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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 8 dicembre 2012   Mer Dic 05, 2012 11:20 am

SABATO 8 DICEMBRE 2012

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Cari bambini, sapete chi festeggiamo oggi? Maria, la mamma di Gesù. Cosa significa questo nome strano: “Immacolata”, con cui la festeggiamo oggi? Vuol dire: “senza macchia”... senza la macchia del peccato originale che hanno commesso Adamo ed Eva. Quel peccato all’origine di tutti i peccati si trasmette ancora oggi, come un virus ereditario. Noi siamo stati guariti dal virus e lavati dalla macchia del peccato originale nel giorno del nostro battesimo. Dopo quella volta, Dio lava le macchie di sporco che noi facciamo con i nostri peccati ogni volta che ci confessiamo dal sacerdote. Ebbene quando Dio ha creato Maria, sapendo che lei doveva diventare la mamma di Gesù, l’ha fatta con questa specialità: senza peccato originale e senza la capacità di fare peccati. Maria è l’unica persona al mondo che non ha mai pensato, oppure detto oppure fatto qualcosa di male o di sbagliato. Per questo motivo, perché è stata sempre buona, umile e obbediente in tutto, Dio ascolta qualunque preghiera che noi facciamo attraverso l’Ave Maria. L’ave Maria è come una rosa profumata che Dio gradisce più di qualunque fiore perché gli ricorda la bellezza ed il profumo di Maria. Il “rosario” è come un mazzo di rose fatto di tante “Ave Maria”. Se noi impariamo a pregarlo saremo sempre protetti in modo speciale contro ogni male come è accaduta alla bambina di questa storia che ora vi racconto.
Una bambina viveva felice con il suo papà e la sua mamma. Ma per vendetta, alcuni uomini molto cattivi rapirono la bambina perché erano invidiosi della felicità della sua famiglia. Arrivarono un giorno nei loro grandi mantelli e, sulla strada che portava alla scuola, s’impadronirono della bambina. Galoppando di gran carriera su cavalli neri si allontanarono ben presto dal villaggio e presero la strada della foresta. La buia e tenebrosa foresta che ingoiava per sempre le persone imprudenti che vi si avventuravano senza guida. Quegli uomini dal cuore di pietra portarono la bambina nel cuore della foresta. Volevano che si perdesse per sempre nella foresta. La bambina piangeva terrorizzata. E ripeteva, quasi gridava, la preghiera che la mamma e il papà le avevano insegnato: “Ave Maria, piena di grazia...”. Dopo un po’ giunsero dove la foresta era più intricata e impenetrabile. Là abbandonarono la bambina. La poverina si accucciò ai piedi di un grande albero, continuando a ripetere tra i singhiozzi: “Ave Maria... Ave Maria...”. Improvvisamente, fra le lacrime, proprio ai suoi piedi vide una rosa. Una rosa dai petali teneri come una carezza. Poco più avanti, ben visibile, tra l’erba e le foglie, c’era un’altra rosa, poi un’altra, un’altra ancora... formavano un sentiero che si snodava tra gli alberi. La bambina cominciò a camminare da una rosa all’altra, prima esitante, poi quasi di corsa. Dopo un po’ arrivò al margine della foresta e si trovò nelle braccia della mamma e del papà. Anche loro avevano visto il sentiero di rose ed erano partiti alla sua ricerca. Perché anche la mamma e il papà avevano continuato a dire l’Ave Maria. E tutte quelle Ave Maria, quelle dei genitori e quelle della figlia, erano diventate un sentiero di rose. Che li aveva riportati tutti insieme.
Anche le nostre Ave Maria formano il sentiero che ci aiuta a non perderci nelle foreste di questo mondo... E che ci riporta al sicuro nelle braccia del Padre dei Cieli.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 9 dicembre 2012   Mer Dic 05, 2012 11:21 am

DOMENICA 9 DICEMBRE 2012

II DOMENICA DI AVVENTO


È la seconda domenica d’Avvento, accendiamo un’altra candela della nostra corona in attesa del Natale. È un gesto questo che ci parla del tempo, dell’attesa e ci invita, ci sprona a prepararci alla Sua venuta. La stessa esortazione viene dal Vangelo appena ascoltato. L’evangelista Luca è ricco di dettagli anche storici della Palestina al tempo della nascita di Gesù. Questi riferimenti sono davvero preziosi, in quanto se da un lato fissano la data approssimativa dell’evento, dall’altro lato ci facilita l’immedesimazione e la immaginazione dei personaggi che governavano e dominavano la Giudea. Luca ci presenta le autorità romane e quindi l’imperatore e i suoi più stretti collaboratori, poi i sommi sacerdoti, Anna e Caifa, a capo del tribunale ebraico, il Sinedrio! E a queste due forze l’evangelista ne aggiunge una terza, che poi sarà quella che inciderà profondamente nella vita di tanti giudei: la Parola di Dio!
Parola che non con violenza né inganno, ma il suo fascino attrae Giovanni spingendolo ad attraversare tutte le regioni costeggiate dal fiume Giordano perché quella Parola non era solo per lui bensì per molte persone. Dio sceglie lui per dare un messaggio a tanti; e chi è Giovanni? Nei Vangeli se ne parla abbastanza: sappiamo che era figlio di Zaccaria, un sacerdote ebraico, e di Elisabetta, cugina di Maria; fin dal grembo materno si dice di lui che fu pieno di Spirito Santo e la sua nascita considerata un miracolo dai genitori! Il Signore evidentemente non chiama a caso, prepara i suoi messaggeri!
Qual è il compito che affida a Giovanni? Preparare i cuori della gente ad accogliere la venuta del Suo Figlio, Gesù. Lui cammina tantissimo e a gran voce esorta a cambiar vita, ad aprire gli occhi per vedere la novità che stava per accadere.
Per fare un paragone e calarci in questa circostanza possiamo pensare a cosa facciamo quando aspettiamo un’ospite d’eccellenza! Di solito le mamme puliscono a fondo casa, preparano cibi succulenti e si raccomandano di essere gentili con l’ospite. Almeno così succedeva a casa mia: era una festa, tutti in fibrillazione ogni volta che venivano a trovarci Franco e Gina con le loro due figlie. Sono gli amici più cari dei miei genitori. Mamma iniziava a riassettare almeno tre giorni prima del loro arrivo, papà organizzava a puntino le serate così che non si annoiassero. Io e mio fratello mettevamo in mostra tutti i giochi più belli per essere pronti a divertirci! In pratica la festa e la gioia si avvertiva ben prima!
E Giovanni è inviato da Dio a preparare l’arrivo di Gesù, a far in modo che le case fossero accoglienti; e per questo ospite la casa da allestire a festa è il cuore di ciascuno. Cosa succede infatti, se l’ospite arriva e non siamo pronti? Vi è capitato di avere visite impreviste? Oppure di essere voi stessi ospiti inattesi? Di sicuro c’è disagio in entrambi i casi, si corre ai ripari, nascondendo gli oggetti fuoriposto e a volte l’imbarazzo non ci permette di godere a pieno della compagnia. In quest’ottica possiamo inquadrare meglio il compito e il ruolo di questo profeta: allestire la festa, sgombrare il cuore dalla polvere della prepotenza, arroganza, cattiveria, guardare negli angoli bui per scovare ciò che ci impedisce di accogliere un ospite così unico. Ospitare Gesù forse può sembrare una cosa da grandi, da persone già sante, però Lui è venuto a cercare proprio tutti, anche chi abita nel deserto; i più piccoli come voi che lo conoscono da poco, ma lo accolgono volentieri.
In questa settimana proviamo ad affidare a Dio tutte le situazioni in cui non ci sentiamo pronti ad ospitare qualcuno accanto a noi.
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MessaggioOggetto: domenica 16 dicembre 2012   Mer Dic 12, 2012 10:25 am

DOMENICA 16 DICEMBRE 2012

III DOMENICA DI AVVENTO
DOMENICA GAUDETE


Ogni domenica che passa segna un grande passo verso il Natale. Oggi la parola messa più in evidenza dalle letture è la gioia. E sì, la gioia è proprio una cosa bella. Chi di noi non vuole essere nella gioia? Oggi si parla di gioia, quella vera, quella che scaturisce dalle cose belle, buone, quella che è frutto di uno star bene e di un far star bene quelli che ci sono accanto, anche se tutto questo ci chiede qualche impegno e qualche fatica in più.
Il vangelo di oggi, ci presenta un personaggio importante, Giovanni il Battista. Il termine “Battista” indica la sua missione: battezzare.
Ma a che serve questa missione? E chi è Giovanni?
È l’ultimo profeta, l’ultima “voce profetica” prima di Gesù. È colui che lo presenta, lo indica alla folla, ma è anche colui che “grida” alla gente di prepararsi ad accogliere la salvezza definitiva che Dio offre al suo popolo, proprio attraverso il messia tanto atteso: Gesù.
La missione di Giovanni è quella di tutti i profeti: riportare il popolo al suo Dio. Infatti, la conversione è il tema abituale della predicazione profetica.
Il popolo di Israele, e anche noi, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a capire se stiamo percorrendo strade verso Dio o che ci allontanano da Lui. Giovanni nei versetti precedenti al brano del vangelo di oggi si definisce “voce che grida nel deserto”. Di quale deserto si parla? Certo il suo è un deserto fatto di sabbia, ma anche noi a volte viviamo nei deserti provocati dal nostro egoismo e dalla nostra indifferenza.
Come sempre il vangelo porta una bella e gioiosa notizia. E Giovanni l’annuncia con forza: la salvezza, la liberazione è qui, per questo è necessario che l’uomo si prepari ad accoglierla.
L’atteggiamento migliore, ieri come oggi, è quello di cambiare ciò che non va, di convertirci a Dio, guardare al Signore, cambiare rotta, mettere Dio al centro della nostra vita, perché la sua Voce, la sua Parola, illumini, orienti i nostri comportamenti, e tutto il nostro agire.
Il segno esteriore della conversione predicata da Giovanni è data proprio dal battesimo che questo profeta dava alle persone che decidevano intraprendere questo cambiamento. Con il gesto del battesimo l’uomo segnalava ai presenti che voleva rinnegare le vecchie abitudini, e si impegnava a vivere orientato a Dio, in ascolto della sua parola e mettere in pratica quanto la parola di Dio lo invitata a essere e a fare.
Anche noi oggi siamo invitati a preparare la strada alla gioia che viene: Gesù. tutta la liturgia è un invito a rallegrarci perché il Signore viene! La gioia è perciò l’atteggiamento giusto per orientarci alla solennità del Natale.
Concretamente cosa fare? Ancora il profeta Giovanni offre delle indicazioni precise: conformarci alla Parola di Dio, alla sua volontà.
E quali sono i frutti degni della conversione, del cambiamento di vita?
L’amore verso il prossimo.
Come per Gesù, la scelta totale nei confronti di Dio (diciamo la conversione) lo porta a compiere la volontà del Padre condensata nell’amore, così deve essere anche per tutti noi.
Giovanni ha davanti agli occhi la situazione concreta di coloro, che a quel tempo intraprendevano un lungo viaggio per ascoltarlo. Gente che aveva lasciato tutto per seguirlo, che nel cammino, aveva consumato tutte le provviste di cibo, che aveva gli abiti logorati e strappati, per questo dice alla folla: “chi ha due tuniche una la dia a chi non ne ha”. Ecco il primo atteggiamento necessario alla conversione: la condivisione.
Altre categorie di persone fanno domande a riguardo e sono categorie disprezzate nel giudaismo: i pubblicani (che facevano il mestiere di riscuotere le tasse per conto dei Romani) e i militari.
Ai pubblicani che erano conosciuti per la loro disonestà (vi ricordate Zaccheo?) Giovanni dice di non approfittare del mestiere per arricchirsi ingiustamente, quindi indica la via dell’onestà e ai militari raccomanda di non prendere e pretendere soldi con la forza. Quindi li invita a eliminare ogni forma di violenza, di ricatto e di prepotenza.
Come vedete la conversione non esige gesti straordinari, ma un comportamento di vita retto da avere in ogni giorno dell’anno. Ce n’è anche per noi, non è vero? Allora prepariamoci davvero bene all’avvento del Signore! Il nostro cuore conoscerà la gioia se sapremo mettere al centro Lui, la sua parola e vivere di conseguenza condividendo ciò che abbiamo con chi non ne ha, cercando di fare sempre bene, in modo onesto il nostro lavoro, anche a scuola, cercando di bandire dalle nostre azioni gesti violenti, prepotenti e di ricatto.
Buona domenica.
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MessaggioOggetto: domenica 23 dicembre 2012   Mar Dic 18, 2012 2:39 pm

DOMENICA 23 DICEMBRE 2012

IV DOMENICA DI AVVENTO


Fra due giorni è Natale ed in questa quarta domenica di Avvento il Vangelo ci fa gustare un sentimento bellissimo: la GIOIA.
La gioia dovrebbe essere il distintivo degli amici di Gesù, dovrebbe essere il motivo per cui tutti vi dovrebbero dire: “Quel bambino lì è un cristiano per davvero!”.
Oggi Luca ci descrive la gioia di due donne, Maria ed Elisabetta, senza le quali noi non saremmo quelli che siamo: figli di Dio.
Se vi ricordate, l’8 dicembre festa dell’Immacolata, Luca ci ha raccontato il momento dell’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria.
Quel “Sì’” di Maria ci fa capire fino in fondo la sua grandezza, la sua fede, il suo coraggio nell’accettare quella proposta così impensabile: diventare la madre di Dio.
Secondo la mentalità del tempo, infatti, Dio non poteva essere nominato, il suo nome non poteva nemmeno essere scritto, figuriamoci se poteva essere accettata l’idea che potesse nascere da una donna e farsi uomo come noi!
Maria sapeva tutto questo anche se non sapeva leggere e scrivere… lo sapeva perché conosceva la Scrittura che era tramandata a voce.
Come poteva quel Dio addirittura innominabile, incarnarsi proprio in lei povera ragazza di Nazaret, piccolo villaggio sperduto e sconosciuto della Galilea? E come avrebbe potuto accadere questo? E chi l’avrebbe creduta? E cosa avrebbe detto il suo fidanzato Giuseppe sapendo che lei aspettava un bambino che non era suo? Le donne adultere, allora, venivano lapidate.
L’angelo Gabriele capisce le preoccupazioni di Maria e la rassicura dicendole che era stato il Signore ad incaricarlo di portarle questo grande annuncio! E, per darle un segno, le dà la bella notizia che sua cugina Elisabetta, nella sua vecchiaia, è al sesto mese di gravidanza: nulla è impossibile a Dio.
Maria esprime il suo SI’ dicendo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Si fida ciecamente di Dio, aderisce a Lui senza obbiezioni, accetta il progetto del Signore su di lei per la salvezza dell’umanità.
E così questa ragazza così giovane, incinta, senza esperienza in fatto di viaggi, non teme più nulla, lascia il suo villaggio e parte in fretta per andare da sua cugina: si fa centocinquanta chilometri sul dorso di un asino per arrivare nella regione montuosa in cui abita Elisabetta. Va da lei per aiutarla, per condividere la sua gioia, va da lei per “vivere la carità”.
Eh già… perché chi è servo del Signore (come Maria si è definita) è servo di tutti, chi ama il Signore ama tutti.
Che gioia il loro incontro!
Io chiamerei questo pezzetto di Vangelo “La gioia di diventare mamma”.
Chissà quante mamme col pancione vedete anche voi… è così bello guardarle quando parlano assieme, quando sorridono pensando ai loro bambini che stanno crescendo dentro di loro, è così bello vedere la loro felicità!
Chiedete alle vostre mamme quanto contente erano quando vi sentivano muovere nella pancia, quando davate calci, quando spingevate così tanto con i piedini che a volte si vedeva un bozzo anche da fuori!
Chissà quale gioia immensa è stata per Maria sapendo che quella vita in lei era Gesù! E la felicità di Elisabetta… ormai era avanti con gli anni e la speranza di avere bambini non c’era più. Ed invece.
Un incontro tra due gioie.
Mi sembra di vedere questo incontro… lo stupore di Elisabetta nel vedere Maria, i loro occhi lucidi, il loro abbraccio affettuoso, il loro sorriso… gesti che indicano accoglienza, condivisione, aiuto, disponibilità, gesti che possiamo fare anche noi, con tutti.
Li fate anche voi qualche volta?
Le vostre braccia sono “aperte” agli altri o sono “braccia conserte”?
E come è il vostro cuore? È spalancato, pronto ad accogliere, o è un cuore chiuso, magari anche con un bel lucchetto?
E mentre Maria va a vivere la carità, sentite cosa accade: Elisabetta la saluta e dice: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”.
Maria portava dentro di sé Gesù in carne ed ossa ed il suo saluto ha un effetto meraviglioso su Elisabetta e sul bambino: tutti e due sono pieni di Spirito Santo ed è per questo che Elisabetta riconosce in Maria la madre del suo Signore, conosce il mistero del messaggio dell’angelo a sua cugina e la riconosce “felice” per la fede con cui l’ha accolto!
Il saluto che viene da Dio, accolto da Maria, l’ha resa madre; il saluto di Maria, accolto da Elisabetta, fa sussultare di gioia il suo bambino, Giovanni, il profeta che preparerà i cuori delle persone alla venuta di Gesù.
E così Elisabetta esclama: “Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo!”.
Maria è beata perché ha ascoltato la voce di Dio, ha creduto, si è fidata ed ha detto il suo SI’ affinché Gesù potesse venire in mezzo a noi.
Ma lo sapete, bambini, che anche noi portiamo dentro Gesù?
Col Battesimo riceviamo un dono grandissimo: diventiamo sacri come lo è Gesù, riceviamo nel nostro cuore un sigillo indelebile molto più indelebile di un tatuaggio: portiamo impressa nel cuore l’immagine di Gesù.
Col Battesimo il Signore viene ad abitare dentro di noi come è stato per Maria.
Maria ha donato Gesù a tutta l’umanità ed anche noi, se lo vogliamo, possiamo donare Gesù agli altri.
Come?
Portando a tutti la Sua Parola.
In che modo?
Con la nostra vita.
Sentite che belle le parole di questo canto brasiliano.
Se vi impegnerete a viverle ogni giorno, ogni giorno sarà Natale.
Dio solo può dare la fede; tu, però, puoi dare la tua testimonianza.
Dio solo può dare la speranza; tu, però, puoi infondere fiducia nei tuoi fratelli.
Dio solo può dare l’amore; tu, però, puoi insegnare ad amare vivendo con amore.
Dio solo può dare la pace: tu, però, puoi seminare l’unione.
Dio solo può dare la forza; tu, però, puoi dare sostegno ad uno scoraggiato.
Dio solo è la via; tu, però, puoi indicarla agli altri.
Dio solo è la luce; tu, però, puoi farla brillare agli occhi di tutti.
Dio solo è la vita; tu, però, puoi far rinascere negli altri il desiderio di Vivere.
Dio solo può fare ciò che appare impossibile; tu, però, puoi fare il possibile.
Dio solo basta a se stesso; egli, però, preferisce contare su di te.

