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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 8 gennaio 2012   Lun Gen 02, 2012 2:03 pm

DOMENICA 8 GENNAIO 2012

BATTESIMO DEL SIGNORE


Il Vangelo di questa domenica ci fa fare un lungo salto nel tempo: solo venerdì scorso abbiamo osservato con emozione i Magi inginocchiati ad adorare il Bambino Gesù in braccio a sua madre, ed ecco che di colpo sono già trascorsi trent’anni!
Su tutto questo tempo, i Vangeli stendono un velo di silenzio, non raccontano praticamente nulla, a parte l’episodio di Gesù al Tempio di Gerusalemme, a 12 anni. Poi ancora silenzio e silenzio, fino a che non ritroviamo Gesù sulle rive del fiume Giordano, in mezzo alla gente che ascolta Giovanni Battista.
Questo ostinato silenzio dei Vangeli riguardo all’infanzia, all’adolescenza e alla prima giovinezza di Gesù, inizialmente mi dava un po’ fastidio: avrei voluto sapere tante cose, tanti particolari su Gesù, sulle sue prime parole, su quando ha cominciato a camminare, sui giochi che faceva da bambino, sugli amici che aveva, se era bravo a scuola… Invece nulla, solo silenzio.
Poi, però, pian piano ho cominciato a capire: se gli evangelisti non raccontano nulla, di quei trent’anni a Nazareth, non è perché vogliono fare i misteriosi, ma semplicemente perché non c’è nulla di speciale da raccontare!
Gesù, da bambino, da adolescente, da giovane, non era diverso da tutti i suoi coetanei! Non c’è nulla di straordinario da raccontare, tranne la quotidianità della vita, simile a quella di tutti, simile pure alla nostra.
Anche Gesù ha imparato a gattonare come tutti i bambini del mondo, prima di iniziare a camminare; anche lui ha messo i primi denti e poi ha cambiato i denti di latte, come tutti.
Quando è stato il momento, è andato a scuola, insieme agli altri ragazzini di Nazareth, ha fatto i compiti e ha giocato con gli amici. Ha dato una mano a Giuseppe nel lavoro di falegname ed è andato a prendere l’acqua dal pozzo per Maria, come tutti i suoi coetanei.
Penso sinceramente che abbia fatto anche le monellerie: non le disubbidienze, che vuol dire fare quello che i genitori hanno detto di non fare! No, non credo che Gesù sia mai stato disubbidiente. Però penso che sia stato un bambino vivace, come me, come voi, e ci sono monellerie che non nascono dalla voglia di disubbidire, ma dal desiderio di avventura, dalla voglia di scoprire che cosa siamo capaci di fare, dal gusto di metterci alla prova.
Perciò credo che anche lui, da ragazzino, si è sbucciato le ginocchia cadendo durante una corsa e si è scorticato le mani arrampicandosi sugli alberi.
Una vita così normale, così quotidiana, fino al punto che, dopo il Battesimo al Giordano, quando ha iniziato a predicare per le città e i villaggi, e la folla ha cominciato a chiamarlo “Rabbi, Maestro”, la gente di Nazareth, quelli ce erano stati i suoi vicini di casam lo prendeva in giro!
Non potevano credere che quell’uomo lì, proprio lui, che avevano visto crescere, potesse essere un Maestro e addirittura il Messia! Ridevano tra loro: “Seee, proprio il Messia!... Gesù, il figlio di Giuseppe?... ma se lo conosciamo fin da piccolo!...”.
Se qualcuno andava a chiedere informazioni su Gesù, lì a Nazareth, tra quelli che erano stati i suoi compagni di scuola, di sicuro si sentivano rispondere: “Lui il Messia? Gesù?... ma non ha mai avuto nulla di speciale! Era uno come tutti!”.
Eppure sono stati proprio quei trent’anni così normali, così comuni alla vita di tutti, a mettere le basi, le fondamenta, per quella che poi sarà la grande missione di Gesù, Maestro e Signore.
Quegli anni nascosti, banali, ritmati dai gesti quotidiani, sono stati l’allenamento per prepararsi agli anni della vita pubblica, della predicazione, dell’incontro con le folle, dei miracoli e dei prodigi.
In questa mattina di sole, in cui va sulla riva del Giordano, Gesù è ancora uno qualunque, fra la gente che accorre per ascoltare Giovanni Battista e per farsi battezzare: è uno dei tanti, un volto tra la folla.
Abbiamo già spiegato diverse volte il senso del Battesimo che la gente riceveva da Giovanni: era un gesto, un segno, per indicare il desiderio di cambiamento nella propria vita. Era un modo per far capire a tutti che si chiudeva la porta al passato, agli errori commessi, ai peccati compiuti, e si cominciava una vita nuova, diversa, pulita: tutta secondo il cuore di Dio.
Ora, sarete d’accordo con me sul fatto che Gesù non aveva peccati da lasciarsi alle spalle: tutta la sua vita era stata da sempre secondo il cuore di Dio Padre!
Ma anche Lui vuole vivere questo segno di cambiamento, vuole compiere questo gesto che indica il suo voltare pagina rispetto alla vita che ha vissuto fino a quel momento, per cominciare ad essere una persona pubblica.
Dopo il Battesimo, lascerà la casa di Maria e Giuseppe per cominciare ad annunciare dappertutto la Bella Notizia, per parlare a tutti dell’Amore di Dio e per rafforzare con i miracoli la verità del suo annuncio.
Quindi possiamo ben dire che la sua vita cambia completamente!
Ed è bellissimo che in questo momento di passaggio, di cambiamento, si rendano presenti anche lo Spirito Santo e Dio Padre: “uscendo dall’acqua, vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere sopra di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento”.
Lo Spirito prende forma di colomba per scendere sopra Gesù, come una carezza lieve, e la voce del Padre afferma con forza che Gesù è proprio suo Figlio, il Figlio che ama e che gli dà gioia!
Adesso Gesù può davvero iniziare la sua vita pubblica, può davvero cominciare la sua missione di annuncio del Vangelo, sapendo di non essere da solo in questo grande cambiamento della sua vita: lo Spirito Santo e Dio Padre sono insieme a lui.
Con questo segno grande, che dà inizio alla vita pubblica di Gesù, si conclude anche il Tempo liturgico di Natale.
Da domenica prossima riprendiamo le letture del Tempo Ordinario e anche la nostra vita, da domani, riprende i ritmi della quotidianità.
Dopo il giorni festivi del Natale, del Capodanno, dell’Epifania, dopo le vacanze, i regali, le serate speciali… ritorniamo alla vita di sempre. Magari lo facciamo un po’ a malincuore, con un po’ di fatica… Poca voglia di preparare ogni sera lo zaino con i libri per scuola… Poca voglia di fare i compiti ogni pomeriggio… Un po’ per tutti è così!
Eppure, anche per noi, questo è il tempo prezioso per prepararci a vivere tutte le grandi cose che riserva il futuro!
Chi sarete, cosa diventerete, crescendo? Da grandi, che cosa farete? Quale sarà il progetto di Dio che scoprirete per la vostra vita?
Ancora non lo sappiamo!
Fra di voi, magari, ci sono il bambino o la bambina che tra trent’anni sarà il Presidente della Repubblica… o magari c’è tra voi chi in futuro scoprirà qualche nuova medicina, per salvare la vita di tanta gente…
Forse, uno di voi, tra qualche anno, sarà la persona capace di costruire finalmente la pace tra i popoli… oppure c’è la futura scienziata che prenderà il premio Nobel per qualche importante invenzione…
Chissà! Nessuno di noi sa che cosa racchiude il futuro, nessuno può immaginare il sogno di Dio su ciascuno di noi!
Magari qui, ci sono oggi, missionari e missionarie che porteranno il Vangelo fino ai confini del mondo! E ci sono tra voi ragazzi e ragazze che un giorno saranno santi!
Ma se adesso chiedessimo a compagni e amici, tutti direbbero esattamente come di Gesù: “Chiiii?... Lui? Lei?...Ma non è niente di speciale! È uno come tanti!”.
Ma mentre siamo gente qualunque, mentre viviamo le cose normali, di tutti i giorni, sappiamo che questo è il tempo prezioso, il tempo nascosto e importante, in cui ci prepariamo per quello che saremo da grandi, da adulti.
Pensiamoci, in questa settimana, quando dobbiamo finire i compiti o andare in piscina… Pensiamoci quando dobbiamo rifare il letto o sparecchiare tavola… quando c’è da portar via la spazzatura o da rimettere in ordine i giochi sparsi in giro per casa… Se ci viene la voglia di sbuffare, pensiamo un momento che la vita di Gesù, a Nazareth, non è stata diversa dalla nostra. Ed è stata proprio la quotidianità, la normalità, che lo ha preparato a vivere fino in fondo il progetto d’Amore del Padre!
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VINCENZO

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MessaggioOggetto: domenica 15 gennaio 2012   Mar Gen 10, 2012 11:03 am

DOMENICA 15 GENNAIO 2012

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Eccoci tornati al tempo ordinario, dopo il lungo periodo di Avvento e di Natale. La liturgia di oggi, in particolare la prima lettura ed il Vangelo, indica che per conoscere Dio abbiamo bisogno di una guida, di un aiuto. Samuele, protagonista della prima lettura, confonde la voce di Dio con quella di Eli, suo maestro, il quale poi lo aiuta a capire chi lo chiamava. I discepoli di Giovanni il Battista, riconoscono in Gesù il Messia atteso perché è il loro maestro che glielo indica.
Quanto è importante avere maestri come Giovanni ed Eli, che conoscono in profondità Dio e il suo modo di parlarci, di intervenire nella nostra storia! Come possiamo noi, che siamo ancora piccoli nella conoscenza di Dio, riconoscere un buon maestro? Chi può essere maestro? E se seguiamo un cattivo maestro cosa può succedere alla nostra fede?!
Intanto, la vera guida spirituale, cioè quella/e persona/e che ci accompagna/no lungo il cammino di crescita - come ad es. i catechisti, o gli insegnanti cristiani - non mette in primo piano se stesso, ma dà spazio all’unico maestro: Gesù!
Giovanni, infatti non ha paura di perdere i suoi discepoli, anzi lascia che seguano il Maestro più grande, e già prima, gridava a tutti di prepararsi alla sua venuta per farsi trovare pronti! Giovanni dedica tutta la sua vita all’annuncio della venuta del Messia.
Spesso si ascoltano storie di gruppi che hanno capi, guide molto forti e che sono molto gelose dei propri “discepoli”; questo avviene anche tra ragazzi.
Io personalmente, quando frequentavo le scuole medie, facevo parte di un gruppo e dunque uscivo sempre con loro, vestivo come sapevo che piaceva al più forte di noi, un ragazzo di nome Luca.
Era il capo del gruppo, e aveva anche delle “spie”; sì, dovevano avvertirlo in caso di tradimento. Ovviamente Luca era un po’ più grande di noi e proveniva da una famiglia benestante, ci invitava sempre a casa sua ed era bello quando stavamo tutti insieme. Se qualcuno aveva delle difficoltà o dei problemi con un compagno, Luca interveniva sempre in nostra difesa, ma guai ad allontanarsi dal suo “giro”. Io ho trovato tante difficoltà con lui e gli altri del gruppo nel momento in cui ho iniziato a frequentare Massimo, un ragazzo con il quale riuscivo a confrontarmi su tante cose. Cercavo di farli conoscere, di metterli in contatto, però senza successo. Dovetti scegliere tra lui e loro, e la cosa che non capivo era: perché un amico che mi aveva tanto aiutato non riusciva ad esser contento per me che avevo una amica così preziosa! Mi rivolsi al sacerdote con cui mi preparavo alla cresima, il quale mi ascoltò e comprese bene i miei sentimenti e mi disse: “Per capire come comportarti, ricorda bene chi è un amico e pensa al nostro più grande amico: Gesù! Lui ci lascia liberi, vuole il nostro bene e seppure ci allontaniamo Lui ci aspetta e si fida di noi!”.
Spinta dalle parole del parroco andai a parlare con Luca convinto che avrebbe capito; gli spiegai le mie difficoltà e che non volevo rinunciare alla sua amicizia, solo avere amici nuovi e magari farglieli conoscere. Finito il mio discorso, avvertivo una sensazione di leggerezza, come si dice “avevo vuotato il sacco”. Luca non capì subito, si era offeso e per un po’ a stento mi salutava, allora insistetti finché accettò di uscire con noi. La nostra amicizia era salva e noi più felici.
Il parroco seppe come erano andate le cose e gioì con noi. Ecco, penso che in questa circostanza il suo aiuto sia stato determinante ed è stato proprio l’avermi ricordato come Gesù ci è amico che mi ha convinta a non arrendermi al primo tentativo.
Le vere guide sono preziose perché ci conducono a Gesù, richiamano alla nostra mente la Parola di Dio e non le loro, gli insegnamenti di Gesù e non quelli presi da internet, ascoltano e comprendono senza imporre la loro idea, agiscono per il nostro bene, senza cercare un tornaconto.
Se vogliamo in questa settimana possiamo ringraziare Gesù per tutte le persone che ci aiutano a conoscerlo e seguirlo e pregare per loro.
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MessaggioOggetto: domenica 22 gennaio 2012   Mar Gen 17, 2012 9:41 am

DOMENICA 22 GENNAIO 2012

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Quando ero piccolo e frequentavo le scuole elementari, ero un bambino piuttosto timido. Un giorno la maestra, entrando in classe, mi chiamò e mi chiese di aiutarla per una cosa importante. Io diventai rosso, feci un sorriso e tutto contento mi alzai per fare quello che mi chiedeva! La sua chiamata mi aveva reso davvero felice, mi aveva fatto sentire importante, utile.
“Ha chiamato proprio me!”, ho detto alla mamma quando è venuta a prendermi a scuola. La maestra aveva avuto bisogno proprio di me e non dei miei compagni più bravi, più simpatici, più sicuri, proprio di me.
Le letture di questa domenica mi hanno fatto venire in mente questo episodio. Infatti, soprattutto il brano del vangelo, mostra che Dio ha bisogno di noi per realizzare il suo regno, cioè il suo progetto di amore.
Avete inteso bene? Lui si trova lungo il litorale del lago di Tiberiade e vede dei pescatori che stanno facendo il loro lavoro: sono appena rientrati dalla pesca, hanno lavato le reti e ora le stanno piegando e mettendo in ordine pronte per la prossima uscita in mare.
La chiamata di Gesù lì raggiunge lì sul posto di lavoro. Questo ci fa capire che il Signore può chiamarci ovunque, da quando lui ha abitato la terra, ogni luogo è “sacro”, cioè degno perché si compia e si realizzi la sua chiamata.
Gesù li chiama, li chiama ad essere pescatori di uomini e proprio il loro mestiere di pescatori li aiuterà a capire la nuova missione.
Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni andando dietro a Gesù sono “pescatori di uomini” cioè sono chiamati a conquistare a Dio uomini e donne liberandoli dal male, facendoli uscire dal “mare” della superficialità, della banalità, delle preoccupazioni per farli entrare nel Regno di Dio.
Certo che Gesù è proprio originale… poteva scegliersi persone migliori per questo servizio! Poteva scegliere persone dotte e ricche, invece sceglie quattro pescatori! A quel tempo, il mestiere del pescatore era considerato un mestiere per gente rude, e poi erano della Galilea… gente di poca reputazione. Gesù, chiamandoli, offre loro un progetto di vita straordinario.
Cosa devono fare questi quattro pescatori?
Devono gridare a tutti quelli che incontrano che il “tempo è compiuto” , che è arrivato, che si sta realizzando: devono gridare a tutti che la salvezza, in Gesù, ha raggiunto la sua pienezza. Loro diventano come dei testimoni, una specie di “cartelli stradali” che indicano chiariscono la strada.
Loro ti indicano sempre il centro che è Gesù.
L’altra cosa che devono proclamare a tutti è: “Il Regno di Dio è vicino”.
Dicono a tutti: Non vi scoraggiate perché Dio nella storia ha un progetto magnifico, un progetto di pace, di armonia, di bellezza, di fraternità, di amore, e questo progetto nella Bibbia viene chiamato “Regno di Dio”. È un come un bel “sogno”, un sogno vicino che chiede l’impegno di tutti, proprio tutti.
E in che cosa consiste l’impegno?
Il Vangelo lo dice attraverso due parole: “CONVERTITEVI” e CREDETE AL VANGELO”.
“Convertirsi” vuol dire cambiare direzione, vuol dire impegnarsi a vivere come Lui. Se il cartello-testimone mi indica che il Regno di Dio è regno di pace, di giustizia, di amore, di fraternità, io non posso entrarci se sono sempre in lite, se compio ingiustizie, se non sono amico di tutti.
Gesù insegna l’amore a Dio e ai fratelli.
Dio fa la sua parte. Ma vuole avere bisogno di noi. A Lui piace costruire le cose belle insieme, perché quando una cosa si costruisce insieme diventa più importante.
Quando un gioco, una cosa a cui tieni molto la comperi con i tuoi piccoli risparmi, ci stai più attento, la curi di più perché sai quanto hai dovuto impegnarti per possederla!
La stessa cosa è con il dono del Regno di Dio. È un dono che c’è perché Gesù lo ha realizzato con la sua vita, ma è come un piccolo seme che deve crescere e svilupparsi: per questo ha bisogno del mio, del tuo, del nostro impegno fatto di cambiamento, fatto di amore, di fede, di fiducia nella sua Parola.
Durante la celebrazione pronunciamo tante volte la parolina “Amen”. È una parola ebraica, piccola, ma che significa molto. Ogni volta che la pronunciamo è come se dicessimo: “Mi fido di Te, Signore, al punto tale che voglio costruire la mia vita su di te che sei la Parola che salva”.
Il Signore chiama continuamente, perché crede davvero in noi, si fida di noi. Ascoltiamolo! La sua chiamata è un grande dono di gioia, e chiede una risposta altrettanto gioiosa.
Diciamogli: Se tu credi in me, Signore, anch’io voglio credere in te, e voglio dire come il giovane Samuele: “Parla, Signore, che il tuo servo ti ascolta”. Aiutami a seguirti senza paura e a darti subito, come i primi discepoli, il mio cuore.
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MessaggioOggetto: domenica 29 gennaio 2012   Mer Gen 25, 2012 10:01 am

DOMENICA 29 GENNAIO 2012

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Chi di voi ha il cellulare? Voglio farvi una proposta: memorizzate questo SMS che Gesù continua a mandarci senza stancarsi mai!
“Amatevi come io ho amato voi”.
Potrebbe essere un aiuto per ricordarci e per vivere queste Parole di Dio! Sono certa, però, che avete già capito anche voi che c’è un posto molto più importante in cui Gesù vi chiede di memorizzare questo messaggio… il vostro cuore.
Cari bambini, fate come ci insegna il nostro Maestro! Gesù ama sempre tutti in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo: mentre pregano nella sinagoga, come ci racconta oggi il vangelo, ma anche in casa, o nel posto di lavoro, o lungo la strada…
“Colorate il mondo”, anche voi come Gesù, di amore, di giustizia, di perdono, di aiuto a chi è nel bisogno e cancellate, con la vostra testimonianza cristiana, quel triste colore grigio che a volte vedete attorno a voi!
Oggi voglio fare la riflessione sul vangelo con meno parole del solito (che a volte rischiano di essere noiose…) e con l’aiuto di due storie. So che a voi bambini piacciono tanto! Piacciono tanto anche a me anche se sono grande!!!
Le storie, se ascoltate bene, ci insegnano tante cose e spesso ci fanno capire anche ciò che i discorsi non riescono a spiegare.
A proposito di “colorare il mondo”, questa storia si intitola:
I GESSETTI COLORATI
Nessuno sapeva quando quell’uomo fosse arrivato in città. Sembrava sempre stato là, sul marciapiede della via più affollata, quella dei negozi, dei ristoranti, dei cinema eleganti, del passeggio serale, degli incontri degli innamorati.
Ginocchioni per terra, con dei gessetti colorati, dipingeva angeli e paesaggi meravigliosi pieni di sole, bambini felici, fiori che sbocciavano e sogni di libertà.
Da tanto tempo la gente si era abituata all’uomo. Qualcuno gettava una moneta sul disegno. Qualche volta si fermavano e si parlavano. Gli parlavano delle loro preoccupazioni, delle loro speranze, gli parlavano dei loro bambini: del più piccolo che voleva ancora dormire nel lettone o del più grande che non sapeva che facoltà universitaria scegliere…
L’uomo accoglieva tutti e condivideva gioie e dolori… Ascoltava molto, parlava poco.
Un giorno l’uomo cominciò a raccogliere le sue cose per andarsene.
Si riunirono tutti intorno a lui e lo guardavano. Lo guardavano e aspettavano.
“Lasciaci qualcosa. Per ricordare…”.
L’uomo mostrava le sue mani vuote: che cosa poteva donare?
Ma la gente lo circondava e aspettava.
Allora l’uomo estrasse dallo zainetto i suoi gessetti di tutti i colori, quelli che gli erano serviti per dipingere angeli, fiori, sogni, e li distribuì alla gente.
Un pezzo di gessetto colorato a ciascuno poi, senza dire una parola, se ne andò.
Che cosa fece la gente dei gessetti colorati?
Qualcuno lo incorniciò, qualcuno lo portò al museo civico di arte moderna, qualcuno lo mise in un cassetto, la maggior parte se ne dimenticò.

