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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 20 febbraio 2011   Mer Feb 16, 2011 9:55 am

DOMENICA 20 FEBBRAIO 2011

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Quando si sale una montagna, il respiro diventa affannato perché tutto il corpo è impegnato nella fatica di affrontare il cammino: si parla poco e solo quando è necessario.
In montagna si ascolta il silenzioso canto della natura, si respira aria pulita, si contemplano i panorami, i fiori, tutte le bellezze e si gioisce anche se si fatica.
Quando vuoi raggiungere una meta, ci sono i percorsi segnati. Una volta scelto il luogo, seguendo la segnaletica, stai sicuro e non ti perdi anche se attraversi percorsi in mezzo al bosco e vai per luoghi che non conosci.
La stessa cosa è per il cammino di fede: un percorso in salita, proprio come andare verso una montagna alta alta. Noi siamo in cammino dietro Gesù, in ascolto della sua Parola. Ogni domenica ci viene offerta dal Vangelo come un “segnavia” che ci aiuta a non sbagliare strada, a non perderci, a camminare sicuri anche quando percorriamo sentieri difficili e faticosi.
Alcune domeniche fa, ad esempio, ci veniva detto che noi siamo chiamati proprio come i primi discepoli a seguire Gesù. Lui fa la proposta: “Seguimi!”, ma siamo noi a scegliere di andare “subito” dietro a lui. La domenica successiva ci veniva detto che seguire Gesù secondo il suo progetto di vita, ci porta verso la felicità: vi ricordate il tema delle Beatitudini? Beati voi se… beati voi quando… ecc. La domenica dopo Gesù ci invitava ad essere sale e luce del mondo, cioè ad essere persone capaci di dare sapore con la nostra vita ed essere luce, cioè capaci di allontanare il buio della paura, della sfiducia, del dolore, dello scoraggiamento, della cattiveria.
Domenica scorsa, in un lungo brano, ci veniva detto di diventare persone che sanno andare oltre la tradizione degli uomini, persone che, con la loro vita, mostrano la novità che porta Gesù. Vi ricordate il ritornello: “Avete inteso che fu detto, ma io vi dico”?.
Oggi ci viene chiesto ancora un grande impegno per ascoltare, accogliere e vivere questa pagina che il vangelo di Matteo ci offre. Qualcuno potrebbe dire: “Va bene, ma dove ci porta questo cammino così impegnativo?”. Gesù ci risponde che siamo in cammino verso la perfezione, perfetti come il Padre che è nei cieli. Lui è perfetto perché è capace di amare e di amarci senza misura e vuole che chi riconosce e accoglie il suo amore, sia altrettanto capace di amare proprio come lui.
Che cosa vuol dire essere perfetti? Vuol dire essere belli, cioè buoni, accoglienti, gentili sempre, insomma, in una parola, essere persone che sanno amare.
Voi direte “ma io ci provo, però vedo che gli altri non lo fanno, vedo che intorno a me ci sono tante cose che non sono giuste”. Oggi Gesù ci dice cose che possono sembrare assurde, come quella di porgere l’altra guancia a uno che ci ha già dato uno schiaffo, magari senza motivo. Se noi siamo troppo buoni rischiamo di passare per stupidi, per gente senza carattere, per persone che non sono coraggiose!
E invece vi dico che non è così. È vero, in questa nostra società vince sempre il più forte, ma Gesù ci dice che noi saremo davvero vincitori se saremo capaci di vincere il male con il bene.
Voi direte: “è impossibile!”. E io vi dico che se Gesù ce lo chiede è possibilissimo: lui lo ha fatto e, se ci è riuscito lui, ci possiamo riuscire anche noi.
Bisogna che la smettiamo di pensare e di credere che Gesù sia una specie di superman, di supereroe. Gesù è voluto diventare come noi, uno di noi! Ha scelto di venire sulla terra perché l’uomo era confuso, aveva perduto la strada della perfezione, la strada della bellezza. Quella bellezza che rendeva Gesù dono di luce, di speranza, di consolazione per quanti lo incontravano. Al contrario degli altri uomini, Gesù, fino alla fine, è stato capace di perdonare i nemici e di fare il bene a coloro che lo odiavano.
Oggi noi diciamo che i muscoli, le armi, la violenza siano importanti, proprio come dicevano al tempo di Gesù.
Lui, invece, dice di amare i nemici e di fare del bene a coloro che non ce ne vogliono.
È questo atteggiamento che mostra che noi vogliamo bene a Gesù, che siamo dalla sua parte, che siamo suoi amici.
Lui ci ha donato tanto, tantissimo e vuole che chi conosce il suo dono impari a donare con generosità, senza mai calcolare quello che gli viene donato.
Insomma Gesù ci dice che dobbiamo imparare ad amare come Dio, il quale regala il sole ai buoni e ai cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti.
Questo significa che Dio è buono con noi sempre, anche quando non ce lo meritiamo. Lui ci vuole bene e basta, sempre e per sempre.
È questo il segreto che ci aiuta ad amare tutti gli altri con generosità. Amare per la gioia di volere il bene di tutti.
Il credente, il cristiano, si vede dal suo comportamento, dal suo essere generoso nel bene e nell’amare.
È un bel progetto di vita, un progetto in salita, proprio come scalare una montagna, sempre più in alto. “È faticoso” direte voi! È vero, è faticoso e impegnativo, ma vi assicuro che solamente ciò che costa fatica produce bellezza!
Io, tu, noi tutti siamo chiamati a realizzare proprio questa bellezza, questa perfezione.
Coraggio allora. Questa settimana impegniamoci tutti a vivere e ad essere generosi nel bene, a volere bene non solo ai nostri amici ma proprio a tutti.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 27 FEBBRAIO 2011   Mer Feb 23, 2011 10:04 am

DOMENICA 27 FEBBRAIO 2011

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Qualcuno di voi, dopo l’ascolto del Vangelo di oggi, potrebbe pensare che San Matteo abbia detto delle cose che non riguardano molto voi bambini: si parla infatti di padroni, di ricchezze, di preoccupazione per il cibo, per i vestiti, per il domani. “Tutte cose che interessano gli adulti! Ci sono mamma e papà che pensano a tutto ciò!” direte voi. Sicuramente al vostro sostentamento ci pensano i vostri genitori, ma vi assicuro che la Parola di Dio è sempre per tutti, per grandi e piccini. Naturalmente, bisogna impegnarci per capire quello che Gesù vuole dire a ciascuno di noi e, per fare questo, dobbiamo sempre metterci in ascolto pensando che Gesù sta parlando proprio a me. Vediamo allora cosa vuole dirci oggi il Signore.
Il Vangelo inizia dicendo: “Nessuno può servire due padroni perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”. Vi ricordate il Comandamento che dice: “Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”? Ecco, è questo che vuole il Signore: ci vuole tutti per Lui e per questo non ci possono essere compromessi. Se le nostre ricchezze, tutte le cose che possediamo diventano il motivo più importante di vita, il nostro idolo, rischiamo di dimenticarci di Dio. Voi direte che non avete ricchezze. Ma le ricchezze non sono solo i soldi! Ora vorrei che ognuno di voi pensasse a quali sono le sue ricchezze e, per fare questo, proviamo a stare in silenzio per qualche minuto cercando di essere sinceri con noi stessi.
Sono certa che tutti voi avete trovato qualcosa a cui siete attaccati in modo eccessivo, un idolo che, a volte, nel vostro cuore prende il posto di Dio. Anche se siete ancora piccoli, siete chiamati anche voi a scegliere tra Dio e le varie ricchezze che avete scoperto di avere. È una scelta impegnativa mettere Dio al primo posto perché questo comporta una vita coerente con gli insegnamenti del Vangelo, ma è l’unica scelta che può dare quella gioia che contagia il mondo. Vogliamo anche noi impegnarci a vivere in modo tale che ci riconoscano cristiani a prima vista?
Nel Vangelo di oggi Gesù ci dice, inoltre, di non preoccuparci per quello che mangeremo, o berremo, o vestiremo. Certamente il Signore non nega l’importanza del nutrimento, del vestire e di quanto serve alla vita di ogni giorno! Non vuole certo dirci che dobbiamo digiunare o rimanere nudi, né che dobbiamo aspettare che altri ci diano il necessario, ma vuole dirci di non vivere nella esagerata ricerca di queste cose. Vuole metterci in guardia dalle troppe preoccupazioni che abbiamo e da quell’attaccamento alle nostre cose che poi spesso ci lascia insoddisfatti, e ci ricorda che il nostro Padre del cielo sa di che cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo. Per farci capire meglio ciò, il Maestro ci fa l’esempio degli uccelli del cielo e dei gigli dei campi. Che cosa significa questo? Gesù ci dice che non c’è creatura, per quanto piccola ai nostri occhi, di cui Dio non si prenda cura. E noi che siamo figli suoi? A noi dice: “Non valete voi più di loro?”. Con queste parole ci fa proprio riflettere, perché, a volte, ci dimentichiamo dell’amore che Dio ha per noi, ci dimentichiamo che lui è nostro Padre. Noi sappiamo bene come sono i nostri papà: anche se sono lontani non dimenticano mai i loro figli e fanno arrivare il loro amore, la loro tenerezza, la loro cura in ogni modo. Se i nostri papà terreni sono così, pensate un po’ a come può essere il nostro papà del cielo che ci ha donato la vita! Gesù ci invita ad essere a Lui riconoscenti, ad avere sempre la gioia nel nostro cuore perché ogni cosa che abbiamo è dono. Ci invita a non essere come i pagani. Sapete chi erano? Erano persone che non credevano nel Signore: avevano anche loro delle divinità ma le guardavano con preoccupazione e timore perché questi loro dei avevano invidia della felicità degli uomini! Noi, invece, sappiamo bene che Dio ci vuole felici!
Il Vangelo conclude con una frase bellissima: “Cercate invece, anzitutto, il Regno di Dio e la sua giustizia, e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta”. Gesù ci invita a fare la Sua volontà, ci invita a cercare l’essenziale, a cercare ciò che rimane per sempre e che nessuno mai ci potrà portare via. L’essenziale è Lui e il suo amore per noi. Se noi siamo convinti di ciò, anche nelle situazioni tristi della vita troveremo forza perché c’è un qualcosa di Dio in ciascuno di noi che gioisce con noi, che piange con noi, che cammina con noi. Concretamente, cercare il regno di Dio e la sua giustizia è vivere come fratelli e sorelle che si vogliono bene, per cui a nessuno deve mancare mai nulla e nessuno deve accumulare ricchezze solo per sé: proprio come vivevano le prime comunità cristiane! Tutti voi, anche se siete piccoli, dovete sentirvi responsabili gli uni degli altri: la presenza del Signore si manifesta attraverso l’aiuto reciproco, la solidarietà verso chi ha meno di voi, di noi. Voi siete le mani di Dio, perché Dio non ha mani, ma ha le vostre mani per dare a tutti il Suo amore. Cerchiamo di godere di quello che abbiamo e non guardiamo al poco che pensiamo di non avere! Viviamo nella certezza che il nostro Padre non ci farà mancare mai nulla: “Non valete voi più di loro?”.
C’era una volta un passerotto beige e marrone che viveva la sua esistenza come una successione di ansie e di punti interrogativi. Era ancora nell’uovo e si tormentava: “Riuscirò mai a rompere questo guscio così duro? Non cascherò dal nido? I miei genitori provvederanno a nutrirmi?”. Questi timori passarono, ma altri lo assalirono mentre tremante sul ramo doveva spiccare il primo volo: “Le mie ali mi reggeranno? Mi spiaccicherò al suolo? Chi mi riporterà quassù?”. Naturalmente imparò a volare, ma cominciò a pigolare: “Troverò una compagna? Potrò costruire un nido?”. Anche questo accadde, ma il passerotto si angosciava: “Le uova saranno protette? Potrebbe cadere un fulmine sull’albero e incenerire tutta la mia famiglia. E se verrà il falco e divorerà i miei piccoli? Riuscirò a nutrirli?”. Quando i piccoli si dimostrarono belli, sani e vispi e cominciarono a svolazzare qua e là, il passerotto si lagnava: “Troveranno cibo a sufficienza? Sfuggiranno al gatto e agli altri predatori?”. Poi, un giorno, sotto l’albero si fermò il Maestro. Additò il passerotto ai discepoli e disse: “Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non mietono e non mettono il raccolto nei granai. Eppure il Padre vostro che è nei cieli li nutre!”. Il passerotto beige e marrone improvvisamente si accorse che aveva avuto tutto. E non se n’era accorto.
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MessaggioOggetto: domenica 6 marzo 2011   Mar Mar 01, 2011 11:19 am

DOMENICA 6 MARZO 2011

IX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa domenica ha un inizio un po’ brusco: “Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.
Sembra proprio che il Signore Gesù voglia mettere le cose in chiaro rispetto a chi magari si illude che basti mormorare qualche preghierina per essere veramente cristiani. Invece il Maestro e Signore invita tutti a seguirlo, ma non vuole che ci siano malintesi: nessuno può permettersi di pensare che basta essere un cristiano solo di facciata, un cristiano solo alla domenica, dimenticandosi del Vangelo per tutto il resto della settimana.
Guardate che il rischio di diventare così lo corriamo un po’ tutti quanti. Certo, veniamo a Messa, andiamo in oratorio e al catechismo, magari diciamo anche le preghiere al mattino e alla sera. Ma nella nostra giornata, c’è posto per Dio? Ci ricordiamo mai di Lui?
Le parole che usa Gesù per rivolgersi a coloro che pur avendo portato il nome di cristiani, non hanno vissuto secondo il cuore del Padre, sono veramente dure: “io dichiarerò loro: Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”.
Per entrare nel Regno dei Cieli ed essere parte della gioia immensa che non finisce mai, non basta invocare il nome di Dio o conoscere la vita di tutti i santi. Quello che è indispensabile è invece fare la volontà del Padre che è nei cieli.
Bello. Ma… in parole povere… cosa dobbiamo fare?
Proviamo ad essere molto concreti.
Ogni domenica, durante la messa, ci scambiamo il segno della pace con le persone che ci sono sedute vicino; come al solito c’è un grande sporgersi e allungarsi per stringere quante più mani riusciamo a raggiungere, giusto? Bene: e nella nostra vita di ogni giorno, facciamo la stessa cosa? Ci sforziamo di raggiungere, di coinvolgere nel gioco, anche i compagni che restano più in disparte? Ci diamo da fare perché sia in squadra con noi anche quello che un po’ una schiappa? Siamo capaci di stringere la mano e di fare la pace anche con chi ci ha fatto arrabbiare, ci ha fatto i dispetti o ci ha presi in giro?
Perché, vedete, fare la volontà del Padre, vivere secondo il cuore di Dio, significa proprio questo: trasformare in comportamenti di ogni giorno, tutto quello che proclamiamo ad alta voce quando preghiamo o cantiamo al Signore.
Eppure, non vorrei che ci lasciassimo spaventare dalle parole che il Vangelo di oggi ci propone: non è una minaccia, quella che abbiamo ascoltato poco fa, ma sono parole che ci stimolano in profondità.
Credo sia bello che il Signore Gesù parli chiaro, senza mezze misure: è un segno evidente della sua sincerità verso di noi. Non vuole che ci siano confusioni o fraintendimenti. Non vuole che qualcuno possa dire: - Ma io pensavo… ma io credevo… ma non avevo capito che…
No, il Rabbi di Nazareth non fa sconti, non si lancia in offerte speciali e toglie subito ogni dubbio in chi ascolta: essere cristiani non è facile. È molto impegnativo.
Essere cristiani non è per gente da poco, per personcine che si accontentano facilmente, per chi si fa bastare la mediocrità: essere cristiani sul serio è qualcosa di grande, per questo richiede fatica.
Provare a vivere il Vangelo giorno per giorno, mette in gioco tutto di noi, fino in profondità.
E Gesù, da vero Maestro, ci aiuta a penetrare in questa consapevolezza con l’aiuto di una parabola molto suggestiva: quella delle due case. Ripercorriamola insieme, per gustarne tutti i particolari.
Ci sono due uomini che desiderano costruire ciascuno la propria casa. La devono tirar su ognuno con le proprie mani, non hanno un’impresa edile che se ne occupi: si tratta proprio di costruirla da soli, pietra su pietra.
Uno dei due non ha troppa voglia di impegnarsi, di spenderci tempo e denaro. Così decide di costruire la sua casa sulla spiaggia: è un bel posticino, vicino al mare, bel panorama… veramente nulla da obiettare. Soprattutto, trovandosi lì sulla spiaggia, ha tanta bella sabbia a disposizione, da impastare per tirare su i muri: comodissimo!
E poi, santo cielo, cosa sono tutte queste storie di scavare per le fondamenta: qualche fossetta nella sabbia, giusto per mettere giù i pilastri di legno che la sosterranno. Per fortuna, ci vuol poca fatica a scavare nella sabbia.
Adesso il tetto e poi una bella mano di calce… et voila! Splendida e accogliente: cosa si può desiderare di più?
Nel frattempo l’altro amico, ha deciso di costruire la sua casa non troppo lontano, dove c’è una collinetta rocciosa: anche questo è un angolino incantevole, con una vista panoramica mozzafiato.
L’unica noia è che la roccia non è proprio facile da lavorare: bisogna andar giù di piccone, per preparare i buchi dove mettere i pali di legno che sosterranno la costruzione. Il nostro amico scava a fondo, si spella le mani dovendo ricorrere anche allo scalpello per i punti più delicati. Poi bisogna trasportare tutto il materiale da costruzione fin lì. È vero che con il carretto il più è fatto ma, gente mia, tra caricare e scaricare ci si spacca la schiena!
Lui non si arrende: la fatica è tanta, ma ha nel cuore l’immagine della casa che ha sognato da sempre. Da questo attinge coraggio e non molla. Finalmente, dopo tanti giorni di lavoro, una bella imbiancata a calce ed anche questa casina è pronta.
A vederle così, sembrano molto simili: spaziose, ben rifinite, con una bella vista… Complimenti ad entrambi!
E pazienza se il secondo ci ha messo così tanto tempo e così tanto fatica per completarla: non tutti sanno essere furbi a questo mondo!
Potremmo dire, a questo punto: fine primo tempo. Ma il racconto del Rabbi di Nazareth prosegue e ci dice che, un brutto giorno, su quella regione si abbatte improvviso un vero ciclone: cade la pioggia a dirotto, per intere settimane; i fiumi s’ingrossano e straripano; i venti soffiano rabbiosi e spazzano via tutto quello che trovano sulla loro strada. Una burrasca spaventosa!
Nella casetta sulla spiaggia tutti si sentono abbastanza al sicuro: la costruzione è nuova, di certo reggerà.
Ma il fiume in piena la circonda, la sabbia su cui è fondata viene portata via dalle acque tempestose.
I muri, impastati di sola sabbia, si sgretolano in fretta, assaliti dal vento violentissimo. La casa sembra invecchiare in poche ora: le fondamenta cedono, i muri crollano… È distrutta, completamente in rovina.
Anche sulla collina la situazione non è facile: il vento, con le sue lingue di cartavetro, tira via il candido intonaco e l’acqua del fiume, in rapida discesa, la circonda da tutti i lati. Ma è fondata sulla roccia: i pali di sostegno, ben fissi in profondità, reggono alle spinte della forza della Natura. La base di roccia non si lascia scalfire facilmente e la casina rimane salda.
Un po’ ammaccata, certo; non più bella come il primo giorno, con le strisce di fango lungo le pareti e le persiane divelte; ma è lì, salda, in piedi. Con pochi ritocchi, presto tornerà come nuova.
Ecco – spiega il Maestro Gesù – chi ascolta le mie parole e se ne entusiasma in fretta, ma poi non si sforza di metterle in pratica, di trasformarle in vita quotidiana, è come chi costruisce la sua casa sulla sabbia. Alla prima pioggia, alla prima difficoltà, tutto lo slancio iniziale viene meno, ci si lascia andare.
Poiché le fondamenta non ci sono, i pilastri della nostra fede crollano e ci sentiamo travolti. Se invece, domenica dopo domenica, settimana dopo settimana, ci impegniamo a trasformare in vita concreta quello che ascoltiamo nel Vangelo, se nelle scelte piccole di ogni giorno, proviamo a seguire il cuore di Dio, le buone ispirazioni che lo Spirito Santo ci fa fiorire dentro, diventiamo come la casa costruita sulla roccia.
Certo, le difficoltà capiteranno ancora, la sofferenza la sperimenteremo anche noi, ma non ne saremo travolti, non crolleremo.
In questa settimana, allora, prendiamo l’impegno di custodire in noi la Parola di Dio che abbiamo ascoltato e cerchiamo di ricordarla ogni mattina per farla penetrare in profondità, come i pilastri della casa piantati nella roccia.
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MessaggioOggetto: domenica 13 marzo 2011   Sab Mar 12, 2011 9:55 am