Buon Natale!
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MessaggioOggetto: martedì 25 dicembre 2012   Mar Dic 18, 2012 2:41 pm

MARTEDÌ 25 DICEMBRE 2012

NATALE DEL SIGNORE


Che profumo di festa, c’è oggi nell’aria, non vi pare? Quando si tratta della nascita di Gesù ci sentiamo subito invadere da una gioia così grande, intensa, profonda, che è difficile raccontarla! È un mistero talmente bello: Dio ci ama così tanto, ma così tanto, da voler venire in mezzo a noi, come un piccolo bimbo!
Veramente, si resta senza parole... perciò è importante, ogni anno, mentre festeggiamo il compleanno di Gesù, farci aiutare dagli evangelisti a ritornare vicino a quella mangiatoia a Betlemme e provare a conoscere più da vicino questo Dio meraviglioso, che si fa Bambino.
Oggi è l’evangelista Luca a raccontarci di quella notte straordinaria e sembra che il suo racconto si possa dividere in due parti: prima ci offre tanti dettagli storici, tanti riferimenti ufficiali, e poi si lascia andare alla commozione per la nascita del suo Signore.
Mi sono chiesta: ma perché l’evangelista Luca si preoccupa di fare quella specie di introduzione? Il suo racconto comincia in un modo poco interessante, non cattura subito l’attenzione di chi legge: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città”.
Un pochino noioso, non vi pare? Perché un evangelista si preoccupa di darci tante informazioni? Perché non ci parla subito della nascita di Gesù?
Pensa che ti ripensa, credo di aver intuito il motivo: Luca sta per raccontare cose straordinarie, apparizioni di Angeli, cori celesti, stelle luminose che segnano il cammino, profezie di vecchissimi saggi... C’è il rischio che, tra i suoi lettori, qualcuno cominci a dire: Ma cosa s’inventa, questo qui? Questa è una bella favola per i piccoletti! Questo non può essere successo davvero, figurati! Te lo sei inventato! Hai messo su una bella storiellina poetica e fantastica, e vuoi pure farci credere che è vera!
Allora l’evangelista Luca ha deciso di fornire tutte le indicazioni storiche in suo possesso, per poter provare a chi lo deride, che quanto sta raccontando è successo davvero, è successo in quel luogo esatto, è successo in quel momento preciso.
Il luogo, ormai lo sappiamo, è Betlemme, una piccola cittadina, non molto lontana da Gerusalemme, ma parecchio distante da Nazareth, specialmente considerando che a quel tempo ci si spostava solo a piedi o, al massimo, a dorso di un asinello.
Maria e Giuseppe partono dalla loro casa di Nazareth per raggiungere Betlemme perché da questa antica cittadina, proveniva la famiglia di Giuseppe. Suo nonno, il suo bisnonno, il nonno di suo nonno e tutti i suoi antenati, andando a ritroso nel tempo, erano discendenti del Re Davide, che veniva appunto dal territorio di Betlemme. Oh, ne era passato di tempo, da quando sul piccolo regno di Israele regnava il giovane re dai capelli rossi! Re Davide era morto da tanto, tanto tempo, e nessuno poteva vedere i segni di quell’antica nobiltà tra i parenti di Giuseppe: erano i discendenti di un Re, è vero, ma ormai erano tutte persone comuni, nessuno stava nella corte del Re a Gerusalemme, nessuno era famoso o importante...
Però, per il censimento, cioè per il conteggio delle persone che facevano parte dell’Impero di Roma, quello che contava non era il prestigio di una famiglia o la sua ricchezza: bisognava in ogni caso andare a farsi registrare nella città di origine, quindi anche Giuseppe, insieme con Maria sua moglie, deve andare fino a Betlemme, anche se ormai manca poco alla nascita del loro figlio.
Riguardo al tempo preciso in cui si verificano questi avvenimenti, il povero evangelista Luca si trova un pochino in difficoltà: perché a quell’epoca non esistevano dei calendari uguali per tutto il mondo e per tutti i popoli, com’è oggi per noi.
In ogni Paese del mondo oggi è il 25 dicembre 2012, perché ci siamo messi tutti d’accordo e abbiamo deciso, per nostra comodità, di usare gli stessi riferimenti per contare i giorni, i mesi e gli anni. Ma al tempo di Gesù, le cose non andavano così: ogni popolo contava il tempo a modo suo. Per esempio, i Greci contavano gli anni partendo dalla prima Olimpiade, mentre i Romani contavano gli anni partendo dalla fondazione della città di Roma... insomma, una gran confusione!
L’evangelista Luca, che voleva essere preciso a tutti i costi, sceglie di fornire delle indicazioni così particolareggiate, da non lasciare molti dubbi su quale fosse il periodo della nascita di Gesù. Ci dice che era imperatore Ottaviano Augusto e che sul territorio della Siria c’era Quirino come governatore. Se dovesse parlare di questo mese di dicembre, probabilmente direbbe che in Italia era Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e che Barack Obama era stato appena rieletto come Presidente degli USA.
Ora che ha fornito tutte le indicazioni possibili, l’evangelista può continuare il suo racconto, concentrandosi sul protagonista: il piccolo Gesù appena nato.
Sì, è vero, il luogo della sua nascita non è dei più belli: una stalla, probabilmente scavata in una grotta; una mangiatoia, vicino agli animali che riposano lì dentro, forse un asino e un bue... Non c’è proprio un profumo di fresco pulito, ovviamente no: però, visto che non hanno trovato posto in nessun alloggio per i viaggiatori, almeno qui dentro c’è un bel caldino, si sta al coperto dal vento gelato della notte e c’è tanta bella paglia per improvvisare dei materassi e riposare durante la notte.
Maria, da mamma previdente, si è portata dietro il suo corredino per il figlioletto, con le fasce necessarie per avvolgerlo, visto che a quell’epoca non esistevano i pannolini e nemmeno le tutine.
Mentre Giuseppe e Maria, se ne stanno intorno a quella mangiatoia, a guardare emozionati quel bimbetto appena nato, poco lontano da loro avviene qualcosa di mai visto prima: nella notte buia e silenziosa, si sente il canto di tanti angeli che lodano Dio, che danzano, che fanno il girotondo e le capriole nel cielo, per la gioia che provano! Non c’è molta gente a vedere questo spettacolo stupefacente: ci sono solo pochi pastori, che sono rimasti svegli per controllare le loro greggi.
Sapete: il rischio dei briganti c’era sempre, quindi i pastori si organizzavano per vegliare a turno i propri animali, così che nessuno potesse approfittare del buio per rubare pecore e agnellini.
Siccome la notte era fredda, si portavano i loro mantelli ed anche un po’ di vino speziato per scaldarsi. Sono sicura che alcuni di loro avranno pensato di aver bevuto un sorso di troppo, quando hanno visto gli angeli far festa. Ma poi, un angelo alto, bellissimo e solenne, si è rivolto loro e ha spiegato: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”.
I pastori, commossi e stupiti, credono all’annuncio dell’angelo e subito vanno a vedere questo segno promesso. Trovano veramente un bambino appena nato, avvolto nelle povere fasce, messo in una mangiatoia, esattamente come aveva detto il messaggero di Dio. Sono felici, nei loro cuori si diffonde gioia e pace, una pace speciale, che non sanno spiegare, ma che accende nell’anima la voglia di raccontare a tutti quello che è accaduto, quello che hanno visto.
Raccontano ciò che è accaduto a chiunque incontrano, per la strada, alla taverna, dal fornaio, nel recinto degli animali. Ripetono a tutti le parole degli angeli, riferiscono i dettagli della visione avuta nella notte; parlano della visita che hanno fatto alla stalla vicino Betlemme, così che pian piano, altre persone, incuriosite, vanno a vedere ed hanno la stupenda possibilità di incontrare il Bambino Gesù, appena nato.
Ecco: questo è l’augurio che faccio a me e a voi, oggi.
Di essere come i pastori, in quella notte santa. Di lasciare che la felicità infinita per questa nascita benedetta ci riempia il cuore e ci faccia venire voglia di dirlo a tutti!
Perché in tanti, anche attraverso la nostra testimonianza di gioia, possano arrivare a incontrare il Signore Gesù. Possano sentire il desiderio di andare a inginocchiarsi davanti ad un Presepe per riconoscere in quel piccolo Bimbo, il Signore Dio. Allora la festa sarà ancora più grande, sarà completa, sarà perfetta!
Buon Natale!
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MessaggioOggetto: domenica 30 dicembre 2012   Gio Dic 27, 2012 3:36 pm

DOMENICA 30 DICEMBRE 2012

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE


È la festa della Santa famiglia: la Chiesa pone l’attenzione sulla famiglia composta da Maria, Giuseppe e Gesù. Per tutti noi cristiani rappresenta il modello ideale di famiglia e l’evangelista Luca ci fa gettare uno sguardo su ciò che hanno vissuto insieme. Questo episodio tra l’altro è unico perché i Vangeli altrimenti non ci parlano dell’infanzia, ma soltanto della vita da adulto di Gesù. Dei suoi genitori ci raccontano ancora meno: pensate che di Giuseppe non si sa neppure come e quando è morto, e quanti anni avesse Gesù in quel momento. Così anche di Maria. Ecco il motivo per cui è tanto prezioso questo brano.
Quello che mi sembra particolare in questo passaggio è che di solito sono i bambini a non capire gli adulti e le loro “cose da grandi”. Chissà quante volte avete ricevuto come risposta alle vostre curiosità: “lo capirai quando sarai grande!”. Nel brano odierno accade invece che sono i genitori a non comprendere la risposta del figlio e il suo comportamento. Certo i genitori di Gesù sapevano di avere un figlio speciale però non potevano sapere già quello che sarebbe avvenuto di lui da grande e dunque come tutti i genitori, Maria e Giuseppe lo hanno educato secondo le loro tradizioni, i loro valori: lo portavano in sinagoga, per insegnargli a pregare, e probabilmente ha imparato il mestiere del padre. Gesù, però sorprende tutti con la sua intelligenza in materia “religiosa”, perfino gli esperti Dottori della Legge! Questo stupore degli adulti nei riguardi dei bambini certamente l’avete sperimentato. Magari quando avete recitato benissimo e a memoria la prima poesia davanti a tutti i parenti, o magari quando avete iniziato a leggere o ancora prima quando avete mosso i primi passi da soli senza reggervi. Lo stupore degli adulti è il riconoscimento della Grazia di Dio che agisce nella vita di ciascuno fin da piccoli. Giuseppe e sua moglie avranno di sicuro lodato Dio di avere un bambino tanto intelligente, pronto a rispondere, ciò non toglie che Gesù, come tutti i bambini, avesse bisogno di una giuda, cioè di qualcuno più grande che lo aiutasse nella crescita. Ecco perché il Vangelo dice “sottomesso”, il che non significa divenne loro servo bensì seguì i loro consigli.
Non dimenticherò mai gli occhi vispi e l’espressione decisa di mia cugina che dopo una discussione con i suoi genitori, mi chiese: “perché devo sempre ubbidire? Perché loro possono decidere al posto mio? Io lo so cosa mi piace di più mentre loro no!” e scoppiò in lacrime. Spesso succede ai bambini di avere un “no” come risposta alle loro richieste; come Gesù che già si sentiva pronto ad iniziare la sua missione; eppure i genitori hanno il compito di seguire, indirizzare i piccoli verso ciò che ritengono giusto. Anche a costo di dare un momentaneo dispiacere gli adulti dicono no. E i bambini? Beh, soffrono un po’, lottano contro le regole, non capiscono, sanno in cuor loro che di mamma e papà ci si può fidare! Ci vogliono bene a modo loro, sbagliando forse… solo per il bene dei figli. Così Giuseppe e Maria riportano Gesù con loro a Nazaret affinché possa fortificarsi e poter poi fronteggiare le sfide, le avventure della vita.
Ecco allora che la famiglia ideale ci appare forse vicina alle nostre, ognuno ha il suo ruolo e tutti collaborano per il bene dei piccoli e dei grandi.
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MessaggioOggetto: martedì 1° gennaio 2013   Gio Dic 27, 2012 3:40 pm

MARTEDÌ 1° GENNAIO 2013

MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO


Con la solennità odierna la Chiesa, all’inizio dell’anno, affida sé stessa alla protezione di Maria Santissima, Madre di Dio. Il giusto significato di questa importantissima celebrazione mariana è strettamente legato al mistero del Natale di Gesù suo Figlio, il quale essendo Figlio di Dio rende possibile per Maria sua madre il titolo di Madre di Dio (Theotókos nella tradizione greca, Deipara o Dei genetrix in quella latina – Concilio di Efeso, 341 d.C.). Celebrando la nascita del Figlio, otto giorni dopo, si celebra anche la dignità della Madre! Il Vangelo della liturgia odierna propone la scena successiva al racconto della Natività (Lc 2,1 – 7) e all’annuncio ai pastori (Lc 2,8 – 14), brani con cui esso è in stretta unità. Infatti, dopo la nascita di Gesù, viene narrato l’arrivo dei pastori alla grotta per avere la conferma di quanto era stato annunciato loro dall’angelo: “troverete un bambino… in una mangiatoia” (v. 12). Nel nostro brano viene omesso il v. 15 che fa da cerniera fra l’annuncio degli angeli ai pastori e il loro viaggio verso la grotta: “Andiamo, dunque, fino a Betlemme per vedere questa parola che il Signore ci ha fatto conoscere”. Quando i pastori giungono al luogo indicato e trovano il bambino avvolto in fasce nella mangiatoia, il racconto si espande e sposta l’attenzione dall’evidenza esterna (il bambino nella mangiatoia) al suo profondo significato; che è custodito nell’interiorità dei pensieri di Maria sua Madre: “Maria, da parte sua, meditava tutte queste cose nel suo cuore” (v. 19). Il canto di gloria degli angeli nella scena precedente (v. 14) e la lode dei pastori (v. 20) è la cornice “gloriosa” di un trittico il cui autore, lo “storico” Luca, firma con il versetto relativo alla circoncisione e all’imposizione del nome (v. 21).
“I pastori andarono senz’indugio”: Il vangelo di Luca ha una speciale attenzione per i poveri, persone predilette da Dio su cui si posa la sua attenzione, e per l’annuncio del Vangelo di Cristo. Ad essi, come a semplici pastori, il Signore aveva mandato un angelo che annunciasse loro il Vangelo della nascita prodigiosa del Figlio di Dio. Dopo la grande meraviglia essi corrono senza indugio a vedere questo grande segno. La risolutezza con cui essi si mettono in viaggio diventa icona di missionarietà con cui ogni cristiano può confrontarsi quando è chiamato ad annunciare il Vangelo dell’Amore di Dio.
“trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia”: il versetto contiene una sfumatura di conferma della parola degli angeli. Quanto questi hanno rivelato ai pastori viene confermato con una nota che aggiunge un significato più profondo al segno: “la mangiatoia” (en tō fatnē, vv. 7.12.17). Gesù è “deposto in fasce”, lì dove si poneva la biada nella stalla perché gli animali se ne potessero cibare. Tutto questo accade in Betlemme, Bet-lehem: una parola che in arabo significa “casa della carne” e in ebraico “casa del pane”. Attraverso Maria il Verbo di Dio viene nella carne di un bambino, il Figlio di Dio che sarà il dono di Dio al mondo fino alla croce e alla sua risurrezione, un sacrificio presente nel pane eucaristico. Quel Dio-bambino, deposto in fasce in una mangiatoia, porta già in sé i presagi delle bende e del sepolcro, tutto ciò accade a Betlemme, casa della carne e del pane. Cristo nasce e viene nella carne di un bambino che sarà pane eucaristico sulla mensa dei figli di Dio. Gesù ci è donato così fin dal suo concepimento, quando deposto in fasce lì dove viene posto del cibo, una mangiatoia, è già segnato dall’amore di Dio che si manifesta ora nella piccolezza di un bambino, e si manifesterà pienamente sulla croce e nel sepolcro da cui Cristo risorgerà per la potenza del medesimo Spirito Santo che ne permise l’incarnazione attraverso Maria.
“si stupirono”: i pastori, annunciatori del Vangelo, portano il lieto annuncio della nascita del Salvatore e quanti li ascoltano rimangono stupiti. Il verbo usato indica la meraviglia suscitata dall’aver visto qualcosa. Tuttavia, nel testo coloro che si meravigliano lo fanno perché ascoltano l’annuncio dei pastori. È come se la meraviglia sul volto dei pastori stessi, testimoni oculari, fosse stata trasmessa attraverso le loro parole anche ai destinatari a cui essi si rivolgono. È così meravigliosa la notizia, ma è così meravigliosa anche la testimonianza dei pastori, che quanti ascoltano si stupiscono come se fossero stati presenti essi stessi presso la grotta e avessero visto il bambino con i loro occhi. Quella dei pastori è una testimonianza credibile!
“Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore”: quando Dio irrompe sulla terra tutto è in fermento. Nei racconti precedenti tutti vengano chiamati a fare qualcosa: gli angeli scendono per annunciare quanto sta per accadere, subito dopo Maria si mette in cammino per annunciare quanto le è accaduto a sua cugina Elisabetta, al cui marito Zaccaria Dio ha ugualmente rivelato un’altra nascita prodigiosa, inoltre dei pastori vengono evangelizzati ed essi stessi diventano evangelizzatori… l’annuncio “evangelico” a sua volta mette in moto una catena di annunciatori, tra i quali Maria diventa annunciatrice e Madre di quel Figlio di cui si porta il lieto annuncio. La sua, dunque, è una partecipazione del tutto particolare al mistero annunciato. È Madre di Dio! Tutto quello che accade all’esterno viene custodito nel suo cuore di Madre. L’espressione merita un approfondimento. In Lc 1,66, a proposito della nascita del Battista, viene usata un’espressione analoga al nostro versetto. Coloro che udivano Zaccaria parlare e benedire Dio, presi dal timor di Dio, “serbavano quelle cose nel loro cuore”. Di Maria, nel nostro versetto, viene detto la medesima cosa, tuttavia in modo più profondo! Nel testo leggiamo che Maria e coloro che ascoltano conservano nel cuore “tutte queste cose”, esse sono in verità ta remata tauta, che significa “queste parole”. Il termine parola nell’antichità veniva usato per indicare qualcosa che apportava con sè un evento. Il verbo usato per dire che Maria “meditava” è un participio, symballousa, che in italiano si può tradurre con il gerundio “meditando”. Tuttavia il suo significato va ancora più in profondità, non solo Maria medita ciò che gli altri ascoltano e temono, ma ne cerca il vero e profondo significato, meditandolo nel suo cuore. Tale è il senso del participio usato da Luca. Nella Bibbia il cuore è la sede di tutta la vita interiore dell’individuo, infatti pensieri, memoria, sentimenti e decisioni hanno nel cuore la loro sede privilegiata e per questo sono in contatto con Dio. Non solo Maria porta l’annuncio ad Elisabetta essendo testimone privilegiata della nascita di Gesù – è la Madre! –, ma cerca nel suo cuore l’intimo significato di ciò che di meraviglioso ha compiuto Dio nella sua vita (“grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, Lc 149); un significato che le sarà profeticamente annunciato da Simeone nel Tempio (Lc 2,35): “anche a te una spada trafiggerà l’anima”.
“gli fu messo nome Gesù”: secondo l’uso della legge ebraica (Lv 12,3), otto giorni dopo la nascita i suoi genitori fanno circoncidere Gesù, e in obbedienza alla volontà di Dio attraverso la parola dell’angelo, gli viene dato il nome più significativo che si fosse potuto dargli: Gesù, che significa “Dio salva”. Il versetto è una testimonianza di obbedienza alla Legge mosaica (Lv 12,3) e alla nuova volontà di Dio che vuole per il bambino, Salvatore e Cristo Signore, un nome significativo: Gesù, “Dio salva!” (Lc 1,31).
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MessaggioOggetto: domenica 6 gennaio 2013   Mer Gen 02, 2013 4:08 pm