Ora vi faccio questa domanda: è venuto il Figlio di Dio ed ha lasciato anche a voi la possibilità di colorare il mondo di amore. Che cosa ne fate dei vostri gessetti?
Marco, oggi, ci racconta che Gesù, un sabato, entra nella sinagoga di Cafarnao. Il sabato, per gli ebrei, è il giorno di riposo per eccellenza, il giorno in cui non si deve svolgere nessun tipo di lavoro perché è dedicato al Signore. Gesù, ora che è adulto, entra nella sinagoga non più per ascoltare ma per insegnare, e tutti capiscono che in lui c’è qualcosa di diverso dagli altri maestri, in lui c’è una potenza che deriva da Dio, c’è un modo di agire che cambia le cose in bene, che dipinge di amore tutto ciò che è attorno a lui. Proprio come se avesse tanti gessetti colorati…
“Insegna come uno che ha autorità” non nel senso di comando, di potere sugli altri… Cosa significa allora la parola “autorità” riferita a Gesù? Significa che quello che dice corrisponde alla verità, significa che le sue parole incarnano la sua vita: Gesù insegna la bontà ma, prima di spiegarla, la vive. Proprio per questo ci sono tanti che lo ascoltano e gli credono.
La sua autorità deriva dunque dalla sua vita vissuta con amore.
Prova di ciò, in questo brano del vangelo, è che nella sinagoga c’era un uomo che dentro di sé aveva un qualcosa di cattivo che lo faceva stare molto male. Forse nel suo cuore aveva un vuoto che, invece di riempire con l’amore, aveva riempito con il male… O forse questo “qualcosa di cattivo” che aveva dentro non derivava nemmeno da un suo comportamento di vita negativo… noi non lo sappiamo.
Quello che è certo è che Gesù vede la sofferenza di quell’uomo e, con la sua sola Parola, compie il miracolo e lo libera dalla schiavitù del male, lo fa ritornare una persona buona e desiderosa di bene. Gesù ha compassione di lui.
Sempre Gesù ha compassione di ogni povero, di ogni malato, di ogni peccatore!
Siate certi, bambini, che niente è più forte del Suo amore; non c’è nessuna nostra paura, tristezza, delusione, pensiero cattivo, incomprensione o difficoltà che l’amore di Dio non possa guarire e perdonare, perché Lui vuole colorare la nostra vita di gioia.
Ogni riga del vangelo ci conferma quanto grande è il bene che ci vuole! Ma ogni riga del vangelo invita anche noi a comportarci come Lui…
Ci impegniamo a fare il bene? O pensiamo che sia sufficiente non fare il male?
Non basta non fare niente di male… e non è sufficiente nemmeno non fare niente!
Il Signore ci chiede di fare molto, ed ha un grande progetto per ciascuno di noi: ci chiede di diventare “altri Gesù”. Solo così potremo essere per sempre felici, in questa vita e nella vita eterna.
A questo proposito concludo con l’altra storia che si intitola:
L’ULTIMO POSTO
Ormai l’inferno era al completo e, fuori dalla porta, una lunga fila di persone attendeva ancora di entrare. Il responsabile del posto, un diavoletto, fu costretto a bloccare tutti all’’ingresso.
“È rimasto un solo posto libero e, logicamente, deve toccare al più grosso dei peccatori. C’è qualche pluriomicida fra voi?” disse.
Per trovare il peggiore di tutti cominciò ad esaminare i peccatori in coda. Dopo un po’ ne vide uno di cui non si era accorto prima.
“Che cosa hai fatto tu?” gli chiese.
“Niente. Io sono un uomo buono e sono qui solo per un equivoco”.
“Hai fatto certamente qualcosa” disse il diavoletto, “tutti fanno qualcosa!”.
“Ah, lo so bene” disse l’uomo convinto “ma io mi sono sempre tenuto alla larga. Ho visto come gli uomini facevano del male ad altri uomini, ma non ho mai partecipato a quelle brutte azioni. Lasciano morire di fame i bambini e li vendono come schiavi; emarginano i deboli e li trattano malissimo. Non fanno che escogitare imbrogli per ingannarsi a vicenda. Solamente io ho resistito alla tentazione e non ho mai fatto niente di tutto questo! Mai”.
“Assolutamente niente?” chiese il diavoletto incredulo. “E sei sicuro di avere visto tutto?”.
“Certo, con i miei occhi!” disse l’uomo.
“E non hai fatto niente?” ripeté il diavoletto.
“No!” rispose l’uomo.
Allora il diavoletto disse: “Entra, amico mio. Il posto è tuo”.
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MessaggioOggetto: domenica 5 febbraio 2012   Mar Gen 31, 2012 11:06 am

DOMENICA 5 FEBBRAIO 2012

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il brano del Vangelo di oggi è costituito solo da dieci versetti, ma è così ricco di gesti e particolari che non so se riusciremo a coglierli tutti! Intanto, proviamo almeno a ripercorrere insieme che cosa ci racconta l’evangelista Marco.
Siamo a Cafarnao, una cittadina di pescatori: Gesù e i primi quattro apostoli sono appena usciti dalla sinagoga e vanno insieme verso la casa di Simon Pietro e di suo fratello Andrea. Purtroppo, quando arrivano, scoprono che la suocera di Pietro è ammalata: è a letto ed ha la febbre alta.
Gesù allora si avvicina, la prende per mano e l’aiuta a mettersi in piedi: subito la donna sorride, le passa la febbre, si sente di nuovo in forma e si affaccenda per preparare un buon pranzetto agli ospiti appena arrivati. Un lieto fine, quindi: la suocera di Simone sta di nuovo bene e tutta la famiglia può tributare la degna accoglienza che questo irruente apostolo voleva offrire al suo Maestro.
Si sa, però, come vanno certe cose: la notizia di questa rapidissima guarigione fa il giro della cittadina, vola di bocca in bocca, ognuno la racconta e la commenta a modo suo...
Non vi sembra quasi di riuscire a sentire le voci della gente di Cafarnao?
“A casa di Simone c’è un Rabbi, uno giovane... Vero, è giovane, non lo conosce quasi nessuno... Però ha guarito la suocera di Simone... Sì, l’ho sentito anch’io: l’ha solo presa per mano e subito le è passata la febbre!... Chissà se potrebbe guarire anche mio figlio? Voglio andare a vedere!... Aspettami, aspettami, voglio venire con te!... Ed io voglio portare mia sorella, che soffre tanto, poverina e da tanti mesi! Vado a chiamarla!... Ehi, dobbiamo dirlo a Davide! Suo cognato ha quella piaga orribile alla gamba: magari questo Rabbi può risanarlo... Chissà, magari! Andiamo a vedere cosa succede!... Come hai detto che si chiama questo guaritore?... Non è un guaritore, è un Rabbi, viene da Nazareth, ma il nome non me lo ricordo... Gesù, me lo ricordo io, si chiama Gesù!... Sì, è vero, si chiama Gesù, ma andiamo adesso: stiamo rimanendo indietro!...”.
Insomma, per farla breve, al tramonto del sole, c’è una folla di gente davanti alla casetta di Simon Pietro: tanti ammalati pieni di speranza, e con loro tutti i parenti e gli amici che li hanno accompagnati; senza dimenticare i curiosi, quelli che vogliono vedere, quelli che non ci credono, quelli che stanno lì a criticare e commentare, e non si spostano di un passo.
La fiducia di chi è arrivato portando la sua sofferenza, non viene delusa: tutti tornano a casa guariti e il silenzio scende solo a notte fonda, quando anche gli ultimi curiosi si sono allontanati.
A Cafarnao finalmente tutto è tranquillo e anche in casa di Simon Pietro la famiglia e gli ospiti vanno a dormire.
Il mattino seguente, il padrone di casa si alza presto, per accendere il fuoco, così che sia tutto pronto per quando gli altri ospiti si affacceranno per la colazione. Ma quando si sveglia, Pietro scopre che il Rabbi non c’è: Gesù deve essere uscito quand’era ancora buio, senza che gli altri se ne accorgessero.
Subito Pietro sveglia il fratello e gli amici e i quattro escono per andare a cercare il loro Maestro. Però, fuori dalla porta di casa, trovano già un primo gruppetto di persone, in attesa di poter incontrare il Rabbi di Nazareth: sono arrivati dalla campagna; solo ieri sera tardi hanno saputo di tutte le guarigioni avvenute e si sono messi in marcia per arrivare per primi. La notizia si è sparsa ovunque e tanti altri si stanno dirigendo verso quella casa, sempre con il desiderio di essere guariti.
Grazie alle indicazioni di alcuni anziani pescatori che lo hanno visto passare, i quattro apostoli seguono le tracce di Gesù ed escono dalla città, vanno verso i campi incolti, usati come pascoli, e ritrovano il loro Maestro in un luogo solitario, all’ombra di un fico, assorto in preghiera.
I discepoli sono stupiti: ma come, ora che il nome del Rabbi di Nazareth comincia ad essere conosciuto, ora che tanti lo cercano, lui se ne va da solo, in un posto lontano da tutti?!
Glielo dicono chiaramente: “Tutti ti cercano, cosa fai qui da solo?”.
La risposta di Gesù li lascia piuttosto sorpresi: “Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!”.
Forse non sono solo i quattro apostoli ad essere stupiti da questa risposta del Maestro e Signore, forse anche noi non riusciamo a capire il perché di una scelta così strana: tutti lo cercano e lui non vuole farsi trovare, vuole andare via, vuole andare a cercare ed incontrare altre persone, vuole raggiungere chi ancora non sa niente di lui.
Strano, strano davvero!
Ci ho pensato, sapete?, e credo che ci siano almeno due motivi per cui il Maestro Gesù decide di andare via da Cafarnao.
Prima di tutto, credo che sia perché, ciò che gli sta più a cuore, non sono le guarigioni o i miracoli, ma è spinto con urgenza dal desiderio che tutti scoprano l’amore di Dio attraverso la Bella Notizia che va annunciando.
Dopo quella serata tra gli ammalati di Cafarnao, il nostro Maestro comincia a capire che i miracoli possono essere una distrazione per le persone, rischiano di distogliere l’attenzione delle folle da quello che è veramente importante.
Se Gesù guarisce, è perché i miracoli sono un segno che dà conferma alle sue parole, come una garanzia che quel giovane Rabbi non pronuncia solo bei discorsi, ma ha in sé la forza dello Spirito che gli permette di operare guarigioni.
I miracoli non sono essenziali: Gesù non si è incarnato per guarire, ma per annunciare l’amore di Dio. Lui non è un medico o un mago: è il Figlio di Dio ed è venuto tra noi per condurci al Padre, non per aprire una clinica dove curare gli ammalati. Quindi non vuole che le persone siano attirate solo dai segni prodigiosi, dimenticando o addirittura non ascoltando le sue parole!
I miracoli potrebbero non verificarsi affatto, ma il suo annuncio di salvezza non cambierebbe. La gente che ha guarito la sera prima a Cafarnao non è di colpo diventata invulnerabile: tornerà, nel tempo, ad ammalarsi, a soffrire, a invecchiare... quello che invece non cambia mai e dura per sempre è l’Amore di Dio.
Questo e solo questo sta a cuore a Gesù, perciò si allontana da chi si sta entusiasmando un po’ troppo di fronte ai miracoli.
Riflettendo, credo di aver trovato anche un altro motivo che spinge il Maestro e Signore ad andare via da Cafarnao: desidera che il suo messaggio non si fermi in quella bella cittadina, vuole che siano raggiunti tutti, proprio tutti, dal suo annuncio di salvezza e di amore, perciò non può rimanere troppo a lungo in uno stesso piccolo villaggio di pescatori!
Questo lo dice chiaramente l’evangelista Marco, concludendo il suo racconto: “E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe” e sappiamo che ben presto non si fermerà alle sole sinagoghe, ma andrà a parlare per le strade, nelle piazze, sulle rive del mare, da sopra una barca, in cima ad una montagna, nelle case dei pubblicani, fino al Tempio di Gerusalemme. Lo spinge l’urgenza di portare a tutti la notizia più grande e più bella di ogni tempo: Dio ci ama!
Perciò, spinto da tutti questi motivi, lascia Cafarnao e continua la sua missione in compagnia dei primi apostoli.
Mi piace tanto quando una pagina di Vangelo mi aiuta a capire meglio i comportamenti di Gesù, mi aiuta a comprendere fino in fondo le sue scelte: non abbiamo molti altri modi per accrescere la nostra amicizia con Lui! Possiamo solo amare e vivere come Lui ci ha insegnato e poi assaporare pian piano il Vangelo, in modo da scoprire ogni dettaglio sul nostro caro Maestro e Signore.
Ed in questo Vangelo c’è un altro particolare che mi sembra stupendo e che non mi stanco di rileggere: Gesù che si alza presto al mattino e se ne va in un luogo solitario, lontano dalla gente, per pregare un po’.
Tante volte mi capita di sentire persone che dicono: “Ho troppo da fare, non ho tempo per pregare!”.
E allora penso a Gesù, che pure è il Figlio di Dio, ma che non può far a meno di pregare, che sente il bisogno urgente di pregare, per poter riuscire a vivere la sua missione, e guarire la gente e dare ascolto alle folle.
Come siamo presuntuosi, non vi pare?, pensando di potercela fare senza preghiera!
Quando leggo episodi come questo, mi viene sempre voglia di essere lì pure io: di avvicinarmi senza fare rumore, di andare sotto il fico ed inginocchiarmi accanto a Lui, per restare in silenzio, a lasciarmi cullare dalla sua preghiera, a sentirmi immersa nel suo amore per il Padre.
Non piacerebbe anche a voi? Allora, in questa settimana, prima di addormentarci, dopo aver detto le nostre preghiere, chiudiamo gli occhi e proviamo ad immaginare di essere lì, con il Maestro Gesù, sotto il fico: affidiamo alla sua preghiera tutte le preghiere che non sappiamo dire, tutte le parole che non sappiamo pronunciare e addormentiamoci nel respiro della Sua preghiera.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 FEBBRAIO 2012   Mar Feb 07, 2012 11:16 am

DOMENICA 12 FEBBRAIO 2012

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Grazie alla liturgia, continuiamo a seguire il viaggio che Gesù ha compiuto in Galilea e in tutta la Palestina. Il nostro “navigatore”, lo sappiamo, quest’anno è Marco, e lui nel suo racconto parla, sebbene in modo sintetico, di tanti segni prodigiosi avvenuti ad opera di Gesù. Eventi miracolosi che lo rendono famoso, potremmo dire a tal punto che deve allontanarsi, rifugiarsi in luoghi deserti! Gesù in questo brano del Vangelo viene dipinto compassionevole, ma anche severo (ammonisce severamente il lebbroso). Sembrano due espressioni che insieme non possono stare, specie se sono rivolte alla stessa persona! Infatti una persona che si mostra compassionevole è colui/colei che comprende fino in fondo il nostro malessere o sofferenza, mentre la severità ha più a che fare con le regole, perciò in genere le persone severe sono coloro che amano far rispettare la legge!
Come mai Gesù non vuole che si sappia in giro che può guarire, e far vivere meglio chi lo incontra? Come mai proprio Lui che aveva compreso ed assecondato il lebbroso nella sua richiesta, si mostra così severo? Forse non voleva si sapesse in giro chi fosse? Oppure che poteva guarire? Allora, quale volto Gesù vuole mostrarci in questo episodio?
Oggi i medici bravi a cui magari riescono operazioni importanti, delicate, fanno a gara nel farsi pubblicità! E chiunque ha un malanno è disposto ad attraversare l’Italia e non solo per farsi visitare da quel medico. Ad esempio mio cugino che da piccolo non vedeva tanto bene e rischiava di perdere la vista, ha girato tutta Italia ed è andato fino in Russia perché i genitori avevano saputo di una cura sperimentale! I miei zii infatti erano preoccupatissimi e dunque disposti a tutto pur di aiutarlo a star bene. Mio cugino mi raccontava che questi dottori avevano studi bellissimi, quando parlavano o lo visitavano avevano sempre un’aria seria. Lui non capiva quasi niente, ed era terrorizzato sia prima di partire che dopo. Quando hanno trovato la cura per lui, i miei zii contenti lo dicevano a tutti, consigliavano di andare da quel medico così bravo. So anche, che gli hanno regalato cose preziose in segno di riconoscimento. E Gesù, invece?! Evidentemente non amava la pubblicità! O forse non quel tipo! Insomma non vuol passare semplicemente per un guaritore prodigioso! Inoltre chiede al lebbroso di andare a presentarsi al sacerdote! Come? Dalla concorrenza addirittura!?
E no, i fratelli ebrei - non dimentichiamo che Gesù era ebreo! - non sono nemici, bensì coloro che hanno per primi conosciuto e creduto in Dio Padre, e dunque inviare il lebbroso dal sacerdote era per Gesù un segno che rispettava le indicazioni della legge ebraica. In più il lebbroso avrebbe avuto la benedizione da parte dei sacerdoti e quindi di Dio che già lo aveva purificato.
Le cose, lo sappiamo non son andate così: troppo contento della nuova vita che gli si prospettava innanzi, comincia a dirlo a tutti. Gesù diventa ancora più conosciuto in Galilea.
Perché, possiamo chiederci, Gesù compie miracoli? Sono un segno della divinità cioè del suo rapporto con Dio, Lui stesso è Dio e contemporaneamente uomo! Dunque i miracoli sono gesti che ci aiutano a rapportarci a Dio e a Gesù come Colui che ci ha dato la vita e non esita a rinnovarla, quindi sono segni della potenza divina.
Gesù però, non vuole essere solo un medico per il lebbroso come per noi, vuole entrare in relazione con noi, desidera partecipare alla nostra vita ed essere nostro compagno d’avventure. Il dottore invece viene ricordato solo in caso di malattia poi è facile dimenticarlo, in genere non si diventa amici del proprio medico!
Durante la settimana possiamo fermarci a riflettere proprio su come parliamo, siamo in relazione con Gesù e ringraziarlo per essere parte della nostra quotidianità.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 19 FEBBRAIO 2012   Mar Feb 14, 2012 12:47 pm

