Preghiera Insieme

Il posto dove la terra è più vicina al cielo....
 
IndiceCalendarioFAQCercaLista utentiGruppiRegistrarsiAccedi

Condividere | 
 

 1° gennaio

Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Andare in basso 
Andare alla pagina : Precedente  1, 2, 3, 4 ... 9, 10, 11  Seguente
AutoreMessaggio
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 29 NOVEMBRE 2009 - I DOMENICA DI AVVENTO   Mar Nov 24, 2009 11:03 am

DOMENICA 29 NOVEMBRE 2009

I DOMENICA DI AVVENTO


Comincia oggi un nuovo anno liturgico, cioè un nuovo periodo di dodici mesi in cui siamo invitati a tenere lo sguardo rivolto a Gesù, alla sua vita e al suo insegnamento. La prima tappa di questo percorso è il tempo che comincia oggi: l’Avvento.
Che significa? A che cosa serve?
Avvento significa “venuta, arrivo” ed è subito chiaro di chi aspettiamo l’arrivo, la venuta: del Signore Gesù!
Infatti l’Avvento ha lo scopo di accompagnarci passo passo verso il Natale. Quella è la Notte Santa in cui facciamo memoria dell’amore di Dio che si fa vicino a noi, unito all’umanità in maniera così completa da scegliere di nascere come uomo tra gli uomini, di nascere come un bambino uguale a tutti gli altri, di condividere la sorte della nostra fragilità.
Capiamo perfettamente che quella Notte Santa chiede una preparazione specialissima: non ci possiamo far cogliere alla sprovvista, confusi, senza comprendere bene che cosa stiamo celebrando! Sarebbe proprio triste non corrispondere in modo adeguato all’amore di Dio che si dona in maniera tanto strabiliante!
Proprio per evitare di giungere al Natale quasi senza rendercene conto, per non correre il rischio di lasciarci scivolare il tempo e i giorni sulla pelle, senza avvertirne il peso e la preziosità, ecco che la Chiesa, saggiamente, ha predisposto il tempo dell’Avvento.
Un sentiero da percorrere aiutati da alcuni elementi per iniziare al meglio quest’anno liturgico. Per prima cosa, siamo avvisati dal colore: i paramenti dell’altare e addosso al sacerdote sono viola, un colore che significa “attenzione, attesa, preparazione”; un colore che è un invito a concentrarci bene, ad essere profondamente attenti così da non sprecare tempo ed energie.
Un altro aiuto fondamentale per vivere bene l’Avvento ci viene dai brani di Parola di Dio che la Chiesa sceglie per questo periodo, quasi a suggerirci un percorso, ricco e intenso.
È vero che ogni Avvento assomiglia un po’ a quelli che lo hanno preceduto, ma se prestiamo orecchio, ci accorgeremo che ogni Avvento ha anche il suo filo conduttore specialissimo e unico: una parola, un dettaglio, un’immagine, che lega insieme i brani della Scrittura Sacra di tutt’e quattro le domeniche che ci preparano al Natale.
Cerchiamo allora di scoprire quale sarà questo particolare, speciale e luminoso, che ci accompagnerà lungo il nostro Avvento.
Se rileggiamo con attenzione i brani della Parola di Dio di questa domenica, non è per niente difficile scoprirlo, perché ci viene suggerita una parola interessante, fin dalle prime righe della prima lettura: “Ecco, verranno giorni - oràcolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele”.
Per bocca del profeta Geremia il Signore Dio garantisce che arriverà il tempo in cui tutte le sue promesse saranno compiute. Se ci pensiamo bene è davvero consolante sapere che c’è almeno qualcuno al mondo che garantisce di mantenere le sue promesse, di portare a compimento le parole che ha pronunciate!
Questo ci rassicura, ci rende fiduciosi verso il presente e il futuro: il Signore Dio ci garantisce che nessuna delle sue promesse resterà irrealizzata!
Forse qualcuno si starà chiedendo: va bene, ma quali sono queste promesse? Che cosa dobbiamo aspettarci?
Ottimo: questo sarà il punto di partenza per il nostro Avvento! Faremo insieme una specie di caccia al tesoro all’interno della Parola di Dio per andare a scoprire, domenica dopo domenica, quali sono le promesse che il Padre Buono s’impegna a mantenere. Nel tempo, ne ha pronunciate parecchie, per bocca dei profeti, rivolte al suo popolo Israele, oppure stringendo amicizia con Abramo, Isacco, Giacobbe. Vedrete che non sarà difficile, riuscire a individuare quali sono le promesse a cui il Signore Dio darà di sicuro compimento.
Cominciamo subito, dunque: qual è la prima promessa che incontriamo oggi nella liturgia della Parola? Procediamo con ordine e proseguiamo nella lettura del brano tratto dal profeta Geremia: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia”.
Uhmm… si tratta di una promessa grande, importante. Ci sono parole che si rincorrono simili, quasi come il ritornello di una canzone: giusto, giustizia
Quando sentite parlare di giustizia a cosa pensate? Ai giudici, ai tribunali, a qualcuno che viene giudicato…
Giusto è il contrario di?
… di sbagliato, certo! Chi compie qualcosa di sbagliato, non sta vivendo secondo la giustizia.
Nelle mie orecchie, poi, appena sento la parola giustizia, risuona subito il lamento costante di tanti miei alunni: “Non è giustoooo!!!”
È capitato anche a voi, qualche volta, di lamentarvi così? Di protestare con voce un po’ strozzata perché quello che sta accadendo non è giusto?
Penso proprio di sì, perché tutti, purtroppo, sperimentiamo prima o poi di essere trattati ingiustamente.
In quali casi sentiamo profondamente che non è giusto?
Prima di tutto quando non si dà ascolto alla verità, quando la si ignora o la si calpesta. Ricordo quando a scuola la preside si era convinta che fosse stato Renato a scrivere sul muro del cortile. Lui ripeteva: “Non sono stato io”, ma la preside non gli lasciava spazio per parlare, ricordando solo i numerosi altri disastri che Renato aveva compiuto nel corso degli anni. Solo che quella volta veramente Renato non c’entrava nulla, eppure gli veniva data la colpa e non aveva la possibilità di spiegarsi, di difendersi. Lui ascoltava le parole della preside e riusciva solo a mormorare con le lacrime agli occhi: - Ma non è giusto! –
Diciamo decisi che non è giusto, quando si usa la forza o il potere per scavalcare il diritto di un’altra persona: ricordo in un oratorio, qualche anno fa, quello che succedeva spesso di sabato pomeriggio; anche se c’erano i turni per usare il campetto di calcio, il parroco aveva particolare simpatia per un gruppetto di adolescenti e di solito interrompeva la partita dei più piccoli per far giocare i grandi. Quando i piccoli protestavano, lui tagliava corto: - Il campo lo usano loro, perché lo decido io! –
Immancabilmente si alzava il grido dei calciatori scacciati: - Ma non è giusto! –
Infine, tutto di noi proclama: “Non è giusto!” quando vengono fatte preferenze o favoritismi. Ricordo la nonna di una mia compagna di scuola che, al parchetto, voleva sempre che scendessimo dagli scivoli: - Andate sulle altalene, voi bambine. Lasciate gli scivoli ai maschietti: quei giochi sono per loro! –
Immaginate com’erano soddisfatti i nostri amici maschi di poter avere gli scivoli solo per loro!
Nella mia mente di bambina, ad ogni richiamo di quella nonna, risuonava categorico: - Ma non è giusto! –
L’ingiustizia ci fa sempre arrabbiare e ribellare: non l’accettiamo, sentiamo che dobbiamo reagire in qualche modo, che non possiamo lasciare che le cose restino così. Abbiamo bisogno di agire, per riportare in piedi la giustizia.
E le ingiustizie non sono solo quelle piccole, quotidiane, che ci capita di sperimentare a scuola, in famiglia, con gli amici, in oratorio… Purtroppo vi sono tante situazioni in cui popoli interi o intere categorie di persone vengono oppresse in maniera ingiustizia.
Ebbene, la parola del profeta Geremia oggi raccoglie una solenne promessa di Dio Padre: “In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra”.
Il Signore Dio promette che nel suo Regno vi sarà sempre la giustizia, ma si aspetta anche una pronta collaborazione da parte nostra, perché questa promessa cominci a realizzarsi fin da subito, adesso, qui, proprio durante questo Avvento.
Cosa possiamo fare?
Ci sono almeno due sentieri di giustizia che possiamo iniziare a percorrere immediatamente.
Innanzi tutto, durante questa Eucaristia, preghiamo per tutte le persone che, in ogni parte del mondo, sperimentano sulla loro pelle l’ingiustizia e si sentono schiacciati, umiliati, feriti nella libertà e nella loro dignità di esseri umani.
Poi, per tutta la settimana che comincia oggi, vigiliamo, teniamo gli occhi ben aperti perché non ci capiti di compiere neppure la più piccola ingiustizia. E soprattutto non lasciamoci prendere dalla pigrizia e dalla rassegnazione di fronte alle ingiustizie cui ci capita di assistere. Decidiamo con coraggio di non restare mai indifferenti, timorosamente nascosti, ma di prendere sempre la difesa della Verità.
Si tratta di impegni seri e gravi, che ci rendono collaboratori di Dio perché il suo Regno d’amore giunga in fretta e si possano realizzare tutte le sue promesse di bene.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:14 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 6 DICEMBRE 2009 - II DOMENICA D'AVVENTO   Mer Dic 02, 2009 11:33 am

DOMENICA 6 DICEMBRE 2009

II DOMENICA DI AVVENTO


Domenica scorsa abbiamo iniziato il cammino d’Avvento con il cuore lieto perché il Signore Dio ci ha assicurato che porterà a compimento tutte le promesse che lungo il tempo ha pronunciato. Ci siamo detti che, settimana dopo settimana, potremo vivere lungo l’Avvento una specie di caccia al tesoro per riconoscere le promesse che il Padre Buono ha pronunciato per bocca dei suoi profeti: così da comprenderle fino in fondo e diventare collaboratori di Dio, perché si realizzino in fretta.
Nella domenica appena passata, per bocca del profeta Geremia, il Signore Dio ci ha detto che nel suo Regno senza fine si realizzerà la giustizia, ma ci ha anche ricordato che si aspetta il nostro contributo perché intorno a noi non si compiano ingiustizie. E, se per caso accadono, tocca a noi non tacere, ma prendere con coraggio posizione a favore della giustizia.
Andiamo allora a scoprire la promessa di questa settimana, cominciando a rileggere insieme la prima lettura, tratta dal libro del profeta Baruc. Quando Baruc, inviato da Dio, pronuncia le parole che stiamo per leggere, il popolo a cui si rivolge è lontano dalla terra d’Israele: si trova profugo e schiavo, triste e sfiduciato in un paese straniero.
Il popolo d’Israele a cui il profeta parla, indirizzando la promessa di Dio, è formato da gente che in quel momento è sconfitta, oppressa, vinta. Eppure ecco risuonare parole piene di speranza e vitalità: “Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: Pace di giustizia”.
Ma guarda che combinazione! Si torna a parlare di giustizia come la scorsa settimana! Però stavolta è unita ad un’altra stupenda promessa del Signore Dio: pace!
Pensiamo un istante a come dev’essere sembrato lontano il sogno di una vita in pace agli israeliti prigionieri e lontani dalla loro terra!
Ma, per bocca del suo messaggero, la voce di Dio ribadisce con decisione la sua promessa: tu sarai chiamata per sempre pace, tu vivrai per sempre nella pace!
A che cosa pensiamo, cosa ci viene in mente, quando sentiamo la parola pace?
Siamo in pace quando siamo tranquilli, sereni, senza pensieri, senza preoccupazioni… Per esempio, all’inizio delle vacanze estive, è bello sapere: “Ora potrò starmene in pace, senza compiti!”
Siamo in pace quando siamo immersi nel silenzio della natura… Per esempio, passeggiando in un bosco, tra il verde dei rami e il profumo umido della terra, viene spontaneo sussurrare: “Che pace che c’è!”
Siamo in pace quando andiamo d’accordo, senza litigi, senza arrabbiature… Infatti, quando capita di litigare, poi ci diciamo: “Facciamo la pace!”
Siamo in pace quando non c’è violenza, né cattiveria tra le persone… Pensate all’amarezza che proviamo quando ci prendono in giro o ci fanno i dispetti: subito pensiamo: “Perché non mi lasciano in pace?!”
C’è pace con tutto il creato quando non inquiniamo, non distruggiamo la bellezza della Natura, ma la rispettiamo e la conserviamo per coloro che verranno dopo di noi. Allora possiamo goderne appieno, con tanta gioia.
C’è pace tra i Paesi e le Nazioni quando non c’è guerra, nessun tipo di guerra: quando non c’è guerra fatta con le armi, ma anche quando non c’è guerra di ricatti, di terrorismo, di minacce… La pace tra i popoli significa sicurezza, possibilità di progettare il futuro pieni di speranza.
C’è pace con Dio quando non cerchiamo di metterci al suo posto, quando non ci crediamo più bravi di Lui, quando non pretendiamo di insegnargli quello che deve fare e come lo deve fare; quando accettiamo che la nostra vita di semplici creature è fragile, conosce le malattie, gli errori, i problemi; quando comprendiamo che nel suo amore di Padre Buono possiamo trovare e assaporare quella felicità che non finisce mai.
C’è una realtà di pace che tutti noi abbiamo sperimentato quando eravamo piccolissimi, di pochi giorni: è la sensazione di benessere che vive ogni neonato quando è sazio, pulito e può addormentarsi tranquillo: è senza paure, in quei momenti, non cerca nulla di più, non desidera nient’altro!
C’è una mia amica, Jessica, che ogni tanto, domanda a se stessa e a chi le sta accanto: Se schioccando le dita potessi essere altrove, dove vorresti essere?
Di solito ciascuno esprime qualche desiderio abbastanza improbabile: Su una spiaggia deserta… in cima al K2… nuotando con i delfini nell’oceano… nello spazio per vedere la Terra dal cielo…
Jessica conclude sempre: Io non vorrei essere da nessun’altra parte che qui, adesso. La felicità, la pace vera, è non voler essere nessun altro rispetto a me stessa, non voler raggiungere qualcosa di diverso, non cercare di più di quello che ho ora.
Forse non tutti saranno d’accordo con la definizione di pace che ha scelto Jessica, però è di certo vero che, quando siamo in pace, non vogliamo andare da un’altra parte o cercare qualche altra cosa: ci gustiamo la pace, la pienezza che viviamo, e ci auguriamo solo che duri il più a lungo possibile.
Nel corso del tempo, alcuni filosofi, gente che pensava molto e cercava di riflettere sulla vita e sulle domande che tutti ci poniamo; dicevo, alcuni filosofi, hanno sentenziato che la pace non è desiderabile: perché quando si vive in pace si diventa come l’acqua di una pozzanghera che è ferma, non cambia, ristagna e dopo un po’ finisce con il puzzare e non riuscire ad ospitare più la vita.
Scusate, io non sono filosofo, ma non sono d’accordo!
La pace non è qualcosa di piccolo, come una pozzanghera! Al massimo, se vogliamo usare questo paragone con l’acqua, possiamo dire che la pace è come un grandissimo lago tranquillo, trasparente, lucido, in cui si specchia tutta la natura intorno e dove vivono e crescono tante specie di pesci e di alghe! È un ambiente vivo e che dà vita all’ambiente circostante.
Perciò non dobbiamo lasciarci scoraggiare da nessuno nella nostra ricerca della pace, ma anzi, dobbiamo continuare a costruirla giorno dopo giorno!
Ce l’ha detto chiaro anche Gesù Maestro, nel discorso delle Beatitudini, quando proclama beati, cioè immensamente felici, i costruttori di pace, coloro che non si arrendono e continuano a cercarla, giorno dopo giorno.
Il Signore Dio ci garantisce che nel suo Regno ci sarà la pace per sempre, senza fine, senza fatica.
Però sappiamo bene, nella nostra esperienza quotidiana, quanto raramente si riesca a mantenere la pace per un lungo periodo.
Basta una partita a pallone per vedere incrinare la pace… basta un commento, una battuta, una parola detta con crudeltà per ferire e distruggere la pace!
Allora c’è bisogno ancora una volta che diventiamo anche noi collaboratori di Dio nel costruire la pace, così che la sua promessa si realizzi in fretta.
E che il Signore cerchi dei collaboratori ce lo dimostra senza possibilità di dubbio il Vangelo di oggi, presentandoci la figura di Giovanni Battista.
Chi è, quest’uomo? È il cugino di Gesù, il figlio di Elisabetta e di Zaccaria. È un profeta, l’ultimo inviato come messaggero da parte del Padre Buono per preparare la strada all’annuncio di Gesù Maestro. Giovanni è un collaboratore di Dio, perché si preoccupa di preparare il cuore degli uomini e delle donne ad accogliere fino in fondo il Vangelo.
Per costruire la pace occorre cambiare il cuore e Giovanni Battista lo sa, l’ha capito perfettamente. Infatti il suo annuncio, il suo insegnamento, è tutto un invito a raddrizzare quello che è storto, a colmare quello che è vuoto, a togliere quello che fa inciampare la nostra crescita interiore, la nostra capacità di vivere secondo il cuore di Dio. La pace comincia da noi, ci insegna Giovanni Battista, dal nostro desiderio di vedere la salvezza di Dio, a partire dai gesti di ogni giorno.
Allora, nella settimana che comincia oggi, scegliamo di vivere da costruttori di pace, seguendo l’invito di Giovanni Battista che suggerisce di sgombrare il cammino alla pace; di liberarle la strada per giungere in fretta tra noi; di farle spazio, perché possa abitare in mezzo a noi, nelle nostre case, nelle nostre città.
Come possiamo fare? Facile: bisogna eseguire delle sottrazioni!
Non mi credete? Dico sul serio: dobbiamo togliere dalla nostra vita tutto quello che impedisce alla pace di fiorire e respirare.
Perciò ho detto che dobbiamo fare delle sottrazioni: meno dispetti, meno parole amare, meno litigi, meno gesti aggressivi o sgarbati, meno indifferenza verso chi ha bisogno di noi, meno egoismo…
Visto quanti meno? Sono tante sottrazioni che possiamo fare ogni giorno e così faremo veramente spazio alla pace.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:13 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 13 DICEMBRE 2009 - III DOMENICA D'AVVENTO - DOMENICA GAUDETE   Gio Dic 10, 2009 12:22 am

