguimento dei beni eterni ed in questa tensione che possiamo inserire la dialettica che scaturisce dal rapporto tra l’amministratore e del suo padrone. Possiamo, ben dire che una serie di virtù cristiane sono, quindi interessate nell’applicazione di questa parabola: la vigilanza, la prudenza che devono produrre una giusta e reale conversione sotto la luce del discernimento e del consiglio che sono i doni dello Spirito Santo.
Vi è prima una parabola e poi una serie di ammonimenti che commentano un elemento della parabola stessa e cioè l’uso del denaro. La parabola, come è ovvio, non loda il fattore perché è disonesto, ma perché ha la chiarezza e la decisione di imboccare l’unica via di salvezza che gli si prospetta. Si sa che l’arte di cavarsela è molto applicata nelle ambigue imprese di questo mondo. Lo è molto meno nella grande impresa della salvezza eterna. Perciò Gesù ci rimprovera di essere più pronti a salvarci dai mali mondani che dal male eterno, lui che da parte sua ha fatto di tutto perché fossimo salvati, fino a salire in croce per noi. Non ci decidiamo a credere che, se non portiamo il nostro peccato davanti a Dio, siamo perduti. Cominciamo le nostre Messe confessando i peccati che abbiamo commessi, ma usciti di chiesa ricominciamo a parlare di quelli altrui. Un “test” decisivo dell’autenticità della nostra decisione cristiana è proprio l’uso del denaro. Non è disonesta la ricchezza in sé, né maledizione la ricchezza esteriore. Ma lo è la ricchezza come idolo, innamoramento e progetto, come deformazione interiore del cuore e della mente, che vogliono a tutti i costi essere produttori di potenza e quindi di potere economico. Occorre decidersi a scegliere: o mammona o Dio; cioè: o essere il signore per signoreggiare o servire il Signore e godere della sua onnipotenza d’amore. C’è un solo modo di liberarsi dalla schiavitù della ricchezza: farsi “amici” per mezzo di ciò che si ha, cioè con l’impegno della solidale condivisione.

Approfondimento del Vangelo (La parabola dell’amministratore infedele. La fedeltà a Dio come unico Signore)
Il testo: Diceva anche ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». L’amministratore disse tra sé: «Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: «Tu quanto devi al mio padrone?». Quello rispose: «Cento barili d’olio». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta». Poi disse a un altro: «Tu quanto devi?». Rispose: «Cento misure di grano». Gli disse: «Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta». Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne. Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».

Per inserire il brano nel suo contesto: Questa pericope evangelica appartiene alla grande sezione del racconto di Luca che comprende tutto il lungo viaggio di Gesù verso Gerusalemme; si apre con Lc 9,51 per terminare in Lc 19,27. Questa sezione, a sua volta, è suddivisa in tre parti, quasi tre tappe del viaggio di Gesù, ognuna delle quali viene introdotta da un’annotazione, a mo di ripetizione: «egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme» (9,51); «Passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme» (13,22); «Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea» (17,11); per giungere alla conclusione di 19,28: «Dette queste cose, Gesù camminava davanti a tutti salendo verso Gerusalemme», quando Gesù entra nella Città. Noi ci troviamo nella seconda parte, che va da 13,22 a 17,10 e che si compone di diversi insegnamenti, che Gesù offre ai suoi interlocutori: la folla, i farisei, gli scribi, i discepoli. In questa unità, Gesù sta dialogando con i suoi discepoli e offre loro una parabola, per indicare quale sia l’uso corretto dei beni del mondo e come debba essere l’amministrazione concreta della propria vita, inserita in un rapporto filiale con Dio. Seguono tre “detti” o applicazioni secondarie della stessa parabola in situazioni diverse, che aiutano il discepolo a fare spazio alla vita nuova nello Spirito, che il Padre gli offre.

Per aiutare nella lettura del brano:
- vv. 1-8: Gesù racconta la parabola dell’amministratore saggio e scaltro: un uomo, accusato della sua avidità eccessiva, ormai insostenibile, si trova in un momento decisivo e difficile della sua vita, ma riesce a utilizzare tutte le sue risorse umane per volgere al bene il suo fallimento clamoroso. Come questo figlio del mondo ha saputo discernere i suoi interessi, così anche i figli della luce devono imparare a discernere la volontà d’amore e di dono del Padre loro, per vivere come Lui.
- v. 9: Gesù fa comprendere che anche la ricchezza disonesta e ingiusta, che è quella di questo mondo, se utilizzata per il bene, nel dono, conduce alla salvezza.
- vv. 10-12: Gesù spiega che i beni di questo mondo non vanno demonizzati, ma vanno capiti per il valore che hanno. Sono detti “minimi”, sono “il poco” della nostra vita, ma noi siamo chiamati ad amministrarli con fedeltà e attenzione, perché sono un mezzo per entrare in comunione con i fratelli e quindi con il Padre.
- v. 13: Gesù offre un insegnamento fondamentale: c’è un unico e solo fine nella nostra vita ed è Dio, il Signore. Cercare e servire qualche altra realtà significa diventare schiavi, legarci all’inganno e morire già da adesso.

Un momento di silenzio orante: Davanti alla Parola del Vangelo sento che sono chiamato sempre a rendere conto della mia “amministrazione”; la mia vita, fin nei suoi angoli più nascosti e personali viene scrutata con la lucerna della Legge, dei Profeti, dei salmi, dei Vangeli e degli scritti degli Apostoli. Non posso nascondermi, né fuggire, né fingere o mascherare ciò che è fin troppo conosciuto da mio Padre, che, con amore infinito, mi ha pensato e plasmato. Accolgo il silenzio di questo momento, di questo tempo sacro dell’incontro con Lui. Io, povero, senza moneta, senza possessi, senza casa e senza forza propria, poiché nulla viene da me, ma ogni cosa è da Lui, mi lascio raggiungere dalla sua ricchezza di compassione e di misericordia.

