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VINCENZO



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MessaggioOggetto: DOMENICA 14 GIUGNO 2009 - SOLENNITA' DEL CORPUS DOMINI   Mar Giu 09, 2009 3:12 pm

DOMENICA 14 GIUGNO 2009

CORPUS DOMINI


Eccoci arrivati all’ultima delle quattro solennità che prolungano il tempo di Pasqua: dopo aver celebrato l’Ascensione del Signore, poi la Pentecoste e domenica scorsa la Santissima Trinità, oggi tutta la nostra attenzione si concentra sul mistero dell’Eucaristia, il corpo e sangue di Cristo Gesù.
Mi sembra che la Chiesa si dimostri veramente sapiente nel proporci questa domenica speciale: prima di ricominciare il tempo ordinario, ci offre questa sosta del cuore, per soffermarci sul dono stupendo che il Maestro Gesù ha fatto ad ognuno di noi, nell’Ultima Cena.
Sì, avete sentito bene: ho detto proprio “Ultima Cena” e se siete stati attenti, durante la lettura del Vangelo, questa settimana abbiamo fatto un piccolo salto all’indietro nel tempo. Dopo esserci ormai lasciati alle spalle il tempo di Pasqua, la liturgia di oggi ci fa tornare al Giovedì prima della Pasqua, al Giovedì della settimana santa.
Perché? Ci sono molti motivi: prima di tutto, i vangeli del Triduo pasquale sono ricchissimi di dettagli, di avvenimenti, di personaggi… non riusciamo a ricordare tutto, a prestare attenzione ad ogni cosa e c’è il rischio che qualcosa di importante finisca in secondo piano, resti un po’ in ombra. Così, riascoltare alcune pagine per una seconda volta, ci è di aiuto.
Poi, l’Ultima Cena, se ci pensiamo un istante, è una pagina di Vangelo ricca di emozioni: c’è il gesto strabiliante del Maestro che lava i piedi dei discepoli; c’è l’annuncio del tradimento di Giuda, che si alza da tavola e va via; c’è Gesù che con sofferenza spiega agli Apostoli che ormai sta per essere arrestato e ucciso e li avverte che lo abbandoneranno proprio in quel momento terribile.
Come se non bastasse, appena conclusa l’Ultima Cena, c’è la sofferta preghiera di Gesù nel Getzemani, il suo arresto e le pagine strazianti con la dolorosa passione del Maestro e Signore.
Il cuore, travolto da tutto questo, rischia di trascurare alcune parole fondamentali che Gesù ha pronunciato in quell’ultimo banchetto insieme agli amici.
Parole come quelle che abbiamo riascoltato poco fa: “Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti.”
Con queste brevi frasi Gesù ci lascia il dono stupendo che è l’Eucaristia.
È una parola antica, che non usiamo mai conversando, ma che significa ringraziamento: è proprio con una preghiera di ringraziamento al Padre che il Maestro Gesù lascia ai suoi discepoli ed a tutti quelli che, nel corso del tempo crederanno in Lui, l’immenso dono del suo corpo e del suo sangue.
Certo che l’amore di Dio ha davvero una fantasia grandiosa!
Gesù sapeva quanto avrebbero tutti sentito la sua mancanza: i discepoli che lo avevano conosciuto a tu per tu, ma anche coloro che, come noi, crediamo in Lui senza mai averlo visto in viso.
Da vero Maestro, sapeva anche quanto sarebbe stato faticoso per i suoi discepoli di ogni tempo, vivere il Vangelo fino in fondo, scegliere in ogni momento di amare secondo il cuore di Dio.
Per questo, come abbiamo ricordato la domenica di Pentecoste, invia lo Spirito Santo.
Non solo: si preoccupa anche di nutrirci perché non ci manchi mai la forza necessaria.
Nutrirci con il pane e il vino, due alimenti che facilmente troviamo sulle nostre tavole. Ma fa di più: ci nutre con il pane e il vino che diventano il suo corpo e il suo sangue.
Adesso, sottovoce, vi dico una cosa super-importantissima: non è che quando celebriamo l’Eucaristia ci ricordiamo di Gesù, di quando Lui ha camminato su questa Terra e ha predicato la Bella Notizia… Non è un ricordo, l’Eucaristia: sarebbe veramente troppo poco!
No, no, no: ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, Gesù è QUI, PRESENTE, RISORTO, VIVO.
Non è “come se ci fosse”: Lui c’è. È qui.
Quando facciamo la comunione, non è che ci ricordiamo di Gesù, magari fermandoci un momentino a pensare a Lui: è infinitamente di più, perché ad ogni comunione ci lasciamo abbracciare dal Maestro Risorto!
Chi di noi non ha voglia di farsi abbracciare da Dio?!
Un abbraccio speciale, che ci scorre dentro, che avvolge il corpo, il cuore, la mente.
Se gli lasciamo spazio, se lo accogliamo con slancio, a braccia aperte e a cuore aperto, è il Maestro Gesù che vive in noi ed in noi ama, prega, aiuta, sorride.
Non dobbiamo neppure sforzarci di amare: lasciamo fare a Lui che ci guida, ci sostiene, ci accompagna…
Capiamoci bene: non è che facendo la comunione, diventiamo dei robot, telecomandati da Gesù, smettendo di pensare e di decidere. È proprio il contrario: Eucaristia dopo Eucaristia diventiamo sempre più attenti a quello che accade intorno a noi e alla presenza di Gesù in noi, così che diventa naturale ascoltare la sua voce e tutti i suggerimenti che lascia sgorgare nel nostro cuore.
Ci prestiamo attenzione? Siamo attenti alla voce di Gesù nel nostro cuore?
La sua voce, in noi, che ci sprona: cosa ti costa fare questa gentilezza?
La sua voce, in noi, che ci consiglia: forse questo è un gioco pericoloso che è meglio evitare.
La sua voce, in noi, che ci invita: hai visto quel bambino con cui nessuno vuole giocare?
La sua voce, in noi, che ci incoraggia: questa è l’occasione per perdonare: puoi farcela!
La sua voce, in noi, che ci consola: sì, hai ragione, fa male quando ti prendono in giro… ma io vedo il tuo dolore, conosco anche le lacrime più nascoste!
La sua voce, in noi, che ci rassicura: sono con te, non avere paura!
La sua voce, in noi, che ci ricorda: hai cominciato la tua giornata con il segno della Croce?
È veramente bellissimo vivere in compagnia di Gesù: tutto è più facile, più leggero. Ci sentiamo più contenti e sereni, siamo più sorridenti e disponibili.
Perciò, se abbiamo già celebrato la Prima Comunione, non lasciamo passare neppure una domenica senza Eucaristia! Non sciupiamo l’occasione di farci nutrire da Gesù!
Sarebbe da sciocchi, non vi pare?, buttare via un dono tante grande, sprecare la possibilità di stare con Gesù.
Allora cominciamo subito, a vivere bene, bene, bene, questa celebrazione Eucaristica: prestiamo attenzione al momento dell’Offertorio, quando il pane e il vino vengono portati all’altare: ormai lo sappiamo che stanno per diventare il corpo e il sangue del nostro Maestro Gesù.
Quando il sacerdote pronuncia la preghiera di consacrazione, che invita Gesù ad essere ancora una volta presente nel pane e nel vino, come ha promesso nell’Ultima Cena, nessuna distrazione, nessuna risatina, nessun voltarsi indietro: occhi e cuore presenti al miracolo d’amore che avviene sull’altare, che avviene per noi.
E dopo aver fatto la comunione, una volta ritornati a posto, approfittiamo di quei minuti così preziosi, in cui ci lasciamo abbracciare da Gesù: lasciamoci avvolgere dal suo affetto, dalla sua tenerezza; lasciamoci invadere dalla felicità di sapere che siamo uniti a Lui; ascoltiamo quali suggerimenti ci vuole dare per la settimana che sta iniziando.
Viviamo sempre così, ogni Eucaristia, e allora il nostro vivere da cristiani sarà sempre più bello, più semplice e gioioso: una vera festa.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:18 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 21 GIUGNO 2009 - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Gio Giu 18, 2009 6:31 pm

DOMENICA 21 GIUGNO 2009

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Con questa domenica ci lasciamo alle spalle il tempo di Pasqua e le quattro solennità che abbiamo appena celebrato, per tornare a quello che la liturgia chiama Tempo Ordinario. Non lasciamoci trarre in inganno dal nome: ordinario non vuol dire insignificante, mediocre, di poco valore. Di solito noi pensiamo che ordinario sia il contrario di straordinario, quindi qualcosa di secondario, di poco importante. Però se ci riflettiamo un momento, capiamo subito che non è così: hanno la stessa importanza, non possono esserci da soli, esistono insieme, l’ordinario e lo straordinario. Ciò che è ordinario è come il tessuto dove risplende il ricamo dello straordinario.
Se non ci fossero i giorni normali, non faremmo caso a quelli speciali. Se non vivessimo la tranquilla quotidianità, non potremmo gustare i momenti di festa. Se non ci fosse il tempo della scuola e del lavoro, non ci accorgeremmo delle vacanze. So che qualcuno sta per dirmi: come non ci accorgeremmo? A me piacerebbe tanto una vita tutta di vacanze! Sono d’accordo, piacerebbe a tutti. Ma non ci accorgeremmo che si tratta di vacanza, non le considereremmo giornate speciali, particolari, perché quello sarebbe… tempo ordinario! La nostra vita è fatta di giorni ordinari che ci permettono di gustare fino in fondo quello che accade nei giorni speciali. E dopo alcune giornate straordinarie, abbiamo bisogno della normalità di tutti i giorni per riposare la mente e il cuore, per ricordare e apprezzare quello che abbiamo vissuto nei giorni speciali. Nella liturgia, il tempo ordinario è molto importante: è quello che ci permette di continuare a rileggere con ordine i Vangeli, per assaporare i gesti di Gesù, le sue parole, le sue parabole, i miracoli che ha compiuto. Anno dopo anno, il tempo ordinario ci dona la possibilità di assimilare, di fare nostri, tutti i Vangeli: non è cosa da poco! E poi, è vero che lo chiamiamo tempo ordinario, ma riguarda comunque l’unico che è sempre straordinario, cioè il Signore Dio! Allora avventuriamoci insieme nel Vangelo di oggi, per scoprire quali frammenti meravigliosi sono racchiusi in questa domenica del tempo ordinario. Il brano dell’evangelista Marco, che abbiamo appena ascoltato, riguarda un grande miracolo compiuto da Gesù, un miracolo che è rimasto fortemente impresso nella memoria degli Apostoli, perché quel giorno si sono presi proprio una grande paura! Che cosa accade? Siamo al tramonto di una giornata intensa: Gesù fin dal mattino ha parlato rivolto a una grandissima folla e ha raccontato alcune delle parabole più belle che ricordiamo. Ha cominciato a rivolgersi ai pochi presenti quando era ancora mattino presto, camminando lungo la riva del lago. Poi la folla è cresciuta, tutti volevano ascoltare e vedere il Maestro di Nazareth e allora è salito su una barca, si è allontanato di poco dalla riva e da lì, dal lago, ha continuato il suo annuncio della Bella Notizia. Il tempo è trascorso rapido, la voce del Rabbi si è fatta rauca, la giornata sta avviandosi alla fine. Gesù ha ormai salutato le persone presenti, ma tutti restano ancora lì, sulla riva: è vero che il Maestro ha terminato di parlare, ma quando la barca tornerà a riva potranno ancora toccarlo, parlargli, chiedergli qualche favore speciale… Gesù vede che tanti lo stanno aspettando, ma preferisce non andare: non ha voglia di applausi o complimenti; ora ha bisogno di silenzio. Così invita gli apostoli ad attraccare dall’altra parte del lago: “Venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: Passiamo all’altra riva” Quello dove si trovano è un lago grande, molto grande, al punto che il Vangelo lo chiama mare. Non è un piccolo laghetto di montagna, è una grande distesa d’acqua e ci vuole un po’ di tempo per andare da una riva all’altra. Ma molti degli apostoli sono pescatori, non si spaventano di certo per una piccola traversata. Prendono il largo e Gesù, stanco, si accoccola sul cuscino a poppa, nella parte di dietro della barca, e si addormenta. Prende sonno proprio profondamente, perché sembra non accorgersi di quello che accade intorno: “Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: Maestro, non t’importa che siamo perduti?” All’improvviso, basta un po’ di vento più forte per scatenare una tempesta. Comincia con piccole onde, ma in fretta aumenta la forza del vento e muri d’acqua sollevano le barche piuttosto leggere. Urla, grida, paura: gli apostoli pensano che non c’è nulla da fare, rischiano davvero di morire. In tutto questo fracasso, in mezzo a questa grande confusione, Lui, il Rabbi di Nazareth, continua a dormire. Agli apostoli sembra incredibile: ma come fa a dormire? Possibile che non si accorga di nulla? E infatti lo svegliano: sembra quasi di vederli, scuoterlo per un braccio in mezzo alla bufera per urlare: “Maestro, guarda che qui è la fine!” Cosa fa Gesù, a questo punto? “Si destò, minacciò il vento e disse al mare: Taci, calmati!. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: Perché avete paura? Non avete ancora fede?” Una scena davvero incredibile, a sentirla raccontare così!
Gesù si sveglia, sgrida il vento e il mare e subito loro si placano, si calmano. Tutto diventa quieto e silenzioso. I più silenziosi di tutti, ci scommetto, sono gli apostoli. Per forza! Ma ve lo immaginate? Uno che si alza in piedi, sgrida le onde e quelle si calmano? Uno che si alza in piedi, rimprovera il vento e quello smette di soffiare? Voi siete mai riusciti a far smettere di piovere sgridando le gocce di pioggia? Avete mai chiesto al sole di spostare un pochino i suoi raggi perché vi sta accecando? Ovviamente no! Nessuno di noi può fare cambiare parere al tempo. Nessuno di noi può modificare il vento, il sole, la neve o la pioggia. Nessuno può farlo. Nessuno, tranne Dio. Per questo, racconta l’evangelista Marco, gli Apostoli, sottovoce, ancora sconvolti e senza fiato, si domandano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?” Per fare un miracolo del genere, questo Maestro Gesù deve essere per forza Dio!
Con questa convinzione nel cuore, gli apostoli remano fino alla riva e penso proprio che quando poggiano finalmente i piedi per terra, si sentono le ginocchia tremolanti. Il racconto del Vangelo si ferma qui, e ci sarebbe già di che restare a pensare con il cuore pieno di stupore, davanti a un miracolo così grande. Mi sembra, però, che questa pagina di Vangelo contenga anche due suggerimenti per noi, due piccole perle preziose che possono riguardare noi, sì, proprio noi che non c’eravamo quella sera, sul lago, e non abbiamo visto il miracolo con i nostri occhi. Nella vita capitano situazioni in cui ci sentiamo come gli apostoli in mezzo alla tempesta: quello che succede intorno è tanto più grande di noi, da farci paura. Ci sentiamo impotenti, deboli, incapaci di risolvere certe situazioni, e allora ci prende lo sconforto, la sfiducia. Anche noi abbiamo l’impressione che Dio non stia ascoltando il nostro grido, la nostra preghiera, le nostre paure. E magari glielo diciamo: possibile, Signore, che non ti accorgi che siamo alla fine? Che non c’è niente da fare? non ti interessi più a noi? Non ti curi di noi? Ti sei forse addormentato? Ci sono molte pagine nella Bibbia che dicono proprio questo: scusa, Dio, ma stai dormendo?
Quando ci sale alle labbra questa domanda, ricordiamoci del miracolo di oggi e delle parole pronunciate dal Maestro e Signore: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” Avere fede, fidarci di Lui, anche quando siamo in mezzo alla tempesta. Avere la certezza, ben radicata nel cuore, che anche se ci sembra addormentato e ci sentiamo abbandonati, il Signore Dio non è lontano: è proprio lì, insieme a noi, nel mezzo della tempesta. Pronto ad intervenire quando ce ne sarà veramente bisogno. Sì, avete sentito bene: pronto a intervenire, ma solo quando ce ne sarà veramente bisogno.
Nel frattempo, resta tranquillo sul cuscino di poppa, e questo non ci deve spaventare, ma anzi, ci deve riempire di gioia e di gratitudine: se se ne sta così tranquillo, vuol dire che si fida di noi! C’è una coppia di miei amici, Michele e Antonella, che tutti gli anni, in estate, viaggia da Pavia fin giù in Calabria, in auto. Quando guida Michele, la moglie sta sveglissima: perché lui è uno spericolato, schiaccia sempre un po’ troppo l’acceleratore, si lancia in sorpassi rischiosi. Perciò lei, che lo conosce bene, se ne sta con gli occhi sbarrati, richiamandolo ad essere prudente: “Attento, hai superato i limiti di velocità… aspetta, non c’è bisogno di tuffarti in un sorpasso proprio ora…” Quando fanno cambio e guida Antonella, il marito si accomoda sul sedile accanto e dorme beato, perché tanto sa che lei è prudente, attenta, concentrata, e si sente sereno e sicuro, al punto da poter dormire senza nessuna preoccupazione. Secondo me, con il Signore Gesù accade la stessa cosa: nei momenti difficili, nelle tempeste della nostra vita, quando ci sembra che la nostra barchetta stia per affondare, il fatto che Lui possa dormire tranquillo è un segno che ci conforta: vuol dire che si fida di noi! Altrimenti non dormirebbe di certo, affidandosi a così completamente a noi! È bello sapere che possiamo contare su di Lui nei momenti difficili. Ma è altrettanto bello sapere che Lui conta su di noi, che si fida, che affida se stesso alle barchette del nostro cuore, della nostra vita.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:19 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 28 GIUGNO 2009 - XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Giu 23, 2009 8:49 am

DOMENICA 28 GIUGNO 2009

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Nel Vangelo di questa domenica è sempre l’evangelista Marco a proseguire il suo racconto: ci ricordiamo tutti, penso, della tempesta sul lago di cui abbiamo letto domenica scorsa e immagino sia rimasto ben impresso lo stupefacente miracolo con cui Gesù, sgridando il vento e le onde, ha fatto tornare la calma.
Bene, da quell’episodio sono trascorsi alcuni giorni quando si verifica la straordinaria giornata che il Vangelo ci ha appena proposto. Una giornata, in fondo, cominciata come tante, per il Maestro di Nazareth e i suoi discepoli: ancora una volta sono lì, sulla riva del grande lago, con tanta folla che si è radunata per ascoltare il rabbi.
Gesù parla, spiega, insegna, e presta attenzione alle mille richieste delle persone che gli si accalcano intorno. Tra i tanti c’è anche un personaggio famoso e conosciuto da tutti: è Giairo, il capo della sinagoga. Quest’uomo potente, con un incarico così importante, si inginocchia davanti a Gesù e prega il Maestro di aiutare la sua bambina: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”
Gesù accetta e si avvia insieme a Giairo. Ma non è affatto semplice farsi strada in mezzo alla gente che vuole vedere il Rabbi da vicino, che vuole parlargli, che cerca una parola speciale…
Avanzano lentamente, perciò, Gesù e i discepoli, preceduti da Giairo che li guida e si stringe le mani pieno di ansia: vorrebbe correre, sbrigarsi, fare in fretta per raggiungere presto la sua casa, per condurre il più presto possibile il Maestro vicino al letto di stuoie dove la sua bambina sta male…
Povero Giairo! Capiamo bene lo stato d’animo di questo papà in pena per la sua figlioletta, ma le cose non vanno secondo i suoi desideri: tutti si muovono a rilento e capita anche uno strano imprevisto che allunga ancora di più il tempo del cammino. Avviene, infatti, un miracolo che Gesù non sceglie di fare.
Com’è possibile?
In mezzo alla folla c’è una donna malata ormai da 12 anni: ha speso tutti i suoi soldi inutilmente, per pagare medici famosi che non sono riusciti a curarla. Questa donna è sicura che Gesù possa guarirla, ma si vergogna di disturbare il Rabbi che ha già tante voci a cui dar retta. Però questa donna è decisa ad avvicinarsi al Maestro di Nazareth, perché è convinta, certa, certissima, che le basterà toccare anche solo il bordo del mantello di Gesù per guarire.
Non chiede pubblicità, non vuole mettersi in mostra, anzi: approfitta della calca, per raggiungere il Rabbi e afferrare non vista il mantello.
Guarisce in quello stesso istante: lo sente subito, e si allontanerebbe volentieri senza farsi notare, con la sua segreta felicità.
Ma Gesù ha avvertito la forza che è uscita da lui al contatto con questa donna. Sa che lo Spirito Santo ha agito passando attraverso di Lui, perciò chiede: “Chi ha toccato le mie vesti?”
Gli apostoli si stringono nelle spalle, un po’ increduli che Gesù rivolga una domanda tanto assurda: “Maestro – gli rispondono - con la calca che c’è, con la gente che ci spinge da tutte le parti, come puoi chiedere: chi mi ha toccato? Continuamente qualcuno ti urta, toccando le tue vesti!”
La donna senza nome che è stata guarita, però, capisce bene che è a lei che si riferisce Gesù. Lo vede, che si guarda attorno, per cercare chi gli ha strappato quel miracolo così strano. Così, tremante e spaventata, la donna si fa avanti e racconta tutto.
Il Maestro e Signore l’ascolta e poi la benedice con parole dolci e piene di affetto e comprensione: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male.”
Mentre Gesù sta ancora parlando, arrivano alcuni parenti di Giairo per avvisarlo che ormai la bambina è morta, può fare a meno di condurre il Rabbi fino a casa.
Morta… la figlia di Giairo è morta… Andare a chiamare il Maestro è stato inutile, ormai è troppo tardi…
Deve essere sceso un silenzio improvviso tra la gente, a quell’annuncio. Ma Gesù si rivolge con sicurezza al capo della sinagoga: “Non temere, soltanto abbi fede!”
Immaginatevi i commenti! Chi sospira e scuote la testa: questo rabbi dev’essere proprio pazzo, per parlare così! Sguardi di commiserazione verso Giairo e verso Gesù, forse anche qualche sorrisino ironico: figuriamoci! La bambina è morta e il Maestro che invita ad avere solo fede!
Stranamente, l’unico che sembra non accorgersi di tutte le possibili reazioni è proprio Giairo: ha occhi e orecchie solo per il Maestro e perciò riprende il cammino. Gesù non permette a nessuno di andare con loro, tranne a Pietro, Giacomo e Giovanni: c’è bisogno di silenzio e tranquillità, ora, non di una folla che commenta e chiacchiera a vuoto.
Chissà cosa passa nel cuore di Giairo, mentre vanno… gli hanno appena detto che sua figlia è morta, ma lui, con fermezza, tiene accesa nell’animo la piccola luce della speranza. C’è ancora una possibilità di speranza, finché il Maestro è lì con lui. Giairo sceglie di fidarsi e fa strada al piccolo gruppetto, verso la sua casa.
Lasciamo che siano le parole semplici e intense dell’evangelista Marco a descrivere quello che avviene: “Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme. E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: Talità kum, che significa: Fanciulla, io ti dico: àlzati!. E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore.”
Grande stupore e sicuramente un’immensa gioia! Chissà che spumeggiante felicità ha invaso la casa e il cuore di Giairo! Lui che ha continuato ad avere fede anche quando sembrava pura pazzia fidarsi ancora del Maestro, ora può abbracciare la sua bambina, viva, guarita, che siede a tavola tranquilla.
Due grandi miracoli in una sola giornata, quelli che il Vangelo ci ha presentato oggi. Due miracoli accomunati dalla stessa parola: fede.
La fede della donna, che è certa di guarire anche solo toccando un lembo del mantello.
La fede di Giairo, che mantiene viva la speranza, anche quando gli dicono che la figlioletta è ormai morta.
Quando rileggo queste pagine mi chiedo sempre: e io? Che fede ho io?
Sinceramente, vi dico che non so se mi sarebbe mai venuto in mente di afferrare il lembo del mantello di Gesù per ottenere la salute e la salvezza. Sì, mi rivolgo a Lui in ogni momento di bisogno, ma voglio la sua completa attenzione, mi aspetto che si prenda cura di me con ogni premura. Non mi basta il lembo del mantello: pretendo, in qualche modo, che il Maestro e Signore, si curvi su di me, per accontentare le mie attese. Invece questa donna coraggiosa e riservata è stata premiata per la sua fede, che non viene sbandierata, ma che è profonda, salda, fino al punto da ottenere un miracolo senza lasciare alternative allo stesso Signore Gesù.
E poi, di fronte alla fede di Giairo, mi sento veramente piccolissimo. Voi, al suo posto, cosa avreste fatto? Sapendo che la bambina era ormai morta, io proprio non so se avrei continuato a insistere per condurre con me il Rabbi.
Ma quest’uomo e questa donna hanno una fede forte, profonda, che non si scoraggia.
Come vorrei far crescere la mia fede, farla diventare robusta come la loro; coraggiosa, come la loro; testarda come la loro!
La volete anche voi, vero?, una fede di questa qualità eccellente.
Una fede resistente anche alle peggiori delusioni.
Una fede che non appassisce malgrado il passare del tempo, un tempo lungo come i 12 anni di malattia della donna.
Prendiamoci allora, un momentino in silenzio, per chiedere allo Spirito Santo di farci assomigliare, nella fede, a Giairo e alla donna senza nome.
Chiediamo allo Spirito di far crescere la nostra fede, di renderla salda, senza paure o incertezze.
Una fede così, è un dono prezioso che dobbiamo chiedere sempre, senza stancarci.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:19 pm, modificato 1 volta
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: DOMENICA 5 LUGLIO 2009 - XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Giu 30, 2009 5:51 pm

