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VINCENZO

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MessaggioOggetto: DOMENICA 26 SETTEMBRE 2010   Dom Set 26, 2010 10:18 am

DOMENICA 26 SETTEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Am 6,1.4-7 (Ora cesserà l’orgia dei dissoluti)
Sal 145 (Loda il Signore, anima mia)
1Tm 6,11-16 (Conserva il comandamento fino alla manifestazione del Signore)
Lc 16,19-31 (Nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti)

Il povero ed il ricco
Gesù ci pone sempre davanti a due realtà, a due atteggiamenti, a due proposte di vita tra le quali poter scegliere. Nella parabola sono presentati due personaggi uno povero e mendicante e un ricco. La differenza che sottolinea Gesù non è nella loro posizione sociale ma nel diverso approccio verso la vita. Per prima vi è il ricco che pensa a trascorrere le giornate solo a banchettare ed a soddisfare i propri desideri. Non si cura degli altri che gli stanno intorno e neanche pensa alle loro necessità e ai loro bisogni. Egli pensa solo a se stesso. Poi arriva il mendicante che è uno escluso dal consenso sociale: è trattato peggio dei cagnolini; è un emarginato non ha di che sostenersi. A questi due atteggiamenti poi corrispondono due realtà che tra loro sono incomunicabili: il paradiso e l’inferno. Sono la rappresentazione della nostra scelta di vita: quanto interviene Dio nella nostra vita? Come lo dimostriamo, nella carità nella nostra fede? La risposta a queste domande non è il castigo di un Dio giudice e senza misericordia ma è la conseguenza della nostra scelta di vita, attuata in piena libertà e che Dio poi rispetta. Dio ci offre continuamente la possibilità di salvezza e la stessa parabola ne parla. È Dio che «aveva già parlato nei tempi antichi molte volte ed in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti» come dice l’autore della Lettera agli Ebrei; ed ha anche mandato il suo Figlio, è l’accenno finale della parabola si riferisce proprio alla redenzione che si compie attraverso la morte e resurrezione di Gesù Cristo. Noi non abbiamo scusanti per la nostra negligenza e abbiamo il dovere di annunciare questo messaggio di salvezza a chi non lo ha ancora recepito perché Gesù ci dice: «quello che vi dico nelle tenebre ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti».
Con questa parabola Gesù ci richiama l’irreparabile eternità delle pene dell’inferno. È un discorso duro, ma viene dalle labbra di Gesù. Il ricco Epulone, che durante la vita terrena non ha praticato la carità, soffre irrimediabilmente nell’oltrevita. Egli, come i suoi fratelli, conosceva la legge e le profezie che specificano i modi della giustizia divina: forse riteneva che per lui si sarebbe fatta un’eccezione, e invece tutto si compie alla lettera. Siamo avvertiti anche noi: non possiamo edulcorare la legge di Cristo, affidarci a una “misericordia” che non trovi corrispettivo nella nostra carità. Finché siamo quaggiù abbiamo tempo per compiere il bene, e in tal modo guadagnarci la felicità eterna: poi sarà troppo tardi. Gesù dà un senso anche alle sofferenze di Lazzaro: le ingiustizie terrene saranno largamente compensate nell’altra vita, l’unica che conta. Abbiamo il dovere di far conoscere a tutti, cominciando dalle persone che amiamo, la logica della giustizia divina: e questa è la forma più squisita della carità.

Approfondimento del Vangelo (La parabola di Lazzaro e del ricco. Tra i due appena una porta chiusa)
Il testo: C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».

Chiave di lettura: In questa 26a domenica del Tempo Ordinario, la liturgia ci pone dinanzi la parabola del povero Lazzaro, seduto davanti alla porta del ricco. Questa parabola è uno specchio fedele, in cui si rispecchia non solo la situazione della società del tempo di Gesù, ma anche la nostra società del XXI secolo. La parabola è una denuncia forte e radicale di questa situazione, poiché indica chiaramente che Dio pensa il contrario. Nella parabola appaiono tre persone: il povero, il ricco ed il padre Abramo. Il povero ha un nome, pero non parla. Appena esiste. I suoi unici amici sono i cagnolini che lambiscono le sue ferite. Il ricco non ha nome, ma parla sempre ed insiste. Vuole avere ragione, ma non ci riesce. Il padre Abramo è padre di tutti e due, e vuole bene a tutti e due, e chiama al ricco che sta nell’inferno, ma non riesce ad ottenere che il ricco cambi opinione e si converta. Nel corso della lettura cerca di prestare molta attenzione alla conversazione del ricco con il padre Abramo, agli argomenti del ricco e agli argomenti del padre Abramo.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 16,19-21: La situazione dei due in questa vita
- Luca 16,22: La situazione dei due nell’altra vita
- Luca 16,23-26: La prima conversazione tra il ricco ed Abramo
- Luca 16,27-29: La seconda conversazione tra il ricco ed Abramo
- Luca 16,30-31: La terza conversazione tra il ricco ed Abramo

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Quale è il punto del testo che più ti è piaciuto o che ti ha maggiormente colpito? Perché?
b) Paragona la situazione del povero e del ricco prima e dopo la morte. Qual’è la situazione dei due prima della morte? Cosa cambia nella situazione del povero e del ricco dopo la morte?
c) Cosa separa il povero dal ricco prima della morte? Cosa separa il ricco dal povero dopo la morte?
d) Nella conversazione tra il ricco ed il padre Abramo, cosa chiede il ricco e cosa risponde Abramo?
e) In questa parabola, la situazione cambia solo dopo la morte. Sara che Gesù ci vuole dire che nel corso della vita il povero deve sopportare qualsiasi cosa per poter poi meritare il cielo? O cosa pensi tu?
f) Ci sono persone che come il ricco della parabola, attende miracoli per poter credere in Dio. Ma Dio chiede di credere in Mosè e nei profeti. Ed io, verso che lato tende il mio cuore: verso il miracolo o verso la Parola di Dio?
g) Che tipo di trattamento do ai poveri? Hanno per me un nome?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il tema
Contesto:
- Nel vangelo di Luca, dal capitolo 9 (Lc 9,51), stiamo accompagnando Gesù nel suo viaggio verso Gerusalemme. Qui nei capitoli 15 e 16 raggiungiamo, per così dire, il culmine, il centro del viaggio, da dove è possibile scorgere il cammino percorso ed il cammino da percorrere. Ossia, qui sulla cima della collina, o nel centro del Vangelo, percepiamo con maggiore chiarezza i due temi principali che percorrono il vangelo di Luca, da punta a punta. Nel capitolo 15, la parabola del padre con i suoi due figli ci rivela la tenerezza e la misericordia di Dio che accoglie tutti. Ora il capitolo 16 ci presenta la parabola del povero Lazzaro per rivelare l’atteggiamento che dobbiamo avere dinanzi al problema della povertà e dell’ingiustizia sociale.
- Ogni volta che Gesù ha una cosa importante da comunicare, racconta una parabola, crea una storia che rispecchia la realtà della gente. Così, mediante la riflessione sulla realtà visibile, porta coloro che lo ascoltano a scoprire gli appelli invisibili di Dio, presenti nella vita. Una parabola è fatta per far pensare e riflettere. Per questo è importante essere attenti perfino ai piccoli dettagli. Nella parabola che stiamo meditando, appaiono tre persone. Lazzaro, il povero, l’unico che non parla. Il ricco senza nome, che parla ad istante. Il padre Abramo che, nella parabola, rappresenta il pensiero di Dio. Il ricco senza nome rappresenta l’ideologia dominante del governo dell’epoca. Lazzaro rappresenta il grido straziante dei poveri del tempo di Gesù, del tempo di Luca e di tutti i tempi.

Commento del testo:
- Luca 16,19-21: La situazione del ricco e del povero. Qui appaiono i due estremi della società. Da un lato, la ricchezza aggressiva. Dall’altro il povero senza risorse, senza diritti, coperto di ulcere, impuro, senza nessuno che lo accoglie, meno i cagnolini che lambiscono le sue piaghe. Ciò che separa i due è solamente una porta: la porta chiusa della casa del ricco. Da parte sua non c’è accoglienza, né pietà per il problema del povero che si trova davanti alla sua porta. Ma nella parabola, il povero ha un nome, mentre il ricco non lo ha. Il povero si chiama Lazzaro, che significa Dio aiuta. Attraverso il povero Dio aiuta il ricco ed il ricco potrà avere il suo nome scritto nel libro della vita. Ma il ricco non accetta di essere aiutato dal povero, perché continua a tenere la porta chiusa. Questo inizio della parabola che descrive la situazione, è uno specchio fedele di quanto avveniva al tempo di Gesù e di Luca. Ed è anche lo specchio di ciò che avviene oggi!
- Luca 16,22: Il cambiamento che rivela la verità che era nascosta. “Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto”. Nella parabola, il povero muore prima del ricco. Ciò è una avvertenza per i ricchi. Fino a che il povero si trova davanti alla porta, vivo, è ancora possibile che il ricco si salvi. Ma dopo che il povero muore, muore anche l’unico strumento di salvezza per il ricco. Oggi i poveri muoiono a milioni, vittime della geopolitica dei paesi ricchi. Il povero muore ed è portato dagli angeli nel seno di Abramo. Il seno di Abramo è la fonte di vita, da dove nasce il popolo di Dio. Lazzaro, il povero, appartiene al popolo di Dio, fa parte del popolo di Abramo, da cui è escluso poiché stava alla porta del ricco. Il ricco che pensa di essere figlio di Abramo, anche lui muore ed è sepolto. Ma non va verso il seno di Abramo, poiché non è figlio di Abramo! Termina qui l’introduzione alla parabola. Ora inizia la rivelazione del suo significato, mediante tre conversazioni tra il ricco ed il padre Abramo.
- Luca 16,23-26: La prima conversazione tra il ricco senza nome ed il padre Abramo. La parabola è come una finestra che Gesù apre per noi sull’altro lato della vita, il lato di Dio. Non si tratta del cielo. Si tratta del vero lato della vita scoperto solo dalla fede e che il ricco senza fede non percepisce. L’ideologia dominante gli impedisce di scoprire. Ed è solo alla luce della morte che l’ideologia si disintegra nella testa del ricco, e che spunta per lui il vero valore della vita. Dalla parte di Dio, senza l’ideologia e la propaganda ingannevoli del governo, le sorti saranno cambiate. Il ricco soffre, il povero è felice. Il ricco, al vedere Lazzaro nel seno di Abramo chiede che Lazzaro rechi sollievo alla sua sofferenza. Alla luce della morte, il ricco scopre che Lazzaro è il suo unico benefattore possibile. Ma ora è troppo tardi! Il ricco senza nome è un giudeo (o cristiano) “pio”, conosce Abramo e lo chiama Padre. Abramo risponde e lo chiama figlio. Ciò significa che, nella realtà, questa parola di Abramo va indirizzata ai ricchi vivi. In quanto vivi, anche loro hanno la possibilità di divenire figli di Abramo, se aprono la porta a Lazzaro, al povero, all’unico che in nome di Dio può aiutarli. Per il ricco, rinchiuso nella sua sofferenza, la salvezza consisteva in una goccia d’acqua che Lazzaro poteva dargli. Nella realtà, per il ricco, la salvezza non consiste in che Lazzaro gli porti una goccia d’acqua per rinfrescargli la lingua, bensì in che lui stesso, il ricco, apra la porta chiusa della sua casa ed entri in contatto diretto con il povero. Solo così è possibile superare il grande abisso che li separa. Nella risposta di Abramo, al ricco appare la verità delle quattro maledizioni: (Lc 6,24-26). Ma guai a voi, ricchi, perché avete già la vostra consolazione. Guai a voi che ora siete sazi, perché avrete fame. Guai a voi che ora ridete, perché sarete afflitti e piangerete. Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.
- Luca 16,27-29: La seconda conversazione tra il ricco ed Abramo. Il ricco insiste: «Padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli». Il ricco non vuole che i suoi fratelli patiscano lo stesso tormento. «Manda Lazzaro!». Lazzaro, il povero, è l’unico vero intermediario tra Dio e i ricchi. Ma il ricco, durante la sua vita non si è preoccupato del povero Lazzaro. È preoccupato di se stesso e dei suoi fratelli. I poveri non l’anno preoccupato mai! È come il fratello maggiore della “Parabola del Padre con i due figli” (Lc 15,25-30). Il maggiore voleva far festa con i suoi amici, e non con il suo fratello che era perduto. La risposta di Abramo è chiara: “Loro hanno Mosè ed i Profeti; ascoltino loro!” Hanno la Bibbia! Il ricco aveva la Bibbia. La conosceva perfino a memoria. Ma non si rese mai conto che la Bibbia avesse qualcosa da vedere con i poveri alla sua porta. La chiave con cui il ricco può capire la Bibbia è il povero seduto alla sua porta!
- Luca 16,30-31: La terza conversazione tra Abramo ed il ricco. Il ricco continua insistendo: «Ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Il ricco riconosce che si è sbagliato, poiché parla di ravvedersi, cosa che non ha mai avvertito durante la vita. Lui vuole un miracolo, una resurrezione! Ma questo tipo di resurrezione non esiste. L’unica resurrezione è quella di Gesù. Gesù risorto viene a noi nella persona del povero, di colui che non ha diritti, che non ha terra, che non ha cibo, che non ha tetto, che non ha salute. Nella sua risposta finale, Abramo è breve e deciso: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»». E termina così la conversazione! La chiave per capire il senso della Bibbia e della salvezza è il povero Lazzaro, seduto davanti alla porta del ricco!

Ampliando le informazioni:
- A causa del contesto sociale ingiusto nel tempo di Gesù: Nel 64 prima di Cristo i romani invasero la Palestina e imposero al popolo un pesante tributo. Gli studiosi calcolano che più o meno la metà del reddito familiare era destinato al pagamento dei tributi, imposte e tasse del governo romano. Roma, inoltre, fece una riorganizzazione geopolitica nella regione. Prima dell’invasione romana, tutta la regione, da Tiro e Sidone fino alla frontiera con Egitto, era governata dagli asmonei, prolungamento dei maccabei. Dopo l’invasione, rimasero solo tre regioni sotto il governo dei giudei: la Giudea, la Pereia e la Galilea. Per poter mantenere il controllo sui popoli dominati con un minimo di sacrificio e spesa propria, i romani volevano attrarre verso di sé l’elite locale. Nel caso della Palestina, l’elite locale per i romani erano i sadducei, gli anziani, alcuni pubblicani e parte dei sacerdoti. Così tutto questo cambiamento prodotto dall’invasione romana fece sì che i giudei che abitavano negli altri territori di quella regione migrassero quasi tutti verso la Giudea e la Galilea. Conseguenza: la popolazione si raddoppiò in Giudea e Galilea e diminuì della metà il reddito familiare. Risultato: da un lato, impoverimento progressivo, disoccupazione, mendicanza, povertà estrema. Dall’altro arricchimento esagerato della locale, appoggiata dai romani. Il ritratto fedele di questa situazione è espresso nella parabola del povero Lazzaro e del ricco senza pietà.
- Riflessioni finali attorno alla parabola: Il ricco che ha tutto, e si rinchiude in se stesso, perde Dio, perde la ricchezza, perde la vita, perde se stesso, perde il nome, perde tutto. Il povero che non ha nulla, tiene Dio, guadagna la vita, tiene nome, guadagna tutto. Il povero è Lazzaro, è “Dio aiuta”. Dio viene fino a noi nella persona del povero, seduto alla nostra porta, per aiutarci a superare l’abisso insuperabile creato dai ricchi senza cuore. Lazzaro è anche Gesù, il Messia povero e servo, che non fu accettato, ma la cui morte cambiò radicalmente tutte le cose. Ed alla luce della morte del povero, tutto cambia. Il luogo del tormento è la situazione della persona senza Dio. Anche se il ricco pensa di avere religione e fede, non sa stare con Dio perché non apre la porta al povero, come fece Zaccheo (Lc 19,1-10).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO C
IV DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Pr 9,1-6
Sal 33,2-3.6-9
1Cor10, 14-21
Gv 6, 51-59

Chi mangia questo pane vivrà in eterno
Il regno di Dio che Gesù istaura è tutto sorprese, frutto dell’inventiva e della passione salvifica di Dio Padre che in Cristo vuol invitare tutti gli uomini alla sua tavola, cioè all’intima partecipazione alla vita divina che si vive in Casa Trinità. Là - per chi sarà trovato sveglio al suo ritorno - Cristo stesso “si stringerà le sue vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Già Gesù aveva compiuto questo gesto lavando i piedi ai discepoli quando li invitò alla sua Ultima Cena, la prima Cena Eucaristica. Là ha dato un comando: “Fate questo in memoria di me” (Lc). La messa sono i diversi appuntamenti alla sua tavola perché alla fine diveniamo degni di partecipare “al banchetto eterno” che il Signore prepara per quelli che qui ha avuto come commensali conosciuti e consueti. La tavola è segno di comunione; qui alla tavola eucaristica ci si nutre “del corpo e del sangue di Gesù Cristo”, ci si unisce alla sua persona che gradualmente fa di noi parte del suo Corpo, uniti a Lui e uniti tra di noi, cioè ci fa Chiesa.
Chi mangia: “La Sapienza (il Logos la chiamerà Giovanni) proclama: Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che ho preparato” (Lett.). Nella Torah è raccolta la Parola di Dio che ha nutrito la sapienza del Popolo di Dio. Ma quando questa Parola divenne carne in Gesù di Nazaret, è divenuto Lui il cibo che dà la vita: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. Si tratta anzitutto di aderire a Gesù nella fede: “Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo” (Gv 6,33). E ancora: “Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,35). Cosa fare allora? “Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato” (Gv 6,29). Un giorno la fantasia di Gesù inventò un segno: caricò il pane condiviso e il calice bevuto nel rito della sua Pasqua della realtà della sua Persona immolata per noi, a fare memoria della sua passione e morte salvifica e comunicarne a tutti il frutto. L’Eucaristia è il memoriale del suo gesto redentivo, da rinnovare nella forma della Cena ad esprimere la comunione intima con lui, capo della sua nuova famiglia che è la Chiesa. Partecipare a quel rito, mangiare e bere a quella mensa è unirsi profondamente a Gesù: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (Epist.). Da qui il linguaggio crudo di Gesù che vuol esprimere un vero contatto fisico con lui, non senza ma ben oltre l’atto di fede: “La mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. Carne e sangue è per sottolineare il carattere personale non materiale della manducazione eucaristica. Quando mangiamo, noi assimiliamo; qui bisogna dire.. veniamo assimilati da Lui: un mutuo dimorare insieme, una immanenza reciproca! Si tratta allora di mangiare, accostare il sacramento, sedersi - dopo che alla mensa della sua Parola - a quella del suo stesso corpo, sempre vivo e vivificante da che è risorto!: “L’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita” (1Cor 15,45). “Questa parola è dura” (Gv 6,60), mormorano i Giudei che l’ascoltano. Sono i linguaggi e le invenzioni dell’amore; solo chi ama, sa il valore del contatto fisico e delle forme analoghe di comunione!
Ha la vita: Si tratta della vita propria di Cristo, che viene da Dio. “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per (mediante) il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Sullo sfondo sta l’unione profonda che c’è tra il Padre e il Figlio: “Il Padre è in me e io nel Padre” (Gv 10,38). Due individui ma in reciproca e profonda comunione. Quella stessa intimità - quel rimanere reciproco - scivola fino a noi tramite il nostro contatto con Cristo. Pregherà Gesù: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17,21). Più precisamente: tramite il nostro essere gradualmente assimilati al Figlio, diveniamo partecipi della stessa dimora del Padre! “Se uno mi ama il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). E la vita di Dio è vita eterna. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno”. Cerchiamo la vita, la vita che scavalca la morte, la vita che non finisce più: ecco l’unica medicina, questo cibo di immortalità. “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”. Una vita col corpo risorto. Il nostro corpo rinnovato, a immagine di quello di Gesù. mangiamo infatti - e “assimiliamo” il corpo di uno risorto. Gradualmente si inserisce in noi una realtà incorruttibile. Dice Paolo pensando alla risurrezione del Cristo: “Come eravamo simili all’uomo terreno (l’Adamo che ci ha condotti alla morte), così saremo simili all’uomo celeste (al Cristo che siede alla destra del Padre)” (1Cor 15,49). Vita personale, e “vita del mondo”. “Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (Epist.). È la dimensione comunitaria dell’Eucaristia: da essa nasce e si costruisce la Chiesa. Recita il Canone III della messa: “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo spirito”. Si passa cioè dal corpo sacramentale di Cristo al corpo ecclesiale mediante il divenire eucaristico. E attraverso la missione e la carità la Chiesa - dice il Concilio - diviene “in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Appunto: “Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Classico ormai è il ricordo dei cristiani di Abitene, martiri africani sotto Diocleziano, che, incarcerati perché di nascosto celebravano l’Eucaristia, risposero: “Noi non possiamo stare senza il giorno del Signore, senza la messa festiva - Sine Dominico non possumus”. Sembra la eco di molti che, tornati dalle ferie, vengono a confessarsi che.. sono andati in ferie ogni domenica, rinunciando alla messa e vivendo come tutti gli altri pagani! Forse almeno oggi facciamo una preghiera umile allo Spirito che ci renda più consapevoli dell’Eucaristia come “fonte e culmine” della nostra vita spirituale - come afferma il Concilio - e potenza d’amore e unità (bomba esplosiva) - come richiama spesso il Papa - per un mondo così diviso e senza speranza.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Set 29, 2010 3:28 pm, modificato 1 volta
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: MERCOLEDI' 29 SETTEMBRE 2010   Mer Set 29, 2010 9:35 am

MERCOLEDÌ 29 SETTEMBRE 2010

MERCOLEDÌ DELLA XXVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE
ARCANGELI


Preghiera iniziale: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna.

Letture:
Dn 7,9-10.13-14 (Mille migliaia lo servivano)
Sal 137 (Cantiamo al Signore, grande è la sua gloria)
Gv 1,47-51 (Vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo)

A te cantiamo, Signore, davanti ai tuoi angeli
A te cantiamo, Signore, davanti ai tuoi angeli. E noi, in questa festa dei santi Arcangeli vogliamo fare proprio quel che fanno le schiere angeliche, le schiere celesti. Vogliamo dare gloria a Lui, gloria a Dio. Nella liturgia gli angeli vengono chiamati cooperatori, cooperatori del disegno di salvezza, sono al servizio di Dio e del Figlio dell’uomo, di Cristo. Non sappiamo molto degli angeli, anche se la Bibbia spesso ci presenta questi amici di Dio. Daniele nella prima lettura parla degli angeli in forma misteriosa. Nella profezia sul Figlio d’uomo Daniele dice: “Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a Lui, mille migliaia lo servivano e dieci mila miriadi lo assistevano”. Il profeta non nomina gli angeli, parla di fuoco, parla di miriadi, parla veramente con un linguaggio misterioso… Noi spesso rappresentiamo gli angeli come uomini, uomini dal viso dolce, soave… Nella Scrittura invece loro appaiono come esseri terribili, esseri che incutono timore, perché sono la manifestazione della Potenza di Dio, della Santità di Dio. Dobbiamo però notare una cosa importante, una cosa che spesso ci sfugge. Abbiamo parlato degli Angeli nella profezia di Daniele. Ma se la rileggiamo bene, ci accorgiamo che in quel brano, non sono gli Angeli gli esseri più importanti… Dopo la Epifania di Dio, la manifestazione di Dio vediamo “uno, simile ad un figlio d’uomo”. Ed è proprio lui e non gli Angeli ad essere introdotto fino al trono di Dio. È a lui che il Vegliardo “da’ il potere, la gloria e il regno”, è “a lui che tutti i popoli serviranno”. L cosa simile osserviamo anche nel brano evangelico di oggi… “Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire a scendere sul Figlio d’uomo”. Anche qui gli angeli sono al servizio del Figlio d’uomo, di Gesù Cristo. Vediamo allora come la liturgia purifica il nostro culto, il nostro servizio. La nostra lode, la nostra adorazione non è rivolta ai santi, nemmeno quando si tratta degli angeli o arcangeli. La nostra lode e il nostro culto va indirizzato solo a Dio e al Figlio di Dio. Gli angeli sono solo servitori suoi che Dio, nella sua immensa bontà, mette anche al nostro servizio. Che cos’è che ci insegna questa festa di oggi, che cos’è che impariamo oggi dai santi Arcangeli? San Michele ci insegna il “Chi se non Dio!”… Come far significare nella/colla nostra vita che solo Dio importa, che solo Lui è il Signore della nostra vita, a Lui solo vogliamo dar la nostra gloria. San Gabriele, il grande annunciatore della volontà di Dio, del progetto di Dio. Egli ci dice come riconoscere il progetto divino nella nostra vita, come accettarlo… San Raffaele, colui che guida, colui che accompagna, conduce il mondo, noi verso il Signore… Chiediamo al Signore perché ci faccia veramente comprendere la sua santità, maestà, potenza perché possiamo dargli gloria, reverenza in mezzo ai suoi Angeli.
Gli Angeli sono esseri misteriosi, e in forma misteriosa ne parla il profeta Daniele nella celebre profezia sul Figlio dell’uomo che la liturgia ci fa leggere oggi: “Un fiume di fuoco scendeva dinanzi a lui; mille migliaia lo servivano e diecimila miriadi lo assistevano”. Daniele non nomina gli Angeli: parla di fuoco, di migliaia, di miriadi di miriadi... Sono veramente esseri misteriosi. Noi li rappresentiamo come uomini dal viso soave e dolce, nella Scrittura invece appaiono come esseri terribili, che incutono timore, perché sono la manifestazione della potenza e della santità di Dio, che ci aiutano ad adorare degnamente: “A te voglio cantare davanti ai tuoi angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo”. Come preghiamo nel prefazio di oggi: “Signore, Padre santo, negli spiriti beati tu ci riveli quanto sei grande e amabile al di sopra di ogni creatura”. Nella visione di Daniele non sono gli Angeli gli esseri più importanti: vediamo più avanti “uno, simile ad un figlio d’uomo” ed è lui, non gli Angeli, ad essere introdotto fino al trono di Dio, è a lui che egli “diede potere, gloria e regno”, è a lui che “tutti i popoli serviranno”. La stessa cosa vediamo nel Vangelo: gli Angeli sono al servizio del Figlio dell’uomo. “Vedrete i cieli aperti e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo” dirà Gesù, facendo allusione sia a questa visione di Daniele sia alla visione di Giacobbe, che nel sonno vede gli Angeli salire e scendere sul luogo dove è coricato e che dà il senso della presenza di Dio in tutti i luoghi della terra. Gli Angeli di Dio sono dunque al servizio del Figlio dell’uomo, cioè di Gesù di Nazaret; la nostra adorazione non è rivolta agli Angeli, ma a Dio e al Figlio di Dio. Gli Angeli sono servitori di Dio che egli, nella sua immensa bontà, mette al nostro servizio e che ci aiutano ad avere un senso più profondo della sua santità e maestà e contemporaneamente un senso di grande fiducia, perché questi esseri terribili sono al nostro servizio, sono nostri amici. Domandiamo al Signore che ci faccia comprendere davvero la sua santità e maestà infinite, perché ci prostriamo con sempre maggiore reverenza alla sua presenza, davanti ai suoi Angeli.

Lettura del Vangelo: Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Natanaele gli domandò: «Come mi conosci?». Gli rispose Gesù: «Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l'albero di fichi». Gli replicò Natanaele: «Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d'Israele!». Gli rispose Gesù: «Perché ti ho detto che ti avevo visto sotto l'albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!». Poi gli disse: «In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell'uomo».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi ci presenta il dialogo tra Gesù e Natanaele in cui appare questa frase: «In verità, in verità vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sul Figlio dell’uomo». Questa frase aiuta a chiarire qualcosa riguardo agli arcangeli.
- Giovanni 1,47-49: La conversazione tra Gesù e Natanaele. Filippo portò Natanaele da Gesù (Gv 1,45-46). Natanaele aveva esclamato: «Da Nazaret può venire qualcosa di buono?». Natanaele era di Cana, che si trova vicino a Nazaret. Vedendo Natanaele, Gesù dice: «Ecco davvero un Israelita in cui non c'è falsità». Ed afferma che lo conosceva già quando era sotto il fico. Come mai Natanaele poteva essere un “israelita autentico” se non accettava Gesù messia? Natanaele “stava sotto il fico”. Il fico era il simbolo di Israele (cfr. Mq 4,4; Zc 3,10; 1Rs 5,5). “Stare sotto il fico” era lo stesso che essere fedeli al progetto del Dio di Israele. Israelita autentico è colui che sa disfarsi delle sue proprie idee quando percepisce che queste sono in disaccordo con il progetto di Dio. L’israelita che non è disposto a conversare non è né autentico né onesto. Natanaele è autentico. Sperava il messia secondo l’insegnamento ufficiale dell’epoca, secondo cui il Messia veniva da Betlemme nella Giudea. Il Messia non poteva venire da Nazaret in Galilea (Gv 7,41-42.52). Per questo, Natanaele si resiste ad accettare Gesù messia. Ma l’incontro con Gesù lo aiuta a rendersi conto che il progetto di Dio non è sempre come la persona se lo immagina o desidera che sia. Natanaele riconosce il suo proprio inganno, cambia idea, accetta Gesù messia e confessa: «Maestro, tu sei il figlio di Dio, tu sei il re di Israele!».
- La diversità della chiamata. I vangeli di Marco, Matteo e Luca presentano la chiamata dei primi discepoli in modo assai conciso: Gesù cammina lungo la spiaggia, chiama Pietro ed Andrea. Poi chiama Giovanni e Giacomo (Mc 1,16-20). Il vangelo di Giovanni ha un altro modo di descrivere l’inizio della prima comunità che si formò attorno a Gesù. Giovanni lo fa narrando storie ben concrete. Colpisce la varietà delle chiamate e degli incontri delle persone tra di loro e con Gesù. Così, Giovanni insegna come bisogna fare per formare una comunità. È mediante i contatti e gli inviti personali, ed è così fino ad oggi! Gesù chiama alcuni direttamente (Gv 1,43). Altri indirettamente (Gv 1,41-42). Un giorno chiamò due discepoli di Giovanni Battista (Gv 1,39). Il giorno seguente chiamò Filippo che, a sua volta, chiamò Natanaele (Gv 1,45). Nessuna chiamata si ripete, perché ogni persona è diversa. La gente non dimentica mai le chiamate importanti che marcano la loro vita. Ne ricorda perfino la ora ed il giorno (Gv 1,39).
- Giovanni 1,50-51: Gli angeli di Dio che scendono e salgono sul Figlio dell’Uomo. La confessione di Natanaele è appena all’inizio. Chi è fedele, vedrà il cielo aperto e gli angeli che salgono e scendono sul Figlio dell’Uomo. Sperimenterà che Gesù è il nuovo legame tra Dio e noi, esseri umani. È la realizzazione del sogno di Giacobbe (Gen 28,10-22).
- Gli angeli che salgono e scendono la scala. I tre arcangeli: Gabriele, Raffaele e Michele. Gabriele spiegava al profeta Daniele il significato delle visioni (Dn 8,16; 9,21). Lo stesso angelo Gabriele portò il messaggio di Dio a Elisabetta (Lc 1,19) ed a Maria, la madre di Gesù (Lc 1,26). Il suo nome significa “Dio è forte”. Raffaele appare nel libro di Tobia. Accompagna Tobia, figlio di Tobit e di Anna, lungo il viaggio e lo protegge da tutti i pericoli. Aiuta Tobia a liberare Sara dallo spirito maligno ed a curare Tobit, il padre, dalla cecità. Il suo nome significa “Dio cura”. Michele aiutò il profeta Daniele nelle sue lotte e difficoltà (Dn 10,13.21; 12,1). La lettera di Giuda dice che Michele disputò con il diavolo il corpo di Mosè (Giuda 1,9). Fu Michele che vinse satana, facendolo cadere dal cielo e gettandolo nell’inferno (Ap 12,7). Il suo nome significa: “Chi è come Dio!”. La parola angelo significa messaggero. Lui porta un messaggio di Dio. Nella Bibbia, la natura intera può essere messaggera di Dio, rivelando l’amore di Dio verso di noi (Sal 104,4). L’angelo può essere Dio stesso, quando rivolge il suo volto su di noi e ci rivela la sua presenza amorosa.

Per un confronto personale
- Hai già avuto un incontro che ha marcato la tua vita? Come hai scoperto lì la chiamata di Dio?
- Hai avuto interesse qualche volta, come ha fatto Filippo, a chiamare un’altra persona a partecipare nella comunità?

29 settembre: Santi Michele, Gabriele e Raffaele, arcangeli
Biografia: Michele, il cui nome significa “Chi è come Dio?”, è l’arcangelo che insorge contro Satana e i suoi angeli, difensore degli amici di Dio, protettore del suo popolo. Gabriele, il cui nome significa “Forza di Dio” è uno degli spiriti che stanno davanti a Dio, rivela a Daniele i segreti del piano di Dio, annunzia a Zaccaria la nascita di Giovanni Battista e a Maria quella di Gesù. Raffaele, il cui nome significa “Dio ha guarito”, è fra i sette angeli che stanno davanti al trono di Dio, accompagna e custodisce Tobia nelle peripezie del suo viaggio e gli guarisce il padre cieco. La chiesa pellegrina sulla terra, specialmente nella liturgia eucaristica, è associata alle schiere degli angeli che nella Gerusalemme Celeste cantano la gloria di Dio.

Martirologio: Festa dei Santi Michele, Grabiele e Raffaele, arcangeli. Nel giorno della dedicazione della basilica intitolata a San Michele anticamente edificata a Roma al sesto miglio della Via Salaria, si celebrano insieme i tre arcangeli, di cui la Sacra scrittura rivela le particolari missioni: giorno e notte essi servono Dio e, contemplando il suo volto, lo glorificano incessantemente.

Dagli scritti
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
L’appellativo «angelo» designa l’ufficio, non la natura
È da sapere che il termine «angelo» denota l’ufficio, non la natura. Infatti quei santi spiriti della patria celeste sono sempre spiriti, ma non si possono chiamare sempre angeli, poiché solo allora sono angeli, quando per mezzo loro viene dato un annunzio. Quelli che recano annunzi ordinari sono detti angeli, quelli invece che annunziano i più grandi eventi son chiamati arcangeli. Per questo alla Vergine Maria non viene inviato un angelo qualsiasi, ma l’arcangelo Gabriele. Era ben giusto, infatti, che per questa missione fosse inviato un angelo tra i maggiori, per recare il più grande degli annunzi. A essi vengono attribuiti nomi particolari, perché anche dal modo di chiamarli appaia quale tipo di ministero é loro affidato. Nella santa città del cielo, resa perfetta dalla piena conoscenza che scaturisce dalla visione di Dio onnipotente, gli angeli non hanno nomi particolari, che contraddistinguano le loro persone. Ma quando vengono a noi per qualche missione, prendono anche il nome dall’ufficio che esercitano. Così Michele significa: Chi é come DIo?, Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio. Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che é mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire come Dio. L’antico avversario che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14,13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo MIchele, come é detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12,7). A Maria é mandato Gabriele, che é chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio» colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero. Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni (Om. 34, 8-9; PL 76, 1250-1251).

Preghiera finale: Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore: hai ascoltato le parole della mia bocca. A te voglio cantare davanti agli angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo (Sal 137).
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: SABATO 2 OTTOBRE 2010   Sab Ott 02, 2010 9:14 am

SABATO 2 OTTOBRE 2010

SABATO DELLA XXVI SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI ANGELI CUSTODI


Preghiera iniziale: O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono, continua a effondere su di noi la tua grazia, perché, camminando verso i beni da te promessi, diventiamo partecipi della felicità eterna.

Letture:
Es 23,20-23a (Mando un angelo davanti a te)
Sal 90 (Darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie)
Mt 18,1-5.10 (I loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli)

I loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli
Stupendo questo piccolo brano del Vangelo, in una settimana liturgica nella quale lo stesso Gesù ci parla spesso dei piccoli e dei semplici. L’invito all’umiltà nel servizio verso i fratelli non è solo una norma di comportamento; nella festa degli angeli assume un significato ben preciso. L’invito della liturgia odierna è nell’immergerci da adesso nella contemplazione beata del Volto del Signore. E’ la contemplazione alla quale tutti noi siamo chiamati, quando apparteremo alla schiera dei santi. Siamo chiamati alla contemplazione del Volto del Signore, che significa albergare nel suo Cuore e vivere nel suo e perenne Amore. La contemplazione è una realtà che ci distingue come veri figli di Dio; Gesù ci mostra la nostra meta in quella contemplazione che è ora dei santi e degli angeli. Gli angeli, i messaggeri di Dio, sono i nostri custodi perché la nostra vita sia costantemente orientata verso il Signore. Gli angeli, creature spirituali, ci indicano il Regno dei Cieli al quale apparterremo nella resurrezione finale dei corpi. Oggi noi possiamo intuire cosa Gesù voglia dirci con questo invito alla contemplazione del Volto del Signore. Lo afferriamo proprio per questo invito a diventare piccoli: significa scoprire nel nostro prossimo il Volto di Cristo perché la nostra vocazione alla santità si incarna e si realizza nella carità e nell’amore. Contemplare il Volto del Signore significa il destino di gloria ma è anche il percorso che ci porta, sulla terra a questa grande meta che oggi appartiene agli angeli. La chiamata alla santità non è una meta ideale, raggiungibile solo per alcuni eletti ma è proprio la costante e continua risposta per conversione vera dei cuori nel riconoscere nel fratello da assistere l’anticipo della gloria che ci attende.
I testi liturgici ci invitano a riflettere sulla nostra relazione con Dio e a prendere coscienza che su di essa è fondata la vera fraternità. La prima lettura, un passo dell’Esodo, parla dell’Angelo che il Signore manda davanti al suo popolo come protettore e come guida. Dice il Signore: “Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce”. Subito queste parole suscitano il sentimento della presenza di Dio. Ma il contesto biblico chiarisce che la presenza dell’Angelo indica che la relazione del popolo con Dio è ancora imperfetta, deve progredire. Dio non può rivelarsi pienamente, non può mettere il popolo in relazione immediata con se stesso perché è un popolo peccatore, ribelle, che si trova soltanto all’inizio del lungo cammino che lo condurrà alla Terra promessa, alla diretta presenza di Dio. L’Angelo è come un intermediario, colui che fa camminare verso Dio e che contemporaneamente, in un certo senso, protegge dalla sua terribile presenza, fino a quando il popolo sarà in grado di reggere di fronte alla sua maestà. L’Angelo ci fa ascoltare la voce di Dio; secondo la Bibbia la sua presenza accanto a noi non ha altro scopo che di metterci in relazione con lui. E Dio dice: “Ascolta la sua voce, non ribellarti a lui; egli non ti perdonerebbe, perché il mio nome è in lui”. Se siamo docili a questa voce interiore, che è la voce stessa di Dio, siamo condotti progressivamente a una unione profonda con il Signore, simboleggiata nella Bibbia dalla entrata nella Terra promessa, il paese dove scorrono latte e miele, dove Dio prepara tutti i beni della salvezza. Anche il Vangelo di oggi parla del rapporto con Dio: “Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli”. Gesù stesso ci dice come dobbiamo rapportarci gli uni agli altri e che, per rispettare veramente le persone, per avere rapporti cristiani, dobbiamo anzitutto pensare al loro rapporto con Dio. Avvicinando qualsiasi persona dobbiamo pensare che Dio l’ama, che ha dei progetti su di lei, che l’aiuta a corrispondere a questi progetti. Se ci pensiamo seriamente, il nostro atteggiamento sarà molto più positivo: avremo più pazienza, più comprensione e soprattutto più amore. Uno dei primi Gesuiti, il beato Pietro Fabre, che viaggiava molto e doveva incontrare tante persone, avvicinare tante autorità nella sua lotta contro l’eresia protestante, aveva molta devozione agli Angeli. Quando passava nelle città, quando si preparava ad incontrare qualcuno, pregava l’Angelo custode di queste città, di queste persone e otteneva grazie mirabili. Si era messo alla presenza di Dio e questa presenza irraggiava da lui sugli altri. Se ci ispiriamo a questo esempio, ogni nostro rapporto splenderà davvero della luce del Signore, nonostante noi siamo cosi deboli e imperfetti, e camminererno sempre più, con la sua grazia, verso la sua presenza.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, i discepoli si avvicinarono a Gesù dicendo: «Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?». Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli. Perciò chiunque diventerà piccolo come questo bambino, sarà il più grande nel regno dei cieli. E chi accoglie anche uno solo di questi bambini in nome mio, accoglie me. Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli».

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci presenta un testo tratto dal Discorso della Comunità (Mt 18,1-35), in cui Matteo riunisce frasi di Gesù per aiutare le comunità della fine del primo secolo a superare i due problemi che dovevano affrontare in quel momento: l’uscita dei piccoli a causa dello scandalo di alcuni (Mt 18,1-14) ed il bisogno di dialogo per superare i conflitti interni (Mt 18,15-35). Il Discorso della Comunità affronta diversi temi: l’esercizio del potere nella comunità (Mt 18,1-4), lo scandalo che esclude i piccoli (Mt 18,5-11), l’obbligo di lottare per il ritorno dei piccoli (Mt 18,12-14), la correzione fraterna (Mt 18,15-18), la preghiera (Mt 18,19-20) ed il perdono (Mt 18,21-35). L’accento cade nell’accoglienza e nella riconciliazione, poiché la base della fraternità è l’amore gratuito di Dio che ci accoglie e ci perdona. Solo così la comunità sarà segno del Regno.
- Nel Vangelo di oggi meditiamo quella parte che parla dell’accoglienza da dare ai piccoli. L’espressione, i piccoli non si riferisce solo ai bambini, bensì alle persone senza importanza nella società, incluso i bambini. Gesù chiede che i piccoli siano al centro delle preoccupazioni della comunità, poiché “il Padre non vuole che nessuno di questi piccoli si perda” (Mt 18,14).
- Matteo 18,1: La domanda dei discepoli che provoca l’insegnamento di Gesù. I discepoli vogliono sapere chi è il più grande nel Regno. Il semplice fatto di porre questa domanda indica che non hanno colto bene il messaggio di Gesù. La risposta di Gesù, cioè tutto il Discorso della Comunità, serve per farci capire che tra i seguaci di Gesù deve prevalere lo spirito di servizio, di dedizione, di perdono, di riconciliazione e di amore gratuito, senza cercare il proprio interesse.
- Matteo 18,2-5: Il criterio fondamentale: il più piccolo è il più grande. «Allora Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo», i discepoli vogliono un criterio per potere misurare l’importanza delle persone nella comunità. Gesù risponde che il criterio sono i piccoli! I bambini non hanno importanza sociale, non appartengono al mondo dei grandi. I discepoli, in vece di crescere verso l’alto e verso il centro, devono crescere verso il basso e verso la periferia! Così saranno i più grandi nel Regno! Ed il motivo è questo: «Chi accoglie uno solo di questi piccoli, accoglie Me!». L’amore di Gesù per i piccoli non ha spiegazione. I bambini non hanno merito, sono amati dai genitori e da tutti in quanto bambini. Puro amore gratuito di Dio che si manifesta qui e che può essere imitato nella comunità da coloro che credono in Gesù.
- Matteo 18,6-9: Non scandalizzare i piccoli. Il vangelo di oggi omette questi versi dal 6 al 9 e continua nel verso 10. Diamo una breve chiave di lettura per questi versi dal 6 al 9. Scandalizzare i piccoli significa: essere per loro motivo della perdita di fede in Dio e dell’abbandono della comunità. L’eccessiva insistenza nelle norme e nelle osservanze, come facevano alcuni farisei, allontanava i piccoli, perché non incontravano più la libertà che Gesù aveva portato. Dinanzi a questo, Matteo conserva frasi molto forti di Gesù, come quella della pietra del mulino appesa al collo, e l’altra: “Guai a coloro che sono causa di scandalo!”. Segno che in quel tempo i piccoli non si identificavano più con la comunità e cercavano altri rifugi. Ed oggi? Solamente in Brasile, ogni anno, circa un milione di persone abbandonano le chiese storiche e migrano verso i pentecostali. E sono i poveri che fanno questa transizione. Se vanno via, è perché i poveri, i piccoli, non si sentono a casa nella loro stessa casa! Qual è il motivo? Per evitare questo scandalo, Gesù ordina di tagliarsi il piede o la mano e di cavarsi l’occhio. Queste affermazioni di Gesù non possono essere prese letteralmente. Significano che bisogna essere molto esigenti nella lotta allo scandalo che allontana i piccoli. Non possiamo permettere, in nessun modo, che i piccoli si sentano emarginati nella nostra comunità. Poiché, in questo caso, la comunità non sarebbe un segno del Regno di Dio. Non sarebbe di Gesù Cristo. Non sarebbe cristiana.
- Matteo 18,10: Gli angeli dei piccoli in presenza del Padre. «Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre il volto del Padre mio che è nei cieli». Oggi, a volte, si sente chiedere: “Ma gli angeli esistono o no? Forse sono un elemento della cultura persiana, dove i giudei vissero lunghi secoli nell’esilio di Babilonia?”. È possibile. Ma non è questo il quid della questione, non è questo l’aspetto principale. Nella Bibbia, l’angelo ha un altro significato. Ci sono testi che parlano dell’Angelo di Yahvé o dell’Angelo di Dio e poi improvvisamente si parla di Dio. Si scambia l’uno per l’altro (Gen 18,1-2.9.10.13.16: cfr. Gen 13,3.18). Nella Bibbia, l’angelo è il volto di Yahvé rivolto verso di noi. Il volto di Dio rivolto verso di me, verso di te! È l’espressione della convinzione più profonda della nostra fede, cioè che Dio sta con noi, con me, sempre! È un modo di rendere concreto l’amore di Dio nella nostra vita, fino ai minimi dettagli.

Per un confronto personale
- I piccoli sono accolti nella nostra comunità? Le persone più povere partecipano alla nostra comunità?
- Angeli di Dio, l’Angelo Custode. Molte volte, l’Angelo di Dio è la persona che aiuta un’altra persona. Ci sono molti angeli nella tua vita?