DOMENICA 6 GENNAIO 2013

EPIFANIA DEL SIGNORE


È così bella questa liturgia piena di luce! Una luce splendida quella che emana Gesù, forte, fortissima, così forte, così piena che raggiunge tutti gli uomini, anche quelli che sono nascosti nelle tenebre, che sono nella tristezza, nella “non speranza”, nel dolore.
Succede anche a noi, a volte, di nasconderci quando siamo tristi, delusi, spaventati.
Gli altri non ci vedono ma il Signore, che ci ama tanto, ci viene a cercare perché vuole trasformare la nostra tristezza in gioia, le nostre tenebre in luce. Ecco il significato della festa di oggi.
Si chiama “epifania”, cioè di manifestazione: Dio si lascia trovare da chi lo cerca e a tutti, proprio a tutti, regala la sua luce, anzi riveste di Luce tutti coloro che lo accolgono.
In questa notte i bambini aspettano i regali, li sognano. Vi siete mai domandati perché proprio in questa notte ci sono i regali? Perché quei regali sono il segno piccolo di un regalo immenso, il più vero, il più grande che è Gesù. Lui è dono per tutti noi, per l’umanità intera.
Già all’inizio di questa celebrazione avete visto che si parla di tanti popoli. Ma la prima lettura è un invito personale fatto ad ogni uomo e donna, sembra proprio un invito rivolto a te, a me! Tu, “Alzati, rivestiti di luce!”. È come dire: ecco il re tutto vestito di splendore e, nel suo amore, vuole che anche tu ti rivesta del suo stesso splendore. È un dono, un regalo per te!
Che bello!
Ma non basta sapere questa bella notizia! Per avere il dono bisogna cercare, bisogna andare verso la luce. Solo così la si accoglie: lasciandola entrare nella nostra vita.
Così hanno fatto i saggi di oriente. Si sono messi in cammino dietro un “Segno”, una stella luminosa, così luminosa che lasciava, nel suo percorso, una scia nel cielo.
Comprendono che quel segno, la stella, è una indicazione per guidarli ad un evento più grande, più bello. La stella luminosa è un segnale, dice che è nato un re.
E noi sappiamo che questo re non è un re qualunque! Il suo nome è “Emmanuele” che significa il Dio-con-noi: questo Re è Dio per noi.
La stella rivela tutto questo.
Quanta strada hanno fatto i tre sapienti, e quanto faticoso è stato il loro viaggio!
Ma il desiderio di conoscere il re bambino è così grande che li spinge ad andare sempre avanti, verso la meta.
Però, arrivati nella città di Gerusalemme, la stella scompare dalla loro vista. Sono confusi, smarriti, e per questo cominciano a chiedere informazioni sulla nascita di questo nuovo sovrano. Vanno addirittura dal Re di Gerusalemme a informarsi.
Ma il “grande” re Erode, (grande per il suo fasto, per le sue ricchezze, per i suoi palazzi), ha in realtà un cuore piccolo, perfido, accecato dalla gelosia, dall’avidità di potere. Per questo, sottolinea il Vangelo, nel sentire la notizia “il cuore del re restò turbato e con lui tutta la città di Gerusalemme”.
Erode, preoccupato di vedersi togliere il potere, riunisce tutti i sommi sacerdoti e i sapienti della città per sapere qualcosa di più su questo evento straordinario descritto anche nelle Scritture.
Non contento, convoca, in gran segreto, tutti i sapienti pagani per ricevere più informazioni possibili e cerca di nascondere il suo odio e la sua gelosia con apparenti manifestazioni di religiosità, di apparente fede.
Anche i sommi sacerdoti e gli intellettuali della legge di Dio, non fanno una bella figura! Pensano di sapere tanto di Dio, della sua legge, ma in effetti non lo hanno mai incontrato. Conoscono tante cose della Parola di Dio, ma non sanno andare al di là dei loro interessi…
E quando Gesù, da adulto, comincerà a girare per le strade della Giudea e della Galilea manifestandosi come il Figlio di Dio, lo metteranno in croce come un malfattore…
Capite da soli perché la stella su Gerusalemme non brilla!
Gli uomini di potere e quelli religiosi in realtà non hanno fede, hanno imparato sui libri che c’è un Dio, ma non lo si preoccupano di cercarlo, di incontrarlo, di conoscerlo.
Gesù ci offre la salvezza, ma non la impone.
È scelta che ogni persona libera è chiamata a fare.
È scelta che può fare anche un bambino.
In genere scegliamo ciò che ci dona più gioia, che ci fa star bene, che ci rende più ricchi.
Il Signore oggi vuole rivestirci di luce, cioè ci vuole rivestire della sua regalità, della sua divinità.
Come fare?
I tre saggi ci mostrano che, per entrare nella luce, per entrare nella gioia, bisogna fare dei passi, mettersi in viaggio, mettersi alla ricerca.
Il Signore si fa trovare, ci manda dei segnali come la stella luminosa per i tre re di oriente.
Allora mettiamoci in cammino cercando di essere attenti ascoltatori e grandi osservatori.
Chi cammina non può distrarsi, non può camminare andando a caso.
Questo, che stiamo vivendo, è l’Anno della Fede. Fede, vuol dire fidarsi, affidarsi, esprime il desiderio di conoscere il Signore, di incontrarlo davvero.
Abbiamo tanti segni luminosi che ci aiutano ad arrivare a Gesù.
Il primo segno è la Parola di Dio che è “lampada ai nostri passi, luce sul cammino”, proprio come la stella cometa per i sapienti di oriente. Gli altri segni sono i Sacramenti ai quali anche voi vi preparate attraverso il catechismo: sono segni della grazia, della luce di Dio, sono segni del suo amore per noi.
Altri segni, più piccoli ma sempre luminosi, sono la vita delle persone buone che incontriamo o con le quali viviamo, sono i loro consigli, il loro aiuto, il loro amore.
Strumenti, segni che ci aiuteranno a conoscere il Signore e il suo amore, a incontrarlo davvero nella vita. Solo così la nostra gioia sarà grande proprio come quella dei sapienti di oriente e, se ci saremo davvero messi in ricerca, le nostre mani saranno ricche di doni, colme dell’amore vissuto ogni giorno nel servizio e nel dono.
Buona Epifania a tutti voi, buona festa della luce!
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MessaggioOggetto: domenica 13 gennaio 2013   Mer Gen 09, 2013 10:31 am

DOMENICA 13 GENNAIO 2013

DOMENICA DOPO L’EPIFANIA
BATTESIMO DEL SIGNORE


Voglio iniziare la riflessione sul vangelo di oggi, festa del Battesimo di Gesù, parlando dell’acqua.
Sapete bene tutti quanto importante sia l’acqua per la nostra vita. L’acqua disseta, rinfresca, purifica, dà vita… il nostro corpo stesso è formato per circa il 70 per cento di acqua. Se non ci fosse l’acqua non si potrebbe vivere!
Gesù, nei momenti più importanti della sua vita, raramente appare senza l’acqua.
Per fare qualche esempio, vi voglio ricordare le nozze di Cana dove inaugura con l’acqua, che trasforma in vino, la manifestazione della sua potenza; l’incontro con la Samaritana quando Gesù si ristora vicino ad un pozzo e la invita a cercare “l’acqua viva”; cammina sull’acqua del mare per andare incontro ai suoi discepoli che, con il vento contrario, faticano a raggiungere l’altra riva; nell’ultima cena lava con l’acqua i piedi degli apostoli; nel momento culminante della sua passione dal suo costato sgorga sangue e acqua. Ed altri ancora.
Questo, per farvi comprendere l’importanza che Gesù dà a questo elemento naturale, una importanza così grande da farlo diventare “motivo di salvezza”.
L’acqua di cui Luca ci parla nel Vangelo di oggi è quella del fiume Giordano, il più importante fiume della Palestina, che sfocia nel mar Morto a quasi 400 metri sotto il livello del mare (il punto più basso della terra).
È l’acqua con cui Giovanni Battista battezzava tutte le persone che volevano essere perdonate dai loro peccati. Si immergevano nel Giordano davanti a tutti: era un impegno pubblico di conversione.
C’è tanta gente che ascolta Giovanni, il “precursore”, cioè colui che corre davanti, che fa da staffetta per la venuta di Gesù, che conduce a Lui.
È significativo e bello che sia andata lì tanta gente, perché non si può costruire un mondo nuovo se pensiamo di stare fermi, di fare sempre le stesse cose, di non muoverci per andare alla ricerca del Signore: questa gente si è mossa proprio per questo, ha lasciato le occupazioni di sempre per cambiare vita, per ricominciare.
Giovanni è un profeta che affascina le folle con la sua predicazione e soprattutto con il suo comportamento di vita e per questo tutti cominciano a pensare che sia lui il Messia. Le sue parole però chiariscono ogni dubbio:
“Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”. Parole forse strane per quelle persone.
Oggi, in fila con loro, c’è anche Gesù.
“Che strano”, penserete voi, “che bisogno aveva Gesù di farsi battezzare? Lui, il Figlio di Dio, non aveva certo peccati da farsi perdonare!”.
Certo! Ma l’incarnazione di Gesù non è solo il farsi uomo! È farsi fratello di tutti noi, è farsi uno con noi al punto tale da mettersi in fila assieme a noi per chiedere perdono.
Giovanni, non appena vede questo giovane di Nazaret avvicinarsi a lui, lo riconosce subito, proprio come lo aveva riconosciuto mentre era ancora nel grembo di Elisabetta, comprende che è proprio lui colui al quale non è nemmeno degno di sciogliere i lacci dei sandali e, se leggiamo il vangelo di Matteo a questo riguardo, Matteo ci riferisce che non vuole proprio battezzarlo! Ma deve cedere di fronte all’insistenza di Gesù.
Lui, senza peccato, mette bene in chiaro subito il suo stile: egli è venuto per essere uno di noi senza vie preferenziali, senza trucchi, senza privilegi.
E così si immerge nell’acqua del Giordano e subito dopo si mette in preghiera.
E “il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba e venne una voce dal cielo: Tu sei il Figlio mio, l’amato; in te ho posto il mio compiacimento”.
Gesù si fa battezzare non per essere lavato dal peccato, ma perché Dio possa manifestarsi, possa dire: “Tu sei mio Figlio”. Con questo gesto, Dio invia suo figlio nel mondo perché il mondo creda nel suo amore.
Cosa significa, per noi, il Battesimo di Gesù?
Anche voi siete stati battezzati da piccoli. Certamente non lo ricordate ma lo ricordano i vostri genitori che hanno chiesto il Battesimo per voi.
Ecco, anche in quel momento si è aperto il cielo ed anche su di voi è sceso lo Spirito Santo. E non solo! Anche a voi Dio Padre ha detto: tu sei il mio figlio prediletto, tu sei il mio figlio bene-amato, in te mi compiaccio.
Attraverso il Battesimo, cioè, Dio dice: “A questa mia creatura, che io amo immensamente perché da sempre mio figlio, voglio fare un dono ancora più grande: voglio farlo partecipe della mia vita infinita, del mio Regno, della mia eternità, lo voglio rendere sacro come è sacro mio Figlio Gesù”.
Gesù è sacro “per natura”, ma il Signore, col Battesimo, ha reso sacro anche te Mattia, te Davide, te Sara… vi ha resi sacri “per dono”.
Diventiamo famiglia di Dio per diventare, come Gesù, figli obbedienti del Padre che è nei cieli.
All’inizio della celebrazione del Battesimo il sacerdote benedice l’acqua, cioè chiede la discesa dello Spirito Santo nell’acqua del fonte battesimale, la consacra: è necessario cioè l’intervento divino affinché questo elemento materiale diventi strumento di salvezza, affinché faccia morire “l’uomo vecchio” e faccia rinascere un “uomo nuovo”.
E cosa vogliono dire quelle parole apparentemente strane che Giovanni ha detto: “Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”? Che Gesù farà divampare la fiamma della Vita di Dio nei nostri cuori proprio come un incendio… un incendio di Amore.
Pensate, bambini, col Battesimo, nella nostra anima si è impressa per sempre l’immagine di Cristo e rimarrà per tutta la vita un dono che non sarà mai più cancellato perché indelebile: per questo il Battesimo non può essere ripetuto.
Ma cosa significa, concretamente, questo?
Significa che questo Sacramento ci fa “altri Gesù”, ci fa membra del suo corpo che è la Chiesa, comunità delle persone che credono. Gesù, infatti, non è più qui tra noi con il suo corpo fatto di ossa, muscoli, arterie, vene, tendini ecc., ma è qui presente concretamente nella Chiesa fatta di uomini, donne, bambini, bambine: è questo il suo nuovo Corpo e noi ne facciamo parte!
Capite bene anche voi, allora, che anche se solo una piccola parte di questo corpo non fa il suo “dovere”, non funziona come dovrebbe, tutto il corpo ne risente!
È come se, ad esempio, voi aveste, al dito mignolo del piede, una vescica grande al punto tale da impedirvi di muovervi per il dolore. Qualcuno vi potrebbe dire: “Cosa vuoi che sia per un po’ di male al dito mignolo del piede! È così piccolo quel dito!”.
Ed invece anche il mignolo è necessario per camminare!
Così noi, per quanto piccolo sia il nostro compito all’interno della comunità, quando non viviamo da veri figli di Dio, tutto il corpo della Chiesa soffre!
Ecco allora il nostro impegno: essere “ALTRI GESÙ” per costruire il MONDO CHE VUOLE GESÙ.
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MessaggioOggetto: domenica 20 gennaio 2013   Mar Gen 15, 2013 4:23 pm

DOMENICA 20 GENNAIO 2013

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Che meraviglia, la pagina di Vangelo che abbiamo appena ascoltato!
Questo brano dell’evangelista Giovanni è davvero specialissimo, infatti racchiude quattro particolarità:
- ci presenta Gesù che partecipa ad una festa;
- ci racconta il primo miracolo compiuto da Gesù;
- racchiude le ultime parole che Maria pronuncia nei quattro Vangeli;
- ci parla del miracolo più “inutile” tra quelli narrati dagli evangelisti.
Come vedete, c’è veramente una ricchezza di spunti incredibile! Proviamo a soffermarci un briciolino su ognuno di questi aspetti.
Per prima cosa, mi piace un sacco il fatto che Gesù sia presente a una festa, ad un matrimonio. Certe volte, quando ci parlano del Maestro e Signore, rischiano di farlo passare per un tipo serioso, disposto al sacrificio certo, ma non uno che racconta barzellette, mentre invece qui scopriamo il volto allegro di Dio. Alle feste per i matrimoni tra gli ebrei, si balla tutti insieme, quindi anche Gesù e Maria, sua madre, avranno ballato le danze tradizionali, il cerchio degli uomini e quello delle donne, muovendo i passi al ritmo della musica. Anche il nostro Maestro e Signore avrà brindato agli sposi, avrà riso delle battute degli amici, si sarà divertito nel vedere i giocolieri.
Il cuore di Dio ama la festa. Non l’ubriachezza, l’essere sfrenati, il farsi del male, lo “sballare”... tutte quello che certe volte, purtroppo, viene spacciato per “festa”. No! A Dio piace la gente serena, con il cuore limpido, che ride insieme, che danza, che si diverte in armonia ed in pace.
Il nostro Dio è un Dio di gioia, perché il suo cuore trabocca d’amore e il frutto dell’amore è sempre la vera gioia.
Proprio perché è contento di stare in mezzo a persone allegre, ecco che Gesù partecipa a un matrimonio, insieme a sua madre, Maria, e ad ai primi discepoli. Non sappiamo come si chiamassero gli sposi, se fossero dei parenti di Maria o di Giuseppe, magari dei cugini, o solo degli amici. Sappiamo che le nozze si svolgono a Cana, un paesino della Galilea, poco lontano da Nazareth.
Ad un certo punto il vino finisce, quando la festa è proprio bel mezzo. Cosa serviranno adesso agli invitati? Solo dell’acqua? Che brutta figura per gli sposi! Cosa penseranno di loro, tutti gli invitati? La gente dirà che sono stati degli stupidi nell’organizzare la festa, sbagliando la quantità di vino necessaria? Oppure diranno che sono stati tirchi, dei veri avaracci, e pur di non spendere hanno preferito procurare soltanto pochissimo vino?
Per il momento, gli invitati non si sono accorti di nulla, ma i servi sanno che il problema non può restare nascosto ancora per molto: come faranno? Si guardano tra loro con ansia.
Tra gli invitati alla festa c’è però una persona che si è accorta della situazione: è Maria, la madre di Gesù. Sempre attenta a quello che le accade intorno, sempre sensibile nel notare la preoccupazione delle persone vicino a lei, si rende conto dell’agitazione che si sta creando nelle cucine e tra coloro che servono a tavola. Con molta semplicità, si rivolge a suo Figlio Gesù e gli dice: “Non hanno più vino”.
La risposta che le dà Gesù può sembrare persino sgarbata: “Che c’è fra me e te, o donna? L’ora mia non è ancora venuta”.
È come se le dicesse: Cosa vuoi, da me? Non è ancora il tempo di far sapere al mondo chi sono.
E guardate un po’ come risponde Maria, che quasi non fa conto delle parole del Figlio, non si agita, non cambia per nulla il suo atteggiamento e si limita a dire a coloro che servono il vino: “Fate tutto quello che vi dirà”.
Cinque parole in tutto. Le ultime cinque parole che Maria pronuncia nei Vangeli. La incontreremo ancora in diverse occasioni, mescolata tra la folla che segue Gesù, fino ai piedi della Croce, ma nessun evangelista ci riferisce altre parole pronunciate da Maria. Queste sono le ultime che ci vengono riportate e sono una sorta di consegna, di testamento lasciato a noi. Il suo ultimo insegnamento, di cui fare tesoro, perché in qualche modo contiene la risposta a tutte le nostre domande. Non ci credete? Vogliamo provare?
Se chiediamo alla Madonna: Che cosa è veramente importante? Che cosa serve per essere felici?
Usando quelle cinque parole, lei ci risponde: “Fate tutto quello che vi dirà”.
Se invece le chiediamo: Cosa è necessario per vivere secondo il Vangelo?
Lei, con quelle cinque parole, ci rispondesse: “Fate tutto quello che vi dirà”.
Infine se le domandiamo: Cosa occorre per diventare santi? Per meritare il Paradiso?
Senza dubbio, con quelle cinque parole, ci garantisce: “Fate tutto quello che vi dirà”.
E potremmo andare avanti ancora con altri esempi, ma dobbiamo tornare agli sposi di Cana, che abbiamo lasciato nel bel mezzo del pranzo di nozze, con il problema del vino che sta finendo.
Gesù si lascia convincere da sua madre e chiede ai servi di riempire delle grosse giare d’acqua e poi di servirne il contenuto. I servi gli obbediscono e quando assaggiano restano senza parole: l’acqua è diventata vino!
E che vino! Il maestro di tavola, una sorta di maitre, afferma con stupore che quel vino è il più buono che sia stato servito fino a quel momento! Lui non sa da dove arriva quel vino così aromatico, ma lo sanno i servi, che hanno riempito di acqua le giare e ancora non credono a quanto è avvenuto sotto i loro occhi.
La festa può continuare, tra la felicità di tutti.
Però, nel corso del tempo, diverse persone hanno fatto notare che quello compiuto da Gesù a Cana, si può considerare un miracolo “inutile”.
Sembra un miracolo accettabile guarire gli ammalati, come i lebbrosi; va bene curare gli infermi, come il paralitico o il cieco nato; va bene pure moltiplicare il pane per la folla affamata; va benissimo ridare la vita alla figlia di Giairo o al ragazzo di Nain... Ma dare dell’altro vino a chi ne ha già bevuto tanto e sta facendo festa, a cosa serve? Non è una cosa necessaria, non è qualcosa che cambia la vita: è solo un po’ di vino ad una festa!
Perché, allora, Gesù sceglie di compiere un miracolo come questo?
Prima di tutto, compiendo questo segno strabiliante sotto gli occhi dei suoi primi discepoli e dei servi a Cana, il giovane Rabbi di Nazareth dimostra di avere il potere di controllare tutta la Creazione, di poterla cambiare radicalmente, trasformando in un attimo l’acqua in vino.
Questo gesto è un modo per dire: Credete in me. Sono davvero inviato da Dio. Ha messo nelle mie mani il potere di trasformare la realtà, di cambiare la natura stessa delle cose. Se posso mutare l’acqua del pozzo in vino frizzante, provate a immaginare come posso cambiare un cuore, come posso convertire la vita delle persone!
D’altra parte, la scelta di un miracolo che può sembrare inutile o almeno non necessario, rivela una caratteristica del modo di amare di Dio: non si accontenta di darci solo l’indispensabile, quello che serve alla nostra sopravvivenza, ma gli piace coccolarci, darci anche il di più, regalarci la bellezza, la gioia, il piacere.
Lo vediamo continuamente, anche nella creazione: guardate che trionfo di bellezza e varietà sono le piante e i fiori intorno a noi! Guardate che irripetibile meraviglia sono tutte le albe e i tramonti: luce e tenebre potevano alternarsi senza bisogno di uno splendore di bellezza come quello che ci viene regalato ogni giorno!... Ma Dio è così: ama in modo straordinario, ama senza misura, cura anche i particolari, ci coccola con tenerezza.
E sceglie di cominciare la sua missione sulle strade delle Palestina con un miracolo che fa durare più a lungo una festa, con un miracolo che mette allegria, un miracolo che fa sorridere.
Nella settimana che sta cominciando, proviamo ad avere occhi e cuore aperti per gustare tutta la bellezza che il Signore Dio ha profuso intorno a noi: ringraziamolo per i piccoli miracoli quotidiani che rendono così ricca la nostra vita.
E se ci dovesse capitare di incontrare qualche difficoltà, sappiamo che possiamo fare come a Cana: chiediamo a Maria, la madre di Gesù, di intervenire, di aiutarci, di sistemare le cose. Disposti, da parte nostra, ad ascoltare l’invito che la sua voce di Madre rivolge ai cristiani di ogni tempo: “Fate tutto quello che vi dirà”.
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MessaggioOggetto: domenica 27 gennaio 2013   Mer Gen 23, 2013 11:47 am