DOMENICA 5 LUGLIO 2009

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Dopo i tanti miracoli che il Vangelo ci ha raccontato nelle scorse settimane, oggi il racconto dell’evangelista Marco ci presenta una situazione davvero strana: Gesù che torna a Nazareth e lì, praticamente, non può operare miracoli. Come mai? Cerchiamo di scoprirlo rileggendo insieme, passo passo, la pagina del Vangelo di oggi.
“Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono.”
Ormai il Rabbi di Nazareth manca da parecchio tempo dal suo paese e sceglie di ritornare, per rivedere la sua famiglia, per respirare l’aria di casa. Sicuramente è un momento che ha atteso e desiderato: finalmente sente il profumo della sua infanzia, riconosce le case, i volti delle persone che lo hanno visto crescere. Tra la gente che incontra ci sono i suoi vecchi compagni di scuola, i vicini di casa, le donne che vanno a fare il bucato alla fontana insieme a Maria, i clienti che si fermano nella bottega di Giuseppe… C’è tutto il piccolo mondo in cui Gesù è cresciuto e chissà come gli fa piacere ritrovarlo!
È davvero una bella sensazione tornare a casa dopo qualche tempo! Penso l’avrete provata anche voi: basta solo pensare al ritorno da un breve viaggio o dalle vacanze estive: ci sembra che tutto abbia un aspetto familiare e insieme diverso, più nitido, più evidente. Ritroviamo i mobili della nostra camera, gli odori delle stanze, il panorama dalla finestra, i suoni giù in strada, i ritmi di prima… è come riguardare la nostra vita di sempre con occhi diversi. E assaporiamo soprattutto il senso di sicurezza che ci nasce dal sentirci finalmente a casa.
Penso che anche Gesù abbia provato queste sensazioni, ritornando a Nazareth insieme ai discepoli. Riprende i gesti di sempre e il sabato va anche nella sinagoga, come ha sempre fatto fin da bambino. Ma stavolta c’è qualcosa di diverso: “Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga.”
Stavolta il Maestro e Signore va nella sinagoga per insegnare. Non è più uno che ascolta semplicemente: ora è lui stesso un Rabbi, un maestro, che prende la parola per spiegare la Scrittura Sacra, per indicare come vivere secondo il cuore di Dio, per annunciare la Bella Notizia.
Questo cambiamento suscita subito molte reazioni tra i suoi compaesani: “E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo.“
Secondo quello che ci dice l’evangelista Marco, ci sono due tipi di reazioni tra la gente di Nazareth che ascolta Gesù stupore e scandalo.
Alcuni si stupiscono, si meravigliano: è lo stupore di chi non comprende perfettamente quello che sta avvenendo, ma ammira, benedice e loda Dio per ciò che accade. Sono quelli che si stupiscono per la sapienza che Gesù dimostra, per la profondità delle sue parole, per la saggezza del suo insegnamento: lo conoscono da sempre e hanno avuto l’impressione, fino ad ora, che fosse un tipo qualsiasi, uno come tanti, senza nulla di speciale. Sanno che non ha frequentato scuole speciali, che non ha fatto studi particolari sulla Scrittura Sacra, perciò sono veramente meravigliati nel vedere l’opera dello Spirito Santo che rende sapiente uno che è cresciuto lì a Nazareth, in mezzo a loro.
Ma c’è un’altra reazione, che riguarda il gruppo più numeroso, formato da chi si scandalizza. È lo stupore incredulo di chi è scettico, di chi dubita, di chi dice: è impossibile! Non può essere che quel Gesù lì, il figlio di Maria e Giuseppe, il ragazzino che ha corso per queste strade, che ha giocato a biglie in questi cortili, che si arrampicava sugli alberi insieme a tutti i suoi coetanei, ora sia diventato un Rabbi, un Maestro.
Non può essere che lui, proprio lui, che conosciamo da sempre, che abbiamo visto con le ginocchia sbucciate, ora possieda tutta questa sapienza!
Non può essere che questo Rabbi che compie miracoli ovunque, sia lo stesso che abbiamo visto bambino, quando gli cadevano i denti da latte e andava in giro con il sorriso a finestrelle!
No, proprio non può essere che un falegname, figlio di falegname, venga ad insegnare a noi! Ma chi si crede di essere! Non è ammissibile! Questo è un vero scandalo!
Guardate che questo è molto normale: facciamo sempre fatica a riconoscere lo straordinario che è presente intorno a noi!
Gesù durante tutta la sua infanzia e giovinezza a Nazareth, è stato uno tra i tanti, uno come tutti, senza distinguersi per nulla in particolare. Non si è fatto notare. Chi lo conosceva, gli voleva bene; chi andava nella bottega dove lavorava insieme a Giuseppe, scambiava volentieri qualche parola con lui… Ma certo nessuno aveva riconosciuto in lui il Figlio di Dio!
Perché non ci aspettiamo niente di speciale da chi abbiamo vicino, succede sempre così. Ricordo l’intervista che un giornalista italiano aveva fatto a una signora polacca, compagna di scuola di papa Giovanni Paolo II ai tempi del liceo. Lei raccontava di quando erano ragazzi, delle gite in montagna tutti insieme, degli spettacoli teatrali organizzati tra loro e spiegava: “Nessuno di noi pensava che Karol sarebbe un giorno diventato il Papa! Era un amico, semplicemente questo! Con cui parlare, dividere i panini e a cui fare anche gli scherzi!”
Figuriamoci se la gente di Nazareth avrebbe mai potuto immaginare che il ragazzetto agile che cresceva tra loro, sarebbe un giorno diventato un Rabbi! No, sembrava proprio impossibile!
E Gesù se ne rende conto perfettamente, per cui, davanti alle loro reazioni, commenta: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua”
Il disprezzo è qualcosa di veramente molto triste: chi è disprezzato vuol dire che non è accolto, non è considerato, non è riconosciuto per quello che vale, non è stimato, è rifiutato…
Gesù sta dicendo che, dopo essere stato accolto in tante città, acclamato come Maestro e Profeta da chi non lo conosceva se non di vista, dopo aver ricevuto le lodi e l’applauso delle folle in tanti posti diversi, proprio nella sua città, proprio nella sua terra, viene rifiutato, preso in giro, ignorato.
Questo è triste certamente, e provoca anche una conseguenza che non ci aspetteremmo: “lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità.“
Proprio così: senza la fede, Gesù non può compiere i miracoli. Certamente conserva la capacità di compiere i miracoli, ne è sempre capace, ma perché un prodigio avvenga, serve la fede nel cuore di chi è di fronte. Se manca la fede, nessun miracolo ha senso, nessun prodigio ha significato: diventerebbe una specie di gioco di prestigio, un gioco per meravigliare, ma non è per questo che Gesù compie i miracoli! Ogni guarigione, ogni segno grande compiuto dal Maestro e Signore, serve a mostrare l’amore del Padre Buono, serve a far assaggiare la vita eterna in Dio, dove non ci sarà più tristezza né malattia, serve ad accendere il desiderio di vivere secondo il cuore di Dio.
Ma se non c’è la fede, ogni miracolo sarebbe uno spettacolo affascinante e nulla di più.
Ecco perché, dopo aver calmato il vento e le onde durante la tempesta sul lago; dopo aver guarito la donna che gli ha toccato il mantello; dopo aver risuscitato la figlia di Giairo, ora il Rabbi, giunto nella sua Nazareth, non può operare miracoli: manca la fede.
Già domenica scorsa ci siamo fermati a riflettere sulla nostra fede, su come ci saremmo comportati noi al posto dei protagonisti della pagina del Vangelo; abbiamo chiesto allo Spirito Santo il dono di una fede come quella della donna malata o come la fede di Giairo.
Ora restiamo di nuovo in silenzio, un breve istante, ma sufficiente a chiederci se qualche volta non siamo come la gente di Nazareth che si rifiuta di riconoscere la presenza di Dio, lì in mezzo a loro.
Chiediamoci se lasciamo il nostro cuore sempre aperto a riconoscere l’azione di Dio nella nostra vita e nella vita di chi ci è accanto. Chiediamoci se siamo capaci di stupirci con la meraviglia buona o se siamo di quelli che si scandalizzano facilmente. Chiediamo allo Spirito Santo di avere occhi e cuore aperto, per vedere e apprezzare tutte le meraviglie che il Signore Dio continua a compiere attorno a noi, ogni giorno, senza chiasso, senza rumore, ma nell’amore e nella verità.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 LUGLIO 2009 - XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Lug 06, 2009 6:37 pm

DOMENICA 12 LUGLIO 2009

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Proprio una domenica fa abbiamo parlato di due tipi di stupore: quello che racchiude la meraviglia e quello che invece è pieno di amarezza e si scandalizza.
Nel Vangelo di domenica scorsa lo stupore scandalizzato degli abitanti di Nazareth impediva al Maestro e Signore di compiere i miracoli. Nella seconda lettura di oggi, invece, c’è un canto, un’esplosione di gioia, una benedizione che sgorga da un cuore pieno di stupore di fronte alla bontà di Dio.
Il brano che abbiamo appena ascoltato è tratto dalla lettera dell’Apostolo Paolo agli Efesini, cioè agli abitanti della città di Efeso. È un testo molto antico ed è veramente bellissimo. Non lasciamoci scoraggiare da qualche parola un pochino difficile, da qualche espressione che non conosciamo e tuffiamoci invece nella profondità di questa preghiera che benedice e loda il Padre Buono per il suo progetto d’amore realizzato da Gesù.
Ci sono interi libri che commentano questo inno, ma qui, insieme, non abbiamo la pretesa di studiarlo o analizzarlo: vogliamo invece comprenderlo e farlo entrare nel nostro cuore. Vogliamo che queste antiche parole di San Paolo diventino nostre, per poterle pregare anche noi, con convinzione.
Prima però, vorrei farvi una domanda: vi fa piacere quando ricevete dei complimenti? A me, sinceramente, sì. Di solito a tutti fa piacere. Anche chi è timido, e magari se gli si rivolge un complimento arrossisce, abbassa gli occhi, si sente imbarazzato, però nel cuore è contento. I complimenti ci fanno piacere, sono come una carezza fatta con le parole.
Non sto parlando dei complimenti falsi, poco sinceri, detti solo per ingraziarsi qualcuno oppure per cortesia: quelli sono solo un modo per dare aria ai denti! Mi riferisco ai complimenti autentici, che riconosciamo subito perché si sente la sincerità nella voce di chi ce li rivolge. Quelli sì, che ci fanno contenti. A tutti fa piacere sentirsi apprezzati. È bello che si riconosca il nostro impegno, la nostra capacità, la buona volontà. Siamo contenti quando vengono lodati i risultati che abbiamo raggiunto: se la maestra ha scritto una bella valutazione sulla pagella, ci fa piacere; se l’allenatore ci dice che conta su di noi, ne siamo orgogliosi; se i genitori ci fanno sentire la loro stima, ci fanno capire che si fidano di noi, che sanno quanto valiamo, il nostro cuore trabocca di soddisfazione.
Quando diamo il meglio di noi e sembra che nessuno se ne accorga, che a nessuno importi, ci restiamo un po’ male, no? Quando invece ci sentiamo dire con sincerità: "Bravo! Brava!” è tutta un’altra cosa! La fatica che abbiamo speso, diventa più leggera e rimane solo la soddisfazione finale. Su questo siamo tutti d’accordo, quindi.
Ebbene, avete mai fatto i complimenti a Dio?
È proprio quello che l’apostolo Paolo invita a fare con questa preghiera di lode: ci dice di fare i complimenti a Dio Padre per tutto quello che ha meravigliosamente progettato.
Anche i salmi, molte volte, ci invitano a lodare Dio per l’opera stupenda della creazione e penso che ci venga spontaneo lodare il Signore, quando siamo davanti alla bellezza della natura. Di fronte a un tramonto sul mare oppure davanti a un panorama visto dalla cima di una montagna, ci sgorga spontanea dal cuore la lode a Dio. Ci viene proprio naturale dire: che meraviglia! Che grande sei Dio, ad aver creato tutto questo!
Anche di fronte alle creature viventi ci emozioniamo e riconosciamo l’azione di Dio: pensate alla meraviglia davanti alle ali di una farfalla, al canto di un uccellino, alla stupenda perfezione di un bimbo appena nato! Tutto di noi assapora lo stupore gioioso per quella bellezza e ci nasce dentro la voglia di dire grazie al Signore Dio che sa creare la vita così armoniosa.
Non c’è un’età per provare la meraviglia di fronte alla creazione, davanti a ciò che è bello e vivo.
Tutti noi abbiamo il dono di meravigliarci ed è importante conservarlo per tutta la vita, non correre mai il rischio di fare l’abitudine a quanto di grandioso abbiamo intorno.
Ma torniamo alla lettera agli Efesini: se ci facciamo caso, qui non è la bellezza della natura a spingere l’Apostolo Paolo a lodare il Signore Dio. Non si parla di tramonti o paesaggi, ma si parla del progetto di Dio.
Riflettendo e meditando nel silenzio della preghiera, ma anche viaggiando e annunciando ovunque la Bella Notizia, San Paolo ha sentito crescere dentro di sé la meraviglia e lo stupore per il grande progetto d’amore di Dio nei confronti dell’umanità.
San Paolo pensava a questo amore di Dio che è da sempre, che ha creato il mondo e l’universo intero, che ci ha chiamati alla vita, che non si è mai stancato, neppure di fronte a tutti i tradimenti che l’umanità gli ha riservato… L’Apostolo viaggiava e incontrava genti diverse, usi e culture differenti, ma si rendeva conto di come tutti siamo chiamati ad entrare in amicizia con Dio Padre, senza eccezioni, senza classifiche… Chissà quante volte si è fermato a pensare a tutta la storia di amicizia di Dio Padre con l’umanità, partendo da Abramo, poi Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosé… Un’offerta di amicizia continua, fatta attraverso i profeti, fino a Giovanni Battista… E poi il dono più grande: Gesù, vero Dio fatto uomo.
Gesù, che ci ha testimoniato l’amore fino sulla croce. Gesù che ha perdonato persino chi lo ha messo in croce. Gesù, che con la forza dell’amore ha vinto la morte ed è risorto!
Che progetto stupendo! Che creatività infinita ha dimostrato Dio!
L’apostolo Paolo è rimasto dapprima senza fiato, come noi ora. Poi, insieme alla gioia e alla meraviglia, gli è sgorgata dentro questa preghiera con cui ci invita a renderci conto di quanto il Padre ha progettato e ci chiede di lodarlo tutti insieme, con cuore sincero.
È come se dicesse agli abitanti di Efeso ed a noi: aprite gli occhi, prestate attenzione alla fantasia d’amore con cui Dio Padre conduce la storia! Non pensate che solo la creazione ci mostri l’amore di Dio: il dono più grande è la salvezza che ci ha regalato attraverso Gesù!
Ma lasciamo che sia proprio San Paolo a parlare: “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.”
Paolo Apostolo inizia il suo canto con queste parole appassionate, invitando tutti a benedire Dio: benedire significa proprio dire bene, quindi tutti dicano bene, tutti parlino con parole di lode del nostro Dio che è il padre di Gesù Cristo.
Perché tutti devono benedire Dio? Perché Lui per primo ha ricolmato tutti noi della sua benedizione! La nostra lode, il nostro canto, sono quindi una risposta perché Lui ha riversato su ciascuno di noi tutto il suo amore e la sua benevolenza.
E sentite in che modo: “In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”. San Paolo trova un modo poetico per dire che questo amore di Dio è da sempre: non solo si manifesta continuamente, ma comincia prima della nostra nascita, addirittura prima che il mondo fosse creato. Da sempre Dio Padre ci ha scelti, ci ha voluti, ci ha amati e si aspetta che noi cresciamo nella santità e nell’amore così da poter stare faccia a faccia con Lui, con la sua stessa dignità.
Veramente incredibile, vero? Ci aspetteremmo che uno immensamente potente, com’è Dio, voglia tenere tutti sottomessi, tutti schiacciati dal suo potere, tutti al di sotto di lui… e invece no! Dio Padre ci offre di stare di fronte a Lui con la stessa dignità di un figlio di fronte al padre. Ci invita a crescere nell’amore per essere come Lui. Non si stanca di sostenerci in questo percorso verso la santità: questo significa essere santi, avere lo stesso cuore di Dio!
Allora, in questi giorni di vacanza, ritagliamoci qualche momento per fare i complimenti a Dio, per lodarlo e benedirlo. Fermiamoci già subito, adesso, un istante in silenzio per far salire dal profondo del cuore il nostro grazie per il suo progetto d’amore che ha pensato da sempre e di cui facciamo parte anche noi. E questa Eucaristia diventi il nostro canto di lode e di benedizione per dire al Padre Nostro quanto è meraviglioso!


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MessaggioOggetto: DOMENICA 19 LUGLIO 209 - XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Ven Lug 17, 2009 8:27 am

DOMENICA 19 LUGLIO 2009

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Siamo a luglio inoltrato, la scuola è ormai finita, anche chi aveva esami da affrontare, ormai sta mettendo i libri da parte; gli adulti vanno in ferie, c’è aria di vacanze… e anche Gesù decide di mandare in vacanza gli Apostoli. Non ci credete? Ma è proprio quello che dice il Vangelo di oggi!
“In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.”
Il Maestro, qualche tempo prima, aveva inviato i Dodici ad annunciare il Vangelo nelle città e nei villaggi, li aveva mandati a percorrere un lungo cammino, ma ancora più grande era stato l’impegno di annunciare la Bella Notizia.
Gli apostoli, semplici pescatori cresciuti in un piccolo villaggio, ora dovevano vincere la paura di parlare in pubblico. Mica facile per loro, che non erano istruiti, che non erano abituati a comportarsi come un Rabbi. Dovevano avvicinare persone sconosciute per presentare loro il Vangelo, per invitare tutti a convertirsi, per rendere attenti i cuori al Regno di Dio ormai vicino.
Fidandosi di Gesù erano partiti ed erano state giornate molto intense per gli Apostoli: ci avevano messo il cuore e le energie e ora ritornano stanchi e affaticati dal loro Maestro e Signore.
Gesù si mostra veramente comprensivo e pieno di premura verso di loro e suggerisce che ci vuole un po’ di vacanza: “Venite, dice, andiamo in un luogo dove ci sia meno folla, dove potrete riposare”.
Li invita a prendere insieme a lui qualche giorno di silenzio, di riposo, lontano dalla folla, che ormai li segue ovunque ed è veramente tanta!
Come ci dice l’evangelista Marco, non avevano neppure il tempo di fermarsi a mangiare per il continuo andirivieni di persone. C’è bisogno di rinnovare le energie del corpo e dell’anima e Gesù, da vero Maestro, decide di partire subito insieme agli apostoli.
Lo dice chiaro: saranno loro, da soli, per un po’ di pace e tranquillità.
Se lo meritano, i Dodici.
“Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero".
Ahi, ahi, però! Le cose non vanno esattamente come previsto!
La gente capisce le loro intenzioni, quando li vede salire sulla barca, e alcuni intuiscono anche quale può essere il luogo dove sono diretti. Così si muovono a piedi, lungo la costa,e fanno talmente in fretta da arrivare prima che la barca possa attraccare.
Perciò, appena si avvicinano alla riva, Gesù e gli Apostoli vedono che c’è già una folla numerosa che li aspetta: altro che luogo solitario! Altro che riposo e relax!
“Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.”
Immaginiamo la delusione degli apostoli a questo punto! Sembra quasi di sentire i loro mugugni: “Ma non è possibile!... sono già qui! E guarda quanti!... va bene la missione, ma non si può avere mai un po’ di pace!... non è giusto, insomma! Siamo stanchi e non c’è mai un po’ di sollievo!...”
Sono innervositi da quella gente che continua a cercare Gesù senza posa: è bello essere ricercati dalle persone, risultare simpatici, venire apprezzati, ma quando è troppo, basta!
Gesù lascia sfogare gli Apostoli e poi concede loro il meritato riposo. Lui, invece, si prende l’incarico di accogliere tutta quella gente, di parlare, di ascoltare, di consolare, di insegnare… tanto lo sa che la folla sta cercando soprattutto lui, meglio lasciare tranquilli i Dodici.
Nel descrivere questo episodio, l’evangelista Marco riferisce alcuni dettagli che sono importanti: prima di tutto, la reazione di Gesù davanti alla folla. Non si spazientisce, non si arrabbia, non borbotta, ma “ebbe compassione di loro”, cioè si commuove, ha compassione, si dispiace per le persone che sono radunate.
Perché? Perché sono come pecore senza pastore.
È un’immagine che a noi, gente di città, non dice molto. Voi avete esperienza di greggi e di pecore? Io no davvero.
Però Gesù sì! C’erano tanti pastori a Nazareth e chissà quante volte, da bambino, lui stesso ha accompagnato qualche pastore in giro con il gregge! Usa un’immagine che ha visto sotto i suoi occhi molte volte.
Visto che non siamo esperti di pecore, sono andato a chiedere a Salvatore, un signore che ora è ormai anziano, non cammina più bene, perciò vive qui in città dalla figlia, ma fin da ragazzino ha fatto il pastore in Abruzzo, la sua terra. Gli ho chiesto, perciò: “Dimmi, Salvatore, ma com’è un gregge senza pastore?”
E lui mi ha spiegato: “Le pecore, quando stanno al pascolo, stanno tutte abbastanza vicine… qualcuna si allontana un po’, brucando, ma restano quasi sempre insieme… Il problema è quando bisogna ritornare all’ovile: se non c’è il pastore a guidarle e il cane a indirizzarle, sono sbandate, confuse, incerte… Si muovono un po’ qua e un po’ là, senza sapere che direzione prendere. Per tornare a casa, all’ovile, al sicuro, hanno bisogno di una guida”.
Ora sì, che cominciamo a capire: la folla che cerca Gesù dappertutto, che quasi lo insegue da un posto all’altro, è formata da persone che si sentono smarrite, confuse, sbandate; persone che cercano una guida.
Ecco perché il Maestro si rivolge a loro e comincia a insegnare: dà loro la guida che cercano, attraverso l’annuncio del Vangelo. È una premura, una tenerezza, che il Maestro offre a chi lo cerca.
Noi siamo fortunati: non siamo un gregge senza pastore, perché Gesù è il nostro pastore, colui che ci guida, che ci ammaestra, che ci indica il cammino da seguire nella vita. Ogni domenica, ascoltando la sua Parola, veniamo rassicurati su qual è il progetto di Dio, ci vengono date tutte le indicazioni per vivere secondo il cuore di Dio.
Questo brano del Vangelo, poi, ha un’altra idea preziosa da suggerirci: le vacanze sono importanti.
Non sono solo piacevoli, ma sono in certa misura necessarie per riposarci, per rinnovare le energie, in vista degli impegni che ci aspettano da settembre.
Proprio perché sono importanti, le vacanza vanno fatte bene: non troppe cose, non sovraccaricarci di mille impegni diversi! Così non ci riposiamo affatto!
Guardate che non sto dicendo che per vivere bene le vacanze dobbiamo per forza partire, andare al mare o in montagna, visitare paesi esotici… Tutto questo è bello e piacevole, e se possiamo farlo, certo non ci dispiace.
Ma le vacanze sono soprattutto un tempo di riposo e possiamo viverle bene anche rimanendo a casa: rallentando un po’ i ritmi di tutti i giorni, ritagliando un po’ di tempo a contatto con la natura, anche solo in un parco, all’ombra di un albero. E per delle vere vacanze, utili al corpo e allo spirito, non può mancare un pochino di silenzio. Al mattino o alla sera, di fronte a un’alba o contemplando un tramonto, fermiamoci un po’ in silenzio. Senza gameboy o playstation, senza mp3, senza sms… SILENZIO.
In qualsiasi luogo ci rechiamo per le vacanze, poi, sappiamo che possiamo incontrare Gesù: ci sarà sempre una chiesa, l’eucaristia domenicale non mancherà, così non correremo mai il rischio di sentirci sbandati come pecore senza pastore.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 26 LUGLIO   Mar Lug 21, 2009 9:05 pm

