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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 1° luglio 2012   Gio Giu 28, 2012 9:29 am

DOMENICA 1° LUGLIO 2012

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Voglio iniziare la riflessione sul vangelo di oggi con un racconto. Non è realmente accaduto… è stato scritto per farci capire un qualcosa di molto importante. Ascoltiamo assieme.
“Era una famigliola felice e viveva in una casetta di periferia. Una notte scoppiò un incendio nella cucina della casa. Mentre le fiamme divampavano, genitori e figli corsero fuori. In quel momento si accorsero, però, che mancava il più piccolo, un bambino di sei anni. Al momento di uscire, impaurito dalle fiamme e dal fumo, era tornato indietro ed era salito al piano superiore. Che fare? Il papà e la mamma si guardarono disperati, le due sorelline cominciarono a gridare. I vigili del fuoco non erano ancora arrivati e così, anche se avventurarsi tra quelle fiamme era assurdo, il papà decise di farlo comunque. Ma ecco che lassù, in alto, si aprì la finestra della soffitta ed il bambino si affacciò gridando disperato: “Papà! Papà!”. Il padre allora gridò ancora più forte:”Salta giù!”. Sotto di sé il bambino vedeva solo fuoco e fumo nero, ma sentì la voce del papà e rispose:”Papà, non ti vedo…”. “Ti vedo io, e basta. Salta giù!”. Urlò di nuovo l’uomo. Il bambino saltò e si ritrovò sano e salvo nelle robuste braccia del papà che lo aveva afferrato al volo”.
Auguriamoci di non vivere mai una situazione simile… ma quello su cui vuole porre la nostra attenzione l’autore di questo racconto è il comportamento del bambino, la sua fiducia nei confronti del papà: si è buttato al buio, certo dell’amore del papà, si è fidato anche se gli sembrava impossibile… Ha avuto fede.
Con Dio è così. Cosa è la fede in Dio? È fidarsi del suo amore, è credere che è il nostro Padre buono, è lasciarsi amare da Lui che sempre ci accoglie a braccia aperte. Sappiamo quanto bene ci vuole… Dio ha mandato sulla terra suo Figlio perché non ci voleva lasciare da soli e perché ci voleva con Lui in cielo. Gesù è morto e risorto affinché noi possiamo risorgere con Lui! Cosa si può dire di più dell’amore del Signore?
Questo “fidarci” può sembrare un passo nel buio, come lo è sembrato al bambino del racconto, perché Dio non lo vediamo… Certo! Ma nemmeno l’aria che respiriamo la vediamo eppure è l’elemento che ci dà la possibilità di vivere!
Dio è sempre con noi e ci protegge. Ce l’ha detto Lui: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”. Sapete, bambini… noi dobbiamo credere profondamente che le parole scritte nel Vangelo sono vere, che sono parole che Gesù ha detto! Queste parole sono il fondamento della nostra fede.
Fede: è la parola chiave del vangelo di oggi.
In tutti e due i miracoli di Gesù, egli pone l’accento su di essa: “Figlia. La tua fede ti ha salvata” e “Non temere, continua solo ad aver fede”.
Gesù, cioè, compie prodigi per chi crede in lui: la fede c’è già prima del miracolo.
Il miracolo è già dentro di noi ed è proprio la fede che ci è stata donata che ci dà la possibilità di vivere come vuole Gesù. E la fede si trasmette più con la vita che con le parole… A conferma di ciò, sentite questo piccolo episodio. Piccolo ma grande.
“Una suora missionaria stava curando le gravi piaghe di un lebbroso. Lo faceva sorridendo, chiacchierando e scherzando col malato, come quel lavoro fosse la cosa più naturale del mondo. Ad un certo punto chiese al malato: “Tu credi in Dio?”. Il povero uomo la fissò a lungo e poi rispose:”Sì, adesso credo in Dio”.
Nel cuore delle due persone di cui parla il vangelo di oggi la fede c’è, e proprio per questo Gesù le aiuta. La fede di Giairo, uno dei capi della sinagoga, che va da Gesù, si getta ai suoi piedi e lo prega con tanta insistenza affinché guarisca la figlia. La fede della donna malata da dodici anni che per curarsi ha speso tutti i suoi soldi senza risultati: si avvicina a Gesù, sicura di essere guarita se solo fosse riuscita a toccare il suo mantello…
Tutti e due ottengono dal Maestro quello che desiderano.
E noi che nell’Eucaristia non tocchiamo solo il mantello ma lo riceviamo in Corpo e Sangue, lo “mangiamo” addirittura… crediamo davvero che Lui si dona a noi in quel pezzetto di pane? Crediamo di potere essere “guariti” da Lui? Guariti dalle nostre tristezze, dai nostri egoismi, dalla noia, da ogni nostro sentimento o comportamento negativo…
Sapete bambini, Gesù ci aspetta fino all’ultimo secondo della nostra vita terrena affinché la nostra fede diventi sempre più grande. Ci aspetta in ogni persona, in ogni momento, in ogni luogo, ci aspetta nella sua casa…
Ci aspetta perché sa che prima o poi capiremo che solo in Lui c’è la felicità.
“Ogni giorno a mezzogiorno, un giovane si affacciava sulla porta della chiesa e ripartiva qualche minuto più tardi. Portava un camiciotto a quadri e jeans sdruciti come tutti i giovani della sua età. Aveva in mano un sacchetto di carta con i panini per il pranzo. Insospettito, il parroco gli domandò che cosa ci venisse a fare perché, con i tempi che corrono, c’è gente che ruba anche in chiesa... “Vengo a pregare” rispose il giovane. “Pregare… Come fai a pregare così velocemente?”. “Beh… tutti i giorni mi affaccio in questa chiesa a mezzogiorno e dico: “Gesù, è Jim” e me ne vado. È una piccola preghiera, ma sono sicuro che Lui mi ascolta”. Qualche giorno dopo, per un incidente, il giovane fu trasportato all’ospedale con alcune fratture molto dolorose. Fu sistemato in una camera con altri ricoverati. Il suo arrivo cambiò il reparto. Dopo un paio di giorni la sua camera era diventata un punto d’incontro per tutti i pazienti del corridoio. Giovani e anziani si davano appuntamento attorno al suo letto e lui aveva un sorriso e una battuta d’incoraggiamento per tutti. Venne a visitarlo anche il parroco che, accompagnato da un’infermiera, gli disse:”Mi hanno detto che sei molto malconcio ma che, nonostante questo, sei sempre felice e conforti tutti gli altri. Come fai?”. “È grazie ad uno che mi viene a trovare tutti i giorni a mezzogiorno”. L’infermiera lo interruppe:”Ma non c’è nessuno che viene a mezzogiorno!”. “Oh sì! Viene tutti i giorni, si affaccia alla porta della camera e dice: “Jim, è Gesù” e se ne va”.
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MessaggioOggetto: domenica 8 luglio 2012   Mer Lug 04, 2012 4:27 pm

DOMENICA 8 LUGLIO 2012

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Sarà capitato anche a voi di camminare su un sentiero di montagna e di “inciampare” su un sasso. Quando si inciampa, si perde l’equilibrio. Se uno è abbastanza svelto e agile si riprende immediatamente, altrimenti rischia di cadere e di farsi male.
Il Vangelo di questa domenica contiene una parola che ci può aiutare a capire ciò che Gesù vuole dirci. La parola è “scandalo”. È una parola che noi prendiamo in prestito dalla lingua greca. Il termine “skandalon”, preso nel suo significato letterale, significa inciampo, “pietra”, sasso che fa inciampare il viandante.
Vi chiederete cosa centra tutto questo con Gesù e con il vangelo di oggi. Vediamo un po’ di capire insieme.
I primi cristiani, quando parlavano della loro fede in Gesù, parlavano di Lui come “Via”. Gesù è la via, la strada su cui camminare per arrivare al Padre.
Attenzione però a non fraintendere! Non significa che Gesù mette sulla sua strada degli impedimenti o degli inciampi, quasi come in un gioco di sopravvivenza…
Gli inciampi, gli impedimenti, i “sassi” che i cristiani di ieri e di oggi incontrano sul cammino scaturiscono dai dubbi, dalla “non fede” che c’è nel nostro cuore nei confronti della Parola di Gesù e del suo insegnamento, nei confronti di quanto chiede come impegno di vita a coloro che camminano sulle sue vie.
Succede a volte anche a noi, come agli abitanti di Nazareth, di essere particolarmente stupiti di Gesù, meravigliati della sua sapienza. Loro avevano visto Gesù fin da piccolo: un bambino come tutti gli altri che mangiava, giocava, piangeva, faceva qualche scherzo proprio come tutti i bambini del mondo. E, nelle loro espressioni di meraviglia, sottolineano che non ci può essere niente di straordinario in un uomo che ha origini così umili come quelle di Gesù e della sua famiglia!
Se vi ricordate, anche quell’uomo saggio del Sinedrio che si chiamava Natanaele, quando sente parlare di Gesù dice: “Ma da Nazareth, può mai venire qualcosa di buono?”. Cioè, da un piccolo villaggio con quattro case, e per di più sperduto nel deserto, può mai nascere un profeta, un uomo sapiente?
In questo brano si parla dei parenti di Gesù che vengono chiamati “fratelli” perché, nella cultura ebraica, il termine fratello veniva dato anche ai cugini e ai loro figli. Viene nominata la mamma di Gesù che agli abitanti di Nazareth appare come una donna comune, di nessun rilievo.
Anche il mestiere di Gesù viene sottolineato come elemento negativo: è un carpentiere, un falegname, ha le mani callose, non ha alcuna istruzione, non ha titoli di studio e perciò non può parlare come un profeta.
È tutto questo che “scandalizza” i nazaretani i quali, pur capendo che quello che Gesù dice e fa viene da Dio, non riescono a credere in lui, a fidarsi di lui, della sua Parola e del suo progetto di vita, non riescono a credere alla salvezza che Gesù offre loro.
Il nome “Gesù” significa proprio questo: Dio Salva!
E Gesù, nel cui nome è contenuto il meraviglioso progetto di amore per noi, lo realizza in pieno, ma lo realizza nell’umiltà, nel silenzio, quasi nella dimenticanza… Addirittura viene scambiato per un malfattore e messo a morte proprio come un ladro e un assassino.
Dio muore per noi e ancora una volta tutti sono scandalizzati, perché non si riesce a pensare e a credere che noi siamo amati in modo così gratuito e generoso da Dio.
“Io ti mando a un popolo ribelle, ascoltino o non ascoltino, sapranno che almeno c’è un profeta tra loro”. Queste parole il Signore Dio le dice al profeta Ezechiele che è vissuto tanti e tanti anni prima di Cristo: sono parole che indicano la durezza del cuore del popolo di Dio. Una durezza che diventa pietra, sasso di inciampo, scandalo, proprio come succede ai nazaretani al tempo di Gesù.
Purtroppo la storia rischia di ripetersi e anche noi, se non stiamo attenti, rischiamo di essere, più che ascoltatori accoglienti, sassi di inciampo per la nostra fede.
“I nostri occhi sono rivolti al Signore”. Così abbiamo proclamato per tre volte rispondendo al salmo responsoriale.
Volgere gli occhi al Signore significa prestare attenzione e vivere di conseguenza.
In questa settimana proviamo a mettere in pratica, a vivere questa parola che dice accoglienza a Dio e al suo progetto per noi.
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 15 luglio 2012   Mer Lug 11, 2012 9:19 am

DOMENICA 15 LUGLIO 2012

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


“Ciao bambini! Sono… anzi…. non vi dico chi sono perché lo capirete dal mio racconto!
La pianta da cui sono nato è molto longeva: può raggiungere anche alcune centinaia di anni! Ha dei fiori piccoli e bianchi senza profumo, le foglie sono di forma lanceolata ed il frutto ha una forma ovale non molto grande, di colore verde o anche violaceo. Il tronco è contorto, la corteccia è grigia e liscia ma tende a sgretolarsi con l’età; il legno è di colore giallo bruno, molto profumato, è duro ed è utilizzato per fabbricare mobili molto pregiati: mobili di ulivo. Proprio qui inizia la mia storia…
Un falegname stava cercando di prendere il meglio di questo albero e scartava i rami più brutti, quelli che a lui non servivano: io ero uno di quelli e mi ritrovai buttato per terra. Che tristezza! Mi sembrava che la mia vita non servisse proprio a niente… scartato e gettato: il massimo dell’umiliazione. Passarono molti giorni e le mie speranze di essere utile svanivano sempre di più. Ero abbastanza diritto, ero sano, mi sembrava anche di essere bello… ma a cosa potevo servire? Non certo per fare un mobile! Ero lì che frullavo brutti pensieri quando sentii che una mano mi prese. Ecco, pensai, è arrivata la mia ultima ora… sicuramente mi raccolgono per bruciarmi e così la mia vita se ne andrà in fumo…
E invece no! Cominciarono a liberarmi dai piccoli rametti secchi, tolsero le foglioline morte, mi tagliarono un po’ per accorciarmi, mi levigarono per farmi diventare più bello e voilà… diventai un bastone!
Diventai l’appoggio, il compagno di viaggio di un pescatore che era stato mandato “fino agli estremi confini della terra” per una missione molto importante. Naturalmente, all’inizio, io questo non lo sapevo… Non sapevo chi fossero quel pescatore ed il suo compagno che camminava con lui, ma intuii che il loro compito era grandissimo.
Ben presto capii, con grande gioia, che ero diventato quel “qualcosa” che poteva essere d’aiuto per portare il più grande messaggio di amore a tutto il mondo: ero diventato il bastone di uno degli apostoli di Gesù!!!
Già… sono stato fortunato perché ho visto e sentito tutto e così vi posso raccontare, sperando che quello che ho capito io possa servire anche a voi per essere dei piccoli missionari del Signore. Cominciamo dall’inizio.
Gesù decise che era giunto il momento di mandare i suoi discepoli ad annunciare la Bella Notizia e a testimoniare la Sua presenza attraverso la loro vita.
Li chiamò tutti e dodici e li mandò a due a due… Io, con la mia piccola testolina di bastone, mi chiesi: Ma perché in due? Già dodici non sono tanti, se almeno andassero ognuno per conto proprio si raggiungerebbero molti più paesi… Comunque partimmo.
Il viaggio non era certo semplice, la strada era lunga e faticosa e non mancavano gli imprevisti, ma più si procedeva, più capivo il motivo per cui Gesù aveva inviato gli apostoli a due a due: per far capire a tutti come si fa ad amarsi vicendevolmente.
Eh sì… nemmeno per i miei due compagni di viaggio, infatti, era tutto semplice… qualcosa su cui discutere c’era spesso ed i motivi erano vari, anche perché i caratteri erano diversi ma, alla fine, tra di loro prevaleva sempre la comprensione, l’aiuto, il perdono, la convivenza vissuta per amore.
“Sarete riconosciuti da come riuscirete ad amarvi gli uni gli altri” aveva detto Gesù...
Non avevano scelto loro il proprio compagno: erano stati scelti da Gesù ed erano stati incaricati di cacciare il male e le divisioni dai cuori, di convertire e di guarire.
Aveva proprio ragione il Maestro… non sono le parole che contano e che convertono: ciò che conta è il modo di rapportarsi con chi è vicino. In due si fa “comunione”, cioè si è comunità che vive e porta un annuncio: l’annuncio è la propria vita.
E poi, quando si è in due… si è sempre in tre! L’ho sentito dire proprio con le mie orecchie da Gesù: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. Che dite bambini… se il terzo è il Maestro in persona, di cosa dovremmo avere paura?
A questo punto voglio tornare indietro nel racconto per parlarvi del momento in cui Gesù convocò i dodici per dare loro le disposizioni per il viaggio. Io, sinceramente, rimasi sbalordito. Sentii infatti che Gesù che “ordinava”!!! Caspita, pensai, deve essere molto importante quello che sta per dire perché di solito non ordina mai!
“Ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, ne sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche”.
Non vi nascondo che in quel momento mi sono sentito importante: il Maestro in persona aveva detto agli apostoli di prendere per il viaggio solo un bastone! Chi l’avrebbe mai detto… io che pensavo che la mia vita fosse inutile! Al di là di questo mio momento di gloria, avevo comunque capito il Suo messaggio. Non si può essere missionari di Gesù se il nostro comportamento, il nostro abbigliamento, il nostro stile di vita contraddice quello che diciamo: quello che conta è l’essenzialità.
Perché Gesù aveva detto agli apostoli di non portare due tuniche? Perché avere due tuniche era proprio dei ricchi!
Il Maestro vuol far capire che la povertà è una condizione indispensabile: i missionari devono essere “truppe leggere”. Un discepolo appesantito dai suoi “bagagli” diventa pigro, incapace di amare e molto abile nel trovare un sacco di scuse.
E perché, oltre ai sandali certamente necessari per camminare, Gesù dice di portare il bastone? Perché è il segno del cammino, è il segno che ci dice che la nostra vita è sempre in salita, in crescita, è il segno che ci dice che non ci dobbiamo fermare mai.
Anche a voi Gesù chiede di incamminarvi col vostro bastone e di lasciare tutto quello che “pesa”, cioè tutto quello che a volte vi fa dimenticare Dio: ad esempio le vostre troppe comodità, i vostri tanti giochi, le vostre sicurezze materiali, e ancora… l’egoismo, la pigrizia, l’arrivismo, ecc. ecc. ecc. Non potete camminare spediti se vi portate tutti questi bagagli ingombranti! Non servono… anzi, impediscono la vostra conversione ed anche quella degli altri. E così, liberi da tutto ciò che è “di più” o anche da ciò che è “male”, Gesù vi chiede di andare.
Non in giro per il mondo… semplicemente fuori dalla porta di casa, dai vostri vicini, dai nonni, dagli amici… e continuate voi l’elenco.
È nella vita di ogni giorno, infatti, che dovete essere missionari di Gesù!
Certo che le difficoltà ci saranno. È normale.
Anche per il mio gruppetto (due apostoli e due bastoni), ci sono state difficoltà di vari tipi. Ad esempio, abbiamo trovato delle persone che non ci hanno accolto e non ci hanno nemmeno ascoltato… ma non ci siamo arrabbiati! Come ci ha detto Gesù prima di partire, non ci siamo fatti scoraggiare dal rifiuto, ce lo siamo “scrollato di dosso”, ce lo siamo dimenticato, certi che ogni testimonianza di amore prima o poi porta frutto.
E così… pronti, partenza e via! Partivamo per altri luoghi con impegno e con coraggio, nella certezza che, con Gesù in mezzo, avremmo potuto fare grandi cose.
Così è stato. Il seme del Vangelo è cresciuto, si è moltiplicato in tutto il mondo ed ha dato tanti e tanti frutti!
E pensare che questo viaggio è iniziato solamente con dodici amici, ognuno con un bastone uguale a me!
Volete iniziare anche voi questo viaggio assieme a Gesù?
Allora… pronti, partenza e via! CIAO a tutti e BUON CAMMINO!”.
P.S. Ricordatevi di prendere il bastone!!!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 LUGLIO 2012   Mar Lug 17, 2012 7:17 pm

