Preghiera Insieme

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VINCENZO

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MessaggioOggetto: DOMENICA 17 OTTOBRE 2010   Mer Ott 13, 2010 2:53 pm

DOMENICA 17 OTTOBRE 2010

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Avete capito proprio bene bambini!
Gesù ci dice oggi che “è necessario pregare sempre senza stancarsi mai”.
Sottolineo due parole: necessario, ciò di cui abbiamo davvero bisogno, e sempre. Sempre vuol dire proprio sempre, cioè tutti i giorni, tutti i momenti.
Sento già le vostre voci che dicono: Ma non è possibile! Come faccio? Io devo andare a scuola, nel pomeriggio devo fare i compiti. Ho attività sportive, e voglio anche giocare, mi piace vedere la televisione. C’è poi la mamma che mi chiede di fare qualche piccolo servizio…
Insomma quello che dice Gesù è impossibile!
E invece vi dico che nulla di quello che chiede Gesù è impossibile, anzi se ce lo suggerisce, un bel motivo ci deve essere, perché il Signore ci vuole bene ed è un buon consigliere per la nostra vita.
Voglio raccontarvi una storia.
Un giovane una volta sentendo queste parole di Gesù, decide di provare a vedere se riusciva davvero a pregare sempre senza stancarsi mai.
Così si mette in cammino, come un pellegrino, come un viandante, come un giovane girovago che va per il mondo a piedi o quasi, con il suo zaino sulle spalle.
Questo giovane, di origine Russa, si mette in viaggio con l’essenziale: un po’ di pane e il libro della Bibbia.
Camminando si accorge della bellezza della natura che lo circonda. Gli alberi, l’erba, gli uccelli, la terra, l’aria, la luce, tutto sembra un dono, tutto gli racconta l’amore di Dio.
Percepisce che la natura e sue creature a loro modo, per il fatto di esistere, con la loro vita, lodano il Signore pregano e cantano Dio e la sua gloria.
Si rende conto, che per pregare sempre senza stancarsi, deve trovare una preghiera facile da ricordare, ricca di contenuti, e breve in modo da ritmare il suo passo di viandante. Così gli vengono in mente le parole della invocazione del cieco Bartimeo che quando sente passare Gesù grida: “Gesù figlio di Davide, abbi pietà di me”.
Incomincia a recitare anche lui queste parole: “Gesù figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Le ripete come un ritornello, pensando a ciò che dice, mettendoci tutto il suo cuore, stando unito al Signore.
Con questa bellissima frase, ritma il suo cammino, ritma i suoi giorni e le sue notti, e alla fine dopo tanto e tanto tempo, questa preghiera entrata così bene nella sua vita che, una notte, svegliandosi, si accorge che anche il suo cuore prega, cioè batte al ritmo di questa invocazione.
Insomma è riuscito, pregando ogni giorno, a far si che tutta la sua vita, mente volontà e cuore, diventi preghiera.
La preghiera non è più soltanto un attimo della sua giornata, ma lui, lui stesso è preghiera.
Bellissimo vero?
Che ne dite se anche io, tu, e tu, e noi tutti facessimo questa esperienza?
Proviamo bambini, ognuno di noi sceglie o si fa consigliare, una breve frase del vangelo, quella che ricorda meglio, quella che le piace di più e poi comincia a ripeterla più e più volte, proprio come ha fatto il giovane pellegrino russo.
È il modo per essere sempre uniti a Gesù, per dirgli che gli vogliamo bene, che siamo contenti e riconoscenti del suo amore per noi, per chiedergli aiuto…
La preghiera è come l’aria, l’acqua, il sole, la terra, senza questi elementi l’uomo non può vivere! La preghiera è necessaria, perché è vitale, cioè dona vita. Afferma sant’Agostino: “Signore ci hai fatti per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te!”
La preghiera nutre la nostra fede, la rafforza la sostiene, la rende sempre verde, e la fede esprime il nostro amore, la nostra fiducia nel Signore.
La preghiera è difficile?
Quando si comincia un’attività, tutto sembra tanto difficile. Pensate ad esempio a una attività sportiva, o artistica, o atletica. Però più ti alleni, più ti appassioni, più riesci a ottenere buoni risultati più sei contento e la gioia che provi, ti fa quasi dimenticare la fatica.
Coraggio allora! Facciamo in modo che il Signore possa trovare la nostra vita colma di fede!
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: DOMENICA 24 OTTOBRE 2010   Ven Ott 22, 2010 10:19 am

DOMENICA 24 OTTOBRE 2010

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Voglio iniziare a parlare del Vangelo di oggi raccontandovi una storiella.
In un campo di grano, quasi tutte le spighe stavano curve verso terra. Solo alcune avevano lo stelo ben diritto e fissavano con superbia il cielo, i passanti e le loro compagne. “Noi siamo le migliori!” dicevano a gran voce. “Non viviamo piegando lo stelo come schiave, davvero si può dire che dominiamo gli eventi e le situazioni!”. Ma il vento, che conosce la vita meglio di tutti, sogghignò: “Stanno ben diritte, certo… Perché sono vuote!”.
Gesù ci racconta oggi una parabola che non parla di due spighe, ma di due uomini che assomigliano però molto alle due spighe… Questi due uomini vanno al tempio a pregare. Uno sta in piedi bello diritto in prima fila. L’altro, in fondo alla chiesa, non osa nemmeno alzare gli occhi al cielo.
I due uomini di cui parla Gesù sono un fariseo e un pubblicano. I farisei sono uomini che obbediscono alla lettera alla legge che il Signore ha dato a Mosè sul monte Sinai, ma lo fanno solo con gesti esterni per farsi vedere, per farsi lodare, perché sono pieni di se stessi, di orgoglio, ma sono vuoti di tutti i valori che fanno “bella” una persona.
I pubblicani sono esattori delle tasse, cioè sono degli uomini che hanno accettato di lavorare per i romani che allora erano gli invasori, per cui queste persone sono considerate dei traditori, degli imbroglioni, dei “venduti” al potere politico. Questo pubblicano che va al tempio si rende conto che la sua vita non è proprio come il Signore vorrebbe, ed è per questo che si batte il petto chiedendo perdono a Dio e chiedendogli pure aiuto per cambiare il suo modo di vivere.
Gesù nella parabola, ci racconta anche che il fariseo, nella sua preghiera al tempio, ringrazia addirittura il Signore di non essere come gli altri uomini ladri, ingiusti, uomini che non digiunano, uomini che non pagano le tasse… tutte cose giuste che lui certamente faceva, ma cose di cui si vanta a tal punto che si dimentica di essere in chiesa a pregare, si dimentica che la preghiera non è un elencare le proprie capacità! Ma vi sembra che il Signore abbia bisogno che gli ricordiamo noi il bene che facciamo e quanto bravi siamo? Certamente no, perché Dio sa tutto di noi: conosce il più piccolo atto d’amore che noi abbiamo compiuto e conosce pure il più piccolo dispetto che noi abbiamo fatto ad un nostro compagno. Per questo Dio apprezza molto di più la preghiera del pubblicano che, cosciente dei suoi errori, chiede con umiltà e sincerità, il Suo perdono.
È molto semplice allora, ritornando alla storiella iniziale, capire che il fariseo è la spiga diritta e il pubblicano quella curva! E noi, ci sentiamo spighe diritte o spighe curve?
Frugando bene dentro di noi, sotto il maglione, sotto la camicia, sotto sotto, proprio dentro il cuore… magari ci verrà in mente che a scuola ci siamo vantati di essere i più bravi perché abbiamo preso il voto più alto, oppure ci verrà in mente di aver detto ad esempio, che “a nuoto nessuno è più forte di me”, oppure al corso di danza “io sono la ballerina più bella di tutte”, oppure “io sono la solista migliore del coro”, oppure di aver dato la colpa agli altri dicendo “io non ho fatto niente di male, è stato lui!”, oppure ci verrà in mente di non aver lasciato parlare quel compagno così timido per metterci in mostra noi, o di aver parlato male e detto cose false di qualche altro bambino, o di non aver ammesso qualche nostro errore… oppure… oppure… I momenti per vantarci possono essere moltissimi e questo solo ognuno di noi lo sa nel suo segreto. Se poi il fatto di sentirci i migliori ci porta anche a disprezzare e umiliare gli altri, ci porta a criticare e a prendere in giro i nostri compagni… beh! allora direi che è arrivato proprio il momento di fare marcia indietro e di cambiare strada! È arrivato cioè il momento di convertirci, di cambiare direzione, di cambiare quell’atteggiamento e quel modo di fare che hanno le spighe diritte e vuote!
Se ricordate, il Vangelo di oggi inizia così: “In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri”. Avrete allora certamente capito che Gesù racconta questa parabola proprio per quel tipo di spighe… la racconta per i farisei di quel tempo ma anche per tutti quelli che hanno un cuore in cui non c’è né bontà né amore, per tutti coloro che credono di essere loro il centro dell’universo e non si ricordano invece che al centro c’è Dio. La racconta anche per noi, quando nel nostro cuore c’è superbia e disprezzo per i nostri compagni che pensiamo valgano meno di noi, per quei compagni diversi che non riusciamo ad accettare, ad aiutare, ad integrare.
Gesù conclude la parabola dicendo:”Io vi dico: il pubblicano tornò a casa sua giustificato a differenza dell’altro, perché chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”.
È proprio una bella lezione di vita per noi questa frase! Pensate un po’ … il fariseo, che credeva di essere il più giusto di tutti se ne ritorna a casa con due peccati in più, di superbia e di giudizio, mentre l’altro viene perdonato da Dio!
Sapete perché il pubblicano ha avuto il perdono del Signore? Perché ha riconosciuto la sua piccolezza davanti alla grandezza di Dio e si è affidato a Lui. Si è cioè presentato al Padre come un bambino che se non è sorretto dalle braccia del papà rischia di cadere. Questo atteggiamento ha perciò attirato la gioia, la generosità di Dio che subito gli ha dimostrato quanto gli voleva bene donandogli il suo perdono.
Provate ora a mettere le mani aperte in posizione di chi vuole ricevere qualcosa… se davanti a voi c’è una persona che vi vuole bene, certamente non le lascerà vuote: se non ha qualcosa di concreto da darvi vi darà sicuramente la sua mano in segno di affetto! Se invece tenete le mani chiuse a pugno nessuno può darvi o metterci dentro niente… Ecco: il pubblicano si era sentito povero, umile, piccolo, vuoto e così Gesù ha potuto riempirlo col Suo amore. Il fariseo, invece, aveva le sue mani chiuse perché erano già piene di superbia: lui si sentiva di avere già tutto, di essere perfetto così, per cui Gesù non ha potuto donargli niente.
Sapete bambini, noi dobbiamo sempre sentirci in braccio al Signore come un bambino appena nato che ha sempre le braccia tese e le manine aperte bisognose di ricevere tutto. Certamente avrete visto come fa una mamma col suo bambino! Lo cura, gli dà il biberon, gli cambia i pannolini, gli mette le creme se gli si arrossa il sederino, gli fa tantissime carezze, lo bacia… tutto questo perché gli vuole bene e sa che è così debole che non potrebbe vivere senza tutto ciò, non potrebbe crescere, non potrebbe mai diventare sufficiente a se stesso.
È così che il Signore si comporta con noi. Come una mamma.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 31 OTTOBRE 2010   Sab Ott 30, 2010 10:19 am

DOMENICA 31 OTTOBRE 2010

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Nel brano di questa domenica, tratto dal Vangelo di Luca, incontriamo un personaggio veramente speciale: Zaccheo. Vi ricordate di lui? Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a questa pagina della Scrittura. Zaccheo è un uomo che aveva un ruolo poco simpatico nella sua città, Gerico: era incaricato di riscuotere le tasse per conto dei Romani. Proprio per questo suo lavoro non era molto amato dai compaesani, che ritenevano fosse un mascalzone, uno che allungava le mani sui soldi che metteva nella cassa. Non si fidavano di lui: alcuni dicevano che era troppo amico dei Romani invasori per essere un buon ebreo; altri sospettavano che approfittasse della sua posizione per intascare più del dovuto. Di sicuro, Zaccheo era ricco: aveva una bella casa, grande, lussuosa, non si faceva mancare nulla. Aveva ottenuto anche una posizione di prestigio, perché era il capo dei pubblicani, cioè di tutti gli esattori.
Eppure, malgrado il suo prestigio, malgrado le malignità della gente, in fondo Zaccheo è un uomo come tanti, anzi, potremmo dire che è solo un ometto, visto che per la sua… poca altezza, proprio non gli riesce di vedere Gesù, in mezzo alla gran folla che si è radunata.
Prova a farsi largo, con una spinta di qui e una gomitata di là, ma non vede nulla, tra tutte quelle teste e quella gente pigiata. Però non si dà per vinto: ci tiene a vedere Gesù e quindi sfida anche il ridicolo e lui, un funzionario pubblico, un’autorità, decide di arrampicarsi su un albero, un sicomoro, in modo da poter almeno dare una sbirciatina.
A me quasi sembra di sentirli i commenti della gente: “Guarda quello là, sull’albero: non è Zaccheo?... Ma te pensa! Arrampicato come i ragazzini, sopra al sicomoro!... ma non ha un po’ di dignità, a farsi vedere così, con la tunica arrotolata e le gambe a penzoloni da un ramo?”
I presenti già pregustavano le future occasioni in cui avrebbero potuto prendere in giro il capo dei pubblicani, ricordando le sue imprese di “scalatore di sicomori”!
Ma torniamo al racconto dell’evangelista Luca: ci sono tante, tantissime persone radunate per vedere e ascoltare il Rabbi di Nazareth e chissà quanti di loro avrebbero desiderato ospitarlo, ma Gesù sceglie proprio Zaccheo. Addirittura si ferma per chiederglielo.
Vi rendete conto?! A Zaccheo. A un pubblicano. Proprio a lui che mai e poi mai avrebbe immaginato di ricevere una simile proposta.
Sembra incredibile, ma la pagina del Vangelo non lascia dubbi: l’evangelista, descrivendo i dettagli della scena, ci fa quasi vedere ogni gesto di Gesù e riusciamo a capire che il suo rivolgersi a Zaccheo è una scelta precisa, voluta, determinata.
“Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo”: quindi è evidente che sta cercando Zaccheo, che vuole proprio lui. Probabilmente Zaccheo non si sarebbe mai fatto avanti, tanto meno per invitare il Maestro a casa proprio, ed invece è il Rabbi che prende l’iniziativa, gli si rivolge personalmente e lo chiama per nome: “Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”.
Chissà che strano, per Zaccheo, sentirsi rivolgere la parola, sentirsi chiamare per nome! Chissà che emozione scoprire che il Rabbi non solo conosce il suo nome, ma ha anche voglia di stare insieme a lui!
Perché proprio Zaccheo?
Non è il migliore, non è il più buono, non è forse nemmeno il più desideroso di un’attenzione speciale da parte del Maestro e Signore.
Quello che conta, in questo caso, è il punto di vista di Gesù: Egli sa che Zaccheo è colui che ha più bisogno di salvezza, ha più bisogno di essere trovato dall’amore di Dio. Per questo il Maestro e Signore gli si fa incontro e propone un tempo per stare insieme, in confidenza.
Di fronte alla gioia di Zaccheo per questa proposta inattesa e stupenda, stridono le reazioni della gente: “Vedendo ciò, tutti mormoravano: È entrato in casa di un peccatore!”.
Malumore, scandalo, brontolii, che si propagano come cerchi nell’acqua, criticando la scelta compiuta dal Maestro. Non viene ben vista la preferenza accordata ad un tipo come Zaccheo.
Non so se colpisce anche voi questo particolare: le stesse persone che pochi minuti prima erano tutte esultanti per il passaggio di Gesù, la stessa gente che lo acclamava, che lo applaudiva, che lo chiamava Rabbi, che desiderava ascoltarlo, che lo ammirava… di fronte alla scelta compiuta dal Maestro di Nazareth, cambia rapidamente il proprio atteggiamento.
Adesso giudicano l’operato di Gesù, lo criticano, lo disapprovano e vorrebbero insegnargli come si deve comportare. Vorrebbero che non accordasse tanta preferenza a un pubblicano, che non frequentasse “certa gente”. La folla che batteva le mani e si spingeva per vederlo passare, è sconcertata dalla sua decisione di fermarsi da un peccatore, da un imbroglione, da uno che se la fa con i Romani: “Ma come – sembrano dire tutti – lui che è un Maestro, guarda un po’ da chi si ferma! Ma pensa un po’ chi va a trovare!... con tante persone rispettabili, va a scegliere proprio quello lì, Zaccheo!”.
Gesù era considerato un Maestro, ma stavolta sono gli altri che vorrebbero insegnare a lui, che vorrebbero correggerlo. Spiegarli come stanno le cose e come devono funzionare.
Questo atteggiamento non è solo della gente di Gerico, in verità. Mentre riflettevo su questo, mi è venuto in mente che a volte abbiamo la tentazione di fare anche noi come la folla di questa pagina del Vangelo: corriamo il rischio di brontolare perché ci sembra che Dio Padre non sappia fare bene il suo mestiere di Dio, che non sappia scegliere chi accostare, chi accogliere, chi approvare. Ci sembra, a volte, che Dio Padre sia un po’ eccessivo, senza giudizio: disapproviamo il fatto che Egli si permetta di perdonare sempre, di perdonare tutti. Sotto sotto critichiamo questa mania di Dio di amare anche chi a noi non piace…
Dentro di noi, magari nel profondo, senza dirlo ad alta voce, ci troviamo a mormorare come la folla di Gerico: “Certo che questo Dio non sempre è giusto! Se si pensa a quante persone cattive ci sono in gito e Dio non le punisce, non le colpisce con un fulmine, non le annienta!... Se non lo fa, allora vuol dire che non è un bravo Dio, che non sa cavarsela nelle situazioni difficili!... Lascia capitare le disgrazie alla gente per bene e non manda nessun castigo ai cattivi! Dev’essere che ancora non sa capire le cose come stanno! Forse dovremmo spiegargliele noi!”.
Vi sembrano pensieri assurdi? A voi non è mai capitato di pensare che, almeno in qualche situazione, Dio si è sbagliato nel condurre la storia degli uomini e del mondo? Magari a voi non è mai successo di pensare così, perché siete molto giovani e avete il cuore aperto ad ogni possibilità. Ma provate a fare questa domanda a degli adulti: “Avresti dei consigli da dare a Dio Padre? Che cosa gli suggeriresti?” e vedrete che lunghissimo elenco di consigli e suggerimenti, vi verrà presentato!
Ricordiamoci, oggi e in futuro, quando ci viene la voglia di correggere Dio, di fargli delle osservazioni critiche, di ripensare alla folla di Gerico; che non ci accada di fare la stessa cosa.
Ma torniamo a Zaccheo: non è stupido, quindi percepisce e comprende quello che sta accadendo intorno a lui. Intuisce le reazioni della folla, si rende conto di quello che pensano di lui e di quello che dicono del Maestro. Così, prende l’iniziativa in maniera clamorosa: “alzatosi, disse al Signore: Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”.
Che meraviglia! L’incontro di Gesù con Zaccheo si riverbera come Grazia e dono per tanti, per tantissimi altri. La gioia di Zaccheo per l’amicizia che il Rabbi gli ha offerto, si trasforma in generosità consistente verso tutti. Persino verso coloro che stanno criticando.
Chissà se l’incontro con il Maestro sarebbe stato ugualmente travolgente e dagli effetti così grandi anche per le altre persone presenti. Se Gesù si fosse fermato a pranzo da qualcuno “per bene”, il padrone di casa sarebbe stato generoso come il piccolo pubblicano?
Zaccheo era ricco e se regala la metà dei suoi beni ai poveri, non si tratta di poca cosa! Stiamo parlando di una cospicua ricchezza, che viene condivisa, messa a disposizione di chi non ha nulla.
Gesù naturalmente è contento della decisione presa da Zaccheo: le parole pronunciate dal suo ospite, sono il segno che veramente l’incontro con il Maestro ha segnato per lui un cambiamento radicale. “Gesù gli rispose: Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto”.
Questo è il commento del Rabbi. Ed è esattamente quello che Lui stesso ha fatto nei confronti di Zaccheo. È andato a cercarlo, invitandolo a scendere dall’albero per ospitarlo a pranzo. In cambio gli dona la salvezza: questo è il dono straordinario che sgorga dall’incontro con Gesù. Non è tanto o soltanto la conversione, il cambiamento di vita, la generosità nel condividere la propria ricchezza. No, Gesù salva in maniera assai più profonda.
Di solito noi associamo l’idea di salvare ad un pericolo, giusto? Chi è in pericolo ha bisogno di essere salvato. Chi sta bene non sente la necessità di salvatori. Desidera essere salvato chi rischia di morire, rischia di farsi del male, o si trova di fronte ad un pericolo che danneggia la sua vita o la sua salute.
Gesù fa molto di più, perché salva la nostra vita eterna, salva la nostra eterna felicità: entrambe sono a volte messe in pericolo dalla quotidianità, dai nostri piccoli egoismi, dal considerare solo noi stessi, il nostro punto di vista, i nostri bisogni, le nostre preferenze... Invece il Maestro e Signore spalanca le porte alla vita e alla gioia che non finiscono, invitandoci ogni settimana a far festa con Lui, a stare insieme a Lui. Per ripartire da questa casa, che è la chiesa, pronti a vivere una nuova settimana con il cuore aperto alla gioia ed alla condivisione.
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MessaggioOggetto: LUNEDI' 1° NOVEMBRE 2010   Sab Ott 30, 2010 10:34 am