DOMENICA 26 LUGLIO 2009

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Si vede proprio che siamo in estate: il Vangelo di questa domenica ci racconta un enorme pic-nic, il più grande di cui abbia mai sentito parlare!
Non ci credete? Avete ascoltato il brano tratto dall’evangelista Giovanni, vero? Se ci sono tante persone che mangiano sedute sull’erba, è o non è un pic-nic?!
Certo, ora voi giustamente direte: guarda che l’evangelista non parla di un pic-nic, ma di un miracolo grandioso, un miracolo che entusiasma le folle fino al punto che vorrebbero Gesù come re!
Avete ragione: sfamare tanta gente, facendo sì che le ceste del cibo non si svuotino mai, è un miracolo da lasciare a bocca aperta.
Il Rabbi di Nazareth ha procurato il cibo per una folla enorme, senza bisogno di spendere nulla: c’è stato pane fresco e pesce arrostito per tutti. Più di cinquemila persone presenti si saziano gratis: senza spesa e senza fatica. E ne avanza anche!
L’evangelista Giovanni racconta: “Quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente si perda”
Non c’è da stupirsi dell’esaltazione della folla: se questo Rabbi è capace di dar da mangiare gratis, senza problemi, lo vogliamo come re!
Invece Gesù scappa, si nasconde, per non farsi trovare: non gli interessa questo entusiasmo, il miracolo che ha compiuto non è per ottenere applausi, non è perché tutti gli vogliano bene!
È un miracolo che parte da un gesto di generosità compiuto da un ragazzino più o meno della vostra età.
Seguiamo allora il Vangelo, per capire meglio cosa è avvenuto quel giorno.
Tantissima gente ha seguito il Maestro fuori dalla città, lungo il lago di Tiberiade e poi su una montagna: tanta strada, solo per ascoltarlo. E anche per la speranza di ottenere la guarigione per molti malati.
Il tempo è passato e si sta avvicinando l’ora di pranzo: c’è il sole, comincia a far caldo, tutti sono stanchi.
Gesù chiede a Filippo, uno degli Apostoli: “Dove compreremo del pane perché questa gente abbia da mangiare?”
Giustamente Filippo si meraviglia: mi sembra di vederla, la faccia stupita rivolta verso il Maestro, le braccia allargate, le spalle che si stringono: ma dove vuoi che andiamo a far la spesa, qui in mezzo alla campagna?! E se anche fosse possibile, quanto denaro ci vorrebbe per comprare il pane per così tante persone?!
Di fronte allo sconforto di Filippo, si fa avanti Andrea, un altro Apostolo piuttosto giovane; è il fratello di Pietro ed è un tipo intraprendente, uno dei primi a seguire Gesù. Accanto a sé ha un ragazzino, con una cesta rotonda ed un piccolo paniere ovale: nella cesta ci sono “cinque pani d’orzo”, mentre dal paniere fanno capolino “due pesci”.
Il ragazzino vuole offrirli al Maestro, vuole dividere con Gesù il suo pasto: è generoso, ma quello che offre non può bastare per così tanta gente!
Fa proprio simpatia, vero?, questo ragazzino. Probabilmente è un giovane pescatore che, dalla riva del lago di Tiberiade, ha seguito la folla per ascoltare il Maestro e Signore. Ha i suoi due pesciolini, le cinque pagnottelle, ed è ben felice di metterle a disposizione di Gesù.
Ed infatti il Rabbi accoglie con gioia questo dono, questa offerta fatta con semplicità e chiede ai discepoli di far sedere tutti sull’erba. Lentamente si crea un po’ di silenzio e allora Gesù pronuncia una preghiera di benedizione sui cinque pani e i due pesci che sono lì, davanti a lui, nel paniere e nel cestino.
Chiama gli Apostoli e dice di cominciare a distribuire: la mani della gente si allungano verso il cesto e verso il paniere, mentre già qualcuno prepara il fuoco per arrostire il pesce. Tante mani prendono dal paniere, tante mani prendono dal cestino.
Ma né il paniere, né il cesto, si svuotano.
Il pane e il pesce non finiscono.
Ce n’è sempre, ancora e ancora. Per quanto ne chieda la gente, basta sempre. Ce n’è in abbondanza e ne avanza perfino!
Un miracolo da lasciare davvero senza fiato. Immaginiamo le grida, le meraviglia di tutti i presenti, ma soprattutto degli Apostoli che sanno bene cosa contenevano il cesto ed il paniere e li vedono rimanere pieni anche se loro continuano a distribuire i pesci e le pagnottine.
Un miracolo strepitoso, reso possibile dalla semplice offerta di quel ragazzino…
Quando leggo e questa pagina del Vangelo, mi torna sempre in mente il racconto di un missionario, che ho letto in un libro tanti anni fa, quando avevo circa tredici anni.
Ve l’ho mai raccontato? Mi pare di no.
Dunque, questo missionario si trovava in America Latina, in un piccolo villaggio nella foresta. Con la gente del villaggio avevano l’abitudine di fare “l’omelia partecipata”; in pratica, dopo aver letto il Vangelo, tutti si sedevano e ciascuno poteva dire che cosa lo aveva colpito, che cosa non aveva capito, la frase che gli era piaciuta in modo particolare...
Una domenica, dopo aver letto il Vangelo di oggi, con il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, una donna anziana ha chiesto di parlare a ha cominciato il suo discorso: “Io so cosa è successo quel giorno! - ha detto, decisa - So come è stato possibile quel miracolo e so che può accadere ancora!”
Dopo una breve pausa ha continuato seria, mentre tutti la guardavano, un po’ stupiti: “Avete sentito che il vangelo dice che c’era un ragazzino con cinque pani e due pesci? Quello era il suo pranzo e la sua cena: giustamente, mettendosi a seguire Gesù, anche fuori città, si è portato dietro qualcosa da mangiare nel caso si fosse fatto tardi. Ma non era mica stato il solo a pensarci! Ma vi pare? Vi sembra possibile che tutta quella folla si metteva in cammino senza portarsi dietro nulla?... Sarebbe troppo strano! No, no! io credo che tanti altri avevano del cibo nella bisaccia o sotto il mantello, solo che ognuno se lo teneva per sé, senza dire niente.
Quando hanno visto che il ragazzino, con tanta generosità, metteva a disposizione di tutti quel poco che aveva, allora si sono vergognati, si sono accorti del loro egoismo e ognuno ha cominciato a tirare fuori quello che aveva portato con sé, per condividerlo con gli altri. Proprio la condivisione ha permesso di far saziare tutti! Più che un miracolo di panini e pesciolini che non finiscono, è stato il miracolo della generosità che mette fine all’egoismo, al pensare solo a sé stessi!”
Finito di parlare, la donna è tornata a sedersi e, nel libro, il missionario raccontava poi le reazioni di tutta la gente del villaggio dopo questa particolare spiegazione; ma non è quello che ora ci interessa.
Mi sembra, invece, che ci sia molta sapienza nelle parole di questa donna: senza voler dubitare del miracolo compiuto da Gesù, ci suggerisce che è un miracolo che può ancora accadere. Se pure non abbiamo cesti che non si svuotano mai, abbiamo però sempre la possibilità di condividere.
Ogni volta che condividiamo quello che abbiamo, stiamo moltiplicando il bene, stiamo moltiplicando l’amore.
È possibile un mondo senza povertà, senza miseria? un mondo in cui nessuno muore di fame?
Sì, è possibile, se impariamo a condividere, a rendere partecipi tutti del benessere, della sicurezza, della serenità che abbiamo la fortuna di possedere.
Se ci sono i grandissimi miracoli compiuti dalla mano potente di Dio, ci sono anche i piccoli miracoli che possono cominciare da noi.
Pensiamoci, durante queste vacanze.
Mentre ci godiamo il riposo, la compagnia degli amici, le piccole comodità che rendono tanto piacevole la vita, ricordiamoci di condividere tutto questo anche con chi è meno fortunato di noi.
Prendiamo a modello la generosità di quel ragazzino che ha offerto il poco che aveva, i suoi cinque pani d’orzo, i suoi due pesciolini: quel suo semplice gesto ha reso possibile il grande miracolo del Signore Gesù.
Anche noi vogliamo essere come lui: capaci di mettere a disposizione il poco che abbiamo, perché con la forza dello Spirito Santo, diventi fonte di gioia per tantissimi, intorno a noi.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 2 AGOSTO 2009 - XVIII DOMENICA DEL TEMPO RODINARIO   Mer Lug 29, 2009 10:58 am

DOMENICA 2 AGOSTO 2009

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Un giorno mi hanno chiesto: “Perché Gesù ha scelto proprio il pane per farsi presente nell’Eucaristia?”.
Il pane è semplice, è un elemento fondamentale per la vita dell’uomo e siamo talmente abituati a nutrirci del pane che non pensiamo mai al procedimento lungo che precede un pezzo di pane sulla nostra tavola: il seme vagliato, sparso, interrato, la buona terra che accoglie il seme, la pioggia, il sole necessari a portarlo a maturazione, la mietitura, il lavoro del mugnaio, e del panettiere che impasta la pasta, fino ad arrivare nella nostra tavola buono e croccante.
È buono il pane. Però Gesù ci dona, attraverso questo pane un altro Pane, il suo corpo, il pane della vita, che ci sazia da ogni fame e da ogni sete.
Anche noi come i discepoli desideriamo dire a Gesù: “Dacci sempre di questo pane.”
Che questo pane sia per ogni uomo, sia nella vita, come il pane materiale, nella tavola di ogni uomo.
Come al solito, chi dona gratuitamente cose materiali, è da tutti esaltato, sia che galleggi nelle necessità, sia che affoghi nell’abbondanza. Non ha importanza il valore trasmesso dal messaggio, è importante la prodigalità con cui dona, la carità tramutata in soldoni, che spesso, anche se non da tutti, è considerata stoltezza.
Ciò che interessa è la donazione gratuita, il guardare indietro, che sia il pane della libertà o le cipolle della schiavitù, poco importa. Dio non guarda indietro, guarda in avanti, perché qualora si fosse voltato indietro a guardare, suo figlio non sarebbe venuto a salvarci. La nostra ingratitudine passata e futura glielo avrebbe impedito.
Guardare indietro è una prerogativa umana, a cui tutti siamo affezionati; per noi il futuro è sempre mistero e non importa che questo mistero ci venga svelato. Guardiamo indietro, con nostalgia, per celebrare i pochi avvenimenti positivi, ma solo qualche lacrima viene sprecata, per i tanti fatti negativi che colmano la nostra esistenza. La sola cosa che interessa ai più, è la pancia piena, non la libertà che ci viene data senza pagare alcun prezzo: “Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà!”
Il pane tanto agognato arriva, ma non viene riconosciuto, perché si presenta in forma diversa da quello che conosciamo: “È il pane che il Signore vi ha dato in cibo”. Il Padre, perfetto fornaio, ci da un pane, che le nostre papille gustative, faticano ad identificare e a gustare, come alimento necessario, alla nostra vita interiore.
Come gli ebrei, nel deserto, noi cerchiamo Dio solo con i sensi. Lo cerchiamo, con fatica, nel nostro prossimo, ma Dio è dentro di noi, lo abbiamo ricevuto nel Battesimo. Seguiamo l’invito di Paolo e deponiamo “ l’uomo vecchio con la condotta di prima” e rivestiamoci “dell’ uomo nuovo, creato secondo Dio”. Cerchiamo, pertanto, Dio, non perché ci dia a sazietà del cibo che perisce, ma di quello che dura per la vita eterna, che ci viene elargito dal Figlio dell’uomo “ che discende dal cielo e dà la vita al mondo”.
Impegniamoci ad apparecchiare le nostre tavole giornaliere con questo genere di alimento che non troviamo, di certo, nei banchi del supermercato. Esso è distribuito dallo Spirito che abita in noi e che noi dimentichiamo di ospitare. “Comandò alle nubi dall’alto e apri le porte del cielo; fece piovere su di essi la manna per cibo e diede loro pane del cielo”.
Guardiamo al futuro con gli occhi pieni di speranza nonostante il panorama che ci viene dipinto, sempre più catastrofico? Siamo tentati di usare Dio e la Chiesa per i nostri fini invece che servirla?
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MessaggioOggetto: DOMENICA 9 AGOSTO 2009 - XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Ago 03, 2009 11:51 am

DOMENICA 9 AGOSTO 2009

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Giocarsi la vita nella fede
Il discorso sul pane di Gesù nella sinagoga di Cafarnao si snoda attraverso due elementi sempre uniti tra loro: la mia carne - il mio sangue; se non mangiate - se non bevete. Anche in questa domenica Gesù ci porta dal piano del sentire a quello del credere. Per ascoltare il discorso di Gesù e comprendere quanto Egli ci vuole rivelare dobbiamo porci sul piano del credere, sul piano della fede. Chi crede, dice Gesù, ha la vita eterna. Il cristiano vive nella fede. Si gioca tutto in un atto di fede. Il questi ultimi tempi sono moltissime le persone che sperano di vincere l’enalotto, sempre più hanno successo le trasmissioni dove si gioca e si vince “qualcosa”. Forse non ci rendiamo conto che abbiamo già ricevuto un biglietto premio valido per la vita eterna, quindi qualcosa che vale molto di più di qualsiasi vincita terrena. Sta a noi giocare in modo vincente: investire la nostra vita con Gesù, ci permette di vincere la vita eterna. Basta credere, il biglietto è gratis. Gesù ha già conquistato per noi la salvezza e ce l’ha data. Condizione necessaria per ottenerla: credere in Lui. La fede, nella quale Gesù ci ha salvato, non ci permette di cercare altri mezzi di salvezza. È come se per salire su un palazzo altissimo, facessimo le scale anziché prendere l’ascensore che è a nostra disposizione. L’Eucaristia è quest’ascensore che ci porta al Padre. L’unica cosa che dobbiamo fare è prenderlo con fede, perché ci porti lassù in Alto.
Ma cosa significa CREDERE? La fede ha tre aspetti:
1. Credere: non si limita a credere in Dio, bensì significa credere a Dio, che è una cosa molto diversa. Il fatto di credere in Dio non comporta nessun merito, perché anche satana crede in lui. Credere a Dio significa che l’uomo si affida totalmente e incondizionatamente a Lui. Non significa credere in qualche cosa, ma in Qualcuno, credere alla Sua Parola.
2. Confidare: rappresenta la certezza che Dio agisce secondo le sue promesse. Non secondo le nostre colpe o i nostri meriti, ma secondo i meriti di Gesù sulla croce. È la sicurezza di cose che non vediamo, ma che riusciamo in qualche modo a percepire. È la fiducia che dà la pace al bambino, che sta tra le braccia forti e amorose di suo Padre.
3. Dipendere: la fede ci porta ad obbedire a Dio, altrimenti non è fede. La fede che salva è quella che ci vuole sottomessi, non per obbligo o per timore verso Dio, ma è quella che ci porta ad obbedirgli come ad un padre che ci ama e vuole il meglio per i propri figli. Infine la fede ci porta a vivere secondo quello che crediamo altrimenti si rischia di ridurla a un’ideologia, una teoria o un sentimento. La fede, infatti non è sentimento, né si può misurare attraverso l’emozione o l’autosuggestione. È una decisione totale dell’uomo che coinvolge tutto il suo essere e tutta la sua persona. Mangiare il pane che Gesù ci offre, cioè la sua stessa vita, è credere che in quel pezzo di pane Lui è Presente, è lasciare che sia Lui a prendere in mano la nostra vita, lasciare che L’Eucarestia ci trasformi in Gesù.

Anche nella fede i poveri ci sono maestri. Ester vive a Lima, ha 35 anni, tutti la conoscono per la sua gioia di vivere. Suo marito, Pedro, è autista di veicoli pesanti. Carlos, 16 anni, Raúl, 12 anni e José, 5 anni, sono i loro tre figli. La famiglia di Ester e Pedro è una delle tante famiglie per le quali è normale affrontare le difficoltà quotidiane per la sopravvivenza. Il lavoro, come sempre, scarseggia e in questo periodo non si trova neppure qualche occupazione alternativa. Una domenica mattina Ester ci racconta:
“Ieri in casa non avevamo niente da cucinare. La piccola riserva di denaro era finita da tempo e nessuno di noi ha mangiato. Ciò che mi strappava il cuore era il pianto del piccolo José. Tutto il giorno mi si avvicinava chiedendomi un pane: ‘Tengo hambre, mamà’, (Ho fame, mamma) mi diceva tra le lacrime. Mio marito non sopporta tale impotenza. In questi momenti si chiude nel silenzio o esce di casa. Sente la responsabilità di padre e di sposo, dell’uomo che ha il dovere di procurare il cibo per la sua famiglia ma che non può farlo. Si sente un fallito. Nostro figlio maggiore è uscito a giocare a calcio con gli amici. So che lo fa per non pensare allo stomaco vuoto. Le ore passavano senza che nulla cambiasse. È arrivata la sera, il momento di cenare, ma la dispensa rimaneva vuota. Ho pensato di riunire tutti i miei figli per pregare. José mi tirava nervosamente la manica della camicia, ripetendo: ‘Tengo hambre, tengo hambre’. Raúl mi ha abbracciato forte, dicendo: ‘Non piangere, mamma, non importa se oggi non possiamo mangiare. Abbiamo cenato ieri. Ci sono, invece nel mondo tanti bambini che non mangiano per giorni e giorni. Noi stiamo bene e possiamo ringraziare Dio perché siamo tutti insieme, uniti e Gesù è con noi’. Il mio piccolo Raúl di 12 anni aveva ragione, la nostra mensa, apparentemente vuota, era in realtà riempita dalla presenza del Signore. Abbiamo pregato per tutti i popoli del mondo ai quali manca il pane quotidiano. Alla fine ci siamo sentiti più tranquilli, sereni. Il Signore era stato il nostro alimento. Questa mattina mi sono alzata con la preoccupazione di cominciare un nuovo giorno senza risorse. Mentre stavo cercando di prendere una decisione, qualcuno ha bussato alla porta. Con grande sorpresa mi sono trovata davanti una vicina alla quale l’anno scorso avevo fatto un piccolo prestito. La signora mi ha porto un pacchettino avvolto in un pezzo di carta: ‘È il denaro che mi ha prestato, Ester. Scusi se solo adesso sono riuscita a restituirlo. Grazie. Che Dio la benedica’. Sono rimasta senza parole. Il nostro Padre del cielo ha mandato la vicina proprio oggi perché sapeva che avevamo bisogno. Senza pane possiamo sopravvivere, ma senza Dio sarebbe impossibile!”

E per concludere una domanda: se il cristiano vive di fede, qual è il tuo ultimo atto di fede? A quando risale? Se non trovi una risposta, forse spiritualmente stai morendo e allora l’Eucaristia e la fede in Gesù presente in essa, può aiutarti a riprendere un po’ di forze e compiere chissà il tuo primo atto di fede cosciente.


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MessaggioOggetto: SABATO 15 AGOSTO 2009 - ASSUNZIONE DELLA BEATA VEGINE MARIA   Lun Ago 10, 2009 9:41 am

SABATO 15 AGOSTO 2009

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Girano voci tra i corridoi ecclesiasticoidi che la Madonna non sia vergine, che abbia avuto numerosi figli, che sia morta e non assunta in cielo e tante altre fesserie. Io invece, mi rifaccio al vangelo scritto ed al vangelo non scritto, ma irrorato dalla fede dei santi, martiri e non. Questa festa dell’Assunzione è proprio così: tradizione viva della Chiesa, e non per questo meno importante del vangelo.
Già la fede dei primi cristiani parla di “dormizione della Madonna”. In un certo senso è già qualcosa che si riferisce all’assunzione.
La fede, poi, crescendo negli anni, e grazie allo Spirito Santo (“che vi guiderà alla verità tutta intera...”) ha fatto capire che cosa è realmente Maria.
Assunzione, pertanto, è essere la prima dei risorti. Lei, la madre...diventa la prima figlia a risorgere dai morti.
Ci pensate? Dio ha lasciato una garanzia in più riguardo alla risurrezione finale, anticipando in Maria quello che sarà di noi. Forse è anche per questo che Maria è apparsa ed ha comunicato a noi, vedi Lourdes, Fatima, ed altri posti.
Il vangelo ce la presenta come la madre del Magnificat: una profezia grandissima, forse la più grande del nuovo testamento. i profetizza un po’ tutto il nostro cammino di fede cristiano. Come profezia ancora non si realizza tutta: i potenti si credono ancora onnipotenti, i ricchi sono ancora a mani piene, gli affamati hanno ancora fame. Però, noi, se ci crediamo, dobbiamo fare anche la nostra parte perché siamo all’interno di questa grande profezia.
Noi siamo chiamati a mettere in pratica il Magnificat con la nostra vita, nel nostro vissuto, dovunque siamo. Dappertutto e a tutte le età. E, quindi, diventiamo profeti in questo mondo. Capite la grandezza del cristianesimo? Essere profeti oggi, con la testimonianza del vangelo, con il mettere in pratica il Magnificat, con il dire “grazie” con la nostra vita a Dio.
L’Assunta è una festa un po’ mortificata: il 15 agosto si ricorda più come giorno di ferragosto che come Festa dell’Assunzione di Maria in cielo. Per celebrare questa festa dell’Assunta il Vangelo ci mostra l’incontro tra Maria ed Elisabetta, in fondo un incontro che è molto di più che un incontro tra due donne, tra due amiche, tra due sorelle, è molto di più; è come un annuncio profetico, è un segno anticipatore, anticipa quello che è il compimento: l’incontro tra Dio e l’uomo. Elisabetta rappresenta l’attesa di tutto il Popolo, lei è gravida di duemila anni di attesa e finalmente Dio, in Maria, visita il suo Popolo. In questo incontro avviene l’accoglienza, avviene l’abbraccio tra l’Amore di Dio e la fame di Dio dell’uomo. In questo incontro si compie la storia della salvezza di questa umanità che è uscita da Dio, si è allontanata da lui e che adesso Dio va a pescare, mandando suo Figlio. È l’abbraccio di due mondi: il mondo antico, quello che era solo promessa, e il mondo nuovo, i nuovi cieli e la nuova terra, il compimento della promessa.
Maria è la piena di Grazia, è la nuova Creatura, Maria è colei che porta Dio e che va a visitare, come nuova Arca il Popolo antico, sterile, senza Dio, rappresentato da Elisabetta; il popolo che aveva preso le distanze, che si era allontanato da Dio, ma questa volta il Popolo risponde all’abbraccio di Dio.
In Maria che incontra Elisabetta vediamo tutto l’Antico Testamento che sfocia in questa enorme novità che è l’irruzione di Dio nella storia, di Dio l’Assoluto che entra nel tempo, nella finitudine, è l’anticipo del compimento. Elisabetta esplode in un grido di esultanza: “Tu sei la Madre del mio Signore!” Cosa comprende Elisabetta? Comprende chi è Maria, comprende chi è il bambino che porta nel grembo, comprende il rapporto che c’è tra questa madre, Maria e questo Figlio e glielo rivela: “Tu sei la Madre del mio Signore.”
Elisabetta comprende anche un’altra cosa, capisce che a lei non le è stato soltanto regalato un figlio come a Sara, come a Rebecca, come alle altre donne sterili dell’Antico testamento, comprende che entrambe sono legate da un progetto di Dio che vuole fare in Gesù, un nuovo uomo, una umanità nuova.
Questo incontro non può che essere vissuto nella gioia, nell’esultanza: esulta il bambino nel seno di Elisabetta, esulta Elisabetta, esulta Maria che esploderà con il Magnificat, esulta Dio nel grembo di Maria per questa umanità ritrovata.
Dirai: E l’Assunzione di Maria cosa c’entra? È il compimento dell’amore di Dio per l’uomo. Maria anticipa come creatura il destino ultimo dell’uomo: vivere anche con il suo corpo in Dio per tutta l’eternità. Maria è la creatura scelta da Dio per portare ad ogni uomo questo annuncio: Dio ha preso carne, perché l’uomo “diventasse Dio”, come dicono i Padri della Chiesa.
E come dice il Montfort, Maria è il cammino, la via più perfetta e sicura per arrivare a Dio: “Maria è la via migliore di tutte, una via facile, breve, perfetta, sicura.
È una via facile per la pienezza della grazia e dell’unzione dello Spirito Santo di cui è ricolma. Camminandovi, né ci si tanca né si indietreggia.
È una via breve: in poco tempo ci conduce a Gesù Cristo.
È una via perfetta: sul suo percorso non v’è fango, né polvere, né la minima sozzura di peccato.
È una via sicura per la quale si giunge a Gesù Cristo e alla vita eterna in modo diritto e sicuro, senza deflettere né a destra, né a sinistra.”
Cosa farai in questo ferragosto non lo so, spero tu abbia la possibilità di fare un “tuffo” in Maria per lasciarti portare in Dio; o percorrendo un sentiero in montagna possa un giorno pensare che anche lei è una via sicura verso la meta. Se sei rimasto a casa, speriamo che in qualche modo possa aver celebrato questa festa.
Vi abbraccio tutti e vi affido alla Madre Assunta in Cielo, vergine prima dopo e durante il parto, che ha partorito solo Gesù concepito dallo Spirito Santo... e che oggi è per noi la prima dei Risorti.
AUGURI A TUTTI
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MessaggioOggetto: DOMENICA 16 AGOSTO 2009 - XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Ago 10, 2009 9:46 am