DOMENICA 19 FEBBRAIO 2012

VII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi la liturgia ci parla di peccato. Nella prima lettura Dio, attraverso il profeta Isaia, dice al suo popolo: “Io cancello il tuo peccato, non me lo ricordo più” e, nel Vangelo, Gesù guarisce un paralitico dicendo: “Ti sono perdonati i peccati”.
Ma che cos’è il peccato?
Per capire questo, voglio raccontarvi ciò che è accaduto ad un ricercatore che si è messo a guardare al microscopio i cristalli di una goccia di acqua congelata. Erano davvero belli! Mentre faceva questa “ricerca” aveva la radio accesa. Trasmettevano una musica melodiosa ed i cristalli continuavano ad essere belli, armoniosi, eleganti. Ha poi pensato di fare un altro esperimento. Ha spento la radio e, al posto della musica, ha prodotto rumori assordanti, un grande baccano. Ha incominciato a gridare, a dire parole cattive e, guardando al microscopio, si è accorto che i cristalli cambiavano forma, si spezzavano, si modificavano, insomma cambiavano d’aspetto.
La goccia esternamente rimaneva uguale, ma dentro era ferita, modificata, spezzata, aveva perso il suo splendore.
Ecco il peccato: apparentemente non ci cambia, ma in effetti ci ferisce, ci rende meno “belli”. Forse nessuno se ne accorge guardando l’aspetto esteriore, però dentro lascia un segno: limita, rendendo più difficile la ricerca del bene, del bello, della gioia, della verità.
Già da alcune domeniche il Vangelo ci presenta Gesù impegnato tra la gente ad annunciare la Parola e a sanare gli ammalati. Egli si fa vicino a tutti. A tutti tende la sua mano, dona una nuova possibilità di vita. La gente lo sa e per questo, ogni volta che Gesù arriva in un villaggio o in una cittadina, accorre da lui per ascoltarlo e porta anche gli ammalati perché li guarisca.
Il Vangelo di oggi mostra Gesù a Cafarnao. È un'antica città della Galilea situata sulle rive nord-occidentali del lago di Tiberiade, e Gesù abita in questa cittadina dopo aver lasciato Nazareth. È tornato dopo giorni di cammino attraverso i villaggi della Palestina. È a casa. La notizia si diffonde e subito la gente arriva. Pensate… questa volta sono venuti anche degli studiosi della legge ebraica proprio per ascoltare Gesù!
La casa è stracolma. Tutti sono attenti. Ma, ad un certo punto, succede una cosa strana: il tetto della casa viene scoperchiato.
Un bel coraggio, direte voi, scoperchiare il tetto!
A quel tempo le case della Palestina avevano i tetti fatti di canne, rami, fieno e travi. Questa copertura veniva poi resa impermeabile con uno strato di argilla.
Perciò, scoperchiare un tetto, a quel tempo, era quasi un gioco da ragazzi.
Comunque è un gesto insolito ed estremo compiuto da quattro amici dell’uomo paralizzato: non potendo entrare dalla porta, usano questo stratagemma.
Il gesto di queste quattro persone esprime due cose importanti. La prima: sono davvero molto amici del malato. Senza di loro il paralitico non avrebbe mai potuto raggiungere Gesù.
La seconda cosa importante è che questi quattro uomini mostrano una grande fede, una grande fiducia nel Maestro. Sono certi che Gesù guarirà il loro amico.
Gesù, colpito dalla loro fede, dice al malato: “Figlio, ti sono perdonati i peccati”. Queste parole di salvezza fanno indignare gli scribi. Essi sono studiosi della legge, conoscono bene ogni dettaglio e sanno che solo Dio può perdonare i peccati. Per questo si scandalizzano e pensano che Gesù bestemmi!
Gesù, che conosce i loro pensieri, dice all’uomo paralizzato: “Prendi il tuo lettuccio e cammina”. Mostra così che il peccato è qualcosa che somiglia ad una malattia che paralizza, perché non fa camminare verso il bello, il bene, verso Dio.
L’uomo paralitico ha avuto bisogno degli amici per arrivare davanti a Gesù. La loro fede è diventata una bella opportunità per avere il dono del perdono e quindi della salvezza, della salute.
Il peccato paralizza, chiude, isola, toglie la luce.
Camminare da soli verso Gesù, a volte può essere difficile. Facciamoci aiutare e guidare in questo viaggio che ci porta a Lui! Possiamo chiedere al sacerdote, alla suora, alla catechista, ai genitori, a chi è adulto nella fede, cioè a chi si fida davvero di Gesù, di accompagnarci nel cammino!
Una volta incontrato Dio, cerchiamo di diventare strumenti e aiuti per avvicinare a Lui chi è lontano.
Buona domenica!
[b]
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MessaggioOggetto: domenica 26 febbraio 2012   Mar Feb 21, 2012 9:55 am

DOMENICA 26 FEBBRAIO 2012

I DOMENICA DI QUARESIMA


Sono certa che vi siete accorti che oggi si “respira” un colore diverso qui in Chiesa… il viola. Da qualche anno questo è un colore che ha “preso piede” nei guardaroba, è diventato di moda! Penso che tutti voi abbiate a casa una maglietta o una felpa o qualcos’altro di viola…
Beh, cosa dite del fatto che in Chiesa oggi c’è il viola? Pensate che vogliamo essere alla moda? Certamente no. Il colore viola è un colore che la Chiesa usa sempre nei tempi forti, importanti, grandi… tempi cioè che preparano ad eventi straordinari: per questo si chiamano “forti”! Anche voi usate spesso l’espressione “Che forte!”, è vero?
La Chiesa usa il viola per dirci che è iniziato il periodo “forte” in preparazione alla Pasqua: la Quaresima. La Quaresima ricorda i quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto dopo il suo Battesimo nel Giordano e prima del suo ministero pubblico. In questi quaranta giorni siamo costantemente invitati a convertirci a Dio.
“Ma noi crediamo in Dio!” direte voi! Sono certa di ciò, ma questo è un periodo in cui ci viene chiesto un impegno ancora più grande perché ci dobbiamo preparare per vivere in pienezza il mistero della morte e resurrezione di Gesù, evento fondamentale per tutti, a maggior ragione per noi che siamo amici suoi! In questo periodo ce la dobbiamo mettere proprio tutta per vivere bene, per incontrare, per conoscere ed amare sempre di più Gesù! Guardandovi, tutti dovrebbero dire: ”Caspita! Quel bambino vuole davvero bene a Gesù!”.
Certo che le tentazioni sono sempre in agguato… sono come un tarlo che cercano di rosicchiare il nostro cuore senza che noi ce ne accorgiamo! Anche Gesù nel deserto è stato tentato, ma lui non si è fatto certamente corrodere da questo tarlo!
Vediamo quali potrebbero essere alcune nostre tentazioni:
AVERE: è proprio di chi è egoista e vuole tutto per sé senza donare niente a nessuno.
POTERE: chi vuole solo comandare e non servire.
GODERE: chi pensa solo a divertirsi e non fa mai qualche piccolo sacrificio.
Ma lo sapete che per le tentazioni ci sono degli antidoti?
Proviamo a vedere quali sono:
LA PREGHIERA: il Vangelo di oggi ci racconta che Gesù passa quaranta giorni nel deserto per pregare, per stare col Padre. A voi non sono chiesti quaranta giorni, ci mancherebbe altro… però dieci minuti al giorno sono certa che li potreste fare. Non è troppo, ve lo assicuro. Gesù ha dato la vita per noi e noi non diamo dieci minuti a Lui? Quanto tempo dedicate per parlare con Gesù come si fa con un amico, per sentire quello che Lui vi dice, leggendo magari un pezzettino di Vangelo?
IL DIGIUNO: a cosa potreste rinunciare (non parlo solo di cibo…) affinché la vostra amicizia con Gesù diventi sempre più grande?
LA CARITÀ: fate dei gesti di solidarietà e di bontà nei confronti di chi ha bisogno?
Cosa dite di usare questi tre antidoti contro le tentazioni come impegno per la Quaresima?
“Il Regno di Dio è vicino”, ci dice oggi l’evangelista Marco, cioè il Regno di Dio è qui, e già da oggi tutti noi (anche voi anche se siete ancora piccoli) dobbiamo contribuire a costruire questo Regno dove non c’è nessun re con lo scettro, con la corona d’oro e brillanti… Questo è un regno in cui regna l’amore. Provate a pensare a come potrebbe essere un regno di questo genere…
Il Vangelo ci dà una “soffiata” per capire cosa dobbiamo fare per realizzarlo:“Convertitevi e credete al Vangelo”.
Sappiamo bene che convertirsi vuol dire “cambiare direzione”, cioè cambiare modo di pensare e di comportarci. Ad esempio, se siamo abituati a pensare a cose brutte, a litigare, a disobbedire, a non fare il nostro dovere… dobbiamo fare “dietro front” e abituarci a pensare a cose belle, a fare la pace, ad obbedire, a fare il nostro dovere...
Certo che è più comodo il primo modo di comportarci, ci viene più spontaneo, ma non è quello giusto per costruire il Regno di cui abbiamo parlato prima. Le scelte sbagliate ci portano sempre alla “non felicità”, ci portano fuori rotta, non ci portano al Paradiso.
A proposito del cambiare direzione, sentite questa storiella e state attenti alle conseguenze che possono portare la pigrizia, il non impegno, il non fare niente…
“Un uomo sedeva in uno scompartimento di un treno. Ad ogni stazione si alzava e guardava fuori del finestrino ansiosamente, poi si risedeva e sospirava dopo aver brontolato il nome della stazione. Dopo quattro o cinque stazioni, il vicino di posto gli chiese preoccupato: “C’è qualcosa che non va? Mi sembra così terribilmente agitato!”. L’uomo lo guardò e rispose: “Veramente avrei dovuto cambiare da un bel po’ di tempo. Sto andando nella direzione sbagliata. Ma sto così comodo e al caldo qui…”.
Anche noi a volte preferiamo stare comodi e al caldo, e così non facciamo niente per cambiare… Ma noi non dobbiamo essere come l’uomo del treno! Noi abbiamo il Signore che ci chiama quando abbiamo sbagliato direzione, che ci guida, che ci aiuta a convertirci! Lo fa attraverso la sua Parola e attraverso le persone che ci vogliono bene, i sacerdoti, le suore, i catechisti, i genitori… Ascoltateli sempre: sono la voce di Dio che vuole che prendiate il treno giusto per andare in Paradiso.
Ora vi voglio fare una proposta per una “Beauty Q”, cioè per una “Quaresima in bellezza”. Vi farò un elenco di prodotti che certamente usate per la vostra igiene personale e che, durante la Quaresima, voi dovrete usare anche per altre finalità.
Vi faccio un esempio: al bagnoschiuma che voi usate normalmente cambieremo nome e lo chiameremo “Soft-Soft”, e così ogni volta che lo userete voi sapete che dovrete… trattare tutti con tanta dolcezza!
Se seguirete le indicazioni che vi do, ogni prodotto di questi che ora vi elenco darà come frutto l’AMORE. Così la vostra Quaresima sarà davvero una… “BEAUTY Q”!!!
(P.S. Non fate i furbetti dicendo che voi non usate niente di ciò…. non ci credo!).
1. Bagnoschiuma “SOFT SOFT”: per trattare tutti con dolcezza.
2. Gel della CONVERSIONE: per “tirare su” tutti coloro che sono sfiniti dalla pigrizia.
3. DIGIUNUM parfum: per profumare di bontà e di semplicità.
4. Burro cacao “PAROLE DOLCI”: per eliminare critiche e parolacce.
5. “DOVE”… SI PARLA DI DIO: sapone di bellezza per rendere i cuori candidi e puri.
6. Crema di “CARITÀ”: per mani secche; ti aiuta ad usare le tue mani per aiutare tutti.
7. Dentifricio “SORRIDENT”: per rendere il mondo splendente di gioia.

BUONA QUARESIMA!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 4 MARZO 2012   Mer Feb 29, 2012 11:05 am

DOMENICA 4 MARZO 2012

II DOMENICA DI QUARESIMA


Il Vangelo di questa settimana ci porta in cima a un monte alto, in un luogo appartato, dove si verifica un evento specialissimo: la Trasfigurazione.
Chi di voi ha letto i libri, o ha visto i film, di Harry Potter, sa che alla scuola di Hogwarts la prof.ssa McGranitt insegna proprio Trasfigurazione, una materia magica che permette di imparare a trasformare gli oggetti, gli animali, e persino di modificare l’aspetto del proprio corpo.
Quel che riguarda Harry Potter è pura fantasia, naturalmente, ma spiega bene il significato della parola Trasfigurazione: cambiare d’aspetto, trasformarsi sotto gli occhi di qualcuno, senza usare nessun travestimento.
È proprio quanto avviene a Gesù, sotto gli occhi di Pietro, Giacomo e Giovanni: “In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche”.
Nella luce splendente che si sprigiona dal corpo trasfigurato di Gesù, i tre Apostoli presenti socchiudono gli occhi, quasi abbagliati. Quando li riaprono, vedono che il loro Rabbi non è più da solo: sono apparsi altri due personaggi, il profeta Elia e il patriarca Mosè. Parlano con Gesù, questi due grandi protagonisti della storia del popolo d’Israele; non sappiamo cosa gli dicano, ma parlano tranquillamente con lui, come se si conoscessero.
Pietro, Giacomo e Giovanni sono stupiti e anche un po’ impauriti: quasi non credono ai loro occhi e non riescono a capire cosa mai stia accadendo.
Secondo quanto racconta la Sacra Scrittura, sanno che Mosé è morto da tempo, nel deserto, prima di entrare nella Terra Promessa: allora è forse un fantasma quello che parla con il Maestro e Signore?
Del profeta Elia, vissuto tanto tanto tempo prima di loro, non si sa neppure come sia morto, perché i suoi discepoli l’hanno visto lasciare la terra a bordo di un carro infuocato che è salito verso il cielo... Come mai adesso lo vedono qui, di fronte a loro?
Poveri Apostoli! Sono confusi e spaventati, si stringono l’un l’altro e finalmente Pietro prende la parola: “Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia”.
Sembra quasi di sentirla, la voce tremante di Pietro che lancia quest’idea. Perchè fa una proposta del genere? Ci ho riflettuto su, e penso che voglia cercare di riportare queste visioni a qualcosa di concreto. Di certo si sentirà meglio, si sentirà più tranquillo, se può fare qualcosa di pratico, di utile, che lo metta in azione, invece di star lì, di fronte a delle misteriosi apparizioni.
Pietro ha appena lanciato la sua proposta, da uomo capace di organizzare tutto per il meglio, quando resta spiazzato: “Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!”.
Per Pietro e Giovanni è come fare un tuffo indietro nel tempo, a tre anni prima, al momento del Battesimo di Gesù, nel fiume Giordano. Pietro non era stato presente a quell’evento, ma Andrea, suo fratello, glielo aveva raccontato più e più volte, con ogni dettaglio, compreso il particolare della voce del Padre che si era fatta sentire proclamando: “Tu sei mio figlio prediletto”... Le stesse parole che sentono ora, avvolti da una nuvola che nasconde ogni cosa alla loro vista.
Quell’annuncio solenne pronunciato da Dio Padre, aveva dato inizio alla missione di Gesù: ed ora? Cosa vorrà significare lo stesso annuncio pronunciato oggi, sul monte?
I tre si guardano, ora che la nube si dirada: sono scomparsi Mosè ed Elia, è rimasto solo Gesù, lì con loro, non più splendente, ma con il suo aspetto di ogni giorno.
Pietro, Giacomo e Giovanni, ripensano a quanto ha detto il loro Maestro e Signore solo sei giorni prima, a Cesarea di Filippi: ha parlato di condanna, di morte e di risurrezione. Un discorso che non hanno capito fino in fondo, ma che li ha lasciati addolorati.
Lo stesso sta capitando adesso: non riescono a capire il significato di quello che hanno udito e visto, sembra loro di essere come in certi sogni, dove non si comprende con chiarezza cosa ci stia capitando...
In mezzo a questa confusione di pensieri e di emozioni, il loro Maestro Gesù, con naturalezza, li invita a scendere a valle con lui e, mentre si avviano, i tre apostoli sperano che finalmente il Rabbi spiegherà ogni cosa, chiarirà tutti i dubbi che hanno nel cuore e risponderà alle mille domande che non vedono l’ora di rivolgergli.
Invece: “Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti”.
Quest’ordine di Gesù li lascia ancora più perplessi: obbediscono, certo, promettendo di mantenere il segreto, di non raccontare nulla di ciò che hanno visto, poiché il Maestro vuole così. Ma cosa potrà mai significare la scadenza posta dal loro Rabbi?
Ha detto proprio di non raccontare nulla a nessuno “se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti”.
Cioè? Quale evento deve verificarsi, prima che possano riferire agli altri cosa hanno visto sul monte?
Proviamo a metterci nei loro panni: non potevano proprio immaginare cosa fosse la risurrezione di cui stava parlando il Signore Gesù!
Se vi dicessi: mantenete il segreto su quanto vi ho detto oggi, fino a quando il sole non diventerà blu, voi cosa pensereste? Che sto parlando di un avvenimento impossibile, di qualcosa che non accadrà mai. Che vi sto dicendo, in fin dei conti, di tenere il segreto per sempre.
Ma il tono di Gesù, mentre scendono dal monte, lascia intendere che dovranno custodire il segreto solo per un po’ di tempo e che presto arriverà il momento di parlarne a tutti. E quindi? Cosa sarà mai questa risurrezione dai morti?
Siamo sinceri: noi siamo più fortunati rispetto agli Apostoli, perché riusciamo a capire le parole di Gesù riguardo all’attesa della risurrezione e riusciamo anche a comprendere, molto meglio di loro, perché Dio Padre abbia voluto far vivere un momento così speciale al suo unico Figlio, subito prima dei giorni del dolore e della croce.
È stata come una carezza, per confermargli il suo Amore, così da sostenerlo nella sofferenza che lo aspettava. È stato un momento speciale di preparazione per poter affrontare i giorni della Passione. Un sorso di forza e di tenerezza, per riuscire ad amare fino a dare la vita. Dio Padre è così: non ci lascia soli di fronte alle difficoltà e, nella vita di ogni giorno, ci permette di fare il pieno di dolcezza, di tenerezza, di forza, per riuscire ad affrontare i momenti bui.
Eppure, non sempre ci accorgiamo di questo. Non so se a voi capita, ma parlando con tante persone, adulti come me o ragazzi come voi, mi sono resa conto che ci ricordiamo sempre con molta chiarezza delle sofferenze o anche solo delle difficoltà che ci ritroviamo a vivere; mentre le delicate attenzioni, le piccole carezze, le tante premure con cui il Padre Buono riempie la nostra vita, ci scivolano addosso, lasciandoci quasi indifferenti, come se le considerassimo ovvie, dovute.
Ci ricordiamo del mal di denti, di una sgridata, di un brutto voto, di una presa in giro... e ci dimentichiamo in fretta dei sorrisi, del raggio di sole che si è posato proprio sul nostro banco, del profumo del pranzo che arriva dalla cucina, delle mani gentili che controllano la temperatura della nostra fronte...
Gesù ha scelto ben tre testimoni per assistere a quella coccola speciale che Dio Padre ha voluto fargli il giorno della Trasfigurazione, perché potessero poi raccontarla al mondo. Perché, passati i fatti della Croce, non si fermassero a ricordare solo il dolore del venerdì santo, le cadute, i chiodi, il sangue... ma conservassero per sempre il ricordo di quella tenerezza, di quella delicata bontà, mostrata da Dio Padre.
In queste settimane di Quaresima, sono sicura che in tanti ci inviteranno a fare dei fioretti, a rinunciare a qualcosa, oppure ad offrire qualche piccolo sacrificio: sono tutti ottimi suggerimenti.
Ma affianco a questi passi, lungo il cammino verso la Pasqua, vorrei non dimenticassimo anche l’impegno stupendo della gratitudine attenta: viviamo le nostre giornate con cuore ed occhi aperti, per accorgerci di tutti i dettagli d’Amore con cui il Signore Dio riempie le nostre vite, così da cantargli senza fine il nostro grazie riconoscente.
Allora, veramente, arriveremo a celebrare la Pasqua, traboccanti di gioia!
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MessaggioOggetto: domenica 11 marzo 2012   Mar Mar 06, 2012 10:23 am