LUNEDÌ 1° NOVEMBRE

SOLENNITÀ DI TUTTI I SANTI


Il brano di oggi comincia con una gita fuori città: Gesù e i Dodici sono su una montagna, poco lontano da Cafarnao. È una piccola montagna, in realtà, non molto in alto: più che altro una collinetta, quindi non richiede una scalata per salirvi in cima. E infatti molta gente ha seguito il Rabbi e gli Apostoli. La folla che si è radunata è veramente tanta: sono tutti desiderosi di ascoltare, di imparare dal Maestro e Signore.
E, da vero Rabbi, Gesù si siede per insegnare.
Lo abbiamo già detto altre volte, ricordate? Al tempo di Gesù, chi insegnava si sedeva, prendeva posto su una sedia o un seggio un po’ più in alto rispetto a chi ascoltava. Quindi il fatto che Gesù, in questo momento, non parla strada facendo o semplicemente in piedi, tra la gente, ma si mette seduto, è il segno chiarissimo che sta per dare un insegnamento importante, fondamentale.
Cerchiamo di scoprirlo insieme, allora.
Penso che subito colpisca un po’ tutti il linguaggio usato dal Maestro Gesù in questa occasione: sembra che il suo discorso sia come una canzone, con un ritornello che si ripete sempre uguale: “Beati… Beati…”.
Lo ripete per otto volte, casomai non lo avessimo capito bene!
A voi, la parola beati, cosa fa venire in mente?
Quando diciamo a qualcuno: “Beato te!” pensiamo che l’altra persona sia veramente fortunata, che le stia capitando qualcosa di molto bello, di gioioso, di piacevole!
Diciamo: “Beato te!” a chi inizia le vacanze, a chi ha finito i compiti e può giocare senza pensieri, a chi può partecipare a un evento particolare, a chi ha ricevuto un bel dono…
Quando diciamo: “Beato te!” si tratta sempre di situazioni in cui ci piacerebbe molto essere al posto del nostro interlocutore: faremmo volentieri a cambio, perché quello che gli sta capitando ci farebbe felici, ci darebbe molta gioia.
Quindi la parola beati, che Gesù pronuncia tante volte nel Vangelo di oggi, ha un significato molto positivo: “Fortunato! Felice! Che bello! Chissà che gioia!”
Tutto questo è racchiuso dentro una parola così breve.
Però, scusate un attimo: le situazioni di cui parla Gesù, mentre insegna lì sulla montagna, non mi sembra che siano tutte piacevoli. Proviamo a rileggerle insieme: “Beati i poveri…Beati quelli che sono nel pianto… Beati i perseguitati per la giustizia... Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi...”.
Gente mia, non è che c’è da stare allegri, con questa prospettiva!
Dove sta la beatitudine? Dove si nasconde la felicità in tutte queste situazioni?
Eppure Gesù non è pazzo, non ci sta dicendo che la povertà, la sofferenza, la tristezza, sono fortune, sono motivi di gioia. Ci aiuta però a guardare tutto questo con occhi diversi, offrendoci prospettive a cui magari non avremmo mai pensato.
Proviamo a riflettere allora su ognuna delle beatitudini che il Maestro e Signore ci elenca quest’oggi.
Cominciamo dalla prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.
Attenzione: “poveri in spirito” non è la stessa cosa di “poveri di soldi”. Anche chi ha da parte qualche soldino, anche chi non sta morendo di fame, anche chi ha una casa accogliente, può sperare di vivere nel regno dei cieli. Purché mantenga il suo spirito povero, leggero, libero. Come si fa? Bè, chi si vanta di continuo, chi si crede migliore degli altri, chi pensa di poter fare a meno di Dio oppure vive come se Dio non ci fosse, senza dedicargli mai un pensiero, di certo non è un povero in spirito. Invece, coloro che conservano per tutta la vita la capacità di stupirsi e di osservare il mondo con meraviglia, sono poveri in spirito. Come pure coloro che sanno ringraziare e custodiscono in cuore la gratitudine. Quelli che non cercano gli applausi, che non si mettono in mostra, che non ci tengono ad essere ammirati dalla gente, sono tutti poveri in spirito. E chi mantiene lo spirito povero e leggero, di sicuro sarà accolto nel regno dei cieli.
Ma proseguiamo con il discorso di Gesù: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Sì, questa è una certezza che ci deve accompagnare sempre, specialmente nei momenti di tristezza, di sconforto, di solitudine: le nostre lacrime, Dio le conosce. Anche quelle più segrete, anche quelle che piangiamo sotto le coperte o chiusi in bagno, anche quelle che ricacciamo indietro, sbattendo forte le palpebre, persino quelle Dio le conosce ed è pronto a consolarle. Non ci sono lacrime che lo Spirito Consolatore non possa asciugare. Non esiste dolore al mondo che non possa essere guarito dalla mano di Dio. Non esiste una solitudine totale, perché in ogni istante siamo amati e accompagnati dallo sguardo tenerissimo di Dio Padre.
Cos’altro ci dice il Maestro Gesù? “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”. Sapete chi sono i miti di cui parla il Vangelo? Sono quelli che non usano la violenza, che non sono aggressivi verso gli altri, neppure quando sanno di avere ragione. Sono quelli che si rifiutano di essere causa di sofferenza per gli altri, che hanno a cuore tutti i viventi, anche le creature più deboli e indifese. A chi è come loro, appartiene la terra. Il Padre Buono gliela consegnerà per l’eternità, perché già da ora ne hanno cura: hanno rispetto della vita in ogni istante e quindi sono i custodi migliori che si possano sognare per questo nostro mondo.
Andiamo avanti, però, che le parole del Rabbi di Nazareth formano un lungo elenco di beatitudini:
“Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. Pensate a quante situazioni ci fanno esclamare: “Non è giusto!”.
Pensate a come soffriamo quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia.
Pensate a quante ingiustizie, anche molto gravi e crudeli, si compiono ogni giorno nel mondo.
E ne viene un mente subito una: i tanti bambini che, invece di poter crescere sereni andando a scuola e giocando con i compagni, sono obbligati a lavorare come schiavi, per tessere tappeti, per raccogliere spazzatura nelle discariche, per andare nelle miniere di pietre preziose, per pescare spugne e coralli nel mare profondo… No, non è giusto che questi bambini siano privati della loro infanzia, vi pare? E ci sono tante persone che s’impegnano ogni giorno per far cessare questa e tante altre ingiustizie in ogni parte del mondo. In ogni situazione, questi uomini, queste donne, hanno la certezza che il loro sforzo andrà a buon fine. Anche quando sembra un impegno inutile, anche quando li considerano dei pazzi, dei poveri illusi, loro non si arrendono e non si stancano di difendere la giustizia e di operare perché venga realizzata nella vita quotidiana: sanno che il Dio Giusto avrà l’ultima parola sulla Storia e sazierà la fame e la sete di giustizia che abita nel cuore di ogni essere umano.
E poi? Cos’altro ci insegna il Signore Gesù? “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Misericordioso è chi ha il cuore grande, chi non porta rancore, non tiene il muso, non sta a rimuginare all’infinito su ogni piccola cosa che può avergli dato un dispiacere.
Misericordiosi sono tutti coloro che hanno la capacità di perdonare, di perdonare davvero. Costoro sanno che riceveranno lo stesso perdono, che gusteranno la gioia di essere perdonati a loro volta dall’amore del Padre Buono.
Ce ne sono ancora di beatitudini? Ma certo! “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Puri di cuore, limpidi nell’animo, sono coloro che non mentono, che non cercano di apparire diversi da come sono veramente. Quelli che non fingono, che hanno il coraggio di mostrarsi semplicemente così come sono, con i loro pregi ma anche i loro difetti. Costoro, mantengono gli occhi del cuore capaci di vedere Dio. Sono capaci di riconoscere la presenza di Dio intorno a loro, vicino a loro. Capiamoci: non sto dicendo che si guardano intorno e vedono la faccia di Dio, ma la loro freschezza d’animo permette al loro cuore di riconoscere le tracce della presenza di Dio, in ogni situazione.
Continuiamo? Ce ne sono ancora tre: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Per forza, direi! Quando uno si impegna a costruire la pace, subito viene riconosciuto come un figlio di Dio, come una persona che cerca di vivere secondo il cuore di Dio! Quando uno non cerca scuse per litigare, non stuzzica, non prende in giro, sta vivendo secondo il cuore di Dio. Quando uno di noi cerca di mettere pace quando si accorge che c’è tensione; cerca di calmare gli animi di chi magari vorrebbe picchiarsi, sta vivendo secondo il cuore di Dio. E vi pare che chi osserva, non riconosca subito che quella persona è un vero figlio di Dio?
La penultima è una beatitudine difficile da vivere: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. A noi che siamo qui, oggi, mi auguro che non accada mai di essere perseguitati e maltrattati perché agiamo secondo la giustizia. Però pensate a come, tante volte, si ragiona alla rovescia: si prende in giro chi si comporta bene sempre, anche quando la maestra non è presente; si canzona chi attraversa sulle strisce pedonali, invece di lanciarsi all’impazzata; si ride di chi non cerca di copiare; si scuote la testa davanti a chi non finge un fallo grave, quando invece non si è fatto niente. Insomma, si guarda un po’ dall’alto in basso chi non approfitta delle occasioni per “fare il furbo”. Viene considerato uno stupidotto, uno che “non sa vivere”. Ma la logica di Dio ancora una volta è chiarissima: chi vive con onestà e coerenza, entrerà con passo sicuro nel regno dei cieli.
Per l’ultima beatitudine dobbiamo tirare un respiro profondo, perché prima o poi ci riguarda tutti: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Non so se vi è già successo, ma vi assicuro che vi capiterà: ci sarà sempre qualcuno pronto a ridere della nostra fede, del nostro andare a Messa, del tempo che dedichiamo alla preghiera, delle ore al catechismo, dei pomeriggi in oratorio…
Ci sarà sempre qualcuno che avrà da criticarci, perché ci diciamo cristiani, ma non siamo già santi, siamo solo in cammino verso la santità!
Ci sarà sempre chi avrà da commentare con ironia e a volte anche con crudeltà, riguardo al “nostro Dio” che non fa niente di fronte al male nel mondo.
Se non è ancora successo, prima o poi vi accadrà di sentirvi insultati, presi in giro, messi da parte, perché cercate di vivere secondo il Vangelo.
Sono momenti che capitano ad ogni credente e sono momenti amari, duri. Però è proprio quella l’occasione di ricordarci delle parole che Gesù rivolge a tutti quelli che vengono trattati male a causa della fede in Lui: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Ecco, le abbiamo rilette tutte otto. Ora fermiamoci in silenzio e chiediamoci: a quale di queste otto beatitudini somiglio di più? Qual è che mi viene facile? E qual è quella invece che mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare? Ciascuno valuti nel segreto del cuore: possiamo decidere di iniziare da subito a vivere secondo le otto beatitudini, per gustare la gioia senza fine che il Maestro Gesù ci ha promesso. Tocca a noi, scegliere. Solo a noi.
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MessaggioOggetto: MARTEDI' 2 NOVEMBRE 2010   Sab Ott 30, 2010 10:38 am

MARTEDÌ 2 NOVEMBRE 2010

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI


La chiesa oggi celebra la Commemorazione di tutti i fedeli defunti: però! in una sola frase ci sono ben tre parole difficili!
Allora, che cosa significa commemorazione?
Vuol dire che ci ricordiamo, ci ricordiamo nella preghiera, di tutte le persone che credevano in Dio (questo vuol dire fedeli) che sono ormai defunte, cioè morte.
Adesso è più chiaro? Bene.
Noi sappiamo che tutti coloro che sono morti, ci hanno preceduto nella Casa di Dio Padre, sono già nel Regno di Dio e da lì possono continuare a pregare per noi.
È bello sapere che le persone che abbiamo conosciuto e amato continuano ad accompagnarci, a interessarsi a noi anche adesso!
Sappiamo che se ci siamo voluti bene durante la vita, questo affetto, questo amore, non finiscono con la morte, ma continuano. Anche se magari non ci vediamo faccia a faccia, se non possiamo più chiacchierare come una volta o farci le coccole sul divano… l’amore non finisce con la morte, continua come un legame forte e bellissimo, perché la vita eterna è il Regno dell’amore, quindi l’amore non può mai finire!
In effetti, non è che ci ricordiamo delle persone care che sono morte, solo oggi! Figuriamoci! Le pensiamo spesso, preghiamo per loro, sappiamo di essere uniti attraverso l’amore!
In questa giornata particolare, però, la Chiesa ci invita a rivolgere un pensiero e una preghiera, anche a tutti coloro che sono morti e di cui nessuno si ricorda mai.
Sono tante le persone ormai morte per le quali nessuno si ricorda più, nessuno manda loro un saluto nella preghiera!
Sono persone che non conosciamo, che non abbiamo mai incontrato, di cui non conosciamo il nome… ma oggi possiamo avere un pensiero speciale per loro!
Questo è il giorno in cui la Chiesa dice: tutti insieme, preghiamo per queste persone! Tutti insieme, facciamo loro sentire che non sono dimenticati e soli!
Ieri e oggi, probabilmente, molti sono andati o andranno in visita al cimitero. È un appuntamento che può mettere un po’ di malinconia, anche perché in giro per i viali del cimitero si vedono sempre facce tristi…
Forse allora conviene ricordare bene che il cimitero non serve a coloro che sono morti, il cimitero serve a noi, che siamo vivi, a noi che siamo qui e sentiamo la nostalgia delle persone care che sono morte, per cui ci consola avere la possibilità di visitare il luogo dov’è sepolto il loro corpo.
Però sappiamo bene che la loro esistenza continua in Dio, la loro esistenza prosegue nella vita eterna!
Il cimitero non è la fine della storia, l’ultima pagina del libro della vita!
È invece la porta che spalanca la vita eterna a coloro che riposano in quel luogo, ed è pure, per i vivi, il costante ricordo che la vita eterna attende tutti.
Se vogliamo dirla tutta, i defunti non se ne fanno niente del cimitero: hanno il Regno di Dio, cos’altro potrebbero desiderare?
Siamo magari noi ad avere bisogno di qualcosa in più, di qualche rassicurazione, di qualche maggiore sicurezza… e oggi ce la offre proprio la Parola di Dio.
Il Vangelo di questa domenica, infatti, è pieno di speranza e di serenità perché ancora una volta Gesù ci ripete la sua promessa: chi crede in Lui avrà la vita eterna.
“Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna”.
La vita eterna! Quella vita di gioia senza fine, di serenità e di amore senza misura, di cui abbiamo parlato già tante volte!
Come sarà? Non sappiamo descriverlo con precisione, lo scopriremo davvero solo quando ci saremo anche noi.
Però alcune cose siamo già in grado di dirle. Per esempio, se diciamo che è eterna vuol dire che non finisce mai. Sappiamo anche che saremo immersi in Dio, tuffati nel suo amore, avvolti dalla sua tenerezza! Sappiamo che lì non ci sarà più la sofferenza, né il pianto, né la tristezza… Non ci saranno le malattie, la morte sarà annientata per sempre!
In questa vita meravigliosa, siamo invitati ad entrare un giorno anche noi, perché Gesù ce lo ha promesso e delle sue promesse possiamo fidarci con tutta certezza.
Attenzione, però: Gesù dice chiaramente che rivolge la sua promessa e coloro che credono in Lui.
Naturalmente vogliamo essere anche noi parte di questo gruppo, e allora ci chiediamo: cosa significa davvero credere in Gesù?
Anche questa è una domanda che ci siamo fatti già molte volte e la risposta è facile e difficile allo stesso tempo.
Facile, perché la possiamo dire con poche parole, molto semplici e molto chiare.
Difficile, perché è una risposta impegnativa, che coinvolge la nostra vita fino in fondo, che non ci lascia tranquilli, in pace, ma ci chiedere di mettercela tutta.
In pratica: credere in Gesù significa fidarsi di Lui, delle sue parole, e vivere secondo quanto Lui stesso ci ha insegnato.
Che poi, se ci pensiamo bene, in che modo dobbiamo vivere per mostrare che veramente crediamo in Lui?
Ci ha insegnato a vivere senza smettere di amare, a vivere senza scoraggiarci, ma sempre fiduciosi.
A vivere diventando sempre più capaci di perdonare, di condividere, di ringraziare, di rallegrarci…
Amare, fidarsi, perdonare, condividere, ringraziare, rallegrarsi… che bell’elenco! Un elenco luminoso!
Tutti questi verbi sono già un piccolo anticipo di quella che sarà la vita eterna, dove ameremo senza fine, perdoneremo senza alcuna fatica, condivideremo ogni cosa nella fraternità, non ci stancheremo di ringraziare e il nostro cuore troverà di continuo motivi per rallegrarsi!
Allora, se abbiamo qualche persona cara che è nella vita eterna, questa Eucaristia è il momento migliore per ricordarla, per ringraziare il Signore di avercela fatta conoscere, per ridirle che le vogliamo bene ancora, come gliene abbiamo voluto quando eravamo insieme.
Inoltre, tutti siamo chiamati a rivolgere almeno un pensiero, almeno un piccolo saluto nel nostro cuore, per tutti coloro che sono nel Regno di Dio, ma non sono ricordati da nessuno.
E in ogni momento di questa settimana, custodiamo in noi la promessa che Gesù ci ha fatto: chi crede in Lui, ha la vita eterna!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 7 NOVEMBRE   Mer Nov 03, 2010 10:38 am

DOMENICA 7 NOVEMBRE 2010

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


La liturgia di questa Domenica ci offre l’occasione per riflettere su un tema molto importante: la vita eterna.
Della vita eterna si parla sia nella prima lettura che nel Vangelo, e queste due letture, come spesso avviene, si richiamano a vicenda o meglio il Vangelo ci offre un nuovo modo di guardare alla stessa realtà. Ed è sempre Gesù che dà risposte nuove e definitive a questioni importanti.
Nel secondo libro dei Maccabei è riportato un episodio molto intenso di una intera famiglia che è disposta a offrire la propria vita pur di non rinnegare la propria fede. Come è possibile che sette fratelli e la loro madre abbiano tutto questo coraggio? Cosa dà loro il coraggio per affrontare e sopportare le minacce e il dolore fisico? La loro risposta è unanime: Dio che è Padre e Creatore ci darà una nova vita, una vita eterna, per sempre! E’ stata la loro fiducia in Dio e nelle sue promesse di vita a dar loro la forza.
Nel Vangelo un gruppo di sadducèi, persone influenti della società palestinese del tempo, interrogano Gesù proprio sulla vita dopo la morte. Come ci ricorda l’evangelista Luca, i sadducèi non credevano alla risurrezione e dunque ad una vita nuova, eterna. I sadducèi, pongono una domanda a Gesù portando l’esempio di una donna, magari il fatto era successo davvero o forse no; ciò che interessa i sadducèi era di sapere se Gesù credeva nella vita eterna o no. Gesù nella risposta che dà loro lascia intendere che non solo ci sarà una vita nuova dopo la morte, ma anche che non avrà le stesse regole della vita terrena e inoltre che saremo trasformati, saremo ancora più simili agli angeli!
Un giorno una bambina che conosco abbastanza bene e che ha vissuto il lutto per una persona a cui era molto affezionata, mi ha domandato: “Come faccio a credere che questa persona, così importante per me, adesso ancora vive? Chi può dirmi che veramente Gesù è risorto e che anche noi risorgeremo e avremo una vita nuova? Dove sono le prove di tutto questo?”. Ho spiegato a Luisa, questo il nome della bambina, che nessuno può fornirle prove sulla risurrezione di Gesù. Nessuno ha mai registrato o fotografato quell’evento. Le persone, però che hanno visto Gesù risorto hanno lasciato una testimonianza scritta e queste persone sono gli evangelisti, alcuni dei quali Gesù hanno vissuto con Gesù e lo hanno visto dopo la risurrezione; altri invece hanno raccolto la testimonianza degli apostoli e hanno poi scritto il Vangelo. Inoltre quanti ancora oggi testimoniano e vivono secondo l’insegnamento di Gesù, ci aiutano a continuare a credere in Lui, infatti ogni loro opera nasce dal desiderio di continuare l’opera Sua e dare a tutti la fiducia in Dio.
In effetti le domande della mia piccola amica sono profonde e non hanno una risposta definitiva, ognuno di noi troverà le risposte alle domande su Dio, la morte e la vita dopo la morte, soltanto dedicando un po’ del proprio tempo a meditare, a pregare sulla Parola di Dio. Gesù, è l’unico che ci ha dato testimonianza della vita dopo la morte. È l’unico dunque che può parlarci e rispondere ai nostri continui dubbi e curiosità sulla vita e sulla vita eterna. Noi che non possiamo porgli direttamente queste domande difficili ci facciamo “consigliare” dagli apostoli e da quanti dedicano molto tempo alla preghiera e all’ascolto della Parola di Dio.
Durante la settimana possiamo dedicare un po’ di tempo per farci delle domande e per presentarle Domenica prossima davanti a Gesù, chiedendogli non solo di trovare presto una risposta, ma anche un valido aiuto!
Buona Domenica a tutti!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010   Mar Nov 09, 2010 11:31 pm

DOMENICA 14 NOVEMBRE 2010

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Penso che tutti voi, bambini, la domenica andate in Chiesa insieme ai vostri genitori per la Santa Messa. Com’è la vostra chiesa? È grande? È piccola? È luminosa? È antica, è moderna?
Sapete all’inizio del cristianesimo, non esistevano chiese, la Messa, veniva celebrata nelle case dei credenti, una domenica da una famiglia, una domenica da un’altra e così via. Quelle case erano chiamate le “chiese domestiche”. In seguito, però, quando i cristiani sono cresciuti di numero non era più possibile stare tutti dentro una casa, così qualcuno ha pensato di costruirne una grande che potesse contenere tutti coloro che credevano in Gesù. Ecco come sono nate le chiese.
Una chiesa in genere, viene costruita lì dove ci sono tante case, tanti palazzi, cioè tanta gente.
Da noi, in Italia, ci sono tante chiese, chiese di tutte le dimensioni: chiese piccole nei piccoli paesi di montagna, e chiese grandi nelle città. Pensate per esempio alla basilica di San Pietro, tutti voi qualche volta l’avrete vista almeno per televisione! Chi poi abita a Roma o ha avuto l’occasione di andare a Roma, certamente sarà entrato in questa chiesa che è la più grande del mondo.
Pensate che per costruirla ci sono voluti tanti e tanti anni addirittura un secolo! La costruzione è cominciata il 18 aprile del 1506 e si è conclusa nel 1626. Un periodo davvero lungo.
Tanti architetti si sono succeduti e il progetto ultimo è quello del grande Michelangelo Buonarroti. I papi del tempo la vollero fare proprio bella: un casa speciale per il Signore per tutti i credenti sparsi nel mondo. Per questo l’avevano voluta grande, anzi grandissima. Questa grande Chiesa era stata adornata con pietre preziose, marmi pregiati, opere d’arte di una bellezza indescrivibile.
Ancora oggi persone credenti e non, la visitano per la sua bellezza e per la genialità architettonica del grande Michelangelo, oltre che per le opere d’arte in essa racchiuse.
Voi vi chiederete ma cosa centra tutto questo con il vangelo di oggi.
C’entra tanto, perché Gesù, ci racconta il vangelo di oggi, si trova a passare davanti al Tempio di Gerusalemme: (il Tempio una costruzione bellissima voluta dal Re Salomone), e sente i commenti della folla davanti a quella bella opera: “Guarda che belle pietre!”, “guarda che belle sculture” “I marmi poi sono rari sono stati portati da lontano…”
Quelle persone lodavano le mura del Tempio dimenticando che quel luogo era la casa di Dio.
Per questo Gesù commentando i loro discorsi dice: “di tutto quello che vedete non rimarrà che un cumulo di sassi”.
Per dire: le cose si logorano e finiscono prima o poi. Dicendo così, vuole aiutare la gente e noi a capire che, se è vero che Dio è contento delle cose belle che costruiamo per lui, lo è molto di più se costruiamo la nostra vita bella.
Perché è la nostra vita il tempio bellissimo che Dio vuole abitare. E quando un tempio è bello è bello sempre anche se ha molti anni, e la gente rimane ugualmente ammirata.
Come si fa a rendere la nostra vita bella? La bontà rende la vita bella, la gioia, la cortesia, la generosità, il servizio, la disponibilità, la preghiera, l’ascolto della Parola di Dio, l’attenzione, la responsabilità, la fedeltà, il rispetto, in sintesi mettere in pratica gli insegnamenti di Gesù.
Mi capite vero bambini? Costruire è faticoso e costruire bene la propria vita anche. Ma è ciò che chiede Gesù a noi in questa domenica. Solo così saremo suoi Testimoni, cioè persone che mostrano con le azioni, con i fatti, con il comportamento, la loro fede in Lui.
Ci sono stati testimoni che hanno dato la vita per Gesù e per i fratelli. Forse ne conoscete qualcuno, io vi racconto di un vescovo Oscar Romero, un vescovo del Salvador un paese dell’America Latina, il quale difendeva i poveri secondo l’insegnamento di Gesù, e cercava di ottenere dal governo leggi giuste per loro. Questo vescovo era molto amato dal popolo e questo dava tanto fastidio ai capi del governo che un giorno hanno deciso di ucciderlo. Una sera mentre celebrava la Santa Messa è arrivato un militare che gli ha sparato ferendolo a morte.
A noi non verrà chiesto questo sacrificio, però siamo chiamati ugualmente a mostrare nella nostra vita la bellezza non solo apparente, ma quella bellezza che nasce dal cuore, un cuore che sta unito al Signore, un cuore che sa ascoltare la sua parola e si impegna a metterla in pratica. Buona domenica.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 21 NOVEMBRE 2010   Mar Nov 16, 2010 11:05 am