Alcune domande: Che mi aiutino a pormi nella giusta e vera dimensione; che mi facciano riconoscere per quello che sono e che mi conducano sulla via del ritorno al Padre, inserendomi nella creazione nuova, nella vita nuova, che nasce dallo Spirito Santo.
a) Questa parola parla di me, lo so; racconta la mia storia, dipinge i tratti del mio volto. Come ogni cristiano, anch’io sono un amministratore del Signore, l’Uomo ricco della nostra esistenza, l’Unico che possieda beni e ricchezze. Noto che questo termine si ripete continuamente nel corso della parabola e perciò voglio prenderlo in seria considerazione: guardando il testo greco, posso tradurre alla lettera con “economo”, cioè “colui che dà la legge alla casa”. Il punto è proprio questo: quale legge io offro alla mia casa, alla mia esistenza, casa di Dio, tempio santo della presenza di Dio? Che cos’è che regola i miei pensieri e, di conseguenza, le mie scelte, le mie azioni di ogni giorno, i miei rapporti? La mia legge è il Signore Gesù, termine e fine di essa (Rm 10,4)? Acconsento, nel mio intimo, alla legge di Dio (Rm 7,22), cioè la vivo con il mio uomo interiore, quello più vero e profondo, o solo superficialmente, distrattamente, senza amore, senza la limpidezza di un cuore che si lascia raggiungere dal suo Signore? La mia casa è fondata su quella legge, che trova il suo pieno compimento nell’amore dei miei fratelli (Rm 13,8.10), nell’accoglienza del mio prossimo, con i suoi pesi, le sue fatiche, i suoi dolori e le sue povertà (Gal 6,2)?
b) Mi lascio colpire, ora, dall’accusa rivolta all’economo della parabola e la ascolto dalla bocca del Signore, come se Lui stesso, oggi, mi dicesse: «Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». Mi carico sulle spalle la croce di questo verbo così duro “sperperare, disperdere”, che è lo stesso usato da Luca pochi versetti prima, quando raccontava del figlio minore, fuggito lontano dal padre suo, che aveva sperperato tutti i suoi beni vivendo da dissoluto (Lc 15,13). Mi guardo dentro e mi guardo al di fuori e insisto a mettere a confronto questa parola con la mia vita, fino nei suoi punti più intimi e nascosti, che sono solo miei, solo noti al Signore. Dunque: io sperpero, io disperdo... La vita, i beni, i doni che mio Padre mi ha dato, queste infinite ricchezze, che valgono più di ogni altra cosa al mondo, io li sto sciupando, li sto buttando via, come perle ai porci. Ecco da dove viene la mia infelicità e la mia insoddisfazione, il vuoto che mi sento dentro al cuore, dentro all’anima! Ma la chiamata di oggi, queste parole di mio Padre, mi aiutano a prendere coscienza del mio peccato, della mia lontananza e mi portano di nuovo vicino a casa e mi aprono il cuore al pentimento. Sì, io torno da Lui e gli chiedo perdono...
c) Continuando a leggere incontro altri due verbi molto forti, che mi scuotono e mi interpellano; sembrano buttati lì per caso, quasi fuori posto e invece hanno molto da dirmi. Li ascolto in profondità. In greco sono così: “scavare” e “mendicare”. Mi viene subito in mente un versetto del libro dei Proverbi, che invita a scavare per ricercare la Sapienza come si farebbe per i tesori più preziosi (Pr 2,4); scavare con le mani, con i piedi, con ogni strumento possibile, ma scavare, ogni giorno, sempre, fino alla fine della vita, per cercare il Signore, il suo volto, la sua parola! Non posso più accettare e ammettere questa pigrizia nella mia esistenza, questo disinteresse per le cose che contano veramente, per le cose di lassù (Col 3,1ss.)! Basta! Voglio irrobustire le mie mani fiacche, rendere salde le mie ginocchia vacillanti e cominciare a lavorare davvero per il Vangelo, a sudare e faticare per cercare il Signore, il mio vero tesoro. E poi l’altro verbo: mendicare. Chi di noi, davanti a Lui, non è un mendicante, un povero, senza niente, solo bisognoso del suo amore infinito, del suo dono senza misura (Gv 3,34), traboccante, ben pigiato e scosso, versato in grembo con misericordia (Lc 6,38)? Signore, sì, io allungo la mia mano e comincio, oggi, davanti al tuo volto, a scavare e a mendicare, cercando te, perché senza di te io non ho alcun bene.
d) Poi mi metto a contemplare in silenzio, con il cuore, la decisione e le azioni di questo amministratore, infedele, ma saggio, scaltro: improvvisamente cambia vita, cambia rapporti, misure, pensieri ed esclama con sicurezza: “Io so che cosa farò!”. È il “scio” stupendo di Paolo: “Io so a chi ho dato fiducia” (2Tim 1,12). Ha conosciuto e visto come veramente è il suo Signore: misericordioso e pietoso, pieno di viscere di amore e allora ha capito che deve essere come Lui, misericordioso. Chiama tutti, uno ad uno, li invita a sedere al tavolo dell’amore e del condono, fa tirare fuori i documenti scritti e li annulla, come ha fatto Cristo sulla croce con il documento della nostra condanna (Col 2,14); moltiplica il dono di barili e di misure, versa olio e grano nella vita delle persone, non tiene più per sé, ma regala. È così che la mia vita dovrebbe cambiare, trasformandosi da continuo sforzo per accaparrare e mettere da parte a continuo dono, continua condivisione d’amore. Troppo mi sono stancato a costruire magazzini e granai per i miei raccolti ingannevoli, fatti quasi solo di pula, di spighe secche e vuote! Troppo tempo ho tenuto chiuse le porte, i cancelli del cuore e sono rimasto lì, solitario e schivo, a controllare i documenti dei miei fratelli, perché nessuno scappasse alla mia critica esatta, noiosa, a volte amara e cattiva. Oggi è un giorno nuovo, è l’inizio di una vita nuova, regolata sulla logica del condono, della distribuzione: so che la vera sapienza è nascosta nella misericordia.
e) Ascolto e riascolto le parole di Gesù, quei suoi detti un po’ strani, un po’ difficili da capire: mi parla di fedeltà, di ingiustizia, di poco, di molto, di ricchezza altrui e ricchezza mia, di servi e di padroni, di amore e di odio... “O amerà l’uno o amerà l’altro...”. Il Signore si fa mendicante davanti a me, ancora una volta, del mio amore; Lui, che è il solo ricco, diventa così povero da tendere la sua mano verso il mio cuore. Ho imparato, attraverso le parole di questo vangelo, che il suo amore è condono, è misericordia, ma adesso mi viene detto che il suo amore richiede una risposta piena, fedele, unica; non posso offrirgli un amore spezzettato, diviso un po’ qua un po’ là, un amore adultero. San Giacomo dice: «Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?» (Gc 4,4). Devo scegliere adesso di chi voglio essere servo, a casa di chi voglio abitare, accanto a chi voglio vivere la mia vita...