DOMENICA 11 MARZO 2012

III DOMENICA DI QUARESIMA


Siamo nel mezzo del cammino di Quaresima e la liturgia ci sorprende mostrandoci un Gesù che davvero non ci aspettavamo: arrabbiato! Infatti dopo aver meditato sulle tentazioni nel deserto e poi, domenica scorsa, sulla trasfigurazione di Gesù, e aver immaginato il suo volto splendente e glorioso, oggi la Sua immagine è davvero sorprendente.
Come mai Gesù ha questa reazione violenta? Cos’è che gli fa “perdere le staffe”? Che effetto ci fa “vederlo” così? Ci spaventa o siamo contenti che finalmente “mostra” il carattere?!
Intanto proviamo a fermarci sul significato che ha per noi la nostra casa o se è più facile la nostra stanza: come reagiamo se qualcuno entra e usa i libri come giochi e il computer come tavolo per appoggiare altre cose, insomma sposta tutto e soprattutto trasforma la cameretta in un parco giochi un po’ stravagante?! A me è successo un paio di volte con i miei cugini: capitava sempre la stessa cosa, venivano a casa e tutti felici li accoglievamo con grande gioia. Mamma cucinava i loro piatti preferiti e io e papà li portavamo un po’ in giro o li facevamo vedere i video delle vacanze estive! Dopo pranzo, perfettamente a loro agio scorazzavano per casa rovistando dappertutto senza che nessuno li fermasse. A quel punto sceglievano la camera che più li attraeva e si rinchiudevano lì per ore. Io ero felice perché erano i miei cugini, gli sono molto affezionato, ma quando scoprivo che prendevano i miei peluche e li aprivano per scoprire cosa ci fosse dentro o che avevano organizzato una caccia al tesoro e per far ciò, avevano scarabocchiato alcuni libri, allora gridavo più forte che potavo, piangevo così tanto che finivo le lacrime. Avevano rovinato la mia camera, che era come casa mia, dove amavo ospitare i miei amici. Mi sentivo tradita o meglio che avesse abusato della mia fiducia e interpretato male la mia disponibilità.
A Gesù è capitato qualcosa di simile ma più grave: la sinagoga, come la Chiesa per noi cristiani, è la casa di Dio e il luogo che più di altri è dedicato a Lui e dove tutti sono invitati da Dio stesso non solo ad entrarvi, bensì a rimanere per stare in intimità con Lui solo! Dunque Gesù che si aspettava un luogo così e delle persone desiderose di parlare con il Padre, trova mercanti, cambiavalute, probabilmente si scandalizza, chiedendosi: Che c’entra tutto ciò con il tempio del Padre mio? Gesù intuisce immediatamente che stavano usando male uno spazio e un tempo speciale; le persone che erano lì forse si confondevano o perdevano di vista il motivo per cui erano lì! Invece di pregare compravano o vendevano, concludevano affari e sicuramente non con Dio!
Non poteva tacere davanti a questo disordine; Gesù parla loro del vero Tempio e sembra dirgli non è così e non è qui che troverete ciò che cercate, io vi aiuterò a fare chiarezza. I suoi gesti eclatanti, che ricordano i rimproveri dei genitori quando ne combiniamo di davvero grosse, testimoniano il suo grande desiderio di condurre tutti a Dio e la volontà di compiere la sua missione: mostrarci l’amore infinito che il Padre ha per ognuno di noi. Il Tempio, la Chiesa è sacra poiché c’è Dio e ci sono uomini e donne che si rivolgono a Lui; la confusione, il disordine allontanano da Dio e la Sua voce rischia di non raggiungere il cuore di chi lo cerca.
In questa settimana e a cominciare da questa celebrazione, possiamo allenarci a individuare ciò che ci distrae da Dio e decidere di concentrarci maggiormente sul desiderio di stare con Lui e rimandare tutto ad un altro momento.
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MessaggioOggetto: domenica 18 marzo 2012   Mar Mar 13, 2012 10:22 am

DOMENICA 18 MARZO 2012

IV DOMENICA DI QUARESIMA
DOMENICA LAETARE


Siamo oltre la metà del nostro cammino verso la Pasqua e il percorso fatto fin’ora è stato impegnativo. Tutte le cose importanti sono così, tutte quelle per cui vale la pena dare tempo ed impegno.
Il vangelo di questa domenica comincia con un riferimento ad un fatto accaduto tanti secoli prima di Gesù.
Torniamo indietro nel tempo, alla liberazione di Israele dalla schiavitù dell’Egitto. Questo popolo, in cammino verso la terra promessa, attraversa il deserto, affronta molti disagi e non sempre riconosce che il Signore lo sostiene, che ha cura di lui. Per questo motivo spesso si lamenta ed arriva quasi ad avere nostalgia del tempo in cui era schiavo.
Dio ascolta le sue lamentele perché vuole educare il suo popolo come fa un buon papà con i suoi figli. Decide perciò di “nascondersi” un po’ per far capire che la sua presenza è davvero vitale. Succede così che, senza di Lui, il popolo è minacciato da serpenti velenosi che uccidono con il loro potente morso. Il Signore allora interviene nuovamente. Ordina a Mosè di costruire un serpente di bronzo e di metterlo su un’asta, in alto: chiunque sarebbe stato morso, guardandolo, avrebbe avuto salva la vita.
Gesù, nel vangelo di oggi, sta parlando con Nicodemo, un fariseo buono e accogliente. Quest’uomo è alla ricerca di verità, incontra il Maestro di notte e con lui parla a lungo. Gesù gli dice: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il figlio dell’uomo”. Con queste parole cerca di fargli capire che Lui è la salvezza. Egli donerà la sua vita, una volta innalzato, a tutti coloro che volgeranno lo sguardo a Lui.
Forse anche voi, come me, state pensando che, quando uno è innalzato, vuol dire che è messo in evidenza, proprio come un re seduto sul trono, il posto più in alto di tutti.
Gesù, lo sappiamo bene, è re, ma non ha un trono come gli altri re. Il suo trono è la Croce.
Penso che a molti di voi sarà capitato di vedere il crocefisso che ha parlato a S. Francesco dicendogli: “Francesco, va, ripara la mia casa”. Quel crocefisso – chiamato comunemente il crocefisso di S. Damiano – ha una forma particolare. Inoltre, all’interno di questo crocefisso, non c’è solamente Gesù, ma anche tanti altri personaggi.
Gesù li sovrasta tutti per grandezza, proprio come un re.
Chi ha “dipinto”, meglio dire, chi ha “scritto” questo crocefisso è un monaco della Siria del XII° secolo e questo monaco presenta la croce di Gesù proprio come un trono di gloria. Infatti è un crocefisso luminoso: c’è molto oro, Gesù è nella luce e i suoi occhi sono aperti. È vivo, anche se dalle sue piaghe sgorga tanto sangue. I personaggi, posti sotto le braccia di Gesù, lo guardano ammirati: sono coloro che hanno creduto in Lui, che hanno vissuto come Lui e hanno ricevuto la salvezza. Anche loro infatti sono ricolmi di luce e di gioia nel vedere Gesù vivo, proprio quel Gesù che avevano contemplato morto sul patibolo della croce!
Davvero questo monaco ha avuto una grazia speciale nel mostrarci la gloria di Gesù Crocefisso e Risorto!
Il vangelo, poi, prosegue e sottolinea dei verbi che vorrei prendere in considerazione insieme a voi.
Sono tre gruppi di verbi che cerco di schematizzare per mostrare quelli che riguardano Dio e quelli che riguardano noi.

DIO - NOI
Innalzare - Credere e vivere
Amare - Credere e vivere
Mandare - Non giudicare e Salvare

I verbi che riguardano Dio:
Primo verbo: Innalzare: mettere in evidenza, porre in alto, affinché tutti vedano e capiscano il grande dono ricevuto.
Secondo verbo: Amare. Solo Dio sa amare così, totalmente e per primo, senza chiedere nulla in cambio. Tutta la storia della salvezza è storia dell’amore di Dio per noi.
Terzo verbo: Mandare. È il Padre che ha mandato il Figlio unigenito, quello che lui ama, affinché il mondo si salvi.
Gli altri verbi riguardano noi, il nostro atteggiamento nei confronti di Dio e del suo dono.
Siamo chiamati a Credere, cioè ad accogliere il suo amore. Dalla fede scaturisce la vita, proprio come da una sorgente.
Se noi crediamo davvero, il nostro comportamento esprimerà la nostra fede: questo vuol dire essere figli della Luce, proprio come Gesù. Chi ci giudicherà sarà il nostro comportamento, le nostre opere.
Questa settimana, allora, impegniamoci a fare gesti che portano vita, amore! Gesti che portano luce intorno a noi, gesti che dicono la nostra fede e la nostra accoglienza di Gesù e della sua salvezza.
Buona domenica a tutti.
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MessaggioOggetto: domenica 25 marzo 2012   Mar Mar 20, 2012 1:21 pm

DOMENICA 25 MARZO 2012

V DOMENICA DI QUARESIMA


“Ciao bambini! Sono un piccolo chicco di grano, anzi… ero un piccolo chicco di grano… Mi chiamo Chik. La mia storia inizia quando un seminatore cominciò a seminare. Eravamo tantissimi piccoli chicchi e, cadendo a terra, ognuno di noi trovò il proprio posticino. Io, sinceramente, mi ritenni molto fortunato perché, a differenza di altri chicchetti, fui gettato in una zolla di terra molto soffice, calda e sicura. Ero proprio felice della mia nuova casetta ma, man mano che il tempo passava… brrr che freddo!Dopo un po’ cominciai a sentire anche uno strano rumore che aumentava sempre più: era la pioggia che, un po’ alla volta, si era trasformata in un acquazzone incredibile. Potete ben capire che la mia situazione non era delle più allegre: ero fradicio, congelato e solo. Chissà dove erano i miei amici… A questo punto pensai che fosse tutto finito, che la mia vita non fosse servita a niente: attorno a me c’era solo terra e per di più bagnata! Stavo per marcire e in quel momento mi sono sentito morire. Credo di essermi addormentato e, nel sogno, sentii una voce che mi diceva: “Non aver paura, tu sei stato creato per un motivo ben preciso. Ora la tua sofferenza è grande, ma stai certo che da questo tuo soffrire ben presto nasceranno molti frutti”. Io, a dire la verità, credevo di essere già morto… non capivo proprio che frutti avrei potuto dare!
Un mattino di primavera sentii dei formicolii dentro di me… “Ma allora sono vivo!” pensai, e vidi che dal fondo del mio guscio stavano uscendo delle “zampette”, mentre dalla parte superiore usciva un piccolo germoglio che un po’ alla volta si allungò sempre più e… pluf… bucò la terra. Che bello vedere il sole!
Ero proprio io, ed ero tornato a vivere un’altra volta! Inoltre, meraviglia delle meraviglie, attorno a me vidi tanti altri piccoli germogli: erano tutti i miei amici. La mia gioia era così grande che solo le radici mi trattennero dal saltare qua e là come un grillo!
Col passare dei giorni mi feci sempre più robusto e mi trasformai in una spiga color oro. Ero proprio bello! Ed anche i miei amici erano belli come me!
Un giorno però arrivarono dei mietitori che ci tagliarono, sbatterono le spighe e misero tutti i chicchetti in un grande sacco: eravamo molto pigiati ma almeno eravamo in compagnia. Ci portarono in un mulino e lì ci successe un po’ di tutto: passammo attraverso dei rulli, ci soffiarono aria per pulirci, ci fecero saltare su delle reti per toglierci il guscio e ci trasformarono in una polvere bianca: la farina.
Sapete quale è stato il finale di questo viaggio? Sono diventato pane.
Cari bambini, non vi dico quale gioia proviamo noi chicchi di grano nel sapere che, attraverso di noi, voi vi potete nutrire mangiando il buonissimo pane che ogni giorno il papà e la mamma vi fanno trovare in tavola!
La frase del vangelo di oggi “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto” è così vera!!! Se io sotto quella zolla di terra non avessi dato la mia vita marcendo, non sarei potuto germogliare e non avrei potuto diventare spiga e poi pane per voi! Sarei ancora là tutto solo, triste, infreddolito, rinsecchito e la mia vita non avrebbe avuto alcun senso.
Però attenzione… con quella frase Gesù non vuole dire che dovete morire fisicamente! Lui vuole dire che dovete avere il coraggio di donare tutto a Lui con amore: il vostro tempo, le vostre capacità, i vostri successi o insuccessi, i vostri sacrifici, i vostri desideri… tutto!
E cosa bisogna fare per donare tutto a Lui con amore?
Sapete bambini… in ognuno di voi c’è un “uomo vecchio” che vorrebbe farvi percorrere la strada sbagliata, quella che non vi porta al Paradiso, e poi c’è anche un “uomo nuovo” che invece vi guida verso la direzione giusta.
Ecco, voi dovete combattere con tutte le vostre forze per far morire questo “uomo vecchio” affinché sia l”uomo nuovo” a vincere!
Ad esempio, se siete sempre preoccupati di voi stessi, dei vostri problemi, se siete scontrosi, se avete sempre il muso lungo, se siete egoisti… allora sta vincendo l’uomo vecchio! Se invece vivete la vostra vita con disponibilità, con servizio, con amore per gli altri, se non state sempre lì a brontolare, a lamentarvi, se vi date una mossa per ricominciare quando avete sbagliato direzione… allora è l’uomo nuovo che ha il sopravvento!
Apparentemente vi potrebbe sembrare di “perdere” la vostra vita. Vivere da uomini nuovi, infatti, comporta dei sacrifici, delle rinunce, comporta impegno e questo non sempre è facile! Vi assicuro però che è l’unico modo per vivere con gioia, per “guadagnare” la vita, per riaverla in pienezza nell’eternità.
Io vi sto parlando da chicco di grano, cosa piccolissima ed insignificante agli occhi di chi non sa vedere, ma vi assicuro che la gioia di noi chicchi è conseguenza della gioia che doniamo a tutti coloro che ci gustano e che ci apprezzano! Inoltre, grazie all’importante nutrimento che offriamo, diamo a tutti coloro che si cibano di noi la forza e l’energia per fare a loro volta del bene: questa è la catena dell’amore.
Avete mai messo in piedi, una vicina all’altra, le tessere del domino? Provate! Fate una fila lunghissima e, quando sono posizionate, date una spintarella alla prima e guardate cosa succede… L’amore è proprio così: si propaga, passa da una persona all’altra e piano piano contagia il mondo.
Donatevi con gioia nella certezza che Dio, attraverso di voi, compie “grandi cose”.
Gesù, nel vangelo di oggi, vi dice una cosa grandissima: si paragona ad un chicco di grano, ad una cosa piccolissima… si paragona a me!!! Lui non è venuto in terra per rimanere solo, ma per portare molto frutto. Anche Lui è caduto in terra nella sua passione e morte ma poi, con la sua risurrezione, ha portato frutti grandissimi: la salvezza per tutti gli uomini. La via per portare frutto ce la indica la stessa vita di Gesù, il suo modo di comportarsi, di voler bene, di impegnarsi, di pensare, di preoccuparsi degli altri: Gesù ha vissuto sempre amando gli uomini più di se stesso. La croce è il momento in cui il suo amore raggiunge il punto più alto. Anche Gesù di fronte al dolore ha paura come ognuno di noi. Ma non scappa, non viene a patti col nemico che è il diavolo, il principe del mondo. Gesù si affida all’amore di suo Padre che dona gloria. Ed il Padre dal cielo dice: “L’ho glorificato e lo glorificherò”. Gesù spiega alla gente che quella voce è venuta per loro e non per sé.
È la voce del Vangelo che dice a tutti, anche a voi bambini, che dovete tenere gli occhi sempre ben aperti, che vi dice di non rimandare al domani… perché è oggi che dovete capire il segreto del chicco di grano che dona la vita per dare frutto!
Ciao bambini! Buona domenica!
E… quando mangiate il pane, ricordate che lì dentro c’è l’amore di tanti Chik come me!”.
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MessaggioOggetto: domenica 1 aprile 2012   Mer Mar 28, 2012 8:45 am