DOMENICA 21 NOVEMBRE

SOLENNITÀ DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL’UNIVERSO


Oggi è un giorno di festa e di gioia grandissima perché è la festa del nostro Re. Il re che oggi festeggiamo è un re particolare: è Cristo Re dell’Universo, il Re di tutte le nazioni, il Re di tutto il creato! Ma, penserete voi, come è possibile che esista un Re capace di riunire nel suo regno tanti popoli, un re che vorrebbe che tutti (ma proprio tutti!!!) vivessero dignitosamente, un re che vuole bene a tutte le persone di ogni razza e nazione perché lui non ha nemici di nessun genere, un re che ama tutto il suo popolo fino a dare la sua vita? In effetti queste cose sembrano impossibili… non si realizzano nemmeno nelle favole dove di solito ci sono dei Re buoni e saggi!
Vediamo un po’ come possiamo chiarire ciò. Ripensiamo al Vangelo di oggi: Luca ci racconta il momento della crocifissione di Gesù. È molto triste la situazione che Luca ci presenta: Gesù sulla croce, deriso, insultato, preso in giro perché Lui che aveva fatto tanti miracoli, Lui Re Figlio di Dio, non riusciva a scendere dalla croce! Gesù ha un ladrone alla sua destra e uno alla sua sinistra ed è messo in croce come i delinquenti più cattivi (così infatti a quell’epoca venivano uccise le persone più malvagie), Lui che non aveva mai fatto niente di male, anzi…
È un po’ strano, a dire la verità, che per festeggiare Cristo Re dell’universo ci venga presentata la descrizione di Gesù sulla croce! Noi, infatti, un Re ce lo immaginiamo in tutt’altro modo… Ce lo immaginiamo in un castello, in una sala bellissima con dei lampadari grandissimi di cristallo, seduto su un trono d’oro e circondato dai suoi cortigiani vestiti di tutto punto; ce lo immaginiamo con una corona d’oro e brillanti… io me lo vedo anche con una mano che tiene lo scettro e con l’altra mano che tiene una corda con un grosso campanello al suono del quale arrivano un sacco di servi pronti a soddisfare qualsiasi suo ordine! Il Re comanda e tutti obbediscono...
Ora ripensiamo al racconto dell’evangelista Luca: non c’è niente che corrisponde alla nostra idea di re. Eppure la grandezza del nostro Re sta proprio in questo: Lui, a differenza degli altri re, come trono ha scelto la croce. È proprio strano come trono! direte voi… ma basta solo questo per capire quanto grande è il suo amore per tutto il mondo, per noi, per me, per te. Gesù ha obbedito alla volontà di Dio Padre che gli ha chiesto di farsi uomo in mezzo a noi, che gli ha chiesto di nascere in una umile capanna, di crescere nel piccolo villaggio di Nazaret, che gli ha chiesto di annunciare la Buona Notizia che tutti gli uomini avrebbero avuto la salvezza, che gli ha chiesto di amare fino ad accettare di morire in croce affinché questo potesse essere realizzato. Sapete bambini, la croce è il vero trono terreno di Gesù, ci fa capire che il suo non è un regno di potere, di onori, di soldi, un potere politico, un potere di forza, di dominio... il suo è un regno in cui tutte queste cose non esistono perché esiste solo l’amore. È un Re che ci vuole così tanto bene che è morto e risorto per noi affinché potessimo risorgere con Lui e sederci in paradiso vicino al suo trono, un trono ora tutto glorioso, ma lui porta sempre i segni delle ferite, segni del suo amore!
In questo momento in cui scrivo, ho davanti a me un crocifisso particolare, il crocifisso di San Damiano, crocifisso davanti a cui san Francesco di Assisi (avete sentito parlare di San Francesco, vero?) andava spesso a pregare. Quello che colpisce particolarmente di questo crocifisso sono gli occhi: sono aperti e questo ci fa capire che Gesù è vivo e che vuole salvare tutti quelli che, per mezzo di lui, si vogliono avvicinare a Dio. Gesù, qui, non è appeso ai chiodi ma i piedi sono quasi appoggiati al legno della croce. Le braccia (pur con le piaghe) sono distese in segno di accoglienza. Le gambe sono diritte e sostengono il corpo: proprio come una persona viva. Provate a chiedere al papà o alla mamma o ai nonni o a qualche zio se hanno il crocifisso di San Damiano e provate a guardarlo bene ripensando a quello che vi ho detto…
Abbiamo capito allora che Gesù sulla croce è un Re vivo e ci fa un regala che nessun altro Re ci potrebbe dare, ci regala il suo regno: il paradiso. Ce lo dice Lui stesso con le parole dell’evangelista Giovanni:” Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché siate anche voi dove sono io”. Gesù prepara questo posto a tutti quelli che lo vogliono naturalmente, perché lui ci lascia sempre liberi di scegliere. Il suo desiderio è comunque certamente che noi scegliamo il bene affinché possiamo essere per sempre vicino a lui!
Sapete una cosa, bambini? Noi, il regno di Dio, lo possiamo già cominciare a costruire su questa terra. Noi siamo come dei semi che, una volta cresciuti, possono far fruttificare il creato, e lo possono rendere accogliente, bello, gioioso e pieno di amore. Un seme è come un miracolo: anche l’albero più grande nasce da un seme piccolissimo. Il vostro cuore, allora, è come un giardino in cui Gesù ha seminato le cose più belle, i valori più grandi: ha seminato cioè i suoi semi. Ma i semi vanno curati e ci vuole impegno da parte nostra se vogliamo che portino frutti! Vi impegnerete, allora, a fare crescere questi semi così da contribuire a costruire un Universo a misura del nostro Re?
A questo proposito vi racconto una storiella, la bottega di Dio.
Una notte ho sognato che in una via del mio quartiere era stata aperta una nuova bottega con l’insegna: “Dono di Dio”.
Entrai e vidi un angelo dietro al banco.
Meravigliato, gli chiesi: “Che vendi, angelo bello?”
Mi rispose: “Ogni ben di Dio!”. “Fai pagare caro?”
“No, i doni di Dio sono tutti gratuiti”.
Contemplai il grande scaffale con anfore d’amore, flaconi di fede, pacchi di speranza, scatole di salvezza..., e così via.
Mi feci coraggio e poiché avevo un immenso bisogno di tutta quella mercanzia, chiesi all’angelo: “Dammi un bel po’ d’amore di Dio, tutto il perdono, un cartoccio di fede e salvezza quanto basta!” L’angelo, gentile, mi preparò tutto sul bancone.
Ma quale non fu la mia meraviglia vedendo che, di tutti i doni che avevo chiesto, l’angelo mi aveva fatto un piccolissimo pacco!
Esclamai: “Possibile, Tutto qui?”
Allora l’angelo, solenne, mi spiegò “Eh si, mio caro! Nella bottega di Dio non si vendono frutti maturi. Ma soltanto piccoli semi da coltivare!”.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 28 NOVEMBRE 2010   Sab Nov 27, 2010 10:29 am

DOMENICA 28 NOVEMBRE 2010

I DOMENICA D'AVVENTO


Il Vangelo di questa domenica ci ripete più volte lo stesso invito: ”Vegliate”.
Ma che cosa significa vegliare? Può significare semplicemente stare svegli, non addormentarsi. Oppure essere vigili, come le sentinelle, che spingono lo sguardo lontano, oltre il buio della notte, per vedere chi si avvicina.
Si può vegliare per molti motivi: per l’ansia e la paura, oppure per l’attesa di qualcosa di molto bello, di molto desiderato! Sarà successo anche a voi di non riuscire a dormire la notte prima di qualcosa di molto atteso: una gita, una festa, una visita…
Ecco, il Vangelo ci chiede di vegliare per attendere qualcosa di molto bello, qualcosa di veramente meraviglioso: un mondo nuovo, stupendo, dove le persone vivono in pace, serenità e armonia. Riusciamo ad immaginarlo? Un mondo senza violenza né guerre, dove nessuno usa più le armi… Sembra un sogno, ma è quello che ci ha descritto il profeta Isaia nella prima lettura: “Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.
Che straordinaria prospettiva! Le lance trasformate in falci, quell’attrezzo che serve a mietere il grano; le spade usate come vomeri, per dissodare la terra e renderla pronta alla semina. Il profeta Isaia ci prospetta un mondo dove si lavora insieme perché ciascuno abbia da mangiare, un mondo dove nessuno sia povero o spaventato. Un mondo così ci entusiasma e subito vorremmo chiedere a Gesù: quando accadrà? Quando cominceremo a vivere in un posto così?
Purtroppo questa informazione, che pure ci starebbe tanto a cuore, il Vangelo non ce la dice. Non c’è scritta nella Bibbia nessuna data precisa. Non c’è fissato nessun appuntamento.
Possiamo però, provare comunque a leggere tra le righe, per cercare di raccogliere qualche dato in più. Ad esempio, proprio il Vangelo di oggi, tratto dal racconto dell’evangelista Matteo, ci dà un’indicazione preziosa, perché ci dice che questo mondo meraviglioso avrà inizio nella quotidianità, nella vita di tutti i giorni: “mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito”.
Quindi non dobbiamo aspettarci squilli di tromba e avvenimenti straordinari, ma renderci conto che il mondo splendido che Dio sta da sempre sognando per l’umanità, si va preparando in mezzo ai gesti più comuni, in mezzo a ciò che ogni creatura vive, giorno dopo giorno.
Lo so, lo so che questo ci entusiasma poco! Preferiremmo qualcosa di grandioso, di eccezionale, che capovolge le abitudini della nostra vita, che mette sottosopra tutto ciò che è abituale. Ma la fantasia di Dio segue percorsi diversi dai nostri…
A proposito, sapete che cosa comincia con questa domenica? Ma sì, certo che lo sapete: i paramenti del sacerdote sono viola, vicino all’ambone c’è acceso il primo cero della corona di sempreverdi… non è difficile capire che siamo entrati nel tempo di Avvento!
No, non sto cambiando discorso: l’Avvento è proprio legato a quest’attesa di un mondo nuovo, promesso dal Signore. Infatti, a cosa serve l’Avvento?
Esattamente a ricordarci che, mentre viviamo la quotidianità di ogni giorno, stiamo comunque aspettando il ritorno del Signore, la Sua venuta per sempre, quando finalmente si realizzerà il Regno di Dio, cioè quel mondo stupefacente descritto dal profeta Isaia.
Attenzione, c’è un rischio molto serio da considerare: siccome il Regno di Dio arriva in mezzo alla realtà di tutti i giorni, potrebbe succederci di prendere la vita come un’abitudine. I mesi passano come al solito e il Signore non torna; allora ci lasciamo prendere dal torpore, trasciniamo i giorni e gli impegni; andiamo avanti stancamente, magari un po’ stufi, sentendoci risucchiati dalle cose da fare e dimenticando di essere persone in attesa.
Invece la quotidianità dovrebbe essere il tempo prezioso, preziosissimo, nel quale noi stessi costruiamo, giorno dopo giorno, le condizioni perché il Regno di Dio si realizzi.
Uhmmm, vedo delle facce un po’ perplesse; forse non sono stata molto chiara. Facciamo così: per capirci meglio, vi racconto di Samuele e Filippo.
Samuele ha 7 anni e i genitori gli avevano detto che sarebbe arrivato un fratellino, sarebbe stato un maschietto e pensavano di chiamarlo Filippo. Samuele era stato contento della notizia: un fratellino era proprio una bella prospettiva! Giocare insieme, parlare insieme, dormire nella stessa stanza, fare la lotta… e poi, Filippo sarebbe stato più piccolo, quindi lui, Samuele, avrebbe potuto proteggerlo e insegnargli tutte le cose che già sapeva!
Solo al pensiero Samuele si sentiva pieno di orgoglio e di soddisfazione, non vedeva l’ora che Filippo fosse lì, con lui.
Invece… invece i giorni passavano e sembrava che non succedesse proprio niente. Per carità, la vita continuava come sempre: Samuele andava a scuola, faceva i compiti, il martedì e il giovedì andava a basket e il mercoledì al catechismo. Tutto era consueto, come prima di sapere dell’arrivo di Filippo: ma quando arrivava? Ma quanto ci impiegava?
Da quando aveva saputo del suo arrivo, Samuele aveva già contato 3 sabati, con il pomeriggio all’oratorio, e 3 domeniche, con la Messa al mattino e poi a pranzo dai nonni.
Tutto come al solito, insomma: ma ‘sto Filippo sarebbe poi arrivato sul serio?
Samuele cominciava ad avere qualche dubbio. Così un giorno si sfogò con il suo papà: - Ma quando arriva? Sono stufo di aspettare? Qui non succede niente! –
- Come “non succede niente”? – si stupì il papà – Samuele, forse sei stato poco attento, perché qui intorno stanno succedendo tante cose straordinarie! E se saprai riconoscerle, potrai prepararti bene, proprio al meglio, per accogliere Filippo... –
Il papà rifletté un momento e poi suggerì: - Forse dovresti fare come gli indiani nel West, che stavano di sentinella giorno e notte. Ti ricordi che nei film abbiamo visto che sapevano riconoscere tutti i segnali della natura? Ti ricordi che notavano ogni particolare, anche il muoversi delle foglie o le impronte nell’erba calpestata? E quando si sdraiavano con l’orecchio appoggiato al terreno, per ascoltare il rumore dei passi?... –
Ecco, quest’idea di fare come gli indiani, di mettersi di sentinella, di essere vigile, piacque moltissimo a Samuele e cominciò a concentrarsi e a prestare attenzione ai dettagli di quanto avveniva attorno a lui.
Per esempio, si accorse che nell’armadio della camera da letto, la mamma stava spostando alcuni indumenti, per fare spazio sui ripiani e nei cassetti, dove comparivano pigiamini, tutine minuscole, calzine così piccole che non potevano servire neppure come porta-cellulare!
Nella stanza dei genitori la poltroncina vicino alla finestra era stata spostata per fare posto alla culla: la riconosceva dalle foto, era quella in cui aveva dormito lui stesso, quando era piccolo.
E poi, un pomeriggio di domenica piovoso e lento, aveva aiutato papà a portare su dalla cantina il suo vecchio passeggino e anche il fasciatolo: erano un po’ impolverati, ma con una bella ripulita tornarono come nuovi.
Il segno più evidente, in effetti, era proprio sotto il suo naso e quando cominciò ad essere vigile, Samuele si stupì di non essersene accorto prima: la pancia della mamma stava diventando sempre più grande! Certo, lo sapeva che Filippo era lì dentro, che si prendeva il tempo necessario per diventare grande abbastanza, nascere e respirare da solo, ma ora che viveva con occhio da sentinella, Samuele cominciò a notare come la pancia della mamma cambiava forma a seconda della posizione che Filippo assumeva stando lì dentro, sicuro e al caldino.
I genitori proposero a Samuele di scegliere lui stesso un regalo di benvenuto per Filippo e, dopo una lunga riflessione, Samuele propose un peluche. Andarono a prenderlo insieme, un tigrotto morbido dal muso tenero. Mentre tornavano, in auto, Samuele considerò: - Penso che a Filippo piacerà: ha un’aria simpatica e gli farà compagnia la notte. – Giorno dopo giorno il tempo passava, con il ritmo consueto e gli impegni di sempre, ma per Samuele le settimane sembravano aver preso la rincorsa, da quando aveva iniziato a partecipare ai preparativi. Così che si sentì molto stupito quando, all’uscita dalla scuola, trovò papà tutto sorridente che lo informò: - Non andiamo subito a casa: passiamo prima dall’ospedale, perché poco fa è nato Filippo. Vuoi venire a conoscerlo? –
Figuriamoci! Samuele non vedeva l’ora! E si sentiva traboccare di felicità nella camera dell’ospedale, vicino al letto di mamma che teneva in braccio Filippo. Mentre accarezzava con un dito la testolina del fratellino, Samuele sussurrò piano: - Sei qui… Sei arrivato! Mi sembrava di doverti aspettare per così tanto e invece eccoti! Sei arrivato in fretta! –
L’attesa di Samuele, lunga ben nove mesi, è passata in fretta perché non è stata un tempo di noia, di vuoto, un tempo solo per scocciarsi, ma è stata un’occasione preziosa per prepararsi al meglio. Quando Filippo è nato, non solo era pronta la casa per accogliere il nuovo arrivato, ma era pronto soprattutto il cuore di Samuele.
Di fronte alla nascita di Gesù, che ogni anno celebriamo nel Natale, rischiamo di fare come Samuele all’inizio: ci stufiamo. Ci fa piacere la festa del Natale, ma vogliamo che arrivi in fretta, così apriamo il panettone e i regali!
Per di più, lo sappiamo già che Gesù è venuto, conosciamo perfettamente ogni dettaglio della sua storia, di Maria e Giuseppe; del bue e l’asinello; degli angeli e i pastori… Tutto uguale ogni anno, i Vangeli sono gli stessi da mille e mille anni!
Proprio perché la Chiesa conosce il cuore di noi credenti, sa che rischiamo di sciupare tutto non preparandoci bene: per questo ci dona ogni anno il tempo dell’Avvento, per restare vigili e svegli.
Scegliamo, durante questo Avvento, di vivere ogni giorno come un’occasione e non come un’abitudine. Iniziamo ogni giornata di questa settimana pronti a lasciarci stupire anche dalle piccole cose. E viviamo attenti a compiere tutti i piccoli gesti che rendono concreto, vicino, presente, il Regno di Dio.
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MessaggioOggetto: domenica 5 dicembre 2010   Mar Nov 30, 2010 1:13 pm

DOMENICA 5 DICEMBRE 2010

II DOMENICA DI AVVENTO


Accendiamo oggi la seconda candela della corona d’Avvento e pensiamo che siamo già nel mezzo del cammino che ci porterà alla gioia per la nascita di Gesù Bambino.
Oggi la liturgia, proponendoci un brano del Vangelo di Marco, accende i riflettori su un personaggio biblico molto interessante: Giovanni il Battista. Tutti noi lo ricordiamo almeno per due motivi: è il cugino di Gesù, da sua madre Elisabetta corse Maria per annunciarle che un miracolo si compiva in lei, che cioè avrebbe partorito Gesù, il Figlio di Dio; e poi perché, come suggerisce l’appellativo Battista (e non è il suo cognome!), è colui che battezzava e dal quale Gesù stesso ha ricevuto il battesimo!
Giovanni è presentato da Matteo in modo dettagliato, ci dice come vestiva, che abitava nel deserto e perfino quello che mangiava. A me Giovanni Battista ha sempre dato l’idea di una persona severa, che gridava nel deserto e riprendeva tutti ammonendoli a comportarsi meglio. Questo suo atteggiamento, penso che trasmetta anche la passione, l’impegno con il quale Giovanni annunciava la venuta del Figlio di Dio: in qualche modo si preoccupava che tutti potessero riconoscerlo e accoglierlo con cuore puro, sgombro da tante cose inutili. Lui è in qualche modo l’ultimo dei profeti presentati nella Bibbia, cioè è colui che sa ciò che Dio sta per compiere e cioè che “arriverà uno più forte di me!”
In che senso Gesù è più forte di Giovanni?
Giovanni sembra mettere in guardia quanti erano andati al fiume Giordano per ricevere il Battesimo! In fondo, però le persone che erano lì avevano confessato i loro peccati, dunque si erano pentiti dei loro atteggiamenti e comportamenti sbagliati! Perché vengono avvertiti e sgridati duramente, tanto da essere definiti “razza di vipere!”? Inoltre le persone in questione, farisei e sadducei, non erano lontani dalla fede, erano invece persone colte e conoscevano molto bene la Legge di Mosè e la osservavano, seguendo alla lettera i comandamenti e i precetti! A loro Giovanni dice ancora: “Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione…”.
Allora bisogna forse aver paura della venuta di Gesù? È questo il messaggio di Giovanni? Perché presenta così Gesù ed così duro con loro?
Per capire meglio il rischio che corriamo quando, come i farisei e i sadducei, pensiamo di non aver più bisogno di migliorare, vi racconto una mia esperienza. Un po’ di tempo dopo essermi confessata, mi sentivo così contenta perché ero riuscita a capire cose importanti di me stessa e anche di Dio. Tornando a casa, ricevetti la visita di una cara amica. Dopo un’ora che stavamo insieme, mi raccontò una cosa che le era capitata con una sua amica e che si era arrabbiata tanto da decidere di allontanarsi e non cercarla più. Mentre Laura parlava, pensavo dentro di me: “Di certo io sarei stata più brava. Non avrei detto quelle cose …”. In poche parole mi sentivo migliore di lei e sicuramente più vicina di Laura agli insegnamenti di Gesù circa il perdono e la riconciliazione. I giorni seguenti riflettendo sull’accaduto, mi accorsi di aver giudicato duramente la mia amica e che questo anziché avvicinarmi alla mia amica e agli insegnamenti del Vangelo mi allontanava.
Dunque l’avvertimento di Giovanni, dal mio punto di vista, è quello di continuare il cammino con umiltà e con il cuore aperto, pronto ad accogliere il Signore che viene, che viene ogni giorno nella nostra vita per stare con noi e per accompagnarci nella nostra vita.
La forza di Gesù dunque, non sta nella severità del Suo giudizio, piuttosto è la forza di saper leggere dentro ciascuno di noi e di aiutarci a riprendere il cammino che porta ad accoglierlo con cuore sincero.
Buon proseguimento del cammino di Avvento a tutti!
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MessaggioOggetto: immacolata concezione   Mer Dic 08, 2010 11:49 am