DOMENICA 13 MARZO 2011

I DOMENICA DI QUARESIMA


Oggi, insieme a tutta la Chiesa, iniziamo il nostro cammino di Quaresima. Come sappiamo è un tempo forte ed intenso. È un tempo di riflessione per noi cristiani e soprattutto è un’occasione per mettere al centro della nostra vita quotidiana Dio e la relazione che abbiamo con Lui.
Le letture di questa prima domenica di Quaresima sono infatti spunti importanti per cominciare a ripensare al nostro rapporto con Dio.
Sono certo che, la maggior parte di noi, ricorda molto bene l’episodio riportato nella prima lettura dal libro della Genesi: si tratta del peccato originale. È un episodio che di solito suscita molte domande, come ad esempio: perché Dio non voleva che proprio quell’albero non venisse toccato? Perché la punizione di Dio è così forte? e chi era il serpente?
Anche il Vangelo appena ascoltato sulle tentazioni di Gesù nel deserto fa nascere tante domande: come mai Gesù viene condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato dal maligno? e ancora, esiste davvero il maligno? come facciamo a riconoscerlo?
Come notate tra Dio e l’uomo a volte, c’è un terzo “incomodo”, che cerca di allontanare l’uomo dal Suo Creatore. E Gesù? Lui non può allontanarsi da Dio e allora come si spiega che viene anch’egli tentato? Addirittura è lo Spirito di Dio che lo conduce nel deserto!
Ciò che mi sorprende è che Gesù segue lo Spirito e rimane nel deserto solo, per quaranta giorni! Chissà cosa provava Gesù e quali erano i suoi pensieri. Avrà avuto paura? si sarà sentito solo? Cosa gli dava coraggio e forza?
Mi viene in mente la storia, che ho letto tempo fa, di un bambino (faccio riferimento al libro “La Dama in Rosa”), che un po’ come Gesù si è trovato ad affrontare una prova in solitudine. Questo bambino, Oscar, era gravemente malato e trascorse un lungo periodo della sua vita in ospedale. A causa della sua malattia non poteva stare tanto tempo con gli altri bambini dell’ospedale, e pensate che persino i genitori, spaventati dalla sua malattia avevano così tanta paura, da non avere il coraggio di fargli compagnia. Oscar rimase alcuni giorni solo solo, fino a che una Signora (che l’autore del libro chiama la Dama in Rosa) inizia a fargli visita tutti i giorni. Oscar, grazie alla sua compagnia, trova il coraggio di raccontare le sue ansie e i suoi sogni e dietro suo suggerimento comincia a scrivere un diario a Dio, così può fargli un sacco di domande, raccomandarsi per la riuscita dei suoi desideri, insomma poteva proprio raccontargli tutto.
Vi ho riportato un pezzo di questa storia, così come la ricordo, perché secondo me Gesù in quei quaranta giorni solo nel deserto non hai mai smesso di dialogare nel profondo del suo cuore con Dio Padre. E magari come Oscar, gli faceva tante domande! Gesù, come Oscar, aveva sempre qualcuno vicino, qualcuno che non vedeva ma la cui presenza avvertiva nel cuore. In questo modo Gesù non ha avuto timore del maligno, non c’era spazio per lui, perché Gesù non aveva bisogno della sua compagnia o dei suoi consigli, era sempre “in contatto” con Dio! Ed è proprio questa vicinanza tra Gesù e Dio Padre che non permette al tentatore di intromettersi, non ha spazio!
Prendendo spunto da questa breve riflessione, possiamo fin d’ora impegnarci a rimanere sempre “in contatto” con Dio, facendogli domande, raccomandandogli i nostri desideri, parlandogli delle nostre difficoltà... in questo modo nessuno potrà distoglierci da Dio e mettersi in mezzo! Così la Quaresima possiamo viverla a diretto contatto con Dio e scoprire quanto profondamente ci ama.
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MessaggioOggetto: domenica 20 marzo 2011   Mar Mar 15, 2011 10:09 am

DOMENICA 20 MARZO 2011

II DOMENICA DI QUARESIMA


Domenica scorsa ci siamo trovati in un deserto roccioso dove il caldo del giorno si fa sentire e il freddo della notte fa battere i denti: oggi siamo su un monte. Ancora una volta siamo invitati a salire in alto.
Gesù chiama tre dei suoi discepoli, Pietro,Giacomo e Giovanni: sono gli apostoli che in genere sceglie quando deve dire cose importanti.
Saliamo anche noi su questo monte per capire e accogliere il messaggio della Parola di questa
Domenica e farne tesoro nei giorni che seguono.
Ma, per cogliere quello che avviene sul monte, dobbiamo fare un passo indietro e scendere in pianura.
Qualche giorno prima, infatti, Gesù aveva annunciato ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e lì soffrire molto e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Questa dichiarazione spaventa gli apostoli e Pietro a nome di tutti gli dice: “Dio ti liberi da questo, non ti accada mai una cosa così brutta e triste!”.
Gesù lo rimprovera perché Pietro e i suoi compagni non capiscono ancora che Lui è venuto per donare la sua vita, per mostrare con il dono di sé quanto ci vuole bene.
Anzi, dice loro che chi vuole essere suo amico è chiamato a vivere così, a smettere di pensare a se stesso e a impegnarsi, con tutta la vita, per Dio e per gli altri.
Gli apostoli però non capiscono… un po’ come noi che facciamo sempre un po’ di fatica a volere bene per primi, a perdonare quando ci offendono, a rispondere a una parola o a un gesto cattivo con parole e gesti diversi, gesti buoni. Per questo Gesù oggi li porta, e porta anche noi, sul monte: per aiutarci a comprendere.
Sul monte avviene una cosa straordinaria: il volto di Gesù brilla come il sole e le sue vesti diventano candide come la luce. Non pensate che sia un miracolo, un qualcosa piovuto dal cielo!
Ciò che cambia il volto e l’aspetto di Gesù, ciò che lo tras-forma è la sua capacità di amare, la sua decisione di vivere per noi, di dare la sua vita per me, per te affinché possiamo trovare la gioia.
La gioia, quella vera, si ha solo quando si sa e si crede che qualcuno ci vuole davvero bene. Non sono le cose che ci riempiono il cuore, ma solo l’amore, il bene appunto.
Pietro, davanti a questo spettacolo, è entusiasta. Gesù gli appare bellissimo come Dio! Guarda e grida: “Che bello, restiamo qui per sempre!”.
Ma così, ancora una volta, mostra di non capire.
Questa volta interviene Dio, il Padre, che parla da una nube che avvolge tutti e, come un genitore orgoglioso del figlio, esprime tutto il suo amore: “Guardatelo, è il mio figlio, colui che amo!”.
Penso che a tutti voi ragazzi sarà capitato di avere avuto un elogio dai vostri genitori per un bel voto ricevuto, per un’attenzione prestata, per un servizio reso ai nonni o ai fratellini più piccoli. Certamente la gioia sarà stata grande. Una volta un papà, incontrandomi, mi ha detto: “Questo è Riccardo, il mio bambino, e sono molto orgoglioso di lui! A scuola ha ricevuto un premio per la bontà”.
Il papà era orgoglioso, proprio compiaciuto di quel suo figlio buono e attento verso tutti.
Oggi Dio ci parla di suo figlio e lo fa con lo stesso orgoglio del papà di Riccardo.
Gesù, con la sua vita, sta realizzando il progetto del Padre che è quello di far rifiorire l’amore, la giustizia, la bontà, la misericordia sulla terra.
Poi rivolto a noi dice: ASCOLTATELO.
Ascoltare: ecco la parola chiave del Vangelo di oggi.
Gesù ascolta il Padre e realizza il suo progetto di amore. Noi siamo chiamati ad ascoltare Gesù.
Cosa vuol dire ascoltare?
Vuol dire prestare attenzione, vuol dire far scendere nel cuore quanto abbiamo ascoltato con le orecchie perché quello che abbiamo capito diventi frutto, diventi vita.
Quando voi ascoltate bene una lezione, i compiti a casa vi riescono bene! Proprio questo è il segno che avete ascoltato con attenzione.
La stessa cosa con Gesù: se siamo ascoltatori attenti, la nostra vita mostra, nelle azioni, che siamo dalla sua parte.
Scendiamo a valle con Gesù, cioè ritorniamo nella realtà di tutti i giorni e, con la gioia di aver visto sul volto radioso di Gesù l’amore che lo trasfigura, cerchiamo anche noi di imitare il suo amore e il suo bene verso tutti.
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MessaggioOggetto: domenica 27 marzo 2011   Mer Mar 23, 2011 9:58 am

DOMENICA 27 MARZO 2011

III DOMENICA DI QUARESIMA


Per fare la riflessione sul Vangelo di oggi mi sono avvicinato, con il cuore, alla donna samaritana di cui ci parla l’evangelista Giovanni e mi sono messo in ascolto… Provate ad ascoltare anche voi.
«Sono una donna samaritana, abito a Sicar e vado a prendere l’acqua al pozzo nel terreno che Giacobbe diede in eredità a suo figlio Giuseppe. L’acqua, soprattutto per noi che abitiamo in un paese così caldo, è fonte di vita, e il compito di attingere l’acqua al pozzo è di noi donne. Io, però, non ci vado al mattino presto quando è un po’ più fresco come fanno le altre, no… io ci vado verso mezzogiorno: sotto il sole di quell’ora c’è un caldo incredibile, ma almeno non trovo nessuno che, con i suoi commenti nascosti o palesi, mi giudica. Sanno tutti, infatti, che la mia è una storia difficile, un’esistenza travagliata, problematica… Mi sento molto sola, ho bisogno di qualcosa che riempia la mia vita, che le dia un senso, ma non trovo niente. Ah… dimenticavo di dirvi che noi samaritani non siamo ben visti dai giudei, siamo ritenuti una razza inferiore, non preghiamo nemmeno nello stesso tempio… il nostro tempio non è a Gerusalemme come il loro, ma è sul monte Garizim. Quel giorno, un giorno caldissimo e umido come tanti altri, al pozzo trovai lì seduto un uomo stanco, sudato: era un giudeo che, al mio arrivo, mi chiese da bere. Sapevo che dare acqua, cosa scarsa e quindi preziosa, era segno di solidarietà, ma era un giudeo e la chiedeva a me che ero una donna e per di più samaritana! E comunque poteva anche prendersela visto che aveva più forza di me! Però, a dire la verità, questa richiesta mi piacque perché si era presentato a me come un uomo bisognoso e aveva riconosciuto che solo io potevo dargli qualcosa di indispensabile. Ero comunque sbalordita dal fatto che avesse rivolto la parola proprio a me… era infatti una cosa inconcepibile visti i rapporti tra giudei e samaritani, eppure… Quell’uomo doveva proprio essere un giudeo “speciale”. Chiesi spiegazione su questo suo modo di comportarsi al di fuori delle regole e lui mi rispose: “Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva”. Io, sinceramente, non capivo quello che voleva dire quel signore e mi meravigliai un bel po’. Conoscevo solo l’acqua del pozzo e per di più lui non aveva nessun recipiente per darmi quell’acqua viva di cui mi aveva detto! Per me tutto quello che si poteva avere dalla vita lo si poteva ottenere con la fatica: non conoscevo la gratuità di Dio, non conoscevo l’amore di Dio. Pure scettica, non volevo però chiudere il discorso e così gli risposi: “Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?”. Quell’uomo rispose: “Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che gli io darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna”. Come? Giacobbe non ci aveva fatto un grandissimo dono lasciandoci questo pozzo? Però quell’acqua di cui mi parlava quell’uomo mi sembrava una cosa grande e avrei fatto di tutto pur di averla. Gli dissi allora: “Signore, dammi quest’acqua”. Lui mi guardò e cominciò a parlarmi: in quel momento sentii qualcosa colpirmi dentro perché quello straniero mi stava dicendo tutto del mio passato e del mio presente… conosceva tutto!!! Non era venuto al pozzo perché era assetato, ma perché aspettava me. Quell’incontro così profondo con Gesù mi riempì il cuore di quell’amore che avevo tanto cercato e mai trovato. Capii che il nostro tempio non è né sul monte Garizim né a Gerusalemme…. il nostro tempio è Gesù. Capii che solo Lui è la porta attraverso la quale si arriva al Padre. Dopo questa proposta di vita nuova, dimenticai sul pozzo l’anfora, unico mezzo per raccogliere la “mia” acqua e, cosciente di aver ricevuto l’acqua che disseta per sempre, corsi al paese dicendo di aver visto un uomo che mi aveva raccontato tutto quello che avevo fatto nella mia vita. Era questo un segno che mi aveva fatto aprire gli occhi. Dovevo assolutamente essere missionaria di quell’amore che io avevo ricevuto e lo feci senza più temere il giudizio della gente. Ciò che fino a poco prima era stato motivo di vergogna, ora era per me motivo di speranza: al pozzo io non ero stata giudicata, ma compresa e amata. I miei compaesani credettero alle mie parole, vennero e chiesero a Gesù di fermarsi con loro qualche giorno. Poi mi dissero: “Non è più per i tuoi discorsi che noi crediamo, ma perché noi stessi abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo”».
Ma cosa sarà questa acqua viva? Voi bambini sapete bene l’importanza dell’acqua per la nostra vita, non dell’acqua stagnante, morta, paludosa… a noi serve un’acqua pulita, fresca, un’acqua che zampilla, che scorre, che disseta, che porta energia, pulizia, gioia! Una sorgente, un fiume, il mare!
Il nostro corpo è formato per circa il 70% di acqua: l’acqua è davvero vita! E allora di quale altra acqua che già non abbiamo parla Gesù?
Gesù parla dell’acqua viva segno dello Spirito di Dio. E lo Spirito di Dio è Spirito di Amore.
Dunque è l’amore che Gesù vuole donarci a piene mani quando parla di questa acqua viva! Pensate un po’: un Dio che non vede l’ora di donare amore ai suoi figli!!! Certo che quest’acqua viva dobbiamo desiderarla e accoglierla e, quando ne saremo pieni, saremo in grado di fare come la sorgente: zampilleremo amore, vita, freschezza, gioia! È questo che Dio vuole da noi perché ci vuole come Lui.
La samaritana del pozzo possiamo essere tutti noi con tutte le nostre cose che ci preoccupano, con la nostra fretta, con tutti i nostri impegni a volti eccessivi, col nostro bisogno di essere amati. Pensateci un attimo: sono certa che tutti voi desiderate che mamma, papà e tutte le persone che conoscete vi vogliano bene, perché l’amore è la cosa che tutti cercano! È per te, per te, per te… che Gesù è seduto sul pozzo sotto il sole di mezzogiorno che gli scotta la pelle: è lì che ti aspetta per volerti bene. Naturalmente, noi non abbiamo il pozzo di Giacobbe! Il nostro pozzo è dovunque ci troviamo: in ogni momento della giornata Gesù è vicino a noi che ci dona la sua acqua viva, il suo amore, e ci invita a nostra volta a darlo a tutti, più che con le parole, con la nostra vita.
Un giorno san Francesco, uscendo dal convento, incontrò frate Ginepro. Era un frate semplice e buono e san Francesco gli voleva molto bene. Gli disse: “Frate Ginepro, vieni, andiamo a predicare”. Ginepro rispose: “Padre mio, sai che io ho poca istruzione. Come potrei parlare alla gente?”. Ma poiché san Francesco insisteva, frate Ginepro acconsentì. Girarono per tutta la città pregando in silenzio per tutti coloro che lavoravano nelle botteghe e negli orti. Sorrisero ai bambini, specialmente a quelli più poveri. Scambiarono qualche parola con gli anziani. Accarezzarono i malati. Aiutarono una donna a portare un pesante recipiente pieno d’acqua. Dopo avere attraversato più volte tutta la città, san Francesco disse: “Frate Ginepro, è ora di tornare al convento”. “E la nostra predica?” disse Ginepro. “L’abbiamo fatta… L’abbiamo fatta!” rispose sorridendo il Santo.
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MessaggioOggetto: domenica 3 aprile 2011   Mar Mar 29, 2011 10:40 am