DOMENICA 13 DICEMBRE 2009

III DOMENICA DI AVVENTO

DOMENICA GAUDETE


Con quanta rapidità proseguiamo il nostro cammino d’Avvento: il tempo passa in fretta e siamo già alla terza domenica! Il Natale si avvicina, l’aria di festa la respiriamo ovunque e il nostro cuore si riempie di gioia!
Questo ci trova perfettamente in linea con la promessa di cui ci parla la Parola di Dio, oggi: infatti, in questo Avvento, stiamo andando alla scoperta delle promesse che Dio ha fatto per bocca dei suoi profeti; promesse che siamo sicuri il Padre Buono manterrà. Abbiamo anche scoperto, domenica dopo domenica, che possiamo diventare collaboratori di Dio perché le sue promesse si realizzino più presto in mezzo a noi.
Ebbene, dopo aver parlato di giustizia, nella prima settimana; di pace la settimana scorsa, la promessa di oggi non dobbiamo fare fatica a rintracciarla, perché il profeta Sofonia, nella prima lettura, e l’apostolo Paolo, nella seconda lettura, ci invitano alla gioia apertamente, in tutti i toni possibili.
Riascoltiamoli un istante, per gustare appieno le loro parole: in un mondo in cui pochi parlano di gioia, diamo spazio a chi non ha paura di assicurarci che la gioia è possibile, è vicina, è una delle promesse del Padre Buono.
Il primo a prendere la parola è il profeta Sofonia: “Rallègrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele, esulta e acclama con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente. Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia”.
Non è da meno l’apostolo Paolo che, scrivendo ai Filippesi, raccomanda: “Fratelli, siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti!”
Che bella raccomandazione, non vi pare? Capita più spesso di sentirci dire: - State buoni, fate i bravi, state in silenzio… -
Difficilmente qualcuno ci dice: - Rallegratevi, gioite, siate lieti! –
L’apostolo Paolo lo fa, non ha paura a parlare di gioia, anche se questa è una parola un pochino inafferrabile.
Se dico gioia, voi a cosa pensate?
Ho provato a chiederlo a bruciapelo in classe, ai miei alunni, per sentire quali idee o immagini tiravano fuori. Somigliano alle parole che state scegliendo ora voi: luce, colori, pace, amici, mamma e papà, sorriso, coccole, abbracci, sorprese, regali…
Tante parole diverse, tante immagini che si accavallano, per cercare di esprimere un’emozione, uno stato d’animo, che invece sembra sfuggire alle nostre definizioni.
Tutti sappiamo che cos’è la gioia, tutti la riconosciamo quando abbiamo il dono di viverla, tutti la desideriamo profondamente, ma fatichiamo a trovarne una definizione, per spiegarla… Ma forse è meglio così: va gustata, non spiegata!
La Parola di Dio in questa domenica, mentre ci invita alla gioia con le prime due letture, attraverso il Vangelo ci propone un punto di vista secondo me molto interessante e stimolante: ci suggerisce che la gioia è anche impegnativa. Ha bisogno del nostro contributo per realizzarsi, come tutti i doni più preziosi che provengono da Dio.
L’evangelista Luca ci racconta quello che accade sulle rive del Giordano: tutte le persone che sono in cerca della gioia, si rivolgono a Giovanni Battista con una domanda precisa: “Che cosa dobbiamo fare?”
Perché non basta desiderare la gioia: la si può costruire giorno dopo giorno con le nostre scelte e i nostri comportamenti.
Attenzione, non dobbiamo confondere la gioia con la buffonaggine: si può ridere per le stupidaggini, per le battute comiche, per le smorfie, i versacci o le spiritosaggini, ma quella è l’allegria di un momento, l’ilarità, il divertimento.
La gioia riguarda l’intera vita, è uno stato dell’anima e del cuore, coinvolge tutto di noi: la gioia è una cosa seria.
Seria non perché triste o seriosa, ma perché importante, decisiva, trasformante.
Ognuno di noi, nel momento in cui scopre di desiderare la gioia dentro di sé, si rende conto che c’è da cambiare qualcosa nella sua vita e quindi si domanda: che cosa devo fare?
Proprio questa, dicevamo, è la domanda che la folla rivolge a Giovanni Battista: “In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: Che cosa dobbiamo fare?… Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: Maestro, che cosa dobbiamo fare?… Lo interrogavano anche alcuni soldati: E noi, che cosa dobbiamo fare?”
Giovanni Battista risponde a ciascuno con un’indicazione concreta, su misura, che mette in gioco la vita: penso possano essere utili anche a noi.
Rivolgendosi alla folla suggerisce: “Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto”.
Una parola sola può tradurre questo consiglio: condivisione. Non si può vivere la gioia da soli, in maniera egoista. Una gioia che non è condivisa, appassisce e muore, come una pianta che è rimasta senza luce per troppo tempo. Non riusciamo ad essere veramente felici da soli: la gioia, per la sua stessa natura ha bisogno di espandersi, di circolare, di moltiplicarsi nei cuori.
Per questo Giovanni Battista suggerisce gesti molto semplici, ma efficaci: “Se sei nella gioia, ricordati di condividere ciò che possiedi, perché altre vite si possano illuminare di speranza e felicità – questo consiglia alla folla e a ciascuno di noi – Il cibo che per te è abbondante, perché hai fatto troppa spesa, perché hai espresso un capriccio e ora non ti piace più, non sprecarlo, non buttarlo via, ma condividilo: ci sono persone che non hanno nulla da mangiare e faranno festa grazie al tuo dono. I vestiti che non indossi più, perché sei cresciuto, mettili in circolo, a disposizione di chi non ha la possibilità di acquistare un cappotto pesante, delle scarpe ben chiuse, un maglione caldo caldo.”
Che ne dite, possiamo essere capaci anche noi di seguire questa indicazione, non vi pare?
Ma proseguiamo, per ascoltare quello che Giovanni Battista suggerisce ai pubblicani, che erano gli esattori delle tasse: “Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato”. I pubblicani, infatti, avevano fama di approfittare della loro posizione, per intascare una parte di quello che dovevano riscuotere: chiedevano tasse più alte del dovuto, in modo che i soldi in più potevano tenerseli. Per questo tutti odiavano i pubblicani, li consideravano ladri e imbroglioni. A tutti coloro che, pur essendo pubblicani, desideravano vivere secondo il cuore di Dio per gustare fino in fondo la gioia, Giovanni Battista propone una cosa semplice: “Fate bene il vostro lavoro, senza ingannare, senza imbrogliare.”
E secondo me è un suggerimento che va molto bene per noi: facciamo bene, ogni giorno, il nostro dovere e gusteremo la gioia serena della soddisfazione. Siamo a scuola? Perfetto: allora ascoltiamo con attenzione, eseguiamo presto e con precisione ciò che la maestra ci chiede; non sciupiamo i libri e i quaderni; non roviniamo il materiale che ci serve a scuola: se sapeste quanti temperamatite sento cadere a terra ogni giorno, quante matite spuntante da troppi voli giù dal banco, quanti libri spaginati perché lanciati con malgarbo, quante pagine piene di orecchie, per i gomiti che vi si sono appoggiati sopra… Invece è tanto bello poter disporre ogni giorno di tutto il necessario in buono stato: mette di buon umore, ci fa sentire più a nostro agio.
Sempre in classe, far bene il proprio lavoro significa anche non cercare di copiare, approfittando del lavoro degli altri; non disturbare, se finiamo in fretta un esercizio, per non togliere la giusta concentrazione a chi è vicino a noi… Basta poco, vedete? Non servono grandi gesti, ma la serenità che ne scaturisce in noi e attorno a noi, ci porta a gustare la gioia!
Un’altra situazione in cui attuare il consiglio di Giovanni Battista è a casa, quando dobbiamo fare i compiti: invece di rimandare, di trascinare per tutto un pomeriggio il momento di aprire il diario e cominciare a lavorare, tuffiamoci subito nel nostro impegno, così finiremo in fretta e poi ci sentiremo leggeri e liberi.
Come diceva sempre una mia insegnante: “Ci vuole lo stesso del tempo sia a far bene che a far male un compito. Ma se lo fai male, poi dovrai rifarlo, e il tempo raddoppierà!”
Se svolgiamo un compito sciattamente, distrattamente, lo riempiremo di cancellature ed errori e verrà fuori un pasticcio, ci toccherà rifarlo: quanto tempo sciupato, che avremmo potuto invece utilizzare per giocare o rilassarci!
Diamo retta a Giovanni Battista e impegniamoci a fare bene il nostro lavoro, a svolgere con cura i nostri compiti: gusteremo la gioia soddisfatta di chi vede i bei risultati del suo sforzo.
C’è ancora un terzo suggerimento per vivere fino in fondo la gioia, e ci viene dalla risposta che il Battista dà ai soldati che lo interrogavano per sapere cosa fare: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe”.
Sempre molto diretto, il nostro Giovanni Battista, che ricorda ai soldati: “Non approfittate della vostra posizione, della vostra forza, del potere che avete, per far del male, per maltrattare. Siate limpidi, onesti, sinceri in tutto ciò che fate.”
Noi non siamo soldati, ma il consiglio vale anche per noi: quando siamo insieme a compagni più piccoli, non approfittiamo della nostra forza per fare i prepotenti, per decidere tutto noi, per fare “i comandino”, per appropriarci dei giochi che altri stanno usando… Allora ci sentiremo più contenti e vedremo la gioia fiorire nel nostro cuore e anche sui volti di chi si trova insieme a noi.
Se daremo ascolto ai suggerimenti di Giovanni Battista aiuteremo la promessa di Dio a compiersi in fretta, a realizzarsi subito, perché cominceremo a gustare la gioia serena di chi sa condividere, fa bene il suo dovere e non approfitta della sua posizione.
Penso che questa settimana sarà molto impegnativa per ognuno di noi, ma vedrete che sarà anche piena di gioia!


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:13 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 20 DICEMBRE 2009 - IV DOMENICA DI AVVENTO   Mer Dic 16, 2009 2:58 pm

DOMENICA 20 DICEMBRE 2009

IV DOMENICA DI AVVENTO


Siamo alla Quarta domenica di Avvento e il Natale è ormai vicino, vicinissimo! Per aiutare il nostro cuore a vivere profondamente questa grande festa, ci lasciamo guidare dalle parole dell’evangelista Luca che ci racconta la visita di Maria alla cugina Elisabetta.
Maria aveva saputo che sua cugina era incinta, proprio come lei. Elisabetta aveva molti anni più di Maria e la sua gravidanza era già avanzata. Maria decide allora di recarsi da Elisabetta, per aiutarla: per tenere in ordine la casa, per preparare il necessario al bimbo in arrivo e per restarle accanto subito dopo la nascita tanto attesa. Potranno anche condividere la gioia di essere entrambe mamme in attesa del primo figlio.
Elisabetta abita lontano, in una cittadina sulle montagne, ma Maria non si fa scoraggiare dalla distanza. Parte e non perde tempo lungo la strada: vuole arrivare presto! E infatti Luca scrive: “In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda”.
Finalmente Maria raggiunge la casa di Elisabetta e Zaccaria, entra e per prima cosa saluta la cugina.
A questo punto accade una cosa molto bella: “Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo”.
Il bambino, che Elisabetta ha nel pancione, quando sente la voce di Maria, si muove, come per salutare anche lui.
Se voi chiedete alle vostra mamme o a qualsiasi donna che ha portato un figlio in grembo, vi diranno quale immensa gioia è sentire il bimbo che si muove! Sentirgli dare un calcetto, cambiare posizione... Per una mamma che ancora non ha la possibilità di vedere il suo bambino, il sentire che il piccolo si muove è fonte di grande felicità: vuol dire che lui è vivo e sta bene, che cresce e diventa forte!
Anche Elisabetta gioisce nel sentire la sua creatura muoversi nel grembo. Non solo: Elisabetta viene illuminata dallo Spirito Santo e comprende che il suo bimbo non ancora nato sta salutando Maria.
Bisogna considerare che Maria è appena all’inizio della sua gravidanza, nessuno sa ancora che aspetta un bambino: non lo ha detto a nessuno, neppure a Giuseppe, il suo sposo, e ancora non le è cresciuto il pancione. Ma lo Spirito Santo rende Elisabetta capace di indovinare il bellissimo segreto della cugina e lo dice ad alta voce: “Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!”, cioè: sei benedetta tu, o Maria, e benedetto è il figlio che porti in grembo.
Quante volte ripetiamo anche noi questo saluto gioioso di Elisabetta! Ogni volta che preghiamo l’Ave Maria anche noi diciamo: “tu sei benedetta tra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù”.
Elisabetta pronuncia queste parole con tanto slancio, spinta dallo Spirito Santo, e nel corso del tempo i credenti le hanno scelte per pregare Maria, la mamma di Gesù.
Ma torniamo al racconto del Vangelo: Elisabetta ha ancora qualcosa da dire alla cugina. Le va incontro, la abbraccia e tenendole le mani, con gesto affettuoso, le racconta ciò che è accaduto: “Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo”: appena ho sentito la tua voce, subito il bimbo che ho in grembo si è mosso per salutarti e far festa al figlio tuo!
E aggiunge: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”.
Che è come dire: tu, Maria, sei una donna davvero felice perché hai creduto che il Signore mantiene sempre le sue promesse!
Queste parole di Elisabetta mi sembra che debbano farci saltare di entusiasmo, battere le mani e cantare con tutta la voce! Infatti anche noi possiamo gustare la stessa beatitudine di Maria, la sua stessa stupenda felicità, perché anche noi possiamo vivere nella stupenda certezza che il Signore Dio mantiene sempre le sue promesse ed è fedele alla parola data!
In fondo, Elisabetta canta la gioia di chi crede, di ogni uomo e di ogni donna che vivono nella fede, amando il Signore. Chi crede nel Signore Dio e nella sua Parola, vive nella speranza, nella gioia e nella pace.
Questo vale anche per noi, naturalmente!
Il Signore Gesù che cosa ci ha promesso? Di essere con noi sempre.
Ed ha mantenuto e mantiene la sua promessa: infatti lo incontriamo ogni giorno, ogni volta che celebriamo l’Eucaristia e ascoltiamo la sua Parola. Questa è la nostra fede!
Sapete, quando mi trovo a parlare di fede, mi viene sempre in mente il racconto dei due soldati amici. Lo conoscete?
Non so dirvi chi glielo avesse riferito, ma mio nonno raccontava che, durante la Prima Guerra Mondiale si trovavano al fronte due soldati che erano amici da sempre. Erano dello stesso paesino di montagna, erano cresciuti insieme, erano andati a scuola insieme ed erano inseparabili. Prima che cominciasse la guerra passavano il tempo libero andando insieme a pescare al fiume oppure facendo lunghe scalate tra le rocce, sempre insieme. Anche lì, in trincea, nel freddo e con tanta paura addosso, il loro conforto era la loro amicizia, il potersi incoraggiare e aiutare a vicenda. Una notte ci fu un attacco nemico e dal cielo vennero giù tante bombe. Il tenente ordinò ai soldati di mettersi al coperto, ma alcuni erano stati colpiti dalle bombe. Appena i soldati vivi furono in salvo, uno dei due amici si accorse che l’altro non c’era: doveva essere ferito o forse morto, sotto le bombe. Il soldato chiese il permesso di correre fuori a cercare l’amico e, sebbene a malincuore perché il bombardamento continuava, il tenente gli accordò il permesso.
Dopo un tempo che a tutti parve lunghissimo, il soldato tornò: era stato ferito a una gamba da una scheggia e portava sulle spalle il corpo dell’amico, morto.
Dimmi, chiese il tenente, a che è servito che tu sia andato là fuori? Ora sei tornato con una ferita e il tuo amico è ormai morto! È stata una pazzia inutile!
No, rispose il soldato. Non è stato inutile! Quando l’ho raggiunto era ancora vivo. L’ho abbracciato e ho detto una preghiera al suo orecchio. Lui ha aperto gli occhi e prima di morire mi ha detto: “Sapevo che saresti venuto”.
Il Signore Gesù è il più fedele degli amici, su di lui possiamo contare con certezza, sapendo che Egli viene ogni volta che lo invochiamo e non ci lascia mai da soli.
Per questo, vogliamo vivere la giornata di oggi con il cuore colmo di gioia e di speranza: il Signore è vicino, è con noi. Il Signore è fedele alle sue promesse di amicizia e di amore.
Fermiamoci un istante a pensare a qualche situazione della settimana appena trascorsa in cui abbiamo gustato la sua presenza d’amore. E con questa certezza, pieni di gratitudine, viviamo il mistero dell’Eucaristia.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:12 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: 25 DICEMBRE 2009 - NATALE DEL SIGNIRE   Lun Dic 21, 2009 10:28 pm

VENERDI' 25 DICEMBRE 2009

NATALE DEL SIGNORE


Quanta luce c’è in Chiesa, oggi! Non è solo quella delle candele o delle lampade: no, è la luce che si sprigiona dai nostri volti, luminosi di felicità in questo giorno santo e specialissimo nel quale facciamo a Gesù gli auguri per il suo compleanno!
Noi, che abbiamo camminato lungo tutto l’Avvento riscoprendo le promesse di Dio fatte per bocca dei suoi profeti; noi che abbiamo scelto di diventare collaboratori di Dio, perché le sue promesse si realizzino presto, ora possiamo cantare di felicità e gratitudine, perché il Bambino che è nato a Betlemme è la più grande, la più sicura, la più preziosa di tutte le garanzie!
Sì, la nascita di Gesù è la prova, l’assicurazione, che Dio mantiene davvero le sue promesse: per realizzarle arriva fino al punto da venire in mezzo a noi, fino a farsi uno di noi.
Guardate che non è solo una bella immagine o un modo di dire: il Signore Dio si fa uomo davvero, in tutto e per tutto come ciascuno di noi!
Il bambino Gesù, che oggi contempliamo piccolo e tenero, nasce da una mamma come ogni altro bimbo della Terra, ed è fragile, indifeso, bisognoso di tutto. Come ogni neonato al mondo, anche Gesù ha bisogno di essere nutrito, allattato dalla sua mamma. Ha bisogno di essere cullato per addormentarsi; deve essere lavato, quando si sporca; bisogna cambiargli anche il pannolino. Deve essere riscaldato, coperto, avvolto nelle fasce, ben protetto dal freddo della notte.
Se ne sta lì, questo bambino, simile ad ogni altro neonato, ed è difficile, guardandolo, riuscire a convincersi che in lui sia racchiusa tutta la potenza del Signore Dio!
Sembra talmente piccolo, debole…
Eppure è Lui e solo Lui che può salvarci.
Ce lo dice la voce degli Angeli, che per una volta si riversano in massa sulla Terra: vanno in giro, per la campagna intorno a Betlemme, e si rivolgono ai pastori che se ne stanno a dormire all’aperto, per vegliare il gregge. Gli Angeli danzano e cantano il loro giubilo per il prodigio senza misura che sta avvenendo: il Figlio di Dio si è fatto uomo, il Figlio di Dio ha scelto di abitare in mezzo all’umanità!
Questo annuncio strepitoso non può attendere oltre: nella notte, la voce dei messaggeri celesti raggiunge i pastori, che ascoltano frastornati, stupiti, confusi, questa notizia straordinaria: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore".
È nato il Salvatore: ma cosa mai significa questo titolo?
Salvatore è colui che salva, da un pericolo, magari persino dalla morte.
Un salvatore è colui che protegge, che ci dà sicurezza.
Un salvatore è colui che porta la giustizia.
Un salvatore è garanzia di pace.
La presenza del nostro salvatore non può che riempirci di gioia.
Eccole qui, tutte presenti, le quattro grandi promesse che abbiamo imparato a scoprire durante il nostro percorso d’Avvento, con la nostra speciale caccia al tesoro: tutte le promesse di Dio Padre si realizzano nella persona di Gesù, che è il Salvatore.
Questa parola, se devo proprio dirla tutta, a me è sempre suonata un po’ strana, antica, poco vicina alla mia realtà… Ma questa primavera un mio amico mi ha aiutato a capirla diversamente.
Ci ricordiamo tutti, vero, del terribile terremoto del 6 Aprile scorso, in Abruzzo?
Le immagini delle case crollate, di intere città spazzate via, sbriciolate, distrutte, ci sono rimaste impresse e non credo che le dimenticheremo presto.
Vito, un amico di vecchia data, è vigile del fuoco a Pescara e, dopo il terremoto, è accorso a L’Aquila, come molti altri suoi compagni di lavoro.
Sono stati giorni e notti tremendi, scavando tra le macerie, lottando contro il tempo per fare presto, presto, il più presto possibile: forse c’erano persone ancora vive che si potevano estrarre da sotto quella rovina.
Vito mi ha detto che alle volte lo prendeva la stanchezza, lo scoraggiamento, ma subito si rimetteva a scavare con gli altri, perché c’era sempre una possibilità…
Dopo tante ore di questo ritmo sostenuto, è arrivato un momento magico, speciale, quello che ha dato senso a tanta fatica: i cani hanno annusato qualcosa, hanno cominciato ad abbaiare… Vito e gli altri hanno scavato con attenzione e, sollevando diversi strati di mattoni e calcinacci, hanno visto un portoncino marrone scuro, bello robusto, che era caduto quando il muro della casa era crollato, ma aveva formato uno scudo di protezione per chi si trovava lì sotto.
Proprio da sotto quel portoncino marrone i vigili del fuoco hanno tirato fuori un ragazzino di circa undici o dodici anni. Era conciato male, con tutt’e due le gambe rotte, tutto coperto di polvere e calce, la bocca tanto riarsa dalla sete che non ce la faceva neppure a chiedere aiuto: ma era vivo! Vivo!
Mi ha detto Vito che non ha mai provato un’emozione tanto grande come quando ha stretto leggermente la mano di questo ragazzino e gli ha sussurrato piano piano: “Va tutto bene, ora… sei salvo!”
Vito, con le lacrime agli occhi, mi ha confidato che mai come in quel momento ha capito veramente che cosa significa salvare qualcuno: lo sguardo di quel ragazzino gli ha fatto sentire il sapore della salvezza, gli ha fatto comprendere quanto può essere meraviglioso, almeno una volta, essere il salvatore di un’altra persona!
La gioia speciale di quel momento non è stata solo di Vito e dei suoi colleghi; né solo del ragazzo salvato: mi ha raccontato che tutti coloro che erano presenti hanno vissuto la medesima emozione.
Chi era lì per caso, chi magari osservava incuriosito o speranzoso l’operato dei vigili, chi aspettava di poter andare a prendere qualcosa dall’interno della propria casa semidistrutta… tutti i presenti, insomma, si sono sentiti travolgere dalla commozione e dalla gioia!
A quelle persone non importava il fatto di non conoscere neppure il nome di quel ragazzo; non importava se non l’avevano mai visto e se forse non lo incontreranno mai più: ciascuno ha esultato profondamente perché in quel ragazzino salvato vinceva la vita.
Mentre l’ambulanza portava il piccolo ferito verso l’ospedale, tutti i presenti si sono abbracciati tra loro: Vito e i suoi colleghi, certamente, ma anche gli altri che non si conoscevano! Tutti commossi, sorridenti: applausi, pacche sulle spalle, grida di “bravi”… Tutti si sono sentiti uniti dalla gioia speciale di vedere una vita salvata.
Persino noi, che non eravamo lì, nel sentire il racconto di quello che è accaduto ci rallegriamo: ci rallegriamo per quel ragazzo e ci rallegriamo per i vigili che ce l’hanno fatto!
La salvezza è fonte di gioia, di esultanza: viene voglia di gridare, di saltare, di cantare!
Ed ora, sottovoce, mi domando: proviamo al stessa gioia, la stessa esultanza per la nascita di Gesù?
Lui è il nostro salvatore! Lui è il solo che può far vincere la vita! Lui è il solo che può portare a compimento tutte le promesse di Dio Padre!
Questo non ci fa saltare, gridare, cantare di gioia? Non sentiamo che la felicità trabocca da noi, di fronte a un mistero così grande e così meraviglioso?!
Allora, vogliamo vivere questa Eucaristia come un lungo grazie al Signore Dio che sceglie un modo così stupendo di compiere le sue promesse, venendo tra gli uomini, come un bimbo appena nato. E poi, in questi giorni non spegniamo la gioia: continuiamo ad avere il cuore colmo di esultanza e di festa perché Dio è in mezzo a noi!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 27 DICEMBRE - SANTA FAMIGLIA DI GESU', MARIA E GIUSEPPE   Mar Dic 22, 2009 3:28 pm