DOMENICA 27 GENNAIO 2013

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Come sempre, dopo l'ascolto della Parola, cerchiamo di approfondire o scoprire qualcosa di nuovo su Gesù e di riflettere su come la sua vita possa trasformare e migliorare la nostra.
La prima persona, che si presenta nel brano odierno, e che ha trovato in Gesù e nei suoi insegnamenti un motivo di gioia e di cambiamento, è proprio l'evangelista Luca. Luca che era un medico, ha conosciuto Paolo e lui gli ha trasmesso tutto quello che sapeva e aveva vissuto con Gesù. Così Luca decide di scrivere ogni cosa accuratamente, come altri prima di lui, perché temeva che nel tempo qualcosa si perdesse. Da ciò intuiamo che senz'altro agli occhi di Luca quanto aveva conosciuto di Gesù, aveva un gran valore, ed ecco come mai raccoglie tante informazioni e vuole custodirle in uno scritto. Insomma, come si fa per un tesoro, con l'unica differenza che questo prezioso scritto non doveva rimanere nascosto, ma si voleva che si diffondesse tra quanti volevano incontrare Gesù. Luca scrive per dare maggiore forza e ulteriore testimonianza della bellezza dell'insegnamento di Gesù. Vediamo allora ciò che di Gesù emerge dal brano della liturgia di oggi.
Gesù è in sinagoga, è sabato e con ogni probabilità c'erano molti ebrei a pregare, tra i quali scribi, farisei, che erano esperti e scrupolosi nel mettere in pratica la Parola di Dio. Eppure tra tanti esperti scelgono Lui per leggere e commentare il rotolo della Sacra Scrittura. Come riporta Luca, di Gesù già si conosceva, in Galilea, la saggezza nell'interpretare i testi biblici e per questo si fidano di lui. Infatti, come dicevamo prima, la Parola di Dio è un tesoro da custodire. Quel sabato succede qualcosa di particolare: Gesù legge e inizia a commentare il brano del profeta Isaia dicendo: ”Oggi si è compiuta questa Scrittura”. Ma che cosa vuole dire? Certamente era anche la domanda dei presenti alla preghiera!
Il passo di Isaia sembra l'elenco delle cose che Gesù intendeva compiere e il motivo per cui lo Spirito l'aveva inviato. Gesù indica le persone di cui vorrà prendersi cura: poveri, prigionieri, ciechi, oppressi. Per tutte queste persone desidera operare un cambiamento: per i ciechi la vista, per i prigionieri la libertà e inoltre che tutti avessero un anno di Grazia, cioè il perdono e la sconfitta del male. Beh, proprio ambizioso come programma! Eppure Lui è il consacrato dallo Spirito, questa forza di Dio che agirà assieme a Lui.
Da un po' di tempo mi capita di incontrare amici che hanno parenti malati o vivono gravi difficoltà, come Eleonora: il suo papà ha perso il lavoro. Tutti chiedono: perché Gesù non ci aiuta?! E già! Lui che ha promesso di aiutare i più deboli, adesso non lo fa più?!
Ad Eleonora che ha 15 anni e molti dubbi sull'esistenza di Dio, ho detto: “Ma tu che pensi di Dio? Cosa sai di Lui?”. Lei non ha risposto, allora le ho chiesto da quanto tempo non leggesse la Bibbia, da quanto non si fermava a pregare.
Il tesoro della Parola è questo: ci permette di conoscere Gesù, Colui che è venuto a portare la libertà, la pace e soprattutto il perdono.
Durante questa settimana possiamo provare a dedicare un po' del nostro tempo per leggere la Scrittura, con la curiosità e il desiderio di incontrare Gesù.
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MessaggioOggetto: domenica 3 febbraio 2013   Mer Gen 30, 2013 3:37 pm

DOMENICA 3 FEBBRAIO 2013

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Il brano di vangelo di oggi, come forse avete notato, si apre con le stesse parole con cui si chiudeva quello della scorsa domenica perché ad esso è strettamente collegato.
Infatti in questa parte del vangelo, viene messa in risalto la reazione degli abitanti di Nazareth alle parole pronunciate da Gesù.
Egli fa una dichiarazione bellissima facendo suo il messaggio di speranza tratto dal profeta Isaia. È un annuncio di bella notizia ai poveri, di liberazione ai prigionieri, di vista ai ciechi, di libertà gli oppressi, aprendo a tutti un tempo di luce, di grazia, di bontà di perdono di Dio a tutti gli uomini.
Sono questi, per il popolo di Israele, segni chiari che dicono l’arrivo del Messia. Il suo operato sarà quello di scarcerare i prigionieri, di donare la vista ai ciechi, di liberare gli oppressi.
Per questo motivo gli abitanti di Nazaret, davanti a Gesù che fa sue quelle Parole, sono scandalizzati. Incominciano a pensare: ma chi si crede di essere questo Gesù, noi lo conosciamo bene: conosciamo la sua famiglia. Gesù è uno di noi, come noi.
L’attesa del Messia, l’inviato di Dio che avrebbe realizzato la salvezza in maniera potente, è uno dei punti centrali della fede del Popolo di Israele. Millenni di attesa hanno creato attorno alle parole di Dio riguardanti il Messia, un alone di mistero, di potenza, facendo di questo essere, un personaggio particolare, simile a un re potente, a un grande guerriero forte, coraggioso, capace di sconfiggere tutti i nemici, di annientarli con il fuoco e la spada.
Questo è quanto il pensiero degli uomini ha costruito attorno alla speranza annunciata attraverso i secoli, dai profeti.
Ma Gesù mostra che il pensiero di Dio è altro rispetto a quello umano. Il Messia, inviato da JHWH, non ha armi, non ha un esercito, è povero, è amico di tutti, parla di pace, di amore, è uomo come noi, senza poteri speciali.
Il vero Messia, rivela così il volto di Dio che è quello della misericordia e del perdono.
Capite allora perché gli abitanti di Nazareth sono sconvolti?
Il rifiuto sarà davvero grande verso il loro concittadino!
Gesù lo sa bene. Per questo citando ancora la Parola, parla di fatti accaduti nel tempo passato, in cui ancora una volta il popolo di Israele, incredulo, non ascolta la voce di Dio che si manifesta attraverso grandi profeti come Elia ed Eliseo, i quali, non ascoltati e non accolti dal popolo di Israele, compiono miracoli e l’annuncio in terra straniera e a gente di altre religioni. Il profeta Elia verso una vedova di Zarepta, e il profeta Eliseo verso un consigliere del re Assiro.
Voglio terminare raccontando un episodio realmente accaduto alla stazione di una metropolitana di Washington dove Joshua Bell ha suonato per 43 minuti, più o meno ignorato da tutti i frettolosi viaggiatori, e guadagnando circa 32 dollari.
Ma chi è Joshua Bell.
Non è un musicista da strada, è uno dei più grandi violinisti del mondo. Americano, ha 39 anni e da
quando ne ha 16 suona con le più grandi orchestre del mondo.
È bravissimo ed è meraviglioso e sublime il violino che suona. Uno straordinario Stradivari del 1713, uno dei migliori strumenti mai creati.
Lui è un divo dello spettacolo televisivo, e cinematografico. Nelle riviste e nei giornali si parla di lui abbondantemente. La gente, per sentirlo suonare, lo segue in tutti i teatri più grandi e prestigiosi di America e del mondo, acquistando i biglietti dei suoi concerti che, sebbene costosi, vanno a ruba.
Eppure, in quella stazione della metropolitana la stragrande maggioranza dei passanti lo ha ignorato.
Il cuore dei Nazaretani non accogliendo Gesù non vedrà lo splendore del Messia. Questa loro cecità, continuerà a renderli “poveri”, “prigionieri”, “oppressi” dei loro affanni.
Non riusciranno a gustare la gioia, la luce, la libertà, la speranza che Gesù offre loro.
Buona Domenica.
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MessaggioOggetto: domenica 10 febbraio 2013   Mer Feb 06, 2013 10:14 am

DOMENICA 10 FEBBRAIO 2013-02-04

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Siamo in Galilea e Gesù è appena partito da Cafarnao.
Durante la sua permanenza in questa città aveva insegnato nella sinagoga, era poi andato nella casa di Simon Pietro dove aveva guarito la suocera che aveva la febbre molto alta ed aveva anche guarito da mali di ogni genere tutti gli infermi che a lui venivano portati. All’alba era andato in un luogo deserto, ma la tanta gente che lo cercava l’aveva raggiunto e voleva trattenerlo perché non andasse via.
Gesù, però, dice loro: “Bisogna che io annunzi il Regno di Dio anche alle altre città; per questo sono stato mandato”.
E così, nel Vangelo di oggi, lo troviamo presso il lago di Genesaret.
Pensate, bambini, Gesù ha appena iniziato la sua vita pubblica e già la sua fama si è diffusa dappertutto, a tal punto che sulla riva di quel lago “la folla gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio”. Ci fermiamo un attimo per riflettere su questo.
Oggi, anche voi siete venuti qui per ascoltare la sua Parola! Credete con tutto il cuore che nella Santa Messa c’è Gesù che non solo vi parla ma che è proprio qui in mezzo a voi, che viene dentro di voi col suo Corpo per farvi diventare come Lui?
Se siete consapevoli di ciò, è chiaro che una sola cosa ora vi interessa: ascoltare il Signore con tutto il vostro impegno, con tutta la vostra volontà, con tutto il vostro cuore. Allora niente distrazioni, perché proprio ora, proprio in questa chiesa, Gesù vi sta parlando come parlava a quella attenta folla.
Riprendendo quello che ci racconta Luca nel vangelo, il nostro Maestro, sulla riva del lago di Genesaret, chiede a Simon Pietro di prestargli la barca per allontanarsi un po’ da terra affinché tutte quelle persone potessero vederlo ed ascoltarlo meglio.
Che “forte” che è Gesù! Che dite?
Lui che avrebbe potuto fare tutto da solo, vuole avere bisogno degli uomini per portare il suo amore a tutti! In questa occasione la sua attenzione è nei confronti di Pietro. Vuole avere bisogno della sua barca… ma non solo della sua barca e delle sue cose materiali! Vorrà avere bisogno della sua voce, della sua forza, del suo tempo, del suo cuore, di tutta la sua persona… Pietro infatti sarà uno degli apostoli che diffonderà la Bella Notizia fino agli estremi confini della terra.
Simone, in quel momento, stava lavando le reti ed era molto demoralizzato perché lui e gli altri pescatori avevano lavorato tutta la notte e non erano riusciti a pescare niente… fatto molto grave questo, perché la pesca era la loro unica fonte di guadagno!
E così, dopo aver ammaestrato le folle dalla barca, il Maestro dice a Simon Pietro: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”.
Non so se voi ve ne intendete di pesca, io no, per cui mi sono informato… Si pesca di notte perché, col buio, i pesci vengono in superficie e così le reti si riempiono più facilmente.
Che strana proposta Gesù, falegname, fa a Pietro, pescatore!
Pietro infatti dice: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti”.
Simone non dimentica quello che ha vissuto in quella notte, non dimentica la delusione e il dispiacere di non aver prese nemmeno un pesce, ma in lui c’è la speranza e la fiducia in Gesù e così si affida anche se la proposta gli sembra assurda.
Che grande la fede di Pietro! Chi tra di voi avrebbe gettato ancora le reti?
Gesù a quel tempo ha scelto Pietro, ma anche ora Gesù scegli degli uomini, delle donne, sceglie anche dei bambini e delle bambine!
Dio non guarda l’età… vuole avere bisogno anche di voi, anche se siete piccoli, e chiede la vostra disponibilità non solo per far capire a tutti che si è fatto uomo per salvarci e portarci in cielo con lui, ma anche per aiutare gli altri!
È il Signore che sceglie, ce l’ha detto lui: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga”.
Gesù allora, proprio oggi vuole avere bisogno di te, di te, di te… vuole avere bisogno delle vostre piccole cose, della vostra collaborazione, vi chiede di mettervi a disposizione, di mettere nelle mani di Dio i doni ( piccoli o grandi non importa) che avete ricevuto!
Per fare cosa? Per annunciare che Gesù è il Signore della vostra vita e per far capire, proprio con la vostra vita, gli insegnamenti del Vangelo.
Come? Con il vostro modo di comportarvi sempre rivolto al bene, al bello, alla pace, alla condivisione, al perdono...
Quando? Sempre.
Dove? A casa con i genitori, con i fratelli, quando siete dai nonni, a scuola, in palestra, in piscina, a danza, a catechismo … Vale a dire, dappertutto e con tutti!!!
Gesù continua a chiamarvi, vi chiede di fidarvi di lui come vi fidate del papà e della mamma che vi vogliono un bene così grande che darebbero la vita per voi!
Gesù ha già dato la sua vita per tutti noi…
Pietro allora, pur pescatore professionista, va contro ogni logica, si fida, getta le reti e “presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”.
Allora “si gettò alle ginocchia di Gesù dicendo: Signore, allontanati da me che sono un peccatore”.
Gesù risponde: “Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini”. Che cosa vuole dire “pescatore di uomini”?
I pesci si tirano fuori dall’acqua per farli morire. Quando si parla di uomini, invece, essere pescati non è una disgrazia!
Pensiamo ai naufraghi che cercano di sopravvivere nell’acqua del mare, col freddo, magari anche col buio della notte: vedere una rete, o una corda, o una barca di salvataggio è il loro desiderio più grande!
È questo il “mestiere” di pescatori di uomini: gettare una speranza di vita a coloro che sono nel bisogno, a coloro che chiedono di essere amati, a coloro che vogliono essere aiutati a scoprire che c’è un Dio che è Padre per tutti.
Il Signore, come ha chiamato Pietro, chiama tutti voi ad essere questo tipo di pescatori, vi invita a gettare una rete particolare per portare tutti a Dio.
Questa “rete” è la vostra vita piena di amore.
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MessaggioOggetto: domenica 17 febbraio 2013   Gio Feb 14, 2013 1:29 pm