DOMENICA 3 APRILE 2011

IV DOMENICA DI QUARESIMA
LAETARE


Caspita! Oggi abbiamo ascoltato un Vangelo veramente molto lungo, con alcuni passaggi un po’ complicati, perché i discorsi che Gesù intreccia con i Dodici non sono proprio semplicissimi da seguire. Come se non bastasse, tutte le discussioni tra i farisei e la gente di Gerusalemme ci lasciano di certo piuttosto confusi.
Siccome però siamo gente in gamba, che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà, e poiché abbiamo nel cuore il desiderio di vivere al meglio questo tempo prezioso della Quaresima, prendiamo in mano la nostra determinazione e tuffiamoci in profondità nel racconto dell’evangelista Giovanni, per andare a cogliere tutta la ricchezza che ci viene offerta.
Partiamo dall’inizio: “Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. È la mattina di un sabato come tanti altri; camminando, Gesù e i suoi amici incontrano un uomo che era nato cieco, che non aveva mai visto la luce. E i discepoli chiedono al loro Rabbi quale colpa abbia commesso quell’uomo per essere nato con questa menomazione.
Strana domanda, che racchiude un’antica mentalità: la malattia e la disabilità erano considerate come una punizione che Dio mandava, per colpire chi aveva compiuto il male. Poteva anche non essere un castigo diretto: se un bambino nasceva con una malattia o con un handicap, allora erano stati i suoi genitori ad aver commesso qualche colpa, che egli doveva pagare.
Che immagine crudele di Dio, ne esce fuori, non vi pare? Uno che non solo si vendica facendo stare male chi è colpevole, ma addirittura se la prende con gli innocenti, con colui che non ha commesso alcuna colpa, ma è parente di un colpevole!
Tutto di noi si ribella, di fronte a un ritratto così mostruoso di Dio Padre! Il Padre Buono che noi conosciamo è amore senza misura, tenerezza infinita, vuole solo il meglio per noi, ci ricolma di premure, è capace di perdonarci infinitamente… Niente a che vedere con quella specie di mostro feroce e vendicativo che avevano in mente i discepoli!
Però, siamo onesti: il volto di Dio Padre lo abbiamo conosciuto solo grazie al Maestro Gesù e alla luce dello Spirito Santo; un dono immenso che, quanti ci hanno preceduto nel cammino di fede, non avevano ancora ricevuto.
E (lo dico sottovoce, non vi scandalizzate) ci sono ancora oggi persone che, in fondo in fondo, la pensano un po’ come duemila anni fa: credono che la malattia sia un castigo inviato da Dio e ogni volta che capita loro di soffrire, se la prendono con Dio Padre, come se Lui fosse l’artefice di tanta crudeltà!
Perciò non giudichiamo troppo in fretta i discepoli che interrogano il loro Rabbi e ascoltiamo che cosa risponde Gesù: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
Il Maestro e Signore è molto chiaro: quando nasce un bambino malato, nessuno deve tirare in ballo il peccato o la colpa. Semplicemente, dobbiamo riconoscere che noi creature umane non siamo perfette; il nostro corpo può ammalarsi, può essere deforme, debole, incompiuto… Ma la colpa e il peccato non c’entrano nulla! Anzi, proprio nella sofferenza, si può manifestare l’azione di Dio che non si stanca di consolare, confortare e guarire ogni nostra debolezza!
Ed infatti, Gesù interviene personalmente in favore di quell’uomo: “Sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe… Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva”.
Il gesto che compie il Rabbi di Nazareth può lasciarci stupiti: prende un po’ di terra, la inumidisce con la sua saliva per ottenere della fanghiglia; poi spalma questo fango sugli occhi del cieco e lo invita ad andarsi a lavare nella vasca di Siloe, presso il Tempio. Mentre la gente commenta sconcertata, il cieco non solleva obiezioni: si fida di Gesù e va a lavarsi. E riacquista la vita. Vede, come non gli era mai stato possibile in tutta la sua vita!
La gioia di quest’uomo è traboccante, non sa contenerla! Corre, salta, vuole dirlo a tutti che ora ci vede, che i suoi occhi sono sani, che può ammirare il mondo, il cielo, i volti della gente…
Qui, l’evangelista Giovanni è veramente acuto, perché non si limita a raccontare i fatti, ma riporta anche le diverse reazioni dei presenti di fronte alla guarigione del cieco. C’è la gioia incontenibile dell’uomo guarito. C’è lo stupore della folla, che lo ricorda da sempre cieco, solo, seduto a mendicare… la stessa folla che ora resta senza parole di fronte a quanto è accaduto. Ci sono quelli che sospettano si tratti di un imbroglio, che pensano si tratti solo di una somiglianza, che in realtà il cieco non sia guarito, ma sia uno scambio di persona…
Le opinioni sono tante, tra la meraviglia di alcuni e la perplessità di altri. Se ci guardiamo dentro, penso che riusciamo ad entrare in sintonia con le diverse emozioni di tutte queste persone, che quasi non riescono a credere di aver assistito ad un miracolo tanto prodigioso. La ragione fa fatica ad accettare qualcosa di così straordinario, quindi è comprensibile anche il dubbio, l’incertezza, che si mescolano alla gioia, alla sorpresa…
Gli stessi genitori dell’uomo guarito sembrano incapaci di accettare fino in fondo quello che è accaduto: ammettono che il loro figlio è nato cieco, ma non osano riconoscere che sia avvenuto veramente un miracolo. Si tirano indietro, dicono che non tocca a loro parlare, preferiscono non prendere posizione.
Quello che però ci lascia senza fiato è l’atteggiamento dei farisei. Non sembrano né stupiti né increduli: sembrano piuttosto scocciati e anche arrabbiati per quello che Gesù ha fatto.
Attenzione: non per il miracolo. Quasi quasi non sono neppure interessati alla guarigione di quell’uomo. Sembra che non ci facciano caso, come fosse roba di tutti i giorni.
No, i farisei, gli esperti della Legge di Mosè, coloro che sanno come ci si deve comportare per essere buoni israeliti; che hanno assunto il compito di giudicare il comportamento di tutti, sono messi in crisi da una domanda: Gesù, questo giovane Rabbi, ha rispettato la regola che impone di non compiere nessun lavoro in giorno di sabato? Si è attenuto alle regole oppure no? Questo è il dubbio che assale i farisei e toglie loro la gioia per il miracolo avvenuto.
Perché si dicono: quel Gesù ha impastato della terra con la saliva, quindi si è chinato per raccoglierla… no, non ci siamo, questo è contro la legge del sabato! E poi, curare un ammalato, è un lavoro. Anche questo è contro la legge del sabato!
Oh, ma insomma, questo Gesù di Nazareth, che non rispetta le tradizioni: chi si crede di essere! Venire proprio qui, a Gerusalemme, per fare di testa sua, creare confusione tra la gente, fare il rivoluzionario…
Allora chiamano il cieco per interrogarlo e lo sgridano: avanti, dì la verità, ammetti anche tu che questo Gesù è un matto, un fanatico, uno che non ha niente a che fare con Dio!
Ed è bellissima la risposta del cieco: “Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla”.
Come sono disarmanti le parole di quest’uomo! Il cieco guarito, non sta a cavillare sul sabato o sulla Legge di Mosè: sa che la sua vita è cambiata radicalmente. Sa che ora vede per la prima volta.
Ed è convinto, fermamente, che solo un uomo in cui opera Dio ha potuto guarirlo. Hanno un bel maltrattarlo, i signori farisei, lui non cambia idea: è stato guarito, lo sa. E Colui che ha compiuto il miracolo deve essere di certo in comunione con Dio.
È talmente convinto che, quando incontra nuovamente il giovane Rabbi, è pronto a seguirlo con fede: “Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: Tu, credi nel Figlio dell’uomo? Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui”.
Il Maestro e Signore spiega a tutti i presenti il senso profondo del suo miracolo, che va ben oltre la guarigione di quell’uomo cieco: “io sono venuto in questo mondo perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi”.
In parole più semplici, Gesù sta spiegando che, sebbene sia un grande miracolo che un cieco torni a vedere, c’è qualcosa di ancora più grande da raggiungere: aprire gli occhi dell’anima! Smetterla di essere ciechi sulle proprie fragilità, sui nostri errori, su ciò che non va di noi stessi.
Subito i farisei si risentono, di fronte alle parole del Rabbi di Nazareth. Se c’è una cosa per la quale i farisei sono proprio dei fanatici, è l’essere in regola, essere nel giusto, rispettare la Legge di Mosè fin nei dettagli. Come si permette, questo giovane Maestro, di invitare tutti a uscire dalla propria cecità? Loro, esperti nella Legge, ci vedono benissimo!
E infatti protestano ad alta voce: “Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: Siamo ciechi anche noi? Gesù rispose loro: Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane”.
La risposta di Gesù è semplicissima: se voi foste davvero ciechi, nessuno potrebbe rimproverarvi di non vedere, e anche voi sareste consapevoli della vostra cecità. Ma siete convinti di vedere benissimo. Avete la presunzione di credervi a posto. Siete sicuri di essere nel giusto. Non mettere in dubbio la vostra superiorità e perfezione. E quindi non potete neppure desiderare di tornare a vedere davvero. Non riuscite neppure a pensare di aver bisogno di essere salvati! Non volete lasciarvi guarire dallo Spirito.
Questo sì che è un rimprovero veramente severo e drammatico! Non vogliamo certo sentircelo rivolgere da Gesù!
Non vogliamo cadere nella presunzione di essere a posto, di non aver bisogno di migliorare nulla di noi stessi!
Questo tempo della Quaresima è un momento eccellente per aprire i nostri occhi, per guardare bene la nostra anima, per riconoscere cosa, in noi, ha bisogno di essere guarito, aiutato, curato dall’azione dello Spirito Santo.
Questo tempo della Quaresima è proprio un dono grande, per aprire i nostri occhi su quello di noi che ha bisogno di crescere nella capacità di amare.
Cominciamo subito, allora, nel silenzio del nostro cuore; invitiamo il Maestro e Signore a venire ad aprirci gli occhi dell’anima, per permettere allo Spirito Santo di agire in noi.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 10 APRILE 2011   Mar Apr 05, 2011 9:00 am

DOMENICA 10 APRILE 2011

V DOMENICA DI QUARESIMA

Siamo giunti alla quinta Domenica del cammino di Quaresima e come la scorsa domenica anche oggi mediteremo su un segno prodigioso compiuto da Gesù.
Andiamo allora con Gesù a Betania e vediamo cosa è successo e soprattutto cosa ha fatto e detto il Maestro.
Nel commentare questo Vangelo inizio dall’esclamazione che alcuni Giudei fanno vedendo la commozione di Gesù e il suo pianto davanti al sepolcro di Lazzaro, il suo amico: “Guarda come lo amava!”. Già, la commozione e il pianto danno un segno chiaro di quanto Gesù voglia bene a questi tre fratelli, infatti immagino Gesù sia dispiaciuto pure delle sorelle rimaste sole! Cosa aggiungono immediatamente altri: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Questi ultimi dunque, si chiedono perché Lui che può guarire da malattie gravi, non ha guarito il suo amico Lazzaro?!
E le sorelle, cosa dicono appena lo vedono? “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Marta e Maria, proprio come alcuni Giudei, sanno che Gesù può sanare i malati e si domandano dove era Gesù, mentre Lazzaro era malato? Come mai è arrivato soltanto ora che è morto e non c’è più nulla da fare, se non piangere?!
Non so se vi è mai capitato di essere delusi da una persona cara, magari da un amico perché tarda ad aiutarvi. Ad esempio a scuola quando qualcuno vi fa un torto e la maestra interviene troppo tardi, quando ormai vi siete fatti male o arrabbiati; ancora, scrivete un messaggio e il vostro amico vi risponde il giorno dopo; oppure non riuscite a risolvere un problema e la mamma è uscita e sembra impiegare una vita a tornare!! Di questi esempi se ne trovano tanti.
Cosa pensate in queste circostanze, dell’amico, della mamma, della maestra? Forse vi chiedete dove era quando avevo bisogno di lei/lui? Aveva forse qualcosa di più importante a cui pensare? Allora non mi vuole così tanto bene, non si preoccupa, non si cura di me!
E Gesù? Anche Lui interviene tardi, a volte sembra non intervenga affatto. Quante preghiere facciamo e non riceviamo ciò che abbiamo chiesto. Quante persone soffrono e non capiamo perché? Alcuni di voi hanno perso una persona cara e davanti a questo miracolo di Gesù, si chiederà come mai non ha risuscitato pure lui o lei?
Poi che mistero: Gesù stesso muore e il Padre aspetta tre giorni prima di Risorgere a vita eterna! Già, alcune domande non hanno risposta chiara, possiamo provare ad immaginare perché Gesù aspetta che l’amico muoia per intervenire; certo è che la sua commozione è vera, il suo pianto è sincero e la sua preghiera viene esaudita. L’amore di Gesù per il suo amico non si vede infatti da ciò che fa per lui, dal fatto che gli ridona la vita, ma è il pianto, la commozione di Gesù che non fa dubitare nessuno, né Giudei né Maria e Marta, del suo amore per Lazzaro!
È la preoccupazione di mamma e papà nel vedermi in difficoltà che mi dice quanto mi amano, è il tempo che la maestra o l’amico spendono per me, per consolarmi, a dirmi che si prendono cura di me. L’amore, il bene che Gesù prova per ciascuno di noi non possiamo misurarlo soltanto in base a quante preghiere esaudisce, a quanti bei voti mi aiuta a prendere, a quante volte si schiera dalla mia parte… no, è solo una parte, perché Gesù compie meraviglie proprio quando noi pensiamo che “sia troppo tardi”, che siano passati tanti giorni! Gesù infatti risuscita Lazzaro dopo quattro giorni, quando tutti pensavano: “è tardi ormai!”.
In questa settimana proviamo a pensare quali sono i gesti, le parole dei nostri cari e amici e di Gesù che davvero ci comunicano il loro amore, preparandoci così ad accogliere la Resurrezione di Cristo come premio sicuro del suo amore per noi!
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MessaggioOggetto: domenica 17 aprile 2011   Mar Apr 12, 2011 11:37 am

DOMENICA 17 APRILE 2011

DOMENICA DELLA PASSIONE DI NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO
DOMENICA DELLA PALME


Questa domenica, importante come tutte le domeniche, ha però una caratteristica. Noi la chiamiamo “Domenica delle Palme” per ricordare la festa che il popolo e in particolare i bambini di Gerusalemme fecero a Gesù il giorno che entrò nella loro città.
Il popolo e i bambini accolgono Gesù con gioia, con canti, con evviva! con osanna! In realtà tutto questo nei giorni successivi si trasforma in dramma, in passione.
È proprio in questa città infatti che Gesù compie il suo gesto estremo di amore per tutti noi.
Proprio mentre celebra la pasqua ebraica con i “suoi amici” uno di loro lo tradirà, lo venderà per pochi denari. Così sarà condannato a morte con un processo in cui non si riescono a trovare veri motivi di condanna.
Sarà condannato perché dice di essere figlio di Dio, perché compie guarigioni di sabato e perché parla di Dio come Padre e racconta il suo amore fatto di giustizia, di verità, di perdono, di misericordia, di bontà.
Gesù è condannato perché ha un progetto di vita nuovo dove tutti gli uomini sono fratelli, dove nessuno è più povero e nessuno schiavo.
Un progetto di vita bello, dove non si litiga più, dove non si fanno più guerre, dove la gente non è più costretta a fuggire dalla sua patria per la fame, per le guerre.
Gesù è venuto a insegnarci un nuovo modo di vita, ma ha bisogno di discepoli.
Non di scolari, non di alunni, ma di discepoli. Il discepolo è colui che impara, lo dice la parola stessa. Discepolo è colui che apprende, che fa suoi gli insegnamenti del maestro.
Questa domenica apre la Settimana santa, la settimana più importante dell’anno liturgico. È in questa settimana che noi possiamo diventare veri discepoli.
Saremo guidati dalla liturgia, dalla Parola a meditare, a riflettere su quanto Gesù, il maestro, ha fatto per me, per noi tutti.
Pensate se un personaggio che voi amate tanto, si lasciasse imprigionare, processare e condannare al posto di uno che ha fatto davvero del male.
Gesù fa questo per noi per dirci che per lui noi siamo davvero importanti, per dirci che noi siamo tanto amati, per dirci e donarci gioia e soprattutto la voglia di continuare a costruire il suo progetto di vita fatto di pace, di fraternità, di giustizia e di verità.
Solo così possiamo celebrare una bella e davvero gioiosa pasqua, perché mostrerà a noi stessi che abbiamo fatto davvero un cambiamento grande, un passaggio nuovo, proprio come una Risurrezione.
Buona settimana Santa!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 24 APRILE 2011   Mar Apr 19, 2011 1:54 pm

DOMENICA 24 APRILE 2011

DOMENICA DI PASQUA
RISURREZIONE DEL SIGNORE


Cristo Gesù è risorto! Questa è la nostra fede. Questa è la nostra gioia. Sapete bambini, la prova più grande che Gesù è risorto è che È VIVO! Vivo non perché noi lo facciamo vivere per il fatto che ne parliamo, ma vivo perché Lui tiene in vita noi, ci rende felici, ci fa sentire la sua presenza, ci dà la speranza di potere, un giorno, essere nella gioia eterna! Pensate a quale grande dono è questo! Sicuramente tutti voi desiderate tutte le cose più belle: l’amore di mamma e papà, amicizie vere, affetti sinceri… È giusto che sia così, perché la felicità è una cosa che deve esserci dentro di noi e proprio per questo il Signore ci ha creati! Già in questa terra, infatti, il Signore vuole che costruiamo il Suo Regno di gioia e di amore, regno che troverà il suo compimento in paradiso: come Gesù è risorto sconfiggendo la morte, infatti, anche noi risorgeremo e vivremo per sempre con Lui! Sono certa che questo è il desiderio più grande che ognuno di voi nutre nel suo cuore. È così? Pensiamoci un attimo…
Il Vangelo di oggi domenica di Pasqua, ci racconta di tre persone che, il giorno dopo il sabato, videro che Gesù non era più nel sepolcro e credettero che era risorto e vivo. C’è Maria di Magdala, una donna che aveva capito fino in fondo il messaggio di Gesù, che Lo aveva sempre seguito, che aveva sofferto tantissimo per la Sua morte al punto tale da non aspettare nemmeno che si facesse giorno tanto grande era il desiderio di andare al sepolcro del suo Signore. C’è poi Pietro, colui che Gesù aveva designato essere il primo “pastore”, il primo Papa della Chiesa. C’è Giovanni: su questo apostolo mi voglio fermare in particolare, perché quel “vide e credette” dovrebbe farci riflettere tutti, noi adulti ma anche voi più piccoli.
Giovanni era originario della Galilea; la madre era nel gruppo di donne che avevano seguito ed assistito Gesù fino al Calvario; il padre aveva una piccola impresa di pesca sul lago. Giovanni è il primo degli apostoli conosciuto da Gesù. Egli, infatti, era già discepolo di Giovanni Battista. In seguito si unì agli altri apostoli quando Gesù, passando sulla riva del lago, chiamò lui e il fratello Giacomo mentre stavano rammendando le reti, affinché lo seguissero: ed essi “subito, lasciata la barca e il padre loro, lo seguirono”.
Con Pietro e il fratello Giacomo, Giovanni accompagnò il Maestro nelle occasioni più importanti, come quando risuscitò la figlia di Giairo, nella Trasfigurazione sul Monte Tabor, nell’agonia del Getsemani.
Con Pietro preparò la cena pasquale: in questa ultima cena a Gerusalemme ebbe un posto d’onore alla destra di Gesù e, appoggiando con affetto la testa sul Suo petto, gli chiese il nome del traditore. Dopo essere scappato con tutti gli altri, quando Gesù fu catturato, Lo seguì con Pietro durante il processo e, unico tra gli apostoli, si trovò ai piedi della croce accanto a Maria della quale si prese cura, avendogliela Gesù affidata dalla croce. Giovanni è chiamato “l’altro discepolo, quello che Gesù amava”. È molto significativo che, di lui, non sia scritto il nome. Gli altri sono chiamati col loro nome ma Giovanni no. Come mai? Perché in quel “ altro discepolo” potremmo metterci il nome di ognuno di noi. È proprio questo, infatti, ciò che Gesù nutre nei nostri confronti: amore.
Come abbiamo sentito nel vangelo, Giovanni fu, insieme a Pietro, il primo a ricevere l’annuncio del sepolcro vuoto da parte di Maria e con Pietro corse là e arrivò per primo: il suo desiderio di avvicinarsi a Gesù era così grande che corre il più velocemente possibile. “Come era possibile che avessero rubato il corpo del loro Maestro? Non avevano sofferto abbastanza per la sua passione e morte?”. Chissà cos’altro avrà pensato lungo quel tragitto Giovanni… forse non ha avuto nemmeno il fiato per pensare da quanto il cuore gli batteva forte per quella notizia e per la fatica di fare presto! In questa corsa di Giovanni c’è tutto il suo amore per Gesù, tutto il suo desiderio di vedere. Essendo più giovane, arrivò prima di Pietro al sepolcro ma, per rispetto, entrò dopo di lui: vide i teli in cui era stato avvolto il corpo di Gesù e il sudario, cioè la stoffa con cui era stato fasciato il suo volto, piegato in un luogo a parte. Vedere il sepolcro vuoto gli illuminò la mente e credette nella Risurrezione: Gesù era vivo. Fino a quel momento, ci dice l’evangelista, l’idea della risurrezione di cui parla la Scrittura, non era ancora entrata nella testa dei discepoli. Gli altri avevano subito pensato che Gesù fosse stato rubato… Giovanni no, lui vide e credette, e in questo suo credere senza tanti “se”, o “ma”, o “perché” c’è tutta la sua fede.
Abbiamo anche noi questo desiderio di “vedere”, di “credere”, di affidarci completamente al Signore, certi che Lui ci vuole così bene al punto da essere morto proprio per me, per te, per te, per te…? A volte le cose di ogni giorno, tutti gli interessi che abbiamo, il nostro voler emergere, il nostro voler essere sempre i primi, sono come degli occhiali da sole così scuri che offuscano i nostri occhi e non ci permettono di farci conoscere Dio e il suo amore. Che ne dite di toglierci questi occhialoni in modo da poter vedere e credere che Gesù cammina con noi, gioisce e soffre con noi, ci aiuta, ci incoraggia in ogni momento della nostra vita? Che ne dite di cambiare in positivo tutti i nostri comportamenti negativi, di “passare” cioè da una vita tiepida o magari anche freddina, ad una vita viva, piena di sole, di calore umano, di condivisione, di pace, di perdono, di amicizia vera? Impegniamoci allora a “risorgere”, cioè a ricominciare a vivere in modo nuovo, ora, in questa chiesa, nella nostra casa, a scuola, in ogni posto in cui ci troviamo, forti della forza che ci viene dal nostro compagno di viaggio Gesù! Impegniamoci a “passare” a tutto ciò che è bene! Il significato della parola “Pasqua” è appunto “passaggio”: Gesù ha scelto di passare attraverso la morte per darci la vita. Il Signore a noi non chiede certo di morire fisicamente… ci chiede però di “passare” a questa vita nuova per risorgere con Lui.
Sapete bambini, la risurrezione di Gesù è, per noi cristiani, un evento così importante che si può paragonare a quello che fu la teoria del “Big Bang” che riguarda l’universo: una esplosione di una energia così grande da dare al cosmo quel movimento di espansione che dura ancora oggi a distanza di miliardi di anni. Se togliamo alla Chiesa la fede nella Risurrezione, tutto si ferma e tutto si spegne, proprio come quando in casa saltano i fusibili e non c’è più energia elettrica e tutto si fa buio. Gesù vivo in mezzo a noi è la nostra luce, una luce che non si spegnerà mai. A noi il compito di portare a tutti questa luce e di annunciare, con una vita piena di amore anche nelle cose più piccole e apparentemente insignificanti, che Gesù è risorto.
Un vecchietto ateo, non credente, andò da un noto sacerdote. Sperava di essere aiutato a risolvere i suoi problemi di fede. Non riusciva a convincersi che Gesù di Nazaret fosse veramente risorto e cercava dei segni di questa affermata risurrezione… Quando entrò nella canonica, c’era già qualcuno a colloquio nello studio del sacerdote. Il prete intravide il vecchietto in piedi nel corridoio e, sorridente, andò subito a portargli una sedia. Quando l’altro andò via, il sacerdote fece entrare l’anziano signore. Conosciuto il problema, gli parlò a lungo e, dopo un intenso dialogo, l’anziano da ateo divenne credente, desiderando di ritornare alla Parola di Dio, ai Sacramenti, all’amore per la Madonna. Il sacerdote, soddisfatto ma anche un po’ meravigliato, gli chiese: “Mi dica, del lungo colloquio che abbiamo fatto, qual è stato l’argomento che l’ha convinta che Cristo è veramente risorto e che Dio esiste?”. “Il modo con il quale mi ha porto la sedia perché non mi stancassi di aspettare”, rispose il vecchietto.
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MessaggioOggetto: 1° maggio   Gio Apr 28, 2011 3:06 pm