DOMENICA 27 DICEMBRE 2009

PRIMA DOMENICA DOPO NATALE

SANTA FAMIGLIA DI GESU', MARIA E GIUSEPPE


In questa prima domenica dopo il Natale celebriamo la bellissima festa della Santa Famiglia. Ci rallegriamo insieme per il dono di ogni famiglia, sapendo che il Signore Gesù, facendosi uomo, ha voluto nascere in una famiglia, ha voluto crescere in una famiglia, ha voluto vivere nell’amore di una famiglia.
Il brano del Vangelo secondo Luca che abbiamo appena ascoltato, ci racconta un episodio capitato proprio alla famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe.
Racconta l’evangelista che ogni anno Maria e Giuseppe si recavano a Gerusalemme per celebrare lì la festa di Pasqua e portavano il piccolo Gesù con loro.
Anno dopo anno il tempo passa e Gesù sta crescendo: ha ormai raggiunto i 12 anni. Per il popolo di Israele 12 anni sono un’età molto importante. Un ragazzo che ha compiuto 12 anni è considerato ormai capace di pensare come una persona adulta e, soprattutto, dai 12 anni in poi, un ragazzo può leggere ad alta voce nella sinagoga la Torah.
Gesù ha quindi 12 anni e torna ancora, come ogni anno, a Gerusalemme con Maria e Giuseppe. A quel tempo si viaggiava in carovana: gli asinelli venivano caricati con i bagagli e tutti si andava a piedi. Per raggiungere un posto ci volevano diversi giorni, perché la strada andava percorsa a piedi. Si partiva insieme: parenti, vicini di casa… tutta la gente di Nazaret che andava a Gerusalemme, viaggiava insieme. E così al ritorno.
Proprio al ritorno, accade un imprevisto: la carovana parte all’alba, quando il giorno sta appena spuntando e Gesù, senza dire niente a Maria e a Giuseppe, si ferma a Gerusalemme.
I suoi genitori non se ne accorgono subito: è una carovana numerosa, ci sono tanti altri ragazzini amici di Gesù, per cui Maria e Giuseppe pensano che egli sia insieme a loro, a giocare e a stare in compagnia durante il viaggio. Quando arriva la sera la carovana si ferma per trascorrere la notte, Maria e Giuseppe cominciano a cercarlo tra gli amici e i parenti… e non lo trovano!
Allora sì che si spaventano! Subito, anche se ormai si sta facendo notte, riprendono il cammino per tornare a Gerusalemme, ma naturalmente arrivano solo il giorno dopo.
Cominciano a cercarlo con il cuore pieno di preoccupazione.
Se due genitori smarriscono il figlio tra la folla, secondo voi dove lo cercano?
È successo a due miei amici, Cristina e Fulvio: hanno un bambino di sei anni, Mario, e un pomeriggio, mentre erano in centro a fare spese, l’hanno perso di vista.
Subito si sono messi a cercarlo: erano in un grande magazzino e hanno cominciato a girare tutti i reparti, primo fra tutti quello dei giocattoli, ma Mario non era lì. Hanno provato a farlo chiamare con l’altoparlante, ma di Mario nessuna traccia.
Sempre più preoccupati, Cristina e Fulvio, con il cuore pieno di ansia, sono usciti per la strada e hanno cercato tra i negozi, davanti alle vetrine: non lo vedevano da nessuna parte. Hanno provato dal gelataio: ma Mario non era lì. Allora hanno provato un po’ più avanti, dove spesso compravano le focaccine che a Mario piacevano tanto: ma il bimbo non era neppure lì. Hanno provato a vedere al negozio di computer che aveva in vetrina i videogiochi, dove spesso Mario si incantava: niente da fare!
Ormai i miei amici erano proprio spaventati: Cristina cercava di non piangere e Fulvio chiamava Mario ad alta voce e chiedeva a tutti quelli che incrociavano: “Scusi, ha visto un bambino con una sciarpa rossa?”
Ma nessuno dava loro risposta.
Finalmente Cristina ha visto da lontano la figuretta familiare del suo bimbo, con la scarpetta rossa intorno al collo. Si è precipitata, lo ha abbracciato forte, anche Fulvio è corso e teneva stretti insieme la moglie e il figlio, sentendosi di nuovo tranquillo. Dove era andato Mario? Attraverso la vetrina del negozio dove stava con mamma e papà, aveva visto passare una carrozzella tirata da un cavallino bianco e siccome non aveva mai visto un cavallo dal vero, solo in televisione, era uscito dal negozio e si era messo a seguire la carrozzella. Per fortuna si era fermata dopo un tratto breve: Mario si era dimenticato di tutto il resto ed era rimasto incantato a guardare il cavallino che mangiava tranquillo dal sacco di avena che portava al collo.
Quando la carrozzella era ripartita, il bambino si era finalmente reso conto di essersi allontanato dai genitori, ma ormai non sapeva tornare indietro e si era messo a piangere, spaventato. A quel punto, per fortuna, lo aveva visto Cristina e tutto era finito bene.
Ma torniamo a Maria e Giuseppe che cercano Gesù a Gerusalemme. Di certo guardano con attenzione nelle strade e nelle piazze, provano tra le bancarelle del mercato, nelle botteghe degli artigiani… in tutti i posti dove ci si aspetta che vada un ragazzino. Ma non lo trovano. E la preoccupazione cresce sempre di più.
Alla fine, sconfortati, provano a tornare al Tempio dove erano stati per celebrare la festa, e Gesù è proprio lì!
Se ne sta seduto in mezzo ai saggi del Tempio, i Dottori della Legge e dialoga con loro. Ascolta i loro discorsi e fa domande che dimostrano una profonda intelligenza. È tutto assorto nella conversazione con questi anziani che hanno studiato a fondo la Parola di Dio.
Maria e Giuseppe tirano un enorme sospiro di sollievo nel vederlo e, come farebbe ogni mamma, Maria rimprovera suo figlio: “Si può sapere come ti è venuto in mente di restare qui senza dircelo? Tuo padre ed io ti abbiamo cercato dappertutto pieni di paura!”
Le parole di Maria sono spontanee, sono quelle che ci aspetteremmo normalmente di sentire sulle labbra di una mamma preoccupata. Quello che invece ci sorprende è la risposta di Gesù: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”
Che cosa significa? Stare nel Tempio, per Gesù adolescente, è cominciare a manifestare il suo legame con Dio Padre. È una frase impegnativa e anche un po’ misteriosa quella che Gesù pronuncia. Per noi, che la leggiamo oggi, conoscendo bene la sua vita, è più facile capirne il significato, ma per Maria e Giuseppe non è affatto così. E il Vangelo lo dice molto chiaramente: “Essi non compresero le sue parole”.
Anche Gesù si rende conto che i suoi genitori non hanno compreso, ma non si mette a protestare, non si mette a dire: “voi non capite niente!”
Semplicemente torna indietro con loro, a casa, a Nazareth. Aspetta di crescere, di diventare un uomo, prima di lasciare la casa dei genitori.
Non so se nelle vostre famiglie capita di vivere qualche incomprensione. Spesso succede tra genitori e figli: ci sono momenti in cui ai genitori sembra di non riuscire più a capire i propri figli, specialmente quando sono adolescenti. E molte volte i figli hanno l’impressione che i genitori non riescano a comprendere quello che vivono, quello che pensano, quello che hanno nel cuore.
L’episodio che l’Evangelista Luca ci ha raccontato ci può aiutare proprio in momenti di difficoltà.
Ci mostra che persino nella Santa Famiglia ci sono state situazioni in cui non ci si comprendeva fino in fondo, ma non è mai venuto meno il rispetto e l’amore.
È questo il dono profondo e segreto dell’essere famiglia: la certezza che qualsiasi cosa succeda, niente fa venire meno il rispetto, niente può fare spegnere l’amore.
In questa domenica vogliamo fermarci a ringraziare il Signore Dio per il dono di ogni famiglia e in particolare per la famiglia in cui viviamo. Ringraziamo Dio per la nostra famiglia così com’è, con i momenti di gioia e anche le possibili difficoltà. Da questa Eucaristia vogliamo prendere lo slancio per tornare a casa e vivere con più amore il dono grande di essere una famiglia.


Ultima modifica di VINCENZO il Mer Dic 30, 2009 1:12 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: VENERDI' 1° GENNAIO 2010 - SOLENNITA' DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO   Mer Dic 30, 2009 1:11 pm

VENERDI' 1° GENNAIO 2010

SOLENNITA' DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO


Nel vangelo di Luca di questa domenica di capodanno ci viene raccontata l’esperienza di fede dei pastori e la presentazione di Gesù bambino al tempio, otto giorni dopo la nascita, per la circoncisione.
Desidero soffermarmi sulla prima parte del vangelo, provando a descrivere il cammino di fede dei pastori. Innanzitutto mi piace notare come essi ricevano l’annuncio della buona notizia, cioè il vangelo, nella notte, proprio sul loro “posto di lavoro”, insomma nella loro vita quotidiana. Quella notte poteva essere uguale a tante altre notti trascorse nel pascolo con il loro gregge, ma non fu così. Questo evento provoca in loro un movimento verso Cristo, essi senza indugio si recano alla grotta per Vedere il Salvatore. Qui c’è l’esperienza dell’incontro con il Redentore. È un incontro adorante alla presenza del Signore. In quel incontro essi gustano la presenza del Signore, anzi ne accolgono tutto il Suo amore. Quella sera l’amore del Redentore sconvolge la loro vita. Essi non possono contenere la Gioia per aver Visto e Toccato il Verbo della vita, il Dio-bambino, sono inondati dal Suo amore. Lo raccontano agli altri suscitando in loro stupore e meraviglia. A tal proposito desidero ricordare ciò che Giovanni scrive all’inizio della sua prima lettera: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. La nostra comunione è col Padre e col Figlio suo Gesù Cristo”.
Cosa gli raccontano? Certamente gli raccontano come sono passati dall’annuncio del vangelo, all’incontro con il Salvatore fino all’accoglienza del Suo amore nella loro vita. Sicuramente visitando il Redentore sono stati da Lui visitati!!! Ormai il Verbo ha preso dimora anche nella loro vita, nella loro storia!!! Rifletto sul fatto che dopo quel incontro i pastori ritornano a casa, alle loro attività, cioè a pascolare. Ma ora non sono più gli stessi pastori di prima. Ora nel loro lavoro, con la loro vita, non fanno altro che cantare e rendere Gloria a Dio che opera queste meraviglie, che nel Suo grande amore viene a visitarci per accoglierci così come siamo e per ricolmarci della sua misericordia.
Cosa voglio farvi notare carissimi bambini?
La straordinarietà della rivelazione di Dio consiste nel fatto che Lui ci viene a visitare nella quotidianità della nostra vita!!! A volte il lieto annuncio ci viene dato dall’esempio e dalla testimonianza di altri bambini cristiani o meglio dallo stile di vita feriale ed evangelico di tanti cristiani di oggi. Questa prima forma di annuncio ci spinge all’incontro personale con il Signore Risorto nella grotta, che io vorrei paragonare all’incontro con il Risorto nella vita sacramentale della Chiesa. Soprattutto nella Santa Messa Domenicale noi accogliamo la Parola di Dio che viene ad abitare in noi, come pure ci nutriamo del Corpo di Cristo che ci trasforma in Lui. L’incontro adorante con il Signore rende nuova la nostra vita nella sua quotidianità. Oserei affermare in questi termini l’esperienza dei pastori: dalla quotidianità della solita vita abitudinaria all’Eucaristia, dall’Eucaristia alla rinnovata quotidianità come vita nuova nella quale si rende Gloria a Dio vivendo e testimonianza con semplicità il suo amore.
Auguro a tutti voi di essere come i pastori di Betlemme, aperti alla novità dell’annuncio della Lieta Notizia, disponibili all’incontro con il Risorto nei sacramenti, pronti a rendere Gloria a Dio nella quotidianità del vostro esistere. Buon anno 2010 nella Grazia del Signore Risorto e nella protezione della Vergine Santa, Madre di Dio e Madre nostra.


Ultima modifica di VINCENZO il Lun Gen 04, 2010 7:32 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 3 GENNAIO 2010 - II DOMENICA DOPO NATALE   Mer Dic 30, 2009 1:27 pm

DOMENICA 3 GENNAIO 2010

SECONDA DOMENICA DOPO NATALE


Di solito, dopo aver ascoltato tutt’e tre le letture proposte dalla Liturgia, ci soffermiamo sul Vangelo; durante l’Avvento abbiamo concentrato la nostra attenzione sulla Prima Lettura, per andare alla scoperta delle promesse che Dio Padre ha pronunciato per mezzo dei suoi profeti.
In questa seconda domenica dopo Natale, vorrei che insieme rivolgessimo una cura particolare alla Seconda Lettura. Diciamoci la verità: tante volte risulta un po’ trascurata.
Persino mentre viene proclamata, ci sono persone che perdono il filo, che si distraggono. Non per cattiveria o superficialità, li capisco: è che quasi sempre si tratta di brani tratti dalle lettere di San Paolo e questo grande Apostolo scrive in maniera un po’ difficile, oppure affronta argomenti complessi. Per noi tutti è più facile seguire e comprendere la Parola di Dio quando ci presenta fatti, persone, avvenimenti.
Però il brano di quest’oggi della Seconda Lettura, merita che gli si dedichi un piccolo sforzo della mente e del cuore.
L’apostolo Paolo scrive rivolgendosi alla comunità dei primi cristiani della città di Efeso, nei territori della Turchia di oggi. La lettera comincia con una preghiera, un inno, un vero e proprio canto di gioia e di benedizione.
La voce dell’Apostolo proclama benedetti Dio Padre e il Figlio Gesù, per tutte le meraviglie che, nell’amore e per amore, hanno compiuto:
“Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà, a lode dello splendore della sua grazia, di cui ci ha gratificati nel Figlio amato”.
Proviamo a rileggerla, usando parole più vicine a noi, così da poter far nostra questa preghiera di benedizione:
“Benedetto sei tu, o Dio, che ci hai colmati di ogni bene da sempre.
Benedetto sei tu, o Dio, che ci hai sognati e voluti fin dalla creazione del mondo.
Tu ci ami così tanto che ci circondi di ogni tenerezza e hai di continuo cura di noi.
Per questo, ti aspetti che corrispondiamo al tuo amore crescendo nella capacità di amare, per somigliare sempre più a Gesù, tuo Figlio.
Così, noi che ti possiamo chiamare Padre, potremo veramente essere a tutti gli effetti tuoi figli adottivi”.
Dopo questa splendida preghiera, san Paolo si rivolge direttamente agli Efesini e comincia con il far loro i complimenti: “avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere”.
L’Apostolo dice ai cristiani di Efeso tutta la sua gioia perché ovunque sente parlare di quanto sia forte la fede di questa piccola comunità e come siano capaci di amore gli uni per gli altri.
Sono veramente parole di grande elogio, che fanno sicuramente piacere a chi le ascolta. Pensate se qualcuno, magari il Vescovo, inviasse una lettera da leggere alla fine della Messa e in questa lettera ci scrivesse: “Mi rallegro tanto perché da tutti sento parlare bene di voi. Tutti mi descrivono la vostra fede che è forte e salda. Tutti mi testimoniano quanto vi volete bene tra voi, come condividete ogni cosa e come siete capaci di accogliere ogni nuovo parrocchiano, facendolo sentire subito amato”.
Se arrivasse una lettera così, non ci sentiremmo tutti orgogliosi e felici? Anche per gli Efesini sarà stato bello sentirsi rivolgere quei bei complimenti da un grande Apostolo, come san Paolo.
Questo infaticabile missionario del Vangelo aggiunge, nella sua lettera, ancora qualcosa che è molto importante: “il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi”.
Cioè, san Paolo sta dicendo nelle sue preghiere per gli Efesini, chiede al Signore Dio un dono ben preciso: che tutti i credenti possano ricevere il dono della sapienza per poter arrivare a possedere una profonda comprensione di Dio e del suo sogno su ciascuno di noi e sull’umanità intera.
Cerchiamo di fermarci con calma su questo desiderio di san Paolo: la preghiera che nasce dal cuore di un santo e di un Apostolo è densa di significato, perciò vogliamo assimilarla bene.
Paolo chiede il dono della sapienza, che non è il sapere tante cose, l’aver letto tanti libri, l’avere preso una laurea. La sapienza è la capacità di assaporare le cose che viviamo, arrivando a comprenderle fino in fondo. Gli avvenimenti tristi e quelli lieti, quelli che ci fanno cantare e quelli che ci fanno piangere: viverli in profondità, immergerci in essi, e così, passo passo, crescere nella comprensione di noi stessi, del mondo e delle persone che ci stanno accanto.
Ebbene, dice l’apostolo Paolo, io vorrei che voi, abitanti di Efeso, poteste diventare sempre più sapienti. Cioè sempre più capaci di comprendere che cosa Dio sogna per il mondo e per ognuno dei suoi figli.
Sapete perché san Paolo ha questo desiderio, fino al punto da chiederlo nella preghiera? Perché sta pensando a uno dei più grandi pericoli che possono capitare a chi vive nella fede: l’abitudine.
Fare l’abitudine al rapporto con Dio è una terribile malattia, che ci rende pian piano annoiati, insipidi, quasi inutili. Tutti noi credenti rischiamo di fare l’abitudine al mistero grande di Dio, perché ne sentiamo parlare da che siamo nati!
C’è il rischio di vivere tutto come un’abitudine, qualcosa che è sempre stato così, ma che non ci tocca la vita, non ci coinvolge fino nel profondo di noi. Rischiamo di “abituarci” ad essere cristiani: abituarci a dire le preghiere, prendere l’abitudine a venire a Messa, dare per scontato il festeggiare il Natale e la Pasqua, credere che sia ovvio poter ricevere i sacramenti…
Un missionario comboniano, che vive in Africa, in una sua lettera agli amici rimasti in Italia, citava un proverbio africano: “Chi abita vicino alla cascata, dopo tre giorni non sente più il rumore dell’acqua”.
Questo è il nostro rischio! La cascata produce un rumore fragoroso, perché l’acqua che cade dall’alto, che precipita sulle rocce e poi si riversa fino a terra riempie lo spazio intorno di suoni potenti, che assordano. Vicino a una cascata, per potersi parlare, anche se si è a pochi passi gli uni dagli altri, è necessario gridare per riuscire a sentirsi a vicenda.
Però, dice saggiamente il proverbio africano, succede qualcosa di strano: quando si va ad abitare vicino a una cascata, quel rumore sembra, giorno dopo giorno, sempre meno assordante. Pian piano ci si fa l’abitudine: diventa normale sentirlo come sottofondo di tutte le giornate e di ogni notte.
Diventa ovvio, quasi naturale, parlare gridando, anche nelle conversazioni tra amici. Persino un elemento naturale così maestoso, così impressionante come può essere una cascata spumeggiante, diventa normale, ovvio, banale… basta poco tempo e non gli si presta più attenzione.
Questo è il rischio che può correre la nostra fede: siccome ci troviamo costantemente immersi nel dono straordinario dell’amore di Dio che non ci abbandona mai; siccome siamo abituati a trovarlo sempre presente, qui nel tabernacolo; siccome ogni domenica possiamo ascoltare i suoi inviti attraverso la Sacra Scrittura; siccome sappiamo che possiamo sempre ricevere il suo perdono, rischiamo di mettere il Padre Buono come una sorta di sottofondo, di ritenerlo ovvio, dovuto, banale.
Ma come, Lui che è Dio, che ha creato ogni cosa, che vuole la nostra amicizia, che mantiene ogni sua promessa, noi lo releghiamo al ruolo di sfondo, come il rumore di una cascata a cui ci si è fatta l’abitudine? No, non può essere!
Eppure accade, sapete… San Paolo sente che questo è un rischio pericoloso: mette in guardia i credenti della città di Efeso e invita anche tutti noi a mantenere mente e cuore ben svegli, per non cedere alla forza dell’abitudine.
In questo la Liturgia ci aiuta moltissimo, perché ogni anno ci permette di fermarci a contemplare il cammino di Gesù nella sua vita di uomo: le settimane dell’Avvento e del Natale, per esempio, servono proprio ad aiutarci a ricordare che cosa l’amore di Dio ha fatto per noi, lungo la storia; a osservare e riconoscere i tanti doni che ora, oggi, proprio in questo tempo, il Padre Nostro continua a offrire a ciascuno; a rinnovare la certezza che il Suo amore non verrà mai meno e ci condurrà alla festa senza fine della vita eterna.
Usiamo bene, allora, questi ultimi giorni delle vacanze di Natale per dedicare un po’ del nostro tempo, un po’ dei nostri pensieri, al Signore Dio.
Rendiamo di qualche minuto più lunga la preghiera del mattino e della sera, proprio per dire al Signore il nostro grazie, facendo anche qualche breve elenco: per il sole che vedo fuori dalla finestra; per la colazione che mi è stata preparata, per i compiti delle vacanze che ormai ho completato; per il tempo passato a giocare con gli amici; per la buona cenetta tutti insieme in famiglia; per il calduccio piacevole che c’è in casa, mentre fuori fa tanto freddo; per il letto morbido e accogliente in cui tra poco mi tufferò…
Se terremo occhi e cuore aperti all’azione dello Spirito Santo, non correremo il rischio di fare l’abitudine e daremo sempre al Signore Dio il giusto posto nella nostra vita.


