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VINCENZO

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MessaggioTitolo: domenica 26 maggio 2013   Mer Mag 22, 2013 8:57 am

DOMENICA 26 MAGGIO 2013

SANTISSIMA TRINITÀ
SOLENNITÀ


Oggi è la festa della Santissima Trinità. Non so dirvi quante parole siano state usate, nei secoli, per esprimere e spiegare questa verità su Dio che si manifesta in tre persone uguali e distinte!
Sembra tutto così complicato, quasi difficile. Invece penso che, se accogliamo la Parola che il Signore ci offre, ci accorgiamo che pian piano, di domenica in domenica, siamo aiutati ogni volta di più a conoscerlo, e quindi aiutati ad entrare nel suo “mistero di amore”.
Gli amici, del resto, si conoscono frequentandosi. Così anche Dio. Solo se lo frequentiamo, cioè se stiamo spesso con lui, se entriamo in dialogo con lui, possiamo cogliere tutta la bellezza del suo amore per noi che, proprio perché immenso, si mostra in tre modi diversi e complementari, proprio come ci viene detto in questa festa della Trinità.
Quando facciamo il segno della croce affermiamo, con poche parole e con un piccolo gesto, tutta la nostra fede.
A volte i ragazzi dicono: “Ma io faccio fatica a pregare, non so cosa dire al Signore!”.
Il segno della croce è un segno piccolo ma è una grande preghiera, un atto di fede immenso nel Nome Santo di Dio che si rivela Padre, Figlio e Spirito Santo. Per questo va fatto bene e con consapevolezza.
Il nome di Dio dice la sua qualità, esprime ciò che lui è e fa nei nostri confronti.
A volte ci viene da pensare che Dio chieda molto, ma non riflettiamo abbastanza su quanto lui fa per noi.
Pensate… tre persone che sono Dio si prendono cura di me, mi guardano con amore, mi aiutano, mi sostengono, mi perdonano, mi guidano e mi accompagnano verso il bene, il bello, verso ciò che mi è utile per essere e raggiungere la perfezione a cui sono chiamato: la Santità.
Voi direte: ”Ma è una parola grande per noi che siamo ancora piccoli!”.
Bene. Voglio rivelarvi una cosa importantissima: noi siamo già santi!
Il giorno del Battesimo, infatti, siamo diventati cristiani, cioè uniti a Gesù, il Santo, perché è stato capace di donare tutto se stesso per noi.
Il dono della santità ci appartiene, è nostro, ma dobbiamo farlo crescere con gli anni, dobbiamo farlo diventare grande insieme a noi. Questo vuol dire diventare uomini nuovi ad immagine dell’uomo nuovo Gesù.
La festa della Trinità ci dice che Dio è comunione, comunità, è famiglia.
Ma non è una famiglia chiusa! Il suo cerchio è aperto proprio come due braccia protese verso di noi che aspettano che corriamo loro incontro per vivere la festa piena.
Il nome di Dio è così importante che diventa per ciascuno di noi garanzia di fedeltà, di amore. Quante volte, nella Bibbia, troviamo questa espressione: “Non rompere la tua alleanza con noi, Signore, per amore del tuo nome”.
Noi conosciamo la nostra debolezza, il nostro limite, vorremmo fare il bene e invece, a volte, scegliamo di fare il male. E facendo il male al fratello offendiamo Dio che vive, che è presente nella vita del fratello.
Noi, all’amore, siamo capaci di rispondere con l’amore ma, alla cattiveria, a volte rispondiamo col male. Dio, invece, risponde sempre con amore all’uomo, anche quando l’uomo non lo ama e non si interessa a lui. Ricordiamo le parole di Gesù sulla croce: “Padre perdonali perché non sanno quello che fanno!”.
La garanzia della fedeltà, dell’amore di Dio nei nostri confronti, non è “comprata” col nostro impegno, non è “risposta” al nostro sforzo di bontà, ma è dono che Dio fa a noi sempre e comunque, perché lui rimane fedele a se stesso, al suo Nome appunto, che è Amore, amore riversato su noi.
Celebrare la festa della Trinità è celebrare l’amore di Dio per noi. Un Dio che è Padre creatore, che è Figlio redentore, che è Spirito Santo che ci guida alla verità di Dio e che ci farà conoscere il futuro, ci aiuterà cioè a capire ogni giorno la volontà di Dio e a dare la risposta adeguata.
Buona domenica!
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VINCENZO

