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 1° gennaio

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patrizia
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MessaggioOggetto: 1° gennaio   Dom Gen 04, 2009 5:04 am

Al posto del nostro Enzo (aspettando che si iscriva presto) inauguro la sezione del sussidio per i bambini con la sua ultima bellissima proposta ...e grazie sempre per quello ci regali!

:heart: Due colombe :heart:

Carissimi bambini, oggi il Papa farà volare due colombe bianche dalla sua finestra in piazza San Pietro. Cosa significa secondo voi questo gesto? Fare rispondere i bambini. Esatto! Il Papa le fa volare in segno di pace.

Due colombe.. tornarono sull’arca con un ramoscello di ulivo e fecero capire a Noè che era finito il diluvio. Quelle due colombe annunziarono la presenza di una nuova terra, l’inizio di una nuova vita, di una nuova era di pace.

Due colombe.. Maria e Giuseppe le portarono al tempio quando presentarono Gesù, il principe della pace, il principio della pace. Quelle due colombe annunziarono l’inizio di una nuova creazione, l’inizio di una nuova umanità in pace con Dio.

Così il Papa al principio dell’anno prega e augura al mondo di accogliere Gesù: l’amore di Dio, il Verbo di Dio che era fin dal principio, cioè di vivere il nuovo anno nella luce dell’amore e della pace. Il Papa vuole augurare al mondo che il Natale faccia frutto. Il Natale, infatti, è la nascita di Gesù, Gesù è il regalo di Dio al mondo, un regalo pieno di amore dentro. Gesù bambino è l’amore infinito di Dio racchiuso in un piccolo seme… Il frutto maturo di questo piccolo seme è la pace.



Siamo noi le colombe, voliamo? Rolling Eyes

Ma queste due colombe escono dal cappello di un prestidigitatore come per magia? No.

Forse è il nuovo anno che deve portare la pace (o la salute, o i soldi..)? No. E come fa?

Sono gli uomini che accolgono il Natale che portano la pace di Gesù nel mondo!

Siamo noi che riceviamo Gesù a portare l’amore di Dio e quindi la pace nel mondo!

Siamo noi gli operai del vangelo, siamo noi gli operatori di pace!

La pace dipende da noi! Dio ce la dona… ma noi la doniamo?

Noi facciamo la pace?

Sì.. Dopo che abbiamo litigato, forse, facciamo la pace. È già qualcosa..

Ma non sarebbe più bello fare la pace prima di litigare?

Non sarebbe più bella la nostra vita, la nostra famiglia, la nostra amicizia?



No Come comincia una guerra? No

“Papà”, chiede il piccolo Andrea, impressionato dalle notizie del telegiornale, “com’è che comincia una guerra?”. “Vedi, piccolo mio, le cose vanno più o meno così, per esempio, tra Inghilterra e gli Stati Uniti scoppia un forte disaccordo su qualche cosa...”. La mamma lo interrompe: “Non dire stupidaggini. Inghilterra e Stati Uniti non litigano mai! Semmai fai l’esempio del disaccordo tra Iraq e gli Stati Uniti...” “Ma cosa c’entra? Io facevo solo un esempio!”. “Certo un esempio, intanto però riempi la testa del bambino di sciocchezze!”. “Almeno io cerco di mettergli qualcosa nella testa, mentre se fosse per te... ci sarebbe il vuoto assoluto!”. “Ma fammi il piacere... non ti accorgi che sei ridicolo?” Il figlioletto Andrea interviene: “Grazie! Ho capito...”.

Chiediamo ai potenti la pace nel mondo.

Ma non siamo capaci di costruire la pace nelle nostre famiglie...

La guerra esiste perché io faccio la guerra con il mio fratellino o con i miei genitori.

La guerra esiste perché io penso di avere sempre ragione e gli altri torto.

La guerra esiste perché devo ottenere o difendere il mio giocattolo (il mio orgoglio).

La guerra esiste perché prima di tutto e di tutti devo stare bene io.

La guerra comincia sempre per una questione di “virgole”…



flower Una virgola flower

C’era una volta una virgola seccata dalla poca considerazione in cui tutti la tenevano.

Perfino i bambini delle elementari si facevano beffe di lei.

Che cos’è una virgola, dopo tutto?

Nei giornali nessuno la usa più.

La buttano, a casaccio.

Un giorno la virgola si ribellò.

Il Presidente scrisse un breve appunto dopo il lungo colloquio con il Presidente avversario:

“Pace, impossibile lanciare i missili” e lo passò frettolosamente al Generale.

In quel momento la piccola, trascurata, virgola mise in atto il suo piano e si spostò.

Si spostò solo di una parola, appena un saltino.

Quello che lesse il Generale fu: “Pace impossibile, lanciare i missili”.

E scoppiò la Guerra Mondiale.

Oggi preoccupati soltanto di far bene le piccole cose.

E non trascurare neanche le virgole...



Facciamo la pace? cheers

La pace è fatta da piccole cose di ogni giorno.

La pace è fatta ogni giorno da tante piccole persone.

La pace è fatta da tanti piccoli gesti di amore.

La pace è delicata e fragile come un fiocco di neve…

Però ascoltate questa storia



albino Quanto pesa un fiocco di neve? albino

Dimmi quanto pesa un fiocco di neve?, chiese il gufo alla colomba. “Meno di niente”, rispose la colomba. Il gufo allora raccontò alla colomba una storia: “Riposavo sul ramo di un pino quando cominciò a nevicare. Non una bufera, no, una di quelle nevicate lievi lievi. Siccome non avevo niente di meglio da fare, cominciai a contare i fiocchi che cadevano sul mio ramo. Ne caddero 3.756.897. Quando, piano piano, lentamente sfarfallò giù il 3.756.898esimo, meno di niente, come hai detto tu, il ramo si ruppe...”. Detto questo il gufo volò via. La colomba, un’autorità in materia di pace dall’epoca di un certo Noè, rifletté un momento e poi disse: “Forse manca una sola persona
perché tutto il mondo piombi nella pace!”. Il bene, come il mare, è fatto di tante piccole gocce. Ognuno faccia la sua goccia di bene...e avremo un mare di bene! Vogliamo mettere la nostra goccia di pace e bene?

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MessaggioOggetto: DOMENICA 4 GENNAIO 2009 - II DOMENICA DI NATALE   Mar Gen 06, 2009 3:48 pm

DOMENICA 4 GENNAIO 2009


II DOMENICA DI NATALE


Quello di questa domenica è un Vangelo lungo e anche un po’ difficile, vero?
L’evangelista Giovanni era un uomo geniale, a cui lo Spirito Santo aveva fatto il dono di penetrare con l’intelligenza molti misteri di Dio.
Ma per noi, che siamo un po’ meno geniali, il suo modo di scrivere risulta difficile e un po’ complicato.
Eppure ha dei tesori bellissimi, tutti da scoprire, il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato!
Perciò, proviamo a comprenderlo insieme, senza la pretesa di capire proprio tutto tutto, ma almeno per cogliere tutti i doni di bellezza e di luce che esso può offrirci in questa Seconda Domenica dopo Natale.
L’evangelista Giovanni, prima di iniziare a raccontare nel suo Vangelo, scrive un prologo, cioè una premessa, un’introduzione. In un libro, il prologo è la parte che “viene prima del discorso importante”, un modo per accompagnare il lettore ad incominciare la lettura.
Se il Vangelo fosse una casa, il passo che abbiamo ascoltato è l’ingresso. Un ingresso ampio, spazioso, pieno di quadri con rappresentati i momenti più importanti della storia della famiglia che abita quella casa.
Infatti, l’evangelista ci presenta in poche parole, l’essenziale degli avvenimenti della Storia della Salvezza che hanno portato alla nascita di Gesù.
Incomincia raccontando di come al principio, quando ancora nulla esisteva, Dio Padre ha creato il mondo ed ogni cosa, in unione con l’amore di Gesù e con la potenza dello Spirito Santo.
Tutto quello che esiste è stato creato da Dio, nulla può esistere senza di Lui.
Dio Padre ha creato tutte le cose con amore, tutto ciò che è vivo viene dal soffio luminoso del suo amore, ma questa luce, questo amore, non è stato accolto dall’umanità.
Anche se nel corso del tempo Dio Padre ha continuato ad offrire la sua luce, l’umanità avvolta nel buio della paura, ha sempre rifiutato di accogliere fino in fondo la luce di Dio.
Allora il Padre Buono ha pensato di inviare suo Figlio, perché finalmente ogni uomo e ogni donna potesse comprendere quant’è grande l’Amore che Dio vuole offrire.
Per preparare la strada al Figlio Gesù, il Padre ha mandato Giovanni Battista, che abbiamo imparato a conoscere bene durante l’Avvento.
Dopo Giovanni, ecco giungere finalmente il Figlio di Dio, Gesù.
L’evangelista usa un’espressione bellissima e intensa per aiutarci a capire quant’è grande questo avvenimento.
Dice così: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
Una frase breve, ma ricca di significato!
L’evangelista sta dicendo che Dio, che è eterno, infinito, immortale, che è più di qualunque realtà riusciamo a immaginare, prende un corpo come noi, riveste la sua potenza con la nostra stessa carne, per amore!
Lui, che non ha bisogno di nulla, sceglie di prendere un corpo come il nostro: che può ammalarsi, che soffre, che sanguina, che ha fame, freddo, sete, stanchezza…
Lui, che ha dato la vita all’Universo intero, sceglie di nascere come un bimbo: piccolo, fragile, bisognoso di tutto!
Se un neonato non trova ad accoglierlo dei genitori che si prendono cura di lui, muore. Non può farcela da solo. È triste, ma è così.
Un bimbo appena nato è debole, incapace di badare a sé. Ci devono essere altre persone a nutrirlo, vestirlo, tenerlo al caldo, pulirlo.
Un bimbo appena nato non è potente o invincibile: è senza difese e protezioni.
E Dio sceglie di nascere proprio così, come un neonato qualsiasi.
Lui che ha creato il mondo, Lui che tiene in vita tutte le cose, Lui che è più forte di ogni male, Lui che può vincere perfino la morte, sceglie di prendere un corpo di carne e nascere in mezzo a noi!
Ci ama talmente, che vuole condividere ogni esperienza della nostra vita umana.
Ci ama così tanto, ma così tanto, che sceglie di attraversare ogni passaggio dell’esistenza umana, dalla nascita in avanti, crescendo in mezzo alla gente del suo popolo, come uno qualunque.
L’evangelista Giovanni, nel suo Prologo, dopo aver presentato tutto questo, dice molte altre cose: l’ingresso di questa casa è davvero grande e ricco e non possiamo fermarci adesso su tutto.
Però non possiamo trascurare l’ultimo versetto del Vangelo di oggi, proprio l’ultimo che abbiamo ascoltato: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito… è lui che lo ha rivelato.”
Questa è una verità grandissima, davanti alla quale non possiamo che tacere colmi di stupore.
Perché è senza dubbio vero che nessuno di noi ha mai visto Dio.
Se volessimo fargli un ritratto, non potremmo.
Nessuno di noi ha una fotografia di Dio.
Ci sforziamo di pensare e immaginare come sia, qual è il suo volto, ma nessuno di noi lo sa con sicurezza.
Nessuno al mondo può dire: “Ah, sì, lo conosco, Dio. Siamo andati spesso insieme in gelateria ed ho una sua foto sul mio comodino…”
No, nessuno ha ricevuto questo dono!
Tutti lo incontreremo faccia a faccia, quando saremo nella vita senza fine, ma fintanto che siamo qui, in questo mondo, non abbiamo la possibilità di vedere il volto di Dio, di conoscerlo di persona.
Però… però è vero quello che afferma l’evangelista Giovanni: “il Figlio unigenito… è lui che lo ha rivelato.”
È Gesù che ci ha rivelato il volto di Dio!
Gesù, con le sue parole, con il suo esempio, con la sua vita e con il suo amore, è venuto a mostrarci com’è Dio!
Non ci ha dipinto un ritratto e non ne ha fatto una descrizione: ce lo ha mostrato con l’amore e con ogni istante della sua vita.
Grazie a Gesù, noi sappiamo com’è Dio!
Sappiamo come ama Dio: senza limiti, né misura, fino a dare la vita.
Sappiamo come perdona Dio: infinitamente, perfino coloro che lo inchiodano a una croce.
Sappiamo come gioisce Dio: è felice quando vede le persone che si amano con semplicità e verità, reciprocamente.
Sappiamo come sogna Dio: sogna un mondo dove tutti vivono da fratelli e sorelle.
E potremmo andare avanti ancora a lungo, perché sono davvero tante le cose che Gesù ci ha lasciato vedere di sé stesso e, attraverso di Lui, possiamo sapere com’è Dio Padre.
Quello che per millenni gli uomini avevano sperato e desiderato, noi lo possiamo vivere!
Allora, in questi due giorni che ci preparano alla grande festa dell’Epifania, rinnoviamo il nostro grazie a Gesù, per essere venuto nel mondo e averci rivelato com’è Dio!


Ultima modifica di VINCENZO il Mar Feb 17, 2009 11:39 am, modificato 5 volte
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MessaggioOggetto: MARTEDI' 6 GENNAIO 2009 - EPIFANIA DEL SIGNORE   Mar Gen 06, 2009 3:49 pm

MARTEDI' 6 GENNAIO 2009

EPIFANIA DEL SIGNORE


In questa giorno celebriamo una grande festa, grande quanto il giorno stesso del Natale: è l’Epifania del Signore! Che buffa parola, Epifania! Fa un po’ sorridere, ma questa antica parola greca ha un significato davvero molto bello: Epifania, infatti, vuol dire manifestazione.
Oggi, perciò, facciamo festa perché il Signore Dio ha voluto manifestarsi agli uomini, cioè si è mostrato, si è fatto conoscere, vedere, toccare!
Ha voluto manifestarsi a tutti, proprio alle persone di tutto il mondo! Non solo a Maria e a Giuseppe. Non solo ai pastori di Betlemme, non solo alla gente di Giudea, ma proprio a tutti.
Il segno di questo grande desiderio del Signore Gesù di manifestarsi ad ogni popolo, lo abbiamo letto nel Vangelo di oggi, in cui San Matteo ci racconta la visita dei Magi.
Chi sono i Magi? E quanti sono?
Se ascoltiamo con attenzione il Vangelo ci accorgiamo subito che non ci viene detto chi sono, né come si chiamano e neppure quanti sono.
L’evangelista Matteo si limita a riferire: “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme”.
Quindi sono alcuni Magi che giungono, ma non sappiamo il numero esatto. Più di uno o due di certo, ma il numero preciso non lo conosciamo. Come mai, allora, nel presepe, di solito ne vediamo tre? Cerchiamo di capirlo insieme.
Se guardiamo i volti dei Magi che ci sono nei vari presepi, ci accorgiamo di un particolare: uno dei Magi ha la pelle scura scura, come la gente che viene dall’Africa; un altro ha la pelle giallo-olivastra, come i popoli dell’Estremo Oriente, della Cina, del Giappone; il terzo ha la pelle chiara chiara, come la gente che viene dal Nord.
In questo modo rappresentano, lì nel presepe, i popoli di tutta la terra.
Il fatto di raffigurare i Magi, ciascuno con la pelle di un colore diverso, rende ben visibile quello che dicevamo all’inizio: l’Epifania è la festa della manifestazione di Dio ai popoli di tutto il mondo! Alla gente di ogni razza, di ogni Paese: del Nord e del Sud, dell’Est e dell’Ovest. Non importa il colore della pelle o la lingua che si parla, il Signore Gesù vuol farsi conoscere da tutti, perché ama tutti! Dunque non è importante sapere come si chiamavano i Magi, da quali città venivano, quanti erano... non è il numero che conta!
Mettere i Magi nel presepe è un segno per aiutarci a ricordare questo fatto stupendo che ci riempie di gioia: il Signore Gesù viene per tutti!
Mettere i Magi nel presepe, significa pregare per tutti i popoli della terra, portarli davanti al piccolo Gesù, chiedere che ogni uomo ed ogni donna possano incontrare il Signore Dio.
Magari ci sembra una cosa da niente, mettere o non mettere le statuine dei Magi nel nostro presepe, e invece diventa un gesto che ci fa pregare e ci aiuta a ricordare che il Signore Gesù viene per tutti i popoli.
Ma i Magi sono davvero dei Re? E come hanno fatto ad arrivare da Gesù?
Tante volte parliamo dei Re Magi, ma che fossero Re il Vangelo non lo dice. Può anche darsi che lo fossero... ma non lo sappiamo con certezza.
Di sicuro, invece, sappiamo che erano dei sapienti, uomini saggi che studiavano il cielo, le stelle, il movimento dei pianeti, e che hanno notato qualcosa di speciale: una stella più luminosa, una stella con una luce particolare. Questo segno unico, questa stella splendente come nessun’altra, fa loro pensare che sta avvenendo qualcosa di altrettanto unico e speciale, qualcosa di nuovo, mai accaduto prima!
I Magi pensano si tratti della nascita di un re e partono per andare a cercarlo. Il viaggio deve essere stato lungo e difficile: l’evangelista Matteo non ci dice da quale paese arrivano, dice solo che vengono “da Oriente”, quasi ad indicare la grande distanza che hanno dovuto coprire per raggiungere Gerusalemme. Quando arrivano domandano alla gente: “Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”.
Ma ad ascoltare la domanda dei Magi c’è anche il re Erode, un uomo crudele e furbo. Si preoccupa molto nel sentire parlare di un nuovo re che è nato. Le parole dei Magi lo spaventano. Teme che la nascita di un nuovo re possa significare la fine del suo regno. Ha paura di perdere il suo potere e le sue ricchezze. Così organizza un piano terribile: vuole trovare il bambino di cui parlano i Magi per ucciderlo!
Perciò si finge amico dei sapienti d’Oriente, si dimostra disposto ad aiutarli e, dopo aver consultato i Sacerdoti del Tempio, dice ai Magi di prendere la strada per Betlemme. Raccomanda loro: “Andate e informatevi accuratamente sul Bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere perché anch’io venga ad adorarlo.”
Che bugiardo che è, Erode!
Eppure... eppure mi colpisce molto questo fatto: con il suo piano malvagio, il re Erode dà comunque l’indicazione giusta ai Magi. Il bambino che è nato si trova davvero a Betlemme, quindi li mette sulla strada giusta!
Quello che è il suo piano crudele diventa per i Magi l’unico modo per ritrovare la strada. Erode, che vuole ingannarli, dice ai Magi un’unica cosa vera, quella che più interessa loro: li manda a Betlemme.
Erode si crede furbo, pensa di usare i saggi venuti da lontano per raggiungere i suoi scopi malvagi.
E invece li aiuta davvero e sarà poi Dio a intervenire e a far ritornare i Magi per un’altra strada, così da non incontrare più quel cattivone di Erode!
Dunque, saputo che devono andare a Betlemme, i Magi si rimettono in cammino e subito la stella riprende ad accompagnarli e si ferma proprio sopra la casa dove stanno Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù.
Nel vedere la stella che finalmente si ferma, i Magi “provarono una grandissima gioia!”
Gioia, perché capiscono di essere arrivati, dopo tanta strada.
Gioia, perché stanno per incontrare il Re Bambino che hanno cercato così a lungo.
Ascoltiamo allora, come l’evangelista Matteo ci racconta questo momento: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”.
Chissà cosa si erano immaginati, strada facendo, i sapienti Magi! Forse si aspettavano una reggia ricca e lussuosa, e invece si trovano davanti una povera casetta. Magari pensavano di vedere un principino vestito con abiti preziosi, e invece c’è un bimbo come tutti, avvolto nelle fasce, in braccio alla sua mamma!
Saranno rimasti delusi i Magi? Si saranno stupiti? Può darsi di no. Forse, proprio perché erano dei saggi, avranno capito che quella stella specialissima doveva annunciare un Re diverso da tutti gli altri.
Anche noi, come i Magi, vogliamo fermarci un momento in silenzio per adorare il Signore Gesù nel nostro cuore, per dirgli che davvero crediamo che quel piccolo Bambino è il Figlio di Dio, venuto per farci toccare l’amore del Padre.
E appena tornati a casa mettiamo le statuine dei Magi ben vicine a Gesù e fermiamoci a dire una preghiera per la gente di tutto il mondo, per le persone di ogni razza, di ogni lingua, di ogni paese. Rallegriamoci, pregando il Padre Nostro, perché sappiamo che davvero il Signore Gesù è venuto per tutti!


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:22 pm, modificato 6 volte
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MessaggioOggetto: DOMENICA 11 GENNAIO 2009 - BATTESIMO DI GESU'   Mar Gen 06, 2009 3:51 pm

DOMENICA 11 GENNAIO 2009


BATTESIMO DI GESU'


Il battesimo di Gesù...
Carissimi bambini, oggi, con la nostra macchina del tempo: la Messa, facciamo diventare lo spazio di due giorni, un salto di trent’anni... Solamente due giorni fa’, infatti, abbiamo visto i re Magi che adoravano Gesù “bambino”. Oggi vediamo che Gesù è cresciuto, è diventato grande, e si presenta al fiume Giordano per ricevere il battesimo.

...è la “manifestazione di divinità” di Gesù
Nel Vangelo ritroviamo anche un caro amico: Giovanni Battista, che nel periodo di Avvento ci aveva aiutato ad attendere e preparare bene il Natale di Gesù. Oggi, proprio per merito di Giovanni, abbiamo un’altra grande “manifestazione della divinità” [cfr. 6 gennaio] di Gesù. Gesù è vero uomo (Natale e primo gennaio) ma è anche vero Dio (Epifania e Battesimo). Infatti, subito dopo il battesimo, si apre il cielo e una colomba [cfr. 1 gennaio: la pace è Gesù. Il frutto maturo del Natale è la pace] si posa sopra Gesù e si sente la voce di Dio Padre che dice: “Tu sei il mio figlio perfetto, sono fiero di te”.

...è l’inizio della “missione” di Gesù
Perché Dio Padre è così contento? Perché, con il battesimo, Gesù inizia la sua missione: salvare gli uomini dalla malattia del peccato; dal virus mortale dell’egoismo; dal peso schiacciante della guerra (cfr. domenica 1 gennaio) che il peccato di egoismo produce dentro il cuore di ciascuno di noi e intorno a noi. Gesù si fa battezzare da Giovanni non perché ne ha bisogno, ma perché si vuole mettere dalla nostra parte: dalla parte dei peccatori; vuole entrare nel nostro peccato di egoismo come un vaccino, come un antidoto contro il veleno. Gesù è nato per compiere questa missione.

La forza di Gesù è la nostra forza
Giovanni ci dice oggi che quel Gesù bambino nella mangiatoia, apparentemente così debole, è in realtà dotato di una forza straordinaria: la forza di Dio, la forza dello Spirito Santo... «Viene uno che è più forte di me. Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo». Si tratta di una forza strana. È una forza delicata come una colomba ma invincibile. È la forza delicata dell’amore e della pace. Anche noi abbiamo ricevuto questa forza con il battesimo nello Spirito Santo.. quando cioè Gesù è entrato dentro di noi ed è nato nel nostro cuore. Adesso dobbiamo esercitarci, allenarci, sviluppare questa strana forza.

La missione di Gesù è la nostra missione
Quando saremo più grandi (e avremo ricevuto la “conferma” del battesimo, cioè la cresima), qualunque lavoro faremo, ciascuno di noi sa di avere una missione da compiere: salvare gli uomini dal peccato mortale dell’egoismo con la forza dell’amore e della pace. Allora, Dio Padre ci dirà: “Tu sei il mio figlio perfetto, sono fiero di te”.. e in quel momento si aprirà il cielo sopra di noi. Questa missione, però, non possiamo iniziarla adesso? Certo! Come i bambini degli “incredibili” (eroi di animazione) noi possiamo e dobbiamo cominciare da adesso. Bisogna solo capire meglio come si utilizza la forza di Gesù, la forza di Dio. Ecco una storia per capire in che modo possiamo vivere il battesimo di Gesù:

Il bambino che spostò un armadio con un dito
Seduto e in silenzio, Gesù guardava con tenerezza un bambino che cercava di spostare un grosso armadio, molto pesante, di casa sua. Spingeva da un lato, poi spingeva da un altro, sbuffando e stringendo i denti, ma niente.. il grosso armadio non si spostava neanche di un millimetro. Il bambino voleva spostare l’armadio per fare contenti i suoi genitori. Loro avevano molto bisogno di spostare l’armadio, ma non trovavano mai il tempo e la voglia di farlo. Certo, poveretti.. tornavano a casa sempre stanchi del lavoro! Questo il bambino lo capiva. Quello che non capiva era perché litigavano sempre per colpa di quell’armadio. La mamma rimproverava il papà di non fare assolutamente nulla per spostarlo. Il papà accusava la mamma di non volere togliere tutta la roba che era dentro l’armadio per renderlo più leggero e permettergli di spostarlo. In casa c’era sempre tensione e sembrava che andasse sempre peggio. Così il bambino si sforzava di spostare l’armadio, e ci provava in tutti i modi. Niente... L’armadio era sempre al suo posto. Il bambino era tutto sudato e anche molto stanco. Ci aveva messo tutta la sua forza. “Hai usato proprio tutte le tue forze?”, gli chiese Gesù con un tono di voce molto delicato. “Si”, rispose il bambino, cercando di riprendere fiato. “Non mi sembra”, ribatté Gesù, “anzi, direi proprio di no... Pensaci bene. Hai fatto proprio tutto quello che potevi fare per spostarlo?”. “Si”, rispose deluso e convinto il bambino. “Guarda che non hai ancora usato la tua forza più grande”.. disse Gesù con un bellissimo sorriso. “Quale forza?” domandò il bambino con gli occhi spalancati per la meraviglia. “Non mi hai chiesto di aiutarti”. “Io sono la tua forza più grande!”. Il bambino cominciò a pregare, e pregare, e pregare. L’armadio non si spostò. Ma il papà una sera, rientrando a casa, sembrava più sereno. E, senza dire una parola, si mise a svuotare i cassetti dell’armadio. La mamma lo vide e, dopo un po’, andò da lui dicendo: “aspetta che ti aiuto!”. Insieme vuotarono l’armadio cominciando a ridere di tutti gli episodi che quelle cose gli ricordavano. Poi insieme spinsero l’armadio fuori della loro stanza da letto. Insieme prepararono la cena, e insieme andarono a riposarsi sul divano, abbracciati l’uno all’altro. Il bambino si tuffò felice in mezzo a loro. Da quel giorno imparò non a spingere gli armadi, ma a spingere i suoi genitori ad andare insieme a Messa la domenica, perché anche loro potessero ricevere la forza di Gesù. Passò ancora un po’ di tempo. I genitori e il bambino cominciarono a sentire il bisogno e il gusto di pregare insieme. Ci si sentiva un po’ strani all’inizio su quel divano con la televisione spenta, ma poi era diventato il momento più bello della giornata. Ci si sentiva uno dentro l’altro. Ci si sentiva stanchi ma contenti, in una semplice e dolce pace. Una colomba aveva preso l’abitudine di posarsi sul davanzale della loro finestra proprio mentre pregavano, chissà perché... E fu così che, dopo qualche anno, in quella casa, gli armadi si spostavano con un solo dito.