Una chiave di lettura: Sono stato invitato a scavare e a mendicare davanti al Signore e al tesoro prezioso della sua Parola; per questo non voglio allontanarmi da questo luogo santo, terra dove scorre latte e miele. Chiedo di poter incontrare il volto del Signore, il suo sguardo, di poter ascoltare a lungo e in profondità la sua voce; chiedo di ricevere il suo abbraccio, come è detto nel Cantico dei Cantici: «La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia» (Ct 2,6).
1) Chi è l’amministratore del Signore? Nella parabola di Luca torna per ben sette volte il termine “amministratore” o “amministrazione”, che viene, così, ad essere la parola chiave del brano e del messaggio che il Signore vuole lasciarmi. Provo allora a cercare nelle Scritture alcune tracce, o una luce che mi aiuti a capire meglio e a verificare la mia vita, la mia amministrazione che il Signore mi ha affidato. Nell’Antico Testamento ritorna varie volte questa realtà, soprattutto riferita alle ricchezze regali o alle ricchezze di città e imperi: nei libri delle Cronache, per es. si parla degli amministratori del re Davide (1Cr 27,31; 28,1) e così nei libri di Ester (3,9), Daniele (2,49; 6,4) e Tobia (1,22) incontro amministratori di re e principi. È un’amministrazione tutta mondana, legata agli averi, al denaro, alle ricchezze, al potere; quindi legata a realtà negative, come l’accumulo, l’usurpazione, la violenza. È, insomma, un’amministrazione che finisce, caduca e ingannevole, per quanto riconosca che anch’essa sia, in una certa misura, necessaria al buon andamento della società. Il Nuovo Testamento, invece, mi introduce subito in una dimensione diversa, più elevata, perché riguardante le cose dello spirito, dell’anima, quelle che non finiscono, che non mutano col mutare dei tempi e delle persone. San Paolo dice: «Ognuno ci consideri come servi di Cristo e amministratori dei misteri di Dio. 2Ora, ciò che si richiede agli amministratori è che ognuno risulti fedele» (1Cor 4,1-2) e Pietro: «10Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio degli altri, come buoni amministratori della multiforme grazia di Dio» (1Pt 4,10). Quindi comprendo di essere anch’io un amministratore dei misteri e della grazia di Dio, attraverso lo strumento semplice e povero, che è la mia stessa vita; in essa io sono chiamato ad essere fedele e buono. Ma questo aggettivo, “buono”, è lo stesso che Giovanni usa riferendolo al pastore, a Gesù: kalòs, cioè bello e buono. E perché? Semplicemente perché offre la sua vita al Padre per le pecore. Questa è l’unica vera amministrazione che mi viene affidata in questo mondo, per il mondo futuro.
2) Che cos’è la scaltrezza dell’amministratore del Signore? Il brano dice che il padrone loda il suo amministratore disonesto, perché aveva agito con “scaltrezza” e ripete il termine, “scaltro”, poco dopo. Ancora una volta chiedo aiuto al testo originale, per tentare di comprendere meglio, con maggiore verità possibile, il senso di questa parola del Signore: forse una traduzione più corretta potrebbe essere “sapiente”, cioè “saggio”, o “prudente”. È una sapienza che nasce da un pensare attento, approfondito, dalla riflessione, dallo studio e dall’applicazione della mente, degli affetti a qualcosa che interessa grandemente. Come aggettivo, questo vocabolo si trova, ad es. in Mt 7,24, dove ci viene mostrata la vera saggezza dell’uomo che costruisce la sua casa sulla roccia e non sulla sabbia, cioè dell’uomo che fonda la sua esistenza sulla Parola del Signore o ancora in Mt 25, dove sagge sono le vergini che hanno con sé e la lampada e l’olio, così che non si lasciano sorprendere dalle tenebre, ma sanno aspettare sempre, con amore invincibile, incorruttibile, il ritorno del loro Sposo e Signore. Dunque questo amministratore è sapiente e prudente, non perché si prende gioco degli altri, ma perché ha saputo regolare e trasformare la sua vita sulla misura e sulla forma della vita del suo Signore: ha messo tutto l’impegno del suo essere, mente, cuore, volontà, desiderio nell’imitare colui che serviva.
3) La disonestà e l’ingiustizia. Un’altra parola ripetuta più volte è “disonesto”, “disonestà”; l’amministratore è detto disonesto e così la ricchezza. La disonestà è una caratteristica che può intaccare l’essere, nelle cose grandi, nel molto, ma anche in quelle minime, nel poco. Il testo greco non usa propriamente il termine “disonesto”, ma dice “amministratore dell’ingiustizia”, “ricchezza dell’ingiustizia” e “ingiusto nel minimo”, “ingiusto nel molto”. L’ingiustizia è una distribuzione cattiva, non equa, non equilibrata; in essa manca l’armonia, manca un centro che attiri a sé ogni energia, ogni cura e intento; crea fratture, ferite, dolori su dolori, accumuli da una parte e manchevolezze dall’altra. Tutti noi veniamo a contatto, in qualche misura, con le realtà dell’ingiustizia, perché appartengono a questo mondo. E ci sentiamo trascinati da una parte o da un’altra, perdiamo l’armonia, l’equilibrio, la bellezza; è così, non possiamo negarlo. La parola del Vangelo condanna proprio questa disarmonia così forte, che è l’accumulo, il mettere da parte, l’aumentare sempre più, il possesso e ci mostra la via della guarigione, che è il dono, il condividere, il dar via con cuore aperto, con misericordia. Come fa il Padre con noi, senza mai stancarsi, senza venir meno.
4) E mammona, che cos’è? La parola mammona appare, in tutta la Bibbia, solo in questo capitolo di Luca (vv. 9.11.13) e in Mt 6,24. È un vocabolo semitico che corrisponde a “ricchezza”, “possessi”, “guadagno”, ma diventa quasi la personificazione del Dio-denaro, che gli uomini servono stoltissimamente, schiavi di “quell’avarizia insaziabile, che è idolatria” (Col 3,5). Qui tutto diventa chiaro, è piena luce. So bene, adesso, qual è la domanda che mi rimane, dopo l’incontro con questa Parola del Signore: “Io chi voglio servire?”. La scelta è una sola, unica, precisa... Trattengo nel mio cuore questo verbo stupendo, meraviglioso e dolce, il verbo “servire” e lo rumino, succhiando da esso tutta la sostanza della verità che porta con sé. Mi tornano alla mente le parole di Giosuè al popolo: “Se vi dispiace di servire il Signore, scegliete oggi chi volete servire!” (Gs 24,15). So che sono ingiusto, che sono amministratore infedele, stolto, so che non ho nulla, ma oggi io scelgo, con tutto ciò che sono, di servire il Signore. (cfr. At 20,19; 1Tess 1,9; Gal 1,10; Rm 12,11).

Orazione finale: Signore, grazie per questo tempo passato con te, ascoltando la tua voce che mi parlava con amore e misericordia infinita; sento che la mia vita viene guarita solo quando rimango con te, in te, quando mi lascio raccogliere da te. Tu hai preso fra le tue mani la mia avarizia, che mi rende secco e arido, che mi chiude e mi fa triste e solo; hai accolto la mia cupidigia insaziabile, che mi fa gonfio di vuoto e di dolore; hai accettato e preso su di te la mia ambiguità e infedeltà, il mio zoppicare stanco e impacciato... Signore, sono felice quando mi apro a te e ti mostro tutte le mie ferite! Grazie per il balsamo delle tue parole e dei tuoi silenzi. Grazie per il soffio del tuo Spirito, che porta via l’alito cattivo del male, del nemico. Signore, io ho rubato, lo so, ho portato via quello che non era mio, l’ho sotterrato, l’ho sciupato; da oggi voglio cominciare a restituire, voglio vivere la mia vita come un dono sempre moltiplicato e condiviso fra molti. La mia vita è poca cosa, ma nelle tue mani diverrà barili di olio, misure di grano, consolazione e cibo per i miei fratelli e le mie sorelle. Signore, non ho più parole davanti al tuo amore così grande e traboccante, perciò faccio solo una cosa: apro le porte del cuore e, con un sorriso, accoglierò tutti quelli che tu manderai a me... (At 28,30).

19 SETTEMBRE

SOLENNITÀ DI SAN GENNARO
VESCOVO E MARTIRE

PATRONO PRINCIPALE DELLA CITTÀ E DELLA DIOCESI DI NAPOLI
PATRONO UGUALMENTE PRINCIPALE DELLA CITTÀ E DELLA DIOCESI DI POZZUOLI.