2 ottobre: Angeli custodi
Biografia: La festa dei Santi Angeli custodi per molto tempo ha formato un tuttuno con quella di San Michele Arcangelo. Dal secolo XVI si è cominciata a celebrare una festa distinta per i Santi Angeli custodi, estesa da Paolo V nel 1608 a tutta la Chiesa universale ed è stata fissata al 2 ottobre. Il ruolo tutto particolare nella nascita della festa liturgica hanno avuto i monaci del nostro Ordine Silvestrino e precisamente del Monastero di Santo Stefano in Roma, presso il quale vi era molto fervente la Confraternita dedita al culto dell’Angelo Custode. Proprio alla richiesta del Priore del monastero il papa acconsentì all’istituzione della celebrazione liturgica, estendendola a tutta la Chiesa. Gli angeli hanno come scopo principale l’adorazione della divinità; anche la Chiesa ci fa chiedere a Dio, nel prefazio, di permetterci di unire le nostre voci alle loro, per lodarlo. Ma, come indica il loro nome, essi sono anche i messaggeri di Dio, incaricati di vegliare sopra di noi e di eseguire i suoi comandi. Per questo motivo sono chiamati angeli custodi. Ogni essere battezzato ha il suo angelo custode. Egli (esso) ha la missione di proteggerci e di difenderci, di metterci al riparo dagli assalti del demonio e dei nemici della nostra anima affinché noi possiamo giungere alla vita eterna. Questo fedele compagno merita la nostra riconoscenza e la venerazione che conviene ad un santo che gode della visione di Dio in cielo.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
Ti custodiscano in tutti i tuoi passi
«Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90,11). Ringrazino il Signore per la sua misericordia e per i suoi prodigi verso i figli degli uomini. Ringrazino e dicano tra le genti: grandi cose ha fatto il Signore per loro. O Signore, che cos’é l’uomo, per curarti di lui o perché ti dai pensiero per lui? Ti dai pensiero di lui, di lui sei sollecito, di lui hai cura. Infine gli mandi il tuo Unigenito, fai scendere in lui il tuo Spirito, gli prometti anche la visione del tuo volto. E per dimostrare che il cielo non trascura nulla che ci possa giovare, ci metti a fianco quegli spiriti celesti, perché ci proteggano, e ci istruiscano e ci guidino. «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi». Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti, quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono presenti per giovarti. Anche se gli angeli sono semplici esecutori di comandi divini, si deve essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene. Siamo dunque devoti, siamo grati a protettori così grandi, riamiamoli, onoriamoli quanto possiamo e quanto dobbiamo. Tutto l’amore e tutto l’onore vada a Dio, dal quale deriva interamente quanto é degli angeli e quanto é nostro. Da lui viene la capacità di amare e di onorare, da lui ciò che ci rende degni di amore e di onore. Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e prepositit a noi dal Padre. Ora, infatti, siamo figli di Dio. Lo siamo, anche se questo attualmente non lo comprendiamo chiaramente, perché siamo ancora bambini sotto amministratori e tutori e, conseguentemente, non differiamo per nulla dai servi. Del resto, anche se siamo ancora bambini e ci resta un cammino tanto luogo e anche tanto pericoloso, che cosa dobbiamo temere sotto protettori così grandi? Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti. Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del Dio del cielo (Disc. 12 sul salmo 90: Tu che abiti, 3, 6-8; Opera omnia, ed. Cisterc. 4 [1966] 458-462).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 3 OTTOBRE 2010   Dom Ott 03, 2010 9:55 am

DOMENICA 3 OTTOBRE 2010

RITO ROMANO
ANNO C
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Ab 1,2-3; 2,2-4 (Il giusto vivrà per la sua fede)
Sal 94 (Ascoltate oggi la voce del Signore)
2Tm 1,6-8.13-14 (Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro)
Lc 17,5-10 (Se aveste fede!)

Credere: è la più bella avventura
La Liturgia della Parola di questa domenica inizia con un grido di dolore verso Dio da parte del profeta Abacuc perché all’interno del popolo d’Israele dilagano violenze e contese, la legge è trasgredita, il diritto non rispettato. La prima risposta di Dio, non riportata dal testo di oggi, è l’annuncio che verranno i Caldei a punire gli empi (Ab 1,6). A tale risposta il profeta si àgita ancora di più, chiedendo conto a Dio del suo operato; sì, Giuda ha peccato ma perché Dio ha scelto un popolo malvagio, pagano che governa opprimendo e seminando morte, per esercitare la sua vendetta? In fondo Giuda rimane sempre un giusto che ama l’unico Dio. Abacuc attende con impazienza che il Signore dia una spiegazione a tutti i suoi perché e intervenga per porre fine all’oppressione caldea. Gli interrogativi del profeta sono anche i nostri, gli interrogativi di tutti coloro che odiano la violenza e l’ingiustizia. L’ansia di Abucuc si placa nella risposta di Dio: «Ecco soccombe colui che non ha l’animo retto, mentre il giusto vivrà per la sua fede (Ab 2,4). È un invito alla pazienza, alla fiducia, a credere che il giusto non sarà dimenticato, ma sopravvivrà mentre l’empio soccomberà. Jahveh si impegna a realizzare questa sua promessa, l’uomo da parte sua deve camminare umilmente con il suo Dio, obbedire alle sue leggi, essergli fedele nella certezza che Dio non può ingannarlo. Il giusto non è colui che non pecca mai, ma è colui che, dopo aver peccato, appoggiandosi alla misericordia di Dio, si rialza riprendendo il cammino giustificato, perdonato. Nessuno può salvarsi da solo, nessuno può risolvere il problema del male, se non in Gesù Cristo che in sé ha distrutto tutto ciò che per noi è fardello pesante che ci schiaccia; questa è la giustizia di Dio, che ci rende giusti: la misericordia. Viviamo dunque di fede, gettando in Dio ogni nostro affanno e accogliamo l’invito del salmista a vivere la vita come una festa, anche quando siamo nel buio, perché Cristo ha vinto la morte. Solo così, ben radicati in Cristo, possiamo accogliere l’esortazione dell’Apostolo Paolo a soffrire per il Vangelo; la fedeltà alla vocazione, al Vangelo, spesso porta con sé rinunce, sofferenze, insuccessi. Poiché però ogni carisma è un dono di Dio non bisogna viverlo ansiosamente come se tutto dipendesse da noi, né trascurarlo come se tutto dipendesse da Dio ma alimentarlo come fuoco sempre vivo, credendo fermamente che lo Spirito Santo sarà capace di trasformare la nostra debolezza in forza, amore, saggezza a servizio del bene della comunità. A questo punto come agli apostoli, anche a noi viene spontaneo chiedere al Signore di aumentare la nostra fede, non certo per sradicare gli alberi e piantarli nel mare ma perché la sua Parola, seminata nei nostri cuori, nel cuore di ogni uomo, possa far nascere e crescere il frutto buono che è Gesù nostro Signore e perché altri possano gustarne la dolcezza. Nasce quindi, spontaneo nel nostro cuore una sincera gratitudine perché attraverso la nostra inadeguatezza e inefficacia Gesù, continua a camminare nella storia, portando a maturazione i semi di santità da Lui piantati, e preoccupandosi incessantemente di risvegliare in noi stessi la fede, di difenderla e di aumentarla. Sì, Lui sta in mezzo a noi come colui che serve e per noi non c’è avventura più bella che essere come lui: servi che non appartengono più a se stessi ma al proprio Signore che per noi ha donato la vita. Il Signore doni a tutti la gioia di dimenticarci, di non avanzar nessun diritto nei suoi confronti e di cercare solo la sua gloria e il suo Regno, secondo quanto afferma Sant’Agostino: «Noi, fratelli, se viviamo col continuo desiderio di appartenere a Lui e perseveriamo in esso fino alla fine, giungeremo alla visione e saremo ricolmi di gioia (dal commento sui salmi di Sant’Agostino).
È un male molto diffuso tra i credenti quello di considerare la fede come un atteggiamento puramente intellettuale, come la semplice accettazione di alcune verità. Cioè una fede che si traduce in una presa di posizione teorica, senza una vera incidenza sulla vita. Questo squilibrio ha come conseguenza lo scandalo della croce: l’esitazione davanti alle difficoltà che incontriamo ogni giorno e che sono sovente insormontabili se noi non siamo abbastanza radicati in Dio. Allora ci rivoltiamo con la stessa reazione insolente e insultante che scopriamo nelle parole del libro di Abacuc. Le due brevi parabole del testo evangelico ricordano due proprietà della fede: l’intensità e la gratuità. Per mettere in rilievo il valore di una fede minima, ma solida, Cristo insiste sugli effetti che può produrre: cambiare di posto anche all’albero più profondamente radicato. Per insistere sulla fede come dono di Dio, porta l’esempio del servitore che pone il servizio del suo amore prima di provvedere ai suoi propri bisogni. È l’esigenza del servizio del Vangelo che ci ricorda san Paolo (1Tm 1,1), ma questo stesso apostolo ci avverte che “i lavori penosi” trovano sempre l’appoggio della grazia di Dio.

Approfondimento del Vangelo (Signore aumenta in noi la fede, in modo da poter fare della nostra vita un servizio gratuito a Dio ed ai fratelli)
Il testo: In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!». Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe. Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Chiave di lettura: Il testo della liturgia di questa domenica forma parte della lunga sezione tipica di Luca (Lc 9,51 a 19,28), che descrive la lenta ascesa di Gesù verso Gerusalemme, dove sarà fatto prigioniero, sarà condannato e morirà. La maggior parte di questa sezione viene dedicata ad istruire i discepoli e le discepole. Il nostro testo fa parte di questa istruzione ai discepoli. Gesù insegna loro come deve essere la vita in comunità (Lc 17,1).

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 17,5: Gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare in loro la fede
- Luca 17,6: Vivere con la fede grande come un granello di senapa
- Luca 17,7-9: Vivere la vita al servizio gratuito di Dio e dei fratelli
- Luca 17,10: Applicazione del paragone del servo inutile

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci a meditare ed a pregare
a) Quale punto di questo testo mi è piaciuto di più o mi ha colpito di più?
b) Fede in chi? In Dio? Nell’altro? O in se stessi?
c) Fede come un granello di senapa: sarà che io ho una fede così?
d) Fare della propria vita un servizio senza aspettare la ricompensa: sono capace di vivere così?

Una chiave di lettura per approfondire il tema
a) Contesto storico del nostro testo: Il contesto storico del Vangelo di Luca ha sempre due dimensioni: l’epoca di Gesù, gli anni 30, in cui avvennero le cose descritte nel testo, e l’epoca delle comunità, a cui Luca dirige il suo Vangelo, più di cinquanta anni dopo. Nel riportare le parole ed i gesti di Gesù, Luca pensa non solo a ciò che avvenne negli anni 30, bensì e sopratutto alla vita delle comunità degli anni 80 con i loro problemi e le loro angosce, comunità a cui vuole offrire una luce ed una possibile soluzione (Lc 1,1-4).
b) Chiave di lettura: il contesto letterario: Il contesto letterario (Lc 17,1-21) in cui è collocato il nostro testo (Lc 17,5-10) contribuisce a farci capire meglio le parole di Gesù. In esso Luca riunisce le parole di Gesù con cui insegna come deve essere una vita in comunità. In primo luogo (Lc 17,1-2), Gesù richiama l’attenzione dei discepoli sui piccoli, cioè gli esclusi dalla società. Loro devono stare nel cuore della comunità. In secondo luogo (Lc 17,3-4), richiama l’attenzione sui membri deboli della comunità. Nel rapporto con loro, Gesù vuole che i discepoli si sentano responsabili ed abbiano un atteggiamento di comprensione e di riconciliazione. In terzo luogo (Lc 17,5-6) (e qui inizia il nostro testo) parla della fede in Dio che deve essere il motore della vita in comunità. In quarto luogo (Lc 17,7-10), Gesù dice che i discepoli devono servire gli altri con la massima abnegazione e con il distacco da sé, considerandosi servi inutili. In quinto luogo (Lc 17,11-19), Gesù insegna come devono ricevere il servizio dagli altri. Devono mostrare gratitudine e riconoscenza. In sesto luogo (Lc 17,20-21), Gesù insegna come guardare la realtà che ci circonda. Chiede di non correre dietro la propaganda ingannevole di coloro che insegnano che il Regno di Dio, quando giunga, potrà essere osservato da tutti. L’irruzione del Regno non potrà essere osservata da tutti. Gesù dice il contrario. L’irruzione del Regno non potrà essere osservata come si osserva quella dei re della terra. Per Gesù, il Regno di Dio è giunto già! È già in mezzo a noi, indipendentemente dal nostro sforzo o dal nostro merito. È pura grazia! E solo la fede lo percepisce.
c) Commento del testo:
- Luca 17,5: Gli apostoli chiedono a Gesù di aumentare in loro la fede. I discepoli si rendono conto che non è facile avere gli atteggiamenti che Gesù ha appena richiesto da loro: attenzione verso i più piccoli (Lc 17,1-2) e riconciliazione verso i fratelli e le sorelle più deboli della comunità (Lc 17,3-4). E questo con molta fede! Non solamente fede in Dio, ma anche fede nella possibilità di recupero del fratello e della sorella. Per questo, vanno da Gesù e gli chiedono: “Aumenta la nostra fede!”.
- Luca 17,5-6: Vivere con una fede grande come un granello di senapa. Gesù risponde: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”». Questa affermazione di Gesù suscita due domande: (1) Sarà che lui vuole insinuare che gli apostoli non hanno la fede grande come un granello di senapa? Il paragone usato da Gesù è forte ed insinuante. Un granello di senapa è molto piccolo, tanto come la piccolezza dei discepoli. Ma per mezzo della fede, possono diventare forti, più forti della montagna o del mare! Se Gesù parlasse oggi direbbe: “Se aveste la fede grande come un atomo, voi fareste esplodere questa montagna”. Cioè, malgrado la difficoltà che comporta, la riconciliazione tra fratelli e sorelle è possibile, poiché la fede riesce a realizzare ciò che sembrerebbe impossibile. Senza l’asse centrale della fede, la relazione rotta non si ricompone e la comunità che Gesù desidera non si realizza. La nostra fede deve portarci al punto di essere capaci di smuovere da dentro di noi la montagna di preconcetti e lanciarla al mare. (2) Sarà che Gesù, con questa affermazione, si è voluto riferire alla fede in Dio o alla fede nella possibilità di recupero dei fratelli e delle sorelle più deboli? Prevalentemente i riferimenti sono a tutte e due. Poi, così come l’amore di Dio si concretizza nell’amore verso il prossimo, così anche la fede in Dio deve concretizzarsi nella fede verso i fratelli, nella riconciliazione e nel perdono fino a settanta volte sette! (Mt 18,22) La fede è il controllo remoto del potere di Dio che agisce e si rivela nel rapporto umano rinnovato, vissuto in comunità!
- Luca 17,7-9: Gesù dice come dobbiamo compiere i doveri verso la comunità. Per insegnare che nella vita della comunità tutti devono essere abnegati e distaccati da sé, Gesù si serve dell’esempio dello schiavo. In quel tempo, lo schiavo non poteva meritare nulla. Il padrone, duro ed esigente, gli chiedeva solo il servizio. Non era solito ringraziare. Dinanzi a Dio siamo come lo schiavo davanti al suo padrone. Può sembrare strano che Gesù si serva di questo esempio duro, estratto dalla vita sociale ingiusta della sua epoca, per descrivere il nostro rapporto con la comunità. Ciò avviene anche in un’altra occasione, quando paragona la vita del Regno a quella di un ladrone. Ciò che importa è il termine di paragone: Dio viene come un ladrone, senza avvisare prima, quando meno ce lo aspettiamo; come uno schiavo dinanzi al suo padrone, così non possiamo né dobbiamo ottenere meriti dinanzi ai fratelli ed alle sorelle della comunità.
- Luca 17,10: Applicazione del paragone del servo inutile. Gesù traspone questo esempio alla vita in comunità: come uno schiavo davanti al suo padrone, così deve essere il nostro comportamento in comunità: non dobbiamo fare le cose per meritare l’appoggio, l’approvazione, la promozione o l’elogio, ma semplicemente per mostrare che apparteniamo a Dio! “Così fate anche voi. Quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: ‘Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quello che dovevamo fare!’ “Davanti a Dio, non meritiamo nulla. Tutto ciò che abbiamo ricevuto non lo meritiamo. Viviamo grazie all’amore gratuito di Dio.

Approfondimento sulla fede ed il servizio:
a) La fede in Dio si concretizza nel recupero del fratello:
- Primo fatto: Avvenne in Germania durante la seconda guerra mondiale: due ebrei, Samuele e Giovanni erano in un campo di concentramento. Erano molto mal trattati e spesso torturati. Giovanni, il più giovane, si irritava. La sua rabbia si manifestava in imprecazioni, parole grosse verso un soldato tedesco che li maltrattava e li colpiva. Samuele, il più grande, manteneva la calma. Un giorno, in un momento di distrazione, Giovanni disse a Samuele: “Come puoi rimanere calmo davanti a tanta brutalità? Perché sei così coraggioso? Tu devi reagire e manifestare la tua opposizione dinanzi a questo regime assurdo!”. Samuele risponde “È più difficile rimanere calmo che essere coraggioso. Io non cerco di essere coraggioso, perché ho paura che lui, per la mia rabbia, spenga l’ultimo barlume di umanità che è ancora nascosto in questo soldato abbrutito”.
- Secondo fatto: Avvenne in Palestina, durante l’occupazione romana: Gesù è stato condannato a morte dal Sinedrio. A causa della sua fede in Dio Padre, Gesù accoglie tutti come fratelli e sorelle ed agendo così, interpella, in modo radicale, il sistema che in nome di Dio mantiene emarginata tanta gente. La sentenza del sinedrio viene ratificata dall’impero romano e Gesù è condotto al supplizio sul Monte Calvario. I soldati eseguono la sentenza. Uno di loro trafigge le mani di Gesù con un chiodo. La reazione di Gesù: “Padre perdona loro perché non sanno quello che fanno!” (Lc 23,34). La fede in Dio si rivela nel perdono concesso a coloro che lo stanno uccidendo.
b) Il servizio da prestare al popolo di Dio ed all’umanità: Al tempo di Gesù, c’era una grande varietà di aspettative messianiche. D’accordo con le diverse interpretazioni delle profezie, c’era gente che aspettava un Messia Re (Lc 15,9.32), un Messia Santo o Sommo Sacerdote (Mc 1,24), un Messia Guerriero (Lc 23,5; Mc 15,6; 13,6-8), un Messia Dottore (Gv 4,25; Mc 1,22.27), un Messia Giudice (Lc 3,5-9; Mc 1,8), un Messia Profeta (Mc 6,4; 14,65). Ogni persona, secondo i suoi propri interessi o la classe sociale, aspettava il Messia, secondo i suoi propri desideri ed aspettative. Ma sembra che nessuno, salvo gli anawim, i poveri di Yavé, aspettavano il Messia Servo, annunciato dal profeta Isaia (Is 42,1; 49,3; 52,13). Spesso i poveri si ricordavano di considerare la speranza messianica come un servizio da offrire all’umanità dal popolo di Dio. Maria, la povera di Yavé, disse all’angelo: “Ecco la serva del Signore!”. È stata la donna da cui Gesù imparò la via del servizio. “Il Figlio dell’Uomo non è venuto ad essere servito, bensì a servire” (Mc 10,45). La figura del Servo, descritto nei quattro canti di Isaia (Is 42,1-9; 49,1-6; 50,4-9; 52,13 a 53,12), indicava non un individuo isolato, bensì il popolo della cattività (Is 41,8-9; 42,18-20; 43,10; 44,1-2; 44,21; 45,4; 48,20; 54,17), descritto da Isaia come popolo “oppresso, sfigurato, senza l’apparenza di persona e senza un minimo di condizione umana, popolo sfruttato, maltrattato, ridotto al silenzio, senza grazia né bellezza, pieno di dolore, evitato dagli altri come se fosse un lebbroso, condannato come un criminale, senza giudizio né difesa” (cfr. Is 53,2-8). Ritratto perfetto di una terza parte dell’umanità di oggi! Questo popolo servo “non grida, non alza la voce, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà una canna incrinata” (Is 42,2). Perseguitato, non perseguita; oppresso, non opprime; calpestato, non calpesta. Non riesce ad entrare nella voragine della violenza dell’impero che opprime. Questo atteggiamento resistente del Servo di Yavé è la radice della giustizia, che Dio vuole vedere impiantata in tutto il mondo. Per questo chiede al popolo di essere il suo Servo con la missione di far risplendere questa giustizia in tutto il mondo (Is 42,2.6; 49,6). Gesù conosce questi canti e nella realizzazione della sua missione si lascia orientare da essi. All’ora del battesimo nel fiume Giordano il Padre gli affida la missione del Servo (Mc 1,11). Quando, nella sinagoga di Nazaret, espone il suo programma alla gente della sua terra, Gesù assume questa missione pubblicamente (Lc 4,16-21). E nel suo atteggiamento di servizio Gesù ci rivela il volto di Dio che ci attira, ed il cammino di ritorno verso Dio.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
V DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
Is 56,1-7; Sal 118; Rm 15,2-7; Lc 6,27-38

Amate i vostri nemici
Non c’è parola più provocatoria di questa. Dice che non è dall’uomo, ma da Dio. Dice che la nostra fede non combacia col buon senso comune. Che siamo per natura impopolari. Denuncia la nostra distanza dall’ideale che dovremmo vivere. Quanto cioè siamo poco cristiani. Ci domandiamo anzitutto: è vera la mia umanità - quella di tutti -, o quella di Gesù? E se questa fosse quella vera - o l’unica -, come esserne capaci di attuarla? Il linguaggio paradossale di Gesù dice uno stile e uno spirito: avere la larghezza di cuore che ha Dio stesso: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso”.
Il fondamento: Si tratta anzitutto di trovare la radice - il seme -, e quindi il progetto unico di umanità che ci è comandato di attuare per avere riuscita piena. Molto semplicemente non ci siamo fatti noi; riceviamo un dato già essenzialmente costituito (predestinato, dice Paolo, cioè già strutturato): “Ci ha predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). Non c’è altra immagine di noi, e quindi unico è il progetto di umanità: soprannaturale e non.. naturale, o soggettivo, o.. mondano, o televisivo! È fuori verità chi la pensa diverso. Cioè tutta la cultura pagana che ci circonda. Un esempio: scemenza è pensare la vendetta come un.. diritto d’onore! Necessariamente chi è cristiano si distanzia e relativizza ciò che il mondo enfatizza. La sua unica carta è il vangelo. Perché lì, appunto, è raccontata la vicenda di un uomo che è il Figlio di Dio, che ha tradotto cioè nelle pieghe della quotidianità nostra (fino al cimitero) il modo unico di realizzare l’essere “fatti a immagine e somiglianza di Dio” (Gen 1,26), cioè “l’essere figlio dell’Altissimo”, lui che è “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Eb 1,3). Guardare al suo modo di vivere e mettere in pratica le sue parole non è un di più per anime pie, ma l’unico modo di realizzare la nostra umanità che abbiamo ricevuto. L’alternativa è distruggere l’uomo e la sua convivenza con gli altri, come puntualmente dimostra ogni telegiornale la sera! Ciò che Gesù ha rivelato di Dio è appunto il cuore grande di un Padre che è anzitutto rispettosissimo della libertà di ogni uomo, ne è appassionato educatore alla pienezza di vita, ma soprattutto indulgente, paziente e misericordioso, disponibile a perdonare prima di ogni nostro moto di pentimento, e ben al di là di ogni merito. In questo senso, allora, pronto ad amare anche i suoi stessi nemici; e con indulgenza sollecitarne il ritorno e la riconciliazione, “perché egli è benevole verso gli ingrati e i malvagi”. Di Dio noi proclamiamo la giustizia; ma la sua è una giustizia diversa, che si coniuga misteriosamente con la misericordia e, appunto, la larghezza di cuore. Se non si coglie questo specifico volto di Dio, diviene assurdo l’insegnamento del vangelo di oggi: sembra utopia irrealizzabile o addirittura sconfitta di fronte alla prepotenza e alla violenza. Ma dalla croce Gesù ha sconfitto la violenza col perdono. La violenza provoca violenza. Il perdono è l’argine alla violenza.
A piccoli passi: Se crediamo che questo è l’unico modo di fare una vita buona, dobbiamo sforzarci di realizzarlo, magari a piccoli passi, consapevoli che già nella coscienza c’è qualcosa di rotto (cioè di egoistico) che non ci aiuta a crederci con serietà. La contemplazione della croce, di chi ha amato fino in fondo con assoluta gratuità persino i suoi persecutori, è la lezione da contrapporre al lavaggio del cervello che ci fa la nostra cultura, fatta di disprezzo per il diverso, di chiusura nella propria sufficienza, .. di una giustizia che è sempre pretesa e spesso vendetta. Cominciamo a “fare agli altri quello che volete gli uomini facciano a voi”. “A non giudicare per non essere giudicati; a non condannare per non essere condannati”. A dare con misura abbondante perché tale misura sarà riversata anche a noi. Ciò che però sta a fondo è lo spirito di gratuità. Un amare senza interessi e ritorni, frutto certamente di un distacco che dice liberalità e generosità che gode nel far del bene, forse che ha gioia “più nel dare che nel ricevere” (cf At 20,35). E comunque, anche se incompreso e non corrisposto, l’atto è fatto per Dio - a imitazione della sua prodigalità - il quale allora sa stimare e ricompensare il gesto anche più nascosto: “Fate del bene senza sperare nulla, e la vostra ricompensa sarà grande”. Fare per avere ritorni, .. lo fan tutti: “Quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso”. Alla fine rimangono due motivi: come risposta a una gratuità che Dio ha usato per primo per noi: “Accoglietevi gli uni gli altri, come Cristo accolse voi” (Epist.); e l’intenzionalità pura di un amore fatto a lui: “L’avete fatto a me” (Mt 25,40). Ma non è ancora sufficiente. Un veleno, dall’origine, ha avvelenato il cuore, e lo ha reso incapace d’amore, roso dall’egoismo. Paolo ne ha lucida coscienza: “C’è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). La comunione che facciamo a messa è esattamente il caricarci della capacità di amare (disinteressato e generoso) che ha il cuore di Cristo per poter avere anche noi ogni giorno la capacità di realizzarlo. Lo aveva detto: “Chi mangia me, vivrà per me” (Gv 6,57); e anche: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). L’immagine efficace è quella della vite e dei tralci: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me” (Gv 15,4). È sterilità ogni sforzo che si nutre di puro filantropismo umano. Questa è utopia che a volte incanta il mondo ma che lo rende impotente.
Il tema degli stranieri accolti persino al tempio di Gerusalemme apre la prospettiva tanto attuale del rispetto almeno della umanità di chi ci invade e ci fa paura. Problema grande, che va coniugato con esigenze economiche, sociali e religiose. Puro paganesimo è quello di chi teorizza il disinteresse, il disprezzo e il rifiuto. Sarà comunque flusso inarrestabile; e la via di una lunga soluzione è nella pazienza dei tempi e nel lavoro di una graduale integrazione.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: GIOVEDI' 7 OTTOBRE   Gio Ott 07, 2010 8:57 am

GIOVEDÌ 7 OTTOBRE 2010

GIOVEDÌ DELLA XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

MARIA SS.MA DEL ROSARIO


Preghiera iniziale: O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Letture:
Gal 3,1-5 (È per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede?)
Sal Lc 1 (Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato il suo popolo)
Lc 11,5-13 (Chiedete e vi sarà dato)

Beata Maria Vergine del Rosario
Festa istituita dal Papa S. Pio V nel 1572, a ricordo della vittoria navale del 7 ottobre 1571 riportata dalle forze cristiane sui turchi minacciosi, vittoria attribuita dal santo pontefice all’intercessione di “Maria aiuto dei Cristiani” invocata contemporaneamente dalle confraternite del Rosario. Il brano evangelico lucano di oggi, ritrae Maria SS.ma nel momento inaspettato e incomprensibile da parte umana, in cui l’angelo Gabriele annuncia alla Vergine di Nazaret che sta per divenire la madre di Dio fatto uomo. È il momento sublime della grandezza di Maria, “benedetta fra tutte le donne”. È l’inizio dell’interminabile catena delle “grandi cose” che l’Onnipotente ha compiuto in lei, nella sua assimilazione totale a Cristo suo figlio. Celebrando questa festa con il Santo Padre Giovanni Paolo II in visita al santuario di Pompei, sfogliamo la sua bella enciclica del 16 ottobre 2002, intitolata “Rosarium Virginis Mariae”, mettendoci con lui “alla scuola di Maria”, perché occupi anche in noi un posto importante nella nostra vita spirituale. Ai noti cinque misteri della gioia, del dolore e della gloria il Servo di Dio Giovanni Paolo II, ha voluto aggiungere quelli della luce, anello mancante nella nostra meditazione sulla vita di Gesù. Sulla preghiera del rosario, “compendio del Vangelo”, si è formata la spiritualità delle nostre famiglie passate, raccolte nel silenzio serale avanti al quadro della Vergine in profonda meditazione. Se ne sente ora la mancanza, se ne vedono tristemente i risultati: l’invadente televisore strozza i sentimenti familiari, separa i cuori. Rimettiamoci sotto il manto di Maria, “madre, maestra, guida”, che sostiene il fedele con la sua intercessione potente.
È chiaro il motivo che ha ispirato per la festa del Rosario la scelta di questo Vangelo: contiene le prime parole dell'Ave Maria: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”, che ripetiamo tante volte quando preghiamo il Rosario. E un modo di metterci alla presenza di Maria e nello stesso tempo alla presenza del Signore, perché “il Signore è con lei”, di rimanere in maniera semplice con la Madonna, rivivendo con lei tutti i misteri della vita di Gesù, tutti i misteri della nostra salvezza. Il Vangelo dell'annunciazione a prima vista ci presenta un solo mistero, ma se guardiamo bene vi si trovano tutti i misteri del Rosario: l'annunciazione, ma anche la visitazione, perché vi si nomina Elisabetta, e il Natale di Gesù: “Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”. Anche i misteri gloriosi sono annunciati: “Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore gli darà il trono di Davide suo padre... e il suo regno non avrà fine”. E nella risurrezione e ascensione che Gesù riceve la dignità di re messianico, la gloria eterna nel regno del Padre. Dunque, misteri gaudiosi e misteri gloriosi. Sembra che manchino quelli dolorosi, ma troviamo anche quelli, non descritti, ma nel loro principio. Pensiamo alla risposta di Maria all'annuncio dell'Angelo: non è un grido di trionfo, ma una parola di umiltà: “Eccomi, sono la serva del Signore”, che la mette in profonda consonanza con il Servo del Signore annunciato da Isaia, il Servo che sarà glorificato, ma prima umiliato, condannato, ucciso, “trafitto per i nostri delitti”. Maria sa, per ispirazione dello Spirito Santo, che i misteri gloriosi non possono avvenire senza passaggio attraverso l'obbedienza fiduciosa e dolorosa al disegno divino. I misteri del Rosario sono una sola unità, ed è importante sapere che in ogni mistero gaudioso ci sono in radice tutti i misteri gloriosi e anche i dolorosi, come via per giungere alla gloria. Chiediamo alla Madonna di aiutarci a capire profondamente l'unità del mistero di Cristo, perché esso si possa attuare nei suoi diversi aspetti in tutti gli eventi della nostra vita. Mi piace riportare, a proposito della preghiera del Rosario, un piccolo testo che trovai anni fa in una rivista benedettina: “Dì il tuo Rosario dice Dio e non fermarti ad ascoltare gli sciocchi che dicono che è una devozione sorpassata e destinata a morire. Io so che cos'è la pietà, nessuno può dire che non me ne intendo, e ti dico che il Rosario mi piace, quando è recitato bene. I Padre Nostro, le Avemarie, i misteri di mio Figlio che meditate, sono Io che ve li ho dati. Questa preghiera te lo dico io è come un raggio di Vangelo, nessuno me la cambierà. Il Rosario mi piace dice Dio semplice e umile, come furono mio Figlio e sua Madre...”. Rinnoviamo, se è necessario, la nostra stima per il Rosario. Certo, bisogna pregarlo con rispetto, ed è meglio dirne due decine senza fretta che cinque di corsa. Ma detto con tranquillità è un modo di essere in compagnia di Maria alla presenza di Gesù.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono. Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!».

Riflessione
- Il vangelo di oggi continua parlando del tema della preghiera, iniziato ieri con l’insegnamento del Padre Nostro (Lc 11,1-4). Oggi Gesù insegna che dobbiamo pregare con fede ed insistenza, senza venir meno. Per questo usa una parabola provocatoria.
- Luca 11,5-7: La parabola che provoca. Como sempre, quando Gesù ha una cosa importante da insegnare, ricorre ad un paragone, ad una parabola. Oggi ci racconta una storia strana che culmina in una domanda e rivolge la domanda alla gente che lo ascoltava ed anche a noi che oggi leggiamo o ascoltiamo la storia: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”, e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”». Prima che Gesù stesso dia la risposta, vuole la nostra opinione. Cosa risponderesti: si o no?
- Luca 11,8: Gesù risponde alla provocazione. Gesù dà la sua risposta: «Vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono». Se non fosse Gesù, avresti avuto il coraggio di inventare una storia in cui si suggerisce che Dio aspetta le nostre preghiere con insistenza? La risposta di Gesù rafforza il messaggio sulla preghiera, cioè: Dio aspetta sempre la nostra preghiera. Questa parabola ne ricorda un’altra, anch’essa in Luca, la parabola della vedova che insiste nell’ottenere i suoi diritti davanti al giudice che non rispetta né Dio né la giustizia e che dà ascolto alla vedova solamente perché vuole liberarsi dall’insistenza della donna (Lc 18,3-5). Poi Gesù trae le proprie conclusioni per applicare il messaggio della parabola alla vita.
- Luca 11,9-10: La prima applicazione della Parabola. «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto». Chiedere, cercare, bussare alla porta. Se chiedete, riceverete. Se bussate alla porta vi si aprirà. Gesù non dice quanto tempo dura la richiesta, bussare alla porta, cercare, ma il risultato è certo.
- Luca 11,11-12: La seconda applicazione della parabola. «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?». Questa seconda applicazione lascia intravedere il pubblico che ascoltava le parole di Gesù ed anche il suo modo di insegnare sotto forma di dialogo. Lui domanda: “Tu che sei un padre, quando tuo figlio ti chiede un pesce, gli daresti una serpe?”. La gente risponde: “No!”. “E se ti chiede un uovo, gli daresti uno scorpione?”. “No!”. Per mezzo del dialogo, Gesù coinvolge le persone nel paragone e, per la risposta che riceve da loro, le impegna con il messaggio della parabola.
- Luca 11,13: Il messaggio: ricevere il dono dello Spirito Santo. «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Il dono massimo che Dio ha per noi è il dono dello Spirito Santo. Quando siamo stati creati, lui soffiò il suo spirito nelle nostre narici e noi diventammo esseri vivi (Gen 2,7). Nella seconda creazione mediante la Fede in Gesù, lui ci dà di nuovo lo Spirito, lo stesso Spirito che fece che la Parola si incarnasse in Maria (Lc 1,35). Con l’aiuto dello Spirito Santo, il processo di incarnazione della Parola continua fino all’ora della morte in Croce. Alla fine, all’ora della morte, Gesù consegna lo Spirito al Padre: «Nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Gesù ci promette questo spirito come fonte di verità e di comprensione (Gv 14,14-17; 16,13), un aiuto nelle persecuzioni (Mt 10,20; At 4,31). Questo Spirito non si compra a prezzo di denaro al supermercato. L’unico modo di ottenerlo è mediante la preghiera. Dopo nove giorni di preghiera si ottenne il dono abbondante dello Spirito il giorno di Pentecoste (At 1,14; 2,1-4).

Per un confronto personale
- Come rispondi alla provocazione della parabola? Una persona che vive in un piccolo appartamento in una grande città, come risponderà? Aprirebbe la porta?
- Quando tu preghi, preghi convinto/a di ottenere ciò che chiedi?

7 ottobre: Maria SS.ma del Rosario
Biografia: Questa celebrazione fu istituita da S. Pio V per commemorare la vittoria navale riportata dai cristiani nel 1571 a Lepanto contro la flotta turca (inizialmente si diceva “S. Maria della vittoria”) e attribuita all’aiuto della Santa Madre di Dio invocata con la recita del rosario. Questa commemorazione è di incitamento per tutti a meditare sui misteri di Cristo sotto la guida della beata Vergine Maria, la quale fu associata in modo tutto speciale ai misteri di Gesù. Dobbiamo recitare il rosario adagio, con devozione, e mentre ripetiamo l’Ave Maria, il pensiero deve meditare i misteri assegnati per ogni decina e trarre da essi i principali insegnamenti pratici. La festività odierna venne estesa nel 1716 alla Chiesa Universale, e fissata definitivamente al 7 ottobre da S. Pio X nel 1913. In Italia la Madonna del Rosario è molto venerata nel Santuario di Pompei.

Martirologio: Memoria della beata Vergine del Rosario: in questo giorno con la preghiera del Rosario o corona mariana si invoca la protezione della santa Madre di Dio per meditare sui misteri di Cristo, sotto la guida di lei, che fu associata in modo tutto speciale all’incarnazione, passione e resurrezione del Figlio di Dio.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate
Bisogna meditare i misteri della salvezza
Il Santo che nascerà da te, sarà chiamato Filgio di Dio (cfr. Lc 1,35), fonte della sapienza, Verbo del Padre nei cieli altissimi. Il Verbo, o Vergine santa, si farà carne per mezzo tuo, e colui che dice: «Io sono nel Padre e il Padre é in me» (Gv 10,38) dirà anche: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo» (Gv 16,28). Dunque «In principio era il Verbo», cioé già scaturiva la fonte, ma ancora unicamente in se stessa, perché al principio «Il Verbo era presso di Dio» (Gv 1,1), abitava la sua luce inacessibile. Poi il Signore cominciò a formulare un piano: Io nutro progetti di pace e non di sventura (cfr. Ger 29,11). Ma il progetto di Dio rimaneva presso di lui e noi non eravamo in grado di conoscerlo. Infatti: Chi conosce il pensiero del Signore e chi gli può essere consigliere? (cfr. Rm 11,24). E allora il pensiero di pace si calò nell’opera di pace: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14); venne ad abitare particolarmente nei nostri cuori per mezzo della fede. Divenne oggetto del nostro ricordo, del nostro pensiero e della nostra stessa immaginazione. Se egli non fosse venuto in mezzo a noi, che idea si sarebbe potuto fare di Dio l’uomo, se non quella di un idolo, frutto di fantasia? Sarebbe rimasto incomprensibile e inacessibile, invisibile e del tutto inimmaginabile. Invece ha voluto essere compreso, ha voluto essere veduto, ha voluto essere immaginato. Dirai: Dove e quando si rende a noi visibile? Appunto nel presepio, in grembo alla Vergine, mentre predica sulla montagna, mentre passa la notte in preghiera, mentre pende sulla croce e illividisce nella morte, oppure mentre, libero tra i morti, comanda sull’inferno, o anche quando risorge il terzo giorno e mostra agli apostoli le trafitture dei chiodi, quali segni di vittoria, e, finalmente, mentre sale al cielo sotto i loro sguardi. Non é forse cosa giusta, pia e santa meditare tutti questi misteri? Quando la mia mente li pensa, vi trova Dio, vi sente colui che in tutto e per tutto é il mio Dio. È dunque vera sapienza fermarsi su di essi in contemplazione. È da spiriti illuminati riandarvi per colmare il proprio cuore del dolce ricordo del Cristo (Disc. «De aquaéductu»; Opera omnia, edit. Cisterc. 5 [1968] 282-283).
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MessaggioOggetto: SABATO 9 OTTOBRE 2010   Sab Ott 09, 2010 9:34 am

SABATO 9 OTTOBRE 2010

SABATO DELLE XXVII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare.

Letture:
Gal 3,22-29 (Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede)
Sal 104 (Il Signore si è sempre ricordato della sua alleanza)
Lc 11, 27-28 (Beato il grembo che ti ha portato! Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio)

La beatitudine di Maria e nostra
La Vergine Madre, nel suo canto di lode e di ringraziamento al Signore per la sua prodigiosa maternità, con accenti profetici, esclama: «Tutte le generazioni mi proclameranno beata». L’angelo che le reca l’annunzio dice di lei: «Benedetta tu fra tutte le donne». San Giovanni, nel libro dell’Apocalisse, la vede come la donna vestita di sole con ai suoi piedi dodici stelle. Elisabetta la definisce Madre del mio Signore. Oggi è una voce anonima di una donna, che sgorga dalla folla e grida: «Beato il ventre che ti ha portato e il seno da cui hai preso il latte!». Comincia già ad avverarsi la profezia della Madre di Cristo. Egli però ha da proclamare una più ampia ed universale beatitudine: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». È una evidente conferma alle parole profetiche della Madre sua. Lei per prima ha ascoltato, accolto e messo in pratica la parola del Signore, che le è stata proclamata dall’Angelo Gabriele. Maria è quindi beata, non solo perché ha avuto il singolare e sublime privilegio di accogliere e generare il Verbo di Dio nella sua carne mortale, ma ancor più perché si mostrata docile alla volontà divina e, come il suo dilettissimo Figlio, ha accettato il piano divino fino al Calvario, condividendo con lui la passione. Quanto Maria ha fatto, come umile e docile discepola, anche noi siamo chiamati a farlo con tutta la nostra vita. Su ciascuno di noi il buon Dio ha un piano di salvezza, che egli ci rivela nel tempo e nelle circostanze di ogni giorno. Possiamo essere beati se conformiamo la nostra volontà a quella del Signore. Dobbiamo perciò essere ascoltatori attenti della sua parola, Dobbiamo avere Cristo e la sua Madre come nostri modelli. Occorre riscoprire l’umiltà del cuore e la sincerità con noi stessi per diventare avidi della parola di Dio, bisognosi della sua verità e della sua grazia e infine capaci di operare il bene.
L’uomo battezzato può cadere di nuovo, a causa dei suoi peccati, nella schiavitù di Satana (si veda, a questo proposito, il Vangelo di venerdì). Noi apprendiamo oggi che questo pericolo non minaccia colui che, seguendo l’esempio di Maria, ascolta e mette in pratica la parola divina annunciata da Cristo. Ogni madre è felice e fiera dei propri figli. Come comprendiamo allora l’esclamazione di questa donna, persa nella folla e soggiogata da Cristo! Cristo completa il suo pio augurio ponendosi al di sopra dei legami familiari che lo uniscono a Maria. Perché chiunque osserva la parola di Dio, riceve lo Spirito Santo che lo unisce a Gesù e a Dio con legami più forti di quelli carnali. Per questo Gesù designa come “beati” quelli che ascoltano le sue parole e le osservano. Questa benedizione si applica innanzi tutto a sua madre, che è la migliore fra i suoi discepoli, la Figlia del Figlio. La replica di Gesù contiene un elogio discreto di Maria. Poiché Maria è, dopo Gesù, la più attenta alla parola di Dio e la più fedele nel metterla in pratica. Proprio in questo risiede la sua grandezza, e non solo nella sua maternità. Nel contesto del Vangelo di oggi, Maria è vista come la serva del Signore che ascolta e crede.

Lettura del Vangelo: In quel tempo mentre Gesù diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». Ma egli disse: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi è molto breve, ma ha un significato importante nell’insieme del vangelo di Luca. Ci dà la chiave per capire ciò che Luca insegna rispetto a Maria, la Madre di Gesù, nel così detto Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2).
- Luca 11,27: L’esclamazione della donna. In quel tempo mentre Gesù diceva questo, una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!». L’immaginazione creativa di alcuni apocrifi suggerisce che quella donna era una vicina di Nostra Signora, lì a Nazaret. Aveva un figlio, chiamato Dimas, che, con altri ragazzi della Galilea di quel tempo, entrò in guerra con i romani, fu fatto prigioniero e messo a morte accanto a Gesù. Era il buon ladrone (Lc 23,39-43). Sua madre, avendo sentito parlare del bene che Gesù faceva alla gente, ricordò la sua vicina, Maria, e disse: «Maria deve essere felice con un figlio così!».
- Luca 11,28: La risposta di Gesù. Gesù risponde, facendo il più grande elogio di sua madre: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Luca parla poco di Maria: qui (Lc 11,28) e nel Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). Per lui, Luca, Maria è la Figlia di Sion, immagine del nuovo popolo di Dio. Rappresenta Maria modello per la vita delle comunità. Nel Concilio Vaticano II, il documento preparato su Maria fu inserito nel capitolo finale del documento Lumen Gentium sulla Chiesa. Maria è modello per la Chiesa. E soprattutto nel modo in cui Maria si rapporta con la Parola di Dio Luca la considera esempio per la vita delle comunità: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano». Maria ci insegna come accogliere la Parola di Dio, come incarnarla, viverla, approfondirla, farla nascere e crescere, lasciare che ci plasmi, anche quando non la capiamo, o quando ci fa soffrire. Questa è la visione che soggiace al Vangelo dell’Infanzia (Lc 1 e 2). La chiave per capire questi due capitoli ci è data dal vangelo di oggi: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!». Vediamo come in questi capitoli Maria si mette in rapporto con la Parola di Dio.
a) Luca 1,26-38: L’Annunciazione: «avvenga per me secondo la tua parola». Sapere aprirsi, in modo che la Parola di Dio sia accolta e si incarni.
b) Luca 1,39-45: La Visitazione: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Saper riconoscere la Parola di Dio in una visita ed in tanti altri fatti della vita.
c) Luca 1,46-56: Il Magnificat: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente». Riconoscere la Parola nella storia della gente e pronunciare un canto di resistenza e di speranza.
d) Luca 2,1-20: La Nascita: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Non c’era posto per loro. Gli emarginati accolgono la Parola.
e) Luca 2,21-32: La Presentazione: «I miei occhi han visto la tua salvezza!». I molti anni di vita purificano gli occhi.
f) Luca 2,33-38: Simeone ed Anna: «a te una spada trafiggerà l’anima». Accogliere ed incarnare la parola nella vita, essere segno di contraddizione.
g) Luca 2,39-52: Ai dodici anni, nel tempio: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Loro non compresero la Parola che fu detta!
h) Luca 11,27-28: L’elogio alla madre: «Beato il grembo che ti ha portato!». Beato chi ascolta e mette in pratica la Parola.

Per un confronto personale
- Tu riesci a scoprire la Parola viva di Dio nella tua vita?
- Come vivi la devozione a Maria, la madre di Gesù?

Preghiera finale: Cantate al Signore canti di gioia, meditate tutti i suoi prodigi. Gloriatevi del suo santo nome: gioisca il cuore di chi cerca il Signore (Sal 104).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 10 OTTOBRE 2010   Dom Ott 10, 2010 9:26 am

DOMENICA 10 AGOSTO


RITO ROMANO
ANNO C
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore, mentre ancora camini attraversando le nostre terre, oggi ti sei fermato qui e sei entrato nel mio villaggio, nella mia casa, nella mia vita. Non hai avuto paura, non hai disdegnato la profonda malattia del mio peccato; anzi, ancora di più Tu mi hai amato. A distanza mi fermo, o Maestro, insieme ai miei fratelli e alle mie sorelle che camminano con me in questo mondo. Alzo la mia voce e ti chiamo; mostro a te la ferita dell’anima mia. Ti prego, guariscimi con l’unguento buono del tuo santo Spirito, dammi la medicina vera della tua Parola; non c’è niente altro che possa guarirmi, se non Tu, che sei l’Amore.