MERCOLEDÌ 8 DICEMBRE 2010

SOLENNITÀ DELL'IMMACOLATA CONCENZIONE



L’8 dicembre, la Chiesa celebra la festa di Maria Immacolata, a cavallo tra la II° e la II° domenica di Avvento.
L’Avvento è stato definito da Paolo VI nella Marialis Cultus come “il tempo mariano per eccellenza di tutto l’anno liturgico,... tempo particolarmente adatto per il culto alla madre del Signore..”. Questa solennità si colloca come “radicale preparazione alla venuta del Signore e felice esordio della Chiesa senza macchia e senza ruga” (MC nn. 3-4).
Ma chi è Maria? Anzitutto una donna, anche a Gesù è piaciuto molte volte chiamare così sua Madre, a Cana, sotto la Croce... Ma Maria è una donna veramente speciale. Tutte le Miss Mondo e Miss Universo della storia sono come stelle che si accendono per un attimo fugace, ma che subito dopo sono scordate. Ma, di generazione in generazione, Maria è chiamata beata, perché grandi cose ha compiuto in lei il Signore che ha guardato l’umiltà della sua serva. Infatti, Maria non si è presentata a nessun concorso di bellezza, anzi se ne stava nascosta in un piccolo villaggio di Israele, usciva come tutte le ragazze del suo tempo solo per andare alla Sinagoga o al pozzo al centro della piazza del paese per prendere l’acqua. Ma la sua bellezza non è rimasta nascosta agli occhi di Dio che guarda al cuore. Su di lei ha posato il suo sguardo è l’ha scelta come Madre del Figlio suo.
Maria è, dopo Gesù, il capolavoro della creazione, quella che più perfettamente di qualsiasi altra creatura reca in sè l’impronta e l’immagine del Creatore.
Così Efraim, il Siro la descrive: “Tu e tua Madre siete gli unici che sotto ogni aspetto siete interamente belli, poiché in te, o Signore, non c’è alcuna macchia, e nessuna macchia è nella Madre tua”. Una celebre frase di Dostoevskij asserisce: “La Bellezza salverà il mondo”. Per Evdokimov, teologo ortodosso, che raccoglie questa sfida, “salverà il mondo quella Bellezza redenta che sorge dallo Spirito”, prima tra tutte Maria.
In Maria abbiamo allora l’anticipazione perfetta e totale di ciò che tutta l’umanità è chiamata a vivere. Ella anticipa il progetto di Dio, cioè la partecipazione del genere umano alla pienezza della vita di Dio. Chi, inoltre, dà a Gesù la forza di resistere sulla Croce? Maria. Egli, guardando la Madre ai piedi della croce vede in lei tutta la bellezza dell’umanità salvata e questo da a Gesù la forza di resistere sulla Croce e di abbandonarsi fino in fondo al progetto del Padre che vuole la salvezza di tutti gli uomini.
Nelle parole che l’angelo dice a Maria: “Ti saluto piena di grazia” in ebraico Kecharitoméne, ossia colei che è stata graziata, ci ritroviamo tutti. Tutti infatti siamo stati graziati da Gesù sulla Croce. Tutti siamo peccatori, tutti condannati e nello stesso tempo tutti siamo stati graziati, cioè liberati dal peccato. La pienezza di grazia di Maria non è però liberazione dal peccato, in quanto lei è l’Immacolata concezione, creatura preservata dal peccato originale, quindi “graziata” in quanto preservata.
Il Papa, al Parlamento italiano, ha chiesto la riduzione della pena per i carcerati. Gesù non solo ci ha ridotto la pena, ma donando la sua vita ha già pagato il prezzo del riscatto e ci ha liberati per sempre.
A questo progetto di grazia, manca un solo tassello. Senza di esso il progetto non si può soggettivamente compiere. Questo tassello è la più piccola delle parole: il nostro “Sì”. Maria al saluto dell’Angelo: “Ti saluto, tu che sei stata graziata”, risponde con il suo: “Eccomi, sono la Serva del Signore”. Ella anticipa quel sì che ciascun uomo deve a Dio, affinché si compia il suo regno in noi.
Maria, misterioso crocevia della storia, diventa culla del divino, nel suo grembo terreno e femminile di Maria, Dio pianta la sua tenda e si fa l’Emmanuele, il Dio con noi. Prende la nostra carne, la nostra storia, impara la lingua di Maria, ha i suoi tratti. Il tocco di Dio rende superbamente perfetta questa donna di Galilea, tanto da essere la Madre di Dio. Madre di Dio pur essendo creatura. Dio avrebbe potuto stupirci con gli effetti speciali della sua divinità, invece per farsi uomo sceglie la strada normale di ciascun uomo, viene concepito dallo Spirito nel grembo di una donna.
Ma com’è Maria? Moltissimi pittori lungo questi duemila anni hanno cercato di immortalare il suo volto, ma anche le migliori opere artistiche non sono riuscite ad esprimere la bellezza di Maria. Nel 1864 allorché Bernardette Soubirous, la veggente di Lourdes, si trovò dinanzi alla statua della Madonna scolpita in marmo di Carrara per essere collocata nella grotta, ne fu profondamente delusa: “Non è fatta come doveva essere!”, “Maria è molto più bella!” La sua bellezza non può essere rappresentata dal migliore artista, è una bellezza tutta interiore, perché la abita “tutta la grazia del Cielo”, tutta la bellezza del Creatore, tanto che anche il suo aspetto fisico ne rimane trasfigurato. È significativa l’esperienza fatta da Bulgakov a Dresda davanti alla Madonna Sistina di Raffaello prima della sua conversione. Nel 1898 quando si è trovato per la prima volta dinanzi a quella tela ebbe un’impressione sconvolgente, da lui stesso descritta con queste parole: “Là, gli occhi della Regina dei cieli che sale al cielo con il suo divin Figlio mi hanno guardato. C’era in quegli occhi una forza infinita di purezza e d’immolazione volontaria... Ho perso i sensi, la testa mi girava; dai miei occhi scendevano lacrime dolci e amare insieme, che fecero liquefare il ghiaccio del mio cuore; era come se un nodo vitale si sciogliesse improvvisamente. Non era un turbamento estetico; no, era un incontro, una nuova conoscenza, un miracolo. Chiamavo questa contemplazione una preghiera, allora ero marxista...”.
Giovanni Paolo II, un uomo innamorato di Maria e che le ha dedicato l’anno 2002-2003 dà di lei alcune pennellate: Maria, “sguardo ricco di adorante stupore... sguardo interrogativo, come nell’episodio dello smarrimento nel tempio di Gesù; sguardo penetrante, capace di leggere nell’intimo di Gesù, come a Cana..., sguardo addolorato, soprattutto sotto la croce...; sguardo radioso, nel mattino di Pasqua... e sguardo ardente per l’effusione dello Spirito nel giorno di Pentecoste. Maria vive con gli occhi su Cristo e fa tesoro di ogni sua Parola” (RVM, 10-11). Quando si conosce Maria, un po’ tutti ci si innamora di lei.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 DICEMBRE 2010   Mer Dic 08, 2010 11:51 am

DOMENICA 12 DICEMBRE 2010

III DOMENICA DI AVVENTO
DOMENICA GAUDETE


Oggi è la terza domenica di Avvento. È una domenica speciale, infatti viene chiamata “Domenica della Gioia”. I motivi sono vari: siamo nella gioia perché il Natale si fa sempre più vicino, ma soprattutto siamo invitati alla gioia dalla Parola di Dio che oggi viene proclamata durante la Messa.
La prima lettura ci parla del sogno che fa il profeta Isaia vissuto tanti e tanti anni prima di Gesù. In questo sogno, il profeta racconta che la venuta del Messia porterà una gioia e una benedizione così grande che perfino il deserto e la terra arida fioriranno. Gli zoppi cammineranno, anzi, salteranno di gioia, la lingua del muto canterà e anche i sordi potranno udire questa bella notizia. Il profeta ripete a tutti “coraggio coraggio” perché il Signore, il Messia, viene a salvarci.
È davvero una bella e grande notizia questa, sopratutto per chi è triste e scoraggiato.
Anche il Vangelo sottolinea il tema della gioia, ma lo fa in modo diverso. Vediamo e cerchiamo di capire insieme.
Il brano del Vangelo di oggi inizia parlandoci ancora di Giovanni Battista, il personaggio che già abbiamo conosciuto la scorsa settimana, quello che invitava tutti a cambiare vita. Continuava a dire: “Il Messia è vicino, anzi è qui: convertitevi!”. Pensate… questo richiamo lo ripeteva anche al re, e questo era così infastidito dalle sue prediche e dai suoi richiami ad una vita giusta e onesta, ad una vita secondo la Parola di Dio, che un giorno decise di farlo imprigionare.
Giovanni dunque è in prigione, una prigione lontana dalla città. Ma la fama di Gesù è così grande che anche lì sente gli echi le voci della gente su Gesù: “Quel Gesù, mangia e beve con i peccatori!”, “Non osserva tutte le regole della nostra religione!”, “Parla di Dio come padre buono e misericordioso!”. Sentendo queste notizie, a Giovanni viene un grande dubbio proprio su Gesù. Si chiede: ma sarà lui il Messia inviato da Dio, quello che viene a togliere il peccato dal mondo, oppure mi sono sbagliato, bisogna aspettare ancora?
Eh sì! Giovanni fa un po’ come tutti noi. Ci facciamo una idea di Dio e se poi Dio agisce in modo diverso da come pensiamo noi, incominciamo ad avere dubbi.
Giovanni si aspetta da Gesù che metta ordine, che sistemi le pratiche religiose, le cose politiche. Invece Gesù vive con quelli che non contano, sta con i peccatori, parla ai poveri… Dice che Dio perdona. Insomma, Giovanni aspettava un Messia come una specie di “Rambo”, di “Giustiziere”, di “Terminator”.
Così manda degli amici a domandargli: “Sei tu quello che deve venire o ne dobbiamo aspettare un altro?” Cioè, sei tu il Messia, il liberatore, oppure no?
Gesù non risponde né con un sì, né con un no. Dice solo di riferire quanto vedono e odono: “I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo”. In queste parole c’è, in pratica, il sogno messianico di Isaia che abbiamo ascoltato nella prima lettura. Le opere e le parole di Gesù mostrano che quel sogno si sta realizzando.
Che bello vero?
Anche oggi il sogno di Isaia si realizza per mezzo di Gesù, ma si mostra attraverso l’opera e le parole di noi che crediamo in Lui.
Ci siamo riempiti il cuore di gioia e, ora che usciamo dalla chiesa, che ne dite se ci impegniamo tutti a vivere e a donare Gioia? Non la gioia sciocca, ma quella che nasce proprio da questa bella notizia ascoltata. Quella che nasce dal mettersi a disposizione di chi ha qualche difficoltà. La gioia di stare insieme a chi, oggi, si sente un po’ più solo e triste, la gioia di stare insieme a parlare, a ridere, a farsi compagnia.
Gesù viene e viene ancora oggi, ma Lui non ha mani per accarezzare: ha però le tue mani. Lui non ha voce per consolare: ha però la tua voce. Lui non ha il sorriso: ha però il tuo sorriso, e così via. Il Cristiano è un altro Cristo, un altro Gesù. Allora, coraggio! Insieme a Gesù, anche oggi possiamo far rivivere il sogno del profeta Isaia.
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MessaggioOggetto: sabato 11 dicembre 2010   Sab Dic 11, 2010 9:26 am

SABATO 11 DICEMBRE 2010

SABATO DELLA II SETTIMANA DI AVVENTO


Preghiera iniziale: Sorga in noi, Dio onnipotente, lo splendore della tua gloria, Cristo tuo unico Figlio; la sua venuta vinca le tenebre del male e ci riveli al mondo come figli della luce. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
Sir 48,1-4. 9-11 (Elìa ritornerà)
Sal 79 (Fa’ splendere il tuo volto, Signore, e noi saremo salvi)
Mt 17,10-13 (Elìa è già venuto, e non l’hanno riconosciuto)

Il profeta Elia
I due brani biblici dell’odierna liturgia trovano nella figura di Elia il loro punto di collegamento. Il ricordo delle sue imprese e della sua forte personalità tra i profeti riempie di ammirazione l’autore del Siracide che si sofferma nell’elencare tutte le meraviglie da lui compiute per difendere il vero culto di Dio nei cuori e nella società. Egli corona la sua vita con un portentoso prodigio, rapito in cielo su un carro di fuoco e atteso per i tempi messianici. Il suo amore al vero culto di Dio lo rende degno di essere presente nella pienezza dei tempi, quando lo stesso Gesù, figlio di Dio, afferma che lo spirito di Elia si è reso vivo in San Giovanni Battista. Egli è conosciuto come il profeta di fuoco per la sua parola infuocata, ma anche per aver più volte invocato il fuoco sul suo sacrificio sul monte Carmelo, sui soldati mandati a catturarlo… Il suo zelo per la gloria di Dio, per la fedeltà del popolo all’alleanza, il suo sdegno contro ogni profanazione del nome del Signore ci richiama la missione di Gesù che è venuto a portare il fuoco del suo amore tra gli uomini, nutrendo un vivissimo desiderio che ogni cuore ne sia contagiato. Purtroppo come è stato perseguitato Elia, lo sarà anche Gesù, in forma più crudele, nel rifiuto più assoluto da parte dei capi della sua gente, soddisfatti solo quando lo vedono pendere dalla croce. Voglia il Signore che questo fuoco di amore, di fedeltà e di gratitudine verso il nostro Salvatore si accenda anche nei nostri cuori. Egli dice: “Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me”. Nella eucaristia il nostro cuore si apre a Gesù, ma non basta riceverlo in sacramento. È necessario che ci lasciamo trasformare dal suo spirito e nutrire in noi i suoi stessi sentimenti. Allora sarà vera comunione.
Con la loro domanda, i discepoli esprimono le riserve dei dottori della legge verso Gesù. Se Gesù fosse il Messia atteso, il profeta Elia avrebbe dovuto essere tornato da molto tempo per preparare la sua venuta. E se Elia fosse effettivamente stato là, avrebbe già cominciato molte cose: non ci sarebbero più oppressioni politiche, il dominio dell’uomo sull’uomo sarebbe giunto alla fine, non vi sarebbero più opposizioni sociali tra poveri e ricchi, una nuova era di pace sarebbe già iniziata. Gesù spiega ai suoi discepoli che la nuova era di pace comincia adesso, per coloro che colgono la loro opportunità, che rispondono all’appello alla conversione e instaurano la pace nel proprio cuore. Ma le attese degli uomini sono altre: essi contano su un potente che possa aiutarli automaticamente a stabilire la pace. Ecco perché le parole di Giovanni Battista si sono perse nel vuoto. E perché la violenza minaccia quelli che portano la pace: Giovanni Battista muore di morte violenta, e Gesù presagisce che anch’egli sarà colpito da un destino simile.

Lettura del Vangelo: Mentre scendevano dal monte, i discepoli domandarono a Gesù: «Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elìa?». Ed egli rispose: «Sì, verrà Elìa e ristabilirà ogni cosa. Ma io vi dico: Elìa è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, hanno fatto di lui quello che hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro». Allora i discepoli compresero che egli parlava loro di Giovanni il Battista.

Riflessione:
- I discepoli hanno appena visto Mosè ed Elia dinanzi a Gesù nella trasfigurazione sulla montagna (Mt 17,3). La gente in generale credeva che Elia doveva ritornare per preparare la venuta del Regno. Diceva il profeta Malachia: “Ecco, io invierò il profeta Elia prima che giunga il giorno grande e terribile del Signore, perché converta il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri; così che io venendo non colpisca il paese con lo sterminio!” (Ml 3,23-24). I discepoli vogliono sapere: “Cosa significa l’insegnamento dei dottori della Legge, quando dicono che Elia deve venire prima?” Poiché Gesù, il messia, era già lì, era già arrivato, ed Elia non era ancora venuto. Qual è il valore di questo insegnamento del ritorno di Elia?
- Gesù risponde: “Elia è già venuto e non l’hanno riconosciuto; anzi, l’hanno trattato come hanno voluto. Così anche il Figlio dell’uomo dovrà soffrire per opera loro”. Ed allora i discepoli compresero che Gesù parlava di Giovanni Battista.
- In quella situazione di dominazione romana che disintegrava il clan e la convivenza familiare, la gente si aspettava che Elia ritornasse per ricostruire le comunità: ricondurre il cuore dei genitori verso i figli ed il cuore dei figli verso i genitori. Era questa la grande speranza della gente. Anche oggi, il sistema neoliberale del consumismo disintegra le famiglie e promuove la massificazione che distrugge la vita.
- Ricostruire e rifare il tessuto sociale e la convivenza comunitaria delle famiglie è pericoloso, perché mina la base del sistema di dominazione. Per questo fu ucciso Giovanni Battista. Lui aveva un progetto di riforma della convivenza umana (cfr. Lc 3,7-14). Svolgeva la missione di Elia (Lc 1,17). Per questo fu ucciso.
- Gesù continua la stessa missione di Giovanni: ricostruire la vita in comunità. Poiché Dio è Padre, noi siamo tutti fratelli e sorelle. Gesù riunisce due amori: amore verso Dio ed amore verso il prossimo e gli da visibilità nella nuova forma di convivenza. Per questo, come Giovanni, anche lui fu messo a morte. Per questo, Gesù, il Figlio dell’Uomo, sarà condannato a morte.

Per un confronto personale
- Mettendomi nella posizione dei discepoli: l’ideologia del consumismo ha potere su di me?
- Mettendomi nella posizione di Gesù: ho la forza di reagire e creare una nuova convivenza umana?

Preghiera finale: Sia Signore la tua mano sull’uomo della tua destra, sul figlio dell’uomo che per te hai reso forte. Da te più non ci allontaneremo, ci farai vivere e invocheremo il tuo nome (Sal 79).
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MessaggioOggetto: domenica 19 dicembre   Mar Dic 14, 2010 12:12 am

DOMENICA 19 DICEMBRE 2010

IV DOMENICA DI AVVENTO


Siamo arrivati all’ultima domenica di Avvento: fra sei giorni sarà Natale! Aspettiamo con gioia questo momento e, in queste quattro settimane, credo che i vostri cuori si siano arricchiti di tante cose belle sentite nelle Messe della domenica, al catechismo, a scuola … È un evento così importante l’incarnazione di Gesù, che io resto sempre stupita pensando a quanto grande è l’amore che Dio ha nei nostri confronti! Forse non sempre ce ne rendiamo pienamente conto, altrimenti il mondo sarebbe più bello, più giusto, più gioioso. Domenica scorsa è stata la “Domenica della Gioia”: che ne dite, bambini, di dare una mano agli adulti affinché tutti i giorni possano essere il “Lunedì della Gioia”, il “Martedì della Gioia”, il “Mercoledì della Gioia”….. Oggi il Vangelo ci parla di un papà che sicuramente la gioia ce l’aveva stampata nel cuore perché è stato il papà terreno di Gesù! Mamma mia che emozione sarà stata per Giuseppe essere scelto dal Signore per accudire a Suo Figlio qui sulla terra!
Avete sentito dal vangelo di Matteo come è successo ciò … ora prendiamo in considerazione qualche frase.
“Giuseppe sposo di Maria, poiché era un uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto”. Chissà quante domande si sarà fatto inizialmente Giuseppe di fronte a quell’annuncio di Maria, e chissà che grande sofferenza avrà provato! Il Vangelo non ce lo dice ma possiamo immaginarlo! Giuseppe è sconvolto, è spinto a pensare che lei abbia un altro uomo e che quel bambino sia appunto figlio di quest’altro … Sapete bambini, una volta in Palestina quando succedevano queste cose, le donne che avevano bambini con un uomo che non fosse il marito, venivano rifiutate e lapidate, cioè uccise con delle pietre! È proprio una cosa bruttissima, ma la legge ebraica era così! Giuseppe non voleva certo che succedesse questo a Maria: avrebbe perciò tenuto nascosto a tutti ciò che era accaduto e non l’avrebbe presa con sé come sua sposa, niente altro. È stato molto coraggioso a prendere questa decisione! È andato “controcorrente”, cioè non ha fatto quello che facevano tutti … Sarebbe stato più comodo per Giuseppe pensare di ripudiare Maria: non avrebbe avuto problemi perché così avrebbe rispettato la legge ebraica. Ma lui non voleva questo perché era un uomo giusto.
A questo punto vi faccio una domanda: a voi è mai capitato di agire ingiustamente per paura delle critiche dei vostri compagni? Sapete, io ho due figli che ormai sono grandi, ma vi racconto cosa è successo una volta ad un mio amico, di nome Massimo, quando era piccolo. Lui era un po’ cicciottello e tanti suoi compagni lo prendevano in giro per questo, al punto che un giorno mi disse che lui non voleva più andare a scuola. Indagando un po’, sono venuto a sapere che era solo uno il compagno (il boss della situazione …) che si divertiva a prenderlo in giro! Gli altri lo facevano solo perché non volevano essere diversi da lui e non avevano il coraggio di dirgli che non erano d’accordo con quel modo di scorretto comportarsi! Ho parlato poi con la mamma di questo bambino e abbiamo risolto la cosa, ma vi assicuro che Massimo ha sofferto tanto per questo. Vi ho raccontato ciò per farvi capire quanto importante è avere il coraggio di fare sempre quello che ci sembra giusto.
Tornando a Giuseppe, dunque, aveva avuto il coraggio di prendere questa decisione di non accusare Maria, ma era molto triste e preoccupato, e mentre stava pensando a tutte queste cose un angelo gli appare in sogno e gli rivela quello che il Signore vuole da lui: "Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Queste parole colgono di sorpresa Giuseppe ma nello stesso tempo gli danno tanta serenità: il Signore in persona gli dice di non temere! “Allora è vero quello che ha detto Maria!” pensa Giuseppe. “Questo bambino è figlio di Dio e non di un altro uomo!”. Quanta gioia ora per Giuseppe! E quanta gioia ancora quando l’angelo gli dice anche: “Ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. “Tu lo chiamerai Gesù”: queste parole lo hanno fatto “rinascere” per la felicità! Infatti, a quell’epoca in Palestina, dare il nome al proprio bambino era una cosa importantissima: era sempre il padre che dava il nome al figlio e questo significava che era legalmente figlio suo.
Giuseppe aveva detto SI, aveva creduto in Dio ad occhi chiusi perché aveva tanta fiducia in Lui e nella sua bontà. Maria aveva già detto di SI all’annuncio dell’angelo Gabriele ed ora anche Giuseppe aveva accettato! È stato per questi due SI che Gesù è potuto venire tra noi per prepararci un posto in paradiso. Allora, abbiamo capito da Giuseppe quanto importante è ascoltare il Signore? L’ascoltare e il mettere in pratica la Sua Parola può cambiare in bene non solo la nostra vita ma anche la vita di tutte le persone!
Ma noi, come facciamo a sapere quello che il Signore vuole? Sapete bambini, a noi sicuramente non parlerà un angelo come è successo a Giuseppe! Il Signore ci parla attraverso la voce delle persone che ci vogliono bene: i genitori, i catechisti, i sacerdoti e tutti gli amici di Gesù che ascoltano e mettono in pratica le Sue parole! E poi …. cosa importantissima: se prendiamo il Vangelo, là c’è scritto tutto quello che Gesù ha detto e ha fatto, c’è scritto tutto quello che ci può aiutare a vivere come Lui vuole! Voi ce l’avete un Vangelo tutto vostro? Sarebbe bello che, come regalo di Natale, lo chiedeste ai vostri genitori! Se è solo vostro, infatti, lo potete tenere sul comodino della vostra cameretta o nel posto che preferite, in modo da averlo sempre sott’occhio, in modo da non dimenticarvi mai di leggerne un pezzettino ogni giorno, o farvelo leggere dalla mamma o dal papà. Se poi non capite tutto, non vi preoccupate! Importante è il “come” voi ascoltate le parole di Gesù. Ascoltare solo con gli orecchi non serve a niente. È con ogni parte di noi, del nostro corpo che ci dobbiamo mettere in ascolto: solo così le parole di Gesù entreranno nel nostro cuore, si pianteranno come semi e produrranno frutti buoni.
Sul “come” si può ascoltare, vi racconto cosa è successo un giorno ad una mamma. Era in cucina che stava preparando con tanto impegno la pizza per i suoi bambini: era il loro piatto preferito! La bambina più piccola, però, aveva un sacco di cose da raccontare alla mamma, e la mamma, così concentrata sulla pizza, rispondeva solo con qualche borbottio. La bambina continuava a tirare la gonna della mamma, ma lei non era molto attenta a sua figlia: la pizza, in quel momento, era per lei la cosa più importante. Ad un certo punto la bimba tirò così forte la gonna che la mamma si chinò. La bambina allora prese il viso della mamma con le sue manine, lo portò davanti al proprio viso e disse:” Mamma, ascoltami con gli occhi!”.
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: 25 DICEMBRE - NATALE DEL SIGNORE   Mar Dic 21, 2010 3:22 pm