NELLE DIOCESI DI NAPOLI E DI POZZUOLI PREVALE LA SOLENNITÀ DI SAN GENNARO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente, misericordioso ed eterno, che nel battesimo ci hai comunicato la tua stessa vita, fa’ che i tuoi figli, rinati alla speranza dell’immortalità, giungano con il tuo aiuto alla pienezza della gloria; donaci, di rendere presente in ogni momento della vita la fecondità della Pasqua, che si attua nei tuoi misteri.

Letture:
Sap 3,1-9
Sal 33,2-9
Ao 12,10-12
Gv 15,18-21; 16,1-4

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».

Riflessione:
- Questi pochi versetti fanno parte del grande discorso di Gesù ai suoi discepoli nel momento intimo dell’ultima cena e inizia col versetto 31 del cap. 13 prolungandosi fino a tutto il cap. 17. Nei capitoli da 15 a 17 del Vangelo di Giovanni, l’orizzonte si dilata oltre il momento storico della Cena. Gesù prega il Padre “non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me” (Gv 17,20). In questi capitoli, è costante l’allusione all’azione dello Spirito nella vita delle comunità, dopo Pasqua
- Giovanni 15,18-19: L’odio del mondo. «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me». Il cristiano che segue Gesù è chiamato a vivere in modo contrario alla società. In un mondo organizzato a partire dagli interessi egoistici di persone e gruppi, chi cerca di vivere ed irradiare l’amore sarà crocifisso. È stato questo il destino di Gesù. Per questo, quando un cristiano è molto elogiato dai poteri di questo mondo ed è esaltato quale modello per tutti dai mezzi di comunicazione, è bene non fidarsi troppo. «Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia». È stata la scelta di Gesù che ci ha separato. È basandoci su questa scelta o vocazione gratuita di Gesù che abbiamo la forza di sopportare la persecuzione e la calunnia e che possiamo avere gioia, malgrado le difficoltà.
Giovanni 15,20: Il servo non è più grande del suo signore. «Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra». Gesù aveva già insistito su questo stesso punto nella lavanda dei piedi (Gv 13,16) e nel discorso della Missione (Mt 10,24-25). Ed è questa identificazione con Gesù che, lungo due secoli, dette tanta forza alle persone per continuare il cammino ed è stata fonte di esperienza mistica per molti santi e sante martiri.
- Giovanni 15,21: Persecuzione a causa di Gesù. «Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato». L’insistenza ripetuta dei vangeli nel ricordare le parole di Gesù che possano aiutare le comunità a capire il perché delle crisi e delle persecuzioni è un segno evidente che i nostri fratelli e le nostre sorelle delle prime comunità non ebbero una vita facile. Dalla persecuzione di Nerone dopo Cristo fino alla fine del primo secolo, loro vivevano sapendo che potevano essere perseguitati, accusati, incarcerati ed uccisi in qualsiasi momento. La forza che li sosteneva era una certezza che Gesù comunicava che Dio era con loro.
- Giovanni 16,1-2: Non aver paura. Il Vangelo avverte che essere fedeli a Gesù ci porterà ad avere difficoltà. I discepoli saranno esclusi dalla sinagoga. Saranno condannati a morte. Con loro succederà la stessa cosa che è accaduta a Gesù. Per questo, alla fine del primo secolo, c’erano persone che, per evitare la persecuzione, diluivano il messaggio di Gesù trasformandolo in un messaggio gnostico, vago, senza definizione, che non contrastava con l’ideologia dell’impero. A loro si applica ciò che Paolo diceva: «Quelli che vogliono fare bella figura nella carne, vi costringono a farvi circoncidere, solo per non essere perseguitati a causa della croce di Cristo» (Gal 6,12). E Giovanni stesso, nella sua lettera, dirà nei loro riguardi: «Sono apparsi infatti nel mondo molti seduttori, che non riconoscono Gesù venuto nella carne. Ecco il seduttore e l’anticristo!» (2Gv 1,7). La stessa preoccupazione appare anche nell’esigenza di Tommaso: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò.” (Gv 20,25) Il Cristo risorto che ci promise il dono dello Spirito è Gesù di Nazaret che continua ad avere fino ad oggi i segni di tortura e di croce nel suo corpo risorto.
- Giovanni 16,3-4: Non sanno quello che fanno. Tutto questo avviene «e faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Queste persone non hanno un’immagine corretta di Dio. Hanno un’immagine vaga di Dio, nel cuore e nella testa. Il loro Dio non è il Padre di Gesù Cristo che ci raduna tutti in unità e fraternità. In fondo, è lo stesso motivo che spinse Gesù a dire: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Gesù fu condannato dalle autorità religiose perché, secondo la loro idea, lui aveva una falsa immagine di Dio. Nelle parole di Gesù non appare odio né vendetta, ma compassione: sono fratelli ignoranti che non sanno nulla del nostro Padre.

Per un confronto personale
- Gesù si rivolge a me e mi dice: Se tu fossi del mondo, il mondo amerebbe ciò che è tuo. Come applico questo nella mia vita?
- In me ci sono due tendenze: il mondo e il vangelo. Quale dei due ha la precedenza?

RITO AMBROSIANO
ANNO C
III DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE

Letture:
Is 43,24c - 44,3
Sal 32 (33)
Eb 11,39 - 12,4
Gv 5,25-36

Le opere che faccio mi danno testimonianza“Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce”. Giovanni Battista ha testimoniato la presenza di Gesù e ha scaldato il cuore di coloro che aspettavano la salvezza. Prima del Battista “una moltitudine di testimoni” (Epist.), credenti nel futuro Messia, hanno sostenuto una attesa e un bisogno di Dio. Ora che è venuto Gesù, lo sguardo è su di lui, “colui che dà origine alla fede e la porta a compimento”, cioè colui che è la radice e il contenuto della nostra fede in Dio e ne è il testimone pieno e definitivo, comprovato dalle stesse opere divine che compie.
La testimonianza su Gesù: “Una moltitudine di testimoni” prepara l’arrivo del Messia. Sono testimoni dell’amore di Dio per il suo popolo, della sua premura salvifica e della promessa di un compimento futuro: “Verserò il mio spirito sulla tua discendenza, la mia benedizione sui tuoi posteri” (Lett.). Tutto il Primo Testamento prepara il Nuovo. È necessario ripercorrere queste pagine, conoscere i segni posti da Dio: “Dio infatti per noi aveva predisposto qualcosa di meglio” (Epist.), appunto il Cristo. “Ignorare le Scritture - diceva san Girolamo - è ignorare Cristo”. Scrive sant’Ambrogio: “Bevi per prima cosa l’Antico testamento, per bene poi anche il Nuovo Testamento. Se non berrai il primo, non potrai bere il secondo. Bevi dunque tutt’e due i calici, dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché in entrambi bevi Cristo”. “Giovanni - dice Gesù - dà testimonianza di me, e so che la testimonianza che egli dà di me è vera”. Quelli che l’hanno ascoltato “hanno voluto solo per un momento rallegrarsi alla sua luce”. “Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato”. Un giorno Giovanni, nel dubbio, gli aveva chiesto: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. Gesù gli rispose: “Riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano” (Mt 11,4-5). “Se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,11). Le opere di Gesù sono quelle del Padre, di Dio. “Da me, io non posso fare nulla. Giudico secondo quello che ascolto, perché non cerco la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato”. È questa sintonia piena col Padre, anzi l’identità stessa del Figlio, come Figlio di Dio, che è la radice (morale, cioè libera, e ontologica, cioè di natura: “Io e il Padre siamo una cosa sola”, 10,30) delle opere divine che Gesù compie. “Tutto è stato dato a me dal Padre mio” (Mt 11,27). È la stessa vita del Padre che defluisce nel Figlio: “Come infatti il Padre ha la vita in se stesso, così ha concesso anche al Figlio di avere la vita in se stesso”, quasi suo distinto ma identico prolungamento visibile della divinità tra noi. “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9).
La testimonianza di Gesù: La vita che ha ricevuto Gesù è la vita divina, la vita eterna, che è venuto a offrire a tutti gli uomini: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). “Viene l’ora - ed è questa - in cui i morti udranno la voce dl Figlio di Dio e quelli che l’avranno ascoltata, vivranno”. Si tratta di una vita che rinasce dopo la morte, con la risurrezione del corpo: “Viene l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e usciranno”. A lui il Padre ha dato “il potere di giudicare”, così che “quanti fecero il bene” avranno “una risurrezione di vita” e “quanti fecero il male una risurrezione di condanna”. Veramente tutto l’agire di Gesù come Figlio di Dio traduce il disegno del Padre, e ne è pienamente consapevole. “Il mio giudizio è giusto”. D’altra parte Gesù è “il Figlio dell’uomo” che “messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4,15), ci sta davanti come il fratello maggiore che in un modo esemplare esprime il massimo della obbedienza al Padre a nome nostro e per noi. “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio” (Epist.). L’esempio - e la forza (sacramentale) - che ne viene, è perché anche noi impariamo “a sopportare una così grande ostilità dei peccatori, senza stancarci perdendoci d’animo”. È unendoci - oggi nella messa - alla sua croce che attingiamo “il compimento” anche della nostra fede. “Non avete ancora resistito fino al sangue nella lotta contro il peccato” (Epist.). Parola che ci inquieta. Cosa ci è costato finora il nostro seguire Gesù? Ogni volta che incontriamo un martire - e oggi, purtroppo, è ancora cronaca giornaliera! - ci vien da vergognare del nostro pulito perbenismo borghese, pieno di compromessi o per lo meno di comodità, fino a divenire magari omologati ad una cultura che.. vive come se Dio non fosse! Per fortuna abbiamo un Dio che ha pazienza, anzi che addirittura ci permette e invita a trovare scuse: “Io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati. Fammi ricordare, discutiamo insieme; parla tu per giustificarti” (Lett.). Il nostro Dio è un padre tenero, sempre pronto al perdono: “Così dice il Signore che ti ha fatto, che ti ha formato dal seno materno e ti soccorre: Non temere, Giacobbe mio servo, Iesurun (caro) che ho eletto”.
Ritorniamo a Giovanni Battista, “lampada che arde e risplende”, alla cui luce ci si è rallegrati per un momento. Il suo compito fu quello di risvegliare il bisogno di Dio e la speranza di una salvezza vicina, indicando a dito Gesù. È propriamente il compito di ogni cristiano in un mondo che sente - nonostante tutto - la nostalgia di Dio. Testimoni di una speranza che riscalda il cuore e che segnala “la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, venuta nel mondo (Gv 1,9).


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VINCENZO



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MessaggioOggetto: 21 settembre - san matteo   Mar Set 21, 2010 9:42 am

MARTEDÌ 21 SETTEMBRE 2010

MARTEDÌ DELLA XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN MATTEO
APOSTOLO ED EVANGELISTA


Preghiera iniziale: O Dio, che ci hai reso figli della luce con il tuo Spirito di adozione, fa’ che non ricadiamo nelle tenebre dell’errore, ma restiamo sempre luminosi nello splendore della verità.

Letture:
Ef 4,1-7.11-13 (Cristo ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere evangelisti)
Sal 18 (Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio)
Mt 9,9-13 (Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori)

Dal banco delle imposte alla sequela di Cristo
Fra le tante curiosità che vorremmo soddisfare sulla persona di Cristo c’è anche quella di poter ascoltare la sua voce; ciò non tanto per sentirne l’accento, ma per poterne comprendere la profondità e il fascino che esercitava sugli ascoltatori. Oggi lo sentiamo ancora una volta scandire un comando a una persona che per il ruolo che svolgeva, molti evitavano e non suscitava sicuramente simpatia; poi l’immediata risposta: «Egli si alzò e lo seguì». Il banco delle imposte dove sedeva Matteo poteva essere anche considerato una comoda poltrona e un buon mestiere, che garantiva un reddito sicuro e un discreto prestigio oltre che incutere timore. Non è perciò facile distogliere dalla loro posizione persone così ben accomodate e apparentemente soddisfatte. Gesù lo fa con un imperativo categorico: «Seguimi». Evidentemente il Signore voleva sin dal primo impatto rivelare una grandissima verità al suo futuro apostolo ed evangelista: la forza divina della sua Parola, quella parola che Matteo riporterà fedelmente nel suo Vangelo e che risuona ancora, grazie a lui, in tutto il mondo. Voleva poi che egli in prima persona potesse godere di una predilezione sicuramente immeritata ed insperata affinché potesse raccontare al mondo che Gesù non è venuto per i sani che non hanno bisogno del medico, ma per i malati. Voleva fare di Matteo, convertito dai suoi meschini e forse anche illeciti guadagni, un cantore della misericordia divina; voleva che proprio un pubblicano intonasse quel canto, che tanti e tante hanno poi ripreso e cantato con identico fervore. Voleva infine far comprendere a tutti che i chiamati da Cristo non sono santi prefabbricati, ma anime che, avendolo incontrato e ascoltato la sua voce, hanno il coraggio di seguirlo da vicino dando con tutta la vita una risposta di gratitudine al bene ricevuto dalla divina misericordia. Vediamo perciò in Matteo un primo anello di una catena d’oro, che ha portato la voce viva di Cristo fino a noi, con l’immediatezza con cui egli stesso l’ha accolta e ne ha goduto. Egli ci invita ad accogliere le sollecitazioni divine che ancora giungono a noi per farci conoscere la verità e renderci capaci di viverla nella gioia.
Nel Vangelo odierno Matteo stesso racconta la propria chiamata da parte di Gesù. San Gerolamo osservava che soltanto lui, nel suo Vangelo, indica se stesso con il proprio nome: Matteo; gli altri evangelisti, raccontando lo stesso episodio, lo chiamano Levi, il suo secondo nome, probabilmente meno conosciuto, quasi per velare il suo nome di pubblicano. Matteo invece insiste in senso contrario: si riconosce come un pubblicano chiamato da Gesù, uno di quei pubblicani poco onesti e disprezzati come collaboratori dei Romani occupanti. I pubblicani, i peccatori chiamati da Gesù fanno scandalo. Matteo presenta se stesso come un pubblicano perdonato e chiamato, e così ci fa capire in che cosa consiste la vocazione di Apostolo. E prima di tutto riconoscimento della misericordia del Signore. Negli scritti dei Padri della Chiesa si parla sovente degli Apostoli come dei “principi”; Matteo non si presenta come un principe, ma come un peccatore perdonato. Ed è qui ripeto il fondamento dell’apostolato: aver ricevuto la misericordia del Signore, aver capito la propria povertà e pochezza, averla accettata come il “luogo” in cui si effonde l’immensa misericordia di Dio: “Misericordia io voglio; non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori”. Una persona che abbia un profondo sentimento della misericordia divina, non in astratto, ma per se stessa, è preparata per un autentico apostolato. Chi non lo possiede, anche se è chiamato, difficilmente può toccare le anime in profondità, perché non comunica l’amore di Dio, l’amore misericordioso di Dio. ~ vero Apostolo, come dice san Paolo, è pieno di umiltà, di mansuetudine, di pazienza, avendo esperimentato per se stesso la pazienza, la mansuetudine e l’umiltà divina, se si può dire così: l’umiltà divina che si china sui peccatori, li chiama, li rialza pazientemente. Domandiamo al Signore di avere questo profondo sentimento della nostra pochezza e della sua grande misericordia; siamo peccatori perdonati. Anche se non abbiamo mai commesso peccati gravi, dobbiamo dire come sant’Agostino che Dio ci ha perdonato in anticipo i peccati che per sua grazia non abbiamo commesso. Agostino lodava la misericordia di Dio che gli aveva perdonato i peccati che per sua colpa aveva commesso e quelli che per pura grazia del Signore aveva evitato. Tutti dunque possiamo ringraziare il Signore per la sua infinita misericordia e riconoscere la nostra povertà di peccatori perdonati, esultando di gioia per la bontà divina.