DOMENICA 1 APRILE 2012

DOMENICA DELLE PALME


Vangelo lunghissimo e doloroso, quello che abbiamo appena ascoltato; il nostro cuore e la nostra testa non ce la fanno ad accogliere altre parole. Questo non è il momento per grandi discorsi, ma è tempo di silenzio, per ripercorrere con la mente tutto quello che abbiamo ascoltato, così da custodirlo bene nell'anima e farlo radicare profondamente in noi.
Per questo, voglio proporvi di richiamare solo alcune immagini, che il racconto dell'evangelista Marco ha suscitato. Sono immagini semplici, che hanno uno stesso filo conduttore: le mani.
Le mani dei protagonisti dei diversi episodi che, scena dopo scena, hanno scandito le ultime ore della vita di Gesù.
Per prime, ci sono le mani delicate e profumate della donna che rompe il vasetto di alabastro per versare l'olio di bellezza sui capelli di Gesù. È un gesto gentile, lieve, quasi una coccola, che però suscita il malumore di alcuni tra i presenti. Il Rabbi non si lascia impressionare dai commenti aspri della gente: sorride alla donna e si lascia avvolgere dal profumo intenso del nardo. È come un sorso di amicizia e di bellezza, che il Maestro e Signore può ricevere prima di essere arrestato.
Pochi giorni dopo questo episodio, incontriamo le mani affaccendate ed allegre degli Apostoli, che preparano la sala della festa e la tavola per cena tradizionale. Noi, ora, sappiamo già che quella che stanno preparando è l'ultima cena di Gesù, ma per i suoi amici è solo una festa che li riempie di gioia e quindi si danno da fare con il cuore lieto. Sono belle queste mani: forse un po' ruvide e poco curate, ma si impegnano volentieri a rendere accogliente la sala e curata la tavola. Questo sarà l'ultimo momento sereno per il Maestro Gesù, insieme ai suoi discepoli.
Infatti, ecco farsi avanti mani violente e armate di spade e bastoni: sono i soldati e la folla che vanno all'orto degli ulivi per arrestarlo. Sono mani che hanno voglia di colpire, di fare male. Sono pronte ad accusare e a consegnare un innocente alla morte. Sono mani che si agitano tutte insieme, spingono via gli Apostoli, afferrano in maniera brusca e spintonano il giovane Rabbi, che li stupisce con la sua calma.
Purtroppo altre mani si fanno avanti, quando Gesù è nel Sinedrio, di fronte ai capi dei sacerdoti: il suo silenzio irrita gli accusatori, ed ecco mani pronte a colpire, a schiaffeggiare, a dare pugni...
Gesti simili li compiono poco dopo anche i soldati romani, che portano il prigioniero nel pretorio e lo flagellano, lo coronano di spine, lo colpiscono sulla testa con una canna e lo prendono in giro...
Nel frattempo, non possiamo fare a meno di ricordare anche le mani di Pietro, che mescolato tra i servi, si scalda vicino al fuoco, nel cortile della casa del Sommo Sacerdote. Nel chiarore della fiamma, le mani di una serva indicano Pietro per accusare, per attirare l'attenzione degli altri verso quel Galileo che è di sicuro un discepolo del Nazareno.
E qui, ci sembra proprio di vederle, le mani di Pietro, che tremano di paura e di vergogna: paura di essere scoperto, accusato, condannato...
Alla paura si mescola la vergogna, quando il gallo canta e l'apostolo ricorda le parole del suo Rabbi: “Prima che il gallo abbia cantato due volte, tu mi rinnegherai tre volte”.
Le mani di Pietro ora nascondono il suo volto, mentre piange, riconoscendo la sua debolezza che l'ha portato a rinnegare il suo stesso Maestro.
In mezzo a tanto dolore, ecco un gesto diverso: i soldati obbligano un contadino, di Cirene, a caricarsi della croce di Gesù. Mani stanche, di chi ha lavorato tutto il giorno, che ora stringono la croce e la portano al posto del condannato.
Simone di Cirene non ha niente a che vedere con quanto è successo nel corso della giornata, ma le sue mani portano il peso della croce, con generosità, anche se certamente con fatica. Forse inizialmente avrà anche protestato per la prepotenza dei soldati che lo trascinano a compiere un incarico così sgradevole; ma poi lascia che la pietà si faccia strada dentro di lui, per quell'uomo mite e maltrattato che sta andando a morire. Con la compassione, aumenta anche lo slancio per trasportare il legno pesante, come un ultimo dono per il condannato.
Si arriva al Golgota, Gesù è crocifisso insieme ad altri due uomini e noi, che ascoltiamo il racconto rapido di Marco, rimaniamo dolorosamente colpiti dalle mani dei soldati che, dopo aver inchiodato i condannati ciascuno alla propria croce, ora giocano, per tirare a sorte chi debba prendersi la tunica e il mantello di Gesù. Mani indifferenti alla sofferenza e alla morte, incuranti di quanto sta accadendo intorno.
Per ultime, quando ormai ci sentiamo con l'anima gelata per il dolore della morte del nostro amato Signore, incontriamo le mani premurose e coraggiose di Giuseppe di Arimatea: che rischia in prima persona, per andare da Pilato a domandare il corpo di Gesù, che compra di tasca sua il lenzuolo per la sepoltura del Maestro e poi mette a disposizione la propria tomba.
Ecco: tutto è compiuto, Gesù ha dato la vita per amore ed entriamo con Lui in questa grande settimana, in cui ci concentriamo su questo dono d'amore, così da prepararci bene, bene, bene, all'annuncio della Resurrezione.
Ma oggi, in questa domenica di Passione, fermiamoci ancora un momento, abbassiamo gli occhi e fissiamo lo sguardo sulle nostre mani.
Se guardo davanti a me, vedo qui mani macchiate di penna... anche da un evidenziatore, in effetti... Ci sono dei graffi, su una mano... e lì c'è una crosticina che è stata già staccata un paio di volte e torna a riformarsi... Laggiù ci sono alcune mani con le unghie mangiate ed accanto vedo mani che hanno bisogno di essere lavate...
Questo è quello che si può vedere con una semplice occhiata, uno sguardo superficiale. Ma proviamo ad usare gli occhi dell'anima e a guardare con serietà e attenzione: le nostre, che mani sono? Che mani vogliamo che siano?
Speriamo che non siano mani violente, come la folla al Getzemani; mai, in nessuna occasione, le nostre mani siano aggressive, né in famiglia, né con gli amici. E neppure che siano come quelle della serva: che non ci capiti di additare gli altri per prenderli in giro, per metterli in ridicolo.
Speriamo poi che le nostre non siano mani indifferenti, di fronte al dolore degli altri, alla solitudine, alla sofferenza, alla tristezza; speriamo che le nostre mani non siano come quelle dei soldati che giocano a morra o a dadi, senza preoccuparsi di ciò che accade intorno. No, no davvero! Piuttosto, preghiamo il Signore perché le nostre mani non siano neppure timide, vergognose, paurose, come quelle di Pietro, che non ha il coraggio di testimoniare fino in fondo, che si lascia schiacciare dai commenti della gente.
Auguriamoci, di avere mani amorevoli, come quelle della donna che rompe il vaso di profumo, per essere anche noi sempre pronti a compiere gesti gentili: non servono grandi atti eroici, perché basta raccogliere una carta da terra, aprire una porta con garbo; spostare una sedia senza trascinarla; riporre uno zaino con ordine, senza lasciarlo in mezzo al soggiorno...
Possiamo rendere le nostre mani servizievoli e allegre, come gli apostoli nel cenacolo, così da preparare piccole sorprese per chi ci vive accanto: scrivere un biglietto gentile, confezionare un piccolo dono, apparecchiare la tavola con cura, innaffiare una piantina...
Chiediamo a Dio Padre il dono di mani generose, che anche quando sono stanche, non si arrendono, non rifiutano di aiutare, di sollevare il peso della croce, come fa il buon cireneo: mani che confortano chi è triste, che intervengono per mettere pace, per separare chi litiga, per condividere una fatica, per portare un peso...
Cerchiamo di avere sempre mani premurose e coraggiose, come quelle di Giuseppe di Arimatea: mani che sanno asciugare lacrime, mettere un cerotto, fare una carezza, scambiare un segno di pace vero e sincero, capaci di fare un bel segno di Croce sulla nostra persona, mani libere di aprirsi con fede per pregare il Padre Nostro...
Quante possibilità riusciamo a vedere, solo guardando queste nostre mani!
Decidiamo ora, nel silenzio del cuore, in che modo vogliamo usarle queste mani, nella settimana che ci attende. Così il giorno di Pasqua ciascuno potrà guardare con semplice gioia le proprie mani e presentarle con fiducia al Signore Risorto, perché Egli le ricolmi di tutti i suoi doni!
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MessaggioOggetto: domenica 8 aprile 2012   Lun Apr 02, 2012 10:02 am

DOMENICA 8 APRILE 2012

DOMENICA DI PASQUA
RISURREZIONE DEL SIGNORE


Oggi è la Domenica in cui la Chiesa, cioè tutti noi cristiani, celebra la festa della Risurrezione di Gesù Cristo. È la festa più completa, più grande per ogni cristiano. Tutte le altre domeniche dell’anno infatti, celebrano esattamente l’evento che ricordiamo e viviamo: Gesù è Risorto!
Quali sono i segni della Resurrezione? In altre parole, cosa ci aiuta a credere, a sentire in fondo al cuore e anche nella mente, che la risurrezione è avvenuta?
Il Vangelo che abbiamo ascoltato riporta la “staffetta” tra tre degli amici più intimi di Gesù: Maria di Magdala, la prima ad andare al sepolcro e che avvisa gli altri due, Pietro e Giovanni, che il loro Maestro non è più nel sepolcro. Allora corrono entrambi come se fosse in ritardo all’appuntamento, Giovanni arriva vicino e non osa entrare senza Pietro. Come mai? Ha paura o cerca sicurezza dall’amico! Quello che vede è reale?! E Pietro da parte sua cosa avrà pensato nel vedere la tomba vuota?
Quali tracce ha lasciato Gesù? Giovanni nel Vangelo narra che c’erano solo le bende e il sudario, Gesù non era più lì. La pietra era stata spostata e non si sa da chi. Eppure questi sono i segni che spingono i due apostoli a credere. Cosa scatta in Giovanni e Pietro? La risposta che possiamo dare in base a ciò che sappiamo dei due apostoli e tenendo presente che hanno vissuto con Gesù è che Lui stesso aveva annunciato loro quanto adesso vedevano! Essendo un evento straordinario, mai accaduto fanno fatica a capirlo. D’altronde nonostante siano passati tanti anni e molti hanno scritto, testimoniato che ciò è vero, anche noi facciamo difficoltà a capire cosa sia successo a Gesù quel giorno.
Probabilmente è la stessa cosa che può succedere a noi quando qualcuno, ad esempio la mamma o il papà, ci annunciano che partiranno a breve, ma che ritornano e ci lasciano al sicuro dai nonni e che ci promettono di telefonarci spesso. Insomma ci spiegano nei dettagli ciò che vivremo eppure finché non si realizza noi quasi ce lo dimentichiamo. Poi rimaniamo con il cuore in “stand-by” fino a che non arriva la telefonata promessa.
Così è accaduto nella famiglia di Claudia: la mamma era incinta e da tempo faceva a Claudia lunghi discorsi su ciò che sarebbe cambiato nella loro famiglia. Improvvisamente nel cuore della notte arriva il momento del parto! I genitori riescono a far tutto in gran silenzio e Claudia al risveglio non li trova. Non crede alle parole dei nonni che tentano di rassicurarla. Solo un segno l’ha aiutata a capire: la mamma aveva preso con sé il suo orsacchiotto come le aveva promesso! Allora ricordò tutto ciò che i genitori le avevano detto, sorrise e il suo cuore cominciò a battere forte dalla gioia e curiosità: stava nascendo una nuova vita!
Anche Pietro e Giovanni senza dire nulla, neppure una parola soltanto guardando il sepolcro vuoto, le bende capirono, ricordando le parole di Gesù; possiamo dire “si è accesa, dentro di loro, una lampadina”: Gesù era Risorto come aveva preannunciato!! Questa è l’esperienza che cambierà per sempre la loro vita!
Possiamo dunque chiedere al Signore Gesù di allenare i nostri sensi, il nostri cuore a vedere e riconoscere i segni della vita nuova, rinnovata. La primavera, la gioia di un incontro inaspettato … insomma proprio tutto ciò che ci parla di Risurrezione, di rinascita. Buona Pasqua!
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MessaggioOggetto: domenica 15 aprile 2012   Lun Apr 09, 2012 12:45 pm

DOMENICA 15 APRILE 2012

II DOMENICA DI PASQUA
DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA


Quanti personaggi conosciamo che, nel corso della storia, hanno fatto del bene alle persone? Quanti eroi ricordiamo per la loro bontà, intelligenza, passione, per il loro amore alla giustizia, alla verità, per la capacità di donare e di mettere in gioco tutta la loro esistenza per uno scopo importante, di grande valore?
Questi personaggi ci sono di esempio e noi cerchiamo anche di imitarli ma, pur ammirandoli, non potranno mai donarci quello che ci ha donato Gesù, il Figlio di Dio!
San Paolo dice che, se Gesù non fosse risorto, la nostra fede sarebbe inutile perché crederemmo semplicemente in un uomo come noi, buono e generoso. Gesù invece è uomo ma è anche Dio: è il Figlio di Dio. Per questo la sua morte, e soprattutto la sua resurrezione, segnano nella storia dell’umanità un cambiamento, una novità, un nuovo giorno, una nuova creazione. Chi di voi ha potuto partecipare alla veglia pasquale si sarà accorto che anche i segni, ad esempio quello del fuoco, dell’acqua e le tante letture (sette), stanno a mostrare questo nuovo inizio.
La Pasqua è novità, è evento straordinario. La Pasqua è qualcosa di speciale.
La Chiesa ci fa vivere il tempo pasquale come se fosse un unico giorno anche se, in effetti, da Pasqua a Pentecoste ci sono 50 giorni. Questo perché la Pasqua e la Pentecoste sono strettamente legate tra di loro. Gli stessi vangeli, come quello di oggi, ci parlano della Pasqua e della Pentecoste come di qualcosa che avviene nello stesso giorno.
Oggi Gesù appare ai discepoli proprio la sera di Pasqua. Gli apostoli sono ancora impauriti, chiusi dentro il cenacolo. Il Signore si mostra loro, pronuncia parole importanti e compie gesti altrettanto importanti. La prima cosa che dice: è “Pace a voi!”. È un augurio bellissimo. Non è solo e semplicemente un augurio di vivere in pace, senza liti, senza guerre… è augurio di pace, meglio ancora è SHALOM, una “SHALOM” che solamente Gesù risorto può offrire, che solo Dio può donare. In questo saluto c’è il dono per una vita pienamente realizzata, una vita ricca di bene, di pace appunto, una vita di unione con Dio e con i fratelli, una vita piena di armonia, di bellezza, ricca di ogni bene e benedizione.
Gesù mostra ai suoi amici le mani e i piedi forati dai chiodi della crocefissione per far capire loro che non è un fantasma, che la sua è presenza reale, che lui è vivo, è Dio, è il Risorto.
Poi li invia, cioè li manda per il mondo a portare la salvezza e il perdono: una salvezza e un perdono che sono dono del risorto, ma che si realizzano solo se l’uomo accetta di riconciliarsi Lui e con i fratelli.
Vi sarà capitato certamente che, quando fate qualcosa di sbagliato, i vostri genitori sono pronti a perdonarvi, però aspettano che siate voi a chiedere scusa e a riconoscere i vostri errori… solo così il dono del per-dono si realizza.
Così è il dono del perdono che Gesù risorto offre all’umanità, un perdono che è salvezza.
Una missione speciale quella degli apostoli! Per questo Gesù soffia su loro lo Spirito Santo.
Ma c’è un apostolo che rimane incredulo. Quando Gesù appare agli altri, lui è fuori e non può vedere il Signore risorto. Gli altri gli riferiscono di aver visto Gesù, ma Tommaso si fida poco delle “visioni” dei suoi compagni, pensa che la paura faccia vedere loro quello che non esiste: lui sa che Gesù è morto e basta!
Ma, otto giorni dopo, Il Signore si mostra a Tommaso e lo invita a credere. Tommaso vuole vedere, vuole avere dei segni per vivere la sua fede in Gesù risorto, ma il Signore benevolmente lo rimprovera e chiama beati noi che, pur non avendolo visto, crediamo in lui.
Tommaso non aveva notato, nel volto dei suoi compagni, la gioia di aver visto il Signore risorto.
Erano ancora impauriti nonostante Gesù si fosse mostrato loro: ecco perché Tommaso non credeva.
“Il Signore è risorto e noi lo abbiamo visto!” Questo è l’annuncio che i suoi discepoli hanno gridato forte ai quattro venti. Annuncio che è giunto fino a noi ma che ha bisogno anche della nostra fede, del nostro impegno, del nostro annuncio gioioso per arrivare ad altre persone.
Che la gioia della resurrezione di Gesù, la SHALOM che lui ci dona, e la forza del suo Spirito, ci riempiano il cuore di serenità e ci facciano annunciare il suo amore a tutti.
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MessaggioOggetto: domenica 22 aprile 2012   Lun Apr 16, 2012 1:18 pm

DOMENICA 22 APRILE 2012

III DOMENICA DI PASQUA


“Troppo bello per essere vero!”. Sono certo che tutti voi bambini avete ripetuto un sacco di volte questa frase! Provate a pensare, per qualche momento, a quando è successo, per quali motivi, in quali situazioni.
Sicuramente, quando si dice una frase così, si sta vivendo una gioia talmente grande che sembra un sogno! Poi, il più delle volte, ci si rende conto che non è un sogno ma che è il Signore che ci vuole felici e che ci è sempre vicino con i suoi doni e col suo amore. L’importante è saperLo riconoscere, fidarsi di Lui, credere alle Sue parole perché il Vangelo è Parola che dona felicità.
Anche gli apostoli, nel brano di oggi, sembrano dire “Troppo bello per essere vero!”. Erano tutti assieme la sera di Pasqua ed erano tristi perché il loro Maestro non era più con loro. Gesù ad un certo punto si presenta dicendo: “Pace a voi!”. “Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma”. Troppo bello per essere vero!
Vista la loro incredulità, Gesù parla con loro, mostra le sue mani e i suoi piedi con le ferite della passione, si fa toccare ma, per la gioia, non credono ancora e sono pieni di stupore. Allora Gesù mangia anche del pesce arrostito con loro; un fantasma questo non lo può fare!
Gesù era morto, e questo gli apostoli l’avevano visto; era risorto, e questo lo avevano riferito le donne che non lo avevano più trovato nel sepolcro; era vivo, e questo lo avevano raccontato anche i due discepoli ritornati da Emmaus che lo avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Quella sera, però, era la prima volta che si faceva vedere davanti a loro in carne ed ossa ed il loro stupore era troppo grande!
Vorrei, bambini, fare un qualcosa di molto importante con voi. Ci mettiamo tutti in silenzio e uno di voi rilegge lentamente questo brano del Vangelo. Gli altri si concentrano il più possibile e, con la mente, si trasferiscono nel cenacolo, proprio in quel luogo in cui Gesù è andato a trovare i suoi amici.
Ora che abbiamo rivissuto quei momenti, entriamo nei pensieri e nelle azioni dei discepoli.
Che cosa avresti fatto o detto tu Elisa? E tu Antonio? E tu Massimo? E tu, e tu, e tu…
Credo che tutti noi ci saremmo comportati come gli apostoli! È molto bello ed umano infatti il loro modo di reagire, la loro paura, il loro stupore, la loro gioia, ma ancora più bello e grande è vedere la loro trasformazione: da persone incredule, sono diventate persone credenti.
E Gesù dice loro: “Di questo voi siete testimoni”.
Ho portato qui oggi il vocabolario perché voglio leggere assieme a voi il significato della parola testimone: “Persona che, assistendo, avendo assistito o essendo comunque a conoscenza di un fatto, può attestarlo, cioè affermarne pubblicamente la veridicità o dichiarare come esso realmente si è svolto”.
Ora torniamo alle parole che Gesù dice agli apostoli: “Di questo voi siete testimoni”. Ma cosa dovevano testimoniare?
Che Gesù è morto e risorto per la salvezza di tutti gli uomini.
Caspita bambini, che compito difficile hanno ricevuto! Essi vivevano ancora nascosti dopo la morte di Gesù perché avevano paura di essere riconosciuti dalle autorità come suoi discepoli e Gesù li manda fuori ad annunciare che è risuscitato dai morti il terzo giorno, a predicare a tutti, nel suo nome, la conversione e il perdono dei peccati, cominciando proprio da lì, da Gerusalemme!!!
Chi l’avrebbe mai detto, gli apostoli fecero proprio quello che Gesù aveva chiesto loro. Lo fecero perché avevano visto e di questo dovevano essere testimoni.
La loro testimonianza li portò al martirio ma fece sì che, in poco tempo, il vangelo fosse annunciato a tutto il mondo portando a tutti l’amore di Dio.
E come hanno testimoniato? Con le parole certamente, perché sono andati a predicare il Vangelo fino agli estremi confini della terra, ma soprattutto con la loro vita.
Gesù non parlava molto di amore, lo viveva.
È questa la testimonianza che viene chiesta anche a voi: vivere come viveva Gesù.
Avete un Vangelo? Bene. Il modo più bello ed intenso per capire come viveva Gesù è leggerne pezzettino al giorno. Leggere non solo con la mente ma anche col cuore, con la volontà, con tutto ciò che noi siamo, essendo disposti ad accogliere e fare nostre le parole di Gesù.
Accogliere è ascoltare, è lasciarsi abbracciare dalla Parola di Dio come vi lasciate abbracciare dalle persone che vi vogliono bene: il Vangelo è l’abbraccio di Dio. “Accogliere” è anche credere profondamente che tutto quello che gli evangelisti scrivono è vero: noi non c’eravamo, ma i testimoni affermano questa verità e ce la trasmettono come dono.
Fare nostre le parole di Gesù significa farle entrare così profondamente in noi che qualsiasi nostra azione diventa “specchio” della Parola di Dio che abita il nostro cuore.
La conseguenza del’“accogliere” e del “fare nostre” è il testimoniare: solo quando siamo capaci di amare, di perdonare, di essere nella gioia, Gesù è davvero risorto e vivo in noi. Solo quando è risorto e vivo in noi siamo in grado di testimoniarlo agli altri.
Non abbiate paura, bambini, di essere testimoni di Gesù risorto! Il Signore ci è vicino in questo cammino e ci viene incontro ogni giorno! In mille modi diversi.
Un giorno, il santo russo Dimitri camminava in fretta perché aveva un appuntamento con Dio. Lungo il cammino incontrò un povero carrettiere che non riusciva a riportare sulla strada il suo carro che si era rovesciato nel torrente. Dimitri non sapeva se fermarsi per aiutare l’uomo o proseguire velocemente per non arrivare in ritardo al suo unico ed imperdibile appuntamento. Il suo cuore decise di aiutare quel povero uomo e poi di corsa, stanco e senza fiato, arrivò al posto in cui doveva incontrare Dio. Dio non c’era. Forse si era stancato di aspettare e se n’era andato. Dimitri si sedette, piangendo, sul ciglio della strada. Dopo un po’ passò il carrettiere che, vedendolo così abbattuto, si sedette accanto a lui, lo guardò con occhi pieni di dolce comprensione, prese dalla bisaccia una pagnotta, la divise in due e gliene porse metà, dicendo: “Dimitri…”. Con il cuore in subbuglio, Dimitri capì. Abbracciò l’uomo piangendo di felicità e disse: “Dio mio, eri tu! Mi eri venuto incontro…”.
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MessaggioOggetto: domenica 29 aprile 2012   Mer Apr 25, 2012 9:06 am