DOMENICA 22 LUGLIO 2012

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Questo di oggi è proprio un Vangelo per le vacanze, perché Gesù invita gli Apostoli a prendersi un po’ di riposo, cioè ad andare in vacanza!
Per capire bene questa sua proposta, dobbiamo raccontare che cosa era successo subito prima di quello che ci ha raccontato l’evangelista Marco.
Infatti, per alcune settimane, il Maestro e Signore aveva inviato gli Apostoli a due a due, a percorrere tutti i villaggi della regione, portando l’annuncio della Buona Notizia.
Aveva detto loro di andare a piedi, portando solo un semplice bastone come sostegno lungo il cammino, senza portare con loro né ricchezze né bagagli. A tutti coloro che incontravano dovevano rivolgere lo stesso invito: “Convertitevi! Aprite il cuore ed accogliete la salvezza portata dal Signore!”.
Ormai era finito il tempo di Giovanni Battista: la voce dell’ultimo profeta mandato da Dio a preparare la strada al Messia, era stata messa a tacere da Erode, che l’aveva fatto arrestare e poi uccidere, mentre era in carcere. Ora che l’ultimo dei profeti non poteva più compiere la sua missione, il Rabbi di Nazareth decide di inviare i suoi Apostoli per preparare ogni persona ad accogliere l’annuncio straordinario del Vangelo.
Non solo: poiché il Maestro e Signore desidera che sia chiaro, sia evidente, che gli Apostoli non stanno agendo di propria iniziativa, ma che sono invece proprio inviati da Dio, dà ai suoi messaggeri il potere di guarire gli ammalati.
Figuratevi: proviamo per un attimo a pensare che cosa può accadere ovunque i Dodici passino! Portano il loro annuncio e guariscono tante persone, per cui si radunano presto folle numerose che li cercano: non solo per ascoltarli, ma soprattutto per condurre da loro bambini e anziani, giovani e meno giovani, colpiti dalle più diverse malattie, sperando che la forza dello Spirito presente negli Apostoli possa guarire i loro cari.
Così, i Dodici vengono sballottati da un luogo all’altro, trascinati da una folla sempre più numerosa, frastornati da grida e parole, travolti da pianti e da suppliche, cercati dall’alba al tramonto, e a volte persino di notte...
Sono giorni entusiasmanti, per loro, semplici pescatori senza istruzione, che di colpo diventano delle celebrità.
Sono giorni pieni di gioia, perché i Dodici riconoscono l’azione dello Spirito che, per mezzo loro, guarisce gli ammalati, compie prodigi, tocca il cuore di tante persone.
Ma sono anche giorni faticosi e impegnativi, in cui devono superare i loro timori e la loro timidezza, dovendo stare sempre in mezzo a persone sconosciute, sempre in viaggio, sempre in ansia e un po’ di corsa, non potendo programmare in alcun modo i giorni successivi. Non mancano neppure i giorni più cupi, più tristi, quando vengono rifiutati, scacciati o presi in giro...
Perciò, quando scade il termine fissato da Gesù, tutti gli Apostoli si affrettano a tornare da lui, parecchio euforici e davvero stremati.
Riuniti con il loro Rabbi, cominciano subito a raccontargli tutto quello che hanno vissuto, le persone che hanno accostato, la conversione del cuore di tanta gente, i miracoli che hanno visto compiersi grazie alla forza della preghiera...
Riferiscono ogni cosa, mescolando le voci; interrompendosi a vicenda, nella foga; gesticolando, per accompagnare i discorsi; emozionandosi, nel ricordare alcuni particolari...
Oh, quella bambina! Era così piccola e debole... quasi non credevo ai miei occhi, quando l’ho vista camminare da sola!... Ma sapete che Neftali, il brigante delle montagne, è venuto ad ascoltarci quando eravamo presso il bosco? Da non credersi!... E Sara, quella vecchietta tutta curva: quante benedizioni ci ha lasciato, per essere passati a visitarla!... Era così contenta di essere vissuta fino al giorno del Messia...
Gesù ascolta tutti con grande attenzione e poi, da vero amico e maestro, comprende la loro stanchezza e li invita: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.
È un po’ come se dicesse: “Qui ci vuole una vacanza! Andiamo in un posto lontano dagli impegni quotidiani. Avete proprio bisogno di una pausa, di sospendere le corse di ogni giorno per rilassarvi e gustare la mia compagnia e la gioia di stare insieme tra amici”.
Servono a questo, le vacanze, non vi pare?
È come se ora, Gesù, dicesse a ciascuno di noi: “Smettete per un poco di correre e affannarvi con le cose da fare! Gustate il piacere di stare tra voi, in famiglia, di chiacchierare, ridere, giocare, senza preoccuparvi sempre del lavoro, della scuola, delle faccende o degli altri impegni... Prendetevi, nel tempo dell’estate, un po’ di respiro per stare insieme alle persone che amate... Gustate la bellezza della natura; lasciatevi stupire dai panorami, dalle albe e dai tramonti; restate a bocca aperta di fronte all’originalità di tutti i viventi, piante e animali...”.
A me sembra proprio un grande, il nostro Dio, che si preoccupa per noi fino al punto da volere che, oltre al riposo di un giorno alla settimana, ci sia, nel corso dell’anno, un tempo più lungo per rilassarsi e assaporare la vita!
Ora, vi faccio una confidenza, proprio sottovoce: sapete che cosa ho scoperto parlando con gli alunni della mia scuola? Però voi non lo dite a nessuno, mi raccomando!
Ho scoperto che molti di loro, in estate, non vanno a Messa! Durante le altre stagioni sono fedelissimi al catechismo, all’oratorio, alla Messa... ma quando partono per le vacanze, pensano che anche Dio parta per le sue e quindi non vanno a Messa. Non solo! C’è anche qualcuno... (lo so, lo so, sembra assurdo, ma vi dico proprio cose vere!) ...qualcuno smette anche di dire le preghiere del mattino e della sera!!
Che strane idee, non vi pare? Come se il nostro Dio non venisse in vacanza insieme a noi! Gesù è stato chiarissimo, quando si è rivolto ai Dodici: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”.
Dice “venite”, non “andate”: se dice “venite” è perché va anche Lui insieme a loro!
Lasciamo che Gesù possa venire in vacanza con noi!
Salutiamolo al mattino, quando ci alziamo, pronti per nuove avventure; ringraziamolo, alla sera, raccontandogli la nostra giornata, prima di addormentarci!
E la domenica, oppure il sabato sera, troviamo una chiesa dove incontrarlo nella celebrazione dell’Eucaristia! Anche nei paesini più sperduti, una chiesa si trova sempre. Anche all’estero: pensate come sarà interessante partecipare a una Messa in una lingua diversa dalla nostra, perché anche se non capiamo le parole, con il cuore sappiamo seguire ogni dettaglio!
Per tutti noi, poi, spero che le cose vadano un po’ meglio rispetto agli Apostoli: perché quando, insieme a Gesù, partono per la loro vacanza, le folle li seguono e li raggiungono.
Il Maestro e Signore si commuove per tutte quelle persone in cerca di speranza e di amore, e mette da parte le vacanze.
Ma a noi, il Signore Dio non chiede di arrivare a rinunciare a ogni svago e riposo: si aspetta invece, che godiamo al meglio le nostre vacanze, senza chiudere il cuore a chi ci vive accanto. Siamo in vacanza, ma non è che diventiamo degli storditi! Sappiamo sempre accorgerci di quello che succede intorno a noi e capire se possiamo essere d’aiuto!
Allora, gustiamo il riposo, ma senza oziare: basta una piccola mano in casa, a mamma e papà, che anche in vacanza non smetto di prendersi cura di noi.
Una piccola gentilezza, persino verso le persone che non conosciamo: ci si può divertire anche senza urlare come pazzi, nelle ore del riposo; possiamo evitare di essere prepotenti o di fare i capricci... Rivolgere un sorriso a bambini appena arrivati, che magari sono da soli e non osano entrare nel gioco: invitarli a unirsi a noi... Piccole cose come queste, che saprete inventare di sicuro!
Così da tornare, dopo le vacanze, con il corpo riposato e il cuore colmo di gioia e di serenità.
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MessaggioOggetto: domenica 29 luglio 2012   Mar Lug 24, 2012 3:34 pm

DOMENICA 29 LUGLIO 2012

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Quanti sono appassionati e bravi in matematica, ascoltando questo brano del Vangelo probabilmente intuiscono che qualcosa non quadra. A far la prova del nove di questa divisione/moltiplicazione i conti non tornano. Gesù e i suoi discepoli riescono a dar da mangiare a tantissime persone, avendo cibo sufficiente per cinque o forse dieci! Questo è il segno evidente ai nostri occhi e alle nostre orecchie della divinità di Gesù. Solo Dio può compiere una moltiplicazione con… una divisione! Lui moltiplica dividendo quel po’ di pane e quei pochi pesci che aveva a disposizione. Solo Lui può far lievitare senza lievito!
A ben guardare qual è il segno che ci fa conoscere meglio Gesù, il Figlio di Dio che ha voluto vivere da uomo come noi? Tra la gente che lo seguiva in lungo e in largo, c’era chi aveva visto le guarigioni, i miracoli che compiva; altri ne avevano solo sentito parlare e tutti lo cercano, lo inseguivano quasi. Spontaneamente andavano alla ricerca di Gesù, volevano stare con Lui. Come mai?! Beh, alcuni volevano avere conferma di quanto ascoltato, magari non credevano che potesse guarire gli ammalati, finché non vedevano con i propri occhi!! Altri invece, desideravano stare con Gesù perché aveva loro toccato il cuore con i suoi gesti e le sue parole. Altri ancora, per curiosità, Lui era una specie di celebrità.
Proprio come noi oggi! Forse siamo in chiesa anche un po’ per curiosità, vogliamo saperne di più su Gesù, o per accompagnare la nonna, che altrimenti, sarebbe venuta da sola, o perché ce lo dicono mamma e papà o i nonni, o forse perché ci piace venire all’oratorio e partecipare alle diverse attività con gli amici… Insomma ognuno di noi è qui con motivi diversi e ascolta e porta nel cuore il Vangelo in un modo personale.
Gesù intuisce che il suo gesto, dar da mangiare a tanti con poco, ha stupito la gente, e questo dovrebbe stupire anche noi. Da quel momento in poi Lui non era più uno qualunque, ai loro occhi era una persona importante, ma non solo: era uno capace di cose prodigiose, che nessuno tra loro poteva compiere! Per loro era diventato un re, gli riconoscevano un potere speciale, se comandava di fare qualcosa gli altri l’avrebbero fatta. Inoltre un re è qualcuno che dà sicurezza perché protegge, combatte per il suo popolo.
E Gesù proprio mentre loro pensavano di dichiararlo re, cosa fa? Se ne va!
Va lontano da loro e dai progetti che avevano per Lui. Va a pregare da solo. Ma come? tutti erano là per Lui e Lui se ne va; proprio sul più bello?! Quando poteva raccogliere le lodi, strano, no?! Allora bisogna riconsiderare tutto: il segno, la straordinaria moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù non lo realizza per propria gloria, per vanto personale o per acquistare “punti” e candidarsi a re, governatore del paese. Gesù non stava in mezzo alla gente per stupire o per mostrare i suoi poteri, voleva stare con loro e parlare ai loro cuori. Anche oggi, ascoltiamo il Vangelo e Gesù parla ai nostri cuori e vuole raccontarci la bellezza di stare insieme come amici. A Lui non importa sapere come siamo arrivati qui, a Lui interessa che i suoi amici stiano accanto a lui e insieme scoprire le meraviglie, la bellezza, la gioia della nostra vita. Durante questo periodo estivo portiamo nei nostri viaggi, nei momenti di divertimento anche il nostro fedele amico Gesù, magari parlandogli delle nuove scoperte o delle persone che incontriamo.
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MessaggioOggetto: domenica 5 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:04 am

DOMENICA 5 AGOSTO 2012

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


«Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete».
Quest’ultima frase di Gesù ci lascia perplessi: cosa vuol dire non avere più fame e sete? Si può dire che chi segue Gesù non ha problemi o domande da porsi?
Papa Ratzinger, visitando Auschwitz, davanti al muro degli orrori , non è riuscito a trattenere una frase, detta in tedesco: “Dov’era Dio quando accadevano queste cose?”.
Anche il Papa (e questo ce lo rende ancora più simpatico) ha sete di sapere cosa cambia nella nostra vita quando si segue Dio e quale vantaggio ne venga allorché sembra che i malvagi vincano sempre. In altre parole, ognuno di noi vorrebbe sapere cosa fa Dio quando accadono persecuzioni, terremoti e quale convenienza ci sia a vivere secondo il Vangelo. Non ci vuole molto per vedere che spesso i malvagi fanno la parte del leone e non pagano mai per le loro malefatte.
In effetti, Gesù non dà risposte preconfezionate: dice soltanto che seguendo Lui si trovano le radici delle risposte più importanti ai quesiti della vita.
Supponiamo di incontrare una persona che ha perso tutto per il fallimento della sua azienda. Gesù non gli fornisce il denaro per pagare l’affitto o le medicine per i suoi figli ma gli dà la forza di non perdere la pace e ricominciare a guadagnare da qualche altra parte.
Nello SCAUTISMO si impara a “non aver fame e sete” di qualcosa allorché si va ad un campo. Mentre si era a casa, sembrava che non si potesse vivere senza acqua calda, internet, televisione ecc.. Al campo ti accorgi che sei sereno scoprendo la musica degli uccelli invece che dei registratori. È accaduto anche a Papa Ratzinger mentre era in vacanza in Val di Aosta: non potendo scrivere a causa di un incidente al polso, ha passeggiato più a lungo ed ha scoperto – lui musicista – che il canto degli uccelli è più bello di quello del suo amatissimo Mozart, puoi mangiare benissimo anche se i piatti non sono decorati in oro.
Chi segue Gesù non ha più fame e sete perché si nutre della Eucarestia (primo cibo e primo impegno da mantenere fisso anche in estate) ma perde anche la fame e la sete delle comodità se si diverte a vivere bene lo SCAUTISMO.


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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 12 agosto 2012   Dom Ago 12, 2012 9:06 am

DOMENICA 12 AGOSTO 2012

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il discorso sul pane di Gesù nella sinagoga di Cafarnao si snoda attraverso due elementi sempre uniti tra loro: la mia carne - il mio sangue; se non mangiate - se non bevete. Anche in questa domenica Gesù ci porta dal piano del sentire a quello del credere. Per ascoltare il discorso di Gesù e comprendere quanto Egli ci vuole rivelare dobbiamo porci sul piano del credere, sul piano della fede. Chi crede, dice Gesù, ha la vita eterna. Il cristiano vive nella fede. Si gioca tutto in un atto di fede. Il questi ultimi tempi sono moltissime le persone che sperano di vincere l’enalotto, sempre più hanno successo le trasmissioni dove si gioca e si vince “qualcosa”. Forse non ci rendiamo conto che abbiamo già ricevuto un biglietto premio valido per la vita eterna, quindi qualcosa che vale molto di più di qualsiasi vincita terrena. Sta a noi giocare in modo vincente: investire la nostra vita con Gesù, ci permette di vincere la vita eterna. Basta credere, il biglietto è gratis. Gesù ha già conquistato per noi la salvezza e ce l’ha data. Condizione necessaria per ottenerla: credere in Lui. La fede, nella quale Gesù ci ha salvato, non ci permette di cercare altri mezzi di salvezza. È come se per salire su un palazzo altissimo, facessimo le scale anziché prendere l’ascensore che è a nostra disposizione. L’Eucaristia è quest’ascensore che ci porta al Padre. L’unica cosa che dobbiamo fare è prenderlo con fede, perché ci porti lassù in Alto.
Ma cosa significa CREDERE? La fede ha tre aspetti:
1. Credere: non si limita a credere in Dio, bensì significa credere a Dio, che è una cosa molto diversa. Il fatto di credere in Dio non comporta nessun merito, perché anche satana crede in lui. Credere a Dio significa che l’uomo si affida totalmente e incondizionatamente a Lui. Non significa credere in qualche cosa, ma in Qualcuno, credere alla Sua Parola.
2. Confidare: rappresenta la certezza che Dio agisce secondo le sue promesse. Non secondo le nostre colpe o i nostri meriti, ma secondo i meriti di Gesù sulla croce. È la sicurezza di cose che non vediamo, ma che riusciamo in qualche modo a percepire. È la fiducia che dà la pace al bambino, che sta tra le braccia forti e amorose di suo Padre.
3. Dipendere: la fede ci porta ad obbedire a Dio, altrimenti non è fede. La fede che salva è quella che ci vuole sottomessi, non per obbligo o per timore verso Dio, ma è quella che ci porta ad obbedirgli come ad un padre che ci ama e vuole il meglio per i propri figli. Infine la fede ci porta a vivere secondo quello che crediamo altrimenti si rischia di ridurla a un’ideologia, una teoria o un sentimento. La fede, infatti non è sentimento, né si può misurare attraverso l’emozione o l’autosuggestione. È una decisione totale dell’uomo che coinvolge tutto il suo essere e tutta la sua persona.
Mangiare il pane che Gesù ci offre, cioè la sua stessa vita, è credere che in quel pezzo di pane Lui è Presente, è lasciare che sia Lui a prendere in mano la nostra vita, lasciare che L’Eucarestia ci trasformi in Gesù.
Anche nella fede i poveri ci sono maestri. Ester vive a Lima, ha 35 anni, tutti la conoscono per la sua gioia di vivere. Suo marito, Pedro, è autista di veicoli pesanti. Carlos, 16 anni, Raúl, 12 anni e José, 5 anni, sono i loro tre figli. La famiglia di Ester e Pedro è una delle tante famiglie per le quali è normale affrontare le difficoltà quotidiane per la sopravvivenza. Il lavoro, come sempre, scarseggia e in questo periodo non si trova neppure qualche occupazione alternativa.
Una domenica mattina Ester ci racconta: “Ieri in casa non avevamo niente da cucinare. La piccola riserva di denaro era finita da tempo e nessuno di noi ha mangiato. Ciò che mi strappava il cuore era il pianto del piccolo José. Tutto il giorno mi si avvicinava chiedendomi un pane: ‘Tengo hambre, mamà’, (Ho fame, mamma) mi diceva tra le lacrime. Mio marito non sopporta tale impotenza. In questi momenti si chiude nel silenzio o esce di casa. Sente la responsabilità di padre e di sposo, dell’uomo che ha il dovere di procurare il cibo per la sua famiglia ma che non può farlo. Si sente un fallito. Nostro figlio maggiore è uscito a giocare a calcio con gli amici. So che lo fa per non pensare allo stomaco vuoto. Le ore passavano senza che nulla cambiasse. È arrivata la sera, il momento di cenare, ma la dispensa rimaneva vuota. Ho pensato di riunire tutti i miei figli per pregare. José mi tirava nervosamente la manica della camicia, ripetendo: ‘Tengo hambre, tengo hambre’. Raúl mi ha abbracciato forte, dicendo: ‘Non piangere, mamma, non importa se oggi non possiamo mangiare. Abbiamo cenato ieri. Ci sono, invece nel mondo tanti bambini che non mangiano per giorni e giorni. Noi stiamo bene e possiamo ringraziare Dio perché siamo tutti insieme, uniti e Gesù è con noi’. Il mio piccolo Raúl di 12 anni aveva ragione, la nostra mensa, apparentemente vuota, era in realtà riempita dalla presenza del Signore. Abbiamo pregato per tutti i popoli del mondo ai quali manca il pane quotidiano. Alla fine ci siamo sentiti più tranquilli, sereni. Il Signore era stato il nostro alimento. Questa mattina mi sono alzata con la preoccupazione di cominciare un nuovo giorno senza risorse. Mentre stavo cercando di prendere una decisione, qualcuno ha bussato alla porta. Con grande sorpresa mi sono trovata davanti una vicina alla quale l’anno scorso avevo fatto un piccolo prestito. La signora mi ha porto un pacchettino avvolto in un pezzo di carta: ‘È il denaro che mi ha prestato, Ester. Scusi se solo adesso sono riuscita a restituirlo. Grazie. Che Dio la benedica’. Sono rimasta senza parole. Il nostro Padre del cielo ha mandato la vicina proprio oggi perché sapeva che avevamo bisogno. Senza pane possiamo sopravvivere, ma senza Dio sarebbe impossibile!”.
E per concludere una domanda: se il cristiano vive di fede, qual è il tuo ultimo atto di fede? A quando risale? Se non trovi una risposta, forse spiritualmente stai morendo e allora l’Eucaristia e la fede in Gesù presente in essa, può aiutarti a riprendere un po’ di forze e compiere chissà il tuo primo atto di fede cosciente. Buona settimana.
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MessaggioOggetto: mercoledì 15 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 10:57 am