Lettura del Vangelo: Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. Vedendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrifici. Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Riflessione:
- Il Discorso della Montagna occupa i capitoli 5, 6 e 7 del vangelo di Matteo. La parte narrativa dei capitoli 8 e 9 ha lo scopo di mostrarci come Gesù metteva in pratica ciò che aveva appena insegnato. Nel discorso della Montagna, lui insegna l’accoglienza (Mt 5,23-25.38-42.43). Ora lui stesso la mette in pratica accogliendo i lebbrosi (Mt 8,1-4), gli stranieri (Mt 8,5-13), le donne (Mt 8,14-15), i malati (Mt 8,16-17), gli indemoniati (Mt 8,28-34), i paralitici (Mt 9,1-8), i pubblicani (Mt 9,9-13), le persone impure (Mt 9,20-22), etc. Gesù rompe con le norme ed i costumi che escludevano e dividevano le persone, cioè con la paura e la mancanza di fede (Mt 8,23-27) e le leggi della purezza (9,14-17), e dice chiaramente quali sono le esigenze di coloro che vogliono seguirlo. Devono avere il coraggio di abbandonare molte cose (Mt 8,18-22). Così, negli atteggiamenti e nella prassi di Gesù vediamo in cosa consiste il Regno e l’osservanza perfetta della Legge di Dio.
- Matteo 9,9: La chiamata a seguire Gesù. Le prime persone chiamate a seguire Gesù sono quattro pescatori, tutti giudei (Mt 4,18-22). Ora, Gesù chiama un pubblicano, considerato peccatore e trattato come un essere impuro dalle comunità più osservanti dei farisei. Negli altri vangeli, questo pubblicano si chiama Levi. Qui, il suo nome è Matteo, che significa dono di Dio o dato da Dio. Le comunità, invece di escludere il pubblicano e considerarlo impuro, devono considerarlo un Dono di Dio per la comunità, poiché la sua presenza fa sì che la comunità diventi un segno di salvezza per tutti! Come i primi quattro chiamati, così pure il pubblicano Matteo lascia tutto ciò che ha e segue Gesù. Seguire Gesù comporta l’obbligo di rompere con molte cose. Matteo lascia il banco delle tasse, la sua fonte di reddito, e segue Gesù!
- Matteo 9,10: Gesù si siede a tavola con peccatori e pubblicani. In quel tempo i giudei vivevano separati dai pagani e dai peccatori e non mangiavano con loro allo stesso tavolo. I giudei cristiani dovevano rompere questo isolamento e mettersi a tavola con i pagani e con gli impuri, secondo l’insegnamento dato da Gesù nel Discorso sulla Montagna, espressione dell’amore universale di Dio Padre. (Mt 5,44-48). La missione delle comunità era quella di offrire uno spazio a coloro che non lo avevano. Ma questa nuova legge non era accettata da tutti. In alcune comunità le persone venute dal paganesimo, pur essendo cristiane, non erano accettate attorno allo stesso tavolo (cfr. At 10,28; 11,3; Gal 2,12). Il testo del vangelo di oggi ci mostra Gesù che si mette a tavola con pubblicani e peccatori nella stessa casa, attorno allo stesso tavolo.
- Matteo 9,11: La domanda dei farisei. Ai giudei era proibito sedersi a tavola con i pubblicani e con i peccatori, ma Gesù non segue questa proibizione. Anzi, fa amicizia con loro. I farisei, vedendo l’atteggiamento di Gesù, chiedono ai discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Questa domanda può essere interpretata come un’espressione del loro desiderio di sapere perché Gesù agisce così. Altri interpretano la domanda come una critica al comportamento di Gesù, perché per oltre cinquecento anni, dal tempo della schiavitù in Babilonia fino all’epoca di Gesù, i giudei avevano osservato le leggi della purezza. Questa osservanza secolare diventa un forte segno di identità. Allo stesso tempo era fattore della loro separazione in mezzo agli altri popoli. Così, a causa delle leggi sulla purezza, non potevano né riuscivano a sedersi attorno allo stesso tavolo per mangiare con i pagani. Mangiare con i pagani voleva dire contaminarsi, diventare impuri. I precetti della purezza legale erano rigorosamente osservati, sia in Palestina che nelle comunità giudaiche della Diaspora. All’epoca di Gesù, c’erano più di cinquecento precetti per conservare la purezza. Negli anni 70, epoca in cui scrive Matteo, questo conflitto era molto attuale.
- Matteo 9,12-13: Misericordia voglio e non sacrifici. Gesù ascolta la domanda dei farisei ai discepoli e risponde con due chiarimenti. Il primo è tratto dal buon senso: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati». L’altro è tratto dalla Bibbia: «Andate a imparare che cosa vuol dire: misericordia io voglio e non sacrifici». Per mezzo di questi chiarimenti, Gesù esplicita e chiarisce la sua missione tra la gente: «Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori». Gesù nega la critica dei farisei, non accetta i loro argomenti, poiché nascevano da una falsa idea della Legge di Dio. Lui stesso invoca la Bibbia: “Misericordia voglio e non sacrifici!”. Per Gesù, la misericordia è più importante della purezza legale. Lui fa riferimento alla tradizione profetica per dire che la misericordia vale per Dio molto di più che tutti i sacrifici (Os 6,6; Is 1,10-17). Dio ha viscere di misericordia, che si commuovono dinanzi alle mancanze del suo popolo (Os 11,8-9).