DOMENICA 16 AGOSTO 2009

XX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Anche questa domenica la liturgia ci propone il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni. Al discorso sul pane si aggiunge quello sul vino, all’immagine del cibo quella della bevanda, al dono della sua carne quello del suo sangue. Il simbolismo eucaristico raggiunge il suo culmine e la sua completezza. L’Eucaristia è un banchetto e in ogni banchetto non si mangia soltanto, ma si mangia e si beve.
Perché Gesù ha voluto darci non solo il suo corpo, ma anche il suo sangue nel segno del vino? Cosa rappresenta il sangue? Per noi, oggi, il sangue non è che un organo del nostro corpo, accanto ad altri. Ma nella mentalità della Bibbia è ben altro. Il sangue era considerato la sede della vita. Per questo gli ebrei, anche oggi, non possono mangiare le carne di animali soffocati, cioè che hanno il sangue dentro. Mangiare il sangue sarebbe come mangiare la vita che è sacra e appartiene solo a Dio. Se dunque il sangue è la sede della vita, allora il versamento del sangue è il segno plastico della morte. Donandoci il suo sangue, Gesù ci dona la sua morte con tutto ciò che essa ci ha procurato: la remissione dei peccati, il dono dello Spirito. Noi sappiamo cosa significa dire a qualcuno: “Mi costi sangue!” Il sangue è il simbolo più forte di tutto il dolore che c’è sulla terra. Se dunque nel segno del pane arriva sull’altare il lavoro dell’uomo, nel segno del vino e del sangue vi giunge tutta la sua sofferenza.
Ma perché Gesù ha scelto proprio il segno del vino? Solo per una affinità di colore? Cosa rappresenta il vino per gli uomini? Rappresenta la gioia; la festa. Gesù moltiplica i pani per la necessità della gente, ma a Cana moltiplica il vino per la gioia dei commensali. Il vino rappresenta nella vita, la poesia e il colore; è come la danza rispetto al semplice camminare, o il giocare rispetto al lavorare. Gesù scegliendo pane e vino, ha voluto indicare anche la santificazione della gioia. Ma allora, come è possibile che lo stesso segno rappresenti in quanto sangue la sofferenza e in quanto vino la gioia? Non si escludono a vicenda queste due cose? No, se pensiamo al sacrificio fatto per amore, come fu quello di Cristo. Il vino rappresenta la gioia del sacrificio! Nel dolore gli uomini si rivolgono naturalmente a Dio, mentre le gioie preferiamo godercele da soli. Quando riceviamo qualche gioia nella vita ci comportiamo a volte, come il cane che ha ricevuto un osso del suo padrone e subito lgi volta le spalle e va a goderselo in disparte, per paura che glielo portino via.
Un giorno, un santo orientale, San Simeone il Nuovo Teologo, sperimentò una gioia così forte, da credere di aver raggiunto l’apice ed esclamò: “Se il paradiso non è che questo, mi basta!” Un voce però gli disse: “Sei ben meschino se ti accontenti di questo. La tua gioia presente, rispetto a quella futura, è come un cielo dipinto sulla carta, rispetto al cielo vero”.
Il pellicano è divenuto simbolo dell’Eucaristia perché si credeva che questo uccello, quando non ha più nulla da dare ai suoi piccoli, si apre con il becco una ferita nel costato e li nutre con il suo sangue. Molti sono i testimoni martiri che hanno dato la vita versando il loro sangue. Ci è di esempio Oscar Romero, Vescovo martire per il suo popolo salvadoregno. Ecco ciò che potremmo definire il suo testamento spirituale:
“Sono spesso stato minacciato di morte... Come pastore sono obbligato, per mandato divino, a dare la vita per coloro che amo, che sono salvadoregni, anche per quelli che mi vogliono uccidere. Il martirio è una grazia di Dio che non credo di meritare. Ma se Dio accetta il sacrificio della mia vita, possa il mio sangue essere semente di libertà e segno che la speranza sarà presto realtà. Se è accetta a Dio, possa la mia morte servire alla liberazione del mio popolo. Perdono e benedico coloro che ne saranno la causa... perderanno il loro tempo: morirà un Vescovo, ma la Chiesa di Dio, che è il popolo, non perirà mai.”
Fu brutalmente ucciso all’altare nel momento della consacrazione, mescolando il suo sangue con quello di Cristo.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 23 AGOSTO 2009 - XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Ago 18, 2009 9:36 am

DOMENICA 23 AGOSTO 2009

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Tirarsi indietro
Con il Vangelo di questa domenica si conclude il ciclo dei vangeli tratti dal capitolo 6° di San Giovanni. Un capitolo “tosto” che non si smentisce nemmeno nelle ultime righe: assistiamo infatti a un epilogo drammatico dell’intero discorso. Alcuni hanno trovato molto duro il discorso di Gesù e hanno preferito andarsene. Allora Gesù si rivolge agli apostoli e dice: “Volete andarvene anche voi?”. E Pietro risponde con bellissime parole: “Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna.” Possiamo dire così che da quel momento, pur non mancando altri momenti di difficoltà, i discepoli optano definitivamente per Gesù. Hanno capito che seguire Gesù è un cammino in salita, faticoso, che lui non avrebbe realizzato tutti i sogni, anzi dopo l’invito ad abbandonare tutto, a rinunciare a tutto per seguirlo, ora indica come strada il dare la vita. Non è sufficiente rinunciare alle proprie cose, ai propri affetti, la sequela a Gesù comporta anche dare la propria vita: “dare da mangiare la propria carne per la salvezza del mondo”.
Viene un momento in cui bisogna decidersi per Gesù. Anche Gesù prende l’iniziativa di allontanare coloro che non credevano, che però stavano con lui forse per comodità, per opportunità. E alcuni effettivamente si tirano indietro. Anche i dodici si rendono conto che ormai non è più possibile rimanere vicino a Gesù per interesse, in modo passivo, stando a vedere cosa succederà alla prossima... Occorre credere in Lui: “Signore, tu solo hai parole di vita eterna”. È una professione di fede. Dinanzi al Signore che rivela la sua identità più profonda di Figlio inviato dal Padre come cibo per la salvezza del mondo i dodici rinunciano a discutere in termini puramente umani e credono.
Credere non è rinunciare a comprendere, credere è comprendere che c’è una possibilità che ancora non conosco, ma è una certezza: so che è il Signore. È molto bello legare questo discorso duro sull’eucaristia ai discepoli di Emmaus che “riconobbero Gesù allo spezzare il pane”. In un gesto così semplice, così usuale, così quotidiano, gli occhi dell’intelligenza si aprono dinanzi al mistero. Credere è dire di sì a questo mistero che si svela ai nostri occhi piano piano.
Ma vorremmo soffermarci su quelli che si tirarono indietro. Vengono spese sempre molte belle parole su segue Gesù e gli altri? Chi sono quelli che si tirano indietro?
Forse gente ne più ne meno come noi che tante volte ci tiriamo indietro dinanzi alle nostre responsabilità di uomini, di donne, di cittadini, di figli di Dio. Lasciamo fare agli altri, lasciamo che la vita sia costruita da altri, però ci lamentiamo che poi le cose non vanno per il verso giusto, ci lamentiamo che c’è la guerra e non la pace, che c’è la fame e non il cibo per tutti, che c’è l’ingiustizia... Sì possiamo dire che quelli che si tirano indietro sono quelli che rimangono a guardare, a brontolare, a dire: “Si poteva fare di meglio”. Sono coloro che hanno rinunciato a salire in cordata con gli altri o peggio ancora quelli che fanno fallire i progetti più belli, perché tirando continuamente indietro fanno rpecipitare anche gli altri. Sono coloro che hanno mancato all’appuntamento più importante: trovarsi sotto la Croce e comprendere che quell’Uomo in cui non hanno creduto è invece il Figlio di Dio che avrebbe potuto cambiare completamente la loro vita.
Qualcuno ci ha creduto, per qualcuno è bastato un istante, per altri c’è voluto più tempo, ma non si sono tirati indietro dinanzi alla “durezza” della sequela di Gesù. Nel desiderio di trascrivere le loro testimonianze riportiamo la conversione di fronte all’Eucaristia di un noto giornalista e scrittore francese André Frossard, estrapolata dal suo libro: “Dio esiste. Io l’ho incontrato”.

Entrato alle 5,10 in una cappella del quartiere latino di Parigi, per cercarvi un amico, ne sono uscito alle 5 e un quarto in compagnia di una amicizia che non era di questa terra. Entratovi scettico ed ateo... più ancora che scettico e più ancora che ateo, indifferente e preoccupato di ben altre cose che da un Dio che non pensavo neppur più a negare... In piedi accanto alla porta, cerco con gli occhi il mio amico, ma non riesco a riconoscerlo... Il mio sguardo passa dall’ombra alla luce... dai fedeli, alle religiose, all’altare... Si ferma sulla seconda candela che brucia a sinistra della Croce (ignoro di trovarmi di fronte al Santissimo Sacramento). E allora d’improvviso si scatena la serie di prodigi la cui inesorabile violenza smantellerà in un istante l’essere assurdo che sono, per far nascere il ragazzo stupefatto che non sono mai stato... Dapprima mi vengono suggerite queste parole “Vita Spirituale”... come se fossero pronunciate accanto a me sottovoce... poi una grande luce,... un mondo, un altro mondo d’uno splendore e di una densità che rimandano di colpo il nostro tra le ombre fragili dei sogni irrealizzati... l’evidenza di Dio... del quale sento tutta la dolcezza... una dolcezza attiva, sconvolgente, al di là di ogni violenza, capace di infrangere la pietra più dura e, più duro della pietra, il cuore umano. La sua irruzione straripante, totale, s’accompagna con una gioia che è l’esultanza del salvato, la gioia del naufrago raccolto in tempo. Queste sensazioni, che trovo fatica a tradurre in un linguaggio inadeguato delle idee e delle immagini, sono simultanee... Tutto è dominato dalla presenza... di colui del quale non potrò mai più scrivere il nome senza timore di ferire la sua tenerezza, colui davanti al quale ho la fortuna di essere un figlio perdonato che si sveglia per imparare che tutto è dono. Commenta Frossard: “Dio esisteva ed era presente, rivelato, mascherato ad un tempo da quella delegazione di luce che senza discorsi ne figure dava tutto alla comprensione e all’amore... Una cosa sola mi sorprende: l’Eucaristia; non che mi sembrasse incredibile, ma mi stupiva che la carità divina avesse trovato questo metodo inaudito per comunicarsi, e soprattutto che avesse scelto per farlo, il pane, che è l’alimento del povero e il cibo preferito dei ragazzi...”.

Conclude Frossard la sua confessione con queste bellissime parole: “Amore, per parlare di te sarà troppo corta l’eternità”. Ciò che poteva apparire troppo duro, è entrato ad un certo punto della sua vita con un’irruenza tale da sconvolgerla. E ciò che era troppo duro è diventato nella fede un amore di infinita tenerezza.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:21 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 30 AGOSTO 2009 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Ago 24, 2009 9:22 am

DOMENICA 30 AGOSTO 2009

XXII DOMENICA DEL TEMO ORDINARIO


Per un’ecologia del cuore
Dopo la parentesi delle cinque domeniche passate in compagnia del Vangelo di Giovanni ora riprendiamo la lettura del Vangelo di Marco. Anche in questa domenica viene riproposto un fatto a noi molto vicino. Al tempo di Gesù, i farisei non mangiavano se non si erano lavati le mani fino al gomito e, tornando dal mercato, non si mettevano a tavola, senza aver fatto prima le dovute abluzioni. Davano un’importanza straordinaria alla purità rituale, o esteriore, facendo dipendere da essa la loro santità davanti a Dio. Un giorno, vedendo che i discepoli di Gesù mangiavano senza prima aver fatto tutte le abluzioni, essi mossero al Maestro il rimprovero di non attenersi alle tradizioni degli antichi. Questo divenne l’occasione per un fondamentale insegnamento da parte di Cristo.
“Ascoltatemi tutti e intendete bene: non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo... Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono le intenzioni cattive.”
Con queste parole Gesù operava una vera e propria rivoluzione religiosa, rispetto alla mentalità dominante. Spostava l’asse dell’attenzione dall’esterno all’interno. Ma cosa dice a noi uomini del terzo milennio questa importante pagina del Vangelo? Ci viene in aiuto il commento di padre Raniero Cantalamessa:
“Vi possiamo cogliere anzitutto un insegnamento nuovo non solo sul piano individuale, ma anche sociale e collettivo. La distorsione che Gesù denunciava in alcuni farisei del suo tempo, di dare più importanza alla pulizia esteriore che alla purezza del cuore si riproduce oggi su scala mondiale. Ci si preoccupa moltissimo dell’inquinamento fisico dell’atmosfera, delle acque, del buco nell’ozono; invece silenzio quasi assoluto sull’inquinamento interiore e morale. Chi si preoccupa infatti dell’inquinamento della verità dovuto a forme distorte di informazione, o di certi abusi della sessualità e manipolazioni genetiche che minacciano di inquinare le sorgenti stesse della vita? Ci indigniamo vedendo immagini di uccelli marini che escono dalle acque inquinate da chiazze di petrolio, ricoperti di catrame e incapaci di volare, ma non facciamo altrettanto per i bambini precocemente viziati e spenti, a causa della coltre di malizia che ormai si stende su ogni aspetto della vita.
Su un piano più personale siamo attentissimi a ciò che entra in noi dalla bocca: se i cibi sono avariati o scaduti; i prodotti non possono essere venduti se non hanno nell’etichetta i requisiti di dove è stato coltivato un determinato prodotto, con che cosa è stato concimato il terreno... Ma siamo altrettanto attenti a ciò che “esce” da essa (parole taglienti, violente, a volte false)? Meritiamo anche noi il rimprovero di Cristo: “Ipocriti!”.
Gesù va alla radice del male. Per ricostruire le cause di un incendio, si cerca di individuare il punto da cui si sono sviluppate le fiamme; così bisogna fare per combattere tutto l’inquinamento che c’è nel mondo. E la ricerca ci riporta invariabilmente a un punto preciso: il cuore dell’uomo, il suo egoismo, la sua cupidigia, invidia, superficialità, negligenza”.

Gesù lancia dunque nel suo Vangelo il programma di una ecologia del cuore. BISOGNA RISANARE IL CUORE DELL’UOMO CHE È LA SORGENTE DI TUTTO.
Eco-logia, cosa significa?
Niente a che vedere con l’eco che ci risponde quando gridiamo all’aperto. Eco, in questo caso, viene dal greco oikos, che significa casa e, per estensione, l’ambiente in cui uno vive. Se ecologia significa custodire e tenere pulito l’ambiente, è chiaro che bisogna cominciare dall’ambiente più vicino che è il mio cuore, quell’angolino dell’universo che dipende solo da me tener pulito. Sono tante le cose che inquinano il cuore: Gesù è attento e ci dice: “Dal cuore escono le intenzioni cattive: fornicazioni, furti, omicidi, adulteri, cupidigie, malvagità, inganno, impudicizia, invidia, calunnia, superbia, stoltezza... Tutte queste cose contaminano l’uomo.” Vogliamo davvero intraprendere un’opera di bonifica del cuore? Intraprendiamo una lotta senza quartiere alla nostra abitudine di scendere al pettegolezzo, di riferire critiche, di partecipare a mormorazioni contro persone assenti, di trinciare giudizi avventati. Questo è un veleno difficilissimo da neutralizzare, una volta diffuso.
Gli adetti alla nettezza urbana (gli operatori ecologici) hanno un posto dove portare i rifiuti: il forno inceneritore. Anche Gesù ha previsto, per l’ecologia del cuore, un forno inceneritore: è il sacramento della riconciliazione, la confessione, accompagnata da un sincero pentimento. È lui stesso il forno inceneritore, sempre pronto a prendere i nostri peccati e a lavarli con il suo sangue. Allora, dopo le vacanze, approfittiamo ancora di qualche giorno libero per una buona pulizia del cuore, oltre a togliere la polvere depositatasi nei mobili durante le vacanze, puliamo anche le incrostazioni del nostro cuore. Buona settimana.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 6 SETTEMBRE 2009 - XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Ago 31, 2009 9:06 pm

DOMENICA 6 SETTEMBRE 2009

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa domenica ci riferisce il miracolo compiuto da Gesù nei confronti di un sordomuto, un uomo che non aveva mai avuto la possibilità di udire né di parlare.
L’evangelista Marco ce lo racconta con poche parole, brevi e semplici, per cui rischiamo di non aver ben presente qual era la condizione di quest’uomo prima di incontrare Gesù.
Il mondo di chi non ha né udito né voce è silenzioso e ovattato, e facciamo molta fatica a immaginarcelo. Soprattutto oggi che abbiamo sempre una colonna sonora nella nostra vita: radio, tv, mp3, i-pod…
Chi è sordo non ha la possibilità di conoscere tutto il mondo di suoni e rumori che ci circondano continuamente. In effetti, quasi non riusciamo a pensare un esistenza senza suoni: fin da quando siamo nella pancia della mamma, prima ancora di nascere, riusciamo a percepire i suoni dell’ambiente e sappiamo riconoscere le voci dei nostri genitori! Prima di vedere i loro volti, già conosciamo il suono della loro voce!
E poi, durante tutta la nostra vita, c’è sempre qualche suono che ci accompagna: anche nel silenzio più assoluto, possiamo udire il nostro respiro e il battito del nostro cuore.
Impariamo presto a riconoscere i diversi suoni della natura, e ci sembrerebbe impossibile vivere senza il fruscio del vento, senza il canto degli uccelli, senza lo scroscio della pioggia, senza lo sciabordio delle onde del mare o lo scoppiettio del fuoco…
Una vita senza canzoni, senza musica, senza il suono della risate, delle voci di chi ci vuol bene e pronuncia il nostro nome con affetto speciale…
È triste ammalarsi e perdere l’udito: ma in questo caso si mantiene almeno la capacità di parlare e si conserva il ricordo di tutti i suoni, rumori, melodie, che ascoltati fino a quel momento.
Ma chi nasce senza la capacità di udire, oltre ad essere immerso in un universo silenzioso, fa molta fatica a capire che è possibile parlare: resta muto, perché non sa cosa sono i suoni e le parole.
Chi nasce sordo non conosce le capacità delle sue corde vocali, non sa come usarle e non sa di avere una voce.
Conosco una ragazza, si chiama Ornella ed è nata sorda. Per lei il mondo non ha suoni. Al massimo ci sono le vibrazioni delle onde sonore: se appoggia le mani su un altoparlante, non sente la melodia della musica, ma la vibrazione della cassa.
Un po’ quello che succede anche con la nostra gola: fate come me, poggiate il palmo della vostra mano, leggermente, sulla vostra gola. Fatto?
Bene, ora dite piano, senza gridare, insieme a me: aaaaaaaaa…
Sentite come vibrano le corde vocali dentro la gola?
Ecco, una persona che è nata sorda deve imparare attraverso le mani a riconoscere le vibrazioni della sua gola, per riuscire a parlare.
Ornella, con l’aiuto di una maestra speciale e dei suoi genitori, ha faticato tanto per imparare a parlare. Ora ci riesce e si fa capire benissimo. Non sente con le orecchie le parole della gente che ha intorno, ma sa leggere le labbra di chi ha di fronte, capendo ogni conversazione. Risponde tranquilla, con una voce appena un po’ rauca. Chi non la conosce, di solito non capisce che è sorda e che un tempo era anche muta.
Al tempo di Gesù, però, la medicina non era sviluppata come adesso e chi nasceva sordo non scopriva mai la possibilità di parlare.
Questa era quindi la condizione del protagonista del miracolo di oggi, incapace di udire e di parlare. Non conosciamo il nome di quest’uomo, sappiamo solo qual era il suo dolore, la sua sofferenza: “Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano.”
Non può neppure chiedere di guarire, perché non può usare la parola. Sono altri, forse i suoi parenti o forse i suoi amici, a portarlo dal Rabbi di Nazareth e sono ancora gli altri a chiedere per lui la guarigione.
Gesù dimostra una volta di più la sua delicatezza verso ogni persona: non compie il miracolo davanti a tutti, ma prende per mano l’uomo sordomuto e lo porta lontano dalla folla.
Il Maestro sa bene che nel primo momento in cui riacquisterà l’udito e la parola, quell’uomo proverà anche una grandissima emozione; per questo lo porta un po’ in disparte, perché possa vivere la sua guarigione lontano dalla folla, lontano dagli occhi curiosi di chi vuol vedere cosa succede.
Per una persona abituata al silenzio della sordità, potrebbe essere qualcosa di troppo violento il suono di tante voci che gridano e si meravigliano; ci vuole un po’ di distanza, per dargli modo di abituarsi alla nuova condizione di vita che sta per sperimentare.
Mi colpiscono, in questo vangelo, i due verbi che usa l’evangelista Marco per descrivere che cosa avviene quando Gesù compie il miracolo.
“E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.”
Le orecchie si aprono come se ci fosse stato dentro un tappo, come se fossero state bloccate, ostruite: si spalanca la porta al mondo dei suoni, delle parole, dei rumori, della comunicazione con gli altri.
E la lingua? L’evangelista Marco dice che “si sciolse il nodo”, come se la lingua fosse annodata, come si fa come una corda: non si potrebbe certo parlare con la lingua annodata, giusto? Per il sordomuto, acquistare improvvisamente la possibilità di parlare, di raccontare, di cantare, di sussurrare… è una libertà nuova e stupenda!
Il Maestro e Signore non vorrebbe fosse fatta troppa pubblicità a quanto avvenuto, ma questo risulta praticamente impossibile! Tutti quelli che erano presenti al miracolo sono pieni di stupore e di gioia e non la finiscono di raccontare ovunque quanto è accaduto: “Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”
Riflettendo su questa pagina del Vangelo mi è venuto da pensare che veramente è un miracolo che ci tocca da vicino, perché riguarda la capacità di comunicare che abbiamo tutti noi esseri umani.
Uno degli aspetti che distinguono uomini e donne rispetto ad ogni altro vivente, è la capacità di possedere un linguaggio fatto di parole, attraverso le quali entrare in dialogo con i propri simili e condividere tutto quello che ci portiamo dentro.
Avete mai pensato quanto siano importanti nella nostra vita i suoni e le parole? Anche prima di imparare a parlare, quando eravamo dei bimbi piccoli piccoli siamo stati circondati da suoni e parole, che ci hanno aiutato a crescere.
Per una persona sordomuta il mondo è senza suoni e senza parole, è un mondo in cui la comunicazione diventa molto più difficile.
È vero, ci sono situazioni in cui riusciamo a comunicare anche senza parole: in alcune occasioni può bastare uno sguardo, un sorriso, un abbraccio per comprendersi l’un l’altro, ma di solito il modo più facile per conoscersi, per fare amicizia, per condividere i pensieri e le emozioni, è proprio parlare insieme.
Quindi con il miracolo che abbiamo letto oggi nel Vangelo, non viene descritta solo la guarigione da una malattia, non si tratta solo di sanare un difetto fisico, di far funzionare di nuovo l’udito e la voce di quel sordomuto: è molto di più, perché il Rabbi di Nazareth dona all’uomo guarito la possibilità di comunicare, di entrare in dialogo, in relazione, in amicizia, con le persone che ha attorno.
Riacquistare l’udito e la voce dona al protagonista del miracolo di oggi una vita nuova, in cui c’è tanto spazio per le risate e le arrabbiature, le confidenze e i chiarimenti, le favole e i progetti da condividere...
Ora che può esprimere i suoi pensieri, i suoi sentimenti, i suoi sogni, i suoi desideri, le sue speranze, diventa quasi una persona nuova.
E noi, che siamo nati senza problemi di udito e di parola, viviamo bene il dono della comunicazione? Sappiamo ascoltare chi ci è vicino, non solo sentendo le parole che ci vengono dette, ma ascoltandole con il cuore attento? Sappiamo usare al meglio il dono della nostra voce, non per fare i prepotenti, per prendere in giro, per usare parole sgarbate, ma per offrire amicizia, gentilezza, dialogo, incontro?
Ci ricordiamo qualche volta di avere orecchie e voce, o diamo per scontato il nostro corpo e tutte le possibilità che ci offre?
Tra poco ricomincerà la scuola: avremo tanto da ascoltare e tante volte faremo fatica a tenere a bada le parole che escono dalla nostra bocca prima che ce ne rendiamo conto. Allora, in questa settimana, proviamo a fare attenzione al modo in cui usiamo le orecchie e la voce: se siamo capaci di offrire davvero ascolto a chi ci sta accanto e se dalla nostra bocca escono parole gentili, amabili, gradevoli, che donano gioia a chi le ascolta. Proviamo a riconoscere e a rallegrarci per tutte le occasioni in cui udito e parola ci permettono di stare bene con gli amici, di gustare i momenti di gioco, di sentire che ci vogliamo bene. Vedrete che sono numerosissime, fino al punto che ormai non ci badiamo più! Naturalmente, in questa specie di caccia al tesoro, non dimentichiamoci di dire: Grazie!, al Padre Buono che ci ha donato la capacità di comunicare.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 13 SETTEMBRE 2009 - XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Set 08, 2009 3:09 pm