Ultima modifica di VINCENZO il Lun Gen 04, 2010 7:36 pm, modificato 1 volta
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: MERCOLEDI' 6 GENNAIO 2010 - EPIFANIA DEL SIGNORE   Lun Gen 04, 2010 7:32 pm

MERCOLEDI' 6 GENNAIO 2010

EPIFANIA DEL SIGNORE


Oggi celebriamo una festa molto molto importante: l’Epifania del Signore.
Certo che è una parola strana “Epifania”! Sapete che cosa significa? Epifania è una parola che viene dal greco e vuol dire: “manifestazione”. In questo giorno celebriamo infatti la certezza che il Signore Dio manifesta il suo Amore ad ogni persona, cioè si fa vedere e conoscere agli uomini e alle donne di ogni parte del mondo.
Avete visto nel presepe le statuine dei Magi, vero?
Chi sono i Magi? Sono uomini saggi, studiosi, astronomi: sanno riconoscere le stelle, il loro spostarsi nel cielo. Sanno interpretare il significato di quello che accade nella natura. Non sono ebrei, non appartengono al popolo di Israele. Non hanno mai sentito parlare del Messia. Però, studiando la volta celeste hanno visto sorgere una stella particolarmente brillante, forse una cometa. L’apparire di questa stella nuova e bellissima nel suo splendore, fa intuire a questi sapienti che lontano dal loro Paese sta accadendo qualcosa di importante, un avvenimento speciale, forse la nascita di un Re.
Decidono così di partire avendo come punto di riferimento per il loro viaggio la nuova stella che hanno visto in cielo. È una stella che si sposta e loro la seguono, procedendo per lunghissimi chilometri.
Quanti sono i Magi? L’evangelista Matteo non ce lo dice. Riferisce solo: “Alcuni Magi giunsero da oriente”.
Nei nostri presepi di solito troviamo tre statuine per rappresentare i Magi e spesso sono raffigurati con tre fisionomie precise: il volto olivastro di un asiatico, il volto bruno di un mediorientale e il volto scuro di un africano. Visto che il Vangelo non specifica, la tradizione ha fatto in modo di dare questi volti ai Magi per rappresentare tutti i popoli che cercano Gesù. È un modo semplice e bello per dire che Gesù non solo è il Messia atteso da Israele, ma è atteso e cercato dalle genti di tutto il mondo.
Anche se non sappiamo esattamente quanti sono né da quale Paese del mondo partono, sappiamo che i Magi si mettono in viaggio per cercare il Re la cui nascita è annunciata dalla stella.
Quando giungono vicino a Gerusalemme, improvvisamente non riescono più a vedere la stella, che li aveva guidati fin lì. Entrano allora in città e si dirigono a palazzo di Erode per chiedere informazioni: pensano, infatti, che se è nato un Re, di certo sapranno dar loro indicazioni al Palazzo reale!
Ad accogliere i Magi è Erode, un re vecchio e crudele, che ha una grande paura di perdere il trono e il suo potere. Quando sente i Magi parlare di “Re dei Giudei” subito si allarma, si preoccupa davvero molto e fa chiamare i sapienti di corte e i sacerdoti del Tempio. Queste persone conoscono a fondo la Sacra Scrittura e subito rispondono: “Se è vero che è nato il Messia, egli è nato a Betlemme”: “Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s'informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta”.
Quando leggo questi versetti del Vangelo resto sempre stupito: com’è che tutti questi sapienti sanno dare le indicazioni giuste ai Magi, ma non si mettono anche loro a cercare il Messia? Forse, sono talmente convinti di possedere la verità che non danno neppure ascolto ai Magi che giungono da lontano. I saggi, gli scribi, si saranno detti: “Che cosa mai possono saperne questi stranieri? La stella… il Re… lasciamo perdere, questi del Messia non possono sapere niente!”
E non si sono curati di andare con i Magi.
Erode, invece, prende molto sul serio le notizie portate dai Magi, ma per un altro motivo: non gli interessa trovare il Messia, è solo preoccupato per il suo trono e la nascita di un nuovo Re potrebbe essere una minaccia per lui.
E cosa fa quel furbastro di Erode? Ce lo racconta Matteo: “Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: «Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l'avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch'io venga ad adorarlo»”.
See, figuriamoci! Altro che adorare il Bambino! Erode è un gran bugiardo e vuol trovare il neonato per ucciderlo, ma questo i Magi non lo sanno e partono verso Betlemme. Il loro cuore è fiducioso anche perché ricompare la stella sulla loro strada: “Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia”.
Dev’essere stata davvero una gioia immensa quella che avevano nel cuore i Magi: pensate da quanti mesi stanno viaggiando per seguire la stella, ed ecco che finalmente sono giunti alla casa dove si trova il Bambino che cercano!
“Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”.
Aspettandosi di andare da un Re, i Magi hanno portato doni degni di un sovrano: gioielli d’oro, gemme di incenso che è un profumo pregiato, e vasetti di mirra che è un unguento molto prezioso. Offrono i loro doni e si inchinano per adorare quel bimbo. Il Vangelo dice proprio che si prostrano: cioè si piegano fino a toccare con la fronte il pavimento. In Oriente questo è il massimo omaggio che può essere rivolto a una persona.
Che cosa avrà pensato Maria vedendo giungere questi ospiti speciali da così lontano e con tanti doni? E i Magi, saranno stati stupiti di scoprire che il Re che cercavano abitava in una casa povera?
Che cosa si saranno detti Maria e i Magi?
Il Vangelo ci lascia con la curiosità, non ce lo dice. Però il racconto dell’evangelista Matteo si conclude con un particolare importante: “Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese”.
I Magi riprendono il viaggio, ma stavolta seguono un’altra strada, una strada diversa.
E non può che essere così: dopo che si è incontrato Gesù non si può più essere come prima, non si può percorrere le strade vecchie, le strade di sempre! Bisogna seguirlo lungo strade sempre nuove!
Nella luce della festa di oggi ci rallegriamo perché tutti i popoli del mondo sono invitati a incontrare il Signore: Gesù manifesta a tutti, senza distinzioni, l’amore del Padre!
In questa giornata preghiamo in modo speciale per le persone che, come i Magi, sono alla ricerca di Dio e desiderano incontrarlo. Per noi è una grande responsabilità: infatti a noi, a tutti i credenti, è chiesto di essere per la gente del mondo come la stella cometa: con la nostra vita possiamo indicare a tutti il cammino per incontrare il Signore.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 10 GENNAIO 2010 - BATTESIMO DEL SIGNORE   Lun Gen 04, 2010 7:35 pm

DOMENICA 10 GENNAIO 2010

DOMENICA DOPO L'EPIFANIA DEL SIGNORE

BATTESIMO DI GESU'


Oggi abbiamo una nuova festa: celebriamo la domenica del Battesimo del Signore.
Abbiamo letto dal Vangelo secondo Luca il racconto di questo episodio, ma conviene fermarci un momento su alcuni dettagli, per capire bene e assaporare sino in fondo questa pagina così bella.
Già sappiamo che Giovanni Battista, mosso dallo Spirito Santo, comincia a predicare lungo le rive del fiume Giordano e invita tutti a ricevere il Battesimo, come segno dell’impegno a cominciare una vita nuova, seguendo il cuore di Dio.
La gente che va ad ascoltare Giovanni Battista aumenta giorno dopo giorno e molti cominciano a chiedersi: “E se fosse proprio Giovanni il Messia che da secoli attendiamo? Noi popolo di Israele sappiamo che il Signore Dio ha promesso di inviarci il suo Messia: forse si tratta di Giovanni!”
Questa voce comincia a girare tra il popolo e raggiunge lo stesso Giovanni Battista che subito si preoccupa di chiarire: “Io vi battezzo con acqua; ma viene uno che è più forte di me, al quale io non son degno di sciogliere neppure il legaccio dei sandali: costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
È molto bello il modo di comportarsi di Giovanni Battista: è limpido e onesto, non cerca di attirare su di sé la simpatia della gente, non approfitta della situazione per ottenere onori e complimenti, no! Dice subito chiaramente: guardate che vi state sbagliando: io non sono il Messia.
È umile, Giovanni Battista: è un profeta, il più grande dei profeti, colui che apre la strada a Gesù, ma per sé non vuole nulla. Con semplicità afferma: “Certo, io vi battezzo con l’acqua, ma dopo di me verrà un altro, molto più grande e forte, uno al quale io non sono degno neppure si slacciare i sandali”
Al tempo di Gesù c’erano gli schiavi: i ricchi, che potevano permettersi di avere tanti servitori, quando ritornavano stanchi, subito si sedevano o si sdraiavano sui divani, ed era compito dello schiavo slacciare i sandali e liberare i piedi affaticati del suo padrone. Ebbene, Giovanni Battista dice alla gente che lui, rispetto al Messia che sta per giungere, è come l’ultimo degli schiavi, meno ancora del servo a cui si chiede di togliere i sandali al padrone!
Giovanni Battista aggiunge anche un altro dettaglio riguardo a come sarà l’Inviato del Signore: “Costui vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco”.
Il battesimo che la folla riceve sulla riva del Giordano è fatto solo con l’acqua, ma il dono di vita che il Messia porterà, sarà un battesimo bruciante d’amore e palpitante della forza dello Spirito.
Quando Giovanni Battista spiega che non è lui il Messia, le folle credono alla sua parola, ma restano comunque in attesa: perché Giovanni ha detto che il Cristo di Dio è ormai vicino, sta per giungere.
Un giorno, tra tutta la gente che va a chiedere al Battista di ricevere il Battesimo, va anche Gesù. Certamente Gesù non aveva bisogno di chiedere perdono al Padre, né doveva cambiare vita, perché tutto di Lui era in piena armonia con il cuore di Dio, ma ugualmente il giovane Gesù si unisce alla folla e chiede di essere battezzato.
Giovanni accoglie la richiesta del cugino e, dopo aver ricevuto il Battesimo, Gesù resta un po’ di tempo in silenzio, raccolto in preghiera, mentre intorno la gente va e viene.
È a questo punto che accade qualcosa di straordinario, di meraviglioso. Qualcosa di grande che forse non riusciamo a comprendere fino in fondo: una colomba vola sopra Gesù e resta lì, sospesa, mentre dal cielo proviene una voce che dice: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Riascoltiamo come lo racconta l’evangelista Luca, perché quello che scrive è molto importante: “Quando tutto il popolo fu battezzato e mentre Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo in apparenza corporea, come di colomba, e vi fu una voce dal cielo: Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Non so se ci avete fatto caso, ma in questa pagina del Vangelo siamo in presenza della Trinità: c’è Gesù, raccolto in preghiera, c’è lo Spirito Santo sotto forma di colomba e c’è la voce del Padre che si rivolge al Figlio suo.
Vien proprio da rimanere in silenzio, pieni di stupore!
A me colpisce tanto un dettaglio: qui non è Gesù che ci parla del Padre, ma è Dio Padre in persona che fa udire la sua voce!
E che cosa dice, il Signore Dio?
Pronuncia una stupenda dichiarazione di amore nei confronti del Figlio Gesù: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Non ci possono essere dubbi: il Padre ripete che Gesù è davvero suo Figlio. Non solo: è il figlio prediletto, il più caro, il più amato. Non basta: questo Figlio è fonte di gioia e di consolazione.
Questa voce dal cielo non la sente solo Gesù, la sentono tutti i presenti e lungo la riva del Giordano ce n’era parecchia di gente!
Mi domando: che cosa avranno pensato? Avranno intuito che cosa stava avvenendo? Si saranno chiesti chi mai fosse quel giovane uomo che aveva appena ricevuto il Battesimo? Oppure la folla, presa dalle sue cose, dai suoi discorsi, neppure avrà prestato attenzione a quello che avveniva?
Non lo sappiamo, il Vangelo non ce lo dice.
Di certo, Giovanni Battista ascolta la voce e riconosce il segno dello Spirito Santo presente sotto forma di colomba: chissà che gioia sarà stata per lui! Per lui che stava dedicando tutta la sua vita a preparare la strada al Messia, quello dev’essere stato un momento pieno di speranza e di felicità!
E per Gesù? Che cosa avrà vissuto in quel momento Gesù? Credo che anche per Lui sarà stato un momento di gioia! Se papà vi dice: “Tu sei il mio figlio amatissimo! Tu sei la mia gioia!” voi non siete contenti? Io sì! E penso tutti lo siano!
Ma guardate che Dio Padre ha pronunciato proprio per ognuno di noi queste stesse parole!
Nel giorno del nostro Battesimo il Padre Buono si è chinato su di noi e per ciascuno ha ripetuto con infinito amore: “Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto”.
Capiamoci bene: non si sono viste colombe scendere su di noi e non si è sentita la voce del Padre provenire dal cielo, ma ogni volta che si celebra un Battesimo, Dio Padre accoglie il nuovo figlio con lo stesso amore che ha riservato a Gesù.
Non è bellissimo, questo?
Ci prendiamo qualche minuto di silenzio per ringraziare Dio Padre di un amore così grande rivolto ad ognuno di noi. Quasi tutti siamo stati battezzati da piccoli e non ci ricordiamo niente di quel giorno, ma ora, nel silenzio, ciascuno di noi può ringraziare per il dono del Battesimo che ci rende figli prediletti del Padre.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 17 GENNAIO 2010 - II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Gen 12, 2010 11:07 am

DOMENICA 17 GENNAIO 2010

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Buona Domenica a tutti!
Oggi è festa come ogni domenica; lo sappiamo che per noi cristiani questo è il giorno della settimana dedicato a Gesù. Lo ringraziamo per quanto abbiamo vissuto e tutti insieme partecipiamo alla messa proprio per far festa.
Il Vangelo di Giovanni, appena ascoltato, ci invita ad immaginare di prender parte ad un banchetto di nozze! È una festa importante, due persone profondamente innamorate l’una dell’altra decidono di vivere insieme per sempre.
Provate a pensare che tutto questo avviene in un piccolo villaggio della Galilea di più di duemila anni fa! Certamente a Cana si conoscevano tutti e quindi la maggior parte della gente era invitata alla festa. Perfino persone di paesi vicini erano invitate, come Maria e Gesù che abitavano a Nazareth! D’altronde quando viviamo una cosa bella, che ci riempie il cuore, non riusciamo a trattenerla per noi, vogliamo subito condividerla con chi ci è più vicino.
Dunque, Gesù era un ospite. Giovanni, nel suo Vangelo, ci informa che pochi giorni prima Gesù si era allontanato dalla Galilea, era in Giudea dove aveva da poco incontrato Andrea, Pietro, insomma quelli che poi diventeranno dei suoi amici intimi. Non rinuncia, però, al matrimonio e si incammina per ritornare in Galilea! Beh, dovevano essere proprio degli amici importanti, preziosi!
Durante la festa Maria fa notare a Gesù, che è finito il vino! Potremo pensare: in fin dei conti niente di grave! Non è così per Maria, che lo riferisce al figlio: “Non hanno vino”. Lo dice perché Gesù faccia qualcosa, perché la festa continui con la stessa allegria. La risposta di Gesù: “Donna che vuoi da me? Non è giunta ancora la mia ora”, in prima battuta mi è sembrata sgarbata, insomma non è da Gesù! Proseguendo però, l’intesa tra Maria e suo figlio ritorna presto. Gesù fa in modo che tutti abbiano dell’ottimo vino con cui brindare agli sposi, infatti fa diventare vino l’acqua contenuta in sei anfore di pietra molto grandi.
È il primo miracolo riportato da Giovanni, cioè il primo segno che Gesù compie e ci fa capire che è il Figlio di Dio!
A questo punto mi chiedo: che bisogno c’era di scomodare Gesù per una cosa di così poco conto?
Forse che la festa non poteva andare avanti? E poi l’evangelista Giovanni, che nel suo Vangelo ci riporta gli eventi più significativi della vita di Gesù, come primo miracolo non ne poteva scegliere uno più “serio”?
Proviamo a rispondere: vi sarà capitato di partecipare ad una festa, magari di compleanno!? Che gioia quando il posto è addobbato con festoni tutti colorati, quando da mangiare ci sono le pietanze che più ci piacciono, la festa già comincia bene, no? E poi, se nel nostro bicchiere qualcuno versa qualche bevanda frizzante, con tante bollicine, beh è il massimo! Gli occhi sorridono spontaneamente e così gustiamo anche meglio ciò che mangiamo.
Forse Maria e Gesù non avevano tutti i torti?! Il vino sarà davvero servito ad allietare i partecipanti e a proseguire la festa con la stessa allegria! Per render felici i loro amici non hanno trascurato neppure un dettaglio!!
Come a volte avviene le azioni e le parole di Gesù ci sorprendono e sempre ci confermano che ci conosce così bene e ci ama così tanto, e che è disposto a tutto pur di vederci sorridere, gioire, e non dimentica neanche un dettaglio, neppure qualcosa che può sembrare superfluo come qualche bollicina nel bicchiere!
All’inizio del suo racconto l’evangelista Giovanni, ci vuol far provare quanto è grande, illimitato l’amore di Dio per ciascuno di noi e che è disposto a darci anche più del necessario pur di farci felici.
Continuiamo ora la festa e facciamo in modo che duri tutta la settimana, riconoscendo quanto di buono e bello Dio ci regala ogni giorno e quando è possibile facciamo partecipi anche i nostri amici.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 24 GENNAIO 2010 - III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Lun Gen 18, 2010 9:59 am

DOMENICA 24 GENNAIO 2010

III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa settimana è come un piccolo puzzle, infatti è formato da due brani, tratti sempre dal racconto dell’evangelista Luca, solo che si tratta di due brani lontani, l’uno dall’altro. Cerco di spiegarmi meglio. Se uno di voi va a casa, apre il Vangelo secondo Luca e comincia a leggere, scopre che il testo inizia proprio con i primi versetti del brano che abbiamo ascoltato oggi: “Poiché molti hanno cercato di raccontare con ordine gli avvenimenti che si sono compiuti in mezzo a noi, come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni oculari fin da principio e divennero ministri della Parola, così anch’io ho deciso di fare ricerche accurate su ogni circostanza, fin dagli inizi, e di scriverne un resoconto ordinato per te, illustre Teòfilo, in modo che tu possa renderti conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto”.
In pratica, prima di iniziare a raccontare, Luca spiega la sua intenzione a coloro che leggeranno: come hanno fatto già altri, anche lui vuole presentare in ordine tutti gli avvenimenti che riguardano Gesù. Siccome desidera fare un lavoro serio, si è preoccupato di ascoltare con attenzione tutti i testimoni, cioè coloro che hanno vissuto insieme al Maestro, giorno dopo giorno: Maria, per esempio, la madre di Gesù; e poi tutti gli Apostoli, insieme a numerosi discepoli.
Luca può garantire, così, l’autenticità di quello che riferisce: ci rassicura che possiamo fidarci delle sue parole, anche se le leggeremo a distanza di tempo e in un luogo lontano. Chissà… probabilmente l’evangelista Luca neppure sospettava quanto tempo dopo avremmo continuato a leggere le sue parole, proprio nella certezza che raccolgono con fedeltà quello che è avvenuto oltre 2000 anni fa.
Con questa assicurazione dell’autore, termina la prefazione, cioè l’introduzione del Vangelo secondo Luca e, nel testo completo, a questo punto c’è il racconto dell’annuncio della nascita di Giovanni Battista.
Invece, il brano che abbiamo ascoltato oggi, fa un salto di quattro capitoli e ci presenta Gesù già adulto, che inizia la sua attività di Rabbi nelle città della Galilea.
Perché è stato costruito questo piccolo puzzle, unendo insieme i diversi brani del Vangelo?
Sinceramente non conosco la risposta che darebbero i biblisti che hanno curato i testi per la liturgia, coloro che hanno scelto i brani che vengono proclamati durante la Messa. Penso però che la loro scelta ci aiuta a comprendere meglio quello che abbiamo ascoltato. Infatti, nell’accogliere la seconda parte del Vangelo, il secondo frammento del nostro puzzle, siamo aiutati proprio dall’introduzione che ha scritto l’evangelista Luca. Mentre leggiamo di Gesù che comincia a predicare per le strade e i villaggi, mentre ascoltiamo dell’inizio della sua missione di Rabbi, in mezzo alla gente, ci aiuta molto sapere che non si tratta di una favola, di una bella storia: l’evangelista Luca ci assicura che quello che scrive lo ha raccolto dalla voce dei testimoni; che prima di appoggiare la penna sul foglio ha ascoltato il racconto di chi c’era. Si è fatto descrivere la situazione e ha trascritto con fedeltà le parole che Gesù ha pronunciato. Nello scrivere ha ripercorso il resoconto di chi c’era davvero, quel sabato a Nazareth, quando il giovane Rabbi ha preso la parola dopo aver letto un brano del profeta Isaia.
Vi ricordate che due domeniche fa abbiamo celebrato il Battesimo di Gesù? È stato il suo primo passo nella vita pubblica. Dopo quel giorno solenne, con la voce del Padre che si fa udire dal cielo, Gesù si ritira per quaranta giorni nel deserto, in silenzio e riflessione. Poi, finalmente, torna in Galilea, la sua regione, e comincia a predicare tra la gente, parlando spesso nelle sinagoghe. Inizia pian piano a formarsi un gruppetto di discepoli: domenica scorsa, nel raccontarci il miracolo dell’acqua cambiata in vino durante le nozze a Cana, l’evangelista Giovanni specificava che a quel matrimonio Gesù era presente “insieme ai suoi discepoli”.
Naturalmente, con la predicazione in giro per le città e i primi segni prodigiosi, il nome di questo giovane Rabbi, che parla con tanta semplicità e sapienza, si diffonde in fretta e molti vanno appositamente ad ascoltarlo.
Si parla di lui al mercato, tra la folla; si parla di lui tra le donne, che vanno alla fontana ad attingere acqua; si parla di lui sulla porta della taverna, tra gli uomini che si ritrovano la sera, dopo il lavoro: “Hai sentito di Gesù di Nazareth?... è giovane, ma parla bene!... Ma dove avrà studiato? Dicono che sia figlio di un semplice carpentiere… insomma, è uno di noi!”
Le voci corrono e giungono anche a Nazareth, da dove Gesù manca ormai da circa due mesi.
Figuratevi la curiosità dei suoi compaesani! “E quando verrà a predicare anche qui da noi?... è da tanto che non si vede da queste parti, ma dovrà pure tornare a trovare sua madre!... Dite che parlerà in piazza? Oppure in sinagoga? E compirà dei miracoli?”
Finalmente Gesù arriva a Nazareth e, il giorno di sabato, come aveva sempre fatto fin da bambino insieme a Giuseppe, si reca nella sinagoga e si alza per leggere, per proclamare a voce alta la Parola di Dio.
Noi oggi abbiamo la Bibbia, che è un volumone grosso, ben rilegato, ma al tempo di Gesù non c’erano i libri stampati: si usavano i rotoli di papiro o di pergamena. Così gli viene consegnato il rotolo che contiene il testo del libro del profeta Isaia.
Di tutto il lungo testo che raccoglie l’annuncio pronunciato tanti secoli fa dal profeta Isaia, Gesù sceglie di proclamare alcuni versetti in particolare. Guardate che non apre a caso: “aprì il rotolo e trovò il passo”, cerca e trova un punto preciso del testo, per leggere proprio quelle parole. Riascoltiamole anche noi: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi e proclamare l’anno di grazia del Signore”.
Sono parole piene di speranza gioiosa, perché descrivono un mondo sereno e libero, il mondo secondo il cuore di Dio, un mondo in cui tutti desideriamo vivere: senza più prigionieri, né schiavi, né oppressi; un mondo in cui chi è cieco può tornare a vedere e chi è povero può rallegrarsi, perché finisce il tempo della miseria.
Ci fa piacere che Gesù, dovendo scegliere un brano da leggere a voce alta, abbia voluto proprio questi versetti ricchi di speranza, profumati di libertà, impregnati di gioia: questi particolari ci aiutano a conoscere sempre meglio il nostro Maestro e Signore, ci aiutano a comprendere com’è fatto il suo cuore.
Ma c’è di più, come ci racconta l’evangelista Luca: “Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Terminata la lettura, Gesù arrotola di nuovo il volume e lo restituisce all’incaricato: come a mettere un punto fermo, definitivo, alle parole che ha appena proclamato.
Poi si siede. Abbiamo già scoperto che sedersi per parlare davanti a un assemblea, in Israele era un atteggiamento riservato al Rabbi, al maestro, a colui che insegna. Parlare stando seduti, significava ammaestrare gli ascoltatori.
Questa pausa di silenzio che Gesù dosa con sapienza, e il dettaglio del mettersi seduto prima di cominciare a parlare, sono tutti elementi che ci avvertono, ci invitano a prestare molta attenzione, perché le parole che stiamo per udire hanno un’importanza speciale.
Infatti il Vangelo ci dice che si crea intorno a Gesù una grande attesa, un’enorme aspettativa: gli occhi di tutti i presenti sono fissi su di Lui, tutti coloro che si trovano nella sinagoga quasi trattengono il respiro, curiosi e desiderosi di ascoltare la sua parola, il suo insegnamento.
E Gesù pronuncia una sola frase; una, una sola; ma dal contenuto straordinario: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Ma ci rendiamo conto? Il Maestro e Signore dichiara che ora, adesso, proprio in questo momento, si realizza la Parola di Dio. Ora, adesso, proprio in questo momento, si avverano le antiche profezie.
Ora, adesso, proprio in questo momento, si compiono le promesse di Dio.
Che meraviglia! Che gioia per tutti noi!
Per noi, che abbiamo camminato lungo l’intero Avvento vivendo la caccia al tesoro delle promesse che Dio ha fatto: ecco che oggi ci tocca la gioia stupenda di sentirci confermare da Gesù in persona: “Sì, è vero: ogni parola di Dio, ogni sua promessa, si realizzano in me!”
Credo che la breve frase pronunciata da Gesù può diventare una specie di talismano da portare con noi lungo la settimana. Quando ci sentiamo un pochino sfiduciati o scoraggiati, ripetiamo nel cuore e nella mente, con piena fede: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Quando ci sembra di avere l’umore sotto la suola delle scarpe, quando ci sentiamo bloccati dalle paure o dai timori, quando abbiamo lo stomaco stretto dall’ansia o dalla preoccupazione, rincuoriamoci: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Quando ci sentiamo schiacciati dalle delusioni o dalla fatica quotidiana, aggrappiamoci con fede a questa certezza, garantita dalla voce di Gesù: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: 31 GENNAIO 2010 - IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mer Gen 27, 2010 10:49 am