Per un confronto personale
- Oggi, nella nostra società, chi è emarginato ed escluso? Perché? Nella nostra comunità, abbiamo preconcetti? Quali? Qual è la sfida che le parole di Gesù presentano alla nostra comunità?
- Gesù chiede alla gente di leggere e di capire l’Antico Testamento che dice: “Misericordia voglio e non sacrificio”. Cosa vuol dirci Gesù con questo oggi?

Preghiera finale: Beato chi è fedele ai tuoi insegnamenti e ti cerca, Signore, con tutto il cuore. Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti (Sal 118).

21 settembre: San Matteo, Apostolo ed Evangelista

Biografia: Leggiamo nel Vangelo il racconto che San Matteo ci fa della sua conversione. L’Epistola descrive la celebre visione nella quale sono mostrati ad Ezechiele quattro animali simbolici nei quali, sin dai primi secoli, si vollero vedere i quattro Evangelisti. San Matteo è rappresentato dall’animale con la faccia umana, perché comincia il suo Vangelo con la serie degli antenati dai quali discendeva Gesù come uomo. Lo scopo che egli ebbe nello scrivere questo libro, pieno di sapienza divina (Intr.), fu di provare che Gesù, avendo realizzato gli oracoli relativi al Liberatore d’Israele è dunque il Messia. Il nome di San Matteo si trova nel Canone della Messa nel gruppo degli Apostoli.

Dagli scritti
Dalle “Omelie” di san Beda il Venerabile, sacerdote
Gesù lo guardò con sentimento di pietà e lo scelse
Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: “Seguimi” (Mt 9,9). Vide non tanto con lo sguardo degli occhi del corpo, quanto con quello della bontà interiore. Vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”. Gli disse “Seguimi”, cioè imitami. Seguimi, disse, non tanto col movimento dei piedi quanto con la pratica della vita. Infatti “chi dice di dimorare in Cristo, deve comportarsi come lui si è comportato” (1Gv 2,6). “Ed egli si alzò, prosegue, e lo seguì” (Mt 9,9). Non c’è da meravigliarsi che un pubblicano alla prima parola del Signore, che lo invitava, abbia abbandonato i guadagni della terra che gli stavano a cuore e, lasciate le ricchezze, abbia accettato di seguire colui che vedeva non avere ricchezza alcuna. Infatti lo stesso Signore che lo chiamò esternamente con la parola, lo istruì all’interno con un’invisibile spinta a seguirlo. Infuse nella sua mente la luce della grazia spirituale con cui potesse comprendere come colui che sulla terra lo strappava alle cose temporali, era capace di dargli in cielo tesori incorruttibili. “Mentre Gesù sedeva a mensa in casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e si misero a tavola con lui e con i discepoli” (Mt 9,10). Ecco dunque che la conversione di un solo pubblicano servì di stimolo a quella di molti pubblicani e peccatori, e la remissione dei suoi peccati fu modello a quella di tutti costoro. Fu un autentico e magnifico segno premonitore di realtà future. Colui che sarebbe stato apostolo e maestro della fede, attirò a sé una folla di peccatori già fin dal primo momento della sua conversione. Egli cominciò, subito all’inizio, appena apprese le prime nozioni della fede, quella evangelizzazione che avrebbe portato avanti di pari passo col progredire della sua santità. Se desideriamo penetrare più a fondo nel significato di ciò che è accaduto, capiremo che egli non si limitò a offrire al Signore un banchetto per il suo corpo nella propria abitazione materiale ma, con la fede e l’amore, gli preparò un convito molto più gradito nell’intimo del suo cuore. Lo afferma colui che dice: “Ecco sto alla porta e busso; se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Gli apriamo la porta per accoglierlo, quando udita la sua voce, diamo volentieri il nostro assenso ai suoi segreti o palesi inviti e ci applichiamo con impegno nel compito da lui affidatoci. Entra quindi per cenare con noi e noi con lui, perché con la grazia del suo amore viene ad abitare nei cuori degli eletti, per ristorarli con la luce della sua presenza. Essi così sono in grado di avanzare sempre più nei desideri del cielo. A sua volta, riceve anche lui ristoro mediante il loro amore per le cose celesti, come se gli offrissero vivande gustosissime.

Le reliquie del santo Apostolo: Nella ricognizione effettuata il 24 maggio 1924 all’altare della chiesa inferiore dei Ss. Cosma e Damiano fu rinvenuta una cassetta d’argento contenente alcune reliquie dell’Apostolo. Provenienti da Salerno, dove si venera il corpo, vennero portate a Roma dal futuro papa Vittore III e donate a Cencio Frangipane nel 1050, come viene affermato dalla scritta che corre lungo il reliquiario. Una parte di un suo braccio, probabilmente donato da Paolo V, è in S. Maria Maggiore. Roma possiede altre reliquie dell’Apostolo a S. Prassede, a S. Nicola in Carcere e ai Ss. XII Apostoli.
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MessaggioOggetto: SABATO 25 SETTEMBRE 2010   Sab Set 25, 2010 9:57 am

SABATO 25 SETTEMBRE 2010

SABATO DELLA XXV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, che nell’amore verso di te e verso il prossimo hai posto il fondamento di tutta la legge, fa’ che osservando i tuoi comandamenti meritiamo di entrare nella vita eterna.

Letture:
Qo 11,9 - 12,8 (Ricòrdati del tuo creatore nei giorni della tua giovinezza, prima che ritorni la polvere alla terra e il soffio vitale torni a Dio)
Sal 89 (Signore, tu sei stato per noi un rifugio di generazione in generazione)
Lc 9,43b-45 (Il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato. Avevano timore di interrogarlo su questo argomento)