MERCOLEDÌ 15 AGOSTO 2012

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA
SOLENNITÀ


Oggi grande festa per la Chiesa, per i credenti, per quanti davvero vogliono seguire il Signore. È la festa dell’Assunzione di Maria al Cielo. Una festa, questa, che mette nuovamente a dura prova la nostra fede, soprattutto quella fede che lega l’Assunzione di Maria a tradizioni non proprio cristiane. Difatti questa festa cade nel giorno del Ferragosto, e cioè di una festa di matrice pagana...che vedeva in questa giornata di “ferie augustee” anche una dedicazione alla dea Diana.
Ebbene, i primi credenti, che sono passati dal paganesimo al cristianesimo, avevano ben capito che dovevano credere al Signore Gesù Cristo e quindi hanno visto bene applicare a parecchie feste pagane delle feste cristiane. Una di queste è proprio l’Assunzione della Beata Vergine Maria, festa che dice l’amore e l’attaccamento dei cristiani alla Madre di Gesù.
In lei i primi credenti hanno visto quella madre affidata da Gesù (vedi vangelo di Giovanni in cui Gesù dalla croce dice: “Donna ecco tuo figlio, figlio ecco tua Madre”).
Una Madre di cui non si narra la morte ma l’Assunzione: Maria, sulla scia del profeta Elia, è stata “rapita al cielo”. Lei, quindi a ragione, è la Prima persona risorta. La promessa di Gesù si è realizzata.
Lei, che nel canto bellissimo della magnificenza di Dio, dice: Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.... tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Un giorno, mentre ero ad un concerto di matrice protestante, alcuni amici protestanti, sapendo che sono un cattolico, mi hanno stuzzicato sulle apparizioni della Madonna addicendo argomentazioni a favore dell’illusionismo e quant’altro pur di confutarne la veridicità.
Io, sinceramente, non avendo argomenti e sapendo la loro propensione “biblica” per cui è vero solo tutto ciò che è scritto, ho detto: “Tutte le generazioni mi chiameranno beata”. Evidentemente c’è ancora da realizzare che Tutte le generazioni la chiamino beata. Voi, forse siete ancora fuori da questa profezia...perché non la chiamate beata.
Scioccati (io pure scioccato per quella intuizione), non hanno risposto se non dicendo: beh, forse è così, noi ancora non la chiamiamo beata....
E io, rintuzzando: anche credere nella sola scrittura....ci vuole tanta fede. Aprite gli occhi, e prima o poi ci ritroveremo insieme a pregarla.
Davvero questa profezia del magnificat deve realizzarsi.
Ma, vogliamo crescere nella fede in Gesù Cristo? Chiediamolo a Maria. Lei, davvero già risorta (e prova ne sono le innumerevoli apparizioni ancora in corso) ci invita ad un cammino di conversione verso Gesù Cristo.
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MessaggioOggetto: domenica 19 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 11:00 am

DOMENICA 19 AGOSTO 2012

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Anche questa domenica la liturgia ci propone il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni. Al discorso sul pane si aggiunge quello sul vino, all’immagine del cibo quella della bevanda, al dono della sua carne quello del suo sangue. Il simbolismo eucaristico raggiunge il suo culmine e la sua completezza. L’Eucaristia è un banchetto e in ogni banchetto non si mangia soltanto, ma si mangia e si beve.
Perché Gesù ha voluto darci non solo il suo corpo, ma anche il suo sangue nel segno del vino? Cosa rappresenta il sangue? Per noi, oggi, il sangue non è che un organo del nostro corpo, accanto ad altri. Ma nella mentalità della Bibbia è ben altro. Il sangue era considerato la sede della vita. Per questo gli ebrei, anche oggi, non possono mangiare le carne di animali soffocati, cioè che hanno il sangue dentro. Mangiare il sangue sarebbe come mangiare la vita che è sacra e appartiene solo a Dio. Se dunque il sangue è la sede della vita, allora il versamento del sangue è il segno plastico della morte. Donandoci il suo sangue, Gesù ci dona la sua morte con tutto ciò che essa ci ha procurato: la remissione dei peccati, il dono dello Spirito. Noi sappiamo cosa significa dire a qualcuno: “Mi costi sangue!”. Il sangue è il simbolo più forte di tutto il dolore che c’è sulla terra. Se dunque nel segno del pane arriva sull’altare il lavoro dell’uomo, nel segno del vino e del sangue vi giunge tutta la sua sofferenza.
Ma perché Gesù ha scelto proprio il segno del vino? Solo per una affinità di colore? Cosa rappresenta il vino per gli uomini? Rappresenta la gioia; la festa. Gesù moltiplica i pani per la necessità della gente, ma a Cana moltiplica il vino per la gioia dei commensali. Il vino rappresenta nella vita, la poesia e il colore; è come la danza rispetto al semplice camminare, o il giocare rispetto al lavorare. Gesù scegliendo pane e vino, ha voluto indicare anche la santificazione della gioia. Ma allora, come è possibile che lo stesso segno rappresenti in quanto sangue la soffrenza e in quanto vino la gioia? Non si escludono a vicenda queste due cose? No, se pensiamo al sacrificio fatto per amore, come fu quello di Cristo. Il vino rappresenta la gioia del sacrificio! Nel dolore gli uomini si rivolgono naturalmente a Dio, mentre le gioie preferiamo godercele da soli. Quando riceviamo qualche gioia nella vita ci comportiamo a volte, come il cane che ha ricevuto un osso del suo padrone e subito lgi volta le spalle e va a goderselo in disparte, per paura che glielo portino via.
Un giorno, un santo orientale, San Simeone il Nuovo Teologo, sperimentò una gioia così forte, da credere di aver raggiunto l’apice ed esclamò: “Se il paradiso non è che questo, mi basta!”. Un voce però gli disse: “Sei ben meschino se ti accontenti di questo. La tua gioia presente, rispetto a quella futura, è come un cielo dipinto sulla carta, rispetto al cielo vero”.
Il pellicano è divenuto simbolo dell’Eucaristia perché si credeva che questo uccello, quando non ha più nulla da dare ai suoi piccoli, si apre con il becco una ferita nel costato e li nutre con il suo sangue. Molti sono i testimoni martiri che hanno dato la vita versando il loro sangue. Ci è di esempio Oscar Romero, Vescovo martire per il suo popolo salvadoregno. Ecco ciò che potremmo definire il suo testamento spirituale.
“Sono spesso stato minacciato di morte... Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, che sono salvadoregni, anche per quelli che mi vogliono uccidere. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere semente di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. Se è accetta a Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo. Perdono e benedico coloro che ne saranno la causa... perderanno il loro tempo: morirà un Vescovo, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai”.
Fu brutalmente ucciso all’altare nel momento della consacrazione, mescolando il suo sangue con quello di Cristo.
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MessaggioOggetto: domenica 26 agosto 2012   Lun Ago 20, 2012 11:00 am

DOMENICA 26 AGOSTO 2012

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Con il Vangelo di questa domenica si conclude il ciclo dei vangeli tratti dal capitolo 6° di San Giovanni. Un capitolo “tosto” che non si smentisce nemmeno nelle ultime righe: assistiamo infatti a un epilogo drammatico dell’intero discorso. Alcuni hanno trovato molto duro il discorso di Gesù e hanno preferito andarsene. Allora Gesù si rivolge agli apostoli e dice: “Volete andarvene anche voi?”. E Pietro risponde con bellissime parole: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.” Possiamo dire così che da quel momento, pur non mancando altri momenti di difficoltà, i discepoli optano definitivamente per Gesù. Hanno capito che seguire Gesù è un cammino in salita, faticoso, che lui non avrebbe realizzato tutti i sogni, anzi dopo l’invito ad abbandonare tutto, a rinunciare a tutto per seguirlo, ora indica come strada il dare la vita. Non è sufficiente rinunciare alle proprie cose, ai propri affetti, la sequela a Gesù comporta anche dare la propria vita: “dare da mangiare la propria carne per la salvezza del mondo”.
Viene un momento in cui bisogna decidersi per Gesù. Anche Gesù prende l’iniziativa di allontare coloro che non credevano, che però stavano con lui forse per comodità, per opportunità. E alcuni effettivamente si tirano indietro. Anche i dodici si rendono conto che ormai non è più possibile rimanere vicino a Gesù per interesse, in modo passivo, stando a vedere cosa succederà alla prossima... Occorre credere in Lui: “Signore, tu solo hai parole di vita eterna”. È una professione di fede. Dinanzi al Signore che rivela la sua identità più profonda di Figlio inviato dal Padre come cibo per la salvezza del mondo i dodici rinunciano a discutere in termini puramente umani e credono.
Credere non è rinunciare a comprendere, credere è comprendere che c’è una possibilità che ancora non conosco, ma è una certezza: so che è il Signore. È molto bello legare questo discorso duro sull’eucaristia ai discepoli di Emmaus che “riconobbero Gesù allo spezzare il pane”. In un gesto così semplice, così usuale, così quotidiano, gli occhi dell’intelligenza si aprono dinanzi al mistero. Credere è dire di sì a questo mistero che si svela ai nostri occhi piano piano.
Ma vorremmo soffermarci su quelli che si tirarono indietro. Vengono spese sempre molte belle parole su segue Gesù e gli altri? Chi sono quelli che si tirano indietro?
Forse gente ne più ne meno come noi che tante volte ci tiriamo indietro dinanzi alle nostre responsabilità di uomini, di donne, di cittadini, di figli di Dio. Lasciamo fare agli altri, lasciamo che la vita sia costruita da altri, però ci lamentiamo che poi le cose non vanno per il verso giusto, ci lamentiamo che c’è la guerra e non la pace, che c’è la fame e non il cibo per tutti, che c’è l’ingiustizia... Sì possiamo dire che quelli che si tirano indietro sono quelli che rimangono a guardare, a brontolare, a dire: “Si poteva fare di meglio”. Sono coloro che hanno rinunciato a salire in cordata con gli altri o peggio ancora quelli che fanno fallire i progetti più belli, perché tirando continuamente indietro fanno rpecipitare anche gli altri. Sono coloro che hanno mancato all’appuntamento più importante: trovarsi sotto la Croce e comprendere che quell’Uomo in cui non hanno creduto è invece il Figlio di Dio che avrebbe potuto cambiare completamente la loro vita.
Qualcuno ci ha creduto, per qualcuno è bastato un istante, per altri c’è voluto più tempo, ma non si sono tirati indietro dinanzi alla “durezza” della sequela di Gesù. Nel desiderio di trascrivere le loro testimonianze riportiamo la conversione di fronte all’Eucaristia di un noto giornalista e scrittore francese André Frossard, estrapolata dal suo libro: “Dio esiste. Io l’ho incontrato”.
Entrato alle 5,10 in una cappella del quartiere latino di Parigi, per cercarvi un amico, ne sono uscito alle 5 e un quarto in compagnia di una amicizia che non era di questa terra. Entratovi scettico ed ateo... più ancora che scettico e più ancora che ateo, indifferente e preoccupato di ben altre cose che da un Dio che non pensavo neppur più a negare... In piedi accanto alla porta, cerco con gli occhi il mio amico, ma non riesco a riconoscerlo... Il mio sguardo passa dall’ombra alla luce... dai fedeli, alle religiose, all’altare... Si ferma sulla seconda candela che brucia a sinistra della Croce (ignoro di trovarmi di fronte al Santissimo Sacramento). E allora d’improvviso si scatena la serie di prodigi la cui inesorabile violenza smantellerà in un istante l’essere assurdo che sono, per far nascere il ragazzo stupefatto che non sono mai stato... Dapprima mi vengono suggerite queste parole “Vita Spirituale”... come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce... poi una grande luce,... un mondo, un altro mondo d’uno splendore e di una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni irrealizzati... l’evidenza di Dio... del quale sento tutta la dolcezza... una dolcezza attiva, sconvolgente, al di là di ogni violenza, capace di infrangere la pietra più dura e, più duro della pietra, il cuore umano. La sua irruzione straripante, totale, s’accompagna con una gioia che è l’esultanza del salvato, la gioia del naufrago raccolto in tempo. Queste sensazioni, che trovo fatica a tradurre in un linguaggio inadeguato delle idee e delle immagini, sono simultanee... Tutto è dominato dalla presenza... di colui del quale non potrò mai più scrivere il nome senza timore di ferire la sua tenerezza, colui davanti al quale ho la fortuna di essere un figlio perdonato che si sveglia per imparare che tutto è dono. Commenta Frossard: “Dio esisteva ed era presente, rivelato, mascherato ad un tempo da quella delegazione di luce che senza discorsi ne figure dava tutto alla comprensione e all’amore... Una cosa sola mi sorprende: l’Eucaristia; non che mi sembrasse incredibile, ma mi stupiva che la carità divina avesse trovato questo metodo inaudito per comunicarsi, e soprattutto che avesse scelto per farlo, il pane, che è l’alimento del povero e il cibo preferito dei ragazzi...”.
Conclude Frossard la sua confessione con queste bellissime parole: “Amore, per parlare di te sarà troppo corta l’eternità”. Ciò che poteva apparire troppo duro, è entrato ad un certo punto della sua vita con un’irruenza tale da sconvolgerla. E ciò che era troppo duro è diventato nella fede un amore di infinita tenerezza.
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MessaggioOggetto: domenica 2 settembre 2012   Ven Ago 31, 2012 11:39 am