DOMENICA 13 SETTEMBRE 2009

XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Voi siete curiosi? Vi interessa sapere che cosa gli altri dicono di voi, quando non ci siete? Mi hanno spiegato che in genere sono davvero poche le persone non interessate all’opinione che gli altri hanno di loro: più o meno tutti vorremmo sapere che cosa la gente pensa di noi, augurandoci ovviamente che siano pensieri lusinghieri nei nostri confronti, che ognuno pensi e dica di noi tutto il bene e il meglio!
Proprio nel Vangelo di oggi sembra che anche Gesù abbia questa curiosità, ci avete fatto caso?
Riguardiamo insieme il racconto che ci ha offerto l’evangelista Marco: Gesù e i discepoli sono in cammino e il Maestro rivolge ai Dodici questa domanda: “La gente, chi dice che io sia?”
Sembra proprio la curiosità di cui parlavamo prima! Possibile che anche il Maestro e Signore si lasci prendere dalla curiosità?
No, certo, non ha bisogno di fare domande di questo genere, Lui, proprio Lui che ha il potere di leggere il cuore e la mente di ogni creatura! La sua non può essere semplice curiosità; ci deve essere un motivo importante per questa domanda.
Ora, il Rabbi sa che la gente parla di lui; sa che le persone che lo ascoltano s’interrogano su questo giovane tanto sapiente e ciascuno si è fatto un’idea diversa su di lui. Ma tra i tanti c’è qualcuno, almeno qualcuno, che è riuscito a riconoscere nel Maestro di Nazareth il Figlio di Dio?
Per accompagnare i discepoli verso questa importante verità, prova a lasciarli esprimere liberamente. Non è un’indagine, ma una conversazione tranquilla, fatta lungo la strada. Devono spostarsi a piedi da un villaggio all’altro e, strada facendo, è normale chiacchierare un po’, giusto?
Dunque, mentre vanno, il Maestro domanda: “La gente, chi dice che io sia?”
Tutti coloro che lo vanno ad ascoltare, che lo seguono, che hanno magari assistito anche ad alcuni miracoli, che idea si sono fatta?
Le risposte che riceve dimostrano che tra i discepoli le idee sono un po’ confuse: “essi gli risposero: Giovanni il Battista; altri dicono Elìa e altri uno dei profeti”.
Idee diverse, quindi. C’è chi pensa che Gesù sia Giovanni Battista: pur sapendo che Erode aveva fatto uccidere Giovanni, molti sperano che la notizia sia falsa e che Giovanni sia invece vivo e sia tornato facendosi chiamare Gesù.
Altri fanno ipotesi ancora più fantasiose: Gesù sarebbe l’antico profeta Elia, tornato dal cielo. Altri ancora non sono ben sicuri di chi sia Gesù, ma sono certi che si tratti di un profeta, cioè di un inviato da Dio.
Da vero Maestro, Gesù non si accontenta e invita gli Apostoli ad esprimere il loro parere personale: “Ma voi, chi dite che io sia?”
Non basta sapere cosa dice la gente: voi, proprio voi, che vivete con me giorno dopo giorno, che condividete la fatica, il sudore, i pasti, il sonno, le conversazioni, le risate… Voi che mi ascoltate insegnare e mi vedete pregare nei momenti di solitudine… Voi, che siete i miei amici speciali, quelli che ho scelto, chiamato, voluto insieme, cosa dite di me? Chi pensate che io sia, veramente?
A nome di tutti prende la parola Pietro e dà una risposta stupefacente: “Tu sei il Cristo”.
Sì, questa è la verità, Gesù è il Cristo, cioè “l’unto di Dio”, il Messia, il Salvatore promesso da Dio Padre e atteso da sempre. Tutte le promesse di Dio si compiono in Gesù. Sì, veramente è Lui, Gesù, l’atteso, il Figlio di Dio vivente tra noi.
L’amicizia tra Dio e l’umanità, cominciata con l’Alleanza stretta con Abramo, trova il suo punto di arrivo in Gesù. L’amore di Dio Padre ha un volto, un corpo, una voce, un sorriso, nella persona di Gesù.
Pietro non poteva dare una risposta migliore: breve, ma che descrive esattamente il mistero di Gesù.
E il Maestro e Signore è proprio felice di questa risposta! È contento anche perché, se gli Apostoli hanno compreso così bene che Lui è il Figlio di Dio, allora può spiegare loro che cosa gli accadrà: “E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere”.
Parla della sua Passione, delle sofferenze che dovrà affrontare, della croce che lo attende, della morte a cui sarà condannato. Spiega anche che dopo tre giorni risusciterà, ma questo gli Apostoli non sono in grado di comprenderlo. Sono scossi e sconvolti per tutti i discorsi sulla sofferenza e la morte che il loro amato Rabbi ha appena pronunciato.
Fino ad ora non aveva mai parlato loro così apertamente e proprio non si aspettavano la descrizione di un futuro tanto doloroso. Restano muti, assorti; solo Pietro prende di nuovo la parola.
Però lo fa sottovoce, tirando Gesù un po’ in disparte, per non farsi sentire. Pietro rimprovera il suo Maestro per tutti quei discorsi: “Ma cosa dici? – gli domanda – E perché ora ti metti a parlare di Croce e di sofferenze, di morte? Come ti salta in testa di dire che sarai accusato dagli scribi e dai sommi sacerdoti? Come ti viene in mente di dire che verrai ucciso? Vuoi spaventare tutti?... Lascia perdere questi argomenti, non ti accadrà nulla di male, vedrai! Noi siamo in dodici, sempre con te: nessuno ti colpirà! Ti proteggiamo noi. E poi c’è la gente che ti ama e ti segue dappertutto! Di cosa ti preoccupi? Lascia stare tutte ‘ste storie di morte e di croce!”
Gesù però non si lascia zittire da Pietro, anzi: mentre l’Apostolo ha parlato a denti stretti, a voce bassa, per non farsi sentire dagli altri, il Maestro e Signore alza la voce, parla forte, rivolgendosi in modo che tutti gli Apostoli sentano bene: “Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.
Cioè gli dice: “Allontanati, stammi alla larga, Pietro, perché se parli così non mi sei amico, ma sei il mio nemico, proprio come Satana!...Se parli così, significa che ancora non sai ragionare secondo il cuore di Dio. Se non riesci a capire che esiste un amore più forte della morte, allora tu non ragioni secondo il cuore di Dio. Se non comprendi che si può amare sino a dare la vita, il tuo cuore è ancora lontano dalla logica di Dio. Se ti lasci vincere dalla paura delle sofferenze e della morte, allora non hai capito ancora nulla di quello che vado insegnando da tre anni!”
È un discorso serio e difficile, questo di Gesù, e l’evangelista Marco non ci riferisce nulla della reazione degli Apostoli dopo queste parole. Ma riusciamo facilmente a immaginare che siano rimasti ancora più muti di prima, ancora più sconvolti.
Come li capiamo!
È così duro per noi riuscire a entrare in questa logica di Dio! È così amaro il pensiero della sofferenza e della morte, che ci sembra impossibile accoglierlo con pace, senza farci schiacciare dalla paura!
Però siamo in grado di capire che esiste un amore più forte della morte, questo sì. Sappiamo, crediamo, siamo convinti, che per amore si può arrivare anche a dare la vita.
Non è detto che noi, tutti noi presenti qui, siamo capaci di farlo, però un amore così riusciamo a pensarlo e a comprenderlo!
Allora prendiamo esempio dagli Apostoli e restiamo anche noi, come loro, in silenzio; per ripensare al dialogo tra Gesù e Pietro, per lasciarci raggiungere dalla verità di un amore così grande che arriva dare la vita, che rischia la sofferenza, la croce e la morte. Nel silenzio del cuore riconosciamo con slancio e convinzione che veramente Gesù è il Cristo, che veramente Lui è il compimento di tutte le promesse di Dio Padre. Nel silenzio dell’anima, riconfermiamo il nostro desiderio di seguire Lui, l’unico Maestro e Signore che ama fino a dare la vita.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:22 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 20 SETTEMBRE 2009 - XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Set 15, 2009 9:36 am

DOMENICA 20 SETTEMBRE 2009

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Non so se ci avete fatto caso, ma siamo tutti abituati a “fare classifiche”: alla TV sentiamo parlare dei programmi con l’auditel più alto; sui giornali si pubblicano ogni settimana i titoli dei 10 film più visti, dei 5 libri più venduti, delle 10 canzoni più trasmesse alla radio…
Poi ci sono le nostre classifiche personali: gli amici più simpatici, i più bravi della classe, i più forti a braccio di ferro, i migliori a giocare a calcio, chi fa più canestri, chi fa meglio la spaccata…
Ci si ricorda dei campioni del mondo, di chi batte i record, di chi vince la medaglia d’oro (di chi vince il bronzo, quasi subito ci dimentichiamo). Le persone più famose e più importanti sono anche quelle più ammirate.
Non è una novità di oggi, di sicuro: è sempre stato così, in ogni tempo. Proprio il Vangelo di oggi ce lo dimostra attraverso il racconto dell’evangelista Marco.
Gesù e i Dodici stanno viaggiando a piedi, come al solito. Lungo la strada il loro Rabbi ripete ancora quello che aveva già detto la scorsa settimana: parla della sua Passione, spiega che cosa gli succederà tra poco tempo: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà”.
Il Maestro e Signore parla delle sofferenze che deve affrontare, si confida con loro, ma gli Apostoli non capiscono fino in fondo. Solo, intuiscono che si tratta di un argomento triste, amaro, doloroso, per cui hanno paura di chiedere spiegazioni o chiarimenti, e preferiscono mettersi a conversare tra loro.
Sembra di vedere la scena, come se accadesse sotto i nostri occhi: Gesù, strada facendo, ha parlato della sua morte e della sua risurrezione; intorno a lui si è fatto un gran silenzio. Il Rabbi di Nazareth continua il suo cammino e i Dodici lo seguono a testa bassa, muti, per alcuni minuti.
Poi, restando un po’ indietro rispetto a Gesù, cominciano a parlare tra di loro; prima sottovoce, poi in maniera sempre più accesa, finché la conversazione non diventa una vera e propria discussione.
Il Maestro e Signore li lascia parlare, non interviene, e prosegue il viaggio; fino a quanto arrivano alla città di Cafarnao, dove si fermano. Quando sono finalmente a casa, Gesù domanda: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”
Ancora una volta la risposta degli Apostoli è il silenzio: non hanno il coraggio di parlare, si vergognano di rispondere, tanto più che sono sicuri che il loro Maestro conosce perfettamente l’argomento dei loro discorsi: “Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande”.
Ecco, proprio quello che dicevamo all’inizio! Vogliono stabilire delle graduatorie, vogliono fare una classifica per poter dire chi è il più bravo tra loro, chi è il più importante, chi ha più potere!
Com’è facile riconoscerci in questi discorsi degli Apostoli… chissà, magari abbiamo fatto anche noi con gli amici discussioni di questo genere.
Ma torniamo al racconto dell’evangelista Marco.
Naturalmente Gesù sa di che cosa hanno parlato i Dodici strada facendo e lo dimostra con un gesto e una frase: “Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
Ascoltiamo bene i dettagli che ci riferisce l’evangelista: prima di tutto Gesù si siede: questo significa che le parole che sta per pronunciare sono importantissime, sono un insegnamento che da vero Maestro sta rivolgendo ai suoi alunni.
Infatti, al tempo di Gesù, era il maestro, era colui che insegnava, a stare seduto sulla sedia, mentre gli alunni rimanevano in piedi o al massimo si accoccolavano per terra ai suoi piedi, per ascoltare la lezione.
Quindi Gesù si mette a sedere proprio per indicare che sta per dire qualcosa di prezioso che va accolto con molta attenzione. Una volta messosi a sedere pronuncia questo insegnamento, breve e deciso: “Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti”.
Come come come?! Ma questo è proprio il contrario di quello che di solito pensiamo noi, è una logica tutta alla rovescia, rispetto alla nostra!
Gesù, lo sappiamo, segue la logica di Dio, e quindi capita che facciamo fatica a comprenderlo. Ora spiega che per essere il primo, il migliore, il più grande, il più importante, bisogna scegliere di stare all’ultimo posto, scegliere di mettersi a servizio di tutti.
Ma questo, concretamente, che cosa significa per la nostra vita?
Prima di tutto chiariamo bene le parole del Maestro e Signore: quando afferma “sia l’ultimo di tutti”, non vuol dire che dobbiamo sforzarci di arrivare per ultimi, che dobbiamo perdere ogni gioco o ogni gara che facciamo, così da essere sempre all’ultimo posto! No, il suo invito ad essere ultimi significa semplicemente non cercare ad ogni costo di essere i primi.
Sembra un’idea contorta, ma me l’ha spiegata molto bene Alessio, un ragazzino che ho conosciuto qualche hanno fa in oratorio. Alessio mi ha detto: “Mi piace molto giocare a pallone ed è bellissimo segnare un goal. Ma se per tirare in porta ad ogni costo, devo fare un fallaccio al mio avversario, questo non è sportivo e non è secondo il cuore di Dio. Se invece evito di fare fallo, può darsi che il mio tiro sia meno mirato, può darsi che non mi entri il goal… però questo è restare all’ultimo posto come dice il Vangelo!”
E sapete cosa mi ha raccontato un’insegnante? Ora vi dico, ma è una storia un po’ amara. Dunque, un giorno, nella sua classe stavano provando a scrivere alcune poesie: provavano in gruppo e poi da soli. C’era un’alunna, Claudia, veramente brava, capace di esprimere immagini ed emozioni attraverso le parole. Tutti erano ammirati per la sua bravura, sia la maestra che i compagni. In classe c’era anche un’altra compagna, Mariangela, che se la cavava bene, ma non quanto Claudia.
Il giorno seguente Mariangela ha letto in classe una sua poesia, scritta la sera precedente, veramente bellissima: tutti le hanno fatto un applauso e il foglio con la sua poesia è stato appeso in aula.
Un paio di settimane più tardi, però, un compagno di classe ha portato a scuola un libro di poesie dove aveva trovato proprio la poesia che Mariangela diceva di aver scritto: era di un poeta albanese, che l’insegnante non conosceva, ma che in Albania è molto famoso. Quindi Mariangela, pur di sentirsi la più brava, aveva ingannato tutti: aveva copiato la poesia da un libro o forse da internet, per poi sostenere di essere stata lei a scriverla. Una bugia, per risultare la prima a tutti i costi.
Questo è proprio il contrario del mettersi all’ultimo posto, come ci chiede di fare Gesù!
Il nostro Maestro e Signore aggiunge anche: “Se uno vuole essere il primo, sia… il servitore di tutti”.
“Servo” è una parola che magari non ci piace, ma in fondo significa una cosa molto semplice: vuol dire essere disponibili verso tutti.
Pensate a quanti musi lunghi, sbuffamenti, parole scocciate, porte sbattute ed altro ancora, sappiamo tirare fuori quando qualcuno ci chiede qualcosa che non abbiamo voglia di fare! Pensate a come, tante volte, pretendiamo che mamma e papà siano a nostro servizio, senza mai collaborare, neppure tenendo in ordine il nostro zaino, i nostri giochi, i nostri libri…
Ecco, queste sono tutte occasioni preziose per essere “servi” secondo il cuore di Dio.
Allora fermiamoci un istante a riflettere, a pensare alla nostra vita, per scegliere, in questa settimana, cosa vogliamo fare per allenarci ad essere “gli ultimi di tutti e i servi di tutti”, così da essere primi nel Regno di Dio.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:17 pm, modificato 1 volta
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MessaggioOggetto: DOMENICA 27 SETTEMBRE 2009 - XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Set 21, 2009 2:12 pm

DOMENICA 27 SETTEMBRE 2009

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Sembra proprio che il Vangelo, in queste settimane, voglia aiutarci a riconoscere alcune “cattive abitudini del cuore”.
Vi ricordate domenica scorsa? Quando gli Apostoli volevano stabilire chi era il più grande, il più importante tra loro?
Ci siamo detti che la mania di fare classifiche e graduatorie non rispecchia il cuore di Dio, non segue la sua logica. Dunque è una “cattiva abitudine del cuore”.
Anche il Vangelo di oggi ci presenta una situazione in cui possiamo riconoscerci facilmente e che è un’altra “cattiva abitudine del cuore”.
Ma andiamo per ordine e lasciamoci guidare dal racconto dell’evangelista Marco.
Siamo ancora a Cafarnao, dove Gesù e gli Apostoli erano arrivati la scorsa settimana. Giovanni, uno dei Dodici, il più giovane e uno dei primi a seguire il Rabbi di Nazareth, si rivolge a Gesù per spiegargli una situazione che amareggia lui e gli altri Apostoli: “Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva”.
Quindi, lì a Cafarnao, c’è un uomo che, pur non appartenendo al gruppo degli Apostoli, pur non essendo uno che seguiva il Rabbi giorno dopo giorno, va in giro ad annunciare il Vangelo e allontana i demoni, il nemico, il diavolo, invocando il nome di Gesù.
Ai Dodici questa cosa proprio non va giù. Ci tengono ad essere considerati speciali perché amici fidati di Gesù. Ci tengono al loro posto di primi tra tutti i discepoli. Ci tengono a poter dire: “Noi siamo i suoi Apostoli, siamo le persone con cui il Rabbi divide la vita, siamo gli amici con cui trascorrere ogni momento. Siamo un po’ la sua famiglia, ormai: mangiamo insieme a lui, facciamo festa con lui, ci prendiamo cura di lui!”
Insomma, non vogliono perdere il loro ruolo e quindi ci tengono a distinguere chi fa parte del loro gruppo, rispetto a tutti gli altri.
Ora, questo modo di ragionare, a me sembra somigli molto a una “cattiva abitudine del cuore” che anche noi sperimentiamo a volte. Vi capita mai di considerare i due raggruppamenti, da una parte “noi” e dall’altra “quelli là”?
Noi significa: i nostri amici, i nostri compagni di giochi, chi è in squadra con noi, chi siamo abituati ad avere accanto.
Quelli là è un modo per indicare tutti gli altri, chi di solito non gioca con noi, chi non fa parte del nostro gruppetto abituale.
Quante volte, a lavoro, mi capita di sentire le lamentele i bambini di cui sono educatore: “Enzo! Noi stavamo giocando e quelli là sono venuti a disturbare! Enzo! Noi stavamo disegnando e quelle là sono venute a scocciarci! Enzo! Lì c’eravamo prima noi e adesso sono venuti quelli là e vogliono starci anche loro!”
Non credo che questo succeda solo con i bambini con i quali lavoro e so che ragionamenti simili li fanno anche i grandi, gli adulti: ci teniamo a distinguere la sicurezza di sentirci noi, rispetto all’incertezza di chi non conosciamo bene, di chi non è parte del gruppo. Questa distanza la esprimono in modo chiaro proprio parole come “quelli là” o “gli altri”: non sono certo termini che parlano di amicizia o di simpatia, giusto?
Ma sentiamo un poco cosa risponde il Maestro e Signore di fronte all’indignazione di Giovanni e degli altri Apostoli: “Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi”.
Ah, com’è sempre splendida la logica di Dio! Come invita a spalancare il cuore, a respirare bene, profondamente! Come ci invita alla libertà e alla serenità!
Abbiamo compreso fino in fondo che cosa ha risposto Gesù, di fronte alle preoccupazioni dei Dodici? Ha detto loro: “Ma no, ma no, non impedite a nessuno di annunciare il Vangelo, non impedite a nessuno di fare del bene nel mio nome. Non vi fissate in questa mania di distinguervi dagli altri, come se, a parte voi, il resto fossero tutti sbagliati, tutti nemici!... Pensateci un istante: non è possibile che qualcuno compia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me!
Se ha ricevuto la forza dello Spirito Santo in risposta alle sue preghiere, fino al punto di compiere un miracolo, non può essere considerato un avversario!”
Chiaro, vero? Questo ragionamento lo comprendiamo perfettamente: uno che compie miracoli nel nome di Gesù, come potrebbe essere un suo nemico? Come potrebbe essere un nostro avversario?
Non so, poi, se lo avete notato, ma Gesù allarga molto il significato della parola discepolo, per includere in essa il maggior numero possibile di persone: “chi non è contro di noi è per noi”. Cioè, sta dicendo agli Apostoli: “Voi Dodici vi sentite speciali e lo siete, ma non è che le altre persone che mi seguono o che ascoltano il mio annuncio, valgono di meno! Anzi: sono amici e discepoli, che aiutano la Bella Notizia del Regno di Dio a propagarsi, a farsi conoscere. È grazie ai discorsi del mercanti, dei contadini, dei pesatori, che in tanti luoghi hanno sentito parlare del Vangelo. È grazie ai discorsi che le donne fanno ogni sera insieme alla fontana, che tanti hanno scoperto il mio annuncio. Perciò non lasciatevi intimorire di chi non sembra un mio seguace, di chi non conoscete bene e, piuttosto, considerate questo: tutti coloro che non ci sono contro apertamente, vanno guardati come amici e collaboratori.”
Le parole del Maestro Gesù mi hanno fatto molto riflettere e mi sono fermata a pensare: quelli che facilmente chiamiamo “quelli là” sono proprio dei nemici? Sono proprio così diversi da noi? Non è che magari ci assomigliano? Magari hanno la nostra stessa voglia di giocare, di divertirsi? Forse anche loro ascoltano ogni domenica il Vangelo a Messa, forse anche loro si sforzano come noi di vivere secondo il cuore di Dio… Basterebbe un briciolo di attenzione e potrebbero diventare dei nuovi amici.
In questa settimana, proviamo a tenere il cuore aperto e il cervello acceso, per riconoscere le occasioni in cui ci verrebbe spontaneo dividere il mondo tra “noi” e “quelli là”, tra “noi” e “gli altri”.
In quelle situazioni, proviamo a pensare che siamo tutti amati, senza distinzioni, dall’unico Padre Buono e che potremmo essere insieme amici, invece che avversari. Dite, si può fare? Proviamoci, allora!