DOMENICA 1° MAGGIO 2011

II DOMENICA DI PASQUA


Non so se ci avete fatto caso, ma anche se di solito associamo l’idea dei regali al Natale, a Pasqua il Maestro e Signore ci ricolma di doni!
Tra il tempo di Quaresima e le domeniche di Pasqua ci ritroviamo sommersi da tutti i regali che Gesù ci lascia, prima di tornare al Padre.
Per primo, naturalmente, c’è il dono immenso della sua stessa vita, che ha offerto per amore, senza riserve. Non si è tirato indietro, ma si è donato fino alla fine. Poi, ha sconfitto la morte: direi che è un dono veramente smisurato! Qualcosa che non riusciamo nemmeno a valutare nella sua completa portata: il Signore Risorto, ci ha spalancato le porte della Vita Eterna, della Felicità-Senza-Fine insieme con Lui!
Già solo considerando questo, potremmo rimanercene in silenzio per ore, ammutoliti dallo stupore. Eppure i doni non sono finiti!
Siccome Gesù è Maestro, sapeva che non avremmo saputo stare senza vederlo, toccarlo, parlargli… così ci ha regalato diversi modi per restare sempre uniti a Lui. Durante l’Ultima Cena si è donato come Pane e Vino, cioè l’Eucaristia: proprio quello che stiamo celebrando qui, oggi! Ci ritroviamo insieme per ascoltare la Sua Parola e per spezzare il pane della comunione fraterna, in Lui. È il modo più vivo e concreto per riconoscerlo presente in mezzo a noi.
Nel Vangelo di oggi, poi, l’evangelista Giovanni ci presenta altri tre regali, inventati dalla fantasia di Gesù per rimanere sempre con noi. Scopriamoli uno per volta.
“Ricevete lo Spirito Santo”: ecco il primo regalo. Ci lascia lo Spirito Santo, quindi ci lascia una parte di sé: ci lascia l’Amore. Non una cosuccia da poco: proprio lo stesso amore che c’è tra Dio Padre e il Figlio Gesù, è offerto a noi, perché resti con noi per sempre.
Attenzione però: tutti i regali, per esserlo fino in fondo, hanno bisogno di qualcuno che li accolga. Non basta che ci sia chi offra un regalo, bisogna che ci sia qualcuno che lo prenda, lo riceva nella gioia. E infatti il Maestro e Signore lo dice chiaramente: ricevete. Lui ce lo offre, ma deve essere ciascuno in prima persona ad accoglierlo. Non ci sta imponendo nulla: ci lascia liberi di accogliere o meno la presenza dello Spirito Santo. Perché questo dono diventi pienamente nostro, dobbiamo invitarlo a restare. Lo Spirito di Dio è pronto a venire da noi, ma vuole essere ben accolto. Non lo si può trattare distrattamente. Non lo si può dare per scontato, “sì, vabbè, lo Spirito Santo… see, ne ho sentito parlare…”.
No, no, no! Qui siamo di fronte a qualcuno di importante e dobbiamo accoglierlo con l’attenzione che merita. Ogni giorno dobbiamo rinnovare l’invito allo Spirito perché resti tra noi. Ogni giorno dobbiamo confermare il nostro desiderio che rimanga in noi. Lo Spirito Santo sa essere molto discreto e silenzioso, non è invadente, non obbliga nessuno a ospitarlo. Per cui bisogna fargli capire senza ombra di dubbio che siamo proprio contentissimi di averlo con noi. Bisogna ogni giorno rinnovare questo invito perché rimanga, non si allontani, e ci ricolmi della sua Grazia.
Ma passiamo al secondo regalo che il Maestro Risorto ci offre oggi: “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Qui sta parlando agli Apostoli e questo dono giunge a noi attraverso i sacerdoti, che prolungano oggi la missione degli Apostoli. Che dono è quello che ci viene offerto? Il perdono dei peccati. Ci lascia stupiti: è un dono davvero grande, perché chi può perdonare il peccato in nome di Dio? Non solo: questo è un dono solenne, che inizia nel presente, ma ha conseguenze per la Vita Eterna.
Già altrove, prima della sua Passione, Gesù ha discusso con i Farisei su come egli possa perdonare i peccati, confermando che solo Dio può perdonare il peccato, cancellarlo completamente, riportare l’anima allo splendore e all’innocenza del giorno del Battesimo.
Certo, il perdono ce lo scambiamo a vicenda ogni giorno: il Rabbi di Nazareth non si è stancato di ripetere che l’amore vero, l’amicizia autentica, hanno bisogno del perdono. Tutti abbiamo bisogno di essere perdonati, prima o poi. E proprio perché sappiamo che avremo bisogno del perdono delle persone che abbiamo accanto, ci dimostriamo comprensivi e generosi, offrendo a nostra volta il perdono, per le piccole cose che ogni giorno possono ferirci. Però il perdono di cui si parla nel Vangelo di oggi è qualcosa di più profondo ancora: tra noi possiamo perdonarci a vicenda, ma solo Dio può cancellare il peccato.
Molta gente oggi si preoccupa di usare creme antirughe, fa il lifting per tirare la pelle ed eliminare i segni del tempo che passa. Dopo certi trattamenti di bellezza o di chirurgia, sembra che ogni segno sul viso sia cancellato, come se la persona avesse annullato il tempo, tornando indietro a quando era più giovane. Il perdono che possiamo riceve da Dio è ancora più potente di qualsiasi trattamento estetico, perché riporta la nostra anima alla purezza di prima della colpa!
Chissà se tutte le persone che si preoccupano di migliorare il proprio aspetto fisico, hanno poi cura di rendere bella, splendente e luminosa anche la propria anima.
Certo, fa piacere avere un bel volto, una bella pelle, un corpo che resta giovane, ma è ancora meglio avere un’anima limpida, che ha conosciuto la carezza della Misericordia di Dio, che ha gustato la gioia del perdono. Allora gli occhi lasciano trasparire una serenità speciale. Allora il sorriso rivela una felicità profonda, rendendo il volto più bello di quanto possa fare qualsiasi estetista o chirurgo estetico.
C’è poi un terzo dono, che è piccolo apparentemente, ma è così importante che il Maestro Risorto lo ripete per ben tre volte, nelle poche righe che abbiamo letto oggi: “Pace a voi!”.
Proprio all’inizio del brano di oggi, l’evangelista Giovanni che era presente a quegli avvenimenti, ci offre parecchi particolari: “venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco”.
Ecco: il saluto e l’augurio di pace avvengono dopo aver mostrato “le mani e il fianco”. Perché? Cosa ci sarà stato da vedere?
Senza dubbio, ci saranno stati i segni della Crocifissione: il segno dei chiodi, sul palmo delle mani, e lo squarcio aperto dalla lancia, nel costato di Gesù.
Questo strano modo di presentarsi da parte del Signore Risorto, è un modo per dire: sono io, sono davvero io, sono lo stesso uomo che avete visto morire sulla croce. Sono io: questo è lo stesso corpo che ha subito le ferite dei chiodi e della lancia. Sono proprio io, vivo e risorto.
L’evangelista ci dice che per una seconda volta Gesù Risorto ripete lo stesso augurio: “Pace a voi!”.
E subito dopo parla della necessità di perdonarci e di lasciarci perdonare da Dio. È come se ci dicesse: Se io, che ho sofferto tutto questo, ho perdonato ai miei carnefici, ai miei torturatori, a coloro che mi hanno strappato la vita… anche voi imparate a perdonare, come ho fatto io. Perdonatevi a vicenda, gli uni gli altri. E lasciatevi invadere dalla Pace che sgorga dal perdono.
Perché veramente non c’è pace più bella di quella che abita in un’anima perdonata!
Pensate a quando ne combiniamo qualcuna e abbiamo timore che la mamma o il papà siano talmente arrabbiati con noi da non volerci più bene… Ci sentiamo tristi, ci sembra di avere il cuore pesantepesantepesante…
Poi, il loro amore è più forte delle nostre monellerie e ci perdonano: allora ci sentiamo leggeri, allegri, pieni di una serenità che non si può misurare! Che fa venire voglia di saltellare per la felicità! Questa è la gioia che sgorga da un cuore perdonato! Questa è la Pace che nessuno può turbare o ferire!
Per un’ultima volta Gesù ripete il suo augurio: “Pace a voi!”.
Subito dopo si rivolge all’apostolo Tommaso, che era stato pieni di dubbi sulla Risurrezione, che non riusciva a credere che quel corpo crocifisso e sepolto, potesse essere di nuovo vivo e presente. Il Maestro Vivente rassicura Tommaso, spazza via tutti i suoi dubbi. E pronuncia una beatitudine che sembra fatta su misura per noi, per noi che siamo qui oggi, per noi che non eravamo presenti nel Cenacolo e non abbiamo potuto mai vedere il volto radioso del Signore Risorto. Gesù ci rassicura così: “beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Questa è proprio la nostra beatitudine di credenti!
Rasserenati da queste parole di Gesù, ci fermiamo ora in silenzio a ripensare ai tre grandi doni che abbiamo ricevuto oggi: lo Spirito Santo, il perdono dei peccati, la Pace di Dio.
Nel segreto del cuore, rinnoviamo il nostro desiderio di imparare a perdonare e di lasciarci perdonare dal Padre Buono.
Nel profondo di noi, lasciamo scorrere la Pace vera che il Signore Risorto oggi ci fa gustare.
Nell’intimo del cuore, ripetiamo l’invito allo Spirito Santo: vieni e resta! Vogliamo accoglierti, Spirito di Vita, Spirito d’Amore. Vogliamo farti sentire che sei il benvenuto nel nostro cuore!
Vieni, resta, abita in noi. Facci vivere, da risorti!
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MessaggioOggetto: 8 maggio 2011   Ven Mag 06, 2011 2:41 pm

DOMENICA 8 MAGGIO 2011

III DOMENICA DI PASQUA


Come Domenica scorsa anche oggi la liturgia ci propone un incontro con Gesù Risorto. Il brano è ripreso dal Vangelo di Luca, il solo che lo ha tramandato così dettagliatamente, ed è conosciuto come “I discepoli di Emmaus”.
È un incontro molto bello e denso, in cui è facile identificarsi in uno dei discepoli di Gesù. In fondo anche noi ci chiediamo: com’è possibile che alcuni abbiano visto Gesù Risorto? Come facciamo a credere che sia realmente accaduto? Non ci sono infatti prove della Resurrezione, tranne il sepolcro vuoto!
Ricordo che un po’ di anni fa chiesi a mia nonna: non capisco perché il sacerdote a catechismo continua a parlare di Gesù come se fosse vivo ancora oggi? Dice sempre che Lui è vicino ad ognuno, ma come faccio ad accorgermi della Sua presenza? Lo posso vedere come l’hanno visto gli apostoli, Risorto? Nonna mi rispose: non è facile risponderti e non so nemmeno se ho le parole e gli esempi giusti. Ci provo, dicendoti dove e come io incontro il Risorto. Quando leggo il Vangelo e sento che quelle parole e quegli episodi parlano anche di me e mi aiutano a rispondere a dei dubbi che ho su Gesù, allora sento che è proprio Lui che mi accompagna e mi guida nella Sua maggiore conoscenza. L’altro momento, che vivo con particolare intensità, è la comunione: ricevere Gesù per me è come accoglierlo e fargli spazio nei miei pensieri, nel mio cuore, insomma lo rendo partecipe della mia vita. Così sento che Lui vive e che sta accanto a me!
Beh, vi confesso che allora non compresi proprio tutto, però ogni volta che leggevo o ascoltavo un brano del Vangelo mi domandavo cosa mi volesse dire Gesù. Il giorno della mia Prima Comunione, nonna mi ricordò come lei viveva quel momento e così le promisi che avrei tenuto a mente il suo insegnamento.
Ritornando al brano, i due discepoli che si allontanano da Gerusalemme, faticano pure loro a riconoscere e credere che Gesù era vivo, risorto. Come mai? Non si fidavano della testimonianza delle donne e degli apostoli? L’evangelista Luca ce lo spiega riportando che loro erano tristi e che si aspettavano che Gesù liberasse Israele da dominatori stranieri… e ancora, dopo tre giorni, non era successo niente che li facesse sperare che Lui fosse vivo!
E Gesù, come li aiuta? Come cancella dai loro volti la tristezza? Parlandogli di tutto ciò che la Bibbia annunciava del Figlio di Dio; erano le Scritture che probabilmente quei discepoli avevano letto molte volte e adesso riescono a comprenderne nel loro vero significato. E come riconoscono definitivamente Gesù? Quando a tavola ripete lo stesso gesto che aveva fatto nell’ultima cena! Allora, scrive Luca, gli si aprirono gli occhi e compresero che era Gesù! Solo quando i due discepoli fannoo spazio alle parole di Gesù il loro cuore e i loro occhi lo riconoscono. Infatti, loro si aspettavano che Lui li liberasse dai conquistatori e che magari cancellasse ogni ingiustizia. Dunque erano abituati a vedere Gesù secondo quanto si aspettavano facesse e dicesse. La loro tristezza nasce così da una grande delusione: non aveva agito come immaginavano che fosse meglio!
Allora oggi possiamo chiedere a Gesù di aiutarci a riconoscerlo attraverso le Scritture e nell’Eucarestia, proprio come ha fatto con i due discepoli, e di fare spazio nella nostra vita all’incontro vero con Lui.
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MessaggioOggetto: domenica 15 maggio 2011   Sab Mag 14, 2011 9:23 am

DOMENICA 15 MAGGIO 2011

IV DOMENICA DI PASQUA


Avete mai pensato a quante porte attraversiamo ogni giorno? Parlo di porte che separano bene un luogo da un altro, come ad esempio il portone della scuola, la porta di casa, la porta per accedere al luogo dove ci si allena, dove si fa sport, la porta del supermercato, la porta del teatro, la porta della Chiesa. Tutte porte importanti. Ogni volta che noi ne attraversiamo una sappiamo come dobbiamo comportarci e anche come dobbiamo vestirci. Se vado per esempio in piscina, il mio abbigliamento sarà diverso da quello con cui vado a teatro oppure in chiesa oppure al supermercato!
La porta è un elemento che indica accoglienza quando è aperta, protezione quando è chiusa.
Il Vangelo di oggi è ricco di immagini. Andiamo a scoprire cosa Gesù vuole farci capire.
Le prime righe di questo vangelo ci sembrano quasi scontate! È vero quello che afferma Gesù: i ladri quasi mai entrano per la porta… cercano invece vie secondarie perché non vogliono farsi vedere. Sono infatti “ladri” e proprio per questo vogliono rubare, portare via cose che non hanno guadagnato, impossessarsi di cose per le quali non hanno faticato.
Il Padrone di casa, invece, entra dalla porta e, con lui, i suoi familiari e i suoi amici. La porta la apre il Custode della Casa e per me questo custode è Dio, il Padre che custodisce la vita e ogni cosa.
Compito del pastore è guidare ma anche chiamare le pecore, e Gesù, dice il vangelo di oggi, lo fa: chiama per nome, chiama il mio, chiama il tuo… perché lui, quando parla, non fa mai un comizio! Quando rivolge la sua Parola ad una assemblea abbastanza numerosa come succede la domenica durante la Messa, è come se si rivolgesse anche a ciascuno di noi in modo personale e, da noi, aspetta una risposta altrettanto personale.
Sì, Gesù chiama me, chiama te, proprio ora, oggi. Ci chiama a seguirlo, a fidarsi di lui, a credere e perciò a vivere quello che abbiamo detto più volte nel ritornello del salmo responsoriale: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla”. Detto con parole nostre significa: il Signore è il mio pastore, cioè colui che mi custodisce e che mi protegge, perciò sto bene, sono in pace!
Poi Gesù usa l’immagine della porta, anzi definisce se stesso come la Porta. Passare per la “Porta-Gesù” significa aderire a lui, cioè diventare suoi amici, significa sceglierlo come maestro, significa accoglierlo come la “strada” sulla quale noi vogliamo camminare verso il bello, verso il bene. Significa diventare, insieme a lui, costruttori del suo Regno di giustizia e di pace dove tutti gli uomini possano sentirsi fratelli.
Gesù-Porta è una bella immagine: sa di accoglienza, sa di protezione. Proprio oltre quella porta noi troviamo quel “TUTTO” di cui il Salmo responsoriale ci parla in modo così sereno e gioioso!
Questo salmo è proprio bello. È più piccolo di una poesia ma dice tutte le cose belle che Dio fa per noi. Che ne dite se questa settimana proviamo ad impararlo a memoria e a dirlo una volta al giorno come risposta a Gesù che ci chiama?
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 15 maggio 2011   Dom Mag 15, 2011 10:04 am

DOMENICA 15 MAGGIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
IV DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
At 2,14.36-41 (Dio lo ha costituito Signore e Cristo)
Sal 22 (Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla)
1Pt 2,20-25 (Siete tornati al pastore delle vostre anime)
Gv 10,1-10 (Io sono la porta delle pecore)

La voce del pastore
Quel misterioso velo che impediva ai discepoli e a Maria di Magdala di riconoscere Gesù risorto, cala quando Egli in modi diversi, suscita e alimenta in loro la fede. Egli entra a porte chiuse, augura ripetutamente la pace e alita sugli apostoli, mangia con loro; a Tommaso fa toccare le ferite e mettere la mano nella piaga del costato, a Maria in pianto la chiama per nome e così si schiudono i suoi occhi. La voce di Gesù è la voce che chiama, la voce che suscita e orienta tutti coloro che lo seguono e si impegnano ad imitarlo nelle diverse vocazioni cristiane. Ha chiamato gli apostoli, ha scelto i discepoli, ma continua incessantemente a chiamare. Oggi Egli a tutti dice: “Io sono la porta delle pecore”, vale dire l’ingresso nel Regno, l’ingresso nella Chiesa, l’ingresso nella divina Verità e, dichiarandosi buon pastore, aggiunge: “Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori”. È ancora la voce sicura e suadente di Gesù che chiama per indicare la via, la voce che conduce ai pascoli migliori, che amorevolmente risparmia e preserva dai pericoli. È una voce amica che crea comunione e intesa perfetta tra il pastore e le sue pecore. A noi chiede l’ascolto docile e la fede più ardente. La Parola del Signore infatti risuona in continuità nella nostra Chiesa. Una voce quella del buon Pastore, che ben si distingue da quella stridula e menzognera di coloro che sono ladri e briganti e non entrano per la porta, non si curano del gregge ma fuggono dinanzi al pericolo. La voce del Signore ora è la voce degli apostoli, oggi nella prima lettura ascoltiamo ancora quella forte e impavida di Pietro, e di tutti coloro che si modellano sull’impronta di Cristo, hanno assunto lo stesso timbro e che sono capaci non solo di professare, ma anche di testimoniare la fede fino al dono della vita. Il recinto dell’ovile è la Chiesa santa di Dio e le pecore sono tutti coloro che professano l’unica fede nel Cristo risorto. Vale la pena affidarsi totalmente alla guida sicura di un Pastore che ci ha amato fino alla croce e si è fatto garante della nostra salvezza presso il Padre celeste.
Gesù si presenta come il Mediatore tra Dio e gli uomini. Egli è “la porta” dell’ovile. Non ci è dato di incontrare Dio in modo immediato. Non possiamo stabilire noi il modo in cui comunicare con lui. Dio si rivela e si dona a noi attraverso il Cristo che vive nella Chiesa. Raggiungiamo la comunione con lui mediante la strumentalità della Chiesa in cui è presente e opera Cristo. Gesù non è soltanto il Mediatore del disvelarsi e dell’offrirsi di Dio a noi. È la realtà stessa del Verbo divino che ci raggiunge, ci illumina con la fede, ci trasforma con la grazia, ci guida con la sua parola, i suoi sacramenti e la sua autorità. Egli è la “porta” e il “Pastore” che “cammina innanzi” alle pecore. Gesù, come Buon Pastore, ci conosce per nome, ci ama e per noi offre la propria vita in una dilezione che si spinge sino alla fine. Noi credenti siamo chiamati ad “ascoltare la sua voce” e a “seguirlo” senza porre condizioni. Egli ci reca al “pascolo”. È la croce, dopo la quale, però, giunge la gioia senza limiti e senza fine: una gioia che ha le sue anticipazioni anche nell’esistenza terrena.