DOMENICA 2 SETTEMBRE 2012

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Sarà capitato anche a voi qualche volta, ragazzi, di aver ricevuto dalla mamma o dal papà un rimprovero che suonava pressappoco così: “Non mi hai ascoltato”. La prova che non “avete ascoltato” è data dal non aver eseguito qualcosa che vi avevano chiesto di fare.
Eh sì, proprio così. Tante volte sentiamo con le orecchie e non ascoltiamo veramente quello che ci viene detto. Sentiamo dei suoni ma non ascoltiamo davvero le parole, i messaggi.
Una volta ho chiesto a un giovane ragazzo cinese di scrivere, nella sua lingua, la parola “ascoltare”. La scrittura cinese non è come la nostra, non ha le lettere dell’alfabeto come da noi, ma è fatta con ideogrammi che sono come dei piccoli disegni stilizzati che descrivono le parole. Il ragazzo, per scrivere la parola “ascoltare”, ha disegnato un ideogramma con al centro un segno che rappresentava l’orecchio e poi, davanti e dietro a questo segno, ha fatto, sempre in modo stilizzato, due cancelli.
L’idea che viene fuori da questo ideogramma è che “ascoltare” vuol dire “custodire”. Quello che tu ascolti deve essere protetto tra due cancelli, tra due porte in modo che non fugga via, che non si disperda.
Così è con la Parola di Dio, dono immenso e prezioso che il Signore fa a tutti noi, dono che proprio per questo deve essere ben ascoltato, ben “custodito”.
La domenica è il giorno del Signore. È il giorno in cui siamo convocati da Dio, chiamati per nome, invitati nella sua casa, alla sua mensa per stare con Lui. Egli ci convoca, ci chiama come popolo per dirci il suo amore che ci rivela attraverso la sua Parola.
Un amore sempre nuovo, sempre fedele e grande. Un amore che dona gioia.
Comprendere, gustare il suo amore vuol dire credere in Lui.
Sapete cosa vuol dire credere?
Vuol dire fidarsi!
La fede, cioè la fiducia, è qualcosa che nasce piano piano dalla conoscenza. Se conosco qualcuno, mi fido di lui, gli voglio bene. Un modo importante per conoscere l’altro è il dialogo. Possiamo dire allora che la fede, la fiducia, nasce dall’ascolto e cresce proprio attraverso l’ascolto. Infatti, quando due persone sono amiche hanno desiderio di stare insieme, di parlare, di raccontarsi. E più stanno insieme, più la loro amicizia cresce.
Così è con Dio. Ascoltare la sua Parola vuol dire ascoltare Lui, proprio Lui che ci parla e ci rivela il suo amore. Egli desidera la nostra amicizia. Crede in noi. Si fida di noi. Tutto questo ci fa capire che per Lui siamo davvero importanti. Ai suoi occhi, siamo davvero preziosi.
La prima lettura di oggi si apre con questo invito: “Ascolta!”. Ascoltare non è semplicemente sentire con le orecchie ma è capire ciò che ci viene detto al punto tale che il cuore e l’intelletto che accolgono la parola ascoltata spingono all’azione.
Solo se muove impegno e azione, l’ascolto è vero.
San Giacomo, un apostolo di Gesù, nella seconda lettura dice ai cristiani del suo tempo e a noi oggi: “accogliete la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza”.
Accogliere vuol dire proprio questo: far entrare dentro la nostra vita la Parola che Dio ci dona.
Gesù, in una bella parabola, mostra che la Parola di Dio è proprio come un seme. Se il seme resta in superficie non può portare frutto. Solamente se è accolto nella terra può crescere e svilupparsi.
Così è per la Parola di Dio.
Questa cresce, si sviluppa e porta salvezza nella misura in cui l’ascoltiamo, l’accogliamo, la mettiamo in pratica facendola diventare azione e vita.
Il salmo responsoriale dice che l’uomo che ascolta e accoglie la Parola, vive senza fare il male cercando il bene, la giustizia, la verità. La persona che vive così è davvero amica di Dio.
Per questo Gesù, nel vangelo di oggi, s’indigna contro coloro che fanno finta di credere.
Dicono con le labbra di credere in lui ma poi danno maggiore importanza ai loro interessi. Le loro regole sono più importanti della Parola che Dio dona.
Gesù li smaschera mostrando che il loro comportamento rivela che sono lontani dal Signore perché dal loro cuore escono pensieri e atteggiamenti cattivi nei confronti del prossimo.
Il Signore ci guarda con amore: “tu mi scruti e mi conosci” è scritto in un bel salmo.
Si, Dio ci conosce fino in fondo e non vuole persone che “lo onorano con le labbra ma poi hanno il cuore lontano da lui”.
A volte, durante la Messa, può capitare di rispondere per abitudine. In questa celebrazione vogliamo impegnarci perché le parole che pronunciamo siano dette con consapevolezza e le nostre labbra siano l’espressione dei sentimenti del nostro cuore? Vogliamo uscire da questa chiesa portando con noi una frase della Parola che Dio ci ha donato oggi?
Buona domenica.
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MessaggioOggetto: domenica 9 settembre 2012   Mer Set 05, 2012 11:11 am

DOMENICA 9 SETTEMBRE 2012

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


«Ciao bambini! Voglio raccontarvi quello che mi è successo. Un qualcosa d’incredibile! Sì, io sono proprio il sordomuto di cui si parla nel Vangelo di oggi. Avevo sentito parlare molto di Gesù, delle sue “prediche”, del suo comportamento un po’ insolito, del suo peregrinare da una regione all’altra, dei suoi miracoli; ma una cosa è sentir dire ed un’altra è vivere. Almeno, così è stato per me. Gesù, dopo essere passato per la Galilea, stava percorrendo con i suoi discepoli le regioni pagane di Tiro, Sidone e la regione della Decapoli (per voi l’attuale Libano). E’ qui che abito io. Noi residenti di queste zone adoriamo molti dei, siamo cioè politeisti e per questo siamo chiamati pagani, a differenza del popolo d’Israele che “ascolta” l’unico Dio: Jahvè. L’esperienza che ora vi racconterò mi ha fatto capire che ogni uomo e ogni donna, dovunque essi abitino e qualsiasi sia la loro cultura, possono essere toccati dalla Parola del vero Dio e dal suo amore. Al di là del mio handicap, io ero un tipo molto duro. Certamente la vita non era stata generosa con me e questo mio problema fisico aveva condizionato la mia esistenza. Ero sordo non solo perché non sentivo, ma anche perché non volevo sentire nessuno e il mio cuore era chiuso ad ogni tipo di contatto e di apertura. Ero muto non solo perché non sapevo parlare, ma anche perché non volevo avere a che fare con gli altri. Ero completamente “barricato” nel mio dolore ed ero certo che nessuno mi avrebbe potuto aiutare, ero certo che nessuno mi avrebbe potuto accettare, ero certo che nessuno mi avrebbe potuto amare. Evidentemente mi sbagliavo. Sapendo che Gesù passava di lì, alcune persone mi portarono da Lui pregandolo di impormi la mano. Già da quel momento in cui mi condussero là capii che qualcuno che mi voleva bene c’era. Quando arrivai davanti a Gesù fui subito affascinato da lui. Lo osservai attentamente e vidi che non muoveva le labbra; evidentemente non parlava ma, guardando i suoi occhi, mi sentii amato come nessun altro aveva mai fatto prima. Mi voleva mettere a mio agio e per questo mi portò in disparte, lontano dalla folla e dalla confusione. Voleva stare solo con me, voleva interessarsi solo di me. Ero così importante per lui che non voleva altri attorno; voleva bene proprio a me e mi prese le mani con affetto. Capii che voleva guarirmi e la mia gioia mi toglieva anche la capacità di pensare. Mi pose le dita negli orecchi e con la saliva mi toccò la lingua (nella nostra cultura è risaputo che la saliva ha proprietà terapeutiche ). Guardò poi verso il cielo per esprimere la sua unità col Padre ed emise un sospiro: in quel momento mi sentii così capito nel mio dolore, così amato, che mi sembrava che attraverso me Gesù manifestasse la sua misericordia a tutti gli uomini sofferenti, poveri e bisognosi del mondo. Poi disse: “Effatà” che significa “Apriti”. Subito sentii. Gesù mi aveva restituito la vita. Sentii le parole di Gesù, sentii le mie parole, ma sentii anche che dentro di me qualcosa doveva cambiare. Quell’”apriti” non era stato detto solo per le mie orecchie e per la mia bocca, ma era stato detto a me pagano, a me che non “sentivo” e non “parlavo” al vero Dio. Quell’“apriti” era stato detto al mio cuore pieno di tanti idoli che mi chiudevano all’accoglienza del vero Dono. Capii che Gesù, aprendo le mie orecchie, mi aveva dato la possibilità di ascoltare la Sua Parola e di dialogare con Lui e, aprendo la mia bocca, mi aveva dato la possibilità di testimoniare con la mia voce e con la mia vita il suo messaggio di amore. Quegli istanti furono così sconvolgenti per me che non riuscii a non trasmettere la mia gioia, la mia scoperta, la mia nuova vita. Nonostante Gesù avesse detto di non dire niente a nessuno perché non voleva la sua fama ma solo la mia gioia, la notizia si diffuse in un baleno. La gente capì la grandezza dell’accaduto e le loro non furono chiacchiere: compresero tutti, infatti, che in quello che aveva fatto Gesù c’era la presenza e l’agire di Dio, proprio come aveva detto tanto tempo prima il profeta Isaia. La mia esistenza si trasformò: non diventai ricco e famoso, non fui mai intervistato, non scrissi mai libri, non feci cose straordinarie. Tornai semplicemente alla vita di ogni giorno, alla mia famiglia, al mio lavoro, ma con la gioia di essere stato guarito nel corpo e anche nel cuore. Cercai di testimoniare agli altri l’amore di Dio per noi, con le parole ma soprattutto con il mio stile di vita. E’ questa infatti la sola prova che indica se sappiamo ascoltare e dire la Parola di Gesù».
Credo che, dopo avere sentito il racconto del sordomuto, sia molto chiaro quello che Gesù ci vuol far capire con questo miracolo. Che dite voi bambini?
Tutti noi, più o meno, siamo sordi e muti nei confronti della Parola di Dio.
Ma il Signore ci vuole guarire perché le nostre parole, se riflettono la Parola, possono addirittura trasportare le montagne! Quale grande responsabilità abbiamo!
Proviamo a pensare ora a quali potrebbero essere le nostre sordità.
Ascoltiamo solo quello che ci fa comodo e facciamo finta di non sentire quando ci viene proposto un qualcosa di impegnativo? Siamo capaci di ascoltare Dio e chi ci sta accanto? Sentiamo quando qualcuno ci chiede un piacere o è più conveniente per noi metterci i tappi nelle orecchie? Ascoltiamo i bisogni degli altri ed aiutiamo per quanto ci è possibile? Trattiamo anche noi le persone che soffrono come ha fatto Gesù?
Proviamo a pensare ora a quali potrebbero essere i nostri mutismi.
Siamo orgogliosi tanto da non riuscire a dire “scusa” o chiedere perdono? Riusciamo a fare la pace rompendo il silenzio con chi ci ha fatto qualche sgarbo? Le nostre parole sono costruttive o parliamo tanto per far prendere aria alla lingua? Parliamo scorrettamente, in modo cattivo o bugiardo?
I miracoli di Gesù non sono mai “magie” ma sono “segni” del suo amore.
Come Gesù quel giorno guarì il sordomuto, così vuole guarire il nostro cuore ed anche a noi dice “Apriti!”. Questo verbo già di per sé esprime positività. Per fare qualche esempio, infatti, la parola “aprire” sottintende luce quando si apre un balcone, sottintende accoglienza quando si aprono le braccia, sottintende gioia quando si apre una mano per donare, sottintende affetto quando il volto si apre con sorriso sincero, sottintende apertura mentale quando si è disposti ad accogliere le idee degli altri, sottintende FEDE quando ci si apre all’ascolto di Dio.
Gesù è venuto per “aprirci”, per riconciliarci con Dio e per riconciliarci gli uni con gli altri. Lo fa anche attraverso i Sacramenti.
I gesti che Gesù fa sul sordomuto sono un simbolo e, grazie a questi, Egli continua a "toccarci" fisicamente per guarirci il cuore. Per questo, nel Battesimo, il sacerdote compie sul bambino battezzato gli stessi gesti: gli mette il dito negli orecchi e gli tocca la punta della lingua, ripetendo la parola di Gesù: “Effatà”, apriti!
Il sordomuto del Vangelo è stato guarito perché ha avuto la fortuna di incontrare qualcuno che si è interessato a lui e lo ha condotto da Gesù.
Ci impegniamo anche noi, in questa settimana, a condurre qualcuno da Gesù?
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MessaggioOggetto: domenica 16 settembre 2012   Mer Set 12, 2012 1:22 pm

DOMENICA 16 SETTEMBRE 2012

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Sapete che cos'è un sondaggio di opinioni? Penso che qualche volta ne abbiate visto qualcuno in tv: fermano la gente per la strada e le chiedono cosa ne pensa di una certa situazione, oppure dove hanno trascorso le vacanze, o che cosa hanno acquistato ai saldi. È un modo per farsi un'idea di quello che pensano o fanno le persone intorno a noi.
Nel Vangelo di questa domenica sembra proprio che Gesù voglia fare un sondaggio di opinioni perché, mentre si sposta da un villaggio a un'altro, domanda: “Chi dice la gente che io sia?”.
Non è che il Maestro e Signore vuol sapere quant'è diventato famoso, se lo conoscono o se parlano di lui. Vuole vedere, piuttosto, se le persone che lo ascoltano stanno capendo il suo annuncio, se si rendono conto di chi egli è veramente.
Gli Apostoli sono sempre contenti quando si tratta di fare conversazione e poi tutti hanno qualche parere da riferire, visto che hanno sentito le persone fare commenti sul Rabbi di Nazareth mentre girano per la strada, all'ingresso della sinagoga, tra i banchi del mercato e persino alla taverna. Perciò, riassumendo tutti i pareri che hanno ascoltato, rispondono: “Alcuni, Giovanni il battista; altri, Elia, e altri, uno dei profeti”.
Beh, Gesù può essere soddisfatto, perché questo è già un ottimo risultato. Infatti, le folle che lo seguono e lo ascoltano, lo considerano un profeta, hanno capito che è un inviato da Dio. Non pensano che sia un pazzo o un esaltato, ma sono convinti che questo giovane Maestro abbia una missione da compiere, un annuncio da portare.
Sì, veramente è un buon inizio. Però bisogna anche riconoscere che la gente non ha ancora compreso fino in fondo la verità sul figlio di Maria e Giuseppe, diciamo che manca ancora qualcosa.
Per questo, girando lo sguardo sui suoi Apostoli, che passano con lui giorni e notti, che condividono tutto, che ormai dovrebbero conoscerlo davvero bene, Gesù domanda ancora: “E voi, chi dite che io sia?”.
Pietro si lancia subito, si esalta per questa domanda, sembra quasi di vederlo, come fanno i miei alunni a scuola, quando alzano la mano, tirando il braccio il più possibile, magari ondeggiando per farsi vedere se sono un po' in fondo, e ripetendo: Io, io, io...
Pietro è certo di sapere la risposta giusta e ci tiene a dirla.
Ma prima di ascoltare la sua risposta fermiamoci un attimo e proviamo a sentire quella stessa domanda di Gesù rivolta a noi, proprio a ciascuno di noi: E voi, chi dite che io sia? Per voi, che siete qui, oggi... per te, per lui, per lei, io chi sono?
Nel segreto del cuore, quando pensiamo a Gesù, cosa pensiamo veramente di lui?
È un Amico, uno di cui mi fido, a cui posso raccontare tutto di me?
È il Signore, colui che mi protegge, che mi aiuta?
È il Maestro, che mi insegna a vivere secondo il cuore di Dio?
È il Pastore, che mi guida nel cammino della vita?
A questa domanda non c'è una risposta esatta e una sbagliata: ciascuno può rispondere dal profondo della sua anima, riconoscendo chi è Gesù per lui o per lei.
Prendiamoci tutti qualche istante.
Ora che abbiamo le idee più chiare sulla risposta che daremmo noi, andiamo a rileggere cosa ha risposto Pietro, che non vedeva l'ora di dare la sua risposta. Con voce sicura, Pietro afferma, serio e solenne: “Tu sei il Cristo”.
Caspita: questa è veramente una risposta perfetta, una risposta da primo della classe, la risposta che sempre uscita da un libro di teologia!
Dire che Gesù è il Cristo è usare una parola greca, che significa “unto”, cioè sacro a Dio. Pietro sta dicendo che Gesù è un inviato di Dio, è il Messia che da sempre il popolo di Israele attende.
È una risposta che lascia stupito lo stesso Gesù, che subito raccomanda a tutti di non dire nulla in giro a quel proposito: - Shh! Non ditelo a nessuno – raccomanda il Rabbi di Nazareth – Non dovete essere voi, per adesso, a rivelarlo... Se lo dite in giro, subito mi immagineranno come un Messia vittorioso, che sconfigge i nemici, che guida un esercito e comanda tutti... Ma non è così che andranno le cose!... Sì, sono il Cristo, sono inviato da Dio Padre, ma quello che sta per accadere vi lascerà tutti sconvolti... –
E comincia a parlare di quello che dovrà succedergli: di come sarà perseguitato dai Sommi Sacerdoti e dai Farisei, della sua morte e della sua Resurrezione.
Di fronte alle parole del Maestro e Signore tutti gli Apostoli si rattristano, ma quello che reagisce peggio di tutti è proprio Pietro: è sconcertato, prende da parte Gesù e si mette a rimproverarlo: - Ma che discorsi vai facendo, Maestro? Soffrire? Morire? Risorgere?... Come puoi dire queste cose? Guarda che così ti prenderanno per matto! –
Sinceramente, è piuttosto facile riuscire a capire la reazione di Pietro, che proprio non riesce ad accettare i discorsi di Gesù sulla Croce, la sofferenza, la morte...
Sembra veramente il momento meno opportuno, per parlare di croce e persecuzione! Hanno appena stabilito che il Rabbi di Nazareth è proprio il Signore, il Messia atteso da sempre, e come proseguimento del discorso, ecco che Gesù salta fuori con questi discorsi di dolore e di morte. Per forza che Pietro è sconvolto!
Eppure Gesù è severissimo con lui, fate attenzione alle parole che usa l'evangelista Marco per descrivere quello che accade: “Egli, voltatosi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Colpisce il comportamento di Gesù, che prima di parlare cambia anche posizione, si volta verso gli Apostoli, distogliendo lo sguardo da Pietro, non vuole neppure guardarlo, mette molta distanza tra loro, e poi gli dice: Stai lontano da me! Se mi parli così, non stai seguendo la logica di Dio, ma di chi gli è nemico, per cui è meglio se mi stai lontano!
Chissà che gelo sarà sceso in quel momento sul gruppo degli Apostoli!
Pietro, che era stato tutto fiero della sua super-risposta ora si vede rimproverato dal Rabbi e si sente un pochino umiliato.
Gli altri Apostoli si guardano intorno o tengono lo sguardo ostinatamente basso.
È Gesù che sblocca la situazione: si rivolge non solo agli Apostoli, ma a tutta la folla che nel frattempo si è radunata e spiega: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.
Sembra proprio un ragionamento fatto al contrario, ma ci dimostra ancora una volta che la logica di Dio è diversissima dalla nostra.
Noi ci preoccupiamo di possedere, di conservare, di preservare, mentre Gesù segue la logica del dare, del donare.
È in questo modo, donandosi, che dimostra di essere il vero Messia, il Figlio di Dio: perché ama sino al punto di dare la vita.
Pietro ha riconosciuto in lui il Cristo, ma non ha capito in che modo si manifesterà la sua potenza: con l'amore e il dono di sé. Tutte le parole del giovane Maestro trovano conferma dalla sua vita, completamente donata.
Perciò, chiunque sceglie di vivere secondo il Vangelo, deve per forza assumere la stessa logica di una vita donata, altrimenti è una fede fatta solo di parole
Guardate che non voglio dire che tutti dobbiamo morire da martiri, sanguinando, offrendo la nostra vita per qualcuno!
Donare la vita significa, semplicemente, diventare, giorno dopo giorno, meno egoisti, meno impazienti, più generosi, più capaci di perdonare...
Si potrebbero dire molte altre cose, su questo Vangelo, ma forse è meglio fermarci qui.
Prendiamoci qualche istante di silenzio, per ripensare alla nostra risposta personale alla domanda di Gesù: Tu, chi dici che io sia? Chi sono io, per te?
E in questa settimana, sera dopo sera, proviamo a osservare quanto stiamo diventando capaci di una vita veramente donata, così da assomigliare ogni giorno un briciolino di più al nostro Maestro e Signore.
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MessaggioOggetto: domenica 23 settembre 2012   Mar Set 18, 2012 2:13 pm