DOMENICA 29 APRILE 2012

IV DOMENICA DI PASQUA


Questa IV domenica di pasqua è chiamata comunemente “Domenica del buon pastore”. Ciò è dovuto al fatto che in questa domenica viene letto il vangelo del buon pastore (Gv 10,11-18). Non si racconta più una apparizione di Gesù risorto ai suoi discepoli, ma viene presentato il suo modo nuovo di essere in mezzo ai suoi e l’impegno al quale tutti i credenti sono chiamati: diventare un solo e unico gregge del unico pastore, Gesù.
“Io sono il buon pastore”: Gesù oggi si autopresenta con un titolo molto carico di significato. Chiama se stesso pastore e aggiunge una qualifica, “Buono” o anche “Bello”. Il pastore è un titolo che nella Bibbia veniva applicato a diverse personalità: pastore era Mosè, Davide, ma soprattutto era un titolo di Dio. Dio era l’unico pastore del suo gregge Israele. Ora quando Gesù definisce se stesso pastore buono, vuol dire non soltanto che lui è Dio, l’univo vero pastore del suo popolo, ma ne presenta una caratteristica importante. Questo pastore è “buono”. È la bontà la qualifica specifica di questo pastore.
“Il buon pastore dà la sua vita per le pecore”: La bontà di questo pastore si manifesta nel suo dare la vita per le pecore, contrapponendosi al mercenario a cui non l’importano le pecore ma cerca soltanto il proprio interesse personale. Tra questo pastore buono che dimostra il suo amore per il gregge si istaura un rapporto di conoscenza reciproca, cioè di profonda comunione tra di loro.
Questa immagine del buon pastore, è forse quella che meglio manifesta la premura di Dio per noi. Possiamo trascrivere questa realtà in una immagine vicina a noi.
Pensiamo alle mamme. Per esse tutti i suoi figli sono uguali, a tutti vogliono bene, per tutti si preoccupano. Ma il più piccolo richiama in modo particolare la sua attenzione, perché più debole, perché ancora in un certo senso non può badare a se stesso. Sono le mamme che passano tutta la notte attorno al figlio malato, magari mettendo da parte i loro problemi, le loro cose, ma restano lì accanto al letto con il figlio che in quel preciso momento è più bisognoso degli altri. La mamma, come Gesù buon pastore, è quella che cerca di allontanare dai figli, in tutti i modi possibili, il male, la cattiveria (il lupo), e per questo non misura la stanchezza, lo sforzo che implica tutto ciò, non si risparmia niente. Pensiamo a una cosa così elementare, ma che a volte neanche si pensa: l’allattamento. Questo è uno dei modi, forse il più bello, che manifesta il “donare la vita” di una mamma. Il latte materno, mi diceva qualcuno, si produce anche con il sangue della donna che allatta.
Una volta vidi un servizio in TV circa la siccità in alcune zone dell’Africa. C’era gente che non aveva assolutamente nulla, e ci si aspettava una tragica fine per queste popolazioni, se non arrivavano gli aiuti umanitari. Un’immagine mi colpì particolarmente. C’era una donna, tutta magra, quasi senza vita, con un bambino in braccio, a cui stava dando il latte. Ma questa donna non aveva ormai niente da offrirgli, il suo corpo non produceva più latte. Quando il bambino smise di succhiare, si staccò dal seno della madre, e invece di latte, uscì qualche goccia di sangue. Questo è l’amore con cui Gesù buon pastore si manifesta a noi, ancora oggi nella sua Chiesa. Nei pastori che lui stesso ha scelto perché possano continuare la sua missione al mondo. A noi tocca ora cercare sempre più di vivere come un solo gregge, come un’unica famiglia, per poter essere partecipi di questa bontà.
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MessaggioOggetto: domenica 6 maggio 2012   Lun Apr 30, 2012 11:17 pm

DOMENICA 6 MAGGIO 2012

V DOMENICA DI PASQUA


Ancora una volta il nostro Maestro e Signore lascia correre la sua fantasia così ricca per creare una nuova parabola. Stavolta parla della vite: della pianta della vite e dei suoi rami, i tralci; del grappolo e delle radici che lo nutrono.
Usa un’immagine semplice: se il tralcio non è unito alla pianta, da solo non può dare frutto. Secca e muore. Se invece resta unito alla pianta, riceve il giusto nutrimento e porta molto frutto.
Anche noi che non siamo contadini, capiamo subito questo paragone: se il ramo non resta unito alla pianta che gli dona il nutrimento, in breve tempo secca e non c’è possibilità che dia dei frutti.
Il Maestro Gesù stabilisce un paragone: “Io sono la vera vite, voi siete i tralci”.
Semplice, no? Se Lui è come la vite, noi siamo come i rami sottili di questa pianta, i tralci. E se non siamo ben collegati alla vite che è Gesù, finiremo con l’appassire. Il nostro Rabbi afferma con sicurezza e decisione: “Senza di me non potete far nulla”.
Certe volte, pensiamo sì di aver bisogno dell’aiuto di Dio, di aver bisogno della sua forza, di aver bisogno della sua Grazia, ma non sempre ci rendiamo conto di quanto abbiamo bisogno di Lui.
Non possiamo vivere senza di Lui, non possiamo esistere. Veramente, senza di Lui non possiamo far nulla.
Questa frase mi ha fatto tornare in mente una storia, che mi hanno raccontato parecchi anni fa. Mettevi comodi, che ve la racconto.
C’era una volta un vecchio saggio, che viveva su una spiaggia remota, lontana da tutto, in una baracca proprio vicino al mare. Chi aveva bisogno di un consiglio, intraprendeva il lungo viaggio che conduceva fino al saggio e gli rivolgeva la sua domanda.
Una mattina di sole, calda e profumata di salsedine, si presentò un giovane, dall’aria decisa: «Saggio vecchio» cominciò «sono venuto da te per sapere come fare ad essere felice nella mia vita!». Il vecchio, silenzioso, prese il suo retino da pesca e si avviò verso il mare; entrò in acqua, finché non fu immerso fino alle ginocchia, e se ne stette lì, ad osservare il fondo attraverso l’acqua limpidissima, in attesa di veder passare un pesce. Il giovanotto non si perse d’animo: entrò in acqua anche lui, raggiunse il vecchio e ripeté la sua domanda: «Vecchio saggio, cosa devo fare per essere felice nella mia vita?». Il saggio lo guardò e finalmente rispose: «È facile raggiungere la felicità: basta ottenere ciò che si desidera di più, ciò di cui non si può fare a meno». Il giovane annuì lentamente, ma non capiva bene come le parole del vecchio potessero aiutarlo. Il vecchio saggio riprese: «Qual è la cosa che desideri di più? Di cosa non puoi fare assolutamente a meno? Senza cosa, non puoi vivere?». L’altro sospirò: non era una domanda facile! «Sono tante le cose che desidero, quelle che mi sembrano irrinunciabili. Per esempio, l’amore di una bella donna, e poi la ricchezza, certo, ci vuole anche quella, altrimenti come si fa a vivere bene.». Rifletté ancora un istante e proseguì: «E la salute? Non si può fare a meno della salute, certo che no! Ma tra i miei desideri profondi c’è anche quello di essere ammirato, di avere successo, di essere al di sopra degli altri». Mentre ancora parlava, assorto nei suoi pensieri, fissando l’orizzonte azzurro, fu preso alla sprovvista da un gesto brusco del vecchio, che lo spinse, lo fece cadere e con la mano gli tenne la testa sott’acqua. Il povero giovane provò a trattenere il respiro, ma dopo pochi istanti si sentì morire: cominciò ad agitare le braccia, a scalciare con forza, per cercare di tornare a galla. Il saggio lo lasciò andare e il ragazzo si tirò su a fatica, sputacchiando acqua salata e tossendo a più non posso. Era fradicio, con il volto rosso e gli occhi gli lacrimavano. Il vecchio saggio gli domandò con dolcezza: «Mio giovane amico, che cosa hai desiderato di più, mentre ti tenevo la testa sott’acqua?». «Aria» sussurrò l’altro, ancora senza fiato. «E di cosa non potevi assolutamente fare a meno in quel momento?» chiese ancora il vecchio saggio, sempre con gentilezza. «Aria» ripeté il giovane, con voce un pochino più forte, ora che si stava riprendendo. «Bene» concluse il saggio. «Va’ e sii felice, mio giovane amico: perché se la cosa che desideri di più è l’aria, tutta la Terra intorno a te ne è piena. Se l’aria è ciò di cui non puoi fare assolutamente a meno, sii felice, perché ne avrai a sazietà, fino all’ultimo dei tuoi respiri! Puoi cominciare ad essere felice fin da questo istante, perché il tuo più grande desiderio si sta già realizzando e il tuo bisogno irrinunciabile è già soddisfatto! Chi è più felice di te?» Con un sorriso sereno, il vecchio tornò al suo retino da pesca e non aggiunse altre parole.
Ora, lo chiedo sottovoce, quando il saggio ha chiesto di cosa non si può fare a meno per vivere, voi avevate pensato proprio all’aria? Siate sinceri. Io, in verità, proprio no!
È talmente ovvio, per noi, avere intorno l’aria da respirare, che non la consideriamo neppure una ricchezza, non ci sembra possa essere bellissimo avere aria fresca e pulita che ci riempie di continuo i polmoni.
Il giovane della storia, cercava la sua felicità in qualcosa di grande, di importante, ma non può esserci gioia, se manca ciò che è essenziale e indispensabile, come l’aria per respirare e vivere!
Con Dio, molte volte, è un poco come per l’aria: rischiamo di darlo per scontato, di pensare che è ovvio che Lui ci ricolmi di doni e di attenzione, fino a non considerare più un regalo specialissimo il suo amore per noi. E invece abbiamo bisogno di Lui, come abbiamo bisogno dell’aria per respirare.
Per questo, nel Vangelo di oggi, Gesù dice: senza di me, è come se vi mancasse il respiro, come se vi togliessero l’aria. Senza di me, non potete fare nulla.
Quante volte, la sera, pregando, o quando al mattino vedo sorgere l’alba, mentre in auto vado a lavorare, mi ritrovo a pensare a tutti coloro che non hanno il dono della fede, che non credono in Dio. Mi domando come sia la loro vita, senza la certezza di essere pensati, amati, custoditi, dalla mano soave e potente di Dio.
Questa è la nostra grande forza: che sempre, sempre, sempre, siamo accompagnati dall’amore di Dio.
Anche se dovessimo trovarci nella prigione più buia e nascosta o nel luogo più segreto; anche nella solitudine più totale, sapremmo sempre di non essere abbandonati, perché su di noi c’è sempre lo sguardo pieno d’amore di Dio Padre.
Anche se tutti al mondo si dimenticassero di noi, anche se nessuno più ci dimostrasse amore o benevolenza, la nostra vita non sarebbe arida, perché avremmo la certezza dell’amore di Dio, personale, unico, che ci chiama per nome, che ha dei sogni per noi, che stima le nostre capacità e fa il tifo per ogni nostro progetto di bene.
Non è stupendo?! non è bellissimo sapere di essere al centro del cuore di Dio?!
Allora viviamo con gratitudine ogni singolo istante, cominciando da questa Eucaristia. E preghiamo con gioia:
Sì, Gesù, hai proprio ragione: senza di te, non possiamo far nulla.
Senza di te, non riusciremmo ad andare avanti.
Ci sommergerebbe la paura per ogni piccola cosa.
Ci sentiremmo schiacciati dalla solitudine e dalla tristezza per ogni più piccolo sgarbo, per ogni banale contrattempo, per ogni robetta da nulla.
Senza di te, non sapremmo sognare il futuro, né riconoscere la nostra strada nella vita, né osare progetti coraggiosi.
Senza di te, non riusciremmo a trovare il coraggio per voler bene, a cercare la forza per perdonare, a rinnovare lo slancio per condividere le nostre piccole e grandi ricchezze. Senza di te, ci mancherebbe il respiro dell’anima. Vogliamo restare con te, sempre: uniti a te, come i tralci alla vite. Amen.
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MessaggioOggetto: domenica 13 maggio 2012   Mar Mag 08, 2012 9:03 am

DOMENICA 13 MAGGIO 2012

VI DOMENICA DI PASQUA


Il vangelo di oggi è strettamente legato a quello di domenica scorsa. Se vi ricordate, più volte Gesù ripeteva ai suoi discepoli questa importante parola: Rimanete!
E, sempre domenica scorsa, per farci capire bene cosa intendeva, faceva un paragone: “Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me”. Il tralcio, lo sapete tutti, è il ramo del piccolo e forte albero della vite. Solo se il tralcio rimane unito al tronco della vite può fruttificare perché è dal tronco, dalle sue radici che riceve linfa, nutrimento e forza per far diventare dolce e maturo il suo frutto.
Ancora oggi, nel Vangelo, Gesù ripete a noi questo verbo: “rimanere”.
Rimanere significa stare vicini, stare insieme, non allontanarsi mai.
Ma in che modo possiamo rimanere nel suo amore?
Gesù dice: “Osservando i suoi comandamenti”.
I comandamenti sono quelle “10 parole” che Dio stesso consegna al suo popolo liberato dalla schiavitù dell’Egitto affinché, mettendole in pratica, continui a rimanere libero.
Per capire questa idea voglio farvi un esempio. Vi è mai capitato di assistere a un concerto di orchestra? Prima di iniziare il concerto vero e proprio, il maestro dà il “LA” con il diapason, cioè dà un suono ben preciso, e su questo “LA” tutti gli orchestrali devono accordare il loro strumento. Solo così possono suonare insieme ed eseguire melodie meravigliose. Quando uno strumento non è accordato, si dice che “stona”. Anche la persona che non si intende tanto di musica avverte un suono fuori posto, un suono che rovina tutto il lavoro dell’intera orchestra.
I comandamenti sono proprio il “diapason” della nostra vita, sono quel “LA” a cui “accordare” la nostra esistenza per imparare a vivere come Gesù è vissuto, per conoscere e rimanere nel suo amore.
Vedete, Dio è così diverso da noi che non possiamo amarlo come amiamo le altre persone! Per mostrargli che lo amiamo davvero abbiamo un solo modo, ed è questo: “osservare i suoi comandamenti”.
I comandamenti sono le 10 parole per la vita, per la libertà, per la salvezza e ci aiutano a costruire un mondo bello, pieno di armonia, di giustizia, di pace, e di fraternità.
Il Signore ci vuole così bene e si fida così tanto di noi che proprio oggi ci dice una cosa importante: “Io vi ho scelti!”.
Lui ha scelto noi!
Facciamo un’ipotesi: se qui oggi, in questa assemblea venisse un re, un grande re, e guardandoci tutti dicesse a uno di noi: “Tu vieni con me, ti ho scelto come amico: rimani con me perché ho una missione importanti da darti”, credo che tutta l’assemblea rimarrebbe stupita e tutti guarderebbero quella persona con una stima nuova, più grande. La persona scelta, poi, avrebbe il cuore pieno, gonfio di gioia per il fatto di essere stato guardato proprio da un re, per essere stato scelto come il migliore!
Oggi Gesù è qui, e la sua parola dice proprio a noi che ascoltiamo: vi ho “scelti”.
Pensate… scelti da Dio, il re più grande di qualsiasi re della terra!
Abbiamo tanti limiti, forse non siamo ancora bravi, ma possiamo diventarlo se restiamo uniti a Gesù. Lui ci vuole comunicare la sua stessa gioia. Ci vuole davvero contenti.
Perché questa settimana non proviamo a rimanere uniti a Gesù e a mostrargli il nostro amore mettendo in pratica i suoi comandi?
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 20 maggio 2012   Mar Mag 15, 2012 11:41 am