Ultima modifica di VINCENZO il Mar Feb 17, 2009 11:37 am, modificato 3 volte
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MessaggioOggetto: DOMENICA 18 GENNAIO 2009 - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Gen 12, 2009 2:55 pm

DOMENICA 18 GENNAIO 2009


II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il brano del Vangelo di oggi è davvero molto prezioso, perché ci aiuta a capire come si è formato il gruppo dei primi discepoli di Gesù.
L’evangelista Giovanni, infatti, ci offre alcune informazioni preziose, che di solito gli altri vangeli non riportano.
Perché, non so voi, ma io mi sentivo sempre un poco a disagio nel leggere il Vangelo di Matteo o di Marco, quando Gesù passa, chiama qualcuno, invitandolo a seguirlo, e questo qui, senza pensarci due volte, lascia tutto quello che sta facendo per andare con Gesù.
E va bene che a chiamare, è stato Gesù, mica uno qualsiasi; e va bene che la persona di Gesù doveva avere un fascino particolare; e va bene che uno, guardando il volto di Gesù e ascoltando la sua voce, di certo si fidava… però questo mollare tutto così, di colpo, mi lasciava sempre un po’ perplessa.
I dubbi e le domande sono andati via quando ho fatto attenzione a quello che raccontava l’evangelista Giovanni.
Siccome proprio Giovanni è uno dei primissimi a seguire Gesù,non ci racconta qualcosa per sentito dire, ma è la sua esperienza, quello che è capitato a lui.
A lui, ed al suo amico Andrea, per l’esattezza.
Cominciamo dall’inizio, allora, da quello che il Vangelo non racconta nei dettagli, ma lascia capire con poche parole.
Sia Giovanni, con suo fratello Giacomo, sia Andrea, con suo fratello Simone, erano seguaci del Battista.
Erano andati più volte sulle rive del Giordano per ascoltarlo e probabilmente avevano anche ricevuto il Battesimo.
Giovanni e Andrea credono profondamente alle parole del Battista, sanno che il tempo del Messia è ormai vicino e lo aspettano con grande desiderio.
Sì, ma… come riconoscere il Messia?
I due giovani amici sperano che sia Giovanni Battista a indicarlo e per questo tornano, di tanto in tanto, ad ascoltare il Battista.
Penso ci ricordiamo tutti il Vangelo di domenica scorsa che raccontava il Battesimo di Gesù, con il segno grande dello Spirito Santo disceso sotto l’aspetto di una colomba, e la voce potente di Dio Padre che ha detto che Gesù è il Figlio che ama, la fonte della sua gioia.
Bene: sono passati un paio di giorni da questi fatti, Giovanni Battista se ne sta come sempre vicino al Giordano e lì con lui ci sono alcuni suoi discepoli, tra cui Giovanni e Andrea.
Proprio in quel momento passa di lì Gesù e il Battista, con voce sicura, lo indica a quelli che sono con lui: “Ecco l’agnello di Dio!”
Andrea e Giovanni non ci stanno a pensare troppo: questo è proprio quello che speravano! Il
Battista ha indicato loro il Messia!
Non devono farselo sfuggire, perciò subito si mettono a seguirlo.
Solo che… insomma… voglio dire: voi, al posto dei due amici, che cosa direste per iniziare un discorso con il Salvatore del Mondo atteso da millenni? Un po’ difficile trovare le parole, vero?
E infatti Andrea e Giovanni per il momento si limitano a camminare dietro a Gesù, senza dire nulla.
Gesù si volta, perché si è accorto che lo stanno seguendo, e chiede loro: “Che cosa cercate?”
Presi dall’emozione, ma anche dal desiderio di stare insieme alla persona che il Battista ha indicato loro, rispondono con un’altra domanda: “Maestro… dove abiti? Dov’è la tua casa?”
È un’ottima domanda: se sanno dove sta di casa il Messia, possono andare a cercarlo anche nei prossimi giorni!
Bellissima, poi, è la risposta di Gesù: invece di dare loro un semplice indirizzo, li invita a casa sua: “Venite e vedrete.”
I due amici vanno con il Maestro e si fermano con lui per tutto il resto del giorno.
Avete fatto caso alle parole precise che usa l’evangelista Giovanni a questo punto? Rileggiamole: “Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.”
Erano più o meno le quattro del pomeriggio, scrive l’evangelista. Sembra un dettaglio piccolo piccolo, ma dice tanto!
Pensate che quando l’evangelista Giovanni incontra Gesù è poco più di un ragazzo, mentre quando scrive queste righe è ormai un uomo molto molto vecchio! Sono passati tanti anni da quando sono accadute le cose che racconta, ma quel suo primo incontro con Gesù è così importante, per lui, così prezioso, così stupendo, che ricorda tutto, ogni particolare! Si ricorda persino che ora era quando per la prima volta ha parlato con Gesù!
Non è bellissimo, questo? A me commuove, tanto! Perché è come ascoltare la voce di Giovanni che ci racconta quello che è accaduto, è come esserci un po’ anche noi, lì con i due amici, che se ne stanno seduti a casa di Gesù e lo ascoltano sempre più entusiasti.
Sono così felici per questo incontro, che non possono tenerlo solo per loro: non appena tornano a casa, subito lo dicono ai loro fratelli.
Andrea, irruente e appassionato, prende per un braccio Simone, suo fratello maggiore, e gli dice: “Abbiamo trovato il Messia” e lo porta subito da Gesù.
Pensate che Gesù si sia scocciato nel ritrovare di nuovo Andrea davanti alla porta di casa? Certo che no!
Anzi, appena guarda Simone in viso, lo accoglie come uno dei suoi discepoli e gli dice persino come sarà chiamato in futuro: avrà il nome nuovo di Pietro. Ed infatti è così che noi sempre chiamiamo il primo degli apostoli: Pietro.
Ma torniamo al Vangelo: dopo quel primo pomeriggio a casa di Gesù, probabilmente ce ne saranno stati degli altri. Per cui è più facile capire come sono andate poi le cose: quando, qualche tempo dopo, il Maestro è passato lungo il lago e ha visto Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni, che sistemavano le reti, ha detto loro: - Seguitemi! –
E tutti e quattro lo hanno seguito: perché ormai lo conoscevano ed erano convinti che davvero era il Messia.
Mentre riflettevo su queste cose, me n’è venuta in mente anche un'altra e ve la dico così, semplicemente.
Ho pensato che gli anni in cui noi tutti andiamo al Catechismo, assomigliano al tempo in cui Giovanni e Andrea sono stati discepoli di Giovanni Battista: i due amici non avevano ancora incontrato il Messia, ma si fidavano di chi poteva indicarlo loro. Così quando il Battista ha detto: “Ecco l’agnello di Dio” non hanno avuto dubbi e hanno seguito il Maestro.
Anche noi, quando cominciamo ad andare al Catechismo, ancora non abbiamo incontrato personalmente Gesù, perciò ascoltiamo e ci fidiamo di chi è più grande, di chi ha già avuto la gioia di sperimentare l’incontro con il Signore Gesù, presente nella sua vita.
Arriverà anche per noi, lungo il tempo, il momento di chiedere al Signore: “Maestro, dove abiti?”. La nostra amicizia con Lui diventerà sempre più forte e a quel punto saremo noi ad andare da altri per dire: “Abbiamo trovato il Messia!”, come ha fatto Andrea con suo fratello Simone.
Quindi, viviamo bene ogni incontro di catechismo, sentendoci proprio come i discepoli del Battista che si preparano per incontrare personalmente il Signore Gesù.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 25 GENNAIO 2009 - CONVERSIONE DI SAN PAOLO   Lun Gen 19, 2009 11:11 pm

DOMENICA 25 GENNAIO 2009


CONVERSIONE DI SAN PAOLO


La congregazione per il culto ha concesso in via straordinaria, per questo anno giubilare paolino, che si possa celebrare una delle Messe domenicali secondo il formulario della festa della Conversione di San Paolo, sostituendo la II lettura della III pa B, con quella della festa.

La settimana scorsa, commentando il racconto dell’evangelista Giovanni riguardo al suo primo incontro con Gesù, abbiamo detto che è particolarmente prezioso per noi, perché ci aiuta a comprendere meglio quello che raccontano gli altri evangelisti.
E il brano del Vangelo secondo Marco che abbiamo appena ascoltato, racconta proprio quello che succede dopo quel primo incontro con Gesù di Andrea, Giovanni e Simon Pietro.
È passato un po’ di tempo da quel pomeriggio. Il re Erode ha fatto arrestare Giovanni Battista e Gesù ha ormai cominciato a predicare apertamente, per le strade di tutte le città della Galilea, ripetendo le stesse parole che aveva usato il Battista: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo.”
Passando lungo il lago di Galilea, Gesù vede un gruppo di pescatori a lavoro e invita Giovanni e Giacomo, Andrea e Simone a seguirlo.
I quattro amici, che ormai lo conoscono e si fidano di lui, lasciano tutto: le barche, le reti, il loro lavoro, la loro famiglia, le abitudini di sempre, per seguire il Maestro.
Sono loro i primi quattro Apostoli, a cui si uniranno gli altri per formare il gruppo dei Dodici.
Ma in questa domenica la nostra attenzione va su un altro Apostolo, un Apostolo che si è aggiunto più tardi, quando Gesù era già stato Crocifisso ed era risorto: stiamo parlando di San Paolo.
Oggi, infatti, la Chiesa si rallegra per la Conversione di San Paolo.
Abbiamo già capito, durante l’Avvento, che conversione significa cambiamento, nuova direzione alla propria esistenza, per vivere secondo il cuore di Dio.
Quindi l’Apostolo Paolo non è stato sempre un apostolo! Quindi nella sua vita c’è stato un momento importante, quello della conversione, che festeggiamo proprio oggi.
E questa festa speciale, cade in un anno speciale, questo che stiamo vivendo e che è tutto dedicato a San Paolo.
Siamo infatti nell’anno giubilare paolino, cioè festeggiamo i 2000 anni della nascita di San Paolo!
Nel 2000, qualcuno di voi non era ancora nato, qualcuno di voi era ancora molto piccolo, ma tra i più grandi, tutti ricordiamo bene che abbiamo celebrato il Grande Giubileo, per ricordare i 2000 anni della nascita di Gesù.
Come mai adesso celebriamo così anche San Paolo? È una persona così importante?
Sì, l’Apostolo Paolo è importantissimo per la vita della Chiesa!
Il suo impegno di missionario, coraggioso e instancabile; le sue parole piene di sapienza; il suo cuore pieno di amore per Gesù, hanno aiutato i primi credenti a crescere nella fede, a comprendere sempre meglio il mistero d’amore di Dio. Hanno aiutato i primi gruppi di cristiani a diventare, piano piano, delle vere comunità, cioè la Chiesa.
Eppure, ci sono tanti di noi che conoscono poco questo apostolo.
Ci avete fatto caso? Quasi ogni domenica, alla seconda lettura, sentiamo dire: “dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai…” oppure “dalla seconda lettera di san Paolo apostolo…”
Ascoltiamo così spesso queste parole, che quasi non ci facciamo più caso.
Anche perché, diciamolo, non sempre si presta troppa attenzione alla seconda lettura: tante volte sono discorsi complicati, con parole un po’ difficili, che non capiamo bene…
Meglio il Vangelo, che di solito è più semplice da seguire!
Eppure, se ancora oggi, ogni domenica, leggiamo quello che ha scritto l’apostolo Paolo, vuol dire che è davvero importante!
Che quelle lettere, quelle frasi, non sono lettere scritte tra amici, ma sono parole che hanno qualcosa da dire agli uomini e alle donne di tutti i tempi, anche a noi!
Però, per riuscire a capire quello che Paolo scrive nelle sue lettere, prima di tutto bisogna conoscere lui, sapere chi era, sapere perché scriveva quelle lettere.
La seconda lettura di oggi, dagli Atti degli Apostoli, ci dà alcune notizie per cominciare a capire meglio chi era Paolo, cosa ha fatto e perché è così importante per tutti noi.
Paolo, o Saulo, se lo chiamiamo con il suo nome ebreo, è nato a Tarso, una grande e ricca città. Suo padre lo ha mandato a Gerusalemme a studiare, per diventare un Rabbi, un maestro, un dottore della Legge di Mosè.
Saulo ha studiato davvero bene, con il maestro migliore, il vecchio Gamaliele, ed ora è molto bravo a parlare, a tenere discorsi appassionati davanti a molte persone: conosce perfettamente la Bibbia e tutte le norme della Legge.
Ma questo giovane maestro è furioso: in tutta Gerusalemme e nelle altre città della Palestina, ci sono uomini e donne che vanno dicendo che Gesù di Nazareth è risorto.
Risorto! Ma stiamo scherzando? Una cosa del genere è pura follia!
Gesù di Nazareth è stato condannato da tutti i dottori della Legge perché ha osato dire di essere Dio, è stato consegnato ai soldati Romani che lo hanno crocifisso: la storia deve ritenersi chiusa! Basta discorsi! Basta andare in giro a dire che invece è risorto!
Saulo non sopporta questi credenti e si impegna per cercarli e arrestarli.
È talmente arrabbiato con i discepoli di Gesù, che ottiene un incarico da agente speciale: partirà per Damasco, una grande città, per riconoscere e arrestare tutti i cristiani che da Gerusalemme si sono rifugiati laggiù.
Mentre è in viaggio verso Damasco, però, accade qualcosa di inaspettato.
Una luce improvvisa nel cielo, abbagliante e fortissima, fa cadere Saulo per terra, mentre una voce gli dice: “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”
Stupito e spaventato, Saulo chiede: “Chi sei?”
E dalla luce, la voce risponde: “Io sono Gesù, che tu perseguiti!”
Saulo si rialza da terra e si accorge di essere diventato cieco. Non vede più nulla, nulla!
I suoi compagni di viaggio lo guidano fino a Damasco e lì, dopo tre giorni, Saulo riceve una visita speciale. È un uomo anziano, di nome Anania, un credente in Gesù, uno di quelli che Saulo era andato ad arrestare.
Anania si presenta da Saulo perché ha avuto una visione: il Signore Gesù gli è apparso e gli ha spiegato dove andare per trovare Saulo e per aiutarlo.
Infatti, dopo aver parlato con Anania, dagli occhi di Saulo cadono come delle squame e la vista ritorna come prima.
Chissà quante cose ha pensato Saulo in quei tre giorni da cieco, nella città di Damasco! Chissà quante domande si è fatto! Ha ripensato a tutta la sua vita, alle sue scelte, alle sue decisioni, alla sua lotta verso i cristiani… tutto cambia nel suo cuore! Ora ha visto il Signore Gesù, perciò nulla può essere come prima!
E infatti, appena riacquista la vista, chiede il Battesimo, sceglie di farsi chiamare Paolo e si unisce ai credenti.
All’inizio non si fidano proprio tanto di lui: capirete, dopo essere stati tanto perseguitati da Saulo di Tarso, è difficile fidarsi di questo Paolo!
Ma presto, il modo di vivere e di agire del nuovo cristiano, non lasciano dubbi e la comunità dei credenti è ben felice di questo nuovo fratello.
Che da ora in poi dedica tutta la sua vita solo a Gesù e al Vangelo!
La sua bravura nel parlare e nel convincere, la mette a servizio della Bella Notizia. La sua conoscenza profonda della Sacra Scrittura, gli serve per aiutare, chi appartiene al popolo di Israele, a comprendere come Gesù sia il Messia annunciato dai Profeti e atteso da sempre.
Tutto quello che ha studiato, diventa una ricchezza immensa per far conoscere Gesù, e il suo Vangelo, a coloro che non credono in Dio Padre.
Paolo non ha paura di andare lontano dal suo Paese, di viaggiare per terra e per mare, di affrontare fatica e pericoli, pur di raggiungere tutte le città, tutti i popoli, quante più persone possibile, e annunciare a tutti l’amore di Dio.
Vive con semplicità e povertà, viaggiando tanto, vivendo molte avventure: fugge da chi vuole ucciderlo, nascondendosi dentro a un cesto; fa naufragio con la nave su cui viaggia; viene morso da un serpente velenoso, ma si salva…
Leggere il libro degli Atti degli Apostoli è veramente appassionante, perché la vita di Paolo è piena di avvenimenti incredibili!
Per mantenere i contatti con le comunità dei credenti, per rendersi presente anche quando è lontano, Paolo comincia a scrivere delle lettere: a volte per incoraggiare, altre per rimproverare, quando le cose non vanno come dovrebbero. Scrive per rispondere alle domande e alle preoccupazioni dei primi cristiani. Scrive per tenere vivo, nel cuore di ciascuno, lo slancio per vivere secondo il cuore di Dio.
Alcune di queste lettere si sono conservate e, lungo il tempo, sono giunte fino a noi, che le ascoltiamo qui, a Messa.
Ora che crede in Gesù, diventa lui stesso un perseguitato, un ricercato da catturare. E dopo alcuni anni, viene arrestato,viene portato a Roma e lì viene condannato a morte: gli tagliano la testa.
Ma la sua voce non ha smesso di parlare lungo i secoli e il suo impegno di apostolo è stato così grande e straordinario, da cambiare il volto della Chiesa.
Ecco perché ogni anno, il 25 gennaio, festeggiamo la conversione di Paolo e ricordiamo quell’incontro meraviglioso sulla via di Damasco, che ha cambiato per sempre la vita di Saulo e la storia della Chiesa.
Ecco perché il Papa ha voluto che ci fosse un intero anno dedicato all’Apostolo Paolo: per ricordarci di lui, per conoscere sempre meglio la sua storia e i suoi scritti.
Paolo ha amato profondamente la Chiesa delle origini, quei primi cristiani che un tempo perseguitava e che sono diventati suoi fratelli e sorelle in Cristo.
Crediamo che quel suo amore per tutta la Chiesa, senza confini, senza limiti di lingua, di popolo, di cultura, non è finito di certo con il martirio, anzi!
Ora che è per l’eternità insieme al suo Signore, continua a preoccuparsi per la vita e le vicende di tutti i credenti, continua ad appassionarsi a tutto quello che capita nella vita della Chiesa di ogni continente.
Allora, in questa giornata di festa, chiediamogli una preghiera speciale per noi, per questa nostra comunità, perché possiamo essere sempre di più come Dio Padre ci sogna, perché possiamo vivere sempre meglio secondo il cuore di Dio.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 1° FEBBRAIO 2009 - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Gen 27, 2009 10:31 am

DOMENICA 1° FEBBRAIO 2009


IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa domenica ci racconta un sabato di Gesù, trascorso nella città di Cafarnao.
L’evangelista Marco ci presenta i gesti e le parole di Gesù, le reazioni della gente intorno a lui, così che ci sembra di essere anche noi, lì, tra la folla presente nella sinagoga.
Il Maestro e Signore entra di sabato nella sinagoga: per il popolo ebraico, sabato è il giorno consacrato a Dio e la sinagoga è il luogo in cui ci si ritrova per ascoltare la Sacra Scrittura.
Il sabato è un momento speciale della settimana: in questo giorno, come ordina la legge di Mosè, non si svolgono lavori pesanti, si lasciano da parte tutte le attività consuete della settimana per dedicare la propria attenzione, i propri pensieri, le proprie energie, tutte e solo a Dio. Il sabato, per gli ebrei, è il giorno in cui il cuore e la mente si concentrano solo su Dio
Anche Gesù, nella sua infanzia e adolescenza, è cresciuto rispettando questo comando della Legge, anche lui si è recato insieme a Giuseppe, nella sinagoga di Nazareth per ascoltare la Scrittura.
Ora che è diventato adulto e che ha iniziato a predicare la Bella Notizia, quando entra nella sinagoga è non tanto per ascoltare, quanto per insegnare: è un Rabbi, un Maestro, e la gente gli si fa intorno per accogliere le sue parole.
In questo sabato, in particolare, mentre Gesù sta parlando a coloro che gli sono intorno, improvvisamente si alza una voce sgradevole, alta, piena di rabbia.
È la voce di un uomo che ha dentro di sé uno spirito impuro, che lo tormenta, che non lo lascia mai tranquillo.
Gesù interrompe le grida dello spirito del male e ordina: “Taci! Esci da lui!”
E lo spirito gli obbedisce.
Un miracolo grandioso, questo, raccontato in poche parole, ma che lasciano intuire tutta la straordinarietà di quanto è avvenuto!
Questo miracolo ci deve riempire il cuore di gioia, perché ancora una volta ci porta la stupenda notizia che niente è più forte di Gesù, nulla al mondo può fermare la forza del suo amore!
Persino gli spiriti del male sono costretti ad obbedirgli, a lasciare liberi coloro che tormentavano!
Non abbiamo niente da temere, proprio nulla! Perché sappiamo che in ogni situazione, in ogni circostanza, l’amore di Gesù è la nostra forza, ci accompagna, ci sostiene, ci rassicura.
Di fronte ad ogni difficoltà della vita, di fronte alle paure che tante volte ci afferrano il cuore, di fronte all’insicurezza, alla tristezza, a qualsiasi pena che pesi dentro di noi, ricordiamoci che niente è più forte dell’amore di Dio.
Vale la pena restare qualche momento a gustare questa certezza, a farla entrare in profondità nei pensieri e nell’anima, perché ci accompagni sempre.
Però, se se non vi dispiace, vorrei che la nostra attenzione lasciasse per un momento in secondo piano questo avvenimento straordinario, per rileggere insieme alcune parole che ritornano per due volte nel brano di questo Vangelo.
L’evangelista Marco comincia dicendo: “erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi”. Poi, più avanti, dopo aver raccontato il miracolo, riferisce i commenti della gente: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità”.
Autorità: per due volte, questa parola, viene riferita a Gesù.
Perciò, se nel giro di poche righe, ritorna questo termine, vuol dire che è importante, che non possiamo lasciarcelo sfuggire, ma dobbiamo prestare molta attenzione.
Prima di tutto, allora, vediamo di capire: quando sentiamo la parola autorità a cosa pensiamo?
A qualcuno che è importante? A qualcuno che è forte? A qualcuno che ha molto potere?
Sì… senza dubbio nella parola autorità ci sono un po’ di queste sfumature.
Chi ha autorità di solito esercita un potere, un potere che gli dà forza rispetto agli altri. E di conseguenza viene guardato come una persona importante.
Però ancora questo non basta per spiegare quello che vuole dire il Vangelo a proposito di Gesù.
Infatti, una persona può avere un potere ottenuto con la prepotenza, con la violenza, con la crudeltà, oppure con l’imbroglio, con l’inganno… in tutti questi casi non possiamo parlare di vera autorità.
L’autorità di cui parla il Vangelo riferita a Gesù nasce dalla verità: le sue parole e le sue azioni sono vere, quello che il Rabbi di Nazareth insegna lo dimostra con la sua vita.
L’autorità di Gesù nasce dal fatto che tutto quello che insegna e annuncia, poi lo dimostra con la sua vita.
Cristo Gesù è il solo che può operare veramente la Salvezza che annuncia, e il miracolo di cui abbiamo letto oggi, è una delle tante conferme!
Ma allora, come parlavano invece, gli scribi, visto che l’evangelista scrive: “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi?"
Sono sicura che gli scribi conoscevano molto bene la Scrittura Sacra e di sicuro la sapevano spiegare e commentare con molta intelligenza.
Probabilmente, però, il loro era un insegnamento fatto solo di parole: quello che insegnavano nella sinagoga, il giorno di sabato, non diventava poi vita per tutto il resto della settimana.
Erano parole molto belle, molto profonde, ma che non prendevano corpo nelle cose che vivevano tutti i giorni.
Una cosa del genere può accadere di continuo, sapete. Anche a noi.
Per esempio: ogni domenica ci troviamo intorno al Vangelo e parlo con voi dell’importanza di vivere secondo il cuore di Dio, vi ripeto che anche se richiede impegno, è bellissimo, ci rende felici e ci spalanca le porte della vita senza fine. E tutti ne siamo convinti.
Però, se poi, durante la settimana, vi accorgete che non vivo mai le cose che ho detto, che non so perdonare, che mi arrabbio sempre, che litigo con tutti, mi offendo, sono egoista, non aiuto chi me lo chiede, non faccio mai alcun servizio ma ho solo delle pretese… di certo comincerete a pensare: “Sì, è bello quello che ci dici la domenica, ma poi… le tue parole diventano vuote, senza valore, perché tu non le vivi mai!”
Ecco la grande differenza, che tutti subito notano ascoltando l’insegnamento di Gesù: lui ha autorità, perché tutto quello che dice, lo vive in prima persona.
Parla di amore e lui stesso tratta tutti come fratelli e sorelle...
Parla di condivisione, e non tiene nulla per sé…
Parla di fare agli altri quello che vorremmo fosse fatto a noi stessi, ed è lui il primo a dare da mangiare e da bere, il primo a consolare, guarire, ridare vita e speranza …
Parla di perdono e sa perdonare perfino chi lo uccide…
Penso che per la nostra vita vogliamo anche noi, non è vero?, la stessa autorità che viene riconosciuta a Gesù!
Desideriamo che tutti coloro che ci avvicinano, in famiglia, a scuola, a sport, in oratorio… dovunque, possano dire: sì, lui, lei, vivono veramente secondo quello che dicono!
Allora questo diventa per noi l’impegno speciale della settimana che ci sta di fronte: ogni sera, prima di dormire, proviamo a pensare se nella nostra giornata abbiamo rese vere le nostre parole, grazie alle nostre azioni. Guardiamo a quello che abbiamo compiuto durante la giornata e chiediamoci se lascia trasparire la nostra fede, il nostro amore per il Signore, il nostro desiderio di vivere secondo il cuore di Dio.
È un impegno grande, non semplice: ma non ci lasciamo scoraggiare e ricominciamo con nuovo slancio, ogni mattina.