DOMENICA 23 SETTEMBRE 2012

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Come la scorsa domenica, il Vangelo di Marco riporta l’annuncio della morte e risurrezione di Gesù. Gesù prepara i suoi amici spiegando ciò che sente nel suo intimo. Avverte che alcune persone non gradiscono la sua presenza e le sue parole a sostegno dei più deboli; intuisce i pensieri e i ragionamenti di chi lo segue. Lui riesce proprio a capire il cuore degli uomini. Dal Vangelo che abbiamo ascoltato emerge che Gesù legge anche nel cuore dei suoi discepoli, i quali si vergognano di dirgli la verità. Dal loro imbarazzo probabilmente Gesù capisce che si tratta di qualcosa di cui si vergognano. I discepoli infatti stavano valutando chi tra loro fosse il più buono, il più grande, insomma il migliore! Stavano facendo una specie di classifica e chissà quali erano le azioni o le parole che valevano di più e che secondo loro meritavano il primo posto!
Immaginate di fare una classifica con i vostri compagni di scuola: chi sarebbe il migliore? E per chi lo sarebbe? Per le insegnanti o per i compagni?
A Silvia, mia cugina, è capitato in prima elementare: due suoi compagni Giorgio e Paolo, avevano iniziato a dire che loro erano i più bravi; man mano alla discussione si aggiunsero tutti gli altri della classe, fino a che non si erano formate delle vere e proprie tifoserie. Le insegnanti non si erano accorte della cosa e per un paio di settimane la discussione proseguì. Ad un certo punto però i toni si erano fatti più accesi: cominciarono gli insulti e le offese! E così proprio Silvia chiese ad una delle maestre: “Secondo te, chi è il più grande, il migliore tra noi?” e raccontò tutta la vicenda. La maestra guardandoli fisso negli occhi fece un gran respiro e disse che comincia a spiegarsi come mai negli ultimi giorni c’erano stati tanti litigi e aggiunse: “ognuno di voi è speciale, ed ha un pregio, una qualità particolare, ma la vera grandezza viene fuori quando stiamo tutti insieme in armonia, pensate a quando abbiamo realizzato il cartellone e tutti hanno scelto un colore, ed è venuto fuori un arcobaleno, che è simbolo di pace!”.
Insomma la maestra Emanuela, fece un gran bel discorso e infine aggiunse: “Il più intelligente, il più svelto o il più preciso, se utilizza le sue capacità per farsi bello davanti agli altri rimane solo e triste! Mentre chi mette a disposizione degli altri le sue doti ha nel cuore molta più gioia e amore.” Tutti rimasero ammutoliti e smisero di stilare le loro classifiche.
Ecco, Gesù, ben prima della maestra, aveva spiegato ai suoi discepoli che il più grande non è chi è più capace o più intelligente, bensì “chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me”. E che significa? Beh, al suo tempo i bambini come le donne e gli ammalati erano le persone più deboli, meno influenti della società, dunque Gesù invita i suoi a mettere al centro delle loro occupazioni i più deboli e indifesi ed è così che ai suoi occhi si è grandi! Accogliere un bambino come voi significa anche ascoltare un bambino, dare spazio alle sue idee. All’epoca di Gesù un bambino non poteva intervenire nelle discussioni e non aveva nessuno diritto per la legge!
Agli occhi di Gesù è grande chi ha nel cuore tanto amore per i più deboli e indifesi, chi non si vergogna a passare del tempo con chi è malato o aiutare chi è in difficoltà.
Ognuno di voi può provare a sentire l’abbraccio di Gesù e magari immaginare le persone che insieme a Lui lo proteggono e aiutano, cosicché nel più intimo possiamo assaporare un senso di ringraziamento per quanti ci amano.
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MessaggioOggetto: domenica 30 settembre 2012   Mar Set 25, 2012 2:06 pm

DOMENICA 30 SETTEMBRE 2012

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: ”Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”.
Così inizia il brano del Vangelo di oggi.
Siamo a Cafarnao e vorrei provare, assieme a voi, ad immaginare Gesù che cammina per le strade di questa città con i suoi apostoli.
C’è molta gente attorno a lui, probabilmente c’è qualcuno che gli parla, forse qualcun altro gli corre incontro pieno di gioia desideroso anche solo di vederlo, forse un altro ancora non ha mai sentito parlare del Maestro ed è incuriosito…
Ci sono anche tanti bambini che giocano lì attorno e Gesù li sta guardando con affetto profondo, proprio con lo stesso affetto con cui oggi, qui, in questo momento sta guardando voi…
Ci sono poi gli apostoli che lo seguono: sono i suoi amici più cari, coloro che per diffondere il messaggio del Vangelo daranno la loro vita. Qualcuno di loro cammina vicino a Gesù, qualcun altro è più indietro.
Nel gruppetto che è più indietro c’è Giovanni che, ad un certo punto, fa una corsa per raggiungere Gesù perché ha una cosa molto importante da dirgli: lui e i suoi compagni avevano visto un uomo che scacciava demoni nel suo nome e loro non volevano…
Cosa dite voi, bambini? Chi potrebbe essere quell’uomo… forse un mago? Forse un soldato con una grande spada? Forse un qualcuno che con un raggio laser disintegra i demoni? E i demoni chi sono? Sono esseri mostruosi?
Niente di tutto questo.
I demoni non sono esseri mostruosi… sono i sentimenti cattivi che spesso abbiamo dentro di noi.
Penso sia successo anche a voi di nutrire nel cuore atteggiamenti di vendetta, di gelosia, di invidia, di rancore… e chi più ne ha più ne metta!
Sapete… noi possiamo scacciare questi spiriti cattivi quando facciamo il bene, quando cioè viviamo con amore.
E chi era quell’uomo? Non era un mago, o un soldato, o un disintegratore… era un uomo che amava. Le parole di Gesù che riassumono i suoi insegnamenti e che hanno il potere di scacciare il male sono infatti: ”Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”.
A Giovanni e agli apostoli, però, non andava a genio quell’uomo… scacciava i demoni nel nome di Gesù senza essere un loro amico, senza far parte del loro gruppo. Per questo volevano impedirglielo!
Secondo me erano un pochino invidiosi. Pensavano di essere gli unici ad agire correttamente perché seguivano Gesù, perché vivevano sempre assieme a lui, perché lo ascoltavano…
Insomma, credevano di essere i soli a poter agire nel Suo nome!
Gesù li riprende molto schiettamente dicendo che chiunque fa qualcosa per amore è con Lui, non contro di Lui. Tutti coloro che scelgono il bene e non il male, qualunque sia la loro appartenenza e colore, agiscono per Gesù e possono fare miracoli.
I miracoli non sempre sono eventi straordinari.
Il miracolo è il segno che Dio è in mezzo a noi col suo amore che dobbiamo a nostra volta donare, è accorgersi che è attraverso di noi che passa il miracolo di Dio per gli altri, il miracolo è fare la felicità degli altri. Penso che tutti voi abbiate reso felice qualcuno donando amore! Se è così, allora anche voi avete fatto un miracolo.
Questo brano del Vangelo ci fa capire molto bene che non ci sono gli “altri” da una parte e “noi” dall’altra, non ci sono quelli “del nostro gruppo” e quelli “fuori dal nostro gruppo”, non ci sono divisioni…
Tutti gli amici di Gesù possono fare tutto purché il fine sia il Bene.
L’avete mai sentita questa frase di Sant’Agostino:“Ama e fa ciò che vuoi”?
Ecco, questo dovrebbe essere il nostro impegno: un impegno non solo per questa settimana, né per questo mese, né per questo anno… deve essere l’impegno per tutta la nostra vita.
Amare significa avere il cuore aperto, un cuore che va verso gli altri, un cuore capace di “vedere” e di “sentire”, capace di condividere, un cuore capace di pregare.
Amare è anche dare un bicchiere d’acqua nel Suo nome…
Il Vangelo conclude con delle parole che, appena lette, mi sono sembrate molto dure ma che in realtà sono la logica conseguenza per chi ha scelto di seguire Gesù!
Gesù dice ai suoi apostoli di essere attenti a non “scandalizzare” i cuori innocenti usando comportamenti scorretti che potrebbero allontanarli dal Vangelo, e li esorta ad avere sempre umiltà, comprensione e attenzione proprio per non essere di “scandalo”.
Questa parola significa “inciampo”.
“Inciampo” nel senso che gli atteggiamenti negativi possono allontanare, possono far inciampare chi sta facendo un cammino verso di Dio.
Ma gli apostoli possono avere avuto atteggiamenti negativi? Proprio loro che hanno vissuto con Gesù minuto per minuto, giorno per giorno, che hanno ascoltato dal vivo le sue parole, che hanno visto come lui amava tutti?
Certo, anche loro a volte hanno sbagliato, ma hanno sempre ricominciato il loro cammino con Gesù testimoniando la loro fede fino al martirio.
Allora proviamo a guardare dentro di noi… sotto il maglione, sotto la camicia, sotto anche la maglietta, guardiamo proprio dentro dentro… guardiamo dentro il nostro cuore per capire quale è il nostro comportamento nei confronti degli altri.
Mi rendo conto che la mia mano, quando toglie invece che donare, potrebbe essere motivo di scandalo per i “piccoli” nella fede?
Mi rendo conto che il mio piede, quando porta in una strada sbagliata qualche amico, potrebbe essere per lui causa di inciampo?
Mi rendo conto che il mio occhio, quando ha una visione negativa delle cose, potrebbe convincere qualche altro bambino a seguire il mio esempio?”.
Gli amici di Gesù sono persone capaci di fare scelte coraggiose, sono persone che si impegnano a vivere il Vangelo senza compromessi.
Vogliamo noi impegnarci per diventare dei veri amici di Gesù?
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MessaggioOggetto: domenica 7 ottobre 2012   Gio Ott 04, 2012 9:30 am

DOMENICA 7 OTTOBRE 2012

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa domenica è come se fosse diviso in due parti distinte: c’è una prima parte, piuttosto lunghetta, che è rivolta ai grandi, agli adulti, perché parla di questioni che riguardano il matrimonio e il divorzio.
La seconda parte, invece, ha per protagonisti i bambini ed è rivolta proprio a tutti.
Siccome mi sembrate piuttosto giovani per essere già alle prese con il matrimonio, penso sarete d’accordo con me per concentrare la nostra attenzione sulla seconda parte del brano che abbiamo ascoltato poco fa.
Rileggiamola insieme: “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, abbracciandoli, li benediceva, ponendo le mani su di loro”.
L’evangelista Marco ci dice che la gente porta a Gesù dei bambini: non dei bambini speciali, particolarmente buoni o santi, che meritano di stare vicino al Maestro e Signore. Neppure gli portano dei bambini particolarmente monelli, perché Lui li faccia diventare buoni.
Non sono nemmeno bambini malati, che hanno bisogno di essere guariti, no, niente del genere. Sono bambini normalissimi, esattamente come voi: con tanta voglia di giocare, con il cuore generoso, ma anche pronti a qualche birichinata.
Allora, se sono bambini normali, perché li portano da Gesù?
Il Vangelo lo dice molto chiaramente: li portano dal Rabbi di Nazareth perché li accarezzi. Non è stupendo?! I genitori, i nonni, gli zii, gli amici di questi bimbi hanno capito che quel giovane Maestro è pieno dello Spirito di Dio, perciò desiderano che dia una carezza ai loro bambini.
Non vogliono segni, miracoli o prodigi: chiedono solo una carezza.
Ora, prima di proseguire, permettetemi una domandina sottovoce: a voi piacciono le coccole? A me tantissimo!
Mi piace farle e mi piace riceverle. Sono un modo per dire che ci si vuole bene, senza bisogno di usare le parole.
Nelle coccole, quello che conta sono i gesti: lo stare abbracciati, tranquilli... una carezza leggera sui capelli... una mano che sfiora pianino pianino le spalle, la schiena, le braccia, facendoci sentire amati e al sicuro.
Quando siamo un po’ tristi, ditemi, cosa c’è di meglio di una coccola che consola? Subito torna il sorriso.
Se siamo ammalati, anche le coccole ci aiutano a guarire, ci danno una forza in più.
Se siamo preoccupati o spaventati, sono belle le coccole rassicuranti, che ci fanno capire che non c’è motivo di aver paura, che andrà tutto bene...
Adesso, provate a pensare: se le coccole riescono a farci provare tante cose belle quando ce le scambiamo tra noi, in famiglia, chissà che meraviglia dev’essere quando si ricevono le coccole di Gesù!
Proprio per questo i genitori portano i loro bambini dal Rabbi, perché hanno capito che le sue sono coccole straordinarie, che non solo fanno bene al cuore, ma anche all’anima.
Sembra tutto perfetto, ma i discepoli sono innervositi dalla presenza di quella gente, e soprattutto sono infastiditi dai bambini. Abbiamo letto le parole dell’evangelista Marco: “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono”.
Immagino che i discepoli siano convinti che tutti quei bambini che parlano, ridono e si muovono in giro, possano dare fastidio al Maestro Gesù, per cui rimproverano i genitori ed i nonni che li hanno portati fin lì. Mi sembra quasi di sentirli: Questo non è posto per bambini!... qui non si viene per giocare... Il Rabbi parla di cose serie e profonde, e voi lo disturbate!... i bambini gridano, corrono, fanno rumore: non va bene!
Ma il Figlio di Dio non la pensa così, ha idee tutte diverse: richiama i discepoli, li fa smettere. Vuole che i bambini si avvicinino a Lui, è contento che gli stiano intorno, gli fa piacere prenderli in braccio... Sììì! Gesù, sei proprio il migliore!
A quei bimbi non fa un discorso su Dio Padre e sul suo amore immenso per ognuno di noi, ma gli fa gustare, provare di persona, che cosa significa essere coccolati da Dio!
Il Vangelo è molto accurato nel riportare i particolari: “abbracciandoli, li benediceva, ponendo le mani su di loro”.
Gesù prende i bambini in braccio, li fa sedere sulle sue ginocchia, li accarezza piano, posa le mani sul loro capo e li benedice. Sono tutti gesti di affetto e di grande tenerezza.
Non solo: rivolgendosi ai suo discepoli e a tutti gli adulti presenti, li invita a prendere come modello i bambini, per poter entrare nel Regno dei Cieli.
Lo dice senza troppi giri di parole: “Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”.
In pratica, il Maestro e Signore sta dicendo che anche i più grandi di età possono imparare dai più piccoli.
Vi sentite un pochino maestri? Gesù dice che lo siete, dice che bisogna conservare un cuore da bambino per entrare nel Regno di Dio.
Vedo facce molto orgogliose, per questo, però mi sono chiesta: in cosa potete essere maestri?
Ci pensato seriamente, sapete?, perché il Signore Gesù non dice mail qualcosa solo per dare aria ai denti: ogni sua parola ha un significato profondo. E dunque, che cosa noi adulti possiamo imparare dai bambini?
Prima di tutto, possiamo imparare la gioia, l’allegria: il sorriso fiorisce più facilmente sul volto dei bambini che su quello dei grandi. Tutti voi bambini avete delle risate bellissime, che scaldano i cuori. E sapete rallegrarvi anche per cose molto piccole e semplici.
Un’altra cosa che i grandi possono imparare dai bambini è la capacità di stupirsi e meravigliarsi, di fronte ad ogni sorpresa, di fronte alle cose belle che ci sono nella natura, tra gli animali, tra le persone.
E poi, tutti i grandi possono imparare dai bambini l’impegno, la capacità di concentrarsi in modo totale, come fate voi quando giocate. Se riuscissimo a mettere lo stesso impegno per vivere secondo il cuore di Dio, sarebbe davvero incredibilmente facile essere santi!
Adesso che vi ho detto queste cose, non montatevi la testa, ma provate invece a pensare, in qualche momento di silenzio, alle volte in cui, nella settimana appena trascorsa, vi siete sentiti felici, avete riso e cantato insieme ai vostri compagni.
Provate a pensare che cosa vi ha stupito di più in questa settimana: un incontro, una novità, una sorpresa.
Pensato? Bene! Potete dire grazie al Padre Buono che vi conserva un cuore aperto al suo Spirito, lanciato sulla via della santità.
E visto che siete così in gamba, vi do pure un compito per casa, tanto ormai la scuola a ripreso a pieno ritmo!
Il compito è semplicemente una domanda: voi, vi sentite coccolati da Gesù?
Durante questa settimana, prima di dormire, provate a sentirvi al posto dei bambini di cui ci ha parlato il Vangelo di oggi; chiudete gli occhi e sentitevi abbracciati da Gesù, sulle sue ginocchia, coccolati da Lui.
Raccontategli la vostra giornata, confidategli cosa vi preoccupa e poi addormentatevi sereni nel suo Amore. Io lo faccio sempre e vi assicuro che è bellissimo!
Voi provateci e poi mi saprete dire!
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MessaggioOggetto: domenica 14 ottobre 2012   Mer Ott 10, 2012 4:35 pm