31 GENNAIO 2010

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Carissimi, per comprendere meglio il Vangelo che oggi la liturgia ci propone abbiamo bisogno di riprendere il Vangelo di Domenica scorsa. Il primo versetto riporta le parole di Gesù: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. A cosa si riferisce Gesù?
Sta parlando di un passo dell’Antico Testamento ripreso dal profeta Isaia, che dice “Lo Spirito del Signore è sopra di me” e mi ha mandato ad annunciare ai poveri, alle persone tristi, la lieta Notizia.
A questo punto san Luca evangelista ci riporta che tutti, ascoltando Gesù, restano meravigliati per quello che dice.
La gente prova meraviglia! Perché sono meravigliati, di cosa si meravigliano? Sembra, da quanto l’evangelista riporta di seguito (e cioè si chiedono: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”), che queste persone non si aspettano che Gesù, figlio di un semplice falegname possa esprimere cose così profonde, interessanti e per di più realizzare ciò che dice.
Quand’è che si prova meraviglia?
La meraviglia è un sentimento che esprimiamo quando, guardiamo un paesaggio o ascoltiamo il rumore del mare ad esempio, sono cose o eventi che toccano il nostro cuore e lo fanno esultare di gioia, ci sentiamo un po’ sospesi tanto siamo presi dalla bellezza di ciò che vediamo, ascoltiamo.
Beh, forse non è il caso di quelle persone che stavano in sinagoga con Gesù! Infatti si domandano l’un l’altro: “Non è il figlio di Giuseppe?” Come è possibile che sia quello di cui tutti raccontano di miracoli e segni prodigiosi che ha compiuto?! E ancora perplessi si chiedono come mai non compie anche tra loro quei segni prodigiosi! Nel paese in cui è vissuto?!
Cerchiamo di approfondire questi aspetti.
Vi racconto ciò che mi è successo un po’ di tempo fa.
Passeggiavo in un parco vicino casa mia, mi sono seduto su un panchina per leggere un libro e dopo poco una signora anziana si siede. Incuriosita dal libro, che aveva la copertina colorata, mi chiede di cosa si trattasse, alla mia risposta: riporta dei racconti elaborati da ragazzi di scuola elementare e lei spontaneamente inizia a parlarmi di come era la scuola quando ci andava lei.
Mi parlò di un suo compagno, Andrei, originario della Russia. Avevano dieci anni e quando si conobbero lui non capiva e non diceva una parola di italiano. Tutti lo canzonavano e anche se giocavano con lui sempre finivano con metterlo in ridicolo. Andrei, con il tempo divenne davvero bravo e un giorno mentre tutti erano impegnati a completare un tema, lui aveva già consegnato e la maestra approfittò per iniziare a correggerlo. La maestra non poté trattenersi e a voce alta esclamò: “Andrei, sei diventato proprio bravo!”, e quasi commossa aggiunse “e ti ringrazio perché mi hai raccontato delle cose preziose della tua vita, mi hai aperto il cuore!”. La cosa clamorosa fu che l’insegnante lo invitò a leggere il suo compito, che seppur con qualche errore, era riuscito a commuoverla. Lui all’inizio sembrava stupito e intimidito, ma poi tirò un respiro profondo e cominciò a leggere con quel suo accento russo.
Il resto della classe prima ancora che lui iniziasse a leggere, mormorava, qualcuno sorrideva beffardo, nessuno poteva credere che ciò che stavano per ascoltare era davvero bello! Quando ebbe finito, alcuni compagni insinuarono che Andrei avesse copiato, o si era fatto aiutare da qualcuno.
“Insomma” – pensavano – “non può essere farina del suo sacco!”.
Soltanto Ilaria, la signora che ho incontrato e la sua maestra, apprezzarono il racconto di Andrei e mentre lui leggeva sentirono un sussulto nel cuore, come un battito più forte. Gli altri invece, restarono chiusi e le loro orecchie come se non ascoltassero, il loro cuore pieno di invidia e meraviglia perché la maestra mai aveva usato quelle parole per loro.
Ecco, penso che questo racconto ci aiuti a comprendere meglio che tipo di meraviglia provavano le persone che si trovavano in sinagoga con Gesù: come i compagni di Andrei si fermano alle apparenze e non riescono ad ascoltare con il cuore e i loro occhi non vedono ciò che di bello sta avvenendo.
I miracoli che Gesù compie, le guarigioni che opera, coinvolgono sempre persone che si fidano di lui, sono contente di conoscerlo e ascoltano con il cuore la Sua Parola.
Proviamo, durante questa settimana, ad ascoltare bene chi ci sta vicino e a scoprire le cose belle dell’altro, ciò che ci fa sussultare il cuore per la meraviglia che Gesù compie in quella persona e nell’amicizia che abbiamo con lui o lei.
Buona Domenica!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010 - V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Feb 02, 2010 3:39 pm

DOMENICA 7 FEBBRAIO 2010

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Ogni domenica, la ricchezza che ci viene offerta dalla Parola di Dio è proprio tanta! Guardiamo ad oggi, per esempio. La Prima lettura, ci racconta l’inizio della missione del profeta Isaia che è solo un giovane come tanti, quando vive la visione del trono di Dio in mezzo agli angeli; di fronte alla domanda del Signore: “Chi manderò e chi andrà per noi?”, Isaia risponde di slancio: “Eccomi, manda me!”
Nella Seconda lettura, san Paolo, scrivendo ai cristiani di Corinto, esprime in modo chiaro la sua fede, con parole che poi diventeranno professione di fede per ogni credente: “Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture… fu sepolto… è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e… apparve a Cefa e quindi ai Dodici”. Una sorta di riassunto dell’intero Vangelo: noi tutti, come dice san Paolo, crediamo che Gesù è morto per amore nostro, per spalancarci le porte della gioia senza fine; noi crediamo che è risorto dalla morte e che dopo la Risurrezione è apparso a Pietro e a tutti gli Apostoli.
E il Vangelo? Il brano tratto dal racconto dell’evangelista Luca ci presenta Gesù Maestro che sale sulla barca di Pietro per predicare alla folla sulla riva. Terminato il suo discorso invita Pietro e gli altri a prendere il largo per gettare le rete. Quei pescatori hanno lavorato inutilmente tutta la notte, senza prendere nulla. Però si fidano del giovane Rabbi: “Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare”.
Dopo questa pesca straordinaria, Pietro lascia le reti e le barche per seguire il Maestro Gesù e diventare un pescatore di uomini.
Avremmo veramente tanti spunti per riflettere e confrontare la nostra vita, ma per una volta, almeno una ogni tanto, vorrei che fermassimo la nostra attenzione sul Salmo responsoriale.
Troppo volte ripetiamo il ritornello al Salmo in maniera meccanica, forse un po’ distratta, intervenendo quando tocca all’assemblea e lasciando che il lettore in qualche modo legga solo per sé gli altri versetti. Ed è un peccato, sapete, perché i Salmi sono una forma di preghiera veramente bellissima: sono scritti con una sensibilità poetica che apre il cuore all’incontro con Dio. E sanno toccare ogni aspetto della vita umana.
Ci sono salmi per lodare il Signore, altri per ringraziarlo, altri ancora per rallegrarsi della bellezza della vita e per le meraviglie del Creato. Ci sono salmi per invocare l’aiuto di Dio, il suo intervento, la sua salvezza. Ci sono salmi che ci aiutano a pregare quando siamo tristi, sconfortati, amareggiati, perché sanno esprimere il dolore, la delusione, la malinconia.
Ci sono salmi persino per dire a Dio che siamo arrabbiati con lui, per gridare verso di lui la nostra frustrazione quando non riusciamo a capire la sua volontà, quando la sofferenza che sperimentiamo è così grande fino al punto da sentirci trascurati da lui!
Sì, i salmi sono una specie di specchio in cui possiamo riconoscerci nei vari momenti e nelle diverse situazioni della nostra vita. Sono la preghiera migliore quando ci sembra di non riuscire a pregare, quando non riusciamo a trovare il modo per esprimere quello che abbiamo nell’anima, quando ci sembra che il nostro cuore sia un po’ secco e le preghiere di ogni giorno sono diventate solo un’abitudine: in tutti questi casi i salmi ci vengono incontro con la loro bellezza e profondità, per riabituare le labbra e il cuore alla preghiera.
I sacerdoti e le persone consacrate ritmano la loro giornata pregando i salmi e tutti i cristiani che lo desiderano possono fare altrettanto: scandire le ore, tra un impegno e l’altro, pregando i salmi.
Una cosa piccola piccola che a me piace fare, è quella di imparare a memoria uno o due versetti dei salmi che amo, così li posso ripetere tra me anche quando non ho appresso il libretto per leggerli.
Per esempio, mentre sono ferma al semaforo, mentre aspetto la metropolitana, quando chiudo le persiane di casa e vedo brillare la prima stella della sera, quando spengo la luce in cucina perché ormai ho finito di riordinare, posso sussurrare tra me quei versetti che amo, come una preghiera leggera, un breve saluto da rivolgere a Dio, come se gli lanciassi un baciotto da lontano, soffiandolo poi sulle dita.
Tra la Prima e la Seconda lettura di oggi la liturgia ci ha proposto il Salmo 137, che è abbastanza breve, infatti poco fa lo abbiamo pregato quasi per intero, manca solo una strofa.
È un inno di ringraziamento rivolto a Dio ed il suo autore è considerato il Re Davide, il grande re d’Israele che era anche musicista e poeta, e sapeva usare la sua arte per onorare Dio.
È un salmo piacevole da leggere per la sua fresca spontaneità: si capisce subito che, chi l’ha scritto, ha il cuore traboccante di gratitudine perché ha toccato con mano l’amore di Dio e la sua gioia è talmente grande da mettersi a cantare!Sentite come comincia: “Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore” e poi prosegue elencando i motivi per cui vuole dire grazie a Dio. Non possiamo qui fermarci su ogni parola del Salmo, ma vorrei condividere con voi almeno i versetti che amo di più: “La tua destra mi salva. Il Signore farà tutto per me. Signore, il tuo amore è per sempre”.
Ogni volta che rileggo questo salmo resto colpita dall’immagine della mano destra di Dio che si protende per salvare chi lo invoca. Mi fa ricordare un pomeriggio al mare, di diversi anni fa. Ero con altri amici in una zona di scogliera e stavamo nuotando molto tranquillamente, ridendo, scherzando, inseguendoci… Nati e cresciuti in un luogo di mare, la profondità sotto di noi non ci faceva paura. Poco prima del tramonto, incominciò a soffiare un vento sempre più forte, per cui ci affrettammo a ritornare a riva: le onde si facevano alte e c’era il rischio di venire sbattuti contro gli scogli, oppure di non riuscire a risalire, per via del risucchio della corrente.
Ci mettemmo al sicuro sulle rocce più alte e ci stavamo godendo lo spettacolo degli spruzzi bianchi nella luce dorata del crepuscolo, quando ci accorgemmo che in acqua era rimasto un giovane, che non conoscevamo, ma che era chiaramente in difficoltà: provava ad avvicinarsi alla riva, ma non sapeva come fare per uscire.
Prima che il buio rendesse tutto troppo difficile, dovevamo intervenire. Ma come? Abbiamo formato una specie di catena, tenendoci per mano l’uno con l’altro, e Fabio, il più robusto e forte dei miei amici, si è sporto sullo scoglio affiorante, tendendo la mano per tirare in salvo il ragazzo rimasto in mezzo al mare.
Lui ha capito le nostre intenzioni e ha nuotato con grande energia, malgrado le onde. Si è lasciato sollevare da un’onda in modo da arrivare il più vicino possibile alla mano di Fabio che l’ha afferrato con forza e, puntellandosi sulle rocce, l’ha aiutato a risalire.
Non vi dico i ringraziamenti di quel ragazzo e la commozione di tutti noi! Fu un momento di immenso sollievo quando gli passammo un asciugamano perché potesse avvolgersi e riprendere fiato.
Ebbene, ogni volta che leggo nel salmo: “La tua destra mi salva”, ritorno con la memoria a quell’istante sul mare. Rivedo la mano di quel ragazzo sollevata al di sopra delle onde tempestose e rivedo il braccio teso di Fabio, la sua mano forte pronta ad afferrare e a mettere in salvo. Per il ragazzo in messo alla tempesta dev’essere stato un conforto immenso vedere la mano tesa di Fabio, capire che c’era qualcuno pronto a salvarlo. E chissà che emozione quando poté stringere la mano di Fabio: si sarà sentito già al sicuro, anche se era ancora nell’acqua. Ma la stretta di una mano amica gli avrà dato la forza per tirarsi su e mettersi completamente in salvo.
Penso che è proprio così che agisce il Signore Dio per noi, in mille occasioni: quando siamo in difficoltà, quando ci sentiamo spaventati, quando ci sembra di stare per affondare in mezzo alla tristezza, sommersi dalle paure, possiamo tendere la nostra mano con fiducia, sapendo che il braccio forte di Dio Padre, la sua mano destra colma d’amore, è sempre pronta a venire in nostro aiuto.
E il salmo, infatti, lo ribadisce ancora, come a toglierci ogni dubbio: “Il Signore farà tutto per me”. Tutto. Proprio qualsiasi cosa occorra. Possiamo stare tranquilli che tutto il bene che ci è necessario, non verrà a mancarci perché il Signore farà tutto per noi. Il Re Davide aveva questa certezza, perché l’aveva sperimentato nella sua vita. Ma vale anche per ciascuno di noi: ognuno può dire a sé stesso nella verità che “il Signore farà tutto per me”.
Fino a quando? Per quanto tempo? Già vi vedo sorridere, di fronte a queste domande, perché il salmo 137 ci dà immediatamente la risposta: “Signore, il tuo amore è per sempre.”
Per sempre, cioè senza fine. Quello di Dio è un amore che non finisce mai.
Le cose che finiscono ci mettono sempre tristezza, ci infondono un po’ di malinconia, a volte ci fanno po’ paura o ci mandano in ansia: la fine delle vacanze, la fine di un’amicizia, la fine di un ciclo scolastico, la fine di un torneo, la fine di qualcosa che ci è piaciuto molto… Ci portiamo dentro il desiderio profondo delle cose che non finiscono, ma difficilmente qui sulla Terra possiamo fare l’esperienza di qualcosa che non finisce mai. L’amore di Dio è proprio così: non finisce mai, dura sempre, sempre, sempre e poi ancora sempre.
Nessuno di noi riesce ad avere l’idea di cosa sia l’eternità, ma la desideriamo ardentemente e possiamo almeno intuirla; ugualmente possiamo sentirci sicuri di questa verità: non ci sarà mai un tempo senza l’amore di Dio. Il Padre Nostro non cambia idea: ci vuole bene e ce ne vorrà sempre e per sempre. È un pensiero che mi toglie il fiato e penso riempia di gioia luminosa il cuore di ciascuno.
Ecco, vi ho condiviso i versetti che amo del salmo 137, ma ora prendiamoci un pochino di silenzio perché ognuno possa scegliere i suoi versetti, quelli che sente risuonare in modo speciale nel proprio cuore. Ripetiamoceli nella mente più volte, così da portarli con noi lungo tutta la settimana.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 14 GENNAIO 2010 - VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mer Feb 10, 2010 10:09 am

DOMENICA 14 GENNAIO 2010

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Questa domenica è particolarmente speciale perché sappiamo e cominciamo, in vari modi, a prepararci nel cuore al tempo forte e intenso della Quaresima. Mercoledì, fra tre giorni, chi parteciperà alla celebrazione riceverà le Ceneri come segno dell’inizio di un tempo liturgico che ci accompagnerà fino alla Pasqua, la festa più importante per noi cristiani.
San Paolo stesso, nella seconda lettura che abbiamo ascoltato, ci ricorda il motivo della centralità della Pasqua, dicendo che è il fondamento della nostra fede e della nostra vita cristiana. Gesù è Risorto per tutti e per dare a tutti la vita eterna, cioè per sempre. Questa è la più grande consolazione che abbiamo, la nostra vita con Gesù è senza fine e dopo la morte noi viviamo ancora e per sempre.
Il Vangelo di oggi, che spesso viene ricordato come il discorso delle Beatitudini o della montagna, approfondisce secondo me questo argomento, cerchiamo di comprenderlo bene. È, infatti, un discorso denso di significato e difficile da capire, in quanto contiene, a prima vista, dei paradossi, delle contraddizioni.
Gesù, circondato da tanti discepoli e persone venute da differenti parti della Palestina, si ferma in un luogo pianeggiante. Questo luogo è molto bello, io ho avuto il privilegio di visitarlo! È su una piccola altura, circondata da una vegetazione varia e ha un panorama fantastico: si affaccia sul lago di Tiberiade, il più grande della Palestina ai tempi di Gesù! Dà molta pace e calma, sembra che tutto si fermi. Ora provate con me ad immaginare Gesù in mezzo a tante persone tutte lì per lui. Non ci sarà stato bisogno di alzare la voce, tutti prestavano la massima attenzione: i discepoli, gli apostoli, tutti quelli che volevano conoscerlo di più erano presi dalle sue parole, dai suoi gesti.
San Luca ci aiuta ad immergerci in questa scena, scrivendo che “egli (Gesù) alzati gli occhi verso i suoi discepoli , diceva”, dunque prima di dire, lui guarda e si sofferma a comprendere chi ha davanti. Io penso che a Gesù non importassero molto gli abiti che indossavano o il lavoro che facevano, lui come sempre va nel profondo, vede ciò che abbiamo nel cuore.
A questo punto, aguzziamo l’udito e ascoltiamo anche noi quello che dice Gesù: “Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio. Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati. Beati voi, che ora piangete, perché riderete”.
Quale sarà stata la reazione di queste persone? probabilmente come noi avranno avuto difficoltà a comprendere come mai Gesù dice ‘beato’ a chi piange, a chi non ha mangiare, a chi è povero?!
Ecco un paradosso! Beato è chi è nella gioia, chi è tranquillo, chi è felice!
Come può un povero o una persona che ha un dispiacere essere nella gioia?!
Per risolvere questa contraddizione dobbiamo tener presente la seconda parte della frase: “…vostro è il Regno di Dio”! Già, come Gesù che non si ferma alle apparenze, agli abiti che indossiamo, ma a ciò che abita nel nostro intimo, così è la felicità di cui ci parla oggi. È una felicità che nasce perché si è in compagnia di Gesù e di tante persone che guardano a lui perché sanno che soltanto da lui viene ciò che non ha mai fine. Solo Gesù guarda in fondo al nostro cuore per darci una vita eterna che è già iniziata!
Un giorno uno dei miei nipotini mi ha chiesto: “Zia non riesco a capire perché Gesù dice che i poveri sono felici. Perché, secondo Lui, possono essere contenti? E cosa è il Regno di Dio?” Io gli ho detto che era una domanda molto importante e che per rispondere preferivo fargli un’altra domanda. Così gli chiesi: “Raccontami una giornata in cui ti sei sentito davvero felice”. Lui ci ha pensato un po’ e poi mi ha detto: “La notte di Natale! Quando aspetto i regali, sono felice perché so che il giorno dopo trovo una sorpresa grande e bella per me!”. “Ecco” – gli ho risposto - “questa è la felicità di cui parla Gesù. Tu sei contento prima ancora di ricevere il regalo perché sei sicuro di riceverlo e che certamente sarà bello, divertente proprio come lo hai chiesto! Bene, questa è la gioia di cui parla Gesù. È una attesa di qualcosa di bello che già ci rende felici!”
Così i cristiani vivono il presente, fatto di lavoro, studio, fatica, aspettando e cominciando a gustare nel cuore la gioia più grande che verrà quando saremo tutti intorno a Gesù, come i discepoli e gli apostoli quel giorno in cui gli ha spiegato il segreto della felicità: essere sicuri che Lui ci guarda e ci sta preparando la vita per sempre!
Penso sia davvero bello vivere questa attesa di qualcosa di grande e che ci riempie il cuore già da adesso. Allora vi propongo di vivere così l’attesa della Pasqua, la Quaresima: cominciando sin da ora a gustare la grande gioia della Sua Risurrezione e della nostra vita per sempre con Lui che non ci perde mai di vista!
Buona attesa!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: MERCOLEDI' 17 FEBBRAIO 2010 - MERCOLEDI' DELLE CENERI   Lun Feb 15, 2010 11:58 am