Ultima modifica di VINCENZO il Mar Feb 17, 2009 11:35 am, modificato 2 volte
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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 FEBBRAIO 2008 - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Feb 03, 2009 10:47 am

DOMENICA 8 FEBBRAIO 2008


V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Che vita impegnata quella di Gesù! Di notte e di giorno, non ha mai un attimo libero!
La giornata che ci descrive l’evangelista Marco, in questa domenica, è davvero pienissima! In effetti, il brano del Vangelo di oggi, sta continuando il racconto di domenica scorsa.
Ci ricordiamo? Avevamo lasciato Gesù nella sinagoga, intento ad insegnare alla folla che lo ascoltava stupita perché parlava diversamente dagli scribi e dai farisei, parlava come uno che ha autorità, come uno che rende vero, vivo, ciò che dice.
Una prova subito chiarissima, di questo suo insegnare con autorità, è stato il miracolo che ci ha riferito Marco: la guarigione di un uomo posseduto da uno spirito crudele, tenuto prigioniero dallo spirito del male.
Bene, nel Vangelo di oggi abbiamo ascoltato ciò che avviene ancora in quello stesso sabato, un giorno che per il popolo di Israele è considerato di riposo.
Ma non è che Gesù si riposi poi tanto!
Lascia la sinagoga e va a pranzo nella casa di Simon Pietro. Solo che invece del pranzo pronto, c’è un problema: la suocera di Pietro è ammalata.
Con semplicità, il maestro la prende per mano e lei guarisce, così all’istante!
Guarisce così perfettamente che riprende le faccende di ogni giorno. E tutta la gioia per la salute ritrovata la dimostra circondando di mille attenzione gli ospiti che ha in casa.
Eh, sì! Noi donne siamo così, di solito! Quando siamo felici, quando la gioia ci riempie il cuore, si manifesta con gesti di premura, di attenzione, di cura, verso le persone che amiamo! La suocera di Pietro si comporta proprio così: è talmente felice di aver ritrovato la sua salute e le sue energie, che riprende subito le faccende quotidiane, anzi, probabilmente prepara un pranzo speciale, un pranzo di festa, perché ospite nella sua casa c’è il Rabbi di Nazareth, capace di allontanare la malattia e la sofferenza!
Chissà quanta pace e serenità avrà accompagnato quel pranzo a casa di Pietro! Un momento di vita familiare e di affetti sereni, in cui Gesù ci mostra come tutto ciò che rende bella la nostra vita di uomini e donne, colma di gioia anche il cuore di Dio!
In modo così piacevole, il tempo passa in fretta e arriva il tramonto.
Dopo questa breve pausa, ecco che il tempo libero per Gesù è agli sgoccioli, infatti tanta gente si presenta davanti alla casa di Pietro.
Probabilmente non hanno smesso di cercarlo per tutta la giornata, fin da quando ha lasciato la sinagoga dopo il miracolo, ma finalmente ora hanno ritrovato il Rabbi di Nazareth che parla come nessun altro e sa operare i miracoli.
In effetti, chi sta cercando Gesù in questo momento, non è particolarmente interessato ai suoi discorsi alle sue parole… è lì nella speranza di ricevere un miracolo, di essere il prossimo a ricevere la guarigione.
Ecco perché davanti alla casa di Pietro si affollano tante persone: c’è chi chiede un miracolo per sé o per chi gli è caro (e sono tanti… proprio tanti!) e c’è anche chi vuole vedere che cosa accadrà.
Il Maestro e Signore non delude chi è andato da lui e compie molti miracoli.
Dice l’evangelista Marco che quasi tutta la città si era radunata lì, davanti alla porta di casa, e Gesù non manda via nessuno: li ascolta, li accoglie, li guarisce.
Finalmente cala il buio della notte e si può andare a riposare.
Anche Gesù è stanco: tutta la giornata è stato circondato da persone che vogliono la sua attenzione, che gli portano la loro sofferenza, che hanno tanto da chiedere… e Lui è davvero stanchissimo.
Va a dormire, ma al mattino seguente si alza molto presto, quando è ancora buio, perché ha bisogno di un po’ di solitudine.
Ha bisogno di stare solo per pregare, per rivolgersi al Padre, per sentirsi sempre in comunione con Lui.
Si ritira in un luogo deserto, dove nessuno lo vada a disturbare, almeno per un poco, almeno durante la preghiera.
Non potrebbe essere così paziente, accogliente, disponibile con tutti quelli che lo cercano, se non ci fosse quel tempo speciale della preghiera del mattino, quando tutto il resto passa in secondo piano e c’è solo l’incontro profondo con l’amore del Padre buono.
Ma anche questa oasi di pace, di serenità, ha la sua interruzione: arrivano i discepoli ad avvisarlo che, proprio come la sera precedente, si è formato un grosso gruppo di persone davanti alla porta della casa di Pietro.
Ma stavolta Gesù non ritorna indietro, non ricomincia i discorsi.
Dice ai suoi che non c’è solo Cafarnao, che ci sono tante altre città che aspettano di ricevere la buona notizia, la stupenda notizia dell’amore di Dio. Non è possibile rimanere sempre nello stesso posto: c’è tanta strada da fare, tanti posti da raggiungere, tante persone da incontrare.
Così, Gesù insieme agli apostoli, si rimette in cammino.
L’evangelista Marco conclude il suo racconto dicendo: “andò per tutta la Galilea”, che non è proprio una passeggiatina breve!
Ma il desiderio di raggiungere quante più persone per portare ad ognuna la Bella Notizia dell’amore di Dio, spinge Gesù a non preoccuparsi della lunga strada e della fatica.
Possiamo pensare che, se la giornata del sabato, giorno di riposo, è stata così piena di incontri, volti, persone, parole, miracoli… gli altri giorni della settimana non saranno stati molto diversi!
Tutti saranno iniziati, comunque, con l’incontro personale con il Padre, con il tempo della preghiera silenzioso e speciale.
Allora è davvero importante che anche le nostre giornate comincino con un pensiero silenzioso e profondo rivolto a Dio Padre: non può esserci modo migliore!
Qualcuno osserverà: “Ma tutte le mattine dico già la preghiera!”
E fai bene, per carità! Ma a volte, dire le preghiere, può non essere abbastanza: possiamo dire tante parole, senza quasi pensarci. Tante volte le preghiere del mattino, ancora un po’ assonnati, diventano quasi meccaniche, sono la ripetizione di parole che conosciamo a memoria.
Invece abbiamo la possibilità bellissima di avere anche questo in comune con Gesù: cominciare la nostra giornata, incontrando il Padre Buono nella preghiera fatta con il cuore.
Non deve essere per forza la prima cosa che facciamo, ma non deve mancare mai.
Per esempio, mentre andiamo a scuola, invece di chiacchierare tutto il tempo, ci possiamo ritagliare un momento di silenzio, perché il nostro cuore si rivolga al Padre Buono, sia in comunione con Lui.
“Ma mi accompagnano in macchina!” – dirà qualcuno.
Certo, ma mica andare in automobile impedisce di stare un po’ in silenzio e rivolgere l’attenzione a Dio Padre! Anzi, possiamo essere noi a dire ai genitori: “Mentre andiamo, pensiamo un momento a Dio, per consegnargli la nostra giornata!”
Quello è il momento giusto per affidargli tutti gli impegni che dovremo affrontare, perché sono certa che, se la giornata di Gesù era ben piena, anche le nostre non sono poi da meno!!!
Ma tutto diventa più facile, se abbiamo affidato il tempo da vivere ogni giorno, all’amore di Dio. È lui che ci regala il tempo di una nuova giornata e noi vogliamo dirgli che lo sappiamo, che ce ne ricordiamo e che contiamo sulla forza del suo Spirito per dare il meglio di noi!


Ultima modifica di VINCENZO il Mar Feb 17, 2009 11:34 am, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 15 FEBBRAIO 2009 - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Feb 10, 2009 11:02 am

DOMENICA 15 FEBBRAIO 2009


VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Continuiamo anche in questa domenica a seguire il racconto dell’evangelista Marco, riguardo ai primi tempi della missione di Gesù. La scorsa domenica il Vangelo si concludeva con il Maestro di Nazareth che si allontanava da Cafarnao, malgrado tanta folla lo cercasse, per ascoltarlo e soprattutto per chiedergli miracoli. Ma Gesù ha invitato gli apostoli ad andare altrove, a visitare altre città e paesi, perché in tanti possano ricevere la Bella Notizia dell’amore di Dio Padre e rallegrarsi per questo.
Così, il Vangelo di oggi, ci racconta che cosa accade durante il viaggio: il Maestro e Signore, insieme ai suoi discepoli, sta per raggiungere una nuova città, quando si avvicina a lui un lebbroso.
Per noi oggi è un po’ difficile riuscire a capire qual era la condizione di un lebbroso al tempo di Gesù. Questa malattia esiste ancora oggi, ma si può curare e guarire e quindi fa meno paura.
Eppure, anche oggi, quando ci si trova davanti qualcuno colpito da questa malattia, ci si spaventa, perché la lebbra colpisce la pelle e la fa cadere a pezzi, lentamente. Si rimane impressionati davanti al volto di un lebbroso, che può sembrare mostruoso.
Probabilmente questo è stata la ragione per cui, fin dai tempi più antichi, gli ammalati di lebbra sono stati messi da parte, allontanati dalle altre persone, mandati fuori dalla città: era una malattia che faceva paura e dobbiamo considerare anche che a quel tempo non sapevano curarla.
Perciò, riguardo alle persone malate di lebbra, la Legge di Mosè era precisa e dettagliata, come abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi, tratta dal Libro del Levitino: chi veniva colpito da questo male, doveva andare ad abitare fuori dall’accampamento, fuori dalla città, lontano da tutti gli altri. Doveva indossare vesti strappate e stare con il capo coperto e il volto nascosto, perché tutti potessero capire subito dal suo aspetto che era un lebbroso. Non doveva avvicinarsi alle persone, ma anzi doveva gridare la sua malattia, se per caso qualcuno che non ne sapeva nulla provava ad avvicinarsi.
Sono regole molto severe che non servono affatto a curare, né aiutano chi è malato: servono solo a far sentire al sicuro quelli che non hanno la lebbra.
Ai tempi di Gesù la situazione di un lebbroso era dunque questa, davvero triste: pochissime possibilità di guarire e l’obbligo ad una vita di solitudine, lontano dalla propria casa e dalle persone care.
Nel momento in cui uno scopriva su di sé i segni della malattia, doveva chiudere la sua vita di sempre e andare via, fuori dalle mura della città. Doveva separarsi da tutti coloro che amava, e andarsene, per stare da solo, lontano da tutti.
Dunque, come ci stava raccontando l’evangelista Marco, mentre Gesù sta per entrare in una città, un lebbroso gli si avvicina e lo supplica: “Se vuoi, puoi purificarmi!”, cioè: se vuoi, puoi guarirmi da questa malattia e puoi restituirmi la mia dignità di un tempo! Puoi liberarmi da questa prigione di solitudine e tristezza, così che, di nuovo sano, possa ritornare alla mia famiglia, alla mia casa, al mio lavoro, alla mia vita, che ho dovuto abbandonare dal giorno che mi sono ammalato!
C’è tutto questo nel grido dell’uomo lebbroso e Gesù lo ascolta, comprende profondamente questo suo desiderio di tornare ad essere una persona e non solo un malato e lo guarisce: “Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui”.
Dopo averlo risanato, il Signore Gesù gli dà anche un ordine: gli chiede con tono severo di non dire nulla a nessuno di quanto è avvenuto, di non parlare del miracolo.
Sa bene, il Rabbi di Nazareth, che se si sparge la voce di questo grande miracolo, anche in questa nuova città sarà come a Cafarnao, con tantissima gente che lo cerca per vedere i miracoli e i segni prodigiosi e non per ascoltare la Bella Notizia, che il suo cuore di Figlio non vede l’ora di condividere con tutti.
Invece, ci dice il Vangelo: “quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città”.
Ora, se permettete, vorrei dire una parola in difesa di quest’uomo che dopo chissà quanto tempo di malattia, è stato finalmente risanato. Certo, il Signore gli aveva chiesto di fare una cosa e lui ha fatto l’opposto, però secondo me non lo ha fatto per disobbedienza.
È che era una gioia troppo, troppo grande, che proprio non ce l’ha fatta a rimanere in silenzio!
Secondo me, mentre attraversava la città, per andare a ottenere il riconoscimento ufficiale di essere ormai guarito e poter così tornare alla vita di sempre, quest’uomo non ha camminato: correva, saltava, ballonzolava, per la gioia che lo invadeva!
Come faceva a restare zitto, quando tutto di lui era un canto di felicità?
Sì, il Maestro gli aveva ordinato di tacere e non dirlo a nessuno, ma lui proprio non ci è riuscito! Strada facendo avrà ripetuto cento volte il suo stupore: “Sono guarito! Guarito!... sapete? La mia lebbra è sparita! Non ho più piaghe, non ho più bolle bianchicce sul mio corpo! Sono di nuovo sano!... la mia pelle è intatta, normale, come un tempo! Adesso sono guarito! E posso tornare da mia moglie, dai miei figli! Posso tornare a casa mia!... Sì! Il Rabbi di Nazareth mi ha ridato la salute e mi ha restituito la mia dignità di persona!”
Uno che è attraversato dentro da una gioia così immensa, non ce la fa proprio a tenere la bocca chiusa!
Quindi credo davvero che Gesù, con il suo cuore capace di comprendere tutto quello che passa nelle nostre anime, avrà di certo perdonato la piccola disobbedienza di quest’uomo, che ha annunciato a tutti la sua felicità, con il cuore pieno di gratitudine.
Mentre riflettevo su questo episodio, mi è venuto da pensare che, anche se nelle nostre città non ci capita di incontrare persone malate di lebbra, tante volte continuiamo a trattare qualcuno proprio come un tempo venivano trattati i lebbrosi.
I lebbrosi erano quelli che venivano messi da parte, giusto? Quelli con cui nessuno voleva avere a che fare, no? Quelli che se ne dovevano stare da soli, in disparte, lontano da tutti gli altri, vero?
Bè… mi sembra che anche oggi ci sono tante persone che vivono così, anche in mezzo a noi, anche molto molto vicino a noi.
Penso a quello che vedo ogni giorno, semplicemente a scuola: chi non ci piace, viene messo da parte; chi non è bravo a giocare a pallone, viene tenuto lontano; la compagna che non sa fare la spaccata è una schiappa e quindi non la vogliamo nel nostro gruppetto all’intervallo; quello non prende mai 10, allora lo possiamo prendere in giro e tenerci alla larga; quella lì è così timida che non dice mai una parola: peggio per lei, di certo noi non la andiamo a cercare…
Dite di no? Che nelle vostre classi non capita? Meglio così, mi fa piacere! Ma forse forse ci conviene guardare bene: magari ci sono di queste cose che succedono, ma non ce ne accorgiamo!
Queste sono sofferenze che non fanno rumore, sapete? Ma quanta tristezza e quante lacrime procurano!
Nel silenzio, proviamo a pensare alla nostra vita, alle persone che conosciamo… Di sicuro ci verrà in mente qualcuno che è sempre un po’ in disparte, qualcuno che nessuno invita a giocare.
Allora può essere questo il nostro impegno della settimana: essere come Gesù, andare incontro a questo amico, a questa amica, che si sente messo da parte, che si sente come il lebbroso. Andiamo incontro, invitiamo a STARE INSIEME: sarà il nostro modo semplice, ma vero, di ripetere oggi lo stesso miracolo di Gesù.


Ultima modifica di VINCENZO il Mar Feb 17, 2009 11:33 am, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009 VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Feb 17, 2009 11:30 am

DOMENICA 22 FEBBRAIO 2009


VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Anche in questa domenica ci lasciamo accompagnare dall’evangelista Marco, per continuare a scoprire come procede la missione di Gesù. Due domeniche fa, lo abbiamo visto a Cafarnao, ospite di Pietro, circondato da tanta folla, che vuole ascoltarlo e che è attirata dai miracoli che il Rabbi di Nazareth compie con tanta facilità. Il Signore Gesù non si è fermato a Cafarnao, ma si è messo in viaggio tra i paesi e i villaggi vicini, per incontrare altre persone, per portare a tutti la stupenda notizia dell’amore di Dio Padre. Proprio durante il viaggio, Gesù ha compiuto un altro segno prodigioso, su cui ci siamo soffermati domenica scorsa: guarisce un uomo ammalato di lebbra.
Nel brano che abbiamo letto oggi è trascorso ancora del tempo e Gesù, insieme ai dodici Apostoli, ritorna a Cafarnao. Probabilmente, gli Apostoli volevano fermarsi qualche giorno con le loro famiglie e per il Maestro e Signore poteva essere l’occasione di riposarsi un po’, dopo le settimane dell’annuncio e delle folle.
Ma figuriamoci se l’arrivo di Gesù a Cafarnao passa inosservato!
Presto la voce si sparge e la gente comincia a radunarsi davanti alla casa di Pietro.
Hanno voglia di ascoltare Gesù, di sentire la sua voce, piena del fascino irresistibile dello Spirito Santo, di assaporare la gioia di sapersi amati profondamente da Dio Padre…
E il Maestro di Nazareth non si fa pregare: si mette sulla porta e si rivolge ai cuori di tutti quelli che si sono radunati lì. Parla alla loro fatica, alla loro tristezza, alle preoccupazioni concrete che tutti hanno, offrendo a ciascuno la Bella Notizia, l’annuncio strepitoso di questo amore immenso che è pronto per noi, per tutti, se solo lo accogliamo.
Mentre sta parlando, succede qualcosa di inaspettato: quattro persone, tra la folla, trasportano una barella con sopra un paralitico. C’è troppa gente per potersi avvicinare a Gesù, ma quei quattro non si scoraggiano.
Si arrampicano sul tetto, ne tirano via una parte e da quell’apertura fanno calare giù il lettuccio su cui si trova il paralitico.
Certo, magari qualcuno si sta chiedendo: ma come hanno fatto ad aprire il tetto della casa?! Bè, le case di Israele, al tempo di Gesù, non erano proprio come le palazzine di oggi. Erano case non troppo alte, poco più di una persona in piedi, con una terrazza che si poteva raggiungere facilmente. Di solito, il tetto era fatto di lastre di pietra sovrapposte o di frasche d’albero, ecco perché non era così complicato tirarne via una parte!
Approfittando di questa possibilità, i quattro che conducono la barella, trovano il modo di far arrivare il paralitico proprio davanti a Gesù!
Visto che dalla porta non si può passare, glielo fanno calare dritto dritto dentro casa!
Non chiedono niente: se ne stanno lì sul tetto, con le corde in mano che hanno usato per calare già la barella, e guardano il Maestro, in attesa. Lo stesso paralitico, dal suo giaciglio, non dice nulla. C’è un attimo di stupito silenzio e Gesù interviene con parole che possono suonare strane: “Figlio, ti sono perdonati i peccati.”
Ma come? Gli portano un uomo su una barella, gli mettono fin davanti al naso un poveretto che è paralizzato e non può muoversi, e il Signore Gesù dice che gli sono perdonati i peccati?! Ma mica erano andati lì per i peccati di quell’uomo! Erano andati perché il Rabbi lo guarisse!
Ed infatti tra la folla succede un putiferio! Ognuno ha qualcosa da dire, ma i più indignati di tutti sono gli scribi, gli studiosi della Legge di Mosè, che come al solito se ne stanno lì intorno ad osservare cosa dice e cosa fa Gesù.
Pieni di sdegno, aggrottano le loro sopracciglia e fanno la faccia scura scura mentre pensano: “Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?”
Ma Gesù, che sa sempre che cosa passa nella mente e nel cuore di ognuno, risponde anche alle domande che non sono state pronunciate, risponde in modo diretto e molto, molto chiaro: “Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua”
E quell’uomo, senza dire nulla, si alza, prende la sua barella e si avvia, come fosse la cosa più normale del mondo!
Ma ci pensate? Immobile da chissà quanti anni, costretto a farsi portare in giro su un lettino, calato dal tetto grazie all’aiuto dei quattro che lo trasportavano, ora si alza e se ne torna a casa con le sue gambe, portandosi via la barella!!
Da rimanere davvero senza fiato e senza parole! Immagino il momento di silenzio stupito che sarà seguito alle parole di Gesù e poi mi sembra quasi di sentire tutte le grida di gioia e di meraviglia, mentre l’uomo non più paralizzato se ne tornava a casa sua!
Ci sarebbe tanto da commentare sui pensieri degli scribi e sulle parole che Gesù rivolge loro, ma vi chiedo di avere pazienza, perché ancora una volta ci sono alcune paroline di questo Vangelo che mi sono entrate in testa e non mi lasciano in pace… per cui desidero proprio condividerle con voi!
Dunque: quando la barella con sopra l’uomo paralitico viene calata dal tetto, l’evangelista Marco scrive: “Gesù, vedendo la loro fede…”
Usa il plurale: la “loro fede”, scrive; e giustamente!
Perché lì, davanti al Rabbi di Nazareth, c’è la fede dell’uomo paralizzato, ma c’è pure la fede dei quattro che lo hanno portato fin lì, di quei quattro che non si sono arresi quando hanno visto che non si riusciva a passare, di quei quattro che si sono arrampicati fino al tetto, hanno fatto l’apertura e hanno affrontato la fatica di issare sul tetto la barella e poi calarla nella casa… mica una cosuccia da nulla!
Il Signore Gesù vede la loro fede, si rallegra per la fede che questi cinque dimostrano.
In effetti, se vogliamo essere proprio precisi, l’uomo paralizzato, non dice neppure una parola, non chiede nulla, se ne resta in perfetto silenzio per tutto il tempo che si trova davanti al Rabbi. Anche i quattro stanno zitti, ma parlano le loro braccia sudate, i volti rossi per lo sforzo, il respiro corto per tutta la fatica che hanno fatto!
E Gesù compie il suo doppio miracolo, proprio perché vede la loro fede. Doppio miracolo, perché non solo guarisce il corpo dell’uomo paralitico, ma ne guarisce anche l’anima, visto che i suoi peccati sono perdonati! Tutto questo grazie alla grande fede dei quattro che lo hanno accompagnato!
Avrebbero potuto dire: “Lasciamo stare… c’è troppa gente… non ce la faremo mai ad arrivare fino al Rabbi… non si può passare con la barella… torniamo a casa…”
Invece no, non si sono arresi e la loro testardaggine è servita a dare la guarigione al loro caro. Non sappiamo se erano fratelli, figli, parenti o amici dell’uomo malato, ma è grazie a loro se ha ottenuto la guarigione da Gesù.
Questo particolare mi ha subito fatto pensare alla preghiera dei fedeli durante la Messa. È il momento in cui alcuni propongono le varie intenzioni per cui pregare insieme durante la celebrazione: a volte vengono dette spontaneamente, a volte qualcuno le legge dal foglietto, ma in ogni Eucaristia ci ritagliamo un momento per fare salire la nostra voce al Signore Dio, insieme.
Pregando non solo per noi stessi, ma per gli altri, spesso per chi non è qui presente, e magari si trova in situazioni di particolare sofferenza.
Non so cosa succede a voi, ma mi sono accorta che, purtroppo, tanta gente durante la preghiera dei fedeli, si distrae, non ascolta. Provate a chiedere a qualcuno, dopo la Messa: “Per chi abbiamo pregato, oggi, durante la preghiera dei fedeli?”
Vedrete che quasi nessuno se lo ricorda!
Un po’ è colpa delle preghiere preparate nei foglietti, che sono scritte in maniera troppo fredda, con più cura per gli aggettivi e gli avverbi che per il desiderio di farsi capire per bene. Tante volte abbiamo preghiere dei fedeli in cui sembra di voler spiegare al Signore Dio tutto quello che deve fare, quasi nei dettagli; mentre basterebbe dire semplicemente per chi preghiamo e magari fare un istante di silenzio perché tutti possano unire il cuore e non partire subito con il coro distratto dell’ascoltaci Signore!
Ma al di là di come possono essere scritte o dette le intenzioni di preghiera, quello è un momento prezioso e importante della nostra celebrazione: è il momento in cui tutti quanti ci trasformiamo nei quattro che portano la barella del paralitico.
Perché ci rivolgiamo al Padre Buono non per noi stessi, non per chiedergli qualcosa che serve a noi, che aiuta noi, ma preghiamo per gli altri: preghiamo per chi non riesce a pregare, per chi è arrabbiato con Dio e lontano da Lui, preghiamo per chi si sente troppo disperato per pregare, uniamo la nostra voce alla preghiera di tutti quelli che si sentono troppo soli e scoraggiati!
In quell’ “ascoltaci Signore!” dobbiamo metterci la stessa energia che c’è voluta per salire sul tetto e issare la barella! Ci deve essere la nostra forza d’amore a spingere la preghiera fino alle orecchie di Dio!
Allora, da questa domenica in poi, impegniamoci a fare ben attenzione alle intenzioni che vengono proposte alla preghiera dei fedeli. Uniamoci con la mente ed il cuore, pregando per tutti. Sapendo che il Padre Buono fa attenzione anche alla fede di chi prega per gli altri.
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MessaggioOggetto: MERCOLEDI' 25 FEBBRAIO 2009 - MERCOLEDI' DELLE CENERI   Lun Feb 23, 2009 1:37 pm