Approfondimento del Vangelo (Gesù, buon Pastore. Sono venuto affinché tutti abbiano vita, e vita in abbondanza!)
Il testo: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava loro. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

Chiave di lettura: Il vangelo di questa domenica ci pone dinanzi la figura così familiare del Buon Pastore. Parlando delle pecore del gregge di Dio, Gesù usa diverse immagini per descrivere l’atteggiamento di coloro che si occupano del gregge. Il testo della liturgia si snoda dal versetto 1 al 10. Nel commentario a continuazione aggiungiamo i versetti dall’11 al 18, perché contengono l’immagine del “Buon Pastore” che aiuta a capire meglio il senso dei versetti dall’1 al 10. Durante la lettura, cerca di fare attenzione alle diverse immagini o similitudini che Gesù usa per presentarsi a noi come il vero pastore.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura (Il testo contiene tre similitudini legate tra di esse):
- Giovanni 10,1-5: La similitudine tra il bandito ed il pastore
- Giovanni 10,6-10: La similitudine della porta del gregge
- Giovanni 10,11-18: La similitudine del buon pastore

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione:
a) Quale parte del testo mi ha colpito maggiormente? Perché?
b) Quali sono le immagini che Gesù applica a se stesso? Come se le applica e cosa significano?
c) Quante volte, nel testo, Gesù usa la parola vita e cosa dice sulla vita?
d) Pastore-Pastorale. Sarà che la nostra azione pastorale continua la missione di Gesù-Pastore?
e) Come rendere limpido il nostro sguardo per poter vedere il vero Gesù dei vangeli?

Per coloro che desiderano approfondire il tema
a) Il contesto in cui fu scritto il vangelo di Giovanni: Ecco un altro esempio di come fu scritto ed organizzato il vangelo di Giovanni. Le parole di Gesù sul Pastore (Gv 10,1-18) sono come un mattone inserito in una parete già pronta. Immediatamente prima, in Giovanni 9,40-41, Gesù parlava della cecità dei farisei. Immediatamente dopo, in Giovanni 10,19-21, vediamo la conclusione della discussione sulla cecità. E così, le parole sul Buon Pastore insegnano come fare per togliere dagli occhi la cecità. Con questo mattone la parete rimane più forte e più bella.
- Giovanni 10,1-5: La similitudine tra il bandito ed il pastore. Gesù inizia il discorso con la similitudine della porta: “In verità, in verità vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore per la porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra per la porta, è il pastore delle pecore!”. Per capire questa similitudine, dobbiamo ricordare quanto segue. In quel tempo, i pastori si occupavano del gregge durante il giorno. Con il sopraggiungere della notte, portavano le pecore in un grande ovile o recinto comunitario, ben protetto contro banditi e lupi. Tutti i pastori di una stessa regione portavano lì il loro gregge. C’era un guardiano che si occupava del gregge tutta la notte. Al mattino giungeva il pastore, batteva il palmo delle mani sulla porta ed il guardiano apriva. Il pastore arrivava e chiamava le pecore per nome. Le pecore riconoscevano la voce del loro pastore, si alzavano e uscivano dietro di lui verso i pascoli. Le pecore degli altri pastori udivano la voce, ma loro rimanevano dove erano, perché la voce non era loro conosciuta. Ogni tanto, c’era il pericolo dell’assalto. I ladroni entravano da una specie di feritoia, togliendo le pietre dal muro di cinta, per rubare le pecore. Non entravano dalla porta, perché c’era il guardiano che vigilava.
- Giovanni 10,6-10: La similitudine della porta delle pecore. Coloro che ascoltavano, i farisei, (Gv 9,40-41), non capivano ciò che significava “entrare dalla porta”. Gesù allora spiega: “La porta sono io! Tutti coloro che sono venuti prima di me sono ladri e briganti”. Di chi sta parlando Gesù con questa frase così dura? Probabilmente, per il suo modo di parlare dei briganti, si riferiva a capi religiosi che trascinavano la gente dietro di loro, ma non rispondevano alle aspettative della gente. Non erano interessati nel bene del popolo, ma piuttosto nei loro soldi e nei loro interessi. Ingannavano la gente e l’abbandonavano alla loro sorte. Il criterio fondamentale per discernere tra il pastore ed il brigante è la difesa della vita delle pecore. Gesù dice: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza!”. Entrare per la porta significa imitare l’atteggiamento di Gesù in difesa della vita delle pecore. Gesù chiede alla gente di prendere l’iniziativa di non seguire colui che si presenta fungendosi pastore, ma che non è interessato nella vita della gente.
- Giovanni 10,11-15: La similitudine del Buon Pastore. Gesù cambia la similitudine. Prima lui era la porta, ora è il pastore. Tutti sapevano come era un pastore e come viveva e lavorava. Ma Gesù non è un pastore qualsiasi, è il buon pastore! L’immagine del buon pastore viene dall’Antico Testamento. Dicendo che è il Buon Pastore, Gesù si presenta come colui che viene a compiere le promesse dei profeti e le speranze del popolo. Ci sono due punti in cui insiste: (a) Nella difesa della vita delle pecore: il buon pastore dà la sua vita. (b) Nella mutua intesa tra il pastore e le pecore: il Pastore conosce le sue pecore e loro conoscono il pastore. Ed il falso pastore, che vuole vincere la sua cecità, deve confrontare la sua propria opinione con l’opinione della gente. Era questo ciò che i farisei non facevano. Loro disprezzavano le pecore e le chiamavano gente maledetta ed ignorante (Gv 7,49; 9,34). Al contrario, Gesù dice che la gente ha una percezione infallibile per sapere chi è il buon pastore, perché riconosce la voce del pastore (Gv 10,4) “Loro mi conoscono” (Gv 10,14). I farisei pensavano di avere la certezza di discernere le cose di Dio. Ma in realtà erano ciechi. Il discorso sul Buon Pastore racchiude due importanti regole per togliere la cecità farisaica dai nostri occhi: (a) I pastori sono molto attenti alla reazione delle pecore, perché riconoscono la voce del pastore. (b) Le pecore devono prestare molta attenzione all’atteggiamento di coloro che si dicono pastori per verificare se veramente interessa loro la vita delle pecore, si o no, o se sono capaci di dare la vita per le pecore. Ed i pastori di oggi?
- Giovanni 10,16-18: La meta a cui Gesù vuole arrivare: un solo gregge ed un solo pastore. Gesù apre l’orizzonte e dice che ha altre pecore che non sono di questo ovile. E loro non udiranno la voce di Gesù, ma quando l’udiranno, si renderanno conto che lui è il pastore e lo seguiranno. Qui appare l’atteggiamento ecumenico delle comunità del “Discepolo Amato”.
b) Ampliando il tema:
1) L’immagine del Pastore nella Bibbia: In Palestina, la sopravvivenza del popolo dipendeva in gran parte dall’allevamento di pecore e capre. L’immagine del pastore che guida le sue pecore in modo che pascolino era conosciuta da tutti, come oggi tutti conosciamo l’immagine dell’autista di pullman o del conducente di treni. Era normale usare l’immagine del pastore per indicare la funzione di colui che governava e conduceva il popolo. I profeti criticavano i re perché erano pastori che non si occupavano del loro gregge e non lo conducevano a pascolare (Gr 2,8; 10,21; 23,1-2). Questa critica dei cattivi pastori crebbe nella misura in cui, per colpa dei re, il popolo si vide trascinato verso la schiavitù (Ez 34,1-10; Zac 11,4-17). Dinanzi alla frustrazione sofferta a causa della mancanza di guida da parte dei cattivi pastori, cresceva il desiderio o la speranza di avere, un giorno, un pastore che fosse veramente buono e sincero e che imitasse Dio nel modo di guidare il popolo. Nasce così il salmo “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla!” (Sal 23,1-6; Gen 48,15). I profeti sperano che, nel futuro, Dio stesso sia il pastore che guida il suo gregge (Is 40,11; Ez 34,11-16). E sperano che a partire da questo il popolo sappia riconoscere la voce del suo pastore: “Ascoltate oggi la sua voce!” (Sal 95,7). Sperano che Dio giunga in qualità di Giudice che giudicherà le pecore del gregge (Ez 34,17). Sorge il desiderio e la speranza che un giorno Dio susciti buoni pastori e che il messia sia un buon pastore per il popolo di Dio. (Ger 3,15; 23,4). Gesù muta questa speranza in realtà e si presenta come il Buon Pastore, diverso dai briganti che derubavano il popolo. Lui si presenta come un Giudice che, alla fine, giudicherà come un pastore in grado di separare le pecore dai capri (Mt 25,31-46). In Gesù si compie la profezia di Zaccaria, secondo cui il buon pastore sarà perseguitato dai cattivi pastori, incomodati dalla denuncia che lui fa: “Percuoti il pastore e sia disperso il gregge!” (Zac 13,7). E finalmente Gesù è tutto: è la porta, è il pastore, è l’agnello!
2) La comunità del Discepolo Amato: aperta, tollerante ed ecumenica: Le comunità che sono dietro il vangelo di Giovanni erano formate da diversi gruppi. C’erano in esse giudei, di mentalità aperta, con un atteggiamento critico verso il Tempio di Gerusalemme (Gv 2,13-22) e la legge (Gv 7,49-50). C’erano anche samaritani (Gv 4,1-42) e pagani (Gv 12,20) che si convertirono, ambedue con le loro origini storiche ed i loro costumi culturali assai diversi da quelli dei giudei. Pur essendo state formate da gruppi umani così diversi, le comunità di Giovanni capiranno la sequela di Gesù come un vissuto di amore concreto e solidale. Rispettando le reciproche differenze, sapranno rendersi conto dei problemi di convivenza tra pagani e giudei, che agitavano le altre comunità dell’epoca (At 15,5). Sfidate dalla realtà del proprio tempo, le comunità cercavano di approfondire la loro fede in Gesù, inviato dal Padre che vuole che tutti siano fratelli e sorelle (Gv 15,12-14.17) e che afferma: “Nella casa di mio Padre ci sono diverse dimore!” (Gv 14,2). Questo approfondimento facilitava il dialogo con altri gruppi. E poi c’erano comunità aperte, tolleranti ed ecumeniche (Gv 10,16).

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
DOMENICA IV DI PASQUA


Letture:
At 6,1-7
Sal 134
Rm 10,11-15
Gv 10,11-18

Io sono il buon pastore
Pastore e gregge: forse non esiste immagine più appropriata per dire la presenza e l’azione del Risorto entro la comunità che vuol formare attorno a sé. Lui, col suo amore che dà la vita, è la radice e il vincolo che tiene unita la Chiesa, “sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (Lumen gentium 1). Al tempo stesso l’articola come un organismo multiforme perché nel reciproco servizio sia valorizzato ogni individuo quale membro fecondo di bene e corresponsabilità. Proprio in questa domenica siamo chiamati a “pregare il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe” (Mt 9,38), pastori e vocazioni religiose tutte consacrate a prolungare nel tempo il Regno di Cristo.
Il pastore: È il pastore buono - non un mercenario - perché è pronto a dare la vita per le sue pecore. Anzi l’ha data, segno di un amore che “ama fino alla fine” (Gv 13,1). “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). L’ha data in piena libertà: “Io la do da me stesso”. Ma al tempo stesso è obbedienza al Padre: “Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita”. La missione di Gesù è rivelare il cuore grande del Padre che vuole la vita piena di ogni uomo. Dice Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). “Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio”. Gesù è il pastore vero perché “gli importa delle pecore”. Davanti a Dio noi contiamo molto: “Voi valete molto più..” (Mt 6,26). “Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. Mistero di reciproca intimità lega pastore e gregge. “Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi” (Gv15,15). Una amicizia che è prolungamento dello stesso rapporto di comunione che intercorre tra il Figlio e il Padre, “così come il Padre conosce me e io conosco il Padre”. Dove il conoscere è condivisione di vita, già da oggi nella vita di grazia, e domani nella vita di gloria con la beata Trinità del cielo: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). “E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare”. L’amore di Dio è universale: “Vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). La missione di Gesù mira a scavalcare limiti di tempo e spazio, “fino ai confini della terra” (At 1,8); “Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Per questo ha istituito la Chiesa come suo prolungamento: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16). Il sogno di Cristo è raccogliere in unità tutti gli uomini nella famiglia di Dio: “Diventeranno un solo gregge, un solo pastore”. Mistero di comunione è questo suo gregge, “perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17,21). Così che alla fine “Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).
Il gregge: A Gerusalemme il gregge di Cristo si raduna attorno agli Apostoli che convocano la comunità e l’articolano secondo funzioni e responsabilità diverse ma complementari. “Non è giusto che noi lasciamo da parte la parola di Dio per servire alle mense” (Lett.). La loro “presidenza” è di intermediazione diretta tra Dio e il popolo, primariamente per l’esercizio del culto: “Noi ci dedicheremo alla preghiera e al servizio della Parola”. Poi si scelgono uomini per il ministero della carità, “sette uomini di buona reputazione, pieni di spirito e di sapienza”. San Paolo, in una fase successiva, indicherà altri carismi e ministeri: “Alcuni Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri..” (1Cor 12,28). La Chiesa è un organismo compaginato: “Ora voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra”. Dentro la comunità in particolare c’è chi è speciale inviato per l’annuncio del vangelo: “Come lo annunceranno se non sono stati inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annuncio di bene” (Epist.). Per la missione di Paolo si racconta: “C’erano ad Antiochia profeti e maestri. Mentre essi stavano celebrando il culto del Signore e digiunando, lo Spirito Santo disse: Riservate per me Barnaba e Saulo per l’opera alla quale li ho chiamati. Imposero loro le mani e li congedarono” (At 13,1-3). Sono quelli in particolare che prolungano la passione del buon Pastore: “Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova?” (Lc 15,4). L’anima profonda e la forza della missione è l’amore e il legame con Cristo, buon Pastore. A Pietro, nell’affidargli la cura di tutto il suo gregge, Gesù chiese: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. E per tre volte volle sentire: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. Allora gli disse: “Pasci le mie pecore” (Gv 21,15-17). Non.. se sei un maneger, un intellettuale, un carismatico.., ma: Se mi ami, pasci! È questa sola la condizione e la radice di ogni vocazione speciale all’interno della Chiesa: sacerdotale, missionaria o di speciale consacrazione. Solo l’innamoramento con Cristo è capace di affrontare un ministero e una testimonianza che oggi spesso si tinge ancora di martirio!
“Non c’è più distinzione tra Giudeo e Greco, dato che lui stesso è il Signore di tutti” (Epist.). Per una umanità dilacerata e bisognosa di solidarietà e unità, non c’è che questo legame di fondo che è la fede in Cristo, “ricco con tutti quelli che lo invocano”. “Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato”. Per una umanità diffidente e delusa, non c’è altro rimedio che rivolgersi a Lui: “Chiunque crede in lui non sarà deluso” (Epist.).
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MessaggioOggetto: domenica 22 maggio 2011   Sab Mag 21, 2011 9:51 am

DOMENICA 22 MAGGIO 2011

V DOMENICA DI PASQUA


“Non sia turbato il vostro cuore”. Avete sentito, bambini? Il Signore inizia il vangelo di oggi dicendoci di non aver paura!!! Non ci dice “state bene attenti”, o “dovete essere i più bravi” o “dovete farcela ad ogni costo altrimenti…”. No, no! Gesù ci dice di non temere, di non essere preoccupati, di stare nella pace, di essere nella gioia. Ascoltare queste parole è proprio un grande incoraggiamento a vivere la nostra vita con serenità, consapevoli che il Signore ci ama infinitamente. Ma c’è un segreto per vivere così, e Gesù ce lo svela subito: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. La fede è una parola piccola piccola e nello stesso tempo così grande che si potrebbero scrivere non so quanti libri per spiegarne il significato! Ma Gesù ci vuole dire una cosa molto semplice: per non avere mai paura dobbiamo lasciarci abbracciare da Lui, dobbiamo avere cioè una grandissima fiducia in Lui. Come possiamo fare questo? Sono certa che voi bambini sperimentate questa sicurezza ogni giorno con mamma e papà. Quando loro sono con voi vi sentite tranquilli, non avete paura di niente, vi sentite protetti! Provate a pensare alle vostre giornate piene del loro affetto… provate pensare a tutte le attenzioni che i vostri genitori hanno nei vostri confronti… provate a pensare che il loro pensiero è sempre per voi anche quando sono lontani… provate a pensare a quanto grande è la vostra fiducia in loro…
Ora provate a pensare a Dio. Lui è come i vostri genitori, anzi, Lui ci ha detto che se qualche papà o mamma si dovesse dimenticare del suo bambino, Lui certamente non lo dimenticherà mai. Il Vangelo, infatti, continua dicendo: “Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto “Vado a prepararvi un posto?”. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi”. Con queste parole capiamo perfettamente quanto siamo importanti per Gesù: Lui ci vuole a casa sua! ci vuole proprio con sé! Sono certa che succede anche a voi di desiderare di stare assieme il più possibile al vostro migliore amico, di desiderare di giocare sempre con lui, di fare le gite assieme a lui, di fare anche i compiti assieme! Fare i compiti a volte può essere noioso, ma quando li fate col vostro migliore amico, vi sembrano o no più piacevoli? Ecco, proprio questo desidera il Signore: lui vuole tutti noi amici suoi a casa con sé, e per ognuno di noi c’è un posto ben preciso. Lui infatti fa sempre le cose fatte bene: non è che uno arriva a casa sua e si prende il primo posto che capita! No, no! Nella casa di Dio ognuno di noi ha il suo posto perché per Lui noi siamo unici, importanti e irripetibili. E se per caso noi non occupiamo quel posto, pensate un po’… resterà vuoto per sempre! Anche se noi non sappiamo com’è la sua casa perché il Signore non ce l’ha detto, siamo certi che è un luogo dove l’amore è la sola cosa che conta e capite anche voi che, dove c’è l’amore, tutto è bello, tutte le cose funzionano bene, tutto è gioia.
Queste parole che ci riferisce l’evangelista Giovanni all’inizio del Vangelo, Gesù le dice ai suoi apostoli la sera del giovedì santo, il giorno prima di morire. Lui sa, infatti, che i suoi amici soffriranno tantissimo nel vedere il male che gli sarà fatto, nel vederlo crocifisso, nel non averlo più con loro! E così Gesù li vuole preparare a questo dicendo appunto che non saranno mai soli e che, un giorno, abiteranno nella sua casa perché loro conoscono la via per arrivarci. Tommaso, a questa affermazione, chiede: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. A questa domanda Gesù risponde in modo un po’ particolare: non solo dice che la Via è lui, ma dice anche che lui è la Verità e la Vita. Sono tre brevi parole legate una all’altra in modo tale che se ne manca una perdono di significato tutte. Penso che anche a noi, come a Tommaso, venga da fare a Gesù la stessa domanda… È una domanda legittima, che ne dite voi? Ma Gesù ci risponde:”Vieni e seguimi”, e ci indica la strada per seguirlo: ci offre la Via della sua Amicizia, la Verità del suo Amore, ci offre la sua Vita come esempio da seguire e realizzare se vogliamo andare al Padre. Avete mai visto le orme impresse sulla neve fresca fatte da qualcuno che è passato prima di voi? È molto impegnativo ma anche molto bello cercare di mettere i nostri piedi dentro quelle impronte per fare lo stesso cammino! Ecco, pensate che quelle siano le orme che Gesù ci dice di percorrere, le Sue orme, non sulla neve certamente…. ma oggi qui, domani a scuola, a casa, nel campo da calcio o in palestra, al corso di danza o al corso di pattinaggio… in qualsiasi luogo in cui vi troverete potete camminare come ha camminato lui, vivere cioè come ha vissuto lui. È un percorso impegnativo, lo sappiamo, ma Gesù in ogni momento della nostra vita ci dirà:”Vieni e seguimi”, e questo non è un ordine perché il Signore ci lascia liberi. Questo è un invito perché il Signore ci vuole felici.
A questo punto, nel Vangelo, si fa avanti Filippo che dice: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Gesù risponde: “Guardami Filippo, eccolo il Padre”. È come se Gesù gli dicesse: tu Lo puoi vedere e toccare in me, Lo puoi abbracciare abbracciando me, ha la mia faccia, la mia voce, si è fatto uomo come sono io per essere vicino ad ogni uomo.
E noi, come possiamo vedere e far vedere il volto di Dio agli altri?”. Dice il Vangelo: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre”. Il Signore agisce per mezzo di noi, ha le nostre mani, i nostri piedi, i nostri occhi, la nostra bocca… tutto di noi è finalizzato a far conoscere al mondo Dio, perché dentro ognuno di noi c’è un “qualcosa” di Dio. Noi non guariremo certamente gli ammalati, non faremo risuscitare i morti, non faremo camminare chi ha le gambe che, per qualche malattia, non si possono più muovere … ma ogni volta che facciamo un atto di condivisione, di perdono, di accoglienza, di comprensione, di giustizia, diamo la possibilità al Padre di venire realmente in mezzo a noi, gli diamo la possibilità di rendersi visibile attraverso l’amore che noi sapremo donare: questa è l’opera più grande che possiamo compiere. Cristo è la vite e porterà frutto attraverso di noi che siamo i suoi tralci. I tralci senza la linfa della vite non vivono, ma la vite senza i tralci non porta frutto. Per cui diamoci da fare bambini! Il nostro compito è vivere con la consapevolezza che il nostro cuore, per dare frutti, deve essere come il cuore di Gesù: solo amando, infatti, saremo capaci di mostrare agli altri il volto del Padre e di vedere negli altri il volto del Padre. Proprio per questo il Signore ha fatto te, ha fatto te, ha fatto te…
Un sant’uomo passeggiava per la città quando si imbatté in una bambina dai vestiti logori che chiedeva l’elemosina. L’uomo rivolse il suo pensiero al Signore:” Dio, come puoi permettere una cosa del genere? Ti prego, fa’ qualcosa”. Alla sera il telegiornale gli mostrò scene di guerra, di morte, di ingiustizia. Di nuovo pregò: “ Signore, quanta sofferenza. Fai qualcosa!”. Nella notte il Signore gli disse:” Io ho già fatto qualcosa: ho fatto te”.
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MessaggioOggetto: domenica 29 maggio 2011   Mar Mag 24, 2011 12:11 pm