Il secondo annuncio della Passione
San Luca pone il secondo annuncio della sua Passione dopo l’episodio centrale della trasfigurazione e della guarigione dell’epilettico. Dopo la gloria del Tàbor, ecco che Gesù ripropone il suo mistero della Croce. È un insegnamento forte e di difficile comprensione da parte dei discepoli. Lo «scandalo della Croce», che ci propone San Paolo si associa alla glorificazione del Figlio dell’uomo che troviamo nel Vangelo di San Giovanni. I discepoli, ancora non possono comprendere questi misteri; si trovano di fronte all’impossibilità di accettare la sofferenza del giusto: in questo passaggio troviamo il cambiamento dall’Antico al Nuovo testamento. Troviamo nella predicazione profetica (Isaia) e nell’esperienza sapienziale (Giobbe) già dei tentativi per affrontare questo aspetto che, invece, ci introduce direttamente nella missione redentrice di Gesù, il vero ed unico Giusto, e ci aiuta a comprendere i misteri del Padre nelle strade tortuose di questo mondo; ciò però non è sufficiente per i discepoli che rifiutano ancora apertamente la passione di Cristo. Vi è un profondo motivo religioso in ciò proprio per l’inconciliabilità, nella loro mentalità, della figura del Messia con la passione appena annunciata. Nella missione della Chiesa, e nella nostra vita quotidiana vi è l’esortazione a riconoscere il vero Gesù, il Cristo mandato dal Padre, nel Mistero della sua morte e Risurrezione, per affidare a Lui le nostre sofferenze ed i nostri dolori che ci dice: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime».
Le due letture odierne ci richiamano i due aspetti del mistero di Cristo, che la Chiesa celebra nella Messa e al quale tutti partecipiamo. Nel Vangelo troviamo l’aspetto della sofferenza: “Il Figlio dell’uomo sta per esser consegnato in mano degli uomini”. E un aspetto difficile da accettare, perché è contrario ai sogni umani, nei quali la gloria è senza pena, mentre Dio glorifica attraverso la prova che trasforma l’uomo per portarlo all’unione con lui. L’aspetto della gloria lo troviamo nel profeta Zaccaria che, come Aggeo, ha predicato la ricostruzione del tempio e anche quella di Gerusalemme. Il tempio si deve ricostruire, ma bisogna anche ricostruire la città di cui il tempio è il centro, il cuore. E Zaccaria profetizza che Gerusalemme sarà una città molt6 grande, meravigliosa, la città del Signore: “Gerusalemme sarà priva di mura, per la moltitudine di uomini e di animali che dovrà accogliere. Io stesso dice il Signore le farò da muro di fuoco all’intorno e sarà una gloria in mezzo ad essa”. ~ Signore è attorno e in mezzo a Gerusalemme: è dovunque nella città che è sua. Questa immagine della nuova Gerusalemme diventa realtà nel Nuovo Testamento, in molti modi. Alla nuova Gerusalemme il profeta dice: “Gioisci, esulta, figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te oracolo del Signore . Questa profezia si compie in maniera speciale, meravigliosa in Maria santissima alla quale l’Angelo ha portato questo annuncio: “Gioisci, piena di grazia, il Signore è con te”. La profezia di Zaccaria evoca dunque la maternità divina di Maria e insieme la maternità umana di lei, Madre della Chiesa, Madre dei fedeli: “Nazioni numerose aderiranno in quel giorno al Signore e diverranno suo popolo”. Noi siamo queste numerose nazioni, che abitiamo la nuova città che Cristo ha costruito con la sua risurrezione, la Chiesa, città piena di gioia perché il Signore è in mezzo ad essa. Chiediamo alla Madonna che ci faccia capire sempre meglio il nostro grande privilegio.

Lettura del Vangelo: Mentre tutti erano ammirati di tutte le cose che faceva, disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci presenta il secondo annuncio della Passione, Morte e Risurrezione di Gesù. I discepoli non capiscono la parola sulla croce, perché non sono capaci di capire né di accettare un Messia che diventa servo dei fratelli. Loro continuano a sognare un messia glorioso.
- Luca 9,43b-44: Il contrasto. Tutti erano pieni di meraviglia per tutte le cose che faceva, Gesù disse ai suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini». Il contrasto è molto grande. Da un lato, l’ammirazione della gente per tutto ciò che Gesù diceva e faceva. Gesù sembra corrispondere a tutto ciò che la gente sogna, crede e spera. D’altro canto, l’affermazione di Gesù che sarà messo a morte e consegnato nelle mani degli uomini. Ossia, l’opinione delle autorità su Gesù è totalmente contraria all’opinione della gente.
- Luca 9,45: L’annuncio della Croce. “Essi però non capivano queste parole: restavano per loro così misteriose che non ne coglievano il senso, e avevano timore di interrogarlo su questo argomento”. I discepoli lo ascoltavano, pero non capivano la parola sulla croce. Ma pur così, non chiedono chiarimenti. Hanno paura di lasciare apparire la loro ignoranza!
- Il titolo Figlio dell’Uomo. Questo nome appare con grande frequenza nei vangeli: 12 volte in Giovanni, 13 volte in Marco, 28 volte in Luca, 30 volte in Matteo. In tutto 83 volte nei quattro vangeli. È il nome che più piaceva a Gesù. Questo titolo viene dall’AT. Nel libro di Ezechiele, indica la condizione ben umana del profeta (Ez 3,1.4.10.17; 4,1 etc.). Nel libro di Daniele, lo stesso titolo appare nella visione apocalittica (Dn 7,1-28), in cui Daniele descrive gli imperi dei Babilonesi, dei Medi, dei Persiani e dei Greci. Nella visione del profeta, questi quattro imperi hanno l’apparenza di “animali mostruosi” (cfr. Dn 7,3-8). Sono imperi animaleschi, brutali, disumani, che perseguono ed uccidono (Dn 7,21.25). Nella visione del profeta, dopo i regni anti-umani, appare il Regno di Dio che ha l’apparenza, non di un animale, bensì di una figura umana, Figlio dell’uomo. Ossia un regno con apparenza di gente, regno umano, che promuove la vita e umanizza (Dn 7,13-14). Nella profezia di Daniele la figura del Figlio dell’Uomo rappresenta, non un individuo, bensì, come lui stesso lo dice, il “popolo dei Santi dell’Altissimo” (Dn 7,27; cfr. Dn 7,18). È il popolo di Dio che non si lascia ingannare o manipolare dall’ideologia dominante degli imperi animaleschi. La missione del Figlio dell’Uomo, cioè del popolo di Dio, consiste nel realizzare il Regno di Dio come un regno umano. Regno che promuove la vita, che umanizza le persone. Presentandosi ai discepoli come Figlio dell’Uomo, Gesù fa sua questa missione che è la missione di tutto il Popolo di Dio. È come se dicesse a loro ed a tutti noi: "Venite con me! Questa missione non è solo mia, ma è di tutti noi! Andiamo insieme a svolgere la missione che Dio ci ha fatto, ed andiamo insieme a realizzare il Regno umano che lui sognò, regno che ci rende umani!”. E fu ciò che fece tutta la sua vita, soprattutto negli ultimi tre anni. Il papa Leone Magno diceva: “Gesù fu così umano, ma così umano, come solo Dio può essere umano”. Quanto più umano, tanto più divino. Quanto più “figlio dell’uomo” tanto più “figlio di Dio!”. Tutto ciò che sfigura le persone, che toglie loro questo senso di umanità allontana da Dio. Ciò è stato condannato da Gesù, che ha posto il bene della persona umana al di sopra di tutte le leggi, al di sopra del sabato (Mc 2,27). Nel momento della sua condanna a morte da parte del tribunale religioso del sinedrio, Gesù assunse questo titolo. Quando gli fu chiesto se era il “figlio di Dio” (Mc 14,61), risponde che è il “figlio dell’Uomo”: «Io sono. E vedrete il Figlio dell'uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo» (Mc 14,62). Per questa affermazione fu dichiarato reo di morte dalla autorità. Lui stesso lo sapeva perché aveva detto: «Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,45).

Per un confronto personale
- Come unisci nella tua vita la sofferenza e la fede in Dio?
- Al tempo di Gesù si viveva un contrasto: la gente pensava e sperava in un modo, le autorità religiose pensavano e speravano in un altro modo. Oggi c’è lo stesso contrasto.

Preghiera finale: La tua parola, Signore, è stabile come il cielo. Tengo lontano i miei passi da ogni via di male, per custodire la tua parola (Sal 118).
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