MERCOLEDI' 25 FEBBRAIO 2009


MERCOLEDI' DELLE CENERI


Sono in auge i reality show, dove la persona più simpatica risulta essere la persona vincente, forse non tanto per quello che è “realmente”, ma per il “consenso”, che riesce ad ottenere dal telespettatore con il ricorso al televoto. Anche il politico è in gamba solo se riesce ad ottenere consensi con il voto o con i vari sondaggi che ne indicano l’indice di gradimento; a volte le sue idee seppur brillanti sul piano economico, politico, sociale, non sono buone se non trovano il consenso dell’opinione pubblica, per cui si potrebbe correre il rischio di essere un “falso” politico, ossia un politico che rinunzia alle sue idee autentiche per abbracciare quelle in autentiche ma che fruttano di più. Oggi seppur rivendichiamo il nostro diritto alla privacy, la nostra autonomia e libertà, mi sembra, che lo facciamo solo come facciata al fine di farci notare dagli altri, per ottenere il loro consenso, per essere da loro stimati. Mi sembra che senza l’approvazione degli altri è come se noi non potessimo vivere, nonostante diciamo che non mi interessa ciò che l’altro pensa di me. Con questo, ho cercato di comunicarvi una verità rischiosa di oggi, quella secondo cui una persona vale se è apprezzata dagli altri, questa verità è nascosta in noi, infatti la neghiamo consapevolmente e la viviamo inconsciamente. Certo ci sono altre verità del nostro vivere, ma il vangelo di questo mercoledì delle ceneri mi induce a riflettere su questo paradosso, che ora cerco di spiegare. Al tempo di Gesù la relazione della persona con Dio, cioè la fede, non era in discussione, ne tanto meno l’esistenza di Dio. Ma alcuni vivevano la loro fede in modo inautentico, cercando di compiere le opere buone, l’elemosina, la preghiera e il digiuno, al fine di ottenere “consensi” (usando questo termine contemporaneo) dagli uomini. Così correvano il rischio di non lodare Dio, ma se stessi. L’elemosina autentica è quella che nasce dal cuore di una persona, che ricolma dell’amore di Dio, è capace di condividere con l’altro senza ulteriori motivi. Oggi la società multimediale propone gare si solidarietà, a cui partecipano molti vip, dando pubblica risonanza al personaggio di turno per l’offerta che ha fatto. Questi ottiene senz’altro il riconoscimento del pubblico e anche la sua gratificazione, e poi? Non è peregrino chiedersi se quella offerta fosse nata dal profondo del suo cuore indipendentemente da tutto. Noi sappiamo che qualora l’elemosina fosse fatta da una persona nel silenzio multimediatico, sarebbe autentica, e io sono certo, che nascerebbe dal suo cuore perché toccato dall’amore di Dio. Un discorso più difficile riguarda il digiuno e la preghiera. Mentre prima ci si sfigurava il volto per far notare agli altri che si digiunava per il Signore, e si pregava mettendosi ai primi posti nei vari luoghi di culto, per farsi notare, oggi chi digiuna e chi prega è meglio che non lo faccia sapere agli altri, anche ai propri amici, altrimenti rischia non il loro elogio ma la loro derisione. Oggi ci sono persone che vorrebbero pregare, vorrebbero partecipare alla messa, ma sono deboli, perché gli amici non lo comprenderebbero, o lo deriderebbero. Ma ci sono tanti giovani forti perché autentici, che riescono bene a pregare e a digiunare, perché convinti della loro fede, e sono testimoni di scelte autentiche perché pur non condivise dagli altri, non si lasciano influenzare. La preghiera è certamente la linfa della vita del cristiana, colui che prega cresce nell’amore di Dio. La preghiera è fatta nel segreto della propria stanza, ma anche nella gioia condivisa dello stare insieme. Il digiuno è l’amico silenzioso di ogni uomo, e in particolare del giovane cristiano. Il digiuno, la penitenza oggi non li comprendiamo perché sembra che siano privi di senso. Diciamo che non godono più del consenso di una volta. Eppure chi decide di fare un digiuno o una penitenza, se la scelta è autentica, motivata dalla fede, non si sta mortificando privandosi di qualcosa, ma si sta fortificando arricchendosi dell’amore di Dio. Il digiuno e la penitenza sono amiche dell’uomo perché lo fortificano nella sua libertà. Se mi accorgo che io amo veramente Dio, ma non gli ho dedicato mai una piccola attenzione, l’inizio della quaresima mi interroga sul perché? Sono stato preso dai miei impegni? Non ho avuto tempo? Ho sempre preferito fare altro pur avendo tempo?. Una volta risposto al perché, mi riorganizzo per stare con Dio un pochino di più, arricchendomi della sua presenza nella mia vita, e vivendo con autenticità ogni evento della mia giornata.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 1° MARZO 2009 - I DOMENICA DI QUARESIMA   Lun Feb 23, 2009 1:41 pm

DOMENICA 1° MARZO 2009


I DOMENICA DI QUARESIMA


La quaresima è un tempo di preparazione
Vorrei sapere da voi se ricordate quando avete visto il sacerdote (ma anche l’altare e l’ambone) vestito dello stesso colore viola... Molto bene, abbiamo messo il viola durante l’Avvento, cioè durante il tempo che ci ha preparato ad accogliere la venuta di Gesù a Natale.
ATTENZIONE: l’Avvento non è solo un periodo di tempo che precede il Natale... l’Avvento non è solo un periodo di tempo che viene prima di Natale, ma un tempo che ci prepara alla festa di Natale.
Così anche la quaresima.. Anche la Quaresima è un tempo di preparazione che, come dice il nome, dura 40 giorni e ci prepara alla festa di????
Bravissimi: la grandissima festa di PASQUA. Quindi la quaresima non è solo il tempo che viene prima di Pasqua, ma il tempo che ci prepara alla Pasqua.
Il colore viola indica la preparazione ad una grande festa.
Per molte persone grandi è un colore triste, che si usa ai funerali e, anche per questo motivo, secondo loro è un colore che porta sfortuna. (A parte il fatto che i tifosi della Fiorentina pensano che sia il colore più bello del mondo!)... Altro che tristezza! Altro che sfortuna! Anche ai funerali si usa il colore viola per la preparazione alla grande festa del Paradiso... preparazione alla vera festa di Pasqua che è la risurrezione... preparazione alla vera festa di Natale che è la nascita alla vita eterna del cielo!

La preparazione è come un allenamento
Il viola è il colore dell’allenamento che ci prepara alla vittoria.
Come gli atleti delle olimpiadi fanno gli allenamenti per prepararsi alla festa della vittoria, così durante la quaresima anche noi ci alleniamo per prepararci alla vittoria. In che cosa consistono i sacrifici che gli atleti fanno e qual è, invece, il nostro allenamento? Qual è la nostra medaglia d’oro, cioè la nostra vittoria?
Gli atleti olimpici fanno dei sacrifici durante il periodo dell’allenamento... Potete dirmi qualche esempio dei sacrifici che gli atleti fanno?
1. Per esempio gli atleti stanno molto attenti a quello che mangiano, altrimenti ingrassano e non possono essere scattanti e veloci. Ecco uno degli esercizi della quaresima: il digiuno. Non è che non dobbiamo mangiare niente, ma rinunciamo ad alcune cose che ci piacciono di più perché vogliamo essere più scattanti nel donare anche agli altri quello che vorremmo tenere solo per noi.
2. Un altro tipo di allenamento che fanno gli atleti è quello di ripetere con la mente tutti i movimenti e imparare a concentrarsi per pensare solo a quello che serve per vincere la gara. Ecco l’altro esercizio della quaresima: la preghiera. Noi ci concentriamo su quello che Gesù ha fatto per noi e sulle parole che Lui ha detto.. Cerchiamo di pensare di più a Dio.
3. Infine, quando fanno allenamento e si preparano a vincere la gara, gli atleti fanno ginnastica, vanno in palestra, sottopongono i muscoli a tanti sforzi per farli aumentare di potenza. Ecco il terzo esercizio della quaresima: l’elemosina. Siccome la nostra medaglia d’oro, la nostra vittoria, è la vittoria dell’amore, allora noi ci sforziamo di fare del bene.. Sviluppiamo la potenza del nostro muscolo più importante: il cuore.

Ma l’allenamento funziona solo con il colore viola
Sapete quali colori si devono mescolare per avere il colore viola?
...far rispondere i bambini [in precedenza preparare una tavolozza con tubetti di colore a tempera oppure tre bicchieri con i tre colori fondamentali: azzurro, rosso, giallo; in alternativa si possono prendere tre evidenziatori e un cartellone bianco su cui scrivere.
Risposta: il rosso e l’azzurro.
Un giorno il cielo, che ha quel bellissimo colore azzurro – che usa il mare come uno specchio e perciò lo fa diventare tutto azzurro anche lui – disse al sole giallo che spandeva la sua luce e il suo calore in ogni parte del cielo e sulla terra:
Mio amato sole, tu abiti tra le mie braccia e sei la mia festa, la mia medaglia d’oro. Ma la tua luce è troppo forte, troppo abbagliante per le persone che ti guardano, se lo fanno rimangono cieche! Io voglio che ti guardino sempre e, che a forza di ammirarti, desiderino vivere con noi nel cielo. Cosa c’è sulla terra che può farti splendere senza che gli uomini tolgano lo sguardo da te?
Rispose il sole giallo al cielo azzurro: Padre mio, il cuore di una persona che si sforza di amare mi commuove tanto.. ogni volta che sulla terra troverò il rosso di un cuore che ama, io mi colorerò di rosso.. e così il tuo cielo azzurro si trasformerà in viola.
Il colore viola sarà per gli uomini il simbolo di un nuovo giorno che si prepara, un giorno senza più aurora né tramonto, dove il cielo azzurro sarà la loro casa e il sole giallo la loro festa, la loro medaglia, la loro vittoria sul buio della notte, sul buio del male e della morte.
Il colore viola sarà per noi, Padre mio, il simbolo dell’umiltà, del nostro inchinarci dinanzi ad un cuore rosso che ama e prepararci ad entrare in Lui per farlo diventare grande come il cielo e capace di scaldare come il sole.

L’allenamento funziona se facciamo tutti gli esercizi con gioia e con umiltà... con il cielo azzurro di Dio dentro un cuore rosso che ama.

Nota
Il vangelo non è esplicitamente commentato d’altra parte nello stesso vangelo odierno non sono esplicitate le tentazioni. Il riferimento al vangelo può essere comunque questo: che Gesù va 40 giorni nel deserto a fare gli allenamenti prima della sua gara e della sua vittoria.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 MARZO 2009 - II DOMENICA DI QUARESIMA   Lun Mar 02, 2009 10:44 pm

DOMENICA 8 MARZO 2009


II DOMENICA DI QUARESIMA


Dalla scorsa settimana abbiamo incominciato il nostro viaggio nella Quaresima, che sarà tutto all’insegna della parola alleanza.
Il primo passo di questo cammino è stato appunto Domenica scorsa, con il brano dal libro di Genesi che racconta cosa succede dopo il Diluvio, al tempo di Noè. Ci siamo soffermati a riflettere sul patto d’amore che il Signore Dio stringe con tutte le creature che lui stesso ha creato. Un legame di fiducia, che possiamo contemplare ogni volta che guardiamo l’arcobaleno dopo un temporale.
Anche oggi il patto di alleanza tra Dio e le persone di ogni tempo, occupa un posto importantissimo nella Parola di Dio, ma prima di soffermarci su questo aspetto delle letture di oggi, non possiamo fare a meno di mettere una accanto all’altra la prima lettura e il Vangelo, perché hanno dei richiami, sembra che il Vangelo voglia far venire in mente, a chi legge, l’episodio raccontato nella prima lettura!
Ci avete fatto caso?
Tutti e due i racconti cominciano con qualcuno che sale su un monte: Abramo, nel racconto tratto dal libro di Genesi, sale sul monte Moria, portando con sé il giovane figlio Isacco. Nel Vangelo, Marco ci racconta che Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e sale sul monte Tabor.
Abramo sale su quell’altura, nel territorio di Moria, per obbedire a uno strano comando di Dio: uccidere il proprio figlio!
Veramente sembra una cosa assurda! Ma come? Uccidere il proprio figlio? E poi, Abramo! Proprio lui che da sempre sognava solo di avere un figlio e invece era tanto triste perché stava diventando vecchio senza aver avuto figli; il Signore Dio gli promette una discendenza, un figlio suo e questa promessa si avvera: nasce Isacco. Immaginiamoci la gioia di Abramo, che vede coronato il sogno di tutta la sua vita!
Ed ecco che improvvisamente arriva da parte di Dio una richiesta veramente strana, inimmaginabile: il Signore chiede ad Abramo di andare sul monte e uccidere Isacco!
Abramo resta senza fiato, ma poi decide di fidarsi di Dio: non è possibile che il Signore voglia davvero una cosa così crudele, non è possibile che il Dio dell’Universo venga meno alla sua parola!
Abramo decide di fidarsi, convinto che qualcosa succederà.
E infatti qualcosa accade: perché quando è sul monte, quando tutto è pronto per uccidere Isacco, un angelo ferma la mano di Abramo e gli dice: “Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio”
Ah, ora sì che riconosciamo l’agire di Dio! Non ha permesso che venisse fatto alcun male ad Isacco, ha solo voluto vedere se Abramo si fidava di lui così tanto, ma così tanto, da accettare persino una richiesta così inspiegabile!
In questo primo racconto abbiamo sentito risuonare con forza la parola figlio: quella è la più grande ricchezza di Abramo, suo figlio! Quello è ciò che Dio gli chiede: il figlio! E questo è anche ciò che Dio restituisce in modo nuovo ad Abramo: ecco tuo figlio, che ami, non lo uccidere, non gli fare alcun male! Continuerà a vivere e a darti gioia: è tuo figlio da ora e per sempre!
Anche nel brano del Vangelo sentiamo risuonare con forza la parola figlio: stavolta è Dio Padre in persona che parla di Gesù! “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”
Sono parole piene di amore, di tenerezza, che raggiungono il cuore del figlio proprio quando si avvicina il momento della croce, della morte.
Mentre un angelo ferma la mano di Abramo prima che faccia il più piccolo male a suo figlio, qui sul monte Tabor la voce di Dio arriva come una carezza a rendere più forte il cuore del Figlio Gesù, quando ormai non mancano molti giorni al momento della sofferenza, della croce, della morte.
Ed è bellissimo che il Padre Buono gli voglia far sentire tutto il suo amore, tutta la sua partecipazione al dolore che sta per giungere.
Torneremo a parlare della Croce, più avanti nel nostro cammino di Quaresima: per ora vogliamo concentrare di nuovo l’attenzione sulla nuova alleanza che nel racconto di Genesi, Dio stringe con Abramo.
Se la settimana scorsa era un’alleanza che si rivolgeva a tutte le creature, stavolta è un patto moto più personale, stavolta è un legame di amore e di fiducia tra Dio e tutte le generazioni che verranno dopo di Abramo: ci siamo dentro anche noi!
Ascoltiamo bene: “io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; …Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce”
La benedizione che il Signore Dio rivolge ad Abramo è come una pioggia di amore che scorre da questo nostro padre nella fede, fino a noi!
È una benedizione che parte dall’anziano patriarca e raggiunge tutte le generazioni future e tutte le nazioni della terra!
La sua obbedienza, la sua fiducia in Dio, diventano una cascata di benedizione che raggiunge anche noi!
È stupendo sapere che c’è questo fiume di amore e di grazia che attraversa i secoli e i millenni senza mai esaurirsi!
Tutti quelli che scelgono di fidarsi di Dio, di vivere obbedendo alla Sua parola, entrano nella corrente della benedizione che ha ricevuto Abramo!
Non siamo suoi parenti perché abbiamo con lui dei legami di sangue, ma siamo suoi parenti nella fiducia verso il Signore Dio!
Quell’alleanza che era cominciata dopo il diluvio, rivolta a tutte le creature uscite dalla fantasia d’amore di Dio, ora diventa un’alleanza personale!
Come dicevamo domenica scorsa, essere alleati vuol dire stare sullo stesso piano, avere la stessa dignità. Nella benedizione che il Signore Dio pronuncia verso Abramo e verso la sua discendenza, ascoltiamo proprio questo: nel momento in cui ci fidiamo di Dio come si è fidato Abramo, il Padre Buono ci dice che anche Lui non ha limiti a fidarsi di noi.
E il nostro impegno di fiducia e di obbedienza, diventa il canale in cui fare scorrere tutta la benedizione che il Signore Dio ha pronta per noi, da sempre!
A me questa cosa ha sempre entusiasmato, ma non è così facile da capire.
Mi ricordo, per esempio di una sera, qualche anno fa, nella mia parrocchia (che non è la stessa di oggi), durante la Quaresima: ci trovavamo nelle case per riflettere insieme, tra giovani, su un brano della Scrittura.
Di solito, sceglievamo di riflettere sulle letture che poi avremmo ascoltato la domenica successiva, a Messa. Così, per la seconda domenica di Quaresima, c’erano appunto le letture di oggi, proprio le stesse.
Mi ricordo che c’era un giovane, Gerardo si chiamava. Era piuttosto alto, con dei simpatici baffi. Partecipava sempre con molta attenzione, ma di rado interveniva. Invece, quella sera, prese la parola con un tono anche un po’ arrabbiato, quasi risentito e disse: “Ma Abramo parlava con Dio come tra amici, sapeva esattamente che cosa il Signore gli chiedeva, per questo si è fidato di Lui! Ha obbedito a una richiesta precisa che Dio gli ha rivolto ed è stato ricompensato per questo!... Ma noi? Per noi non è così! Mica gli parliamo faccia a faccia! Come facciamo sapere cosa vuole da noi, Dio? Come possiamo obbedirgli?”
Uhmm… un’obiezione interessante! Subito diedi un’occhiata al sacerdote che ci guidava in questi incontri.
Ascoltò con calma e poi rispose: “Vedi, Gerardo… è vero che non sentiamo con le orecchie la voce di Dio, come quando ci parla un amico, però è anche vero che abbiamo molti modi per sapere che cosa vuole da noi e quindi obbedirgli! Per esempio: non è un caso che alla prima lettura di oggi corrisponda proprio il Vangelo che ci racconta la trasfigurazione di Gesù sul Tabor! Abbiamo fatto caso alle parole precise del Padre Buono, rivolte a noi? Dice: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo”. Ascoltatelo! Per sapere qual è la volontà di Dio, quali sono i suoi desideri, per sapere che cosa si aspetta da noi, non serve ascoltare la sua voce nella notte, com’è accaduto ad Abramo, ma basta ascoltare e vivere le parole di Gesù!”
Non so se Gerardo si convinse, quella sera: mi intimidiva un po’ e non gliel’ho mai chiesto. Però le parole del sacerdote mi aiutarono molto a comprendere meglio questo mistero di alleanza.
Di fronte al patto di amore e di fiducia che Dio ci propone, il nostro impegno è tutto qui: ascoltare e far diventare vita quello che Gesù ci ha detto!
Basta questo! Avere testa e cuore attenti per ascoltare tutto quello che il Maestro e Signore ci ha insegnato con la sua vita e con le sue Parole.
E poi provare a viverlo!
Lo so, lo so che molti di voi staranno pensando: “Ma questa cosa ce la siamo detta tante volte!”
Verissimo! È proprio questo il bello! Che non dobbiamo incominciare sempre daccapo a fare chissà che cosa di nuovo: basta vivere bene questa sola cosa, e non occorre di più!
Allora, in questa seconda settimana di Quaresima, vi propongo di ritagliarci 5 minuti al giorno.
5 solo 5: un tempo davvero molto breve!
Ma prendere ogni giorno almeno 5 minuti per restare in silenzio e ripensare alle parole di Gesù.
Proviamo a ripensare a quale, delle tante parole che abbiamo ascoltato mille volte nel Vangelo, si è conservata nella nostra memoria e nel nostro cuore!
Proviamo a pensare a quali parole di Gesù ci dà gioia riascoltare, anche molte volte.
Proviamo a pensare a quali parole di Gesù ci danno più fastidio, ci fanno sentire a disagio, ci fanno stare scomodi, perché richiedono un impegno maggiore da parte nostra…
Sfruttiamo al meglio questa settimana per ascoltare nella mente e nel cuore le parole di Gesù, sapendo che questo è il modo più vero per vivere fino in fondo l’alleanza che Dio ci propone e per accogliere la sua infinita benedizione, iniziata con Abramo e mai finita!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 15 MARZO 2009 - III DOMENICA DI QUARESIMA   Lun Mar 09, 2009 10:14 pm

DOMENICA 15 MARZO 2009


III DOMENICA DI QUARESIMA


Allora, com’è andata con i 5 minuti di silenzio? Com’è andata, durante la settimana, con l’impegno di prenderci ogni giorno questo piccolo spazio da dedicare alla Parola di Dio? Come mi piacerebbe sapere quali frasi del Vangelo vi sono venute in mente! Come vorrei conoscere tutte le piccole perle della Parola di Dio che vi hanno fatto compagnia in questa settimana!...
Penso sia stato un impegno molto piacevole e arricchente, per cui possiamo pensare di viverlo anche in altri momenti, non solo durante la seconda settimana di Quaresima!
Già… oggi siamo già alla terza domenica del nostro cammino quaresimale: il tempo passa in fretta e non vogliamo sciuparlo, perché nessuno arrivi al giorno di Pasqua dicendo che non se n’è accorto, che non si è preparato, che non se n’è ricordato!
No, noi vogliamo vivere al meglio questo tempo speciale e ormai da tre domeniche stiamo imparando a rileggere tutti i brani che la Prima lettura ci propone alla luce della parola alleanza.
Questo patto d’amore che Dio propone a tutta la creazione con segno dell’arcobaleno dopo il Diluvio, come abbiamo scoperto la prima domenica di Quaresima. Mentre domenica passata ci siamo rallegrati per il dono di immensa benedizione che il Signore Dio offre ad Abramo ed alla sua discendenza; una benedizione che è arrivata fino a noi ed è offerta a tutta l’umanità.
Anche la prima lettura di questa settimana, tratta dal libro dell’Esodo, ci fa fare un altro passo sulla via dell’alleanza: ci presenta infatti i dieci comandamenti.
Se devo essere sincera, non mi piace molto questa espressione: comandamenti.
In italiano usiamo la parola comando per indicare un ordine, un obbligo, una costrizione… tutte cose poco gradite, tutte cose da cui vogliamo tenerci alla larga!
Ma la Bibbia non parla di obblighi,anzi: queste dieci parole di saggezza che Dio pronuncia per il suo popolo, sono piene d’amore e di tenerezza!
Queste dieci parole non vogliono costringere nessuno: sono un invito, un consiglio, un’indicazione per vivere nella felicità!
Non si tratta di cose impossibili o difficili: sono un sentiero che tutti possono percorrere, con semplicità.
Chiunque accoglie l’invito ad entrare nell’alleanza con Dio, sa che vivere le dieci parole è il modo migliore per corrispondere al dono del Padre Buono, è il modo più facile per restare fedeli al patto d’amore con Lui.
Ma allora, che cosa dicono queste dieci parole?
I primi tre consigli riguardano il nostro modo di vivere l’amicizia con Dio.
Il primo invito è quello a non mettere nient’altro al posto che spetta a Dio: il primo posto nel nostro cuore dovrebbe essere riservato tutto a Lui, visto che senza di Lui nemmeno esisteremmo! Eppure di solito quasi non ci pensiamo: ci sembra così ovvio essere vivi, ovvio stare bene, ovvio essere sereni… così, lentamente, tante altre cose prendono posto nel nostro cuore e spingono il pensiero per Dio in un angolino.
Quanti pensieri dedicati al nuovo gioco per la play, alle figurine, alle scarpe che vorremmo…
Provate a chiedere a qualcuno, così, d’improvviso: “A cosa stai pensando?”
Molto difficilmente vi sentirete rispondere: “A Dio!”
Proprio per questo ci viene in aiuto il secondo suggerimento delle dieci parole: non usiamo a sproposito il nome del Signore Dio, non pronunciamo il suo nome in maniera superficiale o distratto! Quante volte in una giornata diciamo e sentiamo esclamare intorno a noi: “Oh, mio Dio!”… ma stiamo davvero pensando al Padre Buono, in quel momento? O è diventato una specie di modo di dire? è davvero un poveretto!
Invece è importante mettere attenzione in tutto quello che facciamo, specialmente quando si tratta di Dio! Per questo il terzo consiglio che ci arriva è quello di ricordarci di riservare ogni settimana almeno un po’ di tempo solo per Dio!
Certe volte sembra che per il Signore non abbiamo mai tempo: un segno di croce fatto al mattino, ancora un po’ assonnati… magari un altro segno di croce a chiudere la giornata… questo e pochissimo altro.
Può bastare così poco, per vivere in amicizia con Dio? No, per far crescere l’amicizia occorre stare insieme, passare del tempo a tu per tu! Ecco perché è importante e preziosa la domenica: è il momento speciale che ci prendiamo, ogni settimana, per stare cuore a cuore con Dio, nella sua chiesa.
Avere nel cuore al primo posto sempre il Signore Dio, fare attenzione a come ci rivolgiamo a Lui, dedicare un po’ di tempo ogni domenica a far crescere questa amicizia, sono tre piccoli passi che ci regalano tanta serenità e tanta leggera felicità.
Ma le dieci parole non sono ancora finite: ce ne sono ancora sette! E sono tutti consigli per camminare verso la felicità mentre stiamo in mezzo alle altre persone.
Vivere nell’alleanza con Dio, infatti, chiede anche di saper crescere nell’amore verso le persone che abbiamo accanto.
Prima di tutto i nostri genitori, come ci ricorda il quarto invito del libro dell’Esodo: quanti capricci, quante parole amare e persino cattive, escono certe volte dalla bocca dei figli!
Che tristezza, sentire al supermercato una bambina di 8 anni gridare alla sua mamma: “Tu non capisci niente!”, solo perché non le stava comprando le patatine…
Come ci sono rimasta male, qualche settimana fa, quando davanti alla scuola ho visto un bambino di V° che ha sbattuto lo zaino addosso al suo papà, colpendolo con rabbia, solo perché non lo poteva portare al parchetto a giocare!
Onorare i genitori, come suggerisce la Parola di Dio, significa non solo voler loro bene, ma anche ascoltarli e rispettarli. Cosa faremmo, senza di loro? se non ci fossero mamma e papà a prendersi cura di noi, che vita buia, che vita brutta, sarebbe!
Il quinto, sesto, settimo e ottavo consiglio che abbiamo ascoltato nella prima lettura, sono tutti inviti a non fare del male a chi ci è vicino e si fida di noi: non uccidere, non tradire, non rubare, non ingannare.
Non pensate solo agli assassini, a chi usa le pistole o i fucili! Si può uccidere anche con le parole, sapete. Quanto, quanto male possono fare le parole dette con crudeltà, con la voglia di ferire, di far vergognare, di umiliare gli altri… Le sento, tante volte, dette anche a scuola, nei corridoi, in cortile, a mensa, in ricreazione: “Sei uno stupido!” …oppure: “Sei una schiappa! Non ti vogliamo a giocare con noi!” …o ancora: “Grassona! Palla di lardo! Sei una cicciobomba!” …Sì, davvero, si può fare sanguinare il cuore, peggio che con un coltello affilato!
Dopo ogni parola rabbiosa, cattiva, amara, ci sentiamo pesanti, tristi. Ed allora ecco il consiglio che arriva dal Signore Dio: “No, non uccidere! …scegli invece parole buone, gentili, che diano serenità… e vedrai quanta felicità gusterai anche tu!”
E l’invito a non rubare? Mica rubano solo il ladri che girano di notte o che rapinano le banche! È un modo di rubare anche quando raccogliamo qualcosa che magari abbiamo trovato per terra in classe o in palestra, e lo mettiamo veloci in tasca, dicendo a noi stessi che “tanto non è di nessuno!”. Ma non abbiamo provato a vedere se c’era qualcuno che stava cercando proprio quella penna perduta, quel fermaglio che è scivolato via dai capelli, quella figurina caduta di tasca…
“Eeeeh! – dirà qualcuno - Per una cosa così piccola!”
Sì, l’oggetto di cui possiamo appropriarci è piccolo… ma quanto grande sarà il dispiacere di chi non trova più ciò che ha perduto! Di chi cerca affannato la sua penna, il suo fermaglio, la sua figurina, e non li trova...
Pensiamo allora a quanta felicità possiamo regalargli, restituendo quello che abbiamo trovato: quella sua grande gioia, sarà anche la nostra! Ci renderà il cuore leggero e allegro, pieno di pace!
Poi ci sono ancora i due suggerimenti che riguardano la fiducia che gli altri hanno verso di noi: la Parola di Dio ci invita a non tradire questa fiducia, a non ingannare mai nessuno. Ci sentiamo inquieti, preoccupati, amareggiati, dopo aver detto una bugia o quando non abbiamo mantenuto una promessa. Ed invece quanta gioia zampilla dentro di noi quando siamo sinceri con tutti, quando non nascondiamo la verità, quando siamo fedeli ai nostri piccoli impegni di ogni giorno!
Gli ultimi due passi di questo cammino dell’alleanza, il nono e il decimo ci dicono di non invidiare niente al nostro prossimo: non invidiare ciò che possiede, non essere invidiosi della felicità degli altri, dei loro successi, delle cose in cui sono bravi!
L’invidia è una brutta malattia dell’anima che fa diventare musoni, sempre con la faccia corrugata e con lo stomaco stretto, a masticare pensieri amari, perché… “non è giusto! A lui sì, e a me no!... non è giusto! Lei ce l’ha e io no!”
Il Signore Dio ci invita: “Non stare a ripetere questi pensieri inutili e tristi! Rallegrati invece di tutto quello che di bello capita intorno a te! Riempiti di gioia anche se non sei tu che hai vinto! Sii felice per ciò che dà gioia a chi ti sta vicino, e la sua gioia diventerà anche tua!”
Veramente queste dieci parole sono una splendido cammino per vivere felici!
Solo l’amore di Dio può suggerire dei consigli così sapienti e così belli!
Allora, in questa settimana, ognuno scelga una di queste dieci parole, uno di questi inviti di Dio.
Scegliamone uno solo, quello che ci sembra il più importante per la nostra vita, quello che ci è rimasto più impresso nella mente e nel cuore, e proviamo viverlo bene, bene, bene!
Mettiamo il meglio di noi stessi per rispondere a questi inviti di alleanza che il Padre Buono ci offre, e sentiremo la gioia risplendere in noi!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 MARZO 2009 - IV DOMENICA DI QUARESIMA - DOMENICA LAETARE   Lun Mar 16, 2009 2:46 pm