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MessaggioOggetto: DOMENICA 4 OTTOBRE 2009 - XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Set 28, 2009 10:14 pm

DOMENICA 4 OTTOBRE 2009

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di oggi è piuttosto complesso, perché si parla di più di un argomento e sembrano discorsi un po’ staccati tra loro: prima c’è la discussione riguardo al matrimonio e poi c’è un discorso di Gesù riguardo al Regno di Dio. Uhmm… sì, effettivamente, detto così sembra un po’ confuso, ma se seguiamo il racconto dell’evangelista Marco, sono sicura che alla fine avremo le idee più chiare.
Dunque: domenica scorsa avevamo lasciato il Rabbi di Nazareth e gli Apostoli nella città di Cafarnao, ma da lì sono ripartiti, sono andati in un’altra regione, in Giudea, dall’altra parte del fiume Giordano.
Anche in questa nuova sosta le folle accorrono numerose com’era accaduto a Cafarnao: tantissima gente si raduna, tanti desiderano incontrare Gesù, parlare con Lui, ascoltarlo mentre annuncia la Bella Notizia. E il Maestro è contento di accogliere tutti, di parlare del Padre Buono, di aiutare ogni persona a scoprire come vivere secondo il cuore di Dio.
Tra i tanti che vanno dal Rabbi di Nazareth c’è anche un gruppetto di farisei, che vogliono rivolgergli una domanda precisa: “In quel tempo, alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”.
Guardate che questa non è una domanda da poco! Questa era una questione che scatenava molte discussioni tra i sapienti come pure tra la gente comune. Quello che i farisei chiedono al Maestro e Signore è, in pratica: è lecito o no divorziare? È giusto oppure no che due persone sposate si lascino?
Non stanno chiedendo a Gesù il suo parere personale: vogliono metterlo alla prova, vogliono vedere se la sua risposta rispecchia quello che Mosè aveva insegnato tanti secoli prima, vogliono controllare se il Rabbi rispetta quello che la Legge del popolo ebraico stabiliva.
Nello stesso tempo, però, è come se stessero chiedendo al Maestro Gesù, di farsi portavoce di Dio, di dire che cosa ne pensa Dio Padre, riguardo a questa faccenda.
Come spesso succede quando parla con i farisei, Gesù non perde tempo in discussioni, si limita a fare riferimento alla Scrittura Sacra. Poi tronca il discorso e si allontana.
Però il discorso appassionava moltissimo gli ascoltatori, non solo i farisei o la gente andata ad ascoltare il Rabbi, ma proprio gli stessi Apostoli, come ci testimonia il racconto di Marco: “A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento”.
Visto? Insistono, vogliono ulteriori chiarimenti, vogliono un sì o un no chiaro, e al tempo stesso ciascuno spera che la risposta del Maestro sia secondo i loro desideri. Insomma, vogliono che Gesù dia ragione a quello che loro pensano.
Ancora una volta, il Maestro e Signore si comporta in maniera sbrigativa: ribadisce quanto ha già affermato e poi si dimostra totalmente interessato a quello che sta succedendo lì intorno.
Eh, già: cos’è che stava avvenendo?
Nel cortile della casa dove si trovano Gesù e i Dodici, cominciano ad affollarsi molti bambini: alcuni sono entrati spontaneamente, per curiosità. Altri, magari i più piccoli, sono stati accompagnati fin lì dai loro genitori, che desiderano che il Maestro e Signore li benedica.
Naturalmente, quando ci sono tanti bambini riuniti insieme, secondo voi, c’è silenzio o c’è chiasso?
Ah, meno male! Pensavo che succedesse solo nella mia scuola, dove c’è un gran chiasso quando tutti i bambini sono riuniti insieme!
Quindi, proviamo a vedere, con gli occhi della mente, quello che sta descrivendo l’evangelista Marco: “Gli presentavano dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono”.
Ci sono bambini che spingono e si accalcano per vedere Gesù da vicino; ce ne sono altri che gironzolano nel cortile, parlando tra loro, ridendo, giocando; ci sono i più piccolini che piagnucolano, per via delle tante facce nuove…
Ai discepoli non piace quella confusione, non hanno voglia di dar retta a dei bambini. Magari pensano che tutte quelle voci, quelle grida, quelle risate, possano dar fastidio al loro Rabbi: per questo li sgridano, vogliono farli allontanare. E invece Gesù sorprende tutti, intervenendo con decisione e cominciando a rimproverare i Dodici: “Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite”.
Oh, che gioia, sentire il Maestro e Signore parlare così, prendere le difese dei bambini, anzi, addirittura dire che li vuole vicini, che vuole che i più piccoli stiano con lui liberamente!
Già questo basterebbe a farci esultare di felicità: il nostro Dio e Signore ama i bimbi, è attento ai più piccoli, è capace di tenerezza e premura verso tutti, proprio tutti.
Non è stupendo pensare che il nostro Dio è così? Non ci sentiamo sereni e sicuri, sapendo che abbiamo un Dio a cui piace prendere in braccio i bambini, coccolarli, giocare con loro?
Ma c’è di più: da vero Maestro, Gesù approfitta dell’occasione per fare ai discepoli un discorso molto serio e importante. Ascoltiamolo: “In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso”.
Ormai sappiamo che quando un discorso di Gesù comincia con le parole “in verità vi dico”, significa che sta per insegnare qualcosa di particolare, di prezioso, qualcosa che dobbiamo ascoltare con la massima attenzione.
Questa, è appunto un’occasione speciale, perché il Maestro spiega che il Regno di Dio appartiene ai bambini, che per accogliere il Regno di Dio bisogno essere come bambini. E chi non sa accogliere il Regno come un bimbo, non riuscirà ad entrarci.
Mi è venuto da pensare: ma un bambino, com’è che accoglie il Regno di Dio?
Voi che siete ancora bambini, come accogliete il Regno di Dio? Saprete di certo qual è il modo speciale di cui parla il Maestro!
Forse a questo punto dovrei proprio stare zitta e lasciare che chi ha meno di dodici anni spieghi a me e a tutti come si fa ad accogliere il Regno. Se me lo spiegate voi, forse anche io riuscirò ad entrare nel Regno di Dio!
Beh, però vedo qualche faccia preoccupata all’idea di prendere la parola… Qualcuno mi dirà: “Sono un bambino, è vero, ma non so che cosa vuole dire Gesù in questo caso!”
Avete ragione, perciò mi permetto di dire che cosa ho capito io riflettendo su questo Vangelo.
Penso che queste parole riguardo al Regno, il Signore Gesù le abbia pronunciate proprio come risposta a tutte le discussioni della mattina, con i farisei prima e con gli Apostoli poi.
Il Rabbi, in fondo, sta dicendo: “Voi pensate che Dio sia come voi, che pesi il giusto e l’ingiusto con la bilancia; che tenga il conto di ogni vostro errore per castigarvi; che si scandalizzi e si arrabbi per le cose che fanno vergognare e irritare voi tutti… Ma Dio non è così! Lui ha una logica diversa!
E per capirlo bisogna essere come i bambini!”
Forse vi starete chiedendo di nuovo: vabbè, ma cosa abbiamo di così speciale, noi bambini?
Ecco, tutti i bambini che conosco, per quanto diversi tra di loro, per quanto differenti nel carattere, nel modo di fare, nei gusti, hanno tutti una cosa in comune: hanno gli “occhi nuovi”, hanno lo sguardo capace di riempirsi di meraviglia e stupore davanti alle cose nuove e belle che scoprono e imparano!
Anche voi, sì proprio voi che siete qui adesso, avete gli stessi “occhi nuovi”!
È difficile descriverli e voi, da soli, non vi accorgete di averli, perciò non vi rendete conto di quanto sono speciali!
Provo a spiegarmi meglio, confidandovi una cosa che mi riguarda: ma che resti tra di noi, mi raccomando!
Mi hanno chiesto, proprio poco tempo fa: “Ma perché hai scelto di fare la maestra? Insegnare è faticoso, i bambini sono irrequieti, ti stanchi, consumi la voce, devi ripetere cento volte sempre le stesse cose… Che gusto c’è a fare un lavoro così?”
Ho risposto con quello che per me è un motivo di grande felicità: “Mi piace insegnare, perché così posso vedere ogni volta una delle cose più belle del mondo: lo sguardo di un bambino che impara qualcosa di nuovo, lo sguardo di chi scopre qualche cosa che non conosceva prima, e che adesso è suo per sempre, l’ha imparato e nessuno glielo potrà portare via!... Vedere la luce di intelligenza, di comprensione, di soddisfazione, sul volto dei miei alunni è un dono che non ha prezzo! Per questo sono tanto contenta di entrare in classe ogni mattina!”
Secondo me, sapete, gli “occhi nuovi” sono proprio questo: sapersi meravigliare e rallegrare per tutto quello che si scopre e s’impara. Chi accoglie il Regno di Dio con uno sguardo e un cuore capaci di stupirsi, entusiasmarsi, gioire, può veramente entrare nella casa del Padre Buono.
Non importa l’età: finché conserviamo la capacità di guardare alla vita, alle persone, al mondo, con occhi capaci di sgranarsi pieni di meraviglia, interesse, curiosità, attesa, slancio… allora saremo capaci di rimanere bambini. E quindi sapremo accogliere veramente il Regno di Dio!
Fermiamoci un momento in silenzio: chi ha meno di dodici anni, ringrazi il Padre Buono per il dono degli “occhi nuovi” e gli chieda di conservarli sempre così. Chi è un po’ più grande, anche chi è adulto, come me, chieda allo Spirito Santo di aiutarlo a ritrovare gli “occhi nuovi” per gustare appieno la vita ed essere capace di accogliere il Regno di Dio.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 11 OTTOBRE 2009 - XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Ott 06, 2009 5:40 pm

DOMENICA 11 OTTOBRE 2009

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Nel racconto che in questa domenica ci ha offerto l’evangelista Marco, il Maestro e Signore è di nuovo in viaggio; dopo la sosta in Giudea, di cui abbiamo parlato domenica scorsa, è di nuovo in partenza, diretto ad altre città, per raggiungere altra gente che attende l’annuncio della Bella Notizia.
Mentre si avvia, gli corre incontro un uomo ancora giovane, che si lascia cadere davanti ai suoi piedi e gli rivolge una domanda precisa: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”
Sembra quasi di sentirla la voce ansimante di questo giovane, che ha corso verso il Rabbi di Nazareth, per fermarlo prima che se ne vada; che ha il fiatone perché è pieno di slancio, di entusiasmo, ma anche di emozione, e finalmente può porre la sua domanda, che è un interrogativo serio, importante.
È bellissimo scoprire quest’ansia, quest’energia di bene, racchiusa nel cuore di una persona giovane; è un desiderio grande, santo, radicale, il suo, che coinvolge l’intera vita. E infatti il Maestro e Signore gli risponde in maniera adeguata, andando al sodo, rifacendosi alla Sacra Scrittura: “Tu conosci i comandamenti: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”.
Ma il giovane sorride stupito, davanti alle parole di Gesù e gli fa presente: “Maestro, tutto questo già lo faccio, l’ho sempre fatto da quando ero ragazzo! Rispetto i comandamenti fin da quando ero piccolo!”
Oh, come ci assomiglia questo giovane! Non vi pare?
Anche noi siamo persone che, giorno dopo giorno, ci sforziamo di vivere i comandamenti di Dio. E in moltissimi casi ci riusciamo pure abbastanza bene. In fondo, anche noi, come il ragazzo che sta parlando con Gesù, anche noi non uccidiamo, non rubiamo, non inganniamo, non siamo dei traditori, rispettiamo i nostri genitori… Direi che siamo a posto, no?
È quello che forse ha pensato tante volte anche il giovane che sta di fronte al Rabbi, ma gli è rimasto il dubbio che ci possa essere qualcos’altro, un di più, un meglio, che ancora non ha individuato, ma di cui avverte la presenza. Per questo interroga con tanto slancio il Maestro.
E non rimane deluso, perché Gesù si rallegra, si commuove profondamente davanti a questo animo giovane e desideroso di vivere secondo il cuore di Dio. Per cui il Signore Gesù rilancia, presenta un passo in più, quel passo in più che il suo interlocutore aveva avvertito senza capirlo. Gli fa una proposta grande e decisiva: “Una cosa sola ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!”
È una proposta affascinante, non c’è dubbio! Il Maestro sta invitando quel giovane a seguirlo, a unirsi ai Dodici. Lo stesso Gesù è emozionato davanti alla possibilità di avere accanto una persona così limpida, così bella nel cuore, e gli fa un’offerta straordinaria: vieni e seguimi! Vieni e unisciti a noi! Vieni e resta con me!
Ma… c’è un ma. Prima di questo invito, il Rabbi mette davanti una condizione, l’ultima e unica condizione necessaria per essere pronto ad entrare nella vita eterna: “va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri”.
No, un momento: vendi tutto quello che hai, sta dicendo il Maestro. E il giovane ha ascoltato e compreso perfettamente. Infatti: “a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni”.
Eh già, di fronte alla proposta di vendere tutte le sue ricchezze, che erano veramente tante, l’espressione del giovane cambia: diventa cupo, aggrotta la fronte, abbassa lo sguardo, le labbra si stringono in una piega dura.
Poi subentra la tristezza, perché il cuore ha preso in fretta la sua decisione: era arrivato pieno di slancio, ma ora si allontana pieno di amarezza. Non intende privarsi delle sue ricchezze. Non può accogliere il suggerimento di Gesù. Non può seguire il Maestro con cuore libero.
Anche Gesù ci è rimasto male, è dispiaciuto per quella reazione! Si era tanto rallegrato vedendo il genuino desiderio di eternità presente nel cuore del giovane: proprio per questo gli aveva fatto un’offerta così importante… e invece… “Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!”
Si sfoga così, il Maestro e Signore, mentre guarda il possibile amico allontanarsi mesto e desolato. Le parole del Rabbi, però, allarmano i discepoli che le hanno ascoltate: “I discepoli erano sconcertati dalle sue parole… dicevano tra loro: E chi può essere salvato?”
Non sono solo i discepoli ad essere stupiti e sconvolti dalle parole di Gesù. Ricordo molto bene una discussione avvenuta alcuni anni fa, durante uno di quegli incontri settimanali sulla Parola di Dio che si tenevano nella case della mia ex parrocchia, e di cui vi ho già parlato altre volte. Eravamo ospiti di una famiglia che di certo non aveva problemi economici: una bella villa, mobili di lusso, il parco vasto e ben tenuto, un’auto grande e costosa parcheggiata sul vialetto. Tra gli alberi del parco, s’intravedeva anche la piscina: tutto parlava di benessere. Quella sera c’era da leggere insieme proprio il Vangelo che abbiamo ascoltato oggi. Il padrone di casa, il signor Ernesto, ha cominciato ad agitarsi sulla sedia, man mano che leggevamo la Parola di Dio. Il nostro parroco ha fatto una breve introduzione, per poi lasciare a noi il turno di parlare e subito il signor Ernesto si è lanciato in una sfuriata, parlando concitato, a denti un po’ stretti, come uno che non voglia far vedere quanto è arrabbiato, ma si capisce benissimo lo stesso: “Ah, ecco! – ha cominciato – quindi per entrare nel Regno di Dio, per meritarsi l’eternità, bisogna essere poveri, straccioni, miserabili!... quindi uno lavora tutta la vita, fatica dalla mattina alla sera per guadagnare un po’ di sicurezza, un po’ di benessere, ma questo a Dio non piace!... dovremmo vendere tutto e darlo ai poveri, no? Io e mia moglie dovremmo lasciare questa casa e andare a vivere per strada, così saremmo degni del Regno di Dio!...”
Subito si è creata un’atmosfera di gelo: era evidente che il signor Ernesto non aveva molta voglia di dialogare e siamo rimasti per un momento muti e sconcertati.
Il mio parroco, ancora una volta, ci ha tolto dall’imbarazzo, perché ha cominciato a parlare con calma, per rispondere all’arrabbiatissimo padrone di casa: “Da nessuna parte il Signore Gesù dice che dobbiamo vivere da miserabili, da poveracci... al contrario: è preoccupato per i troppi poveri, che hanno diritto esattamente come noi a stare bene, ad avere un po’ di serenità, di sicurezza, di benessere… Il problema non è avere delle ricchezze, possedere dei beni, ma quanto il cuore è attaccato a queste ricchezze! Siamo capaci di condividere quanto possediamo, con coloro che non hanno nulla? Vogliamo stare bene solo noi o il pensiero di chi sta peggio non ci lascia in pace, non ci fa stare tranquilli, finché non abbiamo fatto qualcosa? Siamo preoccupati solo di accumulare beni e denaro, o ci sta a cuore anche farli circolare, perché in tanti ne partecipino?”
Il mio parroco ha fatto una pausa e tutti abbiamo cominciato a fare un po’ di esame di coscienza, a lasciarci interrogare dalle sue parole. Lui ha sorriso e ha continuato: “Gesù nel Vangelo non ci dice mai di vivere da disgraziati, da mendicanti: ci chiede di essere sobri, cioè di assicurarci il necessario e nulla più. Di non cercare lo sfarzo, il lusso, l’eccesso, ma di farci bastare l’essenziale, senza strafare. Se viviamo in sobrietà, avremo sempre qualcosa da condividere, da offrire, da donare, senza amarezza.”
Sapeste come mi sono rimasse impresse queste parole! Ero ancora poco più che adolescente, allora, ma questo criterio di vita suggerito dal mio parroco, mi è entrato chiaro e preciso nella mente e nel cuore: vivere sobriamente, non cercare di accumulare, ma essere felici dell’essenziale e condividere tutto il di più!
È una regola semplice, facile da capire e anche da vivere. Persino il signor Enrico si è tranquillizzato, quella sera, e abbiamo potuto continuare l’incontro in un altro clima.
Ma anche a distanza di anni, trovo che quella risposta del mio parroco può essere di aiuto a tutti noi. Il Vangelo ci mette davanti proposte impegnative, come quella di oggi, e a volte potremmo sentirci scoraggiati.
Se ci fermiamo un momento in silenzio, sono sicura che ognuno di noi si accorgerà di avere legato il proprio cuore a molti oggetti, non importa quanto preziosi: sono le nostre ricchezze. Conosco bambini che mai e poi mai sarebbero disposti non dico a regalare, ma neppure a condividere la loro play, la wii o il DS! Questi oggetti sono diventati per loro troppo importanti e mai li metterebbero a disposizione di altri. Pensano che nella loro vita non è possibile farne a meno. Ma questo è solo un esempio tra i tanti: proviamo a pensare in questa settimana, concretamente, guardando alla nostra vita, in quali modi possiamo crescere nella sobrietà, diventando sempre più capaci di condividere tutta la ricchezza che possediamo.
È difficile? Può darsi, ma non impossibile! Ce lo dice il Vangelo stesso: “Gesù, guardandoli in faccia, disse: … tutto è possibile a Dio.”


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MessaggioOggetto: DOMENICA 18 OTTOBRE 2009 - XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mer Ott 21, 2009 10:50 pm

DOMENICA 18 OTTOBRE 2009

XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Vi devo dire la verità: quando, qualche sera fa, ho letto il Vangelo di questa domenica, mi sono proprio innervosita! La mia prima reazione è stata quella di sbottare, scocciata: “Ancora? Di nuovo? Ma questi discepoli c’hanno proprio la testa dura!”
Sembra davvero che l’evangelista Marco voglia mostrarci, pagina dopo pagina, come i Dodici ritornino sempre e poi ancora sempre, sugli stessi discorsi, quelli che riguardano le “cattive abitudini del cuore”.
Ricapitoliamo un attimo, così vedrete se non ho ragione di inquietarmi.
Dunque: tre domeniche fa abbiamo ascoltato come gli Apostoli ci tenessero a fare distinzioni tra il loro piccolo gruppo e “tutti gli altri”, fino al punto da impedire a chiunque di annunciare la Bella Notizia e di compiere perfino dei miracoli, perché non apparteneva alla loro cerchia. Gesù con pazienza ha spiegato che non è necessario mettere tanti paletti di confine, che non è secondo il cuore di Dio dividere il mondo tra “noi” e “quelli là”. E dire che questa non era la prima volta che il Maestro e Signore affrontava la questione: infatti, la domenica precedente, avevamo letto della discussione avuta dai Dodici lungo il cammino verso Cafarnao, quando avevano litigato per fare le classifiche tra di loro e stabilire chi era il più grande, il più importante, il migliore tra tutti. Anche in quel caso il Rabbi, con calma e delicatezza, aveva spiegato che il cuore di Dio non fa classifiche e che non era il caso di perdere tempo a farle tra loro, perché per essere i primi, i migliori, bisogna entrare nella logica di Dio che non insegue il successo, il primo posto, la vittoria a tutti i costi, ma si mette a servizio degli altri, con disponibile generosità.
Ora, domando io, dopo tanti discorsi, dopo tanti esempi e spiegazioni da parte di Gesù, i Dodici dovrebbero avere le idee più chiare, giusto?!
E invece no! Eccoci, nel brano di oggi, punto e a capo, come se nelle settimane scorse non fosse accaduto niente! Come se non avessero capito neppure un’ombra di tutto quello che il Maestro ha loro insegnato!
Penso che tutti avete ben chiaro che cosa ci ha raccontato il Vangelo di Marco, pochi istanti fa: “In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli: - Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo - . Egli disse loro: - Che cosa volete che io faccia per voi?- . Gli risposero: - Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra -”.
Quindi a prendere la parola sono Giacomo e Giovanni, due tra i primi apostoli, due tra i primi a conoscere il Rabbi di Nazareth, due tra i primi a seguirlo, perciò due tra coloro che conoscono meglio il pensiero di Gesù, visto il tanto tempo passato insieme. Ebbene, proprio questi due così vicini al Maestro e Signore, gli si presentano davanti con una richiesta; una richiesta precisa, avanzata con la premessa che Gesù dovrà fare ciò che gli domandano.
Gesù, con la sua consueta bontà, domanda: “Cosa volete da me? Cosa volete che faccia per voi?”
E i due fratelli chiedono… ecco chiedono una cosina, sì, beh… una cosetta da nulla! Chiedono di poter sedere accanto al trono di Dio, uno alla destra di Gesù e l’altro alla sua sinistra.
A noi può sembrare una richiesta strana, ma è il desiderio di avere potere e onore rispetto a tutti gli altri.
Infatti, questi due simpaticoni, immaginano il Regno di Dio come il regno di un sovrano, dove c’è la sala del trono e ai lati del seggio reale vi sono le poltrone per i dignitari di corte, quelle più vicine al trono sono per i personaggi più importanti, e man mano che ci si allontana dal trono il posto è per i meno importanti. Dunque i due fratelli chiedono di avere il posto dei più alti dignitari di corte, quelli che stanno proprio accanto al re. Giacomo e Giovanni vogliono occupare il primo posto accanto a Gesù quando sarà Re sul trono dell’eternità. Si sono messi d’accordo e hanno deciso che è meglio mettere le mani avanti e assicurarsi fin da subito i posti migliori: uno a destra e l’altro a sinistra del Signore Dio.
Per chiedere una cosa simile, ovviamente, si ritengono degni di quel posto, quindi pensano di essere migliori o più importanti di tutti gli altri Apostoli.
Il Rabbi li ascolta in silenzio e poi risponde: “Voi non sapete quello che chiedete… sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo; è per coloro per i quali è stato preparato”, vale a dire: “Voi non capite fino in fondo quello che mi domandate, anche perché non avete compreso davvero cos’è il Regno di Dio. Ma in ogni caso, decidere quali posti dovrete occupare, non dipende da me, ma da voi: i posti nel Regno saranno assegnati secondo la logica di Dio, quindi andranno a coloro che hanno vissuto secondo il cuore del Padre Buono”.
Com’era prevedibile, gli altri dieci, che hanno ascoltato il discorso, si incavolano parecchio: “Ma come gli è venuto in mente a Giacomo e Giovanni di chiedere una cosa simile al Maestro?... ma chi si credono di essere, quei due? Si sentono migliori di noi, che hanno chiesto di occupare i primi posti?... ma tu guarda che faccia tosta!”
Per dirla tutta, secondo me, gran parte dell’irritazione degli Apostoli è dovuta al fatto che Giacomo e Giovanni si sono mossi per primi e hanno osato chiedere quello che anche gli altri volevano, ma non avevano il coraggio di domandare! Ciascuno, in fondo al cuore, era convinto di meritare il primo posto. Ciascuno, nel segreto di sé, pensava di essere migliore degli altri, quindi meritevole del posto d’onore.
Il Maestro e Signore si accorge subito del malumore che serpeggia tra gli Apostoli e capisce che cosa lo ha provocato. Perciò li chiama tutti e Dodici attorno a sé, proprio vicini, perché ascoltino bene e perché, standogli così vicini, si sentano tutti amati, senza classifiche né discussioni.
Quando li ha tutti intorno, il Rabbi spiega: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti”.
È un discorso lungo, ma non difficile da comprendere; il Maestro e Signore fa un esempio efficace e alla portata di tutti: “Voi sapete – dice agli Apostoli – che quelli che stanno a capo delle nazioni, i re, i governanti, finiscono sempre con l’opprimere le persone che sono loro affidate. Invece di preoccuparsi del popolo, della gente che si trova in quel territorio, colui che ha il potere si sente grande, forte, invincibile e ne approfitta in molti modi. Voi però, che volete seguire la logica di Dio, non potete agire così, ma anzi farete proprio l’opposto: chi ha desiderio di essere il più grande, il migliore, si metterà a servizio degli altri.” E poi Gesù conclude ricordando che lui stesso si comporta così: lui che è il Figlio di Dio, è venuto nel mondo non con potenza, non spaventando o minacciando, ma con bontà e delicatezza, con tenerezza verso ogni creatura e con la disponibilità a essere sempre colui che serve gli altri. Una donazione completa, totale, fino al punto da dare la vita sulla Croce.
Che dite, dopo queste parole, i Dodici avranno capito? O cercheranno ancora altre occasioni per fare le classifiche su chi è il migliore e litigare tra loro?
E noi? Noi abbiamo capito cosa si aspetta il Maestro da noi, che vogliamo vivere secondo il cuore di Dio?
Ce lo siamo detto poche settimane fa ed è sempre validissimo! Essere servi, significa essere disponibili verso tutti, essere attenti agli altri, a quello che capita, alle loro necessità. Significa gioire di ciò che rende felice un’altra persona e commuoversi insieme per quello che fa soffrire.
Essere servi, vuol dire essere pronti a dare una mano in casa, senza avanzare solo pretese, ma anche un po’ di aiuto e collaborazione. Significa mettere da parte l’egoismo e la pigrizia. Significa aprire occhi e cuore e accorgerci di chi ci sta accanto.
Non è facile, chiede impegno costante e questo può scoraggiarci. D’altra parte, non stiamo parlando di robetta da poco: il Signore Gesù ci ha detto che è vivendo così che si diventa primi nel Regno di Dio!
Allora non molliamo: viviamo questa settimana, giorno dopo giorno, ricercando intorno a noi tutte le occasioni che ci vengono offerte per esercitarci a vivere da servi a imitazione del nostro Maestro Gesù.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 25 OTTOBRE 2009 - XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mer Ott 21, 2009 10:57 pm