Letture:
2Re 5,14-17 (Tornato Naamàn dall’uomo di Dio, confessò il Signore)
Sal 97 (Il Signore ha rivelato ai popoli la sua giustizia)
2Tm 2,8-13 (Se perseveriamo, con lui anche regneremo)
Lc 17,11-19 (Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero)

La salvezza del Signore è per tutti i popoli
Non si è trovato chi tornasse a rendere gloria a Dio all’infuori di questo straniero. Gesù è diretto a Gerusalemme ed attraversa la Samaria. Entrato nel territorio giudaico da lui si presentano dieci lebbrosi. Essi si tengono a distanza, come prescriveva la legge di allora, data la virulenza del contagio di una malattia ancora oggi così terribile. Nonostante queste limitazioni, i dieci lebbrosi riescono ad attirare Gesù, con la loro invocazione di aiuto. Gesù li sana tutti e dieci, invitandoli a presentarsi ai sacerdoti. Questo invito di Gesù, all’immediata prossimità della sua Passione, ha due significati ben precisi. Da un lato è il riconoscimento del sacerdozio allora in vigore e dall’altro è il donare ai dieci lebbrosi una nuova vita civile-religiosa. I dieci uomini guariti sono soddisfatti di quanto operato da Gesù stesso ma quasi tutti non sentono neanche la necessità di ritornare per ringraziare lo stesso Gesù. Uno solo di loro, un samaritano - appartenente ad un territorio considerato pagano - torna a lodare Dio in Gesù. Nel ringraziare il Signore, questo samaritano mostra una vera fede; una fede sincera. Gli altri nove, anche se di religione giudaica invece non mostrano la stessa fede. L’atto di fede del samaritano è lodato dallo stesso Gesù; il samaritano torna, proprio per questo suo atto di fede, non solo sanato nel corpo - come gli altri nove ma anche salvato nell’anima. L’episodio della liturgia di oggi è fonte di alcune riflessioni importanti per la nostra vita. Vi è un primo invito a liberare il nostro cuore da qualsiasi pregiudizio. Gli atti più belli e più puri possono venire da persone che noi giudichiamo inferiori. Già questo porterebbe un motivo sufficiente per alimentare la nostra preghiera personale. Possiamo, però chiederci - nelle nostre preghiere - cosa domandiamo a Gesù? Siamo interessati alla nostra conversione con la salvezza o pensiamo soltanto al nostro corpo? La sollecitudine di Gesù ad esaudire i dieci lebbrosi dimostra quanto sia importante la guarigione fisica, soprattutto se con questa si ridona una dignità civile. Quanto più importante, però è la salvezza dell’anima, quella che ci fa rinascere ad una vera vita nuova? Anche questo interrogativo ci interpella nel profondo del cuore nell’invito a riconoscere le vere priorità della nostra vita. Ancora però possiamo chiederci quante volte “torniamo” a ringraziare Gesù per i suoi doni? Quante volte riconosciamo il suo intervento nella nostra vita? O Piuttosto crediamo che tutto ci debba essere come dovuto di diritto?
“La tua fede ti ha salvato”. Il lebbroso samaritano, il solo straniero nel gruppo che è andato incontro a Gesù per supplicarlo. Il solo, anche, a ritornare sui suoi passi per rendergli grazie. Il suo gesto religioso, prostrarsi ai piedi di Gesù, significava anche che egli sapeva di non avere nulla che non avesse ricevuto (cfr. 1Cor 4,7). La fede, dono di Cristo, porta alla salvezza. “E gli altri nove, dove sono?”. Gli altri nove avevano obbedito all’ordine di Gesù e si erano presentati ai sacerdoti, dando così prova di una fede appena nata. Ma non hanno agito di conseguenza, una volta purificati, tornando verso Gesù, la sola via per arrivare al Padre (cfr. Gv 14,6), mediatore indispensabile per la glorificazione di Dio. La misericordia di Gesù verso colui che non possiede altro chela sua povertà e il suo peccato, ma che si volge verso il Signore per trovare il perdono e la riconciliazione, non è solo fonte di salvezza personale, ma anche di reintegrazione nella comunità di culto del popolo di Dio. Nella Chiesa, la fede di coloro che sono stati riscattati diventa azione di grazie al Padre per mezzo di nostro Signore Gesù Cristo (cfr. Col 3,16-17).

Approfondimento del Vangelo (I dieci lebbrosi: la riconoscenza per il dono gratuito della salvezza)
Il testo: Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano. Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Il contesto: Questo brano pone i nostri passi dentro la terza tappa del cammino che Gesù sta compiendo verso Gerusalemme; la meta ormai è vicina e il maestro chiama con ancora maggior intensità i suoi discepoli, cioè noi, a seguirlo, fino ad entrare con Lui nella città santa, nel mistero della salvezza, dell’amore. Il passaggio si compie solo attraverso la fede, alimentata da una preghiera intensa, incessante, insistente, fiduciosa; lo vediamo ripercorrendo i capitoli che precedono e seguono questo racconto (17,6; 17,19; 18,7-8; 18,42). Queste parole ci invitano a identificarci con i lebbrosi, che diventano bambini (cfr. Lc 18,15-17) e con il ricco che si converte e accoglie la salvezza nella sua casa (Lc 18,18ss.); se le accogliamo veramente e le custodiamo in modo tale da metterle in pratica, potremo finalmente arrivare anche noi a Gerico (19,1) e di lì cominciare a salire con Gesù (19,28), fino all’abbraccio gioioso col Padre.

La struttura:
- v. 11: Gesù è in cammino e attraversa la Samaria e la Galilea; si avvicina piano a Gerusalemme, nulla Egli lascia di non visitato, non toccato dal suo sguardo d’amore e di misericordia.
- vv. 12-14a: Gesù entra in un villaggio, che non ha nome, perché è il luogo, è la vita di tutti e qui incontra i dieci lebbrosi, uomini malati, già intaccati dalla morte, esclusi e lontani, emarginati e disprezzati. Subito Egli accoglie la loro preghiera, che è un grido del cuore e li invita ad entrare in Gerusalemme, a non stare più a distanza, ma a raggiungere il cuore della Città santa, il tempio, i sacerdoti. Li invita al ritorno alla casa del Padre.
- v. 14b: Non appena ha inizio il santo viaggio verso Gerusalemme, i dieci lebbrosi vengono risanati, diventano uomini nuovi.
- vv. 15-16: Ma uno solo di loro torna indietro per rendere grazie a Gesù: sembra quasi di vederlo correre e saltare di gioia. Loda Dio a gran voce, si prostra in adorazione e fa eucaristia.
- vv. 17-19: Gesù constata che da dieci uno solo è tornato, un samaritano, uno che non apparteneva al popolo eletto: la salvezza, infatti, è per tutti, anche per i lontani, gli stranieri. Nessuno è escluso dall’amore del Padre, che salva grazie alla fede.

Medito la Parola
a) Entro nel silenzio: L’invito è già chiaro al mio cuore: l’Amore del Padre mi aspetta, come quell’unico samaritano che è ritornato pieno di gioia e di gratitudine. L’Eucaristia della mia guarigione è già pronta; la sala al piano di sopra è addobbata, la tavola imbandita, il vitello immolato, il vino versato... il mio posto è preparato. Rileggo con attenzione il brano, lentamente, soffermandomi sulle parole, sui verbi; guardo i movimenti dei lebbrosi, li ripeto, li faccio miei, mi muovo anch’io, verso l’incontro con il Signore Gesù. E mi lascio guidare da Lui, ascolto la sua voce, il suo comando. Vado anch’io verso Gerusalemme, verso il tempio, che è il mio cuore e compiendo questo viaggio santo ripenso a tutto l’amore che il Padre ha avuto per me. Mi lascio avvolgere dal suo abbraccio, sento la guarigione della mia anima... E per questo, pieno di gioia, mi alzo, torno indietro, corro verso la sorgente della felicità vera che è il Signore. Mi preparo a dirgli grazie, a cantargli il cantico nuovo del mio amore per Lui. Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?...

b) Approfondisco alcuni termini:
- Durante il viaggio:[/i] Con il suo bel greco, Luca ci dice che Gesù sta continuando il suo viaggio verso Gerusalemme e utilizza un verbo molto bello e intenso, anche se comune e usatissimo. Solo in questa breve pericope torna per tre volte:
1) v. 11: nel viaggiare
2) v. 14: andate
3) v. 19. va’
È un verbo di movimento molto forte, che esprime pienamente tutte le dinamiche proprie del viaggio; potremmo tradurlo con tutte queste sfumature: vado, mi reco, parto, mi porto da un luogo a un altro, percorro, vado dietro. In più c’è dentro il significato dell’attraversamento, del guadare, dell’andare al di là, superando gli ostacoli. È Gesù il grande viaggiatore, il pellegrino instancabile: Lui per primo ha lasciato la sua dimora, nel seno del Padre, ed è sceso fino a noi, compiendo l’esodo eterno della nostra salvezza e liberazione. Lui conosce ogni via, ogni percorso dell’esperienza umana; nessun tratto di strada rimane nascosto o impercorribile per Lui. Per questo può invitare anche noi a camminare, a muoverci, ad attraversare, a porci in una situazione continua di esodo. Perché anche noi possiamo finalmente tornare, insieme a Lui, e andare da questo mondo al Padre.
- Entrando in un villaggio: Gesù passa, attraversa, percorre, si muove e ci raggiunge; a volte, poi, decide di entrare, fermandosi più a lungo. Come avviene in questo racconto. Luca si sofferma su questo particolare e scrive che Gesù entrò in un villaggio. L’entrare, in senso biblico, è una penetrazione, è l’ingresso nel profondo, che implica condivisione e partecipazione. Ancora una volta ci troviamo di fronte a un verbo molto comune e molto usato; solo nel Vangelo di Luca ricorre tantissime volte e disegna chiaramente l’intenzione di Gesù di farsi vicino, farsi amico e amante. Lui non disdegna nessun ingresso, nessuna comunione. Entra nella casa di Simone il lebbroso (4,38), nella casa del fariseo (7,36 e 11,37), poi nella casa del capo della sinagoga (8,51) e di Zaccheo il pubblicano (19,7). Entra continuamente nella storia dell’uomo e partecipa, mangia insieme, soffre, piange e gioisce, condividendo ogni cosa. Basta aprirgli, come dice Lui stesso (Ap 3,20) e lasciarlo entrare, perché rimanga (Lc 24,29).
- Dieci lebbrosi: Mi chiedo cosa significhi veramente questa condizione umana, questa malattia che si chiama lebbra. Parto dal testo stesso della Scrittura che descrive lo statuto per il lebbroso in Israele. Dice così: “Il lebbroso colpito dalla lebbra porterà vesti strappate e il capo scoperto, si coprirà la barba e andrà gridando: Immondo! Immondo! Sarà immondo finché avrà la piaga; è immondo, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento” (Lev 13,45-46). Dunque comprendo che il lebbroso è una persona colpita, ferita, percossa: qualcosa lo ha raggiunto con violenza, con forza e ha lasciato un segno di dolore, una ferita. È una persona in lutto, in grande dolore, come dimostrano le sue vesti stracciate e il capo scoperto; è uno che deve coprirsi la bocca, perché non ha diritto di parlare, né quasi più di respirare in mezzo agli altri: è come un morto. È uno che non può rendere culto a Dio, non può entrare nel tempio, né toccare le cose sante. È una persona piagata profondamente, un emarginato, un escluso, uno lasciato in disparte, in solitudine. Per tutto questo i dieci lebbrosi che vanno incontro a Gesù, si fermano a distanza e solo da lontano gli parlano, gridandogli il loro dolore, la loro disperazione.
- Gesù maestro!: È bellissima questa esclamazione dei lebbrosi, questa preghiera. Innanzi tutto chiamano il Signore per nome, come si fa con gli amici. Sembra che si conoscano da tempo, che sappiano gli uni dell’altro, che si siano già incontrati a livello del cuore. Questi lebbrosi sono già stati ammessi al banchetto dell’intimità con Gesù, alla festa di nozze della salvezza. Dopo di loro solo il cieco di Gerico (Lc 18,38) e il ladrone sulla croce (Lc 23,42) ripeteranno questa invocazione con la stessa familiarità, lo stesso amore: Gesù! Solo chi si riconosce malato, bisognoso, povero, malfattore, diventa prediletto di Dio. Poi lo chiamano ‘maestro', con un termine che significa più propriamente ‘colui che sta in alto’ e che ritroviamo sulla bocca di Pietro, quando, sulla barca, fu chiamato da Gesù a seguirlo (Lc 5,8) e lui si riconosce peccatore. E qui siamo al cuore della verità, qui è svelato il mistero della lebbra, quale malattia dell’anima: essa è il peccato, è la lontananza da Dio, la mancanza di amicizia, di comunione con Lui. Questo fa disseccare l’anima nostra e la fa morire pian piano.
- Tornò indietro: Non è un semplice movimento fisico, un cambiamento di direzione e di marcia, ma piuttosto un vero e proprio rivolgimento interiore, profondo. Tornare è il verbo della conversione, del ritorno a Dio. È il cambiare qualcosa in un’altra cosa (Ap 11,6); è il tornare a casa (Lc 1,56; 2,43), dopo essersi allontanati, come ha fatto il figlio prodigo, perso nel peccato. Così fa questo lebbroso: cambia la sua malattia in benedizione, la sua estraneità e lontananza da Dio in amicizia, in rapporto di intimità, come tra padre e figlio. Cambia, perché si lascia cambiare da Gesù stesso, si lascia raggiungere dal suo amore.
- Per ringraziarlo: Bellissimo questo verbo, in tutte le lingue, ma in modo particolare in greco, perché porta in sé il significato di eucaristia. Sì, è proprio così: il lebbroso fa eucaristia. Si siede alla mensa della misericordia, dove Gesù si è lasciato ferire e piagare ancor prima di lui; dove è diventato il maledetto, l’escluso, il buttato fuori dell’accampamento per raccogliere tutti noi nel suo cuore. Riceve il pane e il vino dell’amore gratuito, della salvezza, del perdono, della vita nuova; finalmente può entrare di nuovo nel tempio e partecipare alla liturgia, al culto. Finalmente può pregare, avvicinandosi a Dio in piena fiducia. Non ha più le vesti stracciate, ma l’abito da festa, la veste nuziale; ha i calzari ai piedi e l’anello al dito. Non deve più coprirsi la bocca, ma può ormai cantare e lodare Dio, può sorridere e parlare apertamente; può avvicinarsi a Gesù e baciarlo, come un amico fa con l’amico. La festa è piena, la gioia traboccante.
- Alzati e va!: È l’invito di Gesù, del Signore. Alzati, cioè risorgi. È la vita nuova dopo la morte, il giorno dopo la notte. Anche per Saulo, sulla via di Damasco, è risuonato questo invito, questo comando d’amore: “Risorgi!” (At 22,10.16) ed è nato di nuovo, dal grembo dello Spirito Santo; è tornato a vedere, ha ricominciato a mangiare, ha ricevuto il battesimo e il nome nuovo. La sua lebbra era scomparsa.
- La tua fede ti ha salvato: Rileggo questa espressione di Gesù, la ascolto nei suoi dialoghi con le persone che incontra, con la peccatrice, l’emorroissa, il cieco.
1) Gesù, voltatosi, la vide e disse: «Coraggio, figliola, la tua fede ti ha guarita». E in quell’istante la donna guarì (Mt 9,22; Lc 8,48).
2) E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada (Mc 10,52).
3) Egli disse alla donna: «La tua fede ti ha salvata: va’ in pace» (Lc 7,50).
4) E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato» (Lc 18,42).
5) Allora prego, insieme agli apostoli e dico anch’io: «Signore, aumenta la mia fede!» (cfr. Lc 17,6); «Aiutami nella mia incredulità!» (Mc 9,24).

Il confronto con la vita: Signore, ho raccolto il miele buono delle tue parole dalla divina Scrittura; tu mi hai dato luce, mi hai nutrito il cuore, mi hai mostrato la verità. So che nel numero di quei lebbrosi, di quei malati, ci sono anch’io e so che tu mi stai aspettando, perché torni, pieno di gioia, a fare Eucaristia con te, nel tuo amore misericordioso. Ti chiedo ancora la luce del tuo Spirito per poter vedere bene, per conoscere e per lasciarmi cambiare da te. Ecco, Signore, apro il mio cuore, la mia vita, davanti a te... guardami, interrogami, risanami.

Alcune domande:
- Se in questo momento, Gesù, passando e attraversando la mia vita, si fermasse per entrare nel mio villaggio, io sarei pronto ad accoglierlo? Sarei gioioso nel lasciarlo entrare? Lo inviterei, insisterei, come i discepoli di Emmaus? Eccolo, Lui sta alla porta e bussa... Mi alzerò, per aprire al mio Diletto? (Ct 5,5).
- E com’è il mio rapporto con Lui? Riesco a chiamarlo per nome, come hanno fatto i lebbrosi, pur così a distanza, ma con tutta la forza della loro fede? Nasce mai l’invocazione del nome di Gesù dal mio cuore, dalle mie labbra? Quando sono nel pericolo, nel dolore, nel pianto, quali esclamazioni escono spontanee da me? Non potrei provare a stare un po’ più attento a questo aspetto, che sembra secondario, di poco conto, ma che invece rivela una realtà molto forte e profonda? Perché non comincio a ripetere il nome di Gesù nel mio cuore, poi magari anche sulle labbra, come una preghiera, o come un canto? Potrebbe diventare la mia compagnia mentre vado al lavoro, mentre cammino, mentre faccio questo o quello.
- Ho il coraggio di mettere a nudo il mio male, il mio peccato, che è la vera malattia? Gesù invita i dieci lebbrosi ad andare dai sacerdoti, secondo la legge ebraica, ma anche per me, oggi, è importante, indispensabile compiere questo passaggio: il raccontarmi, il portare alla luce quello che mi fa male dentro e mi impedisce di essere sereno, felice, in pace. Se non è davanti al sacerdote, almeno bisogna che io mi metta davanti al Signore, faccia a faccia con Lui, senza maschere, senza nascondigli e gli dica tutta la verità di me. Solo così sarà possibile guarire veramente.
- La salvezza del Signore è per tutti; tutti Lui ama con immenso amore. Però sono pochi quelli che si aprono ad accogliere la sua presenza nella propria vita. Uno su dieci. Io da che parte mi metto? Riesco a riconoscere tutto il bene che il Signore ha fatto alla mia vita? O continuo solo a lamentarmi, ad aspettarmi sempre qualcosa di più, a recriminare, a protestare, a minacciare? So dire veramente grazie, con sincerità, con gratitudine, nella convinzione che ho ricevuto tutto, che il Signore mi dona sempre in sovrappiù? Sarebbe davvero bello prendermi un po’ di tempo per ringraziare il Signore di tutti i benefici che Lui ha sparso nella mia vita, d quando mi ricordo fino ad oggi. Penso che non riuscirei a finire, perché mi verrebbe sempre in mente qualcosa di più. Allora non mi resta che fare come il lebbroso, quell’unico fra i dieci: tornare indietro, correre fino al Signore e buttarmi ai suoi piedi, lodando Dio a gran voce. Posso farlo cantando un canto, o solo ripetendogli il mio grazie, o magari piangendo di gioia.
- E ora ascolto l’invito di Gesù: “Alzati e mettiti in viaggio”. Dopo questa esperienza non posso stare fermo, chiudermi nel mio mondo, nella mia tranquilla beatitudine e dimenticarmi di tutti. Devo alzarmi, uscire fuori, mettermi in cammino. Se il Signore ha beneficato me, è perché io porti il suo amore a miei fratelli. La gioia dell’incontro con Lui e della guarigione dell’anima non sarà mai vera, se non è condivisa e messa a servizio degli altri. Mi basta un attimo, per farmi venire in mente tanti amici, tante persone più o meno vicine che hanno bisogno di un po’ di gioia e di speranza. Perché, allora, non mi muovo subito? Posso fare una telefonata, mandare un messaggio, scrivere anche solo un bigliettino, oppure posso andare a trovare qualcuno, fargli compagnia e trovare il coraggio di annunciare la bellezza e la gioia di avere Gesù come amico, come medico, come salvatore. Il momento è adesso.

Contemplo e lodo: Signore, dalla solitudine e dall’isolamento sono venuto verso di te, con tutto il peso e la vergogna del mio peccato, della mia malattia. Ho gridato, ho confessato, ho chiesto misericordia a te, che sei l’amore. Tu mi hai ascoltato ancor prima che potessi finire la mia povera preghiera; anche da lontano tu mi hai conosciuto e mi hai accolto. Tu sai tutto di me, ma non ti scandalizzi, non disprezzi, non allontani. Mi hai detto solo di non aver paura, di non nascondermi. È bastato appena appena darti fiducia, aprire uno spiraglio del cuore e già la tua salvezza mi ha raggiunto, già ho sentito il balsamo della tua presenza. Ho capito che tu mi avevi guarito. Allora, Signore, non ho potuto fare a meno di tornare da te, per dirti almeno grazie, per piangere di gioia ai tuoi. Pensavo di non avere più nessuno, di non farcela, di non venirne più fuori. E invece tu mi hai salvato, mi hai dato un’altra possibilità per ricominciare. Signore, grazie a te non sono più lebbroso! Ho gettato via le mie vesti stracciate e ho indossato l’abito della festa. Ho rotto l’isolamento della vergogna, della durezza e ho cominciato a uscire da me stesso, lasciandomi alle spalle la mia prigione. Mi sono alzato, sono risorto. Oggi, con te, io ricomincio a vivere.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
VI DOMENICA DOPO IL MARTIRIO DI SAN GIOVANNI IL PRECURSORE


Letture:
1Re 17,6-16
Sal 4
Eb 13,1-8
Mt 10,40-42

Accoglienza e corresponsabilità
Si parla di profeti, di piccoli che credono, di discepoli, di capi della Chiesa..: per loro va riservata attenzione, accoglienza, gratitudine; in una parola: partecipazione e corresponsabilità. Si tratta di vivere la carità anzitutto all’interno della comunità, che chiamiamo comunione, con gesti semplici capaci di “portare il peso gli uni degli altri” (Gal 6,2) nella stessa missione che dal battesimo abbiamo tutti ricevuto come in solido. In questo mese missionario, alla vigilia della festa della Dedicazione, è d’obbligo una meditazione ecclesiale.
L’ospitalità: La vedova di Sarepta di Sidone è esempio classico di generosità e di accoglienza per uno straniero, che Gesù stesso rievocherà (Lc 4,25-26). E si trova in casa un uomo di Dio, anzi una visita di Dio che lascerà i segni positivi di un suo intervento salvifico. Anche Abramo accolse con gioia i tre forestieri e si trovò in casa la visita di Dio che gli prometteva un figlio (cfr. Gen 18). “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni praticandola, senza saperlo hanno accolto gli angeli” (Epist.). È l’amore - anche anonimo (cfr. Mt 25,31ss.) - che fa incontrare Cristo; come rievoca l’episodio di san Martino. “L’avete fatto a me” (Mt 25,40). Non conta il quanto, ma il cuore, dice Gesù parlando di un’altra vedova che offrì al tempio “tutto quello che aveva per vivere” (Lc 21, 1-4).
“Anche un solo bicchiere di acqua fresca perché è un discepolo..”. Certo, la carità non ha confini. Oggi si parla di attenzione “ai carcerati e a quelli che sono maltrattati” (Epist.), “perché anche voi avete un corpo”, quasi a onorare la più semplice compassione. Ma il vangelo oggi si riferisce agli apostoli, ai missionari del vangelo, che correvano per il mondo “senza argento né denaro, né sacca da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché chi lavora ha diritto al suo nutrimento” (Mt 10,9-10). Diceva loro Gesù: “In qualunque città o villaggio entriate, domandate chi là sia degno e rimanetevi finché non sarete partiti” (Mt 10,11). Vale anche la riconoscenza “per i vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio” (Epist.). Oggi Gesù è più esplicito: “Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato”. Rivolto com’è ai Dodici, richiama una missione precisa, un mandato che viene dal Padre e che Gesù dilata ai suoi primi collaboratori. Si tratta della Chiesa che si estende fino ai confini della terra per l’opera apostolica: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (Gv 20-21). Analogo è il testo: “Chi ascolta voi ascolta me, chi disprezza voi disprezza me. E chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10,16). Si tratta allora dell’accoglienza del cuore, l’assenso della fede e più precisamente della partecipazione alla realtà della Chiesa che dal battesimo ci associa al Corpo di Cristo e quindi alla sua missione. Ieri come oggi, noi come i primi discepoli a servizio del regno, perché “Gesù Cristo è lo stesso ieri e oggi e per sempre” (Epist.).
La corresponsabilità: Una accoglienza di Gesù che diviene allora corresponsabilità nella Chiesa. L’accenno “ai vostri capi” ci ricorda il primo modo di collaborare: l’ascolto e il rispetto per quanti vivono il ministero difficile di guidare la comunità: “Obbedite ai vostri capi e state sottomessi, perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi. Ciò non sarebbe di vantaggio per voi” (Eb 13,17). Assieme però ciascuno è chiamato a mettere in comune il proprio carisma per l’utilità comune; l’immagine di Paolo del corpo unico con diverse membra che si aiutano e si integrano a vicenda, dà l’idea di una Chiesa organica, multiforme ma ben compaginata, tutto rivolta al bene comune: “A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7). C’è da ricordare che la prima carità è la missione evangelica, la testimonianza della fede, pur dentro “una fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6). La ricompensa è comune proprio perché la missione è comune: “Chi accoglie il profeta perché è un profeta, avrà la ricompensa del profeta”. Davanti a Dio non contano i gradi sul cappello o la riuscita delle imprese; conta la sincerità dell’impegno e la passione del cuore. La santità sta nel fare le piccole cose col cuore da grande. Anzi: diceva san Vincenzo de Paoli: nelle imprese di Dio, meno c’è del nostro e più c’è del suo. Per questo san Paolo diceva: “Quando sono debole, è allora che sono forte” (2Cor 12,10). L’apostolato, come in parte la carità, non si misura a chili, ma dall’intenzione e soprattutto dalla.. partecipazione alla croce redentrice di Cristo, con sue leggi particolari! Questo non significa trascurare una partecipazione anche concreta all’impresa ecclesiale, soprattutto missionaria. Col sostegno della preghiera, anzitutto. Penso ai momenti di scoraggiamento di questi missionari: che possano dire sempre: “Il Signore è il mio aiuto, non avrò paura. Che cosa può farmi l’uomo? Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò” (Epist.). E poi col sostegno di una amicizia, di una condivisione, economica certo (oggi si propone gemellaggi e adozioni a distanza), ma anche di vita, come s’usa oggi tra i giovani con qualche mese estivo messo a disposizione tra terre lontane! Prepariamo e viviamo così in questo mese la Giornata Missionaria Mondiale che è momento privilegiato a sostegno della Chiesa che sta sulle frontiere della evangelizzazione ad gentes!
Viviamo tempi dove sembrano girare solo slogans di pluralismo, apertura, e .. magari troppo gusto di sparlare di casa propria, di disamore alla propria Chiesa. Paolo diceva che i primi da amare sono i nostri! Pastorale e missionarietà: cioè vita all’interno della comunità e corresponsabilità di tutta la Chiesa. Questo traduce oggi l’invito ad accogliere il profeta come profeta e a dare .. “anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo; in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
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MessaggioOggetto: SABATO 16 OTTOBRE 2010   Sab Ott 16, 2010 10:33 am

SABATO 16 OTTOBRE 2010

SABATO DELLA XXVIII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene.

Letture:
Ef 1,15-23 (Dio ha dato Cristo alla Chiesa come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui)
Sal 8 (Hai posto il tuo Figlio sopra ogni cosa)
Lc 12,8-12 (Lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire)

Chi mi riconoscerà anch’io lo riconoscerò
Nel vangelo di oggi spicca il tema della testimonianza dei cristiani. Gesù si rivolge ad una comunità che subirà persecuzioni di ogni sorta e vuol infondere coraggio e fiducia nei cuori che potrebbero vacillare di fronte alle difficoltà che essa dovrà affrontare. La vita delle prime comunità cristiane ci riporta numerosi esempi di testimonianze vere e coraggiose, il più delle volte pagate con il prezzo della propria vita offerta con gioia. Potremo essere portati a credere che il martirio sia per pochi e la vera via alla santità è privilegio per anime ben temprate. A noi non rimane che vivere in una quotidianità sempre uguale a se stessa, nella quale possiamo solo sperare nella misericordia di Dio. La fede in Dio misericordioso è l’anima della vera speranza cristiana che guarda in Cristo la salvezza incarnata e realizzata nel Mistero Pasquale. In questa realtà dovremo porre la nostra vita, nelle sue difficoltà quotidiane, per trovare una via di riscatto che ci faccia avanzare verso l’amore di Cristo. Scopriamo che la via alla santità non è per una piccola schiera di eletti ma per tutti noi, scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati al cospetto di Dio nella carità. È nell’amore e nella carità che possiamo dare la vera testimonianza di essere figli di Dio. Lo stesso Gesù ha detto ai discepoli che si dovranno distinguere in modo assoluto da come ci si ama a vicenda. Gesù è la fonte del nostro amore e l’unico vero modello. La vera testimonianza di Gesù è nella nostra vita; così come rinneghiamo Gesù quando non lo poniamo al centro della nostra esistenza.
Riconoscere la propria appartenenza a Cristo davanti agli uomini è segno del proprio cristianesimo. Già il nome di “cristiano” contiene in sé il nome di “Cristo”. Il cristiano è l’“unto”, il consacrato a Cristo. Interiormente ciò si realizza col battesimo e con la cresima, che sanciscono l’appartenenza a Cristo. È nostro dovere mostrare questa dipendenza ai nostri fratelli. Ogni giorno, dobbiamo riflettere sul modo di testimoniare, nella nostra vita, Cristo agli altri. Ignorare le vie del Signore e il piano divino di salvezza, allontanare consapevolmente Cristo dalla nostra vita è il peccato contro lo Spirito Santo. Il peccato contro lo Spirito Santo è rifiutare la salvezza. Nelle situazioni difficili, che esigono che l’uomo porti testimonianza di Dio, ci aiuta lo Spirito Santo, che ispira il nostro comportamento. La virtù della fortezza, indispensabile in una vita modellata sull’esempio di Cristo, è un dono dello Spirito Santo.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio. Chiunque parlerà contro il Figlio dell’uomo, gli sarà perdonato; ma a chi bestemmierà lo Spirito Santo, non sarà perdonato. Quando vi porteranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità, non preoccupatevi di come o di che cosa discolparvi, o di che cosa dire, perché lo Spirito Santo vi insegnerà in quel momento ciò che bisogna dire».

Riflessione
- Contesto. Mentre Gesù è in cammino verso Gerusalemme Luca nel cap. 11, che precede il nostro brano, lo presenta come intento a svelare gli abissi dell’agire misericordioso di Dio e nello stesso la profonda miseria che si nasconde nel cuore dell’uomo ed in particolar modo in coloro che hanno il compito di essere testimoni della Parola e dell’opera dello Spirito santo nel mondo. Tali realtà Gesù li presenta con una serie di riflessioni che provocano nel lettore degli effetti: sentirsi attratti dalla forza della sua Parola al punto dal sentirsi giudicati interiormente e spogliati da tutte quelle manie di grandezza che agitano l’uomo (9,46). Inoltre il lettore si identifica con vari atteggiamenti che l’insegnamento di Gesù viene a suscitare: innanzitutto si riconosce nel discepolo alla sequela di Gesù e inviato a precederlo nel ruolo di messaggero del regno; nel tale che ha qualche esitazione nel seguirlo; nel fariseo o Dottore della legge, schiavi delle loro interpretazioni e stili di vita. In sintesi il percorso del lettore nel cap.11 è caratterizzato da questo incontro con l’insegnamento di Gesù che gli rivela l’intimità di Dio, la misericordia del cuore di Dio, ma anche la verità del suo essere uomo. Nel cap.12, invece, Gesù contrappone al giudizio pervertito dell’uomo la benevolenza di Dio che dona sempre con sovrabbondanza. È in questione la vita dell’uomo. Bisogna prestare attenzione alla perversione del giudizio umano o meglio all’ipocrisia che distorce i valori per privilegiare soltanto il proprio interesse e i propri vantaggi, più che interessarsi alla vita, quella che va accolta gratuitamente. La parola di Gesù lancia al lettore un appello sul come affrontare la questione della vita: l’uomo sarà giudicato per come si comporterà al momento delle minacce. Bisogna preoccuparsi non tanto degli uomini che possono «uccidere il corpo» ma piuttosto avere a cuore il timore di Dio che giudica e corregge. Ma Gesù non promette ai discepoli che saranno risparmiati da minacce, persecuzioni, ma li rassicura sull’aiuto di Dio al momento della difficoltà.
- Saper riconoscere Gesù. L’impegno coraggioso a riconoscere pubblicamente la sua amicizia con Gesù, comporta come conseguenza la comunione personale con lui al momento del suo ritorno per giudicare il mondo. Allo stesso tempo il tradimento, «chi mi rinnegherà», colui che ha paura di confessare, riconoscere pubblicamente Gesù, si condanna da solo. Il lettore è invita a riflettere sulla portata cruciale di Gesù nella storia della salvezza: bisogna decidersi o con Gesù o contro di Lui e della sua Parola di grazia; da questa decisione, riconoscere o rinnegare Gesù, dipende la nostra salvezza. Luca evidenzia che la comunione che Gesù dona nel tempo presente ai suoi discepoli verrà confermata e diventerà perfetta al momento della sua venuta nella gloria («verrà nella gloria sua e del Padre e degli angeli santi»: 9,26). L’appello alle comunità cristiane è molto evidente: anche se si è esposti alle ostilità del mondo, è indispensabile non venir meno nella testimonianza coraggiosa a Gesù, alla sua comunione con Lui, valere non vergognarsi di essere e mostrarsi cristiani.
- La bestemmia contro lo Spirito Santo. Bestemmiare è inteso qui da Luca come il parlare offensivo o parlare contro. Tale verbo era stato applicato a Gesù quando in 5,21 aveva perdonato i peccati. La questione che pone il nostro brano può sollevare nel lettore qualche difficoltà: la bestemmia contro il Figlio dell’uomo è meno grave di quella contro lo Spirito santo? Il linguaggio di Gesù può risultare abbastanza forte per il lettore del vangelo di Luca: nel percorso del vangelo ha visto Gesù che mostrava il comportamento di Dio che va in cerca del peccatore, che è esigente ma che sa attendere il momento del ritorno a Lui o la maturazione del peccatore. In marco e Matteo la bestemmia contro lo Spirito è il mancato riconoscimento del potere di Dio dietro gli esorcismi di Gesù. Ma in Luca può significare il deliberato e consapevole rifiuto dello Spirito profetico che è all’opera nelle azioni e nell’insegnamento di Gesù, vale a dire, un rifiuto all’incontro con l’agire misericordioso e salvifico col Padre. Il mancato riconoscimento dell’origine divina della missione di Gesù, le offese dirette alla persona di Gesù, possono essere perdonati, ma chi nega l’agire dello Spirito santo nella missione di Gesù non sarà perdonato. Non si tratta di un’opposizione tra la persona di Gesù e lo Spirito santo, o di un contrasto, simbolo di due periodi della storia diversi, quello di Gesù e quello della comunità post-pasquale, ma, in definitiva, l’evangelista intende mostrare che rinnegare la persona del Cristo equivale a bestemmiare contro lo Spirito santo.

Per un confronto personale
- Sei consapevole che essere cristiani richiede di affrontare difficoltà, insidie, pericoli, fino a rischiare la propria vita per testimoniare la propria amicizia con Gesù?
- Ti vergogni di essere cristiano? Ti sta più a cuore il giudizio degli uomini, la loro approvazione o quello di non perdere la tua amicizia con Cristo?

Preghiera finale: O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra: sopra i cieli si innalza la tua magnificenza. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti hai proclamato la tua lode (Sal 8).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 17 OTTOBRE 2010   Dom Ott 17, 2010 10:36 am

DOMENICA 17 OTTOBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXIX DOMENCIA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Es 17,8-13 (Quando Mosè alzava le mani, Israele prevaleva)
Sal 120 (Il mio aiuto viene dal Signore)
2Tm 3,14 - 4,2 (L’uomo di dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona)
Lc 18,1-8 (Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui)

Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?
Nella parabola del vangelo di oggi, Gesù lega in modo ormai indissolubile due temi importanti per la vita di noi cristiani. La necessità dell’insistenza della preghiera sembra essere il tema principale della parabola del giudice disonesto. Come egli esaudirà le richieste continue della vedova così il Padre è pronto a soddisfare le nostre preghiere. Potremo sviluppare questo tema, con gli elementi importanti che fornisce Gesù nella parabola stessa. Eppure mancheremo di qualcosa di veramente importante. La scelta dei personaggi, per esempi è significativa. La vedova è una persona che non aveva molte tutele che oggi chiameremo sociali. La stessa legge mosaica aveva cercato di dare delle protezioni per le vedove ed altre categorie deboli come gli orfani e gli stranieri. Negli Atti degli Apostoli, l’istituzione dei diaconi è sorta proprio in relazione alla mancanza verso delle vedove. Il giudice, evidentemente non vuole dare ascolto alla voce di questa donna per non sentirsi troppo compromesso: preferisce eserciate il suo ufficio spianando le difficoltà. Non possiamo però leggere questa parabola senza interpellarci con la domanda stessa che pone Gesù sulla fede. Leggiamo in essa una provocazione forte che interessa tutti. Già da come è formulata la stessa domanda capiamo che tutti noi siamo gli interlocutori di Gesù. I Vangeli sono Parola di Dio e per questo eterni nel loro messaggio e destinati a tutti e in tutti i tempi. Nella parabola odierna, Gesù esplicitamente si rivolge a tutti. La questione della fede diventa allora basilare e da qui possiamo allora leggere tutta la parabola. La preghiera, anche continuativa, sarà inefficace se non parte da un cuore informato dall’amore della fede. La fede è dono di Dio da coltivare, anche nella preghiera. E allora capiamo bene la domanda di Gesù. Essa contiene anche una promessa: il suo ritorno nella gloria. Preghiamo allora che, in questa attesa fiduciosa, la nostra fede possa incrementarsi in una vita di amore e di sollecitudine verso il prossimo, sopratutto il più debole.
Cristo si definisce di fronte ad un mondo diviso in due: quello degli oppressori senza Dio e senza cuore, e quello degli oppressi senza protezione. Egli scopre un peccato: il peccato sociale, più forte che mai, antico quanto l’uomo; ed egli lo analizza in profondità nell’ingenuità di una parabola dalla quale trae un duplice insegnamento. Quello del clamore che sale verso Dio gridando l’ingiustizia irritante in una preghiera fiduciosa e senza risentimento, tenacemente serena e senza scoraggiamenti, con la sicurezza che verrà ascoltata da un giudice che diventa il Padre degli orfani e il consolatore delle vedove. D’altro canto, Gesù stesso prende posizione, rivoltandosi come una forza trasformatrice dell’uomo su questa terra deserta di ogni pietà, per mezzo della risposta personale della sua propria sofferenza, agonizzante, in un giudizio vergognoso, senza difesa e senza colpa. Neanche lui viene ascoltato, ma si abbandona ciecamente a suo Padre, dalla sua croce, che ottiene per tutti la liberazione. La sua unica forza viene dal potere di una accettazione, certa, ma profetica, denunciante. Ci chiede, dalla sua croce: quando ritornerò a voi troverò tutta questa fede, che prega nella rivolta?

Approfondimento del Vangelo (Una vera preghiera: l’esempio della vedova)
Il testo: In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Chiave di lettura: La liturgia di questa domenica ci pone dinanzi un testo del Vangelo di Luca che parla di preghiera, un tema assai caro a Luca. È la seconda volta che questo evangelista riporta parole di Gesù per insegnarci a pregare. La prima volta (Lc 11,1-13), introduce il testo del Padre Nostro e mediante paragoni e parabole, ci insegna che dobbiamo pregare sempre, senza mai stancarci. Ora, questa seconda volta (Lc 18,1-4), Luca ricorre di nuovo a parabole estratte dalla vita di ogni giorno per dare istruzioni sulla preghiera: la parabola della vedova e del giudice (18,1-8), del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). Luca presenta le parabole in modo assai didattico. Per ognuna di esse, fornisce una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi viene la parabola ed, infine, Gesù stesso applica la parabola alla vita. Il testo di questa domenica si limita alla prima parabola della vedova e del giudice (Lc 18,1-8). Nel corso della lettura è bene prestare attenzione a quanto segue: “Quali sono gli atteggiamenti delle persone che appaiono in questa parabola?”.

Una divisione del testo per aiutare a leggerlo:
- Luca 18,1: Una chiave che Gesù offre per capire la parabola
- Luca 18,2-3: Il contrasto tra il Giudice e la Vedova
- Luca 18,4-5: Il mutamento del giudice ed il perché di tale mutamento
- Luca 18,6-8a: Gesù applica la parabola
- Luca 18,8b: Una frase finale per provocare

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Quale punto di questo testo ti è piaciuto di più?
b) Quali sono gli atteggiamenti della vedova? O cosa colpisce di più in quello che lei fa e dice?
c) Cosa colpisce nell’atteggiamento e nel parlare del Giudice? Perché?
d) Quale applicazione Gesù fa della parabola?
e) Cosa ci insegna la parabola sul modo di vedere la vita e le persone?