DOMENICA 22 MARZO 2009

IV DOMENICA DI QUARESIMA

DOMENICA LAETARE


Con che velocità siamo ormai arrivati alla quarta domenica di Quaresima! La settimana è volata, mentre ci impegnavamo a vivere bene, bene, bene una delle dieci parole per la felicità che abbiamo ascoltato domenica scorsa!
Ci vorrebbe tanto tempo tranquillo, per ascoltare l’esperienza di ognuno, per condividere quello che si è scelto tra i consigli di saggezza che il Signore Dio offre a chiunque voglia vivere in alleanza con Lui.
Sì, in alleanza, perché è proprio questa parola che ci sta accompagnando nel cammino di Quaresima. Domenica dopo domenica stiamo ripercorrendo la storia di amicizia tra Dio e tutta l’umanità. Un’alleanza cominciata al tempo di Noè, quando dopo il Diluvio, il Creatore di ogni cosa stringe un patto di fiducia e di amicizia con tutte le sue creature. Un’amicizia che diventa molto personale e affettuosa quando questa alleanza si rinnova con Abramo: grazie a lui, grazie alla fedeltà che questo grande patriarca ha saputo dimostrare, una benedizione infinita raggiunge tutti noi, attraversando il tempo. E ci è data la possibilità di corrispondere con la vita a questo patto di amicizia, vivendo le dieci parole per la felicità, che il Signore Dio ha consegnato a Mosè sul Sinai e che sono sempre attuali, adatte anche alla nostra vita, come abbiamo visto proprio la scorsa settimana.
Ed ora? Quale aspetto dell’alleanza ci farà scoprire la Parola di Dio di questa domenica?
La prima lettura di oggi, tratta dal secondo libro delle Cronache, è un brano molto severo, molto duro, dove si racconta qualcosa di triste, che ci amareggia un po’, almeno nella prima parte.
Che cosa è accaduto?
Il popolo di Israele che Dio ha scelto come amico, il popolo discendente di Abramo, quindi destinatario della immensa benedizione che Dio Padre ha riversato con amore, sta dimenticando il patto di alleanza.
Man mano che il tempo passa, che il popolo è tranquillo, che il ricordo delle sofferenze del passato si allontana, dimenticano anche l’alleanza stretta con Dio, si dimenticano di Lui, cominciano a vivere come se il Signore non esistesse…
Costruiscono degli idoli e si fidano di queste statue, invece che del Padre Buono! Invece di affidarsi all’amore del Signore, si affidano alla magia, ai riti portafortuna e a tante altre cose che con Dio c’entrano proprio poco!
Il Signore, pieno di amore, si accorge di quanto sta succedendo e cerca di ricordare al suo popolo l’alleanza che hanno stretto ormai da tempo: “Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti”.
Veramente interessante, quello che ci dice il libro delle Cronache: chi si stava comportando male, chi stava tradendo l’Alleanza, rifiuta anche gli inviti di Dio che manda i suoi profeti, i suoi messaggeri, per ricordare il patto di amicizia e fedeltà!
Il Signore Dio si preoccupa per loro, ma loro non se ne curano! Anzi, maltrattano i profeti, i messaggeri che Dio ha inviato per ricordare le promesse che un tempo erano state scambiate!
Di fronte a un Dio così premuroso, la risposta è il disprezzo, la derisione, il far finta di niente.
Sembra assurdo, lo so, ma questo capita spesso e anche il Vangelo di oggi ce l’ha ricordato.
Il brano del racconto di Giovanni che abbiamo ascoltato, infatti, dice molte cose, mentre ci riferisce la conversazione che avviene di notte tra Gesù e Nicodemo.
Nicodemo è un sacerdote del tempio di Gerusalemme, che è andato a trovarlo di nascosto, perché non vuole che i farisei e gli altri dottori della Legge, sappiano che lui sta dando ascolto al Rabbi di Nazareth.
Nicodemo e il Gesù parlano a lungo, ma ci interessa, in questo momento, sottolineare una frase del Maestro e Signore: “Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio”.
È proprio così: chi opera il male, vuole restare nascosto, non vuole che si sappia quello che fa, quello che organizza. Ama il buio del nascondimento.
Invece, chi opera il bene, chi agisce nell’onestà, chi non ha nulla da nascondere, ama la luce, non ha problemi che si sappia in giro quello che pensa e che fa; non si vergogna di nulla, perché sa bene che tutta la sua vita testimonia l’amore di Dio!
Se viviamo operando secondo il cuore di Dio, non abbiamo nulla da nascondere!
Chi opera il bene, non ha timori, non ha bisogno di nascondersi; invece chi opera il male, vuole restare nel buio, sperando che nessuno si accorga di lui, per poter continuare ad agire indisturbato.
Questo avviene oggi, avveniva ai tempi di Gesù, è avvenuto al tempo del libro delle Cronache!
Coloro che operavano il male, proprio non ci tenevano che si sapesse quello che facevano! Figuriamoci se potevano essere contenti dei profeti, che pubblicamente li rimproveravano!
Ecco perché, quando il Signore Dio manda i suoi profeti, li uccidono: chi si nascondeva nella penombra per non far sapere in giro le sue malefatte, di certo provava molto, molto fastidio da quelle voci oneste che ricordavano l’alleanza stretta con il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe!
Quella che descrive la Parola di Dio è davvero una situazione gravissima: il tempo passava e le cose andavano sempre peggio.
Allora Dio Padre decide di fare come fanno i genitori quando un figlio proprio non vuole ascoltare: decide di mettere in castigo il suo popolo, di mandarlo lontano dalla terra dove vive, in esilio, in un paese lontano. Il paese di Israele viene distrutto dai nemici e tutti gli abitanti sono portati via, come schiavi.
Questa decisione del Signore è come una medicina; una medicina molto amara, certo, ma necessaria, perché il cuore del popolo che ha dimenticato l’alleanza, provi la nostalgia di Dio!
Il Signore sa che quando tutte le nostre sicurezze crollano, quando ci sperimentiamo fragili, deboli, incapaci o di fronte a un pericolo che ci spaventa, ci viene spontaneo pensare a Lui, rivolgerci a Lui.
Vero, che quando abbiamo paura, ci ricordiamo subito di Lui? Vero, che quando abbiamo bisogno del suo aiuto, subito invochiamo il suo nome con tanta speranza?
Ecco, i 70 anni che il popolo di Israele trascorre lontano dalla sua terra, servono proprio a questo: coloro che credevano di poter fare ormai a meno di Dio, chi si credeva al di sopra di Dio, grazie alle sue ricchezze e ai suoi successi, ora si ritrova bisognoso di tutto e allora si ricorda del Dio forte e potente che ha sempre aiutato il suo popolo anche nei momenti più bui, anche nelle situazioni che sembravano senza soluzione!
Sono anni difficili, amari e dolorosi per chi è stato costretto a lasciare la sua casa, i suoi beni, il suo lavoro, la sua vita di tutti i giorni, per trasformarsi in uno schiavo!
E 70 anni sono un periodo davvero lungo, per aspettare che venga offerta da Dio una nuova alleanza da stringere con il suo popolo.
Ma per quanto lunghi, anche i 70 anni passano e avviene qualcosa che nessuno si aspettava, qualcosa che neppure si sarebbe potuto immaginare!
La nuova alleanza non viene offerta direttamente al popolo di Israele, ma passa attraverso il re della Persia, il paese che tiene prigioniero e schiavo gli ebrei.
È il nuovo re Ciro, che non appartiene al popolo di Israele che non sa niente del Dio di Abramo, di Isacco di Giacobbe a diventare il portavoce del desiderio del Signore Dio di offrire un’altra possibilità al suo popolo.
Ciro è un re straniero, che non sa nulla della storia del popolo ebraico, del suo passato, dell’alleanza stretta con il Signore e poi sciupata e tradita in maniera così sciocca! Eppure è proprio questo sovrano che stabilisce uno strano decreto: vuole costruire un tempio per il signore Dio a Gerusalemme, un grande tempio per onorare l’unico Dio. Per questo, invita tutti gli ebrei a ritornare nella propria terra e a collaborare alla costruzione di questo tempio grandioso.
Dopo 70 anni do schiavitù, il popolo d’Israele è di nuovo libero e può ricominciare a vivere nell’alleanza con Dio.
Adesso, in un momento di silenzio, proviamo a pensare: ma io, sto vivendo l’alleanza con Dio? La mia amicizia con Lui è forte? Quanto posto ha nella mia giornata, il pensiero del Signore, il mio ricordarmi di Lui?
Ci sono situazione in cui mi scoccia la presenza di Dio nella mia vita? Ci sono volte in cui mi viene voglia di far di testa mia, di dimenticarmi di Lui e di tutti i consigli che mi ha dato? Sto crescendo nella mia somiglianza con Gesù?
Quando qualcuno mi invita a vivere secondo il Vangelo, gli do ascolto, o lo mando a quel paese?
Quando i genitori o gli insegnanti, mi danno delle indicazioni su come comportarmi, metto il muso, faccio il risentito, o penso che possono essere loro i profeti che adesso, in questo mio presente, mi aiutano a restare sempre nell’alleanza con Dio?
Sono domande importanti: non vogliamo fare come il popolo d’Israele, che a un certo punto si è stufato di vivere nell’alleanza e ha deciso di fare a meno di Dio! Non vogliamo rompere il patto di amicizia con Lui!
Allora queste domande possiamo ripetercele anche nei prossimi giorni, magari la sera, prima di dormire: ripensare alla nostra giornata, per vedere come cresce la nostra alleanza con il Padre Buono.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 29 MARZO 2009 - V DOMENICA DI QUARESIMA   Lun Mar 23, 2009 1:15 pm

DOMENICA 29 MARZO 2009

V DOMENICA DI QUARESIMA


Con questa domenica, la V del nostro cammino, stiamo raggiungendo ormai il termine della Quaresima, perché alla fine di questi sette giorni ci troveremo di fronte alla Settimana Santa. Quindi è importante non lasciarci sfuggire l’occasione di vivere al meglio possibile quest’ultimo tratto di strada, sempre guidati dalla parola preziosa e speciale che ci sta accompagnando ormai da 5 settimane: la parola alleanza.
Passo dopo passo, abbiamo scoperto tante cose su questo patto di amicizia che il Signore Dio ha voluto stringere da sempre con tutta la creazione e, in modo speciale, con tutta l’umanità. Abbiamo contemplato il distendersi, lungo il tempo, di questo patto di fiducia offerto a tutte le generazioni, cominciando dai tempi di Noè, dopo il Diluvio per arrivare alla grande figura del patriarca Abramo, che con la sua fede ci ha meritato una benedizione senza fine.
L’alleanza tra il Padre Buono e noi, sue creature, è diventata concreta, scandita da preziosi consigli per vivere felici, nelle Dieci Parole che sul monte Sinai il Signore Dio ha consegnato a Mosè.
Abbiamo anche visto, purtroppo, che l’alleanza offerta con tanta generosità dal Signore della vita, molto spesso non è stata accolta da parte degli uomini. Per lungo tempo, malgrado l’intervento dei profeti, il popolo d’Israele, che Dio si era scelto come amico speciale, ha fatto finta di non sentire, si è allontanato dal patto di fedeltà. Così, come ultima risorsa, Dio si è comportato come ogni papà saggio: ha messo in castigo il suo popolo, mandandolo in esilio.
Vi ricordate la prima lettura di domenica scorsa, tratta dal secondo libro delle Cronache? Eppure anche quella pagina così triste e cupa, ha avuto un finale sereno e luminoso: il re di Persia, Ciro, ha rimandato liberi tutti gli ebrei che erano suoi schiavi, invitandoli a tornare nella loro terra per costruire un grande tempio in onore del Signore Dio.
La storia dell’alleanza che abbiamo percorso insieme, è arrivata a questo punto, la scorsa domenica.
Ma oggi prosegue, con un brano tratto dal libro del profeta Geremia.
È un brano stupendo, pieno di speranza e di gioia.
Un brano che sembra quasi una canzone, così musicale e festoso.
Un brano di Parola di Dio da leggere con il volto sorridente, perché contiene una promessa strepitosa!
Ascoltiamo allora, ancora una volta, che cosa ci offre il Signore, Dio d’amore: “Ecco, verranno giorni, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova… Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri… alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore.”
Veramente viene da commuoversi leggendo queste parole!
Il nostro Dio meraviglioso offre a tutti un’alleanza nuova, visto che quella antica era stata sciupata e calpestata con tanta leggerezza.
Il Signore dice che questa alleanza non sarà scritta su tavole di pietra, come le Dieci Parole consegnate a Mosè: no, questa alleanza nuova sarà scritta nei cuori.
Si può forse dimenticare qualcosa che è impresso nel cuore?
Pensiamoci un istante.
Cosa c’è impresso nei nostri cuori? I volti delle persone che amiamo, di sicuro. Le loro voci, i loro sguardi, i loro sorrisi… Corriamo per caso il rischio di non ricordarci il volto dei nostri genitori? No di certo! È impresso in maniera incancellabile nei nostri cuori!
Ebbene, il Signore Dio dice che l’alleanza con Lui avrà lo stesso trattamento di riguardo: Lui stesso la farà imprimere nei nostri cuori, in modo che non si possa più cancellare!
Certo, lo sa, lo sa bene, che l’antica alleanza è stata spezzata tante volte.
Sa perfettamente che, malgrado i tantissimi segni del suo amore, gli uomini e le donne hanno tradito la sua fiducia, hanno mandato in frantumi il patto di amicizia.
Ma Dio non si scoraggia, sapete? Quando vede che le cose non vanno, non si arrende, non rinuncia, non abbandona il campo! Invece si sforza di trovare sempre una nuova possibilità.
A volte può essere una possibilità che non ci piace poi tanto, perché può essere un po’ faticosa da accettare: ma se Dio la mette di fronte a noi, possiamo fidarci che non è per farci soffrire, ma perché è l’unica strada possibile.
Pensiamo un attimo alla lettura di domenica scorsa: sicuramente per il popolo d’Israele che si è ritrovato in esilio al tempo del libro delle Cronache, non è stato facile accettare quello che accadeva.
Di certo non sono stati felici di quel periodo di sofferenza e di esilio. Ma è stata l’occasione per ricordarsi del Signore, per ripensare con nostalgia all’amicizia con Dio e desiderare di ricominciare di nuovo.
Non sempre le strade che il Signore Dio ci indica sono faticose, anzi! Di solito è proprio il contrario.
Per esempio, può arrivarci, come oggi, una proposta che ci lascia senza fiato, con questa promessa che pronuncia per bocca del profeta Geremia: “io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo”.
Sembra una frase breve, semplice semplice, ma questo appartenerci l’un l’altro, Dio e noi, è un progetto veramente strabiliante!
Facciamo caso alle parole che usa il profeta: “sarò il loro Dio”, “saranno il mio popolo”. Come suona dolce e speciale quel possessivo!
Riflettiamoci un attimo: nella nostra giornata sono molte le occasioni per dire mio. Possiamo dirlo con forza, quando ci sembra che qualcuno voglia metterlo in dubbio: “Questo è mio!”
Possiamo dirlo con tenerezza, come fa la mamma quando ci coccola e ci dice: “Tesoro mio!”
Possiamo dirlo con soddisfazione, come quando mostriamo un bel disegno o un bel lavoro che abbiamo fatto: “Questo è proprio mio!”
La frase è molto simile, ma ogni volta si porta dentro tante emozioni diverse.
Dio Padre, che ci ha creati, sa bene che per noi le parole sono importanti. Sa che “mio”, questa parolina, breve breve, può avere tante sfumature per chi la dice e per chi la ascolta. Proprio per questo motivo sceglie di dirla a ciascuno di noi: Se vuoi accettare la nuova alleanza – propone ad ognuno – Tu sarai mio ed io sarò tuo!”
Non vi sembra straordinario, questo?
E non basta ancora!
Sentite un po’ che fantasia d’amore ha questo Padre Buono, che non smette mai di stupirci! Addirittura, nell’offrire il nuovo patto di fedeltà, aggiunge: “io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato”.
Ma ci rendiamo conto? Invece di rimproverarci, di ripeterci centomila volte quanto siamo stati cattivi e infedeli, ecco che con una dolcezza senza pari, ci dice, per bocca del profeta Geremia: “Io non mi ricorderò più dei vostri peccati, io dimenticherò ogni vostra infedeltà. Io perdono tutto quello che di brutto c’è nella vostra vita. Lascio il passato al passato e spalanco le braccia a una storia nuova”.
Chi di noi farebbe altrettanto?
Se io offro la mia amicizia a qualcuno e questa persona per una, due, tre… dieci volte, dice sì, di vuol essere davvero mio amico, ma poi mi trascura, mi prende in giro, fa finta che io non ci sia…
Non so voi, ma a me proprio non verrebbe voglia di tornare a chiedergli ancora: “Allora, vuoi essere mio amico?”
Per fortuna il Signore Dio , in questo è proprio completamente diverso da noi!
Invece di arrabbiarsi, di dire: “Basta! Troppe volte vi siete dimenticati di me, troppe volte avete calpestato la mia amicizia!”… invece di mettere il muso, ecco che cerca e trova una strada nuova, una strada splendida: una nuova alleanza scritta nei cuori.
Poiché sa bene quanto sia difficile per noi tutti essere fedeli per lungo tempo, pensa una soluzione su misura: la nuova alleanza non sarà qualcosa da imparare, non sarà una carta dal firmare… No, questo nuovo patto di amicizia sarà parte di noi, scritto direttamente nel nostro cuore. Non dovremo sforzarci di vivere la fedeltà all’alleanza, ma verrà spontanea, perché sarà parte di noi.
Scusate, ma voi vi sforzate di respirare? No, viene spontaneo. Non è che dobbiamo stare a pensarci tutti i momenti! Possiamo fare cento altre cose, e intanto il nostro corpo respira tranquillo.
Oppure, dovete per caso ricordarvi di far battere il cuore? Certo che no! Qualsiasi cosa facciamo, anche quando la notte dormiamo profondamente, il nostro cuore funziona regolarmente.
Ecco, dice il profeta Geremia: la nuova alleanza che Dio ci offre, è come il respiro, come il battito del cuore. È talmente parte di noi che non dobbiamo ricordarci di viverla, non dobbiamo sforzarci di viverla: basterà amare, amare veramente, amare profondamente, e anche il nuovo patto di alleanza sarà rispettato.
Allora fermiamoci un istante, in silenzio.
Lasciamo che tutti gli altri pensieri si calmino per lasciare spazio alla proposta che ci sta facendo il Signore Dio: entrare, oggi e sempre, in questa nuova alleanza d’amore con Lui.
Vogliamo? Desideriamo veramente averlo come amico? Ci teniamo a stare uniti stretti stretti a lui in un patto di fedeltà? Vogliamo con tutto noi stessi che questa nuova alleanza sia scritta nel nostro cuore?
Se è così, diciamoglielo.
Invitiamo il Padre Buono con le parole che lui stesso ha pronunciato: “Io sono tuo, Signore, e tu sei mio!”.
Diciamoglielo con tenerezza, nel nostro cuore: che senta, che gli vogliamo bene!
“Tu sei mio, Signore Dio, e io sono tuo!”
Diciamoglielo con fiducia, certi di poter contare sul suo amore.
Durante quest’ultima settimana di Quaresima, ripetiamocelo al mattino, quando ci svegliamo; diciamocelo qualche volta, lungo la giornata, lasciando che il pensiero corra a Dio mentre apriamo lo zaino, prima di cominciare scuola, o magari mentre ci mettiamo in fila, a fine giornata. Ripetiamo a Dio il nostro desiderio di vivere in alleanza con Lui, prima di andare a dormire: “Io sono tuo, Signore, e tu sei mio!”.
Sia questa la nostra preghiera della settimana: così permetteremo davvero allo Spirito Santo di imprimere dentro di noi l’alleanza nuova, scritta nei nostri cuori.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 APRILE 2009 - RISURREZIONE DEL SIGNORE   Mer Apr 08, 2009 8:54 am