DOMENICA 17 FEBBRAIO 2013

I DOMENICA DI QUARESIMA


Oggi incomincia un tempo veramente speciale: la Quaresima.
Ehi, che succede?! Cosa sono quelle facce??!! Fermi, fermi, non cominciate a sbuffare, dicendo che tanto TUTTI gli anni arriva la Quaresima! Non cominciate a pensare che è una gran noia, con tutti che invitano a fare i bravi, a fare i “fioretti”, a pregare di più, ad andare alla Via Crucis... e via di questo passo.
Lo so, lo so: persino nel linguaggio comune, quando si vuole usare un paragone per qualcosa di sgradevole, si dice: “lungo come una Quaresima”, “triste come una Quaresima”, che non è di certo la migliore presentazione per un tempo liturgico tanto ricco e intenso!
Non voglio dirvi che la Quaresima è un tempo semplice da vivere: è impegnativo, certo. Non è un gioco, non è per i timidi, e neppure per i piagnucolosi o i pigri.
È fatta per Cristiani veri, per chi vuole vivere sul serio il Vangelo, per chi ha intenzione di essere profondamente amico di Gesù.
Questi quaranta giorni, che ci preparano alla Pasqua, sono un allenamento, non una passeggiata. Ma non sono un supplizio, un castigo, un prezzo da pagare: sono il tempo che anno dopo anno, la Chiesa ci regala per arrivare alla Pasqua radiosi, luminosi, profumati nell’anima.
Perciò, accogliamo con riconoscenza questa opportunità che ci viene offerta, nuova nuova ogni anno, per camminare con gioia verso la Risurrezione, lasciandoci guidare dal Vangelo.
In effetti, proprio il brano tratto dall’evangelista Luca, di questa domenica, è ottimo per iniziare il cammino, perché ci mostra come il giovane Rabbi di Nazareth ha vissuto la sua Quaresima e che cosa ha affrontato.
L’evangelista Luca ci dice che Gesù se n’è stato in disparte, nel deserto, per pregare e riflettere, prima di iniziare la sua missione tra la gente: “Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo”.
Non dobbiamo immaginare un deserto di sabbia, come il Sahara: qui siamo in Palestina e il giovane Maestro se ne sta, tutto solo, in un deserto di rocce brulle, senza vegetazione. In questo ambiente poco accogliente, sperimenta anche la tentazione.
Strano, vero? Lui, che è il Figlio di Dio, sperimenta la tentazione.
Voi sapete cos’è la tentazione? Forse non la chiamiamo sempre così, ma tutti ne facciamo esperienza, ogni volta che sentiamo dentro di noi la lotta per scegliere come comportarci. Per decidere che direzione prendere, tra il Bene e il Male, tra ciò che è giusto e ciò è sbagliato. Quando riusciamo a vedere con chiarezza dov’è il Bene e dov’è il Male, in genere riusciamo a scegliere con una certa sicurezza. Ma non sempre è così facile capire.
Anche perché la tentazione è subdola, vuole ingannarci, per questo in genere indossa delle maschere: si presenta come qualcosa di bello, di buono, di affascinante, nascondendo invece un pericolo, un veleno per la nostra vita.
Se si presentasse sporca e disgustosa, chi mai si lascerebbe tentare? Scapperemmo subito a gambe levate! Ma la tentazione è come certe piante carnivore della foresta amazzonica: incanta con i suoi colori vivaci, inebria con un profumo delizioso, nascondendo il suo lato mortale.
Tra una cosa brutta e una bella non sarebbe difficile scegliere, siete d’accordo? Ma tra una cosa affascinante e facile, ed una buona e faticosa, comincia ad essere più complicato stabilire come scegliere, che decisione prendere. Sappiamo che cos’è buono, peroooo... Sappiamo che cos’è giusto, peroooo...
Quante volte la mamma o il papà devono ripetere: Comincia a fare i compiti!
Noi sappiamo che è il nostro dovere fare i compiti, sappiamo che è una cosa buona per noi, per esercitarci ed imparare, peroooo... però si sta così bene a giocare!
Eccola in agguato, la tentazione della pigrizia, che ci mostra com’è divertente e piacevole giocare, facendoci rimandare il momento di iniziare a studiare.
Oppure, ci si avvicina la tentazione della vanità, di sembrare più bravi di quello che siamo, magari arrivando persino a raccontare una bugia... Per esempio: Alle gare di nuoto di domenica ho vinto la medaglia d’argento!
Nessuno dei nostri compagni era presente alle gare, nessuno può dire che non è vero, peroooo... che voglia di sentirci fare i complimenti, che voglia di sembrare dei campioni!
O ancora, un compagno viene preso in giro, noi sentiamo, ce ne accorgiamo, vediamo che piange, ma non diciamo niente, non interveniamo, non diciamo a chi lo sto insultando: Smettila, lascialo in pace!
Pian piano ci allontaniamo, forse con gli occhi bassi, pensando: Ma in fondo io che c’entro? Non mi riguarda!
Lo sappiamo che dovremmo intervenire, che quel poverino ha bisogno di noi, peroooo… siamo intrappolati dalla tentazione dell’indifferenza, del fare finta di niente, solo per evitare un fastidio.
Com’è difficile sconfiggere le tentazioni!
Eppure Gesù ci riesce. Forse con un po’ di fatica, ma ci riesce per ben tre volte. Allora vale la pena di leggere con attenzione questa parte del Vangelo, per vedere come ha fatto a cavarsela. Per scoprire i trucchi che ha usato Lui, nello sconfiggere la tentazione.
Se le osserviamo una per una, possiamo dire che le tentazioni che il nostro Maestro e Signore deve affrontare sono, in fin dei conti, solo tre proposte, ma ogni volta trova la via per rispondere con semplicità e decisione.
Prima tentazione e prima risposta: “Il diavolo gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane. Gesù gli rispose: Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo”.
“Sta scritto”, dice il giovane Rabbi al tentatore, e dov’è che “sta scritto”? Ma certo, avete ragione, nella Bibbia, che è Parola di Dio.
Teniamolo a mente e guardiamo la seconda tentazione, con la risposta che riceve: “Se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo. Gesù gli rispose: Sta scritto: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”.
Ehi, di nuovo! Di nuovo il Maestro Gesù ha risposto alla tentazione appoggiandosi alla Parola di Dio: “sta scritto”!
Due volte sono un’indicazione importante, ma per conferma, andiamo a vedere anche la terza tentazione e la risposta che dà: “Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui... Gesù gli rispose: È stato detto: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”.
Beh, stavolta non dice “sta scritto”, ma sta ricordando le parole usate dai profeti, che sono sempre racchiuse nella Scrittura. Quindi abbiamo l’indicazione che cercavamo: quando siamo di fronte a una tentazione che ci chiede una scelta difficile, possiamo chiedere aiuto e sostegno alla Parola di Dio.
Credo che per tutti noi sia un grande conforto sapere che anche Gesù sperimentato la tentazione, ha vissuto la nostra stessa esperienza, ed è riuscito a sconfiggerla. Quando ci sentiamo fragili, deboli, attirati da una tentazione mascherata e affascinante, sappiamo che non siamo soli, che in tutto, tutto, tutto, possiamo sentire vicino il nostro Maestro e Signore.
In questa settimana sono certa che a nessuno di noi mancheranno le occasioni per essere tentati, ma sappiamo di avere due armi potenti per difenderci e sconfiggere la tentazione ingannatrice: abbiamo l’amicizia con Gesù e abbiamo la Parola di Dio. Che cosa ci può spaventare?
Avanti, dunque! Cominciamo con slancio e coraggio questo cammino di Quaresima, sentendo già, intorno a noi, il profumo della Resurrezione.
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MessaggioOggetto: domenica 24 febbraio 2013   Mer Feb 20, 2013 3:01 pm

DOMENICA 24 FEBBRAIO 2013

II DOMENICA DI QUARESIMA


Tenaci e perseveranti, continuiamo il cammino di Quaresima che ci porta alla Pasqua di Gesù!
Siamo alla seconda Domenica e forse ancora non riusciamo ad entrare nel clima di questo tempo liturgico così prezioso! Beh, il Vangelo odierno ci aiuta molto a farlo.
Intanto all’interno del Vangelo di Luca questo episodio straordinario è inserito dopo alcuni discorsi di Gesù che avevano come oggetto proprio la sua passione, l’annuncio della sua morte. Gli apostoli tra cui Pietro soprattutto, non avevano reagito bene a questa notizia. Probabilmente non ci credevano, gli sembrava tanto fuori da ogni logica che faticavano a prendere in considerazione un fatto del genere. Ebbene Gesù, che ormai sappiamo proprio non si scoraggia, anzi utilizza sempre modi nuovi per aiutarci a conoscerlo, decide di farsi accompagnare nel momento della preghiera da alcuni degli apostoli, perché quello era il momento privilegiato, unico di dialogo con Dio Padre e quindi un tempo in cui tutto ciò che veniva detto era vero, autentico. Non può essere un caso, visto che solitamente Gesù andava a pregare da solo, a volte pure di nascosto da tutti, che questa volta sceglie dei compagni!
Gesù come molti genitori non si arrende davanti al rifiuto dei suoi “figli” di capirlo, ma trova altri modi per mostrargli che è vero anche se è complesso credere che dovrà soffrire. Perché l’ho paragonato ad un genitore?! Perché spesso ai genitori tocca dare notizie che alle orecchie dei figli non sono piacevoli, tutt’altro! Io ad esempio, non dimenticherò mai quando i miei genitori mi annunciarono che dovevamo cambiare casa in quanto un’altra famiglia l’aveva acquistata. Soltanto quando mamma iniziò a riempire gli scatoloni e mi portò a vedere l’appartamento nuovo, iniziai a pensare che fosse vero. Oppure da più piccolo mi costringeva a prendere uno sciroppo talmente amaro che a volte non volevo dirle di avere mal di gola! Mamma nonostante il mio broncio, non desisteva e stava lì fino a che non lo prendevo tutto!
Gesù, sa di parlare di cose dure e che i suoi più cari amici non si aspettavano, ecco perché decide di portali con sé su una piccola altura per incontrare il Padre. Pietro, Giacomo e Giovanni forse storditi e appesantiti dal pensiero di perdere il loro Maestro e amico, si addormentano, e al risveglio la visione di Gesù che parlava con il profeta Elia e Mosè li lascia ancor più disorientati. Pietro sorpreso e confuso chiede a Gesù di poter rimanere lì tutti insieme e l’evangelista dice “egli non sapeva quello che diceva”, cioè non sa cosa dire e fare. Gesù appare loro in modo nuovo, non sembra più un uomo come loro, ma si presenta nella sua divinità.
Su quel monte è Dio stesso a fare chiarezza dicendo a Pietro e ai suoi amici: “Questo è il mio figlio, l’eletto; ascoltatelo!”. Dio indica agli apostoli di credere alle parole di Gesù, sebbene suonino incomprensibili o difficili. Quel Gesù che è apparso in una forma nuova è il Figlio di Dio e si mostra ai discepoli nella sua gloria affinché conoscano la sua divinità. Anche a noi come agli apostoli, Dio suggerisce di fidarci della Sua Parola e di Suo Figlio, da Lui viene ogni bene e ciò che in apparenza sembra impossibile e difficile da vivere con Gesù sappiamo che sarà per il nostro bene.
Possiamo allora proseguire il cammino di Quaresima attenti alla parola di Gesù, fidandoci di Lui che vuole il nostro bene proprio come un genitore, un amico del cuore.
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MessaggioOggetto: domenica 3 marzo 2013   Mer Feb 27, 2013 9:48 am

DOMENICA 3 MARZO 2013

III DOMENICA DI QUARESIMA


Dio ha liberato il popolo di Israele che era schiavo in un paese straniero. Guidato da Mosè, il popolo cammina nel deserto e, proprio nel deserto, impara a conoscere Dio, il suo amore, la sua cura, la sua protezione.
Tutto Israele è spettatore dei prodigi compiuti da Dio. La loro gioia doveva essere davvero immensa!
Sì, Dio aveva ascoltato il loro grido di dolore, si era preso cura di loro, li aveva liberati dalla schiavitù aprendo una strada nel mare affinché il popolo la percorresse all’asciutto, senza alcun pericolo.
E, nel tempo in cui camminano nel deserto verso la terra promessa, Dio provvede acqua e cibo perché il popolo si mantenga in vita. Una nube, ogni giorno, ripara il popolo in cammino dai raggi infuocati del sole e, nel buio, la sua luce rischiara la notte. Tutti questi, per il popolo, erano segni, eventi prodigiosi che mostravano, manifestavano l’immenso amore di JHWH per il suo popolo.
Eppure quei ripetuti incontri con Dio e con il suo amore non cambiarono la loro vita!
Quegli eventi prodigiosi li lasciarono indifferenti!
Peccato!
Sì, è proprio questo il vero peccato dell’uomo: non riconoscere, rimanere indifferenti all’amore di Dio.
Succede anche a noi, sapete?
Anche noi, come il popolo di Israele, ogni domenica siamo spettatori dei prodigi dell’amore gratuito, della bontà, della misericordia di Dio per noi.
Siamo convocati da lui, chiamati come popolo a dirgli Grazie.
Grazie! E i motivi personali possono essere anche tanti, ma soprattutto siamo chiamati a dire Grazie a Dio per Gesù che, con la sua morte e resurrezione, è diventato il “ponte” di collegamento tra Dio e noi.
Senza di lui c’è un abisso che ci separa da Dio e noi non abbiamo ali per volare. Gesù ci è necessario per andare verso il Padre, verso Dio.
Ecco il senso della celebrazione domenicale. Per questo noi cantiamo e rispondiamo al sacerdote dicendo di aver capito, di volerci fidare di Dio, del suo amore. Affermiamo di averlo visto, di essere testimoni dell’amore di Dio che si manifesta nel sacrificio di Gesù, morto e risorto per noi. Sacrificio che si compie ogni domenica sul nostro altare.
Ma davvero poi la nostra vita, nell’incontro con lui, cambia?
Assistere ai prodigi dell’amore di Dio e poi restare indifferenti non serve a nulla, non ci giova.
Quando vai a scuola tu ascolti quello che gli insegnanti dicono e fanno, ti interessi, capisci, cosicché, una volta a casa, puoi esercitarti su ciò che ti è stato spiegato. Ed esercitandoti progredisci, diventi capace ogni giorno di più fino ad arrivare, alla fine dell’anno scolastico, preparato per passare alla classe successiva.
Ma se rimani indifferente allora le cose non funzionano perché a casa non potrai mettere in pratica, esercitarti su quando non hai capito, non hai appreso. L’indifferenza non paga mai, non costruisce nulla, solo il vuoto.
Il tempo di quaresima serve proprio a questo. A cambiare, a modificare il nostro comportamento nei confronti di Dio.
Se cambia il nostro atteggiamento nei suoi riguardi, vi assicuro che cambia tutto il resto.
Gesù, nel vangelo, offre una piccola “parabola” per aiutarci a capire che Dio aspetta da noi frutti buoni, proprio come quel contadino che ha piantato un albero di fichi.
Non è importante se tanti o pochi frutti, l’importante è che ci siano e siano buoni.
Gesù fa il tifo per noi, chiede al Padre, che da lungo tempo cerca frutti dal nostro “albero”, di pazientare ancora.
Lui, intanto, si impegnerà a servirci! È disposto a zappare la nostra vita con la sua Parola, con i suoi insegnamenti. La nutre, la concima con il suo corpo e il suo sangue. Spera così che possiamo davvero cambiare e impegnarci a vivere di fede percorrendo la strada della conversione che passa attraverso il digiuno, la preghiera e la carità.
Quale digiuno per un ragazzo? Non sto qui ad elencare… ognuno sa quali sono le cose e gli atteggiamenti che lo appesantiscono, che non lo aiutano a camminare verso Dio e verso il bene.
La preghiera quotidiana, che non è fatta di ore, ma di affidamento. Affidamento a Dio del giorno e della notte, perché tutta la nostra vita sia orientata a lui.
Le opere di carità, e qui voi ragazzi avete tante e tante belle opportunità nella scuola, in famiglia, con i vicini… una vera palestra per diventare davvero grandi nell’amore.
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: domenica 10 marzo 2013   Lun Mar 04, 2013 2:43 pm

DOMENICA 10 MARZO 2013

IV DOMENICA DI QUARESIMA
DOMENICA LAETARE


Il Vangelo di oggi è bellissimo. Sono certo che l’avete già sentito, ma spero che siate stati super attenti perché ci fa capire bene bene com’è il nostro Padre del cielo!
Certamente voi sperimentate che non c’è bene più grande di quello che vi vogliono i vostri papà e le vostre mamme, ma sentite che cosa c’è scritto nel libro del profeta Isaia: “Anche se una donna si dimenticasse del suo bambino, io invece non ti dimenticherò mai”. E questa è Parola di Dio!
Io credo che per noi queste parole siano motivo di una gioia senza fine.
Quello che scrive Isaia è oggi confermato dalla parabola che Gesù racconta agli scribi e ai farisei che mormoravano sul suo comportamento, secondo loro, troppo aperto a tutti, anche ai peccatori e ai pubblicani (questi ultimi erano esattori delle tasse da cui ricavavano ingiusti guadagni; il loro modo di vivere era inoltre peggiorato dal fatto che alcuni usavano le grandi somme che accumulavano per praticare l’usura; essendo poi molto ricchi, spesso si abbandonavano a lussi esagerati e a comportamenti non corretti).
Ecco, Gesù mangia con i pubblicani ed i peccatori… che scandalo per i farisei e gli scribi!
Ed il nostro Maestro, in risposta, racconta loro di un uomo che aveva due figli…
Sono certo che avete capito tutti che quell’uomo è Dio, il nostro Padre del cielo!
Se siete state bene attenti, vi siete sicuramente resi conto che, nella parabola, la figura più importante è questo padre.
Come si comporta nei confronti del figlio minore?
Beh… io non so se i papà di questa terra, nonostante tutto l’amore per i propri figli, si sarebbero comportati così! Certamente avrebbero riaccolto in casa il loro ragazzo, ma prima si sarebbero arrabbiati, lo avrebbero rimproverato, avrebbero preteso delle spiegazioni, gli avrebbero tenuto il broncio per un bel po’…
MA DIO NO!!! Non fa il papà ferito, offeso, che vuole una rivalsa. Egli non cessa mai di voler bene al figlio e continua ad aspettarlo. Dimentica tutto, non fa pagare niente, prepara l’incontro e… semplicemente ama.
A lui non interessa che gli abbia distrutto metà del patrimonio guadagnato con fatica! Quello che lo fa stare male è il fatto che questo suo figlio sia lontano. E, quando lo vede, gli corre incontro senza aspettarlo e si commuove e soffre con lui per quello che il ragazzo ha vissuto, e gli si getta al collo e lo bacia!
Che cosa provate voi quando la mamma e il papà vi baciano?
Il bacio è il segno dell’affetto più grande, è segno di tenerezza, di condivisione, di perdono. Il bacio è un modo per dire tutto senza parole.
Il bacio di questo padre è il modo per cancellare il passato del figlio scapestrato in maniera definitiva e totale: il padre non lo ama per quello che vale, lo ama e basta.
E non gli lascia nemmeno il tempo per finire il discorso, perché la sua riconoscenza viene prima.
“Ma quale riconoscenza – penserete voi- dopo tutto quello che il ragazzo ha fatto!”.
È riconoscente perché il figlio era morto ed è risuscitato, era perduto ed è stato ritrovato. È sempre stato suo figlio, anche quando era andato via di casa, sentita dal giovane come una prigione, è sempre stato suo figlio anche se lui, il papà, era stato visto come un padrone e non un padre, anche quando, con la richiesta dell’eredità, era stato considerato come morto…
Ecco chi è Dio, bambini! Un padre che Gesù vuole far conoscere con la sua straordinaria accoglienza nei confronti di tutti coloro che sbagliano, che commettono qualche colpa, un padre misericordioso che vuole fare festa quando un peccatore si converte.
Gesù, infatti, dice: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”, e non parla delle malattie del corpo ma di quelle del cuore.
Lui è venuto per guarirci, per far sì che la nostra vita sia bella, gioiosa, in pace, Lui è venuto per dirci che il Padre ci ama come ha amato il figlio della parabola: senza condizioni.
Anche noi, allora, come il figlio minore, quando capiamo di avere sbagliato dobbiamo riaprire il nostro cuore che si era chiuso al bene e, coscienti della nostra piccolezza ma sicuri del suo amore, dobbiamo tornare a casa.
Vediamo, prima di tutto, cosa significa per noi andare via da casa.
Significa credere di non sbagliare mai, essere cocciuti, volere sempre tutto e più di tutto, non ascoltare, non guardarsi dentro, pensare che siano solo le cose a farci felici, farsi abbindolare dalle tante pubblicità che ci mettono sugli occhi fette di prosciutto, essere concentrati per troppo tempo su computer, videogiochi, TV, facebook, desiderare semplicemente la “bella vita”, non rivolgerci a Dio con la preghiera, non avere lo sguardo rivolto agli altri… e questo elenco potrebbe continuare.
E che cosa significa, allora, tornare a casa?
Convertirsi, cambiare modo di vita. Significa andare dove ci vuole portare il Signore, cioè a casa sua. Con Dio si sta bene perché, dove abita lui, ciò che conta è solo l’amore: amore ricevuto ma anche amore donato.
E dove è la sua casa? In qualsiasi luogo in cui noi ci impegneremo a mettere in pratica le parole di Gesù.
E poi, un giorno, abiteremo la casa del cielo e lì il Signore metterà anche a noi la veste più bella, l’anello al dito e i calzari! Segni che dicono: tu sei e sei sempre stato mio figlio!
Sono proprio questi, infatti, i segni che il padre della parabola fa indossare al figlio minore. E comincia la festa.
Chissà quanti figli scapestrati ci sono nel mondo e chissà quante feste fa il Padre del cielo! Ma è proprio questo il modo di amare di Dio:”Ci sarà più gioia in cielo per un peccatore pentito, che per novantanove giusti…”.
E il figlio maggiore? Giudica ed è invidioso.
Anche noi spesso siamo così. Quante volte ci sembra che gli altri, che a nostro parere meritano meno di noi, abbiano invece più di noi!
“Come mai quel mio compagno che è meno bravo di me, ha preso un voto più bello di me? Non è giusto!”.
“Non è giusto”… sono tre parole che diciamo spesso tutti.
Perché siamo così diffidenti, inquieti, sospettosi, criticoni e vediamo solo quello che gli altri hanno, senza vedere tutto quello che abbiamo noi?
Il figlio maggiore pensa: “Se mio fratello, peccatore, è trattato in quel modo, a cosa serve essere giusti?”.
Questo figlio era sempre stato col padre, aveva sempre avuto tutto, aveva sempre avuto il suo amore… ma non se n’era mai accorto!
Anzi, per lui era stato un dovere faticoso stare col padre, un peso.
Questo figlio è proprio come gli scribi e i farisei che mormorano perché Gesù mangia assieme ai peccatori…
Ed il padre lo prega di partecipare alla festa, vuole che riscopra la bellezza di essere figlio e di essere fratello. Ma non sappiamo se è entrato…
Voi sareste entrati?
Concludo con una preghiera di Tonino Lasconi che ci aiuta ad aprire bene bene gli occhi per camminare sulla via che ci ha indicato il Padre nostro che è nei cieli.
Ci impegniamo a metterla in pratica in questa settimana?
Tu ci perdoni sempre.
Tu ci dai sempre
la possibilità di essere nuovi
e di ricominciare da capo.
Allora anche noi
dobbiamo perdonare
agli amici che ci lasciano,
a quelli che parlano male di noi,
a quelli che non mantengono
gli impegni presi insieme.
Tu ci perdoni sempre.
Allora nessuno deve mai
«chiudere» con un fratello.
Mai disperare che il bene
la spunti sui difetti.
Allora mai dobbiamo aspettare
che incomincino gli altri.
Tu ci perdoni sempre.
Allora nessuno di noi
deve mai stancarsi di ricominciare,
di ridare fiducia,
di risalire la china
delle delusioni.
Tu ci perdoni sempre
e non ti stanchi mai di noi.
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MessaggioOggetto: domenica 17 marzo 2013   Mar Mar 12, 2013 1:40 pm