DOMENICA 20 MAGGIO 2012

VII DOMENICA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE


“Ascensione” è una parola che deriva dal latino e vuol dire “salita”. Penso che voi sappiate che questo termine di solito si usa quando si parla di ascensione alpinistica, o di ascensione al trono, o di ascensione degli aerostati cioè quegli aeromobili che si sostengono per effetto della spinta che l’aria esercita su di essi (i palloni sono quelli senza propulsore, i dirigibili invece hanno il propulsore).
Per noi amici di Gesù, l’Ascensione, solennità di oggi, è la salita al cielo del nostro Maestro: “Gesù fu elevato in alto e una nube lo sottrasse agli occhi dei discepoli. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava” (Atti 1,9-10).
Nel brano di oggi Marco ci racconta che Gesù, prima di salire al cielo, appare ancora una volta ai suoi apostoli mentre stanno a tavola e li esorta ad andare in tutto il mondo a predicare il vangelo.
Che dite voi bambini… non è la prima volta che Gesù invita i dodici amici a portare a tutti il suo amore! Quanta cura ha nei nostri confronti… ci vuole a tutti i costi con sé ed è per questo che il suo desiderio è che tutto il mondo si converta!
Prima di salire al cielo consegna allora agli apostoli questo grande compito, ma è un invito che anche noi, a nostra volta, dobbiamo fare nostro! Anche a noi, infatti, oggi Gesù dice: “Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo ad ogni creatura”.
Questo non significa che, appena finita la Messa, dobbiate fare le valigie e partire!
Il mondo, per voi che non siete ancora grandi, è qui, è la vostra vita di ogni giorno con i vari impegni, gioie, difficoltà... è la vostra famiglia, la vostra scuola, i vostri nonni, i vostri amici.
Il Signore vi chiede di amare prima di tutto questo vostro “piccolo mondo” per arrivare forse, un giorno, a prendere l’aereo per portare proprio a tutti il messaggio di Gesù!
Però attenzione!!! CONDIZIONE INDISPENSABILE: credere, cioè fidarsi di Dio.
Certo… se non credo, se non ho fede, cosa testimonio?
Voi credete nei vostri genitori? Avete fiducia che tutto quello che fanno è perché vi vogliono bene? Se vi dicessero di andare in giro per il mondo a raccontare a tutti il loro amore per voi lo fareste? E cosa raccontereste agli altri per far capire quanto bene vi vogliono? E come possono capire gli altri che ciò che raccontate è vero?
Io sono certo che la felicità che provate per l’essere amati da papà e mamma si vede dai vostri occhi, dal vostro comportamento, dal vostro desiderio di trasmettere ciò che avete dentro facendo e dicendo cose belle, agendo con bontà, con serenità, perché il bene non può rimanere nascosto… è normale che esca per essere comunicato a tutti!
Così è con Dio: Lui ci ama così tanto che la nostra gioia dovrebbe essere talmente grande che non dovrebbero servire parole… al solo guardarci, al solo vedere come ci comportiamo, tutti dovrebbero dire: “Ma quanto amore ha nel suo cuore? Si vede che è un amico di Gesù!”.
Nel vangelo di oggi si parla di “segni che accompagneranno quelli che credono”.
Avrete certamente capito anche voi che queste parole non sono da prendere alla lettera altrimenti, almeno per quanto riguarda i serpenti e il veleno, ci ritroveremmo in quattro e quattr’otto tutti al Pronto Soccorso!
Questi sono segni che vogliono spiegarci qualcosa di più grande. Vediamoli assieme:
- La capacità di scacciare i demoni: saremo cioè in grado di allontanare dal nostro cuore tutto ciò che è male, perché, per chi ha Dio dentro di sé, non c’è posto per la disobbedienza, l’invidia, la superbia, l’egoismo, ecc. ecc. ecc….
- Parlare lingue nuove: avremo cioè la capacità di comunicare con tutti. Non nel senso che, senza studiare saremo capaci di parlare tutte le lingue, ma nel senso che parleremo tutti la lingua dell’amore. Penso che conosciate persone che vengono da altre nazioni, vero? È molto difficile spiegarsi e capirsi a parole, ma se voi fate un gesto di gentilezza, se date loro qualcosa di cui hanno bisogno, se indicate una strada che non sanno trovare, se fate loro un semplice sorriso, ci sarà tra di voi una “conversazione” fatta di gesti d’amore che potrebbe essere l’inizio di una amicizia e di una comunicazione nuova nel senso in cui dice Gesù.
- Prendere serpenti e bere veleno: saremo cioè sempre vincitori se dovremo combattere contro il male. Infatti, con l’aiuto dello Spirito Santo che ci protegge e che ci guida verso la giusta direzione, saremo invulnerabili, resisteremo all’attacco del nemico e non saremo mai sconfitti!
- Guarire gli ammalati: di sicuro non abbiamo la bacchetta magica per guarire la malattie! Però ci sono tanti malati che noi potremmo far stare meglio: ad esempio chi ha subito un’ingiustizia ed è solo, oppure chi è molto triste perché ha perso qualcuno della sua famiglia, oppure chi è considerato sempre” l’ultimo” e perciò è emarginato da tutti, oppure chi non ha cibo a sufficienza e per questo non gode di una vita sana, oppure chi ha qualche problema per cui una nostra parola di conforto potrebbe essere utile… Sono, cioè, le malattie che si guariscono con un’unica medicina: l’amore.
- Alla fine del Vangelo, Marco scrive: “Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio”.
L’evangelista non solo ci dice che Gesù ascende al cielo, ma ci dice anche dove: alla destra di Dio. Credo che voi sappiate cosa significhi il posto alla destra di una persona: è il posto più importante e, in questo caso, è il posto che ci dice che Gesù è come Dio, che Gesù è Dio.
E i discepoli cosa fecero? “Partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro”.
Ora che Gesù non è più col corpo sulla terra, è comunque presente attraverso la vita dei suoi discepoli, attraverso la vita della Chiesa, attraverso anche la vostra vita!!!
Accipicchia che incarico importante avete ricevuto, bambini! Continuare e testimoniare la presenza di Gesù. Ma non siete soli: lo Spirito Santo, che è Dio, accompagna coloro che vengono inviati. E, cosa importantissima, il Signore vi assicura che si darà da fare assieme a voi e lo farà in modo così evidente che tutti se ne accorgeranno!
A voi, dunque, il compito di essere tante piccole fiammelle capaci di incendiare il mondo di amore. Lo sapete che voi, proprio voi, siete assolutamente indispensabili per portare a compimento questo piano di Dio?
“Durante l’Ascensione, Gesù gettò un’occhiata verso la terra tutta buia. Solo alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’Arcangelo Gabriele, che era venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: “Signore, che cosa sono quelle piccole luci?”. “Sono i miei discepoli in preghiera, radunati intorno a mia madre. Il mio piano, appena rientrato in cielo, è di inviare loro il mio Spirito affinché quelle fiaccole tremolanti diventino un incendio sempre più vivo che infiammi d’amore, poco a poco, tutti i popoli della terra!”. L’Arcangelo Gabriele allora chiese: “E che farai, Signore, se questo piano non riesce?”.
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MessaggioOggetto: domenica 26 maggio 2012   Mar Mag 22, 2012 10:01 am

DOMENICA 27 MAGGIO 2012

DOMENICA DI PENTECOSTE


Per prima cosa, dobbiamo cambiare l’ordine delle letture che ci sono state proposte questa settimana: dobbiamo spostare il Vangelo al posto della prima lettura, perché solo dopo aver ascoltato il racconto dell’evangelista Giovanni, possiamo capire bene quello che raccontano gli Atti degli Apostoli. Infatti, l’ordine con cui i fatti sono avvenuti nel tempo, è un po’ diverso dall’ordine che è stato dato alle letture della nostra celebrazione.
Le parole che Gesù pronuncia nel brano del Vangelo di oggi, sono un saluto nei confronti dei suoi Discepoli, perché sa che tra poco non lo vedranno più, non avranno più la possibilità di conversare con il loro Maestro faccia a faccia, di mangiare a tavola con Lui, di ridere insieme. Per questo, il Rabbi di Nazareth, fa loro una grande promessa, che si realizza dopo pochi giorni : è quanto viene raccontato nel brano degli Atti degli Apostoli che era la prima lettura di oggi.
Allora, procediamo nel giusto ordine cronologico e partiamo dal Vangelo.
Gesù, risorto ormai da settimane, sa che manca poco e poi salirà al Padre definitivamente. Si avvicina quindi il momento in cui dovrà salutare i suoi amici: su questa Terra non lo rivedranno mai più, non lo incontreranno più faccia a faccia, non parleranno più con lui come si fa con un amico, seduti a tavola, mangiando insieme o passeggiando lungo la riva del mare.
Da vero Maestro e Signore sa che gli Apostoli, e tutti i suoi discepoli, si sentiranno soli e smarriti, forse anche spaventati. Per questo li rassicura, facendo loro una promessa: Dopo di me, arriverà lo Spirito e continuerà a ricordarvi tutte le parole che ho detto, vi spiegherà ciò che ancora non avete compreso e vi guiderà verso la verità.
“Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità”.
Una volta, in oratorio, una ragazza mi ha detto che queste parole di Gesù la facevano arrabbiare perché sembrava che stesse dicendo agli Apostoli che sono degli stupidoni. Come se il Rabbi dicesse: Ci sarebbero molte cose ancora da dire, ma siccome non siete capaci di capirle, lascio perdere.
Sinceramente, non mi sembra proprio che sia questo l’atteggiamento di Gesù! Anzi, secondo me le sue parole sono piene di tenerezza e di premura verso i suoi amici. In pratica sta dicendo loro: Molte cose ancora vorrei dirvi, perché possiate comprendere la mia vita, la mia passione, la mia resurrezione e tutti i miei insegnamenti, ma non voglio schiacciarvi sotto il peso di tante parole, di tante idee... Preferisco aspettare, perché possiate crescere ancora nella fede, maturare con l’aiuto dello Spirito Santo che vi aiuterà a capire ogni cosa, anche ciò che ancora non vi ho detto.
In fondo, se ci pensiamo un attimo, il comportamento di Gesù è simile a ciò che fanno sempre i genitori: quante volte, all’uscita di scuola, vedo le mamme e i papà che si affrettano a togliere lo zaino dalle spalle dei figli di prima elementare, perché è tanto pesante per dei bambini così piccoli.
Ci sono poi pesi diversi, che non riguardano il corpo, ma il cuore. Ed è un segno d’amore non voler schiacciare con un peso troppo gravoso il cuore dei più piccoli, dei più fragili. Mi viene in mente Patrizia, che al catechismo mi ha confidato: «Sai, sono triste, perché mio papà ha perso il lavoro. Però abbiamo deciso che alla sorellina, che ha solo 4 anni, non glielo diciamo: è piccola, si preoccuperebbe troppo!».
L’atteggiamento di Gesù mi sembra proprio dello stesso genere: non vuole che la tristezza e la preoccupazione schiaccino il cuore dei suoi Apostoli, perciò preferisce tralasciare alcuni discorsi, e presentare i Dodici il grande dono che invierà loro: lo Spirito Santo.
Non so come mai si parla sempre poco dello Spirito Santo, eppure è la Persona più frizzante, vivace e creativa della Trinità! È colui che spiega e chiarisce ogni cosa, donando il coraggio per testimoniare il Vangelo e la forza per vivere secondo il cuore di Dio.
È bellissimo il nome con cui Gesù presenta lo Spirito Santo: lo chiama il Consolatore. Com’è dolce, quando siamo tristi o in ansia, se qualcuno viene vicino a noi e ci rassicura, ci conforta, ci consola. Ci sentiamo un pochino più leggeri, ci torna la voglia di sorridere e sperare.
Questo è la caratteristica tutta speciale dello Spirito Santo: quando la sua carezza lieve sfiora il cuore di una persona, subito la speranza torna a fiorire, il coraggio riprende a scorrere, un raggio di serenità illumina ogni cosa. Lo Spirito Santo è il Consolatore, colui che riesce a rasserenare sempre e a donare la pace al cuore, in ogni situazione.
Per questo, prima di salutare i suoi amici per l’ultima volta, il Maestro e Signore garantisce che non rimarranno da soli, che Lui resterà sempre con loro attraverso la presenza forte e delicatissima dello Spirito Santo, il Consolatore.
Naturalmente Gesù è un vero signore e mantiene la sua promessa. Per verificarlo, dobbiamo spostare la nostra attenzione su quello che ci ha raccontato la prima lettura, negli Atti degli Apostoli.
Siamo a Gerusalemme, nel giorno di Pentecoste, e gli Apostoli sono riuniti tutti insieme, sicuramente a parlare con nostalgia del loro Rabbi: il dono che lui ha promesso, non è ancora giunto. Proprio in quel momento avviene qualcosa di unico: “Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”.
Tanti prodigi contemporaneamente: il rombo del tuono, il vento che spalanca porte e finestre, invadendo tutta la casa. E poi queste particolari fiammelle, che si muovono leggere nell’aria, senza incendiare nulla, ma fermandosi sul capo di ciascuno dei presenti.
Già questo basterebbe a lasciare senza fiato, di fronte a tanti fenomeni che nessuno riesce a spiegare.
Ma accade ancora un altro segno straordinario che garantisce la presenza dello Spirito Santo: quei pescatori di Galilea, che non hanno certo fatto grandi studi, che parlano a malapena l’aramaico, il loro dialetto locale, dopo il passaggio di quel vento impetuoso e dopo il tocco speciale delle lingue di fuoco, iniziano a parlare in tante lingue diverse.
Provare a immaginarvi al loro posto. Come se ora, d’un tratto, il vento spalancasse la porta della chiesa e noi tutti cominciassimo a parlare ognuno in una lingua diversa, che non abbiamo mai studiato prima! Io, magari, in cinese; tu, in prima fila, a parlare in tedesco; quella bella ragazzina bionda, a parlare in Finlandese; lui, così sportivo, a parlare in russo; quel papà, là in fondo, in arabo e quella mamma, lì accanto, in giapponese.
Che facce faremmo tutti, vi pare?! Così, in un istante, senza sforzo, senza studio, saper parlare lingue diverse... che meraviglia!
Ma perché lo Spirito Santo decide di fare proprio questo dono agli Apostoli?
Per prima cosa, questo permette loro di cominciare a dialogare con i popoli di lingua diversa che in quel momento si trovano a Gerusalemme: infatti, per la festa di Pentecoste, molta gente straniera è presente nella città santa e tutti restano stupiti quando sentono gli Apostoli che parlano ciascuno la loro lingua d’origine.
Per i futuri missionari nel nome di Gesù, questo è il segno evidente e certo che sapranno annunciare il Vangelo a tutti i popoli. Parlare lingue nuove, è il segno che non ci saranno limiti di nessun genere, neppure di lingua o di cultura diversa, che possano impedire l’annuncio del Vangelo.
Lo Spirito Consolatore usa questo segno così evidente, straordinario e impressionante per rassicurarli che possono cominciare da subito a portare ovunque la Bella Notizia del Vangelo, perché questo annuncio non dipenderà dalla loro bravura o capacità: ci sarà sempre con loro lui, lo Spirito Santo, a guidarli, a sostenerli, a suggerire cosa dire, ad indicare il cammino da percorrere.
Quel vento fortissimo che ha spalancato le porte della casa a Gerusalemme, non ha mai smesso di soffiare: è presente sempre nella Chiesa, ci accompagna nelle vicende di ogni giorno, ci rende capaci di vivere secondo il Vangelo, di inventare strade nuove per raggiungere ogni persona e farle sperimentare l’amore di Dio. Lo Spirito continua a soffiare nella Chiesa, a dare slancio, allegria, fiducia, speranza a tutti i cristiani.
Veramente enorme è la potenza dello Spirito, perciò non trascuriamo mai di chiedere il suo aiuto, di invocarlo con fiducia, di domandare la sua luce, la sua presenza al nostro fianco in ogni situazione. Più che mai in questo periodo, con l’ultimo sforzo da vivere a scuola, con la fatica che sentiamo addosso per il lungo anno scolastico che sta per finire... Questo è il momento di non sentirci deboli e soli, ma di contare sulla forza dello Spirito!
Allora, in questo giorno speciale, fermiamoci in silenzio qualche istante, per rivolgere allo Spirito Santo la nostra preghiera intensa e colma di fiducia. E procediamo nella celebrazione, certi che il Consolatore è sempre con noi!
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MessaggioOggetto: domenica 3 giugno 2012   Mar Mag 29, 2012 12:40 pm

DOMENICA 3 GIUGNO 2012

SANTISSIMA TRINITÀ


Chissà quante volte vi sarete sentiti dire: “Ma tu sei il figlio di …. somigli tutto a tuo padre!”. Oppure: “Sei la figlia di… hai lo stesso modo di fare di tua madre”.
Un figlio, infatti, il più delle volte porta i tratti dei suoi genitori, porta qualcosa che, anche se in modo vago, mostra le sue generalità.
Oggi celebriamo la domenica della Santissima Trinità, una solennità importante perché in questa festa, come in tutte le feste cristiane, evidenziamo ed affermiamo una particolarità della nostra fede, del nostro credo.
In questa domenica festeggiamo Dio che si mostra a noi come il “Padre”, il Creatore, colui dal quale proviene ogni cosa: il mondo, la natura, gli animali, l’uomo.
Si mostra a noi come il “Figlio” che, inviato dal Padre, si fa uomo e, come pastore buono, va a cercare gli uomini che hanno perduto la strada per mostrare loro le vie della bellezza, della bontà della condivisione, della giustizia, della fraternità, della fiducia e della fede in Dio. Gesù, nostro fratello, uomo tra gli uomini, ci parla dell’amore di Dio e ce lo testimonia donando la sua vita per noi.
Si mostra a noi come lo Spirito Santo che abbiamo celebrato domenica scorsa nella festa di Pentecoste. È lo Spirito che fa nascere la chiesa e rende gli uomini testimoni di Dio e del suo amore, capaci di vivere nella fraternità, nella giustizia, nell’amore, nel perdono, nella gioia e nella condivisione. Uomini che sanno lodare Dio e raccontare il suo amore a tutti.
Noi siamo suoi figli, figli di Dio, portiamo in noi il segno della appartenenza a Lui.
Il segno che ci distingue come cristiani è quello della croce.
Il giorno del nostro Battesimo siamo stati segnati con questo segno e attraverso questo Sacramento siamo entrati nella comunione con Dio.
Ogni volta che preghiamo o siamo alla presenza di Dio, ogni volta che iniziamo una celebrazione, noi ci segniamo così.
Anche fare il segno della croce al mattino o durante la giornata significa entrare in comunione con Dio, mettere la nostra vita nelle sue mani.
Il Segno della Croce dice che la nostra vita di cristiani è immersa in Dio amore che è Padre, Figlio, Spirito Santo.
Forse anche a voi sarà capitato di fare il Segno della Croce in modo distratto.
Oggi proviamo pensare a questo gesto e a riflettere sulle parole che diciamo.
Nel determina il luogo dove siamo: siamo nel Nome.
Il nome non è un nome qualunque! È il nome di Dio che significa: io sono colui che ti sta accanto, che ti custodisce. È un nome che è provvidenza per tutti.
Noi, allora, siamo immersi nel nome di Dio che è Padre e, nel dire queste parole, ci tocchiamo il capo con la mano destra per dire che Lui è in alto, è il Capo, da Lui proviene ogni cosa.
Poi diciamo “nel nome del Figlio” e portiamo la mano sul cuore, perché il figlio Gesù ci ha amati e ci ha raccontato l’amore di Dio fino a dare tutto se stesso per noi.
Infine diciamo “nel nome dello Spirito Santo” e ci tocchiamo le spalle, perché lo Spirito Santo è Dio che ci abbraccia, che ci avvolge proprio come ci abbracciano i genitori. Vi ricordate quando da piccoli stavate completamente nel loro abbraccio? Proprio così.
Credo che dovremmo imparare bene a fare il Segno della Croce e a farlo consapevolmente!
Iniziare la giornata con il segno della croce significa non solo mettere la nostra vita nelle mani di Dio, ma vivere come figli suoi, come coloro che vogliono somigliargli soprattutto nell’amore, nella generosità, nel perdono, nella gioia, nella fiducia.
A volte qualche ragazzo non sa cosa dire a Dio… Un Segno della Croce fatto bene nel gesto e nelle parole vale come una bella preghiera.
Questa settimana proviamo ad aprire e a chiudere le nostre giornate con questo gesto. Ci aiuterà a vivere meglio la nostra appartenenza a Lui.
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 10 giugno 2012   Mer Giu 06, 2012 1:14 pm