DOMENICA 12 APRILE 2009

RISURREZIONE DEL SIGNORE


Buona Pasqua! Ci sentiamo tutti il cuore che scoppia di felicità? Immagino proprio di sì!
Quale pensiero può essere più bello, per noi, del sapere che Gesù è Risorto! È proprio risorto! Veramente veramente veramente!
Eppure… vi dico la verità: qualche volta ho provato a chiedere alle persone che incontro, se ci pensano mai che Gesù è risorto. Beh, restano tutti un po’ imbarazzati, come se avessi chiesto qualcosa di ineducato: non si fanno domande su Gesù!, sembrano dirmi.
La verità è che, per tanti, il fatto che Gesù sia risorto, sembra non fare proprio nessuna differenza.
E questo è davvero una cosa che dispiace: perché se solo uno ci pensa un minuto, un minuto solo, a cosa significa che Gesù è risorto; se uno ci ferma il pensiero, l’attenzione, il cuore, a questa realtà incredibile, meravigliosa, della Risurrezione di Gesù, allora si sente traboccare di gioia, ci si sente ricolmi di una tale felicità, che verrebbe voglia di cantare e ballare!
Però qualcuno mi ha anche domandato: cosa cambia, per te, per ciascuno di noi, il fatto che Gesù sia risorto? Cosa cambia, nella nostra vita?
Per rispondere a questa domanda, ci lasciamo accompagnare dalla Parola di Dio, in particolare dal Vangelo che abbiamo appena ascoltato.
Cerchiamo di entrare anche noi nel racconto dell’evangelista Marco: Gesù è morto venerdì, è stato deposto nella tomba un po’ in fretta, rispetto alle abitudini del suo tempo. Di solito, infatti, il corpo di un morto veniva cosparso di oli profumati prima di avvolgerlo in una specie di grande lenzuolo e portarlo poi nel sepolcro, che non è come le nostre tombe, ma è come una specie di grotta, una stanza scavata nella roccia.
Ma quel venerdì in cui Gesù muore, tutta Gerusalemme, tutto il popolo di Israele, è alla vigilia di un sabato speciale, solennissimo: quello della Pasqua ebraica, che ricorda la liberazione del popolo schiavo in Egitto, per opera di Dio, attraverso il suo servo Mosè.
Quel venerdì in cui Gesù muore, non è proprio il momento migliore per organizzare funerali e ungere il suo corpo: si decide di rimandare tutto al primo giorno dopo il sabato, quando la grande festa sarà ormai conclusa.
Le donne sue discepole, che volevano bene al Maestro e Signore, guardano con attenzione il luogo in cui viene deposto, per riconoscere il punto in cui si trova la tomba nuova, vicino al Calvario, e si danno appuntamento per la mattina presto del primo giorno dopo il sabato: andranno insieme con oli preziosi e potranno compiere l’ultima carezza, l’ultimo gesto di tenerezza, suo corpo del Maestro di Nazareth morto in croce.
Ecco: il racconto del Vangelo di oggi comincia a questo punto. Ci sono tre donne che camminano insieme, svelte, nella prima luce del mattino, dirette al luogo dove Gesù è sepolto. Parlano tra loro, come fanno sempre le donne quando sono insieme. Qualche lacrima scivola dai loro occhi, perché sono piene di dolore per quanto è accaduto.
In più c’è anche una preoccupazione molto pratica: davanti all’ingresso del sepolcro, per chiudere la possibilità di entrare, è stata fatta rotolare una grossa pietra.
C’è voluta la forza di più uomini per farla andare a posto: ma ora ci sono solo loro tre, come faranno? “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”
Facciamo un momento attenzione a questa pietra così pesante di cui si parla nel Vangelo, perché ci ritorneremo ancora nel discorso.
Per ora, però, continuiamo ad accompagnare il cammino delle donne che al macigno pesante non avevano pensato prima, ed ora si trovano un po’ in difficoltà: sono quasi arrivate e rischiano di non poter entrare!
Invece, mentre si avvicinano, vedono qualcosa di inaspettato: la pietra è stata già fatta rotolare!
L’ingresso del sepolcro è aperto!
Davvero strano: il sole è sorto da poco, chi può essere arrivato lì prima di loro?
Ma le sorprese non sono finite: “Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura”
Certo che ebbero paura! Le capiamo bene, poverette!
Erano uscite al mattino presto, che era ancora buio, per andare a ungere il corpo del loro Maestro morto, ed ecco che trovano la tomba aperta, senza più il corpo di Gesù e invece un giovane, vestito di bianco, che se ne sta seduto nel sepolcro!
Non è una cosa che capita spesso, vero? Naturale che le tre donne si spaventano!
La loro paura è così evidente, che persino il messaggero misterioso se ne accorge e si affretta a rassicurarle: “Non abbiate paura!”
È la prima cosa che dice loro: non abbiate paura.
Per due volte, in poche righe, ritorna questa parola: paura.
Tutti noi conosciamo quest’emozione, tutti noi sappiamo cos’è la paura!
Ne abbiamo tante di paure, in verità.
Alcune grandi, che ci tolgono il respiro: come per esempio la paura del dolore, della morte, la paura che succeda qualcosa di brutto ai nostri genitori, agli amici, alle persone che ci sono care… Queste sono paure che proviamo tutti, proprio tutti.
Poi ci sono paure più piccole, paure che sono diverse da persona a persona: paura del buio, dell’acqua profonda, del fuoco, di alcuni animali, degli insetti, degli ascensori, dei posti alti, dei brutti voti…
Ognuno ha le sue paure, e anche se qualcuno a volte fa lo sbruffone e dice di non aver paura, non crediamogli: ha solo paura di ammettere la sua paura, ma anche lui conosce il timore, conosce lo stomaco che si stringe per l’ansia, anche lui conosce le mani fredde e il cuore che batte forte forte.
Tutti gli esseri viventi provano paura: non solo le persone, ma anche gli animali.
La paura, nella nostra vita, è come il grosso masso di cui si parlava poco fa, ricordate?
La paura sta lì, dentro di noi, ci pesa dentro, a volte ci schiaccia… e chi può farla rotolare via? Chi può liberarci da questa pietra che ci rende l’anima pesante?
La risposta la troviamo nelle parole che il giovane messaggero rivolge alle donne: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui”
Ecco chi può liberarci dalla paura! Gesù di Nazareth, che è risorto, che ha vinto la morte, lui può sconfiggere ogni paura!
Capiamo bene: non cancella la paura, perché quella continuerà ad affacciarsi in noi. Ma la risurrezione di Gesù ci dice, ci assicura, ci garantisce, che Lui è più forte di ogni paura!
Qualunque sia la nostra paura, Gesù è più forte!
Quando ci sentiamo soffocare dalla paura, possiamo fidarci di Gesù, nella certezza che Lui è più forte di ogni paura!
Ha sconfitto persino la morte, la paura più grande che ci portiamo dentro!
Se ha vinto perfino contro la morte, nulla può essere più forte dell’Amore di Dio!
Questa è la grande differenza che la Risurrezione di Gesù regala alla nostra vita!
Se non so che Gesù è risorto, come posso sentirmi alleggerito dal peso di tutte le paure che mi minacciano? Se non so che il Signore ha sconfitto la morte ed è più forte di ogni paura, come posso ricorrere a Lui ogni volta che il mio cuore trema?
Perciò ci rallegriamo a Pasqua!
Perché ci sentiamo inondare di gioia, di felicità, di leggerezza, sapendo che quel masso terribile, quella pietra pesantissima, fatta di paure, non può più schiacciarci!
Questa libertà dalla paura è un dono meraviglioso, più di qualsiasi sorpresa possiamo trovare nell’uovo! Veramente, non c’è paragone!
Nessuno può farci un regalo così: solo Gesù, che è Dio, può donarci questa serenità, di sapere che la paura non potrà mai vincere.
Si affaccerà ancora nella nostra vita, certo, la proveremo ancora come ogni creatura vivente, ma non è lei a vincere, non è lei ad avere l’ultima paura, non sarà lei a legare la nostra vita e a renderla triste e timorosa.
No, Gesù, il Vivente, il Signore Risorto, è più forte di ogni paura ed è sempre con noi!
C’è ancora qualche rigo nel Vangelo di oggi, che non dobbiamo trascurare: il giovane messaggero misterioso, dopo aver rassicurato le donne e aver dato loro la notizia strabiliante, strepitosa, della risurrezione di Gesù, aggiunge anche un compito, una missione: “andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”
Le tre donne, andate per dire addio a un morto, ricevono invece un incarico dal Risorto: ora che non hanno più paura, devono muoversi, andare a dire agli altri che Gesù è vivo, vivo per sempre!
Devono correre a dire a tutti che il Signore della vita ha sconfitto la morte ed è più forte di ogni timore!
Questa missione affidata alle donne il mattino di Pasqua, non è finita: riguarda proprio noi, sapete?
Noi che viviamo la gioia della Pasqua, noi, che sappiamo che Gesù è veramente risorto, noi che sappiamo che la paura è sconfitta, che non potrà mai schiacciarci, non possiamo tenere questo tesoro solo per noi!
Siamo inviati anche noi, come le tre donne al sepolcro, a portare a tutti questa notizia di gioia!
Andiamo allora, a dire a tutti, con immensa gioia: Cristo Gesù è risorto!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 19 APRILE 2009 - II DOMENICA DI PASQUA   Mer Apr 15, 2009 4:16 pm

DOMENICA 19 APRILE 2009

II DOMENICA DI PASQUA


Il Vangelo di questa seconda domenica di Pasqua continua ad accompagnarci alla scoperta del grande dono della Risurrezione. Domenica scorsa abbiamo scoperto l’enorme regalo che Dio Padre ci offre attraverso Gesù: la sicura certezza che nessuna paura può essere più forte dell’amore!
Non importa quante e quanto grandi siano le nostre paure: la forza d’amore di Dio è più grande di ogni timore!
Non significa che non avremo mai più paura, ma vuol dire che nessuna paura potrà schiacciarci, bloccarci, pesarci addosso come una pietra pesantissima: la forza di Gesù Risorto ci rende liberi di fronte a qualsiasi paura!
Ebbene, il Vangelo di oggi prosegue lo stesso discorso, perché per tre volte, nel racconto dell’evangelista Giovanni, il nostro Maestro e Signore ripete lo stesso stupendo augurio: “Pace a voi!”
Che cosa significa questo saluto?
Pace non è solo l’assenza della guerra.
Pace non è solo non litigare, non farci i dispetti, non mettere il muso, non essere permalosi.
Pace non è solo il silenzio e la tranquillità, senza voci e senza chiasso intorno.
La pace che Gesù dona ai suoi discepoli, è il contrario della paura!
Gustiamo questa pace quando nel nostro cuore c’è la calma, la serenità.
Quando dentro di noi non c’è alcun timore, nessuna preoccupazione, nessuna ansia! Quando ci sentiamo perfettamente al sicuro, certi che nulla di brutto o di male ci potrà colpire.
È una sensazione profonda, che ci avvolge completamente; è un dono che nessun altro può fare, solo Dio. È una condizione che tutti ricerchiamo, che ci fa sentire perfettamente bene, ma purtroppo non c’è nessuna invenzione o medicina o trucco per riuscire a vivere in questa pace! Solo l’amore di Dio che ci abbraccia, ce la può regalare!
Ora, proviamo a pensare quanto bisogno avevano i poveri Apostoli, di provare un pochino di sollievo, di gustare un sorso di pace!
Il brano dell’evangelista Giovanni che abbiamo appena ascoltato, sta raccontando la sera del primo giorno dopo il sabato: quindi, anche se noi stiamo leggendo questa pagina dopo una settimana dalla Pasqua, il Vangelo sta ancora parlando di quello stesso giorno. Le donne avevano trovato il sepolcro vuoto quella stessa mattina, sono trascorse solo poche ore dall’incontro con il misterioso messaggero vestito di bianco.
Ormai è scesa la sera e i discepoli sono riuniti assieme, anche se manca Tommaso.
Certo, le donne andate al sepolcro avevano detto subito che Gesù era risorto, e anche Pietro e Giovanni erano andati a controllare, trovando la tomba vuota. Però gli Apostoli ancora non credono fino in fondo che il loro Maestro sia vivo. Nel loro cuore c’è ancora molta paura: per questo se ne stanno nascosti, con le porte ben chiuse.
Ma il Signore Risorto e Vivente, non si lascia fermare da una porta chiusa a chiave! Entra nella stanza senza neppure aprire la porta e saluta i suoi amici con questo saluto dolcissimo: “Pace a voi!”
Gesù sta dicendo: basta avere paura! Avete in voi la pace vera, che vuol dire vivere senza timori!
Quindi basta restare rintanati qui dentro: c’è un mondo intero che aspetta la buona notizia!
Insomma, gli Apostoli ricevono sì, il dono di quella pace meravigliosa che il mondo non sa costruire in nessun modo, ma non è un regalo per restare tranquilli e rilassati! È un dono che impegna, che spinge ad andare, che chiede di muoversi.
E questo riguarda anche noi, sapete?
Perché la Pasqua è una festa bellissima, ma anche molto impegnativa.
Domenica scorsa il giovane messaggero seduto nel sepolcro, aveva affidato alle donne, e quindi anche a noi, un incarico molto preciso: andate a dire a tutti che Gesù è risorto. Andate a dire a tutti che la paura non può vincere. Andate a dire a tutti che l’amore è più forte.
Stavolta è il Maestro Risorto in persona ad affidare ai suoi discepoli, e quindi a ciascuno di noi, un nuovo impegno: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”
Oh, guardiamo bene che paragone usa Gesù: dice che la missione che ci sta affidando oggi è come quella che il Padre ha affidato a lui! Ci considera suoi pari, ci consegna un incarico che ha lo stesso valore del suo.
E qual è questo incarico? Cos’è che dobbiamo fare?
Dobbiamo andare e portare il perdono, donare il perdono.
Sì, certo, lo so bene: solo ai sacerdoti, nel sacramento della Riconciliazione, è dato il dono di cancellare i peccati che ci sgualciscono l’anima.
Ma tutti, proprio tutti noi, che crediamo in Gesù, siamo chiamati a perdonare.
Mica facile, perdonare, proprio no.
E per giunta il Maestro e Signore ci dice che dobbiamo portare questo perdono a tutti, senza tralasciare nessuno, senza trascurare nessuno.
Non so com’è per voi, ma questa missione che Gesù propone, a me spaventa un po’.
Certamente, ogni volta che riusciamo ad offrire il perdono, quello è il modo più semplice per assomigliare a Dio.
Ma perdonare è molto difficile: quando il cuore sanguina per una ferita che ci è stata fatta o quando ci sentiamo pieni di rabbia e di risentimento per un’incomprensione, un’ingiustizia, una crudeltà che ci è stata rivolta, allora è proprio difficile perdonare!
Non solo: è difficile persino comprendere chi è capace di perdonare!
Molte volte, una persona che sceglie di perdonare, che sceglie di non vendicarsi, non viene capita.
Chi perdona, viene considerato un debole, un vigliacco o a volte perfino stupidotto. Eppure, perdonare non significa esser stupidi o fifoni.
Per perdonare davvero, quello che occorre è l’amore!
Amare come ha amato Gesù, che perfino sulla croce trova la forza per perdonare proprio coloro che lo hanno inchiodato e ucciso!
Il nostro Maestro e Signore sa bene tutto questo, sa che perdonare è una missione faticosa ed impegnativa, e non ci manda da soli; anzi, ci dà l’aiuto di un compagno di strada specialissimo: lo Spirito Santo!
Ci regala, cioè, la stessa forza del suo amore!
Da soli non ce la faremmo mai a perdonare e nemmeno a chiedere perdono.
Ma con l’aiuto dello Spirito Santo tutto diventa possibile!
È lui che sa riempirci il cuore di quella pace che il Signore Risorto ha offerto ai suoi discepoli. È lo Spirito Santo il solo che può renderci capaci di amare come Gesù, quindi capaci di perdonare come ha fatto lui.
Allora, quella che comincia oggi è una settimana veramente impegnativa: siamo inviati dal Maestro Risorto, a portare ovunque il perdono, invitando tutti a perdonare, cominciando a farlo noi per primi, perdonando il male che riceviamo.
Le occasioni per perdonare non ci mancheranno di certo! Parole sgarbate a cui rispondere con dolcezza; gesti bruschi da non ricambiare, usando invece cortesia e gentilezza. Dispetti, di cui non vendicarsi. Prese in giro, che faremo finta di non sentire, chiedendo allo Spirito Santo di toccare il cuore di chi fa il male. E poi tante altre situazioni che ognuno di noi incontrerà in questa settimana.
Perciò, ogni mattina, cominciando la nostra giornata, dopo aver fatto il segno della croce, questa settimana ricordiamoci il dono meraviglioso che ci offre il Maestro Risorto: “Pace a voi!”
Con la sua pace nel cuore, tutto sarà più facile, più leggero. Anche il cammino del perdono.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 26 APRILE 2009 - III DOMENICA DI PASQUA   Mar Apr 21, 2009 10:49 am

DOMENICA 26 APRILE 2009

III DOMENICA DI PASQUA


Il calendario ci dice che questa è la terza domenica di Pasqua e ci informa che sono passati già 15 giorni da quando abbiamo festeggiato la Pasqua di Risurrezione: eppure, per la Parala di Dio, sembra che il tempo si sia fermato!
Il brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato, infatti, racconta ancora quello che succede in quel primo giorno dopo il sabato, quando Gesù è risorto: è sempre lo stesso giorno!
Sembra che la Chiesa non voglia smettere di raccontare ancora e ancora quella stessa stupenda giornata!
Così, due settimane fa abbiamo letto che cosa è accaduto al mattino, quando le donne sono andate prima dell’alba al sepolcro e l’hanno trovato vuoto.
Domenica scorsa, invece, abbiamo ascoltato il racconto dell’evangelista Giovanni, che ci riferiva cosa era accaduto la sera di quello stesso giorno, quando Gesù era entrato a porte chiuse nella casa dove erano riuniti gli apostoli, augurando loro la pace.
Anche se per noi sono trascorsi altri sette giorni, ecco che la Chiesa ci mette sotto gli occhi di nuovo il racconto di quella serata straordinaria, quando il Signore risorto, per la prima volta, appare ai suoi discepoli.
Solo che oggi cambia il punto di vista: non è più Giovanni a raccontare, ma l’evangelista Luca. Per noi, è una grande ricchezza poter ascoltare quello che è avvenuto, raccontato da persone diverse, da voci differenti, perché ci permette di cogliere molti più particolari, di comprendere sempre meglio.
Per esempio, notiamo subito che c’è un dettaglio che ritorna, identico al racconto di Giovanni: è il saluto che Gesù rivolge ai suoi discepoli: “Pace a voi!”
Su questo non possiamo avere dubbi: Gesù ha proprio pronunciato questo saluto e l’ha detto con una tale forza d’amore che nessuno dei presenti l’ha più dimenticato!
Possiamo essere certi che queste parole sono proprio uscite dalle labbra del Maestro Risorto: non è cosa da poco, vero?!
L’evangelista Luca, però, aggiunge molti altri particolari riguardo a quella prima sera della resurrezione. Per esempio, ci parla della fatica a credere, da parte di tutti i presenti, i quali pensano di vedere un fantasma e non si convincono che sia veramente Gesù: “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.”
Poveri discepoli, come li capiamo! Certo che è difficile credere alla Risurrezione!
È difficile persino per loro, che ce l’hanno davanti agli occhi: può essere veramente Gesù? può essere veramente Lui, vivo e risorto?
Una cosa del genere è talmente lontana dalla nostra esperienza, che risulta veramente incredibile.
Il Maestro e Signore, sempre pieno di pazienza e tenerezza, cerca in tutti i modi di rassicurarli.
Mostra loro le mani e i piedi, perché vedano i segni che i chiodi hanno lasciato: è proprio lui, è davvero il suo corpo, quello! Lo stesso corpo che è stato inchiodato alla croce, lo stesso corpo che è stato messo nel sepolcro, ora è lì, vivo e vero, davanti a loro!
Uhmmm… niente da fare: ancora hanno dubbi, pensano che la loro sia solo un’illusione, che quello sia un fantasma o il frutto della loro fantasia!
“Talmente grande è la nostalgia del nostro maestro – si dicono - che ora ci sembra di vederlo… ma è solo un sogno ad occhi aperti!”
Ancora una volta, Gesù cerca di rassicurarli: “Toccatemi – dice - sentite la mia carne, le mie ossa… i sogni non si possono afferrare! Le fantasie non si possono toccare, come invece potete fare voi con me, adesso!”
Piano piano la gioia e lo stupore prendono il posto della paura e dei dubbi: cominciano a pensare che forse… veramente… può essere… sembra incredibile, ma…
Le emozioni si mescolano, le parole ancora non riescono a uscire e i discepoli se ne stanno muti, con gli occhi sgranati per la meraviglia.
Ancora una volta è il Maestro Gesù a prendere la parola: “Avete qui qualche cosa da mangiare? Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.”
Oh, fermiamoci un momento qui, davanti a questa scena che l’evangelista ci descrive con poche parole.
Quando Gesù Risorto compare davanti a loro, i discepoli stavano cenando: la tavola è ancora apparecchiata, ma si sono alzati tutti in piedi per vedere da vicino il Maestro apparso così misteriosamente.
Per togliere loro ogni dubbio, il Signore compie un gesto semplice ed efficace: chiede da mangiare.
I fantasmi e i sogni non mangiano, le persone sì. Proprio per questo Gesù chiede se hanno qualcosa da offrirgli: per dimostrare che il suo corpo è vivo, vero, concreto, proprio come il nostro. Non è un fantasma e neppure un’allucinazione: è proprio lui, vivo.
Per cena, i discepoli, hanno pronto del pesce arrostito: gli offrono quello. Più avanti, diversi giorni dopo la Risurrezione, in un’altra apparizione sulla spiaggia, sarà Gesù stesso ad arrostire il pesce per gli Apostoli.
Quando ero bambina, questo particolare del pesce arrostito mi era rimasto impresso, mi aveva proprio colpita. Ogni volta che mangiavo il pesce arrostito, mi ricordavo del Vangelo.
Sono nata in un paese di mare, quindi il pesce capitava di mangiarlo spesso: quell’odore intenso mentre si arrostiva sul fuoco, a me faceva venire in mente il Vangelo. Pensavo, gustando la mia porzione ben cotta, che il Signore Risorto aveva avuto in bocca lo stesso sapore di mare. Questo piccolo particolare mi faceva sentire Gesù più vicino, in modo tutto speciale.
Non è una cosa da poco, poter sentire Gesù vicino a noi, nelle cose di ogni giorno. Specialmente nei gesti più quotidiani, nel sapore di una pietanza, nel profumo che porta il vento, nel tepore di un tessuto… sentire che quello che viviamo e sperimentiamo ci mette in comunione con Gesù, vero uomo come noi, è un dono enorme, che rende luminosa e bella la nostra vita!
Ma torniamo al racconto dell’evangelista Luca: dopo aver mangiato, il Signore Risorto prende la parola e ritorna al suo compito di Maestro. Spiega che dai tempi antichi la Scrittura Sacra aveva già annunciato che il Cristo, cioè il Messia, l’inviato da Dio a portare la Salvezza, doveva soffrire, per poi risorgere.
Questo è esattamente quello che accaduto, afferma il Maestro Risorto: quanto era stato predetto dalle Scritture Sacre, è avvenuto, è successo, qui, ora, in questi giorni.
Quello che i profeti avevano annunciato, ora è presente, realtà: “Di questo voi siete testimoni.”
Questa breve frase è ricchissima di conseguenze, sapete?
Sì, gli Apostoli e i discepoli sono i testimoni di ciò che è avvenuto quasi 2000 anni fa.
Questa missione di testimonianza che Gesù affida loro, è un regalo prezioso che arriva fino a noi.
La testimonianza di chi lo ha incontrato, vivo e risorto, è un dono destinato a noi, a noi che non c’eravamo quella sera; a noi che non abbiamo visto il volto di Gesù, che non abbiamo mangiato il pesce arrostito insieme a Lui.
A distanza di così tanto tempo, dentro ciascuno di noi potrebbe affiorare il dubbio: ma tutto questo, è successo davvero? Gesù è proprio risorto, o questa è solo una bella favola?
Quando il dubbio ci afferra, possiamo contare sulla parola dei testimoni: sì, è successo veramente ed abbiamo la loro voce a raccontarcelo, attraverso il tempo. Chi c’era ha visto, toccato, compreso e dice la verità.
Grazie alla loro testimonianza la fede si è diffusa nel mondo.
Grazie alla loro testimonianza anche noi crediamo, attraverso il tempo, che Gesù è risorto, è vivo, è tra noi.
Custodiamo questa stupenda certezza lungo tutta la settimana che oggi comincia. Al mattino, svegliandoci, nella nostra preghiera, diciamocelo con gioia: Gesù è risorto!
La sera, nel nostro letto, prima di abbandonarci al sonno, ripetiamo nella mente e nel cuore questa certezza che i testimoni di Gesù ci hanno consegnato: è risorto! È veramente risorto!
Vedrete che allora, tutti i gesti quotidiani che ritmano la nostra vita avranno un altro sapore, tutti i nostri impegni saranno illuminati da una luce più calda e limpida. Perché avremo nel cuore la certezza che Gesù è risorto!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 3 MAGGIO 2009 - IV DOMENICA DI PASQUA   Mar Apr 28, 2009 9:13 am