DOMENICA 14 OTTOBRE 2012

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il tema del Vangelo di oggi è davvero importante: si parla del Regno di Dio e di chi ne può far parte, e come. Avete capito bene: sembra che il Regno di Dio non sia per tutti! Anzi sembra che molti ne siano e ne saranno esclusi. Attenzione però, Gesù, agli apostoli che lo interrogavano quasi per essere sicuri che fossero in regola e che avessero seguito tutte le istruzioni (come ad esempio aver preferito lo stare con lui piuttosto che continuare a vivere secondo le proprie abitudini), ebbene ad essi risponde: “Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio”. Che cosa significa tutto questo discorso?
Entriamo ancor di più nell’argomento e ripensiamo all’incontro del giovane ricco con Gesù.
Il punto mi pare di capire sia questo: facendo un paragone è come un bambino che segue tutte le regole della scuola e pertanto non urla, alza la mano prima di parlare, rispetta i giochi dei compagni, fa sempre i compiti a casa, eppure nel suo cuore sente che manca qualcosa!
Così ha fatto Alessandro, che un giorno quasi in lacrime si è rivolto alla sorella maggiore chiedendole: “Secondo te che faccio di male, perché non mi sento accolto dai miei compagni; malgrado io rispetti tutte le regole dei giochi: non rubo mai, se gli altri giocano non li disturbo. Figurati che oggi ho fatto anche i complimenti a Mattia per il suo disegno! E lui non mi ha invitato a casa sua! Che cosa devo fare di più?!”. La sorella quasi commossa lo abbracciò forte e raccolse tutte le lacrime del fratellino. Poi, sicura che si fosse calmato gli disse: “Ecco trova spazio nel tuo cuore per i tuoi amici; lascia pure che vengano a trovarti per stare un po’ insieme. Ascoltali se ti confidano delle cose”. Alessandro era alquanto titubante al riguardo: con tutti i compiti che aveva da svolgere e gli esercizi di musica, quando avrebbe trovato il tempo di giocare? E ancora, i suoi giochi erano di ultima generazione e per averli aveva dovuto studiare tanto, se gli era meritati insomma! Alessandro come il giovane uomo davanti a Gesù, il quale gli propone di dare ai poveri i suoi averi, si trova davanti ad una scelta: continuare a fare le cose giuste, che portavano a risultati sicuri oppure provare una nuova strada: la strada dell’amore gratuito. La nuova strada è quella indicata da Gesù, che non prevede meriti e che è complessa e imprevedibile poiché richiede un’attenzione speciale agli altri proprio come a se stessi! Risulta strano alle orecchie del ricco: donare tutto per avere tanto; ebbene questa è la scommessa che gli propone Gesù.
L’amore per l’amico non si misura con i meriti, con le regole attese o disattese: nasce piuttosto dal nostro cuore e più sarà il tempo e lo spazio che diamo, maggiore sarà la nostra gioia. L’inganno in cui può cadere una persona ricca o un ragazzo che ha tante cose, è sentire che quelle cose, quei giochi come nel caso di Alessandro, siano sufficienti per essere contenti per sempre. Ebbene come dimostra il caso riportato dal Vangelo e quello del mio amico: non è abbastanza “il fare il proprio dovere per sentirsi a posto”; il cuore dell’uomo infatti è stato plasmato per cose più grandi: per amare e per il Regno di Dio.
Gesù nei confronti dell’uomo ricco può apparire severo, esigente mentre a ben guardare gli indica la strada che porta alla vera gioia. Gesù non gli dice che è tutto sbagliato, ma che per avere la vita eterna bisogna seguirlo, il che vuol dire aprirsi agli altri, dare a chi è più povero, contare sulla legge dell’amore: più dai e più gioia senti nel cuore.
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MessaggioOggetto: domenica 21 ottobre 2012   Mar Ott 16, 2012 4:58 pm

DOMENICA 21 OTTOBRE 2012

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Chiudete gli occhi, ragazzi, e pensate ad un regno.
Come ve lo immaginate? Certamente bello, ricco, con un bel castello e tante stanze luminose, con giardini, piscine, campi da gioco, saloni per le feste, e poi … poi la sala del trono dove il re siede per ricevere i dignitari, le persone di alto rango.
Tutti coloro che vivono in questo regno sono a servizio del Re. Lui comanda, ordina, e tutti gli altri eseguono i suoi comandi.
Dove passa il re tutto deve essere ordinato, profumato, luminoso. Per questo il Regno è pieno di servitori, di domestici che hanno come unico scopo quello di servire il re e il suo regno.
Quando Gesù parla del Regno dei cieli, i discepoli, secondo me, pensano ad un regno così. Per questo, oggi, Giacomo e Giovanni chiedono a Gesù di far loro un regalo: vogliono sedere uno a destra e uno a sinistra, proprio accanto al re.
Giacomo e Giovanni non capiscono. Il loro cuore è indurito. Eppure sono in cammino verso Gerusalemme, la città dove Gesù sarà condannato e messo a morte dal potere politico e religioso. Per ben tre volte, (ricordate?) il maestro ha fatto loro questo annuncio, ma non lo hanno capito.
Ora Gesù, ai due discepoli pretenziosi, risponde con una domanda: Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?
Cosa vuole dire?
Nel linguaggio biblico “bere il calice” è un’espressione che può avere diversi significati: c’è infatti il calice della gioia in un banchetto di festa, ma c’è anche il calice della consolazione che viene offerto alle persone che sono nel lutto dopo il funerale. C’è anche il calice dell’ospitalità descritto nel salmo 23, un calice offerto da Dio stesso, il Re, un calice abbondante, capace di ristorare le fatiche del cammino nel deserto e nella valle oscura.
Ma il vero significato del calice è quello che indica il sacrificio nel Tempio. Bere il calice, nella cultura ebraica, significa soprattutto accettare il martirio, accettare la morte. E Gesù sta andando proprio verso la morte e per questo dice: il calice che io bevo.
L’altra immagine che Gesù usa è quella del battesimo. Questo termine, nella lingua greca, significa “immersione”. Sarebbe meglio, però, tradurre con “andare a fondo”, “essere sommersi”.
Il termine “immersione” infatti esprime un atto volontario, qui invece si intende un qualcosa che ti piomba addosso come potrebbe essere, per esempio, un’alluvione che ti sommerge anche se tu non lo vuoi. Perciò anche quella del battesimo è un’immagine che richiama sofferenza e morte.
Gesù, usando queste espressioni, afferma che stare vicini a lui nella gloria è solo di chi, al momento della prova, è capace di seguirlo, di bere lo stesso calice, di accogliere lo stesso battesimo.
Ma i discepoli hanno il cuore lontano dal loro maestro. Per questo Gesù li chiama a sé. Li chiama vicino per aiutarli a capire, per cambiare il loro cuore.
E comincia raccontando del suo Regno dove tutto è davvero diverso dai regni degli uomini che cercano solo potere.
Nel regno di Dio non sono le persone a mettersi a servizio del re, ma è il Re in persona, è Dio stesso che si fa servitore di tutti.
Per esprimere questo servizio, Gesù usa un’altra immagine: quella del riscatto. Il figlio dell’uomo, cioè Dio, è venuto per dare la propria vita in riscatto di molti. Che cos’è il riscatto?
Il riscatto era il prezzo che si doveva pagare per liberare una persona dalla schiavitù. Il prezzo del riscatto era in oro e argento. Gesù ci riscatta donando la sua vita. Questo re non riscatta con denaro d’oro e argento, ma con il suo prezioso sangue. Con la sua vita, riscatta noi schiavi di pensieri sbagliati, di affanni per diventare ricchi di denaro, di egoismi, di desideri di potere, di divisioni, di liti, di rancori, di violenza, noi lontani da Dio, lontani dal Padre.
Questo fa Gesù per noi! A che scopo? Per farci diventare buoni? Generosi? Altruisti?
Troppo poco!
Il suo gesto di amore estremo ci dona la grazia di essere nuovamente amici di Dio. Legati molto di più a Lui di quanto chiedevano Giacomo e Giovanni che volevano essere dignitari del re. Gesù offre un dono più grande: ci rende famiglia di Dio. Anche noi Re!
Il punto centrale che dà forza e colore alla nostra vita, che ci fa essere davvero “grandi”, è l’amicizia con Dio, è riconoscerlo Padre, è ascoltare la sua voce, percorrere la sua stessa strada, vivere in continua comunione con lui.
In questo Regno, allora, tutto è capovolto! Chi accoglie Dio sa che è chiamato a regnare come lui: il più grande si fa ultimo e il più importante si fa servo. Proprio come ha fatto Gesù.
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 28 ottobre 2012   Mer Ott 24, 2012 9:33 am

DOMENICA 28 OTTOBRE 2012

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mentre erano in viaggio per salire a Gerusalemme, Gesù e gli apostoli si fermano a Gerico, una città molto bella, la più antica del mondo, situata a 240 metri sotto il livello del mare, nella depressione del Mar Morto.
Era sicuramente una città ricca e per questo si fa ancora più stridente la descrizione di un uomo, Bartimeo, cieco, che sta lì lungo la strada, fuori dalle mura, seduto per terra nell’attesa che qualcuno gli dia qualcosa per poter sopravvivere. La sua condizione, infatti, non gli permetteva certo di trovarsi un lavoro e di avere dei rapporti sociali, per cui era costretto ad elemosinare.
Bartimeo aveva sentito parlare di Gesù. Forse in quei giorni in cui Gesù si era fermato a Gerico l’aveva anche ascoltato, ed ora stava passando proprio nella “sua” strada! Gesù, naturalmente, non era da solo. Oltre agli apostoli, c’era anche moltissima gente che faceva chiasso, che chiacchierava, che chiedeva, che gli si voleva avvicinare… non era certo un momento tranquillo e silenzioso e, ad un certo punto, si sente una voce che, gridando, sovrasta tutto e tutti: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”.
Era il cieco Bartimeo.
Bartimeo aveva riconosciuto, in Gesù, il Messia atteso dai giudei, il prediletto da Dio, il suo inviato, colui che doveva realizzare le promesse di salvezza per Israele.
“Figlio di Davide!”, cioè discendente di quel grande Re d’Israele tanto amato da Dio.
“Gesù!”, lo chiama per nome perché la sua fede l’aveva già riconosciuto.
“Abbi pietà di me!”, Bartimeo aveva capito che Dio è misericordia, che Dio ama tutti ad uno ad uno… anche lui povero cieco.
Bartimeo aveva riconosciuto Gesù perché l’aveva ascoltato col cuore.
Ci fermiamo un attimo e proviamo a pensare a quante possibilità abbiamo noi di ascoltare la sua Parola!
La possiamo ascoltare durante la Messa, attraverso i sacerdoti, i catechisti, i genitori, la possiamo “ascoltare con gli occhi” guardando tutte le persone che testimoniano il Suo messaggio con la loro vita…
Ascoltare semplicemente, però, non è sufficiente! La Parola, infatti, potrebbe entrare da un orecchio ed uscire dall’altro. La parola di Gesù si deve ascoltare, come ha fatto Bartimeo, col cuore.
Cosa significa questo?
Significa che ogni Sua parola deve entrare in noi in modo così profondo che deve far parte di noi, del nostro modo di essere, del nostro modo di vivere, del nostro modo di comportarci con gli altri.
Risultato? La gioia.
È come quando la mamma o il papà vi abbracciano mentre vi parlano… io sono certa che in quel momento la vostra gioia è così grande che ascoltate con tutto voi stessi quello che vi dicono e non vi viene in mente di pensare ad altro! E poi, sicuri del loro amore, siete più sereni e vi risulta anche più facile essere più buoni con gli altri… è vero si o no?
Ecco, ogni parola di Gesù è per noi un suo abbraccio e, forti di questo abbraccio, andiamo verso gli altri per amare come Lui ha amato noi.
Bartimeo si era lasciato abbracciare da Gesù perché aveva capito quanto lo amava e non voleva certo lasciare che si allontanasse da lui. E così continuava a chiamarlo.
Però… “molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte” perché non gliene importava niente di quello che pensava o voleva la gente!
La sua invocazione va controcorrente, contro il modo di pensare comune, contro ogni pregiudizio. La sua è una vera preghiera.
Nemmeno noi dobbiamo avere paura di “disturbare” Gesù con la nostra preghiera! Lui è sempre lì che ci attende e che ci ascolta perché ci vuole felici.
Bartimeo grida anche se tutti sono sordi (apostoli compresi), grida anche se molta gente intorno a lui gli dice di tacere, di portare pazienza, di arrendersi…
Grida, e solo Gesù lo sente, lo ascolta, lo vede e interviene.
E così Bartimeo corre anche se non vede, lascia il mantello, abbandona cioè tutte le sue sicurezze per riporre tutta la sua fiducia in Gesù.
Quella voce amica gli parla al cuore e gli chiede:”Cosa vuoi che io faccia per te?”.
Vorrei fermarmi su queste parole di Gesù perché mi hanno fatto molto riflettere.
Proviamo a pensare a che cosa noi risponderemmo se il Signore ci chiedesse: “Cosa volete che io faccia per voi?”.
Sono certa che ognuno di voi sa cosa chiedere a Gesù, ma la cosa su cui voglio porre la vostra attenzione, in riferimento a questa domanda, è l’atteggiamento di Dio: l’accoglienza.
Dio, sempre viene incontro ai nostri bisogni, sempre è pronto a servire, sempre è pronto a farsi uno con noi, ed ogni volta che ci avviciniamo a lui ci chiede:”Cosa vuoi che io faccia per te?”.
Pensiamo ora a quale è il nostro atteggiamento nei confronti delle persone che incontriamo…
Chiediamo anche noi, qualche volta: ”Cosa vuoi che io faccia per te?”.
A questa domanda Bartimeo risponde:”Maestro mio, che io riabbia la vista!”.
Subito comincia a vedere. Non aspetta nemmeno un istante e immediatamente si mette a seguire Gesù.
Chissà cosa avremmo fatto noi… Forse, per prima cosa, avremmo guardato le persone attorno, la loro espressione del volto nel momento in cui si sono rese conto della guarigione , forse avremmo cercato quel “posto di elemosina” lungo la strada per rivedere quel luogo di sofferenza ora passata, forse saremmo anche tornati lì per riprenderci il mantello… Forse ci saremmo anche persi in giro per le strade di Gerico per “conoscere” con gli occhi tutto quello che fino a quel momento avevamo potuto “conoscere” solo con le mani. Forse ci saremmo incantati nel vedere la bellezza del cielo, del sole, della natura…
Bartimeo invece subito “prese a seguirlo per la strada” senza fermarsi a guardare. E diventò suo discepolo.
Il vero dono, per Bartimeo, è stato quello di seguire Gesù: ecco il frutto della preghiera.
Se la preghiera viene dal cuore, allora otteniamo qualcosa.
A volte la preghiera sembra inutile perché non otteniamo quello che chiediamo, ma invece ci porta sempre un bene anche se noi, per la nostra cecità, non lo vediamo.
Bartimeo non ha continuato a chiedere l’elemosina… ha cominciato ad “amare di più”.
Questo è il vero obiettivo a cui vuole portarci Gesù. Questo significa seguire Gesù.
Ci impegniamo anche noi in questa settimana affinché il Signore possa dirci le stesse parole che ha detto a Bartimeo: ”Va’, la tua fede ti ha salvato?”.
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MessaggioOggetto: giovedì 1 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:47 pm