SABATO 25 DICEMBRE 2010
NATALE DEL SIGNORE


MESSA DELLA NOTTE


Buon Natale!
Avete fatto il presepe, quest’anno? Con chi lo avete preparato? Da soli? Con mamma e papà? O forse con l’aiuto dei nonni?... Bene: ognuno a suo modo, certo, ma è bello sapere che le nostre case sono accomunate dallo stesso Mistero del Natale!
E dite un po’: dove l’avete fatto, il vostro presepe? In salotto? In soggiorno? Nell’ingresso?
Questa è una domanda importante, sapete? Anno dopo anno, ho provato a far caso ai luoghi in cui ogni famiglia sceglie di fare il suo presepe, e ho imparato che il luogo in cui collochiamo la capanna con la Santa Famiglia, magari anche il bue e l’asinello, pastori, pecorine e Re Magi, non è qualcosa di secondario, ma ha il suo preciso significato. Ogni luogo può suggerirci qualcosa di interessante. Proviamo a rifletterci un attimo insieme.
Avete fatto il presepe in salotto? Beh, quello è la stanza dove si ricevono gli ospiti importanti, le persone di riguardo: difficilmente abbiamo il permesso di giocare nel salotto. Più spesso la raccomandazione è di non sporcare, non andare sopra il tappeto con le scarpe infangate, non poggiare le mani unte sui cuscini del divano… Mettere, quindi, la rappresentazione della Natività nel proprio salotto è dire al Signore Gesù: “Sei importante, sei Dio: voglio onorarti, offrirti la stanza più elegante, la più ordinata”.
E se invece il presepe è nel soggiorno? Decisamente quella è la stanza dove trascorriamo più tempo in famiglia: c’è il divano, la tv, la play e c’è sempre un po’ di disordine… Spesso ci fermiamo a fare i compiti o la merenda, qui vengono a giocare i nostri amici… Papà si rilassa alla sera e la mamma, in questa stanza, stira il bucato e prepara la lista della spesa… Insomma, se invitiamo Gesù Bambino a stare nel nostro soggiorno, gli stiamo dicendo: “Vieni, resta con noi! Sei uno di casa, uno di famiglia! Ti vogliamo bene come uno di noi: sentiti a tuo agio”.
Spesso mi è capitato di vedere il presepe nell’ingresso di casa, un luogo in cui abitualmente non sostiamo a lungo, lo attraversiamo però molte volte nella giornata. Un presepe nell’ingresso balza agli occhi: appena si apre la porta è la prima cosa che si vede; e quando si va via, è l’ultima immagine che rimane impressa. Quando mi trovo davanti a un presepe nell’ingresso, magari sotto l’attaccapanni carico di cappotti o vicino al portaombrelli, mi vengono in mente le parole del Salmo: “Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri”: riceviamo il Suo saluto e la Sua benedizione, dalla mangiatoia, ogni volta che usciamo o rientriamo a casa.
Ultimamente mi è capitato di vedere anche dei presepi messi all’aperto, sotto il portico di una casa, oppure sul pianerottolo del condominio. Lì per lì mi sono sentita un po’ a disagio, perché mi sembrava che volessero lasciare Gesù fuori di casa! Poi ci ho pensato su e mi sono resa conto che quel presepe così in vista, può diventare un invito, rivolto a chiunque passa per la strada o per le scale, a fermarsi un momento, a dire una preghiera, a ricordarsi almeno che il festeggiato di questi giorni è proprio Lui, il Signore Gesù fatto Bambino per amore!
Toglietemi ancora una curiosità: quanto è grande il vostro presepe? È piccolo piccolo, quasi un ninnolo, un soprammobile da tenere sulla mensola del caminetto o su un ripiano? Oppure è grande, magari persino ingombrante?
Perché, vedete, fare il presepe non è solo un modo per ricordare la Nascita di Gesù in maniera accattivante. No, fare il presepe nella propria casa, è fare spazio a Gesù nella nostra vita, tra le camere in cui trascorriamo la nostra giornata.
Vi confido una cosa. Quando ero bambino, fare il presepe era un avvenimento atteso ogni anno con trepidazione: ai miei genitori piaceva realizzare strutture di legno e cartone ricoperte di carta roccia, mentre mio fratello ed io eravamo incaricati della sistemazione dei vari personaggi. Avevamo anche del vero muschio, raccolto durante le passeggiate nella pineta, e lo distendevamo con cura per fare l’erba: un profumo di terra umida si diffondeva per tutta la casa ed io lo trovavo delizioso! Per me, quello era il profumo del Natale.
Per far posto al presepe, in genere piuttosto grande, facilmente avveniva un po’ di rivoluzione nel nostro soggiorno: un anno ci siamo appoggiati sulla macchina da cucire della mia mamma, che ha dovuto rimandare parecchi lavoretti a dopo l’Epifania; un’altra volta mio papà ha rinunciato alla sua poltrona favorita e l’ha portata in cantina, in modo da sistemare il presepe nello spazio lasciato libero.
Con il presepe in soggiorno dovevamo muoverci diversamente, per evitare di urtarlo. A volte dovevamo cambiare anche certe abitudini, ma era bellissimo ugualmente, perché ci sentivamo fieri e felici di poter avere ospite lì da noi la Santa Famiglia!
Perciò torno a chiedere: abbiamo fatto posto, nelle nostre case, a Gesù che nasce? Gli abbiamo fatto posto nella nostra vita?
Perché esattamente questo è stato il primo problema che Maria e Giuseppe hanno dovuto affrontare in quella notte santa a Betlemme.
Abbiamo ascoltato poco fa, nel Vangelo, il racconto sempre affascinante di quel primo Natale.
L’evangelista Luca, generoso nei dettagli, ci descrive ogni cosa talmente bene che ci pare di essere lì, presenti: “Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Giuseppe ha raggiunto la città dov’è nato, Betlemme, perché deve farsi registrare nel censimento voluto dai Romani. Ha portato con sé sua moglie, Maria, che ha voluto seguirlo, anche se ormai il suo pancione è proprio bello grosso: il figlio tanto atteso, sta per nascere!
Ed infatti, quella notte stessa, Maria dà alla luce il suo Gesù, lo avvolge in fasce, come ogni mamma: ovviamente, si era portata dietro tutto l’occorrente per vestire e proteggere il suo bimbo!
Quello che Maria e Giuseppe non hanno potuto fare è stato prenotare. A quei tempi non si usava prenotare una camera in un albergo o anche solo in una pensioncina familiare.
Per cui, quando arrivano a Betlemme, scoprono che c’è troppa folla per quella piccola città: alberghi ed osterie sono pieni. Non c’è posto per loro.
Pazienza: si arrangiano come possono, i due giovani sposi. A quel tempo non era insolito dormire in una stalla. Anzi, vi erano dei luoghi appositi in cui i viaggiatori potevano trovare ricovero insieme ai loro animali. Si chiamavano caravanserragli ed era normale che animali e persone pernottassero insieme: chi viaggiava con il proprio asino, o cavallo o mulo, facilmente si adattava a dormirci insieme, all’aperto o in una grotta. Era sicuro, così, che non glielo rubassero o che non gli accadesse nulla di male. Era un mezzo di trasporto prezioso, nessuno voleva rischiare di perderlo. Inoltre, la presenza di un animale, forniva il riscaldamento assicurato, nelle gelide notti di montagna. Quindi, il fatto che l’evangelista ci dice che Maria, dopo aver vestito il suo neonato, lo depone in una mangiatoia, non è cosa che debba stupirci più di tanto. In fondo, una mangiatoia piena di paglia, era la cosa più simile a una culla che si potesse trovare in quel luogo.
Quello che stupisce nel racconto del Vangelo è piuttosto il fatto che non c’era posto per loro. Pur vedendo Maria in una gravidanza avanzata, nessuno si è mosso a compassione, nessuno ha offerto ospitalità. Eppure a Betlemme c’erano i parenti di Giuseppe: ci si sarebbe aspettati un minimo di delicatezza in più…
Invece, per loro, semplicemente, non c’è posto.
Mentre ci commuoviamo per la sorte toccata alla Santa Famiglia, ci rendiamo anche conto che quelle parole del Vangelo riguardano anche noi. Non si tratta, ormai, del posto in una stanza o in una casa, ma di posto nel cuore.
Per accogliere Gesù bisogna far posto dentro di noi, nella nostra anima, nella nostra vita.
In questo giorno di grande festa, in questo giorno colmo di gioia e di dolcezza, proviamo a chiederci: ma noi, che siamo qui, abbiamo fatto posto al Signore Gesù? A Dio che si fa bimbo come noi, abbiamo lasciato un po’ di posto, nella mente e nel cuore?
Un bambino appena nato, in effetti, occupa poco posto, non ha bisogno di tanto spazio, piccolino com’è. Ma un bambino appena nato occupa un bel posto nel cuore delle persone che lo hanno atteso; occupa molto posto nel tempo dei genitori, che improvvisamente si vedono rivoluzionati i ritmi della loro giornata; occupa moltissimo posto nelle attenzioni che gli sono necessarie, perché ha bisogno veramente di tutto!
Gesù, figlio di Dio, che sceglie di nascere bambino come lo siamo stati tutti noi, che sceglie di essere con noi, in mezzo a noi, come un neonato indifeso, forse vuole suggerirci proprio questo. Lui, il Maestro e Signore, non è ingombrante, non occupa posto intorno a noi. Però chiede di occupare molto spazio nel nostro cuore. Sogna di occupare molto spazio nel nostro tempo, in ogni cosa che facciamo durante la nostra giornata. Desidera occupare molto spazio nella nostra attenzione: perché i pensieri e le parole, le scelte e le azioni che compiamo, siano tutte secondo il cuore di Dio.
Fermiamoci, dunque, a contemplare il Bambino Gesù, così piccolo e tenero, rinnovando nella profondità dell’anima il nostro sì a Lui. Preghiamo davvero, con tutto noi stessi:
Vieni, Gesù, Dio fatto Bambino, vieni pure a casa mia.
Vieni ad abitare nel mio cuore.
Occupa liberamente tutto lo spazio che desideri.
Mettiti comodo, sentiti a tuo agio.
Vieni, Gesù, Dio fatto Bambino!
Prendi il posto d’onore nei miei pensieri.
Accomodati nell’angolo più luminoso della mia mente.
Suggeriscimi tu le parole da dire ogni giorno.
Guida tu i miei passi negli impegni quotidiani.
Insegnami gesti che seguano il tuo esempio d’amore.
Vieni, Gesù, Dio fatto Bambino,
ed abita nella mia vita
.


MESSA DELL’AURORA


Oggi vogliamo fare gli auguri a Gesù e dirgli “Buon Compleanno!” dal momento che festeggiamo la sua nascita.
Tutti i doni che ci scambiamo in questo giorno speciale servono a ricordarci il dono più bello e più grande che è Gesù stesso fatto uomo.
Abbiamo appena letto il bel racconto di Luca che nel suo Vangelo ci riferisce quello che accadde la notte in cui è nato Gesù.
Ci sono dei pastori che custodiscono il gregge: degli angeli appaiono dal cielo e li invitano ad andare a Betlemme per incontrare il Messia che è nato: "Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere»".
Così i pastori si mettono in cammino verso Betlemme e... cosa trovano?
“Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia”.
Trovano una famiglia povera, così povera che non può pagare un albergo e ha trovato rifugio in un ovile. I pastori trovano Maria, Giuseppe e il bambino: niente di straordinario, sembrerebbe. Due genitori e il loro bimbo, nulla di più.
Eppure... se solo proviamo a pensarci, ci manca il fiato perché siamo davanti a qualcosa di incredibile e meraviglioso: Dio che si fa uomo. Dio che si fa uno di noi. Dio che sta in mezzo a noi.
Siamo così abituati a dire “Dio” che quasi non facciamo caso a quanta immensità è racchiusa in questa parola.
Dio è colui che ha creato il cielo, la terra, l’intero universo. Il Signore Dio è colui che è eterno, senza inizio né fine. Dio è il Signore del Tempo e della storia. È in ogni luogo e conosce il nome, il volto e il cuore di ogni persona del mondo.
Non so a voi, ma a me comincia a girare un po’ la testa quando penso a queste cose! La grandezza di Dio è qualcosa che non riusciamo nemmeno a immaginare!
Ebbene: Dio, proprio Dio, sceglie di farsi uomo, per amore. Sceglie di farsi come ognuno di noi: di avere un corpo fragile, di aver bisogno di mangiare, di bere, di dormire e di coprirsi, come tutti.
E sceglie di farsi uomo nascendo in una famiglia, di essere un bimbo piccolo.
Lui che è Onnipotente, che è il Signore della vita, poteva anche decidere diversamente. Magari arrivare sulla Terra già uomo fatto, già cresciuto. E invece no. Dio sceglie di farsi bambino: di crescere lentamente nel grembo di Maria come ogni bimbo nella pancia della sua mamma. Il Signore Dio sceglie di nascere piccolo e fragile come tutti i bimbi del mondo. Che cosa sa fare un neonato? Non sa far nulla, solo dormire, mangiare e piangere!
Proprio questo ci dice la misura dell’amore di Dio: ci ama fino a farsi piccolo per stare con noi.
Certo che fa pensare il fatto che Dio abbia scelto proprio di farsi bambino: perché?
A me è venuto in mente un motivo e provo a dirvi cosa ho pensato.
Voi avete mai paura? Sì? Anch’io!
E di cosa avete paura?
Se ci pensate tutti abbiamo paura di qualcosa e ogni persona ha paura di qualcosa di diverso. C’è Marco che ha paura del buio e Federica ha paura dei ragni. Giovanni ha paura dei luoghi chiusi e Luisella ha paura di restare da sola. Daniela ha paura dei posti alti e Piero ha paura dei cani. Francesca ha paura di nuotare dove non si tocca e Luca ha paura dei topi. Martina ha paura di prendere l’aereo e Domenico ha paura di parlare in pubblico. Andrea ha paura dei mostri e Carlotta ha paura delle malattie. E se chiedo a voi, uno per uno, ciascuno avrà da dirmi una paura diversa. Ma ditemi: voi conoscete qualcuno che abbia paura di un bimbo appena nato?
Io non conosco nessuno, proprio nessuno che abbia paura di un neonato!
Avrete visto anche voi dei bimbi di pochi giorni o di pochi mesi: piccolini, deboli e teneri. Fanno forse paura?!
Cosa mai può fare un bimbo così piccolo per far paura a qualcuno? Niente!
Si abbandona con fiducia a quelli che gli stanno intorno, poiché ha bisogno di tutto.
Ecco: il Signore sa che nel cuore di molte persone c’è un po’ di paura quando pensano a Dio. Temono che un Dio tanto grande e potente, possa far loro del male. E allora, perché proprio nessuno nessuno abbia dubbi sul suo amore infinito, Dio sceglie di farsi bambino, così che proprio nessuno nessuno possa avere paura di Lui!
Quanto è buono il Signore!
Veramente restiamo senza parole davanti a questo suo amore così grande, così tenero verso ognuno di noi!
E come possiamo mostrare al Signore Gesù la nostra gratitudine per il dono immenso della sua
Incarnazione, del suo farsi uomo come noi, in mezzo a noi?
Possiamo fare come i pastori del Vangelo: “I pastori poi se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”.
Anche noi vogliamo tornare alle nostre case glorificando e lodando Dio per il suo amore. Vogliamo trascorrere questa giornata con tanta pace e tanta gioia nel cuore per il dono meraviglioso di Gesù fatto uomo per amore. Portiamo in noi lo stupore per un Dio che ci ama così tanto, ma così tanto, fino al punto da farsi Bambino.