DOMENICA 17 MARZO 2013

V DOMENICA DI QUARESIMA


Forse, il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi, sembra strano, lontano dalla nostra esperienza: possibile che la vicenda di una donna adultera, possa interessarci? Che un episodio accaduto 2000 anni fa, possa riguardare anche noi? Allora, cerchiamo di rileggerlo un pochino con calma, per vedere se ha almeno qualcosina da dirci.
È mattina presto, siamo a Gerusalemme; Gesù si è alzato quando era ancora buio, per pregare, poi è tornato al Tempio, come aveva fatto anche il giorno prima. Le persone sanno che il giovane Rabbi di Nazareth è al Tempio e accorrono in tanti per ascoltarlo.
Mentre sta insegnando alla piccola folla che si è raccolta intorno a lui, ecco arrivare un gruppo di scribi e farisei, i sapienti del Tempio, i primi della classe, quelli che si comportavano sempre bene e che rispettavano tutta la Legge d’Israele, anche le più piccole indicazioni. Questi tipi importanti non stanno arrivando per ascoltare il Maestro Gesù: sono lì perché hanno preparato una terribile trappola.
Trascinano per le braccia una donna, spettinata e spaventata: è un’adultera, cioè una donna che ha tradito suo marito. Per la Legge quella era una colpa gravissima, da punire con la morte. Ed infatti gli scribi e i farisei chiedono a Gesù: “Maestro, questa donna è stata colta in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare tali donne; tu che ne dici?”.
Sentito che tono pieno di rispetto? Si rivolgono a Gesù chiamandolo Maestro, ma intanto stanno pronti per coglierlo in errore e poterlo accusare!
Vediamo perciò di capire che cosa chiedono al Rabbi: gli assicurano che quella donna è stata sorpresa in adulterio, è stata arrestata mentre tradiva il proprio marito con un altro uomo, quindi per questo, secondo quanto aveva stabilito Mosè, bisognava lapidarla.
Vi dico la verità: mi dispiace dovervi spiegare questa parte, perché è proprio brutta.
No, non sto parlando dell’adulterio, che certo è una cosa triste, ma può capitare. La cosa proprio brutta, di cui volentieri vorrei fare a meno di parlarvi è la lapidazione. È una condanna a morte terribile, perché si uccide una persona lanciandole tante pietre addosso. Pietra, dopo pietra, colpo dopo colpo, fino a che non muore. Una folla di persone che lancia sassi grandi e piccoli fino a che il condannato non muore, sfinito dai colpi e dal sangue che esce dalle ferite. È davvero una morte orribile, perché chi è condannato soffre tanto, riceve tantissimi colpi, prima che finalmente arrivi la morte.
Uccidere qualcuno in questo modo è terribilmente crudele, perciò magari vi state chiedendo: perché lo facevano? Perché in questo modo non era possibile sapere chi aveva lanciato la pietra che causava la morte. Tutti quelli che aveva partecipato alla lapidazione potevano dirsi: “Sì, è vero, ho lanciato pure io una pietra, ma non è stato mica il mio sasso ad uccidere! Era solo uno dei tanti sassi, nessuno può dire che è morto per colpa mia! Ho solo lanciato una pietra, non sono certo un assassino!”.
Capite perché avrei preferito non parlare di questo? Mi sembra così disgustoso volersi sentire innocenti e tranquilli, anche dopo aver compiuto un gesto da assassini.
Però, purtroppo, questa era una condanna normale per quel tempo.
Ma torniamo a quella mattina, nel cortile del Tempio di Gerusalemme: c’è Gesù, seduto; c’è la folla che lo sta ascoltando; ci sono gli scribi e i farisei, con al centro la donna adultera. E c’è ancora nell’aria la domanda precisa che i sapienti del Tempio hanno rivolto al Rabbi di Nazaret: vogliono sentire il suo parere, vogliono che dica se è giusto o meno lapidarla.
Non è una domanda onesta, perché in realtà non gliene importa proprio nulla del parere di Gesù: aspettano solo di sentire che cosa dirà, per poterlo accusare davanti a tutta la folla. Sorridono, di nascosto, perché sanno di aver fatto una domanda che racchiude un trabocchetto: qualunque sia la risposta, di certo potranno accusarlo.
Infatti, se il Rabbi dice di sì, che è giusto lapidare quella donna, allora è come se stesse rinnegando tutto quello che ha insegnato sul perdono e la misericordia.
Se invece risponde di no, che non è giusto lapidarla, allora potranno gridare che è un blasfemo, uno che offende la Legge di Mosè.
Vedete? Sembra non esserci via d’uscita: scribi e farisei sono già pronti a far arrestare Gesù o per lo meno a deriderlo davanti alla folla che crede in lui.
Ma il giovane Rabbi non sembra per nulla preoccupato dalla loro domanda. Si limita a chinarsi verso terra e si mette a disegnare con il dito nella terra battuta. Disegni vaghi: ne fa uno, poi lo cancella con un gesto, poi ne fa un altro e lo cancella ancora... sembra completamente assorto da quei disegni.
Ovviamente quelli non mollano e insistono con le loro domande: “Maestro, tu cosa dici? Maestro, che cosa ne pensi? Maestro, vogliamo sapere il tuo pensiero”.
Gesù disegna ancora un poco, poi alza la testa, li guarda uno ad uno, e dà una risposta perfetta: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei”.
E dopo, si rimette a disegnare per terra.
Scusatemi, ma ogni volta che, leggendo il Vangelo di Giovanni, arrivo a questo punto, mi viene voglia di saltare e gridare per l’entusiasmo, mi sento come un tifoso quando la sua squadra ha appena segnato un goal imparabile!!!
Veramente solo un Maestro come Gesù poteva tirare fuori una risposta così, proprio una risposta perfetta!
È riuscito a non cadere nella trappola: volevano che pronunciasse un sì o un no, e lui non è stato al loro gioco, impedendogli di arrestarlo o di accusarlo.
Ma non basta: li ha anche messi nella condizione di non poter più lapidare quella donna che avevano trascinato lì davanti a lui!
È come se li avesse invitati: “Potete sicuramente lapidarla, a condizione che a lanciare le pietre siano quelli che non hanno mai peccato”.
Ditemi un po’: chi può dire, in piena coscienza, io non ho mai peccato? Chi, se si guarda dentro, può dirsi: non ho mai fatto nulla di male, mai una bugia, mai un po’ di vanità, mai un piccolo imbroglio, mai un po’ di invidia, mai uno schiaffo, un calcio o una parola sgarbata... Nessuno di noi, se è onesto con sé stesso, può sentirsi a posto, senza nessuna colpa, senza nessun peccato.
Quindi, anche se Gesù ha dato il permesso di scagliare la prima pietra, in realtà nessuno può compiere questo gesto.
Chinano tutti la testa, lo sguardo basso, che non è rivolto ai piedi, ma a quello che c’è nell’anima. Il Rabbi di Nazareth li ha guardati uno per uno, prima di pronunciare la sua risposta e tra gli scribi e i farisei, c’è chi si domanda: “Mi ha letto nel cuore? Sa che cosa ha fatto di nascosto da tutti?”.
È bello il particolare che annota l’evangelista Giovanni: scribi e farisei si allontano, in silenzio, senza commentare, ma i primi ad andare via sono i più anziani, perché hanno acquistato la saggezza necessaria a riconoscere i propri errori, sono più consapevoli di non essere senza peccato.
Può darsi che qualcuno dei più sbruffoni, avrà anche pensato, per un momento, di non dar peso alle parole di Gesù e di lanciare per davvero la pietra. Ma poi, mentre già la mano stringeva il sasso, si sarà trovato a chiedersi: “E se poi veramente questo Rabbi sa di me quello che nessuno immagina? Se getto il sasso e poi lui mi domanda: Sei davvero senza peccato? E la sera dell’estate scorsa in cui sei andato a... E quella volta che dietro al pozzo di casa tua, hai...”.
Meglio non rischiare, meglio non mettere ancora alla prova questo Maestro, perché i segreti della coscienza non vengano trascinati in piazza, davanti a tutti... trascinati proprio come la donna adultera, di cui ora tutti conoscono la colpa e la vergogna.
Così, lentamente, il cortile del Tempio si svuota, restano solo Gesù, gli apostoli e la donna, che se ne sta lì, rannicchiata per terra, a piangere, con la testa nascosta, ancora tremante di paura.
Ora che sono soli, Gesù si alza in piedi e le chiede con voce bassa e calma: “Donna, dove sono quei tuoi accusatori? Nessuno ti ha condannata?”. Lei alza la testa, si guarda intorno, e si accorge che sono andati via tutti. Perciò risponde: “Nessuno, signore”. Allora il Maestro e Signore la rassicura: “Neppure io ti condanno; va’ e non peccare più”.
Attenzione, non le dice: “Poverina, non fa niente”.
Le ricorda che quello che ha commesso è un peccato, lo è davvero, non si può fare finta che non sia così. Ma al tempo stesso la invita a cambiare, a non restare bloccata dal peccato: ”Va’ e non peccare più”. Le offre la possibilità di ricominciare.
Dicevamo all’inizio che questo Vangelo sembrava lontano dalla nostra vita, eppure anche noi facciamo la stessa esperienza della donna adultera, ogni volta che andiamo a confessarci. Nel riconoscere le nostre colpe ammettiamo di aver commesso degli errori, di non aver vissuto pienamente secondo il cuore di Dio Padre, di non aver incarnato il Vangelo fino in fondo.
Ma con il perdono di Dio, attraverso l’assoluzione che ci dà il sacerdote, possiamo ricominciare, riprovare, riprendere il cammino con nuovo slancio.
E poi, in questa settimana, tutte le volte che ci sentiremo più bravi degli altri, migliori, pronti a criticare, a commentare, a giudicare o a prendere in giro, proviamo a riascoltare nel cuore la risposta data dal Signore Gesù agli scribi e ai farisei: “Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra”.
Due frasi preziose da portare con noi, in questo ultimo pezzettino di Quaresima, per prepararci ancora meglio alla gioia infinita della Pasqua.
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MessaggioOggetto: domenica 24 marzo 2013   Mer Mar 20, 2013 9:50 am

DOMENICA 24 MARZO 2013

DOMENICA DELLE PALME


Il brano del Vangelo che leggiamo ogni Domenica delle Palme, è così ricco e denso di avvenimenti, dialoghi che è difficile commentarlo per intero. In genere si sceglie di soffermarsi su un aspetto particolare, quello che più ha mosso il nostro cuore, la nostra emotività. Con la mente e l'immaginazione possiamo provare a visualizzare l'ultimo tratto del cammino terreno di Gesù: come era vestito, come era il suo volto, quali sentimenti provava, come erano i volti di chi lo giudicava, lo ingannava… e di quanti lo seguivano da lontano.
Ovviamente i film che tutti noi abbiamo visto sono ricostruzioni dettate dalla sensibilità del regista, perciò vi suggerisco di allontanare dalla mente quelle scene per costruire la vostra, con in mente le parole ascoltate dal Vangelo. Intanto che proviamo a comporre le scene scegliamo dove volerci soffermare e ascoltiamo le emozioni che suscita in noi… questo esercizio possiamo portarlo in preghiera davanti a Gesù chiedendo la Grazia di sentire la sua vicinanza anche mentre lo accompagniamo sulla croce. Un po' come le donne che quasi spiano da lontano le mosse di Gesù e di chi lo circonda, restano lontane, forse per paura di essere viste dalle guardie, ma vicine al loro Maestro e Signore, Gesù. Piangono, si battono il petto perché il loro amico più prezioso viene maltrattato, deriso... proprio dopo essere stato accolto da re, osannato come era giusto, dal loro punto di vista. E' una scena inaspettata, sebbene più volte annunciata da Gesù stesso, però come spesso accade nella nostra vita, non è facile accettare le brutte notizie oppure gli imprevisti. Chissà quale futuro avevano immaginato per loro e con Gesù!
Proviamo in questa ultima settimana, che ci separa dalla Pasqua, a pensare a tutto quello che la passione, il giudizio e la condanna, la crocifissione di Gesù, provocano in noi... fissiamo nel cuore le emozioni, perché parlano dell'amore che abbiamo verso Gesù e del nostro desiderio di stare con Lui, del bisogno di sentirlo vicino.
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MessaggioOggetto: domenica 7 aprile 2013   Mar Apr 02, 2013 3:33 pm