Una chiave di lettura per approfondire maggiormente il tema.
a) Il contesto storico: Nell’analisi del contesto storico del Vangelo di Luca, dobbiamo tener conto sempre di questa duplice dimensione: l’epoca di Gesù degli anni 30, e l’epoca dei destinatari del Vangelo degli anni 80. Queste due epoche influiscono, ciascuna a modo suo, nella redazione del testo e devono essere presenti nello sforzo che compiamo per scoprire il senso che le parole di Gesù hanno oggi per noi.
b) Il contesto letterario: Il contesto letterario immediato ci presenta due parabole sulla preghiera: pregare con insistenza e perseveranza (la vedova ed il giudice) (Lc 18,1-8); pregare con umiltà e realismo (il fariseo ed il pubblicano) (Lc 18,9-14). Malgrado la loro differenza, queste due parabole hanno qualcosa in comune. Ci indicano che Gesù aveva un altro modo di vedere le cose della vita. Gesù scorgeva una rivelazione di Dio lì dove tutti scorgevano qualcosa di negativo. Per esempio, vedeva qualcosa di positivo nel pubblicano, di cui tutti dicevano: “Non sa pregare!” E nella vedova povera, di cui si diceva: “È cosi insistente che importuna perfino il giudice!” Gesù viveva così unito al Padre che tutto si trasformava per lui in fonte di preghiera. Sono molti i modi in cui una persona può esprimersi nella preghiera. Ci sono persone che dicono: “Non so pregare”, ma conversano con Dio tutto il giorno. Voi conoscete persone così?
c) Commento del testo:
- Luca 18,1: La chiave per capire la parabola. Luca introduce una parabola con la frase seguente: “Raccontò loro una parabola per mostrare che dovevano pregare sempre, senza stancarsi mai”. La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento (1Tes 5,17; Rom 12,12; Ef 6,18; ecc). Era una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane. Ed anche uno dei punti in cui Luca insiste maggiormente, sia nel Vangelo come negli Atti. Se vi interessa scoprire questa dimensione negli scritti di Luca, fate un esercizio: leggete il Vangelo e gli Atti ed annotate tutti i versi in cui Gesù o altre persone stanno pregando. Vi sorprenderete!
- Luca 18,2-3: Il contrasto tra la vedova ed il giudice. Gesù ci mostra due personaggi della vita reale: un giudice senza considerazione verso Dio e verso il prossimo, ed una vedova che non desiste dal lottare per i suoi diritti presso il giudice. Il semplice fatto che Gesù ci mostra questi due personaggi rivela che conosce la società del suo tempo. La parabola non solo presenta la povera gente che lotta nel tribunale per vedere riconosciuti i suoi diritti, ma lascia anche intravedere il contrasto violento tra i gruppi sociali. Da un lato, un giudice insensibile, senza religione. Da un altro, la vedova che sa a quale porta bussare per ottenere ciò che le è dovuto.
- Luca 18,4-5: Il cambiamento che avviene nel giudice ed il perché del cambiamento. Per molto tempo, chiedendo la stessa cosa ogni giorno, la vedova non ottiene nulla dal giudice insensibile. Infine il giudice malgrado “non temesse Dio e non si curasse di nessuno” decide di prestare attenzione alla vedova e farle giustizia. Il motivo è: liberarsi da questa continua seccatura. Motivo ben interessato! Però la vedova ottiene ciò che vuole! È questo un fatto della vita di ogni giorno, di cui Gesù si serve per insegnare a pregare.
- Luca 18,6-8: Un’applicazione della parabola. Gesù applica la parabola: “Avete udito ciò che dice il giudice ingiusto? E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che lo invocano giorno e notte, anche se li fa aspettare?” Ed aggiunge che Dio farà giustizia tra breve. Se non fosse Gesù a parlarci, non avremmo il coraggio di paragonare Dio con un giudice nel loro atteggiamento morale. Ciò che importa nel paragone è l’atteggiamento della vedova che grazie alla sua insistenza, ottiene ciò che vuole.
- Luca 18,8b: Parole sulla fede. Alla fine Gesù esprime un dubbio: “Ma il Figlio dell’Uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” Avremo il coraggio di aspettare, di avere pazienza, anche se Dio tarda a risponderci? È necessario avere molta fede per continuare a resistere e ad agire, malgrado il fatto di non vedere il risultato. Chi aspetta risultati immediati, si lascerà prendere dallo sgomento. In diversi altri punti dei salmi si parla di questa stessa resistenza dura e difficile dinanzi a Dio, fino a che Lui risponde (Sl 71,14; 37,7; 69,4; Lm 3,26). Nel citare il Salmo 80, San Pietro dice che per Dio un giorno è come mille anni (2Pd 3,8; Sl 90,4).

d) Approfondimento: La preghiera negli scritti di Luca
1) Gesù che prega nel Vangelo: I vangeli ci presentano un’immagine di Gesù che prega, che vive in contatto permanente con il Padre. L’aspirazione di vita di Gesù è fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Luca è l’evangelista che ci dice più cose sulla vita di preghiera di Gesù. Ci presenta Gesù in costante preghiera. Gesù pregava molto ed insisteva, in modo che anche la gente ed i suoi discepoli facessero lo stesso. Ed è nel confronto con Dio dove appare la verità e la persona si incontra con se stessa in tutta la sua realtà ed umiltà. Ecco alcuni momenti nel Vangelo di Luca in cui Gesù appare pregando:
- Lc 2,46-50: Quando ha dodici anni, va al Tempio, nella Casa del Padre
- Lc 3,21: Quando è battezzato ed assume la missione, prega
- Lc 4,1-2: Quando inizia la missione, passa quaranta giorni nel deserto
- Lc 4,3-12: Nell’ora della tentazione, affronta il diavolo con i testi della Scrittura
- Lc 4,16: Gesù è solito partecipare alle celebrazioni, nelle sinagoghe, il sabato
- Lc 5,16; 9,18: Cerca la solitudine del deserto, per pregare
- Lc 6,12: La sera prima di scegliere gli Apostoli, trascorre la notte pregando
- Lc 9,16; 24,30: Prega prima dei pasti
- Lc 9,18: Prima di parlare della realtà e della sua passione, prega
- Lc 9,28: Durante la crisi, sul Monte per pregare, è trasfigurato quando prega
- Lc 10,21: Quando il Vangelo viene rivelato ai piccoli, dice: “Ti ringrazio, Padre...”
- Lc 11,1: Pregando, sveglia negli apostoli la volontà di pregare
- Lc 22.32: Prega per Pietro, per aumentare la sua fede
- Lc 22,7-14: Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli
- Lc 22,41-42: Nell’Orto degli Ulivi, prega, sudando sangue
- Lc 22,40.46: Nell’angoscia dell’agonia chiede ai suoi amici di pregare con lui
- Lc 23,34: Nel momento di essere inchiodato alla croce, chiede perdono per i suoi carnefici
- Lc 23,46; Sl 31,6: Nell’ora della morte, dice: “Nelle tue mani consegno il mio spirito”
- Lc 23,46: Gesù muore con sulle labbra il grido del povero

Questo elenco di citazioni indica che per Gesù, la preghiera era intimamente unita alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per essere fedele al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con lui. Di ascoltarlo. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù pregava i Salmi. Come qualsiasi altro giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei Salmi non spense in lui lo spirito creativo. Anzi, Gesù inventò lui stesso un salmo: È il Padre Nostro. La sua vita è stata una preghiera perenne: “In ogni momento faccio ciò che il Padre mi chiede di fare!” (Gv 5,19.30). A lui si applica ciò che dice il Salmo: “... mentre io sono in preghiera!” (Sal 109,4)

2) Le Comunità oranti negli Atti degli Apostoli: Come avviene nel Vangelo, anche negli Atti, Luca parla molto spesso di preghiera. I primi cristiani sono coloro che continuano la preghiera di Gesù. A continuazione, un elenco di testi che in un modo o nell’altro, parlano di preghiera. Se osservate con molta attenzione, ne scoprirete anche altri:
- At 1,14: La comunità persevera in preghiera con Maria, la madre di Gesù
- At 1,24: La comunità prega per sapere come scegliere il sostituto di Giuda
- At 2,25-35: Pietro cita i salmi durante la predicazione
- At 2,42: I primi cristiani sono assidui nella preghiera
- At 2,46-47: Frequentano il tempio per lodare Dio
- At 3,1: Pietro e Giovanni vanno al tempio per la preghiera dell’ora nona
- At 3,8: Lo storpio curato loda Dio
- At 4,23-31: La comunità prega nella persecuzione
- At 5,12: I primi cristiani rimangono nel portico di Salomone (tempio)
- At 6,4: Gli apostoli si dedicano alla preghiera ed alla parola
- At 6,6: Pregano prima di imporre le mani sui diaconi
- At 7,59: Nell’ora della morte, Stefano prega: “Signore, ricevi il mio spirito”
- At 7,60: E prima Stefano prega: “Signore, non imputar loro questo peccato”
- At 8,15: Pietro e Giovanni pregano affinché i convertiti ricevano lo Spirito Santo
- At 8,22: Al peccatore viene detto: Pentiti e prega, così otterrai il perdono
- At 8,24: Simone dice: “Pregate voi per me il Signore, perché non mi accada nulla di ciò che avete detto”
- At 9,11: Paolo sta pregando
- At 9,40: Pietro prega per la guarigione di “Gazzella”
- At 10,2: Cornelio pregava Dio costantemente
- At 10,4: Le preghiere di Cornelio salgono al cielo e sono ascoltate
- At 10,9: Nell’ora sesta, Pietro prega sulla terrazza della casa
- At 10,30-31: Cornelio prega nell’ora nona, e la sua preghiera è ascoltata
- At 11,5: Pietro informa la gente di Gerusalemme: “Lui stava in preghiera”!
- At 12,5: La comunità prega quando Pietro è in carcere
- At 12,12: In casa di Maria, ci sono molte persone raccolte in preghiera
- At 13,2-3: La comunità prega e digiuna prima di inviare Paolo e Barnaba
- At 13,48: I pagani si rallegrano e glorificano la Parola di Dio
- At 14,23: I missionari pregano per designare i coordinatori delle comunità
- At 16,13: A Filippo, accanto al fiume, c’è un luogo di preghiera
- At 16,16: Paolo e Sila andavano alla preghiera
- At 16,25: Di notte, Paolo e Sila cantano e pregano in prigione
- At 18,9: Paolo ha una visione del Signore durante la notte
- At 19,18: Molti confessano i loro peccati
- At 20,7: Erano riuniti per la frazione del pane (Eucaristia)
- At 20,32: Paolo raccomanda a Dio i coordinatori delle comunità
- At 20,36: Paolo prega in ginocchio con i coordinatori delle comunità
- At 21,5: Si inginocchiano sulla spiaggia per pregare
- At 21,14: Dinanzi all’inevitabile, la gente dice: Sia fatta la volontà di Dio!
- At 21,20: Glorificano Dio per quanto fatto da Paolo
- At 21,26: Paolo va al tempio a compiere una promessa
- At 22,17-21: Paolo prega nel tempio, ha una visione e parla con Dio
- At 23,11: In carcere a Gerusalemme: Paolo ha una visione di Gesù
- At 27,23ss: Paolo ha una visione di Gesù durante la tormenta sul mare
- At 27,35: Paolo prende il pane e rende grazie a Dio prima di arrivare a Malta
- At 28,8: Paolo prega sul padre di Publio colpito dalla febbre
- At 28,15: Paolo rende grazie a Dio vedendo i fratelli a Pozzuoli

Questo elenco ci indica due cose molto significative. Da una parte che i primi cristiani conservano la liturgia tradizionale del popolo. Come Gesù, pregano in casa in famiglia, nella comunità e nella sinagoga ed insieme alla gente nel tempio. D’altro canto, oltre alla liturgia tradizionale, sorge tra di loro un nuovo modo di pregare in comunità con un nuovo contenuto. La radice di questa nuova preghiera nasce dalla nuova esperienza di Dio in Gesù e dalla coscienza chiara e profonda della presenza di Dio in mezzo alla comunità: “In lui viviamo, ci moviamo e siamo!” (At 17,28).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO
CHIESA MADRE DI TUTTI I FEDELI AMBROSIANI


Letture:
Is 60,11-21 oppure 1Pt 2,4-10
Sal 117
Eb 13,15-1.20-21
Lc 6,43-48

La casa sulla roccia
L’immagine di una casa ben fondata è quanto mai d’attualità entro l’imperversare di opinioni, che spesso sono menzogna e illusioni. Purtroppo solo quando uno resta scottato, si rende conto dell’imbroglio, e spesso è tardi. Cambiare abitudini è difficile. Più difficile riconoscere d’aver appoggiato la propria sicurezza su sabbie mobili, entro un mondo che non conosce più neanche altre proposte e valori, tanto è secolarizzato e senza fede! Ecco, la Chiesa di Cristo, casa fondata sulla roccia, che dà sicurezza perché dà verità. In essa e per essa si fanno frutti buoni. L’anniversario della consacrazione del nostro Duomo (1577 fatta da san Carlo) ogni anno ci invita a pensare alla Chiesa, a cogliere il ruolo che ciascuno ha in essa, in particolare nella Chiesa locale che è la Diocesi.
Pietre vive: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata pietra d’angolo”; è “Cristo, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio” (Lett.). La storia vera la fa Iddio, e non c’è persecuzione o evento umano che faccia fallire l’opera di Cristo: “le potenze degli inferi non prevarranno su di essa” (Mt 16,18). La Chiesa è una casa ben fondata e strutturata, entro la quale ogni battezzato trova legittima dimora: “Dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. In lui la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito” (Ef 2,19-22). Dall’immagine della casa si passa al tempio, luogo della dimora di Dio tra gli uomini. Con Cristo il definitivo tempio è la sua umanità e il suo Corpo, cioè la Chiesa, “sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). Di essa allora i credenti “sono pietre vive costruite come edificio spirituale per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo” (Lett.). Realtà sacra e santificante è questa Chiesa, “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere mirabili di lui”. Identità di base di tutto il popolo di Dio e per ognuno specifica missione. È questo l’ambito di riuscita e salvezza: “Chi in essa crede non resterà deluso; ma per quelli che non credono.. la pietra è diventata sasso d’inciampo, pietra di scandalo. Vi inciampano perché non obbediscono alla Parola”. Gesù trasferisce l’immagine della roccia proprio a chi ha costruito seriamente la sua casa: “Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene”. L’invito è allora a obbedire alla Parola. Gesù oggi ha un rimprovero: “Perché mi invocate: Signore, Signore! e non fate quello che vi dico?”.
La Chiesa locale: Fiorisci là dove Dio ti ha seminato. Cioè nella propria comunità, Diocesi e parrocchia, dove dal giorno del battesimo siamo stati chiamati “dalle tenebre alla sua luce meravigliosa; un tempo non-popolo, ora popolo di Dio; un tempo esclusi dalla misericordia, ora avete ottenuto misericordia”. È l’opera costante di santificazione che compie la Chiesa a renderci idonei a produrre frutti buoni: “Il Pastore grande delle pecore, il Signore nostro Gesù Cristo, vi renda perfetti in ogni bene, perché possiate compiere la sua volontà, operando in voi ciò che a lui è gradito” (Epist.). È la pratica della propria comunità a mantenere e far crescere la fede, più che non le straordinarietà di qualche incontro.. carismatico, o forme soggettive e club intimistici. E dal ricevere.. al dare. Lì è il luogo di vivere ciascuno i suoi carismi: “L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene”. La professione o la testimonianza di fede, chiara e coraggiosa, anzitutto: “Offriamo a Dio un sacrificio di lode, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome” (Epist.). Poi la carità: “Non dimenticatevi della beneficenza e della comunione dei beni”. E anche l’obbedienza ai capi, “perché essi vegliano su di voi e devono renderne conto, affinché lo facciano con gioia e non lamentandosi”. Non dimenticando soprattutto per loro la preghiera, in tempi non facili come i nostri, perché il Signore conceda loro più che altro sincerità e umiltà! Tempi difficili perché chiamati tutti a una testimonianza missionaria del vangelo più essenziale di fronte ad un mondo che sembra così refrattario. Ma non in più attivismo, né più efficienza delle strutture pastorali. L’arma vincente sempre - tanto richiamata in questo anniversario della canonizzazione di san Carlo quale programma pastorale dell’anno - è la santità, che consiste nel lasciarci trasformare dallo Spirito, nella Parola e nei Sacramenti, e più ancora nella preghiera. Una santità che deve essere fondamento formativo di un laicato convocato a una più coesa testimonianza entro usa società che si disgrega ma che, appunto per questo, ha bisogno di esempi di comunione e di acque fresche di spiritualità.
Certamente ogni Chiesa locale ha le sue tradizioni e i suoi riti, come ha i suoi santi. Ma La Chiesa locale è anzitutto la Chiesa di Cristo che qui, una santa cattolica e apostolica, si invera. L’immagine che ne definisce il cuore e l’efficacia è quella usata da Paolo quale Sposa di Cristo (Ef 5). Di essa ha scritto il beato Isacco, abate del monastero della Stella, cistercense: “Come tutte le cose del Padre sono del Figlio e quelle del Figlio sono del Padre, così lo Sposo ha dato tutte le cose sue alla Sposa, e lo Sposo ha condiviso tutto quello che era della sposa, che pure rese una cosa sola con se stesso e con il Padre. Quello che ha trovato di estraneo nella Sposa l’ha tolto via, configgendolo alla croce, dove ha portato i peccati di lei. Quanto appartiene per natura alla Sposa ed è sua dotazione, lo ha assunto e se ne è rivestito. Invece ciò che gli appartiene in proprio ed è divino l’ha regalato alla Sposa. Egli annullò ciò che era del diavolo, assunse ciò che era dell’uomo, donò ciò che era di Dio”.
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MessaggioOggetto: 18 OTTOBRE - SAN LUCA EVANGELISTA   Lun Ott 18, 2010 9:31 am

LUNEDÌ 18 OTTOBRE 2010

LUNEDÌ DELLA XXIX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

SAN LUCA
EVANGELISTA


Preghiera iniziale: Ci preceda e ci accompagni sempre la tua grazia, Signore, perché, sorretti dal tuo paterno aiuto, non ci stanchiamo mai di operare il bene.

Letture:
2Tm 4,10-17 (Solo Luca è con me)
Sal 144 (I tuoi santi, Signore, dicano la gloria del tuo regno)
Lc 10,1-9 (La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai)

Designati e mandati
San Luca nel suo Vangelo ci racconta oggi la sua chiamata. Anch’egli, chiamato dal Signore, è entrato nel gruppo dei settantadue discepoli, che seguono e aiutano Gesù e gli Apostoli nella loro missione. È loro compito di preparare la strada al Signore nei luoghi dove egli poi sopraggiungerà per dare il suo annuncio di salvezza. Gesù innanzitutto li sollecita alla preghiera perché: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe». Apparentemente pare che il Signore li invii come poveri pellegrini, carichi di un gravissimo compito e spogli di ogni umana sicurezza: «Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali». Hanno il compito di guarire i malati, (Luca, che è medico, sente particolarmente l’importanza di questo compito), annunciare la pace e l’avvento del Regno di Dio a coloro che li accolgono, ma senza avere la garanzia che quei doni siano poi accolti da tutti. Dovranno radunarsi nelle piazze e scuotere la polvere dai loro calzari contro coloro che non avranno voluto riceverli e avranno rifiutato il loro annuncio. Gesù aveva già detto: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Questa, con il dono dello Spirito Santo, è l’unica garanzia di cui possono godere. Così è accaduto nel corso dei secoli e così ancora accade. La missione è sempre la medesima, le modalità sono rimaste essenzialmente identiche. Cambiano solo i protagonisti, i seguaci di Luca e degli Apostoli, i missionari e i testimoni di oggi.
L’evangelista Luca può esserci particolarmente caro perché è l’evangelista della Madonna. Solo da lui ci sono state tramandate l’annunciazione, la visitazione, le scene del Natale, della presentazione al tempio di Gesù. E si può anche dire l’evangelista del cuore di Gesù, perché è Luca che ci rivela meglio la sua misericordia: è l’evangelista della parabola del figlio prodigo un tesoro che troviamo soltanto nel suo Vangelo, della dramma perduta e ritrovata. È l’evangelista della carità: lui solo ci racconta la parabola del buon samaritano, e parla dell’amore di Gesù per i poveri con accenti più teneri degli altri: ci presenta il Signore che si commuove davanti al dolore della vedova di Nain; che accoglie la peccatrice in casa di Simone il fariseo con tanta delicatezza e le assicura il perdono di Dio; che accoglie Zaccheo con tanta bontà da cambiare il suo esoso cuore di pubblicano in un cuore pentito e generoso. San Luca è dunque l’evangelista della fiducia, della pace, della gioia; in una parola possiamo dire che è l’evangelista dello Spirito Santo. Negli Atti degli Apostoli è lui che ha trovato la formula tanto cara alle comunità cristiane: “formare un cuor solo e un’anima sola”, che è ripresa anche dall’orazione della Colletta di oggi: “Signore Dio nostro, che hai scelto san Luca per rivelare al mondo il mistero della tua predilezione per i poveri, fa’ che i cristiani formino un cuor solo e un’anima sola, e tutti i popoli vedano la tua salvezza”. E la comunità cristiana, fondata sull’amore di Gesù e anche sull’amore alla povertà: solo persone non attaccate ai beni terreni per amore del Signore possono formare un cuor solo e un’anima sola. Il Vangelo di san Luca lo rivela pieno di zelo. Soltanto lui riporta l’invio in missione dei settantadue discepoli (gli esegeti pensano che questo sia un numero simbolico e rappresenti le settantadue nazioni dell’universo) e alcuni particolari di questa missione: “Il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi”. San Gregorio Spiega: “Bisogna che i discepoli siano messaggeri della carità di Cristo. Se non sono almeno due la carità non è possibile, perché essa non si esercita verso se stessi, ma è amore per l’altro”. Ci sono dunque molti tesori nell’opera di san Luca e noi possiamo attingervi con riconoscenza, non dimenticando l’aspetto che l’evangelista sottolinea maggiormente: darci tutti al Signore, essere suoi discepoli pronti a portare la croce ogni giorno con lui. Allora il nostro amore è autentico e porta veramente i frutti dello Spirito: la pace, la gioia, la benevolenza.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, il Signore designò altri settantadue e li inviò a due a due davanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. Diceva loro: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe! Andate: ecco, vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né sacca, né sandali e non fermatevi a salutare nessuno lungo la strada. In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”. Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché chi lavora ha diritto alla sua ricompensa. Non passate da una casa all'altra. Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà offerto, guarite i malati che vi si trovano, e dite loro: “È vicino a voi il regno di Dio”».

Riflessione:
- Oggi, festa dell’evangelista San Luca, il vangelo ci presenta l’invio dei settantadue discepoli che devono annunciare la Buona Novella di Dio nei villaggi e nelle città della Galilea. I settantadue siamo tutti noi che veniamo dopo i Dodici. Mediante la missione dei discepoli e delle discepole Gesù cerca di riscattare i valori comunitari della tradizione della gente che si sentiva schiacciata dalla duplice schiavitù della dominazione romana e dalla religione ufficiale. Gesù cerca di rinnovare e di riorganizzare le comunità in modo che siano di nuovo un’espressione dell’Alleanza, una dimostrazione del Regno di Dio. Per questo insiste sull’ospitalità, nella condivisione, sulla comunione, sull’accoglienza agli esclusi. Questa insistenza di Gesù appare nei consigli che dava ai discepoli ed alle discepole quando li mandava in missione. Al tempo di Gesù c’erano altri movimenti che, come Gesù, cercavano un modo nuovo di vivere e convivere, per esempio Giovanni Battista, i farisei ed altri. Anche loro formavano comunità di discepoli (Gv 1,35; Lc 11,1; At 19,3) ed avevano i loro missionari (Mt 23,15). Ma come vedremo c’era una grande differenza.
- Luca 10,1-3: La Missione. Gesù manda i discepoli nei luoghi dove lui voleva andare. Il discepolo è il portavoce di Gesù. Non è il depositario della Buona Novella. Lui li manda due a due. Ciò favorisce l’aiuto reciproco, poiché la missione non è individuale, bensì comunitaria. Due persone rappresentano meglio la comunità.
- Luca 10,2-3: La corresponsabilità. Il primo compito è pregare affinché Dio mandi operai. Tutti i discepoli e le discepole devono sentirsi responsabili della missione. Per questo devono pregare il Padre per la continuità della missione. Gesù manda i suoi discepoli come agnelli in mezzo ai lupi. La missione è un compito difficile e pericoloso. Perché il sistema in cui vivono i discepoli ed in cui viviamo era e continua ad essere contrario alla riorganizzazione della gente in comunità attive.
- Luca 10,4-6: L’ospitalità. Al contrario degli altri missionari, i discepoli e le discepole di Gesù non dovevano portare nulla, né bisaccia, né sandali. Ma dovevano portare la pace. Ciò significa che devono aver fiducia nell’ospitalità della gente. Perché il discepolo che va senza nulla, portando solo la pace, dimostra di avere fiducia nella gente. Pensa che sarà accolto, e la gente si sente rispettata e confermata. Per mezzo di questa pratica il discepolo critica le leggi dell’esclusione e riscatta gli antichi valori della convivenza comunitaria. Non salutate nessuno lungo la strada significa che non si deve perdere tempo con le cose che non appartengono alla missione.
- Luca 10,7: La condivisione. I discepoli non devono andare di casa in casa, ma rimanere nella stessa casa. Cioè devono convivere in modo stabile, partecipare alla vita ed al lavoro della gente e vivere con ciò che ricevono in cambio, perché l’operaio è degno della sua mercede. Ciò significa che devono aver fiducia nella condivisione. Cosi, per mezzo di questa nuova pratica, riscattano una vecchia tradizione della gente, criticano la cultura di accumulo che caratterizzava la politica dell’Impero Romano ed annunciano un nuovo modello di convivenza.
- Luca 10,8: La comunione attorno al tavolo. Quando i farisei andavano in missione, andavano prevenuti. Pensavano che non potevano fidarsi del cibo della gente che non sempre era “puro”. Per questo, loro portavano bisaccia e denaro, per potersi procurare il proprio cibo. Cosi, invece di aiutare a superare le divisioni, l’osservanza della Legge della purezza debilitava ancora di più il vissuto dei valori comunitari. I discepoli di Gesù dovevano mangiare ciò che la gente offriva loro. Non potevano vivere separati, mangiando il loro cibo. Ciò significa che devono accettare la condivisione attorno al tavolo. A contatto con la gente, non possono aver paura di perdere la purezza legale. Agendo cosi, criticano le leggi in vigore, ed annunciano un accesso nuovo alla purezza, cioè all’intimità con Dio.
- Luca 10,9a: L’accoglienza degli esclusi. I discepoli devono occuparsi degli infermi, curare i lebbrosi e scacciare i demoni (Mt 10,8). Ciò significa che devono accogliere dentro la comunità coloro che ne sono stati esclusi. Questa pratica solidale critica la società che esclude ed indica soluzioni concrete. È ciò che oggi fa la pastorale degli esclusi, dei migranti ed emarginati.
- Luca 10,9b: La venuta del Regno. Se queste esigenze vengono rispettate, allora i discepoli possono e devono gridare ai quattro venti: Il Regno è venuto! Annunciare il Regno non è in primo luogo insegnare verità e dottrine, ma condurre verso un nuovo modo di vivere e di convivere da fratelli e sorelle partendo dalla Buona Novella che Gesù ci ha proclamato: Dio è Padre e Madre di tutti noi.

Per un confronto personale
- L’ospitalità, la condivisione, la comunione, l’accoglienza degli esclusi: sono pilastri che sostengono la vita comunitaria. Come avviene questo nella mia comunità?
- Cos’è per me essere cristiano o essere cristiana? In un’intervista alla TV, una persona ha risposto così al giornalista: “Sono cristiano, cerco di vivere il vangelo, ma non partecipo alla comunità della Chiesa”. Ed il giornalista commentò: “Allora lei si considera un giocatore di calcio, senza una squadra!” È il mio caso?

18 ottobre: San Luce, Evangelista
Biografia: Nato da famiglia pagana e convertitosi alla fede, fu compagno dell’apostolo Paolo e scrisse il vangelo secondo la predicazione di lui. Negli Atti degli Apostoli ci ha tramandato gli inizi della vita della Chiesa, narrandone le vicende fino alla prima dimora di Paolo a Roma.

Martirologio: In Bitinia il natale del beato Luca Evangelista, il quale, dopo aver molto sofferto per il nome di Cristo, morì pieno di Spirito Santo. Le sue ossa furono in seguito portate a Costantinopoli, e di là trasferite a Padova.

Dagli scritti
Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
Il Signore segue i suoi predicatori
Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, ci ammonisce ora con la parola, ora con i fatti. A dire il vero, anche le sue azioni hanno valore di comando, perché mentre silenziosamente compie qualcosa ci fa conoscere quello che dobbiamo fare. Ecco che egli manda a due a due i discepoli a predicare, perché sono due i precetti della carità: l’amore di Dio, cioè, e l’amore del prossimo. Il Signore manda i discepoli a due a due a predicare per indicarci tacitamente che non deve assolutamente assumersi il compito di predicare chi non ha la carità verso gli altri. Giustamente poi é detto che «li inviò avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10,1). Il Signore infatti segue i suoi predicatori, perché la predicazione giunge prima, e solo allora il Signore viene ad abitare nella nostra anima, quando lo hanno preceduto le parole dell’annunzio, attraverso le quali la verità é accolta nella mente. Per questo dice Isaia ai medesimi predicatori: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40,3). E il salmista dice loro: «Spianate la strada a chi sale sul tramonto» (Sal 67,5 volg.). Il Signore salì «sul tramonto» che fu la sua morte. Effettivamente il Signore salì «sul tramonto» in quanto la sua morte gli servì come alto piedistallo per manifestare maggiormente la sua gloria mediante la risurrezione. Salì «sul tramonto» perché risorgendo calpestò la morte che aveva affrontato. Noi dunque spianiamo la strada a colui che sale «sul tramonto» quando predichiamo alle vostre menti la sua gloria; perché, venendo poi egli stesso, le illumini con la presenza del suo amore. Ascoltiamo quello che dice nell’inviare i predicatori: «La messe é molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe» (Mt 9,37-38). Per una grande messe gli operai sono pochi. Di questa scarsità non possiamo parlare senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo é pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova assai di rado chi lavora nella messe del Signore. Ci siamo assunti l’ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l’ufficio comporta. Perciò riflettete attentamente, fratelli carissimi, sulla parola del Signore: «Pregate il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe». Pregate voi per noi, perché siamo in grado di operare per voi come si conviene; perché la lingua non resti inattiva dall’esortare, e il nostro silenzio non condanni, presso il giusto giudice, noi, che abbiamo assunto l’ufficio di predicatori.

Preghiera finale: Ti lodino, Signore, tutte le tue opere e ti benedicano i tuoi fedeli. Dicano la gloria del tuo regno e parlino della tua potenza (Sal 144).
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MessaggioOggetto: SABATO 23 OTTOBRE 2010   Sab Ott 23, 2010 9:17 am

SABATO 23 OTTOBRE 2010

SABATO DELLA XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, crea in noi un cuore generoso e fedele, perché possiamo sempre servirti con lealtà e purezza di spirito.

Letture:
Ef 4,7-16 (Cristo è il capo: da lui tutto il corpo cresce)
Sal 121 (Andremo con gioia alla casa del Signore)
Lc 13,1-9 (Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo)

Come leggere la storia
Abbiamo ascoltato dal vangelo di ieri il rimprovero di Gesù per non essere capaci di leggere i segni dei tempi con la luce della fede. Oggi lo stesso Signore ci invita a riflettere sugli episodi di cronaca, che accadono sotto i nostri occhi, ma che sostanzialmente continuamente accadono nella storia degli uomini. Era ferma convinzione dei credenti di allora che ogni disgrazia derivasse da un castigo divino in seguito a peccati commessi. Gesù viene a correggere tale concetto: egli afferma che le vittime di quei disastri e di tutti quelli che sono accaduti o possono accadere, non sono periti per un castigo divino, sicuramente però dovevano essere letti come monito ad una vera conversione e un appello a cambiare vita, memori della fragilità dell’uomo. Come ci appare evidente questo insegnamento in questi giorni! La parabola del fico sterile viene proclamata a conferma di quanto Gesù ci ha già detto: se non ascoltiamo con la dovuta sollecitudine gli appelli divini, se non facciamo seguire a questi la nostra sincera conversione per rende fruttuosa la vita, rischiamo di essere poi respinti dal Signore. Anche questa triste eventualità scaturisce più da un’autocondanna che da un castigo.
Cristo vuole che il massacro dei Galilei e l’incidente della torre di Siloe commuovano veramente il cuore degli uomini che gli parlano, mentre essi desiderano solamente sapere se coloro che sono morti erano puniti da Dio per i loro grandi peccati. Queste persone rischiano di rinchiudersi nelle loro idee troppo umane su Dio, mentre Gesù è venuto per aprire loro la via ad una vera comunione con Dio, in una nuova vita. È vero che essi non troveranno una nuova spiegazione semplicistica alla sofferenza, ma attraverseranno gli avvenimenti, anche i più crudeli, in modo diverso, con un’altra prospettiva. Gesù soffre a non essere capito. Eppure è come quel vignaiolo, che fa l’impossibile per salvare il fico sterile. Sa che attraverso di lui deve essere salvato ciò che è perduto.

Lettura del Vangelo: In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici. Prendendo la parola, Gesù disse loro: «Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo. O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo». Diceva anche questa parabola: «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella suavigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”».

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci dà informazioni che ci sono solo nel vangelo di Luca e non hanno passaggi paralleli negli altri vangeli. Stiamo meditando il lungo cammino dalla Galilea fino a Gerusalemme che occupa quasi la metà del vangelo di Luca, dal capitolo 9 fino al capitolo 19 (Lc 9,51 a 19,28). In questa parte Luca colloca la maggior parte delle informazioni che ottiene sulla vita e l’insegnamento di Gesù (Lc 1,1-4).
- Luca 13,1: L’avvenimento che richiede una spiegazione. “In quello stesso tempo si presentarono alcuni a riferirgli il fatto di quei Galilei, il cui sangue Pilato aveva fatto scorrere insieme a quello dei loro sacrifici”. Quando leggiamo i giornali o quando assistiamo alle notizie in TV, riceviamo molte informazioni, ma non sempre capiamo tutto il loro significato. Ascoltiamo tutto, ma non sappiamo bene cosa fare con tante informazioni e con tante notizie. Notizie terribili come lo tsunami, il terrorismo, le guerre, la fame, la violenza, il crimine, gli attentati, ecc.. Così giunse a Gesù la notizia dell’orribile massacro che Pilato, governatore romano, aveva fatto con alcuni pellegrini samaritani. Notizie così ci scombussolano. Ed uno si chiede: “Cosa posso fare?” per calmare la coscienza, molti si difendono e dicono: “È colpa loro! Non lavorano! È gente pigra!” Al tempo di Gesù, la gente si difendeva dicendo: “È un castigo di Dio per i peccati!” (Gv 9,2-3). Da secoli si insegnava: “I samaritani non dicono il vero. Hanno una religione sbagliata!” (2Rs 17,24-41)!
- Luca 13,2-3: La risposta di Gesù. Gesù ha un’opinione diversa. “Credete che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per aver subìto tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Gesù aiuta le persone a leggere i fatti con uno sguardo diverso ed a trarne una conclusione per la loro vita. Dice che non è stato un castigo di Dio. Al contrario. “Se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Cerca di invitare alla conversione ed al cambiamento.
- Luca 13,4-5: Gesù commenta un altro fatto. “O quelle diciotto persone, sulle quali crollò la torre di Sìloe e le uccise, credete che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme?”. Deve essere stato un disastro di cui si parlò molto in città. Un temporale fece cadere la torre di Siloe uccidendo diciotto persone che si stavano riparando sotto di essa. Il commento normale era: “Castigo di Dio!” Gesù ripete: “No, io vi dico, ma se non vi convertite, perirete tutti allo stesso modo”. Loro non si convertirono, non cambiarono, e quaranta anni dopo Gerusalemme fu distrutta e molta gente morì uccisa nel Tempio come i samaritani e molta più gente morì sotto le macerie delle mura della città. Gesù cerco di prevenire, ma la richiesta di pace non fu ascoltata: “Gerusalemme, Gerusalemme!” (Lc 13,34). Gesù insegna a scoprire le chiamate negli avvenimenti della vita di ogni giorno.
- Luca 13,6-9: Una parabola per fare in modo che la gente pensi e scopra il progetto di Dio. «Un tale aveva piantato un albero di fichi nella suavigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: “Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?”. Ma quello gli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai”». Molte volte, la vigna è usata per indicare l’affetto che Dio ha verso il suo popolo, o per indicare la mancanza di corrispondenza da parte della gente all’amore di Dio (Is 5,1-7; 27,2-5; Jr 2,21; 8,13; Ez 19,10-14; Os 10,1-8; Mq 7,1; Gv 15,1-6). Nella parabola, il padrone della vigna è Dio Padre. L’agricoltore che intercede per la vigna è Gesù. Insiste con il Padre di allargare lo spazio della conversazione.

Per un confronto personale
- Il popolo di Dio, la vigna di Dio. Io sono un pezzo di questa vigna. Mi applico la parabola. Quali conclusioni ne traggo?
- Cosa ne faccio delle notizie che ricevo? Cerco di avere un’opinione critica, o continuo ad avere l’opinione della maggioranza e dei mezzi di comunicazione?

Preghiera finale: Chi è pari al Signore nostro Dio che si china a guardare nei cieli e sulla terra? Solleva l’indigente dalla polvere, dall’immondizia rialza il povero (Sal 112).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 24 OTTOBRE 2010   Dom Ott 24, 2010 9:28 am

DOMENICA 24 OTTOBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Sir 35,15-17.20-22 (La preghiera del povero attraversa le nubi)
Sal 33 (Il povero grida e il Signore lo ascolta)
2Tm 4,6-8.16-18 (Mi resta soltanto la corona di giustizia)
Lc 18,9-14 (Il pubblicano tornò a casa giustificato, a differenza del fariseo)

Due modi di pregare
Il modo di pregare ha radici nella nostra religiosità; anche pregando diciamo con la bocca quello che sentiamo nel cuore. Esistono quindi modi diversissimi di rapportarsi a Dio. La parabola di questa domenica, attraverso i due protagonisti, il fariseo, scrupoloso osservante della legge, e il pubblicano, che prende coscienza dei propri peccati per chiederne il perdono, sono figure emblematiche di una schiera sicuramente molto più numerosa, entro cui ognuno di noi può ritrovarsi. Il primo, più che pregare, è salito al tempio per farsi vanto della propria presunta giustizia, e convincersene ulteriormente. Egli si sente profondamente giusto, osservante e migliore degli altri, da cui sembra voglia prendere le distanze. Il pubblicano invece non osa avvicinarsi più di tanto al Signore, sa di dover rispettare una doverosa distanza che solo Dio può colmare. La sua è una preghiera autentica che mira ad ottenere la misericordia e la pietà divina; sa infatti di essere peccatore, si batte il petto per questo, ritenendosi unico responsabile del suo male, ma è animato dalla fiducia in Dio e da lui implora la pietà. C’è una sentenza finale che viene scandita come una precisa norma di vita; nella prima parte c’è il giudizio sui due modi di pregare: il pubblicano “tornò a casa giustificato”, mentre il superbo fariseo, ha aggiunto ancora un peccato di presunzione a quelli già commessi precedentemente. Nella seconda parte una verità inconfutabile: “chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato”. Ecco una caratteristica che mai dobbiamo disgiungere dalla nostra preghiera, l’umiltà del cuore, la splendida virtù che tutto ci fa sperare dalla bontà di Dio e a lui ci fa attribuire il vero merito del bene che riusciamo a fare. Ricordiamo le parole di Maria Santissima nel suo Magnificat: Dio “ha guardato l’umiltà della sua serva”.
La parola del Signore che ci invitava, domenica scorsa, a perseverare nella preghiera - Dio ascolterà coloro che perseverano nella loro preghiera - risuona ancora alle nostre orecchie mentre il testo evangelico di oggi completa l’insegnamento sulla preghiera: bisogna certamente pregare, e pregare con insistenza. Ma questo non basta, bisogna pregare sempre di più. E il primo ornamento della preghiera è la qualità dell’umiltà: essere convinti della propria povertà, della propria imperfezione e indegnità. Dio, come ci ricorda la lettura del Siracide, ascolta la preghiera del povero, soprattutto del povero di spirito, cioè di colui che sa e si dichiara senza qualità, come il pubblicano della parabola. La preghiera del pubblicano, che Gesù approva, non parte dai suoi meriti, né dalla sua perfezione (di cui nega l’esistenza), ma dalla giustizia salvatrice di Dio, che, nel suo amore, può compensare la mancanza di meriti personali: ed è questa giustizia divina che ottiene al pubblicano, senza meriti all’attivo, di rientrare a casa “diventato giusto”, “giustificato”.

Approfondimento del Vangelo (La parabola del fariseo e del pubblicano: dove pongo la base della mia sicurezza?)
Il testo: Diceva loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: «Fammi giustizia contro il mio avversario». Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: «Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi»». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adulteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo». Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: «O Dio, abbi pietà di me peccatore». Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Chiave di lettura: Il Vangelo di questa domenica ci pone dinanzi la paraola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). Ho aggiunto la parabola della vedova e del giudice (Lc 18,1-8), poiché ambedue formano una piccola unità il cui scopo è quello di aiutarci a scoprire come deve essere il nostro atteggiamento orante dinanzi a Dio. Le due parabole ci mostrano che Gesù aveva un altro modo di vedere le cose della vita e la preghiera. Riusciva a percepire una rivelazione di Dio lì dove altri vedevano solo una rovina. Vede qualcosa di positivo nel pubblicano, di cui tutti dicevano: “Non sa pregare!” e nella vedova povera, di cui la società diceva: “Scomoda ed importuna perfino il giudice!” Gesù viveva talmente unito al Padre per mezzo della preghiera, che per lui tutto diventava un’espressione di preghiera. Oggi le persone semplici del popolo che dicono di non saper pregare, sanno parlare con Gesù, conversano tutto il tempo con Dio. Conosci persone così? Il popolo ha molti modi per esprimere la sua devozione e preghiera. Durante la lettura cerchiamo di fare attenzione alle due seguenti cose: Qual è l’obiettivo e quali sono i destinatari delle due parabole? Quali sono gli atteggiamenti delle persone che appaiono nelle parabole?

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 18,1: L’obiettivo della prima parabola
- Luca 18,2: Descrizione dell’atteggiamento del giudice
- Luca 18,3: Atteggiamento della vedova dinanzi al giudice
- Luca 18,4-5: Reazione del giudice dinanzi alla vedova
- Luca 18,6-8: Gesù applica la parabola
- Luca 18,9: I destinatari della seconda parabola
- Luca 18,10: Introduzione al tema della parabola
- Luca 18,11-12: Descrive come prega il fariseo
- Luca 18,13: Descrive come prega il pubblicano
- Luca 18,14: Gesù da la sua opinione sui due

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione.
a) Quale è il punto che più ti è piaciuto delle due parabole? Perché?
b) Quale è l’atteggiamento della vedova e del giudice? Cosa colpisce maggiormente nell’atteggiamento di ognuno di loro? Perché?
c) Quali sono gli atteggiamenti del fariseo e del pubblicano? Cosa colpisce maggiormente nell’atteggiamento di ognuno di loro? Perché?
d) Qual è l’applicazione che Gesù fa della parabola?
e) Cosa ci insegnano le due parabole sulla preghiera?

Per coloro che volessero approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di ieri e di oggi: Il contesto del tempo di Gesù e di Luca viene espresso nelle due frasi introduttive che parlano della “necessità di pregare sempre, senza stancarsi” (Lc 18,1) e di “alcuni che presumevano di esse giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18,9). Il contesto di oggi continua ad essere lo stesso di prima, poiché anche oggi è necessario pregare sempre ed oggi ancora ci sono persone che presumono di essere giuste e che disprezzano gli altri.
b) Commento del testo:
- Luca 18,1: L’obiettivo della prima parabola. Luca introduce questa parabola con la frase: “sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi”. In altri passaggi insiste allo stesso modo sulla perseveranza nella preghiera e sul bisogno di credere che Dio ascolta la nostra preghiera e risponde alle nostre richieste. La fede in Dio che risponde alle nostre richieste è il filo rosso che pervade tutta la Bibbia, dove, fin dall’Esodo si ripete incessantemente che “Dio ascolta il clamore del suo popolo” (Es 2,24; 3,7).
- Luca 18,2: Descrizione dell’atteggiamento del Giudice. Gesù vuole chiarire per coloro che lo ascoltano qual è l’atteggiamento di Dio dinanzi alle nostre preghiere. Per questo, nel parlare del giudice, pensa in Dio Padre che è il termine del paragone che sta facendo. Se non fosse Gesù, noi non avremmo il coraggio di paragonare Dio con un giudice “che non teme Dio, e che non ha riguardo per nessuno.” Questo paragone audace, creato da Gesù stesso, rafforza da un lato l’importanza della perseveranza nella preghiera e, dall’altro, la certezza di essere ascoltati da Dio Padre.
- Luca 18,3: L’atteggiamento della vedova dinanzi al giudice. Nell’atteggiamento della vedova dinanzi al giudice appare la situazione dei poveri nella società del tempo di Gesù. Vedove ed orfani non avevano chi li difendeva ed i loro diritti non erano rispettati. Il fatto che Gesù paragoni il nostro atteggiamento con quello di una vedova povera senza difesa, che cerca di far valere i suoi diritti dinanzi ad un giudice senza nessuna sensibilità umana, mostra la simpatia di Gesù per le persone povere che lottano con insistenza per far valere i propri diritti.
- Luca 18,4-5: Reazione del giudice dinanzi alla vedova. Il giudice finisce per cedere dinanzi all’insistenza della vedova. Fa giustizia non per amore alla giustizia, ma per potersi liberare della vedova che continua ad importunarlo.
- Luca 18,6-8: Gesù fa l’applicazione della parabola. Gesù trae la conclusione: se un giudice ateo e disonesto presta attenzione ad una vedova che insiste nella sua richiesta, quanto più Dio Padre ascolterà coloro che lo pregano notte e giorno, anche se Lui si fa aspettare. Questo è il punto centrale della parabola, confermato dalla domanda finale di Gesù: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”. Ossia la nostra fede sarà così persistente come quella della vedova, che sopporta senza stancarsi, fino ad ottenere la risposta da Dio? Perché come dice l’Ecclesiastico. “É duro sopportare l’attesa di Dio!”
- Luca 18,9: I destinatari della seconda parabola. Questa seconda parabola del fariseo e del pubblicano viene introdotta con la seguente frase: “Disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri!” La frase di Luca si riferisce, simultaneamente, al tempo di Gesù ed al tempo di Luca. Poi nelle comunità degli anni ‘80, a cui Luca dirige il suo vangelo, c’erano persone afferrate all’antica tradizione del giudaismo che disprezzavano quelle che venivano dal paganesimo (cfr. At 15,1.5).
- Luca 18,10: Introduce il tema della parabola. Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Non poteva esserci un contrasto maggiore. Nell’opinione della gente di quel tempo, un pubblicano non valeva nulla e non poteva dirigersi a Dio, poiché era una persona impura, in quanto pubblicano, mentre il fariseo era una persona onorata e molto religiosa.
- Luca 18,11-12: Descrive come prega il fariseo. Il fariseo prega in piedi e ringrazia Dio per non essere come gli altri: ladroni, disonesti, adulteri. La sua preghiera non è altro che un elogio per se stesso e delle cose che fa: digiuna e paga le decime. È un’esaltazione delle sue buone qualità ed un disprezzo per gli altri, soprattutto del pubblicano che si trova insieme a lui nello stesso posto. Non si sente fratello.
- Luca 18,13: Descrive come prega il pubblicano. Il pubblicano non osa alzare lo sguardo, si batte il petto ed appena dice: “Mio Dio, abbi pietà di me peccatore!” Si mette al suo posto dinanzi a Dio.
- Luca 18,14: Gesù da la sua opinione su tutti e due. Se Gesù avesse chiesto alla gente chi tornò a casa sua giustificato, tutti avrebbero risposto: “Il fariseo!” Ma Gesù pensa in modo diverso. Chi ritorna giustificato (con buone relazioni con Dio) non è il fariseo, bensì il pubblicano. Di nuovo, Gesù gira tutto al rovescio. A molte persone non sarà piaciuta l’applicazione che fa di questa parabola.
c) Ampliando le informazioni:
1) I primi cristiani ci presentano un’immagine di Gesù orante, che viveva in contatto permanente con il Padre. La respirazione della vita di Gesù era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva affinché la gente ed i suoi discepoli pregassero. Perché è nel confronto con Dio che emerge la verità e che la persona si ritrova con se stessa in tutta la sua realtà ed umiltà.
2) Le due parabole rivelano qualcosa dell’atteggiamento orante di Gesù dinanzi al Padre. Rivelano che nemmeno per lui è stato sempre facile. Come la vedova dovette insistere molto, come appare nella preghiera fatta nell’Orto degli Ulivi (Lc 22,41-42). Lui insistette fino alla morte, non desistette, e fu ascoltato (Eb 5,7). Le due parabole rivelano anche la sua esperienza ed intimità con Dio come Padre che accoglie tutti ed il cui amore ha come marca centrale la gratuità. L’amore di Dio per noi non dipende da ciò che facciamo per lui. Lui ci ha amato per primi. Accoglie il pubblicano.
3) Luca è l’evangelista che più ci informa sulla vita di preghiera di Gesù. Presenta Gesù in preghiera costante. Ecco alcuni momento in cui Gesù appare in preghiera nel Vangelo di Luca:
- Quando ha dodici anni, va al Tempio, alla Casa del Padre (Lc 2,46-50).
- Nel momento di essere battezzato ed assumere la sua missione, prega (Lc 3,21).
- Quando inizia la sua missione, trascorre quaranta giorni nel deserto (Lc 4,1-2).
- Nell’ora della tentazione, affronta il diavolo con i testi della Scrittura (Lc 4,3-12).
- Gesù è solito partecipare alle celebrazioni nelle sinagoghe il sabato (Lc 4,16)
- Cerca la solitudine del deserto per pregare ( Lc 5,16; 9,18).
- Prima di scegliere i dodici Apostoli, trascorre la notte in preghiera (Lc 6,12).
- Prega prima dei pasti (Lc 9,16; 24,30).
- Prima di parlare della realtà e della sua passione, prega (Lc 9,18).
- Nella crisi, sul Monte per pregare ed è trasfigurato mentre prega (Lc 9,28).
- Nel rivelare il Vangelo ai piccoli dice: “Padre io ti ringrazio!” (Lc 10,21).
- Pregando, risveglia negli apostoli la volontà di pregare (Lc 11,1).
- Prega per Pietro affinché sia forte nella fede (Lc 22,32).
- Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli (Lc 22,7-14).
- Nell’Orto degli Ulivi, prega, e suda perfino sangue (Lc 22,41-42).
- Nell’angoscia dell’agonia chiede ai suoi amici di pregare con lui (Lc 22,40.46).
- Nell’ora di essere inchiodato in croce, chiede perdono per coloro che non sanno quello che fanno (Lc 23,34).
- Nell’ora della morte, dice: “Nelle tue mani consegno il mio spirito!” (Lc 23,46; Sl 31,6)
4) Questa lunga lista indica quanto segue. Per Gesù, la preghiera era intimamente connessa alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedele al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con lui. Lo ascoltava. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù pregava i Salmi. Come qualsiasi giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei Salmi non spense in lui la creatività. Anzi, Gesù compose lui stesso un salmo che ci ha trasmesso. È il Padre Nostro. La sua vita era una preghiera permanente: “Cerco sempre la volontà del Padre!” (Gv 5,19.30) A lui è applicato ciò che dice il Salmo “Io sono in preghiera!” (Sl 109,4)

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBOSIANO
ANNO C
I DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO


Letture:
At 13,1-5a
Sal 95
Rm 15,15-20
Mt 28,16-20

Il mandato missionario
Diceva Newman che il senso religioso nasce dall’esperienza del male nell’uomo e nella sua incapacità di vincerlo. Da qui la sua ricerca nella religione. Ma solo la Rivelazione cristiana - proclamando la mediazione di Cristo - è quella che sa “tamponare e sanare l’unica profonda ferita della natura umana”. Ne deriva la sua attualità e utilità finché esiste questa natura umana ferita. Da qui la necessità di un suo annuncio e, prima ancora, di una sua perenne conservazione.
È impostato così il tema della evangelizzazione, del dovere cioè della Chiesa e di ogni credente a vivere con la testimonianza e l’annuncio il comando di Gesù: “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli”. Non è impresa facile, soprattutto oggi in un mondo pluralista e indifferente. Ma non è impresa umana. Al mandato Gesù ha aggiunto una promessa, e quindi una forza superiore: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.
Il mandato: Gesù ha vissuto con passione il mandato ricevuto dal Padre; diceva: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto” (Mc 1,38). E consegnò tale missione ai suoi: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20,21). E tutta la Chiesa ha corso le vie del mondo “per essere testimone a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (At 1,8). Mandato che oggi è insito nel battesimo, per quanti cioè costituiscono “stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa” (1Pt 2,9). Con la coerenza e la testimonianza della vita, così che “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). In questo quadro di comune responsabilità si specificano le vocazioni di particolare dedizione missionaria. Tipica è quella di Barnaba e Saulo - “riservati per l’opera alla quale li ho chiamati, e inviati dallo Spirito Santo” -, nella Chiesa di Antiochia, “ad annunciare la parola di Dio”. Paolo in particolare si era “fatto un punto di onore di non annunciare il Vangelo dove era già conosciuto il nome di Cristo” (Epist.), cioè di essere pioniere ad gentes, come oggi si dice, “ministro di Cristo tra le genti”. Il compito è “fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto quello che vi ho comandato”. Annuncio e sacramento, vangelo e impegno di vita nuova. Per questo non è impresa solo umana, magari fiduciosa di propri carismi personali! La mira è alta, ma non è meno di quanto persegue tutto il progetto di Dio sull’umanità: che “le genti divengano una offerta gradita, santificata dallo Spirito” (Epist.). Dio si è coinvolto con l’Incarnazione nella nostra vicenda umana per portare ogni uomo alla intimità stessa della famiglia di Dio, “predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, .. che in lui si era proposto per il governo della pienezza dei tempi: ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose” (Ef 1,5-10). Quella di Cristo e della Chiesa non è operazione culturale, ma di trasformazione della vita, anzi una sua graduale divinizzazione, per divenire alla fine “eredi.. in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria” (Ef 1,11-14).
La forza: Non è impresa facile. Vien da dubitare. Anche gli Undici, davanti al mandato di Cristo così solenne, .. “quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono”. Ma la promessa è esplicita: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Tutto il libro degli Atti conferma che il progresso del vangelo è opera dello Spirito, a cominciare dal giorno di Pentecoste quando trasformò i paurosi discepoli in apostoli intrepidi e inarrestabili. Paolo lo ha ben costatato: “Non oserei dire nulla se non di quello che Cristo ha operato per mezzo mio per condurre le genti all’obbedienza, con parole e opere, con la potenza di segni e di prodigi, con la forza dello Spirito” (Epist.). L’efficacia della missione sta in una disponibilità totale, di vita, quali “strumenti congiunti di Cristo”, per mezzo della docilità allo Spirito. D’altra parte se Paolo era giunto a dire: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20), ciò era anche frutto di una esperienza e conoscenza di Cristo che ne esaltava la singolarità e unicità di mediazione nel mistero della salvezza umana. Al fondo del cuore di un missionario sta l’intuizione (grazia di Cristo) di avere qualcosa di indispensabile e necessario - di unico e specifico - da comunicare agli uomini. L’annuncio di qualcosa di generico non rende il credente che “sale che perde il sapore; a null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini” (Mt 5,13). Non sempre l’ostilità dei pagani è in odio alla fede, ma spesso è disappunto di non vedere nei credenti il loro essere sale, luce, città posta sul monte, lievito.. come dovrebbero essere! Il mandato missionario è anche un fatto ecclesiale. Ad Antiochia, “mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati”. Gesù aveva richiesto di “pregare il signore della messe che mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38). È lui che chiama; a noi l’esprimerne il bisogno e la preghiera. Ecclesiale anche perché è realtà corale, di tutto il corpo ecclesiale; ne deriva la responsabilità di sostegno nelle retrovia della grande impresa della missione - soprattutto in questo mese missionario in cui tutte le comunità sono richiamate a fare la loro parte. Ecclesiale anche nel senso di mostrare, come comunità locali, la stima, l’accoglienza e il dialogo con quanti - in un mondo sempre più pluralistico - vivono un’altra fede in mezzo a noi e si aspettano questa apertura sul loro modo sincero di andare a Dio.
Paolo “da Gerusalemme e in tutte le direzioni fino all’Illiria ha portato a termine la predicazione del vangelo di Cristo” (Epist.). Per noi, più che l’estensione geografica, è una penetrazione nelle varie forme del vivere sociale, a partire naturalmente dalla propria famiglia dove c’è bisogno di piantare la croce antro il cuore dei nostri stessi figli e nipoti. Anche qui, nel contenuto specifico e nella forza dello Spirito. Non sarà che la scristianizzazione del nostro ambiente dipenda proprio dal non essere stati precisi nei contenuti e negli strumenti giusti nell’impegno educativo proprio dei genitori..?!
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MessaggioOggetto: 28 OTTOBRE - SANTI SIMONE E GIUDA   Gio Ott 28, 2010 9:58 am

GIOVEDÌ 28 OTTOBRE 2010

GIOVEDÌ DELLA XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SANTI SIMONE E GIUDA
APOSTOLI


Preghiera iniziale: O Dio, che per mezzo degli Apostoli ci hai fatto conoscere il tuo mistero di salvezza, per l’intercessione dei santi Simone e Giuda concedi alla tua Chiesa di crescere continuamente con l’adesione di nuovi popoli al Vangelo.