DOMENICA 29 MAGGIO 2011

VI DOMENICA DI PASQUA


Che meraviglia questo tempo di Pasqua, non trovate?! La Chiesa ci invita, domenica dopo domenica, a non smettere di far festa, a continuare a gioire per la Risurrezione del Maestro e Signore.
Con cuore veramente tenero, materno, la Chiesa desidera che ci sentiamo completamente parte di questo mistero luminosissimo di vita e di amore. Che non ci capiti di dimenticare, nei giorni della settimana, che il Signore è veramente risorto! Questo pensiero deve costantemente accompagnarci e riempire l’anima di una felicità senza fine!
E sapete chi è che ci aiuta a tenere viva la certezza della Risurrezione? Lo Spirito Santo.
Sì, proprio lui, l’ultimo dono che Gesù Risorto affida a coloro che credono nella sua parola. Lo abbiamo ascoltato poco fa, nella pagina tratta dall’evangelista Giovanni: “Io pregherò il Padre… perché rimanga con voi per sempre lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”.
Allora, cerchiamo di assaporare bene le parole che il Maestro ci ha detto. Lo Spirito Santo che rimane come compagno della vita di ogni giorno, è Spirito di Verità: è Lui che ci aiuta a ricordare le parole di Gesù, è lui che ci sostiene nella decisione di vivere secondo il Vangelo.
Questo amico speciale, sgorgato direttamente dal cuore di Dio Padre, non è facile da vedere e riconoscere: poiché è invisibile, il mondo non si accorge di lui e si comporta come se non esistesse.
Che peccato! Solo perché è invisibile, passa inosservato. Solo perché non fa rumore, nessuno si accorge di lui!
Sapete, questo è un rischio che corriamo spesso, noi essere umani: siamo così abituati a percepire il mondo attraverso le finestre degli occhi, che facciamo fatica a ricordare che esistono intorno a noi tante cose che sono vere, reali, attive, anche se non colpiscono la nostra vista!
Per esempio, il nostro respiro. Tutti respiriamo, siamo circondati dal respiro degli altri esseri umani, di animali e piante, ma il respiro è invisibile, e allora sembra che non ci sia. Il respiro ci dà vita, ma è così leggero e invisibile che non gli badiamo. Siamo talmente abituati a respirare che ce ne ricordiamo solo quando ci manca il fiato, solo quando ci sembra che il respiro stia venendo meno.
Qualcuno potrebbe dirmi: «Vabbè, il respiro non riguarda la vista, d’accordo, ma fa sempre parte di noi. Con un po’ di buona volontà, possiamo concentrarci su di esso. Possiamo per esempio sentirlo come soffio sulla nostra pelle».
Vero: ma intorno a noi agiscono continuamente altre forze, che i nostri sensi non percepiscono. Per esempio, non so se conoscete le onde radio.
Sono sempre intorno a noi, perché fanno parte dei raggi del Sole che raggiungono il nostro pianeta. Perciò, siamo sempre circondati dalle onde radio, ma finché non accendiamo lo strumento adatto per captarle, non ce ne accorgiamo neppure! Se qui, adesso, in mezzo al nostro silenzio, accendessimo una radio, subito questo ambiente si riempirebbe di voci e di musica. Tutti questi suoni non si trovano dentro la scatoletta della radio: sono giù qui, presenti intorno a noi, sotto forma di onde che il nostro occhio non sa vedere e il nostro orecchio non sa decifrare. Quando ci serviamo dello strumento appropriato, ecco che le possiamo riconoscere, apprezzare e godere.
Possiamo dire che per lo Spirito Santo capita un po’ la stessa cosa: è con noi, sempre. Ci avvolge, ci circonda, ci accompagna, ma finché non ci facciamo attenti alla sua presenza, non ce ne accorgiamo. Finché non usiamo lo strumento dell’attenzione e della preghiera, rimane un compagno silenzioso e invisibile. Quando ci rivolgiamo a Lui, e quindi ci rendiamo consapevoli della sua presenza, ecco che cominciamo a riconoscerlo. Lo percepiamo nei buoni desideri che si affacciano nel cuore; nei pensieri di pace, di amore, di generosità che vediamo sbocciare in noi. Lo riconosciamo nella capacità di perdonare che riscopriamo presente in noi. Lo individuiamo nello stupore che ci invade l’anima di fronte alla bellezza della natura. Altre volte, lo Spirito Santo si rivela a noi nell’abbraccio e nelle coccole delle persone che ci vogliono bene.
Allora sì, che non è più un dono invisibile, ma concreto e presentissimo nella nostra vita! Per questo il Signore Gesù afferma: “Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”.
È vero: lo conosciamo, questo amico Spirito Santo, dobbiamo solo imparare ad accorgerci di Lui.
Prima, vi ho fatto l’esempio del respiro, come qualcosa che è parte di noi, ma di cui non sempre siamo consapevoli.
Sapete come si dice Spirito in ebraico, la lingua in cui Gesù si esprimeva? Si dice Ruah, che significa proprio “respiro, soffio”.
Mi piace molto l’immagine dello Spirito Santo come il respiro di Dio: vuol dire che è inseparabile da Lui. Così, quando ci lasciamo avvolgere dallo Spirito Santo, siamo immersi nel respiro di Dio: possiamo respirare insieme a Lui, essere una cosa sola con Lui. Quando due persone si abbracciano, non per un attimo solo, come per salutarsi, ma quando restano abbracciate per un po’, i respiri cominciano ad avere lo stesso ritmo, quasi diventando una cosa sola. Ebbene, ogni volta che ci lasciamo immergere nel soffio dello Spirito Santo, possiamo entrare nel respiro di Dio, starcene abbracciati con Lui, cuore a cuore, stretti stretti.
C’è ancora un dettaglio del Vangelo di oggi che ci tengo a condividere con voi. Magari ci avete già fatto caso: il brano che abbiamo ascoltato poco fa inizia e finisce con lo stesso invito, anche se espresso con parole leggermente differenti.
Nelle prime righe scritte dall’evangelista Giovanni, il Maestro Risorto ricorda: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti”. Al termine del discorso, proclama ancora: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama”.
Ormai sappiamo che, quando Gesù ripete più di una volta la stessa cosa, è perché la ritiene veramente importante. Ci facciamo quindi particolarmente attenti perché il nostro Maestro ci sta dicendo che il modo concreto, autentico, per dimostrare il nostro amore verso di Lui, consiste nell’osservare i suoi comandamenti. Non basta dirgli a parole che gli vogliamo bene, servono le azioni, i gesti della nostra vita.
Per dimostrargli il nostro amore, occorre che le nostre scelte di ogni giorno, i nostri comportamenti, seguano i suoi comandamenti.
Oh, badiamo bene: c’è una parolina piccola, ma importantissima, che il Signore Gesù scandisce chiaramente: miei. I miei comandamenti. Non sta parlando dei comandamenti che Mosè ha ricevuto sul Sinai, non sta parlando delle tavole della Legge antica. Sta parlando proprio dei suoi comandamenti, che sono racchiusi nell’invito ad amare.
Lo aveva detto chiaramente al dottore della Legge che lo interrogava su quale fosse il più grande dei comandamenti: amare Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente, ed amare il prossimo come se stessi.
Non ci sono comandamenti più grandi, più importanti di questi. Se li seguiamo giorno dopo giorno, saremo la testimonianza vivente del nostro amore per Gesù. Sarà il modo migliore per dirgli quanto gli vogliamo bene!
Nella settimana che inizia oggi, allora, vogliamo vivere attenti alla presenza dello Spirito Santo accanto a noi e dentro di noi, sentendoci parte del Respiro di Dio e impegnandoci a vivere ogni giorno il comandamento dell’amore.
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MessaggioOggetto: domenica 5 giugno 2011   Lun Mag 30, 2011 1:58 pm

DOMENICA 5 GIUGNO 2011

ASCENSIONE DEL SIGNORE


Oggi è una Domenica molto speciale per noi cristiani: festeggiamo la salita al Padre di Gesù Risorto!
Pensate che, da bambina, alla parola Ascensione (termine che indica la festa odierna) io associavo il verbo scendere, e quindi non capivo come mai tutti continuavano a dire che Gesù saliva al cielo! Soltanto dopo alcuni anni mi venne data la spiegazione corretta e cioè che la parola deriva dal latino e dunque il significato è salire.
Lasciamo ora i dettagli linguistici. La liturgia di questa solennità ci propone il racconto preso dal Vangelo di Matteo e dagli Atti degli Apostoli: è curioso che è la fine del Vangelo e l'inizio del libro degli Atti. Già, perché è proprio l'inizio della formazione della comunità cristiana.
Nel racconto dell'evangelista Matteo, Gesù dà un appuntamento ai suoi discepoli, in Galilea, per l'ultimo saluto e per affidargli il compito più importante, cioè portare a tutte le genti la Buona Notizia! Così è l'ultima volta che gli apostoli lo vedono faccia a faccia… e allora, potremmo chiederci, come mai la Chiesa fa festa?
Ci sarebbe da piangere! Tutti penso, che alla perdita di un proprio caro si disperano e qui si tratta non di un amico o parente, ma del Maestro e Signore! Parliamo di Gesù!
Io personalmente ero tristissima l'ultimo giorno di scuola elementare al pensiero che non avrei più avuto come insegnante il mio maestro, di cui ricordo ancora i consigli, i rimproveri…! Immaginiamoci gli apostoli che perdevano il Maestro!
Leggendo bene però, subito notiamo che questo non è un addio. Gesù infatti ha detto loro: "Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo". Ma da quel momento in poi, come è stato presente Gesù tra gli apostoli? E come è presente tra noi oggi che siamo suoi discepoli?
Per rispondere prestiamo attenzione ancora una volta alle parole di Gesù. Egli affida loro una missione, di "fare discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato". Ecco dunque dove possiamo sentire la Sua presenza e vicinanza: ogni volta che “insegniamo” Gesù, cioè che parliamo di lui e lo facciamo conoscere agli altri! Lui è con noi quando ci accostiamo agli altri volendo facilitare l'incontro con Gesù, non solo con le parole, che tante volte non vengono ascoltate, ma coi gesti, l'attenzione, la cura che diamo a chi incontriamo.
Come, ad esempio, quando camminando per strada una persona che non conosciamo ci chiede un'indicazione stradale e prima che vada via ci assicuriamo che abbia compreso bene. Oppure quando, prima di accusare un compagno o di giurargli vendetta, ci fermiamo e lo guardiamo negli occhi e ci rendiamo conto che anche lui ha bisogno di amore e perdono come noi. In queste e altre circostanze possiamo mostrare a coloro che incontriamo il volto di Gesù Risorto. Un volto sereno e gioioso, pronto ad accogliere e perdonare. Un volto che rassicura e incoraggia nei momenti di difficoltà.
Luca, negli Atti degli Apostoli, ci ha lasciato un'indicazione preziosa su come Gesù è presente nel nostro cuore. Riporta un'altra Parola che il Signore ha rivolto agli apostoli: "riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi". Lo Spirito è la presenza viva di Cristo in noi.
Ecco allora perché oggi è una grande festa per tutti noi: noi siamo abbandonati, il nostro Dio è vivo e presente in mezzo a noi!
Durante questa settimana possiamo provare a far spazio nel silenzio e nell'intimità del cuore, a questo soffio di Dio, che ci guida, ci consiglia e dà al nostro volto lo sguardo bello e accogliente di Gesù.
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MessaggioOggetto: domenica 12 giugno 2011   Mer Giu 08, 2011 9:44 am

DOMENICA 12 GIUGNO 2011

PENTECOSTE


La festa di Pentecoste è importantissima per noi cristiani! La domenica è sempre festa, ma ce ne sono alcune che la liturgia chiama “solenni” perché sono come dei pilastri su cui si fondano tutte le verità della nostra fede.
La solennità di oggi si chiama Pentecoste perché viene celebrata 50 giorni dopo la Pasqua. È come se questi 50 giorni fossero un unico grande giorno: quello della Resurrezione di Gesù. Con la festa che abbiamo celebrato domenica scorsa, l’Ascensione, Gesù torna al Padre, sale definitivamente al cielo ma non ci lascia soli, non ci lascia orfani! Il Figlio di Dio ci promette un dono, un dono grande, forte, potente: il dono dello Spirito Santo.
Vi chiederete: chi è lo Spirito Santo? È una persona, è Dio! Dio che continua a camminare con noi, proprio come ha fatto Gesù nel tempo della sua vita terrena con i suoi apostoli. Ed è proprio nello stesso modo che lo Spirito Santo ci è vicino: cammina accanto a noi, ci sostiene e ci rende forti nel bene. E’ il dono dell’amore, della verità, del coraggio, dell’unità, del perdono.
Ma perché celebriamo la festa di Pentecoste 50 giorni dopo la Pasqua? Perché gli ebrei, schiavi in Egitto e liberati con mano potente da Dio, nel loro percorso verso la terra promessa, verso la libertà, arrivano al monte Sinai e lì, dopo cinquanta giorni, ricevono per mezzo di Mosè il dono della Torah, della Legge. Questa Legge fatta di 10 dieci parole è il percorso di vita che Dio offre, al popolo ma anche ad ogni singola persona, per rimanere liberi.
Anche oggi nasce un popolo nuovo: la Chiesa, la comunità dei credenti in Gesù. Un popolo composto da tante razze, da tante culture, da tante nazioni. Lo Spirito, dono del Padre e del Signore risorto, abbatte ogni barriera, ogni divisione e crea unità.
Gli apostoli, che in questo tempo abbiamo visto nascosti e sentito paurosi, rivestiti del dono dello Spirito, escono per le strade e per le piazze di Gerusalemme e annunciano a tutti che Gesù, l’uomo crocefisso sul Golgota, è vivo, è risorto, è Dio!
Il dono dello Spirito sostiene i discepoli di Gesù e li rende forti nella loro missione che è quella di raccontare a tutti che Dio ci ama e che ci dona il suo amore per mezzo di suo figlio Gesù.
Genti di nazioni e lingue diverse erano presenti quel giorno a Gerusalemme e tutti riuscivano a capire l’annuncio dell’amore di Dio che Pietro faceva. Perché l’amore è il linguaggio universale.
Sarà capitato anche a voi di incontrare qualche ragazzo di nazionalità diversa che parla altre lingue e, con stupore, avrete visto che non è poi così difficile comunicare uno con l’altro. Dopo qualche primo tentativo, avrete trovato il modo di capirvi perché se si cerca l’amicizia, il bene, la verità, questi elementi suppliscono la mancanza di una lingua comune.
La nostra vita è avvolta dallo Spirito Santo. Lo riceviamo il giorno del Battesimo e della Cresima, ma questo dono divino è continuamente presente nella vita della Chiesa, abita l’Universo e offre a tutti il suo sostegno.
Come si fa a sapere se abbiamo accolto il dono dello Spirito? Se siamo capaci di compiere gli stessi gesti di Gesù che fece del bene a tutti. Oggi, inoltre, il vangelo ci dà una chiara indicazione a proposito: “A chi perdonerete sarà perdonato”. Il segno chiaro è la capacità di perdono.
Lo Spirito è l’amore di Dio che abita in noi. Questo amore, se accolto, è come un piccolo seme piantato nella terra: fa nascere amore. E il perdono è il frutto di questo amore. “Se voi perdonerete, sarà perdonato”. Il perdono nasce dal basso, poi riceve la conferma, il sigillo da parte di Dio.
Pensate che cosa importante! Un cuore che sa perdonare gode di quella pace che Gesù, attraverso lo Spirito Santo, offre a tutti noi: pace che non è solo assenza di guerra, ma è tutto il bene, è la vita, è la verità, è la giustizia, è la bontà, è la fratellanza, è la speranza, è la felicità, è eternità.
Lo Spirito è come il vento, è come il fuoco e non ci sono barriere che impediscono la sua presenza! Invochiamolo per noi e per il mondo intero con una preghiera davvero bella:
Vieni, Santo Spirito,
manda a noi dal cielo
un raggio della tua luce.
Vieni, padre dei poveri,
vieni, datore dei doni,
vieni, luce dei cuori.
Consolatore perfetto,
ospite dolce dell'anima,
dolcissimo sollievo.
Nella fatica, riposo,
nella calura, riparo,
nel pianto, conforto.
O luce beatissima,
invadi nell'intimo
il cuore dei tuoi fedeli.
Senza la tua forza,
nulla è nell'uomo,
nulla senza colpa.
Lava ciò che è sporco,
bagna ciò che è árido,
sana ciò che sánguina.
Piega ciò che è rigido,
scalda ciò che è gelido,
drizza ciò che è storto.
Dona ai tuoi fedeli,
che solo in te confidano
i tuoi santi doni.
Dona virtù e premio,
dona morte santa,
dona gioia eterna.
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MessaggioOggetto: domenica 19 giugno 2011   Mar Giu 14, 2011 1:43 pm