DOMENICA 3 MAGGIO 2009

IV DOMENICA DI PASQUA


Da quattro settimane stiamo vivendo il grande tempo di Pasqua: è come una lunga, solenne celebrazione, cominciata la domenica di Resurrezione, e che ancora non è terminata.
È come una scuola che la Chiesa ci offre attraverso la Parola di Dio, per provare così a entrare un pochino di più nel mistero della Resurrezione, questo capolavoro della fantasia piena di amore che ha il Signore Dio.
Proprio perché si tratta di un evento così straordinario e stupefacente, la nostra mente non riesce a comprendere tutto in una volta, a cogliere ogni particolare: riusciamo a fare nostro un pezzettino per volta, a piccoli passi. Ecco allora l’importanza di queste domeniche di Pasqua, in cui torniamo con l’aiuto della Parola di Dio, a quanto avvenuto immediatamente dopo la Resurrezione di Gesù.
Facciamo un momento il punto di quello che siamo riusciti a comprendere fino ad ora: per prima cosa, nel giorno splendido in cui Gesù Risorto è apparso alle donne e agli apostoli, abbiamo avuto la certezza che la paura è sconfitta per sempre. Nessuna paura, nessun timore, possono vincere di fronte all’amore di Dio! Niente può essere più forte di questo amore, nemmeno la morte!
Nella seconda domenica abbiamo ricevuto lo stesso invito rivolto agli Apostoli: noi che abbiamo sperimentato l’amore di Dio siamo chiamati a portare il perdono a tutti. Perché il perdono è proprio il segno concreto della forza e della potenza dell’amore che sgorga direttamente dal cuore di Dio.
Domenica scorsa abbiamo visto che la nostra fede di cristiani si appoggia sulla testimonianza degli Apostoli: è un mandato, un compito, un incarico importantissimo che Gesù ha affidato loro.
Quando abbiamo dei dubbi, visto che noi non eravamo lì e non abbiamo incontrato il Maestro Risorto, possiamo fidarci della testimonianza di chi era presente e, attraverso il tempo, continua a far sentire la sua voce nella verità.
Dunque, gli Apostoli sono stati inviati come essere testimoni. Un gran bell’impegno, peccato che può essere davvero scomodo!
Infatti, essere fedeli all’incarico ricevuto di testimoniare che Gesù è risorto, comincia a rendere la vita degli Apostoli piuttosto complicata.
È quello che ci ha raccontato la prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli.
Si tratta di un piccolo libro veramente prezioso, perché ci racconta quello che succede… quando i Vangeli finiscono!
Infatti, i quattro evangelisti hanno raccolto i fatti e gli insegnamenti che si riferiscono direttamente alla figura di Gesù e il loro racconto termina poco dopo la Resurrezione.
Ma gli Atti degli Apostoli vengono incontro al nostro desiderio di conoscere quello che è accaduto dopo e ci presentano la vita della Chiesa ancora neonata, formata da un piccolo gruppo di persone credenti.
Soprattutto, il libro degli Atti ci mostra in che modo gli Apostoli hanno vissuto da testimoni dopo aver ricevuto questo incarico dal Maestro Risorto.
Proprio il brano che abbiamo letto oggi ne è un esempio. Si tratta di una parte del discorso di Pietro, a Gerusalemme, davanti ai capi del popolo, dopo aver trascorso una notte in prigione.
Sì, avete capito bene: proprio una notte in prigione! e sapete perché? Per aver guarito un uomo che non poteva camminare e per aver detto che Gesù è risorto!
A dirlo così sembra una cosa assurda, ma cerchiamo di ricostruire che cosa è successo, tenendo conto di quello che il libro degli Atti ha raccontato qualche pagina prima del brano di oggi.
È pomeriggio, verso le tre, Pietro e Giovanni stanno andando al Tempio a pregare quando incontrano sulla porta un uomo storpio, con le gambe deformi fin dalla nascita. Non poteva camminare e tutti i giorni passava il suo tempo lì, vicino alla porta del Tempio, per chiedere l’elemosina.
I due apostoli non hanno denaro da dare a quel poveretto, ma Pietro ripensa a Gesù e a tutte le persone che il Maestro ha guarito durante gli anni della sua vita pubblica.
Così prende per la mano l’uomo storpio e gli dice: “Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina!”
Lo fa alzare in piedi ed ecco che le caviglie storte e i piedi deformi guariscono all’istante e l’uomo, risanato, può camminare, correre e saltare come mai aveva potuto fare in vita sua!
È un momento di immensa gioia, ma purtroppo questo miracolo non piace ai sadducei e ai sacerdoti del Tempio: non piace soprattutto perché Pietro comincia a parlare alla folla, spiegando come non è stato il suo potere a guarire lo storpio, ma la forza d’amore che viene da Gesù, proprio da quel Gesù che è stato crocifisso e che è risorto!
Parlare in pubblico di Gesù Risorto è una cosa che di certo non può piacere ai capi del popolo, che subito mandano i soldati ad arrestare i due apostoli.
Il mattino dopo li fanno portare davanti a tutto il sinedrio riunito, per il processo.
Allora Pietro comincia a parlare, con il discorso che abbiamo ascoltato nella prima lettura di oggi: “Nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato”
Nel nome di Gesù: Pietro si affretta a spiegare che non è lui ad avere il potere o la forza di guarire un uomo malato o di compiere un miracolo. Ma ha invocato il nome di Gesù, perché lo stesso Spirito che operava nel Maestro, può continuare a compiere prodigi per coloro che si affidano al Risorto.
Veramente Pietro si sta comportando da testimone: lui che aveva avuto tanta paura la notte dell’arresto di Gesù, ora parla chiaramente davanti alla folla e davanti al sinedrio riunito.
Forte dello Spirito Santo ricevuto dal Maestro e Signore, non ha timori nel dire la verità, nel ripetere quello che è accaduto e che tanti non vogliono riconoscere: Gesù è risorto!
È vivo, talmente vivo da poter donare vita a tutti quelli che si rivolgono a Lui.
Pietro lo dice con poche parole decisive: “In nessun altro c’è salvezza.”
Questa breve frase di Pietro è stupenda nella sua semplicità e nella sua sincerità.
Non illudetevi, dice Pietro a coloro che lo hanno imprigionato, non pensate che il vostro potere o i vostri studi vi possano dare la salvezza: solo in Gesù possiamo trovare la vita vera, la gioia che non finisce!
Sta parlando anche a noi, Pietro, in questo momento, e ci ripete: “In nessun altro c’è salvezza.”
Noi, che possiamo avere dubbi e domande... noi che ci possiamo sentire a volte un po’ scoraggiati... noi che magari cerchiamo qualche sicurezza diversa dal Signore, abbiamo bisogno di ascoltare fino in fondo al cuore la voce di questo pescatore che è divenuto Apostolo e che ci sta parlando da testimone del Risorto: “In nessun altro c’è salvezza.”
Quando qualcuno ci propone strade diverse dal Vangelo, ricordiamoci della testimonianza di Pietro.
Quando ci sentiamo un po’ stanchi, sfiduciati, scoraggiati, ripensiamo alle parole di questo testimone coraggioso, che davanti ai capi del popolo ripete una verità che non può essere nascosta, che non si può tacere: “In nessun altro c’è salvezza.”
Allora, con tutto noi stessi, possiamo pregare.
Sì, Signore Gesù!
Davvero crediamo che solo in te c’è la salvezza! Solo in te c’è la vita vera, la felicità che non finisce, l’amore che rende liberi, la pace che niente può distruggere!
Sì, Signore Gesù! crediamo che tu sei risorto, sei sempre con noi e hai cura di ciascuno.
Ci fidiamo della parola di Pietro, di questo tuo discepolo che ha speso la vita per essere un testimone fedele.
Adesso, nel silenzio, ti consegniamo tutto quello che ancora ci pesa nel cuore, tutte le domande a cui ancora non sappiamo rispondere, tutte le paure che ancora si affacciano in noi... con fiducia le affidiamo alle tue mani amorevoli, ripetendo nella mente e nel cuore la nostra professione di fede: “Solo in te c’è salvezza!”.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 10 MAGGIO - V DOMENICA DI PASQUA   Lun Mag 04, 2009 2:25 pm

DOMENICA 10 MAGGIO 2009

V DOMENICA DI PASQUA


Domenica scorsa, proseguendo il nostro cammino di Pasqua, abbiamo visto come l’essere testimoni di Gesù possa comportare parecchie fatiche e molte difficoltà: Pietro e Giovanni, per aver proclamato che Gesù è Risorto e vivo, e per aver guarito un uomo storpio grazie alla forza dello Spirito Santo, si sono ritrovati prima in prigione e poi davanti al tribunale dei capi del popolo.
Una cosa davvero poco piacevole per i due amici del Maestro di Nazareth che stavano semplicemente comportandosi da testimoni.
Eppure è così, sapete, lo è stato all’inizio del cammino della Chiesa e continua ad accadere ancora oggi: quando qualcuno testimonia con coraggio, sincerità e con tutta la sua esistenza di essere amico di Gesù, prima o poi si ritrova ad essere perseguitato.
Non è che tutti i credenti in Gesù rischiano oggi di essere messi in prigione!
Ci sono veramente dei posti, nel mondo, dove i cristiani devono nascondersi per salvarsi la vita, ma qui da noi non è certo così. Però… però le occasioni per comportarci da testimoni non mancano e c’è sempre in agguato la presa in giro, la battutina acida, il colpo di gomito dato al vicino…
“Hai visto, quella lì? Si fa il segno di croce prima di mangiare!... avrà paura che il cibo è avvelenato?!”
“Ma lo sai che invece di vendicarsi e di fargliela pagare cara, quello lì ha perdonato il suo amico?...
Ah, è veramente uno stupido… l’avrà fatto perché è un vigliacco e non voleva rogne!”
“Veramente vai a messa ogni domenica?... Ma vaaa! E a cosa ti serve? Ma resta a dormire o vai in gita, che almeno ti riposi!”
Guardate che non sto inventando: sono frasi che mi è capitato di sentire. E anche se non è come andare in prigione, certamente parole così non ci fanno bene.
Rischiano di farci sentire un po’ tristi, demoralizzati… il nostro slancio si può stancare, possiamo diventare sfiduciati, scontenti…
Come fare per non lasciarci schiacciare dalle fatiche della testimonianza?
Semplice! Ce lo dice Gesù proprio nel Vangelo di oggi!
Il brano che abbiamo letto, tratto dall’evangelista Giovanni, contiene un consiglio preziosissimo: “Rimanete in me e io in voi.”
Ecco qui, una frase breve, che contiene la soluzione: se rimaniamo in Lui, possiamo affrontare qualsiasi difficoltà, qualsiasi problema che ci si presenta davanti nel nostro cammino di testimonianza.
Però forse abbiamo bisogno di capire bene il significato profondo di questa frase così breve.
Prima di tutto, facciamo attenzione al verbo che usa il Maestro Risorto: rimanete.
Non dice semplicemente “state”, ma chiede di rimanere cioè di restare per un tempo lungo. Se invitiamo qualcuno a rimanere a cena da noi, non è che dopo pochi minuti lo salutiamo e lo mandiamo via! Se si rimane per una cena o se si rimane a dormire, si pensa a un tempo almeno di alcune ore, non qualcosa di breve, di passeggero.
Perciò, se il nostro stare con Gesù è solo una faccenda di pochi minuti al mattino e alla sera e quest’oretta della domenica a messa, difficilmente possiamo dire che stiamo vivendo il verbo rimanere. Certo, ci ritagliamo dei piccoli spazietti in cui ricordarci di Lui, ma non è che proprio trascorriamo insieme a lui molto tempo!
Quindi, prima condizione per vivere questo invito del Maestro e Signore è prendere il tempo necessario, per ascoltarlo, per fare posto alla sua parola dentro di noi. Non significa passare in chiesa le nostre giornate: significa rivolgere spesso il pensiero a lui, mentre facciamo le cose di tutti i giorni!
Conosco una ragazza che gira spesso in auto per lavoro e che, ogni volta che chiude a chiave lo sportello, collega quel gesto a un pensiero per il Signore: “Ciao, Gesù! Lo sai che ti voglio bene!”
Basta usare un po’ di fantasia d’amore e le occasioni si trovano! Non c’è nessuna situazione in cui il nostro pensiero non può correre da Gesù per dagli un saluto, per dirgli che è importante per noi la sua amicizia.
Questo significa rimanere: non vivere i momenti di preghiera come un rubinetto, aperto quando siamo in chiesa, chiuso per il resto del tempo!
Significa, invece, trovare lungo la giornata piccoli appuntamenti con il pensiero rivolto al Signore, solo perché gli vogliamo bene!
Ma proseguiamo; la frase del Vangelo poi continua: rimanete “in me e io in voi.”
Bè, credo che l’evangelista Giovanni si sia sbagliato: non si dice: rimanete in me, si dice al massimo rimanete con me!
Però… forse no, non ha sbagliato. Forse il Maestro Risorto ha usato apposta quella preposizione che ci suona un po’ strana. Dice in me, perché non sta parlando dello stare insieme in compagnia.
No, è un legame molto più forte e profondo, che è spiegato con la bella immagine della vite e i tralci.
Non so se tutti abbiamo presente com’è fatta la pianta della vite. È una pianta che non cresce particolarmente alta, ha un tronco piccolo e piuttosto rugoso. Dal tronco partono i tralci, che non sono dei rami robusti, ma sono come dei cordini attorcigliati, sottili sottili.
Sembrano deboli e fragili… e da soli lo sono veramente, ma uniti alla vite sono capaci di dar vita e sostenere enormi grappoli di uva bella e saporita!
Il Signore Gesù dice che noi, suoi discepoli, siamo come i tralci e lui è la vite: da soli, siamo deboli e fragili, ma se restiamo in Lui, se rimaniamo uniti alla vite che è Gesù, possiamo portare frutti meravigliosi.
Lo ripete chiaramente: “senza di me non potete far nulla.”
Sì, è vero: senza di Lui non possiamo fare nulla, ma con Lui si spalanca il futuro, la speranza, la gioia e l’orizzonte di ogni possibilità!
Possiamo essere testimoni anche nella difficoltà se rimaniamo in Lui, se noi, piccoli tralci, rimaniamo saldamente uniti alla vite che è Gesù.
In questo stupendo brano del Vangelo c’è ancora una frase che merita di essere sottolineata, per non rischiare di capirla male. Proprio verso il termine del discorso, Gesù afferma: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto.”
Favoloso, no? Se rimaniamo in Lui, possiamo chiedere ciò che vogliamo e lo otterremo direttamente dal Signore Dio!
Qualcuno, però, interpreta un po’ a modo suo questa promessa di Gesù, e mi è capitato di ascoltare un discorso veramente interessante… Ora vi racconto.
È successo un paio di anni fa, mi pare: la figlia di un mio conoscente celebrava la sua Prima Comunione e mi hanno invitato a partecipare all’Eucaristia. Sono andato con molta gioia e, al termine della Messa, sono rimasto sul sagrato, fuori dalla chiesa, ad aspettare che tutti finissero le foto per poter salutare anch’io la festeggiata. C’era tanta gente e mi hanno spinto un po’ in un angolo. Non avevo urgenza, quindi sono rimasto tranquillo, ma lì, contro il muro e con alle mie spalle i vasi pieni di fiori, mi sono ritrovata ad ascoltare una conversazione tra marito e moglie. Una coppia che non conosco e che non ho mai più rivisto, ma il loro discorso mi è rimasto impresso.
Quel giorno era proprio la V domenica di Pasqua, esattamente come oggi, e c’era lo stesso Vangelo.
Marito e moglie discutevano a proposito della Parola di Dio che avevano appena ascoltato durante la Messa.
“Lo vedi, lo vedi? – diceva lui con la voce piuttosto scocciata – Questo Gesù è un bugiardo! Dice che possiamo contare su di lui, anche oggi il Vangelo ha ripetuto che possiamo chiedere quello che vogliamo e l’otterremo… però poi non ce lo dà! Io gli chiedo quello che voglio, ma lui: niente!...
Non si fa così! Vuol dire che racconta storie, che non mantiene quello che promette!”
La moglie ha sospirato e gli ha risposto: “Mi piacerebbe proprio sapere che cosa chiedi con tanta insistenza al Signore, dicendo poi che lui non ti ascolta, non ti esaudisce… - ha scosso un po’ la testa e ha proseguito – Ma l’hai ascoltato tutto il Vangelo di oggi? O ti sei fermato solo alla frase che piace a te?”
“Come sarebbe a dire? – ha protestato lui – Certo che ho ascoltato il Vangelo!”
“E allora – ha proseguito la moglie – hai sicuramente notato cosa dice per intero la frase del Signore Gesù: “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi…” questa è la condizione per essere esauditi! Gesù non sta dicendo: fate pure i capricci e sarete esauditi! Dice che se rimaniamo in lui come il tralcio è unito alla vite, e portiamo sempre in noi, custodiamo in noi, nel cuore e nella mente, le sue parole, allora possiamo essere sicuri di essere esauditi.” Prima di proseguire ha abbassato un po’ la voce: “Tu, prima di chiedere e pretendere, sei sicuro di essere unito a Lui come il tralcio alla vite?”
La risposta del marito, se c’è stata, io non l’ho mai sentita, perché in quel momento si è fatto un po’ di spazio e ho raggiunto gli altri amici. Ma ho ripensato spesso a questa conversazione ascoltata un po’ di nascosto… Sì, quella signora aveva proprio ragione: se chiedo qualcosa restando unito al Signore, se sono capace di rimanere in Lui, portando dentro le sue parole, allora tutto quello che mi verrà spontaneo chiedere sarà di sicuro secondo il cuore di Dio!
A quel punto è certo, certissimo, che sarò esaudito!
Altrimenti, se avanzo richieste e pretese, senza essere radicato nel Signore, molto probabilmente i miei desideri non saranno sempre buoni e utili per me stessa, e così come fa un bravo papà, anche il Padre buono non accontenterà i miei capricci!
In questa settimana, allora, vogliamo rimanere in Gesù, con i pensieri e con la vita. Proviamo veramente a portare con noi l’immagine della vite e del tralcio, proviamo a vivere così, desiderando di restare attaccati, abbracciati, uniti stretti stretti a Gesù, proprio come un piccolo tralcio. Troviamo nella nostra giornata i momenti, le occasioni, per un pensiero, un saluto, rivolto al Maestro, così da rimanere veramente in Lui.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:17 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 17 MAGGIO - VI DOMENICA DI PASQUA   Mar Mag 12, 2009 10:44 pm

DOMENICA 17 MAGGO 2009

VI DOMENICA DI PASQUA


Domenica scorsa ci siamo soffermati sull’invito fatto da Gesù: “Rimanete in me”. Abbiamo compreso che questa è l’unica condizione per poter essere autentici testimoni quando si presentano delle difficoltà. Da soli, non ne saremmo di certo capaci!
Il Vangelo di questa domenica continua il discorso incominciato nella settimana passata, infatti è ancora l’evangelista Giovanni a riportare il seguito del discorso di Gesù. il ritornello di questo brano è di nuovo il verbo rimanere: a quanto pare è proprio uno dei verbi preferiti del Maestro e Signore!
Ed in effetti, se ci pensiamo un attimo, tutta la sua vita è stata segnata dalla scelta di rimanere: rimanere fedele al Padre suo e rimanere nell’amicizia con l’umanità intera.
Oggi il Vangelo aggiunge qualcosa in più, un particolare che ci cattura. Il Signore Gesù specifica meglio il suo discorso e afferma: “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.”
Quanta ricchezza in due frasi così brevi!
Prima di tutto il nostro Maestro e Signore ammette di amare ciascuno di noi dello stesso amore con cui Lui, che è il Figlio Unigenito, è amato da Dio Padre.
Ora, credo che nessuno di noi riesca con il pensiero ad avvicinarsi anche solo lontanamente all’immensità e alla profondità dell’amore con cui Dio Padre ama Gesù suo Figlio!
È un amore talmente potente, da diventare una persona della Trinità: lo Spirito Santo!
La forza d’amore tra Dio Padre e Dio Figlio è proprio lo Spirito Santo.
Ebbene, nel Vangelo di oggi Gesù ci dice: “Questo stesso amore, esattamente questo amore potente e inimmaginabile è per ciascuno di voi”
Non vi sentite anche voi senza fiato? A me viene la pelle d’oca quando penso a questa realtà, così grande e così vera!
Guardate che Gesù non sta dicendo: “Vi voglio bene perché siete bravi, perché siete buoni, perché mi obbedite…”
No, Lui ci ama comunque, ci ama in ogni caso!
Certo, quando ci si rende conto di quanto è meraviglioso questo amore, sgorga in noi il desiderio di rispondere in qualche modo, di fare qualcosa per dimostrargli che anche noi gli vogliamo bene, per fargli capire che siamo felicissimi di essere amati da lui.
Ed è ancora il Maestro e Signore a dirci che cosa gli fa piacere più di tutto: “Rimanete nel mio amore.”
Rimanere, perciò, non solo in Lui, ma nel suo amore.
Come si fa a rimanere nell’amore di Gesù?
Ci ho pensato un pochino e poi mi sono resa conto che non è difficile, perché l’amore di Gesù non è qualcosa di vago, di confuso, qualcosa fatto solo di idee o parole… No, proprio no! L’amore di Dio per noi si manifesta e ci raggiunge proprio nell’amore che scambiamo con le persone che abbiamo intorno!
Rimanere nell’amore di Gesù significa rimanere nell’amore dei nostri genitori, dei fratelli, degli amici, di tutti coloro che ci sono cari, di tutti coloro con cui condividiamo le nostre giornate.
Credo che per rimanere nell’amore, siano necessari due passi. Il primo passo è riconoscere di essere amati: troppo stesso diamo per scontato l’amore, quasi non ci accorgiamo di quanto siamo amati! Ci sembra giusto ed ovvio tutto quello che di bello e buono c’è nella nostra vita e quindi finiamo col dare poca importanza a cose che invece sono preziosissime! Quindi, per rimanere nell’amore, bisogna allenarsi a riconoscere i tantissimi gesti, parole, situazioni che ci fanno sentire circondati dall’amore, immersi nell’amore!
Provo a condividere i primi che mi sfiorano il cuore, tra i gesti e le situazioni: la carezza della mamma che ci sveglia al mattino… il sorriso di papà all’uscita di scuola, in mezzo alle facce di tutti gli altri genitori affollati… il profumo della cena che arriva fino al divano… vestiti caldi, asciutti e puliti da indossare dopo una doccia… allegre risate seduti a tavola… canzoni e barzellette per farci compagnia durante i viaggi lunghi in auto… lenzuola fresche e trapunta morbida, per sogni bellissimi… il bacio della buonanotte…E ancora, ancora, ancora, ancora! Potremmo andare avanti per ore solo ad elencarli!
Naturalmente ci sono anche le parole che fanno circolare l’amore: ti voglio bene... che bello... grazie... mi fa piacere... sono contento per te... ti chiedo scusa… facciamo pace… proviamo insieme… che bravo che sei…non ti scoraggiare… mi fido di te… sei prezioso…
Sì, quando ci fermiamo a pensare e a riconoscere quanto amore c’è nella nostra vita, quanta ricchezza di affetto, di doni, di gioia, abbiamo nelle mani ogni giorno, di sicuro stiamo facendo il primo passo per rimanere nell’amore di Gesù.
E poi c’è il secondo passo: dire e dare l’amore. Non basta infatti riconoscere quello che riceviamo, tocca a noi rispondere a questo amore, con le parole e con la nostra vita! Si può dire l’amore prima di tutto con le parole gentili e affettuose perché chi ci è caro, lo sappia! Visto che non sappiamo leggere nel pensiero, per far sapere a qualcuno che gli vogliamo bene, glielo dobbiamo dire! Non c’è da aver timore o vergogna a dire con sincerità “ti voglio bene” ai genitori, ai fratelli, alle sorelle, agli amici…
Si può dire l’amore con le parole di incoraggiamento verso chi è sfiduciato, chi ha l’impressione di non riuscire, di non farcela.
Si può dire l’amore con le parole di conforto per chi è triste, malinconico, ammalato, preoccupato…
Si può dire l’amore con le parole di lode rivolte con semplicità a chiunque le merita: al compagno che è andato bene a un’interrogazione, all’amico che ha segnato un bel goal, all’amica per il suo saggio di danza, alla mamma per la pasta al forno strepitosa, al papà per la bici che ha riparato così bene…
Già vedo dalle facce che tutti stanno pensando a molti altri modi per dire l’amore: sono tantissimi e ognuno può trovarne di nuovi!
Ma non dimentichiamo che si può anche dare l’amore: facendo una sorpresa, scegliendo un regalo con attenzione e cura, ascoltando chi ha bisogno di sfogarsi, obbedendo ai genitori, comportandoci con rispetto verso tutti…
Si può dare l’amore con i gesti semplici del servizio: sparecchiare la tavola, raccogliere qualcosa che è caduto, non lasciare scarpe e zaino lanciati al centro della camera…
Si può dare l’amore mettendo in comune una merenda, un gioco, un libro, un dolce…
Si può dare l’amore offrendo il perdono a chi ci ha fatto del male, portando pazienza verso chi ci sta un po’ antipatico, impegnandoci a fondo nei nostri doveri di scuola…
Se ci alleniamo a riconoscere l’amore presente nella nostra vita e se non ci stanchiamo di dire e dare l’amore ogni giorno, possiamo essere certi che di sicuro rimaniamo nell’amore di Gesù.
Prima di concludere, mi piace rileggere ancora un istante, insieme a voi, un’ultima breve frase del Vangelo di oggi: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.”
Veramente solo il cuore di Dio sa pensare una cosa del genere! Ci dice: “Vi ho confidato tutto questo, vi ho parlato del mio amore per voi, vi ho invitati a rimanere nel mio amore, non per darvi un compito, non per mettervi ansia, non per farvi sentire obbligati in qualche modo… no! Vi ho parlato del mio amore perché la stessa gioia che provo io nell’amare, sia anche in voi! Vi ho confidato il mistero del mio amore perché desidero che la vostra gioia sia piena, sia completa, sia assoluta, sia senza ombre!
Questa, esattamente questa, è la gioia che tutti desideriamo!
È il desiderio più profondo che ci portiamo dentro, la nostalgia di qualcosa che neppure riusciamo a spiegare, ma che abita nell’intimo di noi!
Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, perciò sentiamo il bisogno di vivere nella stessa gioia che sgorga dall’amore!
Il Padre Buono lo sa, e per questo ha mandato nel mondo il suo Figlio Gesù.
Proprio Gesù, il nostro Maestro ed amico, ci ha voluto parlare cuore a cuore, ci ha voluto confidare il suo amore, perché la nostra gioia sia piena, limpida, assoluta!
Durante la settimana che ci sta davanti, allora, ogni volta che ci troveremo davanti a qualche problema, a qualche difficoltà, a qualche contrarietà, ricordiamoci della Parola di oggi.
Ricordiamoci che siamo amati con la stessa forza d’amore che c’è tra il Padre e il Figlio.
Ricordiamoci che possiamo semprerimanere nell’amore di Gesù, riconoscendo l’amore in cui siamo immersi e senza stancarci di dire e dare l’amore a coloro che accostiamo.
Ricordiamoci che rimanendo nel suo amore, possiamo gustare la gioia perfetta.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:17 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 24 MAGGIO 2009 - ASCENSIONE DEL SIGNORE   Lun Mag 18, 2009 12:35 pm