Letture:
Ef 2,19-22 (Edificati sopra il fondamento degli apostoli)
Sal 18 (Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio)
Lc 6,12-16 (Ne scelse dodici ai quali diede anche il nome di apostoli)

I santi Simone e Giuda
In un’unica festa celebriamo oggi due dei dodici apostoli. Leggiamo i loro nome nell’elenco che l’Evangelista Luca riporta. Ciò è sufficiente per noi per ricordare che sono stati scelti da Cristo per condividere con Lui i tre anni della sua vita terrena per poi, irrorati e fortificati dallo Spirito Santo, essere inviati nel mondo ad annunciare il suo Regno e ad essere testimoni della sua risurrezione. In altra parte della liturgia possiamo ricordare le scarne ed incerte notizie sui due apostoli di oggi. A noi serve piuttosto ricordare la loro interiore fortificazione, operata da Cristo per opera dello Spirito Santo. Serve per attingere coraggio ricordare che uomini deboli ed insicuri come molti di noi, sono stati capaci di adempiere una missione che supera sicuramente le forze umane. Celebriamo perciò in loro la potenza di Dio, la sua indefettibile fedeltà, l’ulteriore conferma che Egli sceglie gli ultimi e i meno adatti secondo le umane valutazioni, per realizzare i suoi più arditi progetti. Non a caso proprio uno dei due, Giuda (da non confondere con l’Iscariota il traditore), chiede a Gesù «Come accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». È un interrogativo che ogni apostolo si pone, che potrebbe far proprio ogni cristiano. Serve a riconoscere ancora una volta l’assoluta gratuità dei doni divini e le misteriose vie che il Signore percorre nel fare le sue scelte. Possiamo dire soltanto che egli tutto opera con infinita sapienza e amore e ciò deve indurci alla migliore riconoscenza anche per la fede che è giunta a noi per mezzo degli Apostoli. Quando li ricordiamo e festeggiamo, come facciamo quest’oggi, dovremmo con più intensità e fervore pregare per la chiesa, per il Papa, per tutti gli apostoli di oggi, che dovrebbero trarre i migliori esempi dai primi, scelti direttamente da Cristo.
La festa degli Apostoli ci dà l’occasione di acquistare maggiore consapevolezza delle due imprescindibili dimensioni della Chiesa, che è corpo di Cristo e tempio dello Spirito Santo, e non può essere l’uno senza l’altro. E un’illusione credere di poter ricevere lo Spirito Santo senza far parte del corpo di Cristo, perché lo Spirito Santoè lo Spirito di Cristo e si riceve nel corpo di Cristo. La Chiesa come corpo di Cristo ha anche un aspetto visibile: per questo Gesù scelse i Dodici e sceglie nel tempo i loro successori, a formare la struttura visibile del suo corpo, quasi continuazione dell’incarnazione. Appartenendo al suo corpo, possiamo ricevere il suo Spirito ed essere intimamente uniti a lui in un solo corpo e in un solo Spinto. La prima lettura, dalla lettera agli Efesini, esprime bene queste due dimensioni. “Siete edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei profeti, avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù”: è l’aspetto visibile del corpo di Cristo, che è un organismo con la propria struttura. E in Cristo “la costruzione cresce ben ordinata”: ogni membro ha la propria funzione e il proprio posto. Scrive Paolo più avanti nella stessa lettera: “E lui (Cristo) che ha stabilito alcuni come Apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori...”. Ognuno ha ricevuto la grazia “secondo la misura del dono di Cristo”. Ed ecco la seconda dimensione, invisibile: “In lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito”. Anche nella prima lettera ai Corinzi Paolo mette in evidenza lo stesso concetto: “I vostri corpi sono membra di Cristo... Il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo” (6,15.19).

Lettura del Vangelo: In quei giorni egli se ne andò sul monte a pregare e passò tutta la notte pregando Dio. Quando fu giorno, chiamò a sé i suoi discepoli e ne scelse dodici, ai quali diede anche il nome di apostoli: Simone, al quale diede anche il nome di Pietro; Andrea, suo fratello; Giacomo, Giovanni, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso; Giacomo, figlio di Alfeo; Simone, detto Zelota; Giuda, figlio di Giacomo; e Giuda Iscariota, che divenne il traditore.

Riflessione
a) Il vangelo di oggi ci parla di due fatti: (a) descrive la scelta dei dodici apostoli (Lc 6,12-16) e (b) informa che una folla immensa voleva incontrare Gesù per ascoltarlo, toccarlo ed essere guarita (Lc 6,17-19).
b) Luca 6,12-13: Gesù passa la notte in preghiera e sceglie i dodici apostoli. Prima della scelta definitiva dei dodici apostoli, Gesù sale sulla montagna e vi trascorre una notte intera in preghiera. Prega per sapere chi scegliere e sceglie i Dodici, i cui nomi sono registrati nei vangeli. E dà loro il titolo di apostolo. Apostolo significa inviato, missionario. Loro sono stati chiamati a svolgere una missione, la stessa missione che Gesù ha ricevuto dal Padre (Gv 20,21). Marco concretizza la missione e dice che Gesù li chiamò per stare con lui e mandarli in missione (Mc 3,14).
c) Luca 6,14-16: I nomi dei dodici apostoli. Con piccole differenze i nomi dei Dodici sono uguali nei vangeli di Matteo (Mt 10,2-4), Marco (Mc 3,16-19) e Luca (Lc 6,14-16). Gran parte di questi nomi vengono dall’Antico Testamento: Simeone è il nome di uno dei figli del patriarca Giacobbe (Gn 29,33). Giacomo è il nome stesso di Giacobbe (Gen 25,26). Giuda è il nome dell’altro figlio di Giacobbe (Gen 35,23). Matteo anche aveva il nome di Levi (Mc 2,14), l’altro figlio di Giacobbe (Gen 35,23). Dei dodici apostoli, sette hanno il nome che viene dal tempo dei patriarchi: due volte Simone, due volte Giacomo, due volte Giuda, ed una volta Levi! Ciò rivela la saggezza e la pedagogia della gente. Mediante i nomi dei patriarchi e delle ‘matriarche’, dati ai figli ed alle figlie, la gente mantiene viva la tradizione degli antichi ed aiuta i propri figli a non perdere l’identità. Quali sono i nomi che oggi diamo ai nostri figli ed alle nostre figlie?
d) Luca 6,17-19: Gesù scende dalla montagna e la gente lo cerca. Scendendo dalla montagna con i dodici, Gesù incontra una moltitudine immensa di gente che cercava di ascoltare la sua parola e di toccarlo, perché sapeva che lui sprigionava una forza di vita. Tra questa moltitudine c’erano giudei e stranieri, gente della Giudea ed anche di Tiro e Sidóne. Era gente abbandonata, disorientata. Gesù accoglie tutti coloro che lo cercano. Giudei e pagani! Questo è uno dei temi preferiti da Luca che scrive per i pagani convertiti!
e) Le persone chiamate da Gesù sono una consolazione per noi. I primi cristiani ricordano e registrano i nomi dei Dodici apostoli e degli altri uomini e donne che seguiranno Gesù da vicino. I Dodici, chiamati da Gesù per formare con lui la prima comunità, non erano santi. Erano persone comuni, come tutti noi. Avevano le loro virtù ed i loro difetti. I vangeli informano molto poco sul temperamento e il carattere di ciascuna di loro. Ma ciò che dicono, anche se poco, è per noi motivo di consolazione.
- Pietro era una persona generosa e piena di entusiasmo (Mc 14,29.31; Mt 14,28-29), ma nel momento del pericolo e della decisione, il suo cuore diventa piccolo e fa marcia indietro (Mt 14,30; Mc 14,66-72). Giunge ad essere satana per Gesù (Mc 8,33). Gesù lo chiama Pietra (Pietro). Pietro di per sé non era Pietra. Diventa pietra (roccia), perché Gesù prega per lui (Lc 22,31-32).
- Giacomo e Giovanni sono disposti a soffrire con e per Gesù (Mc 10,39), ma erano molto violenti (Lc 9, 54). Gesù li chiama “figli del trono” (Mc 3,17). Giovanni sembrava avere una certa invidia. Voleva Gesù solo per il suo gruppo (Mc 9,38).
- Filippo aveva un modo di fare accogliente. Sapeva mettere gli altri a contatto con Gesù (Gv 1,45-46), ma non era molto pratico nel risolvere i problemi (Gv 12,20-22; 6,7). A volte, era molto ingenuo. Ci fu un momento in cui Gesù perse la pazienza con lui: Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? (Gv 14,8-9)
- Andrea, fratello di Pietro ed amico di Filippo, era più pratico. Filippo ricorre a lui per risolvere i problemi (Gv 12,21-22). Andrea chiama Pietro (Gv 1,40-41), ed Andrea trovò il fanciullo con cinque pani e due pesci (Gv 6,8-9).
- Bartolomeo sembra essere lo stesso che Natanaele. Costui era di lì e non poteva ammettere che qualcosa di buono potesse venire da Nazaret (Gv 1,46).
- Tommaso fu capace di sostenere la sua opinione, una settimana intera, contro la testimonianza di tutti gli altri (Gv 20,24-25). Ma quando vide che si era sbagliato non ebbe paura di riconoscere il suo errore (Gv 20,26-28). Era generoso, disposto a morire con Gesù (Gv 11,16).
- Matteo o Levi era pubblicano, esattore, come Zaccheo (Mt 9,9; Lc 19,2). Erano persone impegnate nel sistema oppressore dell’epoca.
- Simone, invece, sembra che appartenesse al movimento che si opponeva radicalmente al sistema che l’impero romano imponeva al popolo giudeo. Per questo lo chiamavano anche Zelota (Lc 6,15). Il gruppo degli Zeloti giunse a provocare una rivolta armata contro i romani.
- Giuda era colui che si occupava del denaro nel gruppo (Gv 13,29). Tradisce Gesù.
- Giacomo di Alfeo e Giuda Taddeo, di questi due i vangeli non dicono nulla, salvo il nome.

Per un confronto personale
- Gesù trascorre tutta la notte in preghiera per sapere chi scegliere, e sceglie questi dodici! Quale conclusione trarre dal gesto di Gesù?
- I primi cristiani ricordavano i nomi dei dodici apostoli che erano all’origine della loro comunità. Tu ricordi i nomi delle persone che sono all’origine della comunità a cui appartieni? Ricordi il nome di qualche catechista o professore/ssa significativo/a per la tua formazione cristiana? Cosa ricordi maggiormente di loro: il contenuto che ti insegnarono o la testimonianza che ti dettero?

28 ottobre: Santi Simone e Giuda, Apostoli
Biografia: Simone e Giuda, i cui nomi sono accoppiati nel canone della messa, sono ricordati con un’unica festa. Può darsi che il motivo fosse un loro comune apostolato in Mesopotamia e in Persia, dove sarebbero stati inviati per predicare il Vangelo. Comunque non si sa niente di storicamente certo, all’infuori di ciò che ci è narrato nel Vangelo sulla loro vocazione. Simone, che i vangeli chiamano il Cananeo per distinguerlo da Simon Pietro, era nativo di Cana in Galilea, soprannominato lo “Zelota”. Secondo incerte notizie riferite dallo storico Eusebio, pare sia stato il successore di Giacomo sulla cattedra di Gerusalemme, negli anni della tragica distruzione della città santa. L’apostolo avrebbe subìto il martirio durante l’impero di Traiano, nel 107, alla bella età di centovent’anni. Giuda, “non l’Iscariota” occupa l’ultimo posto nell’elenco degli apostoli, col soprannome di Taddeo, e viene identificato con l’autore della lettera canonica che porta il suo nome. Operò gran bene con la sua parola ispirata. Aprì chiese e formò una comunità di fedeli, in Babilonia. In Persia subì gloriosamente il martirio suggellando l’insegnamento con la profusione del sangue.

Dagli scritti
Dal “Commento sul vangelo di Giovanni” di san Cirillo d’Alessandria, vescovo
Nostro Signore Gesù Cristo stabilì le guide, i maestri del mondo e i dispensatori dei suoi divini misteri. Volle inoltre che essi risplendessero come luminari e rischiarassero non soltanto il paese dei Giudei, ma anche tutti gli altri che si trovano sotto il sole e tutti gli uomini che popolano la terra. Nostro Signore Gesù Cristo ha rivestito gli apostoli di una grande dignità a preferenza di tutti gli altri discepoli. I suoi apostoli furono le colonne e il fondamento della verità. Cristo afferma di aver dato loro la stessa missione che ebbe dal Padre. Mostrò così la grandezza dell’apostolato e la gloria incomparabile del loro ufficio. Egli dunque pensava di dover mandare i suoi apostoli allo stesso modo con cui il Padre aveva mandato lui. Perciò era necessario che lo imitassero perfettamente e per questo conoscessero esattamente il mandato affidato al Figlio dal Padre. Ecco perché spiega molte volte la natura della sua missione. Una volta dice: Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori alla conversione (Mt 9,13). Un’altra volta afferma: “Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 6,38). Riassumendo perciò in poche parole le norme dell’apostolato, dice di averli mandati come egli stesso fu mandato dal Padre, perché da ciò imparassero che il loro preciso compito era quello di chiamare i peccatori a penitenza, di guarire i malati sia di corpo che di spirito, di non cercare nell’amministrazione dei beni di Dio la propria volontà, ma quella di colui da cui sono stati inviati e di salvare il mondo con il suo genuino insegnamento. Fino a qual punto gli apostoli si siano sforzati di segnalarsi in tutto ciò, non sarà difficile conoscerlo se si leggeranno anche solo gli Atti degli Apostoli e gli scritti di san Paolo.

Preghiera finale: Buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione (Sal 99).
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MessaggioOggetto: SABATO 30 OTTOBRE 2010   Sab Ott 30, 2010 10:09 am

SABATO 30 OTTOBRE 2010

SABATO DELLA XXX SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, accresci in noi la fede, la speranza e la carità, e perché possiamo ottenere ciò che prometti, fa’ che amiamo ciò che comandi.

Letture:
Fil 1,18-26 (Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno)
Sal 41 (L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente)
Lc 14,1.7-11 (Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato)

Chi si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato
Il Vangelo di oggi ci riferisce di un certo lavoro che questa volta Gesù proibisce egli stesso a tutti, non solo nel giorno di sabato, ma sempre. Entrato in casa di uno dei capi dei farisei per pranzare, stava a vedere come la gente si sistemava, e vide appunto che tutti miravano ai primi posti. Questo è un lavoro che tutti sappiamo fare molto bene, ed è un lavoro che rende e piace, perché i primi posti significano esaltazione, proprio prestigio, onorificenze. Di fronte a questa gara individuale nei confronti degli altri, Gesù propose loro con la parabola degli invitati a nozze di scegliere gli ultimi posti; così che “venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. La proposta di Gesù non è una semplice regola d’educazione, né stratagemma per migliorare la propria posizione. È invece la rivelazione del giudizio di Dio che valuta in modo opposto al nostro. È quanto Gesù ci ha manifestato è ciò che ciascuno di noi è chiamato a vivere. Egli ha scelto l’ultimo posto, si è fatto servo di tutti e si è umiliato. Suoi amici sono coloro che fanno altrettanto. Questa umiltà è un atteggiamento religioso che ha a che vedere con il posto nel banchetto del regno di Dio, che umilia il superbo e innalza l’umile, come cantò la Vergine Maria nel suo Magnificat. Solo l’umile dà gloria a Dio e riceve da lui gloria. Il superbo invece dà gloria al proprio io e resiste a Dio. L’ultimo è il posto di Dio: lì troveremo Gesù, nostro Maestro. E questo è il motivo per cui Dio ama gli ultimi. Solo questi partecipano al banchetto del Regno, che la misericordia del Padre imbandisce per il figlio perduto e ora ritrovato.
“È giunto secondo”: ecco quanto si dice con ironia e commiserazione di chi non ce l’ha fatta. Lo sport e il gioco sanciscono premi ai migliori. Chi, invece, corre al di fuori della gara, per quanto inattesa sia la sua prestazione, non ottiene onori. E noi ci dirigiamo con ogni sforzo verso la meta, sotto le luci del palcoscenico del potere politico, economico e culturale. Ci facciamo largo per essere i primi tanto nella nostra vita professionale quanto nella vita privata. E dimentichiamo facilmente o, peggio, respingiamo coloro a cui abbiamo fatto sgambetti lungo il cammino verso la nostra meta. Non è questa la prassi comune in una società in cui ci si fa largo con i gomiti? È la società stessa che, praticamente, ci spinge a farlo. Non è strano, allora, che anche nella Chiesa ci sia la lotta per occupare un posto di responsabilità. È una lotta combattuta da individui, assemblee, istituzioni, consigli, comitati di redazione, facoltà. Del resto, nella comunità della Chiesa avviene anche che una parte combatta l’altra: le donne tentano di opporsi alla predominanza degli uomini. Nessuno vuole l’ultimo posto. Il Vangelo di oggi si oppone a tale spirito del nostro tempo e della nostra esperienza personale: chi mi ha mai chiesto di salire di grado? Quando mai mi sono guadagnato con le mie forze influenza e competenza? Meglio ancora, la parola di Gesù corregge la natura umana dalla menzogna di ogni tempo: quando mai colui che è il re del creato - e la cui crescita segue il normale corso - s’è volontariamente umiliato? Eppure il nostro Signore l’ha fatto: “Facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). E san Paolo ci presenta il cammino di Cristo come un esempio da seguire: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil 2,5). Ancora una volta, il Vangelo e il senso comune sono in contraddizione fra loro. Ma la parola e i gesti di Gesù sono perfettamente chiari. Egli mostra come sarà salvata l’umanità. Non ci si può sbagliare. Non possiamo minimizzare la difficoltà di seguirlo. E se qualcuno si rifugerà nella confortevole illusione di se stesso, nel giorno delle “nozze”, il padrone di casa lo porterà alla dolorosa conoscenza di sé. Gli negherà quel posto d’onore per cui tanto si sarà dato da fare al banchetto della vita eterna. Nel primo capitolo del Vangelo di Luca, Maria canta il “Magnificat”. Una donna loda Dio perché ha rovesciato l’ordine abituale di questo mondo: “Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili” (Lc 1,52). Dio non vuole tenere l’uomo lontano dall’altezza e dagli onori. Soltanto, la creatura non deve cercare di guadagnarseli con le sue forze, rischiando di infrangere l’ordine stabilito dal creatore e salvatore. Deve, invece, riceverli, affinché tale dono sia occasione di lode e di ringraziamento al Signore.

Lettura del vangelo: Un sabato Gesù si recò a casa di uno dei capi dei farisei per pranzare ed essi stavano a osservarlo. Diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: “Cédigli il posto!”. Allora dovrai con vergogna occupare l’ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: “Amico, vieni più avanti!”. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».

Riflessione
- Contesto. La Parola di grazia che Gesù rendeva visibile con il suo insegnamento e le sue guarigioni rischia di essere soppressa; per Gesù si avvicina sempre di più l’evento della morte, come tutti i profeti che l’hanno preceduto.. Tale realtà a cui Gesù va incontro mostra con chiarezza il rifiuto dell’uomo e la pazienza di Dio. Rifiutando Gesù come il primo inviato, l’unica Parola di grazia del Padre l’uomo si procura la propria condanna e chiude quella possibilità che il Padre gli aveva aperto per accedere alla salvezza. Tuttavia la speranza non è ancora spenta: è possibile che un giorno l’uomo riconosca Gesù come «colui» che viene dal Signore e ciò sarà motivo di gioia.. La conclusione, quindi, del cap.13 di Luca ci fa comprendere che la salvezza non è un’impresa umana, la si può solo accogliere come un dono assolutamente gratuito. Vediamo, dunque, come si avvera questo dono della salvezza, tenendo sempre presente questo rifiuto di Gesù come l’unico inviato di Dio.
- L’invito a pranzo. Di fronte al pericolo di essere ridotto al silenzio era stato suggerito a Gesù di fuggire e, invece, accetta un invito a pranzo. Tale atteggiamento di Gesù fa capire che egli non teme i tentativi di aggressione alla sua persona, anzi non lo rendono pauroso. A invitarlo è «un capo dei farisei», una persona autorevole. Tale invito cade di sabato, un giorno ideale per pranzi di festa che di solito venivano consumati verso mezzogiorno dopo che tutti avevano partecipato alla liturgia sinagogale. Durante il pranzo i farisei «stavano ad osservarlo» (v.1): un azione di controllo e vigilanza che allude al sospetto circa il suo comportamento. In altri termini lo osservavano aspettando da lui qualche azione inammissibile con la loro idea della legge. Ma in fin dei conti lo controllano non per salvaguardare l’osservanza della legge quanto per incastrarlo su qualche suo gesto. Intanto di sabato, dopo aver guarito dinanzi ai farisei e dottori della legge un idropico, esprime due riflessioni risolutive su come bisogna accogliere l’invito a tavola e con quale animo si deve invitare (vv.12-14). La prima è chiamata da Luca «una parabola», vale a dire, un esempio, un modello o un insegnamento da seguire. Innanzitutto bisogna invitare con gratuità e con libertà d’animo. Spesso gli uomini si fanno avanti, si propongono per essere invitati, invece, di ricevere l’invito. Per Luca il punto di vista di Dio è il contrario, è quello dell’umiltà: «Ha rovesciato i potenti dai troni e ha innalzato gli umili». La chiamata a partecipare alla «grande cena» del Regno ha come esito una maggiorazione del livello di vita per chi è capace di accogliere con gratuità l’invito della salvezza.
- L’ultimo posto. É vero che cedere il proprio posto agli altri non è gratificante, ma può essere umiliante; è una limitazione del proprio orgoglio. Ma ancor più umiliante e motivo di vergogna quando si deve compiere il movimento verso l’ultimo posto; è un disonore agli occhi di tutti. Luca, da un parte, pensa a tutte quelle situazioni umilianti e dolorose in cui il credente si può trovare, dall’altra al posto riservato per chi vive questi eventi davanti agli occhi di Dio e al suo regno. Gli orgogliosi, coloro che cercano i primi posti, i notabili, si gratificano della loro posizione sociale. Al contrario, quando Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi, «non c’era posto per lui» (2,7) e ha deciso di rimanervi scegliendo il posto tra la gente umile e povera. Per questo Dio lo ha elevato, lo ha esaltato. Da qui il prezioso suggerimento a scegliere il suo atteggiamento, privilegiando l’ultimo posto. Il lettore può rimanere disturbato da queste parole di Gesù che minano il senso utilitaristico ed egoistico della vita; ma a lungo andare il suo insegnamento si rivela determinante per l’ascesa in alto; il cammino dell’umiltà conduce alla gloria.

Per un confronto personale
- Nel tuo rapporto di amicizia con gli altri prevale il calcolo dell’interesse, l’attesa di ricevere un contraccambio?
- Nel relazionarti con gli altri al centro dell’attenzione c’è sempre e comunque il tuo io, anche quando fai qualcosa per i fratelli? Sei disposto a donare ciò che sei?

Preghiera finale: Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio. L’anima mia ha sete di Dio, del Dio vivente: quando verrò e vedrò il volto di Dio? (Sal 41).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 31 OTTOBRE 2010   Dom Ott 31, 2010 10:22 am

DOMENICA 31 OTTOBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: O Dio, creatore e Padre di tutti i figli di Abramo, donaci la luce del tuo Spirito per poterti servire in modo lodevole e degno, fa’ che camminiamo sui passi della tua Parola dimostrando con le opere che siamo discepoli dell’unico Maestro che si è fatto uomo per amore nostro e per la nostra salvezza.

Letture:
Sap 11,22 - 12,2 (Hai compassione di tutti, perché ami tutte le cose che esistono)
Sal 144 (Benedirò il tuo nome per sempre, Signore)
2Ts 1,11 - 2,2 (Sia glorificato il nome di Cristo in voi, e voi in lui)
Lc 19,1-10 (Il Figlio dell’uomo era venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto)

Uno sguardo, un incontro, la conversione
Nel vangelo di questa ultima domenica di ottobre, emerge, simpatica ed accattivante, la figura del piccolo Zaccheo. Lo potremmo definire un curioso di Dio, un cercatore di Cristo e, volendo, un arrampicatore sui sicomori. Egli si stacca dalla folla, si libera dall’anonimato, arrampica su un sicomoro, vuole vedere chi è Gesù; per ora non osa sperare di più. Il Signore però trascende i desideri degli uomini e si rende visibile e comprensibile a chi lo cerca con cuore sincero. Gesù guarda con simpatia Zaccheo, rannicchiato tra i rami, e lo invita a scendere “Scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Gesù attua con Zaccheo la sua solenne promessa e la esplicita ulteriormente dicendo: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa”. La salvezza coincide con una totale e sincera conversione: Zaccheo alla presenza del Cristo, fa un attento e puntuale esame della sua vita, riconosce i propri errori, si mostra sinceramente pentito, li dichiara in una pubblica confessione alla presenza del Signore, si impegna concretamente a riparare per il maltolto e si rende disponibile a dare ai poveri la metà dei suoi averi. È un esempio mirabile di autentica confessione sacramentale dove tutti gli elementi vengono scrupolosamente e pienamente osservati. Il vero protagonista della storia è però ancora una volta lo stesso Signore: è lui che prende l’iniziativa, lui si autoinvita a casa di Zaccheo, è lui l’autore principale che lo induce alla confessione e alla conversione. Zaccheo potrebbe essere il patrono dei convertiti e anche dei piccoli di statura, di tutti coloro che per vedere qualcosa o qualcuno debbono arrampicarsi su un albero purché non vengano a trovarsi in un deserto!
Gerico si trovava un posto di controllo doganale dell’amministrazione romana. Zaccheo era il capo dei controllori. Egli aveva sulla coscienza non solo le estorsioni e le malversazioni finanziarie abituali fra i “doganieri” dell’epoca, ma era considerato anche traditore politico e religioso, perché collaborava con i detestati oppressori della Palestina e, anzi, li sosteneva. Non sappiamo quali motivazioni spingessero Zaccheo nel desiderio di vedere Gesù. Nessuno tra la folla degli Ebrei pii gli fa posto in prima fila, né gli permette di salire sul suo tetto e perciò Zaccheo deve salire su un albero. Vedendolo, Gesù, di sua iniziativa, si invita a casa sua. Non solo Zaccheo è pieno di gioia, ma Gesù stesso è felice di poter perdonare il peccatore pentito e di accoglierlo come un figlio prodigo. Gesù esprime la sua gioia con queste parole: “Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo”. Gesù esprime così il suo amore e il suo completo dedicarsi ai peccatori: sono essi che si sono allontanati, eppure è lui che è venuto a cercarli.

Approfondimento del Vangelo (La conversione di Zaccheo)
Il testo: In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Momento di silenzio perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Nel racconto del Vangelo, Luca ama dimostrare la misericordia del Maestro verso i peccatori. Lc 19,1-10 è un esempio. Il racconto della conversione di Zaccheo ci dimostra che nessuna condizione umana è incompatibile con la salvezza: Oggi la salvezza è entrata in questa casa, perché anch’egli è figlio di Abramo, (Lc 19,9) dichiara Gesù. Il testo che apre il capitolo 19, viene dopo gli insegnamenti e gli atteggiamenti di Gesù presentati a noi nel capitolo 18. In questo capitolo troviamo la parabola del fariseo che giudica e il pubblicano che si umilia davanti a Dio e chiede perdono (Lc 18,9-14). Susseguentemente abbiamo la scena di Gesù che accoglie i bambini, ammonendo i discepoli che a chi è piccolo come loro appartiene il regno di Dio...chi non accoglie il regno di Dio come un bambino non vi entrerà (Lc 18,16-17). Subito dopo Gesù dimostra al notabile ricco che vuole acquistare la vita eterna (Lc 18,18), la necessità di vendere tutto e di distribuire gli averi ai poveri per poter seguire Gesù e ottenere un tesoro nei cieli (Lc 18,22). Segue poi l’insegnamento di Gesù sulle ricchezze che ostacolano la salvezza e la promessa di essere ricompensati a coloro che rinunciano a tutto a causa del Regno di Dio (Lc 18,24-30). Queste parti del capitolo 18 sembrano condurci al racconto della conversione di Zaccheo. Prima del racconto di Zaccheo seguono altri due testi con dettagli importanti:
1. Il terzo annuncio della passione dove ancora una volta Gesù ci ricorda che andiamo a Gerusalemme (Lc 18,31). Sembra che Luca vuole mettere tutto nel contesto del sequela Christi.
2. La guarigione del cieco di Gerico, che chiamava Gesù, anche se la folla gli impediva di raggiungere il Maestro (Lc 18,35-39). Gesù donando di nuovo la luce agli occhi ottenebrati, dichiara che la fede ha salvato questo cieco (Lc 18,42). Riavuto la vista il cieco poteva seguire Gesù lodando Dio (Lc 18,43).
Questi due testi insieme ai precedenti illuminano il racconto della conversione di Zaccheo. In questo racconto troviamo dei dettagli sorprendenti che sono già presenti nei testi sopraelencati:
1. Zaccheo un uomo ricco, capo dei pubblicani – Lc 19,2
2. Cercava di vedere Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla – Lc 19,3
3. Era piccolo di statura – Lc 19,3
4. Il giudizio della folla che timbra Zaccheo: peccatore - Lc 19,7
5. La distribuzione dei beni ai poveri – Lc 19,8
6. La dichiarazione di Gesù che la salvezza è entrata nella casa di Zaccheo – Lc 19,9.
Zaccheo, piccolo di statura, uomo ricco capo dei pubblicani accoglie il regno di Dio come un bambino. Umiliandosi e pentendosi del suo passato trova la salvezza che viene da Dio in Gesù Cristo buon samaritano (Lc 10,29-37) che ci è venuto incontro a cercare e a salvare ciò che era perduto (Lc 19,10). Un tema caro a Luca che si vede in altre parti del suo racconto evangelico (es: Lc 15,11-31).

Tempo per la riflessione personale: Mettiti in silenzio davanti alla parola di Dio, rifletti sopra i testi presentati in questa chiave di lettura. Chiediti:
1) Che connessione c’è tra questi testi?
2) Che cosa significa la salvezza per te?
3) Zaccheo, piccolo di statura fa vedere la sua disponibilità ad accogliere il Signore, arrampicandosi su un sicomoro. La sua curiosità fu premiata dalla visita di Gesù. Che fai tu per dimostrare la tua disponibilità a ricevere la salvezza di Dio?
4) Il gesto di Zaccheo ci ricorda la curiosità di Mosè che lo spinge verso il roveto ardente. Anche li Mosè ha trovato la salvezza. Ti accosti tu al Signore? Ti senti attirato a Lui?
5) Gesù va incontro a Zaccheo nel suo peccato e in quella casa gli dona la salvezza. Qual è il tuo attaccamento al peccato? Lasci che il Maestro ti incontri li, in quella casa oscura?

La preghiera della comunità: O Dio, che nel tuo Figlio sei venuto a cercare e a salvare chi era perduto, rendici degni della tua chiamata: porta a compimento ogni nostra volontà di bene, perché sappiamo accoglierti con gioia nella nostra casa per condividere i beni della terra e del cielo. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Momento di silenzio per la preghiera personale.

Preghiera finale: Tu mi indichi il sentiero della vita, Signore, gioia piena nella tua presenza (Sal 15/16,11).

RITO AMBROSIANO
ANNO C
II DOMENICA DOPO LA DEDICAZIONE DEL DUOMO DI MILANO


Letture:
Is 25,6-10a
Sal 35
Rm 4,18-25
Mt 22,1-14

La partecipazione delle genti alla salvezza
Ecco la più bella storia d’amore che sia capitata tra noi: è una grande festa di nozze cui ogni uomo è invitato. Chi si sposa è il Figlio stesso di Dio con la nostra umanità, che vuol unire a Sé per un destino di intimità con la Trinità. Tocca ad ognuno di noi accogliere l’invito e rispondere di sì. Deve essere un sì che impegna la vita, perché i doni di Dio, benché gratuiti, sono esigenti. Ogni domenica a messa risuona questo invito: “Beati gli invitati alla Cena del Signore”. La Chiesa ci mette sulle labbra la stima e la trepidazione davanti a tanto dono: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa”. È invito immeritato, Signore; però lo stimo e ne sono lusingato: sono i sentimenti e la preghiera che oggi la Parola di Dio vuole suscitare in noi.
Venite alle nozze: C’era una volta un Dio felice, tanto felice che volle condividere con altri la sua felicità. Questo Dio viveva d’amore: erano tre Persone che si volevano bene, che si scambiavano reciprocamente gioia infinita, in totale trasparenza e condivisione assoluta. Una soddisfazione perenne! Un giorno Dio decise di sposare l’umanità per introdurla nella sua famiglia, nella sua vita, nel suo amore. Avvenne con l’Incarnazione del Figlio. “Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio”. Sì, Dio sposa suo Figlio; Gesù è innamorato dell’umanità, ci ama con passione. “Ecco, ho preparato il mio pranzo; tutto è pronto; venite alle nozze!”. Questo sposalizio è iniziato per ognuno di noi col battesimo; è cresciuto lungo la vita coi vari appuntamenti alla cena eucaristica, fino al compimento definitivo quando “il Signore preparerà un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati. Eliminerà la morte per sempre. Il Signore Dio asciugherà le lacrime su ogni volto... E si dirà in quel giorno: Ecco il nostro Dio, in lui abbiamo sperato perché ci salvasse. Rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza” (Lett.). Troppo grande è l’avvenimento - è lo sposalizio dei secoli! - e Dio rinnova l’invito, con insistenza. San Paolo sognava di fare di ogni suo cristiano un partner entusiasta in questo sposalizio: “Io provo per voi una specie di gelosia divina: vi ho promesso infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 11,2). Ma Dio rimane deluso: “Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire; non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari; altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero”. Storia amara di una umanità ribelle, incomprensibile stupidità che snobba i doni di Dio per diventare creduloni di idoli e meschinità! Parole di un’attualità bruciante! - “Come volete che vada a messa? Non ho che la domenica per fare footing o tennis...”, - dice uno. “È l’unico giorno per andare al lago!”. Come è possibile che si arrivi a preferire i nostri piccoli affari all’invito di Dio?! Certamente la maggior parte non si rende conto di quel che fa. “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34), deve continuamente pregare Gesù dalla croce. E Dio non si ferma. “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Era capitato già ai profeti di essere inascoltati e perseguitati; al tempo di Gesù erano i Giudei che lo rifiutavano e i farisei che si sentivano giusti davanti a Dio. Ma Gesù si era rivolto ai peccatori e ai pubblicani, trovando in loro accoglienza e conversione. L’invito di Dio è per tutti gli uomini, gratuito e generoso: “Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali”. Nessuno può dire: io non sono stato invitato, io non ho avuto il dono della fede. L’occasione è data a tutti. Dio offre ad ogni uomo una grazia sufficiente ed efficace per la salvezza. Solo che non sfonda la porta della nostra libertà. Stimola, ma è discreto e rispettoso. Tocca a noi la responsabilità di un sì o di un no che determina il nostro destino.
L’abito nuziale: Aderire a Dio è cosa seria. Corrispondere all’amore di Dio che ha dato la vita per noi, richiede altrettanto rigore e totalitarietà. Ci sorprende il contrasto tra la larghezza nell’invito e la rigidità della selezione. “Il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”. L’abito nuziale sono le opere di giustizia che esprimono la coerenza e la sincerità della nostra risposta. Quando l’umanità giungerà alle soglie dell’eternità, sarà come “una sposa pronta - dice l’Apocalisse - per le nozze dell’Agnello; e le fu dato una veste di lino puro splendente. La veste di lino sono le opere giuste dei santi” (Ap 19,8). Dio ci rispetta troppo, non vuol fare di noi degli assistiti: la salvezza non è automatica, richiede accoglienza, collaborazione e responsabilità. E certamente questo significa vivere “una fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 2,6).
Il castigo è severo: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”. È “la seconda morte” (Ap 20,14). San Paolo, parlando dell’Eucaristia, ci mette in guardia di non trovarci indegni davanti al Mistero: “Chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna” (1Cor 11,29). Forse abbiamo bisogno di ricuperare un po’ il senso della trascendenza di Dio, o per lo meno, la serietà. Non confondiamo la misericordia di Dio con la pazienza che egli mostra nell’aspettare (e stimolare) la nostra conversione! L’ultima parola ci spaventa: “Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti”. Tra gli eletti c’è Abramo che “credette, saldo nella speranza contro ogni speranza” (Epist.). Lo snobbare l’invito di Dio può nascere dall’indifferenza, ma anche dalla fatica dell’attesa della realizzazione della promessa di Cristo. Vivere la fede oggi ha poco del godere un banchetto di nozze! E la morte c’è sempre, nonostante le promesse che abbiamo letto in Isaia! Ma.. “di fronte alla promessa di Dio Abramo non esitò per incredulità, pienamente convinto che quanto gli aveva promesso era anche capace di portarlo a compimento” (Epist.). Per noi in più abbiamo la prova della risurrezione di Gesù: “Crediamo in colui che ha risuscitato dai morti Gesù nostro Signore”. Questo verrà “accreditato anche a noi come giustizia!”.
“Il Signore è il mio pastore; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Davanti a me tu prepari una mensa, il mio calice trabocca” (Sal 23). Ogni domenica la cena di Dio ci è imbandita: solo qui troviamo sazietà e ristoro. Cresciamo in questa “consuetudine” con Dio per non rimanere estranei al banchetto eterno che Dio imbandisce in cielo per noi.
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MessaggioOggetto: LUNEDI' 1° NOVEMBRE - TUTTI I SANTI   Lun Nov 01, 2010 9:45 am

LUNEDÌ 1° NOVEMBRE 2010

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI


Preghiera iniziale: O Signore, cercare la tua Parola, che ci è venuta incontro in Cristo, è tutto il senso della nostra vita. Rendici capace di accogliere la novità del vangelo delle Beatitudini, così la mia vita può cambiare. Di te, Signore, non potrei sapere nulla, se non ci fosse la luce delle parole del tuo Figlio Gesù, venuto per ‘raccontarci’ le tue meraviglie. Quando sono debole, appoggiandomi a Lui, verbo di Dio, divento forte. Quando mi comporto da stolto, la sapienza del suo vangelo mi restituisce il gusto di Dio, la soavità del suo amore. E mi guida per i sentieri della vita. Quando appare in me qualche deformità, riflettendomi nella sua Parola l’immagine della mia personalità diventa bella. Quando la solitudine tenta di inaridirmi, unendomi a lui nel matrimonio spirituale la mia vita diventa feconda. E quando mi scopro in qualche tristezza o infelicità, il pensiero di Lui, quale unico mio bene, mi schiude il sentiero della gioia. Un testo che riassume in modo forte il desiderio della santità, quale ricerca intensa di Dio e ascolto dei fratelli è quello di Teresa di Gesù Bambino: «Se tu sei niente, non dimenticare che Gesù è tutto. Devi dunque perdere il tuo piccolo nulla nel suo infinito tutto e non pensare più che a questo tutto unicamente amabile...» (Lettere, 87, a Maria Guèrin).

Letture:
Ap 7,2-4.9-14 (Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua)
Sal 23 (Ecco la generazione che cerca il tuo volto, Signore)
1Gv 3,1-3 (Vedremo Dio così come egli è)
Mt 5,1-12 (Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli)

I veri beati
Oggi la Chiesa militante, tutti noi che siamo ancora in cammino verso la patria beata, ci uniamo alla Chiesa gloriosa, alla schiera dei santi nei cieli. Lo facciamo durante tutto l’anno quando ricorre il loro “dies natalis”, come viene definito, il giorno cioè della loro morte, ma nell’arco dell’anno non ci è proprio consentito di ricordarli tutti, sia perché nel corso dei secoli fino ai nostri giorni, la Chiesa ha dovuto necessariamente, operare una scelta, anche perché il loro numero costituisce una schiera che nessuno può numerare. Infatti oggi, oltre che ricordare i santi canonizzati ufficialmente dalla Chiesa, ricordiamo tutti coloro che, spesso in modo nascosto e rimasti anonimi, hanno raggiunto la salvezza. Sicuramente tra questi speriamo di poter annoverare tanti nostri cari, persone semplici, che senza mai assurgere agli onori della cronaca e senza nessuna proclamazione, hanno però servito il Signore con costanze e fedeltà. Li festeggiamo perché volgiamo innanzitutto rendere grazie a Dio, autore e fonte della santità, a Cristo nostro redentore e modello e anche a tutti loro che ci incoraggiano con i loro esempi e intercedono per noi, affinché possiamo con loro un giorno godere la stessa gioia nella visione beatifica. Ricordandoli e festeggiandoli oggi la liturgia proclama ancora una volta, il vangelo delle beatitudini. Vuole dirci qual’è stato il loro codice di vita, come hanno potuto raggiungere la vera e definitiva beatitudine. Vogliono anche distoglierci dal nostro mondo di distrazioni, di superficialità e di fatuo materialismo. Oggi i nostri occhi, il nostro spirito deve essere rivolto più che mai alla patria che ci attende. Dobbiamo riprendere fiducia e riappropriarci di certezze che solo la fede e la fedeltà vissute possono infonderci. Dobbiamo avere il coraggio di pensare con fermezza che la nostra vocazione comune è una chiamata alla santità. Non è definitivamente importante che questa sia riconosciuta e proclamata dalla Chiesa. E’ importante che sia riconosciuta dal Signore giusto giudice e Padre misericordioso. Sant’Agostino pensando ai santi, meditando sulle loro eroiche virtù, affermava: “Se questi e queste… perché non io?”.
Festeggiare tutti i santi è guardare coloro che già posseggono l’eredità della gloria eterna. Quelli che hanno voluto vivere della loro grazia di figli adottivi, che hanno lasciato che la misericordia del Padre vivificasse ogni istante della loro vita, ogni fibra del loro cuore. I santi contemplano il volto di Dio e gioiscono appieno di questa visione. Sono i fratelli maggiori che la Chiesa ci propone come modelli perché, peccatori come ognuno di noi, tutti hanno accettato di lasciarsi incontrare da Gesù, attraverso i loro desideri, le loro debolezze, le loro sofferenze, e anche le loro tristezze. Questa beatitudine che dà loro il condividere in questo momento la vita stessa della Santa Trinità è un frutto di sovrabbondanza che il sangue di Cristo ha loro acquistato. Nonostante le notti, attraverso le purificazioni costanti che l’amore esige per essere vero amore, e a volte al di là di ogni speranza umana, tutti hanno voluto lasciarsi bruciare dall’amore e scomparire affinché Gesù fosse progressivamente tutto in loro. È Maria, la Regina di tutti i Santi, che li ha instancabilmente riportati a questa via di povertà, è al suo seguito che essi hanno imparato a ricevere tutto come un dono gratuito del Figlio; è con lei che essi vivono attualmente, nascosti nel segreto del Padre.