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MessaggioTitolo: domenica 2 giugno 2013   Mer Mag 29, 2013 9:08 am

DOMENICA 2 GIUGNO 2013

SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO
SOLENNITÀ


“Corpus Domini” è una espressione latina che significa “Corpo del Signore”.
Bene, oggi è proprio la grandissima festa del “Corpo del Signore”: l’Eucaristia, Dio stesso che si fa nostro cibo e nostra bevanda.
Sono certo che, quando vi invitano a partecipare ad una festa di compleanno o a qualsiasi altro evento gioioso, ci pensate molto nei giorni precedenti, siete contenti in anticipo e vi preparate ben bene per essere in forma per l’occasione!
Io non so se oggi siete venuti qui sapendo che si celebra la festa del Corpus Domini per cui, nel caso in cui non vi foste preparati prima, lo facciamo ora mettendoci in silenzio per guardare dentro il nostro cuore.
E’ bello, è pulito, è pieno di gioia? E’ libero da capricci, dai tanti “uffa”? E’ disponibile ad amare il prossimo, è desideroso di vivere seguendo l’esempio di Gesù?
E’ così, infatti, che dovrebbe essere un cuore che partecipa alla festa di oggi!
Chiudiamo ora gli occhi e immaginiamo di essere seduti là, su quel prato di cui ci parla il Vangelo. Siamo anche noi insieme a quella folla che ascolta Gesù che parla del Regno di Dio e che guarisce quanti hanno bisogno di cure.
Vivere la Messa, infatti, è “sedersi su quel prato” per ascoltare le parole che ci aiutano ad essere veri amici suoi. Vivere la Messa è venire da Gesù e chiedere di essere guariti, proprio come quelle persone.
Voi, sentite di avere bisogno di cure?
Qualcuno mi potrebbe dire che, quando è malato, lui va dal dottore… giusto!
Ma le cure di cui abbiamo bisogno dal Signore sono di un altro tipo: sono cure che guariscono il cuore, e vi assicuro che ne abbiamo bisogno proprio tutti!
Sapete come è fatto un cuore malato? E’ come un libro in cui non è stampata nessuna parola, è cioè un cuore in cui non si può leggere il Vangelo perché non c’è proprio scritto… è vuoto, è triste, è chiuso agli altri con un lucchetto che nemmeno il miglior scassinatore riuscirebbe ad aprire!
Oggi, allora, anche noi siamo venuti qui alla Santa Messa per essere guariti da Gesù!
Vi è mai successo di cadere e di sbucciarvi le mani, o il mento, o le ginocchia?
Penso proprio di sì, e sono certa che siete corsi subito dalla mamma per farvi disinfettare, per farvi mettere un cerotto e, perché no… per farvi dare anche un bacetto! E subito siete tornati a correre come prima.
L’Eucaristia non è certo come un cerotto, ma vi dico questo per farvi capire che, quando veniamo in chiesa per la Messa, Gesù ci è così vicino al punto tale da guarirci, da rialzarci, da aiutarci a correre ancora, proprio come fa una mamma!
Vi ricordate che prima vi ho fatto chiudere gli occhi ed immaginare di essere seduti su quel prato assieme alla folla che ascolta Gesù? Bene, siamo ancora lì.
Ecco, arriva la sera e non abbiamo da mangiare… caspita, come facciamo con tutta la fame che abbiamo! Ma… mi sembra di vedere gli apostoli che si stanno muovendo!!!
Sì sì, stanno andando dal Maestro per dirgli di congedarci e di mandarci in qualche villaggio vicino affinché ognuno di noi si arrangi per alloggiare e per trovare cibo!
Però, anche se mi sembra strano, a me sembra di aver capito chiaramente la risposta di Gesù:”Voi stessi date loro da mangiare”. Avete capito così anche voi?
Gli apostoli sono un po’ sconvolti e dicono: “Ma come?!? Ma se non abbiamo niente nemmeno noi! Abbiamo solo cinque pani e due pesci!Come si può pensare di sfamare cinquemila uomini!”.
Siamo d’accordo anche noi, che dite? Anzi, io mi sto un po’ preoccupando…