MESSA DEL GIORNO


Felice Natale a ciascuno!
E felici noi, che possiamo celebrare questa festa stupenda!
Che gioia senza misura sapere che veramente Dio si è fatto uomo ed è venuto ad abitare in mezzo a noi!
Un’idea così meravigliosa poteva venire solo alla fantasia di Dio: quale persona umana si sarebbe mai azzardata a proporre: “Signore Dio, perché non ti fai uomo come noi e viene a stare qui?”.
Invece l’idea è venuta proprio a Dio: talmente grande è il suo amore per noi, per tutta l’umanità, che ha voluto condividere ogni cosa della nostra esistenza!
In questo giorno di festa, ci lasciamo accompagnare dal Vangelo per rivivere quello che è successo a Betlemme, più di 2000 anni fa.
Penso che a tutti sia capitato, prima o poi, di chiedere ai propri genitori: “Mi racconti di quando sono nato? Mi racconti di quando ero piccolo?”.
L’evangelista Luca risponde proprio a queste domande, riguardo a Gesù, e ci racconta quello che è accaduto nella notte in cui il Figlio di Dio è nato a Betlemme.
Anche perché è una nascita un pochino avventurosa… ci sono un po’ di problemi da risolvere: infatti, noi sappiamo che Maria e Giuseppe vivevano a Nazareth, anche domenica scorsa abbiamo ascoltato che l’Arcangelo Gabriele va da Maria a Nazareth… com’è che Gesù nasce a Betlemme?
Cosa ci fanno lì, Maria e Giuseppe?
Non dipende da loro: partono da Nazareth per obbedire a un ordine dell’Imperatore di Roma.
Cesare Augusto era l’Imperatore, cioè comandava su tantissime città e nazioni, ma non era soddisfatto, perché si domandava: a quanta gente comando?
Poter dire con sicurezza: sotto di me ci sono 10 milioni di persone! Oppure: comando a 50 milioni di persone!... gli sembrava un modo per non lasciare dubbi sul suo potere di Imperatore.
Ma per sapere quante persone c’erano nel suo Impero, doveva per forza contarle!
Così decide di fare un censimento, cioè di far contare tutte le persone che abitavano nei territori su cui esercitava il potere.
Ogni maschio doveva andare a farsi registrare, a farsi segnare su un registro, nella città da cui proveniva la sua famiglia di origine, dichiarando anche se era sposato e quanti figli aveva.
Immaginatevi che movimento di persone ci sarà stato in quei giorni!
Gente che dal Sud si spostava a Nord… gente che dall’Est ritornava ad Ovest… gente che dal Nord andava ad Est… gente che dall’Ovest, tornava al Sud dov’era nata!
Che confusione!
Su tutte le strade si incontravano piccole o grandi carovane di persone che partivano per raggiungere la città di origine della propria famiglia.
E consideriamo che non c’erano automobili, treni o aerei: ci si poteva spostare solo a piedi, a cavallo o a dorso di mulo. Quindi i viaggi duravano anche molto tempo.
Mentre c’è tutta questa spaventosa confusione di gente che va e che viene, anche Maria e Giuseppe devono decidere che cosa fare: Giuseppe, infatti, è un discendente del Re Davide, le origini della sua famiglia sono nella città di Betlemme, quindi dovrebbe partire. Ma Maria è incinta, quasi vicina a partorire: non è il caso di affrontare il viaggio!
Sembra di sentire tutte le conversazioni preoccupate che avranno avuto in quei giorni: bisogna partire, l’Imperatore l’ha ordinato! Se i soldati romani scoprono che non siamo andati a farci registrare potremmo passare dei guai!... allora potrebbe andare solo Giuseppe, così Maria non soffrirebbe del lungo viaggio… ma Maria non vuole separarsi dal suo sposo, non adesso che il Bimbo sta per nascere: non vuole restare da sola… Però il viaggio è lungo, faticoso… possiamo aiutarci con l’asino, così Maria si stancherà di meno…
Insomma, dopo tante riflessioni, decidono di partire. Per sicurezza, Maria porta con sé le fasce e i panni per il Bimbo, che ha preparato con tanto amore durante quei nove mesi. E una mattina, all’alba, i due giovani sposi partono.
Maria se ne sta sull’asinello, Giuseppe lo guida per le redini.
Il viaggio è lungo: il sole di giorno, il vento gelato di notte, il pancione di Maria non le rende certo comodo cavalcare un asinello. Ma finalmente, ecco Betlemme, l’antica città dei Re, con le sue torri!
Decidono di andare subito a farsi registrare, per togliersi il pensiero; poi cercheranno un albergo per la notte e il giorno dopo sarà meglio ripartire al più presto.
Seee!… trovare un albergo: fosse facile!
A quei tempi non c’era modo di prenotare una camera prima di partire: si cercava quando si arrivava! Immaginate un po’ con tutta quella confusione di viaggiatori: non c’era più un posticino libero!
E come si fa’, adesso? Tra l’altro è arrivata la notte e Maria capisce che sta per dare alla luce il suo Bambino: bisogna trovare un rifugio, un ricovero… un posto tranquillo e magari non proprio gelido!
No, stanze d’albergo neanche a parlarne.
E dai parenti di Giuseppe non c’è posto: hanno dato ospitalità a tantissima gente.
Certo, c’è la stalla… è ben riparata dal freddo, c’è tanta paglia pulita, per il bue che vi riposa dentro: ci sarà posto anche per l’asino, che è ormai stanco…
In mancanza di meglio, Giuseppe e Maria accettano: staranno al coperto, al caldo, al sicuro.
Ed è lì, in questo posto così povero, che finalmente nasce Gesù!
Il Re del Mondo, il Figlio di Dio, il Salvatore dell’umanità, il Signore della Vita, il Vincitore della Morte, nasce lì, in una stalla di povera gente.
Subito Maria lo avvolge nelle fasce che ha portato con sé. Poi, lo depone su una culla improvvisata: sopra la paglia asciutta della mangiatoia! Certo: è il posto più caldo in tutta la stalla: la paglia forma un piccolo materasso, la mangiatoia è sollevata da terra, e non si sente il freddo del pavimento. E poi c’è il fiato del bue e dell’asinello, che aiutano a scaldare l’ambiente!
Chissà che bella culla di legno aveva intagliato Giuseppe a Nazareth, con le sue mani abili! Ma non avevano certo potuto portarla con loro!
E così ora, il piccolo Gesù, invece che nella culla, se ne sta in una mangiatoia.
Maria e Giuseppe sono un po’ dispiaciuti di non poter dare al loro figlio tutto il meglio, ma sono anche inondati di felicità: finalmente Gesù è lì, con loro!
Possono guardare il faccino delicato, possono prenderlo in braccio, possono accarezzarlo… sembra incredibile che sia proprio vero, dopo tutti i lunghi mesi da quando l’Arcangelo Gabriele ha fatto visita prima a Maria e poi a Giuseppe!
Il racconto dell’evangelista Luca, fino a qui, è andato avanti tranquillo: non ci sono avvenimenti straordinari, non c’è nulla di particolare. Sì, i problemi di un viaggio non proprio comodo, e poi la preoccupazione di mettere al mondo un figlio in una stalla… ma sono cose che capitano!
Maria non è l’unica donna incinta che si trova a viaggiare nei giorni del censimento e Gesù non è l’unico bambino che nasce proprio durante il viaggio!
Eppure… eppure questo neonato non è come tutti gli altri: è fragile, indifeso, tenerissimo, come tutti i bimbi del mondo, però è anche Dio, è anche il Signore del Tempo e della Storia.
E se gli uomini e le donne del suo tempo non se ne accorgono, ci pensano gli Angeli a esplodere in un canto di gioia senza misura! Gli Angeli sono così sommersi dalla felicità, che si precipitano su Betlemme, cantando e danzando.
È notte fonda, la gente se ne sta al calduccio nelle case, non sente la voce degli angeli, non li vede danzare luminosi.
Ma in campagna, sotto le stelle, ci sono dei pastori che restano svegli per custodire il gregge: proprio a queste persone semplici, gli Angeli annunciano la loro gioia!
Parla per primo uno di loro, per spiegare ai pastori spaventati e stupiti che cosa sta succedendo: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.
Davanti a un annuncio così straordinario, davanti alla danza dei messaggeri di Dio, i pastori decidono di fidarsi e di andare a cercare questo Bambino di cui hanno parlato gli Angeli.
Anche noi, in questo giorno, vogliamo fare come loro: vogliamo fermarci con stupore e gratitudine davanti al presepe e contemplare questo Bambino, che assomiglia a tutti i bambini del mondo, ma che porta in sé tutta la Gloria di Dio!
Vogliamo ringraziare il Signore Dio per essersi fatto così vicino a noi, tanto da poterlo toccare, abbracciare, coccolare!
Vogliamo far festa nelle nostre case, perché abbiamo il cuore pieno di gioia: Dio è qui, in mezzo a noi!
Dio ci ama e vuole stare sempre con noi!
Buon Natale!
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MessaggioOggetto: 26 DICEMBRE - SANTA FAMIGLIA   Mar Dic 21, 2010 3:25 pm

DOMENICA 26 DICEMBRE 2010

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE


In questa domenica dopo Natale celebriamo la festa della Santa Famiglia, cioè della famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. Ma festeggiamo anche tutte le famiglie del mondo e innanzi tutto la nostra!
Ci rallegriamo del dono di vivere in una famiglia, di avere l’affetto dei nostri genitori, di avere la sicurezza di sapere che c’è chi ci vuole bene e ha cura di noi.
Anche per Gesù è stata la stesa cosa: dal momento che ha scelto di nascere come tutti i bimbi del mondo, ha avuto anche gli stessi bisogni di tutti i bambini.
Bisogno di qualcuno che gli desse da mangiare, che lo vestisse, che lo facesse stare al caldo. Ma più ancora aveva bisogno di qualcuno che gli volesse bene, che si curasse di lui, che lo proteggesse.
Cioè aveva bisogno di due genitori.
Il Padre Buono ha scelto Maria e Giuseppe per affidare loro il proprio Figlio, Gesù.
Guardate che nello stesso modo il Padre Buono, che ci ha chiamati alla vita, ha scelto per ciascuno di noi i genitori che abbiamo. Li ha scelti e si è fidato di loro. Nel momento in cui noi siamo nati è stato come se il Padre Buono dicesse ai nostri genitori: “Mi fido di te, so che saprai essere un bravo papà, so che saprai essere una brava mamma!” Questo ci fa piacere, vero? È bello sapere che il Padre Buono ci ha donato dei genitori che ci amano, e li ha scelti proprio su misura per ognuno di noi.
La festa che oggi celebriamo, però, può anche non piacere a qualcuno, sapete? Me ne sono accorta qualche giorno fa’, mentre aspettavo la metropolitana. Ora vi racconto.
Sul muro della stazione c’era un manifesto che parlava di alcune iniziative che ci sarebbero state in occasione della festa della Santa Famiglia e, oltre alla scritta con le informazioni, c’era anche l’immagine di Maria con in braccio Gesù bambino e accanto Giuseppe che li guardava con amore. Era un quadro semplice, ma molto bello e me ne stavo lì a guardarlo, intanto che aspettavo il mio treno. Lì vicino c’erano due signore e una, dopo aver guardato il manifesto, ha cominciato a brontolare: “See, see, la Santa Famiglia! Che ne sapevano quelli là – e ha indicato Maria e Giuseppe – che ne sapevano dei problemi che dobbiamo affrontare noi? Ci pensava Dio ad aprire tutte le porte, a risolvere tutti i problemi, a rendere tutto facile!... mica come noi che dobbiamo fare sempre i conti con i soldi che non bastano e il lavoro che non c’è!”
Non so che cosa abbia risposto l’amica che era con lei, perché è arrivata la metro e sono salito. Però ho continuato a pensare all’amarezza di quella signora e il Vangelo di oggi mi sembra possa essere una risposta alle sue parole.
Infatti, mentre celebriamo una festa, ecco che la Liturgia ci mette sotto gli occhi un brano dal Vangelo secondo Matteo, in cui vediamo subito che la vita della Famiglia di Gesù è tutt’altro che facile! Proviamo a pensare bene alla situazione: Gesù è nato da poco, Maria e Giuseppe stanno cominciando a gustare la normalità della loro vita di famiglia giovane. Dopo i tanti fatti straordinari che hanno accompagnato la nascita del loro bambino, sembra che tutto stia calmandosi. Dopo la stella lucente, la visita dei pastori nella notte, dopo la visita dei Magi, ora tutto sembra tornato alla normalità, scandita dalle ore in cui il piccolo Gesù dorme, poi si sveglia e vuol mangiare o ha bisogno di essere cambiato, per tornare poi ad addormentarsi.
Maria e Giuseppe stanno imparando a fare i genitori e la vita sembra poter scorrere tranquilla. Ma ecco che, di nuovo, un angelo inviato dal Signore, appare in sogno a Giuseppe.
“Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo”. Non è un consiglio, quello che l’angelo dà a Giuseppe: è un ordine. Non c’è tempo da perdere, perché la vita del piccolo Gesù è in pericolo!
Così Giuseppe si alza in fretta, nella notte, fa svegliare Maria, preparano velocemente il loro povero bagaglio, e partono.
Partono per andare in Egitto, come l’angelo ha comandato di fare. Chissà però quanta paura nel cuore di Maria e Giuseppe!
Pensate a come si spaventerebbero i nostri genitori se qualcuno andasse ad avvertirli: “Presto, scappate, perché vogliono uccidere vostro figlio!” Sarebbe terribile, non vi sembra?
E qui non si tratta di uno qualsiasi: a voler uccidere Gesù è addirittura Erode, il re della Giudea!
Che cosa possono mai fare Giuseppe e Maria? Davvero non resta loro che fuggire in Egitto.
Ma se per dirlo ci basta una piccola frase, pensate come sarà stato per loro!
Viaggiare di notte, per non farsi scoprire, con un bambino tanto piccolo di cui aver cura! E una volta arrivati finalmente in Egitto, ritrovarsi stranieri e poveri, senza una casa, senza degli amici, senza denaro, con gente che parla un’altra lingua...
Credo che la signora della metropolitana non abbia pensato a tutto questo, se no, non avrebbe parlato in quel modo!
Il racconto dell’evangelista Matteo ci fa vedere quali difficoltà, quali paure, quali problemi, la Santa Famiglia ha dovuto affrontare. E sapere che anche loro hanno sofferto, hanno provato l’incertezza, il timore, la fatica, ce li fa sentire subito vicini, capaci di capire quello che viviamo anche noi.
Perché proprio come per Maria e Giuseppe, anche nelle nostre case ci sono i momenti difficili, anche nelle nostre famiglie ci sono i momenti in cui ci sentiamo soli, quasi in terra straniera, anche i nostri genitori sanno cosa significa far bastare i soldi fino alla fine del mese!
La vita di tutte le famiglie, la vita delle nostre famiglie, non è come in certe pubblicità, dove tutti sorridono sempre e sono vestiti eleganti e tutto sembra praticamente perfetto!
No! La vita quotidiana è fatta di cose belle e altre meno simpatiche. Ci sono le coccole e le sgridate, ci sono le discussioni e la serenità. Un po’ e un po’, proprio come nella vita della Santa Famiglia.
E ci fa bene sapere che anche Maria si sarà preoccupata come ogni mamma, quando al piccolo Gesù veniva la febbre. E ci consola sapere che anche Giuseppe ha dovuto cercare chi gli desse da lavorare in Egitto. Per questo, oggi, mentre celebriamo la Santa Famiglia, possiamo far festa anche per la nostra famiglia: perché nella vita di tutti i giorni, ogni famiglia somiglia a quella in cui è cresciuto Gesù.
E se la nostra famiglia già somiglia alla Santa Famiglia per le gioie e i problemi da vivere, per le cose quotidiane, allora possiamo desiderare di somigliare alla Santa Famiglia anche nella santità!
Essere santi non è poi difficile: basta vivere secondo il cuore di Dio, tutto qui! E di questo abbiamo già parlato tante volte!
Fermiamoci allora in silenzio, per dire grazie nel profondo del cuore del dono immenso di avere una famiglia. Chiediamo a Maria di proteggere e guidare le nostre mamme. Chiediamo a Giuseppe di sostenere e consigliare i nostri papà. E chiediamo a Gesù di farci esser figli come Lui, figli che vivono secondo il cuore di Dio. Allora ogni famiglia, anche la nostra, sarà una Famiglia Santa.
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MessaggioOggetto: 1° gennaio 2011   Mer Dic 29, 2010 3:26 pm

SABATO 1° GENNAIO 2011

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO


Il Vangelo di questa domenica ci presenta una terza annunciazione in questo tempo di Natale. Ricordiamo la prima a Zaccaria, la seconda a Maria e questa è la volta dei Pastori. Lo schema è sempre lo stesso: l’apparizione dell’Angelo, il “non temete”, l’annuncio che ha come contenuto questa volta la nascita del Cristo: un bambino avvolto in fasce che giace in una mangiatoia. I destinatari dell’Annuncio, i pastori, erano considerate persone impure, peccatrici, escluse o ai margini dalla vita religiosa, politica e sociale ufficiale. Sono proprio questi esclusi in realtà i primi destinatari dell’annuncio della Buona notizia, loro, a cui non sono destinati i privilegi sociali, sono in realtà i primi destinatari della gioia che si propagherà in tutti i cuori. Sappiamo che la Parola si può leggere in tanti modi sottolineando l’azione dei personaggi, gli avverbi, gli aggettivi. Guardando il brano di oggi destano la nostra attenzione i verbi presenti in queste poche righe che si susseguono incalzanti; sono verbi di ricerca, rivelazione, adorazione: Andiamo... vediamo... conosciamo... Andarono senza indugio... trovarono... videro... riferirono... era stato detto loro... tutti udirono... si stupivano... tornarono... glorificavano... lodavano.... avevano udito e visto... era stato detto loro. Sono verbi che ci fanno entrare nei tre tipi diversi di ascoltatori della Parola:
I Pastori, primi evangelizzatori della Parola. Potremmo dire quelli che per primi hanno inviato SMS con l’annuncio: E’ nato il Salvatore. Un annuncio che suscita, in tutti quelli che odono, meraviglia.
La folla, cioè “tutti quelli che udirono”, si stupirono, ma la reazione emotiva non ha seguito, ricorda coloro che ascoltano la Parola, la ricevono con gioia ma non hanno radici (cfr. Lc 8,13). Ancora una volta si sottolinea l’importanza dell’ascolto. Senza l’ascolto delle opere meravigiose che Dio compie, non nasce la fede.
Maria che “serbava tutte queste cose nel suo cuore”, essa “ha ascoltato la Parola e la conserva in un cuore onesto e buono” (cfr. Lc 8,15). Maria è la sapiente per eccellenza che penetra i segreti della salvezza che Dio ci sta offrendo. La sua reazione non è emotiva, ma profonda. Il custodire non è un semplice serbare nello scrigno della sua memoria, ma sottolinea il “mettere insieme” le diverse parti di una realtà che piano piano le si rivela. Custodire è un verbo che in molte altre occasioni viene tradotto con “meditare”. Maria mette in funzione della Parola-evento, la testa e il cuore per penetrarne il senso di cui è protagonista. Luca ci presenta Maria in un cammino di fede concreto, fatto anche per lei, di passi, graduali, di dono e di impegno personale: modello di ogni vero discepolo che ascolta la Parola.
Dirà S. Agostino: “Sei con i pastori che glorificano e lodano, sei con Maria che conserva e medita oppure sei solo con chi si stupisce? Beati sono coloro che ascoltano la Parola di Dio e la mettono in pratica”.
C’era una volta un uomo che non credeva nel Natale.
Era una persona fedele e generosa con la sua famiglia e corretta nel rapporto con gli altri, però non credeva che Dio si fosse fatto uomo come, secondo quanto afferma la Chiesa, è successo a Natale. Era troppo sincero per far vedere una fede che non aveva.
“Mi dispiace molto, disse una volta a sua moglie che era una credente molto fervorosa, però non riesco a capire che Dio si sia fatto uomo; non ha senso per me”.
Una notte di Natale, sua moglie e i figli andarono in chiesa per la messa di mezzanotte. Lui non volle accompagnarli. “Se andassi con voi mi sentirei un ipocrita. Preferisco restare a casa. Vi starò aspettando”.
Poco dopo la famiglia uscì mentre iniziò a nevicare. Si avvicinò alla finestra e vide come il vento soffiava sempre più forte. “Se è Natale, pensò, meglio che sia bianco”. Tornò alla sua poltrona vicino al fuoco e cominciò a leggere un giornale.
Poco dopo venne interrotto da un rumore seguito da un altro e subito da altri. Pensò che qualcuno stesse tirando delle palle di neve sulla finestra della sala da pranzo. Uscì per andare a vedere e vide alcuni passerotti feriti, buttati sulla neve.
La tormenta li aveva colti di sorpresa e, per la disperazione di trovare un rifugio, avevano cercato inutilmente di attraversare i vetri della finestra. “Non posso permettere che queste povere creature muoiano di freddo... però come posso aiutarle?”.
Pensò che la stalla dove si trovava il cavallo dei figli sarebbe stato un buon rifugio, velocemente si mise la giacca, gli stivali di gomma e camminò sulla neve fino ad arrivare nella stalla, spalancò le porte e accese la luce. Però i passerotti non entrano.
“Forse il cibo li attraerà,” pensò. Tornò a casa per prendere delle bricciole di pane e le disseminò sulla neve facendo un piccolo cammino fino alla stalla. Si angustió nel vedere che gli uccelli ignoravano le bricciole e continuavano a muovere le ali disperatamente sulla neve. Cercò di spingerle in stalla camminando intorno a loro e agitando le braccia. Si dispersero nelle diverse parti meno verso il caldo e illuminato rifugio.
“Mi vedono come un estraneo e che fa paura”, pensò. “Non mi viene in mente nulla perché possano fidarsi di me... Se solo potessi trasformarmi in uccello per pochi minuti, forse riuscirei a salvarli”.
In quel momento le campane della chiesa cominciarono a suonare. L’uomo restò immobile, in silenzio, ascoltando il suono gioioso che annunciava il Natale. Allora si inginocchiò sulla neve: “Ora si, capisco, sussurò. Ora vedo perché hai dovuto fare tutto questo!”.

Auguri di Buon Anno 2011!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 2 GENNAIO 2011   Mer Dic 29, 2010 3:28 pm

DOMENICA 2 GENNAIO 2011

II DOMENICA DOPO MATALE


Avete ascoltato, ragazzi, questo vangelo? È una specie di poesia, sembra il testo di una canzone.
Chi lo ha scritto è Giovanni. Quando questo evangelista scrive il suo vangelo sono trascorsi ormai tanti anni dalla morte e resurrezione di Gesù. È come se Giovanni avesse trascorso un lungo periodo in silenzio, meditando su ciò che i suoi occhi avevano visto, su quanto aveva udito, su ciò che le sue mani avevano toccato, su quanto il suo cuore aveva contemplato.
Il silenzio ha la grande forza di scavare dentro di noi, di aiutarci a scoprire, a riconoscere e raccogliere tesori. Il silenzio è il grande mezzo che ci rende dei veri e propri scrigni. Solo quando uno scrigno è pieno, si apre e mostra tutta la sua bellezza e preziosità.
Così è per Giovanni. Attraverso il suo scritto, il suo Vangelo, vuole raccontare la gioia di aver creduto in Gesù, ce la comunica perché desidera che diventi anche la nostra.
Inizia il suo Vangelo con questa poesia che è un prologo, cioè una specie di apertura solenne, per aiutarci a capire chi è davvero Gesù, chi è quel bambino la cui nascita è stata annunciata da un coro di angeli e che in questi giorni abbiamo visto in tanti presepi.
Quando noi vogliamo conoscere bene una persona, sentiamo la necessità di conoscere anche la sua famiglia. Provate a pensare… quando il vostro papà e la vostra mamma conoscono il papà e la mamma dei vostri amici, sono più tranquilli, vi mandano più volentieri a giocare nelle loro case!
In questo brano di apertura, Giovanni non chiama mai Gesù con il suo nome umano, ma lo chiama mostrando chi davvero è, lo chiama “Verbo”. Attenzione bambini: non vi confondete con il verbo che a scuola la maestra vi fa coniugare e che spesso è pure noioso!Non ha lo stesso significato! Nel Vangelo “Verbo” è una parola che deriva dal latino e che significa “Parola”. Giovanni ci dice che questa Parola era fin dal principio quando non c’era nulla e c’era solo Dio, e Dio, per mezzo di questa “Parola”, crea ogni cosa: il sole, la luna, le stelle, le piante, gli esseri viventi e l’uomo. La Genesi, che è il primo libro della Bibbia, ci racconta appunto la creazione. Vi leggo solo l’inizio del primo capitolo, ma a casa provate a leggerlo voi tutto intero e capirete anche da soli la grandezza di Dio! “Dio disse: Sia la luce: E la luce fu”. E poi ancora: ”Dio disse: Sia il firmamento in mezzo alle acque per separare le acque dalle acque... E così avvenne”. E poi ancora: ”Dio disse: Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo e appaia l’asciutto. E così avvenne”. E così via. Vedete anche voi che al Signore serve solo la “Parola” e tutto comincia ad esistere!
Questa Parola dunque è vita, è luce. Lo sapete anche voi che senza il sole non potrebbe esserci vita! Ebbene, senza il Verbo, senza questa Parola non ci poteva essere vita. Insomma Giovanni ci dice che Gesù, l’uomo che ha camminato sulle strade di Israele, che ha avuto come madre Maria, è Dio.
Un Dio che si è fatto bambino, che è vissuto in un tempo storico, che ha sofferto il freddo, ma ha anche gioito per gli amici, per le persone buone. Questo Dio, fatto uomo come noi, è passato in ogni luogo facendo del bene a tutti. Ci ha fatto conoscere Dio come Padre buono e misericordioso. E accetta, per amore nostro, anche il rifiuto e il tradimento, accetta persino la morte
Il bambino che oggi contempliamo nel presepe dona la sua vita a noi, muore e risorge per salvarci, per donarci grazia, vita, luce, splendore.
È proprio una bellissima notizia, sapere che io, tu, noi tutti siamo amati singolarmente da questo
Verbo di Dio e che per donarci Gioia e per aiutarci a ritrovare la strada si è fatto uomo come noi.
Davanti a questo grande mistero di amore (amore gratuito, nessuno lo ha meritato!), noi siamo chiamati ad accogliere questo dono. L’accoglienza del cristiano è la fede, e la fede sono come due braccia aperte. È come se noi dicessimo a Gesù vieni, vieni cammina verso di me, io apro le mie braccia per accoglierti!
Accogliere Gesù, Parola del Padre, è vitale per noi, è necessario, perché la sua Parola ci dona vita, illumina il nostro cammino, ci rende figli e fratelli suoi.
Accogliere Gesù Parola, significa dare lo spazio giusto all’ascolto. Chi ascolta impara, chi ascolta accoglie, chi ascolta vive. Ma per ascoltare bene, bisogna fare silenzio, silenzio esteriore e silenzio dentro noi stessi. Solo così possiamo diventare “scrigni” capaci di contenere tesori e ricchezze.
In questi giorni di grande frastuono, allora, impegniamoci seriamente a dare tempo al Silenzio e all’Ascolto di Gesù-Parola, Verbo del Padre. Proviamo da soli a leggere questo brano che troviamo all’inizio del Vangelo di Giovanni e impariamolo proprio come una poesia: ci aiuterà ad entrare bene nella grande amicizia di Dio.
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MessaggioOggetto: 6 gennaio 2011   Gio Gen 06, 2011 10:07 am