Approfondimento del Vangelo (Le beatitudini)
Il testo: In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati.
Beati i miti, perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Momenti di silenzio orante: Per essere raggiunti dalla parola di Cristo e perché la Parola fatta carne, che è Cristo, possa abitare i nostri cuori e noi vi possiamo aderire, è necessario che ci sia ascolto e silenzio profondo. Solo in cuori silenziosi la Parola di Dio può nascere anche in questa solennità dei Santi e, anche oggi, prendere carne.

Contesto: La parola di Gesù sulle Beatitudini che Matteo ha attinto dalle sue fonti era condensata in brevi e isolate frasi e l’evangelista l’ha inserita in un discorso di più ampio respiro; è quello che gli studiosi della Bibbia chiamano “discorso della montagna” (capitoli 5-7). Tale discorso viene considerato come lo statuto o la magna charta che Gesù ha affidato alla sua comunità come parola normativa e vincolante per definirsi cristiana. I vari temi della parola di Gesù contenuti in questo lungo discorso non sono una somma o agglomerato di esortazioni, ma piuttosto indicano con chiarezza e radicalità quale deve essere il nuovo atteggiamento da tenere verso Dio, verso se stessi e verso il fratello. Alcune espressioni di tale insegnamento di Gesù possono apparire esagerate, ma sono utilizzate per dare un’immagine più viva della realtà e quindi realistiche nel contenuto, anche se non nella forma letteraria: per esempio ai vv.29-30: «Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna». Tale modo di esprimersi sta a indicare l’effetto che si vuole creare sul lettore, il quale deve intendere rettamente le parole di Gesù per non travisarne il senso. La nostra attenzione per esigenze liturgiche si sofferma sulla prima parte del “discorso della montagna”, quella appunto che s’apre con la proclamazione delle beatitudini (Mt 5,1-12).

Alcuni particolari: Matteo introduce il lettore ad ascoltare le beatitudini pronunciate da Gesù con una ricca concentrazione di particolari. Innanzitutto viene indicato il luogo nel quale Gesù pronuncia il suo discorso: “Gesù salì sulla montagna” (5,1). Per tale motivo gli esegeti lo definiscono “discorso della montagna” a differenza di Luca che lo inserisce nel contesto di un luogo pianeggiante (Lc 6,20-26). L’indicazione geografica della “montagna” potrebbe alludere velatamente ad un episodio dell’AT molto simile al nostro: è quando Mosé promulga il decalogo sulla montagna del Sinai. Non si esclude che Matteo intenda presentare al lettore la figura di Gesù, nuovo Mosé, che promulga la legge nuova. Un altro particolare che ci colpisce è la posizione fisica con cui Gesù pronunzia le sue parole: “e, messosi a sedere”. Tale atteggiamento conferisce alla sua persona una nota di autorità nella mentre legifera. Lo circondano i discepoli e le “folle”: tale particolare intende mostrare che Gesù nel pronunziare tali parole le ha rivolte a tutti e che sono da considerarsi attuabili per ogni ascoltatore. Và notato che il discorso di Gesù non presenta degli atteggiamenti di vita impossibili, né che essi siano diretti a un gruppo di persone speciali o particolari, né mirano a fondare un’etica esclusivamente dall’indirizzo interiore. Le esigenze propositive di Gesù sono concrete, impegnative e decisamente radicali. C’è qualcuno che ha cosi stigmatizzato il discorso di Gesù: «Per me, è il testo più importante della storia umana. S’indirizza a tutti, credenti e non, e rimane dopo venti secoli, l’unica luce che brilla ancora nelle tenebre di violenza, di paura, di solitudine in cui è stato gettato l’Occidente dal proprio orgoglio ed egoismo» (Gilbert Cesbron). Il termine “beati” (in greco makarioi) nel nostro contesto non esprime un linguaggio “piano”, ma un vero e proprio grido di felicità, diffusissimo nel mondo della bibbia. Nell’AT, per esempio, vengono definite persone “felici” coloro che vivono le indicazioni della Sapienza (Sir 25,7-10). L’orante dei Salmi definisce “felice” chi “teme”, più precisamente chi ama, il Signore, esprimendolo nell’osservanza delle indicazioni contenute nella parola di Dio (Sal 1,1; 128,1). L’originalità di Matteo consiste nell’aggiunta di una frase secondaria che specifica ogni beatitudine: ad esempio, l’affermazione principale “beati i poveri in spirito” è illustrata da una frase aggiunta “perché di essi è il regno dei cieli”. Un’altra differenza rispetto all’AT: quella di Gesù annunciano una felicità che salva nel presente e senza limitazioni. Inoltre, per Gesù, tutti possono accedere alla felicità, a condizione che si stia uniti a Lui.

Le prime tre beatitudini:
1) Il primo grido riguarda i poveri: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Il lettore ne resta scioccato: come è possibile che i poveri possano essere felici? Il povero nella Bibbia è colui che si svuota di sé e soprattutto rinuncia alla presunzione di costruire il suo presente e futuro in modo autonomo per lasciare, invece, più spazio e attenzione al progetto di Dio e alla sua Parola. Il povero, sempre in senso biblico, non è un uomo chiuso in se stesso, miserabile, rinunciatario, ma nutre apertura a Dio e agli altri. Dio rappresenta tutta la sua ricchezza. Potremmo dire con S.Teresa d’Avila: felici sono coloro che fanno esperienza del “Dio solo basta!”, nel senso che sono ricchi di Dio. Un grande autore spirituale del nostro tempo ha così descritto il senso vero di povertà: «Finché l’uomo non svuota il suo cuore, Dio non può riempirlo di sé. Non appena e nella misura che di tutto vuoti il tuo cuore, il Signore lo riempie. La povertà è il vuoto non solo per quanto riguarda il futuro, ma anche per quanto riguarda il passato. Nessun rimpianto o ricordo, nessuna ansia o desiderio. Dio non è nel passato, Dio non è nel futuro: Egli è la presenza! Lascia a Dio il tuo passato, lascia a Dio il tuo futuro. La tua povertà è vivere nell’atto che vivi, la Presenza pura di Dio che è l’Eternità» (Divo Barsotti). È la prima beatitudine, non solo perché dà inizio alla serie, ma perché sembra condensarle nella varie specificità.
2) “Beati gli afflitti perché saranno consolati”. Si può essere afflitti per un grande dolore o sofferenza. Tale stato d’animo sottolinea che si tratta di una situazione grave anche se non vengono indicati i motivi per identificarne la causa. Volendo identificare nell’oggi l’identità di questi “afflitti” si potrebbe pensare a tutti quei cristiani che hanno a cuore le istanze del regno e soffrono per tante negatività presenti nella Chiesa; invece, di attendere alla santità, la chiesa presenta divisioni e lacerazioni. Ma possono essere anche coloro che sono afflitti per i loro peccati e inconsistenze e che, in qualche modo, rallentano il cammino della conversione. A queste persone solo Dio può portare la novità della “consolazione”.
3) “Beati quelli che sono miti, perché erediteranno la terra”. La terza beatitudine riguarda la mitezza. Un atteggiamento, oggi, poco popolare. Anzi per molti ha una connotazione negativa e viene scambiata per debolezza o per quella imperturbabilità di chi sa controllare per calcolo la propria emotività. Qual è il significato del termine “miti” nella Bibbia? I miti vengono ricordati come persone che godono di una grande pace (Sal 37,10), ritenute felici, benedette, amate da Dio. E nello stesso tempo vengono contrapposte ai malvagi, agli empi, ai peccatori. Quindi l’AT presenta una ricchezza di significati che non ci permettono una definizione univoca. Nel NT il primo testo che ci viene incontro è Mt 11,29: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. Un secondo è in Mt 21,5, Matteo nel riportare l’ingresso di Gesù in Gerusalemme, cita la profezia di Zaccaria 2,9: “Ecco il tuo servo viene a te mite”. Davvero, quello di Matteo, potrebbe essere definito il vangelo della mitezza. Anche Paolo ricorda la mitezza come un atteggiamento specifico dell’essere cristiano. In 2 Corinti 10,1 esorta i credenti “per la benignità e la mitezza di Cristo”. In Galati 5,22 la mitezza è considerata un frutto dello Spirito Santo nel cuore dei credenti e consiste nell’essere mansueti, moderati, lenti nel punire, dolci, pazienti verso gli altri. E ancora in Efesini 4,32 e Colossesi 3,12 la mitezza è un comportamento che deriva dall’essere cristiani ed è un segno che caratterizza l’uomo nuovo in Cristo. E infine, un’indicazione eloquente ci viene dalla 1Pt 3,3-4: «Il vostro ornamento non sia quello esteriore - capelli intrecciati, collane d’oro, sfoggio di vestiti - ma piuttosto, nel profondo del vostro cuore, un’anima incorruttibile, piena di mitezza e di pace: ecco ciò che è prezioso davanti a Dio». Nel discorso di Gesù che significato ha il termine “miti”? Davvero illuminante è la definizione dell’uomo mite offerta dal Cardinale Carlo Maria Martini: “L’uomo mite secondo le beatitudini è colui che, malgrado l’ardore dei suoi sentimenti, rimane duttile e sciolto, non possessivo, internamente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà, imitatore in questo, di Dio che opera tutto nel sommo rispetto per l’uomo, e muove l’uomo all’obbedienza e all’amore senza mai usargli violenza. La mitezza si oppone così a ogni forma di prepotenza materiale e morale, è vittoria della pace sulla guerra, del dialogo sulla sopraffazione”. A questa sapiente interpretazione aggiungiamo quella di un altro illustre esegeta: “La mitezza di cui parla la beatitudine non è altro che quell’aspetto dell’umiltà che si manifesta nell’affabilità messa in atto nei rapporti con il prossimo. Tale mitezza trova la sua illustrazione e il suo perfetto modello nella persona di Gesù, mite ed umile di cuore. Infondo tale mitezza ci appare come una forma di carità, paziente e delicatamente attenta nei riguardi altrui” (Jacques Dupont).

La parola m’illumina (per meditare)
a) So accettare quei piccoli segni di povertà che possono riguardarmi? Ad esempio la povertà della salute, piccole indisposizioni? Ho pretese esorbitanti?
b) So accettare qualche aspetto della mia povertà e fragilità?
c) So pregare come un povero, come uno che chiede con umiltà la grazia di Dio, il suo perdono, la sua misericordia?
d) Ispirato dal messaggio di Gesù sulla mitezza so rinunciare alla violenza, alla vedetta, allo spirito vendicativo?
e) So coltivare, in famigli e sul posto di lavoro, uno spirito di dolcezza di mitezza e di pace?
f) Rispondo con il male alle piccole malignità, alle insinuazioni, alle allusioni offensive?
g) So essere attento ai più deboli, che sono incapaci di difendersi? Sono paziente con gli anziani? Accogliente verso gli stranieri soli, i quali spesso sono sfruttati sul lavoro?

1° novembre: Solennità di tutti i Santi
Biografia: La festa di tutti i Santi, il 1 novembre si diffuse nell’Europa latina nei secoli VIII-IX. Si iniziò a celebrare la festa di tutti i santi anche a Roma, fin dal sec. IX. Un’unica festa per tutti i Santi, ossia per la Chiesa gloriosa, intimamente unita alla Chiesa ancora pellegrinante e sofferente. Oggi è una festa di speranza: “l’assemblea festosa dei nostri fratelli” rappresenta la parte eletta e sicuramente riuscita del popolo di Dio; ci richiama al nostro fine e alla nostra vocazione vera: la santità, cui tutti siamo chiamati non attraverso opere straordinarie, ma con il compimento fedele della grazia del battesimo.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di san Bernardo, abate
A che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. È chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro. Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri. Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, é quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all’assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi. Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell’anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l’aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non é certo disdicevole, perché una tale fame di gloria é tutt’altro che pericolosa. Vi é un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed é quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come é ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati. Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo. Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita é nascosta con lui in Dio. Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che é lui stesso. Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomaparabile abbia a diventare realtà, ci é necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere. (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

Godete e rallegratevi, perché grande è la vostro ricompensa nei cieli
La beatitudine, consiste nel raggiungimento di ciò che colma e fa felice definitivamente il cuore dell’uomo. È la felicita che hanno conseguito i santi, che oggi celebriamo riuniti in un’unica festa. È una schiera che nessuno può numerare e che hanno lavato le loro vesti nel sangue dell’ Agnello, hanno cioè sperimentato in vita e in morte l’infinita misericordia di divina e vivono, anche per le loro virtù, nella beatitudine eterna. Una beatitudine a cui ogni fedele aspira nella speranza che lo stesso Cristo ci infonde. Il Cristo annuncia una felicità che non è nell’ordine dei valori terreni, ma è in vista del Regno, proclamato da lui, e, pur cominciando già su questa terra per coloro che accolgono Cristo e le sue esigenze, sarà definitiva solo nell’eternità. La Chiesa, formata da tutti i santi, ci invita oggi a guardare al futuro e al premio che Dio ha riservato a coloro che lo seguono nel difficile cammino della perfezione evangelica. Tutti vorremmo che, dopo la nostra morte, questo giorno fosse anche la nostra festa. Gesù ci invita a godere e rallegrarci già durante il percorso in vista dell’approdo finale. La santità quindi non è la meta di pochi privilegiati, ma l’aspirazione continua e costante di ogni credente, nella ferma convinzione che questa è innanzi tutto un progetto divino che nessuno esclude e che ci è stata confermata a prezzo del sacrificio di Cristo, che ha dato la vita per la nostra salvezza, quindi per la nostra santità. Non conseguire la meta allora significherebbe rendersi responsabile di quel grande peccato, che nessuno speriamo commetta, di vanificare l’opera redentiva del salvatore. Sant’Agostino, mosso da santa invidia soleva ripetersi: “Se tanti e tante perché non io?”.

Preghiera finale: Signore Gesù, tu ci indichi il sentiero delle beatitudini per giungere a quella felicità che è pienezza di vita e quindi santità. Tutti siamo chiamati alla santità, ma il tesoro per i santi è solo Dio. La tua Parola, o Signore, chiama santi tutti coloro che nel battesimo sono stati scelti dal tuo amore di Padre, per essere conformati a Cristo. Fa’, o Signore, che per tua grazia sappiamo realizzare questa conformità a Cristo Gesù. Ti ringraziamo, Signore, per i tuoi santi che hai posto nel nostro cammino manifestazione del tuo amore. Ti chiediamo perdono se abbiamo sfigurato in noi il tuo volto e rinnegato la nostra chiamata ad essere santi.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI   Mar Nov 02, 2010 10:16 am

MARTEDÌ 2 NOVEMBRE 2010

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI


Orazione iniziale: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi morti perché rivivano (Ez 37, 9) vieni Spirito Santo, soffia nella nostra mente, nel nostro cuore, nella nostra anima, affinché diventiamo in Cristo una creazione nuova, primizia della vita eterna. Amen.

Letture:
Gb 19,1.23-27 (Io lo so che il mio redentore è vivo)
Sal 26 (Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi)
Rm 5,5-11 (Giustificati nel suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui)
Gv 6,37-40 (Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno)

Venite, benedetti, dal Padre mio
Gesù sarà il Giudice glorioso di tutti gli uomini. Le immagini della parabola presentate da questa liturgia, sono tipiche dei discorsi profetici sul “tempo della fine”, tempo insieme nostro e di Gesù che si rivela qui in due inaudite identificazioni, se pur su due piani diversi: lui e Dio, lui e i “poveri”. Questa “parabola del giudizio” ha la funzione di mettere i credenti sull’avviso: il discernere o no questa equazione a tre termini, già fin d’ora giudica la tua esistenza. La speranza dei credenti è indirizzata verso l’incontro definitivo con Dio, come invito a una comunione piena, quella comunione alla quale già ci introduce, come a primizia, l’adesione a Cristo, e massimamente la partecipazione alla sua Eucaristia. Ma lui nella sua presenza e nella sua sembianza, nei poveri, nei piccoli, chiamerà i suoi fratelli ad una fede in una presenza diversa da quella eucaristica, ma sicuramente non meno vera ed impegnativa. È in questa prospettiva di fede che oggi facciamo memoria di tutti i fedeli defunti, pensando a loro ancora in attesa dell’incontro finale con Cristo nella beatitudine eterna. Preghiamo per le anime purganti, quelle che, nella luce dello Spirito, non si sentono ancora degne di accedere alla perfetta visione di Dio nel suo Regno di amore e di perfezione. Quello che compiamo in questo giorno non è un semplice gesto di pietà, non è la solita visita ai cimiteri e alle tombe dei nostri defunti a deporre fiori o a ravvivare in noi la loro memoria, è piuttosto una manifestazione di fede e di autentica carità cristiana, mossi dalla certezza che le nostre preghiere, i nostri suffragi, le indulgenze che possiamo lucrare a loro favore, concorrono ad affrettare l’ingresso nel Regno di Dio, nella beatitudine eterna. Possiamo considerare anche utilitaristicamente i nostri suffragi a favore delle anime purganti nel senso che abbiamo la certezza di poter poi godere della loro preghiera per noi quando avranno raggiunto la pienezza della gioia nell’eternità di Dio.
Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria, e distrutta la morte gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono della gloria contemplando Dio. Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli morti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali (cfr. Lumen gentium, 49). La Chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi (ibidem, 50). Nei riti funebri la Chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il Battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. (cfr. Rito delle esequie, 1). Si iniziò a celebrare la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec. XIV.

Approfondimento del Vangelo (Il pane della vita)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse alla folla: «Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».

Chiave di lettura: Nel vangelo di Giovanni, il punto di vista fondamentale su Gesù e la sua missione è che il Verbo fatto carne viene mandato dal Padre nel mondo a darci la vita e a salvare ciò che era perduto. Il mondo sa parte sua rifiuta il Verbo incarnato. Il prologo del Vangelo ci presenta questo pensiero (Gv 1,1-18), che successivamente l’evangelista continuerà ad elaborare nel racconto evangelico. Anche i vangeli sinottici, a loro modo, annunciano questa novella. Si pensi alle parabole della pecora smarrita e della dramma perduta (Lc 15,1-10); oppure alla dichiarazione: non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori (Mc 2,17). Questo filo di pensiero lo troviamo anche in questo brano: Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6,38). Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna (Gv 6,40). Parole chiavi del vangelo di Giovanni sono: vedere e credere. Vedere, implica e significa automaticamente credere nel Figlio mandato dal Padre. Con questo atteggiamento di fede il credente possiede già la vita eterna. Nel vangelo di Giovanni, la salvezza del mondo si compie già nella prima venuta di Cristo tramite l’incarnazione e con la risurrezione di colui che si lascia elevare sulla croce. Il secondo ritorno di Cristo nell’ultimo giorno sarà un completamento di questo mistero della salvezza. Il brano del vangelo di oggi è tratto dalla sessione che parla del ministero di Gesù (Gv 1-12). Il testo ci porta nella Galilea, al tempo di pasqua, la seconda volta nel testo giovanneo: Dopo questi fatti, Gesù andò all’altra riva del mare di Galilea... Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei (Gv 6,1). Una grande folla lo seguiva, (Gv 6,2) e Gesù vedendo le folle che lo seguivano moltiplica i pani. La folla lo vuole proclamare re, ma Gesù fugge e si ritira sulla montagna tutto solo (Gv 6, 15). Dopo una breve pausa che ci fa contemplare il Signore che cammina sulle acque (Gv 6, 16-21), il racconto prosegue il giorno dopo (Gv 6,22), con la folla che continua ad aspettare e a cercare Gesù. Segue poi il discorso sul pane della vita e l’ammonimento di Gesù a procurare il cibo che rimane per sempre (Gv 6,27). Gesù definisce se stesso come il pane della vita, facendo riferimento alla manna data al popolo da Dio tramite Mosè, come una figura del vero pane che scende dal cielo e dà la vita al mondo (Gv 6,30-36). In quest’ambito si svolgono le parole di Gesù che noi stiamo usando per la nostra Lectio (Gv 6,37-40). In questo contesto troviamo poi una nuova opposizione e un nuovo rifiuto della rivelazione di Cristo come il pane della vita (Gv 6,41-66). Le parole di Gesù su colui che va da lui, fanno eco dell’invito di Dio a partecipare ai beni del banchetto dell’alleanza (Is 55,1-3). Gesù non respinge quelli che vanno da lui ma li da la vita eterna. La sua missione è infatti di cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19,27). Questo ci ricorda il racconto dell’incontro di Gesù con la Samaritana vicino al pozzo di Giacobbe (Gv 4,1-42). Gesù non respinge la Samaritana, ma incomincia un dialogo ‘pastorale’ con la donna che viene al pozzo per l’acqua materiale e lì trova l’uomo, il profeta e il messia che le promette l’acqua della vita eterna (Gv 4,13-15). Abbiamo nel racconto la stessa struttura: da una parte la gente cerca il pane materiale e d’altra parte, invece si fa da parte di Gesù tutto un discorso spirituale sul pane della vita. Anche la testimonianza di Gesù che mangia il pane della volontà di Dio (Gv 4,34) riecheggia ciò che il Maestro insegna in questo brano evangelico (Gv 6,38). Nell’ultima cena Gesù riprende ancora tutto questo discorso nel capitolo 17. È lui che da la vita eterna (Gv 17,2), conserva e custodisce a tutti coloro che il Padre gli ha dato. Di questi nessuno è andato perduto tranne il figlio della perdizione (Gv 17,12-13).

Alcune domande per orientare la meditazione e l’attualizzazione.
- Il Verbo fatto carne viene mandato dal Padre nel mondo a darci la vita, ma il mondo rifiuta il Verbo incarnato. Accetto nella mia vita il Verbo Divino che da la vita eterna? Come?
- Sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato (Gv 6,38). In Gesù si vede l’obbedienza alla volontà del Padre. Interiorizzo questa virtù nella mia vita per viverla quotidianamente?
- Chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna (Gv 6,40). Chi è Gesù per me? Cerco di vederlo con gli occhi della fede, ascoltando le sue parole, contemplando il suo modo di essere? Che cosa significa per me la vita eterna?

Contemplazione: La contemplazione è il saper aderire col cuore e la mente al Signore che con la sua Parola ci trasforma in persone nuove che compiono sempre il suo volere. “Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica” (Gv 13,17).

2 novembre: Commemorazione di tutti i fedeli defunti
Biografia: Fino a quando il Signore Gesù verrà nella gloria e, distrutta la morte, gli saranno sottomesse tutte le cose, alcuni suoi discepoli sono pellegrini sulla terra, altri che sono passati da questa vita stanno purificandosi, altri infine godono contemplando Dio. Tutti però comunichiamo nella stessa carità di Dio. L’unione quindi di coloro che sono in cammino con i fratelli defunti non è minimamente spezzata, anzi è conservata dalla comunione dei beni spirituali. La chiesa fin dai primi tempi ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro i suoi suffragi. Nei riti funebri la chiesa celebra con fede il mistero pasquale, nella certezza che quanti sono diventati con il battesimo membri del Cristo crocifisso e risorto, attraverso la morte, passano con lui alla vita senza fine. Si iniziò a celebrare la commemorazione di tutti i fedeli defunti, anche a Roma, dal sec.XIV.

Martirologio: Nel Martirologio Romano leggiamo: In questo giorno si fa la Commemorazione di tutti i fedeli defunti, nella quale la Chiesa, pia Madre comune, dopo essersi adoperata a celebrare con degne lodi tutti i suoi figli, che già esultano in cielo, subito si affretta a sollevare con validi suffragi presso Cristo, suo Signore e Sposo, tutti gli altri suoi figli, che gemono ancora nel Purgatorio, affinché possano quanto prima pervenire alla società dei cittadini beati.

Dagli scritti
Dal libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant’Ambrogio, vescovo
Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere é Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che é spirito di vita, se non dopo la morte corporale? Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l’anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l’anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7,24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7,25 ss.). Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina é la grazia di Cristo, e il corpo mortale é il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo. Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia. Il mondo é stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte é la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte é vittoria, la sua morte é sacramento, la sua morte é l’annuale solennità del mondo. E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l’esempio divino che la morte sola ha conseguito l’immortalità e che la morte stessa si é redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non é da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non é da schivare. A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l’immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio. L’anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne. Arrivarvi é proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d’arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15,3-4). L’anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa é accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64,3). Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26,4) (Lib. 2,40.41.46.47.132.133; CSEL 73,270-274, 323-324).

«La beata speranza della Risurrezione»
La vicinanza fra la festa dei santi e la commemorazione dei defunti ci ricorda nell’insieme la verità misteriosa della vita eterna, e la fede è un tentativo di poter guardare oltre quel limite. Un cristiano accoglie e sente la morte con speranza. La sua fede in Gesù risorto gli dà la sicurezza che morire non è una disfatta irreparabile, ma il passaggio alla condizione gloriosa con il suo Signore. «Colui che viene a me, non lo respingerò». Non siamo degli estranei per Dio, ma figli, eredi, destinati a condividere la risurrezione di Gesù, della quale già ci è dato il pegno col dono dello Spirito Santo. «È questa la volontà di colui che mi ha mandato, che non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno». È nella luce della Pasqua di Gesù che oggi ricordiamo i nostri defunti, quelli vicini per familiarità e amicizia e quelli lontani, che pure sono morti nel Signore. Li affidiamo tutti alla bontà del Signore, che per loro ha versato il suo sangue sulla croce ed è risorto da morte. La loro eterna salvezza sta a cuore a noi, ma soprattutto sta a cuore a Gesù Cristo. Ne costituisce l’essenza della sua incarnazione: «Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo,» e ancora «Non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato». Vero centro di questo brano di Vangelo è la volontà di Dio, al cui adempimento, la missione di Gesù è completamente orientata. Il pensiero dei defunti è un salutare richiamo per noi vivi a misurare la fragilità e il rapido flusso delle cose, delle persone e degli avvenimenti, a non crederci, praticamente, eterni, a maturare la sapienza del cuore, a compiere opere buone finché è giorno. Poi là, canteremo a Dio nella comunione dei Santi: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te».

Preghiera finale: O Dio, che alla mensa della tua parola e del pane della vita ci nutri per farci crescere nell’amore. Donaci di accogliere il tuo messaggio nel nostro cuore per divenire nel mondo lievito e strumento di salvezza. Per Cristo nostro Signore. Amen.
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MessaggioOggetto: SABATO 6 NOVEMBRE 2010   Sab Nov 06, 2010 10:26 am

SABATO 6 NOVEMBRE 2010

SABATO DELLA XXXI SETTIMANDA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente e misericordioso, tu solo puoi dare ai tuoi fedeli il dono di servirti in modo lodevole e degno; fa’ che camminiamo senza ostacoli verso i beni da te promessi.

Letture:
Fil 4,10-19 (Tutto posso in colui che mi dà la forza)
Sal 111 (Beato l’uomo che teme il Signore)
Lc 16,9-15 (Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?)

Il buon uso del denaro
Quello che leggiamo oggi è la naturale e logica continuazione della parabola del fattore infedele di ieri. Riguarda particolarmente il buon uso del denaro. Ci dice innanzitutto che le ricchezze non sono di per se cattive, ma dipende dall’uso che ne facciamo. È facile lasciarsi affascinare dalle molte ricchezze. Gesù dice: «Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli». Ci ammonisce poi sulla fedeltà nell’uso dei beni che ci vengono affidati: «Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto; e chi è disonesto nel poco, è disonesto anche nel molto». Dobbiamo tener sempre presente la provenienza dei doni, la loro finalità e la loro preziosità. Dovrebbero essere il movente della nostra scrupolosa fedeltà nell’amministrarli. Noi non abbiamo nulla di nostro, tutto è dono, di tutto dobbiamo rendere conto, ogni appropriazione è indebita e peccaminosa. Ecco il motivo per cui difficilmente un ricco di beni terrestri e umani potrà trovare la via del Regno. «Hanno ricevuto la loro ricompensa», dice il Signore. Sappiamo però la caducità di quella ricompensa e la preziosità dei beni che si sono definitivamente persi. Si ritenevano ricchi ed erano avidi di denaro anche i farisei contemporanei di Gesù, ma egli così severamente li apostrofa: «Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio». Forse i ricchi di oggi come quelli di allora si beffano di tali minacce, ma la condanna non cambia. La condanna ultima è verso quella maledetta avidità che tante ansie e tanti guai ci procura. Si racconta che dopo la creazione il buon Dio si affaccia sul creato e si compiace di quanto ha fatto; quando poi fissa lo sguardo sulla terra l’angelo che lo affianca gli fa notare che gli uomini avevano inventato un loro dio e che lo ritengono superiore allo stesso Creatore. «Che sarà mai?», chiede il Signore all’angelo. «È il dio denaro», risponde l’angelo.
Le prime parole del Vangelo di oggi ricavano una morale dalla parabola dell’amministratore infedele. Gesù ci chiede di usare bene il denaro e la ricchezza. Il termine stesso “mammona”, un calco greco di origine ebraica, è legato all’idea di “fedele”, “contare su”. Il Signore guarda al nostro fine ultimo. Le ricchezze devono essere usate per “le dimore eterne”. Soltanto allora, come Gesù insegna ai discepoli, la speranza che affidiamo all’iniqua ricchezza produrrà come frutti l’eternità e la fedeltà. Nei versetti che seguono, vediamo Gesù esigere da noi, nel nostro rapporto con le ricchezze nostre e altrui, che ci prepariamo ai beni eterni e che ne diamo una prima prova nel campo propriamente socio-economico. Una dichiarazione davvero stupefacente sulle labbra del Signore, dato che le cose di questo mondo abitualmente non lo interessano. Qui non predica in alcun modo indifferenza verso il creato: esorta piuttosto a essere integri in ogni occasione. Così, quando il Signore parla delle vere ricchezze, non vuole cancellare la differenza fra quanto appartiene a me e quanto, invece, appartiene a te. I beni altrui non devono in alcun caso essere loro sottratti. La prospettiva escatologica è ricordata non perché nei nostri rapporti con le ricchezze terrene regni in certo qual modo l’arbitrario, ma perché il denaro può avere sull’uomo un potere fascinatorio. E il Vangelo di oggi in questo senso si rivela estremamente attuale. Il fascino che esercita il possesso materiale ha al giorno d’oggi una forza raramente raggiunta in passato. Ciò è probabilmente una conseguenza del nostro sistema economico, in cui alla mano d’opera corrisponde un costo preciso in denaro, e in cui si finisce per dare un valore maggiore alle cose materiali che all’attività e al sapere umano. Soltanto la prudenza ci potrà preservare dal pericolo di una nuova schiavitù. Senza contare che tutte le reti televisive, tutti gli altoparlanti spingono gli uomini a cedere a bisogni sempre nuovi e a cercarne soddisfazione con l’acquisto di beni materiali. Tale mercato stimola costantemente le nostre attitudini materialistiche. Una tendenza che, del resto, è confermata da teorie filosofiche tipo il “Sono ciò che possiedo” di Jean-Paul Sartre. I beni non vengono più subordinati alla persona. L’uomo che li possiede non è più totalmente libero, ma gli oggetti che egli possiede costituiscono il suo essere stesso. Non ci si deve allora stupire se anche i “grandi” comincino a vacillare. Fino ai governi occidentali, eletti democraticamente, che sono scossi da scandali e corruzione. Il mondo politico conosce sempre arricchimenti disonesti e repentini. E quando il privato perpetra una frode al fisco, ciò viene da molti considerato al massimo un delitto di gente onesta. “Non potete servire a Dio e a mammona”. I continui errori dell’uomo moderno, che si ripercuotono su scala mondiale, giustificano pienamente l’avvertimento che il Signore ci dà, senza usare mezzi termini, riguardo il denaro. Perché il denaro è così pericoloso? Perché colui che se lo procaccia con successo si ritrova solo, con se stesso e con tutte le preoccupazioni che il suo denaro gli dà. È preoccupato delle porte che il denaro sembra aprirgli; pensa ad assicurazioni e conti in banca; il suo domani gli si presenta al sicuro da ogni problema. Gli piacerebbe poter dire a se stesso: “Hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e datti alla gioia” (Lc 12,19). Ma Dio è ormai per lui un’idea priva di ogni importanza. Tutte le preoccupazioni e le gioie della sua esistenza non tengono più conto di Dio.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra? Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Riflessione
- Il vangelo di oggi riporta alcune parole di Gesù attorno all’uso dei beni. Sono parole e frasi isolate, di cui non conosciamo l’esatto contesto in cui furono pronunciate. Sono state messe qui da Luca per formare una piccola comunità attorno all’uso corretto dei beni di questa vita e per aiutare a capire meglio il senso della parabola dell’amministratore disonesto (Lc 16,1-8).
- Luca 16,9: Usare bene il denaro ingiusto. «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne». Nell’Antico Testamento, la parola più antica per indicare il povero è “ani” che significa impoverito. Viene dal verbo “ana”, cioè opprimere, ribassare. Questa affermazione evoca la parabola dell’amministratore disonesto, la cui ricchezza era iniqua, ingiusta. Qui appare il contesto delle comunità del tempo di Luca, cioè, degli anni 80 dopo Cristo. All’inizio le comunità cristiane sorsero tra i poveri (cfr. 1Cor 1,26; Gal 2,10). Poco a poco ne entrarono a far parte persone più ricche. L’entrata dei ricchi portò con sé problemi che appaiono nei consigli dati nella lettera di Giacomo (Gi 2,1-6;5,1-6), nelle lettera di Paolo ai Corinzi (1Cor 11,20-21) e nel vangelo di Luca (Lc 6,24). Questi problemi si aggravarono verso la fine del primo secolo, come attesta l’Apocalisse nella sua lettera alla comunità di Laodiceia (Ap 3,17-18). Le frasi di Gesù che Luca conserva sono un aiuto per chiarire e risolvere questo problema.
- Luca 16,10-12: Essere fedele nel piccolo e nel grande. «Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?». Questa frase chiarisce la parabola dell’amministratore disonesto. Lui non fu fedele. Per questo, fu tolto dall’amministrazione. Questa parola di Gesù suggerisce anche come dar vita al consiglio di farsi amici con il denaro ingiusto. Oggi avviene qualcosa di simile. Ci sono persone che parlano bene della liberazione, ma in casa opprimono la moglie e i figli. Sono infedeli nelle cose piccole. La liberazione comincia nel piccolo mondo della famiglia, della relazione giornaliera tra le persone.
- Luca 16,13: Voi non potete servire Dio e il denaro. Gesù è molto chiaro nella sua affermazione: «Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza». Ognuno di noi dovrà fare una scelta. Dovrà chiedersi: “Chi metto al primo posto nella mia vita: Dio o il denaro?” Al posto della parola denaro ognuno può mettere un’altra parola: macchina, impiego, prestigio, beni, casa, immagine, etc. Da questa scelta dipenderà la comprensione dei consigli che seguono sulla Provvidenza Divina (Mt 6,25-34). Non si tratta di una scelta fatta solo con la testa, ma di una scelta ben concreta di vita che comprende gli atteggiamenti.
- Luca 16,14-15: Critica dei farisei cui piace il denaro. I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole». In un’altra occasione Gesù menziona l’amore di alcuni farisei verso il denaro: “Voi sfruttate le vedove, e rubate nelle loro case e, in apparenza, fate lunghe preghiere” (Mt 23,14: Lc 20,47; Mc 12,40). Loro si lasciavano trascinare dalla saggezza del mondo, di cui Paolo dice: “Considerate, infatti, la vostra chiamata, fratelli; non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti. Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono” (1Cor 1,26-28). Ad alcuni farisei piaceva il denaro, come oggi a alcuni sacerdoti piace il denaro. Vale per loro l’avvertimento di Gesù e di Paolo.

Per un confronto personale
- Tu e il denaro? Che scelta fai?
- Fedele nel piccolo. Come parli del vangelo e come vivi il vangelo?

Preghiera finale: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti. Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta (Sal 111).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 7 NOVEMBRE 2010   Dom Nov 07, 2010 10:14 am

DOMENICA 7 NOVEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: O mistero infinito di Vita. Noi siamo nulla, eppure possiamo lodarti con la voce stessa del Tuo Verbo fatto voce di tutta la nostra umanità. O mia Trinità, io sono un nulla in Te, ma Tu sei tutto in me e allora il mio nulla è Vita... è vita eterna (Maria Evangelista della SS. Trinità, O.Carm.).

Letture:
2Mac 7,1-2.9-14 (Il re dell’universo ci risusciterà a vita nuova ed eterna)
Sal 16 (Ci sazieremo, Signore, contemplando il tuo volto)
2Ts 2,16 - 3,5 (Il Signore vi confermi in ogni opera e parola di bene)
Lc 20,27-38 (Dio non è dei morti, ma dei viventi)

La risurrezione dei morti
«Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono». È il fondamento del nostro credo, la speranza che anima il nostro vivere e il nostro operare. Ci definiamo candidati alla vita, alla risurrezione e questo non è soltanto il motivo centrale della nostra fede, ma anche l’anelito a cui ogni uomo naturalmente tende. Nessuno è rassegnato a calarsi per sempre nel buio di una tomba e terminare nella putredine. Noi cristiani traiamo il motivo della nostra fede dalla risurrezione di Cristo, che ci ha preceduti e ci attende nella gloria. Non riusciamo a capire come si possa vivere senza questa gioiosa certezza. I Sadducei non credevano nella risurrezione e a mo’ di sfida pongono una domanda insidiosa al Signore. È la storia di una donna che in successione era stata moglie di sette fratelli, deceduti uno dopo l’altro. E da qui la loro richiesta: «Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie?». La risposta di Gesù non lascia dito a dubbi: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». È un passo importantissimo che ci schiude un lembo di cielo e ci proietta verso una visione escatologica della vita. È bella ed incoraggiante la definizione che Gesù fa di noi tutti: ci chiama «figli della risurrezione» e «figli di Dio». Lo siamo sin da ora e ne godremo la pienezza nell’altra vita. Abbiamo dunque un approdo meraviglioso a cui tendere. Sappiamo del prezzo pagato perché ciò ci sia garantito, sappiamo anche di dover varcare una porta stretta, ma abbiamo ormai la certezza che il premio vale infinitamente di più di ogni sacrificio che ci possa essere richiesto in questa vita.
Dopo i farisei e gli scribi appaiono nuovi avversari di Gesù: i sadducei. Essi negavano la risurrezione come pura chimera umana e hanno adottato contro Gesù una diversa strategia di lotta. I sadducei temevano che l’affluenza delle folle verso Gesù potesse trasformarsi in agitazione politica che i Romani avrebbero soffocato brutalmente. Perciò miravano a limitare l’influenza di Gesù sulla vita pubblica. A questo scopo, hanno raccontato una storia di loro invenzione sui sette fratelli e la moglie del maggiore fra loro, ripromettendosi così di mettere in ridicolo Gesù e la credenza nella risurrezione. In realtà, la derisione si è rivolta contro gli avversari di Gesù. Egli dimostra infatti che il mondo futuro non è il prolungamento di questo, afferma che la morte sarà vinta e che coloro che risusciteranno avranno parte alla vita di Dio e non saranno più sottomessi alle leggi biologiche di questo mondo. Nel seguito del discorso, fondandosi sull’ Esodo (Es 3,6), libro che i sadducei consideravano sacro, Gesù presenta un argomento biblico sulla vita eterna: “Dio non è Dio dei morti”, e lo sarebbe se Abramo, Isacco e Giacobbe non vivessero più. Ma essi vivono e rendono gloria a Dio. Ciò significa anche che solo chi vive per Dio, vive davvero. Dio invita tutti gli uomini alla sua casa paterna, perché desidera che noi tutti beneficiamo con lui della pienezza della vita nell’immortalità.

Approfondimento del Vangelo (Gesù risponde ai Sadducei che ironizzavano la fede nella risurrezione)
Il testo: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi - i quali dicono che non c’è risurrezione - e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui».

Chiave di lettura:
- Contesto: Possiamo dire che il brano propostoci per la nostra riflessione forma una parte centrale del testo che va da Luca 20,20-22,4 che tratta delle discussioni con i capi del popolo. Già all’inizio del capitolo 20, Luca ci presenta con alcuni conflitti sorti tra Gesù, i sacerdoti e gli scribi (vv. 1-19). Qui Gesù si trova in conflitto con la scuola filosofica dei Sadducei, che prendono nome da Zadok, il sacerdote di Davide (2Sam 8,17). Questi accettavano come rivelazione solo gli scritti di Mosè (v. 28) negando lo sviluppo graduale della rivelazione biblica. In questo senso si capisce di più il “Mosè ci ha prescritto” pronunciato dai Sadducei in questo dibattito malizioso pensato come tranello per incastrare Gesù e “coglierlo nel fallo” (vedi: 20,2; 20,20). Questa scuola filosofica scompare con la distruzione del tempio
- La legge del levirato: I Sadducei, negano, appunto, la risurrezione dei morti perché, secondo loro, questo oggetto di fede non faceva parte della rivelazione tramandata a loro da Mosè. Lo stesso si deve dire a riguardo della fede nell’esistenza degli angeli. In Israele, la fede nella risurrezione dei morti compare per nel libro di Daniele scritto nel 605-530 a.c. (Dan 12,2-3). La troviamo anche in 2Macc 7,9.11.14.23. Per ridicolizzare la fede nella risurrezione dei morti, i Sadducei citano la prescrizione legale di Mosè sull’levirato (Dt 25,5), cioè riguardo all’antica usanza dei popoli semitici (inclusi gli ebrei), secondo la quale, il fratello o un parente prossimo di un uomo sposato deceduto senza figli, doveva sposare la vedova, per assicurare (a) al defunto una discendenza (i figli sarebbero stati considerati legalmente figli del defunto), e (b) un marito alla donna, in quanto le donne dipendevano dal marito per il loro sostentamento. Casi come questi sono ricordati nell’ Antico Testamento nel libro della Genesi e in quello di Rut. Nel libro della Genesi (38,6-26) si racconta come “Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamar. Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso al Signore e il Signore lo fece morire. Allora Giuda disse a Onan: Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello.” (Gen 38,6-8). Ma anche Onan viene punito da Dio con la morte (Gen 38,10) perché sapendo, Onan “che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra, per non dare una posterità al fratello” (Gen 38,9). Vedendo questo, Giuda manda alla casa del padre Tamar, per non darle il terzogenito Sela in marito (Gen 38,10-11). Tamar allora, travestendosi da prostituta, si unì con lo stesso Giuda, e ne concepì due gemelli. Giuda, scoperta la verità, diede ragione a Tamar riconosce che “Essa è più giusta di me” (Gen 38,26). Nel libro di Rut si racconta la storia della medesima donna, Rut la moabita, rimasta vedova dopo aver sposato uno dei figli di Elimèlech. Insieme alla suocera Noemi, fu costretta per sopravvivere a chiedere l’elemosina e a raccogliere nei campi le spighe scartate dai mietitori, fino a quando si sposa con Boaz, parente del suo defunto marito. Il caso proposto a Gesù dai Sadducei ci ricorda però la storia di Tobia figlio di Tobit che si sposa con Sara figlia di Raguel, vedova di sette mariti, tutti uccisi da Asmodeo, il demone della lussuria, nel momento che essi si univano a lei. Tobia ha il diritto di sposarla perché era del suo tribù (Tobia 7-9). Gesù fa notare ai Sadducei che il matrimonio provvede alla procreazione, e quindi è necessario per il futuro della specie umana, in quanto nessuno dei “figli di questo mondo” (v. 34) è eterno. Ma “quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo” (v. 35) non prendono né marito né mogli in quanto non “possono più morire” (vv. 35-36), vivono in Dio: “sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (v. 36). Sia nell’Antico, che nel Nuovo Testamento, gli angeli sono chiamati figli di Dio (vedi per esempio, Gen 6,2; Sal 29,1; Lc 10,6; 16,8). Questa frase di Gesù ci ricorda anche la lettera di Paolo ai Romani, dove sta scritto che Gesù è Figlio di Dio in quanto alla sua risurrezione, lui il primogenito dei morti è per eccellenza il figlio della risurrezione (Rom 1,4). Qui possiamo anche citare i testi di san Paolo sulla risurrezione dei morti come evento salvifico di natura spirituale (1Cor 15,35-50).
- Io Sono: Il Dio dei viventi. Gesù passa a confermare la realtà della risurrezione citando un’ altro brano tratto dall’Esodo, questa volta dal racconto della rivelazione di Dio a Mosè nel roveto ardente. I Sadducei evidenziano il loro punto di vista citando Mosè. Gesù, allo stesso modo confuta il loro argomento citando anche lui, Mosè: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe” (v. 37). Nell’Esodo troviamo che il Signore si rivela a Mosè con queste parole: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco e il Dio di Giacobbe” (Es 3,6). Il Signore poi prosegue a rivelare a Mosè il nome divino: “Io-Sono” (Es 3,14). La parola ebraica ehjeh, dalla radice Hei-Yod-Hei, usata per il nome divino in Es 3,14, significa Io sono colui che è; Io sono l’esistente. La radice può significare anche vita, esistenza. Per questo Gesù può concludere: “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi” (v. 38). Nel medesimo versetto Gesù specifica che “tutti vivono per lui [Dio]”. Questa si può rendere anche “tutti vivono in lui”. Riflettendo sulla morte di Gesù, nella lettera ai Romani, Paolo scrive: “Per quanto riguarda la sua morte, egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio. Così anche voi consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio, in Cristo Gesù” (Rom 6,10). Possiamo dire che Gesù, per un’altra volta, fa vedere ai Sadducei che la fedeltà di Dio sia per il suo popolo, sia per il singolo, non si basa né sull’esistenza o meno di un regno politico (nel caso della fedeltà di Dio al popolo), e neanche sull’avere o meno prosperità e discendenza in questa vita. La speranza del vero credente non risiede in queste cose del mondo, ma nel Dio vivente. Per questo i discepoli di Gesù sono chiamati a vivere come figli della risurrezione, cioè, figli della vita in Dio, come il loro Maestro e Signore, “essendo stati rigenerati non da un seme corruttibile, ma immortale, cioè dalla parola di Dio viva ed eterna” (1Pt 1,23).

Domande per aiutare la riflessione:
- Che cosa ti ha colpito nel Vangelo? Qualche parola? Qualche atteggiamento particolare?
- Cerca di rileggere il testo del Vangelo nel contesto degli altri testi biblici citati nella chiave di lettura. Trovane anche tu degli altri.
- Come interpreti il conflitto che emerge tra i capi del popolo e i Sadducei con Gesù?
- Soffermati su come Gesù confronta il conflitto. Cosa impari dal suo comportamento?
- Quale pensi sia il nocciolo della questione nella discussione?
- Che cosa significa per te la risurrezione dei morti?
- Ti senti figlio/a della risurrezione?
- Cosa significa per te vivere la risurrezione già dal momento presente?