Ora Gesù ci fa sedere in gruppi di cinquanta, ma come mai? Boh, io non lo capisco proprio… che sia perché non vuole mandare via nessuno, anzi, che sia perché lui stesso vuole prendersi cura personalmente di ognuno di noi? Se è così, non ha certo lo stesso modo di pensare degli apostoli!
Ecco, ecco! Vedete anche voi? Gesù prende i cinque pani e i due pesci, alza gli occhi al cielo, recita su di essi la benedizione, li spezza e li dà ai discepoli per distribuirceli!
Che buoni questi pani e questi pesci! Sono piaciuti anche a voi? Ma… ne sono avanzate dodici ceste! Come è possibile?
Eravamo così numerosi, abbiamo mangiato tutti a sazietà, eppure…
Dopo aver vissuto questa straordinaria esperienza torniamo qui, nel “prato” di questa chiesa, e cerchiamo di capire le due cose più importanti che ci vuole dire Gesù con questo miracolo.
La prima: secondo i discepoli, tutte quelle persone avrebbero dovuto arrangiarsi e comperarsi da mangiare per conto loro, ma per Gesù non esiste il “comperare”, esiste solo il “condividere”, cioè il “mettere in comune quello che si ha”.
Infatti, sapete bene anche voi che c’è chi possiede molto, chi poco, chi niente…
E chi possiede poco o niente, come fa a comperare? Difficile o addirittura impossibile.
Questo significa che ognuno di noi è responsabile degli altri, significa che il problema di chi non ha da mangiare è un problema nostro e non solo di chi ha fame, significa che chi è solo, triste, scoraggiato ecc. deve essere aiutato perché i suoi problemi non sono solo suoi ma sono anche nostri.
E le cose che possediamo, fossero anche solo cinque pani e due pesci, sono doni che Dio ci ha dato e che dobbiamo mettere in comune, sono doni di cui dobbiamo godere con gli altri.
Cosa potrebbero essere, per voi, i cinque pani e i due pesci?
Qualche esempio: la vostra intelligenza, la vostra capacità di essere gioiosi e di tirare su il morale a chi ha qualche preoccupazione, il vostro comportamento corretto, la vostra imparzialità, la capacità di seminare pace, il senso di giustizia, il desiderio di donare il vostro tempo, la vostra bontà e mitezza, la vostra generosità anche in senso economico, e chissà quanti altri ancora!
Provata a pensare voi, ora, a qualche dono che avete e che potreste mettere a disposizione… Pensato? Chi me lo vuole dire?
Vedete allora che tutti noi, per quanto pochi o piccoli che siano, abbiamo sempre dei doni da condividere, abbiamo sempre cinque pani e due pesci da dare!
Basta metterli in comune senza preoccuparci se saranno sufficienti o meno perché, quando noi abbiamo posto nelle mani di Dio tutto quello che abbiamo, lui farà il resto.
La seconda cosa importante che il Signore ci vuole dire con questo brano del Vangelo è questa: i gesti che fa Gesù, cioè il benedire il pane, spezzarlo, distribuirlo con l’aiuto dei discepoli, ci riportano col pensiero alla Mensa Eucaristica e ci fanno capire il significato vero dell’esistenza di Gesù: una vita in dono.
Ogni volta che noi riceviamo il Corpo di Cristo siamo “trasformati” in tanti pezzettini di pane pronti per donarci agli altri, ogni volta che mangiamo quella particola Cristo è vivo in carne ed ossa dentro di noi e ci chiede di entrare nella nostra vita, di essere accolto e di poter davvero camminare con noi.
L’Eucaristia è Comunione con Cristo che vuole essere nostro alimento per aiutarci a fare comunione con i fratelli. E’ proprio da questo Cibo, infatti, che si riceve la forza per compiere la nostra missione, per realizzare il progetto che Dio ha per la nostra vita!
Il nostro impegno per la settimana è dunque questo: condividere.
Provate con tutte le vostre forze e vi assicuro che sentirete qualcosa di nuovo dentro di voi. Provate! Il Signore ha fiducia in voi!
Voi… avete fiducia in lui?
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MessaggioTitolo: domenica 9 giugno 2013   Ven Giu 07, 2013 11:02 pm