MERCOLEDI' 17 FEBBRAIO 2010

MERCOLEDI' DELLE CENERI


Sono in auge i reality show, dove la persona più simpatica risulta essere la persona vincente, forse non tanto per quello che è “realmente”, ma per il “consenso”, che riesce ad ottenere dal telespettatore con il ricorso al televoto. Anche il politico è in gamba solo se riesce ad ottenere consensi con il voto o con i vari sondaggi che ne indicano l’indice di gradimento; a volte le sue idee seppur brillanti sul piano economico, politico, sociale, non sono buone se non trovano il consenso dell’opinione pubblica, per cui si potrebbe correre il rischio di essere un “falso” politico, ossia un politico che rinunzia alle sue idee autentiche per abbracciare quelle in autentiche ma che fruttano di più. Oggi seppur rivendichiamo il nostro diritto alla privacy, la nostra autonomia e libertà, mi sembra, che lo facciamo solo come facciata al fine di farci notare dagli altri, per ottenere il loro consenso, per essere da loro stimati. Mi sembra che senza l’approvazione degli altri è come se noi non potessimo vivere, nonostante diciamo che non mi interessa ciò che l’altro pensa di me. Con questo, ho cercato di comunicarvi una verità rischiosa di oggi, quella secondo cui una persona vale se è apprezzata dagli altri, questa verità è nascosta in noi, infatti la neghiamo consapevolmente e la viviamo inconsciamente. Certo ci sono altre verità del nostro vivere, ma il vangelo di questo mercoledì delle ceneri mi induce a riflettere su questo paradosso, che ora cerco di spiegare. Al tempo di Gesù la relazione della persona con Dio, cioè la fede, non era in discussione, ne tanto meno l’esistenza di Dio. Ma alcuni vivevano la loro fede in modo inautentico, cercando di compiere le opere buone, l’elemosina, la preghiera e il digiuno, al fine di ottenere “consensi” (usando questo termine contemporaneo) dagli uomini. Così correvano il rischio di non lodare Dio, ma se stessi. L’elemosina autentica è quella che nasce dal cuore di una persona, che ricolma dell’amore di Dio, è capace di condividere con l’altro senza ulteriori motivi. Oggi la società multimediale propone gare di solidarietà, a cui partecipano molti vip, dando pubblica risonanza al personaggio di turno per l’offerta che ha fatto. Questi ottiene senz’altro il riconoscimento del pubblico e anche la sua gratificazione, e poi? Non è peregrino chiedersi se quella offerta fosse nata dal profondo del suo cuore indipendentemente da tutto. Noi sappiamo che qualora l’elemosina fosse fatta da una persona nel silenzio multimediatico, sarebbe autentica, e io sono certo, che nascerebbe dal suo cuore perché toccato dall’amore di Dio. Un discorso più difficile riguarda il digiuno e la preghiera. Mentre prima ci si sfigurava il volto per far notare agli altri che si digiunava per il Signore, e si pregava mettendosi ai primi posti nei vari luoghi di culto, per farsi notare, oggi chi digiuna e chi prega è meglio che non lo faccia sapere agli altri, anche ai propri amici, altrimenti rischia non il loro elogio ma la loro derisione. Oggi ci sono persone che vorrebbero pregare, vorrebbero partecipare alla messa, ma sono deboli, perché gli amici non lo comprenderebbero, o lo deriderebbero. Ma ci sono tanti giovani forti perché autentici, che riescono bene a pregare e a digiunare, perché convinti della loro fede, e sono testimoni di scelte autentiche perché pur non condivise dagli altri, non si lasciano influenzare. La preghiera è certamente la linfa della vita del cristiana, colui che prega cresce nell’amore di Dio. La preghiera è fatta nel segreto della propria stanza, ma anche nella gioia condivisa dello stare insieme. Il digiuno è l’amico silenzioso di ogni uomo, e in particolare del giovane cristiano. Il digiuno, la penitenza oggi non li comprendiamo perché sembra che siano privi di senso. Diciamo che non godono più del consenso di una volta. Eppure chi decide di fare un digiuno o una penitenza, se la scelta è autentica, motivata dalla fede, non si sta mortificando privandosi di qualcosa, ma si sta fortificando arricchendosi dell’amore di Dio. Il digiuno e la penitenza sono amiche dell’uomo perché lo fortificano nella sua libertà. Se mi accorgo che io amo veramente Dio, ma non gli ho dedicato mai una piccola attenzione, l’inizio della quaresima mi interroga sul perché? Sono stato preso dai miei impegni? Non ho avuto tempo? Ho sempre preferito fare altro pur avendo tempo?. Una volta risposto al perché, mi riorganizzo per stare con Dio un pochino di più, arricchendomi della sua presenza nella mia vita, e vivendo con autenticità ogni evento della mia giornata.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010 - I DOMENICA DI QUARESIMA   Mar Feb 16, 2010 11:32 am

DOMENICA 21 FEBBRAIO 2010

I DOMENICA DI QUARESIMA


Mercoledì scorso, con il segno serio ed eloquente dell’imposizione delle ceneri, siamo entrati nel tempo della Quaresima, le cinque settimane che ci condurranno alla gioia della Risurrezione.
Ci sono alcuni che ritengono sia necessario vivere con tristezza e sofferenza i giorni della Quaresima, perché i piccoli sacrifici e le rinunce aiutano a tenere l’attenzione sempre rivolta al mistero Pasquale; un modo per essere uniti alle sofferenze di Gesù sulla croce, così da arrivare a poterci veramente rallegrare nella luce della Risurrezione.
È un punto di vista, questo, che ha accompagnato per tanti anni la vita spirituale di uomini e donne credenti, prima di noi. Ma la Chiesa, dal secolo scorso, ci fa una proposta più profonda e coinvolgente: ci chiede, durante il tempo della Quaresima, di dare spazio, nella mente e nel cuore, alla Parola di Dio.
In effetti, limitare il nostro cammino lungo la Quaresima solo a qualche “fioretto” sarebbe davvero troppo poco!
Poi, certo, crescere nella capacità di accogliere con pace anche i piccoli contrattempi e le piccole contrarietà di ogni giorno, senza lagnarci, senza arrabbiarci, senza mettere il muso, è indubbiamente un bel modo per cominciare a somigliare almeno un pochino al nostro Maestro Gesù che non si è ribellato e non ha strepitato, neppure davanti a coloro che lo portavano verso la croce.
Ma mentre ci esercitiamo nella mitezza e nella pazienza, questi quaranta giorni sono l’occasione splendida per prestare ancora più attenzione agli inviti che ci vengono dalla Parola di Dio, domenica dopo domenica. Quaranta giorni sono tanti e brevissimi, al tempo stesso, e ci sollecitano a far tesoro di ogni suggerimento che ci arriva dalla Sacra Scrittura, così poter comprendere sempre meglio il mistero grande, immenso, stupendo, che celebriamo ogni anno nel Triduo di Pasqua.
Per accogliere questo invito che la Chiesa ci propone, dobbiamo mettere in atto una facoltà che abbiamo tutti, proprio tutti: la memoria.
È stupenda la facoltà di ricordare che tutte le persone hanno: pensate a quanta tristezza, a quale straniante disorientamento, sperimenta chi, per un incidente o una malattia, improvvisamente perde la memoria.
La memoria ci permette di parlare e comunicare, perché ci fa ricordare parole e idee. La memoria ci permette i gesti quotidiani: il nostro cervello, dopo aver imparato a camminare, a mangiare, ad allacciare le scarpe, ad andare in bicicletta, ne custodisce per sempre il ricordo, lungo tutta la vita, e ci permette di rinnovare queste abilità ogni volta che ne abbiamo bisogno.
Tutto quello che impariamo a scuola resta dentro di noi, diventa parte della nostra conoscenza, proprio perché lo ricordiamo: pensate a quante cose non ci ricordiamo più quando torniamo a scuola dopo le vacanze! Quello che non si era fissato bene nel ricordo, lo perdiamo, ci sembra di non averlo mai imparato! Poi l’insegnante spiega di nuovo e noi diciamo: “Ah, già!... mi ricordo!”
Sono innumerevoli le informazioni che la nostra mente ricorda lungo l’arco di una vita: mentre siamo ancora bambini, abbiamo già stipato nella memoria tantissimi pezzettini di quel puzzle affascinante che è l’esistenza.
Ebbene, nella prima lettura di oggi, tratta dal libro del Deuteronomio, la Parola di Dio ci mette di fronte proprio al valore del ricordo, all’importanza che ha la memoria nel rapporto di ciascuno di noi con il Signore Dio: “Mosè parlò al popolo e disse: Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: “Mio padre era un Aramèo errante; scese in Egitto…”
Vediamo di capire insieme: Mosè invita il popolo a ricordare tutto quello che il Signore Dio ha fatto per ciascuno di loro, ogni volta che si avvicinano all’altare per offrire un sacrificio a Dio, ogni volta che pregano. Mosè comprende che il popolo corre il rischio di dare per scontate tutte le meraviglie che il Signore Dio ha compiuto per loro, di prenderle come dovute, di farci l’abitudine. C’è il rischio che ognuno si ricordi di Dio solo per invocare il suo aiuto, solo quando c’è qualcosa da chiedergli: dimenticando di contemplare l’opera del suo amore, dimenticando di fermarsi a ringraziarlo per quanto, giorno dopo giorno, compie per noi.
Ecco perché Mosè raccomanda al popolo d’Israele di iniziare ogni sua preghiera ricordando la storia che ha vissuto, il cammino che ha percorso prima di raggiungere la serenità nella Terra Promessa. Bisogna che ognuno ricordi il proprio passato, quello che ha vissuto fino a quel momento, per rendersi conto di quanti motivi vi sono per ringraziare e benedire il Signore.
Addirittura, Mosè suggerisce di non fermarsi solo alla propria storia personale, ma di andare ancora indietro nel tempo, a quello che hanno vissuto i genitori e i nonni, per riconoscere il filo d’amore con cui l’azione di Dio ha cucito insieme la storia delle generazioni.
L’invito che Mosè rivolge al popolo d’Israele è qualcosa di più del semplice ricordare: è fare memoria.
Dove sta la differenza, direte? In tutti e due i casi utilizziamo la facoltà di ricordare, ma nel fare memoria è racchiusa la capacità di custodire il ricordo del passato, perché diventi luce al presente.
In un film ho ascoltato una volta una frase che mi è rimasta impressa: “Il computer è ben strano: ha una memoria, ma nessun ricordo”.
Una macchina, come il computer appunto, ha la capacità di conservare moltissime informazioni nella sua “memoria”, però in realtà non si ricorda nulla, perché non sa custodire le emozioni legate a quei ricordi. Posso salvare nella memoria del pc moltissime foto dell’estate scorsa, ma solo io posso ricordare l’allegria di quelle giornate, la spensieratezza dei pomeriggi in spiaggia, la gioia del tempo trascorso con gli amici, il profumo del mare al mattino, le grida dei gabbiani al tramonto…
Fare memoria non è soltanto richiamare alla mente i ricordi di quello che è accaduto in passato, ma riconoscere come, quello che abbiamo vissuto, ci ha fatti diventare le persone che siamo; scoprire come siamo cresciuti e cambiati; prendere spunto per risolvere situazioni presenti. È vedere con chiarezza come l’amore di Dio ha accompagnato ogni passo della nostra strada.
Tutto il cammino della Quaresima deve in qualche modo essere un graduale esercizio della memoria, per ricordare tutto ciò che il Padre Buono ha compiuto lungo secoli e secoli, preparando il mondo ad accogliere il suo Figlio e, dopo la Risurrezione, vedere come nel corso del tempo il messaggio del Vangelo è giunto fino a noi.
Ogni domenica ci lasceremo guidare dalla Parola di Dio per fare memoria, cioè per custodire il ricordo di quello che è avvenuto prima che noi nascessimo, molto molto tempo prima, ma che diventa indicazione importante per la nostra vita di adesso, in questo 2010.
Il primo suggerimento, allora, lo accogliamo proprio dal libro del Deuteronomio: non vogliamo che la vita ci scorra addosso, come l’acqua sotto la doccia, che scivola via e finisce nel chiusino.
Vogliamo vivere sfruttando appieno la capacità di ricordare, per rallegrarci di quanto il Signore opera nella nostra esistenza.
Da subito, in questa Eucaristia, ci prepariamo a vivere l’offertorio come un grazie profondo, portando all’altare, nella preghiera, tutto ciò che ci è accaduto nella settimana appena trascorsa.
Restiamo qualche istante in silenzio, utilizziamo la memoria per ripensare ai giorni passati, da lunedì ad oggi. Fermiamo uno o due ricordi che ci sembrano importanti e preziosi: possono essere momenti un po’ faticosi, come una verifica a scuola, l’ansia per la pagella del primo quadrimestre, un rimprovero che ci è sembrato di non meritare, qualcuno che non ha voluto farci partecipare al gioco… Oppure possono essere momenti gioiosi, come un bel voto a scuola, il sorriso di un amico, l’abbraccio dopo un goal, l’abbaiare festoso del cane che ci corre incontro… Sono comunque frammenti preziosi che la nostra memoria ha conservato: presentiamoli qui al Padre Buono, perché li unisca al pane e al vino e trasformi tutto nell’immenso dono d’amore che è Gesù.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010 - II DOMENICA DI QUARESIMA   Mar Feb 23, 2010 12:28 am

DOMENICA 28 FEBBRAIO 2010

II DOMENICA DI QUARESIMA


Continuiamo insieme il cammino che ci porterà alla gioia della Resurrezione di Cristo e camminiamo sulle tracce del popolo ebraico, il popolo che Dio ha scelto per farsi conoscere e iniziare l’amicizia con tutti gli uomini di ogni tempo … fino a noi e oltre!
Sì, il popolo ebraico è stato scelto da Dio, infatti si dice anche eletto, cioè prescelto. Dio aveva a disposizione il mondo intero, centinaia di popoli con abitudini, tradizioni e religioni diverse ed ha voluto parlare proprio a quello ebraico. Inoltre tra tutti sceglie Abram, al quale cambierà il nome in Abramo, per indicare che era il suo collaboratore e amico.
Nel brano che abbiamo ascoltato, Abramo è in un momento di difficoltà: lui ha lasciato la sua terra, Ur nella regione dei Caldei, e fidandosi di Dio và verso la terra promessa. Dio, immagino abbia una voce forte e rassicurante con Abramo, al quale spesso ripete: “Non temere” o ancora: “Io sarò con te”, quindi conosce la fatica che ha Abramo a fidarsi di Lui.
Abramo durante il cammino faticoso e lungo, non dimentica le promesse del Signore e nel suo cuore rimane la domanda: “quando si realizzerà ciò che mi ha promesso?” Infatti erano trascorsi giorni e giorni, mesi e anni da quando Dio gli aveva parlato assicurandogli una terra fertile, ricca, e una lunga discendenza, ma sembrava che nulla stesse per realizzarsi.
Ma cos’è una discendenza? Beh, per chi non lo sa propongo di fare una specie di gioco: provate a costruire la vostra discendenza. Come si fa?! Serve tanta curiosità, un po’ di memoria, un foglio di carta e una penna. Disegnate un grande albero con tanti rami e su ogni ramo scrivete i nomi dei vostri famigliari; si parte dai propri genitori, che stanno alla base, poi si sale verso i nonni, bisnonni (sia da parte della mamma, che del papà) e quella è la vostra discendenza, cioè la famiglia da cui discendete. Buon divertimento a chi lo farà e ai genitori che rispolvereranno il loro albero genealogico!
Tornando ad Abramo, lui credeva in Dio, ma erano passati tanti anni e lui e Sara, sua moglie, erano ormai anziani e non pensavano di avere figli, così si chiedevano come si poteva realizzare la promessa di una lunga discendenza… Dio rassicura di nuovo Abramo, dicendogli che la sua famiglia sarà grande e numerosa quanto le stelle del cielo. Pensate! Abramo neanche riusciva a contarle! E voi avete mai provato a contarle? E’ impossibile sono milioni!
Insomma, Abramo stava sulle spine: come poteva fidarsi di Dio se non aveva ancora avuto figli e ancora era lontano dalla terra promessa?!
Ciò che succede ad Abramo, è un po’ come quando i nostri genitori ci dicono di aspettare del tempo prima di avere qualcosa che desideriamo. Come facciamo a credere che manterranno la promessa?
Ricordo ancora quando a dieci anni mio padre mi promise: l’anno prossimo ti compriamo il computer! In cuor mio non sapevo se ce l’avrei fatta ad aspettare e rimanere fiduciosa che i miei genitori avrebbero tenuto fede alla promessa! Così i miei genitori per rassicurarmi mi hanno aiutato a ricordare tutte le promesse che avevano mantenuto: la prima bicicletta a sei anni, a otto lo zaino nuovo e tante altre cose.
Dio con Abramo fa all’incirca la stessa cosa: ricorda quello che la loro amicizia aveva ottenuto fin lì e come era stato fedele alle sue parole. Dio inoltre rinnova la promessa e fa un vero e proprio patto con Abramo, impegnandosi ancora con lui.
Così Abramo poté continuare fiducioso e sereno il suo cammino verso la terra promessa!
Da questo brano dell’Antico Testamento e dalla fede di Abramo possiamo imparare a dare fiducia a chi non ci ha mai deluso. Chiedendo aiuto alla nostra memoria e al nostro cuore possiamo fare memoria e fidarci sempre delle persone che ci stanno accanto. Nei momenti di dubbio, come Abramo senza timore, chiedere conferma di quanto ci è stato promesso, la risposta non mancherà e certamente ci aiuterà a capire se l’altro ha a cuore la promessa fatta e se si sta adoperando o invece se ha dimenticato la promessa o forse non può realizzarla in quel momento a causa di ostacoli che non dipendono da lui.
Buona Domenica!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 7 MARZO 2010 - III DOMENICA DI QUARESIMA   Mar Mar 02, 2010 12:19 am