Contemplazione: Anche questa vita terrena è colma di amore, di doni di “verità”, doni nascosti e insieme rivelati dal segno... Sento gratitudine immensa per ogni valore umano. Vivere in comunione col creato, in amicizia con i fratelli, in apertura verso l’opera di Dio e l’opera dell’uomo, in continua esperienza dei doni della vita, anche se sofferti, anche se semplicemente umani, è una continua grazia, un continuo dono (Dal diario mistico di Sr. Maria Evangelista della SS. Trinità, O.Carm.).

RITOAMBROSIANO
ANNO C
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO - SOLENNITÀ DEL SIGNORE


Il suo Regno non sarà mai distrutto
Giunti all’ultima domenica dell’anno liturgico, lo sguardo scivola volentieri verso il traguardo finale della vicenda umana; una vicenda, che guardata con l’occhio umano, ha il sapore della desolazione, con in cima la morte e nel mezzo tutta la miseria, fisica e morale, quale si squaderna ogni sera al telegiornale. Ma non è sguardo reale, perché lungo tutto l’anno, ogni domenica, abbiamo fatto memoria di una risorsa di vita gettata nella storia: con l’incarnazione un Dio è divenuto nostro concittadino, la cui sigla - costatata e davvero rivoluzionaria - è la risurrezione di colui “che è la primizia”, per mezzo del quale “verrà anche la risurrezione dei morti” (Epist.). È il Regno di Dio che Cristo ha inaugurato tra noi e che avrà il suo compimento nel suo ritorno glorioso come giudice; giudice benevolo se avremo tradotto nella vita quotidiana quell’amore fraterno che dice accoglienza e rispetto per ogni uomo visto come fratello di Gesù.
Perchè Dio sia tutto in tutti: Il sogno che ha mosso Dio nel creare il mondo e l’uomo è quello di avere un giorno partecipi della sua stessa vita divina ed eterna ogni sua creatura. L’opera ha raggiunto il suo vertice in quel primo figlio di Dio resosi pienamente obbediente al Padre, così da meritare la risurrezione: è Gesù di Nazaret, che ora siede alla destra di Dio con la sua umanità trasfigurata: appunto “Cristo, risorto dai morti, primizia di coloro che sono morti”. Il primo, non l’unico: “Poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo”. Nel frattempo egli opera nella storia a vincere gradualmente ogni forma di male: “È necessario infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte”. Così alla fine “Dio sarà tutto in tutti” (Epist.). Il regno ha quindi una duplice fase e si esprime in un duplice signoria di Cristo. Quella finale, quando “il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria”. Di lui il profeta Daniele aveva preconizzato: “Gli furono dati potere, gloria e regno; tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano: il suo potere è potere eterno, che non finirà mai, e il suo regno non sarà mai distrutto” (Lett.). È lo stadio definitivo della storia che non sarà un finire nel nulla, ma che sfocerà in “un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1), realtà che deborda oltre il tempo nell’eternità, dove il Cristo glorioso “consegnerà il regno a Dio Padre”. Finisce questo mondo ed esisterà solo quella realtà dove “in Cristo tutti riceveranno la vita” (Epist.). Già da oggi il regno è presente ed opera: “Il regno di Dio è in mezzo a voi” (Lc 17,21), diceva Gesù riferendosi alla sua persona. “Il tempo è compiuto; convertitevi e credete nel vangelo” (Mc 1,15). Le parabole del regno ne indicano le caratteristiche: piccolo grano di senape che diverrà albero grande (cf. Mt 13,31-32), lievito gettato nella pasta per lievitarla (cf. Mt 13,33); che costituisce comunque un grande tesoro per avere il quale merita di vendere tutto (cf. Mt 13,44-46). Un regno fatto crescere da Dio stesso, come avviene di “un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa” (Mc 4,26-27). Alla fine, però, il regno è una rete che pesca tanti pesci, ma sulla riva “i pescatori raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi” (Mt 13,47-49).
Venite, benedetti: Nasce l’interrogativo: come appartenere allora a questo regno? La domanda è stata fatta a Gesù: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?.. Amerai il Signore Dio tuo, e il tuo prossimo come te stesso” (Lc 10,25 ss.). La parabola del Buon Samaritano sbilancia il precetto sul rapporto col prossimo: “Va’ e anche tu fa’ così”. Anzi in polemica con gli uomini del culto, Gesù esalta questo “laico”, addirittura uno straniero, che s’era mosso a compassione. Verrebbe da pensare che la compassione - cioè il farsi prossimo sempre e con chiunque - possa essere la regola d’oro del regno di Dio. Anche di Gesù, più di una volta, è detto che “sentì compassione” (Mt 9,36; Lc 7,13) e moltiplicò i pani e risuscitò il figlio della vedova di Naim. Del resto alla fine disse: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34). Sorprendente però è il vangelo di oggi. Si parla di opere di misericordia - di compassione - quasi anonime, fatte ai più piccoli, cioè disinteressate e gratuite, sembrerebbe anche senza altra motivazione che appunto la compassione spontanea: “Quando mai ti abbiamo visto affamato..”. Non pensavamo di farlo a te o per te..! Ci era sembrato giusto fare così, secondo il suggerimento della nostra coscienza e del nostro cuore! Diciamo: una solidarietà “laica”. Ebbene anche questa, anzi proprio questa, raggiunge il suo riconoscimento davanti a Dio: “Venite, benedetti dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo”. Perché.. “l’avete fatto a me”. Si nasconde qui tutto il mistero del cristianesimo. Di un Dio che ha tanto assunto la nostra umanità da identificarsi in ogni uomo, e di sentire fatto a sé - quindi come atto d’amore a lui, atto di autentico culto - il rispetto per ogni persona umana, il servizio gratuito ad ogni fratello, persino al nemico. Tutto questo allarga il cuore nella prospettiva della salvezza.. forse raggiunta da molti di più di quelli che i nostri schemi religiosi determinano. Al tempo stesso ci invita a saper vedere e valorizzare la miriade di gesti quotidiani anonimi di bene, che costituiscono forse ancora il tessuto connettivo di un mondo che sembra sfilacciarsi sotto il colpi di flash sempre negativi che i media ci propinano. Solo Dio vede in fondo al cuore di ognuno.. e vi scopre l’angolo buono su cui costruire una salvezza!
“Signore, quando mai...?”, diranno anche quelli che saranno alla sinistra. Quando mai noi abbiamo detto di non credere in Dio? Quando mai noi abbiamo fatto del male: ammazzare non ho ammazzato, rubare non ho rubato...; e poi... il lavoro è lavoro! Non era per cattiveria se non sono andato in chiesa. Del resto... non fan tutti così? “Via, lontano da me, maledetti”. Io non ho vissuto diversamente dagli altri miei coetanei! Dove il giudizio non è soltanto sul male fatto, ma sul bene che non è stato fatto: sulle omissioni, sulle irresponsabilità, sulle pigrizie, sulle connivenze, sull’anonimato comodo e disimpegnato, ecc.. Alla fine sul non essere maturati come figli di Dio, a “somiglianza” di Lui che è Amore!
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: SABATO 13 NOVEMBRE 2010   Sab Nov 13, 2010 10:44 am

SABATO 13 NOVEMBRE 2010

SABATO DELLA XXXII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio grande e misericordioso, allontana ogni ostacolo nel nostro cammino verso di te, perché, nella serenità del corpo e dello spirito, possiamo dedicarci liberamente al tuo servizio.

Letture:
3Gv 1,5-8 (Dobbiamo accogliere i fratelli per diventare collaboratori della verità)
Sal 111 (Beato l’uomo che teme il Signore)
Lc 18,1-8 (Dio farà giustizia ai suoi eletti che gridano verso di lui)

La preghiera di comunione
Pregare sempre senza stancarsi è visto come una inderogabile necessità per ogni credente. Possiamo pur dire, per ogni uomo. È insopprimibile in noi il desiderio del trascendente, del divino. È insito nella nostra natura il bisogno di scoprire la prima fonte del nostro esistere e nel contempo l’urgenza di stabilire una comunione con colui che noi chiamiamo Padre. La preghiera dunque, prima di tradursi in parole, in gesti, in segni visibili, sgorga dall’anima come ricerca della verità. La verità su Dio e la verità su di noi ci rende veramente liberi, dona cioè a ciascuno la sua vera identità. In questo noi scopriamo la verità dell’essere e di conseguenza la verità del nostro operare. Diventa così coerente il nostro agire. Senza questi voli dell’anima ci condanniamo al buio e riduciamo la nostra esistenza agli strati più bassi del vivere. Ci viene da pensare, anche sulla scia delle nostre quotidiane esperienze, che sia quasi impossibile pregare sempre e senza stancarsi. È davvero impraticabile quel precetto se limitiamo la nostra preghiera alla recita verbale delle nostre orazioni. Se però scatta in noi quella meravigliosa molla che ci lancia con forza verso Dio nell’amore e nella comunione incessante e crescente, allora sì che ci convinciamo che la preghiera non ammette pause e non soffre stanchezza. Taceranno forse le nostre labbra, ma il cuore non smetterà mai di pulsare intensamente verso Dio. Anzi ad ogni preghiera ad ogni fiotto d’amore seguirà una comunione sempre più intima e sperimenteremo come più si prega, più si ama e maggiore sarà il bisogno di amare e di pregare. Altro che stanchezza… diventiamo innamorati di Dio e Dio verrà a noi e prenderà stabile dimora in noi. Sarà poi Lui stesso a pregare in noi, con noi e per noi. È proprio vero che s’impara a pregare pregando. Gli inizi come sempre sono irti di difficoltà e ciò sia per le nostre umane debolezze sia perché quel fuoco che arde e non si consuma conserva sempre i segni imperscrutabili del mistero. Il primo dono da chiedere è allora quello della perseveranza e poi mai iniziare una preghiera senza aver premesso l’invocazione allo Spirito Santo.
Dio sarebbe a immagine di questo giudice duro, ingiusto, intrattabile, arbitrario? E la nostra preghiera dovrebbe assomigliare alla richiesta della povera vedova, talmente lancinante che finirà con “l’avere” Dio per stanchezza? Che idea raccontarci storie simili! È che bisogna capire la storia esattamente nel significato che le dà Gesù: un fatto diverso, che non è proposto ad esempio ma che, al contrario, serve da contrasto: se un tale giudice finisce con lo stancarsi e col lasciarsi piegare, a maggior ragione Dio esaudisce le preghiere che gli sono rivolte. No, Dio non li fa attendere, farà giustizia senza tardare. Ne dedurremo che è inutile insistere? Ora, la parabola intende mostrare che bisogna sempre pregare, senza scoraggiarsi, gridare verso Dio giorno e notte. Ne dedurremo che Dio vuole “farsi pregare”, come si dice? No, due cose sono da tenere a mente: la prontezza di Dio nell’esaudire e la perseveranza necessaria nella preghiera. È ciò contraddittorio? Sì, fino al momento in cui si coglie che preghiera ed esaudimento sono due forme di un amore che non saprebbe arrestarsi. Tale è la fede di cui Gesù parla in chiusura: non un mezzo per fare pressioni, ma la fiducia nell’amore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai: «In una città viveva un giudice, che non temeva Dio né aveva riguardo per alcuno. In quella città c’era anche una vedova, che andava da lui e gli diceva: “Fammi giustizia contro il mio avversario”. Per un po’ di tempo egli non volle; ma poi disse tra sé: “Anche se non temo Dio e non ho riguardo per alcuno, dato che questa vedova mi dà tanto fastidio, le farò giustizia perché non venga continuamente a importunarmi”». E il Signore soggiunse: «Ascoltate ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà forse aspettare a lungo? Io vi dico che farà loro giustizia prontamente. Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi riporta un elemento molto caro a Luca: la preghiera. È la seconda volta che Luca riporta le parole di Gesù per insegnarci a pregare. La prima volta (Lc 11,1-13), ci insegnò il Padre Nostro e, per mezzo di paragoni e parabole, insegnò che dobbiamo pregare con insistenza, senza stancarci. Ora, questa seconda volta (Lc 18,1-8), ricorre di nuovo ad una parabola tratta dalla vita per insegnare la costanza nella preghiera. È la parabola della vedova che scomoda il giudice senza morale. Il modo di presentare la parabola è molto didattico. In primo luogo, Luca presenta una breve introduzione che serve da chiave di lettura. Poi racconta la parabola. Alla fine, Gesù stesso la spiega:
- Luca 18,1: L’introduzione. Luca presenta la parabola con la frase seguente: “In quel tempo, Gesù diceva ai suoi discepoli una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai”. La raccomandazione di “pregare senza stancarsi” appare molte volte nel Nuovo Testamento (1Tes 5,17; Rom 12,12; Ef 6,18; ecc). Ed è una caratteristica della spiritualità delle prime comunità cristiane.
- Luca 18,2-5: La parabola. Poi Gesù presenta due personaggi della vita reale: un giudice senza considerazione per Dio e senza considerazione per gli altri, ed una vedova che lotta per i suoi diritti presso il giudice. Il semplice fatto di indicare questi due personaggi rivela la coscienza critica che aveva della società del suo tempo. La parabola presenta la gente povera che lotta nel tribunale per ottenere i suoi diritti. Il giudice decide di prestare attenzione alla vedova e di farle giustizia. Il motivo è questo: per liberarsi dalla vedova molesta e non essere più importunato da lei. Motivo di interesse personale. Ma la vedova ottiene ciò che vuole! Ecco un fatto di vita quotidiana, di cui Gesù si serve per insegnare a pregare.
- Luca 18,6-8: L’applicazione. Gesù applica la parabola: “Avete udito ciò che dice il giudice disonesto. E Dio non farà giustizia ai suoi eletti che gridano giorno e notte verso di lui? Li farà a lungo aspettare? Vi dico che farà loro giustizia prontamente”. Se non fosse Gesù, noi non avremmo avuto il coraggio di paragonare Gesù ad un giudice disonesto! Ed alla fine Gesù esprime un dubbio: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà fede sulla terra?”. Ossia, avremo il coraggio di sperare, di avere pazienza, anche se Dio tarda nel fare ciò che gli chiediamo?
- Gesù in preghiera. I primi cristiani avevano un’immagine di Gesù in preghiera, in contatto permanente con il Padre. Infatti, la respirazione della vita di Gesù era fare la volontà del Padre (Gv 5,19). Gesù pregava molto ed insisteva, affinché la gente e i suoi discepoli pregassero. Poiché è confrontandosi con Dio che emerge la verità e che la persona ritrova se stessa in tutta la sua realtà ed umiltà. Luca è l’evangelista che più ci informa sulla vita di preghiera di Gesù. Presenta Gesù in costante preghiera. Ecco alcuni momenti in cui Gesù appare in preghiera. Tu, voi potete completare l’elenco:
1) A dodici anni va al Tempio, alla Casa del Padre (Lc 2,46-50).
2) Prega quando è battezzato e nell’assumere la missione (Lc 3,21).
3) All’inizio della missione, trascorre quaranta giorni nel deserto (Lc 4,1-2).
4) Nell’ora della tentazione, affronta il diavolo con testi della Scrittura (Lc 4,3-12).
5) Gesù ha l’abitudine di partecipare il sabato a celebrazioni nelle sinagoghe (Lc 4,16)
6) Cerca la solitudine del deserto per pregare (Lc 5,16; 9,18).
7) Prima di scegliere i dodici Apostoli, trascorre la notte in preghiera (Lc 6,12).
8) Prega prima dei pasti (Lc 9,16; 24,30).
9) Prega prima della sua passione e nell’affrontare la realtà (Lc 9,18).
10) Nella crisi, sale sulla Montagna ed è trasfigurato quando prega (Lc 9,28).
11) Dinanzi alla rivelazione del vangelo ai piccoli, dice: “Padre io ti ringrazio!” (Lc 10,21)
12) Pregando, suscita negli apostoli la volontà di pregare (Lc 11,1).
13) Prega per Pietro affinché non perda la fede (Lc 22,32).
14) Celebra la Cena Pasquale con i suoi discepoli (Lc 22,7-14).
15) Nell’Orto degli Ulivi, prega, anche sudando sangue (Lc 22,41-42).
16) Nell’angoscia dell’agonia, chiede ai suoi amici di pregare con lui (Lc 22,40.46).
17) Nell’ora di essere inchiodato sulla croce, chiede perdono per i malfattori (Lc 23,34).
18) Nell’ora della morte dice: “Nelle tue mani consegno il mio spirito!” (Lc 23,46; Sal 31,6)
19) Gesù muore emettendo il grido del povero (Lc 23,46).
Questa lunga lista indica quanto segue. Per Gesù la preghiera è intimamente legata alla vita, ai fatti concreti, alle decisioni che doveva prendere. Per poter essere fedeli al progetto del Padre, cercava di rimanere da solo con Lui. Lo ascoltava. Nei momenti difficili e decisivi della sua vita, Gesù recitava i Salmi. Come qualsiasi giudeo pio, li conosceva a memoria. La recita dei Salmi non spense in lui la creatività. Anzi. Gesù creò lui stesso un Salmo che ci trasmise: il Padre Nostro. La sua vita è una preghiera permanente: “Cerco sempre la volontà di colui che mi ha mandato!” (Gv 5,19.30) A lui si applica ciò che dice il Salmo: “Io sono preghiera!” (Sal 109,4).

Per un confronto personale
- C’è gente che dice di non saper pregare, ma parla con Dio tutto il giorno? Tu conosci persone così? Racconta. Ci sono molti modi in cui oggi la gente esprime la sua devozione e prega. Quali sono?
- Cosa ci insegnano queste due parabole sulla preghiera? Cosa mi insegnano sul mio modo di vedere la vita e le persone?

Preghiera finale: Beato l’uomo che teme il Signore e trova grande gioia nei suoi comandamenti. Potente sulla terra sarà la sua stirpe, la discendenza dei giusti sarà benedetta (Sal 111).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010   Dom Nov 14, 2010 11:07 am

DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore, tu che hai creato il cielo, la terra, il mare e tutto ciò che è in essi, tu che per mezzo dello Spirito Santo dicesti per bocca del nostro padre, il tuo servo Davide: Perché si agitarono le genti e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra E i principi si radunarono insieme, contro il Signore e contro il suo Cristo. Stendi la mano perché si compiano guarigioni, miracoli e prodigi nel nome del tuo santo servo Gesù (At 4,24-25.30). Riempici del tuo Spirito come lo donasti agli apostoli dopo questa preghiera, nei tempi della prova, perché anche noi possiamo annunziare la Parola con franchezza e dare testimonianza come profeti di speranza.

Letture:
Ml 3,19-20 (Sorgerà per voi il sole di giustizia)
Sal 97 (Il Signore giudicherà il mondo con giustizia)
2Ts 3,7-12 (Chi non vuole lavorare, neppure mangi)
Lc 21,5-19 (Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita)

Verranno giorni
Capita anche ai nostri giorni di soffermarsi dinanzi ai nostri templi per ammirarne le belle pietre, i doni votivi, e di godere per quello che per noi rappresentano. Si era formato un gruppo dinanzi al tempio di Gerusalemme, orgoglio del popolo d’Israele, costruito dal re Salomone per volere di Dio. Non mancavano davvero i motivi per restarne ammirati e stupiti dinanzi a tanta bellezza. La maestosità e la solidità di quel tempio dava l’idea di una costruzione destinata a sfidare i secoli. Ed invece ecco l’intervento di Gesù: «Verranno giorni in cui, di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta». Non ci viene riferita la reazione degli astanti, ma possiamo ben supporre lo sgomento che li ha assaliti e forse anche la vibrata protesta contro il Cristo che appariva loro come profeta di sventura. Gesù prende l’occasione per parlare di un’altra fine e dei difficili tempi che stanno per sopraggiungere. «Si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». Tutto ciò riguarda le inevitabili ricorrenti guerre e fenomeni naturali avversi e catastrofici. Non meno grave è quanto viene preannunciato per i suoi discepoli: «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori, a causa del mio nome. Questo vi darà occasione di render testimonianza». Quanto preannunciato è già in gran parte puntualmente accaduto. La Chiesa fino ai nostri giorni ha sofferto persecuzioni e il numero dei martiri è praticamente una schiera che nessuno può contare. Non dobbiamo mettere l’accento sugli aspetti minacciosi che il testo evangelico potrebbe contenere. Il Signore non vuole spaventarci, ma al contrario garantirci la sua costante ed efficace protezione in tutte le vicende che possono accaderci. È interessante infatti la conclusione a cui Gesù vuole condurci: lo Spirito Santo si ergerà a nostro difensore nei tribunali degli uomini e poi aggiunge: «Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime». Dobbiamo perciò guardarci da coloro che interpretando a modo proprio questo vangelo, vanno facendo terrorismo religioso, passando di casa in casa ingenerando immotivate paure. Non ricordano le altre consolanti parole del maestro divino: «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l’anima e il corpo nella Geènna».
I discepoli ammirano l’architettura del tempio. Gli occhi di Gesù si spingono più in là: egli vede la distruzione di Gerusalemme, i cataclismi naturali, i segni dal cielo, le persecuzioni della Chiesa e l’apparizione di falsi profeti. Sono manifestazioni della decomposizione del vecchio mondo segnato dal peccato e dalle doglie del parto di nuovi cieli e di una terra nuova. In tutte le pressioni e le estorsioni esercitate sulla Chiesa, noi non dovremmo vedere qualche cupa tragedia, perché esse purificano la nostra fede e confortano la nostra speranza. Esse sono altrettante occasioni per testimoniare Cristo. Altrimenti il mondo non conoscerebbe il suo Vangelo né la forza del suo amore. Ma un pericolo più grande incombe su di noi: si tratta dei falsi profeti che si fanno passare per Cristo o che parlano in suo nome. Approfittando delle inquietudini e dei rivolgimenti causati dalla storia, i falsi profeti guadagnano alle loro ideologie, alle loro idee pseudo-scientifiche sul mondo e alle loro pseudo-religioni. La vera venuta di Cristo sarà invece così evidente che nessuno ne dubiterà. Gesù incoraggia i suoi discepoli di ogni tempo a rimanere al suo fianco sino alla fine. Egli trasformerà tutte le infelicità, tutti i fallimenti e persino la morte del martire in risurrezione gloriosa e in adorazione.

Approfondimento del Vangelo (Il discorso di Gesù sulla fine dei tempi)
Il testo: In quel tempo, mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, Gesù disse: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro! Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo. Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza. Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere. Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto. Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».

Il contesto: Il brano riguarda l’inizio del discorso di Gesù sulla fine dei tempi. Il brano 21,5-36 è tutta un’unità letteraria. Gesù si trova a Gerusalemme, negli atri del Tempio, si avvicina la passione. I Vangeli sinottici (vedi anche Mt 24; Mc 13) fanno precedere, al racconto della passione, morte e risurrezione, il discorso cosiddetto “escatologico”. Eventi da leggere alla luce della Pasqua. Il linguaggio è quello “apocalittico”. L’attenzione non va posta su ogni parola, ma sull’annuncio di capovolgimento totale. La comunità di Luca già era a conoscenza degli avvenimenti riguardante la distruzione di Gerusalemme. L’evangelista universalizza il messaggio ed evidenzia il tempo intermedio della chiesa in attesa della venuta del Signore nella gloria. Luca fa riferimento alla fine dei tempi anche in altre parti (12,35-48; 17,20-18,18).

Una possibile divisione del testo:
- Luca 21, 5-7: introduzione
- Luca 21, 8-9: avvertimento iniziale
- Luca 21, 10-11: i segni
- Luca 21, 12-17: i discepoli messi alla prova
- Luca 21,18-19: protezione e fiducia

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare e illuminare la nostra vita.

Alcune domande
- Quali sentimenti prevalgono in me: angoscia, spavento, sicurezza, fiducia, speranza, dubbio...
- Dov’è la buona notizia in questo discorso?
- Amiamo quello che attendiamo e ci conformiamo alle sue esigenze?
- Come reagisco alle prove nella mia vita di fede?
- Posso fare un aggancio con gli eventi storici attuali?
- Che posto ha Gesù nella storia, oggi?

Meditazione
a) Una chiave di lettura: Non lasciamoci attrarre dagli sconvolgimenti esteriori, tipico del linguaggio apocalittico, ma da quelli interiori, necessari, che preannunciano e preparano l’incontro con il Signore. Pur consapevoli che anche oggi, in diverse parti del mondo si vivono situazioni “apocalittiche”, è possibile anche una lettura personalizzata, certamente non evasiva che sposta l’attenzione sulla responsabilità personale. Luca, rispetto agli altri evangelisti, sottolinea che non è giunta la fine, che occorre vivere l’attesa con impegno. Apriamo gli occhi sulle tragedie del nostro tempo, non per essere profeti di sventure, ma coraggiosi profeti di un nuovo ordine basato sulla giustizia e la pace.
b) Commento:
- v. 5: Mentre alcuni parlavano del tempio, che era ornato di belle pietre e di doni votivi, disse: Probabilmente Gesù si trova negli atri del tempio, considerato l’accenno ai doni votivi. Luca non specifica gli ascoltatori, è diretto a tutti, universalizza il discorso escatologico. Questo discorso può riferirsi alla fine dei tempi, ma anche alla fine personale, del proprio tempo di vita. In comune c’è l’incontro definitivo con il Signore risorto.
- v. 6: «Verranno giorni nei quali, di quello che vedete, non sarà lasciata pietra su pietra che non sarà distrutta». Gesù introduce un linguaggio di sventura (17,22; 19,43) e riprende le ammonizioni dei profeti riguardo al tempio (Michea 3,12; Ger 7,1-15; 26,1-19). È una considerazione anche sulla caducità di ogni realizzazione umana, pur meravigliosa. La comunità lucana già conosceva la distruzione di Gerusalemme (anno 70). Consideriamo il nostro atteggiamento verso le cose che terminano col tempo.
- v. 7: Gli domandarono: «Maestro, quando dunque accadranno queste cose e quale sarà il segno, quando esse staranno per accadere?». Gli ascoltatori sono interessati agli sconvolgimenti esteriori che caratterizzeranno questo avvenimento. Gesù non risponde a questa specifica domanda. Il “quando” non è messo da Luca in relazione con la distruzione di Gerusalemme. Sottolinea che “non sarà subito la fine” (versetto 9) e che “prima di tutto questo...” (v. 12) dovranno accadere altre cose. Ci interroga sulla relazione tra gli avvenimenti storici e il compimento della storia della salvezza. I tempi dell’uomo e i tempi di Dio.
- v. 8: Rispose: «Badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”». Non andate dietro a loro!. Luca, rispetto agli altri evangelisti, aggiunge il riferimento al tempo. La comunità dei primi cristiani sta superando la fase di un ritorno prossimo del Signore e si prepara al tempo intermedio della chiesa. Gesù raccomanda di non lasciarsi ingannare o meglio, sedurre da impostori. Ci sono due tipi di falsi profeti: quelli che pretendono di venire in nome di Gesù dicendo “sono io” e quelli che affermano che il tempo è giunto, che già si conosce la data (10,11; 19,11).
- v. 9: «Quando sentirete di guerre e di rivoluzioni, non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine». Anche gli avvenimenti bellici e, diremmo oggi, le azioni terroristiche, non sono l’inizio della fine. Tutto questo accade, ma non è il segno della fine (Dn 3,28). Luca vuole prevenire l’illusione della fine imminente dei tempi con la conseguente delusione e abbandono della fede.
- vv. 10-11: Poi diceva loro: «Si solleverà nazione contro nazione e regno contro regno, e vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandiosi dal cielo». Il “poi disse” è una ripresa del discorso dopo gli avvertimenti iniziali. Siamo in pieno linguaggio apocalittico che vuol dire rivelazione (Is 19,2; 2Cr 15,6) e velazione allo stesso tempo. Si usano immagini tradizionali per descrivere l’accelerazione del cambiamento della storia (Is 24,19-20; Zc 14,4-5; Ez 6,11-12, ecc.). L’immaginario catastrofico è come un sipario che vela la bellezza dello scenario che è dietro: la venuta del Signore nella gloria (v. 27).
- vv. 12-13: «Ma prima di tutto questo metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e governatori, a causa del mio nome. Avrete allora occasione di dare testimonianza». Il cristiano è chiamato a conformarsi a Cristo. Hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi. Luca ha presente la scena di Paolo davanti al re Agrippa e al governatore Festo (At 25,13-26,32). Ecco dunque il momento della prova. Non necessariamente sotto forma di persecuzione. S. Teresa di Gesù Bambino ha sofferto per 18 mesi, dalla scoperta della sua malattia, l’assenza di Dio. Un tempo di purificazione che prepara all’incontro. È la condizione normale del cristiano, quella di vivere in una sana tensione che non è frustrazione. I cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della speranza che li animano.
- vv. 14-15: «Mettetevi dunque in mente di non preparare prima la vostra difesa; io vi darò parola e sapienza, cosicché tutti i vostri avversari non potranno resistere né controbattere». Giunge il momento di riporre la fiducia totale in Dio, solo Dio basta. È quella stessa sapienza con la quale Stefano confutava i suoi avversari (At 6,10). È garantita al credente la capacità di resistere alla persecuzione.
- vv. 16-17: «Sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e uccideranno alcuni di voi; sarete odiati da tutti a causa del mio nome». La radicalità nel seguire Cristo comporta anche il superamento delle relazioni di sangue, quelle che affettivamente credevamo più sicure. C’è il rischio di rimanere soli, come Gesù nella sua passione.
- v. 18: «Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Luca riprende un versetto precedente (12,7) per ricordare la protezione divina assicurata nei momenti della prova. È garantita anche al credente la custodia della sua integrità fisica.
- v. 19: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita». La perseveranza (cfr. anche At 11,23; 13,43; 14,22) è indispensabile per produrre frutto (8,15), nelle prove quotidiane e nelle persecuzioni. Vuol dire il “rimanere” in Cristo di Giovanni. La vittoria finale è certa: il regno di Dio sarà instaurato dal Figlio dell’uomo. Occorre allora essere perseveranti, vigilanti e in preghiera (v.36 e 12,35-38). Lo stile di vita del cristiano deve farsi segno del futuro che verrà.

Contemplazione finele: Dio Buono, il cui regno è tutto amore e pace, crea tu stesso nella nostra anima quel silenzio che ti è necessario per comunicarti ad essa. Agire tranquillo, desiderio senza passione, zelo senza agitazione: tutto ciò non può provenire che da te, sapienza eterna, attività infinita, riposo inalterabile, principio e modello della vera pace. Tu ci hai promesso questa pace per bocca dei profeti, l’hai fatta venire per mezzo di Gesù Cristo, ce ne hai data la garanzia con l’effusione del tuo Spirito. Non permettere che l’invidia del nemico, il turbamento delle passioni, gli scrupoli della coscienza ci facciano perdere questo dono celeste, che è il pegno del tuo amore, l’oggetto delle tue promesse, il premio del sangue del tuo Figlio. Amen (Teresa d’Avila, Vita, 38,9-10).

RITO AMBROSIANO
ANNO A
I DOMENICA D’AVVENTO


La venuta del Signore
C’è una fine, ci sarà una fine del mondo, alla venuta di Cristo come giudice. Ma non è imminente. Quindi richiede impegno e pazienza nell’attesa. Anche perché diventerà sempre più difficile: ci saranno prove e apostasia. L’iniquo agisce. La fede si raffredderà. Se ne vedranno di peggio! Siate dunque vigilanti e fermi. Non credete ai falsi messia che promettono altre salvezze da quella di Cristo. Troppo evidente è l’attualità di questo annuncio. Il giudizio di Dio sul male nel mondo lo invochiamo tutti, e.. troppo si fa attendere! Dio sembra non esista, o sia latitante. Crescono le forme di apostasia dalla fede, i tradimenti, e, più, le persecuzioni e l’emarginazione dei credenti, e in particolare dei cristiani. Qualcuno ha scritto che la Chiesa è al tramonto. Come vivere allora questi momenti? E forse ce ne sarà di peggio. Ma Dio sostiene quelli che gli sono fedeli pur nelle prove. E alla fine il giorno - improvviso - verrà per il giusto giudizio e per la liberazione.
Tempo di apostasia: La distruzione di Gerusalemme nell’anno 70 fu preceduta da un tempo di disordini sociali, paure, fughe, e anche di raffreddamento della fede e apostasia dal giudaismo. L’evangelista proietta quella esperienza su quanto accadrà alla fine del mondo, e -più in generale - quanto accade nella attesa lunga della venuta finale di Cristo giudice, che molti pensavano - o auspicano ancora oggi - imminente. L’evento sarà decisivo per le sorti del mondo, ma decisivo anche per l’atteggiamento giusto da vivere oggi nella storia. L’attesa è impegnativa e dura, quasi - dice Paolo (Rm 8,22) - come un parto difficile, con le sue doglie, per generare “un cielo nuovo e una terra nuova” (Ap 21,1). Vi agisce dentro “il mistero dell’iniquità, già in atto” (Epist.). Buon grano e zizzania devono convivere insieme: tempo di lotta, di vigilanza e di pazienza. Chi è “l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, l’avversario”, che già opera e si manifesterà ulteriormente “nella potenza di Satana, con ogni specie di miracoli e segni e prodigi menzogneri e con tutte le seduzioni dell’iniquità”? Anzi “si innalza sopra ogni essere chiamato e adorato come Dio, pretendendo di essere Dio” (Epist.). È la realizzazione limite del peccato, la malvagità senza maschera, .. in sostanza l’impero del male che si manifesterà sempre più.. sfacciatamente, e sembrerà dominare tutto! Per fortuna, “grazie agli eletti” (Vang.), questo scatenarsi dell’Anticristo viene in qualche modo impedito o limitato. Sarà comunque, per tutti, tempo di scelte difficili. “Per il dilagare dell’iniquità, si raffredderà l’amore di molti”: anche il numero che diminuisce (di preti, di praticanti!) sarà motivo di scoraggiamento. Nel marasma delle contraddizioni (oggi si potrebbe dire: nell’impero del relativismo!) “sorgeranno falsi cristi e falsi profeti e faranno grandi segni e miracoli, così da ingannare, se possibile, anche gli eletti”. Proposte - affascinanti - di salvezza alternativa invaderanno la storia (pensiamo alla “dea ragione”, alla divinizzazione della scienza, al messianismo marxista, ai vari “uomini della provvidenza” che incantano gli ingenui, e alle più immediate forme di evasione, permissivismi, e il culto di ogni libertà individuale!). “Non credeteci”, avverte Gesù. Se la lotta si fa più dura, “non è ancora la fine”. Resistere con fiducia nella potenza di Dio, perché “chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato”.
Il Figlio dell’uomo verrà: “Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi del cielo con grande potenza e gloria”. Proprio quando più forte sarà lo scatenarsi del male, “il Signore Gesù lo distruggerà con il soffio della sua bocca e lo annienterà con lo splendore della sua gloria” (Epist.). È l’annuncio e la certezza che l’ultima parola sarà del Giudice definitivo e chiuderà il tempo delle libertà umane impazzite, .. troppo sopportate dalla misericordia di quel Dio che ha dato (troppo!) credito alla sua creatura! Non ci sono previsioni sul quando: “Infatti, come la folgore viene da oriente e brilla fino a occidente, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”. Del resto per la nostra fine personale, .. spesso basta un ictus. C’è solo da rimanere fedeli alla chiamata battesimale, “perché Dio vi ha scelti come primizia per la salvezza, per mezzo dello Spirito santificatore e della fede nella verità” (Epist.). Cioè stare sul binario giusto della fede e dei sacramenti. L’importante è sapere che in questo campo di aspra battaglia per la vita e per la salvezza, il primo scontro - il primo round decisivo e vincente - è già avvenuto, ad opera di Cristo. Se l’attesa dell’uomo è sapere se il bene vinca sul male, se Dio vinca su satana e il mondo, deve riconoscere che questo è già avvenuto. Si tratta di essere sicuri - ed è quanto abbiamo proclamato oggi - che a questo primo scontro decisivo seguirà il KO definitivo, finale, la manifestazione esplicita ed esclusiva della signoria di Cristo. Ora è il tempo delle nostre scelte, della nostra perseverante attesa. Dice il prefazio oggi: “Con la sua prima venuta nell’umiltà della carne Egli portò a compimento l’antica speranza e aprì il passaggio alla eterna salvezza; quando verrà di nuovo nello splendore della gloria potremo ottenere, in pienezza di luce, i beni promessi che ora osiamo sperare, vigilando nell’attesa”. “Non temete l’insulto degli uomini, non vi spaventate per i loro scherni” (Lett.). In una cultura dell’efficienza, per lo più tecnologica e materiale, la fede è emarginata e derisa, vista come insignificante. Anche perché il bene, interiore e nascosto quale è quello del cuore e della libertà sana, non fa cronaca né fracasso. L’efficacia del seme e del lievito, cioè l’operare della grazia, e quindi della santità, non attinge allo schermo televisivo. Anche da questo è facile che “si raffreddi l’amore di molti”. Come rimedio non c’è che fare continuamente memoria della vera forza - della verità - che guida la storia umana ben oltre l’agitarsi delle singole libertà: “La mia giustizia - dice il Signore - durerà per sempre, la mia salvezza di generazione in generazione” (Lett.).
Si apre l’Avvento per prepararci al Natale, alla prima venuta di Dio tra noi. È stato l’inizio di una vicenda nuova della nostra umanità, in cammino ora verso la seconda venuta di Cristo che porterà a compimento il Regno iniziato tra noi con i suoi gesti di salvezza. A quel traguardo ognuno è chiamato a giungere preparato. È la meta ultima da tener presente sempre. Fin dall’inizio dell’Anno Liturgico la Chiesa ce ne fa memoria. Professiamo oggi l’articolo del Credo: “Di nuovo verrà, nella gloria, a giudicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine”. Come in ogni messa sospiriamo quell’incontro “nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo”.
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MessaggioOggetto: SABATO 20 NOVEMBRE 2010   Sab Nov 20, 2010 8:56 am

SABATO 20 NOVEMBRE 2010

SABATO DELLA XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Il tuo aiuto, Signore, ci renda sempre lieti nel tuo servizio, perché solo nella dedizione a te, fonte di ogni bene, possiamo avere felicità piena e duratura.

Letture:
Ap 11,4-12 (Questi due profeti erano il tormento degli abitanti della terra)
Sal 143 (Benedetto il Signore, mia roccia)
Lc 20,27-40 (Dio non è dei morti, ma dei viventi)

Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi
Torna il tema della risurrezione dei morti, argomento sollecitato dai sadducei i quali negano che ci sia una risurrezione dopo la morte. Adducono un argomento da un fatto accaduto o sicuramente possibile. È il caso di una vedova senza figli che, in successione, prima di morire, diventa moglie di sette fratelli senza lasciare prole. La prassi tra l’altro era stata prescritta da Mosè. «Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie?». Ecco la domanda insidiosa che rivolgono a Gesù, convinti di averlo messo in serie difficoltà. La risposta del Maestro è davvero illuminante per noi: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito». Gesù ci lascia intravedere una realtà completamente diversa da quella che viviamo in questo mondo. Dopo la nostra morte, se giudicati degni della risurrezione, diventiamo Figli di Dio, come gli angeli, vivi nello spirito e in intima comunione tra noi nell’unico amore che tutti attrae e unisce. Possiamo quindi dedurre che, pur non annullando quegli affetti e vincoli umani che ci hanno legato quaggiù, in cielo vivremo la pienezza dell’amore e la pienezza non ammette differenze e gradi. Per i sadducei Gesù aggiunge una argomentazione biblica che sarebbe dovuta risultare molto efficace per loro: «Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui». Per noi cristiani l’argomento definitivo, fondamentale per la nostra fede è legato alla risurrezione di Cristo. San Paolo così ci illumina: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi, risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto; ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere più di tutti gli uomini». Risuona in noi come voce potente e suadente il grido pasquale di Cristo: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno».
A volte si pensa di poter confondere gli avversari con delle domande-trabocchetto. Ma ci si dimentica che formuliamo queste domande secondo la nostra logica e la nostra visione del mondo, senza tener conto che esistono altri punti di vista e altre prospettive di vita. Possiamo dimenticare, ad esempio, che la nostra esistenza attuale non è che una tappa provvisoria e che la vita di risorti nel Regno si svolgerà secondo norme completamente diverse. È forse per questo che le Scritture si mostrano così discrete sulla natura di questa vita futura? Ma, se Cristo, alla vigilia di entrare nel mistero pasquale, ci dice che Dio è il Dio dei vivi, è per chiederci di avere qui la massima fiducia in lui e di allargare la nostra riflessione e il nostro cuore alla dimensione di quella realtà completamente diversa che è la nostra risurrezione.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, si avvicinarono a Gesù alcuni sadducèi - i quali dicono che non c’è risurrezione - e gli posero questa domanda: «Maestro, Mosè ci ha prescritto: “Se muore il fratello di qualcuno che ha moglie, ma è senza figli, suo fratello prenda la moglie e dia una discendenza al proprio fratello”. C’erano dunque sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette morirono senza lasciare figli. Da ultimo morì anche la donna. La donna dunque, alla risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie». Gesù rispose loro: «I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni della vita futura e della risurrezione dai morti, non prendono né moglie né marito: infatti non possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio. Che poi i morti risorgano, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando dice: “Il Signore è il Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe”. Dio non è dei morti, ma dei viventi; perché tutti vivono per lui». Dissero allora alcuni scribi: «Maestro, hai parlato bene». E non osavano più rivolgergli alcuna domanda.

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci riporta la discussione dei sadduccei con Gesù sulla fede nella risurrezione.
- Luca 20,27: L’ideologia dei sadduccei. Il vangelo di oggi comincia con questa affermazione: “I sadduccei affermano che non esiste resurrezione”. I sadduccei erano un’elite di latifondisti e di commercianti. Erano conservatori. Non accettavano la fede nella risurrezione. In quel tempo, questa fede cominciava ad essere valorizzata dai farisei e dalla pietà popolare. Spingeva il popolo a resistere contro il dominio sia dei romani sia dei sacerdoti, degli anziani e dei sadduccei. Per i sadduccei, il regno messianico era già presente nella situazione di benessere che loro stavano vivendo. Loro seguivano la così detta “Teologia della Retribuzione” che distorceva la realtà. Secondo tale teologia, Dio retribuisce con ricchezza e benessere coloro che osservano la legge di Dio e castiga con sofferenza e povertà coloro che praticano il male. Così, si capisce perché i sadduccei non vogliono mutamenti. Volevano che la religione permanesse tale e come era, immutabile come Dio stesso. Per questo, per criticare e ridicolizzare la fede nella resurrezione, raccontavano casi fittizi per indicare che la fede nella risurrezione avrebbe portato le persone all’assurdo.
- Luca 20,28-33: Il caso fittizio della donna che si sposò sette volte. Secondo la legge dell’epoca, se il marito fosse morto senza figli, suo fratello si doveva sposare con la vedova del defunto. Questo per evitare che, in caso che qualcuno morisse senza discendenza, la sua proprietà passasse ad un’altra famiglia (Dt 25,5-6). I sadduccei inventarono la storia di una donna che seppellì sette mariti, fratelli l’uno dell’altro, e lei stessa morì senza figli. E chiesero a Gesù: “Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie? Poiché tutti e sette l’hanno avuta in moglie”. Caso inventato per mostrare che la fede nella resurrezione crea situazioni assurde.
- Luca 20,34-38: La risposta di Gesù che non lascia dubbi. Nella risposta di Gesù emerge l’irritazione di chi non sopporta la finzione. Gesù non sopporta l’ipocrisia dell’elite che manipola e ridicolizza la fede in Dio per legittimare e difendere i suoi propri interessi. La risposta contiene due parti: (a) voi non capite nulla della risurrezione: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito; e nemmeno possono più morire, perché sono uguali agli angeli e, essendo figli della risurrezione, sono figli di Dio” (vv. 34-36). Gesù spiega che la condizione delle persone dopo la morte sarà totalmente diversa dalla condizione attuale. Dopo la morte non ci saranno più sposalizi, ma tutti saranno come angeli nel cielo. I sadduccei immaginavano la vita in cielo uguale alla vita sulla terra; (b) voi non capite nulla di Dio: “Che poi i morti risorgono, lo ha indicato anche Mosè a proposito del roveto, quando chiama il Signore: Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui”. I discepoli e le discepole, che stiano attenti ed imparino! Chi sta dalla parte di questi sadduccei si trova al lato opposto a Dio!
- Luca 20,39-40: La reazione degli altri di fronte alla risposta di Gesù. “Dissero allora alcuni scribi: Maestro, hai parlato bene. E non osavano più fargli alcuna domanda”. Probabilmente questi dottori della legge erano farisei, poiché i farisei credevano nella risurrezione (cfr. At 23,6).

Per un confronto personale
- Oggi i gruppi di potere, come imitano i sadduccei e preparano trabocchetti per impedire cambiamenti nel mondo e nella Chiesa?
- Tu credi nella risurrezione? Quando dici che credi nella risurrezione, pensi a qualcosa del passato, del presente o del futuro? Hai mai avuto un’esperienza di resurrezione nella tua vita?