DOMENICA 9 GIUGNO 2013

X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Mi permettete di cominciare con una confidenza molto personale? Posso? Allora ve lo dico, ma proprio sottovoce, che resti fra noi.
Mi sarebbe piaciuto tanto vivere in Palestina al tempo di Gesù, mi sarebbe piaciuto incontrare il suo sguardo, seguire i suoi piedi impolverati, sfiorare la sua mano callosa, sentire la sua risata, ascoltare le sue parole, stare con lui...
Questo desiderio grande me lo porto dentro da quando ero bambina e mi consola sapere che un giorno, in Paradiso, lo vedrò faccia a faccia, finalmente lo incontrerò. Ma intanto che passano i giorni di questa vita nel tempo, ogni volta che leggo il Vangelo mi sforzo di trovare quei dettagli che mi aiutino a conoscere meglio il Maestro e Signore. Cerco, tra le parole degli evangelisti, quei particolari che mi facciano scoprire le sfaccettature del carattere di Gesù, che mi rivelino la sua sensibilità di uomo.
Il racconto dell’evangelista Luca, che abbiamo appena ascoltato, mi sembra che ci regali proprio questa possibilità, ve ne siete accorti? Ci mostra alcune caratteristiche personali di Gesù, il suo modo di fare, il suo stile... Con poche parole, ci offre delle briciole preziose.
Il Rabbi di Nazareth è in cammino: ha appena lasciato Cafarnao, dove ha compiuto un miracolo prodigioso guarendo il servo di un centurione. Insieme con i Dodici e accompagnato da una folla numerosa, si sta dirigendo verso la cittadina di Nain.
Quando arrivano vicino alle porte della città, incrociano un corteo funebre.
Non dobbiamo pensare a un corteo come quelli di oggi, con il carro funebre guidato da un signore vestito di scuro, dentro la bara e le corone di fiori.
Al tempo di Gesù, il corpo del morto era cosparso di oli profumati, poi veniva avvolto in teli e bende, infine adagiato su una specie di barella. Sollevata dalle persone della famiglia, questa lettiga veniva trasportata verso il cimitero, che si trovava sempre fuori dalla porta della città, lontano dalle attività dei vivi. Tutti gli amici e i conoscenti formavano una lunga processione che seguiva la portantina con sopra il corpo del morto.
Questo tipo di corteo è quello che Gesù e i suoi Discepoli incontrano quando sono vicini alla città di Nain. Il corpo sulla lettiga è quello di un ragazzino, avrà avuto 12 o 13 anni. Sua madre, che è anche vedova, lo segue, curva, piegata dalla tristezza, quasi appoggiata a quel lettino, su cui stanno portando via il suo bambino.
Ora, fateci caso: la gente piange, il corteo avanza, ma nessuno chiede nulla a Gesù, forse neppure si accorgono di lui, assorti nel loro dolore. Di certo, nessuno gli domanda di compiere un miracolo. I discepoli si fermano in silenzio, in segno di rispetto, mentre il corteo funebre procede.
Contrariamente a tutti gli altri miracoli, questa volta è proprio il Maestro e Signore che prende l’iniziativa. Ferma la folla che sta avanzando lentamente e si rivolge alla mamma del ragazzino: “Non piangere!”.
Quella donna non gli aveva rivolto neppure una parola, non ha nemmeno la forza per domandare qualcosa. Non fa certo caso a chi c’è intorno, ma è il giovane Rabbi che le si avvicina e le parla.
Perché? In genere Gesù non si dimostra desideroso di compiere miracoli: le folle vorrebbero di continuo vedere nuovi prodigi, segni grandiosi, eventi incredibili, mentre lui preferisce evitare, non desidera farsi notare, non vuole gli applausi. Tante volte, nel racconto degli evangelisti, leggiamo che la folla lo cerca attratta dai miracoli e subito Gesù si allontana, si nasconde, quasi scappa di fronte a questo desiderio di straordinario che sembra insaziabile tra la gente.
Perché allora, questa volta, si fa avanti, ferma il corteo funebre e si rivolge alla mamma del defunto? L’evangelista Luca lo spiega così: “Ebbe pietà di lei”.
Gesù sente una tale compassione per questa mamma in lacrime, che non riesce a resistere, non può fare a meno di intervenire. Il dolore di questa donna diventa suo, e sente il bisogno di confortarla in ogni modo.
Cos’avrà pensato il Maestro e Signore di fronte a quella scena straziante?
Forse mi sbaglio, ma credo sinceramente che abbia pensato a sua madre, Maria.
Lì a Nain, nel dolore di quella donna sconosciuta che piange suo figlio, probabilmente Gesù vede lo stesso dolore che vivrà Maria, il giorno della sua morte in croce. Anche a lei toccherà assistere alla morte del proprio figlio e accompagnarlo poi al sepolcro.
Per questo il Rabbi di Nazareth mostra tutta la sua tenerezza di figlio e sente il bisogno di intervenire, di consolare la madre di Nain, di regalarle la possibilità di sorridere di nuovo.
Dopo aver invitato la donna a non piangere più, ora si accosta ai portatori: “Avvicinatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono, ed egli disse: Ragazzo, dico a te, àlzati!”.
“Il morto si alzò e si mise seduto, e cominciò a parlare. E Gesù lo restituì a sua madre”.