DOMENICA 10 GIUGNO 2012

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO


Ciao bambini! Sentite questo racconto.
Una volta un cardellino fu ferito ad un’ala da un cacciatore. Per qualche tempo riuscì a sopravvivere con quello che trovava per terra, poi arrivò l’inverno. Un freddo mattino il cardellino si posò su uno spaventapasseri: era molto distinto ed era amico di tutti gli uccelli che giravano nei paraggi. Aveva il corpo di paglia ed era vestito con un vecchio abito da cerimonia; la testa era una grossa zucca arancione; i denti erano dei granelli di mais; il naso era una carota e gli occhi erano due noci. “Che ti capita, cardellino?” chiese lo spaventapasseri, gentile come sempre. “Va male -sospirò il cardellino - il freddo mi sta uccidendo e non ho un rifugio. Per non parlare del cibo! Penso che non rivedrò la primavera”. “Non aver paura!” -disse lo spaventapasseri- “Rifugiati qui sotto la giacca. La mia paglia è asciutta e calda”. Restava però il problema del cibo. Un giorno in cui la brina ricopriva tutto il terreno, lo spaventapasseri disse dolcemente al cardellino:” Cardellino, mangia i miei denti: sono ottimi granelli di mais”. “Ma tu resterai senza bocca!” disse il cardellino. “Sembrerò molto più saggio!” rispose. Lo spaventapasseri rimase senza bocca, ma era contento che il suo piccolo amico vivesse. E gli sorrideva con gli occhi di noce. Dopo qualche giorno fu la volta del naso di carota. “Mangialo, è ricco di vitamine”, diceva lo spaventapasseri al cardellino. Toccò poi alle noci che servivano da occhi. “Mi basteranno i tuoi racconti”, diceva lui. Infine lo spaventapasseri offrì al cardellino anche la zucca che gli faceva da testa. Quando arrivò la primavera, lo spaventapasseri non c’era più. Ma il cardellino era vivo e spiccò il volo nel cielo.
Lo spaventapasseri ha amato così tanto da dare la sua vita per il cardellino... è una semplice storiella inventata ma che ci fa capire fino a che punto può arrivare l’amore.
Fino a che punto è arrivato l’amore di Gesù per noi? Fino al punto da morire in croce per farci spiccare il volo, per darci la possibilità di vivere per sempre con lui.
Questo dono grandissimo del suo Corpo e del suo Sangue donato per la nostra salvezza lo festeggiamo in particolare questa domenica, solennità del “Corpus Domini”, con la consapevolezza però che, per questo immenso regalo, non dobbiamo fare festa solo oggi... ogni volta in cui celebriamo l’Eucaristia, infatti, è festa del “Corpus Domini”, ogni volta è il momento in cui dire il nostro grande GRAZIE a Gesù.
Nella prima lettura abbiamo sentito che Mosè, dopo aver riferito al popolo i comandamenti del Signore, costruisce un altare ai piedi del monte ed incarica alcuni giovani di immolare degli animali per offrirli al Signore come sacrifici di comunione. Poi sparge una parte del sangue sull’altare, che rappresenta Dio, e l’altra parte sul popolo. Nella concezione ebraica il sangue contiene la vita e ne è il simbolo: tra il Signore e Israele, dunque, circola lo stesso sangue, c’è cioè un patto di reciproca appartenenza, c’è una alleanza: “Voi sarete il mio popolo ed io sarò il vostro Dio”.
Questo sacrificio è un annuncio simbolico della Nuova Alleanza che Dio farà con tutte le genti offrendo in sacrificio la vita di suo Figlio: non più un Dio per il popolo eletto, ma un Dio per tutti i popoli della terra.
Gesù, per il suo sacrificio, ha scelto un qualcosa di molto più semplice di ciò che ha scelto Mosè: il pane.
Penso che siate d’accordo con me nel dire che il pane è un alimento straordinario! Infatti, oltre ad essere buono, è anche un cibo di cui non ci si stanca mai… lo mangiate sì o no ogni giorno?
Il pane portato all’altare, anche se ha l’aspetto, il gusto, la forma di pane, è trasformato dallo Spirito Santo nel Corpo di Cristo, e in ogni Eucaristia si rinnova il sacrificio di Gesù: in ogni Eucaristia, cioè, Gesù muore e risorge per noi.
Voglio farvi un semplice paragone che vi farà comprendere ancora di più il bene che ci ha voluto Gesù quando, nell’obbedienza alla volontà del Padre, ha sacrificato se stesso sulla croce stabilendo così la Nuova Alleanza. Immaginate un padre che ha molti figli e uno di questi figli vuole così bene al papà che decide di fargli un regalo grandissimo. Siccome questo figlio è molto buono, chiede agli altri fratelli di mettere la firma nel bigliettino, ma solo la firma... il regalo, infatti, l’ha pagato tutto lui!
Ecco. Gesù è questo nostro fratello buono che ama infinitamente il Padre e che vuole fargli il dono straordinario della propria obbedienza fino alla morte. Noi siamo gli altri fratelli che... attenzione però! ABBIAMO MESSO LA FIRMA!!! Cosa significa questo?
Che siamo d’accordo nell’offrire questo dono e, anche se non l’abbiamo pagato allo stesso prezzo con cui l’ha pagato Gesù, dobbiamo comunque fare la nostra parte... Non certo morendo! E come allora?
AMANDOCI GLI UNI GLI ALTRI: questo, per noi, è “dare la vita”.
Questo fratello buono che ci ha amato a tal punto pur di salvarci, ha voluto inoltre farci anche il dono di stare sempre con noi proprio col suo Corpo e il suo Sangue: “Prendete, questo è il mio corpo. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e ne bevvero tutti. E disse loro: “Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti”: così scrive Marco nel Vangelo di oggi. L’evangelista ci racconta la preparazione e la celebrazione dell’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli, una cena il cui momento più importante è quello in cui Gesù pronuncia le parole che accompagnano lo spezzare del pane e presenta il calice con il vino affinché sia condiviso.
Ogni volta che “mangiamo” quella particola, quel piccolo pezzetto di pane, Gesù è vivo in carne ed ossa dentro di noi: non è un simbolo, è una presenza vera e reale, è proprio Lui che vuole stare vicino a noi per aiutarci a “dare la vita” nel senso in cui abbiamo detto prima.
Nell’Eucaristia si realizza il desiderio di Gesù: essere accanto a noi per farci felici e per “trasformarci”, per farci cioè diventare altro “pane” di felicità. La forza che ci dona il pane eucaristico, infatti, ci aiuta a vivere ogni giorno con l’amore che riceviamo da Dio: un amore che dobbiamo condividere con gli altri, un amore che nasce da Lui per arrivare a tutti anche grazie a te Lucia, a te Marta, a te Andrea, a te, a te, a te.
Non si tratta allora di un incontro intimo, ma di una missione!
È “comunione” non solo con Gesù ma anche con tutte le persone che conosciamo e anche con quelle che non conosciamo.
Sentite che bella preghiera ho trovato. Cosa dite di impararla a memoria, di ripeterla ogni giorno nel vostro cuore e di trasformarla in vita?
“Corpo di Cristo spezzato per noi che trasformi la nostra vita, fa’ che diventiamo pane spezzato per poter riempire tutte le mani affamate”.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 17 GIUGNO 2012   Gio Giu 14, 2012 3:13 pm

DOMENICA 17 GIUGNO 2012

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Penso che tutti voi abbiate provato a piantare un seme in un vasetto di terra: è molto bello seguirlo nella sua crescita e nel suo fiorire! Sono certa che vi sarete sicuramente impegnati nell’annaffiarlo e nel posizionare il vaso nell’ambiente più adatto, ma credo non abbiate mai perso notti di sonno o non siate mai stati a casa da scuola per accudire a questo seme…
Esso infatti, come ci dice il vangelo di oggi, cresce perché il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga.
Gesù parla di un seme di frumento ma, se non l’avete ancora fatto, potete provare a piantare qualsiasi tipo di seme. Vedrete che da un “niente” così piccolo uscirà un qualcosa di meraviglioso.
Gesù paragona il Regno di Dio proprio ad un seme, e questo seme cresce sia quando il seminatore dorme sia quando veglia.
Il nostro Maestro ci dice anche che il suo Regno è come un granellino di senape che quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti i semi che sono sulla terra; ma appena seminato cresce e diviene più grandi di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra.
Cosa ci vuole dire il Signore?
Il seminatore è Lui e semina un qualcosa di piccolissimo… ma il Regno di Dio che ne fiorisce è così grande che non si può misurare.
Ma cosa semina Gesù? La sua Parola.
La semina nel nostro cuore e in tutto il mondo.
Sicuramente vi ricordate della parabola del seminatore: il Signore semina su vari terreni, semina a piene mani, dona a tutti la sua Parola affinché la ascoltino, la accolgano e la facciano fruttificare. La Parola è la sua vita, il suo modo di essere, il suo modo di agire sempre per il bene, il suo Amore.
Gesù ci dona la sua Parola per aiutarci a vivere come Lui perché ci vuole per sempre con Lui.
Il piccolo seme, anche se attorno a sé ha uno spazio di terra immenso, ha una forza tale da trasformare tutto: da piccola spiga si trasforma in grande campo di grano, da pianticella di senape diventa albero grandissimo, da poche persone che credono alla Parola di Dio nasce la conversione di tutto il mondo.
La forza del credere alla sua Parola, infatti, ha la capacità di trasformare prima di tutto i nostri cuori e poi tutto quello che c’è attorno a noi.
Certo che questo non succede in un giorno solo!
Vi sarete resi conto anche voi che, dopo aver seminato nel vaso il vostro seme, avete dovuto aspettare un bel po’ prima di vedere il primo filetto d’erba spuntare…
Questo senso dell’attesa, della pazienza, ce lo insegna molto bene il seminatore.
Lo stile di vita del nostro tempo, invece, molte volte è quello del “tutto e subito”: provate a pensare alle vostre giornate, a quando chiedete qualcosa ai genitori o ai nonni o agli zii o… È vero sì o no che avete poca pazienza, che vi arrabbiate pure se non vi accontentano immediatamente?
Questo non è certo lo stile di vita che vuole Gesù.
Il Signore, quanta pazienza ha con noi? Quante volte ci ripete le stesse cose perché ci vuole bene? E se anche sbagliamo non si stanca mai di perdonarci…
Lui è come il papà della parabola del Padre misericordioso: quanto tempo ha aspettato quel suo figlio? Così tanto che ormai lo pensava morto… ma quando è arrivato, il Padre era là sulla porta e lo stava aspettando ancora! Così Dio fa con noi.
Cosa dite bambini, ci impegniamo anche noi ad essere pazienti? Pazienti nel nostro modo di essere e pazienti con gli altri… anche con le persone che magari ci sono antipatiche, con chi ci fa qualche sgarbo, con quegli amici che ci chiedono di essere aiutati per i compiti perché sono un po’ lenti, con i nonni che magari sono sordi o si dimenticano le cose per cui bisogna continuare a ripetere, con i genitori che fanno tutto per il vostro bene!!!
Se ci comportiamo come il seminatore, con pazienza e fiducia nell’amore di Dio, certamente la nostra vita sarà più serena perché ci prenderemo il tempo per le cose veramente importanti, quelle che contano di più, ci prenderemo il tempo per essere “altri Gesù”. Solo questo è il modo per far crescere il seme del Regno di Dio.
C’ è però una domanda che vi vorrei fare: il terreno del vostro cuore, da chi lo lasciate seminare?
Se nutriamo sentimenti negativi come ad esempio il rancore, la critica, l’egoismo ecc… vi rendete conto anche voi che questa non è certamente una semina del Signore!
Qui è il diavoletto che sta seminando…
Per questo bisogna stare sempre all’erta, bisogna pregare e chiedere aiuto a Dio per essere capaci di far sparire dal nostro cuore tutto ciò che non è seminato da Lui, perché i comportamenti negativi, oltre che essere un male per noi, sono un cattivo esempio anche per gli altri. E anche il cattivo esempio, purtroppo, porta i suoi frutti…
Abbiate sempre il coraggio di andare controcorrente, bambini!
Mettete tutto il vostro impegno affinché tutti i semi buoni che avete nel vostro cuore crescano e non permettete, per nessuna ragione al mondo, che anche uno solo di essi muoia. Non abbiate paura.
“Due semi si trovavano fianco a fianco nel fertile terreno autunnale. Il primo seme disse:”Voglio crescere! Voglio spingere le mie radici in profondità nel terreno sotto di me e far spuntare i miei germogli sopra la terra! Voglio che le mie gemme siano come delle piccole bandiere che annunciano l’arrivo della primavera! Voglio sentire il calore del sole e la rugiada del mattino sui miei petali!”. E crebbe. L’altro seme disse:”Che razza di destino il mio! Ho paura. Se spingo le mie radici nel terreno sotto di me non so cosa incontrerò nel buio. Se mi apro la strada attraverso il duro terreno che mi sta sopra potrei danneggiare i miei delicati germogli. E se apro le mie gemme e una lumaca se le mangia? E se dischiudo i miei fiori e un bambino me li strappa da terra? No, no. Ho paura! È meglio che aspetti finché ci sarà sicurezza”. E aspettò. Una gallina che all’inizio della primavera raschiava il terreno in cerca di cibo, trovò il seme che aspettava, e subito se lo mangiò”.
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MessaggioOggetto: domenica 24 giugno 2012   Mer Giu 20, 2012 10:57 am

DOMENICA 24 GIUGNO

NATIVITÀ DI SAN GIOVANNI BATTISTA
SOLENNITÀ


Oggi è una festa solenne per la Chiesa, così importante che non celebriamo la messa della dodicesima domenica, come vorrebbe l’ordine del calendario, ma leggiamo il Vangelo che racconta la nascita di Giovanni Battista.
Questo grande profeta, l’ultimo dei profeti che, per tutto l’Antico Testamento avevano parlato dell’arrivo del Messia, è il cugino di Gesù ed è un personaggio così decisivo per la nostra fede di cristiani, che la Chiesa lo celebra per ben due volte nel corso dell’anno: oggi, in cui ricordiamo il suo compleanno, e poi il 29 agosto, giorno in cui ricordiamo la sua morte. Oggi, quindi, non è giorno da malinconie o pensieri tristi: è un giorno di festa grande e di allegria, perché ricordiamo la nascita di un bambino davvero speciale.
Per capire bene il brano del Vangelo di Luca che abbiamo appena ascoltato, dobbiamo fare un passo indietro e raccontare quello che è avvenuto prima della nascita di Giovanni.
Vi ricordate che Maria, la mamma di Gesù, aveva un cugina, più grande di lei, di nome Elisabetta, a cui voleva molto bene?
Ecco, partiamo proprio da qui: Elisabetta e suo marito Zaccaria erano già piuttosto anziani ed avevano il dispiacere di non aver mai avuto figli. Ormai, però, si erano rassegnati: avevano raggiunto l’età da nonni e il tempo per mettere al mondo un bambino era ormai passato.
Un giorno, però, Zaccaria viene sorteggiato per un grande onore: entrare nella stanza più segreta del Tempio di Gerusalemme, per offrire l’incenso a Dio. Era un incarico molto desiderato da tutti, perché dava la possibilità di trovarsi, da soli, per alcuni momenti, nel punto più sacro del Tempio, proprio cuore a cuore con Dio.
Zaccaria, emozionato, quando arriva l’ora stabilita entra nel santuario e, mentre sta pregando, gli appare l’angelo Gabriele, dritto in piedi accanto all’altare, e gli dice: “Non temere, Zaccaria: la tua preghiera e quella di Elisabetta sono state ascoltate! Avrete un figlio: tu lo chiamerai Giovanni ed egli sarà un grande profeta, chiamato a preparare la via del Signore”.
Zaccaria è scettico: come può credere a un annuncio del genere? Ormai lui e la moglie sono vecchi!
L’angelo Gabriele allora lo rimprovera: “Visto che non vuoi credere, resterai muto fino al giorno della nascita di tuo figlio!”.
Intanto, la gente che era fuori dal tempio, si chiedeva: “Ma cosa starà facendo Zaccaria, lì nel santuario? Quanto tempo ci mette? Come mai non esce più?”.
Immaginatevi lo stupore di tutti quando, finalmente, Zaccaria sposta la tenda d’ingresso ed esce, ma non è in grado di parlare: è diventato muto!
Per spiegare alla folla e poi a sua moglie che cosa gli era successo, usa i gesti e scrive sulle tavolette incerate. Passano i giorni ed Elisabetta rimane incinta, proprio come aveva detto l’angelo Gabriele. Però non si fa vedere molto in giro, non lo dice quasi a nessuno, perché le sembra ancora impossibile che il Signore abbia realizzato il loro sogno. Se ne sta quasi nascosta, gustandosi la gioia di sentire il bambino crescere dentro di lei. Certo, quando arriva al quinto mese, ormai la pancia è diventata bella grossa e tutti si accorgono di questa stupenda sorpresa e vanno a congratularsi con Elisabetta, che ripete la sua gioia e il suo stupore, continuando a benedire il Signore.
Nel frattempo, a Nazareth, anche Maria riceve la visita dell’angelo Gabriele, che le annuncia la nascita di Gesù e le spiega che anche Elisabetta è incinta, ormai al sesto mese. Maria decide, allora, di partire per il villaggio della cugina, che si trova tra le montagne, così da esserle vicina e poterle dare una mano, perché non si affatichi troppo, ora che è alla fine della gravidanza.
Resta con lei fino alla nascita di Giovanni: che fortuna, per Elisabetta, poter trascorrere quegli ultimi tre mesi insieme con Maria! A chi non piacerebbe avere accanto a sé la Madonna, che aiuta in casa, che coccola e con cui fare conversazione?!
Ma ecco che, raccontando raccontando, siamo giunti proprio agli avvenimenti contenuti nel brano di Vangelo che è stato letto poco fa: per Elisabetta arriva il giorno del parto, dà alla luce un figlio maschio e tutti i vicini accorrono per far festa e congratularsi con lei. Gli amici e i parenti si aspettano che il neonato venga chiamato Zaccaria, come il papà, oppure con il nome del nonno o di altri della famiglia, com’era abitudine a quel tempo. Invece Elisabetta dice convinta che il bambino si chiamerà Giovanni.
Gli altri insistono: quel nome non va bene, quel nome non appartiene a nessun altro della famiglia, come le può essere venuta in mente un’idea così strana!
Visto che Elisabetta non intende cambiare idea, vanno da Zaccaria e gli chiedono quale nome dare al bambino. Zaccaria prende una tavoletta e scrive: “Giovanni è il suo nome”.
Mentre ancora la gente sta mormorando per lo stupore di quella strana scelta, Zaccaria ritrova voce e parole: ha obbedito alle parole dell’angelo Gabriele, scegliendo il nome che gli era stato annunciato, quindi non è più muto, può tornare a parlare e comincia subito a lodare e benedire Dio che gli ha donato la gioia di quel figlio!
Immaginatevi la festa, la commozione, l’allegria in casa di Zaccaria ed Elisabetta: Giovanni è appena nato e il padre ha ricominciato a parlare! Veramente un giorno straordinario ed è proprio per questo che oggi lo ricordiamo e lo celebriamo.
Ma forse, qui, qualcuno si starà chiedendo: “D’accordo, è una bella storia, anche commovente, ma questo Vangelo ha qualcosa da dire a noi? A noi, che non siamo profeti e che non aspettiamo figli? A noi, che non abbiamo visto angeli e non abbiamo perso l’uso della parola? Questo racconto del Vangelo, ci riguarda in qualche maniera?”.
Credo proprio di sì.
Penso che un’espressione pronunciata dalla folla durante i festeggiamenti per la nascita di Giovanni, possa riguardare davvero ognuno di noi. L’evangelista Luca racconta che quanti venivano a sapere di Giovanni e di ciò che aveva accompagnato la sua nascita, commentavano: “Che sarà mai questo bambino?”.
Questa è una domanda seria, di quelle che dovremmo porci tutti quanti.
In primo luogo, riguarda i più giovani, chi è ancora un bambino o un ragazzo, e non sa quale direzione prenderà la sua vita. Ciascuno può chiedersi: “Cosa sarà di me? Quale sogno grande ha Dio su di me? Quale progetto bello, affascinante, entusiasmante, vuole affidarmi il Signore?”.
Dio Padre non ci ha chiamati alla vita per caso, non ci ha voluti al mondo tanto per far numero: ci conosce per nome, ci ha sognati da sempre, ci ama in maniera unica, personale, irripetibile! Quindi è normale chiedersi e chiedergli: “Tu, Signore Dio, che mi hai desiderato così tanto, che mi ami così tanto: cosa sogni per me? Che progetti hai immaginato con la tua fantasia senza confini? Cosa ti aspetti da me?”.
D’altra parte, anche chi è più adulto, chi è ormai cresciuto, non può smettere di continuare a interrogarsi: “Che cosa sto facendo della mia vita? Ho capito cosa veramente il Signore si aspetta da me? Sto realizzando il sogno di Dio su di me? Sto rispondendo ai suoi inviti? Sto portando a compimento il progetto che Dio Padre mi ha affidato?”.
Vedete che si tratta di domande impegnative, che chiedono silenzio, riflessione e preghiera.
Fermiamoci allora qualche momento in silenzio, per dialogare con il Signore nel profondo del nostro cuore. E domandiamo a Giovanni Battista di guidarci, oggi che è la sua festa, a comprendere il sogno di Dio su di ciascuno di noi.
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