DOMENICA 19 GIUGNO 2011

SANTISSIMA TRINITÀ


“Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”. È l’importante segno che noi facciamo per salutare Gesù, il segno che indica che siamo cristiani. Tutte le domeniche ci salutiamo così, non è una cosa nuova, ma oggi, festa della Santissima Trinità, voglio soffermarmi un po’ su questo segno. Il nome è molto importante per relazionarsi con gli altri. Quando qualcuno nasconde il proprio nome o usa un nome falso indica che in quella persona c’è un “qualcosa che non va”. Il segno della Croce ci dice che noi siamo qui riuniti proprio perché amati da tre Persone, ognuna col proprio nome: il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. Tre Persone divine distinte, ma un unico Dio. È un mistero che certamente non capiremo mai fino in fondo. Sono stati scritti tantissimi libroni su questo argomento che sono certo utili per approfondire e scoprire questa realtà, ma per comprenderla pienamente l’unica cosa da fare è mettersi un paio di occhiali super-speciali: gli occhiali della fede. Questi occhiali ci permettono di fidarci completamente di Dio, delle sue parole, delle sue promesse, del suo amore. Per cercare di entrare un pochino in questo mistero della Santissima Trinità, provate a pensare ad una famiglia dove c’è il papà, la mamma, il bambino. Il papà e la mamma si amano così tanto che dal loro amore nasce il bambino. Questa famiglia dunque è formata da tre persone distinte tra loro ma legate da un amore così grande che fa di loro una sola unità, un’unica cosa, la famiglia appunto. È un esempio quotidiano che forse ci porta un pochino a capire la Trinità: Dio Padre e il Figlio Gesù si amano di un amore profondissimo e questo scambio di amore reciproco è la persona dello Spirito Santo. Tre persone che sono un solo Dio perché il Padre è amore, il Figlio è amore, lo Spirito è amore. Il Padre ci ha donato il suo Figlio unigenito così che anche noi siamo diventati suoi figli grazie a lui. Lo Spirito Santo abita dentro di noi e ci insegna a comportarci come figli ad immagine di Gesù. L’amore non può esistere senza “l’altro” e Dio, che è Amore, è appunto comunione, famiglia, amore che deve essere condiviso. E la cosa bellissima è che, di questa famiglia di Dio, facciamo parte anche noi!!!
Il vangelo di oggi ci racconta una parte del dialogo che Gesù ha fatto con Nicodemo, un fariseo membro del Sinedrio, persona che ha studiato tantissimo le Sacre Scritture, un osservante della Legge che però ha dei dubbi e vuole comprendere il nuovo messaggio di Gesù. A Nicodemo, Gesù presenta il Padre dicendo ciò che Egli ha fatto, gli parla cioè del Suo amore, motivo per cui ha deciso di mandare nel mondo suo Figlio, dono che nessuna mente e nessun cuore umano avrebbe mai potuto pensare. Quante volte parliamo di amore nelle nostre riflessioni domenicali… certo! Perché se vogliamo parlare di Dio, si parla di Amore. Il vangelo dice: “Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. L’amore di Dio non è un qualcosa di astratto ma si manifesta attraverso la persona di Gesù: è Gesù il volto di Dio che ama e perdona. Gesù è venuto a portare sulla terra l’amore scambievole che è proprio della Trinità, è venuto ad insegnarci come si fa ad amare. Quando noi rinunciamo all’egoismo, alla prepotenza, al voler essere sempre al primo posto, quando cioè facciamo gesti di bontà…. allora contribuiamo a rendere la nostra famiglia, la nostra classe, il nostro gruppo parrocchiale, il nostro gruppo sportivo, ad immagine della Trinità! Pensate quale grande responsabilità abbiamo! Quando sperimentiamo l’amore vero di qualcuno che ci vuole bene, anche se non ce ne accorgiamo, la Trinità è lì presente tra noi. Sentite che cosa ha detto S. Agostino: “Vedi la Trinità se vedi la carità”. Ora voi siete ancora piccoli e non pensate alla morte, ed è più che giusto che sia così, ma è anche giusto ricordare che non possiamo vivere in questa terra per sempre. Un giorno tutti noi passeremo ad una vita eterna assieme al Signore. “Eterna” cioè “che non finirà mai”… ma la nostra parola d’ordine dovrà essere “carità”. Il vangelo continua: “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di Lui”. Vediamo di capire queste parole: Gesù non è venuto qui per giudicarci, per dire che siamo cattivi, per dirci che per noi non c’è più niente da fare… Lui certamente vede che spesso nei nostri cuori non c’è amore: sono certa che ve ne rendete conto anche voi, sia guardando a tutte le cose brutte che succedono nel mondo, sia guardando anche a noi stessi quando non ci comportiamo bene come dovremmo… Ma Lui non è venuto per condannarci, ma per salvarci e per portarci tutti con sé in paradiso. Gesù, in tutto il vangelo, ci dice che una sola cosa è preziosa per ognuno di noi: l’amore che sapremo dare ai fratelli. E lui, con la sua vita, ce l’ha fatto vedere. Ma non è mica semplice vivere sempre come il Vangelo ci insegna!!! Sono certa che lo state pensando anche voi come lo sto pensando io. Ma anche il Signore lo sa e per questo ci vuole aiutare e trova tutte le scappatoie affinché noi imbocchiamo la strada giusta che ci porta a Lui. Quello che è certo, però, è che noi dobbiamo essere disponibili a credere in Dio, ad accogliere e mettere in pratica la sua Parola, a seguire i consigli delle persone che ci vogliono bene e che proprio Lui ci mette accanto per aiutarci a diventare grandi! Il Signore vuole che viviate fin da ora, anche se siete piccoli, con pazienza, con intensità, con impegno, con coraggio ogni momento della vostra vita ricordandovi sempre le parole importantissime che abbiamo sentito all’inizio del vangelo di oggi: “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. E questo amore di cui Dio vi ha riempito e vi riempie ogni giorno voi lo dovete RIDONARE!!! L’amore infatti è una “cosa” che non si può tenere solamente per sé: se si tiene per sé ammuffisce , si secca e non dà frutti. Come impegno di questa settimana vi propongo allora di compiere un gesto “fruttificante”, o di perdono o di condivisione o di amicizia o… scegliete voi! Offritelo poi a Dio Padre come segno che voi credete in Lui. Vi assicuro, oltre tutto, che la gioia che proverete sarà grande perché… donando amore si riceve amore.
Un giorno, un antico imperatore cinese fece un solenne giuramento: “Conquisterò e cancellerò dal mio regno tutti i miei nemici”. Un po’ di tempo dopo i sudditi, sorpresi, videro l’imperatore che passeggiava contento per i giardini imperiali a braccetto con i suoi peggiori nemici, ridendo e scherzando. Un cortigiano gli disse sorpreso: “Ma non avevi detto che avresti cancellato dal tuo regno tutti i tuoi nemici?”. Rispose con gioia l’imperatore: “Li ho cancellati, infatti. Li ho fatti diventare tutti miei amici!”.
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MessaggioOggetto: domenica 26 giugno 2011   Mar Giu 21, 2011 8:44 am

DOMENICA 26 GIUGNO 2011

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
CORPUS DOMINI


Il Vangelo di oggi ci propone una discussione tra Gesù e la folla, che è andata ad ascoltarlo. C’è una grande folla ad ascoltare il Maestro di Nazareth e questa non è una novità. Egli prende la parola e pronuncia un discorso che risulta sconcertante per i suoi ascoltatori. Tutte quelle persone radunate, sono andate spontaneamente a sentire che cosa il Rabbi ha da insegnare, ma forse, molti di loro, vanno un po’ in confusione di fronte a un discorso che risulta difficile da comprendere.
Vediamo dunque cosa dice di così sconvolgente il nostro Maestro e Signore. Comincia con una prima affermazione: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.
E, non contento di aver suscitato grandi reazioni tra i suoi ascoltatori, conclude il discorso ripetendo ancora: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Uhmmm… effettivamente, sembra un discorso un po’ strano: nessuno di voi, penso, ha mai provato a paragonarsi a un panino… Eppure il Signore Gesù dice che Lui è un pane, anzi: è il pane vivo disceso dal cielo.
Come dal cielo? Il pane s’impasta e si cuoce nel forno. Al massimo può essere un pane che arriva dal fornaio, ma perché dal cielo?
Alle nostre orecchie, in realtà, questa frase suona molto più strana di come doveva sembrare ai Giudei che ascoltavano l’insegnamento del Rabbi. Infatti, nella storia del popolo d’Israele, c’è un episodio in cui veramente il pane è disceso dal cielo!
Non so se ve lo ricordate, ma quando il popolo d’Israele, liberato da Mosè dalla schiavitù in Egitto, si trova nel deserto, comincia a lamentarsi perché non c’è da mangiare. Allora Mosè prega il Signore Dio di intervenire e ogni mattina, sulle foglie delle piante intorno all’accampamento, si deposita, cadendo dal cielo, un cibo particolare: la manna. Sembrano fiocchi di grano, possono essere impastati per farne focacce, hanno una consistenza leggera leggera e un sapore un po’ dolce. Per molti mesi il popolo pellegrino nel deserto si sfama con questo pane che cade giù dal cielo, alba dopo alba.
Quindi il Maestro e Signore sta facendo un riferimento molto preciso, che deve essere ben vivido nella memoria dei suoi ascoltatori. Sta dicendo loro: - Voi sapete che il Padre Buono si preoccupa di nutrire i suoi figli: non solo con il pane materiale, come ha fatto nel deserto con la manna, ma anche con il Pane della vita, il Pane della verità… Sono io! Sono venuto a portare questo nutrimento per i vostri cuori. Sono disceso dal Cielo per restare con voi. Sono la manna per la vostra anima, e mi dono a voi ogni giorno. –
La folla radunata non sembra capire questo discorso: si arrabbiano, per i paragoni che Gesù azzarda; si sentono offesi, risentiti. E non ascoltano fino in fondo.
Ma noi, oggi, qui, abbiamo la possibilità di accogliere profondamente queste parole del Maestro Gesù, anche perché abbiamo la fortuna si sapere qualcosa in più, che la gente radunata intorno al Rabbi non poteva sapere.
Sappiamo, infatti, che Gesù ha scelto di restare in mezzo a noi proprio sotto forma di pane: l’Eucaristia. Questo pezzettino di pane che ospita tutta l’immensità di Dio, è il modo che il nostro Maestro e Signore ha scelto per rimanere con noi per sempre, in maniera concreta, fino al punto che lo possiamo mangiare!
Gesù sa bene quanto, noi tutti, abbiamo bisogno di cose concrete, che raggiungano i nostri sensi: perciò ha scelto un segno semplice e bellissimo, il pane. Quando ci nutriamo di questo Pane eucaristico, siamo uniti a Lui. Sempre.
Per due volte, poi, afferma con decisione: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”.
Vivere in eterno, vivere per sempre! Sapete quanta gente vorrebbe proprio questo? Ci sono tante persone, intorno a noi, che non riescono ad accettare che l’esistenza di ogni essere umano conosce la morte, la fine: si sentono spaventate da questo pensiero e cercano tutti i modi per restare giovani, per non far vedere il tempo che passa, nell’illusione che la morte non possa raggiungere chi appare ancora giovane e in forma.
Ma la vita eterna di cui Gesù sta parlando non ha niente a che vedere con creme di bellezza e trattamenti rigeneranti: il nostro Maestro e Signore sta parlando della vita con Dio che non finisce, che dura per sempre, nella gioia infinita!
Attenzione: Gesù non sta dicendo che chi riceve l’Eucaristia vivrà per sempre, non si ammalerà mai, non invecchierà e non morirà… No, nessuna magica garanzia!
Pur nutrendoci del Pane eucaristico, rimaniamo delle creature: il nostro corpo è fragile, non è mica indistruttibile!
Sicuramente possiamo dire che le cellule del nostro corpo sono forti, resistenti, hanno una buona durata, ma non sono eterne! Ci capiterà tante volte di ammalarci, di ferirci, di vedere i segni degli anni che passano sul nostro volto e sul nostro corpo. Il tempo che passa, prima ci fa crescere e poi ci fa invecchiare. È così per tutti, nell’ordine naturale del ciclo di vita.
Però, riferendosi all’Eucaristia, Gesù non sta parlando della vita del corpo, ma della vita dell’anima. E noi sappiamo che alla fine di questa vita nel tempo, inizierà la vita senza fine, nella gioia eterna in Dio, quando saremo con Lui per sempre, uniti profondamente, senza mai più separarci dal Suo Amore.
Ora, pensateci un attimo, cosa diciamo quando, durante la Messa, andiamo a ricevere l’Eucaristia? Diciamo che andiamo a fare la comunione.
Cioè diciamo che entriamo in unione profondissima tra di noi e con Dio.
La parola comunione ha un significato ancora più forte di unione: indica un legame completo, totale, assoluto, di ogni particella di noi.
Oh, che meraviglia! Che pensiero da togliere il respiro per l’emozione! Grazie al Pane Eucaristico abbiamo la possibilità di entrare in comunione con Dio, di legarci a Lui completamente, con ogni fibra di noi stessi, già da ora, nel presente! Grazie all’incontro nell’Eucaristia, possiamo già mettere un piede nell’Eternità. Ecco perché Gesù ripete più volte: “Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.
Che mistero luminoso, vero?, questo desiderio che ha Dio di restare in comunione con ciascuno di noi. Anche se non siamo ancora come Egli ci sogna, già da subito ci vuole uniti a Lui, profondamente.
Davvero, forse non vi prestiamo abbastanza attenzione, ma che dono immenso, smisurato, ci viene offerto in ogni celebrazione dell’Eucaristia!
Non sprechiamolo, per favore, non sciupiamolo!
Per favore, per favore, non andiamo mai in modo distratto a ricevere il Pane Eucaristico. Mi sento così triste, quando vedo persone che si mettono in fila verso l’altare, come se fossero in coda in una biglietteria: intanto che procedono, chiacchierano, salutano, ridacchiano, addirittura masticano la gomma!...
Ma come? Stai muovendoti, passo dopo passo, per andare a incontrare il Signore della vita e dell’Eternità; stai lentamente camminando verso l’altare per diventare parte di un miracolo grandioso, e pensi ad altro??!!
Dio ti viene incontro pieno d’amore, desideroso di farti entrare in comunione con Lui, e tu pensi a tutto tranne a questo??!!
Che tristezza, non vi pare? No, che non ci capiti mai mai, di sciupare così l’incontro con Dio!
E se ancora non possiamo ricevere l’Eucaristia, perché non abbiamo ancora fatto la prima comunione, ogni domenica facciamo in modo di vivere con il massimo rispetto e attenzione questo momento speciale.
Intanto prepariamoci bene, pregustando la gioia dell’incontro, che arriverà anche per noi. Nel silenzio dell’anima, diciamo al Signore il nostro desiderio di stare con Lui, l’attesa che viviamo, aspettando il giorno in cui anche noi vivremo questa gioia smisurata, nel ricevere il Pane Eucaristico.
Mentre siamo al nostro posto, non disturbiamo chi sta raccogliendo tutti i suoi pensieri in questo momento specialissimo! Cantiamo insieme all’assemblea, oppure preghiamo nel silenzio del cuore, ma non scambiamo questa parte della celebrazione come un’occasione per chiacchierare o scherzare: ricordiamoci che siamo di fronte a un miracolo.
Soltanto perché questo miracolo si ripete ad ogni celebrazione, non vuol dire che sia senza importanza o senza valore.
Adesso fermiamoci qualche istante in silenzio e poi viviamo bene, bene, bene, con tutto noi stessi, la liturgia eucaristica.
Permettiamo allo Spirito Santo di farci almeno sfiorare la meraviglia di ciò che stiamo celebrando: il Pane e il Vino che diventano presenza vera di Gesù tra noi, così da poter essere in comunione con il Signore Dio.
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MessaggioOggetto: 3 luglio 2011   Mar Giu 28, 2011 6:05 pm

DOMENICA 3 LUGLIO 2011

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi guidati dal brano del Vangelo di Matteo, è come se respirando a pieni polmoni rendessimo grazie al Signore per essere entrato nelle nostre vite e perché possiamo conoscerlo in profondità e semplicità. È un brano dolcissimo, in cui Gesù mostra il suo volto di Figlio, che conosce il Padre e vive la sua vita di uomo per farlo conoscere a tutti coloro che sono “piccoli”. Sì, piccoli, ma nel senso di desiderosi di conoscere..
E allora chi sono i dotti e sapienti a cui Dio Padre nasconde, non fa conoscere delle cose di sé, che riserva solo ai “piccoli”? E noi, che veniamo sempre a messa, che frequentiamo gli scout o l’ACR, che facciamo il grest in parrocchia, come ci avviciniamo a Gesù? Da sapienti, da dotti o da piccoli?
Cerchiamo di capire cosa indicano questi termini con un episodio a cui ho assistito.
Un po’ di tempo fa mi trovavo con una amica in un giardino molto grande della mia città. La mia amica aveva portato la sua bambina, Giulia di sei anni. Insieme mamma e figlia iniziarono a raccontarmi dei simpatici episodi della vita scolastica di Giulia. Ad un tratto Giulia chiede alla madre di poter prendere il suo libro nuovo per leggerlo. La bambina mi guarda e mi dice: ”Da quando so leggere voglio leggere sempre di più e sempre meglio, non come Francesco che ha imparato a leggere e ora dice di non avere più bisogno dei libri!”. Francesco e Giulia avevano un’insegnante che li incoraggiava tanto a leggere e ripeteva ai suoi alunni che per leggere bene non bisogna mai smettere, perché i libri e le storie che contengono, hanno sempre qualcosa di nuovo da trasmetterci! Naturalmente è difficile dar torto alla loro maestra! Giulia aveva fatto sua la raccomandazione della maestra e aveva capito che leggere non significa solo conosce l’alfabeto, ma comprendere la storia e il suo significato. A Francesco invece pareva una perdita di tempo, in fondo ciò che doveva imparare già lo sapeva e se proprio occorreva leggere lo faceva con disinvoltura e senza esercitarsi.
Pensate infatti, il valore sacro che ha per noi cristiani il libro che non smettiamo mai di leggere: la Bibbia. È il libro che contiene i numerosi libri ispirati da Dio e attraverso le storie riportate in esso noi conosciamo Gesù e Dio Padre! Quante volte, e credo che questo vi capiterà sempre più spesso, ascoltate l’inizio del Vangelo e dentro di voi già sapete come finisce?! E talvolta possiamo annoiarci e domandarci, come mai la liturgia ripropone sempre gli stessi testi?! E come i sapienti e i dotti di cui parla Gesù nel brano di oggi, ci sentiremo in diritto di non ascoltare, tanto già sappiamo tutto. Pure della vita di Gesù, più o meno tra il catechismo e la messa, la conosciamo abbastanza.. Invece la lode di Gesù al Padre è un ringraziamento per quanti davanti a Lui e al mistero di Dio che ama ogni uomo, c’è chi non si sente così preparato da non avere più domande, anzi resta curioso e potremmo dire, “piccolo”, cioè con la voglia di scoprire tante cose.
Dunque Gesù loda il Padre perché nella sua benevolenza ha scelto di mostrarsi a quanti son curiosi di Lui, interessati ad approfondire la relazione con Lui e non si accontentano di ciò che già sanno.
Come Giulia possiamo approfondire la nostra relazione con Gesù facendoci aiutare dalla lettura del Vangelo, che ogni volta ci trasmette qualcosa in più di Lui, perché, proprio come ha detto la maestra, soltanto esercitando la conoscenza che già abbiamo arriveremo a comprendere fino in fondo il significato di ciò che leggiamo e dunque scoprire il volto di Dio.
Sentiamoci tutti avvolti da questa lode di Gesù al Padre riconoscendoci piccoli, curiosi, desiderosi di incontrarlo.
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MessaggioOggetto: domenica 10 luglio 2011   Sab Lug 09, 2011 9:58 am

DOMENICA 10 LUGLIO 2011

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Che bella parabola oggi ci ha raccontato Gesù! Una parabola ricca di tanti elementi utili alla nostra vita.
C’è un seminatore che fa il suo mestiere: semina la terra.
Seminare è un lavoro importante perché ciò che nasce diventa in parte cibo: noi, infatti, mangiamo il pane fatto con la farina del grano che i contadini hanno seminato molti mesi prima. I chicchi di frumento ottenuti, vengono macinati e ridotti in farina che serve a preparare pane, pizza, dolci, pasta. Parte dei semi vengono poi conservati per la semina dell’anno seguente.
E’ proprio numerosa la folla che è venuta a sentire Gesù, tanto che è costretto a salire su una barca per parlare alla gente e per fare in modo che tutti possano ascoltarlo bene.
Oggi racconta una storia di vita. In quel tempo i mestieri più comuni erano quelli del pastore e dell’agricoltore e proprio per questo Gesù sa bene che lo avrebbero capito.
Una storia interessante quella dei quattro terreni e di questo seminatore che getta su di essi, con generosa abbondanza, il seme! Gesù ci racconta che questi terreni non sono proprio buoni: uno è duro come l’asfalto, un altro è ricco di sassi, in un altro ci sono addirittura i rovi, le spine!
Forse un contadino esperto avrebbe seminato soltanto nel terreno buono senza perdere tempo con gli altri. Ma il seminatore della parabola di Gesù non si preoccupa se i terreni sono buoni o no, lui semina ugualmente con generosità su tutti e quattro i campi. Dona la sua ricchezza a tutti in uguale misura.
I quattro campi rappresentano l’uomo, ogni uomo: sono proprio l’immagine di ciascuno di noi.
Essere terreno buono, spiega Gesù agli apostoli, dipende dal modo di ascoltare la sua Parola. Gesù cita un brano antico del profeta Isaia il quale dichiara che il popolo che Dio ama ha chiuso il cuore, gli orecchi e gli occhi. Dio parla ma loro non vogliono né vedere né ascoltare, così non devono cambiare atteggiamento di vita, non devono convertirsi. È la Parola di Dio che, accolta nel profondo di ogni uomo, è capace di cambiarne il cuore!
Per questo Gesù chiama “beati” gli apostoli: perché vedono e sentono la Parola di Dio. Ma non basta. Saranno “beati” se la metteranno in pratica.
Gesù è il seminatore che semina abbondantemente la Parola del Padre, la offre ogni giorno, ogni domenica al nostro terreno, alla nostra vita.
Come accogliamo questo dono? Se il nostro cuore è duro, chiuso, la parola vola subito via perché quasi non ci accorgiamo di averla ascoltata. In questo modo viene cancellata, rubata da altri pensieri, da altri atteggiamenti che non sono di bontà: ecco il terreno duro!
Può succederci di essere anche terreno sassoso quando ascoltiamo la Parola: sentiamo il desiderio di metterla in pratica, ma poi, una volta usciti dal catechismo o dalla messa, ci dimentichiamo e non pensiamo più all’impegno preso. Non so se è capitato anche a voi, ragazzi, di uscire di chiesa con un bel proposito, un bellissimo impegno e, appena fuori… dimenticare tutto!
A volte ci possiamo paragonare anche al terreno con i rovi: il seme cresce ma viene poi soffocato dalle spine, dai rovi che rappresentano la voglia di non accontentarsi mai, di volere sempre e sempre di più.
Diventare terreno buono significa cambiare modo di vivere, significa accogliere Gesù e il suo progetto di vita. Significa fare come lui ha fatto. Essere Cristiani vuol dire essere come Cristo. Se Gesù è stato capace di vivere la vita facendo del bene a tutti possiamo farlo anche noi.
Solo il terreno buono porta frutto!!! Un campo di grano che biondeggia è uno spettacolo che riempie il cuore di gioia, mentre un terreno arido come il coccio mette tanta tristezza.
Tutti possiamo diventare terreno buono! Pensate che nel nord Africa, alcuni coloni stanno cercando di trasformare il deserto in giardino. È un’impresa possibile.
Se l’uomo ci riesce con la terra, ciascuno di noi può riuscire con se stesso cercando di togliere ogni giorno dal suo terreno un sasso, una pianta di rovo, oppure, con un po’ più di fatica, rompere la terra dura, mettere acqua e rendere il terreno pronto per accogliere Dio e il suo dono.
Qualcuno una volta mi ha detto che la bontà è qualcosa di semplice: è vivere per gli altri e non pensare mai a se stessi.
Proviamo a chiedere al Signore il coraggio dell’ascolto ripetendo una frase del vangelo di oggi: “Il seme seminato nella terra buona è colui che ascolta la Parola e la comprende”.
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 17 luglio 2011   Dom Lug 17, 2011 11:38 am