Che brivido di emozione, leggendo queste parole!
Fino a un attimo prima tutti piangevano, e d’improvviso basta l’invito di quel Maestro sconosciuto ed il ragazzo, che giaceva morto sulla portantina, si mette a sedere e comincia a parlare!
Proviamo a immaginare come saranno restati senza fiato tutti coloro che erano presenti: partecipavano a un funerale che si sta trasformando in una festa!
E la madre? Lei che prima piangeva di dolore, penso che ora si sarà messa a piangere per la gioia! Suo figlio è vivo! Il suo ragazzo adorato è tornato indietro dal viaggio verso la morte!
La folla mormora, poi esulta, poi grida, di fronte a un miracolo così spettacolare.
Di bocca in bocca viene ripetuta la convinzione che quel Gesù di Nazareth è un inviato di Dio, un vero profeta, un uomo guidato dallo Spirito. La fama del giovane Rabbi si spande in tutta la regione: lo riconoscono, lo ascoltano, lo cercano.
Ma per noi, in questa celebrazione, è il momento di gustare le parole che usa l’evangelista Luca per descrivere la conclusione del breve incontro tra il Maestro e la vedova di Nain: “Gesù lo restituì a sua madre”.
Sembra proprio di vedere la scena: prende per mano il ragazzino, lo fa scendere dalla portantina e lo accompagna dalla mamma. Glielo consegna. Mette la mano del ragazzo in quella della mamma. Niente parole, solo sguardi, emozioni, gioia.
Gioia per madre e figlio, certamente, e chi ne dubita?!
Ma gioia anche per lo stesso Gesù, contento di aver ridonato il sorriso a quella donna sconosciuta.
Magari, tra noi, c’è qualcuno che si sta chiedendo: ma oggi, questa pagina di Vangelo, che cosa può dirci? Noi, che non eravamo presenti al funerale che si celebrava a Nain, cosa possiamo conservare di questo racconto?
Probabilmente non vivremo mai l’emozione di veder risuscitare qualcuno: i funerali a cui partecipiamo terminano sempre al cimitero. Ma sappiamo che quella non è la fine. Sappiamo che il Signore Gesù, ha dimostrato il suo potere nel ridare la vita al ragazzino di Nain, ed ha il potere ancora più straordinario di donare la Vita Eterna.
Questa certezza è alla base della nostra fede.
Ma non basta: dall’incontro del Rabbi con la vedova di Nain, possiamo imparare qualcosa da mettere in atto nella vita di tutti i giorni. Di fronte al dolore di quella madre, Gesù non è scappato, non si è girato dall’altra parte, non ha fatto finta di niente.
È un bell’invito per noi, mi sembra: a non allontanarci da chi è triste, a non far finta di non vedere il compagno che è rimasto in disparte, a non voltare le spalle a chi si sente solo...
Quanta ricchezza per una sola domenica, non vi pare? Ma la Parola di Dio è sempre così: ci nutre, ci illumina, ci regala suggerimenti preziosi per la nostra vita.
Fermiamoci allora per qualche istante in silenzio, a riassaporare le parole e gli insegnamenti di Gesù, perché si radichino profondamente nel nostro cuore e ci accompagnino ogni giorno.
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MessaggioTitolo: domenica 16 giugno 2013   Mar Giu 11, 2013 2:02 pm