GIOVEDÌ 6 GENNAIO 2011

EPIFANIA DEL SIGNORE


Oggi è il giorno dell’Epifania. “Che parolona difficile!” direte voi. E’ una parola che deriva dal greco e che significa “manifestazione”. La manifestazione si fa, di solito, quando ci si raduna per una cosa importante e si desidera che tutti la conoscano o la possano vedere. Può essere una manifestazione di solidarietà, o di protesta, o di qualcos’altro … La manifestazione che celebriamo oggi è “speciale” perché è la manifestazione del Signore. Nel Vangelo abbiamo sentito parlare dei Re Magi. Cosa c’entrano? I Magi sono importantissimi perché è a loro per primi che Gesù si manifesta. Questi “re” venuti dall’Oriente rappresentano tutti i popoli della terra che vengono ad adorare Gesù. È dunque la prima volta in cui Gesù si fa conoscere come Figlio di Dio, la prima volta in cui manifesta a tutti il suo amore per noi. Ecco allora il significato di Epifania. Avete messo stamattina le statuine dei Magi nel presepio davanti a Gesù? E’ una cosa importantissima da fare, perché è come mettere davanti a Lui, sotto la sua protezione, ogni persona. In quelle statuine ci siamo perciò anche noi, i nostri cari e anche tutti quelli che non conosciamo, vicini e lontani: tutto il mondo riunito per adorare Gesù.
Al centro del vangelo di oggi c’è Gesù, la persona più importante anche se la più piccolina! Troviamo poi il re Erode che, all’epoca di Gesù, regnava in Palestina. E’ un re a cui interessa solo il suo trono che cerca di difendere con tutti i mezzi: infatti, lui vuole trovare Gesù per ucciderlo perché teme che gli tolga il potere diventando re al posto suo. L’evangelista Matteo ci racconta inoltre che: "Alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: Dove è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. Vediamo allora di capire chi sono questi tre personaggi così importanti! Sono degli uomini sapienti che hanno un grande desiderio di conoscere, sono studiosi, sono dei saggi; sono soprattutto degli astronomi che studiano a fondo gli astri e cercano di leggere i segni che il cielo manda. Nel Vangelo non c’è scritto quanti sono, ma la tradizione ci parla di tre Magi, probabilmente per il fatto che i doni portati a Gesù sono stati tre. Non sono certo dei “maghi” nel senso in cui noi intendiamo la parola! Noi li conosciamo con delle fisionomie ben precise: sono infatti uno diverso dall’altro, per faci capire che rappresentano le persone di ogni parte del mondo. Studiando le stelle, i Magi si sono accorti della presenza di una stella particolare. Una tale stella doveva avere un significato ben preciso, doveva indicare un avvenimento particolare, la nascita di un qualcuno di speciale: sicuramente un re, ma non un re come tutti gli altri… un Re annunciato dal cielo, che doveva perciò essere divino ed essere luce per tutti gli uomini. I Magi erano dei pagani, cioè non facevano parte del popolo ebreo, non sapevano che si aspettava un Messia … eppure loro hanno capito, per ispirazione divina, che dovevano seguire quella luce per trovarne la fonte. Così si mettono in cammino seguendo la stella cometa. Naturalmente, sapete bene anche voi che, all’epoca, gli unici mezzi di trasporto che c’erano erano gli asini, i cammelli, qualche cavallo e i piedi … Ma loro, pur coscienti dei disagi di un probabile lungo viaggio, partono lo stesso perché desiderosi di conoscere questo Re così grande che certamente doveva portare la salvezza per tutti.
Mi fermo un attimo per fare una riflessione. I Magi seguono la stella per trovare Gesù, affrontano un cammino lungo e faticoso, pieno di sacrifici. Anche a voi, anche se siete ancora piccoli, il Signore chiede di fare un cammino di impegno e di coraggio per essere suoi testimoni nella vostra vita di ogni giorno. Vi siete chiesti dove possiamo trovare Gesù? Gesù è sempre vicino a noi, non lo dobbiamo cercare lontano perché è dentro di noi, è il nostro compagno di viaggio che ci porta anche in braccio quando non riusciamo più a camminare … ma è anche nelle persone che ci stanno accanto e che hanno bisogno di noi! Gesù è nel nostro compagno che ci chiede di dargli una mano, è nella mamma che ci chiede di aiutarla, è nel fratellino capriccioso con cui litigo sempre, è nella nonna anziana che ha bisogno della nostra compagnia… è nell’ascolto della sua “Parola”. Solo chi ascolta ciò che il Signore ci dice ha la capacità di amare: l’amore vero, quello che San Paolo chiama “Carità”, è la parola che riassume tutto il Vangelo. A noi non è chiesto di andare a Betlemme come hanno fatto i Magi… il nostro cammino di amore, spesso faticoso, è qui, nella nostra casa, nella nostra scuola, nella nostra parrocchia. Noi comunque siamo fortunati perché ci sono tante persone che ci aiutano: i nostri genitori, i nostri catechisti, tutte le persone che ci vogliono bene… loro sono come se fossero la cometa luminosa dei Magi. Se noi seguiamo i consigli di queste “persone-cometa” arriveremo a Gesù e capiremo che possiamo anche noi essere “cometa” che indica la strada giusta a qualche nostro amico che ancora non conosce Gesù o che, pur conoscendolo, non segue i suoi insegnamenti.
Nel Vangelo, Matteo ci dice poi che “I Magi, entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. A prima vista questi doni sembrerebbero un po’ strani per un bambino appena nato! Infatti, quando nasce un bambino di solito si regalano tutine, sonaglietti, giostrine da attaccare sulla culla, copertine … Naturalmente a questo c’è una spiegazione perché i doni dei Magi hanno un significato. Si riferiscono cioè al fatto che Gesù è, nello stesso tempo, uomo e Dio. Allora, l’oro è stato portato perché è dono di grande valore ed è donato a chi è davvero importante, ad un re; l’incenso (una resina oleosa secreta da certe piante) è offerto sempre agli dèi e Gesù è Dio; la mirra (una sostanza aromatica, prodotta da un albero, usata ai tempi di Gesù per cospargere le persone morte), è stata portata perché Gesù è uomo e, come uomo, è mortale. Abbiamo capito allora il significato grandissimo dell’oro, dell’incenso e della mirra? I Re Magi portarono proprio questi doni perché avevano compreso pienamente chi è Gesù.
Mettiamoci allora in cammino anche noi verso Gesù e portiamogli i nostri doni: potrà essere qualche nostro gesto di bontà, qualche piccolo sacrificio che può far star bene la persona per la quale l’abbiamo fatto, potrà essere l’impegno di pregare un po’ di più, di stare più attenti durante l’ora di catechismo … provate a pensare voi cosa vorreste donare al Signore! Quando tornate a casa, scrivete il vostro dono su un bigliettino e offritelo a Gesù Bambino mettendolo davanti alla sua culla come hanno fatto i Magi! Anche il dono più piccolo, quando è fatto per amore, agli occhi di Dio è immenso.
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MessaggioOggetto: domenica 9 gennaio 2011   Gio Gen 06, 2011 10:12 am

DOMENICA 9 GENNAIO 2011

I DOMENICA DOPO L'EPIFANIA DEL SIGNORE
BATTESIMO DEL SIGNORE


Con questa domenica si conclude il tempo di Natale e ce ne accorgiamo subito, perché il Vangelo non ci parla del piccolo Gesù, non ce lo mostra più bambino, ma ormai cresciuto. Della vita quotidiana che per trent’anni Gesù ha trascorso a Nazareth con Maria e Giuseppe, i Vangeli non ci raccontano nulla. Con un lungo salto nel tempo, ci lasciamo alle spalle il bimbo appena nato che i Magi hanno adorato domenica scorsa, e ci spostiamo sulle rive del fiume Giordano. Già da tempo, proprio qui, Giovanni, il cugino di Gesù, figlio di Elisabetta e Zaccaria, sta predicando il suo invito alla conversione. Tante persone rispondono al richiamo di Giovanni Battista e vanno da lui, al Giordano, per ricevere il Battesimo.
Anche Gesù va da lui: “Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui”.
Gesù si unisce agli altri pellegrini che chiedono di essere battezzati. Sta insieme a tutti, uno fra i tanti, senza farsi notare. Quando giunge il suo turno, però, ecco che Giovanni non lo vuole battezzare: “Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?”.
Giovanni Battista è guidato dallo Spirito di Dio, è il più grande di tutti i profeti, e quindi sa che il giovane uomo che gli sta di fronte non è semplicemente suo cugino, ma è il Messia atteso da sempre. È il Cristo per cui lui, Giovanni, sta preparando la strada!
Per questo si stupisce del desiderio di Gesù di farsi battezzare: Giovanni battezzava come segno del desiderio di cambiare vita, come segno dell’impegno che ciascuno prendeva per lasciarsi alle spalle il male, il peccato... Che bisogno ha Gesù di farsi battezzare, lui che è senza peccato?
Eppure Gesù insiste, ci tiene proprio e convince Giovanni a battezzarlo.
Però la domanda di poco fa ha girellato per un bel po’ nella mia testa: perché Gesù vuole ricevere il battesimo? Pensa e ripensa, dopo un po’ mi si è affacciata un’idea! Non sono sicura che sia quella giusta, ma intanto la condivido con voi e poi mi fate sapere che cosa ne pensate.
Dunque dunque: come sappiamo già, la gente che va da Giovanni a farsi battezzare, vuole cambiare la sua vita, dare un taglio al passato e cominciare un modo nuovo di vivere, diverso da prima. Il battesimo nell’acqua del Giordano è il segno per dire a tutti questo impegno che ogni persona prende con se stessa e con Dio.
Fino a questo punto siamo d’accordo? Sì? Bene, allora vado avanti.
Sappiamo che Gesù non ha bisogno di lasciarsi alle spalle il male e il peccato, però sappiamo anche che da questo momento in poi, anche Gesù cambia la sua vita!
Per 30 anni, 30 anni, eh? Non pochi giorni! Per 30 anni, nessuno ha saputo granché di lui: lo conoscono solo i suoi parenti e la gente di Nazareth. Ha trascorso una vita normalissima, una vita come tante, senza niente di speciale.
Una vita quotidiana scandita dal lavoro insieme a Giuseppe, dai pasti preparati da Maria, dalle conversazioni tranquille, familiari. Nessun segno particolare, niente che lasciasse capire che era il Figlio di Dio, il Messia atteso da sempre. Adesso, di fronte a Giovanni Battista, sulle rive del Giordano, Gesù sa che la sua vita sta per cambiare completamente. Non più solo figlio di Maria e Giuseppe, ma Rabbi, Maestro, sulle strade di tutta la Palestina.
Non più il silenzio tranquillo della bottega da carpentiere di Giuseppe, ma l’annuncio della Bella Notizia da portare a tutti.
Il battesimo che Gesù riceve da Giovanni non è per il perdono o per la rinuncia al male, ma è il segno del completo cambiamento che sta cominciando nella vita di Gesù. Perciò insiste tanto con il cugino, fino a convincerlo.
Ed ecco che, appena Gesù riceve il battesimo, accade qualcosa di impensabile. Ascoltiamo dal racconto dell’evangelista Matteo: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento»“
Sta succedendo qualcosa di misterioso e bellissimo: osserviamolo insieme, in ogni dettaglio.
Prima di tutto, l’evangelista dice: “Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua”.
Vi è capitato mai di partecipare a un battesimo? Sì? Di solito il sacerdote versa un pochino d’acqua sulla testolina del bimbo che riceve il battesimo, vero? Vi ricordate? Perfetto!
Invece Giovanni Battista faceva diversamente: faceva entrare le persone nel fiume e loro si bagnavano completamente, dalla testa ai piedi.
Proviamo, allora, con gli occhi della mente, a vedere la scena di cui ci sta parlando il Vangelo: è una giornata piena di sole, l’aria è calda, c’è tanta gente sulle rive del Giordano, si sente il brusio delle loro voci. Giovanni Battista è con i piedi nel fiume e le persone si avvicinano ad una ad una, per essere immerse nell’acqua.
Arriva il turno di Gesù, convince Giovanni e riceve il battesimo, poi si rialza in piedi. Gesù è lì, nel Giordano, ancora tutto gocciolante, quando dal cielo, luminoso e senza neppure una nuvola, vede scendere una colomba che si ferma proprio sopra di lui.
Gesù sa che non si tratta di un semplice uccello: è lo Spirito Santo che si mostra così!
Secondo me lo Spirito Santo è proprio simpatico! gli piace cambiare il suo modo di presentarsi. A volte è vento, a volte un rombo come di tuono, a Pentecoste sceglie di farsi vedere come fiammelle danzanti... Sulle rive del Giordano, decide di prendere l’aspetto di una colomba.
Gesù lo riconosce, naturalmente, e si rallegra nel vederlo. Ma oltre alla presenza dello Spirito, si sente anche la voce di Dio Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”.
Poche parole, ma così belle, così affettuose! Per prima cosa, infatti, Dio Padre dice: “Questi è proprio mio figlio, il figlio che amo immensamente!”.
Pensiamo che gioia ha provato Gesù in quel momento! Ogni figlio è contento se il papà gli dice: “Ti voglio un bene immenso!”. E la voce di Dio Padre aggiunge ancora: “in lui ho posto il mio compiacimento”. Forse compiacimento può sembrarci una parola strana, ma vuol dire semplicemente soddisfazione, gioia. Dio Padre sta dicendo: “Questo Figlio è la mia gioia ed io sono contentissimo che sia proprio figlio mio!”.
Non è bellissimo, questo? Sentire la voce di Dio che dice a Gesù: “Sono veramente felice che tu sia mio figlio!”. Gesù deve essersi sentito veramente commosso e pieno di gioia!
Magari, quel mattino, quando era andato al Giordano per ricevere il battesimo, si era sentito un po’ spaventato perché la sua vita stava per cambiare completamente. Chissà quante domande avrà avuto nel cuore!
Ma la voce di Dio Padre lo rasserena e gli dà gioia: anche se da ora in poi dovrà lasciare la sua casa, il suo piccolo paese, la vita che ha vissuto per tanti anni, sa che l’amore del Padre non lo lascia mai, mai, mai!
Adesso fermiamoci un instante a pensare: anche noi abbiamo ricevuto il Battesimo, giusto? Anche se eravamo così piccoli che non ci ricordiamo di quel giorno, siamo sicuri, però, che pure ad ognuno di noi Dio Padre, nel Battesimo, ha detto: “Tu sei mio figlio amato e io sono tanto tanto contento che tu sia mio figlio!”.
Forse a volte ce ne dimentichiamo e ci lasciamo prendere dalla paura e dallo scoraggiamento!
Invece, questa settimana, ogni mattina e ogni sera, facendo il segno della croce, vogliamo riascoltare nel cuore queste parole bellissime di Dio Padre e rallegrarci del suo Amore!
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MessaggioOggetto: domenica 16 gennaio 2011   Mar Gen 11, 2011 10:45 am

DOMENICA 16 GENNAIO 2011

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Con la celebrazione del Battesimo di Gesù si conclude il Tempo di Natale, dunque riprendiamo il cammino che si dice ordinario: i paramenti dei sacerdoti cambiano e sono verdi. Tutto questo per indicare che noi cristiani continuiamo il cammino spirituale e di approfondimento della Parola di Dio sulla scia del Mistero della Nascita di Gesù.
Oggi la liturgia ci propone un brano del Vangelo di Giovanni che è incentrato sulla figura di Giovanni il Battista. Vi ricordate, ne abbiamo parlato abbondantemente all’inizio dell’Avvento?! Il cugino di Gesù, colui che battezzava nel fiume Giordano e dal quale Gesù stesso si è fatto battezzare! Giovanni è inoltre il primo a riconoscere Gesù come “L’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.
Come ha fatto Giovanni ad essere così sicuro che fosse proprio Gesù, se lui stesso ammette di non conoscerlo?! Strano, no? Giovanni non aveva mai incontrato Gesù, eppure appena lo vede sa riconoscerlo e lo indica a tutti coloro che erano al fiume a farsi battezzare! Come è possibile ciò?
Non vi è mai successo non riconoscere persone che pure conosciamo molto bene? A me succede se sono sovrappensiero e poi magari sento qualcuno che mi saluta e penso “che figuraccia, non l’avevo riconosciuto, mi è passato accanto e non l’ho visto!”. Giovanni invece no! Lui era attento, era in attesa, potremmo dire con una espressione biblica: era vigilante, sveglio! Però Giovanni dice di aver avuto un “suggerimento”: Gesù lo avrebbe riconosciuto perché è “colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito Santo”. Bell’indizio?! A questo punto ci chiediamo: e lo Spirito Santo come è fatto? È Spirito, e dunque non si vede! Giovanni nel testimoniare questo avvenimento usa una immagine, la colomba. Riporta che lo Spirito è simile ad una colomba! E noi come facciamo a riconoscere Gesù? Spesso sentiamo dire o diciamo noi stessi correttamente che Gesù è in mezzo a noi, ci accompagna in tutto quello che facciamo.
A tal proposito voglio riportare brevemente la storia, così come la ricordo, di una donna che ha passato la sua vita a cercare il volto di Gesù. Era una ragazza originaria dell’Albania, apparteneva ad una famiglia molto benestante e credente; fin da giovanissima sentì la chiamata alla vita religiosa, voleva donare tutta la sua vita per il Signore. Entrò a far parte di un ordine religioso che aveva come missione quello dell’istruzione dei bambini. Era una brava insegnante oltre che diligente suora. Nel suo cuore sentiva il desiderio di incontrare Gesù ancora più profondamente. Un giorno mentre camminava per le strade affollate della città indiana in cui si trovava, sentì la voce di un uomo e lo intravede accasciato a terra in fin di vita, impressionata si avvicinò e volle rimanere con lui fino alla fine per fargli compagnia. Andò a casa ma non dimenticò il volto di quell’uomo così povero e solo, di cui nessuno conosceva neppure il nome. Ritornò per le strade di quella città e si accorse che erano molti coloro che non avevano niente e nessuno che li curasse. Nel suo cuore sentiva una profonda attrazione e voglia di stare in mezzo ai poveri. Come lei stessa affermò dopo qualche anno: nei poveri ha visto il volto di Gesù che chiedeva di essere aiutato. Madre Teresa di Calcutta, questo il suo nome, ha incontrato Gesù nei più poveri tra i poveri e ha donato l’amore di Gesù a chi si sentiva solo e abbandonato. Lei, proprio come Giovanni il Battista, ha seguito il suggerimento che veniva dal profondo del suo cuore, dove abita lo Spirito di Dio e ha riconosciuto Gesù. Madre Teresa fino alla fine della sua vita si è occupata dei poveri: in essi incontrava Gesù.
Gesù, come ci ricorda Giovanni, è Colui che toglie il peccato del mondo, cioè non lascia nessuno privo della sua compagnia e parla ai nostri cuori incessantemente suggerendoci di stare accanto gli uni agli altri per camminare insieme verso Lui. Il peccato infatti è il sentirsi soli, abbandonati da Dio, credere di essere stati dimenticati da Lui e allo stesso tempo allontanarci, non curarci di chi ci sta vicino.
Possiamo allora chiedere a Gesù di affinare il battito del nostro cuore perché possiamo vederlo e riconoscerlo in tutte le situazioni e persone che incontriamo.
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 23 GENNAIO 2011   Lun Gen 17, 2011 2:46 pm

DOMENICA 23 GENNAIO 2011

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi il Vangelo comincia con una citazione presa dal profeta Isaia che abbiamo ascoltato anche nella prima lettura. Come avete sentito ci sono dei nomi Zabulon Neftali, Galilea delle genti, a noi sconosciuti. Pensate che digitandoli il computer me li sottolinea come errore, come sconosciuti. Pazienza il computer, ma per noi, sono nomi importanti da conoscere. Zabulon e Neftali sono due dei dodici figli di Giacobbe, uno dei patriarchi del popolo di Israele. Questi dodici figli, stabilitisi in Egitto crescendo di numero, fecero paura al popolo Egiziano e così il faraone li rese schiavi. Dio intervenne e li liberò dalla schiavitù per mezzo del suo servo Mosè e donò loro la terra che aveva promessa ad Abramo. Questa terra fu divisa come in tante regioni, e ogni “figlio-tribù” andò ad abitare nella parte a lui assegnata. Le “regioni” presero il nome del capostipite della tribù. In questo caso noi abbiamo Zabulon e Neftali che abitavano una parte della Palestina vicina al mare. Questo luogo era di passaggio e tanti stranieri si fermarono ad abitare lì. “Galilea delle genti” è una espressione per dire territori dei gentili, cioè degli stranieri. In più questa terra molto fertile, veniva dominata da altri popoli potenti.
Quando un popolo con la forza, occupa il territorio di un altro popolo è come se in quella terra il sole non brillasse più.
In quella situazione oppressione, di “notte”, c’è la profezia del profeta Isaia, profezia di speranza, che annuncia la grande luce che arriverà su questa terra. Luce che porterà pace, fratellanza, benessere. La grande luce è Gesù! Se vi ricordate, durante il tempo del natale anche san Giovanni nella prima pagina del suo Vangelo ci parlava di Gesù come luce che viene a illuminare ogni uomo, luce che le tenebre non possono vincere. Gesù è luce, e chi lo accoglie, diventa luce come lui.: “Convertitevi perché il regno dei cieli è vicino” sono le prime parole che pronuncia. Convertirsi vuol dire cambiare, lasciare ciò che è sbagliato e incominciare a vivere e a cercare sempre il bene.
La gente di spettacolo quando vuole apparire diversa si rifà il look, non è certo questo il cambiamento richiesto, ma quello del cuore. Cambiamento di mentalità. Chi ascolta la Parola del Signore, ascolta una bella notizia: “il regno dei cieli è vicino”, cioè Dio sta vicino a te, cammina con te, ti apre la strada! Se tu vuoi puoi somigliargli e allontanare le tenebre insieme a lui.
In concreto cosa bisogna fare?
Bisogna fare come questi quattro giovani: Gesù passa vicino a loro. Stanno lavorando, ma il lavoro non impedisce di ascoltare la sua parola: “Seguitemi! Ed essi, dice il vangelo, subito, lasciarono tutto e lo seguirono.
Voi direte: ma come hanno potuto lasciare un lavoro sicuro, tutti i beni per Gesù?
Solo chi ascolta con il cuore può cogliere nelle parole di Gesù un bel progetto di vita e di speranza non solo per se stesso ma per tutti gli uomini.
Oggi Gesù è qui e chiama anche te a seguirlo. Sii generoso, non dire sono troppo giovane, quando sarò grande ci penserò… È oggi che sei chiamato a dare una risposta perché lui ti chiama.
Prova a fidarti del suo amore per te, del suo progetto di bellezza su di te. Il suo progetto ti porta sulle strade del mondo e ti rende capace di essere fratello e amico di tutti, ti aiuta ad essere costruttore di pace, di giustizia, di perdono, di solidarietà. Ti aiuta ad essere capace di verità e a riconoscere i tuoi sbagli. Ti sostiene nel tuo impegno a servizio di quanti hanno bisogno. Ti apre il cuore alla preghiera, al dialogo con Dio.
La tua “vocazione” il tuo progetto di vita lo costruisci così, passo dopo passo e cammin facendo la strada ti si aprirà e tu capirai sempre meglio il significato e il valore della tua esistenza per sempre.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 30 GENNAIO 2011   Mar Gen 25, 2011 3:33 pm