DOMENICA 7 APRILE 2013

II DOMENICA DI PASQUA
O DELLA DIVINA MISERICORDIA


Ciao bambini! Oggi, per prima cosa, proviamo a pensare al significato che ha la parola “pace”. Chi vuole, può dire la sua opinione.
Ora che avete detto quello che pensate voi, vi dico qualcosa io, ok?
La parola “pace” deriva dal latino “pax” e, di solito, è definita come il contrario della parola latina “bellum” che significa guerra: la pace, cioè, sarebbe l’assenza di guerra, ma questa non è una bella definizione perché esprime una realtà a cui manca qualcosa (nell’ebraico classico il contrario di pace non è “guerra” ma “divisione” che può portare l’ostilità tra le persone).
Più correttamente, è preferibile dire che la pace è un valore, un modo di essere e di comportarsi che permette di superare qualsiasi tipo di barriera così da evitare situazioni di conflitto fra due o più persone, gruppi o nazioni.
Questo è già un significato più completo e ci fa capire meglio il perché Gesù, nel vangelo di oggi, per salutare i suoi discepoli dica per ben tre volte: “Pace a voi!”.
Ma quale è il significato ancora più profondo che Gesù vuole trasmettere con questo saluto così importante al punto tale da ripeterlo per tre volte?
Generalmente noi ci salutiamo con un bel “CIAO” se incontriamo i nostri amici, oppure
“BUONGIORNO o BUONASERA” se vogliamo salutare una persona adulta con cui non abbiamo molta confidenza.
Vi è mai venuto in mente, quando tornate a casa, di salutare i vostri genitori dicendo: “Pace e a voi”? Beh, io direi che potreste provare e, se chiederanno spiegazioni, state bene attenti a quello che vi dico ora.
Ai tempi di Gesù, ed ancora oggi, la parola che significa “pace” è “SHALÒM”:
Ve l’ho scritta in un grande cartellone così la potete vedere tutti.
Il termine “shalòm” contiene la prima lettera, che si chiama “shin”, che è scritta come l’ho disegnata nel cartellone: (è la prima lettera a partire da destra, perché in ebraico si scrive da destra a sinistra).
“Shin” è la lettera dell’alfabeto ebraico più armoniosa e simmetrica di tutte, simbolo di equilibrio e di grazia.
Se guardate bene, la forma di questa lettera ricorda una fiamma che si solleva verso il cielo, come a cercare Dio.
Ed una fiamma che cosa ricorda? Il fuoco. Ed il fuoco cosa fa? Brucia, purifica tutto.
Vi faccio un esempio molto banale ma che fa capire bene ciò.
Sono certo che qualche volta i vostri genitori cucinano la carne alla brace (generalmente sono i papà gli addetti). Beh, prima di mettere il cibo sulla graticola, cosa fanno? Mettono la graticola sopra il fuoco in modo tale che le fiamme sterilizzino questo attrezzo cosi da poterci appoggiare tranquillamente tutto ciò che è da cuocere.
Il fuoco, infatti, porta via tutto ciò che è sporco, tutto ciò che è brutto, porta via tutte le scorie, disinfetta, purifica, trasforma.
Questa prima lettera della parola “shalòm” fatta a forma di fiamma, allora, ci fa capire che nella “pace” esiste solo il positivo, il buono, il bello, il puro, perché tutto il brutto è stato bruciato, è sparito!
Con questa lunga premessa, vediamo allora che cosa vuol dire la parola “pace”!
Significa salute e prosperità per tutti, significa amore che elimina l’odio, bene che sconfigge il male, concordia che elimina il litigio, speranza che elimina la disperazione, riposo che elimina le tante ansie che abbiamo, benessere e sicurezza per noi e per coloro che sono nel bisogno, benevolenza nei confronti degli amici ma anche dei nemici, onestà che elimina tutte le ingiustizie che purtroppo ci sono anche nel mondo dei bambini, rispetto nei confronti dei vostri genitori ed anche nei confronti dei vostri compagni che spesso e volentieri prendete in giro.
La parola “pace” significa sentirsi figli di Dio e comportarci come tali, significa “silenzio” per parlare col nostro Papà del cielo, significa gioia e ringraziamento per tutto quello che il Signore ci dona.
Quanti significati positivi!
Gesù risorto, allora, entra nella casa dell’ultima cena dove sono rinchiusi gli apostoli
per timore dei giudei e che cosa porta? La pace.
“Pace a voi!” dice ai suoi amici. Fa a loro, ma anche a noi, questo grande dono, perché la pace viene da Dio e non dagli uomini. Lui dice “pace” e la dona veramente.
È un dono e, una volta donato, la promessa di Dio è irrevocabile.
Noi, dopo averla ricevuta in dono, la possiamo, anzi, la dobbiamo trasmettere!
E che cosa fa la pace quando iniziamo a trasmetterla? Crea la comunità, la condivisione, l’unità, perché le persone che trasmettono pace agiscono in nome di Dio, rappresentano Dio.
Avete mai provato a decidere di seminare la pace? Provate.
Deve però essere una decisione ferma, sicura, un patto fra voi e il Signore.
“Oggi, per tutto il giorno, voglio seminare pace”: questo è l’impegno.
E mi saprete dire i frutti.
Con questo dono offerto dal profondo del suo cuore, Gesù si manifesta ai suoi discepoli nel cenacolo, mostra le mani con il segno dei chiodi e mostra il suo fianco, e l’esperienza dei discepoli è la GIOIA.
Rinnova poi la loro missione, dona lo Spirito Santo, affida loro il compito di annunciare la misericordia e l’amore di Dio.
Ma Tommaso, la prima volta in cui viene Gesù, non c’è.
Quanto è presente anche nei nostri cuori il dubbio e l’incertezza di Tommaso!
Io credo che tutti noi ci saremmo comportati così.
Tutti vorremmo vedere per credere! Ma Gesù dice a Tommaso: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.
Io, il Signore, non l’ho mai visto… e voi?
Allora siamo “beati” quando crediamo.
Ma in base a cosa crediamo?
Crediamo sulla base di una fiducia immensa nel vangelo, crediamo negli evangelisti, negli apostoli, nelle persone che dopo gli apostoli hanno testimoniato con la vita, crediamo sulla base di tutte quelle persone che sono morte per la loro fede nel messaggio di Gesù.
I martiri garantiscono la nostra fede come ne hanno garantito la trasmissione.
Anche oggi ci sono tanti martiri, conosciuti e sconosciuti, che vivono al servizio di coloro che soffrono, al servizio della libertà e della dignità di tutti gli esseri umani. Tanti di loro, ancora ai nostri giorni, sono vittime di chi è schiavo del male.
Lo vogliamo cambiare questo mondo?
Allora, forza bambini! Cercate di riempirlo di tanti semi di pace e di bene!
E fateli fruttificare per costruire il meraviglioso Regno che vuole Gesù.
Sentite cosa ci ha lasciato scritto Madre Teresa di Calcutta: Non cercate Gesù in terre lontane: lui non è là. È vicino a voi. È con voi. Basta che teniate il lume acceso e lo vedrete sempre. Continuate a riempire il lume con piccole gocce d’amore.
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MessaggioOggetto: domenica 14 aprile 2013   Mer Apr 10, 2013 9:38 am

DOMENICA 14 APRILE

III DOMENICA DI PASQUA


Sono passati un po’ di giorni dalla Pasqua: sono trascorsi per noi, qui e ora, ma sono trascorsi anche nel racconto del Vangelo che abbiamo appena ascoltato. È un brano molto lungo, in cui avvengono segni importanti e si pronunciano parole preziose, però non possiamo soffermarci su tutto.
Possiamo almeno provare a sfiorare questa pagina e vedere quali dettagli restano impigliati nel nostro cuore, per accompagnarci in questo tempo di Pasqua.
Allora, l’evangelista Giovanni, poche righe prima del brano che abbiamo ascoltato, ha raccontato che Gesù Risorto è già apparso parecchie volte ai suoi discepoli: alle donne al sepolcro, a Maria di Magdala, a Emmaus, poi per due volte agli Apostoli nel Cenacolo, prima quando non c’era Tommaso e poi di nuovo quando Tommaso era presente.
Quindi gli Apostoli hanno la gioiosa certezza che il Maestro e Signore è veramente risorto, che è vivo, che ha sconfitto la morte!
Però, siccome ancora non è arrivata la Pentecoste, siccome non hanno ricevuto il dono dello Spirito Santo, di tutta questa gioia non sanno bene che cosa farne.
Lo hanno visto vivo, e per questo si sentono consolati nel cuore, rispetto a come si sentivano dopo aver assistito alla morte crudele e terribile del loro Rabbi, ma non hanno ancora capito qual è adesso il loro compito. Senza la forza dello Spirito, non si sono ancora spalancate le porte del coraggio e della missione.
Così, un certo giorno, Pietro decide di ritornare alla vita che faceva tre anni prima di incontrare Gesù e lo dice chiaramente agli altri: “Vado a pescare”.
Quando il Maestro lo aveva chiamato, era un pescatore, ricordate? Visto che ormai il suo cammino con Gesù sembra concluso, gli sembra che non ci sia altro da fare che ritornare al suo vecchio lavoro, a quello che aveva sempre fatto: rimettere la barca in mare e calare le reti. Quando Natanaele, Tommaso, Giacomo e Giovanni, che erano insieme a lui, sentono la sua decisione, si dicono d’accordo: “Veniamo anche noi con te”.
Tornano a quello che è loro familiare, alla cosa che sanno fare meglio: pescare.
Scusatemi, non voglio sembrare noioso, ma a me questa decisione sembra un pochino strana, non me l’aspettavo. Ma come?! Hanno assistito a grandissimi prodigi, come la Trasfigurazione, la moltiplicazione dei pani, la guarigione miracolosa di tanti ammalati; hanno visto tornare in vita Lazzaro, la figlia di Giairo e il ragazzino a Nain, insomma hanno vissuto tre anni incredibili... e la cosa che adesso pensano di fare è tornare a fare i pescatori?
Hanno ascoltato la voce di Gesù, hanno vissuto con lui giorno dopo giorno, camminando insieme, riposando insieme, mangiando insieme, ridendo insieme... e adesso tornano a preoccuparsi delle reti?
Hanno visto il loro Maestro umiliato, crocifisso, morto, e poi, dopo tre giorni, lo hanno visto di nuovo, vivo, vivo e risorto, contro ogni logica ed ogni speranza: e come conclusione di tutto questo, ricominciano a occuparsi del pesce?
Non viene voglia anche voi di prendere Pietro e gli altri per le spalle e scuoterli un po’? Magari chiedere: ma allora non è cambiato nulla? Siete stati dei privilegiati, scelti dal Signore che vi ha chiamati, e per voi non è cambiato nulla? Si ritorna alla vita di sempre, alle barche da incatramare e alle reti da rammendare?
Però, se siamo onesti e ci guardiamo con sincerità, ci accorgiamo che molte volte facciamo pure noi come gli Apostoli: anche se abbiamo vissuto esperienze meravigliose, poi tendiamo sempre a ritornare alla vita di tutti i giorni, ad essere “come prima”.
Diciamocelo sottovoce: quante volte siamo già andati a confessarci, ricevendo il regalo infinito del perdono dei peccati? Io, personalmente, ho perso il conto! Eppure, dopo esserci tuffati nella Misericordia del cuore tenerissimo di Dio Padre, quanto tempo, quanti giorni, ore, minuti, passano prima di peccare di nuovo?... Capita, vero? Capita anche a noi di ritornare alle nostre vecchie “reti”, proprio come gli apostoli!
Oppure, quante volte abbiamo già fatto la comunione? Quante volte ci siamo immersi nell’amore di Gesù che si fa Pane e Vino per restare insieme a noi? Ho provato, con la calcolatrice, a fare un pochino di conti: fino ad ora, nella mia vita, ho già fatto la comunione più di 7400 volte!!!! Dovrei essere già santo, non vi pare?, per tutte le volte che la Grazia del Signore mi ha inondato... Eppure no, non sono santo proprio per nulla! Pure io, come Pietro e gli altri apostoli, ricomincio sempre con le mie fatiche quotidiane, con i miei sbagli di tutti i giorni, con la mia vecchia barca.
Allora non ho il diritto di rimproverare quei poveri pescatori che hanno deciso di rimettere le barche in mare e riprendere a pescare.
Vediamo però, che cosa succede: “Uscirono e salirono sulla barca; e quella notte non presero nulla. Quando già era mattina, Gesù si presentò sulla riva; i discepoli però non sapevano che era Gesù. Allora Gesù disse loro: Figlioli, avete del pesce? Gli risposero: No. Ed egli disse loro: Gettate la rete dal lato destro della barca e ne troverete. Essi dunque la gettarono, e non potevano più tirarla su per il gran numero di pesci. Allora il discepolo che Gesù amava disse a Pietro: È il Signore!”.
In solo tre versetti succedono tantissime cose: prima di tutto c’è la delusione per i cinque pescatori che, dopo aver lavorato tutta la notte, non hanno preso nulla.
Tornano verso la riva e vedono uno sconosciuto che chiede loro se hanno del pesce da vendere. Lo sconosciuto, in realtà, lo conoscono benissimo: è Gesù e dopo la Resurrezione lo hanno già incontrato tante volte. Eppure, non lo riconoscono.
Perché? Forse perché il suo volto da Risorto è diverso da com’era prima? Però è già apparso altre volte di fronte a loro.
Forse, il suo volto da Risorto è nuovo ogni volta? Chissà...
Forse, molto semplicemente, è perché sono talmente presi dalla delusione per la pesca fallita che neppure guardano bene in volto lo sconosciuto... Sono umiliati nello scoprire che non gli riesce più neppure il vecchio mestiere, che non hanno nulla da vendere per guadagnarsi la giornata.
Ma lo sconosciuto si comporta con sicurezza e propone loro di gettare le reti dal lato destro della barca: come se il lato facesse poi una grande differenza.
Gli danno ascolto e la rete si riempie, si riempie, si riempie così tanto che quasi non riescono più a tirarla a bordo!
Allora Giovanni, si ricorda di quello che era successo tre anni prima e capisce che sono di fronte al loro Maestro e Signore.
Vi ricordate quando Gesù aveva chiamato Pietro perché lo seguisse? Anche in quell’occasione c’era stata una pesca straordinaria: erano sul lago di Genesaret, non avevano pescato nulla per tutta la notte, ma all’invito del giovane Rabbi avevano accettato di gettare le reti ancora una volta, anche se ormai era giorno. Ed avevano preso così tanti pesci che c’era voluto l’aiuto di un’altra barca per portare le reti a riva, da soli non ce la facevano.
Ed ecco che in quest’alba sul lago di Tiberiade, capita di nuovo la stessa cosa. Per Pietro, Giacomo e Giovanni è come ritornare indietro nel tempo, ricordarsi del loro primo incontro con il Maestro Gesù, di quando li ha invitati a seguirlo perché diventassero “pescatori di uomini”.
Certo che Gesù è proprio un grande! Non si mette a fare prediche, non li rimprovera neppure per essere tornati ai vecchi tempi... semplicemente li aiuta a ricordarsi di quando la loro vita è cambiata per sempre, quel mattino sul lago di tre anni prima, con le barche che quasi affondavano per il peso delle reti.
È come se stesse dicendo ai suoi amici: Ricominciamo da capo, ricominciate a seguirmi, come avete fatto allora! Lasciate di nuovo le reti, come quel mattino, e riprendete il vostro lavoro di “pescatori di uomini”.
Non è un caso che l’ultima parola del Vangelo di oggi è: seguimi.
Lo stesso invito che aveva rivolto a ciascuno dei Dodici all’inizio della sua vita pubblica, quando hanno cominciato a stare con lui, Gesù lo ripete ancora, come se fosse nuovo. Dopo la Risurrezione e questa tentazione di ritornare alle abitudini di un tempo, il Maestro torna a invitarli: seguimi!
Questa è davvero la parola preziosa da portare via in questa domenica.
L’augurio che faccio a me e a voi, in questo tempo di Pasqua, è di mantenere il cuore ben sveglio per ascoltare l’invito del Signore Risorto, che continua a ripetere ad ognuno di noi: seguimi!
Malgrado le nostre fatiche, malgrado il rischio di tornare sempre indietro, il Signore Gesù continua a ricordarci il suo amore per noi e non si stanca di ripetere il suo invito: seguimi!
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MessaggioOggetto: domenica 21 aprile 2013   Gio Apr 18, 2013 9:01 am

DOMENICA 21 APRILE 2012

IV DOMENICA DI PASQUA


Siamo immersi nel periodo liturgico più importante: il Tempo di Pasqua. I testi biblici di oggi approfondiscono il legame che il Signore stabilisce con ciascuno di noi. L’abbiamo ascoltato nel Vangelo di Giovanni: “Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono” dice Gesù. Con questa immagine certo non vuole paragonarci a delle pecore che senza capire e in silenzio seguono il padrone, bensì come già in altre parabole, Gesù spiega qualcosa di profondo usando un paragone che per tutti è di facile comprensione. A quel tempo, la gran parte degli ebrei era pastore o contadino, dunque riusciva a comprendere queste immagini e il significato profondo nascosto in esse.
Le pecore rappresentano il bene più prezioso per il pastore; esse assicurano cibo e non solo: tra il pastore e il suo gregge si crea un legame fortissimo: intano stanno insieme tutti i giorni e percorrono insieme tanta strada, incontrando a volte pericoli o trovandosi a fronteggiare imprevisti sempre insieme. Così il pastore per chiamarle e guidarle inventa dei richiami: fischi o suoni che sembrano parole. Non so se vi è capitato di vedere all’opera un pastore: io quand’ero piccolo andavo di tanto in tanto a trovare uno zio che abitava in montagna e possedeva un gregge di pecore. Ebbene quando rientravano o mentre pascolavano, rimanevo sorpreso per come riusciva con una specie di linguaggio, a portare tutte insieme le pecore dove lui aveva deciso. Un giorno mi permisi di andargli incontro per vedere tutto ciò più da vicino, e arrivato accanto a mio zio gli chiesi: “Ma ti capiscono! Come fai a parlargli?”, e lui rispose: “Ci vuole tempo è come una mamma o un papà con il loro neonato! Il bimbo non sa parlare ancora, però ha bisogno di loro per vivere, per essere felice e al sicuro. Alle mie pecore capita di inciampare, di perdersi o di essere aggredite, ecco in quelle circostanze il mio richiamo è fondamentale: sanno che sono nei paraggi e con me le altre pecore, dunque non sono sole, possono contare sul mio aiuto. Così impararono che con me e tutti insieme siamo al sicuro. Ai bimbi più o meno succede la stessa cosa: ricordi quando cadevi o ti perdevi?! Bastava sentire la voce dei tuoi genitori per saperti al sicuro!”.
Credo che Gesù voglia trasmetterci lo stesso messaggio: quanti credono in Lui, ascoltando la Sua Parola sono certi della Sua vicinanza. Può succedere qualsiasi cosa e la Parola di Dio sa arrivare al nostro cuore e consolarci se siamo tristi, rassicurarci se siamo preoccupati … e da questo sappiamo di non essere soli.
Le parole di Gesù, riportate dall’evangelista vanno oltre: il nostro Signore e Maestro ci conosce personalmente, ha la chiave che apre i nostri cuori, come una password; ci assicura la sua vicinanza e ancora afferma: “Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre”. È una assicurazione forte e Gesù l’avrà pronunciata con fermezza dato che ci garantisce che qualsiasi cosa, qualunque persona o idea provasse ad allontanarci dalla Sua protezione, Lui e il Padre saranno più grandi e non lasceranno che nessuna delle “pecore” rimanga sola o persa. Possiamo così affidare al Signore tutte le nostre paure e chiedere il dono di sentire questa mano grande e forte che ci sostiene e sentire nel nostro cuore che la sua voce che ci guida e rassicura. In ogni circostanza possiamo ripetere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, la Sua Parola non mancherà di agire dentro di noi.
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MessaggioOggetto: domenica 28 aprile 2013   Gio Apr 25, 2013 3:24 pm