DOMENICA 16 GIUGNO 2013

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il tema centrale del Vangelo di questa Domenica è il perdono, cioè l’amore di Dio per ciascun uomo e donna che va oltre qualsiasi cosa sbagliata o ingiusta. Gesù perdona una donna, di cui sembra non conoscere nulla, e ciò scandalizza i farisei che assistono alla scena. L’amore dunque può scandalizzare, infastidire, accendere gelosie e invidie.
Quante volte abbiamo sbagliato, magari offendendo qualcuno, e pare più facile colpire un amico che chiedere perdono; rendersi conto di aver agito contro una persona è faticoso e ancor più tornare indietro. Da piccoli ci sono le maestre, o gli adulti, che con modi più o meno convincenti, ci dicono di chiedere scusa al compagno offeso; noi lo facciamo, ma quanto siamo sinceri?
E l’altro, che cosa capisce del nostro “scusa” detto a mezza bocca?! Molto probabilmente ci vengono in mente tanti piccoli episodi di litigio con compagni di scuola ed amici e oggi ve ne voglio raccontare uno che mi vede protagonista.
Fin da piccola ho avuto l’abitudine di scrivere il diario di tutto quello che di importante mi accade o semplicemente i miei pensieri più profondi e ce l’ho sempre con me! Dunque lo portavo anche a scuola, e guai a chi lo toccava; e come spesso accade, quello che è vietato attira l’attenzione! Marco, il mio compagno di banco, nonché migliore amico, un giorno lo aprì e lesse le ultime pagine. Non mi accorsi di niente se non quando sentii parlare alcuni amici di una cosa che mi riguardava e che non avevo confidato ad alcuno. Andai su tutte le furie, aspettai un passo falso del colpevole e gli giurai vendetta. Confessai a Marco quanto fossi arrabbiato e mi bastò osservare il suo sguardo basso ed imbarazzato per capire che era stata lui e lo condannai alla vendetta! Iniziai a spifferare tutti i suoi segreti alle altre compagne di scuola e sebbene provassi una certa soddisfazione sentivo anche nostalgia dell’amicizia che mi legava a Marco. Pian piano ci allontanammo, ognuno sapeva di dovere delle scuse all’altra, ma io convinto di essere nel giusto non dissi nulla e lui per timore di perdere la nostra amicizia taceva. Proprio per paura di rinunciare al bene che ci legava, Marco mi chiese scusa scrivendomi una lettera. Era bellissima per ciò che diceva. La lessi tutta di un fiato e subito andai da lui per chiederle perdono. Da allora capii che il bene genera altro bene, mentre il male può abbagliare e spezzare i legami più forti. La cosa sorprendente fu la reazione degli altri amici: alcuni erano contenti per noi, altri invece ci consideravano dei “deboli” perché cose così gravi non si possono perdonare e che la vendetta deve andare fino in fondo. In verità fu proprio quell’episodio che ci aiutò a comprendere la profondità della nostra amicizia e la bellezza di perdonare e chiedere perdono: libera il cuore.
La donna che è andata da Gesù, non gli ha parlato se non attraverso i suoi gesti e le sue lacrime, che hanno svelato l’amore che aveva nel cuore e il desiderio di amare. Gesù ha letto i suoi gesti e l’ha perdonata, l’ha liberata dal peso che portava nel cuore; a quanti non compresero le ragioni del perdono, Gesù le spiega ricordando che il legame d’amore che ci unisce a Lui è più grande di qualsiasi cosa e che il perdono è per tutti coloro che sentono la nostalgia di stare in amicizia con Lui. Quanto più è importante ai nostri occhi la relazione con Dio, tanto più sentiremo il bisogno di amare Lui e quanti ci sono accanto. Spesso ci vergogniamo di amare e di dirlo con parole e gesti: la donna del Vangelo odierno, va in casa di sconosciuti e rivela tutto il suo amore per Gesù con gesti semplici e profondi, rischiando di essere cacciata o peggio derisa, ma è proprio Gesù che valorizza la sua richiesta di perdono e il suo desiderio di amare.
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