Preghiera finale: Sono certo di contemplare la bontà del Signore nella terra dei viventi. Spera nel Signore, sii forte, si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore (Sal 26).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 21 NOVEMBRE 2010   Dom Nov 21, 2010 11:03 am

DOMENICA 21 NOVEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO C
SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO


Orazione iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’ eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
2Sam 5,1-3 (Unsero Davide re d’Israele)
Sal 121 (Andremo con gioia alla casa del Signore)
Col 1,12-20 (Ci ha trasferiti nel regno del Figlio del suo amore)
Lc 23,35-43 (Signore, ricordarti di me quando entrerai nel tuo regno)

Questi è il re dei Giudei
«Gesù Nazzareno Re dei Giudei»: una scritta prima posta sul legno della croce, poi più significativamente nel cuore dei fedeli. La regalità di Cristo trae la sua prima origine dalla stessa incarnazione. Egli assumendo la nostra natura umana, diventava non solo primogenito dal Padre, ma anche nostro primogenito nell’ordine della grazia. Il suo trono però dopo la culla di Betlemme, è la croce, quel legno che l’uccide, ma che è la nostra salvezza, che esprime il massimo dell’amore con il dono della vita. Quanto è diversa la regalità di Cristo da quella degli uomini! Sul suo trono viene deriso e oltraggiato: «Il popolo stava a vedere, i capi invece lo schernivano dicendo: «Ha salvato gli altri, salvi se stesso, se è il Cristo di Dio, il suo eletto». Ci resta difficile, se non sorretti dalla fede, comprendere come in quell’apparente immobilismo, in quell’esplicito e volontario rifiuto di usare per sé la potenza che aveva usata a favore di altri, sta la vera grandezza del nostro Re. Perché sta compiendo fino in fondo l’opera del Padre suo, perché egli nella sua misericordia può garantire il paradiso al buon ladrone, egli ci rivela la sua vera divina grandezza, la sua Regalità e la sua Signoria. Quell’umile preghiera: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», quella immediata risposta: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso», fanno di noi i sudditi grati e devoti del grande Re. Quella stessa preghiera con accenti diversi si è ripetuta infinite volte e altrettante sono state le risposte di salvezza. Un re crocifisso è il nostro re, ma sappiamo che poi il crocifisso è risorto, egli è diventato il trionfatore sulla morte, colui che ha cancellato i nostri peccati, colui che ha potuto dire non solo di essere risorto nel mattino di Pasqua, ma di essere egli stesso nella sua persona la Risurrezione e la vita per chi vuole vivere e credere in Lui. Dobbiamo perciò aggiungere al titolo regale quello di redentore, di trionfatore sulla morte e sul peccato, quello di avvocato nostro presso il Padre, di eterno sacerdote che intercede per la nostra personale ed universale salvezza. Per renderci convinti di questa sua divina regalità egli ha voluto rendersi presente e vivo dentro ciascuno di noi, con una comunione che non è soltanto quella della fede, ma del suo corpo e del suo sangue, quella comunione che ci deifica annullando in noi quella natura corrotta dal peccato per sostituirla con la sua natura immacolata e perfetta. È questo il dono supremo del nostro Re. Questo il motivo che fa di noi gli eterni cantori della sua bontà, che ci fa gridare: «Noi vogliamo che costui regni su di noi!».
I membri del Sinedrio, che avevano consegnato Gesù a Pilato e ai soldati che dovevano crocifiggerlo, pensavano di essersi liberati di un uomo pio, certo, ma pericoloso politicamente. Ora, essi sono ai piedi della croce e lo scherniscono chiamandolo Messia, eletto di Dio, re. Ma Gesù, proprio in quanto Messia e Re nel compimento del piano eterno di salvezza, ingaggia sulla croce una lotta sanguinosa contro Satana, che aveva soggiogato l’uomo sull’albero del paradiso. Ora, sull’albero della croce, Cristo gli inferisce un colpo mortale e salva l’uomo. Gesù poteva scendere dalla croce e salvarsi; ma non l’ha fatto, perché altrimenti non ci avrebbe salvato. Ed ecco che raccoglie i frutti della sua passione: uno dei due ladroni crocifissi ai suoi fianchi confessa i propri peccati ed esorta l’altro a fare lo stesso, ma, soprattutto, professa la sua fede: Gesù è Re! Il Re crocifisso gli assicura in modo solenne: “Oggi sarai con me in paradiso”. Adamo aveva chiuso a tutti le porte del paradiso, Gesù, vincitore del peccato, della morte e di Satana, apre le porte del paradiso anche ai più grandi peccatori, purché si convertano, sia pure nel momento della loro morte. Del resto, noi ben conosciamo molte conversioni simili.

Approfondimento del Vangelo (Gesù il re dei Giudei. Re differente dai re della terra)
Il testo: In quel tempo, [dopo che ebbero crocifisso Gesù,] il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande:
- Il popolo stava a vedere. Perché non prendi mai posizione rispetto agli eventi? Tutto quello che hai vissuto, ascoltato, visto... non puoi buttarlo via solo perché un inciampo sembra oscurarlo. Muoviti!
- «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». Quanti ricatti con Dio nella preghiera. Se tu sei Dio, perché non intervieni? Ci sono tanti innocenti che soffrono... Se tu mi vuoi bene, fammi quello che ti dico e io ti credo... Quando la smetterai di trattare con il Signore come se tu sapessi più di Lui ciò che è bene e ciò che non lo è?
- Gesù, ricordati di me. Quando vedrai in Cristo l’unico OGGI che ti dà vita?

Chiave di lettura:
- Solennità di Cristo Re dell’universo. Ci si aspetterebbe un passo del vangelo di quelli più luminosi, e invece ci si ritrova di fronte a un passo tra i più oscuri... Lo stupore del non atteso è il sentimento più idoneo per entrare nel cuore della festa di oggi, lo stupore di chi sa di non essere in grado di capire le infinità del mistero del Figlio di Dio.
- v. 35: il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Intorno alla croce si raccolgono tutti coloro che hanno incontrato Gesù nei tre anni della sua vita pubblica. E qui, di fronte a una Parola inchiodata sul legno, si svelano i segreti dei cuori. Il popolo che aveva ascoltato e seguito il rabbì di Galilea, che aveva visto miracoli e prodigi, sta lì a vedere: la perplessità sui volti, mille domande in cuore, la delusione e la percezione del tutto finisce così!? I capi viaggiano sullo scherno e intanto dicono il vero sulla persona di Gesù: il Cristo di Dio, il suo eletto. Ignorano la logica di Dio pur essendo fedeli osservanti della legge ebraica. Quell’invito tanto sprezzante: Salvi se stesso... narra il fine recondito di ogni loro azione: la salvezza si conquista da sé con l’osservanza dei comandamenti di Dio.
- vv. 36-37: Anche i soldati lo deridevano, gli si accostavano per porgergli dell’aceto e dicevano: «Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso». I soldati che nulla hanno da perdere in campo religioso infieriscono su di lui. Cosa hanno in comune con quell’uomo? Cosa hanno ricevuto da lui? Nulla. La possibilità di esercitare, seppur per poco, il potere su qualcuno non si può lasciar cadere! Il potere della detenzione si intreccia di cattiveria e si arrogano il diritto della derisione. L’altro, indifeso, diventa oggetto del proprio godimento.
- v. 38: Sopra di lui c’era anche una scritta: «Costui è il re dei Giudei». Davvero una burla la tavoletta della propria colpa: Gesù è colpevole di essere re dei giudei. Una colpa che in realtà colpa non è. Malgrado i capi abbiano tentato di schiacciare la regalità di Cristo in tutti i modi, la verità si scrive da sé: Questi è il re dei Giudei! Questi, non altri! Una regalità che attraversa i secoli e chiede agli sguardi dei passanti di posare il pensiero sulla novità del vangelo. L’uomo ha bisogno di qualcuno che lo governi, e questo qualcuno può essere solo un uomo crocifisso per amore, capace di sostare sul legno della condanna per lasciarsi ritrovare vivente all’alba dell’ottavo giorno. Un re senza scettri, un re capace di essere considerato da tutti un malfattore pur di non rinnegare il suo amore per l’uomo.
- v. 39: Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». Sulla croce ci si può stare per motivi diversi come anche per motivi diversi si può stare con Cristo. La prossimità alla croce divide o avvicina. Uno dei due vicini di Cristo insulta, provoca, schernisce. L’obiettivo è sempre lo stesso: Salva te stesso e anche noi! La salvezza è invocata come fuga dalla croce. Una salvezza sterile, priva di vita, già morta in sé. Gesù è inchiodato alla croce, questo malfattore è appeso. Gesù è un tutt’uno con il legno, perché la croce è per lui il rotolo del libro che si spiega per narrare i prodigi della vita divina consegnata senza condizioni. L’altro è appeso come frutto guastato dal male e pronto ad essere buttato via.
- v. 40: L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? L’altro, stando vicino a Gesù, riacquista il santo timore e fa discernimento. Chi vive accanto a Cristo può rimproverare chi è lì a due passi dalla vita e non la vede, continua a sciuparla fino alla fine. Tutto ha un limite, e in questo caso il limite non lo fissa il Cristo che è lì, ma il suo compagno. Cristo non risponde, risponde l’altro al suo posto, riconoscendo le sue responsabilità e aiutando l’altro a leggere il momento presente come una opportunità di salvezza.
- v. 41: Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male». Il male conduce alla croce, il serpente aveva guidato al frutto proibito appeso all’albero. Ma quale croce? La croce della propria “ricompensa” o la croce del frutto buono. Cristo è il frutto che ogni uomo o donna può cogliere dall’albero della vita che è in mezzo al giardino del mondo, il giusto che nulla ha fatto di male se non amare usque ad finem.
- v. 42: E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Una vita che si compie e tutta si racchiude in una invocazione incredibilmente densa di significato. Un uomo, peccatore, consapevole del suo peccato e della giusta condanna, accoglie il mistero della croce. Ai piedi di quel trono di gloria chiede un ricordo nel regno di Cristo. Vede un innocente crocifisso e riconosce e vede oltre ciò che appare, la vita del regno eterno. Quale riconoscimento! Gli occhi di chi ha saputo in un istante cogliere la Vita che passava e che palpitava un messaggio di salvezza seppur in modo sconvolgente. Quel reo di morte, insultato e deriso da quanti avevano avuto la possibilità di conoscerlo più da vicino e a lungo, accoglie il suo primo suddito, la sua prima conquista. Maledetto chi pende dal legno, dice la Scrittura. Il maledetto innocente diventa benedizione per chi è meritevole di condanna. Un tribunale politico e terreno quello di Pilato, un tribunale divino quello della croce, dove il condannato è salvo in virtù della consumazione di amore dell’innocente Agnello.
- v. 43: Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso». Oggi. La parola unica e prorompente di vita nuova del vangelo. Oggi. La salvezza è compiuta, non c’è da attendere più alcun Messia che salvi il popolo dai suoi peccati. Oggi. La salvezza è qui, sulla croce. Cristo non entra da solo nel suo regno, porta con sé il primo dei salvati. Stessa umanità, stesso giudizio, stessa sorte, stessa vittoria. Non è geloso Gesù delle sue prerogative filiali, da subito ha strappato alla lontananza da Dio e alla morte chi non aveva più scampo. Stupendo regno quello che sul Golgota si inaugura... Qualcuno ha detto che il buon ladrone ha fatto l’ultimo furto della sua vita, ha rubato la salvezza... E sia! Per sorridere di chi traffica le cose di Dio! Quanta verità invece nel contemplare il dono che Cristo fa al suo compagno di croce. Nessun furto! Tutto è dono: la presenza di Dio non si mercanteggia! Tanto meno lo stare per sempre con lui. È la fede che apre le porte del regno al buon ladrone. Buono perché ha saputo dare il giusto nome a ciò che era stata la sua esistenza e ha visto in Cristo il Salvatore. L’altro era cattivo? Né più né meno dell’altro forse, ma è rimasto al di qua della fede: cercava il Dio forte e potente, il Signore potente in battaglia, un Dio che rimette a posto le cose e non ha saputo riconoscerlo negli occhi di Cristo, si è fermato alla sua impotenza.

Riflessione: Cristo muore sulla croce. Non è solo. È circondato di gente, le persone più strane, quelle ostili che riversano su di lui le loro responsabilità di non comprensione, quelle indifferenti che non si coinvolgono se non per interesse personale, quelle che non capiscono ancora ma che forse sono meglio disposte a lasciarsi interrogare visto che non hanno più nulla da perdere, come uno dei due malfattori. Se la morte è una caduta nel nulla, allora il tempo umano assume il colore dell’angoscia. Se invece è l’attesa della luce, allora il tempo umano si colora di speranza, e lo spazio del finito si fa varco al domani, all’alba nuova della Risurrezione. Io sono la via, la verità e la vita... quanto vere risultano in questo giorno solenne le parole di Gesù, parole che illuminano l’oscurità della morte. Non si arresta la via, non si spegne la verità, non muore la vita. In quell’Io sono è racchiusa la regalità di Cristo. Si cammina verso una meta, e il raggiungerla non può essere il perderla... Io sono la via... Si vive della verità, e la verità non è un oggetto, ma qualcosa che esiste: “La verità è lo splendore della realtà – dice Simone Weil – e desiderare la verità è desiderare un contatto diretto con la realtà per amarla”. Io sono la verità... Nessuno vuol morire, ci si sente strappati a qualcosa che ci appartiene: la vita, e allora, se la morte non fa parte di noi, non può tenerci per sé... Io sono la vita... Gesù lo ha detto: “Chi vorrà salvare la sua vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia la troverà”. Ci sono delle contraddizioni nei termini o non piuttosto dei segreti reconditi da svelare? Togliamo il velo a ciò che vediamo per godere di ciò che non vediamo? Cristo sulla croce è oggetto dell’attenzione di tutti. Molti lo pensano o addirittura stanno accanto a lui. Ma non basta. La vicinanza che salva non è quella di chi sta lì per deridere o per schernire, la vicinanza che salva è quella di chi chiede umilmente di essere ricordato non nel tempo fugace ma nel regno eterno.

Contemplazione: Signore, mi suona strano darti il nome di re. Un re non si avvicina facilmente... E invece oggi ti ritrovo che siedi accanto a me, nella fossetta del mio peccato, qui dove mai avrei pensato di incontrarti. I re stanno nei palazzi, distanti dalle vicende della povera gente. Tu invece vivi la tua signoria vestendo i panni logori delle nostre povertà. Quale festa per me vederti qui dove mi sono andato a nascondere per non sentire su di me gli sguardi indiscreti del giudizio umano. Sul ciglio dei miei fallimenti chi ho ritrovato se non te? L’unico che potrebbe rimproverare le mie incoerenze mi viene a cercare per sostenere la mia angoscia e la mia umiliazione! Quanta illusione quando pensiamo di dover venire a te solo quando abbiamo raggiunto la perfezione... A te non piace quello che sono, mi verrebbe da pensare, ma forse non è esattamente così: a me non piace quello che sono, a te vado bene comunque, perché il tuo amore è qualcosa di speciale che rispetta tutto di me e fa di ogni mio istante uno spazio di incontro e di dono. Signore, insegnami a non scendere dalla croce nella pretesa assurda di salvare me stesso! Donami di saper attendere, accanto a te, l’oggi del tuo Regno nella mia vita.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
II DOMENICA DI AVVENTO


Letture:
Bar 4,36-5,4
Sal 99
Rm 15,1-13
Lc 3,1-18

I figli del Regno
Tutti gli uomini hanno cercato Dio, e anche oggi, in forme diverse, per reazione all’insoddisfazione del consumismo e delle promesse non mantenute della scienza, si cerca una spiritualità, magari solo emotiva, pronti ad accorrere al richiamo di qualcosa che venga dall’alto (si veda oggi Medjugorje!), proprio come era già capitato per Giovanni Battista, del quale diceva Gesù: “Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce” (Gv 5,35). Era l’anno 28 della nostra èra, quando una voce grida nel deserto: “Preparate la via del Signore: Viene uno che è più forte di me”. Quell’attesa e quella ricerca religiosa universale finalmente trovavano risposta precisa, storica e definitiva: il Precursore annunciava presente “colui che vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”, il Messia promesso. Chi lo aspettava sinceramente era pronto a dire: “Che cosa dobbiamo fare?”.
Il popolo era in attesa: La premessa di ogni fede è la coscienza di un bisogno, l’esperienza di una propria fragilità e insufficienza, perlomeno il sogno di una giustizia che non si riesce mai ad avere, e quindi l’appello ad una salvezza che venga da sopra, oltre le promesse - ideologiche o religiose - che sanno di troppo umane e quindi deludenti. Ecco: “Il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo”. Al bisogno di salvezza deve seguire il discernimento. Anche oggi il mercato è troppo intasato di formule di salvezza, da quelle di evasione umana a quelle religiose che in un pluralismo culturale come il nostro vengono offerte tutte con colori affascinanti. Discernimento personale perché non tutto è utile, vero e.. conforme alla realtà oggettiva del disegno di Dio. Giovanni Battista ce l’ha con questi “figli di Abramo” persuasi di possedere la formula giusta di salvezza. Anche loro hanno bisogno di conversione perché “ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco”. È il giudizio di Dio, non la giustificazione soggettiva ad essere il metro di misurazione della propria rettitudine. Se la salvezza viene da fuori, è da fuori che deve venire la verifica della propria coscienza. “Già la scure è posta alla radice degli alberi”, e “la pala” è pronta a “pulire l’aia.. per bruciare la paglia con un fuoco inestinguibile”. L’invito è a tutta la folla, chiamata a confrontarsi con il porsi definitivo del giudizio divino e dell’unica salvezza ormai incarnata in quel “più forte di me” che il Battista annuncia. Ecco: data e persona precisano il punto di tangenza - di incontro o di scontro - tra l’uomo che cerca salvezza e Dio che la offre. Non è più possibile ipotizzare altra strada; sono superate tutte le forme - sincere magari e di larga istituzione - che finora hanno segnalato una salvezza da Dio. Gesù sarà esplicito: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6). Vi è una strada privilegiata fissata da Dio per giungere a noi e noi a lui: “Uno solo, infatti è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). Per tutti: per gli Ebrei che avevano ricevuto la promessa di un Messia; per tutti gli altri cui è aperta la misericordia di Dio: “Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”.
Che cosa dobbiamo fare?: “Le folle lo interrogavano: Che cosa dobbiamo fare?”. All’iniziativa di Dio deve corrispondere l’accoglienza dell’uomo: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri! Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sarà abbassato; le vie tortuose diverranno diritte e quelle impervie, spianate”. Tocca a noi ora sistemare la strada per l’arrivo di Cristo, cioè togliere tutti gli ostacoli morali che bloccano la sua iniziativa o ne creano inciampo. Per ciascuno il suo passo specifico da compiere: di giustizia, di carità, di rettitudine e rispetto per tutti: “Chi ha due tuniche ne dia a chi non ne ha... Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno”. Tocca a noi preparare la casa del nostro cuore alla visita del Salvatore. Non possiamo rimanere estranei all’opera di Dio: non sarebbe fruttuosa senza il nostro apporto. Giovanni Battista “percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati”. Sono richiesti due elementi: la conversione e il battesimo, un atto soggettivo e un gesto esterno, oggettivo. “Metanoeite”, cambiate riferimento, cambiate sicurezze, cambiate il vostro punto d’appoggio e la vostra speranza! In fondo, questo è convertirsi: consapevoli di esserci illusi fidandoci troppo di noi stessi e del mondo, ci apriamo all’unica forza capace di salvarci, in qualità e perennità di vita, che è Dio solo. Dobbiamo venire a messa la domenica non con l’idea di fare un piacere a Dio (o un dovere!), ma per esprimere un bisogno sincero di lui. Qualche volta viene il dubbio che le nostre assemblee festive siano una buona accolta di pacifici soddisfatti della vita e per nulla quindi bisognosi di Dio? Dalla conversione è necessario collegarsi poi all’iniziativa storica di Cristo. La ricerca di Dio deve raggiungere un punto d’incontro con quanto questo Dio ha già fatto per venire a noi. La fede soggettiva si invera solo quando è toccata dalla realtà oggettiva del divino posta nella storia per ogni uomo nella sua Chiesa. Dalla conversione al battesimo, dalla fede al sacramento, dalla preparazione al Natale alla sua solenne celebrazione liturgico-sacramentale. Solo allora “ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!”, cioè che viene da Dio. Ancora una volta questa “storicità”, cioè l’oggettività della salvezza offertaci dai gesti stabiliti da Cristo, è garanzia d’efficacia contro ogni illusorio soggettivismo religioso.
“Spunterà il rampollo di Iesse: in lui le nazioni spereranno” (Epist.). Dio ha scelto di rendersi visibile nella nostra storia; necessariamente in un punto preciso: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare..”. Sua è la scelta, e ne sa lui il perché. Comunque dirà Gesù: “La salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22). Ma sarà “una salvezza preparata davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti” (Lc 2,30-32), proclama il vecchio Simeone. Per questo l’ordine di Gesù sarà: “Andate e fate discepoli tutti i popoli” (Mt 20,19). Radicato in un popolo, il vangelo ha destinazione universale. La Chiesa è vessillo innalzato tra le nazioni, luce posta sul monte perché chi cerca trovi il segnale giusto!
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: SABATO 27 NOVEMBRE 2010   Sab Nov 27, 2010 10:33 am

SABATO 27 NOVEMBRE 2010

SABATO DELLA XXXIV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Ridesta, Signore, la volontà dei tuoi fedeli perché, collaborando con impegno alla tua opera di salvezza, ottengano in misura sempre più abbondante i doni della tua misericordia.

Letture:
Ap 22,1-7 (Non vi sarà più notte perché il Signore Dio li illuminerà)
Sal 94 (Marána tha! Vieni, Signore Gesù!)
Lc 21,34-36 (Vegliate, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere)

Non più notte
L’anno liturgico termina il suo corso con questo sabato. Domani inizierà un nuovo anno. La scrittura ci fa intravedere in uno squarcio l’esito finale della lotta dell’uomo contro un mondo corrotto e corruttore. È una città dove corre un fiume dalle acque prodigiose, capaci di far rifiorire continuamente la vita e a guarire da ogni malattia. In essa si erge il trono di Dio e dell’Agnello dove sarà eliminata la notte e splenderà sempre la luce che promana dal trono di Dio. Simboli molto eloquenti: Il fiume indica il battesimo che è capace di guarire da ogni malattia spirituale; in esso è innestato l’albero della vita, cioè della grazia di Dio, che si riacquista anche attraverso il sacramento della riconciliazione. È necessario però credere alle parole profetiche ed attendere nella vigilanza la venuta del Signore che non può mancare. Vigilanza che ci viene ribadita nel breve brano del vangelo dove Luca ci parla degli avvenimenti della fine del mondo. Una vigilanza che ci spinge a tenerci liberi da appesantimenti che derivano da attaccamenti a noi stessi e alle realtà che ci circondano. La tempestività con cui si abbatterà quel giorno finale deve spingerci a maggior ragione a tenerci pronti in ogni momento e a vivere con l’animo proteso verso il futuro. Forse è opportuno fermarci un poco nelle nostra corsa frenetica per chiederci se camminiamo nella direzione giusta. E se il giorno del Signore giungesse oggi, per me e per te, ci sentiremmo preparati ad accoglierlo nella fiducia di essere salvati? Eppure quel momento verrà: “Ecco, io verrò presto”. State pronti, vigilate…
Le parole di Gesù ci chiedono di essere pronti e vigilanti: l’ultimo giorno è vicino. Dunque bisogna prepararsi ad esso. Questo avvertimento ci ricorda che esiste la Verità e che la nostra vita ha un senso profondo. Questa Verità è precisamente nostro Signore, che dà un fondamento alla nostra esistenza e che con la sua grazia illumina il nostro essere interiore. È a motivo di questo dono e del suo appello che è necessario che rimaniamo pronti e vigilanti. Per questa ragione, il dovere della vigilanza è un imperativo primordiale in vista del mondo futuro. Ogni uomo ha il dovere di preoccuparsi della sua vita personale, in modo che la morte non lo colga in stato di peccato mortale. L’avvertimento, l’esortazione che costituisce questo brano di Vangelo si applica anche alla nostra situazione presente, all’importanza, al significato e al valore del tempo che viviamo. Per comprendere nel modo giusto la fine del mondo, è necessario che non perdiamo di vista questo: il regno di Dio (il regno di Gesù) arriverà domani e la prossimità della sua venuta comporta un sovrappiù di tentazioni e un combattimento più grande; ma essa ci porta nello stesso tempo la speranza di avere parte alla risurrezione di Cristo. Nella nostra esistenza quaggiù, siamo simultaneamente portatori di segni di morte e di risurrezione. Per questo dobbiamo essere attenti alla parola di Gesù e impregnare di essa la nostra esistenza per non correre il rischio di essere condannati al momento del giudizio finale.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

Riflessione
- Stiamo giungendo alla fine del lungo discorso apocalittico ed anche alla fine dell’anno ecclesiastico. Gesù dà un ultimo consiglio, invitandoci alla vigilanza (Lc 21,34-35) ed alla preghiera (Lc 21,36).
- Luca 21,34-35: Attenzione a non perdere la coscienza critica. «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra». Un consiglio simile Gesù l’aveva già dato quando gli chiesero dell’avvento del Regno (Lc 17,20-21). Lui rispose che l’avvento del Regno avviene come un lampo. Improvvisamente, senza preavviso. Le persone devono stare attente e preparate, sempre (Lc 17,22-27). Quando l’attesa è lunga, corriamo il pericolo di essere distratti e di non fare attenzione agli avvenimenti della vita “i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”. Oggi, le molte distrazioni ci rendono insensibili e la propaganda può perfino cambiare in noi il senso della vita. Lontani dalla sofferenza di tanta gente nel mondo, non ci rendiamo conto delle ingiustizie che si commettono.
- Luca 21,36: Preghiera, fonte di coscienza critica e di speranza. «Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere e di comparire davanti al Figlio dell’uomo». La preghiera costante è un mezzo assai importante per non perdere la presenza di spirito. Approfondisce nel nostro cuore la consapevolezza della presenza di Dio in mezzo a noi e, così, ci dà forza e luce per sopportare i giorni brutti e crescere nella speranza.
- Riassunto del Discorso Apocalittico (Lc 21,5-36). Abbiamo trascorso cinque giorni, da martedì ad oggi sabato, meditando ed approfondendo il significato del Discorso Apocalittico per la nostra vita. Tutti e tre i vangeli sinottici riportano questo discorso di Gesù, ognuno a modo suo. Cerchiamo di vedere da vicino la versione che il vangelo di Luca ci offre. Qui diamo un breve riassunto di ciò che abbiamo potuto meditare in questi cinque giorni. Tutto il Discorso Apocalittico è un tentativo di aiutare le comunità perseguitate a collocarsi nell’insieme del piano di Dio e cosi avere speranza e coraggio per continuare il cammino. Nel caso del Discorso Apocalittico del vangelo di Luca, le comunità perseguitate vivevano nell’anno 85. Gesù parlava nell’anno 33. Il suo discorso descrive le tappe o i segnali della realizzazione del piano di Dio. In tutto sono 8 i segnali e i periodi da Gesù fino ai nostri tempi. Leggendo e interpretando la sua vita alla luce dei segnali dati da Gesù, le comunità scoprivano a che altezza si trovava l’esecuzione del piano. I primi sette segnali erano già avvenuti. Appartenevano tutti al passato. Sopratutto il 6º e il 7º segnale (persecuzione e distruzione di Gerusalemme) le comunità trovano l’immagine o lo specchio di ciò che stava avvenendo nel loro presente. Ecco i sette segnali:
a) Introduzione al Discorso (Lc 21,5-7)
b) 1º segnale: i falsi messia (Lc 21,8);
c) 2º segnale: guerra e rivoluzioni (Lc 21,9);
d) 3º segnale: nazioni che lottano contro altre nazioni, un regno contro un altro regno (Lc 21,10);
e) 4º segnale: terremoti in diversi luoghi (Lc 21,11);
f) 5º segnale: fame, peste e segni nel cielo (Lc 21,11);
g) 6º segnale: persecuzione dei cristiani e missione che devono svolgere (Lc 21,12-19) + Missione
h) 7º segnale: distruzione di Gerusalemme (Lc 21,20-24). Giungendo a questo 7º segnale le comunità concludono: Siamo nel 6° e nel 7° segnale. E questa è la domanda più importante: “Quanto manca alla fine?” Chi è perseguitato non ne vuole sapere di un futuro distante. Ma vuole sapere se sarà vivo il giorno dopo o se avrà la forza per sopportare la persecuzione fino al giorno seguente. La risposta a questa domanda inquietante viene nell’ottavo segnale:
i) 8º segnale: cambiamenti nel sole e nella luna (Lc 21,25-26) annunciano la venuta del Figlio dell’Uomo. (Lc 21,27-28).
j) Conclusione: manca poco, tutto è secondo il piano di Dio, tutto è dolore da parto, Dio è con noi. È possibile sopportare. Cerchiamo di testimoniare la nostra fede nella Buona Novella di Dio, annunciataci da Gesù. Alla fine, Gesù conferma tutto con la sua autorevolezza (Lc 21,29-33).

Per un confronto personale
- Gesù chiede vigilanza per non lasciarci sorprendere dai fatti. Come vivo questo consiglio di Gesù?
- L’ultimo avvertimento di Gesù, alla fine dell’anno ecclesiastico è questo:Vegliate e pregate in ogni momento. Come vivo questo consiglio di Gesù nella mia vita?

Preghiera finale: Grande Dio è il Signore, grande re sopra tutti gli dei. Nella sua mano sono gli abissi della terra, sono sue le vette dei monti. Suo è il mare, egli l’ha fatto, le sue mani hanno plasmato la terra (Sal 94).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 28 NOVEMBRE 2010   Dom Nov 28, 2010 9:18 am

DOMENICA 28 NOVEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO A
I DOMENICA DI AVVENTO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Is 2,1-5 (Il Signore unisce tutti i popoli nella pace eterna del suo Regno)
Sal 121 (Andiamo con gioia incontro al Signore)
Rm 13,11-14 (La nostra salvezza è più vicina)
Mt 24,37-44 (Vegliate, per essere pronti al suo arrivo)

Fermati e rifletti
L’Avvento è attesa di un grande avvenimento che non può passare inosservato nella vita dell’umanità, come in quello di ogni uomo, specialmente se credente. È come il sole che appare e fa notare la sua presenza anche se è coperto da oscure nubi. È necessario quindi mettersi in movimento e cercare Lui, l’atteso delle genti e accorrere dove lo si può trovare, come ci suggerisce la prima lettura: occorre destarsi da un sonno che ci impedisce di vedere il sole che sorge e che illumina tutta la nostra vita, ci esorta San Paolo. È necessario vegliare per riconoscere i segni del tempo, senza lasciarci sorprendere da eventi che possono sconvolgere tutta la nostra vita. Il messaggio per ognuno è chiaro: vivere la propria esistenza con impegno, serietà e costanza nell’attesa della venuta del Signore. Anche gli avvenimento della fede più forti possono lasciarci indifferenti. Presepi, natale, musica… son cose da bambini, si suole dire. Ma il vangelo ci ripete che se non diventate come bambini non entrerete nel Regno dei Cieli. Se tu fratello, che sei pellegrino su questo mondo ti sei adagiato nelle tue realtà umane, come se durassero eternamente, scuòtiti da questo ipnotismo che ti impedisce di vedere il succedersi degli interventi del Signore per la tua salvezza. Non a caso il brano del vangelo ci riporta al tempo di Noè, quando la gente mangiava, beveva, si divertiva senza darsi pena della tragedia che si avvicinava. Anche oggi molti delle nostra gente, anche credente, nonostante le tragedie che si susseguono su questo nostro pianeta: tsunami, inondazioni, terremoti, smottamenti, incidenti, stragi della discoteca, terrorismo, strage di gente innocente… vivono nella dimenticanza del giorno del Signore, nella superficialità e forse nel rifiuto di Dio senza nemmeno pensare che da un momento all’altro si potrebbe essere chiamati a comparire dinanzi a lui per rendere conto della propria vita. L’avvento ci sprona a fermarci un poco, a riflettere verso quale direzione è orientata la nostra vita, a mettere un po’ di ordine nella nostra coscienza. Quindi preghiera personale e comunitaria, lettura della Parola di Dio, partecipazione alle iniziative parrocchiali o diocesane, sotto la protezione e la guida della Madonna, nel tempo liturgico che maggiormente le si addìce.
Questo testo non fa parte di quelli che si scelgono deliberatamente per trovarvi un conforto e risollevarsi il morale. Eppure la Chiesa mette un tale ostacolo all’inizio dell’anno liturgico. Si tratta di abbandonare il trantran, le abitudini, le usanze, di convertirsi e ripartire da zero. Al di là della gioiosa novella del Vangelo che annuncia la venuta redentrice di Dio, si dimentica e si respinge facilmente l’eventualità del giudizio, anche se non la si contesta assolutamente “in teoria”. È il pericolo che corrono i discepoli di tutte le epoche. Se non si aspetta ogni giorno la sentenza di Dio, non si tarda a vivere come se non esistesse giudizio. Di fronte ad una tale minaccia, nessuno può prendere come scusa lo stile di vita “degli altri”: nessuno può trincerarsi dietro agli altri per sottrarsi al pericolo di essere dimenticato dal Signore. Salvezza e giudizio sono affini uno all’altro, ci scuotono nel bel mezzo della nostra vita: sia nel momento delle grandi catastrofi (la grande inondazione è qui evocata) sia nel corso del lavoro quotidiano nei campi o in casa. Uno è preso, trova scampo, è salvato; un altro è abbandonato. Ma non essere tratti d’impiccio non dipende chiaramente dal beneplacito degli altri. È l’uomo stesso che ha nelle sue mani la propria salvezza o la propria perdizione. Ecco perché, come spesso nel Vangelo, questo brano si conclude con un appello alla vigilanza.

Approfondimento del Vangelo (Essere preparati sempre. Dio può giungere in qualsiasi momento)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo».

Chiave di lettura: Nella liturgia della prima domenica di Avvento, la Chiesa ci pone dinanzi uno stralcio del discorso di Gesù sulla fine del mondo. Avvento significa Venuta. È il tempo della preparazione per la venuta del Figlio dell’Uomo nella nostra vita. Gesù ci esorta ad essere vigilanti. Ci chiede di essere attenti agli avvenimenti per scoprire in essi l’ora della venuta del Figlio dell’Uomo. In questo inizio di Avvento, è importante purificare lo sguardo ed imparare di nuovo a leggere gli avvenimenti alla luce della Parola di Dio. E questo per non essere sorpresi, perché Dio viene senza avvisare, quando meno ce lo aspettiamo. Per illustrare come dobbiamo essere attenti agli avvenimenti, Gesù ricorre all’episodio del diluvio al tempo di Noè. Nel corso della lettura del testo, prestiamo attenzione ai paragoni di cui si serve Gesù per trasmettere il suo messaggio.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Matteo 24, 37-39: La venuta del Figlio dell’Uomo avverrà come nei giorni di Noè
- Matteo 24, 40-41: Gesù applica il paragone a coloro che ascoltano
- Matteo 24, 42: La conclusione: “Vigilate!”
- Matteo 24,43-44: Un paragone per raccomandare la vigilanza

Un momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Quale è la parte del testo che più ti ha colpito? Perché?
b) Dove, quando e perché Gesù ha pronunciato questo discorso?
c) In cosa consiste esattamente la vigilanza a cui ci esorta Gesù?
d) “Una persona sarà presa e l’altra lasciata” Cosa vuole insegnare Gesù con questa affermazione?
e) Al tempo di Matteo, le comunità cristiane aspettavano la venuta del Figlio dell’Uomo in un certo modo. Ed oggi quale è il nostro modo di aspettare la venuta di Gesù?
f) Quale è secondo te il centro o la radice di questo insegnamento di Gesù?

Per coloro che desiderano approfondire il tema
a) Contesto del discorso di Gesù:
- Il Vangelo di Matteo - Nel Vangelo di Matteo ci sono cinque grandi discorsi, come se fosse una nuova edizione dei cinque libri della Legge di Mosè. Il testo che meditiamo in questa domenica forma parte del quinto Discorso di questa Nuova Legge. Ognuno dei quattro discorsi precedenti illumina un determinato aspetto del Regno di Dio annunciato da Gesù. Il primo: la giustizia del Regno e le condizioni per entrare nel Regno (Mt da 5 a 7). Il secondo: la missione dei cittadini del Regno (Mt 10). Il terzo: la presenza misteriosa del Regno nella vita della gente (Mt 13). Il quarto: vivere il Regno in comunità (Mt 18). Il quinto Sermone parla della vigilanza in vista della venuta definitiva del Regno. In questo ultimo discorso, Matteo continua lo schema di Marco (cfr. Mc 13,5-37), ma aggiunge alcune parabole che parlano della necessità della vigilanza e del servizio, della solidarietà e della fraternità.
- L’attesa della venuta del Figlio dell’Uomo - Alla fine del primo secolo, le comunità vivevano nell’attesa della venuta immediata di Gesù (1 Tes 5,1-11). Basandosi su alcune frasi di Paolo (1 Tes 4,15-18), c’erano delle persone che avevano cessato di lavorare pensando che Gesù stesse per arrivare (2 Tes 2,1-2; 3,11-12). Loro si chiedevano: Quando venga Gesù, sarà che saremo innalzati in cielo come lui? (cfr. 1Tes 4,17). Saremo presi o lasciati? (cfr. Mt 24,40-41). C’era un clima simile a quello di oggi, in cui molti si chiedono: “Questo terrorismo è segno che si avvicina la fine del mondo! Cosa fare per non essere sorpresi?” Una risposta a queste domande e preoccupazioni ci viene dalle parole di Gesù che Matteo ci trasmette nel vangelo di questa domenica.

b) Commento del testo
- Matteo 24,37-39: Gesù paragona la venuta del Figlio dell’Uomo ai giorni del diluvio. “Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo”. Qui, per chiarire il suo richiamo alla vigilanza, Gesù ricorre a due episodi dell’Antico Testamento: Noè ed il Figlio dell’Uomo. I “giorni di Noè” si riferiscono alla descrizione del diluvio (Gen 6,5 a 8,14). L’immagine del “Figlio dell’Uomo” viene da una visione del profeta Daniele (Dan 7,13). Ai giorni di Noè la maggioranza delle persone viveva senza preoccupazioni, senza rendersi conto che negli avvenimenti si avvicinava l’ora di Dio. La vita continuava “e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e inghiottì tutti”. E Gesù conclude: “Così sarà anche alla venuta del Figlio dell’uomo”. Nella visione di Daniele, il Figlio dell’Uomo verrà all’improvviso sulle nuvole e la sua venuta decreterà la fine degli imperi oppressori, che non avranno futuro.
- Matteo 24,40-41: Gesù applica il paragone a coloro che lo ascoltano. “Due uomini saranno nel campo: uno sarà preso e l’altro lasciato”. Queste frasi non devono essere prese letteralmente. È un modo per indicare il destino diverso che le persone riceveranno secondo la giustizia delle opere da loro praticate. Alcuni saranno presi, cioè, riceveranno la salvezza, ed altri non la riceveranno. Così avvenne nel diluvio: “ti ho visto giusto dinanzi a me in questa generazione” (Gen 7,1). E si salvarono Noè e la sua famiglia.
- Matteo 24,42: Gesù trae la conclusione: “Vigilate!”. È Dio che determina l’ora della venuta del figlio. Ma il tempo di Dio non si misura con il nostro orologio o calendario. Per Dio, un giorno può essere uguale a mille anni, e mille anni uguali a un giorno (Sl 90,4; 2 Pt 3,8). Il tempo di Dio (kairos) è indipendente dal nostro tempo (cronos). Noi non possiamo interferire nel tempo di Dio, ma dobbiamo essere preparati per il momento in cui l’ora di Dio si fa presente nel nostro tempo. Può essere oggi, può essere da qui a mille anni.
- Matteo 24,43-44: Paragone: Il Figlio dell’Uomo viene quando meno si aspetta. Dio viene quando meno si aspetta. Può anche succedere che Lui venga e la gente non si renda conto dell’ora del suo arrivo. Gesù chiede due cose: la vigilanza sempre attenta e nello stesso tempo, la dedicazione tranquilla di colui che è in pace. Questo atteggiamento è segnale di molta maturità, in cui si mescolano la preoccupazione vigilante e la tranquillità serena. Maturità che riesce a combinare la serietà del momento con la consapevolezza della relatività di tutto.

c) Ampliando le informazioni per poter capire meglio il testo:
- Come vigilare per prepararsi? - Il nostro testo è preceduto dalla parabola del fico (Mt 24,32-33). Il fico era un simbolo del popolo di Israele (Os 9,10; Mt 21,18). Nel chiedere di guardare il fico, Gesù chiede di guardare ed analizzare i fatti che stanno occorrendo. È come se Gesù dicesse anche a noi: “Voi dovete imparare dal fico a leggere i segni dei tempi, e così scoprirete dove e quando Dio irrompe nella vostra storia!”
- La certezza che ci viene comunicata da Gesù - Gesù ci lascia una duplice certezza per orientare il nostro cammino nella vita: (1) sicuramente giungerà la fine; (2) nessuno certamente sa nulla circa il giorno o l’ora della fine del mondo. “Quanto a quella ora e a quel giorno, nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre!” (Mt 24,36). Malgrado tutti i calcoli che gli uomini possano fare sulla data della fine del mondo, nessun calcolo dà certezza. Ciò che dà sicurezza non è la conoscenza dell’ora della fine, ma la Parola di Gesù presente nella vita. Il mondo passerà ma la sua parola non passerà mai (cfr. Is 40,7-8).
- Quando avverrà la fine del mondo? - Quando la Bibbia parla della “fine del Mondo”, si riferisce non alla fine del mondo, ma alla fine di un mondo. Si riferisce alla fine di questo mondo, dove regnano l’ingiustizia ed il potere del male che amareggiano la vita. Questo mondo di ingiustizia avrà fine ed al suo posto ci saranno “un cielo nuovo ed una terra nuova”, annunciati da Isaia (Is 65, 15-17) e previsti dall’Apocalisse (Ap 21,1). Nessuno sa quando né come sarà la fine di questo mondo (Mt 24,36), poiché nessuno può immaginare ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano (1 Cor 2,9). Il mondo nuovo della vita senza morte supera tutto, come l’albero supera il suo seme (1 Cor 15,35-38). I primi cristiani erano ansiosi di assistere a questa fine (2 Tes 2,2). Continuavano a guardare il cielo, sperando nella venuta di Cristo (Atti 1,11). Alcuni non lavoravano più (2 Tes 3,11). Ma “non spetta a noi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta” (Atti 1,7). L’unico modo per contribuire all’avvento della fine “così che possano giungere i tempi della consolazione” (Atti 3,20), è rendere testimonianza del vangelo in ogni luogo, fino agli estremi confini della terra (Atti 1,8).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
III DOMENICA DI AVVENTO


Letture:
Is 35,1-10
Sal 84
Rm 11,25-36
Mt 11,2-15

Le profezie adempiute
“Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”, manda a dire il Battista a Gesù. La perplessità di Giovanni nasce dal trovarsi davanti un Messia tanto diverso da quel che s’aspettava: non giudice potente, ma uomo ricco di misericordia e perdono, nei panni non di un vincitore, ma .. di un vinto. È disagio di sempre della nostra fede posta davanti ad un Dio che salva dalla croce. “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”, ribatte Gesù. Si tratta allora di registrare le nostre attese di salvezza sui fatti più che su nostre ipotesi. La Bibbia registra profezie che hanno delineato il volto specifico del Messia, e la storia di Gesù di Nazaret ne racconta l’attuazione. Il modo d’agire usato da Dio può creare sorprese; ma non è sano voler insegnare a Dio come debba comportarsi con gli uomini. Misterioso, ma sicuramente giusto e a nostro vantaggio: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Epist.).
Vedranno la gloria del Signore: “Tutti i Profeti e la Legge hanno profetato fino a Giovanni” (Epist.). La prima lettura rievoca la liberazione di Israele dalla schiavitù di Babilonia: Dio aprirà una strada nel deserto come seppe aprire una strada (“una via santa”) nel Mar Rosso quando liberò Israele dall’Egitto. “Coraggio! Non temete; ecco il vostro Dio. Egli viene a salvarvi”. Immagini di benessere, di una salvezza cosmica, di una umanità risanata: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi.. gli orecchi ai sordi, lo zoppo salterà, il muto griderà di gioia,.. scaturiranno acque nel deserto, torrenti nella steppa.., gioia e felicità, .. fuggiranno tristezza e pianto” (Lett.). Per due volte Dio ha mantenuto le promesse di liberazione; sarà allora proprio su questa fedeltà di Dio che Israele dilaterà la sua speranza prospettando l’opera grandiosa del Messia che i profeti hanno pronosticato. Ed ecco il Messia che viene proprio a inverare quelle antiche promesse: “Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano....”. Riferite i fatti. Questi fatti dicono una speranza trovata! Quanto Isaia aveva predetto, in Gesù si attua e invera, ponendo i segni precisi della novità del Regno, significando con le opere la sua missione di Messia e salvatore definitivo. In altre parole, Gesù dice: il Messia sono io. Io sono quello che tu aspetti. Io pongo i gesti che cambiano la storia e il destino umano. I fatti della nostra salvezza si sono attuati, le premesse e gli strumenti per il rinnovamento ci sono. Il futuro è già iniziato. Il risultato finale è garantito. Certo, l’opera di Cristo è ancora.. una promessa: “Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24). Ma è la speranza garantita, garantita dalla fedeltà di Dio. Anzi in Lui ha manifestato fino in fondo la potenza di vita, fino a risuscitarlo da morte. Per questo i segni di novità che Cristo pone nella storia come inizio di rinnovamento non possono non realizzarsi fino in fondo, fino ad attuare in pieno l’esodo definitivo di tutta l’umanità verso un futuro di vita e di felicità perenne. Un salto di qualità è avvenuto, ben oltre le previsioni. Così lo esprime Gesù: “Tra i nati di donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni Battista; ma il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui”. Una economia nuova si dispiega con Cristo, definitiva, finale (escatologica, si dice): “Se volete comprendere, è lui l’Elia che deve venire”.
Beato chi non trova motivo di scandalo: Se Giovanni era perplesso, noi, davanti addirittura alla croce, siamo tentati di dubbio, o comunque di maggior difficoltà. Per questo Gesù esorta ad una fede robusta e coraggiosa: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad oggi, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono”. Si tratta di accettare le .. “vie inaccessibili”, e i “giudizi insondabili” coi quali Dio gestisce la nostra salvezza. E anzitutto col suo sopportare (o permettere) tante fragilità umane in vista di manifestare più profondamente il suo dono come per-dono: “Dio infatti ha rinchiuso tutti nella disobbedienza, per essere misericordioso verso tutti!”. Mistero grande quello del male, che solo in questo quadro di misericordia trova un barlume di.. spiegazione. Ebrei e pagani, nessuno può vantare meriti: solo il perdono è la porta della salvezza! Per Paolo era problema anche come il suo popolo avesse potuto rifiutare un Messia tanto preparato! E trova.. un barlume di spiegazione nel momentaneo spazio lasciato vuoto da loro per poter esser riempito dai pagani (non certo propensi a convivere in un recinto tanto chiuso quale era il giudaismo dell’epoca!). Come a dire: che sa Lui, Dio, usare strategie che sconcertano, ma per raggiungere per vie incomprensibili suoi disegni più grandi. Sa cioè scrivere dritto anche sulle nostre righe storte. Del resto: “Chi mai ha conosciuto il pensiero del Signore? O chi mai è stato suo consigliere?”. Ancora una volta non riduciamo al nostro buon senso l’agire fantasioso e gratuito di Dio nel .. fare il suo mestiere di salvatore! Una certezza ci sostiene sempre: “I doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili!”. Per Israele è la fedeltà di Dio alle promesse fatte ai padri: “Essi sono amati a causa dei padri”. Per noi è la tenace fedeltà di colui “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32). “Se siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso” (2Tm 2,13). E ancora: “Nessuno può strapparle dalla mano del Padre mio” (Gv 10,29). Ci assicura sant’Ambrogio: “Nessuno può strappare da te Cristo, se tu stesso non ti strappi da lui”. Fedeltà di Dio, per dare forza alla nostra.. fragile fedeltà!
Il Natale rievoca quella impensabile decisione di Dio “di farsi carne e abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Con l’Avvento incominciamo a invocarlo: “O cieli, stillate rugiada, dalle nubi discenda la giustizia; si schiuda la terra e germogli il Salvatore” (Rorate.., All’ingresso). La prima venuta s’è attuata; ora guardiamo avanti pieni di speranza per il definitivo incontro con lui: è l’educazione di questo Avvento. “A Cristo Signore la Chiesa va incontro nel suo faticoso cammino, sorretta e allietata dalla speranza, fino a che, nell’ultimo giorno, compiuto il mistero del regno, entrerà con lui nel convito nuziale” (Prefazio).
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