DOMENICA 7 MARZO 2010

III DOMENICA DI QUARESIMA


È davvero appassionante questo cammino sul filo della memoria che stiamo percorrendo lungo la nostra Quaresima: domenica scorsa la Parola di Dio ci ha fatto ricordare com’è iniziata l’amicizia tra Dio e il suo popolo, attraverso Abramo, nostro padre nella fede. Oggi, la prima lettura ci mette davanti una figura importantissima: Mosè.
Il brano che abbiamo ascoltato, tratto dal libro dell’Esodo, sceglie di raccontarci un momento veramente decisivo nella storia di quest’uomo che ha guidato il popolo d’Israele verso la liberazione: Mosè vive il suo primo incontro con la presenza di Dio, faccia a faccia, nel roveto ardente.
Quello di cui parla la Bibbia è un fenomeno veramente strano, che affascina e che ci fa sentire vicini alla perplessità di Mosè. È un uomo ormai maturo, che si è lasciato alle spalle la sua vita da principe alla corte del Faraone ed ora vive come pastore, occupandosi delle greggi di Ietro, suo suocero. In una giornata come tante si ritrova ad assistere a qualcosa che lo incuriosisce e lo riempie di stupore: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco dal mezzo di un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva per il fuoco, ma quel roveto non si consumava”.
Davvero strano! Il fuoco, se attacca del legno ben asciutto, non ci mette molto ad avvolgerlo e consumarlo. Invece Mosè vede la fiamma che arde, ma scorge distintamente la presenza del cespuglio spinoso al centro del fuoco, che non viene minimamente bruciato. Ovvio che si avvicini per andare a vedere meglio, per controllare che i suoi occhi non lo stiano ingannando, che non si ratti di un trucco…
Diciamo che in questo caso il Signore Dio si serve della spontanea curiosità di ogni essere umano per richiamare l’attenzione di Mosè. Lo fa avvicinare al roveto, così da potergli rivolgere il suo invito. Il pastore infatti se ne sta lì, a fissare il rovo, frastornato da ciò che ha davanti agli occhi e che non riesce a spiegarsi, quando sente una voce che gli si rivolge e lo chiama, in tono autorevole.
La voce lo invita persino a togliersi le scarpe, in segno di rispetto.
Togliersi i sandali era il gesto abituale che ogni persona ben educata compiva entrando in casa propria e ancora di più andando in visita da qualcuno. Era abituale dormire e mangiare su stuoie posate sul pavimento, perciò si stava scalzi in casa, per non portare all’interno la terra, la polvere, il fango delle strade, della campagna o dei pascoli.
Mosè e il roveto avvolto dalle fiamme, si trovano sull’Oreb, una montagna, quindi sono all’aperto; eppure l’Angelo del Signore ricorda, a Mosè ed a tutti noi che ascoltiamo, che la Natura e il Creato sono opera delle mani di Dio, sono sua proprietà, è casa sua, perciò anche il terreno all’aperto è degno di rispetto, come un luogo sacro.
Ora che sono uno di fronte all’altro, Mosè scalzo, il Signore presente nella fiamma danzante che avvolge il roveto, finalmente scopriamo perché la voce di Dio lo ha chiamato: ha un messaggio urgente e importante da affidargli: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dal potere dell’Egitto e per farlo salire da questa terra verso una terra bella e spaziosa, verso una terra dove scorrono latte e miele”.
È un annuncio impegnativo per Mosè, che tra poco si troverà lanciato in una missione veramente enorme. Questo dialogo sul monte Oreb sta per cambiare il destino del popolo di Israele. Qualcosa di grande e imprevedibile sta per succedere.
Ma noi, ora, vogliamo fermarci sulle prime parole che il Signore Dio pronuncia: “Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze”.
Questa verità dobbiamo racchiuderla nel nostro cuore e ricordarla sempre sempre sempre! Dio ascolta il pianto di chi si rivolge a lui. Dio conosce le sofferenze di ciascuno. Dio osserva con amore e compassione.
Non c’è preghiera che rimanga inascoltata. Non c’è invocazione che venga ignorata. Non c’è lacrima che non commuova il cuore di Dio. Non c’è grido di dolore che non venga accolto dal Padre Buono.
Anche quando ci sembra che il tempo passi senza nessun cambiamento, non dobbiamo smettere di credere che Dio presta attenzione al mondo e ad ogni uomo.
Anche quando abbiamo l’impressione che il Signore non ci stia dando ascolto, perché intorno a noi nulla sta cambiando, quello è proprio il momento di fare memoria delle sue parole: “Ho osservato la miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco le sue sofferenze”.
A volte non interviene immediatamente, oppure non interviene nel modo che vorremmo noi, con lo stile che sceglieremmo noi… ha tempi e modi diversi dai nostri, ma interviene sempre.
Lo conferma anche a Mosè, perché non si limita a riferire di aver prestato ascolto alle preghiere del popolo, ma si è messo anche in azione: “Ho osservato la miseria del mio popolo… Sono sceso per liberarlo”.
Che belle queste parole: “Sono sceso” che indicano la vicinanza del Signore Dio, il suo lasciarsi coinvolgere da quello che ci capita. Non è un Dio distante, che se ne sta nel suo cielo tranquillo, nel suo paradiso sereno, lontano e indisturbato! No, è un Dio che scende, che si abbassa, che di rende vicino, che sta in mezzo al suo popolo, che ama stare qui, tra noi, accanto a noi, sulle nostre strade.
Forse non gli prestiamo la dovuta attenzione, ma il nostro Dio continua a restare qui, in mezzo a noi, tra la gente che si accalca in autobus, tra chi fa la fila alla cassa, tra coloro che affollano il centro commerciale…
È un Dio che prende posizione, che interviene, che cambia il corso delle cose, che spinge ad agire: il suo intervento non dobbiamo sempre immaginarcelo con segni grandi e straordinari. Il più delle volte si serve di uomini e donne come tanti, di persone proprio come noi, per portare avanti la novità del suo progetto, per intervenire nelle questioni quotidiane. Mosè, per esempio, capisce subito che il Signore lo sta coinvolgendo nel suo progetto di salvezza e ne è parecchio spaventato. Ma il Signore Dio non si lascia scoraggiare dalle nostre paure e dai nostri tentennamenti. È sceso e resta in mezzo alla vita ed ai problemi di tutti i giorni, sempre pronto a prestare orecchio e cuore alla voce di chi si rivolge a lui.
Nella nostra preghiera di questa settimana, allora, facciamo memoria dell’attenzione di Dio: quando diciamo una preghiera, ricordiamoci che le orecchie e il cuore di Dio ci ascoltano con attenzione totale, come fossimo unici al mondo, come fossimo le creature più importanti. Rivolgiamoci a lui con fiducia. Non biascichiamo le preghiere, come se fossero un fastidio da toglierci di torno, come fossero un compito da completare in fretta. Prendiamo qualche istante per pensare veramente alle parole che rivolgiamo a Dio, per ricambiare tutta l’attenzione piena d’amore che Lui dedica a noi. Ci sentiremo avvolti dalla sua tenerezza, protetti dalla sua forza, circondati dalla sua premura. Che è speciale, unica, rivolta ad ognuno in maniera totale.
Proviamo a ritagliare anche noi, in questa Quaresima, qualche istante in cui il nostro cuore e i nostri pensieri siano rivolti solo a Dio, in maniera speciale, unica, totale. Sarà un’esperienza affascinante, che ci cambierà il cuore. Sarà un po’ come avvicinarci anche noi al roveto ardente, insieme a Mosè, per ascoltare la voce di Dio.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 14 MARZO 2010 - IV DOMENICA DI QUARESIMA - DOMENICA LAETARE   Mar Mar 09, 2010 12:53 pm

DOMENICA 14 MARZO 2010

IV DOMENICA DI QUARESIMA

DOMENICA LAETARE


Grazie alle pagine della Scrittura che la liturgia ci propone, possiamo continuare il viaggio del popolo ebraico, immaginare le fatiche vissute nel deserto, le speranze e le attese del popolo scelto da Dio per il suo progetto di salvezza.
In questo percorso ci aiuta soprattutto la prima lettura, presa dal libro di Giosuè. In poco più di tre versetti vengono espressi tre grandi tappe della storia del popolo ebraico: la prima è la schiavitù in Egitto; la seconda, la fatica dei quarant’anni nel deserto per far ritorno alla loro terra e ancora la festa della Pasqua che, come vedremo, per gli ebrei ha il significato di ricordo del passaggio dalla schiavitù alla liberazione.
Partiamo dalla prima tappa. Gli ebrei per lunghi anni vissero in Egitto, poiché la loro terra, la terra di Canaan, era colpita dalla carestia. In Egitto gli ebrei furono trattati da schiavi. A loro toccavano i lavori più duri e pesanti. E soprattutto erano privati della libertà, per cui nulla di ciò che facevano dipendeva da una scelta, ma da un ordine imposto da altri.
Nel brano di Giosuè il popolo ebraico si sta avvicinando alla terra promessa; Dio, infatti, tramite Mosè aveva liberato il suo popolo. Per ben quarant’anni gli israeliti camminarono nel deserto. Chissà che fatica? Quanto caldo? E poi avranno avuto poco cibo e acqua!
Dio per sfamarli mandava dal cielo la manna, che è come neve, ma più consistente, che si poteva raccogliere e mangiare. Così si nutrivano gli ebrei nel deserto. A volte gli ebrei si lamentarono di quel cibo così leggero, rimproverando a Dio e a Mosè di non prendersi abbastanza cura di loro. Addirittura per alcuni era meglio tornare ad essere schiavi in Egitto piuttosto che sopportare il peso del viaggio! Insomma capitava che si scoraggiassero, poiché passavano giorni e giorni e poi mesi e anni, ma non vedevano la terra promessa! Perdevano insomma la speranza e la fiducia in Dio. D’altronde quarant’anni son tanti!
Eppure agli ebrei, come a noi oggi, riesce difficile aspettare che Dio realizzi le sue promesse, oppure non ci si accorge di essersi avvicinati a ciò che si desidera!
Dio aveva stabilito un’Alleanza, praticamente un patto con il popolo ebraico. Aveva promesso ad Abramo, che per primo si era fidato di lui, una lunga discendenza e una terra fertile! E quando gli ebrei erano sul punto di ottenere tutto questo, sembrano aver dimenticato la promessa e la fedeltà di Dio!
La lettura di oggi, ci dice che appena giunti a Canaan, la loro terra, fanno festa. Festeggiano non solo perché finalmente sono arrivati, ma per ricordare quanto avevano vissuto con Dio lungo tutti gli anni di schiavitù e di cammino verso la libertà. È la festa di Pesah, cioè della Pasqua, che in ebraico significa passaggio e che ancor’oggi gli ebrei celebrano per far memoria del passaggio dalla schiavitù alla liberazione e mangiano le stesse cose di allora! Mangiano il pane azzimo, perché la notte che fuggirono dall’Egitto le donne non fecero in tempo a far lievitare il pane; accompagnano il pane con erbe amare come simbolo della sofferenza vissuta in Egitto; e poi l’agnello, perché quella stessa notte Dio disse agli ebrei in Egitto, di segnare le loro porte con il sangue di un agnello, così che l’angelo, mandato dal Signore, avrebbe saputo che gli abitanti di quella casa erano amici di Dio, mentre chi ostacolava la liberazione degli ebrei veniva castigato.
La Pasqua è dunque per gli ebrei il giorno in cui si ricorda il cammino compiuto con Dio e la fedeltà di Dio che ha adempiuto le sue promesse.
Perché è così importante fare memoria, ricordare? Come mai gli ebrei ancor oggi celebrano e ricordano il loro cammino con Dio? A cosa serve ricordare fatti accaduti tanto tempo fa?
Se ripensiamo a quanto detto forse abbiamo già una prima risposta. Di tanto in tanto gli ebrei nel deserto si scoraggiavano, non credevano più alle promesse di Dio. Oggi se qualcuno di noi ha dei dubbi sulla fedeltà di Dio, può ricordare quello che fatto liberando il suo popolo, o ancora che per liberarlo ha mandato Mosè e ha compiuto molti prodigi! Un esempio è la manna dal cielo, che scendeva puntuale ogni mattina oppure il prodigio compiuto davanti al Mar Rosso quando Dio ha diviso le acque per far passare solo gli ebrei! Dio, ha più volte dimostrato quanto ci tiene all’amicizia con noi.
Pensate o provate ad immaginare a quando sarete grandi e avrete venti o trent’anni, allora sarà bellissimo riguardare le foto di momenti belli, o sfogliare i quaderni di scuola per ricordare quanto siamo migliorati… dagli inizi quando imparavamo le lettere dell’alfabeto, fino a quando siamo stati poi capaci di scrivere pagine intere! Questo è un altro motivo per cui val la pena ricordare: ci aiuta a sapere come siamo riusciti a diventare quello che siamo oggi!
Ancora nelle amicizie, ricordare i momenti belli passati insieme ai nostri amici può aiutarci a conoscere meglio l’altra persona e magari perdonare piccole offese ricevute in memoria del bene ricevuto.
Così anche con Dio, nostro amico speciale, possiamo ricordare le cose buone e belle che ci ha già dato e magari confidare a lui i nostri desideri per il futuro, sicuri che ci ascolta con molta attenzione e non dimentica quanto gli affidiamo!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 21 MARZO 2010 - V DOMENICA DI QUARESIMA   Mer Mar 17, 2010 11:17 am

DOMENICA 21 MARZO 2010

V DOMENICA DI QUARESIMA


In questa quinta domenica di Quaresima credo che non possiamo rimanere indifferenti davanti alla Prima lettura, in cui il profeta Isaia dà voce al Signore Dio con parole bellissime, piene di poesia.
Magari anche voi ne siete rimasti colpiti, ma mi piace rileggerle insieme.
Penso che sia importante capire in che occasione il profeta fa udire questo insegnamento del Signore.
Il popolo di Israele è di nuovo in esilio, lontano dalla sua terra. Come era accaduto ai tempi di Mosè, quando erano schiavi in Egitto, ora gli israeliti sono prigionieri dei Babilonesi. Durante la prigionia viene spontaneo ricordare quello che il Signore Dio aveva già compiuto nei tempi antichi, quando aveva liberato il suo popolo grazie all’intervento di Mosè, aprendo una strada nel mar Rosso e fermando invece i carri e i cavalli degli egiziani: “Così dice il Signore Dio, che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme...”
Purtroppo, il popolo d’Israele, prigioniero a Babilonia, sembra capace di guardare solo al passato e non protende lo sguardo verso il futuro, non si accorge di quanto il Signore Dio va compiendo nel presente per salvarli, consolarli, liberarli!
E allora il profeta prende la parola, con forza: “Così dice il Signore Dio: Non ricordate più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa... per dissetare il mio popolo, il mio eletto. Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”.
Che promesse grandi fa il Signore Dio per bocca del profeta! Promette di disegnare una strada nel deserto apposta per il suo popolo! Promette di far scorrere fiumi d’acqua nella terra secca perché il suo popolo non abbia sete!
E cosa si aspetta in cambio il Signore da tutto questo? Una cosa sola: la felicità del suo popolo! Vuole che tutti i suoi figli siano contenti e riconoscano le cose belle e grandi che Lui compie per ognuno. Vuole soltanto questo in cambio: “Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi”.
Sì, il Signore Dio desidera che dal cuore degli uomini e delle donne che lui ama infinitamente, si alzi il canto di gioia e di lode!
Dopo averci donato tanto, che cosa chiede il Signore? Che ci mettiamo a cantare per la felicità!
Non è bellissimo, questo?
Sapete, mentre leggevamo i versetti del profeta Isaia, c’era il verbo “germogliare” che mi ha subito fatto venire in mente quello che è capitato a Ilaria e Pierpaolo. Sono fratello e sorella, figli di miei amici, e frequentano la scuola elementare. Studiando scienze, la maestra aveva spiegato che è possibile veder germogliare i chicchi di grano o di orzo o degli altri cereali, mettendoli nell’ovatta bagnata. Pierpaolo e Ilaria sono tornati a casa pieni di entusiasmo e hanno convinto la mamma e lasciar fare loro questo esperimento. Hanno preso un piatto fondo, lo hanno riempito di ovatta e poi hanno bagnato bene l’ovatta. Sull’ovatta morbida e bagnata hanno poggiato i chicchi di frumento, premendo appena appena, perché avessero un bel nido umido. Hanno poggiato il piatto sul calorifero, vicino alla grande finestra a vetri della cucina, così che al loro esperimento non mancasse il calore e neppure la luce. Ogni giorno, a turno, bagnavano l’ovatta e piano piano i chicchi si sono fatti scuri e gonfi di acqua. Fratello e sorella si aspettavano di vedere presto germogliare i loro semi, ma invece i giorni passavano, loro continuavano a bagnare l’ovatta, ma sembrava proprio che non succedesse nulla di nulla. Sì, i chicchi avevano cambiato colore e, a dire la verità, così gonfi e scuri erano pure piuttosto brutti, ma di germogli non se ne vedevano proprio!
Pierpaolo e Ilaria cominciavano ad essere molto delusi, e stavano pensando di lasciar perdere e smettere di bagnare il piatto con l’ovatta, quando una domenica i nonni sono andati a pranzo da loro.
Sapendo che il Nonno è appassionato di piante, i due gli hanno subito mostrato il loro esperimento: “Guarda, Nonno, stiamo facendo germogliare il grano!”, ha detto Pierpaolo con orgoglio.
“Sì – ha aggiunto Ilaria con voce triste – solo che i giorni passano e qui non succede niente!”
Il nonno si è chinato sul piatto con i semi, piegandosi fino ad avere quasi il naso nell’ovatta bagnata, così da guardare proprio da vicino. Poi ha sorriso e ha fatto segno ai nipoti di fare come lui: “Guardate!” e con il dito ha indicato il semi: su ognuno dei chicchi gonfi e bruttini sta comincia a spuntare una puntina verdolino chiaro chiaro: è il germoglio! È fragile, piccolo, non fa rumore, non si nota se uno proprio non si avvicina molto, fin quasi a mettere il naso nell’ovatta umida... però c’è! È il segno che il chicco di grano marcito sta tornando a vivere, sta cominciando a dar vita a quello che domani sarà una spiga!
Il nonno è stato, per Pierpaolo e Ilaria, un po’ come il profeta della Prima lettura di oggi, infatti ha detto ai suoi nipoti: “Proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?”
Il nonno ha fatto in modo che i due ragazzi guardassero da vicino, si accorgessero finalmente dei piccoli cambiamenti avvenuti senza attirare l’attenzione!
Ci vuole molta pazienza per aspettare che il chicco germogli, e poi per aspettare che il germoglio diventi stelo, e poi per aspettare che lo stelo cresca e diventi spiga, e poi per aspettare che finalmente la spiga maturi e sia dorata e bella, piena di nuovi chicchi! Però chi ha questa grande pazienza e sa aspettare tenendo gli occhi ben aperti, ecco che vedrà compiersi sotto il suo sguardo qualcosa di grande, di stupendo!
E infatti i chicchi di Pierpaolo e Ilaria hanno continuato a germogliare e crescere, poi i due fratelli li hanno messi nella terra con l’aiuto del nonno e, a giugno, le spighe c’erano!
Il popolo d’Israele rischiava di fare come Ilaria e Pierpaolo: scoraggiarsi, perché non si vedevano subito i segni dell’intervento di Dio, e smettere di sperare e di impegnarsi!
Credo che questo ultimo pezzettino di Quaresima che ci è rimasto da percorrere, possiamo utilizzarlo proprio per aprire bene gli occhi e cominciare ad accorgerci di tutto quello che il Signore fa sotto i nostri occhi e che tante volte non sappiamo riconoscere.
Rischiamo di fare come Pierpaolo e Ilaria, o come il popolo di Israele: i chicchi di grano stanno cominciando a germogliare, il Signore sta compiendo cose bellissime per noi, ma non ce ne accorgiamo, anzi ci sentiamo delusi e forse scontenti.
È importante che i nostri occhi comincino ad allenarsi a riconoscere le cose stupende che il Signore fa’, perché tra due settimane celebreremo proprio la più grande e più bella di tutte le novità che Dio Padre ha voluto compiere per l’umanità: il mistero della Pasqua!
Ci vogliono occhi allenati a guardare le meraviglie che Dio opera per riconoscere questo dono straordinario: Gesù risorge! Gesù che muore e ritorna alla vita, proprio come il chicco di grano che marcisce per tornare alla vita come nuovo germoglio!
Allora accogliamo l’invito che ci viene dal profeta Isaia in questa domenica: “Ecco, faccio una cosa nuova... non ve ne accorgete?”
Teniamo gli occhi ben aperti giorno dopo giorno, per riconoscere tutte le cose belle che il Signore sta compiendo per noi, anche le più piccole. Così potremo celebrare la Pasqua cantando con il cuore pieno di felicità.
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 28 MARZO 2010 - DOMENICA DELLE PALME   Mar Mar 23, 2010 3:23 pm

DOMENICA 28 MARZO 2010

DOMENICA DELLE PALME


Eccoci giunti al termine della Quaresima. Oggi Domenica delle Palme tutti noi cristiani festeggiamo o meglio ci prepariamo alla festa più importante dell’anno liturgico che è la Pasqua!
Ci prepariamo ascoltando questo lungo brano del Vangelo di Luca che è il racconto degli ultimi giorni che Gesù ha vissuto in Palestina, e precisamente a Gerusalemme. È un racconto ricco di dettagli, di personaggi e di eventi. Questi sono gli eventi che approfondiremo e gusteremo con attenzione durante la settimana santa, durante la quale rifaremo il gesto del lavarci i piedi l’uno l’altro, accompagneremo simbolicamente Gesù fino alla croce e poi il sabato rimarremo in silenzio per fare spazio nel nostro cuore a Gesù Risorto.
Ora però soffermiamoci sul significato della Domenica delle Palme. Mi sono infatti posto molte domande su questa festa, che riassumo così: come mai facciamo festa pur sapendo come Gesù è stato umiliato, malmenato, ed infine ucciso quasi senza una ragione? Insomma, davanti agli eventi che abbiamo ricordato quali sentimenti proviamo? Forse ci viene di essere tristi o dispiaciuti per Gesù o anche arrabbiati con quanti pur conoscendo la sua bontà non hanno fatto nulla per salvarlo o ancora rimanere nel dubbio: perché Gesù non ha fatto un miracolo?
E tuttavia noi festeggiamo ricordando che Gesù entrando in Gerusalemme è stato osannato, accolto come un re, un re un po’ dimesso visto che si è presentato su un asinello, e volendo vivere questo momento rifacciamo il gesto benedicendo i rametti di ulivo in chiesa e li agitiamo come hanno fatto gli ebrei. Ma così facendo non dimentichiamo forse la sofferenza di Gesù?!
La risposta che mi son dato voglio spiegarvela attraverso l’immagine di una persona che compra un libro e decide di leggerlo. Ora spesso le persone leggono il libro partendo dall’inizio e seguendo il racconto giungono pazientemente alla fine; altri invece, curiosoni, sbirciano subito la fine della storia per vedere come finisce e man mano leggono immaginando come si arriva al termine.
Ecco questa differenza la possiamo riportare anche a noi che oggi ascoltiamo il Vangelo di san Luca avendo ben presente come va a finire e quindi già assaporiamo la gioia che hanno provato le donne quando sapranno che Gesù è risorto. Gli ebrei invece, che hanno accolto festanti Gesù, non potevano immaginare cosa sarebbe accaduto e come ognuno di loro, compresi i discepoli, si sarebbe comportato. Insomma noi oggi possiamo accogliere festanti Gesù ricordando certamente quello che ha patito, ma festanti perché conosciamo a quale gioia porterà tutto questo.
Con questa consapevolezza accogliamo non solo simbolicamente Gesù agitando i rami di ulivo, ma veramente nel cuore cominciando a riservargli un posto speciale e durante la settimana santa dedicandoGli del tempo, facendo attenzione a tutto ciò che è successo, ma con la gioia di chi sa cosa Dio ha preparato per Suo Figlio Gesù e per tutti noi.
Così possiamo festeggiare: dicendo a Gesù che è bello conoscerLo e imparare da Lui la bellezza di tutto ciò che ci accade, anche di ciò di cui è difficile immaginare il finale, perché con Lui tutto procede per il nostro bene.
Buona Domenica delle Palme!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 4 APRILE 2010 - PASQUA DI RESURREZIONE   Gio Apr 01, 2010 9:27 am