DOMENICA 30 GENNAIO 2011

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Così inizia il Vangelo di oggi: “In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro”. Anche oggi, come in quel tempo, Gesù è qui in mezzo a noi e fa la stessa cosa, ci parla cioè di qualcosa di importantissimo: le “Beatitudini”. Pensate un po’… Gesù ci insegna come dobbiamo fare per essere “beati”!!! Cerchiamo prima di tutto di capire bene che cosa significa “beato” e, per fare questo, voglio fare una scaletta di queste parole: allegro, contento, felice, beato. Sono parole molto simili ma ognuna ha un qualcosa in più dell’altra. Una persona è “allegra” quando le cose le vanno bene, ma è “contenta” quando vanno bene proprio tutte! Quando uno è “felice” vuol dire che è super-contento, è pieno di gioia e questa parola la usiamo solo in certe occasioni particolari. “Beato” è molto, molto, molto di più di “felice”!!! Abbiamo sentito nel Vangelo quante volte Gesù ha ripetuto la parola “beati”? L’ha detta per nove volte, il che vuol dire che, se faremo come Lui ci ha detto, saremo beati per sempre, cioè in questa vita e anche nella vita eterna! Io sono certa che tutti noi desideriamo esserlo! “Beato” è chi, anche se ha qualche problema o preoccupazione, sa rimanere tranquillo perché sa che non è solo. E’ come quando voi vi trovate in una situazione un po’ difficile e non vi preoccupate perché sapete che con voi ci sono mamma e papà. Gesù ci vuole dire che Lui, in qualsiasi situazione ci troviamo, non ci lascia mai soli: con Lui il regno dei cieli è già arrivato e questo significa gioia e beatitudine. Ci insegna che, se impariamo a vivere come dicono le “beatitudini”, anche le cose che potrebbero farci soffrire si trasformano in occasioni per essere beati!
Vediamo allora di capire il discorso fatto su quel monte, perché, se avete seguito bene le parole del vangelo di Matteo, sembrerebbe che Gesù abbia capovolto le cose del mondo: infatti le Beatitudini dicono il contrario di quello che in genere noi pensiamo, e chiamano beati quelli che, a nostro parere, non sembrerebbero proprio tali…
Gesù inizia dicendo: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Non è questione di soldi! Ci sono certe persone ricche che sono beate perché non pongono la loro felicità nelle cose che hanno, anzi, condividono le loro ricchezze perché hanno scelto di far parte del Regno che Gesù è venuto a costruire qui tra noi. I poveri in spirito sono il contrario dei superbi che vedono solo loro stessi, che si mettono al centro e sono invidiosi dei successi degli altri. I poveri in spirito sono gli umili, quelli che confidano solo nel Signore, quelli che si rendono conto che noi siamo piccole creature e che solo Dio è grande per cui di Lui ci dobbiamo fidare completamente come di un papà. Sapete bambini, la parola “umile” deriva dal latino “humus” che significa “terra”: gli umili sono perciò coloro che sanno di essere piccoli di fronte al Signore, bassi come bassa è la terra, conoscono la loro condizione di uomo con i limiti che essa comporta per cui non si vantano a sproposito, ma sanno di avere una ricchezza immensa: Dio come Padre. Povera in spirito è Maria quando dice di SI’ all’angelo Gabriele. Povero in spirito è Giuseppe quando accetta di prendere con sé Maria come sua sposa. Povero in spirito è Gesù nell’orto degli ulivi quando si affida completamente alla volontà di Dio. Gesù, poi, ha detto: "Beati quelli che sono nel pianto”, perché saranno da Lui consolati: dunque non ci si deve disperare mai. Voglio proporvi un impegno: se vedete qualcuno che soffre o che piange, consolatelo, fategli sentire che il Signore gli è vicino attraverso di voi, perché voi siete le mani, gli occhi, la voce, il sorriso di Dio! Gesù dice anche beati i miti e quelli che hanno fame e sete della giustizia. I miti non sono quelli che stanno sempre zitti perché hanno paura di tutto, anzi, sono persone coraggiose che testimoniano la verità ma lo fanno senza violenza, senza offendere, senza trattare male gli altri e, quando una cosa non va bene, dicono con coraggio: "Non è giusto!”. Persone con un cuore così grande desiderano che tutti gli uomini siano uguali e siano trattati con giustizia perché figli di Dio. Per vivere con giustizia è necessaria la generosità, e questa virtù la possiamo mettere in pratica in tanti modi e in ogni momento della nostra giornata! A coloro che vivono così il Signore dice che saranno felici. Anche i misericordiosi saranno beati:essere misericordiosi vuol dire non parlare male degli altri, non giudicare, cercare di capire, vuol dire anche aiutare, avere compassione. Chi è misericordioso, inoltre, non si stanca di perdonare. Proviamo a pensare a come vorremmo che gli altri si comportassero con noi … ecco, così cerchiamo di fare noi con gli altri e saremo beati! Gesù ci parla poi di puri di cuore: queste persone è come se avessero degli occhiali speciali attraverso le cui lenti vedono solo il buono e il positivo degli altri perché sanno che in loro c’è Gesù. Il loro cuore è libero dall’egoismo, dalle bugie, dall’invidia e vedono nel loro prossimo quello che gli altri non vedono. Non c’è alcun dubbio: queste persone già ora sono felici! ”Beati gli operatori di pace”: con questa beatitudine Gesù ci mette alla prova ben bene, perché la pace deve esserci prima di tutto dentro il nostro cuore, con i nostri compagni, con i nostri cari … se cominciamo noi dalle piccole cose di ogni giorno, ad esempio evitando inutili litigi o, se succede, riconciliandoci senza tenere il muso … allora la pace dilagherà come un incendio, un po’ alla volta, in tutto il mondo e ci sarà la gioia per tutti. “Beati i perseguitati per la giustizia” e “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”: quando difendiamo la giustizia, l’eguaglianza fra tutti gli uomini rimettendoci anche del nostro se necessario, saremo certamente beati. E se qualcuno ci dovesse offendere o insultare o perseguitare perché abbiamo il coraggio di pregare, di andare in chiesa, di mostrare che siamo cristiani, il Signore ci dice che ci è sempre accanto e che non dobbiamo temere perché il regno dei cieli è già pronto per noi!
In questi nove “BEATI” di cui Gesù ci parla è racchiuso tutto il suo insegnamento: dovrebbe essere il nostro programma di vita! Quando Gesù ha pronunciato questo discorso sul monte, c’erano tantissime persone che lo ascoltavano. Qui oggi siamo sicuramente di meno, ma per il Signore non sono importanti i numeri, per Lui importante è il cuore di chi ascolta, anche se fosse il cuore di una persona sola. Gesù infatti avrebbe dato la sua vita, morendo sulla croce, anche solo per te … Cerchiamo allora di avere i nostri cuori “puri” e liberi dalle tante cose negative! Provate anche voi ad andare contro corrente impegnandovi a vivere queste beatitudini: il Signore non tarderà a farvi sentire una strana pace, una strana serenità… PROVATE! E usate tutte le vostre forze per provare! Vi sentirete “beati”.
Un giorno, un padre guardava il suo bambino che cercava di spostare un vaso di fiori molto pesante. Il bimbo si sforzava, sbuffava, brontolava ma non riusciva a muovere il vaso di un millimetro. Allora il padre gli chiese: “Hai usato proprio tutte le tue forze?”. “Sì” rispose il bambino. Ma il papà disse:” No, perché non mi hai chiesto di aiutarti”.
Pregare è usare tutte le nostre forze.
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MessaggioOggetto: domenica 6 febbraio 2011   Lun Gen 31, 2011 2:37 pm

DOMENICA 6 FEBBRAIO 2011

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


L’evangelista Matteo ci riferisce alcune parole che il Signore Gesù pronuncia sulla montagna, rivolgendosi alla grande folla che lo ha seguito: è la stessa giornata in cui il Maestro di Nazaret ha consegnato ai discepoli l’insegnamento delle Beatitudini, ma evidentemente ha ancora molto da dire. Perciò sentiamoci anche noi in mezzo alla gente che sta ascoltando il Signore e facciamo attenti, per non perdere neppure una parola!
È un discorso che si ascolta volentieri, perché il Maestro Gesù ha scelto due esempi davvero simpatici per spiegarci cosa significa essere suoi discepoli: dice che dobbiamo essere come il sale e come la luce!
Sono due esempi proprio belli e concreti, ma per stavolta ci fermiamo solo sul primo. Ascoltiamolo di nuovo: “Voi siete il sale della terra”.
Il primo impegno di un vero discepolo di Gesù, quindi, è essere come il sale.
Ma perché come il sale? È una cosa così piccola il sale! Eppure…
Avete mai assaggiato un cibo dove si son dimenticati di mettere il sale?! Sì, vedo dalle facce che vi è capitato! È veramente triste un cibo insipido: fa passare la voglia di mangiarlo!
Il sale è importantissimo per rendere saporiti e gustosi tutti i cibi, per cui è bello che Gesù ci inviti ad essere come il sale. Essere veri discepoli significa rendere il mondo saporito, gustoso, piacevole.
Così come ci accorgiamo subito se in un cibo si sono dimenticati di aggiungere il sale, allo stesso modo, le persone che incontriamo, devono subito accorgersi se siamo o non siamo cristiani davvero.
Se la nostra presenza rende le amicizie più sincere, se il nostro stare insieme allontana dalle conversazioni ogni arrabbiatura, ogni dispetto, ogni presa in giro, ogni scherzo cattivo, allora siamo come ci vuole Gesù, siamo davvero il sale della terra.
Se, quando stiamo con gli altri, sappiamo sorridere, sappiamo creare l’armonia tra i compagni e la comunione nel gruppo, allora siamo davvero come il sale che rende buoni i cibi.
Se chi gioca con noi si rallegra, perché vede che non imbrogliamo, vede che non vogliamo solo vincere, ma ci piace davvero stare in sua compagnia, allora stiamo vivendo come il sale della terra.
Se chi studia con noi vede che ci piace imparare e condividere con gli altri quello che scopriamo, allora possiamo dire di essere come il sale che rende più gradevole il gusto di ogni pietanza.
Quindi, anche se ci sembra che il sale sia una cosa piccolina, di poco conto, stiamo cominciando a capire che invece il Signore ci sta affidando un incarico grandissimo chiamandoci ad essere sale della terra!
E, sempre parlando di sale, volevo chiedevi una cosa: vi è mai capitato di assaggiare un granellino di sale grosso, così da solo, senza altro cibo, solo poggiandolo sulla lingua? No? Bè, potrete provare ora che tornate a casa. Ma vedo che a qualcuno è capitato e quindi potrà darmi ragione: un granello di sale grosso non si può succhiare come una mentina! Ha un saporaccio!!
Questa è una cosa veramente interessante: il sale, da solo, non riusciamo a mangiarlo, ma se si unisce agli altri cibi, li rende ancora più deliziosi!
È proprio questo il compito del sale: rendere ancora più intenso il sapore di ogni cosa, farcelo sentire più a lungo, in ogni dettaglio. Non importa se stiamo mangiando carne, pesce, pastasciutta o pizza: il sale ha sempre e solo questo compito, rendere più buono quello che è già buono.
Per questo Gesù ci dice che dobbiamo essere come il sale: da vero Maestro ci ricorda che essere suoi discepoli, vivere secondo il suo Vangelo, non è qualcosa che possiamo fare da soli, soltanto per noi stessi. Se vogliamo essere veramente come il sale, dobbiamo stare insieme alle altre persone, perché è allora che diamo sapore: da soli, saremmo immangiabili!
Il sale non può pensare che è tutto merito suo! Ogni cibo è buono per l’insieme degli ingredienti che lo compongono: il sale è solo uno degli ingredienti, non l’unico. Non si può dire che sia solo merito del sale! Certo, la bontà di tutto l’insieme diventa ancora più intensa proprio grazie al sale!
Mentre mangiamo qualsiasi cosa, di solito non ci viene neppure in mente il sale. Ci sono solo due occasioni in cui ci facciamo caso: quando manca oppure quando è troppo.
Un cibo senza sale è sciapito e poco invitante. Un cibo con troppo sale risulta amaro e immangiabile.
Perciò penso che sia veramente un bell’esempio quello che ha voluto scegliere Gesù per spiegarci come essere suoi veri discepoli! Perché invitandoci ad essere sale della terra, ci sta dicendo che non dobbiamo aspettarci che tutti si accorgano di noi, che tutti ci dicano che siamo bravi, che tutti ci facciano gli applausi…
Se siamo davvero come il sale, nella maggior parte dei casi le persone neppure capiranno che l’armonia, il piacere di stare insieme, il non litigare, l’amicizia bella e forte, forse dipendono proprio dal fatto che ci sono persone di ogni età che vogliono vivere come Gesù!
Ma non fa niente se non lo capiscono, non è questo l’importante! Il sale non si rattrista se nessuno si accorge di lui. È contento quando vede le persone sedute a tavola mangiare con gusto, è felice di poter rendere ancora più buono il sapore di ogni cosa.
Abbiamo detto, però, che anche quando il sale è troppo il risultato è disastroso! Diventare sale della terra non vuol dire voler essere importante, famoso, applaudito! Essere sale della terra non significa che dobbiamo inventarci i modi per attirare l’attenzione! Se il sale facesse così e per farsi notare si tuffasse a cucchiaiate nei nostri piatti, non potremmo mai mangiare nulla! Invece il sale lo aggiungiamo a pizzichi, poco poco per volta, perché se si esagera è un vero guaio!
Quindi il Maestro Gesù ci invita ad essere sale della terra per stare tra la gente senza fare i prepotenti, quelli che vogliono tutto per loro o che cercano i complimenti… per essere sale della terra bisogna lasciarsi sciogliere dentro ad ogni cibo, rendendo più buono il suo sapore, senza che gli altri se ne accorgano, cioè stare in mezzo alle persone senza avere l’attenzione di tutti rivolta a noi.
Quello che il Signore Gesù ci propone è molto bello, ma anche molto impegnativo. D’altra parte, se provate a chiedere a qualcuno che sa cucinare, vi dirà che una delle cose più difficili da imparare, quando si comincia a stare vicino ai fornelli, è proprio mettere il sale al punto giusto! Le prime volte capita di metterne troppo poco, oppure si esagera e se ne mette troppo. Mi ricordo bene che le prime volte che cucinavo mettevo poco poco sale, poi assaggiavo e ne aggiungevo un pizzichino ancora, poi assaggiavo ancora e dovevo aggiungere un altro pizzichino… quanta fatica per trovare la giusta quantità di sale!
Anche nella vita è così: per essere sale della terra ci vuole un lungo esercizio, giorno dopo giorno, senza scoraggiarci se le prime volte siamo ancora un po’ insipidi, senza abbatterci se qualche volta ci scappa la mano e cade troppo sale! Se riproviamo ogni mattina ad impegnarci, presto sapremo dare un gusto delizioso alla nostra vita e a quella di tutti coloro che ci avvicinano.
Però il Vangelo di oggi non si limita a dirci che siamo sale della terra: il Maestro Gesù ci avverte anche del rischio che tutti possiamo correre: “ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Eh, già! Se improvvisamente il sale perdesse il sapore, che cosa potremmo aggiungere a quei granelli opachi per farlo tornare salato? Possiamo aggiungere il sale ai cibi per ridare loro sapore, ma non possiamo aggiungere il sale… al sale!
Un sale che ha perso il sapore non serve più a niente, lo si può gettare via, come pietruzze inutili che la gente calpesterà senza badarci.
Noi non vogliamo di certo diventare sale che ha perso il suo sapore, vero? Assolutamente no!
E il modo sicuro per non perdere il buon sapore che ci è stato dato nel Battesimo, è proprio quello di venire domenica dopo domenica a nutrirci della Parola di Dio e dell’Eucaristia.
Se ogni volta che partecipiamo alla Messa ci lasciamo insaporire dalla Parola di Dio, non corriamo il rischio di perdere il nostro buon sapore!
Se ogni domenica, usciamo di chiesa, con nella mente e nel cuore le parole preziose del Maestro di Nazaret, unite ad una grande voglia di vivere sul serio come il Signore Gesù ci invita a fare, non c’è alcun pericolo: riusciremo ad essere sale della terra!
Allora restiamo un istante in silenzio, per dire al Signore che davvero vogliamo essere come Lui ci sogna. E in questa settimana sono sicura che ognuno saprà trovare moltissimi modi per essere sale, per rendere più bella e saporita la vita.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 13 FEBBRAIO 2011   Mer Feb 09, 2011 10:26 am

DOMENICA 13 FEBBRAIO 2011

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Come sempre la Parola di Dio è tanto ricca e riesce a toccare nel profondo il nostro cuore.
La Parola che la liturgia ci propone questa Domenica, è incentrata sull’importanza di seguire gli insegnamenti del Signore. Seguirli non è solo un comando per i cristiani, bensì fonte di beatitudine, di felicità. La lettura ripresa dal Siracide inizia infatti così: “Se vuoi, osserverai i comandamenti; l’essere fedele dipenderà dal tuo buon volere”, quindi già nel Primo Testamento Dio afferma con chiarezza la libertà che abbiamo di comportarci secondo la Legge che ci ha lasciato, oppure percorrere altre vie. Ancora, il Salmo recita: “Beato chi è fedele ai suoi insegnamenti e lo cerca con tutto il cuore” e sottolinea così che la Legge del Signore conduce alla beatitudine.
Veniamo al Vangelo: qui troviamo il pensiero di Gesù a riguardo; Gesù ci fa compiere un salto in avanti o meglio ci aiuta ad andare ancora più nel profondo. Matteo riporta queste parole di Gesù: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. Gesù da una parte ci dà un motivo in più per seguire i precetti contenuti nell’Antico Testamento, per essere considerati grandi nel Regno dei cieli. Contemporaneamente ci invita a prenderci cura l’uno dell’altro, a non badare solo alla nostra condotta, ma ad aprire i nostri occhi verso il prossimo per seguire con lui i precetti del Signore. Gesù dunque, non si accontenta che noi siamo bravi e attenti a seguire i Comandamenti, ci chiede di insegnarli agli altri. D’altronde quando scopriamo una cosa che ci fa bene o piacere non vediamo l’ora di condividerla con gli altri, vero?
Non so se a voi è mai capitato di essere ripresi da uno dei genitori o da un’insegnante per non avere aiutato un amico, a me sì! Vi racconto subito cosa mi è successo. Frequentavo la seconda media, dunque ero abbastanza grande e ormai sapevo bene come bisogna comportarsi a scuola e quali sono i doveri di un alunno, raramente infatti venivo ripresa dai professori. Un giorno il prof. di italiano ci divise in piccoli gruppi assegnandoci una piccola ricerca da completare a casa. Scelse poi, per ogni gruppo un rappresentante, che doveva illustrare il lavoro svolto. Io fui scelto come portavoce del mio gruppo, mi sentivo responsabile della riuscita della ricerca; volevo fare una bella figura davanti ai compagni e soprattutto col professore! Il pomeriggio, faticosamente riuscii a concordare con i miei compagni l’orario e il posto dell’incontro. Non vi dico che confusione facemmo; insomma soltanto io prendevo la cosa sul serio e mi impegnavo a studiare, mentre gli altri si scambiavano figurine, giocavano e scherzavano! Ritornato a casa ripassai tutti gli argomenti per essere pronto all’interrogazione. In classe, arrivato il turno del mio gruppo, cominciai ad esporre tutta la ricerca e il prof. sembrava contento, quando però fece una domanda ai compagni del mio gruppo e si accorse che non avevano studiato cambiò espressione e ci mise un voto basso. Lì per lì non capii il motivo, chiesi spiegazioni e lui mi rispose che il lavoro non era individuale ma di gruppo e che il rappresentante aveva anche l’incarico di coinvolgere gli altri! A quel punto mi arrabbiai molto, avrei voluto dirgli quello che combinavano mentre io studiavo e del poco interesse che avevano. Un mese dopo lo stesso insegnante ci divise ancora in gruppi e a me capitò lo stesso e mi ridiede il compito di portavoce. Memore di quel che era successo, decisi di cambiare strategia. Il pomeriggio, dopo aver giocato un po’ con i miei compagni, insieme decidemmo di iniziare la ricerca. Non mi affannai a trovar tante notizie, piuttosto assegnai ad ognuno un incarico e mi assicurai che ognuno di loro sapesse almeno la parte dell’argomento che aveva svolto! La sera ero esausto e contemporaneamente mi sentivo soddisfatto e felice, ero contento di esser riuscito ad insegnare qualcosa agli amici meno volenterosi e soprattutto avevo letto sui loro volti la gioia di aver portato a termine un compito! L’indomani non vi dico il figurone che facemmo, illustrammo insieme la ricerca ognuno la sua parte: eravamo un vero gruppo! Prendemmo tutti un buon voto.
Gesù, un po’ come il mio insegnante non si accontenta che ognuno segua per se stesso i suoi insegnamenti, perché sa che la vera gioia è quando riusciamo a donare agli altri ciò che noi possiamo offrire, in questo modo non solo ci sentiamo vicini, ma diventiamo una sola grande famiglia, quella dei cristiani!
Buona Domenica!
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