DOMENICA 28 APRILE 2013

V DOMENICA DI PASQUA


Il vangelo di oggi è breve, pochi versetti ma davvero intensi.
Per cogliere fino in fondo il significato delle parole di Gesù, dobbiamo ricordare gli eventi che precedono quello che oggi abbiamo ascoltato.
Siamo al capitolo 13. Questo capitolo dà inizio alla seconda parte del vangelo di Giovanni, che viene chiamata: “l’ora della glorificazione”.
Il termine “ora” esprime un tempo ben preciso, il tempo in cui Gesù mostra il suo amore ai suoi discepoli.
Come lo fa? Lo ricordate certamente anche voi. Lo mostra attraverso un segno che ogni anno, e precisamente la sera del Giovedì Santo, viene ripetuto in tutte le chiese del mondo. Quest’anno lo abbiamo visto compiere anche da Papa Francesco. Il gesto della lavanda dei piedi.
La chiesa ripete ogni anno questo gesto che dice il supremo amore di Dio per noi: egli si spoglia della sua divinità, indossa l’abito del servo e compie il servizio più umiliante, quello di lavare i piedi.
I piedi erano una delle parti più sporche del corpo perché si camminava scalzi o solo con dei sandali, perciò la polvere, durante il tragitto, si accumulava abbondantemente sulla pelle. In quel tempo, infatti, si andava solo a piedi, le strade non erano asfaltate e solo i nobili o i militari si potevano permettere di avere una cavalcatura!
Gesù lava i piedi sporchi dei suoi discepoli, li lava a tutti, anche a Giuda al quale, poi, offre un pezzetto di pane intinto nel suo piatto. Anche questo un gesto di grande amore, di tenerezza. Amore speciale di Gesù verso colui che subito dopo uscirà da quello spazio di amore per tradire il suo maestro.
Giuda esce ed è notte, sottolinea il vangelo. Quella notte lo avvolge ed esprime la notte profonda che, col suo tradimento, abita il suo cuore.
Il vangelo di oggi ha proprio inizio qui.
Nel cenacolo sono rimasti gli altri undici apostoli che non sanno, non hanno capito il dramma che tra qualche istante si compirà nei confronti del loro maestro.
Gesù li vuole preparare, li vuole difendere, conosce la loro fragilità e dice: “Ora il figlio dell’uomo è stato glorificato”.
Glorificare vuol dire portare alla gloria.
Quando pensiamo alla gloria, noi pensiamo a qualcosa di bello, di luminoso. Ci viene in mente il successo, la fama, il risalto che una persona può avere davanti a tutti gli altri.
Sì, Gesù sarà glorificato, avrà gloria, ma la mostrerà con la sua morte sul patibolo della croce.
Infatti sarà proprio lì, sulla croce, che Gesù esprimerà tutta la sua grandezza per il suo grande amore verso di noi: la gloria è proprio lì, in quel dono supremo.
Non è un amore che abbiamo meritato. È amore gratuito. Per tutti, per tutti, proprio tutti. Anche per Giuda e per tutte le persone che nella storia sono state e saranno come lui.
Il discorso di Gesù agli undici amici, si fa più intenso, più profondo. È come se Gesù volesse comunicare loro tutto il suo amore, quell’amore che poi vedranno appeso sulla croce.
“Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”.
Ecco il testamento di Gesù ai suoi amici. Un testamento che supera il tempo e lo spazio e raggiunge anche noi oggi.
Un comandamento è una strada, un modo di vivere, un percorso di vita: “amatevi gli uni gli altri”. Gesù non mette condizioni, chiede che chi dice di essere suo amico, sappia amare come lui ci ama.
Il termine “come” non è solamente un termine di paragone, ma forse possiamo anche dire così: siccome io vi ho amato anche voi dovete amare.
Si, il nostro amore non scaturisce da un semplice atto di buona volontà, ma dal riconoscere che Gesù mi ama, ha dato tutto se stesso per me. Il suo amore gratuito chiede a noi di essere capaci di vivere con gli altri la stessa gratuità.
Ogni fratello allora diventa immagine di Cristo. Gesù il risorto, con queste parole, dice ai credenti che, nell’attesa della sua venuta definitiva, desidera essere amato e servito nella persona dei suoi fratelli, soprattutto dei più poveri, dei più deboli, di quanti sono in difficoltà.
Ho avuto fame, ho avuto sete, ero nudo, ero forestiero, ero malato, ero carcerato.
Nessuno di noi è così piccolo o così povero da non potersi prendere cura del proprio fratello.
Chiediamo, in questa celebrazione, la grazia di saper gustare l’amore che Dio ha per noi per essere, a nostra volta, capaci di amare come lui ci ama.
Buona domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 5 MAGGIO 2013   Mer Mag 01, 2013 11:08 am

DOMENICA 5 MAGGIO 2013

VI DOMENICA DI PASQUA


Nel vangelo di oggi il Signore, anche se non in modo diretto, pone una domanda importantissima a tutti, anche a voi bambini: “Ma tu, mi ami?”.
Provo a farvi qualche ipotesi di risposta: “Sì, io amo tanto Gesù perché vado a messa tutte le domeniche!”. Oppure: “Sì che lo amo perché io prego 5 minuti al giorno!”. Oppure ancora: “Sì, io amo Gesù perché quando sono in chiesa non chiacchiero!”.
Certamente questi sono modi necessari per amare il Signore ma non sono sufficienti! Gesù, infatti, ci ha amato in modo SUPER, ci ha amato così tanto da soffrire fino alla morte più infamante, la croce, ed è risorto affinché un giorno risorgiamo anche noi!
E tutto questo l’ha fatto per me, per te Massimo, per te Anna, per te, per te.
Sono certa che, anche se siete piccoli, sapete bene che una persona innamorata dà tutto per la persona amata!
Vi rendete conto che il Signore è innamorato proprio di ciascuno di voi?
Purtroppo spesso ci dimentichiamo che Dio ci vuole così bene, ci dimentichiamo che con lui non siamo mai soli neanche nei momenti più difficili, ci dimentichiamo, o non ci accorgiamo, che ci cammina sempre accanto.
Il Signore è come l’aria. La vedete voi l’aria? Certo che no, però, se non ci fosse, noi non saremmo qui ora, non saremmo vivi perché non potremmo respirare!!!
Inoltre, avete notato, nel vangelo di oggi, quanto rispetto Gesù ha nei nostri confronti?
Col presupposto di questo bene immenso che lo ha portato a morire per regalarci il Paradiso, ci lascia liberi di ricambiare: non pretende ma attende il nostro amore.
Infatti dice: “Se uno mi ama”.
Il Vangelo inizia con un “Se”, ed è proprio questo “Se” che ci fa capire che Dio ci sta facendo la domanda di cui parlavamo all’inizio di questa riflessione: “Ma tu, mi ami?”.
Il Signore ve lo sta chiedendo con tutto il suo cuore perché voi siete i suoi figli e non vi vuole perdere per nessuna cosa al mondo.
Il Signore ve lo sta chiedendo perché, lui che attraverso i vostri genitori vi ha donato questa vita terrena, vi vuole fare un dono ancora più grande, vi vuole dare la vita eterna, la vita “per sempre”.
Se volete amarlo, allora, dovete fare la cosa più logica che esista al mondo, la cosa che oggi Lui dice di fare: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
Ecco il modo per ricambiare all’amore!!!
Voglio fermarmi a riflettere sulla parola “osservare”.
Il primo significato che ci viene in mente è “guardare”.
Si può guardare qualcosa o qualcuno per curiosità, per conoscere, per imparare, si può anche guardare senza vedere perché si pensa ad altro… si può guardare in tanti modi e, in questo senso, sono coinvolti prevalentemente i nostri occhi.
Ma la parola “osservare” che oggi troviamo nel vangelo esprime un qualcosa di più, non esprime solo un coinvolgimento della vista!
La parola ebraica “osservare” è tradotta con un parolone difficile il cui significato è questo: custodire la Parola nel cuore e metterla in pratica nella vita.
Custodire la Parola come si fa con le cose preziose, come si fa con un gioiello donato, come si fa con un bambino piccolo.
Certo che prima di custodirla bisogna riceverla, ascoltarla!
È per questo che alla messa domenicale è necessario prestare attenzione alle letture che vengono fatte! Le parole che vengono lette dai lettori e dal sacerdote sono parole dette da Dio al vostro cuore per cui le dovete custodire con cura, le dovete fare vostre perché vi fanno capire che cosa il Signore vuole da voi, perché sono parole che vi indicano la strada per essere felici!
Abbiamo capito fin qui, allora, che “osservare”significa ascoltare e custodire nel cuore.
Pensate al bene che volete a mamma e papà: se li amate, li ascoltate e custodite nel vostro cuore le loro parole perché sapete che sono dette per la vostra felicità!
Pensate all’amore di due fidanzati: ognuno è in ascolto dell’altro, ognuno considera la parola dell’altro come un tesoro di inestimabile valore!
Pensate al bene che vi volete fra amici: non è sempre facile accettare le loro idee, anzi, il desiderio di prevalere è molto forte ma, se ci tenete veramente a loro, sono certa che mettete da parte il vostro orgoglio, sono certa che ascoltate e considerate preziose le parole di coloro che vi stanno più a cuore!
Però attenzione bambini, perché la parola “osservare” ha anche l’altro IMPORTANTISSIMO significato: mettere in pratica nella vita!
Potremmo conoscere alla perfezione tutto il Vangelo, potremmo addirittura sapere a memoria tutto il librone della Bibbia, ma se non viviamo quello che abbiamo ascoltato e custodito nel nostro cuore, non serve a niente.
Mettere in pratica la Parola è questo: AMARE TUTTI SENZA MISURA. Mica facile.
Certo. Ma è l’unica cosa che ci può rendere felici.
Felici noi e felice Gesù che ci ha amati proprio in questo modo: senza misura.
Sapete come si potrebbe tradurre, in un altro modo, la parola “osservare”?
VIVERE DA RISORTI.
“Ma come, direte voi, per vivere da risorti bisogna prima essere morti!”. Noooo!!!
Vivere da risorti significa vivere nella pace: Gesù risorto ci dona la pace. Vivendo con lui noi accogliamo la pace che lui ci dona e poi la ridoniamo a tutti.
Allora questo è il primo impegno per la settimana: fare il “passapace”, proprio come si fa il “passaparola”!
Vivere da risorti significa vivere nell’amore, come ci ha detto Gesù nell’ultima cena: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Dunque, amore reciproco e gratuito. Ecco allora il secondo impegno: il “passamore”!
Vivere da risorti significa vivere nella luce: Cristo vivo è luce che illumina la nostra vita, che ci indica la strada giusta per non perderci. Lui fa luce a noi e noi dobbiamo fare luce agli altri. E siamo al terzo impegno: il “passaluce”!
Vivere da risorti significa vivere nella gioia, con quella gioia sperimentata dai discepoli dopo la sofferenza per la morte di Gesù: la gioia della presenza di Gesù vivo in mezzo a loro. Ma Gesù è vivo anche in mezzo a noi!!!
Voi, siete felici? Ecco allora l’ultimo impegno: il “passagioia”!
Come ci ha detto papa Francesco nella Domenica delle palme, i cristiani non possono mai essere tristi perché la loro gioia non nasce dal possedere tante cose ma nasce dall’avere incontrato una persona: Gesù.
Un giorno la piccola Lucia chiese alla nonna: “Ma Gesù è morto o vivo?”. A dire il vero, era un po’ che le frullava in testa questa domanda. Il parroco, infatti, era andato alla scuola materna ed aveva spiegato a lungo che Gesù era stato crocifisso e sepolto. La nonna capì molto bene la domanda della sua nipotina, aprì il vangelo e le lesse che le donne erano andate al sepolcro il mattino dopo il sabato, che avevano trovato il sepolcro vuoto e che proprio lì stava un angelo ad annunciare che Gesù era vivo, che era risorto, che era stato glorificato dal Padre, e che sarebbe stato per sempre vicino ad ognuno di noi con tutto il suo amore. Lucia, a queste parole, era piena di gioia. Qualche giorno dopo, la nonna si recò con Lucia alla messa domenicale. Sul presbiterio c’era il prete e tra i banchi poca gente, un po’ triste e un po’ annoiata. Anche i canti che una donna intonava dal primo banco erano bassi, lenti, cantati da pochi, senza voglia e senza convinzione. Allora Lucia, dopo essersi guardata ben bene in giro, chiese alla nonna: “Ma loro lo sanno che Gesù è risorto?”.
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MessaggioOggetto: domenica 12 maggio 2013   Mer Mag 08, 2013 3:54 pm

DOMENICA 12 MAGGIO 2013

VII SETTIMANA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE
SOLENNITÀ


Profumo di festa e di gioia, in questa celebrazione: siamo quasi al termine del tempo di Pasqua, attendiamo il dono dello Spirito Santo e intanto ci fermiamo a gustare questa bella pagina del Vangelo di Luca, che ci racconta l'Ascensione di Gesù.
Che vuol dire “ascensione”? È una parola che viene dal latino, dal verbo latino “ascendere” che vuol dire “salire”. La usiamo sempre, quando prendiamo l'ascensore, che infatti ci permette di salire di molti piani, senza fare fatica. Poi ci sono dei prigrottini che lo prendono anche per scendere... ma come dice il suo nome, l'ascensore è nato per andare verso l'alto, per salire!
Ed infatti, il brano che abbiamo appena ascoltato, ci dice che i discepoli rivolgono lo sguardo verso l'alto, perché vedono Gesù che, dopo averli benedetti, “si staccò da loro e fu portato su nel cielo”.
Qualcuno dei miei ragazzi, al catechismo, mi ha chiesto: - Ma Gesù ha proprio cominciato a galleggiare nell'aria? –
Non abbiamo una descrizione dettagliata di quello che è avvenuto: sappiamo che Gesù ha già compiuto segni straordinari davanti alle folle, ha camminato sull'acqua, ha placato le tempeste, ha moltiplicato il pane ed ha sconfitto la morte, risuscitando. Quindi nulla, proprio nulla, gli impedisce di alzarsi in aria, se vuole.
Però i Vangeli non ci dicono esattamente che cos'è successo in questa occasione: sappiamo solo che è l'ultima volta in cui il Rabbi Risorto si trova davanti agli Apostoli e a tutti i suoi amici. Coloro che lo avevano conosciuto e seguito per le strade della Palestina, da ora in avanti non lo vedranno più.
Questo è veramente l'ultimo saluto di Gesù, visto faccia a faccia, occhi negli occhi.
E, se devo essere sincera, mi sarei aspettata che i suoi discepoli, in questo momento, fossero tristi, avessero in cuore quella punta di malinconia che sentiamo tutti quando dobbiamo salutare qualcuno che non rivedremo più, quando dobbiamo separarci da qualcuno a cui vogliamo bene.
Invece abbiamo letto nel Vangelo: “Ed essi, adoratolo, tornarono a Gerusalemme con grande gioia”.
Sono pieni di gioia, hanno voglia di cantare e di benedire Dio... come mai?
Dire “addio” significa proprio “a Dio” che cioè “ci rivedremo in Dio”: questa certezza, per i discepoli, è fonte di consolazione e di gioia. Quello che hanno scambiato con il Rabbi Risorto non è un saluto per non rivedersi mai più, ma è solo un arrivederci fino al momento in cui si ritroveranno in Dio, quando saranno di nuovo insieme, stavolta per sempre.
Ecco perché tornano a Gerusalemme con il cuore pieno di gioia, ecco perché trascorrono il loro tempo in preghiera, al Tempio, per ringraziare e benedire il Signore Dio, di tutto quello che hanno vissuto e condiviso.
Mentre attendono il dono promesso, la forza che verrà loro dallo Spirito Santo, continuano a ripensare e a ricordare tutti gli insegnamenti del Maestro, per prepararsi a portare avanti l'incarico che ha loro assegnato in quell'ultimo saluto: “Voi siete testimoni”.
Piena di entusiasmo, come vi dicevo poco fa, stavo parlando proprio di questo brano del Vangelo con il mio gruppo al catechismo e continuavo a ripetere che le parole di Gesù: “Voi siete testimoni”, non valgono solo per i suoi discepoli di allora, ma sono rivolte anche a noi, ci riguardano da vicino. Siamo chiamati anche noi ad essere suoi testimoni.
Ludovica mi ha ascoltato per qualche minuto, poi ha alzato la mano ed ha obiettato: “Ma non è possibile! Noi non c'eravamo, come possiamo essere testimoni?”.
Vi devo dire, per capirci meglio, che il papà di Ludovica fa il giudice e quindi le ha spiegato molto bene come funzionano i tribunali. Così, quando lei ha sentito parlare di testimoni, ha subito trovato una difficoltà: “Un testimone – ha detto agli altri del nostro gruppo – è qualcuno che era presente, che ha visto con i suoi occhi, che può giurare in tutta sicurezza di dire la verità, perché quello che racconta è accaduto davanti a lui e se lo ricorda”.
Qui sono intervenuto io e ho confermato che, in questo senso, è giustissimo dire che i discepoli di Gesù sono stati i suoi testimoni, perché avevano vissuto con lui per tre anni, lo conoscevano bene, avevano ascoltato di persona le sue parole, lo avevano visto morire sulla croce e poi lo avevano incontrato ancora, da Risorto. Sì, di fronte a qualsiasi tribunale potevano essere dei validissimi testimoni.
“Ma noi – ha continuato Ludovica – come possiamo essere dei veri testimoni? Non sappiamo che volto avesse Gesù, non sappiamo come sorridesse o quale fosse la sua voce. Noi non lo abbiamo mai visto, quindi non puoi dire che dobbiamo essere suoi testimoni!”.
C'è stato un momento di silenzio, in cui ho lasciato che ciascuno ci pensasse su, con calma.
Poi, sottovoce, ho provato a chiedere: “Ma siete sicuri che voi non conoscete Gesù? Certo, non potete dire di che colore aveva gli occhi o quanto era alto, ma davvero davvero davvero non lo conoscete? Magari non sapete qual era la forma del suo naso o il suo piatto preferito, ma se qualcuno vi chiedesse di Lui, rispondereste proprio: non lo conosco!?”.
Riccardo, quasi timoroso, ha preso la parola: “Be', qualcosa di Lui sappiamo, sappiamo come ha vissuto, sappiamo com'è morto, sappiamo che cosa diceva quando predicava sui sentieri della Palestina”. –
“E poi – è intervenuta Aurora – sappiamo che voleva bene ai bambini, sappiamo che amava la vita, che ci ha insegnato a perdonare”.
Giulia, sempre pensierosa, ha aggiunto: “Io non ho mai visto il Signore Gesù, ma so che lo incontro ogni volta che la mia mamma mi fa le coccole, ogni volta che mio papà mi abbraccia forte prima di dormire, ogni mattina quando ritrovo i miei amici a scuola”.
“Sì, è vero! – si è unito Gabriele – Noi incontriamo Gesù ogni volta che ascoltiamo il Vangelo, ogni volta che facciamo la Comunione, ogni volta che chiediamo perdono andandoci a confessare”.
Samuele non gli ha dato il tempo di finire, parlandogli quasi addosso, sbracciandosi come fa sempre: “Anche se non l'abbiamo visto in faccia, noi sappiamo che Gesù c'è, è vivo, è risorto, ci vuole bene! Questo sì che possiamo testimoniarlo! Ci vado io in tribunale, se serve!”. Ha terminato quasi in piedi sulla sedia.
Ho tranquillizzato Samuele, che si agita sempre un po' troppo, e ho ripreso il filo, rivolgendomi a Ludovica e a tutti gli altri: “Mi sembra che lo abbiate detto molto chiaramente: si può essere testimoni anche in un altro modo, oltre che per aver assistito di persona a qualcosa. Noi possiamo testimoniare, cioè riferire e raccontare a tutti, in che modo vivono le persone che credono in Gesù: come si amano, come condividono, come si aiutano... Possiamo testimoniare, cioè ripetere ancora, a voce alta, quello che il Maestro e Signore ci ha insegnato: il Padre Nostro, il comandamento dell'amore, l'invito a perdonare e ad amare anche i nostri nemici”.
Ludovica ha stretto le labbra ed ha fatto un grosso sospiro, perché ci tiene ad avere sempre ragione. Poi ha detto: “Se la mettete così, allora sono d'accordo pure io! Anch'io posso dire di incontrare il Signore Gesù nelle persone che mi vogliono bene e in tutto quello che mi rende felice!”.
“Allora siamo tutti suoi testimoni!”, ho concluso io, tra le grida di entusiasmo di Samuele.
E voi, che ne dite? Vi sentite testimoni del Signore Risorto? Avete incontrato suoi testimoni, nella vostra vita? Mi auguro di sì!
In questa settimana, mentre attendiamo il dono dello Spirito Santo, teniamo gli occhi, le orecchie e il cuore aperto, per riconoscere i mille piccoli segni che ci rivelano la presenza del Signore, pronti ad essere suoi testimoni, nella vita di ogni giorno.
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MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   Oggi a 10:01 am

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