DOMENICA 17 LUGLIO 2011

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Siamo in riva al mare. Gesù è salito su una barca affinché tutti possano sentire e, sedute sulla spiaggia, ci sono tantissime persone che lo ascoltano. La sua fama ormai si è sparsa un po’ dovunque e, quando parla, si raccoglie attorno a lui una gran folla che vuole comprendere il suo messaggio di salvezza. In questo sereno paesaggio, domenica scorsa il Maestro ci ha raccontato la parabola del seminatore e oggi, per spiegarci che cosa intende per Regno dei Cieli, ce ne racconta addirittura tre!
Per fare ciò usa semplici immagini della vita contadina:
UN CAMPO DOVE CRESCONO ASSIEME GRANO E ZIZZANIA
UN GRANELLO DI SENAPE, IL PIU’ PICCOLO TRA I SEMI
UN PUGNO DI LIEVITO CHE UNA DONNA USA PER IMPASTARE LA PASTA
Vedete anche voi che le tre immagini sono prese dalle piccole cose di ogni giorno e già da qui possiamo intuire che la “piccolezza” è la caratteristica di Gesù: “piccolezza” che però è segno di grandezza. Questo lo capiamo bene quando ci parla del granello di senape, il più piccolo tra i semi che, crescendo, diventerà un albero grandissimo. Con questo esempio Gesù ci vuole dire la fiducia di Dio in ognuno di noi: anche se siamo piccoli, anche se i nostri gesti d’amore sono piccoli, quando siamo disponibili a donare possiamo fare cose grandi. Come il piccolo seme di senape si trasforma in un albero imponente ed accogliente, così anche noi possiamo trasformare la nostra vita e quella degli altri e possiamo costruire, già in questo mondo, il Regno di Dio. Vi ricordate quel “piccolo” SI di una sconosciuta ragazza, pronunciato nella solitudine davanti ad un angelo, nel piccolissimo e povero villaggio di Nazaret? Così è iniziato il cristianesimo! Ed ora i cristiani sono due miliardi nella terra…
Anche la parabola del lievito ci fa capire il compito di noi “amici di Gesù”, ci fa capire come possiamo far crescere il Suo Regno. È sufficiente poca cosa, poco lievito per far sollevare la massa di farina e farla diventare pane, cibo necessario per la vita di tante persone. È sufficiente che ci siano “due o tre riuniti nel suo nome e Gesù sarà in mezzo a loro”, ci dice l’evangelista Matteo al capitolo 18 versetto 20: questa presenza di Gesù tra noi, anche se siamo solo due o tre, è garanzia che il Regno di Dio, attraverso il nostro impegno, lieviterà e porterà VITA al mondo intero.
Nella terza parabola Gesù sceglie un campo dove crescono assieme grano e zizzania. Io abito in una zona in cui ci sono molti campi di grano ma vi dirò che non ho mai notato la zizzania! Eh già… questa è un’erba molto furba, si nasconde in mezzo al grano e sfugge ad un occhio inesperto, almeno finché non è un po’ grandicella. Gesù ci parla di grano e zizzania, come mai? Il grano, lo sapete bene, è una pianta buonissima e guai se non ci fosse! La zizzania, oltre che non servire a niente, porta via terreno e nutrimento al grano: è un’erba cattiva. Il padrone di questo campo semina grano, cioè seme buono, ma assieme cresce pure zizzania… Ma chi l’avrà seminata? Bisogna toglierla o no? Il padrone dice di lasciarla lì perché la scelta sarà fatta al momento della mietitura. Forse anche noi saremmo andati dal padrone, come i servi, per chiedere di togliere subito la zizzania perché abbiamo sempre fretta, vogliamo tutto e subito, facciamo tanta fatica ad aspettare. Gesù ci insegna invece la “pazienza” che non è un aspettare prima per punire poi più duramente! La pazienza di Gesù è bontà, misericordia, perdono, speranza, volontà di salvare. Vedete bambini, questo campo possiamo essere anche noi perché in ognuno di noi c’è del bene e c’è del male. È normale che sia così perché essendo esseri umani abbiamo tante cose da migliorare, ma il Signore ha tantissima pazienza con noi e aspetta fino all’ultimo momento che ci convertiamo. Questo, Gesù ce lo spiega parlando appunto della zizzania: i servi, come abbiamo sentito, la toglierebbero subito col rischio però di tagliare anche il grano, ma il Signore non la pensa così perché nessuna spiga deve essere persa! Nel Suo cuore, infatti, c’è sempre il desiderio di non perdere nessuno di noi e così aspetta, aspetta, aspetta… e nello stesso tempo ci è vicino col suo amore per perdonarci e per aiutarci a tornare sempre sul suo cammino. Una riflessione che vorrei fare con voi è questa: noi, spesso, tendiamo a vedere la vita delle altre persone come un campo in cui c’è più zizzania che grano per cui saremmo portati a tagliare subito la zizzania degli altri!!! E questa erbaccia cattiva che sicuramente c’è anche nel nostro campo, la vediamo? Penso che sia successo anche a voi, anche se siete ancora piccoli, di criticare qualche vostro amico, di giudicare, di comportarvi non correttamente… succede, purtroppo, troppe volte anche fra gli adulti e il Signore, con questa parabola, ci insegna che questo non è amore, questo non è costruire il Suo Regno. Sappiamo bene, infatti, che il regno di cui parla Gesù non ha a che fare col potere, con la forza fisica, con gli imbrogli, con le bugie, con l’accusarsi a vicenda, con l’invidia, con la gelosia, ma è un regno di armonia, di pace, di giustizia, un regno in cui ogni uomo è accolto e amato per quello che è. Compito nostro dunque è cercare di lavorare con impegno per cambiare prima di tutto noi stessi da zizzania in grano! Solo con il nostro esempio di vita basato sull’amore, infatti, riusciremo a sradicare la zizzania degli altri, pianta seminata nel buio da chi sa compiere solo azioni cattive. Diamoci da fare allora per far crescere questo Regno di Dio sulla terra!Cominciamo dalle piccole cose di ogni giorno! Anche se sembrano piccole, quando sono fatte per amore sono così grandi ed hanno una tale potenza che possono cambiare il mondo.
Il nostro unico compito è dunque amare. Anche la zizzania? Direi proprio di sì. Gesù ci ha detto o no che dobbiamo amare anche i nostri nemici?
Sentite ora la storiella di un campo in cui non c’era “zizzania”….
Un padre lasciò in eredità ai suoi due figli un campo di grano. I due fratelli divisero equamente il campo. Uno era ricco e non sposato, l’altro povero e con molti figli. Una notte, al tempo della mietitura, il fratello ricco si rigirava nel letto e diceva tra sé: “Io ho già tanto, a che mi servono tutti quei covoni? Mio fratello è povero ed ha bisogno di molto frumento per la sua famiglia”. Si alzò, andò nella sua parte di campo, prese una gran quantità di covoni di grano e li portò nel campo del fratello. Nella stessa notte suo fratello pensò: “Mio fratello non ha né moglie né figli. Motivo di gioia, per lui, è vedere che il suo lavoro porta buoni frutti. Io voglio accrescergli questa gioia”. Si alzò, andò nella sua parte di campo e portò una gran quantità di covoni nel campo del fratello. Quando entrambi, al mattino, andarono nel proprio campo, si meravigliarono che il grano non fosse diminuito! Nelle notti che seguirono fecero tutti e due sempre la stessa cosa. Ma una notte i fratelli, con le braccia cariche di grano, s’incontrarono sul confine dei campi. Si resero conto di quello che era successo e felici si abbracciarono.
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MessaggioOggetto: domenica 24 luglio 2011   Gio Lug 21, 2011 7:23 pm

DOMENICA 24 LUGLIO 2011

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


L’evangelista Matteo oggi ci propone uno dei discorsi più simpatici di Gesù: mi sembra adatto a questo tempo di estate e di vacanze, perché non è un insegnamento costituito da parolone difficili o da concetti complicati, ma invece è composto da tante brevi parabole, cioè da piccole storie che ci aiutano a comprendere con facilità idee assai complesse. A noi tutti piace ascoltare storie, per questo ci sono gradite le parabole!
Quelle che abbiamo ascoltato oggi sono molto sintetiche, senza troppi dettagli, quasi delle similitudini che il Rabbi sceglie di utilizzare per spiegare ai suoi discepoli che cos’è il Regno dei Cieli.
Come sappiamo, c’era tanta gente che seguiva Gesù, moltissimi erano attratti e incuriositi dal suo insegnamento, ma non sempre comprendevano fino in fondo quello che il Maestro e Signore diceva loro. Ascoltavano le sue parole, è vero, ma poi ciascuno le interpretava a suo modo. Per esempio, praticamente tutte le persone che seguivano il Rabbi, quando sentivano le parole “Regno dei Cieli” trascuravano i Cieli e si soffermavano sull’idea di Regno.
Voi a cosa pensate quando sentite parlare di un “Regno”?
Forse la prima immagine che ci viene in mente è un castello in cima a una montagna, con tante torri; magari i contemporanei di Gesù pensavano a una città fortificata e ad un popolo ben armato; oppure a un palazzo reale bellissimo e solenne; sicuramente ad un re potente, splendido nelle sue vesti preziose, nobile e forte, saggio nel governare e invincibile in guerra…
Sono tutte immagini molto suggestive, che accendono la fantasia, ma non rispecchiano affatto quello che il Rabbi di Nazareth vuole annunciare.
Ecco perché, da vero Maestro, si rende conto che è importante chiarire le idee almeno ai suoi discepoli, ai più vicini e fedeli.
Perciò lascia la folla, entra in casa e comincia a spiegare, con alcuni esempi, a cosa è simile il Regno dei Cieli. Usa molti similitudini, raccontando alcune piccole parabole, come dicevamo poco fa: paragona il Regno dei Cieli ad un tesoro nascosto, ad una perla di enorme valore, ad una rete piena di pesci, alle ricchezze antiche e nuove di una famiglia.
Ognuna di queste parabole è affascinante e piena di significati interessanti, ma poiché sono tante, cerchiamo, per oggi, di soffermarci bene almeno su una di esse e cominciamo proprio dalla prima: “Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”.
Proviamo a vedere con gli occhi della mente la situazione che l’evangelista tratteggia con pochissime parole: è pomeriggio, verso il tramonto; un uomo sta camminando su un sentiero tra i campi insieme al suo cane. Mentre vanno, giocano insieme: il padrone lancia un legnetto e il cane corre a prenderlo e glielo riporta. Sono soli, non c’è nessuno intorno. Il cane si distrae, si mette a rincorrere una farfalla, lascia il sentiero. Poi si mette a scavare per nascondere un ossicino che ha trovato tra l’erba. Le sue zampe colpiscono un oggetto sepolto che manda uno strano suono: il padrone, incuriosito, si avvicina e vede che lì, in mezzo alle erbe incolte, chissà da quanto tempo è sepolto un tesoro! È una cassettina di legno e metallo, piena di gioielli, oro e pietre preziose!
L’uomo abbraccia il suo cane, felicissimo per quella scoperta. Rapidamente ricopre lo scavo e si affretta verso il paese. Con aria indifferente, ma con il cuore pieno di emozione, si informa su chi sia il proprietario del campo: in pochi giorni riesce a concludere l’acquisto, solo che per poter pagare il campo, è costretto a vendere tutto ciò che possiede.
La gente pensa che sia un po’ matto: precipitarsi così, vendere tutti i propri averi, rischiare di rovinarsi, per acquistare un campo di erba e ortiche, abbellito solo da due piante di more. Che senso ha?
Ma l’uomo non dà retta alle parole della gente, ai consigli di chi dice di lasciar perdere… continua a sorridere, pieno di gioia: sa che in quel campo c’è ben di più di quanto appare! Sottoterra è nascosto quel grande tesoro e lui sarà ripagato ampiamente. Sta pagando solo il valore del campo, ma avrà in più tutto il meraviglioso tesoro, che appartiene di diritto a chi possiede il terreno.
Ho sempre pensato che quest’uomo fosse davvero furbo: non dice a nessuno del tesoro che ha trovato, proprio a nessuno nessuno.
Egli sa che, se il proprietario del campo venisse a conoscenza di questo segreto, di certo non vorrebbe più vendergli il terreno. Non solo: se prima che la vendita sia avvenuta, qualcun altro sapesse del tesoro, potrebbe andare a rubarlo.
Perciò mantiene il suo segreto fino al giorno in cui può entrare nel campo come legittimo proprietario, dissotterrare lo scrigno con pieno diritto e metterlo al sicuro, mentre il cane gli scodinzola intorno, tutto contento.
Allora sì, la gente smetterà di crederlo pazzo! E chissà cosa penserà il vecchio proprietario, che per tanto tempo aveva lasciato incolto e pieno di erbacce proprio quel campo che ospitava un tesoro così grande!
Ora, lasciamo perdere per un istante l’uomo che ha acquistato il campo con il tesoro e chiediamoci invece: perché Gesù usa questa parabola per spiegare com’è il Regno dei Cieli? Secondo voi, ci sta suggerendo di andare a esplorare i campi per cercare i tesori? Non credo proprio!
Invece, penso che la risposta sia molto semplice: il Maestro e Signore ha scelto di raccontare questa parabola perché anche del Regno dei Cieli, così come del campo, possiamo dire che c’è ben di più di quanto appare!
Troppo spesso, quando si considera il Regno dei Cieli, si rischia di riuscire a vedere solo “il campo” e non “il tesoro”. Mi spiego meglio.
Per tanta gente vivere da cristiani è “roba da vecchi”; molti pensano che sia noioso e senza nessuna attrattiva. Questo capita perché riescono a vedere solo “il campo”, cioè i riti, i doveri, gli impegni…
Così guardano noi cristiani e si chiedono: - Ma che ci troveranno di bello? Ma chi glielo fa fare? –
Il guaio è che non riescono a vedere il tesoro grande, che è Gesù!
Non conoscono la gioia dell’incontro con Dio, non sanno neppure immaginare la pace che viene dallo Spirito Santo, non hanno mai gustato l’amicizia con Gesù e la festa dell’anima che proviamo nell’essere tutti amici tra noi!
Si fermano a guardare il campo e non riconoscono il tesoro che esso racchiude!
Si dicono: perché, durante le vacanze, “sprecare” un’ora ogni settimana per andare a Messa, invece di dormire o divertirsi? E non considerano che questo è il nostro appuntamento settimanale per far festa tra noi e con il Signore!
Si chiedono: perché dire le preghiere ogni mattina e ogni sera? E non si rendono conto che la preghiera è il momento in cui ci confidiamo con il Padre Nostro ed è lo slancio del cuore per affidarci a Lui, con i nostri problemi e le nostre gioie.
Si domandano: perché comportarsi bene, perdonare, condividere, quando si può fare i prepotenti, i dispettosi, gli imbroglioni? E non conoscono la magnifica serenità che niente può guastare quando si vive seguendo i suggerimenti che ci dona lo Spirito Santo.
Come dicevamo prima: vedono solo il campo e non si accorgono del tesoro che ospita.
Tra noi e il protagonista della parabola, però, c’è una grande differenza: lui si sforza di tenere tutto segreto, mentre noi non vogliamo affatto tenere nascosto il nostro tesoro!
Sappiamo che non diventeremo certo più poveri se condividiamo la ricchezza della nostra fede.
Perciò, non lasciamo sottoterra il tesoro grande della nostra vita: anche durante l’estate, anche in vacanza, anche lontani dalla nostra parrocchia o dal nostro oratorio, continuiamo a vivere secondo il cuore di Dio, per mostrare a tutti quale tesoro stupendo abbiamo trovato! E così in tanti, grazie alla nostra testimonianza semplice e coerente, potranno scoprire lo stesso tesoro e aver parte a questa immensa ricchezza!
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MessaggioOggetto: domenica 31 luglio 2011   Mar Lug 26, 2011 10:16 pm

DOMENICA 31 LUGLIO 2011

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi ultima domenica di luglio la liturgia richiama la nostra attenzione su un segno prodigioso compiuto da Gesù: la moltiplicazione dei pani e dei pesci!
Tra i segni-miracoli di Gesù questo è tra i più famosi, anche perché non è riservato a poche persone ma si realizza davanti a tante persone. Benché l’evangelista non riporti le reazioni della folla, possiamo facilmente immaginare il loro stupore per quanto realizza Gesù ed è ugualmente il nostro, di noi che ascoltiamo questo Vangelo.
Ritorniamo all’episodio narrato da Matteo, Gesù ha appena ricevuto una notizia davvero brutta: suo cugino Giovanni il Battista è stato decapitato. Così Gesù si apparta, probabilmente addolorato, desidera stare un po’ solo. D’altronde a chi non capita, soprattutto in seguito a notizie di separazioni, della scomparsa di una persona cara, di voler stare solo! Quando abbiamo una ferita al cuore spesso cerchiamo la solitudine, magari per affidare la nostra tristezza a Dio Padre e cercare in Lui conforto. Ebbene Matteo ci dice che la folla, senza sapere esattamente da si è recato Gesù, lo segue. C’erano persone malate, che speravano in una guarigione, certamente qualcuno aveva bisogno di una parola di speranza. Così si incamminano a piedi e lo cercano. Trovatolo restano con Gesù, senza pensare al tempo che passa e al fatto che sono senza cibo. Vogliono stare con Gesù.
Non so a quanti di voi sia capitato di trovarsi in compagnia di un amico o un parente e non tener conto del tempo che trascorre. Magari iniziate un gioco oppure vi raccontate tutte la cose che vi son capitate, vi appassionate così tanto che dimenticate tutto perfino che è ora di cena! Quando vi capita!? Sicuramente quando state bene con quell’amico o quegli amici!
A tanti succede di trascorrere tantissimo tempo davanti alla TV o alla play o al PC. Sempre di più gli esperti rilevano che sono in aumento le persone che non riescono a vivere senza passare gran parte della loro giornata senza internet! Che differenza c’è, tra chi rimane da solo davanti ad uno schermo e chi invece va alla ricerca di un amico? L’amico o la mamma, un fratello, conosce in profondità il nostro cuore, sa accogliere le nostre gioie e custodire le confidenze. Il sollievo a volte viene dal semplice fatto di avere qualcuno con cui parlare, dall’abbraccio che ci regala …
Dunque la buona notizia di questo brano del Vangelo è che Gesù è attento, ha compassione per chi lo cerca, in altre parole conosce la sofferenza, i desideri delle persone che corrono verso lui e non si stanca mai di ascoltare e venire incontro alle nostre necessità; nel suo cuore c’è spazio per tutti.
L’evangelista non manca di sottolineare il ruolo importante dei discepoli, sono proprio loro che avvisano Gesù e che procurano quei pochi pani e pesci. Riportano l’attenzione del Maestro su qualcosa che potremmo considerare meno importante, come la cena, mentre di certo la folla chiede guarigioni, discorsi. Eppure Gesù non si risparmia e dà un ulteriore segno della sua bontà.
Il miracolo che realizza è simile a ciò che fra qualche minuto si compirà sull’altare della nostra chiesa: la consacrazione eucaristica e la comunione che insieme faremo, richiamano molto i gesti di Gesù narrati nel brano odierno. Noi saremo come la folla che attende qualcosa da Lui e ci sazieremo della Sua presenza. E saremo un po’ anche come gli apostoli, che presentano al Maestro le esigenze di quanti lo seguono.
Se vogliamo, al termine della celebrazione possiamo prenderci qualche minuto di silenzio per stare da soli alla presenza di Gesù, portare nella preghiera quanti hanno bisogno di Lui e magari ci hanno chiesto di ricordarli durante la messa, cosicché giunga a tutti la consolazione della vicinanza di Dio.
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MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   Oggi a 10:01 am

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