GIOVEDÌ 1° NOVEMBRE 2012

TUTTI I SANTI
SOLENNITÀ


Il brano di oggi comincia con una gita fuori città: Gesù e i Dodici sono su una montagna, poco lontano da Cafarnao. È una piccola montagna, in realtà, non molto in alto: più che altro una collinetta, quindi non richiede una scalata per salirvi in cima. E infatti molta gente ha seguito il Rabbi e gli Apostoli. La folla che si è radunata è veramente tanta: sono tutti desiderosi di ascoltare, di imparare dal Maestro e Signore.
E, da vero Rabbi, Gesù si siede per insegnare.
Lo abbiamo già detto altre volte, ricordate? Al tempo di Gesù, chi insegnava si sedeva, prendeva posto su una sedia o un seggio un po’ più in alto rispetto a chi ascoltava. Quindi il fatto che Gesù, in questo momento, non parla strada facendo o semplicemente in piedi, tra la gente, ma si mette seduto, è il segno chiarissimo che sta per dare un insegnamento importante, fondamentale.
Cerchiamo di scoprirlo insieme, allora.
Penso che subito colpisca un po’ tutti il linguaggio usato dal Maestro Gesù in questa occasione: sembra che il suo discorso sia come una canzone, con un ritornello che si ripete sempre uguale: “Beati… Beati…”.
Lo ripete per otto volte, casomai non lo avessimo capito bene!
A voi, la parola beati, cosa fa venire in mente?
Quando diciamo a qualcuno: “Beato te!” pensiamo che l’altra persona sia veramente fortunata, che le stia capitando qualcosa di molto bello, di gioioso, di piacevole!
Diciamo: “Beato te!” a chi inizia le vacanze, a chi ha finito i compiti e può giocare senza pensieri, a chi può partecipare a un evento particolare, a chi ha ricevuto un bel dono…
Quando diciamo: “Beato te!” si tratta sempre di situazioni in cui ci piacerebbe molto essere al posto del nostro interlocutore: faremmo volentieri a cambio, perché quello che gli sta capitando ci farebbe felici, ci darebbe molta gioia.
Quindi la parola beati, che Gesù pronuncia tante volte nel Vangelo di oggi, ha un significato molto positivo: “Fortunato! Felice! Che bello! Chissà che gioia!”.
Tutto questo è racchiuso dentro una parola così breve.
Però, scusate un attimo: le situazioni di cui parla Gesù, mentre insegna lì sulla montagna, non mi sembra che siano tutte piacevoli. Proviamo a rileggerle insieme: “Beati i poveri…Beati quelli che sono nel pianto… Beati i perseguitati per la giustizia... Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi...”.
Gente mia, non è che c’è da stare allegri, con questa prospettiva!
Dove sta la beatitudine? Dove si nasconde la felicità in tutte queste situazioni?
Eppure Gesù non è pazzo, non ci sta dicendo che la povertà, la sofferenza, la tristezza, sono fortune, sono motivi di gioia. Ci aiuta però a guardare tutto questo con occhi diversi, offrendoci prospettive a cui magari non avremmo mai pensato.
Proviamo a riflettere allora su ognuna delle beatitudini che il Maestro e Signore ci elenca quest’oggi.
Cominciamo dalla prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Attenzione: “poveri in spirito” non è la stessa cosa di “poveri di soldi”. Anche chi ha da parte qualche soldino, anche chi non sta morendo di fame, anche chi ha una casa accogliente, può sperare di vivere nel regno dei cieli. Purché mantenga il suo spirito povero, leggero, libero. Come si fa? Bè, chi si vanta di continuo, chi si crede migliore degli altri, chi pensa di poter fare a meno di Dio oppure vive come se Dio non ci fosse, senza dedicargli mai un pensiero, di certo non è un povero in spirito. Invece, coloro che conservano per tutta la vita la capacità di stupirsi e di osservare il mondo con meraviglia, sono poveri in spirito. Come pure coloro che sanno ringraziare e custodiscono in cuore la gratitudine. Quelli che non cercano gli applausi, che non si mettono in mostra, che non ci tengono ad essere ammirati dalla gente, sono tutti poveri in spirito. E chi mantiene lo spirito povero e leggero, di sicuro sarà accolto nel regno dei cieli.
Ma proseguiamo con il discorso di Gesù: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Sì, questa è una certezza che ci deve accompagnare sempre, specialmente nei momenti di tristezza, di sconforto, di solitudine: le nostre lacrime, Dio le conosce. Anche quelle più segrete, anche quelle che piangiamo sotto le coperte o chiusi in bagno, anche quelle che ricacciamo indietro, sbattendo forte le palpebre, persino quelle Dio le conosce ed è pronto a consolarle. Non ci sono lacrime che lo Spirito Consolatore non possa asciugare. Non esiste dolore al mondo che non possa essere guarito dalla mano di Dio. Non esiste una solitudine totale, perché in ogni istante siamo amati e accompagnati dallo sguardo tenerissimo di Dio Padre.
Cos’altro ci dice il Maestro Gesù? “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”. Sapete chi sono i miti di cui parla il Vangelo? Sono quelli che non usano la violenza, che non sono aggressivi verso gli altri, neppure quando sanno di avere ragione. Sono quelli che si rifiutano di essere causa di sofferenza per gli altri, che hanno a cuore tutti i viventi, anche le creature più deboli e indifese. A chi è come loro, appartiene la terra. Il Padre Buono gliela consegnerà per l’eternità, perché già da ora ne hanno cura: hanno rispetto della vita in ogni istante e quindi sono i custodi migliori che si possano sognare per questo nostro mondo.
Andiamo avanti, però, che le parole del Rabbi di Nazareth formano un lungo elenco di beatitudini: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. Pensate a quante situazioni ci fanno esclamare: “Non è giusto!”.
Pensate a come soffriamo quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia.
Pensate a quante ingiustizie, anche molto gravi e crudeli, si compiono ogni giorno nel mondo. Me ne viene un mente subito una: i tanti bambini che, invece di poter crescere sereni andando a scuola e giocando con i compagni, sono obbligati a lavorare come schiavi, per tessere tappeti, per raccogliere spazzatura nelle discariche, per andare nelle miniere di pietre preziose, per pescare spugne e coralli nel mare profondo… No, non è giusto che questi bambini siano privati della loro infanzia, vi pare? E ci sono tante persone che s’impegnano ogni giorno per far cessare questa e tante altre ingiustizie in ogni parte del mondo. In ogni situazione, questi uomini, queste donne, hanno la certezza che il loro sforzo andrà a buon fine. Anche quando sembra un impegno inutile, anche quando li considerano dei pazzi, dei poveri illusi, loro non si arrendono e non si stancano di difendere la giustizia e di operare perché venga realizzata nella vita quotidiana: sanno che il Dio Giusto avrà l’ultima parola sulla Storia e sazierà la fame e la sete di giustizia che abita nel cuore di ogni essere umano.
E poi? Cos’altro ci insegna il Signore Gesù? “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Misericordioso è chi ha il cuore grande, chi non porta rancore, non tiene il muso, non sta a rimuginare all’infinito su ogni piccola cosa che può avergli dato un dispiacere. Misericordiosi sono tutti coloro che hanno la capacità di perdonare, di perdonare davvero. Costoro sanno che riceveranno lo stesso perdono, che gusteranno la gioia di essere perdonati a loro volta dall’amore del Padre Buono.
Ce ne sono ancora di beatitudini? Ma certo! “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Puri di cuore, limpidi nell’animo, sono coloro che non mentono, che non cercano di apparire diversi da come sono veramente. Quelli che non fingono, che hanno il coraggio di mostrarsi semplicemente così come sono, con i loro pregi ma anche i loro difetti. Costoro, mantengono gli occhi del cuore capaci di vedere Dio. Sono capaci di riconoscere la presenza di Dio intorno a loro, vicino a loro. Capiamoci: non sto dicendo che si guardano intorno e vedono la faccia di Dio, ma la loro freschezza d’animo permette al loro cuore di riconoscere le tracce della presenza di Dio, in ogni situazione.
Continuiamo? Ce ne sono ancora tre: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Per forza, direi! Quando uno si impegna a costruire la pace, subito viene riconosciuto come un figlio di Dio, come una persona che cerca di vivere secondo il cuore di Dio! Quando uno non cerca scuse per litigare, non stuzzica, non prende in giro, sta vivendo secondo il cuore di Dio. Quando uno di noi cerca di mettere pace quando si accorge che c’è tensione; cerca di calmare gli animi di chi magari vorrebbe picchiarsi, sta vivendo secondo il cuore di Dio. E vi pare che chi osserva, non riconosca subito che quella persona è un vero figlio di Dio?
La penultima è una beatitudine difficile da vivere: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. A noi che siamo qui, oggi, mi auguro che non accada mai di essere perseguitati e maltrattati perché agiamo secondo la giustizia. Però pensate a come, tante volte, si ragiona alla rovescia: si prende in giro chi si comporta bene sempre, anche quando la maestra non è presente; si canzona chi attraversa sulle strisce pedonali, invece di lanciarsi all’impazzata; si ride di chi non cerca di copiare; si scuote la testa davanti a chi non finge un fallo grave, quando invece non si è fatto niente. Insomma, si guarda un po’ dall’alto in basso chi non approfitta delle occasioni per “fare il furbo”. Viene considerato uno stupidotto, uno che “non sa vivere”. Ma la logica di Dio ancora una volta è chiarissima: chi vive con onestà e coerenza, entrerà con passo sicuro nel regno dei cieli.
Per l’ultima beatitudine dobbiamo tirare un respiro profondo, perché prima o poi ci riguarda tutti: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Non so se vi è già successo, ma vi assicuro che vi capiterà: ci sarà sempre qualcuno pronto a ridere della nostra fede, del nostro andare a Messa, del tempo che dedichiamo alla preghiera, delle ore al catechismo, dei pomeriggi in oratorio.
Ci sarà sempre qualcuno che avrà da criticarci, perché ci diciamo cristiani, ma non siamo già santi, siamo solo in cammino verso la santità!
Ci sarà sempre chi avrà da commentare con ironia e a volte anche con crudeltà, riguardo al “nostro Dio” che non fa niente di fronte al male nel mondo.
Se non è ancora successo, prima o poi vi accadrà di sentirvi insultati, presi in giro, messi da parte, perché cercate di vivere secondo il Vangelo.
Sono momenti che capitano ad ogni credente e sono momenti amari, duri. Però è proprio quella l’occasione di ricordarci delle parole che Gesù rivolge a tutti quelli che vengono trattati male a causa della fede in Lui: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Ecco, le abbiamo rilette tutte otto. Ora fermiamoci in silenzio e chiediamoci: a quale di queste otto beatitudini somiglio di più? Qual è che mi viene facile? E qual è quella invece che mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare? Ciascuno valuti nel segreto del cuore: possiamo decidere di iniziare da subito a vivere secondo le otto beatitudini, per gustare la gioia senza fine che il Maestro Gesù ci ha promesso. Tocca a noi, scegliere. Solo a noi.
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MessaggioOggetto: domenica 4 novembre 2012   Lun Ott 29, 2012 4:51 pm

DOMENICA 4 NOVEMBRE 2012

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Per poter comprendere fino in fondo il Vangelo di oggi è necessario fare una premessa che riguarda scienze. Tranquilli, non è un interrogazione, ma solo un ricordare insieme alcune cose: chi di voi ha già studiato il corpo umano, farà un piccolo ripasso, per gli altri, sarà la prima volta.
Dunque: tutti sappiamo che l’orecchio è l’organo dell’udito, giusto?
Però l’orecchio ci permette solo di sentire, cioè di percepire, suoni, voci, parole e rumori, non di capire quello che udiamo. Le nostre orecchie raccolgono tutto il mondo sonoro che è intorno a noi, ma è solo il cervello che ci permette di ascoltare, cioè di fare attenzione a tutto quello che l’orecchio ha percepito, per poter trovarne il significato.
Facciamo qualche esempio, per capirci meglio. Il nostro orecchio percepisce il rumore di una macchina che si avvicina, ma è il cervello che ci fa decidere se dobbiamo spostarci sul marciapiede, perché possiamo essere investiti, o se invece possiamo restare tranquilli perché il rumore è arrivato dalla finestra, noi siamo in casa e non corriamo pericoli.
Oppure, un secondo esempio. Mentre siamo qui e mi ascoltate, state facendo attenzione alle mie parole (spero!), ma intorno a noi ci sono molti altri suoni che le vostre orecchie percepiscono continuamente: il respiro di chi è seduto vicino, il traffico lì fuori, la tosse di una signora in quinta fila, lo starnuto di quel ragazzo a destra, il cigolio di chi si è mosso, la cerniera di quel signore là in fondo... Le orecchie sentono tutto questo e lo inviano al cervello, ma poiché avete deciso di prestare attenzione a ciò che sto dicendo, voi ascoltate le mie parole, restate concentrati su quelle e non fate caso a tutto il resto.
Ancora un altro esempio, poi basta. Una situazione che penso vi sarà capitata: state giocando, molto presi, e la mamma viene a dirvi qualcosa. Voi la sentite che parla, magari rispondete anche un: - Sì...uhmm... –
Poi, quando lei si sta allontanando, le chiedete: Che hai detto?
Ora, non è che ogni tanto diventiate sordi, perché le vostre orecchie possono udire perfettamente la mamma che sta parlando, ma il vostro cervello, troppo concentrato in un’altra attività, non ascolta, e quindi non potete comprendere cosa vi viene detto.
Ci siamo fin qui? Avete tutti chiara la differenza tra udire e ascoltare?
Udiamo con le orecchie, ascoltiamo con la testa!
Bene, perché abbiamo fatto questa introduzione scientifica?
Perché nel brano dell’evangelista Marco che è stato letto poco fa, Gesù usa, con forza, proprio il termine ascoltare e il Maestro e Signore non è il tipo che sceglie a caso le parole, sa che quello che serve non è solo sentire, udire, ma bisogna arrivare ad ascoltare.
Tutto inizia con una domanda fatta da uno scriba: è uno studioso, una persona importante, che interroga Gesù e gli chiede: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”.
È una domanda seria e impegnativa, perché lo scriba, che conosce la Legge di Israele e le molte centinaia di obblighi e divieti che essa contiene, ha sinceramente il desiderio di capire quale, tra tutti questi comandamenti, sia quello essenziale, il primo, il più importante.
Il Rabbi di Nazareth risponde prontamente, con la stessa serietà: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi».
Una risposta di tutto rispetto, con il Signore che cita le Scritture ed usa due verbi, due soltanto, ripetuti per tutta la frase: ascolta e ama.
È come se, di fronte ai dubbi dello scriba, Gesù gli dica: - Non sforzarti di fare mille cose, di compiere grandi sacrifici. Bastano due cose e due sole: ascolta e ama. –
Si può amare qualcuno senza prestargli ascolto? Non credo proprio!
Se una persona ci sta a cuore, se è importante per noi, non ci limitiamo a udire la sua voce, ma ci mettiamo davvero in ascolto, facciamo attenzione ad ogni dettaglio.
È ascoltando che scopriamo che alla mamma piacciono i ciclamini e a papà il profumo del caffè appena fatto. È ascoltando con cuore attento che sappiamo che alla sorellona grande fa piacere se le lasciamo libera la poltrona in soggiorno. Ascoltando impariamo che il fratellino è contento quando costruiamo insieme l’elicottero con i mattoncini. È sempre ascoltando che ci accorgiamo di quante feste ci fa il nostro cane, quando corriamo con lui in giardino.
Sì, avete capito bene: quando si tratta di ascoltare, non ci riferiamo solo ai discorsi che si fanno con la voce, ma a tutto quello che si comunica con la vita.
Perciò si può ascoltare una confidenza, ma anche uno sguardo.
Si può ascoltare una conversazione, ma anche un sorriso.
Ecco: Gesù ci dice che è questo ascolto che dobbiamo riservare a Dio Padre ed alla sua Parola. Non basta udire il Vangelo che viene letto ogni domenica, sentirlo con le orecchie mentre il cervello pensa ad altro. Se impariamo ad ascoltare veramente, allora diventerà facile vivere secondo il cuore di Dio.
Perché quello che il Padre Buono vuole per ciascuno di noi è davvero semplice: vuole che impariamo ad amare davvero. Ascoltando possiamo arrivare ad amare come dice Gesù nel Vangelo di oggi: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”.
Amare con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, non solo a parole, ma mettendoci veramente tutta la nostra capacità di volere bene a chi ci è accanto, arrivando anche a perdonare. Mica facile, sapete? Ci vuole proprio tutto lo slancio del cuore, per non rispondere a uno sgarbo, a un dispetto, ed essere capaci di continuare ad essere gentili e sorridenti. Ma se in noi ha preso posto la voce di Dio che abbiamo ascoltato davvero, allora riusciremo ad amare anche così.
Amare con tutta la mente, usando anche la testa. Amare non è solo questione di sbaciucchiamenti e coccole. È usare la fantasia per preparare una bella sorpresa, usare l’intelligenza per aiutare a risolvere un problema, mettere in atto la pazienza, per sopportare chi ci fa arrabbiare... Se in noi ha preso posto la voce di Dio che abbiamo ascoltato davvero, allora riusciremo ad amare anche così.
Amare con tutta la forza, perché non bastano le belle parole, ci vogliono anche i muscoli! Sarebbe troppo comodo dire alla mamma: - Ti voglio bene –, ma poi non siamo disposti a darle una mano per riordinare la nostra camera o a sparecchiare la tavola!
Facilissimo dire a papà: - Ti voglio bene – e poi brontoliamo e ci lagniamo se ci chiede di portare su la spesa o di portar via la spazzatura.
Ci vuole tanta forza per essere disposti a fare un piacere o un servizio ai nostri compagni, raccogliendo una penna caduta per terra, tenendo in ordine il banco o avendo cura del nostro zaino.
Ma se in noi ha preso posto la voce di Dio che abbiamo ascoltato davvero, allora riusciremo ad amare anche così.
Noi sappiamo dal Vangelo di oggi che lo scriba ha compreso perfettamente le parole di Gesù, tanto che gli risponde: “Hai detto bene, Maestro”.
Si sono capiti fino in fondo e può darsi che quello scriba sia diventato uno dei discepoli del Rabbi di Nazareth.
Noi, che siamo amici del Signore Gesù, sappiamo già da tempo che amare è facile e impegnativo insieme, e non ci lasciamo spaventare.
Perché, imparare ad amare, è come un lungo viaggio da fare a piedi: non è che dobbiamo percorrere tutta la strada di corsa, in una volta sola! Basta fare un passo per volta, un piccolo passetto ogni giorno, seguendo Gesù, il nostro Maestro. Se lo ascoltiamo davvero, arriveremo ad amare come Lui.
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MessaggioOggetto: domenica 11 novembre 2012   Mar Nov 06, 2012 3:49 pm

DOMENICA 11 NOVEMBRE 2012

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta Gesù nel Tempio, che osserva ciò che succede intorno a sé e mette in guardia i suoi discepoli. È un atteggiamento insolito, difatti Gesù è un maestro mite che insegna con paragoni, raramente dà giudizi così netti come nell’episodio odierno. Evidentemente nell’atteggiamento degli scribi, uomini che trascrivevano la Torah e dunque conoscevano a menadito la Legge di Mosè, Gesù nota qualcosa di dissonante. Possiamo paragonarlo al maestro d’orchestra che appena nota uno strumento fuori tono o non a ritmo con lo spartito assegnato ferma tutti perché qualcosa è stonato e quindi alle sue orecchie non è bello.
Cos’è allora, che agli occhi e al cuore di Gesù è dissonante, stonato nel comportamento degli scribi? Gli scribi si sforzavano di apparire e comportarsi in modo impeccabile, irreprensibile, volevano esser d’esempio per gli altri, però nel loro cuore provavano e pensavano cose molto diverse addirittura in contraddizione con ciò che facevano!
Mi spiego meglio con un episodio dell’infanzia di mia cugina: frequentava la scuola di danza classica insieme ad altre compagne di scuola. Come sempre, la maestra invitava ad aiutare chi era in difficoltà a memorizzare la coreografia. Alessandra, una bambina davvero portata per la danza, si mostrava sempre gentile e pronta ad aiutare Michela, una ragazza che da poco faceva danza e non sempre ricordava i passi. Così l’insegnante lodava sempre Alessandra per la sua prontezza e bontà d’animo prendendola ad esempio e invitando tutte noi a fare come lei; se non ché un pomeriggio negli spogliatoi la sentì parlare con le sue amiche proprio di Michela. Per lei aveva solo parole offensive, davvero strano pensavo tra sé: a lezione sembra così gentile e poi pensa e dice queste cose della compagna! Il massimo fu quando disse che l’aiutava soltanto per farsi vedere dall’insegnante e perché sperava così di ottenere un posto in prima fila al saggio di fine anno. Di lì a poco la maestra si accorse che Alessandra, appena lei si voltava, aveva uno sguardo sprezzante verso Michela, così un pomeriggio le radunò tutte e fece un discorso sul fatto che durante il ballo emerge dagli sguardi, dal movimento delle mani anche il nostro cuore e che proprio per questo chi ama la danza si commuove, il cuore della gente si scalda. E concluse che se un solo membro del gruppo si sente diverso in meglio o in peggio dagli altri, la coreografia risulta stonata, tecnicamente impeccabile ma non parla al cuore delle persone. Alessandra andò via, per lei la danza era solo un’occasione per diventare importante e bella.
Possiamo intuire che a Gesù non piace l’inganno: essere gentili ed avere una pessima considerazione dell’altro; aiutare qualcuno senza avere compassione per lui. Gli scribi pregavano tanto, o meglio trascorrevano tanto tempo in sinagoga, e usciti di là non aiutavano chi ne aveva bisogno, tutt’altro! Compievano dei gesti caritatevoli assicurandosi di essere visti in modo da essere lodati e considerati bravi. Come spesso scopriamo Gesù non si ferma all’apparenza, scruta il nostro cuore; a Lui non interessa quanto tempo passiamo in oratorio o se siamo puntuali e silenziosi a messa. Gesù guarda ognuno di noi con gli occhi del cuore. Come ha scritto il famoso autore de “Il piccolo principe”: “non si vede bene che con il cuore”. Difatti Gesù porta ancora l’attenzione su una donna vedova e povera, che dà per il bene degli altri quanto nel suo cuore ha deciso: tutto ciò che aveva. Il suo gesto piccolo, paragonato a quello che facevano gli scribi per il Tempio, è grande agli occhi del cuore, esprime difatti tutto l’amore di cui era capace.
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MessaggioOggetto: domenica 18 novembre 2012   Mer Nov 14, 2012 9:58 am