DOMENICA 25 OTTOBRE 2009

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il miracolo di cui ci parla il Vangelo di oggi mi commuove ogni volta che lo leggo. Senza dubbio, ogni miracolo ci dà gioia, perché ci mostra senza possibili dubbi che davvero nulla è impossibile a Dio e che la fede in Cristo Gesù può cambiare ogni realtà, anche la più difficile.
Però il racconto dell’evangelista Marco, che abbiamo appena ascoltato, mi colpisce per due motivi differenti: innanzi tutto perché è un racconto ricco di tanti particolari che ci rendono evidente ogni momento della scena. Una cura così grande nel riferire, mi lascia pensare che anche per gli Apostoli, e per tutta la folla che assistette a quel momento così speciale, fu un’esperienza profonda, emozionante, fino al punto da imprimere nella memoria ogni dettaglio.
Il secondo motivo che mi rende particolarmente cara questa pagina del Vangelo è molto personale e ve lo confido sottovoce: il pensiero della cecità mi fa un po’ paura.
Per me, è una tale gioia poter vedere tutto ciò che mi circonda, che sarebbe veramente un dolore grande se mi accadesse di perdere la vista.
Non sto dicendo che la vita di una persona non vedente non possa essere intensa, ricca e bella: tante persone, cieche fin dalla nascita, hanno dimostrato nel corso del tempo come si possa essere felici e come si possa assaporare pienamente l’esistenza con creatività e persino con genialità, anche senza mai vedere il mondo intorno.
Credo pure, però, che debba essere particolarmente triste la condizione di chi si ritrova privo della vista, dopo aver conosciuto il mondo attraverso lo sguardo.
Ci pensate mai a quanta meraviglia ci regalano di continuo i nostri occhi?
Vedere i volti di chi amiamo, di chi ci vuol bene… assaporare i sorrisi che ci vengono rivolti… perderci in un panorama mozzafiato… incantarci di fronte al tramonto… immergerci nel buio della notte e scoprire il tremolio delle stelle… incontrare le mille sfumature che ciascun colore possiede…
Sono innumerevoli le realtà che ci emozionano e ci entrano dentro proprio grazie ai nostri occhi. Ritrovarsi all’improvviso senza questa preziosa opportunità penso debba essere davvero molto duro.
Perciò dà una consolazione speciale sapere che anche una sofferenza come questa può essere cancellata dalla mano di Dio. Da quello che comprendiamo del racconto dell’evangelista Marco, il caso di Bartimeo è proprio quello di un uomo che per la prima parte della sua vita ci vedeva, poi aveva perduto la vista e per la sua fede in Gesù alla fine si ritrova guarito.
Ma torniamo a rileggere insieme, passo passo, la bella pagina del Vangelo: “mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare”.
In due sole righe veniamo a sapere molte cose: prima di tutto, siamo a Gerico, una città molto antica e molto importante nella storia di Israele. Il Rabbi di Nazareth, coi i Dodici e alcuni discepoli ha fatto sosta a Gerico e ora sta per ripartire; lo accompagna una folla numerosa, di tanta gente che lo ha conosciuto durante il suo breve soggiorno nella città.
Per la strada dove il Maestro e Signore deve passare siede anche un uomo, di nome Bartimeo: attenzione, di solito il Vangelo non ci dice il nome di chi riceve un miracolo da Gesù. Magari viene indicata la sua situazione o la città in cui avviene il miracolo, ma raramente conosciamo il nome dell’uomo o della donna risanati dalla potenza dello Spirito Santo. Questa volta è diverso: ci viene detto il nome di Bartimeo e l’evangelista spiega anche di chi è figlio; come dire: ci dà nome e cognome, perché chi legge possa capire bene di chi si tratta, possa individuarlo, riconoscerlo e non ci siano confusioni di sorta.
È molto probabile che Bartimeo fosse conosciuto nella comunità dei primi cristiani e quindi Marco, nello scrivere il suo Vangelo, lo indica con chiarezza, perché se qualcuno avesse ancora dubbi su come sono andate le cose, può chiedere direttamente al protagonista.
Dunque, Bartimeo, il figlio di Timeo, siede lungo la strada che porta fuori da Gerico: è lì a chiedere l’elemosina, perché è cieco e non è capace di svolgere un lavoro e guadagnarsi da vivere.
“Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”
Nei giorni precedenti, mentre Gesù era in città, Bartimeo deve aver sentito parlare del Rabbi di Nazareth dalla gente che andava e veniva; può darsi che anche lui sia andato ad ascoltarlo, almeno una volta, insegnare alle folle e annunciare la Bella Notizia. In ogni caso, nel cuore di quest’uomo cieco è germogliata la fiduciosa speranza che proprio questo Maestro possa restituirgli la vista perduta. Perciò cerca in tutti i modi di attirare la sua attenzione. Non osa spostarsi, perché cieco com’è, in mezzo a una folla numerosa, finirebbe col perdere l’orientamento. Ma spera che Gesù si accorga di lui e per questo lo chiama a gran voce, usando parole importanti, un titolo nobiliare, diremmo oggi, un’espressione che è di massimo rispetto e fiducia: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”
Lo chiama “Figlio di Davide”: ma come, non è considerato figlio di Giuseppe e Maria? Certo, ma questa espressione ha una storia antica, ha un significato profondo.
Figlio di Davide: tu che discendi dal più grande di tutti i Re d’Israele, abbi pietà di me.
Figlio di Davide: tu che come il Re Davide sei stato scelto e inviato da Dio a salvare il suo popolo, abbi pietà di me.
Figlio di Davide: tu che sei amato da Dio e possiedi lo Spirito, abbi pietà di me.
Grida con tutto il cuore, il povero Bartimeo, e questo non a tutti va bene: “Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me!”
A qualcuno sarà sembrato sconveniente, imbarazzante, quest’uomo cieco che urla, grida forte, lì sul ciglio della strada: non è il caso di dar fastidio a un Rabbi, avranno pensato. E provano a far tacere Bartimeo: lo rimproverano, gli dicono di smetterla, di piantarla di disturbare e di chiudere quella boccaccia urlante.
Seee! Figuriamoci se Bartimeo è tipo da star zitto!
Più lo rimproverano e più lui grida forte, desideroso di coprire con la sua voce, le voci di tutti gli altri che sono intorno a Gesù.
Il Maestro e Signore sente prima con il cuore che con le orecchie, riconosce il grido di Bartimeo, che nasce da un dolore profondo e allora si ferma, pronto ad accoglierlo: “Gesù si fermò e disse: Chiamatelo! Chiamarono il cieco, dicendogli: Coraggio! Àlzati, ti chiama!
Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù
.“
Di fronte all’invito deciso del Rabbi di Nazareth, la folla si placa, la gente si fa da parte per lasciar passare il cieco e Bartimeo non se lo fa ripetere due volte: si alza subito in piedi, di slancio, e si avvia verso il Signore Gesù.
La prontezza nel rispondere è così grande che Bartimeo getta persino via il suo mantello, lo lascia lì, in terra. Non è un dettaglio secondario, questo: il mantello era prezioso per tutti, al tempo di Gesù, ma ancora di più per chi era povero o per chi, come Bartimeo, era costretto a mendicare. Il mantello serviva a coprire il corpo durante il giorno, a riparare dal freddo e dal vento, e di notte si trasformava in coperta per dormire. Era un oggetto importante e nessuno lo lasciava incustodito. Se proprio uno doveva toglierselo di dosso, si preoccupava sempre di affidarlo a qualcuno di cui si fidava. Invece Bartimeo balza in piedi e lascia lì il suo mantello, incurante che possano rubarglielo. Ma non vuole intralci mentre si avvia verso il Signore Gesù, non vuol perdere neppure un istante.
Ora che sono di fronte, il Maestro gli domanda: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”
Sembra una domanda inutile: santo cielo, è evidente qual è il problema di Bartimeo! Che bisogno c’è di chiedere?
Ma questa è una domanda importante, che indica ancora una volta la delicatezza di Gesù: non forza mai nessuno, non obbliga mai nessuno, neppure a riceve un miracolo. Chiede che cosa il cuore di Bartimeo desidera più di ogni altra cosa.
E il cieco risponde con commozione e sincerità, presentando la sua richiesta: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”
Chiede di tornare a vedere: questo ci dice che un tempo ci vedeva, che aveva conosciuto la meraviglia di scoprire il mondo facendo passare ogni realtà attraverso lo sguardo, ed ha una nostalgia profonda di quel dono che rendeva tanto diversa la sua vita. Non sappiamo in che modo abbia perso la vista, se per un incidente o per una malattia, ma ora ha un solo desiderio: vedere di nuovo.
Nel fare la sua richiesta Bartimeo usa una parola particolare per rivolgersi a Gesù: “Rabbunì”, che vuol dire: “maestro mio”. Bello, vero?, questo cambiamento: mentre era lontano dal Maestro e Signore, lo ha invocato con i termini del rispetto; ora che sono vicini, faccia a faccia, usa parole tenere, affettuose, familiari.
“E Gesù gli disse: "Va’, la tua fede ti ha salvato". E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.”
Che esplosione di felicità: il miracolo è avvenuto! Bartimeo ha dimostrato una grande fede ed è stata proprio questa sua fiducia profonda a rendere possibile l’azione dello Spirito. Ora ci vede di nuovo e abbandona per sempre il suo cantuccio lungo la strada, dove sedeva a mendicare: non sarà più “il-cieco-che-chiedeva-l’elemosina”, d’ora in avanti sarà un discepolo del Maestro Gesù.
La sua gioia nel seguire il Rabbi che lo ha risanato sembra traboccare dalla pagina del Vangelo e arrivare fino a noi: ci sembra quasi di sentire il profumo della riconoscenza che ora abita il cuore di qust’uomo risanato.
Proprio questo può essere lo spunto prezioso per noi, per vivere al meglio la settimana che ci sta davanti: lasciar germogliare in noi la riconoscenza per tutti gli infiniti doni che il Padre Buono ci ha fatto. Proviamo, in questa settimana, a non dare nulla per scontato: il dono di svegliarci al mattino, vivi e sani; la possibilità di andare a scuola e imparare; avere intorno amici e compagni, adulti che ci vogliono bene e si prendono cura di noi; il buon cibo per nutrirci, indumenti morbidi, comodi, puliti, caldi, per sentirci a nostro agio; una casa in cui tornare, dove ritrovare gli oggetti che ci sono cari. Gustiamo con riconoscenza in questa settimana la straordinaria realtà di avere ciascuno due occhi che ammirano il mondo, che scoprono sempre qualcosa di nuovo, che si divertono, che si stupiscono, che si rallegrano…
Facciamo in modo che la riconoscenza che abbiamo nel cuore la percepisca anche chi sta intorno a noi: questo sarà inevitabile, sapete?, perché non si può essere riconoscenti con i musi lunghi o le facce tristi. Il nostro sorriso luminoso dirà a tutti che abbiamo il cuore pieno di riconoscenza.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 1° NOVEMBRE 2009 - SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI   Mar Ott 27, 2009 11:14 am

DOMENICA 1° NOVEMBRE 2009

SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI


Il brano di oggi comincia con una gita fuori città: Gesù e i Dodici sono su una montagna, poco lontano da Cafarnao. È una piccola montagna, in realtà, non molto in alto: più che altro una collinetta, quindi non richiede una scalata per salirvi in cima. E infatti molta gente ha seguito il Rabbi e gli Apostoli. La folla che si è radunata è veramente tanta: sono tutti desiderosi di ascoltare, di imparare dal Maestro e Signore.
E, da vero Rabbi, Gesù si siede per insegnare.
Lo abbiamo già detto altre volte, ricordate? Al tempo di Gesù, chi insegnava si sedeva, prendeva posto su una sedia o un seggio un po’ più in alto rispetto a chi ascoltava. Quindi il fatto che Gesù, in questo momento, non parla strada facendo o semplicemente in piedi, tra la gente, ma si mette seduto, è il segno chiarissimo che sta per dare un insegnamento importante, fondamentale.
Cerchiamo di scoprirlo insieme, allora.
Penso che subito colpisca un po’ tutti il linguaggio usato dal Maestro Gesù in questa occasione: sembra che il suo discorso sia come una canzone, con un ritornello che si ripete sempre uguale: “Beati… Beati…”
Lo ripete per otto volte, casomai non lo avessimo capito bene!
A voi, la parola beati, cosa fa venire in mente?
Quando diciamo a qualcuno: “Beato te!” pensiamo che l’altra persona sia veramente fortunata, che le stia capitando qualcosa di molto bello, di gioioso, di piacevole!
Diciamo: “Beato te!” a chi inizia le vacanze, a chi ha finito i compiti e può giocare senza pensieri, a chi può partecipare a un evento particolare, a chi ha ricevuto un bel dono…
Quando diciamo: “Beato te!” si tratta sempre di situazioni in cui ci piacerebbe molto essere al posto del nostro interlocutore: faremmo volentieri a cambio, perché quello che gli sta capitando ci farebbe felici, ci darebbe molta gioia.
Quindi la parola beati, che Gesù pronuncia tante volte nel Vangelo di oggi, ha un significato molto positivo: “Fortunato! Felice! Che bello! Chissà che gioia!”
Tutto questo è racchiuso dentro una parola così breve.
Però, scusate un attimo: le situazioni di cui parla Gesù, mentre insegna lì sulla montagna, non mi sembra che siano tutte piacevoli. Proviamo a rileggerle insieme: “Beati i poveri…Beati quelli che sono nel pianto… Beati i perseguitati per la giustizia... Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi...”
Gente mia, non è che c’è da stare allegri, con questa prospettiva!
Dove sta la beatitudine? Dove si nasconde la felicità in tutte queste situazioni?
Eppure Gesù non è pazzo, non ci sta dicendo che la povertà, la sofferenza, la tristezza, sono fortune, sono motivi di gioia. Ci aiuta però a guardare tutto questo con occhi diversi, offrendoci prospettive a cui magari non avremmo mai pensato.
Proviamo a riflettere allora su ognuna delle beatitudini che il Maestro e Signore ci elenca quest’oggi.
Cominciamo dalla prima: “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”. Attenzione: “poveri in spirito” non è la stessa cosa di “poveri di soldi”. Anche chi ha da parte qualche soldino, anche chi non sta morendo di fame, anche chi ha una casa accogliente, può sperare di vivere nel regno dei cieli. Purché mantenga il suo spirito povero, leggero, libero. Come si fa? Bè, chi si vanta di continuo, chi si crede migliore degli altri, chi pensa di poter fare a meno di Dio oppure vive come se Dio non ci fosse, senza dedicargli mai un pensiero, di certo non è un povero in spirito. Invece, coloro che conservano per tutta la vita la capacità di stupirsi e di osservare il mondo con meraviglia, sono poveri in spirito. Come pure coloro che sanno ringraziare e custodiscono in cuore la gratitudine. Quelli che non cercano gli applausi, che non si mettono in mostra, che non ci tengono ad essere ammirati dalla gente, sono tutti poveri in spirito. E chi mantiene lo spirito povero e leggero, di sicuro sarà accolto nel regno dei cieli.
Ma proseguiamo con il discorso di Gesù: “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”. Sì, questa è una certezza che ci deve accompagnare sempre, specialmente nei momenti di tristezza, di sconforto, di solitudine: le nostre lacrime, Dio le conosce. Anche quelle più segrete, anche quelle che piangiamo sotto le coperte o chiusi in bagno, anche quelle che ricacciamo indietro, sbattendo forte le palpebre, persino quelle Dio le conosce ed è pronto a consolarle. Non ci sono lacrime che lo Spirito Consolatore non possa asciugare. Non esiste dolore al mondo che non possa essere guarito dalla mano di Dio. Non esiste una solitudine totale, perché in ogni istante siamo amati e accompagnati dallo sguardo tenerissimo di Dio Padre.
Cos’altro ci dice il Maestro Gesù? “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”. Sapete chi sono i miti di cui parla il Vangelo? Sono quelli che non usano la violenza, che non sono aggressivi verso gli altri, neppure quando sanno di avere ragione. Sono quelli che si rifiutano di essere causa di sofferenza per gli altri, che hanno a cuore tutti i viventi, anche le creature più deboli e indifese. A chi è come loro, appartiene la terra. Il Padre Buono gliela consegnerà per l’eternità, perché già da ora ne hanno cura: hanno rispetto della vita in ogni istante e quindi sono i custodi migliori che si possano sognare per questo nostro mondo.
Andiamo avanti, però, che le parole del Rabbi di Nazareth formano un lungo elenco di beatitudini: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”. Pensate a quante situazioni ci fanno esclamare: “Non è giusto!”
Pensate a come soffriamo quando ci sentiamo vittime di un’ingiustizia.
Pensate a quante ingiustizie, anche molto gravi e crudeli, si compiono ogni giorno nel mondo. Me ne viene un mente subito una: i tanti bambini che, invece di poter crescere sereni andando a scuola e giocando con i compagni, sono obbligati a lavorare come schiavi, per tessere tappeti, per raccogliere spazzatura nelle discariche, per andare nelle miniere di pietre preziose, per pescare spugne e coralli nel mare profondo… No, non è giusto che questi bambini siano privati della loro infanzia, vi pare? E ci sono tante persone che s’impegnano ogni giorno per far cessare questa e tante altre ingiustizie in ogni parte del mondo. In ogni situazione, questi uomini, queste donne, hanno la certezza che il loro sforzo andrà a buon fine. Anche quando sembra un impegno inutile, anche quando li considerano dei pazzi, dei poveri illusi, loro non si arrendono e non si stancano di difendere la giustizia e di operare perché venga realizzata nella vita quotidiana: sanno che il Dio Giusto avrà l’ultima parola sulla Storia e sazierà la fame e la sete di giustizia che abita nel cuore di ogni essere umano.
E poi? Cos’altro ci insegna il Signore Gesù? “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”. Misericordioso è chi ha il cuore grande, chi non porta rancore, non tiene il muso, non sta a rimuginare all’infinito su ogni piccola cosa che può avergli dato un dispiacere. Misericordiosi sono tutti coloro che hanno la capacità di perdonare, di perdonare davvero. Costoro sanno che riceveranno lo stesso perdono, che gusteranno la gioia di essere perdonati a loro volta dall’amore del Padre Buono.
Ce ne sono ancora di beatitudini? Ma certo! “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”. Puri di cuore, limpidi nell’animo, sono coloro che non mentono, che non cercano di apparire diversi da come sono veramente. Quelli che non fingono, che hanno il coraggio di mostrarsi semplicemente così come sono, con i loro pregi ma anche i loro difetti. Costoro, mantengono gli occhi del cuore capaci di vedere Dio. Sono capaci di riconoscere la presenza di Dio intorno a loro, vicino a loro. Capiamoci: non sto dicendo che si guardano intorno e vedono la faccia di Dio, ma la loro freschezza d’animo permette al loro cuore di riconoscere le tracce della presenza di Dio, in ogni situazione.
Continuiamo? Ce ne sono ancora tre: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”. Per forza, direi! Quando uno si impegna a costruire la pace, subito viene riconosciuto come un figlio di Dio, come una persona che cerca di vivere secondo il cuore di Dio! Quando uno non cerca scuse per litigare, non stuzzica, non prende in giro, sta vivendo secondo il cuore di Dio. Quando uno di noi cerca di mettere pace quando si accorge che c’è tensione; cerca di calmare gli animi di chi magari vorrebbe picchiarsi, sta vivendo secondo il cuore di Dio. E vi pare che chi osserva, non riconosca subito che quella persona è un vero figlio di Dio?
La penultima è una beatitudine difficile da vivere: “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”. A noi che siamo qui, oggi, mi auguro che non accada mai di essere perseguitati e maltrattati perché agiamo secondo la giustizia. Però pensate a come, tante volte, si ragiona alla rovescia: si prende in giro chi si comporta bene sempre, anche quando la maestra non è presente; si canzona chi attraversa sulle strisce pedonali, invece di lanciarsi all’impazzata; si ride di chi non cerca di copiare; si scuote la testa davanti a chi non finge un fallo grave, quando invece non si è fatto niente. Insomma, si guarda un po’ dall’alto in basso chi non approfitta delle occasioni per “fare il furbo”. Viene considerato uno stupidotto, uno che “non sa vivere”. Ma la logica di Dio ancora una volta è chiarissima: chi vive con onestà e coerenza, entrerà con passo sicuro nel regno dei cieli.
Per l’ultima beatitudine dobbiamo tirare un respiro profondo, perché prima o poi ci riguarda tutti: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.”
Non so se vi è già successo, ma vi assicuro che vi capiterà: ci sarà sempre qualcuno pronto a ridere della nostra fede, del nostro andare a Messa, del tempo che dedichiamo alla preghiera, delle ore al catechismo, dei pomeriggi in oratorio…
Ci sarà sempre qualcuno che avrà da criticarci, perché ci diciamo cristiani, ma non siamo già santi, siamo solo in cammino verso la santità!
Ci sarà sempre chi avrà da commentare con ironia e a volte anche con crudeltà, riguardo al “nostro Dio” che non fa niente di fronte al male nel mondo.
Se non è ancora successo, prima o poi vi accadrà di sentirvi insultati, presi in giro, messi da parte, perché cercate di vivere secondo il Vangelo.
Sono momenti che capitano ad ogni credente e sono momenti amari, duri. Però è proprio quella l’occasione di ricordarci delle parole che Gesù rivolge a tutti quelli che vengono trattati male a causa della fede in Lui: “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Ecco, le abbiamo rilette tutte otto. Ora fermiamoci in silenzio e chiediamoci: a quale di queste otto beatitudini somiglio di più? Qual è che mi viene facile? E qual è quella invece che mi invita a crescere, che mi chiede di provarci, che mi sfida a cambiare? Ciascuno valuti nel segreto del cuore: possiamo decidere di iniziare da subito a vivere secondo le otto beatitudini, per gustare la gioia senza fine che il Maestro Gesù ci ha promesso. Tocca a noi, scegliere. Solo a noi.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 NOVEMBRE 2009 - XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mer Nov 04, 2009 10:04 am