DOMENICA 24 MAGGIO 2009

ASCENSIONE DEL SIGNORE


Il tempo di Pasqua sta andando verso la sua conclusione e lo fa con quattro domeniche solenni, messe una dopo l’altra: da oggi, per quattro settimane, ogni domenica avremo qualcosa di speciale da ricordare e celebrare.
Cominciamo da oggi, allora: domenica dell’Ascensione del Signore.
Che cosa festeggiamo? Prima di tutto, cerchiamo di capire questa parola un po’ strana: ascensione.
Ascendere è una parola che viene dal latino e vuol dire salire: Gesù Risorto torna definitivamente al Padre suo. Lascia la nostra Terra e torna nella casa del Padre buono.
Ma allora, se sale, vuol dire che è davvero in cielo la casa di Dio? Anche! Dio abita ogni luogo, non c’è nessun posto dove si possa dire: “Qui, Dio non c’è!”
Comunque è bella l’immagine di Gesù che si stacca leggero da terra per salire verso il cielo: è un modo per indicare che la vita da Risorti, che ci aspetta alla fine del tempo, sarà una vita diversa da quella che abbiamo imparato a conoscere qui sulla terra. Una vita leggera. Una vita… in cielo!
Ma torniamo al racconto dell’evangelista Marco che abbiamo ascoltato poco fa: è un Vangelo molto intenso, perché ci sono dentro tante emozioni. C’è il dispiacere degli apostoli nel dover salutare Gesù, nel sapere che non ci saranno altre apparizioni, come quelle avvenute subito dopo la Risurrezione. I discepoli e tutti i suoi amici, sanno che è l’ultima volta che vedono il volto di Gesù, in questa vita, e quindi c’è una punta di malinconia. Si erano abituati così bene alla presenza del Maestro Risorto e magari hanno anche un po’ di paura a pensare che dovranno cavarsela da soli, ormai, che Lui li sta salutando definitivamente.
Eppure in questo saluto c’è anche tutta la gioia di Gesù, che ritorna finalmente al Padre, perché vede compiuta la missione che gli era stata affidata.
Una missione che non è finita, ma che passa di mano: ora tocca ai testimoni portarla avanti. Tocca ai discepoli e agli apostoli continuare a portare il Vangelo ovunque. E il Maestro e Signore lo dice con molta forza e solennità: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”.
Quell’impegno ad essere testimoni che avevano già ricevuto il mattino di Pasqua, viene rinnovato dal Maestro proprio in quest’ultimo saluto. E stavolta si allargano anche gli orizzonti: è un mandato aperto, senza più confini!
Non solo testimoni a Gerusalemme; non più solo testimoni tra la gente della Galilea, della Giudea, della Palestina: ora l’invito è ad andare in tutto il mondo e ad annunciare il Vangelo a tutti, proprio ad ogni creatura!
È un incarico veramente impegnativo, ma gli inviati non sono soli: già sappiamo che la potenza dello Spirito Santo accompagna coloro che vengono inviati come testimoni di Gesù. Inoltre, il Maestro e Signore assicura che Lui continuerà ad operare insieme con i suoi amici e lo farà in modo così evidente, che tutti se ne accorgeranno.
L’evangelista Marco, addirittura, fa l’elenco di tutti i segni da cui si può riconoscere un autentico testimone di Gesù. Rileggiamo insieme: “Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno”
Ecco… a leggerlo così, suona un pochino spaventoso: demoni, serpenti, veleni… brrr! Roba da pelle d’oca!
Intendiamoci: qui non è che il Signore Gesù sta invitando a compiere azioni pericolose! Ci mancherebbe solo che qualcuno, uscendo da chiesa, cominciasse a dire: “Credo in Gesù, quindi posso tranquillamente accarezzare un cobra e non mi farà del male!”
Oppure: “Sono credente, perciò posso bere anche la candeggina senza problemi!”
Per favore, non pensiamo neppure per sbaglio a cose di questo genere!!!
Le parole del Vangelo le possiamo comprendere come immagini efficaci, per parlarci di qualcosa di molto più importante della candeggina!
Per prima cosa, c’è questa faccenda dello scacciare i demoni: cosa mai vorrà dire? Non sta parlando di certo dei diavoli vestiti di rosso, con le corna e la coda, che magari vediamo disegnati nei racconti o dipinti negli antichi affreschi. No, qui il Maestro e Signore sta parlando della capacità di scacciare il male, di tenere il male lontano dal cuore. Chi crede nel Signore Risorto, non porta dentro di sé nessuna violenza, nessuna vendetta, nessuna pigrizia, nessuna invidia, nessuna superbia… Tutti questi sono i demoni da scacciare dal nostro cuore: l’indifferenza, la gelosia, la rabbia… non abitano il cuore di chi porta dentro di sé l’amore del Signore Dio!
Quando si incontra qualcuno che ha il cuore libero da tutto questo, non ci sono dubbi: è veramente abitato dall’amore di Dio.
Proseguiamo, allora, perché il Maestro Risorto promette anche un altro segno straordinario: chi crede in Lui parlerà lingue nuove.
Attenzione, ancora una volta: non sta dicendo che possiamo lasciar perdere i compiti di inglese o spagnolo, perché tanto parleremo lingue nuove! Sta dicendo invece che chi ha nel cuore la forza dello Spirito Santo, è capace di dialogare con tutti, di entrare in comunicazione, in amicizia, anche chi è diverso da noi.
Forse ve ne siete accorti anche voi: quando parliamo non sempre è facile capirsi fino in fondo, gli uni con gli altri. Persino con i nostri compagni, i nostri amici, tante volte è difficile capirsi: ciascuno ha chiaro dentro quello che vuole dire, gli sembra di dirlo nel modo migliore, ma chi ascolta non sempre comprende, magari si offende, magari risponde male… Ancora più difficile è quando vogliamo parlare con persone che conosciamo appena, oppure che sono molto più grandi di età o con i bimbi piccolini… Chi si lascia guidare dallo Spirito Santo, diventa capace di parlare la lingua adatta ad ogni interlocutore, ad ogni persona a cui si rivolge. Se ci lasciamo guidare dallo Spirito, troveremo il modo giusto per parlare al cuore di chi ci è di fronte, non importa se è più grande o più piccolo di noi, se è una persona importante o se è un ragazzo della nostra età, se è felice o se è arrabbiato, se è simile a noi o se invece non ci assomiglia proprio in nulla.
Non dimentichiamo l’ultimo dei segni di cui ci parla il Vangelo oggi!
Sarebbe bello se avessimo il potere di guarire i malati come nei tanti miracoli che ci raccontano i Vangeli e gli Atti degli Apostoli!
Non penso, però, che la promessa di Gesù si riferisca solo alla possibilità di compiere i miracoli, ma mi vengono in mente tante malattie che non si curano con le medicine.
Sono sicuro che tutti, almeno una volta, abbiamo provato la malattia della tristezza quando qualcuno ci fa i dispetti o ci rivolge parole amare. Quando guardiamo gli altri giocare e ci sentiamo esclusi, sappiamo cosa vuol dire essere malati di solitudine. Quando abbiamo lo stomaco stretto per l’ansia, la preoccupazione e la paura, vorremmo tanto essere guariti da queste malattie. Ci ammaliamo di nostalgia quando ci mancano le persone care che non ci sono più, ed ancora più grave è la malattia della sfiducia, quella che fa pensare e dire: “Non ci riesco, non ce la faccio, non sono capace, sono una schiappa…”
Tutte queste malattie non si curano con le medicine, ma con la vicinanza, l’amicizia, la simpatia, la condivisione… cioè amando come Gesù ci ha insegnato ad amare!
Ecco perché il Maestro Risorto ci garantisce che potremo guarire i malati: con un sorso d’amore per volta, queste malattie saranno sconfitte per sempre!
Nella settimana che ci sta davanti, allora, proviamo ogni giorno a ricordare questi segni che Gesù ha promesso: li vediamo realizzarsi nella nostra vita? Abbiamo scacciato via dal cuore tutti i demoni di cui ci ha parlato il Maestro Buono? Stiamo imparando a parlare le lingue nuove, quelle delle persone che ci stanno accanto? Siamo attenti ai malati dell’anima e del cuore, che possiamo guarire con sorsi d’amore?
Non sprechiamo la ricchezza che ci viene offerta dal Signore Risorto! Facciamola diventare vita, trasformandoci in veri testimoni di Gesù, fino ai confini del mondo!


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MessaggioOggetto: DOMENICA 31 MAGGIO 2009 - PENTECOSTE   Lun Mag 25, 2009 8:57 am

DOMENICA 31 MAGGIO 2009

PENTECOSTE


Come ci siamo detti domenica scorsa, stiamo attraversando l’ultimo pezzettino del tempo di Pasqua, ed è un tempo pieno di feste e di solennità, ogni domenica ne abbiamo una diversa da celebrare.
Domenica scorsa la Chiesa ci ha invitati a ricordare l’Ascensione del Signore, il ritorno definitivo di Gesù Risorto al Padre, con una missione impegnativa, ma affascinante, consegnata ai suoi discepoli e perciò, lungo il tempo, affidata anche a noi: annunciare il Vangelo fino ai confini della Terra.
E il Maestro Risorto ci ha anche detto quali sono i segni prodigiosi che accompagnano coloro che credono in Lui: scacciare il male dal cuore, rendendo l’anima libera da ogni cattiveria; parlare lingue nuove, cioè saper dialogare con tutti, entrare in comunione con ogni persona che incontriamo; guarire i malati, non dalle malattie del corpo, ma da quelle del cuore: dalla solitudine, dalla tristezza, dalla sfiducia, dalla paura…
Bene, queste promesse stupende che Gesù ha pronunciato, cominciano a diventare realtà proprio nel giorno di Pentecoste.
Che significa questa strana parola? Vuol dire che sono trascorsi cinquanta giorni dalla Pasqua. Pentecoste è una festa del popolo d’Israele, una festa che già si celebrava al tempo di Gesù. Per questa festa importante, a Gerusalemme si radunava tanta folla, gente di ogni città e paese, persone che arrivavano anche da molto lontano.
Gli apostoli, che una settimana fa hanno salutato per l’ultima volta il loro Maestro Risorto, pensano che con tutta quella confusione non è proprio il caso di andare in giro. Per via della folla, ci sono in città anche molte più guardie, molti più controlli… non è prudente farsi vedere, con il rischio di essere riconosciuti come amici del Rabbi di Nazareth.
Dopotutto sono passati solo cinquanta giorni da quando il loro Maestro è stata crocifisso: potrebbe toccare la stessa sorte anche a loro. Sanno bene che i capi del popolo li stanno cercando, perché vogliono mettere a tacere tutti gli amici di Gesù, tutti quelli che lo seguivano, che stavano con lui.
Perciò i Dodici e gli altri discepoli, se ne stanno tutti insieme, al sicuro. Con loro c’è anche Maria, la madre di Gesù. Sono preoccupati per lei, ci tengono che non venga scoperta e riconosciuta. Ma lì, tutti riuniti in quella casa tranquilla, si sentono in salvo. “Lasciamo che passi la festa – si dicono tra loro – Poi decideremo cosa fare”
Qualcuno pensa di certo all’incarico grande e importante che ha affidato il Maestro nel salutarli: portare la Bella Notizia a tutti, fino ai confini della Terra… ma come fare? dove trovare la forza e il coraggio per parlare, per annunciare la bella notizia? Dove trovare le parole per parlare alla folla? Non sono mica di quelli che hanno studiato, loro! sono pescatori, gente semplice…
Ma il Maestro e Signore ha detto che devono andare in tutto il mondo e annunciare il Vangelo a ogni creatura!... Sì, vero, verissimo… ma per ora la paura è più forte di ogni altra cosa.
Con questi pensieri e questi timori, arriva e trascorre il giorno di Pentecoste. Ormai è quasi il tramonto, quando accadono segni strani, prodigiosi, inaspettati: ce li racconta con molti particolari, il brano della Prima lettura, tratto dagli Atti degli Apostoli.
Per prima cosa “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano.”
Così, di colpo, un rumore forte, fragoroso, attraversa l’intera città di Gerusalemme: lo sentono tutti e se ne stupiscono, perché non c’è mica il temporale!
Sembra che ci sia una tempesta di vento, perché di fatto le porte e le finestre della luogo dove sono radunati gli amici di Gesù si spalancano d’un tratto: la forza del vento penetra dappertutto, rinfresca l’aria, porta il profumo della primavera, e si fa sentire ovunque, riempie ogni stanza, ogni angolo, la casa intera.
Sono ancora stupiti e magari anche un po’ rintronati per il fragore del vento quando un nuovo prodigio li sconvolge: “Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro”
Lingue di fuoco, fiammelle, insomma, come quelle delle candeline: solo che si muovono nell’aria. Si dividono, diventano numerose e vanno a posarsi vicino alla testa di ciascuno dei presenti. Se ne restano così, un po’ sospese nell’aria, senza bruciare nulla, senza scottare nessuno. Un segno luminoso e caldo, personale, perché nessuno dei presenti resta senza la sua fiammella danzante. Come una lieve carezza di luce e tepore, che rassicura, consola e comincia a infondere una nuova forza ed un coraggio che mai avrebbero sognato di possedere.
E non è ancora finita: “cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.”
Si accorgono, cioè, che ciascuno è diventato capace di parlare lingue straniere, lingue diverse dalla propria, lingue che non ha mai studiato! Non si devono sforzare, non ci devono neppure pensare: le parole sgorgano facili, leggere.
È un regalo straordinario dello Spirito Santo, che rende visibile la promessa fatta da Gesù nel giorno dell’Ascensione: i discepoli, i suoi amici, coloro che credono nella sua Risurrezione, sono in grado di parlare lingue nuove.
La cosa splendida è che in Gerusalemme, per via della festa, c’è veramente tanta gente che arriva da posti lontani e che resta stupita e felice nel sentire parlare la propria lingua!
Non so se a voi è capitato di viaggiare all’estero, di trovarvi in paesi dove non si conosce la lingua. A me è capitato e ricordo in particolare quando sono stata in Germania, a Colonia, per la Giornata della Gioventù. Io non parlo assolutamente il tedesco, non conosco che una o due parole, e i suoni di questa lingua per me sono completamente incomprensibili. Ebbene, per una settimana, mi sono trovata ad abitare con altre due ragazze, presso una famiglia tedesca. Loro era gentilissimi con me, capivo che mi dicevano cose carine dal tono della loro voce, ma era impossibile per noi parlare, dialogare, condividere!
Che gran fatica riuscire a far capire che occorreva un cerotto oppure che in bagno era finita la carta igienica! Viene da sorridere a raccontarlo qui, ora, ma vi assicuro che non era così divertente, in quel momento. Mi sentivo come intrappolata nell’incapacità di comunicare, di capire cosa mi veniva detto e di far capire ciò che avevo nel cuore.
Penso che per molta della gente che era andata a Gerusalemme per la Pentecoste, partendo da paesi lontani, la sensazione era simile alla mia.
Molto felici di essere finalmente giunti a Gerusalemme, davvero contenti di non perdere una festa così importante, ma anche dispiaciuti di non poter comunicare con gli altri, affaticati dal cercare di capire e farsi capire.
In mezzo a questa difficoltà, ecco che d’improvviso cominciano a sentire le voci degli apostoli e di tutti i discepoli, che parlano nelle loro stesse lingue. Ma che meraviglia! Ci si riesce a comprendere perfettamente! Stanno raccontando di questo loro Maestro, Gesù, che è stato messo a morte e che invece è vivo, risorto! Stanno spiegando che i profeti e la Scrittura Sacra, da sempre hanno parlato di lui, hanno annunciato che sarebbe giunto per salvare tutta l’umanità: questa promessa di Dio si è compiuta!
Stupiti e commossi, tutti gli stranieri presenti a Gerusalemme si mettono in ascolto: all’inizio c’è soprattutto la voglia e la curiosità di ascoltare questi giudei che parlano in tante lingue diverse. Poi si accende l’interesse per le cose splendide che vengono raccontate, per il meraviglioso dono che Dio ha fatto al mondo attraverso il suo Figlio, Gesù.
Il brano degli Atti degli Apostoli termina qui, con tutta la sua carica di stupore e di mistero. Veramente, quando si tratta dello Spirito Santo questo accade di frequente: non riusciamo a pensare allo Spirito, a come può essere, a qual è il suo aspetto. La stessa parola di Dio non ce lo descrive in un solo modo: è un giocherellone che ama cambiare di aspetto. Già solo in questo breve brano, lo Spirito Santo è come il fragore di un tuono, come un vento pieno di energia, come un fuoco danzante, come la forza di comunione che cancella le differenze di lingua.
È forza, slancio, coraggio di prendere la parola; consolazione e forza che cancella le paure; è novità, come il vento che spazza via la polvere e le ragnatele; è calore, bellezza, luce, come le lingue di fuoco.
No, veramente le nostre parole fanno fatica a descrivere com’è lo Spirito Santo, ma tutte queste immagini, tutte le somiglianze che la Parola di Dio adopera, ci aiutano a capire qualcosa di più su di Lui, ci permettono di farcene un’idea.
Ed è un’idea ricca di bellezza, di armonia, di splendore, di forza.
Da subito, in queste Eucaristia, e poi per tutta la settimana che ci sta davanti, non sciupiamo le occasioni per pregare lo Spirito Santo, per chiedergli di abitare in noi, nel nostro cuore. Per domandargli di sfiorare con la sua carezza le nostre menti, le nostre labbra, le nostre mani: perché i nostri pensieri, le nostre parole, le nostre azioni siano sempre secondo il cuore di Dio.
Con insistenza, chiediamo allo Spirito Santo di donarci la sua luce, la sua forza, la sua armonia, per crescere anche noi nella capacità di essere in comunione con tutti e con il Padre Buono.
Invitiamo lo Spirito d’Amore a travolgerci come il vento impetuoso che ha spazzato via timori e vecchiume in quel crepuscolo di Pentecoste. Facciamoci rinnovare dalla sua energia, lasciamoci colmare dalla sua bellezza, per essere sul serio testimoni del Signore Risorto.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 7 GIUGNO 2009 - SANTISSIMA TRINITA'   Mar Giu 02, 2009 10:24 am

DOMENICA 7 GIUGNO 2009

SANTISSIMA TRINITA'


Continua questo periodo di grandi feste nella Liturgia ed oggi ci troviamo di fronte alla domenica dedicata alla Santissima Trinità.
Chi è mai la Trinità? Di cosa si tratta?
Ho fatto la prova, nei giorni scorsi, a rivolgere queste due domande a un po’ di persone: ad alcuni sacerdoti, alle mie colleghe a scuola, ai ragazzi in oratorio, al sacrista, ad una mia vicina di casa; la risposta che ho ricevuto più spesso è stata questa: “La Trinità è un mistero”.
Bisogna dire che hanno ragione: effettivamente la Trinità è un grande mistero. Solo che dobbiamo metterci d’accordo su cosa intendiamo con questa parola, perché spesso in italiano diciamo mistero ed intendiamo qualcosa che non capiamo, qualcosa che ci fa paura.
Si potrebbe usare questa immagine: “Il mistero è come una stanza buia. Non sai cosa c’è dentro. Magari è una bellissima sorpresa, ma siccome non si riesce a vedere, ci fa paura.”
Forse è vero che il mistero fa un po’ paura, ma quando si tratta della Trinità, non deve essere così, perché è un mistero luminoso: un Dio che è unico, ma che è in tre persone, Padre, Figlio e Spirito Santo.
Non ci presenta qualcosa di spaventoso o di preoccupante, non ci fa sentire minacciati. Resta mistero solo perché riguarda qualcosa che è molto più grande di noi, qualcosa che la nostra mente non riesce a contenere, ad accogliere fino in fondo.
In effetti, facciamo molta fatica a capire quello che la teologia ci dice: se sono tre persone, non possono essere uno solo; ma Dio è unico, allora come possiamo chiamarlo in tre modi? Sono solo suoi nomi diversi o sono tre persone distinte?
Lo so, lo so, sembra veramente tutto molto complicato…
Quando frequentavo le scuole superiori, nella mia parrocchia venne un teologo famoso e importante, uno studioso della Bibbia e della Fede. Era stato professore del mio parroco e venne a tenere alcune serate di riflessione partendo dal Catechismo della Chiesa Cattolica, che era stato da poco rinnovato. Quel sacerdote era davvero molto bravo, sapeva parlare in maniera semplice delle cose difficili, così che anche noi ragazzi ascoltavamo volentieri e seguivamo bene i discorsi. La seconda sera parlò anche della Trinità e io cercavo di non perdere neppure una parola. La sera seguente, cominciando il terzo e ultimo incontro, l’anziano teologo chiese se avevamo domande e io, un po’ scoraggiato, alzai la mano e spiegai: “Ecco… veramente… io questa faccenda della Trinità non è che proprio l’ho capita…”
Lui fece un bel sorrisone, che illuminò la sua faccia piena di rughe e mi rispose: “Ragazzo mia, meno male! Mi sarei cominciato a preoccupare se mi avessi detto che avevi capito tutto della Trinità! Ma se invece ti senti confusa, è tutto normale! Anche noi che passiamo la vita a studiare e a riflettere sul mistero di Dio, non riusciamo a capirlo e a spiegarlo!”
Sono passati parecchi anni, da allora, e molto spesso mi sono trovata davanti a persone che mi chiedevano di “spiegare la Trinità”. Solo che la Trinità non si spiega. O perlomeno, non si spiega come la definizione di un vocabolario o come il procedimento di un problema di matematica.
Proprio qui sta il punto difficile: finché guardiamo alla Trinità usando la logica della matematica, non ne veniamo a capo, perché se è 3 non può essere 1 e se è 1 non può essere 3!
Però nella nostra vita ci sono moltissime cose che non seguono le regole matematiche, ma usano una logica diversa.
Per esempio la gioia, che aumenta se la dividi: quando proviamo ad essere felici da soli, non riusciamo mai a provare la stessa immensa gioia di quando possiamo essere felici insieme agli altri.
Di solito, se divido qualcosa, per esempio una tavoletta di cioccolata, ne andrà un pezzo per uno: un pezzo, appunto, cioè una parte molto più piccola della tavoletta intera. Con la gioia non è affatto così: più la condividi con gli altri, più ti senti invadere dalla gioia, la senti che ti aumenta dentro!
Anche l’amore segue questo stesso criterio: puoi darne di continuo e non resti mai senza! Se ti offro delle patatine dal mio sacchetto e tu ne prendi un po’, poi ancora un po’, poi ancora un po’ e ancora un altro pochettino, prima o poi il sacchetto si svuoterà e io resterò senza. Con l’amore le cose vanno diversamente: posso continuamente offrire amore e non mi troverò mai con un sacchetto vuoto in mano, non potrà mai succedere che finisca e io resti senza.
La logica che abita la Trinità è simile alla logica della gioia e dell’amore: non si spiega con i numeri o con le operazioni matematiche, ma si accoglie con fede, facendone l’esperienza, invece di cercare di misurarla.
Sarà bello il giorno in cui ci troveremo in Paradiso e saremo faccia a faccia con il Signore Dio: tutto sarà chiaro e diremo: “Ecco! Ora finalmente capisco questo mistero della Trinità!”
Per ora, ci fidiamo di Gesù, che sa quello che ci dice, non vi pare?
E proprio lui, il nostro Maestro, ci parla di un Dio che Padre, Figlio e Spirito Santo.
Possiamo partire da qui, credo: possiamo cominciare con il fidarci di quanto il nostro Maestro e Signore ci insegna e possiamo imparare a pregare chiamando per nome ciascuna delle persone della Trinità. È un modo per entrare in confidenza con questo mistero luminoso.
Penso che ciascuno possa trovare il suo modo di pregare la Trinità o di invocare il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. A me, personalmente, viene spontaneo rivolgermi a Dio Padre quando voglio unire la mia voce a quella di tanti fratelli e sorelle nella fede in Cristo Gesù, quando voglio pregare per un’intenzione che ci accomuna. Nei giorni del terremoto in Abruzzo, per esempio, il cuore si rivolgeva spontaneamente a Dio chiamandolo Padre, di fronte alla sofferenza di tanti fratelli e sorelle, nel desiderio di unire la mia voce alla loro, sentendomi vicina alla paura e al pianto di ognuno.
Quando voglio invece confidare a Dio qualcosa di mio, qualcosa di personale, di intimo, mi viene più immediato rivolgermi al Figlio Gesù: lui che è uomo esattamente come noi, conosce ogni sfumatura di quello che passa nell’animo umano, sa perfettamente le nostre fatiche, le nostre preoccupazioni, le nostre fragilità… Per esempio, quando mi accorgo che sto perdendo la pazienza in classe, con i miei alunni, il mio pensiero vola subito a Gesù, perché mi aiuti a rimanere calma, a non mettermi a strillare come una strega acida e antipatica!
Un bambino in parrocchia una volta mi ha detto: “Se mi prendono in giro o mi fanno i dispetti, mi arrabbio e vorrei vendicarmi. Allora prego Gesù: anche lui è stato un bambino e anche a lui avranno fatto i dispetti, lo avranno preso in giro… Lui sì che può capirmi!”
Al mattino, mentre cammino nel corridoio della mia scuola, prima di entrare in classe, mi rivolgo allo Spirito Santo: lo prego di accompagnarmi lungo la giornata, di rendere le mie parole semplici e chiare per chi le ascolterà, di aiutarmi a spiegare qualche argomento difficile, di rendere vivace la mia fantasia, la mia creatività, per trovare ogni volta il modo più adatto per raggiungere il cuore e la mente dei miei alunni. Con loro, poi, prima di iniziare la lezione, preghiamo insieme lo Spirito Santo perché renda l’intelligenza ben sveglia e pronta, tenga lontane le distrazioni, dia il coraggio di fare domande quando qualcosa non è chiaro.
C’è poi un’altra occasione in cui mi viene spontaneo pregare lo Spirito di Dio: quando sento tutta la fatica di vivere da cristiana.
Quando mi pesa perdonare, quando non ho voglia di condividere e aiutare, quando ho paura dei commenti delle persone se dico che prego tutti i giorni… Sono tante le piccole occasioni in cui essere testimoni di Gesù ci costa, diventa faticoso, impegnativo, e ci sentiamo deboli, insicuri: invocare lo Spirito Santo è il modo più facile per avere accanto tutta la forza d’amore di Dio!
Fermiamoci allora un istante, prima di proseguire nella celebrazione. Ognuno, nel silenzio del cuore, rivolga un saluto, un pensiero, un ringraziamento alla Trinità, a Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo.


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MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   Oggi a 10:00 am

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