DOMENICA 18 NOVEMBRE 2012

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Signore è vicino, è alle porte.
Avete mai provato cosa significa attendere qualcosa di bello? Qualcosa di meraviglioso? Attendere qualcosa di speciale a cui tenete davvero tanto?
Beh, vi sarete accorti che il tempo non passa mai. L’attesa appare lunga perché il desiderio che si realizzi quell’incontro, quell’evento, è così forte che vorremmo che i giorni della settimana diventassero brevi, e poi si allungassero quando siamo nella gioia.
Oggi Gesù dice che è vicino, che sta arrivando, che è alla porta.
A quale porta?
Alla porta degli amici, di coloro che gli vogliono davvero bene. Nessuno va a casa di uno sconosciuto, se non per sbaglio o per motivi di lavoro.
Si va a casa solo di chi si conosce, di qualcuno a cui vogliamo bene.
Il messaggio di Gesù è “Buona Notizia”, bella e gioiosa notizia. La sua parola è vita, è luce, è gioia.
Non è mai una parola di paura, ma solo di speranza, di belle opportunità per tutti gli uomini.
Il brano di oggi appare un po’ misterioso, perché il linguaggio che Gesù usa è quello apocalittico.
Il termine Apokalypto, in greco, significa rivelare, oppure, ed è il significato per noi più importante, svelare un qualcosa che è nascosto. Possiamo dire che questo è un linguaggio tipico dei profeti, che svelano Dio al popolo, raccontano la sua Parola, la sua salvezza.
Quando Marco scrive il suo vangelo, Gesù è morto da alcuni anni. Il brano di oggi comincia così: “dopo la grande tribolazione”. Di quale tribolazione si tratta?
Per i primi cristiani, la “grande tribolazione” è la persecuzione. Persecuzioni che si sono succedute negli anni successivi alla resurrezione di Gesù.
Davvero i primi cristiani sono messi alla prova! Perseguitati, condannati e uccisi proprio per la loro fede. Se avete avuto modo di visitare Roma, avrete visto il Colosseo che era il luogo dove i cristiani venivano martirizzati. I più fortunati di voi, forse, hanno anche visitato le catacombe, luoghi nascosti nei quali i cristiani si formavano nella fede e celebravano l’eucarestia.
Oggi noi, nella nostra nazione, abbiamo la fortuna di poter esprimere liberamente la nostre fede. Ma a volte capita che ci vergogniamo di mostrarla.
A volte, la fede diventa un po’ come un abito che mettiamo quando varchiamo la porta della chiesa e poi togliamo in fretta all’uscita, proprio come qualcosa che non ci riguarda più. Che non serve nella vita quotidiana.
Avere fede, significa fidarsi e affidarsi a Qualcuno che ci conosce per nome che ci ama più di quanto ci amano i nostri genitori, amici e persone care.
Credere, afferma Benedetto XVI, è incontro “un vero incontro con Dio in Gesù Cristo, è amarlo, dare fiducia a Lui, così che tutta la nostra vita ne sia coinvolta”.
Solo così c’è il desiderio dell’attesa che il suo regno si realizzi, l’attesa di contemplarlo e di incontrarlo proprio come quando ci si incontra tra amici e si fa festa.
Quando celebriamo la messa, per ben due volte diciamo questo desiderio di incontrare il Signore: nella formula del credo e dopo la preghiera Eucaristica, quando il sacerdote invoca lo Spirito santo affinché i doni offerti dagli uomini siano consacrati, cioè diventino Corpo e Sangue di Gesù.
A questo mistero di fede noi rispondiamo: “Annunciamo la tua morte Signore, proclamiamo la tua resurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Questa formula è detta con verbi al presente, perché è durante l’Eucarestia, la messa, che questi misteri di amore si realizzano per noi.
Il Signore viene! Noi ci nutriamo di Lui nella comunione per diventare come lui nella vita quotidiana.
“Ho avuto fame e mi hai dato da mangiare, ho avuto sete e mi hai dato da bere, ero forestiero e mi hai accolto, malato e sei venuto a visitarmi, carcerato e sei venuto a trovarmi” (Mt 25,35-36).
Vivere nell’attesa della venuta di Gesù, significa impegnarci ad accoglierlo oggi in tutti le persone che ci chiedono tempo e aiuto.
Buona domenica.
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MessaggioOggetto: domenica 25 novembre 2012   Mer Nov 21, 2012 3:08 pm

DOMENICA 25 NOVEMBRE 2012

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
NOSTRO SIGNORE GESÙ CRISTO RE DELL'UNIVERSO
SOLENNITÀ


Oggi è una domenica super importante perché festeggiamo Gesù Re dell’universo!
Direi proprio che è un re davvero speciale, che dite voi bambini?
Di solito i re regnano su qualche città, o su qualche popolo, o qualche nazione… qui invece parliamo di un Re di tutto l’universo: tutto ciò che c’è sulla terra è stato creato da Dio ed a Lui appartiene.
Se i vari re che noi conosciamo, i re delle favole o i vari potenti della terra, ci fanno pensare a troni, a castelli, a corone, a servitù, a feste megagalattiche in stanze da ballo bellissime, chissà come sarà un Re di tutto l’universo…
È un Re che ha donato la sua vita per noi.
È un Re che non è venuto per essere servito ma per servire.
È un Re che ha avuto una corona non di oro e di pietre preziose ma di spine.
È un Re che nel momento della sua morte per noi non si è tirato indietro.
Il Re dell’universo ha voluto essere nostro servo perché CI AMA.
È difficile esprimere la sua grandezza perché va al di fuori del nostro modo di pensare, va al di fuori dei nostri concetti di re, va al di fuori del nostro concetto di amore.
Avreste mai immaginato voi che Gesù scegliesse, come trono, la croce?
Che differenza immensa con i troni dei re che noi conosciamo!
In questo trono Lui non comanda, non ordina, non emette sentenze, non condanna, non esibisce la sua potenza… in questo trono Lui dona la sua vita.
È così grande questo dono offerto per la nostra salvezza che sembra quasi incomprensibile a noi che spesso “calcoliamo” quello che ci è più conveniente, magari anche a scapito dei nostri amici, a noi che “facciamo” se abbiamo in cambio, che aiutiamo se siamo aiutati, che doniamo se sappiamo di ricevere.
Quando Pilato chiede a Gesù: “Dunque tu sei re?”, Gesù risponde: “Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto al mondo: per rendere testimonianza alla verità”.
Gesù non dice semplicemente “Sì, sono re”, e questo perché vuole far capire che il suo è un regno completamente diverso da quello che ha in mente Pilato!
Pilato era un funzionario romano, governatore della Giudea al tempo di Gesù, ed è nell’incontro con lui che Gesù rivela di essere Re non di questa terra, ma del Regno dei Cieli.
La regalità di Gesù è il motivo di accusa politico, unico motivo che interessava a Pilato a cui non importava niente che il sinedrio volesse condannarlo con l’accusa di bestemmia per la pretesa di farsi Dio!
Ma noi sappiamo bene che la regalità di cui parla Gesù è di tutt’altro genere.
Infatti Gesù dice: “Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù”.
Gesù è venuto sì quaggiù, si è incarnato per farci conoscere il Padre, si è fatto uomo come noi, si è fatto piccolo, ha servito ed ha dato la sua vita per tutti, ma… “il mio regno non è di quaggiù. Io sono nato e sono venuto al mondo per rendere testimonianza alla verità”.
E quale è la verità di cui parla Gesù? È la manifestazione di se stesso a tutti e la salvezza che Lui ci dona quando ci impegniamo a conoscerlo.
Egli è re di "chiunque è dalla verità", cioè di ogni uomo che ascolta la sua Parola, la imprime nel suo cuore (proprio come un tatuaggio!) e la vive.
È solo così che possiamo far parte del Suo Regno.
Ma attenzione, bambini, questo Regno di Dio, questa vita “per sempre” assieme a Lui, non è solo per il Paradiso, per l’aldilà!
Il Regno di Dio lo possiamo costruire anche qui, su questa terra!
Non è un territorio, non è un potere da mantenere, non sono dei comandi da dare, ma degli amici (E ANCHE DEI NEMICI) da servire.
Che strano regno, vero?
Nel mio paese c’è una chiesa molto bella ed ogni volta che entro mi soffermo a guardare il crocifisso: Gesù non ha la corona di spine sulla testa, ma una corona d’oro. La sua testa non è reclinata di lato ma è diritta e guarda in avanti. Gli occhi sono aperti e guardano tutti coloro che entrano e che vanno a salutarlo e a pregarlo.
È molto bello quel crocifisso, perché sempre mi “mostra” che Gesù è il nostro Re, un re vivo, vicino a noi, un re che ci aiuta a vivere da “figli di Re”, un re che ci aiuta a vivere avendo sempre impressa nel nostro cuore una sola parola d’ordine: DONARE.
Sapete come potremmo chiamare, in un altro modo, il Regno di Dio?
“IL MONDO CHE VUOLE GESU’”.
Questo mondo è la vostra vita di ogni giorno quando vivete accogliendo, perdonando, facendo la pace, aiutando e… continuate voi!
Ma ci pensate, bambini, a quanto importanti siamo tutti noi?
Siamo figli di Re! Addirittura figli del Re dell’Universo!
Siamo tutti “speciali” perché amati in modo unico dal Signore e siamo ricchissimi, non perché possediamo tutte le ricchezze di questa terra che finiscono e passano, ma perché possediamo l’amore di Dio che resta per tutta l’eternità.
“Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, dice Gesù nel Vangelo di oggi.
Ecco allora la nostra potente arma vincente per “combattere” per il nostro Re:
ASCOLTARE LA SUA PAROLA E METTERLA IN PRATICA.
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MessaggioOggetto: domenica 2 dicembre 2012   Mer Nov 28, 2012 10:19 am

DOMENICA 2 DICEMBRE 2012

I DOMENICA DI AVVENTO


Oggi siamo all’inizio del tempo di Avvento ed anche all’inizio di questo mese di dicembre: credo non possa esserci Vangelo migliore di quello che abbiamo appena ascoltato, per cominciare il nostro cammino verso il Natale.
Lo so, lo so: molti quando pensano al Natale che si avvicina, vorrebbero solo immagini tenere, dolci, zuccherose, che parlino di festa, di gioia, di regali... Invece l’evangelista Luca ci introduce all’Avvento parlando di disastri, morte, disperazione. Proprio un genere tutto diverso!
Eppure i discorsi affrontati dall’evangelista, ricordano incredibilmente quelli che ci sono intorno a noi. Immagino che anche voi abbiate ascoltato le voci che parlano di fine del mondo, di calendari Maya, di ultimi giorni... Ormai, è da più di un anno che in TV, sui giornali, in internet, ci sono servizi che presentano la fine del tempo come vicinissima, imminente.
Nel mondo, c’è chi se la ride di questi allarmi, c’è chi sta facendo il conto alla rovescia, e c’è chi è terrorizzato ed ha costruito rifugi nascosti sottoterra, sperando di sfuggire alle catastrofi che sarebbero in arrivo.
Bene: il Vangelo di oggi ci dice che questi timori, proprio uguali uguali, c’erano anche al tempo di Gesù. L’evangelista Luca ci racconta che, anche a quell’epoca, c’era chi annunciava una fine del mondo catastrofica e vicinissima.
Gesù, che ha ascoltato i tanti discorsi tra la gente intorno a lui, ne parla più volte e descrive degli avvenimenti che fanno davvero terrorizzare: “Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte”.
Brrr, che paura! Ma il Maestro e Signore non si limita a fare un elenco di fatti spaventosi, spiega anche COME affrontare questi stessi eventi: “Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina”. Strano consiglio, vero?
Mentre oggi, chi profetizza la fine del mondo, suggerisce di fuggire in cima ad altissime montagne, di nascondersi nel folto di antiche foreste o di rifugiarsi nei bunker sotterranei, il nostro Signore Gesù, ci invita ad alzarci, a rivolgere lo sguardo verso l’alto e ad avere fiducia e speranza.
È come se il Maestro di Nazareth ci dicesse: - Quando accadranno cose che vi spaventano, catastrofi naturali o altri eventi terribili, non permettete alla paura di vincere su di voi. Quando sentirete la paura farsi strada in voi, non fatevi schiacciare! Alzatevi, guardatela in faccia, non andate a nascondervi, perché tanto verrebbe ovunque con voi, rannicchiata nel vostro cuore. Sollevate la testa, alzate lo sguardo e abbiate fiducia, che il mondo creato da Dio Padre con immenso amore, non finirà nel terrore!
Già mi sembra di sentire il mormorio nella testa di qualcuno: - Facile parlare così! Belle paroline per consolare... ma non cambiano la realtà! Chi non avrebbe paura di fronte ai terremoti, alle guerre, alle inondazioni, alle eruzioni dei vulcani?!
Non vorrei che le parole del Signore Gesù sembrassero superficiali, di uno che non si rende conto di quanta forza può avere la paura dentro di noi. Vi pare che Dio non sappia come siamo fatti? Che il Padre che ci ha pensati, sognati, voluti e creati, non sappia come siamo paralizzati dallo spavento, quando ci accorgiamo di non poter cambiare le cose?!
Ma invece di darci consigli di sopravvivenza, Gesù ci mette in guardia, ci avverte di fare attenzione a quello che è il pericolo più grande di tutti, più di ogni catastrofe che riusciamo a immaginare: “State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano”.
Questo è il guaio peggiore che ci possa capitare: che il nostro cuore si appesantisca, diventi intorpidito, assonnato... Questa è la più terribile delle sventure che ci possano accadere!
Cosa rende pesanti e addormentati i cuori? Cosa rende un cuore incapace di amare?
Ci possono essere molte malattie: la voglia di possedere, ad esempio; oppure il desiderio spasmodico di essere famosi e di avere successo; o ancora, la fame divorante di avere potere, di comandare.
In questo inizio di Avvento, proviamo a guardarci dentro e a controllare se per caso qualcuno di questi bruttissimi virus, non abbia contagiato la nostra vita, perché questo sì, sarebbe un pericolo! Questo sì che deve preoccuparci e metterci in azione! Sono malattie che colpiscono ad ogni età, i piccoli e i grandi (anzi, sottovoce, vi dico che quanto più si è avanti con gli anni, tanto più è pericoloso ammalarsi e difficile guarire! Come quando qualcuno prende il morbillo o la varicella da adulto).
In questa settimana, mettiamo in atto il consiglio di Gesù: rendiamo leggeri i nostri cuori, svegliamoli se sono intorpiditi, per essere pronti ad andare incontro alla festa senza fine che è l’incontro con Dio.
Dunque, la prima malattia riguarda la voglia di possedere sempre di più, di possedere sempre qualcosa di nuovo: vestiti, libri, oggetti di ogni tipo, dai giocattoli alla tecnologia. Nella mia testa, quanto tempo passo a desiderare di avere pure io l’ultimo modello di scarpa, di giacca, di cellulare?
Chiudiamo gli occhi un istante e chiediamoci: Cosa desidero più di tutto?
Se ci vengono in mente tantissime cose, da non saper quale scegliere tra tutte, allora forse in questo Avvento è arrivato il tempo di fare pulizia nella testa e nel cuore. Non permettiamo al virus di infettarci in profondità, impegniamoci a spazzarlo via da noi: ogni giorno, per cominciare, cerchiamo il più possibile di eliminare la parola “Voglio” dai nostri discorsi. Non concentriamo tutti i nostri desideri solo sugli oggetti, sulle cose che vorremmo avere, ma anche sui volti delle persone che ci sono accanto, sulla natura, sulle cose belle che ci accadono. Poi, ultimo passo, forse il più difficile, sforziamoci di vivere gesti di condivisione e di generosità: una merenda divisa a metà, un gioco usato insieme o addirittura regalato... La malattia del possesso, scappa davanti a chi vive così e questo pericolo è schivato!
Ma c’è un secondo rischio: la malattia del successo! Guardate che è proprio subdola e vigliacca, perché si insinua dappertutto! Chi ha preso questo virus, ha sempre il desiderio di essere ammirato, riconosciuto, guardato dagli altri con un pochino di invidia. Per qualcuno, questo significa andare in TV oppure postare un proprio video su youtube o anche avere tantissime amicizie su facebook. Ma in altri casi, ci si può ammalare in maniera più sottile. Chiudiamo gli occhi un istante e chiediamoci: - Quanto mi importa di quello che gli altri pensano di me? Quando prendo un bel voto ho bisogno di potermene vantare, di farlo vedere a tutti, di fare i confronti per scoprire chi ha preso più e meno di me? Quando faccio sport, mi diverto per quello che faccio oppure ho sempre bisogno del pubblico che applaude, che mi dice bravo, che mi ammira?
Può darsi che in tanti ci siamo beccati questa malattia nella forma lieve: allora il tempo di Avvento può davvero aiutarci ad alleggerire il cuore, come ci invita a fare Gesù. Ogni giorno, durante questo cammino, proviamo a concentrarci su quello che facciamo e viviamo, a gustare ogni singolo attimo, senza stare a stilare classifiche per scoprire se siamo migliori degli altri! Diamo il meglio di noi, sempre, ma senza aspettarci i complimenti: solo per la gioia del lavoro ben fatto, per la soddisfazione di scoprirci capaci di passi in avanti. La malattia del successo si annoia, davanti a chi non cerca gli applausi e gli elogi, e quindi il virus se ne va e resta alla larga!
Infine, ultima terribile malattia, è quella del potere. Da questa, è molto difficile guarire, perché il suo virus si aggrappa con radici profonde e attorcigliate, dentro di noi. Chiudiamo gli occhi per un istante e chiediamoci: Voglio essere sempre io a comandare? Voglio essere sempre io quello che decide a cosa giocare e quali sono le regole? Voglio vincere a tutti i costi, anche barando o imbrogliando? Voglio stabilire sempre io cosa facciamo nel fine settimana o cosa dobbiamo mangiare per cena?
L’elenco potrebbe essere ancora lungo, sapete, perché si può cercare di avere potere anche facendo infiniti capricci, lamentandosi sempre, dando sempre la colpa agli altri... Eppure, anche contro questa malattia possiamo lottare durante il tempo di Avvento: esercitandoci ogni giorno nell’arte faticosa e difficile di obbedire a chi è al di sopra di noi, per esempio: genitori, nonni, insegnanti, allenatori, catechisti, educatori... Esercitandoci ad aspettare il nostro turno, a non voler essere per forza sempre i primi, in fila, a mensa, sul divano, a prendere il telecomando, a impadronirsi del pc.
Allenandoci a lasciar parlare gli altri, perché possano dire quello che pensano, possano proporre un gioco o suggerire un’alternativa.
Le cure per queste malattie non sono impossibili, ma non sono nemmeno facilissime: richiedono un grande impegno e davvero tanta perseveranza.
Ne vale la pena: perché se i nostri cuori saranno leggeri, vivaci, ben svegli, saremo pronti ad andare incontro al Signore che viene.
Che viene in questo Natale e che verrà ad accoglierci, a braccia aperte, quando il tempo che conosciamo, finirà. Non avremo paura, allora, di catastrofi o terribili profezie: perché con il cuore che danza, entreremo nella festa senza fine, insieme a Dio Padre che ci ama, per stare con Gesù suo Figlio, nostro amico, nella luce gioiosa che viene dallo Spirito Santo. Buon Avvento!
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MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   Oggi a 10:01 am

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