DOMENICA 8 NOVEMBRE 2009

XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Nel brano del Vangelo di questa domenica, il Maestro e Signore ha di nuovo cambiato città: si è spostato, non è più a Cafarnao, come domenica scorsa, ma si trova a Gerusalemme. È la capitale, la città santa, il luogo del Tempio: ed è proprio nel Tempio che Gesù pronuncia i discorsi che abbiamo ascoltato quest’oggi.
Non è l’unico Rabbi a insegnare nel Tempio, ma intorno a questo giovane di Nazareth c’è sempre parecchia folla che si ferma ad ascoltarlo, perché parla in maniera semplice ed usa immagini ed esempi che tutti possono comprendere, anche le persone meno istruite.
Il discorso che pronuncia in questa mattina al Tempio di Gerusalemme, comunque, è talmente chiaro e diretto che proprio non c’è il rischio di capire male. Riascoltiamo insieme le parole precise e decise che il Maestro Gesù proclama con forza: “Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa”.
Il Signore Gesù dice di fare attenzione agli scribi: ma chi erano? Dei pericolosi assassini o briganti? Erano forse degli imbroglioni? Erano gente crudele?
No, in verità, non erano nulla di tutto questo.
Gli scribi appartenevano alla classe delle persone importanti e benestanti del tempo di Gesù: avevano ricchezze, servitori, belle case; spesso avevano studiato e approfittavano della loro cultura per ottenere ulteriori vantaggi.
Per questo Gesù li attacca: non perché posseggono dei beni o perché hanno studiato, ma per il cattivo uso che fanno di questi beni.
Il Maestro e Signore descrive in dettaglio il comportamento di queste persone, usa delle parole così efficaci che ci sembra di vedere gli scribi del suo tempo camminare per le strade, avvolti in abiti bellissimi, fatti di stoffe ricche e colorate, badando a non sporcare l’orlo della veste. Ci sembra di vederli attraversare la piazza della città, ricevendo saluti e inchini da tutti coloro che incontrano; vengono chiamati per nome ed omaggiati con rispetto, e loro rispondono con un breve cenno del capo, mentre procedono tutti orgogliosi e vanitosi perché la gente li riconosce e li saluta.
Forse ci viene facile anche scusarli: un po’ di vanità ce la portiamo tutti appresso; tutti noi siamo contenti di essere ammirati, riconosciuti, salutati con simpatia. Fin qui, credo che tutto sommato non si tratti di una colpa grave.
Quello che invece sembra far proprio arrabbiare Gesù è l’ipocrisia. Cos’è? È la maschera che ci mettiamo sul volto per sembrare diversi da quelli che siamo. È il tentativo di apparire migliori, più buoni, più bravi, di quello che siamo in realtà. Attenzione: non è provare ad essere migliori e magari non riuscirci per la nostra debolezza. Questo è normale, tutti proviamo e non sempre riusciamo. Il Maestro Gesù non se la prende certo per questo! No, lui s’indigna di fronte a chi si atteggia a buono e generoso, ma è solo facciata, è tutta apparenza.
Usa un immagine chiarissima, il nostro amato Rabbi: “pregano a lungo per farsi vedere”.
Che tristezza, vero? Una persona che non si ferma a pregare per stare in compagnia di Dio, per aprire il suo cuore al Padre Buono, per dedicare un po’ di tempo al Signore della vita, per confidargli le gioie, le speranze e le preoccupazioni… No, gli ipocriti, come gli scribi che tanto fanno infuriare Gesù, si fermano a pregare solo per farsi vedere dagli altri.
Non gli importa di Dio, probabilmente non pensano nemmeno al Padre Buono mentre si recano al Tempio, mentre se ne stanno in atteggiamento raccolto: nel profondo del cuore, si fanno i fatti loro. Però se ne stanno in posa, come se pregassero, perché tutti coloro che li vedono, possano dire: - Ma hai visto quanto tempo passa a pregare? Dev’essere proprio un sant’uomo!... ma vedi che non manca mai a una celebrazione, che è sempre compunto e commosso? Deve essere una persona veramente buona, sensibile, che cerca la volontà di Dio… -
A Gesù tutto questo proprio non va giù. Non può accettare che il rapporto con Dio Padre, e la vita di preghiera, diventino una specie di spettacolo, una finta per ottenere complimenti e approvazione.
Anche perché tutta questa ostentata bontà da parte degli ipocriti, alla fine cerca di nascondere un cuore avido, attaccato ai beni, al potere, alle ricchezze.
Ancora una volta Gesù usa un’immagine efficacissima per descrivere quello che realmente cercano gli scribi: “amano... avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove…”
Cioè, sta dicendo il Maestro e Signore: “Quello che realmente interessa a costoro è avere i primi posti nelle sinagoghe, cioè essere considerati importanti, avere potere. Quello che realmente vogliono è essere serviti per primi nei banchetti, così da ottenere nel piatto sempre la porzione migliore, la più abbondante. E il loro desiderio di accumulare beni, li porta a cercare di impadronirsi delle ricchezze degli altri, persino a portare via le case alle povere vedove!”
Ricordiamoci che, al tempo di Gesù, una donna che restava vedova, perdeva la protezione del marito e quindi facilmente cercavano di portarle via ogni ricchezza, compresa la casa in cui viveva.
È una pagina amara, quella di oggi: sentiamo la voce di Gesù arrabbiato, dispiaciuto, addolorato di fronte al comportamento di queste persone.
Forse potremmo avere la tentazione di dirci: - Vabbè, ma noi mica siamo scribi… questo discorso alla fin fine, non ci riguarda! –
Invece credo che la frase conclusiva del discorso del nostro Maestro Buono, sia da ricordare a chiare lettere: “Essi riceveranno una condanna più severa”.
Una condanna più severa: perché?
Perché potevano fare molto, molto, moltissimo bene, e non l’hanno fatto.
Perché potevano vivere davvero da figli di Dio e hanno trascurato ogni occasione di crescere e amare sul serio.
Perché avevano ricevuto tante cose belle: salute, energia, benessere, ricchezze, istruzione… tutti doni stupendi! E invece di comportarsi con gratitudine per tutto questo, lo hanno sciupato, sperperato, fatto appassire.
Perché potevano condividere tutto il bello e il bene di cui era piena la loro vita, e invece hanno scelto l’egoismo, tenendo lontani gli altri da quelle possibilità.
Penso che il rimprovero severo di Gesù ci debba far pensare almeno un pochino: in fondo, per certi aspetti, anche noi assomigliamo agli scribi, per quanto riguarda i doni ricevuti dal Padre Buono.
Anche noi abbiamo salute, energie, possibilità.
Anche noi possiamo andare a scuola, imparare tante cose, scoprire il mondo, ma prenderci pure il tempo per giocare, divertirci, riposare.
Anche noi non dobbiamo vivere con la preoccupazione di cosa mangeremo e di come ci copriremo.
Come gli scribi, possiamo scegliere ogni giorno che cosa fare di tutti gli innumerevoli doni che abbiamo ricevuto.
Possiamo vivere da egoisti o scegliere di condividere.
Possiamo cercare sempre e solo di soddisfare la nostra vanità, la voglia di complimenti e applausi, oppure scegliere di andare incontro a tutti, senza maschere, senza finzioni, con semplicità: con le nostre qualità e le nostre fragilità.
Possiamo vivere da ipocriti, facendo finta di cercare il bene, oppure scegliere di impegnarci ogni giorno a vivere secondo il cuore di Dio.
Fermiamoci allora un istante in silenzio; ripensiamo alle parole di Gesù rivolte agli scribi: che non accada mai di sentirle indirizzate a noi. Con decisione e convinzione scegliamo ora, qui, davanti all’altare, di vivere in trasparenza, senza mai fingere di essere diversi. Sapendo di essere amati dal Padre Buono: amati esattamente così come siamo.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 15 NOVEMBRE 2009 - XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Nov 10, 2009 10:51 am

DOMENICA 15 NOVEMBRE 2009

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il discorso di Gesù che il Vangelo di questa domenica ci riporta, avviene nel Getzemani, sul monte degli Ulivi che si trova a Gerusalemme. Il Maestro e Signore è uscito dal Tempio, dove lo avevamo lasciato domenica scorsa, ed ora se ne sta seduto sulla collina coperta di ulivi.
È proprio di fronte al Tempio: Gesù osserva da lontano il luogo santo e intanto risponde alle domande dei discepoli che sono preoccupati del futuro: vorrebbero conoscere quello che accadrà lungo il tempo, nel corso dei giorni, dei mesi e degli anni. Ma più ancora desiderano sapere quando si compirà il Regno di Dio, quando saranno realizzate tutte le promesse di Dio Padre, quando saranno finalmente realtà tutte le parole pronunciate da Gesù.
Il Rabbi di Nazareth accoglie con molta comprensione i dubbi, le domande e le preoccupazioni dei discepoli, anche se la sua risposta non è certo quella che loro desiderano. Gli Apostoli, infatti, come tutti noi, del resto, vorrebbero date precise, circostanze particolareggiate, scadenze certe: un appuntamento da segnarsi sull’agenda, con giorno e orario, così da organizzarsi adeguatamente.
Invece il Signore Gesù non fornisce date o tempi precisi, ma risponde usando un’immagine legata alla natura: “Ora imparate dal fico questa similitudine: quando i suoi rami si fanno teneri e mettono le foglie, voi sapete che l'estate è vicina. Così anche voi, quando vedrete accadere queste cose, sappiate che egli è vicino, alle porte”.
Quindi il Maestro ci sta dicendo che dobbiamo diventare in grado di prevedere e capire quello che sta per avvenire riguardo al Regno, proprio come i contadini riconoscono con sicurezza l’arrivo dell’estate da quello che accade all’albero di fico.
Ora, penso che per comprendere bene l’esempio che Gesù sceglie, prima di tutto dobbiamo chiederci: abbiamo tutti ben presente com’è un albero di fico? Ne abbiamo visto qualcuno?
Il fico ha un tronco grigiastro e per buona parte dell’anno è spoglio, brullo, senza foglie. Durante la primavera e l’estate, invece, si ricopre di foglie verdi, ampie come mani aperte, dal contorno tondeggiante. All’ombra di queste grandi foglie maturano i frutti carnosi e dolcissimi.
Quando la primavera avanza e giunge il tempo di mettere le foglie, i rami dell’albero di fico si ricoprono di “bolle”, di rigonfiamenti che spaccano la corteccia lasciando un segno appiccicoso: e da lì che spunteranno le foglioline. All’inizio sono ancora tutte strette e striminzite, ma ben presto si schiuderanno e renderanno la chioma del fico fitta e verdeggiante.
Chi conosce le piante e il loro ciclo di vita, si accorge del cambio di stagione osservando il mutare della vegetazione. Gesù sta appunto parlando a contadini e pastori, abituati a vivere in mezzo alla natura. Anche quando l’estate sembrava ancora lontana, tutti sapevano riconoscere il segno del fico che si preparava a mettere le foglie e si dicevano: «Non manca molto alla bella stagione!».
Ebbene, dice loro Gesù, così come sapete riconoscere il cambiare del fico che annuncia l’estate, così dovete diventare capaci di riconoscere i segni dei tempi, i cambiamenti che avvengono nel mondo intorno a voi. Se saprete leggere questi segni, riconoscerete anche il momento in cui si compiranno le promesse del Padre Buono e si avvereranno tutte le mie parole.
Ma quali segni bisogna saper leggere? Prima di tutto quelli della natura, i mutamenti che avvengono nella Creazione.
Alcuni sono segni gentili, piacevoli, come l’alternarsi armonioso delle stagioni oppure la nascita di ogni nuova vita.
Altri ci spaventano un po’, come i terremoti, le inondazioni, le eruzioni vulcaniche, gli tsunami…
Questi elementi che ci fanno paura, indicano chiaramente che il nostro pianeta è in cambiamento continuo; è vivo, cresce, si modifica.
Oltre ai segni naturali, ce ne sono altri che avvengono nella Storia, nelle vicende dei popoli e delle Nazioni: per esempio il desiderio di libertà, di rispetto della dignità umana; i movimenti di gente che migra da un luogo all’altro e il modo in cui viene accolta nei nuovi Paesi; la ricerca della giustizia e della pace per ogni angolo del mondo…
Questo lento cammino di crescita di tutta l’umanità per diventare sempre di più secondo il cuore di Dio, è un altro modo in cui si rende vicino il Regno.
Però un discorso del genere può anche disorientarci un po’ e qualcuno di voi potrebbe dire: «Ma questi avvenimenti, sia naturali che storici, non avvengono di continuo intorno a noi? E quindi, come fare a stabilire, a capire davvero, qual è il momento certo in cui si compiranno le promesse di Gesù?».
Questo stesso interrogativo mi ricordo che venne fuori qualche anno fa, durante un incontro con un gruppo giovani in oratorio, mentre riflettevamo su questa pagina di Vangelo.
Pierpaolo, uno dei ragazzi, osservò perplesso: «Ma scusate, se i segni dei tempi che dobbiamo notare sono quelli legati alla Creazione e quelli legati agli avvenimenti storici, allora anche oggi potrebbe essere il momento adatto».
Subito gli fece eco Rita: «Certo! Hai ragione! In effetti, anche negli ultimi mesi si sono verificati fenomeni naturali che ci hanno colpito, magari anche allarmato e spaventato. E di continuo, nel mondo, c’è chi soffre e lotta per la dignità degli uomini e delle donne. Di continuo, nel mondo, ci sono persone che s’impegnano per la giustizia e la libertà…».
Pierpaolo, Rita e tutti i ragazzi presenti si guardarono in volto, silenziosi e concentrati e poi Pierpaolo concluse: «Allora… allora ogni momento potrebbe essere quello giusto, quello che aspettiamo da sempre!».
Sì, Pierpaolo, Rita e il loro gruppo di amici avevano capito l’essenziale di questo brano del Vangelo: il fatto che Gesù non ci dia una data precisa per la realizzazione delle promesse di Dio Padre, per l’inizio del suo Regno d’Amore, non è un modo per tenerci sulle spine. Non è un tergiversare per il gusto di fare il misterioso. Al contrario: da vero Maestro ci dice l’essenziale: tenete occhi e cuore aperto perché ogni giorno potrebbe essere quello giusto. Vivete ogni momento sapendo che potrebbe essere l’istante dell’inizio del Regno. Non poltrite, non distraetevi, non perdetevi dietro a stupidaggini!
Diciamoci la verità: nessuno di noi vorrebbe farsi trovare a litigare o a fare un dispetto, proprio mentre comincia il Regno di Dio!
Per questo Gesù ci raccomanda: tenete gli occhi aperti e riconoscete tutto il cammino di maturazione che compie la Creazione, nella Natura e nella Storia. Proprio quando capiamo che tutto ciò che accade accompagna la crescita dell’umanità verso l’ingresso nel Regno di Dio, allora viviamo al meglio di noi, per essere pronti a cominciare la festa senza fine, immersi nell’amore di Dio!
Dunque fermiamoci un istante in silenzio ad assaporare la ricchezza del tempo presente che continuamente ci viene donato.
Scegliamo di vivere l’intera settimana proprio con i radar accesi, le antenne tese, tenendo occhi e testa ben svegli, per leggere secondo il cuore di Dio, tutto quello che accade a noi e intorno a noi.
E se proprio in questa settimana arriverà il Regno del Padre Buono, ci troverà pronti.


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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009 - XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - SOLENNITA' DI CRISTI RE DELL'UNIVERSO   Mar Nov 17, 2009 10:45 am

DOMENICA 22 NOVEMBRE 2009

XXXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

SOLENNITA' DI CRISTO RE DELL'UNIVERSO


Oggi celebriamo con tutta la Chiesa un’eucaristia due volte festosa. Innanzi tutto perché con questa domenica concludiamo un anno liturgico, cominciato con la prima domenica d’Avvento dodici mesi fa.
Lo so, lo so che l’anno del calendario non è ancora terminato e che alla festa di Capodanno manca ancora un mesetto abbondante!
Ma l’anno liturgico segue un ritmo diverso, che tiene conto del mistero della vita di Gesù: la sua Incarnazione; la sua vita nel mondo, uomo tra gli uomini; la sua missione di Maestro inviato a portare ovunque la Bella Notizia dell’amore di Dio; la sua testimonianza d’amore che arriva fino a dare la vita sulla Croce; la gioia senza fine della Risurrezione, che dimostra come l’amore sia più forte della stessa morte.
Sono questi i punti di riferimento per l’anno liturgico, e non i giorni e i mesi del calendario. Proprio avendo presenti queste tappe della vita di Gesù, possiamo dire che con questa domenica terminiamo un anno liturgico e dalla prossima inizieremo l’intenso cammino dell’Avvento.
La fine di un anno è sempre tempo di bilanci, di confronti tra come eravamo dodici mesi fa e come siamo ora: quante cose abbiamo imparato, scoperto, conosciuto… quante persone nuove fanno parte del cerchio della nostra amicizia… quanti cm siamo cresciuti, di quanto è aumentato il nostro numero di scarpe…
La fine di un anno liturgico, poi, suscita il desiderio di fermarsi a ripensare com’è maturato il nostro rapporto con il Signore Dio, durante l’anno trascorso: per vedere quanto siamo cresciuti, come siamo cambiati, se siamo riusciti a vivere un po’ di più secondo il cuore di Dio o se invece lo abbiamo trascurato. Se malauguratamente ci troviamo in quest’ultima situazione, allora è meglio darci una bella raddrizzata e riprendere a camminare con nuova energia.
Ma la conclusione dell’anno liturgico non è l’unico motivo speciale di questa domenica; la Chiesa ci propone un altro motivo di gioia e di festa: ci invita e chiamare Gesù con il titolo splendido di Re dell’Universo.
È un modo di rivolgerci a Dio che probabilmente non ci viene familiare e spontaneo, perché i re sono qualcosa di molto lontano dalla nostra esperienza: viviamo in una repubblica e di re non ne sappiamo granché.
In effetti, anche intorno a noi ci sono dei re che governo diversi paesi della nostra Europa: per esempio, in Spagna c’è il re Juan Carlos; nel Regno Unito c’è la regina Elisabetta; in Belgio c’è il re Alberto II; in Danimarca, la regina Margherita II.
Ma questi sovrani non li conosciamo se non per averli sentiti nominare in televisione, quindi non ci colpiscono in modo particolare. Probabilmente conosciamo meglio i sovrani presenti nelle fiabe, nei cartoni o nei film: il re e la regina genitori della Bella Addormentata nel Bosco… oppure il re che dà ascolto al Gatto con gli stivali…
Senza dimenticare il re e la regina genitori di Fiona, la moglie di Shrek, o anche Aragon, che viene acclamato re nel Signore degli Anelli
Al di là di questi personaggi di fantasia, credo però che, nella nostra testa, possiamo dire di avere tutti più o meno un’idea su come debba essere un vero re. Ho provato a pensarci e a mettere in fila le qualità che dovrebbe avere un vero sovrano; provo a condividerle con voi.
Per prima cosa un re deve essere saggio, capace di trovare la soluzione anche nelle situazioni più ingarbugliate. Capace di reggere il suo regno in pace, serenità e benessere. Deve avere a cuore il popolo del reame e prendersi cura dei deboli e dei poveri, preoccupato non solo di sé e dei suoi amici, ma soprattutto di chi è più indifeso o fragile.
Un re deve saper amministrare la giustizia in maniera equilibrata, ascoltando anche le ragioni degli avversari, senza approfittare del suo potere, senza permettere soprusi o prepotenze, di nessun genere.
Deve essere forte, per non farsi influenzare dai pareri altrui, per non farsi schiacciare dai nemici: forte, per difendere la verità e non lasciarsi mai intimorire.
Un re deve essere capace di guidare il suo popolo: indicare la direzione da seguire, prendere le decisioni necessarie, anche quando sono difficili. Ci si può fidare di lui e affidare a lui, sicuri che non ci sarà da temere sotto la sua guida.
Un vero re è pronto persino a dare la vita per il suo popolo, per la sua gente, per coloro che gli sono affidati. Non teme di esporsi in prima persona quando ne va del bene del suo regno.
Un ritratto veramente splendido, se ci fosse un monarca a cui attribuire tutte queste virtù! Senza offesa per i sovrani regnanti in questo momento nei vari Paesi del mondo, credo che nessun re possa dire, oggi come oggi: “Sì, effettivamente io sono così, ho tutte queste belle qualità”
Ne avranno alcune, indubbiamente, ma proprio tutte, sembra veramente impossibile.
Invece, Gesù, non ha timore di dire a voce alta che lui è un re così: un re saggio, forte, giusto, equilibrato, capace di guidare il suo popolo e disposto a dare la vita per coloro che gli sono stati affidati.
Pilato glielo chiede apertamente, direttamente: ”In quel tempo, Pilato disse a Gesù: Sei tu il re dei Giudei?”.
E Gesù gli risponde: “Io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità”.
Quindi non solo afferma di essere re, ma spiega anche che lui è l’unico a potersi dire veramente re, cioè è l’unico ad essere veramente degno di questo titolo.
Ogni volta che ci rivolgiamo a Gesù chiamandolo re, in una preghiera o in un canto, di fatto stiamo dicendogli che veramente crediamo che Lui è la nostra guida; che di lui ci possiamo fidare perché è saggio, giusto, buono, forte. Gli diciamo che davvero, fino alla croce, ha dimostrato di essere un re disposto a dare la vita per il bene del suo popolo.
Fermiamoci alcuni istanti in silenzio, allora. Ripensiamo per prima cosa all’anno trascorso, così da dire il nostro grazie a Dio Padre e celebrare la liturgia eucaristica con animo riconoscente.
E poi, nel segreto del cuore, proviamo per una volta, almeno per oggi, a rivolgerci a Gesù chiamandolo re: “Sì, Signore, tu sei il mio re. Sei l’unico di cui mi posso fidare completamente. Tu, mio Gesù e mio re, mi guidi nel cammino di ogni giorno e sono certo che seguendo i tuoi passi non potrà accadermi nulla di male. Tu, mio re, sei forte, perché porti in te la forza straordinaria dello Spirito Santo:nessuna cattiveria potrà mai vincerti, persino la morte si arrende di fronte a te.Tu sei pieno di sapienza: mi insegni come vivere secondo il cuore del Padre, mi parli attraverso la Scrittura Sacra e mi sveli il progetto di amore che tu sogni per tutta l’umanità. Tu, o mio re, hai dato la vita sulla croce per amore di tutti noi: per questo, più che per ogni altro motivo, tu sei il Signore del mio cuore e della mia vita. Tu sei re, Maestro Gesù. L’unico al mondo a potersi chiamare così, nella piena verità. Tu, Signore Dio, sei il mio re: mio, perché ti voglio bene e perché so di essere amato da te, infinitamente”.


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