DOMENICA 4 APRILE 2010

DOMENICA DI RESURREZIONE


In questa domenica di Pasqua, mentre ci sentiamo pieni di gioia per l’annuncio straordinario della Risurrezione, mi viene da pensare a un particolare curioso: la nostra fede in Gesù Risorto comincia da quello che le donne e i discepoli non trovano.
Ci avete fatto caso? In genere, noi ci aspettiamo che a conferma della fede ci siano delle prove, degli elementi concreti: così sarebbe, per esempio, in tribunale. Così ragionerebbe la polizia, che è sempre in cerca di prove quando svolge un’indagine.
Invece, per noi cristiani, tutto comincia da ciò che manca, e non è qualcosa di poco conto: manca il corpo del Maestro!
“Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”
Maria di Magdala va al sepolcro, la mattina del primo giorno della settimana; va al mattino presto, dopo aver trascorso tutta la giornata del sabato a piangere, colma di dolore per la morte del suo Maestro. Per questo parte prima dell’alba, ansiosa di potersi almeno prendere cura del suo cadavere, deposto in fretta nel sepolcro la sera del venerdì, prima che il sole sparisse all’orizzonte e iniziasse il tempo del riposo, stabilito con molta rigidità dalla legge di Mosè per l’intero giorno del sabato.
Chissà com’è stata sulle spine, Maria di Magdala, durante la notte che la separava dal nuovo giorno, libero da vincoli, in cui potersi precipitare sul Golgota, nel podere dove c’è quella tomba nuova e bella, quella che il ricco Giuseppe di Arimatea aveva fatto preparare per sé e che ha offerto per deporvi il corpo di Gesù.
Questa donna appassionata ed energica va dunque al sepolcro quando è ancora buio, ma non trova quello che si aspettava: non trova i soldati che erano stati messi di guardia; non trova il grosso masso, posto a sigillare la tomba; e soprattutto non trova il corpo di Gesù.
Sgomenta, affranta, confusa, si guarda attorno affannata e la prima cosa che pensa, ovviamente, è: “L’hanno portato via!”
Naturale: quando non troviamo qualcosa che dovrebbe essere lì, anche a noi viene spontaneo pensare che qualcuno l’ha spostato o, peggio, portato via.
Maria arriva perciò alla conclusione che hanno rubato il corpo del suo amato Maestro e subito corre al Cenacolo, in quella grande sala al piano superiore, dove gli Apostoli se ne sono rimasti rintanati e nascosti, dopo gli avvenimenti drammatici degli ultimi giorni.
Proviamo per un istante a pensare come hanno vissuto i Dodici, rimasti ormai in undici, visto che Giuda, dopo aver tradito il suo Maestro e Signore, è fuggito via e si è ucciso.
Gli undici rimasti, dopo aver visto morire il loro amato Gesù sulla croce, dopo averlo deposto nel sepolcro la sera del venerdì, si sono rifugiati nel Cenacolo, colmi di tristezza e di dolore: il Rabbi è morto, non c’è più, sono soli, terribilmente soli.
Forse c’è anche un fondo di delusione: avevano creduto così tanto in lui, gli avevano consegnato la vita nelle mani, si erano fidati al punto da lasciare il lavoro e la sicurezza per ben tre anni, per stare con lui, per accompagnarlo nel suo viaggio di annuncio del Vangelo. E ora? Che cosa resta?
Sono preoccupati, perché oltretutto corrono il rischio di venire arrestati anche loro, se verranno riconosciuti come discepoli di Gesù. In mezzo a tutto questo groviglio di emozioni, irrompe Maria di Magdala, spettinata e ansante per la corsa.
Quando ascoltano la strana notizia portata da Maria, Pietro e Giovanni rimangono davvero perplessi: “Come sarebbe a dire - si chiedono – che hanno portato via il corpo del Maestro?... Perché qualcuno dovrebbe rubare un cadavere?... no, non ha senso!”
Però vedono l’ansia sul volto e nella voce affannata di Maria, e forse sono anche curiosi di andare a verificare di persona, per cui escono dal loro rifugio e si avventurano di corsa nell’alba appena spuntata. Corrono, nell’aria frizzante; corrono, nella luce rosata del mattino; con tante domande che si agitano confuse nella mente e con nelle gambe la voglia di arrivare, di fare in fretta, perché il brivido che hanno sulla pelle non dipende solo dal fresco del mattino: avvertono che qualcosa di misterioso è accaduto e questo li inquieta e li elettrizza nello stesso tempo.
Arriva per primo Giovanni, com’era facile aspettarsi, perché è molto più giovane di Pietro. Arriva, ma non entra nel sepolcro: si ferma sulla soglia, lascia che gli occhi si abituino alla penombra, ed osserva. Non c’è poi molto da osservare, in realtà: “Si chinò, vide i teli posati là”. Non c’è nient’altro.
Beh, ma anche i teli possono essere importanti, e molto! Se fossimo in un telefilm come CSI, dove opera la polizia scientifica, allora si precipiterebbero con i loro guanti di gomma a prendere questi teli, a metterli in sacchetti appositi, a portarli in laboratorio, considerandoli reperti da esaminare ed analizzare, per cercare tracce di sangue, per individuare il DNA, per confrontare le impronte digitali…
Ma Pietro e Giovanni non sono poliziotti e non fanno nulla di tutto questo: “Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”.
Si fermano e osservano. In silenzio. Riflettendo. Quelle stoffe, che ora giacciono all’interno del sepolcro, erano destinate ad avvolgere il corpo di un morto. E invece il corpo è sparito e le bende sono lì, per terra. Strano.
Se pure, per un motivo assai improbabile, qualcuno avesse portato via il cadavere di Gesù, perché mai avrebbe dovuto togliergli le bende che lo avvolgevano? Molto più facile e pratico trasportare un corpo ben avvolto nelle sue bende, con il volto nascosto dal sudario, in modo che nessuno possa riconoscerlo.
E invece le bende e il sudario sono lì. Strano, davvero strano.
Pietro e Giovanni cominciano a intuire qualcosa. Non a capire, che sarebbe una parola esagerata, ma almeno cominciano a intuire che se le bende e il sudario sono lì, forse può esserci un motivo inatteso.
Il pensiero che prende forma nella loro mente, e che ancora non hanno il coraggio di formulare con la voce, suona più o meno così: “Queste stoffe sono destinate ad avvolgere un morto, non servono ai vivi. Quindi se bende e sudario sono qui, forse vuol dire che non servono più… che non c’è più nessun morto… No, andiamo! Non può essere… si è mai sentita una cosa del genere? È impossibile! … e se invece, se invece fosse vero? In fondo lo stesso Maestro ci ha parlato tante volte della Risurrezione!... che si riferisse a questo? Che stesse parlando proprio di questo?”
Sarà il Signore Gesù a confermare questa intuizione iniziale, apparendo risorto e vivo prima a Maria di Magdala, poi ai discepoli di Emmaus, poi nel Cenacolo, alcune ore più tardi, quando arriverà la sera.
Per adesso, davanti al sepolcro vuoto, ci sono Pietro e Giovanni che non osano neppure guardarsi l’un l’altro, attraversati da speranza e timore, spaventati dalla possibilità di affacciarsi sull’orlo di qualcosa di immensamente stupendo.
Anche noi, ogni volta che celebriamo la Pasqua, forse ci sentiamo proprio come gli Apostoli: pieni di domande di fronte ad un evento così straordinario, desiderosi ed insieme timorosi di credere fino in fondo.
Vorremmo che il Vangelo ci fornisse prove, dati scientifici, analisi certe. Invece non offre niente di tutto questo e ci propone piuttosto dei testimoni, uomini e donne che hanno annunciato, da quella domenica in poi, che Gesù è risorto!
Testimoni del Risorto che da 2000 anni dimostrano la verità della loro testimonianza con la vita, il perdono, l'amore, il dono di sé. Anche questa è una "prova", una prova diversa da quella che forse vorremmo, ma è comunque una prova che ci lascia sempre stupiti e commossi.
In questo giorno luminoso e vibrante di vita nuova ed eterna, sentiamoci mandati anche noi a testimoniare, oggi, quell’annuncio che abbiamo ricevuto, quell’annuncio che ha attraversato il tempo, quell’annuncio che ha cambiato la storia del mondo e può cambiare la storia di ogni persona, ancora e sempre. È un annuncio semplice, una frase che ha una potenza insuperabile. Non stanchiamoci di ripeterla, con slancio, con fede, con convinzione: Gesù è risorto! È veramente risorto!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 11 APRILE - II DOMENICA DI PASQUA   Mer Apr 07, 2010 9:49 am

DOMENICA 11 APRILE 2010

II DOMENICA DI PASQUA


Domenica scorsa tutti noi cristiani nelle diverse parti del mondo, abbiamo festeggiato la Risurrezione di Gesù, o meglio, Gesù risorto e vivo per sempre.. Ci siamo scambiati gli auguri, sperando per noi e per i nostri cari il bene e il meglio della vita.
La liturgia di oggi, ci porta a riflettere su cosa i discepoli hanno fatto dopo la morte e risurrezione del Signore Gesù.
In particolare il Vangelo secondo Giovanni riporta una delle apparizioni del Cristo Risorto ai suoi apostoli. Gli apostoli, infatti, dopo la Sua morte rimasero uniti, non fecero ritorno ai loro paesi d’origine e alle loro famiglie. Questo ci fa capire che gli apostoli erano una comunità, che nonostante la morte del loro fondatore non si dispersero, ciò che li univa era ancora presente. Cos’è che fa di un insieme di persone, una comunità? Quand’è che tante o poche persone formano un gruppo o una comunità? Sicuramente il condividere una esperienza oppure avere tutti una stessa passione o interesse. Se ci pensiamo ognuno di noi fa parte di tanti gruppi e di una comunità: abbiamo il gruppo di amici, i compagni di classe, o ancora gli amici di danza, calcio e magari anche gli amici della parrocchia. Al catechismo infatti incontrate periodicamente i vostri amici, forse la maggior parte frequenta la vostra stessa scuola, ma quando partecipate agli incontri di catechesi cos’è che vi fa star insieme? Probabilmente che tutti vi state preparando alla prima confessione o alla Comunione e quelli un po’ più grandi alla Confermazione?! Si, certo, in fondo però ciò che vi fa incontrare è il desiderio di approfondire la conoscenza di Gesù, il quale ha compiuto prodigi e ha detto cose che sentiamo essere buone per la nostra vita e ancora che Lui è il Figlio di Dio che ci ha promesso la vita per sempre! Tutti noi cristiani siamo accomunati da questo desiderio di Gesù ed è questo che ci rende una comunità: la Chiesa! Proprio come gli apostoli, allora? Già, proprio come loro! Siamo molti di più, viviamo in tanti paesi diversi, neppure ci conosciamo tra noi e poi nessuno tra noi ha visto o vissuto con Gesù, come invece è accaduto ai dodici apostoli. Dunque noi, come la piccola comunità di discepoli che continuava ad esistere nonostante la persona che li aveva fatti incontrare non ci fosse più, continuiamo a stare insieme e crescere nella conoscenza di Cristo.
Come si sentivano i discepoli dopo la morte del loro Maestro?! L’evangelista ci dice che erano in un luogo a porte chiuse, perché avevano paura dei Giudei, i quali eran pronti ad arrestarli e ucciderli proprio come avevano fatto con il loro Maestro. Certamente erano tristi e impauriti, eppure ciascuno di loro aveva sentito dire da Gesù stesso, che sarebbe tornato e non li avrebbe lasciati soli! Ma come potevano crederci, nessuno prima di Lui era risorto! Quando lo rivedono dopo tre giorni dalla morte, erano stupiti e contenti e chissà si aspettavano che non li avrebbe più lasciati! Ed è così! Gesù dona loro lo Spirito Santo che da quel momento in poi sarà con loro e li guiderà. Lo stesso Spirito che unisce noi cristiani: è la presenza del Signore in mezzo a noi!
Qualcuno però potrebbe obiettare: beh, facile per gli apostoli credere alla Risurrezione e alla presenza dello Spirito Santo: l’hanno visto, hanno vissuto con Lui, mentre noi?!
In realtà come ci dice l’evangelista Giovanni, nemmeno per gli apostoli era così scontato credere in Lui e nella Risurrezione! Tommaso, uno dei dodici, non crede perché non aveva toccato né visto Gesù Risorto e non si fida nemmeno dei suoi amici!
Come Tommaso anche noi ci chiediamo come fare a credere senza vedere, toccare?
Una volta un bambino mentre stava colorando un disegno rappresentante Gesù, mi ha chiesto: di che colore aveva i capelli? Alcuni compagni di scuola mi dicono che era biondo altri che era castano? Come era? Io, non sapevo dargli una risposta precisa e gli ho detto che nessuno lo sa, perché a quel tempo non c’erano le macchine fotografie né le videocamere! Allora il bambino mi ha detto: e come fai a dire che Gesù è veramente esistito? Chi ti dice che non sia tutta un’invenzione? Difficile rispondere, vero?! Lo è stato anche per me! Gli ho risposto che questa era una domanda molto profonda e che pure chi aveva vissuto con Gesù faceva difficoltà a capire tutto, figuriamoci noi! Non resta che fidarci di chi ha scritto ciò che è accaduto, ciò che faceva e diceva Gesù, e di chi in questi duemila anni ha tramandato questa fede, questa fiducia, attraverso la testimonianza di amore cristiano.. fino ai nostri genitori! .. e poi possiamo fidarci anche del nostro cuore che sa riconoscere da dove viene l’amore e batte forte forte quando siamo vicini a chi ci vuol bene.
Inoltre ci sono documenti storici che attestano l’esistenza di Gesù di Nazareth, ma non la Sua risurrezione! Ecco perché Gesù chiama beati coloro che riconoscono l’amore di Dio e si fidano di quanti lo testimoniano! Sono persone che hanno un cuore aperto e pronto a riconoscere i segni del suo amore e della sua presenza e che non si fidano solo degli occhi e delle orecchie!
Dunque è Gesù stesso che oggi ci indica il bene più prezioso da chiedere e augurare: avere un cuore aperto e pronto a riconoscere i segni della Sua presenza e del Suo amore per ognuno di noi!
Buona Domenica!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
VINCENZO

avatar

Messaggi : 694
Data d'iscrizione : 06.01.09
Età : 37
Località : NAPOLI

MessaggioOggetto: DOMENICA 18 APRILE 2010 - III DOMENICA DI PASQUA   Mar Apr 13, 2010 9:34 am

DOMENICA 18 APRILE 2010

III DOMENICA DI PASQUA


Anche questa domenica come la scorsa, il Vangelo secondo Giovanni ci presenta un’apparizione di Gesù Risorto ai suoi apostoli. Il tempo liturgico della Pasqua non termina la Domenica in cui celebriamo la risurrezione, ma dura fino all’Ascensione del Signore, cioè fino a quando la Chiesa celebra che Gesù sale in cielo per sempre, pur rimanendo tra noi.
Così durante questo periodo leggiamo vari brani dei Vangeli che ci testimoniano che veramente è Risorto. E possiamo chiederci: come mai la chiesa ha bisogno di ben sei settimane per riflettere, contemplare la Risurrezione? Come mai Gesù è apparso così tante volte ai suoi apostoli?
Intanto perché è l’evento più importante e anche più sorprendente di tutta la storia, non solo di quella di Gesù. Ed è il mistero più grande, testimoniato dagli apostoli, che lo hanno predicato e poi è stato tramandato negli scritti del Nuovo Testamento, come evento centrale della nostra fede: Cristo è risorto e ha promesso a noi di rimanere con noi e di donarci la vita per sempre!
Se ricordiamo il brano di domenica scorsa, in cui Tommaso faceva difficoltà a credere che Cristo era apparso ai suoi amici, questo ci aiuta a spiegare perché appare più di una volta! Egli conosceva la difficoltà che avrebbero avuto i suoi amici e anche noi, a fidarci di queste testimonianze, quindi conferma ogni volta la Sua presenza accanto a loro. In particolare, nell’episodio di oggi, Gesù si prende cura dei discepoli, li incoraggia a pescare ancora, a non demordere anche se tutta la notte non avevano preso pesci, e ancora prepara per loro il pranzo! Insomma un po’ come una mamma che si preoccupa sempre che i propri figli abbiano la loro merenda preferita nello zainetto o che quando escono da scuola dopo tante ore di lavoro, abbiano qualcosa di gustoso per merenda o cena!
Rileggendo il brano di Giovanni, possiamo notare che anche questa volta gli apostoli non riconoscono subito Gesù. E cosa è che fa dire all’apostolo amato da Gesù che quello è proprio il Signore? Erano lontani dalla riva e probabilmente nemmeno riuscivano a vedere bene la sua sagoma. Allora come l’ha riconosciuto? Gesù compie per loro un miracolo, un segno: Pietro, che era un esperto pescatore, come la maggior parte dei discepoli, era tornato a mani vuote da una lunga notte di lavoro! L’aver preso quella enorme quantità di pesci, dopo che il Signore gli aveva suggerito di tentare ancora, quando avevano già setacciato gran parte del lago per tante ore, è il segno che aiuta a comprendere che quella persona che li incoraggiava a pescare ancora, poteva essere solo il Signore. Infatti Lui soltanto poteva compiere per loro quel grande gesto di amore. Solo il Signore dava loro molto più di quanto avevano bisogno!
Un’altra caratteristica delle apparizioni del Risorto è che non sono mai plateali, cioè Gesù sceglie sempre di manifestarsi a poche persone e soprattutto si fa vedere da chi già lo conosceva bene.
E a proposito di ciò mi viene in mente un episodio di qualche mese fa: mi è capito di andare a trovare una persona in ospedale e lì ho incontrato un signore anziano, cieco dalla nascita. Era circondato da tanta gente che lo riempiva di attenzioni. In gioventù, mi raccontò di essere stato un bravissimo portiere di un piccolo palazzo della sua città. Io non capivo come potesse svolgere il suo lavoro, come faceva a distinguere le persone e poi se capitava un malintenzionato come lo capiva! Con un po’ di coraggio gli chiesi tutte queste cose e lui mi rispose in modo semplicissimo: aveva imparato il rumore dei passi di ciascun abitante e delle persone che frequentavano il loro condominio. Li riconosceva anche dal profumo. Pensate che lui si accorgeva anche dello stato d’animo delle persone da come camminavano. Lui era sempre molto discreto e silenzioso, sapeva svolgere molto bene il suo lavoro e per tutti i condomini del suo palazzo era come uno di famiglia, tant’è che tutti si prodigavano per lui e lo aiutavano nelle sue difficoltà. Da quando era in pensione, abitava da solo, ma non passava un solo giorno senza che qualcuno lo andasse a cercare o che li portasse le cose di cui aveva bisogno. Pensate lui non aveva né videocitofoni, né allarmi in casa, perché affermava di saper riconoscere molto bene le persone che da sempre gli avevano dimostrato affetto. Le riconosceva dal rumore dei passi, dal profumo e soprattutto da quello che facevano per lui ogni giorno.
Come gli apostoli dunque che riconobbero il Risorto dall’amore e dalla cura che aveva per loro così questa persona, cieca ma capace di riconosce chi gli voleva bene da ciò che erano disposti a fare per lui.
Anche noi quando abbiamo difficoltà a capire o spiegarci come è possibile che Gesù sia veramente presente in mezzo a noi e si prende cura di noi, non lo vediamo, non lo tocchiamo, ma possiamo riconoscerlo dai gesti gratuiti che ogni giorno riceviamo dalle persone che ci amano.
Buona Domenica!
Tornare in alto Andare in basso
Vedere il profilo dell'utente http://preghierainsieme.forumattivo.com/index.htm
Contenuto sponsorizzato




MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   

Tornare in alto Andare in basso
 
1° gennaio
Vedere l'argomento precedente Vedere l'argomento seguente Tornare in alto 
Pagina 3 di 11Andare alla pagina : Precedente  1, 2, 3, 4 ... 9, 10, 11  Seguente
 Argomenti simili
-
» terre e rocce - novità gennaio 2012
» L'ANGELO DI OGGI 16 GENNAIO E'...
» L'ANGELO DI OGGI 18 GENNAIO E'...
» gennaio 2015
» Decreto Dirigenziale 25 Gennaio 2012_Autotrasportatori di merci/persone in conto terzi

Permesso di questo forum:Non puoi rispondere agli argomenti in questo forum
Preghiera Insieme :: NEL BEL MEZZO... :: sussidi per bambini-
Andare verso: