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VINCENZO



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MessaggioOggetto: DOMENICA 25 APRILE 2010 - IV DOMENICA DI PASQUA   Lun Apr 19, 2010 10:09 pm

DOMENICA 25 APRILE 2010

IV DOMENICA DI PASQUA


Il Vangelo di oggi, ci propone un’immagine che Gesù ha utilizzato spesso per definire la relazione tra Lui e chi lo segue, chi lo conosce profondamente.
L’immagine è quella del pastore e delle pecore, Lui il pastore e noi tutti che lo incontriamo, lo seguiamo siamo il gregge che Egli guida.
Come mai Gesù usa questa immagine?
Vi ricordate la parabola della pecorella smarrita o ancora quando Gesù dice di sé che è il Buon Pastore che non abbandona mai le sue pecore come farebbe invece un mercenario a cui non interessa la vita delle pecore?! Ecco, in tutte queste circostanze, Gesù parlava avendo di fronte persone che sapevano perfettamente quale fatica e dedizione occorreva per guidare un gregge di pecore! Tra le persone che lo ascoltavano, infatti, c’erano dei pastori e a quel tempo il gregge rappresentava tutto per il pastore, perché era l’unica fonte di guadagno, di sussistenza. Di notte i pastori dovevano proteggere le pecore dagli animali selvatici, come lupi, volpi e dai malviventi che tentavano di rapinarle; di giorno poi, dovevano condurre il gregge in pascoli erbosi, cosicché le pecore potessero crescere e nutrirsi a sufficienza. Dunque quello del pastore era un mestiere conosciuto e diffuso all’epoca di Gesù.
Allora come possiamo comprendere meglio noi questa immagine che Gesù utilizza per farci capire come si prende cura ci ciascuno, visto che abitando in grandi città difficilmente conosciamo il rapporto che lega un pastore al suo gregge? Noi al massimo nelle nostre case abbiamo un cane o un gatto da accudire, che ci fa compagnia, ma non è essenziale per la nostra vita! Ci dispiacerebbe perderlo, ma di certo continueremmo ad avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno, non come i pastori al tempo di Gesù!
L’immagine che vi propongo è quella dell’insegnante e dei suoi alunni. Gli alunni appena iniziano un nuovo anno scolastico devono imparare ad ascoltare l’insegnante per apprendere tutte quelle regole che fanno in modo che insieme si stia bene e ancora dalla maestra impareranno molte materie durante tutto l’anno. L’insegnante, da parte sua, imparerà a distinguere i diversi alunni, a cominciare dal nome, poi man mano impara le preferenze di ogni bambino, la sensibilità, i punti deboli e di forza di ognuno. Così si crea un legame molto profondo. I bambini spesso si sentono liberi e felici di confidare all’insegnante le loro difficoltà e sono contenti di farlo partecipe delle proprie gioie, delle proprie scoperte. A volte per ringraziare un’insegnante, spontaneamente i bambini fanno dei piccoli doni, come ad esempio un disegno! Alla fine dell’anno scolastico gli alunni e l’insegnante si conoscono così bene da fidarsi l’uno dell’altro e da intendersi al solo uno sguardo o accenno.
Gesù stesso veniva chiamato Maestro dai suoi discepoli, insegnava loro molte cose ed essi pian piano cominciarono a conoscerlo e fidarsi di Lui.
Ritornando, però all’immagine che ci offre il Vangelo di Giovanni, vorrei riflettere anche sul significato a volte dispregiativo che diamo alla pecora. Le pecore di solito vengono descritte come senza carattere, come animali che seguono il padrone senza capire, insomma un po’ sciocche! Ma l’aspetto che Gesù sottolinea non è solo la docilità di questi animali. Le pecore, non sono predatori, non cacciano e non hanno armi per difendersi, per crescere e salvarsi si fidano unicamente del pastore, per il quale ricordiamoci sono il bene più prezioso! Anche se mansuete e docili le pecore sanno individuare Colui che può salvarle e che è disposto a vegliare di notte per proteggerle dai predatori, Colui che è disposto a camminare a lungo per cercare i pascoli migliori, che le aspetta per farle mangiare con calma …
Dunque Gesù, non vuole offenderci paragonandoci a delle pecore, indica le qualità necessarie per rimanere in amicizia con Lui: ascoltarlo per poter riconoscere la sua voce, fidarsi di Lui e seguirlo sicuri che ci condurrà dove c’è il meglio per noi!
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 2 MAGGIO 2010 - V DOMENICA DI PASQUA   Mar Apr 27, 2010 10:18 am

DOMENICA 2 MAGGIO 2010

V DOMENICA DI PASQUA


È la quinta domenica di Pasqua e la liturgia ci accompagna a riflettere sulle ultime parole pronunciate da Gesù.
Il brano del Vangelo secondo Giovanni è una parte del discorso che Gesù ha fatto durante l’ultima cena. Era, come sappiamo, con i suoi apostoli, e Giuda, colui che lo ha tradito, era appena uscito fuori per indicare ai Sommi Sacerdoti e alle guardie dove si trovava. Sono parole molto profonde e intense nel loro significato. Proviamo ad immaginare quali potevano essere le emozioni di Gesù, ma anche dei suoi amici!
Questi ultimi comprendevano appieno ciò stava per succedere? E Gesù?
Questo passo sembra quasi una consegna che Gesù fa agli apostoli. Un po’ come quando i genitori ci lasciano per un breve o lungo periodo da soli. Di solito fanno delle raccomandazioni, vero?!
E quella che non manca mai è: “mi raccomando fate i bravi! Comportatevi bene!”. A me lo dicevano anche prima di entrare a scuola! E come spesso avviene sono raccomandazioni che ci scivolano addosso, nel senso che dimentichiamo presto, anche se poi appena ne combiniamo una, subito la paura di ciò che potrebbero dirci i genitori una volta che rientriamo a casa, ci assale e quello forse è il momento in cui ci ricordiamo di quel “mi raccomando!”.
Gesù invece?! Ad una prima lettura si direbbe che va giù duro: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri.” Beh, altro che raccomandazione, è un comandamento! Anche esigente! Ma cerchiamo di far chiarezza.
Cosa è un comandamento e perché questo di amarci gli uni gli altri è nuovo? Penso che la maggior parte di voi, come me, alla parola comandamento associa il numero dieci e il nome di Mosè!
Già! E per gli ebri quella è la Legge! Queste parole risuonano un po’ come se Gesù e il Padre nostro stessero lì con gli occhi puntati su ciascuno di noi per vedere cosa sta facendo bene e cosa fa male! E vi assicuro che son molte le persone che vivono con il terrore che Gesù li punisca o che vuole il male per lui!! Brutto no?! E chi vorrebbe un amico così! Spione e severo!!!
Suppongo che la parola Comandamento abbia un significato diverso nel linguaggio biblico: è sì, una norma da seguire, ma noi non siamo obbligati a seguirla o meglio la punizione che ne segue non è inflitta da nessuno! Tanto meno da Gesù! Quando ci comportiamo male con gli amici o con fratelli e sorelle, capita che i genitori ci mettano in punizione o le insegnanti a scuola. Con Gesù è diverso: l’unico risultato è che ci sentiamo lontano dagli altri e perdiamo un po’ dell’immagine di Dio che portiamo nel cuore! Vi ricordate?! Siamo stati creati a Sua immagine e somiglianza!
Mi spiego meglio con un episodio a cui ho assistito: ho incontrato per strada un gruppetto di amici, all’incirca avevano undici anni, camminavano tutti insieme quando ad un tratto uno di loro con voce arrabbiata grida qualcosa e si stacca dal gruppo. Tutti gli altri rispondono con altrettante urla. Io non sono riuscito a capire bene le loro parole, ma dai loro volti si leggeva sia rabbia che dispiacere. Il caso ha voluto che si sedessero vicino alla mia panchina e allora ho potuto ascoltare (sono un po’ curioso, lo ammetto!). Avevano litigato perché avevano perso una partita di basket per un errore del ragazzo che si era allontanato. All’inizio tutti gli davano addosso dicendo che era un incapace, poi però ci furono due minuti di silenzio. Uno di loro, quasi timidamente e sottovoce affermò: “ma io conosco Luca da quando avevamo sei anni e gli voglio bene, sto troppo male al pensiero di perdere la sua amicizia per un errore! È vero era la partita decisiva per il campionato, ma io non rinuncio così ad un amico!”. Si alzò e cominciò a correre nella direzione che aveva preso Luca. Tutti gli altri rimasero sconcertati, un paio di loro dissero che Paolo era una femminuccia, gli altri due con decisione risposero: “Ha ragione Paolo, non possiamo cancellare il bene che ti lega per un errore. Andiamo a chiarire e chiedere scusa.” Così tutti, anche quelli più indecisi andarono.
Ecco, questo probabilmente è quello che aveva in mente Gesù: quando amiamo, vogliamo bene a qualcuno il nostro cuore è leggero, ci sentiamo felici, siamo nella gioia. E ancora questo amore è visibile e contagioso. Dunque la missione che Gesù affida ai discepoli e quindi a ciascuno di noi, è proprio di portare l’amore e di contagiare tutti perché non resti dentro al cuore rabbia e rancore, ma la gioia che viene dall’amore e dall’essere amati.
Gesù prima di lasciare i suoi amici gli dà questo comandamento, il primo e più importante: di diffondere l’amore cominciando dall’amarsi reciprocamente, perché così avrebbero reso visibile come Gesù stesso gli amava e qual è il desiderio di Dio: che regni tra noi e nei nostri cuori l’amore.
Buona Domenica a tutti!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 9 MAGGIO 2010 - VI DOMENICA DI PASQUA   Gio Mag 06, 2010 8:41 am

DOMENICA 9 MAGGIO 2010

VI DOMENICA DI PASQUA


Anche oggi abbiamo ascoltato un brano dell’evangelista Giovanni, il quale riporta un lungo discorso che Gesù fa ai suoi apostoli prima di essere arrestato e dunque prima di morire! È un brano che affronta un tema molto delicato e profondo: la separazione dalle persone care e la speranza e fiducia che ci ritroveremo tutti nel Regno di Dio.
Ho letto un po’ di volte questo Vangelo e lo trovo molto commovente, in quanto ci fa entrare nel cuore di queste persone e soprattutto nel cuore di Gesù che sta per lasciare la vita terrena. Cosa prova Gesù? E gli apostoli?
Beh, a me sembra che Gesù voglia a tutti i costi rassicurare i suoi amici circa il fatto che lui sta per lasciarli, ma non definitivamente. Pensate che solo pochi versetti prima Giovanni riporta questa frase di Gesù: ”Non vi lascerò orfani: Verrò a voi”. Dunque il rapporto di Gesù con i discepoli non è solo di amicizia: Gesù è amico e padre di quanti lo incontrano. Allora immaginate quanto è difficile per un padre lasciare i propri figli o per un amico separarsi dagli amici preferiti! Gesù probabilmente sperimenta la difficoltà di separarsi da persone diventate a lui care, inoltre si preoccupa che loro possano ricordare i suoi insegnamenti, riconoscerlo come Risorto, che siano rassicurati riguardo alla fine dei tempi, quando ritornerà e prenderà tutti con sé nel suo Regno. Comprende lo stato d’animo dei discepoli e dice: ”Non si turbato il vostro cuore e non abbia timore”. Gesù ha letto nel cuore di chi gli sta di fronte la paura, il timore di non rivederlo più! Cerca di far comprendere agli apostoli che sarà sempre presente, ma in un modo nuovo che sperimenteranno dopo che li avrà lasciati.
Dall’altra parte ci sono gli apostoli, i quali sono stati resi partecipi di cose molto importanti e difficili da capire: infatti chiedono a Gesù delle spiegazioni circa il suo rapporto con il Padre e gli chiedono se era Lui il Messia tanto atteso. Gesù indica loro come fare a rimanere vicino a Lui, e cioè continuando ad amare, continuando a seguire i suoi insegnamenti e ascoltando la voce dello Spirito Santo che sarà con loro e li guiderà.
Tutto questo può risultare difficile da comprendere e anche da verificare, cioè come facciamo ad essere sicuri di questa presenza di Gesù?
Ho letto tempo fa la storia di un padre di tre figli maschi, che in prossimità della morte chiama a sé gli eredi per dividere il suo patrimonio. Questo padre aveva tre tesori: uno era la forza, un altro la saggezza e il terzo nessuno mai aveva scoperto cosa fosse. All’epoca era consuetudine che i figli, dal primo all’ultimo, scegliessero il dono. Così il primo scelse la forza e divenne infatti un valoroso guerriero, riuscì a conquistare molte terre; il secondo scelse la saggezza e divenne così un riferimento per molte persone, tutti lo conoscevano e rispettavano perché aveva sempre il consiglio giusto per tutti. Al terzo figlio capitò in sorte il terzo dono, era un anello. Lui lo indossò, guardò il padre in attesa che gli desse spiegazioni. Il padre gli disse soltanto di non aver paura e che avrebbe compreso al momento giusto qual era il dono a lui capitato. Tutti e tre i figli partirono allontanandosi dal padre, il quale rimase un po’ di tempo solo, sperando che prima di morire almeno uno dei figli andasse a dargli l’ultimo saluto.
Il figlio minore era quello più indeciso, non sapeva bene cosa fare, intraprese un viaggio e incontrò tante persone che gli proponevano di fare i lavori più diversi, ma ogni volta che qualcuno gli si avvicinava aveva la sensazione di ascoltare le parole del padre, a volte quasi di averlo accanto a sé. Era una voce che gli ripeteva gli insegnamenti del padre. Tutte le volte che decideva di ascoltarla aggiungeva un po’ di serenità al suo cuore turbolento e in cerca di qualcosa di importante da realizzare, mentre quando non ascoltava quella voce si accorgeva di essere triste e vuoto. Una mattina si alzò e decise di tornare dal padre, correva perché sperava di trovarlo ancora in vita. Lo trovò a letto molto debilitato, lo baciò e gli disse: “Ho ricevuto il dono più importante: tu sarai sempre con me e mi indicherai la via che mi condurrà alla gioia!” I due si abbracciarono piangendo dalla commozione: il padre era contento della scoperta del figlio e il figlio perché non avrebbe mai dimenticato il padre e i suoi insegnamenti. Dopo qualche giorno il padre poté morire in pace sapendo che il figlio l’avrebbe portato nel cuore.
Come il padre di questa storia, anche Gesù rassicura gli apostoli e tutti noi che lo conosciamo e seguiamo i suoi insegnamenti: non ci lascia soli, lo Spirito Santo ci insegnerà e ricorderà ogni cosa detta da Gesù. Lo Spirito santo possiamo paragonarlo al dono ricevuto dal terzo figlio, come una voce, una presenza che ci indica la via per vivere nella gioia.
Certamente non è semplice percepire questa presenza, possiamo sempre confidare nell’aiuto di chi è più grande e più esperto; possiamo sforzarci di ascoltare sempre con più attenzione il Vangelo la Domenica e fermarci almeno qualche minuto in silenzio a contemplare Gesù eucarestia chiedendo in dono di sentirlo vicino.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 16 MAGGIO - ASCENSIONE   Mar Mag 11, 2010 3:00 pm

DOMENICA 16 MAGGIO 2010

VII DOMENICA DI PASQUA

ASCENSIONE DEL SIGNORE


Il mistero che oggi tutti noi celebriamo è davvero grande: Gesù ascende al cielo e promette di rimanere con ciascuno fino alla fine del mondo!
Come san Luca ci riporta nel suo secondo libro, gli Atti degli Apostoli, dopo quaranta giorni dalla Risurrezione, Gesù sale al Padre lasciando gli apostoli! È il momento della separazione, eppure la Chiesa loda e fa festa, gli apostoli stessi “tornarono a Gerusalemme con grande gioia; e stavano sempre nel tempio lodando Dio”. Non vi sembra un po’ strano?! Stanno lasciando Gesù eppure lodano Dio e sono pieni di gioia!
Forse questa è una delle poche occasioni in cui i discepoli sembrano fidarsi delle parole di Gesù: la loro gioia viene dal fatto che Gesù aveva promesso due cose molto importanti e rassicuranti: la prima è che non sarebbero rimasti soli, ma che Lui li avrebbe accompagnati dovunque e per sempre, la seconda cosa è che la fine del mondo non è la fine ma l’inizio della vita eterna accanto a Dio! Beh, due belle prospettive per il futuro, no?!
Gli apostoli ora riescono a fidarsi di Gesù, perché l’avevano visto morire, l’avevano visto risorto, avevano toccato Gesù, mangiato con Lui, assistito a tanti prodigi e miracoli. Probabilmente si aspettavano che da un momento all’altro o comunque di lì a poco sarebbe riapparso e li avrebbe portati in cielo con Lui! E noi, oggi, a distanza di quasi duemila anni possiamo fidarci e sperare che le promesse di Gesù Cristo si compiano? Quando raggiungeremo Dio e i nostri cari che sono già morti? Perché farci aspettare tutto questo tempo? Cosa ci sarà dopo questa vita?
Queste sono domande che quasi certamente un po’ tutti facciamo, è un mistero così grande che ci incuriosisce, a volte ci fa paura. Alcune persone, in base a calendari astronomici o altro, azzardano previsioni sulla fine del mondo; ultimamente si parla molto del calendario Maya che prevede la fine del mondo per il 2012! Gesù però oggi ci dice: "Non spetta a voi conoscere i tempi e i momenti che il Padre ha riservato alla sua scelta, ma avrete forza dallo Spirito santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra"; dicendo così sembra voglia tenerci nascosto qualcosa oppure ci sta semplicemente indicando qual è la cosa essenziale da sapere: che lo Spirito Santo ci accompagnerà e che questa Bella Notizia è per tutti, in quanto a tutti Dio è vicino e a tutti ha preparato un posto nel suo Regno! Dunque spetta a tutti noi cristiani dare l’annuncio della vita per sempre e non la data della fine del mondo!
La scorsa settimana ho avuto un incontro che mi ha davvero colpito e che mi ha fatto capire quanto è profondo in noi il desiderio di conoscere quando vedremo Dio faccia a faccia e i cari che ci hanno preceduto. Vi parlo di una bambina di soli sei anni che ha perso da due anni il papà. Eleonora in questo tempo di Pasqua, in cui spesso si parla della morte e risurrezione di Gesù, non riesce a trattenere le lacrime e piange già solo a sentire la parola ‘morte’! La scorsa settimana, non solo ha pianto, ha anche espresso la sua rabbia. Essendomi avvicinata per abbracciarla, come faccio sempre, lei mi ha detto: “Sono arrabbiata con Gesù!” e io le ho chiesto: “Come mai? Perché è morto il tuo papà?”, e lei: “No, non per quello! Ma perché Lui è risorto e il mio papà non risorge mai!”. Sono rimasto in silenzio per alcuni minuti e poi ho cercato di spiegarle che il suo papà come i nonni o gli zii dei suoi compagni, sono già con Gesù e noi dobbiamo aspettare il giorno in cui anche noi saliremo al cielo. Eleonora mi ha abbracciato e sottovoce mi ha detto “Va bene, aspetterò”.
Quello che viviamo tutti noi è un tempo di attesa durante il quale Gesù ci chiede di dare a tutti la Buona Notizia, che Lui è Risorto e attende ciascuno nel Suo Regno. Sarà bello annunciare agli altri che c’è una speranza, che oltre la vita che viviamo ora sulla terra ce ne aspetta un’altra, misteriosa certo, ma con Gesù!
Buona festa dell’Ascensione!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 23 MAGGIO - PENTECOSTE   Gio Mag 20, 2010 3:46 pm

DOMENICA 23 MAGGIO 2010

VIII DOMENICA DI PASQUA

PENTECOSTE


La Chiesa, a cinquanta giorni dalla Pasqua, celebra la solennità della Pentecoste. Secondo alcuni esperti teologi, l’evento che si ricorda coincide con la nascita della comunità cristiana, dunque della Chiesa! Cerchiamo anche noi di capire meglio cosa è successo e festeggiamo!
Finora la liturgia ci ha fatto ripercorrere il cammino che gli apostoli avevano fatto con Gesù: le profezie sulla Sua morte e Risurrezione, le apparizioni da Risorto, fino alla scorsa settimana quando i discepoli hanno ricevuto un incarico ben preciso da Gesù, quello di annunciare a tutti la Buona Notizia e poi hanno salutato Gesù, rimanendo però nella gioia, in quanto il Maestro aveva promesso loro, la Sua presenza, ma in modo nuovo e per sempre, addirittura oltre la morte!
La prima lettura di oggi, ci parla della realizzazione della promessa di Gesù, che abbiamo letto nel Vangelo secondo Giovanni: “[…] il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”.
Come si presenta lo Spirito Santo agli apostoli? Luca, autore degli Atti degli apostoli, lo descrive come vento forte, fortissimo e come fuoco, più precisamente come tante piccole fiammelle! E la gente, che non era con i discepoli, ed era fuori per strada, accorse sentendo quel rombo, tutti erano, dice Luca, “sbigottiti” e gli apostoli parlavano lingue diverse!
Che strano modo di presentarsi, no?! E se ricordate invece Gesù apparve solo ai suoi discepoli e non in modo che tutti potessero vederlo o sentirlo! Lo Spirito invece sembra travolgere tutto, è impetuoso, richiama l’attenzione di tutti e si fa udire da tutti! Questo aspetto possiamo comprenderlo meglio richiamandoci alla funzione che ha, cioè quella di rendere presente l’amore di
Dio nella vita di ciascuno, inoltre lo Spirito è Colui che dà vita, infatti nella Genesi è riportato che è l’alito, il soffio di Dio ad aver dato vita ad ogni cosa! Dunque lo Spirito è vitale ed è la presenza di Dio. E quand’è che abbiamo bisogno dello Spirito?! Beh, sempre, perché ogni giorno è bello essere vivi, gustare in profondità i doni che ci riserva Dio; allora lo Spirito interviene ancor di più quando perdiamo il gusto delle cose, quando tutto sembra noioso e niente ci sorprende! E ancora lo Spirito, come racconta Luca, rende capaci gli apostoli di parlare le lingue di tutti i presenti, cioè lo Spirito fa in modo che tutti possano ascoltare la Buona Notizia della Risurrezione di Cristo e della Sua presenza tra noi!
Probabilmente qualcuno si chiederà come mai non si vede più lo Spirito di Dio, oppure si presenta sempre come vento o fuoco? E poi come facciamo a sentire la Sua presenza?
Queste domande ci fanno entrare nel grande mistero della nostra fede, che l’evangelista Giovanni spiega con l’espressione: “prenderemo dimora presso di lui”! Cioè lo Spirito di Dio ha una casa dentro di noi, c’è un posto nel nostro cuore riservato a Dio e tanto più grande sarà lo spazio che daremo a Dio tanto più facilmente sapremo ascoltare lo Spirito e sentirci guidati da Lui.
Un po’ di tempo fa ho parlato di questo grande mistero con un anziano sacerdote, il quale aveva passato buona parte della sua vita in parrocchia, quindi in mezzo alla gente. Aveva ascoltato tante voci, aveva accompagnato e seguito tante persone sia in momenti belli, come quando preparava i bambini alla Prima Comunione, sia in periodi tristi della loro vita. Ebbene mi confidò che la maggior parte delle volte prima di dare una risposta ad un bambino od una persona adulta, chinava il suo orecchio verso il suo cuore, si ripeteva la domanda che gli era stata posta e aspettava un po’ per permettere allo Spirito di suggerirgli una buona risposta, una risposta che facesse del bene a chi l’avrebbe udita. Non sempre il sacerdote era sicuro di ottenere una buona risposta, ma sempre cercava di farsi guidare dallo Spirito nel modo che solo Dio conosceva.
Tutto questo non è solo per i sacerdoti, bensì per ciascun battezzato, ancor più per chi ha ricevuto il sacramento della Cresima, cioè tutti possiamo consultare, rivolgerci allo Spirito affinché le nostre siano parole di vita, di speranza, di vicinanza, ancor di più quando da soli crediamo di non farcela. Ecco perché oggi è la festa della Chiesa: è la festa di tutte le persone che hanno nel cuore lo spazio per Dio e si impegnano ad ascoltarlo per portare ai fratelli ciò che hanno ricevuto: la speranza di essere accompagnati da Dio, sempre!
Buona festa!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 30 MAGGIO - SANTISSIMA TRINITA'   Mer Mag 26, 2010 3:41 pm

DOMENICA 30 MAGGIO 2010

SANTISSIMA TRINITA'


Oggi celebriamo la festa della Santissima Trinità, la festa di Dio e il mistero della Sua unicità che si esprime in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo.
È una solennità che ci invita a riflettere su Dio e sulla nostra capacità di comprendere Dio.
Ricordo ancora quando sentii per la prima volta, al catechismo, questa affermazione: Dio pur essendo Uno è tre persone! Rimasi alquanto sbalordita, avevo all’incirca otto anni e davvero facevo fatica a immaginarmi come uno può essere tre!
Allora cominciai a figurarmi Dio come uno di quei mostri con un corpo unico e tre teste o ancora come un super eroe che si trasformava, certamente i suoi poteri erano buoni e non facevano del male agli altri e pensavo che i suoi poteri erano superiori a quelli dei personaggi dei cartoon!!!
Per essere sicuro che la mia immaginazione si avvicinasse alla realtà e che anche altri vedevano e comprendevano Dio così, incominciai a guardare con molta attenzione tutti i poster che c’erano all’oratorio, i disegni e le foto sul mio libro di religione e la domenica, a messa, i dipinti della chiesa. Nulla di quanto avevo immaginato veniva dipinto, nessun artista aveva avuto la mia stessa comprensione di Dio Uno e Trino! La mia curiosità non si placò e un giorno ebbi la possibilità di parlarne con la mia catechista, la quale ad ascoltare la mia visione della Trinità si fece una bella risata, che la per là mi infastidì, ma subito mi fece capire di essere fuori pista! Lei, con calma e pazienza, mi spiegò che quello della Trinità è un Mistero, nel senso che per noi uomini e donne, di qualsiasi età, non è possibile capire fino in fondo e che certamente possiamo immaginare Dio in base a ciò che leggiamo sulla Bibbia. Così mi fece notare che comunemente lo Spirito Santo viene raffigurato come una colomba, perché sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento è scritto che apparve sotto forma di colomba. Ancora Dio Padre creatore, che nessuno mai ha visto, è rappresentato come un padre anziano, per dire che è da sempre, prima della creazione del mondo oppure alcuni artisti hanno disegnato soltanto la sua mano che crea! Di Gesù invece le raffigurazioni sono tantissime perché è Dio fatto uomo, ha abitato realmente sulla terra circa duemila anni fa come noi, dunque è più semplice disegnarlo.
Voglio allora seguire anche oggi il suggerimento datomi alcuni anni fa: cogliere un frammento di questo Mistero dalla Parola di Dio.
Il Vangelo di Giovanni che abbiamo ascoltato contiene una parte di un discorso che Gesù fa agli apostoli prima di esser arrestato. Gesù dice: “Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future.” Gesù, annuncia così la venuta dello Spirito, che come abbiamo visto domenica scorsa, ha un posto nel nostro cuore e ci aiuta a ricordare la parola di Dio e ci suggerisce ciò che è buono per noi e per le persone che ci circondano.
Che cosa impariamo di Dio, da queste parole? Ciò che penso è che Dio è Colui che non ci lascia mai: Lui è il Creatore che dà vita, è Gesù che dona tutto se stesso per insegnarci ciò che è bello, buono per la nostra vita e le relazioni con i nostri cari e che nella Sua infinità bontà continua ad esser presente in noi sotto forma di Spirito, discreto perché non lo vediamo, non lo tocchiamo, ma la cui forza possiamo sentire quando ciò che accade o facciamo ha il sapore di Dio.
Quindi quando le nostre parole, i nostri pensieri e le nostre azioni hanno il gusto della infinita bontà e bellezza di Dio, allora possiamo immaginare che noi stessi in quei momenti diamo vita ad un frammento della grandezza di Dio. Cosicché ognuno può aiutare l’altro a vedere e conoscere un po’ meglio il Mistero di Dio, Uno e Trino.
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 6 GIUGNO - CORPUS DOMINI   Mer Giu 02, 2010 11:04 am

DOMENICA 6 GIUGNO 2010

CORPUS DOMINI


Domenica scorsa, con la Pentecoste, si era concluso il tempo liturgico della Pasqua, il tempo più solenne e importante perché i cristiani fanno memoria della morte e risurrezione di Gesù Cristo, e non c’è evento più grande di questo. Con la solennità del Corpus Domini, che oggi celebriamo la liturgia propone di fermarci a riflettere sul dono che Gesù risorto fa di stesso nell’Eucarestia. Da dove ha origine questo gesto che ogni domenica noi cristiani ripetiamo?
Nel brano che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Luca, la liturgia ci propone l’episodio di un miracolo compiuto da Gesù ben prima dell’Ultima Cena, che tutti sappiamo essere la cena durante la quale Gesù spezzò il pane e diede il vino chiedendo ai discepoli di continuare a compiere il medesimo gesto dopo la Sua morte. Cerchiamo di capire come mai oggi leggiamo proprio questo Vangelo!
Si tratta di un episodio in cui Gesù è circondato dalla folla e con loro discute del Regno di Dio. Certamente ognuno dei presenti aveva la propria idea, così come noi oggi, su come è e cosa c’è nel Regno di Dio. Il più delle volte pensiamo che ne faremo parte soltanto una volta morti. Vediamo in dettaglio cosa fa e dice Gesù per spiegare il Suo Regno! L’evangelista riporta che parlava con loro e che guariva quanti erano malati. Venuta la sera i discepoli, preoccupati per la grande quantità di persone che erano lì senza cibo, consigliano a Gesù di mandarli a casa! Gesù risponde: “Voi stessi date loro da mangiare”. Ma erano tanti e l’unica soluzione, agli occhi dei discepoli, sembrava essere quella di andare a comprare cibo per la grande folla, ma proprio in quel momento Gesù stupisce tutti compiendo un gesto straordinario: alza gli occhi al cielo, recita la benedizione e moltiplica il poco pane e il poco pesce che avevano a disposizione, saziando i presenti e facendo avanzare ben dodici ceste!
Come si saranno sentite le persone che erano andate lì per ascoltarlo?
Nel Vangelo non è scritto che qualcuno dei presenti chiese da mangiare, ma sono gli apostoli che domandano a Gesù come poter sfamare le persone presenti! Penso che come sempre accade, davanti ad un miracolo si rimanga a bocca aperta, è un gesto straordinario, inaspettato! Inoltre, dare da mangiare a qualcuno vuol dire prendersi cura di quella persona nelle cose più urgenti e necessarie. Quindi si saranno sentite accolte nei loro bisogni fondamentali, anzi prevenute nelle loro richieste, e perciò amate profondamente da Gesù! Gesù dunque si prende cura di queste persone non solo insegnando loro cosa è il Regno dei cieli, bensì rende loro presente il Suo Regno dando loro quello di cui avevano bisogno: il cibo, per le necessità fisiche e la sua parola, che li aiutava a capire e crescere nella fede. Possiamo paragonare Gesù ad una mamma, che allatta il proprio bambino per nutrirlo e lo coccola, gli dà affetto perché possa sentire il suo amore, la sua presenza che lo cura e protegge!
Tutto questo continua a ripetersi davanti a noi tutte le Domeniche proprio al momento della Eucarestia: quando il sacerdote ripete gli stessi gesti di Gesù, alza gli occhi al cielo, chiede la benedizione di Dio e pronuncia le parole che Gesù ha detto durante l’Ultima cena, in mezzo a noi è veramente presente Gesù. La presenza di Gesù nel cuore di chi partecipa all’Eucarestia non è momentanea, rimane sempre e ci aiuta a rendere visibile il Suo Regno fin da ora!
E come? - vi chiederete! Beh, ogni volta che come gli apostoli facciamo presente a Gesù le necessità degli altri o ancora in tutte quelle occasioni in cui ci prendiamo personalmente cura di una persona cara, stiamo collaborando con il Signore alla realizzazione del Regno. Immaginate come si sente un vostro compagno quando è in difficoltà o è solo perché nessuno vuol giocare con lui e voi ve ne accorgete e lo invitate a partecipare ad un gioco: sicuramente prova una grande gioia perché qualcuno si è accorto di un suo bisogno e gli vuol bene.
Possiamo allora vivere questa Eucarestia con maggiore intensità, cioè sentendoci accolti da Gesù e rendendoci disponibili a collaborare con Lui alla costruzione del Suo Regno di amore e di pace.
Buona festa!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 13 GIUGNO - XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Gio Giu 10, 2010 9:49 pm

DOMENICA 13 GIUGNO 2010

XI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


GESU' MANGIA CON I FARISEI
Il Vangelo di oggi ci parla di un invito a pranzo fatto a Gesù. “Bello!” direte voi. In effetti è sempre bello trovarsi a mangiare con gli amici, è bello parlare con loro perché con le persone care si sta bene. Inoltre il mangiare assieme è un momento particolare di festa, di allegria, un momento in cui si gustano tante cose buone …
Gesù era stato invitato da un fariseo. I farisei erano delle persone che obbedivano alla lettera alla Legge che il Signore aveva dato a Mosè sul monte Sinai, ma tanti di loro lo facevano solo con gesti esterni, a volte anche per farsi vedere, e invece il loro cuore era duro come una pietra. Questo non è bello, perché quando una persona ha il cuore duro vuol dire che non ama, e questo non è certo quello che il Signore vuole da noi.
Gesù allora, con i suoi amici, entra nella casa di quest’uomo e si mette a tavola. Una donna, che conduceva una vita disordinata, una donna che tutti sapevano essere una peccatrice, saputo che Gesù era là, entra in casa e va da Lui col grande desiderio di cambiare vita e di essere perdonata. Lava i piedi di Gesù con le sue lacrime, li asciuga con i suoi capelli, li bacia e li cosparge di profumo, cosa molto preziosa all’epoca. Di solito erano i servi a lavare i piedi ai loro padroni: il lavare i piedi è infatti un segno di servizio e di rispetto. Solo che i servi li lavavano con l’acqua, lei invece lo fa con le sue lacrime … era infatti così pentita del suo modo di vita e così desiderosa di essere perdonata a tal punto da piangere! Il fariseo era scandalizzato per quello che stava succedendo: come era possibile che Gesù si facesse avvicinare, e per di più toccare, da una peccatrice? Inconcepibile per il modo di pensare dei farisei! Forse che non sapesse il tipo di vita che conduceva quella donna?
Quell’uomo non aveva capito niente di Gesù, non sapeva proprio che cosa volesse dire amare, chiedere e donare perdono, avere amici… Si scandalizzava dei gesti di affetto e di amore della donna mentre lui non era stato capace di fare nemmeno un piccolo gesto di accoglienza a Gesù, tanto meno di lavargli i piedi… era capace solo di scandalizzarsi dell’amore degli altri. Lei invece non dice niente, ma i suoi gesti dicono tutta la sua fiducia nel perdono e ci fanno capire il suo amore e la sua fede: lei era amica di Gesù, credeva in Lui, voleva seguirlo. Questa donna era una vera “cristiana”, perché essere “cristiani” vuol proprio dire essere amici di Gesù, vuol dire credere in Lui, vuol dire seguirlo … Proviamo a pensare a come ci comportiamo noi coi nostri veri amici, quelli che vogliono il nostro bene: quando ci invitano a seguirli, io credo che lo facciamo senza dire tanti “perché”, tanti “come”, tanti “ma” perché a loro vogliamo bene, di loro ci fidiamo e questo ci basta. Ecco, anche l’amicizia con Gesù dovrebbe essere così. Se Lo consideriamo un nostro vero amico e abbiamo fiducia in lui, niente ci può fermare nel fare ciò che Lui ci chiede. E Lui ci chiede la cosa più bella: amare sempre e tutti come Lui fa con noi. Questa è la fonte della gioia per gli altri ma anche per noi stessi, ed è proprio per questo che Lui ce lo chiede: perché ci vuole felici.
L’amicizia è una cosa seria, è un valore grande. Per i veri amici si è disposti a dare tutto: tempo, ascolto, affetto, perdono, condivisione, denaro se serve; si è disposti a dare anche la vita! E Gesù, per noi, ha fatto proprio questo, perché Lui ci vuole così bene che non ha voluto che nessuno di noi, suoi amici, si perdesse per strada e ha voluto darci la possibilità di ritrovarci un giorno tutti insieme con Lui nella gioia.
Nel Vangelo di oggi Gesù dice al fariseo che i molti peccati della donna erano perdonati perché molto aveva amato. A queste parole tutti dicono:” Chi è costui che perdona anche i peccati?”. Peccati ne doveva avere fatti davvero tanti quella donna … ma aveva altrettanto amato! Era questo che contava per Gesù:l’amore che lei aveva dato, non i peccati che aveva fatto, perché quelli Gesù li aveva già perdonati.
È molto bello sapere che il Signore ci dà la possibilità, quando sbagliamo, di ricominciare! Lui è così buono che ogni volta che noi facciamo qualcosa che non va, se proviamo dispiacere per quello che abbiamo fatto e desideriamo non farlo più, ci perdona sempre. Io credo che sia difficile trovare un’altra persona in questa terra che si comporta così… basta guardare anche a noi stessi: non sempre riusciamo a perdonare, oppure, se ci riusciamo, magari un “rospetto” dentro ci resta sempre! Per il Signore invece non è certo così. Sapete… Dio non è un poliziotto che ci sorveglia e scrive i nostri errori su un grande libro dove resteranno per sempre. No! Lui scrive nella sabbia! Sapete bene anche voi che quando si scrive o si perde qualcosa nella sabbia, non si trova più niente, tutto sparisce, tutto viene cancellato. Così fa il Signore: Lui si dimentica tutte le cose brutte che facciamo, e non certo perché è un dimenticone … Lui le cancella tutte perché ci ama.
Vi assicuro che non è sempre facile vivere volendo bene a tutti, non litigare mai con nessuno, aiutare sempre chi ha bisogno a scuola o in famiglia, dare un po’ di quello che è nostro a chi non ha niente, essere gioiosi con tutti, perdonare chi ci offende … però un segreto per riuscire a fare tutto questo c’è: vedere Gesù negli altri. Se queste persone fossero Gesù le prenderemmo in giro per qualche loro difetto? Le lasceremmo nei guai nei momenti di bisogno? Parleremmo male di loro? Faremmo loro dispetti cattivi o addirittura pericolosi? Le lasceremmo da parte emarginandole perché noi ci riteniamo superiori? Non credo proprio!!! Provate a farvi anche voi qualche altra domanda ripensando alla vostra vita di ogni giorno. Provate a vedere se il vostro comportamento è quello di amici che credono in Gesù e che vogliono seguirlo!
Quello che è certo è che il Signore ci è sempre vicino per aiutarci, per indicarci quale strada dobbiamo prendere. Di solito la strada che ci invita a prendere il Signore è sempre quella più stretta… Le strade larghe e facili da percorrere, le strade in cui non ci si deve impegnare, in cui non si deve “sudare” non portano mai a niente di importante, di valido e costruttivo per la nostra vita… Gesù ci propone la strada dell’Amore che è sicuramente difficile, ma che ci porta ad una meta sicura: ci porta al Suo perdono, ci porta ad essere amici suoi, ci porta a vivere nella gioia.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 20 GIUGNO - XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO   Mar Giu 15, 2010 10:22 pm

DOMENICA 20 GIUGNO 2010

XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


CHI E' GESU'?
Il brano del Vangelo secondo San Luca che oggi abbiamo ascoltato, ha come tema centrale l’identità di Gesù. Chi è Gesù?
È comune domandarsi: Chissà cosa pensano di me gli altri; o ancora, e in modo particolare nei riguardi delle persone a cui sentiamo maggiormente significative, importanti per la nostra vita, chiedersi: come mi considera? Cosa pensa quella persona, mamma, papà, il mio amico preferito, di quello che ho fatto o detto?! Le loro risposte, a volte confermano ciò noi stessi pensiamo di noi, altre volte no. E comunque nella stragrande maggioranza dei casi influenza il nostro comportamento e giudizio.
Bene, a Gesù non interessa tutto ciò, non interessa sapere cosa pensano gli altri di quello che fa o dice, bensì se le persone che lo seguono e ascoltano, hanno compreso veramente chi è Lui! Infatti chiede proprio, ai suoi discepoli: “Le folle, chi dicono che io sia?”
Gli apostoli, che sicuramente stavano tra la gente e sentivano i discorsi e i commenti che facevano tra di loro su Gesù, cercano di riportargli quanto avevano udito! Dunque riferiscono che una parte pensa che Lui sia Giovanni il Battista - il cugino di Gesù! - che predicava nel deserto la venuta del Figlio di Dio e battezzava quanti avevano bisogno di purificare il proprio cuore, così da esser pronti ad accogliere il Messia. Un’altra parte diceva che Gesù era Elia! Chi era Elia? Era uno dei profeti, cioè una persona così vicina a Dio che Dio stesso gli aveva affidato il compito di annunciare a tutti che Lui non si dimenticava mai di quanto aveva promesso e di incoraggiare quanti non speravano che Dio fosse loro vicino! Elia era vissuto molti anni prima della nascita di Gesù, ma era stato così importante per gli ebrei e la loro amicizia con Dio che lo ricordavano tutti come amico di Dio e Suo inviato “speciale”!
L’ultima risposta, che somiglia un po’ alla seconda, è: “Uno degli antichi profeti che è risorto”; dunque pensavano che fosse un profeta risorto dalla morte!
Tutte queste risposte hanno in comune qualcosa: intanto le folle avevano ben compreso che Gesù era una persona speciale, perché molto vicino a Dio, che conosceva bene la Sua Parola e che era stato inviato da Dio per compiere una missione!
Beh, suppongo che non fossero così fuori strada! Allora che manca per rendere completa la risposta?! Gesù lo chiede ai suoi amici più intimi: “Ma voi, chi dite che io sia?”
E Pietro, bruciando tutti sul tempo, risponde: “Il Cristo di Dio”! E dalla successiva risposta di Gesù, si capisce che questa è una definizione giusta, tanto che non vuole che tutti lo vengano a sapere! Come mai? Forse vuole tenere nascosta la Sua identità o forse desidera che tutti, come Pietro, comprendano chi è veramente? L’apostolo Pietro dicendo che Gesù è il Cristo, dice che Gesù è il Salvatore, il Messia che tutti gli uomini aspettavano! Questa è sì una definizione corretta di Gesù, ma ciò non vuol dire che sia l’unica, anche perché francamente io non avrei mai dato quella risposta!
Ebbene possiamo anche noi provare a rispondere alla domanda: chi dici che sia Gesù? Magari possiamo immaginare di doverlo presentare a qualcuno! Cosa diremmo di Gesù?
Vi racconto ciò che mi è successo tanto tempo fa quando rivolsi questa domanda a mia nonna, la quale mi ha insegnato le preghiere e mi diceva tante cose di Gesù. Un giorno, avevo all’incirca otto anni, ero da poco rientrato dal catechismo, e le chiedo a bruciapelo: “Nonna, ma chi è veramente Gesù?”. Lei fece un lungo respiro, mi guardò con i suoi occhi grandi e celesti, ma non disse nulla. Io vedendola emozionata, le dissi:” Nonna, perché hai gli occhi lucidi?” e lei: “Perché non mi è mai capitato di rispondere a questa domanda e mi rendo conto di non sapere cosa dire!”. Una settimana dopo, riandai da mia nonna, che certamente aveva meditato sulla domanda, e dopo pranzo mi prese in disparte e sottovoce mi disse: “Gesù, ognuno lo conosce secondo il proprio cuore e per me è la persona che più mi vuol bene! Ora, approfitta della tua curiosità e scopri anche tu, chi è secondo il tuo cuore e secondo quanto ti dicono, Gesù!”. Ringraziai profondamente mia nonna perché anche grazie a lei continuo ancora oggi la mia ricerca! Auguro anche a voi una lunga e appassionata ricerca di Gesù!
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 27 GIUGNO - XIII DOMENICA TEMPO ORDINARIO   Mer Giu 23, 2010 10:30 pm

DOMENICA 27 GIUGNO

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


SEGUIRE GESU'
La prima lettura e il Vangelo di questa domenica ci parlano della sequela, cioè di come seguire Gesù e i suoi insegnamenti.
In particolare la prima lettura, presa dal libro dei Re, ci presenta un profeta, Eliseo, che è stato scelto da Dio per annunciare a tutti la venuta del Figlio di Dio. Il Vangelo invece, riporta alcuni incontri di Gesù con persone alle quali chiede di seguirlo e altri che desiderano seguirlo. Dalle parole di Gesù, riportate dall’evangelista Luca, si intuisce che seguirlo, camminare con Lui, non è poi una cosa semplice. Infatti Gesù, dice a quanti son disposti a stare con lui, che non ha nemmeno una casa dove ritornare per riposarsi dalle fatiche quotidiane! Possiamo allora chiederci: come mai alcuni domandano espressamente di poter stare al fianco di Gesù e di seguirlo in tutto? Cosa è che li spinge, li incuriosisce di Gesù?
Il Vangelo inoltre, non ci dice nulla su cosa succede dopo l’incontro, cioè se effettivamente queste persone seguono Gesù e, in caso, fino a quando..
L’Evangelista si ferma alla descrizione degli incontri e al dialogo.
Se pensiamo che oggi viviamo ben oltre due millenni dalla nascita di Gesù, chi può desiderare di vivere come viveva Gesù, seguire i suoi insegnamenti e per quali motivi? E ancora: chi è chiamato oggi a seguirlo da vicino, come il profeta Eliseo? In che modo, dato che Gesù oggi non lo incontriamo così come succedeva fino a quando è vissuto come uomo?!
Probabilmente a molti di noi saranno venuti in mente i sacerdoti, le suore, come persone che ancor oggi si mettono alla sequela di Gesù. Altri avranno pensato a Madre Teresa o a Padre Pio o al Papa! Sì, tutti loro sono cristiani che sono chiamati da Gesù, potremmo dire in modo speciale a spendere la loro vita per annunciare il Vangelo in tutto il mondo. Se però ci pensiamo bene, ciascuno di noi ha ricevuto questa missione il giorno in cui siamo diventati parte della grande famiglia dei cristiani, la Chiesa! La parola stessa, ‘cristiano’, indica proprio una persona che liberamente decide di seguire Cristo, il Maestro che indica la via del bene, della gioia!
A tal proposito mi piace riportarvi l’esempio di un catechista: Roberto. Roberto quando l’ho conosciuto aveva quarant’anni e all’inizio di una catechesi per adulti, amava raccontare come aveva deciso di dedicare parte del suo tempo a spiegare ai più piccoli il Vangelo. Lui proviene da una famiglia molto religiosa, così sin dall’età di sei anni tutte le domeniche andava a Messa, seguiva il catechismo dall’età di otto anni. A Messa non ci capiva molto, soprattutto di quello che veniva letto e nemmeno il significato di ciò che faceva e diceva il sacerdote. Roberto però, era sempre attento e rimase molto sorpreso dall’omelia di un prete, il quale affermava che un buon cristiano prima di prendere una decisione, prima di fare qualsiasi cosa sempre si domanda in cuor suo: Gesù cosa avrebbe fatto, pensato al posto mio? Dopo molti giorni, stava litigando con un suo compagno di scuola, perché voleva giocare a tutti i costi nella sua squadra di calcio, e Roberto non voleva in quanto era molto scarso! Quasi senza pensarci gli ritornò in mente la frase dell’omelia e dal quel giorno in poi non ha mai smesso di chiedersi come avrebbe agito Gesù! In altre circostanze, ha poi imparato a chiederGli aiuto: ad esempio quando pur sapendo ciò che sarebbe più giusto fare, non ci riesce. Come quando litigava con i fratelli più piccoli o si arrabbiava con la mamma perché gli diceva qualche no!
Penso che l’esperienza di Roberto ci permette di capire cosa significa mettersi alla sequela di Gesù e magari può fornirci uno spunto per la nostra vita. Vi propongo di iniziare, durante questa settimana, a domandarvi anche a fine giornata, quando ripensate a quello che più vi è piaciuto oppure a quello che è andato storto con qualche amico o familiare: ma Gesù cosa avrebbe fatto al posto mio? E chiederGli nella preghiera della sera di starci accanto in quelle circostanze che non lasciano tranquillo il nostro cuore!
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 4 LUGLIO 2010   Mer Giu 30, 2010 3:35 pm

DOMENICA 4 LUGLIO 2010

XIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


SEGUIRE GESU'
Il brano del Vangelo di oggi, è preso dal Vangelo di San Luca ed è il seguito di quello che abbiamo meditato domenica scorsa. Come domenica scorsa il tema è quello delle persone che seguono gli insegnamenti di Gesù. Come dicevamo, non è semplice imitare Gesù, abbiamo continuamente bisogno del Suo aiuto e di riascoltare la Sua Parola, per conoscerlo meglio.
Nel brano odierno però, non ci vengono presentate persone che vogliono seguire l’esempio di Gesù o che gli chiedono di poter stare con lui, camminare con Lui, bensì è Gesù stesso che nomina, quindi sceglie settantadue tra i discepoli e li manda nei villaggi che man mano incontravano. Gesù e i suoi partendo dalla Galilea, stavano andando verso Gerusalemme. Era un viaggio piuttosto lungo, considerando che erano a piedi! Dunque Gesù come un buon allenatore, istruisce i suoi discepoli e chiede loro di precederlo nei villaggi e piccole città e soprattutto da loro il mandato di annunciare che il Regno dei Cieli era vicino. Dalle Sue parole si intuisce che aveva una certa premura che questo messaggio arrivasse a quanta più gente possibile! Vediamo come mai?
Spesso ho sentito parlare della venuta del Regno come un evento da temere, in quanto corrisponderebbe al giudizio divino che si abbatte con vigore sugli uomini! Ma allora i discepoli erano portatori di un messaggio temibile?! E forse era per questo che venivano cacciati dalle case e dalle città?! Come può Gesù - che sempre ha manifestato un grande amore per tutti, anche per chi non conoscendolo lo evitava o scacciava - annunciare un giudizio terribile per gli uomini e le donne?! Dunque non rimane che capire bene il compito affidato ai discepoli: era un annuncio di gioia e libertà oppure di un imminente castigo?
Vi racconto la storia di nonno Edoardo e di suo nipote Filippo. Nonno Edo, così chiamato da tutti, era abbastanza avanti con l’età e da quando non camminava più se non con l’aiuto di un carrello, pensava sempre al giorno della sua morte e dell’incontro con il Signore. Diceva sovente che per lui il giorno del giudizio si avvicinava e supplicava tutti di pregare il Signore affinché non fosse troppo severo nel giudizio. Filippo aveva all’incirca undici anni quando ascoltò per la prima volta questo discorso del nonno e rimase profondamente turbato. Da quel giorno andava a messa con un certo timore, stava molto attento e cercava di non distrarsi. Cominciava ad assumere un atteggiamento serio e quasi triste quando pregava. Poi guardando i suoi compagni di catechismo li vedeva tutti contenti e spensierati. Il parroco poi, un simpaticone, riusciva a farli ridere anche durante l’omelia! Filippo, un po’ confuso, ma rassicurato dal viso sorridente del parroco, decise di chiedere spiegazioni in confessione su quanto diceva il nonno. Il sacerdote ascoltò ogni parola di Filippo, infine lo accarezzò e gli chiese: “Filippo, tu pensi che Gesù voglia castigare tuo nonno o qualcuno di noi?!” e Filippo: “Io penso di no! Tu, i catechisti siete sempre così felici quando ne parlate, non avete paura di Gesù e del Suo Regno!”. “Bene” - disse il prete - “và da tuo nonno parlagli secondo quanto tu conosci di Gesù e raccontagli quello che hai imparato a Suo riguardo”.
Filippo, rincuorato e rafforzato dal colloquio con il sacerdote, andò di filato a casa del nonno, aspettò il momento migliore per parlargli a tu per tu e come il nonno iniziò il solito discorso, Filippo si avvicinò e lo abbracciò forte e gli sussurrò: “Nonno Edo! Gesù è buono, io lo so perché chi lo conosce davvero è felice! Io pure sono contento di conoscerlo un po’! Sono sicuro che per te ha delle belle sorprese!”. Il nonno si commosse, gli diede un bacio e rispose: “Grazie, nipote mio! Avevo proprio bisogno che qualcuno me lo dicesse. Hai ragione tu, Gesù ci vuole bene”.
Filippo a suo modo ha annunciato al nonno la venuta del Regno dei cieli! Già, perché ha consolato, portato gioia e mostrato il vero volto di Gesù. Ecco, i discepoli avevano proprio questo compito, e Gesù li manda avanti a sé così che, quando arriva, tutti quelli che hanno già ascoltato le parole dei discepoli lo possano riconoscere subito.
Gesù mandava allora i suoi discepoli e oggi manda tutti noi battezzati, ad annunciare a tutti la Bella Notizia del Suo infinito amore per ogni uomo e donna!
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 11 LUGLIO 2010   Mer Lug 07, 2010 9:49 pm

DOMENICA 11 LUGLIO 2010

XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


La liturgia di oggi ci aiuta a riflettere sulle nostre relazioni, quindi sul rapporto con Dio e con quanti quotidianamente incontriamo.
La prima lettura, che come sappiamo è presa dall’Antico Testamento, è il più delle volte collegata al Vangelo, cioè ha un messaggio molto simile, ma questa volta c’è quasi la ripetizione di una medesima frase. La frase che troviamo sia nella prima lettura che nel Vangelo è questa: “Amerai il tuo Dio con tutta l’anima, con tutto il cuore, con tutte le tua forze”.
Il Vangelo di Luca, ci propone l’incontro di Gesù con un Dottore della Legge. Chi erano i dottori della Legge, al tempo di Gesù? Cosa facevano? Erano persone che conoscevano a memoria la Scrittura, essendo ebrei il loro testo Sacro corrisponde per lo più al nostro Antico Testamento. Perciò erano esperti della Parola di Dio, potremo dire dei Maestri in cose riguardanti la religione. Dunque tenendo in considerazione questo dato e ricordando che Gesù stesso veniva indicato dai discepoli e da quanti lo conoscevano, come Maestro, possiamo dire che questo è un incontro tra due “maestri di religione”! Bene, adesso prestiamo attenzione alle motivazioni che conducono il dottore della Legge ad avvicinarsi a Gesù!
L’evangelista afferma: “si alzò per metterlo alla prova”! Voleva forse capire se era bravo o esperto quanto lui?! E cosa gli chiede? Ce lo ricordiamo? “Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. In altre parole gli sta domandando: che cosa devo fare perché il Signore mi dia la vita per sempre? E come devo comportami perché Dio mi voglia bene?
Ci possiamo chiedere: come mai pone questa domanda e su cosa vuol mettere alla prova Gesù, davanti a tutti gli altri che lo ascoltavano? Secondo me, il dottore della Legge cerca di capire se Gesù, che ormai era conosciuto in tutta la Palestina, era davvero un Maestro, se conosceva quanto lui la Parola di Dio e soprattutto se ne conosceva bene il significato! Gesù, come altre volte non dà risposte dirette e racconta una parabola. Gesù propone al Maestro un racconto in cui tra i protagonisti ci sono un levita e un sacerdote - cioè altri esperti della Legge, dei Comandamenti - che nel racconto non agiscono secondo quanto Dio aveva loro detto. Infatti, vedendo un uomo a terra, ferito, non gli prestano cure e pensano che sia meglio andare oltre, cioè non vedono in quel malcapitato una persona da amare! Il dottore della Legge, chiedendo a Gesù: “Chi è il mio prossimo?” rivela probabilmente una difficoltà che può essere anche la nostra: ma a chi devo voler bene, chi merita il mio amore, le mie attenzioni? Certamente i nostri genitori, i fratelli e le sorelle, gli amici più intimi, ma è diverso voler bene ad una persona che non conosciamo e che incontriamo per la prima volta. Allora che tipo di amore indica Gesù attraverso questa parabola? Il Samaritano della parabola usa un po’ del suo tempo e del suo denaro per curare uno sconosciuto, uno che proveniva da un paese lontano dal suo e che aveva tradizioni religiose diverse dalle sue; una persona che non aveva fatto nulla per meritare il suo aiuto e di cui il Samaritano non poteva immaginare se l’avrebbe rivisto o se l’avrebbe ringraziato e magari risarcito del denaro!
Ecco allora come Gesù risponde alle due domande del maestro della Legge: cosa bisogna fare per avere la vita eterna? E chi è il prossimo?
Gesù con la parabola spiega meglio al maestro della Legge le stesse parole che lui riportava dalla Scrittura, indica infatti in che modo un buon credente ama Dio, il proprio prossimo e se stesso: in modo incondizionato, senza aspettarsi nulla in cambio e prendendosi cura, impegnando le proprie energie per quanti da soli non possono farcela. In altre parole Gesù chiede ad ognuno di noi di non fare calcoli quando si tratta di voler bene, di amare gratis, senza aspettarci nulla e per avere così la vita eterna!
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 18 LUGLIO - XVI TEMPO ORDINARIO   Mer Lug 14, 2010 8:29 am

DOMENICA 18 LUGLIO 2010

XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Chissà quante volte è capitato anche a casa vostra la visita inaspettata di una persona cara. Quanta gioia! La mamma cerca di mettere l’ospite a suo agio, gli offre qualcosa, gli chiede se ha pranzato, se ha sete, se vuole prendere una bevanda o un caffè.
Se poi questa persona ha portato anche dei regali, beh allora l’emozione arriva alle stelle. Voi bambini vi mettete lì intorno e non vedete l’ora di aprire i doni.
Il vangelo di oggi ci parla proprio di una visita improvvisa che Gesù fa a una famiglia di amici.
Questi erano tre fratelli di nome Maria, Marta e Lazzaro. Se ricordate, sono personaggi nominati più volte nei vangeli, addirittura nel vangelo scritto da san Giovanni viene detto che Gesù è molto amico di questa famiglia.
Dunque Gesù è a Betania e va nella casa di questi tre fratelli e lì trova Maria e Marta.
Maria quando lo vede è piena di gioia, lo accoglie e si siede ai suoi piedi come un alunno attento. Maria ha desiderio di ascoltare Gesù, la sua Parola, perché lui è un grande amico ma è anche un maestro di vita.
Anche Marta è contenta di vedere Gesù, è felice di accoglierlo nella sua casa, ma incomincia anche ad affannarsi, dice tra sé: e adesso come faccio? Cosa gli preparo da mangiare? E poi la casa oggi non è del tutto a posto, c’è un po’ di disordine… che pessima figura!
Insomma Marta si affanna, si preoccupa troppo. Vuole accogliere Gesù, far bella figura, ma guarda solo alle cose esteriori, alle cose da fare, che magari non sono troppo in ordine e questa sua preoccupazione le inquieta il cuore.
Ma a Gesù non interessa l’accoglienza fatta di cose. Interessa stare insieme, parlare, dialogare. Gesù è contento se la sua Parola è ascoltata dalle persone, è accolta nel cuore così che diventi una parola che illumina la vita che aiuta a camminare nel bene, nell’amore.
Quando ero piccolo vedevo la mia mamma indaffarata, a volte affannata per le tante cose da fare.
Lei tutto il giorno pensava al papà, a me e alle mie sorelle. Per noi preparava cose buone da mangiare, puliva e teneva in ordine la casa, lavava stirava, a volte lei e il papà ci regalavano delle piccole cose quando eravamo state particolarmente brave. A me tutto questo dava gioia, però la gioia più grande era quando la mamma si sedeva accanto a me e mi ascoltava.
Io le parlavo, le dicevo le cose che mi davano gioia o le cose che mi rendevano triste, e lei mi ascoltava, a volte mi accarezzava. Insomma stava con me, mi donava il suo tempo prezioso anche se aveva tante cose da fare. Questo mi faceva sentire importante, mi diceva più delle parole che la mamma mi pensava che mi voleva bene, che ci teneva a me.
Dopo avermi ascoltata, la mamma mi dava sempre un bacio perché, mi diceva che aver dialogato con me, l’aiutava a migliorarsi come mamma e anche come persona.
Chi ascolta dà importanza a l’altro, lo accoglie veramente. Chi ascolta impara.
E Gesù davanti a Marta che è arrabbiata e affannata perché la sorella sta seduta ad ascoltarlo, mentre lei deve fare tutto da sola, risponde con una bellissima frase: “tu Marta ti affanni troppo per le cose, Maria ha scelto la parte migliore che non le sarà tolta”, cioè mi esprime la sua accoglienza nel modo migliore, ascoltando la mia parola. Quella Parola è Parola che accolta, aiuta la vita a costruirsi nell’amore.
Voler bene a qualcuno significa ascoltarlo. E sapete? Nella lingua di Gesù, il verbo ascoltare ha la stessa radice del verbo aderire.
Allora possiamo dire che l’ascolto è come un abbraccio, si ascolta davvero quando nel nostro cuore c’è un’accoglienza simile a un grande abbraccio.
Le volte in cui Gesù passa e viene a trovarci nella giornata, sono davvero tante. Ma spesso lo accogliamo pieni di affanno pensiamo alle tante cose che dobbiamo fare. Diciamo: oggi non vado a Catechismo perché ho tanti compiti, oppure: domenica non sono andato a messa perché dovevo ripassare tutta la storia: lunedì avevamo la verifica in classe.
Gesù viene. Ogni domenica è un appuntamento con lui. È questa una bella opportunità, una bella occasione che abbiamo. La scelta è nostra, possiamo fare come Marta e dire: ho tante cose da fare, oppure come Maria, che lascia le cose da fare per stare con lui, per accogliere la sua Parola, per dirgli che gli vuole bene. Questo non vuol dire che dobbiamo diventare fannulloni, anzi. L’incontro con Gesù ci dona nuovo slancio per riprendere il nostro dovere e i nostri impegni con più entusiasmo e più gioia di prima.
Io mi auguro che ognuno di noi sia capace di fare come Maria, di scegliere la parte migliore, la cosa migliore, cioè l’accoglienza di Gesù e della sua parola di vita, che ci aiuta nel bene indicandoci la strada dell’amore.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 25 LUGLIO 2010   Mar Lug 20, 2010 6:26 pm

DOMENICA 25 LUGLIO 2010

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Padre Nostro è la preghiera che Gesù ci ha insegnato.
Il Padre nostro ci è stato consegnato il giorno del Battesimo. È la preghiera che ci ha insegnato Gesù; in essa si può dire che è riassunto tutto il Vangelo.
Il Padre nostro traduce in preghiera il duplice comandamento dell’amore: l’amore di Dio e l’amore per il prossimo.
II cristiano prega il Padre nostro ogni giorno con fede, adagio, con calma e con attenzione, pensando a quello che dice, con il cuore rivolto a Dio.
Le parole del Padre nostro non sono soltanto da recitare, ma da vivere.
Padre nostro: È bellissimo, Signore, chiamarti papà. Sono felice, mio Dio, di essere tuo figlio. Tu sei il Padre mio. Tu sei il Padre «nostro» e vuoi che tutti gli uomini siano fratelli.
che sei nei cieli: Tu, Signore, sei l'Altissimo, l'Infinito, irraggiungibile come il cielo. Eppure tu sei sempre vicino a noi con la tua invisibile, amorosa presenza.
sia santificato il tuo nome: Come può un figlio non amare il papà? Eppure tanti non credono in te, mio Dio. Apri, Signore il cuore di ogni uomo perché ti riconosca e ti ami come Padre.
venga il tuo regno: Quanto odio «regna» ancora nel mondo! Cambia, o Dio, il cuore degli uomini perché fra loro «regni» tu e il tuo amore e non perdano la speranza del Paradiso.
sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra: Tu, o Dio, conosci e vuoi meglio di noi il nostro vero bene e la nostra gioia. Aiutaci, Signore, a fidarci di te, a fare in tutto la tua volontà.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano: II pane che ogni giorno ci mantiene in vita è un dono della tua bontà Signore. Aiutaci, Signore, a non essere egoisti e a condividere con gli altri il nostro pane.
Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori: Insegnaci, o Padre, a perdonare gli altri: anche noi abbiamo bisogno del tuo perdono. Aiutaci a perdonare per primi chi ci ha offeso per meritare da te il perdono dei peccati.
e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male: Siamo tentati di vivere senza di te, di amare le cose più di te, o Dio. Aiutaci, Signore, a resistere e a non cedere a questa tentazione.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 1 AGOSTO 2010   Lun Lug 26, 2010 7:45 pm

DOMENICA 1° AGOSTO 2010

XVIII DOMENICA DEL TEMPO RDINARIO


Siamo contenti di ritrovarci con te anche questa domenica, per fare ancora un po’ di strada insieme. Forse il cammino di oggi potrà sembrarti un pochino in salita..., forse ti chiederà di andare un po’ controcorrente..., ma vedrai che ne vale la pena.
Il punto d’arrivo sarà trovare il vero “tesoro” e arricchire...
Ehi! Aspetta! Bisogna arrivare alla fine per sapere il resto... Provare per credere!!!! Questa pagina di Vangelo (Lc 12,13-21) ci butta in mezzo alla mischia. Ci troviamo per le strade della Galilea, c’è una folla che si accalca attorno al Maestro, Gesù di Nazareth. Tra la folla, un uomo fa a Gesù una richiesta che ci presenta una situazione non insolita, anche per la nostra società del 2001: spartizione dell’eredità tra fratelli.
Allora, come oggi, si litigava per questo e spesso non si arrivava ad un accordo. Quest’uomo crede perciò di aver trovato in Gesù il “giudice” e il mediatore ideale per ristabilire la giustizia in famiglia. Perciò lo supplica: Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità”.
I rabbini del tempo accettavano volentieri queste richieste, per cui ci sorprende non poco la risposta di Gesù: “O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”
Quell’uomo non ha capito che Gesù non è un “rabbi” ma “il Rabbi”, il Maestro che è venuto nel mondo non tanto per risolvere le questioni materiali individuali o familiari, ma piuttosto per dare la “Vita vera” ad ogni uomo, a tutti gli uomini. Gesù risponde allora rivolgendosi a tutti coloro che gli stavano intorno, con parole che suonano un po’ forti e che toccano un punto “nevralgico” del cuore umano: la cupidigia, la bramosia del possesso.
“Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché la vita di un uomo non dipende dalla sovrabbondanza dei suoi beni”....
Gesù, lo sappiamo bene, era un profondo conoscitore del cuore umano. Oggi gli avrebbero dato la laurea “ad honorem” in psicologia, in pedagogia... e non solo! Forse Gesù aveva guardato quell’uomo in mezzo alla folla non come uno fra tanti, ma come fosse l’unico, e da quel cuore voleva estirpare alla radice il male che lo portava a litigare per un’eredità, forse per la possibilità di arricchirsi, di accumulare altri beni: l’egoismo, la cupidigia, l’avarizia, l’istinto a possedere ed accumulare per sé. “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia....!” E per farsi capire meglio ci racconta una parabola: “La campagna di un uomo ricco aveva dato un buon raccolto...” Era un uomo già ricco, che ora intravede la possibilità di arricchirsi ancora di più. “E ragionava tra sé: ‘Che farò?...’ “ E disse: ‘Farò così: ‘Demolirò i miei magazzini e ne costruirò di più grandi’...Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e datti alla gioia”.
Inizia un vero e proprio soliloquio, un monologo interiore, in cui quest’uomo sembra letteralmente avvinghiato dalla preoccupazione di accumulare per sé, di far fruttare bene le sue ricchezze, ma, quel che è peggio, di godersi la vita vivendo di rendita per molti anni.
Un po’ egoista, non ti pare
Vuoi vedere meglio che linguaggio usa? Nei versetti 17-19 usa ben 4 possessivi: i miei raccolti, i miei magazzini, i miei beni, anima mia.
E poi aggiunge: “molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi, datti alla gioia”... E’ evidente che l’uomo fa i suoi calcoli e non prende in considerazione alcun interlocutore: né Dio, che avrebbe avuto da dirgli cose molto importanti sul senso della vita, né il suo prossimo, specie i più poveri, che certamente lo avrebbero ridimensionato.
Leggi cosa aveva scritto Martin Luther King di quell’uomo “stolto”: “L’uomo ricco era stolto perché non si rendeva conto della sua dipendenza dagli altri. Egli aveva detto ‘io’ e ‘mio’ così spesso che aveva perduto la capacità di dire ‘noi’ e ‘nostro’. Che ce ne rendiamo conto o no, siamo eternamente debitori di uomini e donne conosciuti e sconosciuti. Non portiamo a termine la colazione senza essere condizionati da più di metà del mondo. Quando ci alziamo al mattino, andiamo nel bagno dove usiamo una spugna che ci è stata fornita da un isolano del Pacifico; il sapone creato per noi da un francese; l’asciugamano ci è fornito da un turco; a tavola poi troviamo il caffè grazie al lavoro di un sudamericano, oppure il thé fornitoci da un cinese o cacao da un africano occidentale. Prima di uscire per andare al lavoro siamo debitori di più di mezzo mondo”.
Forse a nessuno di noi piacerebbe sentirsi dire da Gesù: “Stolto!” Concentrati unicamente su se stessi, ci si perde in conti e cifre... per programmare una vita godereccia. Ma... sarà che quest’uomo aveva sbagliato bersaglio? Su che cosa aveva puntato tutta la sua esistenza?
Tu cosa ne pensi? E Gesù cosa ne pensa?
“Anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende dai suoi beni”.
Se quest’uomo vivesse oggi tra di noi, forse sarebbe considerato un “big”, un “G”..., avrebbe prestigio sociale, successo. Eppure qualcuno ha avuto l’ardire di chiamarlo...”...stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato di chi sarà? Così è di chi accumula tesori per sé, e non arricchisce davanti a Dio”.
Ma cosa vorrà dire arricchire davanti a Dio?
Qual è dunque la saggezza? Arricchire davanti a Dio e non arricchire per sé. E c’è un sola via per fare questo: saper dire “noi”, “nostro”, condividere i beni che abbiamo, perché la vita, che ci verrà chiesta in qualunque momento, come al ricco stolto, non ci appartiene, ci è data in dono, come pure tutti i beni che ci passano tra le mani. Come è diversa l’economia del mondo dall’economia di Dio! Il mondo ti dice: “Prendi”, Dio ti dice: “Dai”. L’istinto ti dice: “Tieni”, Dio ti dice: “Dona”.
L’egoismo accumula “beni”, la condivisione accumula il “bene”, la vera ricchezza che rimane per sempre.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 8 AGOSTO 2010   Mar Ago 03, 2010 11:49 am

DOMENICA 8 AGOSTO 2010

XIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Sembra che oggi Gesù ci voglia catapultare in una situazione non facile da vivere, un momento inconsueto che ricorda quasi la scena di un film: sapete bene cosa si prova quando improvvisamente arriva l’eroe del film mentre tutto sembrava perduto, oppure da sotto il pavimento viene fuori il mostro cattivo che doveva già essere eliminato, ma evidentemente non aveva letto bene il copione...
Insomma potrebbe sembrare un invito a vivere quell’esperienza di guardia che tanti militari fanno in balia del sonno, del freddo e con la paura di non essere pronti ad affrontare un attacco o un’ispezione improvvisa e in continua attesa della conclusione del turno di guardia; oppure un invito a vivere come degli pseudo scudi spaziali sempre allerta a captare qualche missile vagante.
“È peggio”, potrebbe dire qualcuno. “Con il Signore non ci sono turni di guardia, bisogna stare allerta tutta la vita. Nessuno conosce l’ora. Non ci sono preallarmi. Non lo vedi arrivare da lontano ma te lo ritrovi in casa”.
Bisogna aver paura di questo ritorno di Gesù? No di certo! Lo stesso Gesù all’inizio del Vangelo ci dice. “Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno”. Ogni volta che Dio si rivolge all’uomo dicendo “non temere”, lo dice ad uno dei suoi “piccoli” ai quali ha affidato un compito particolare, una missione per salvare il suo popolo eletto. Dio suggerisce all’uomo, al piccolo, un modo di vivere, di essere, di relazionarsi con lui e con il mondo. Ci sembra bello leggere il capitolo 12 di Luca dall’inizio per capire che cosa si intende per “non temere” in questo brano.
È un affidarsi a Dio! Perché la paura nasce dal correre dietro a tante cose e non riconoscere quello che è fondamentale nella nostra vita. È credere alle Parole di Gesù riguardo ai beni del mondo: la vita non dipende da ciò che hai (vv. 13-21), ne da ciò che non hai (vv. 22-30) bensì da ciò che sei: figlio di Dio (vv. 31-34).
Quindi non c’è bisogno di affannarsi nella paura di avere di meno. Gesù vuole toglierci da questa paura mostrandoci un padre che è Provvidenza, vuole salvarci dalla falsa sapienza, che porta all’accumulo e all’inquietudine, per adagiarci nelle braccia della Sapienza che Gesù ben conosce: quella di chi conosce il Padre.
Qui il Vangelo dice qualcosa che va oltre una pura analisi socio-economica e dà un orizzonte diverso da quello che riduce l’uomo ai bisogni che ha. È la buona notizia che Dio ci è Padre in Gesù. La nostra azione ha un nuovo fondamento; la nostra vita cessa di essere un accumulo inutile per soddisfare il bisogno, o un’insoddisfazione angosciante per il bisogno di accumulo. Gesù, quindi, invita i discepoli e noi, a cambiare atteggiamento: non preoccuparsi, angosciarsi, possedere ed accumulare ma occuparsi, avere fiducia, ricevere per donare.
È la certezza del dono (v, 32), che il Padre ci ha fatto nel Figlio, che vince ogni timore.
Se in questo momento la nostra domanda continua ad essere: quando e come avverrà tutto questo? C’è un software che ci avvisa della venuta improvvisa del “padrone” allo stesso modo in cui ci avvisa il nostro antivirus? Il nostro impianto satellitare può fare qualcosa?
Con certezza possiamo dirvi che se qualcuno sapesse dove, come e quando possa tornare il padrone, Dio sarebbe un Dio per pochi e non per tutti.
Comunque se attendete una risposta che possa essere più esaustiva, nel frattempo, vi consigliamo di allenarvi per non farvi cogliere impreparati. Anche perché l’attesa del padrone di cui ci parla Gesù, non è statica, non è un continuo guardare dalla finestra per il caldo, o meglio, fresco della nostra camera, o scrutare l’orizzonte dall’alto del nostro albero maestro, ma è un’attesa con la cintura ai fianchi, cioè pronti a lavorare.
Se è così, e di questo ne siamo certi, allora la domanda nasce spontanea: chi può essere il nostro allenatore, il nostro C.T. e quali tecniche possiamo usare per tenerci in forma?
Vi proponiamo i migliori allenatori su questa terra: i fratelli.
Ma questi non sono solo il nostro allenatore ma anche il nostro allenamento, il nostro campo, il nostro avversario, la nostra tifoseria, la nostra vittoria...
Ma allora quale può essere il nostro tenerci pronti? Servire i fratelli!
Non importa il come e il dove. Importa affidarsi.
È necessario prepararsi servendo i fratelli, lontani e vicini, senza la paura di sbagliare, senza la paura di non arrivare primo in classifica, ma servendo con il timore di non essere abbastanza disarmato per accogliere il povero, di non essere abbastanza piccolo (“Piccolo gregge”) per accogliere i piccoli, di avere braccia occupate che non possano accogliere il piccolo che ci è stato affidato.
In fondo Gesù ci dice: perché al Padre vostro è piaciuto di darvi il suo regno.
Non c’è un merito, ma Dio ci ha affidato il suo Regno, un Regno fatto di piccoli, d’affamati, di perseguitati, di feriti, d’incompresi, di reietti, di lontani e di vicini. È un Regno di Dio dove si è tutti fratelli, Figli di Dio in Cristo Gesù.
Servire i fratelli come Gesù ha servito i suoi discepoli è il nostro tesoro che non ha bisogno di essere custodito o curato. È il tuo tesoro e non ti verrà mai meno: è la tua somiglianza di figlio con il Padre. È un tesoro che deve solo essere condiviso perché sia veramente tale.
Facendo questo entriamo nell’atteggiamento di chi non ha paura, di chi attende nel modo giusto: essere uomini che diventano ciò che attendono. Chi attende la morte, diventa suo figlio, produce morte. Chi attende il Signore Gesù, cerca di vivere la sua stessa vita di Figlio del Padre e questa è vita per gli altri.
Chi attende il Signore vive con l’atteggiamento di chi sa che gli è stato affidato un dono, che gli è stato affidato il mondo, che gli è stata affidata la cosa più cara a Dio: i suoi figli.
L’attesa di Dio è la vita di tutti i giorni vissuta senza paure perché ancorati allo stesso dono che Dio ci ha dato: essere tutti figli di Dio.
Quindi: non temere piccolo gregge. Gesù, per l’ennesima volta, vuole darci una “dritta”, se ci è concesso esprimerci così.
Per questo ti proponiamo durante questa settimana, anche se sicuramente sarai in ferie, di “occupare” il tuo tempo anche nel gioco, nel riposo, nel divertimento essendo un dono per gli altri: magari solo offrendo un bicchiere d’acqua fresca a chi è accaldato, o compiendo un piccolo servizio che permetta all’altro di riposare di più... Auguri e buone vacanze!
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MessaggioOggetto: 15 AGOSTO 2010   Lun Ago 09, 2010 10:24 am

DOMENICA 15 AGOSTO 2010

ASSUNZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Già la fede dei primi cristiani parla di “dormizione della Madonna”. In un certo senso è già qualcosa che si riferisce all’assunzione.
La fede, poi, crescendo negli anni, e grazie allo Spirito Santo (“che vi guiderà alla verità tutta intera”) ha fatto capire che cosa è realmente Maria.
Assunzione, pertanto, è essere la prima dei risorti. Lei, la madre, diventa la prima figlia a risorgere dai morti.
Ci pensate? Dio ha lasciato una garanzia in più riguardo alla risurrezione finale, anticipando in Maria quello che sarà di noi. Forse è anche per questo che Maria è apparsa ed ha comunicato a noi, vedi Lourdes, Fatima, ed altri posti.
Il vangelo ce la presenta come la madre del Magnificat: una profezia grandissima, forse la più grande del nuovo testamento. Come profezia ancora non si realizza tutta: i potenti si credono ancora onnipotenti, i ricchi sono ancora a mani piene, gli affamati hanno ancora fame.
Però, noi, se ci crediamo, dobbiamo fare anche la nostra parte perché siamo all’interno di questa grande profezia.
Noi siamo chiamati a mettere in pratica il Magnificat con la nostra vita, nel nostro vissuto, dovunque siamo. Dappertutto e a tutte le età. E, quindi, diventiamo profeti in questo mondo.
Capite la grandezza del cristianesimo? Essere profeti oggi, con la testimonianza del vangelo, con il mettere in pratica il Magnificat, con il dire “grazie” con la nostra vita a Dio.
L’Assunta è una festa un po’ mortificata: il 15 agosto si ricorda più come giorno di ferragosto che come Festa dell’Assunzione di Maria in cielo. Per celebrare questa festa dell’Assunta il Vangelo ci mostra l’incontro tra Maria ed Elisabetta, in fondo un incontro che è molto di più che un incontro tra due donne, tra due amiche, tra due sorelle, è molto di più; è come un annuncio profetico, è un segno anticipatore, anticipa quello che è il compimento: l’incontro tra Dio e l’uomo. Elisabetta rappresenta l’attesa di tutto il Popolo, lei è gravida di duemila anni di attesa e finalmente Dio, in Maria, visita il suo Popolo. In questo incontro avviene l’accoglienza, avviene l’abbraccio tra l’Amore di Dio e la fame di Dio dell’uomo. In questo incontro si compie la storia della salvezza di questa umanità che è uscita da Dio, si è allontanata da lui e che adesso Dio va a pescare, mandando suo Figlio. È l’abbraccio di due mondi: il mondo antico, quello che era solo promessa, e il mondo nuovo, i nuovi cieli e la nuova terra, il compimento della promessa.
Maria è la piena di Grazia, è la nuova Creatura, Maria è colei che porta Dio e che va a visitare, come nuova Arca il Popolo antico, sterile, senza Dio, rappresentato da Elisabetta; il popolo che aveva preso le distanze, che si era allontanato da Dio, ma questa volta il Popolo risponde all’abbraccio di Dio.
In Maria che incontra Elisabetta vediamo tutto l’Antico Testamento che sfocia in questa enorme novità che è l’irruzione di Dio nella storia, di Dio l’Assoluto che entra nel tempo, nella finitudine, è l’anticipo del compimento. Elisabetta esplode in un grido di esultanza: “Tu sei la Madre del mio Signore!” Cosa comprende Elisabetta? Comprende chi è Maria, comprende chi è il bambino che porta nel grembo, comprende il rapporto che c’è tra questa madre, Maria e questo Figlio e glielo rivela: “Tu sei la Madre del mio Signore.”
Elisabetta comprende anche un’altra cosa, capisce che a lei non le è stato soltanto regalato un figlio come a Sara, come a Rebecca, come alle altre donne sterili dell’Antico testamento, comprende che entrambe sono legate da un progetto di Dio che vuole fare in Gesù, un nuovo uomo, una umanità nuova.
Questo incontro non può che essere vissuto nella gioia, nell’esultanza: esulta il bambino nel seno di Elisabetta, esulta Elisabetta, esulta Maria che esploderà con il Magnificat, esulta Dio nel grembo di Maria per questa umanità ritrovata.
Dirai: E l’Assunzione di Maria cosa c’entra? È il compimento dell’amore di Dio per l’uomo.
Maria anticipa come creatura il destino ultimo dell’uomo: vivere anche con il suo corpo in Dio per tutta l’eternità. Maria è la creatura scelta da Dio per portare ad ogni uomo questo annuncio: Dio ha preso carne, perché l’uomo “diventasse Dio”, come dicono i Padri della Chiesa.
Maria è il cammino, la via più perfetta e sicura per arrivare a Dio: Maria è la via migliore di tutte, una via facile, breve, perfetta, sicura.
È una via facile per la pienezza della grazia e dell’unzione dello Spirito Santo di cui è ricolma. Camminandovi, né ci si tanca né si indietreggia.
È una via breve: in poco tempo ci conduce a Gesù Cristo.
È una via perfetta: sul suo percorso non v’è fango, né polvere, né la minima sozzura di peccato.
È una via sicura per la quale si giunge a Gesù Cristo e alla vita eterna in modo diritto e sicuro, senza deflettere né a destra, né a sinistra.”
Cosa farai in questo ferragosto non lo so, spero tu abbia la possibilità di fare un “tuffo” in Maria per lasciarti portare in Dio; o percorrendo un sentiero in montagna possa un giorno pensare che anche lei è una via sicura verso la meta. Se sei rimasto a casa, speriamo che in qualche modo possa aver celebrato questa festa.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 22 AGOSTO 2010   Mer Ago 18, 2010 11:15 pm

DOMENICA 22 AGOSTO 2010

XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Carissimi amici, anche il Vangelo di questa domenica è un po’ impegnativo. Ci costringe a fare un po’ di conti: “Quanti sono quelli che si salvano?” San Paolo, nella prima lettera a Timoteo ci ha lasciato detto che “Volontà di Dio è la salvezza di tutti gli uomini” (1Tm 2,4). Dio vuole che tutti gli uomini si salvino. Incominciamo a fare i conti: oggi siamo sulla terra 6 miliardi di uomini, ma non devono salvarsi solo quelli di oggi, ma tutti gli uomini che ci hanno preceduto, dal primo uomo comparso sulla terra 10 milioni anni fa all’esistenza di tutti gli uomini dopo di noi, finché la terra avrà vita... Secondo un calcolo approssimativo dovrebbero essere: 9 milioni di miliardi di uomini!
Non sei d’accordo? Vediamo come risponde Gesù in questo brano del Vangelo? La domanda verte sul numero: in quanti ci si salva, in molti o in pochi? La risposta di Gesù sposta l’attenzione dal quanti al come ci si salva.
Questo agire di Gesù non è strano o scortese; è l’agire di uno che vuole educare i discepoli a passare dal piano della curiosità a quello della sapienza, dalle questioni oziose che appassionano la gente, ai veri problemi che servono per il Regno.
Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, cercheranno di entrarvi, ma non ci riusciranno.
Finita la santa Messa, durante la quale il sacerdote aveva parlato della porta stretta che conduce al cielo, i ragazzi uscirono. Uno molto magro si trovò vicino a un suo compagno molto grasso e gli disse: “Stai attento, perché un giorno, ciccione come sei, non entrerai in cielo per la porta stretta”. I ragazzi si misero a ridere. Capirono lo scherzo. Anche i più piccoli sapevano che la porta stretta rappresenta le difficoltà di entrare in cielo, e non una vera porta di legno o di metallo.
A chi sarà veramente difficile passare per la porta stretta?
Soprattutto alle persone gonfie di superbia, che amano spadroneggiare nel proprio ambiente, e sono convinte della propria importanza schiacciando i poveri.
Avranno difficoltà i ricchi. Ce lo immaginiamo un ricco che vuole passare per la porta stretta con tutte le sue proprietà: Yacht, macchine, case, terreni, gioielli... Se si presenteranno con tanti bagagli sarà loro difficile passare per la porta stretta. Da vivi dovrebbero regalare una parte dei loro bagagli, delle loro ricchezze, ai poveri e ai bisognosi. Quante più cose doneranno, tanto più facilmente entreranno in cielo. Al giovane ricco che chiedeva a Gesù di entrare nella vita eterna Gesù disse: “Và, vendi quello che hai dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”, ma il giovane che aveva molte ricchezze se ne andò triste. E Gesù commenta così questo fatto ai discepoli: “Difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli” (Mt 19,16-24).
Avranno difficoltà le persone che portano con sé il peso dei loro peccati, coloro che non hanno avuto fiducia nella misericordia di Dio e non hanno avuto il coraggio di consegnargli il loro peccato. La porta stretta è in realtà larghissima, perché è la Misericordia di Dio che la rende tale, ma rimane stretta per coloro che non si consegnano alla Sua Misericordia. Ricordiamo i ladroni crocifissi con Gesù, entrambi peccatori, uno però crede in Gesù, uomo giusto: “Ricordati di me, quando sarai nel tuo Regno”. A Lui Gesù dirà: “Oggi stesso sari con me in Paradiso”. Per questo peccatore che si è consegnato all’Amore Misericordioso la porta stretta si è improvvisamente allargata, dell’altro non si sa nulla, forse starà ancora tentando di passare per la porta stretta?
Questo vangelo di oggi, ci chiede di spogliarci anche di una falsa credenza: io mi salvo perché sono cristiano, sono battezzato. È sufficiente? Così credevano i Giudei al tempo di Gesù, pensavano che loro erano i salvati perché popolo eletto, così molti cristiani presenteranno le loro credenziali: siamo stati battezzati, abbiamo frequentato tutte le lezioni del catechismo, siamo andati a Messa... Ma il Signore ci chiederà: “Quanto hai amato?”. Madre Teresa di Calcutta dice: “Saremmo giudicati sull’Amore”. L’amore è la nostra vera credenziale che ci permette di passare per la porta stretta.
C’era una volta un credente, ma non viveva da cristiano. Non osservava i comandamenti, viveva una vita comoda e piacevole. Non desiderando liberarsi dei peccati, non si confessava. Il suo servo, buon cristiano, ogni tanto gli diceva: “Signore, pensi qualche volta alla sua anima”. “Non ti preoccupare”, rispondeva lui. Sono stato battezzato. E poi, “se Dio ha predestinato la mia salvezza, entrerò in cielo anche senza confessarmi. Ma se non l’ha predestinata, non serviranno a niente la confessione, la preghiera e le opere buone”. Dopo alcuni anni si ammalò gravemente. Ordinò subito al servo di chiamare il miglior medico. Passata qualche ora, sorpreso di non vedere arrivar il medico, ricordò al servo il suo ordine. “Ma non si agiti, disse il servo. Il medico non è necessario. Se Dio ha predisposto che lei guarisca, riacquisterà la salute senza medici e medicine. Ma se ha predestinato che deve morire, non servirà a niente neanche il miglior medico”. “Sei stupido”, esclamò l’ammalato. “Dio vuole che curiamo la nostra salute, che ricorriamo alle medicine e ai medici senza aspettare che lui ci guarisca con un miracolo”. “D’accordo, ora vado a chiamare il medico”, rispose il servo. “Ma perché non applica lo stesso ragionamento riguardo alla salute dell’anima e alla salvezza? Perché non vuole fare niente e aspetta che Dio la porti in cielo gratuitamente, in modo miracoloso?” Il padrone gli diede ragione. Dopo la visita del medico, fece chiamare un sacerdote e finalmente si confessò. Cambiò pure la sua vita peccaminosa.
Allora mi salverò? Riuscirò a passare per la porta stretta? Dovrò iniziare una cura dimagrante? No! La porta stretta di cui ci parla Gesù è una porta speciale che si allarga nella misura in cui sono diventato amore, condividendo la mia vita con gli altri. Ogni giorno possiamo allenarci con piccoli gesti alla palestra dell’Amore per avere il fisico adatto per passare la porta stretta. Al momento opportuno avremmo il “fisico” allenato e... faremo un figurone!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 29 AGOSTO 2010   Lun Ago 23, 2010 1:36 pm

DOMENICA 29 AGOSTO

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


In questa domenica, seguendo il brano tratto dal Vangelo secondo Luca, entriamo anche noi nella casa del Fariseo: Gesù è a pranzo da uno dei Capi. Di certo è molto ricco, per cui la casa è bella, ben arredata; il cibo è buono, il vasellame è prezioso, le tovaglie di tessuto pregiato, ci sono tanti invitati. La gente seduta a tavola osserva Gesù, e il Maestro di Nazareth osserva le persone che lo circondano.
È in questa situazione che Gesù racconta una parabola ed è interessante sottolineare quello che scrive l’evangelista Luca: “Osservando poi come gli invitati sceglievano i primi posti, disse loro una parabola”.
La parabola che Gesù racconta, nasce da quello che lui vede attorno a sé.
A volte, possiamo correre il rischio di pensare che Gesù abbia sempre con sé un libro con dentro tanti raccontini e, a seconda della situazione, tiri fuori quello più adatto: ma non è così!
Gesù vive normalmente e osserva quello che accade. Si sofferma sul cambiare delle stagioni, riflette sulle azioni delle persone, segue con attenzione i gesti di chi lavora nei campi oppure dei pescatori. Poi ci pensa su, con la sua squisita sensibilità e con il suo amore che è senza misura: è da questi pensieri che nascono le parabole.
Gesù vive, osserva, riflette... e poi racconta.
In casa del Fariseo, il Maestro resta colpito dal modo in cui gli invitati scelgono dove sedersi: tutti vogliono i posti migliori, i posti vicino al padrone di casa. Ci sono due motivi per questa scelta: il primo è un motivo pratico, da golosi. Infatti i servi cominciano a offrire i vassoi con i cibi prima al padrone di casa e alle persone sedute vicino a lui, quindi se si occupano i primi posti al suo fianco, è possibile servirsi dei pezzi migliori della carne e del pesce, ci si può servire con più abbondanza dei contorni e dei dolci.
Ma c’è anche un altro motivo per scegliere i primi posti: significa essere considerati importanti e potenti.
Forse oggi ad un invito a pranzo non succede quello che l’evangelista descrive, ma anche ai nostri giorni facilmente la gente fa di tutto per avere i posti privilegiati al teatro, al cinema, alla partita, in aereo... Si desidera il posto in prima fila, il posto in tribuna vip, il posto sotto al palco per il concerto di una star.
Si paga di più per avere i primi posti, per essere notati e ammirati. E nella testa delle persone scatta il ragionamento: chi può permettersi i posti migliori è importante, chi è ricco può permettersi i posti migliori, quindi chi è ricco è importante!
Gesù invece ragiona diversamente e invita: “Non metterti in mostra, non scegliere il primo posto, non crederti più importante o migliore degli altri”.
Dà anche un suggerimento, che rivela come il Maestro di Nazareth conosca bene il cuore delle persone: “Quando sei invitato, va’ a metterti all’ultimo posto, perché venendo colui che ti ha invitato ti dica: Amico, passa più avanti. Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali”.
E conclude con un insegnamento valido per tutte le situazioni: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”.
Dopo aver detto queste cose rivolto a tutti coloro che sedevano a tavola insieme con lui, il Maestro si rivolge in modo particolare al padrone di casa, dandogli delle indicazioni che ci lasciano sicuramente un po’ perplessi. Dice infatti Gesù: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché anch’essi non ti invitino a loro volta e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando dai un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti”.
Non so voi cosa pensate di questo invito di Gesù, ma vi confesso che per me è sempre molto difficile da accogliere. Ogni volta che arrivo a queste parole del Vangelo, mi accorgo che non mi comporto mai così!
Invitare a pranzo uno sconosciuto? Un povero incontrato per la strada? Non è una pazzia, questa?
Eppure Gesù sembra dire: Che cosa c’è di così strano? Gratuità significa proprio questo: dare, senza aspettarsi di ricevere qualcosa in cambio.
Certo, ci è facile donare senza aspettarci nulla in cambio, quando si tratta dei nostri cari, delle persone che amiamo, che ci sono care: ma con gli altri? Con gli estranei?
Per molto tempo mi sono ripetuta che quello che Gesù chiedeva era impossibile, finché un giorno non sono andato a pranzo a casa di due miei amici, Dino e Nicoletta.
Era tutto pronto, la tavola apparecchiata, ma ancora non ci eravamo seduti per mangiare: sembrava che i miei due amici stessero aspettando ancora qualcuno.
Dopo poco hanno bussato alla porta ed è arrivato un nuovo ospite. Era una persona che avevo incontrato anche io diverse volte, ma non mi aspettavo proprio di pranzare con lui!
Dino e Nicoletta me lo hanno presentato: si chiama Ashraf, viene dalla Tunisia e lo avevo sempre visto al semaforo pronto a lavare i vetri alle macchine ferme in coda ad aspettare il verde.
Ashraf si è seduto a tavola come uno di casa, ha conversato amabilmente con tutti, mescolando in allegria un po’ d’italiano e un po’ di francese. Dopo il caffè, ha fatto i complimenti a Nicoletta per l’ottima cucina ed è tornato al suo posto al semaforo.
Quando Ashraf è andato via, non ho potuto nascondere il mio stupore e allora Dino mi ha raccontato: “Tutto è cominciato l’inverno scorso, nei giorni in cui ha fatto quel freddo terribile. Stavo tornando a casa e ho visto Ashraf al semaforo, come sempre: tremava dal freddo. Così gli ho chiesto se voleva venire a mangiare a casa nostra. Nicoletta ha aggiunto un piatto: quel giorno c’era un bel minestrone di legumi caldo caldo. Ashraf ha pranzato con noi e poi è andato via. Il giorno dopo l’abbiamo invitato ancora, ma ci ha detto che non poteva accettare di venire tutti i giorni: si sarebbe sentito in debito. Così siamo rimasti d’accordo che venga da noi almeno una volta alla settimana. Lui arriva, bussa, pranza con noi e poi torna al suo lavoro”.
Mentre ascoltavo il racconto, guardavo Nicoletta e Dino: non sono persone speciali, fanno una vita normalissima. Semplicemente, hanno preso sul serio le parole di Gesù e di fronte a uno sconosciuto che aveva freddo e fame, hanno aperto la loro casa, hanno condiviso il loro pasto. Senza domande. Senza timori. Senza aspettarsi nulla in cambio.
Ho ripensato molte volte a quel pranzo e mi sono reso conto che la gratuità, la capacità di dare senza aspettarsi qualcosa in cambio, non si improvvisa. Non è che uno si alza la mattina e dice: oggi sarò generoso!
È un po’ come per lo sport: non mi posso alzare al mattino e dire: oggi correrò la maratona! Devo allenarmi ogni giorno un pochino. Così pure per la gratuità: bisogna allenarsi ogni giorno un pochino.
Cominciamo subito, quindi, ad allenarci alla gratuità.
In questa settimana, proviamo a ripensare ogni sera alla giornata trascorsa e a chiederci: sono stato capace di qualche gesto buono, gentile, senza voler nulla in cambio? Ho scelto i primi posti? Mi sono messo in mostra? Ho condiviso quel che ho senza pretendere nulla?
Se ogni giorno faremo un passettino in questa direzione, presto riusciremo a vivere davvero come il Maestro Gesù ci invita a fare.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010   Mer Set 01, 2010 3:41 pm

DOMENICA 5 SETTEMBRE 2010

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Vangelo di questa domenica ci descrive una folla numerosa che segue Gesù e desidera ascoltarlo: “In quel tempo, una folla numerosa andava con Gesù. Egli si voltò e disse loro”: il Maestro non intende deludere l’attesa di quella folla numerosa, anzi si volta per guardare in volto uno per uno tutti i presenti, per rivolgersi a ciascuno faccia a faccia, occhi negli occhi.
Anche noi, oggi, siamo in tanti, radunati insieme e con la voglia di ascoltare il Signore Gesù, proprio come dice il Vangelo, ed è come se il Maestro si voltasse per rivolgersi a ciascuno di noi.
Certo, le parole che il Rabbi pronuncia possono lasciarci un po’ sconcertati: “Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”.
Accidenti, questo sì che ci spiazza: amare Gesù più della mamma? Amare Gesù più del papà? Amare Gesù più di quanto amiamo noi stessi, la nostra vita? Ma come? che significa? È mai possibile?
Quando ero ragazzino, all’oratorio, surr Aurelia che stava sempre in mezzo a noi adolescenti, ci aveva spiegato queste parole in un modo che mi è rimasto impresso. Lei diceva: “Come possiamo sapere se amiamo Gesù? Semplice: guardiamo quanto amiamo le persone che abbiamo accanto: i genitori, i fratelli, le sorelle, gli amici… Ogni volta che li amiamo senza pretese, con gratitudine, senza altra gioia che quella di averli accanto, possiamo essere certi di stare amando anche il Signore Gesù. Perché è amando il nostro prossimo, chi ci è vicino, che impariamo l’amore vero!”.
Questo mi sembra già più facile da comprendere ed accogliere: la misura dell’amore per gli atri come misura per l’amore verso Dio.
Non so se a voi capita, ma certe volte corriamo un po’ il rischio di non riconoscere il dono d’amore che è intorno a noi. Ci sembra ovvio e naturale essere amati dai nostri genitori, ricevere attenzioni e premure dai nonni, dagli zii, dagli amici… Come se l’amore ci fosse dovuto. Se invece cominciamo a stupirci di tutto l’amore che ci circonda, se ci alleniamo a riconoscerlo e a rallegrarcene, allora ci verrà spontaneo ringraziare il Signore Dio che è la fonte, la sorgente di questo amore, di tutto l’amore!
Eccoci così, semplicemente, arrivati ad amare il Signore più di tutti e più di tutto!
Questa è la prima cosa che il Maestro Gesù suggerisce alla folla che lo ascolta e anche a noi. Ma non si limita a questo, perché sceglie di raccontare ancora due parabole: quella della torre e quella del re che va in guerra. Le abbiamo ascoltate poco fa, ma ricordiamole un momento.
Dunque, c’è un uomo che vuole costruire una torre e riflette: “Quanto dovrà essere alta la torre? C’è spazio a sufficienza nel mio terreno per scavare le fondamenta? Ho i mezzi necessari per portarla a compimento? Ho abbastanza soldi per pagare le pietre, il cemento, la calce e tutti i materiali che saranno necessari? Ho abbastanza denaro per pagare gli operai che dovranno costruirla?”.
Sono domande pratiche e indispensabili, altrimenti questo proprietario, se non valuta bene la situazione prima di iniziare i lavori, rischia a un certo punto di trovarsi senza torre e senza più denaro: “Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro”.
Ed effettivamente, mentre ragiona tra sé sulla concreta possibilità di realizzare la sua torre, gli sembra quasi di sentire già i commenti della gente se dovesse fallire: “Ma guardatelo! Credeva di fare chissà che, e invece ecco lì quello sgorbio di torre mai finita!... Nemmeno al secondo piano è riuscito ad arrivare! Ma cosa credeva, che le torri venissero su da sole come i funghi?! Ci vuole criterio, ci vuole buon senso, bisogna riflettere prima di iniziare un’impresa del genere!”.
Proprio questo è il nocciolo della parabola: valutare prima di agire, considerare le proprie forze prima di intraprendere qualcosa di grande.
Sembra il suggerimento che tutti gli adulti danno ai più giovani: “Rifletti! Pensa prima di agire! Non lanciarti in avventure di cui non sai prevedere il risultato!”.
Però il Maestro e Signore non è tipo da intimorire, da raffreddare gli slanci: come mai propone questa parabola?
Anche la seconda parabola ribadisce la stessa idea: “quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano, gli manda dei messaggeri per chiedere pace”. Effettivamente, nessuno è così sconsiderato da iniziare una battaglia contro chi ha il doppio dei soldati! Se un re si accorge di avere un esercito insufficiente, se valuta e comprende che le forze sono inadeguate e che rischia di perdere la guerra, il regno e la dignità, di certo manderà i suoi ambasciatori per accordarsi con un trattato di pace, piuttosto che lanciarsi in una battaglia tanto assurda.
Però torniamo alla domanda di prima: in che modo possono riguardarci queste due parabole? Non siamo re che vanno in guerra e penso che nessuno di noi abbia in programma di costruire delle torri. Però però… se ci pensiamo bene dobbiamo ammettere che ciascuno di noi è impegnato ogni giorno in una grande, grandissima impresa, un progetto straordinario che assorbe tutta la vita: vivere secondo il Vangelo, crescere secondo il cuore di Dio.
Questa non è un’avventura da scavezzacollo, non è un’imprudenza da incoscienti: è un programma serio e profondo. Non è un aspetto secondario delle nostre giornate, non è un hobby, un di più facoltativo: riguarda proprio il nostro essere persone, la parte essenziale di noi.
Indubbiamente, ormai lo sappiamo, non è un’impresa facile facile vivere il Vangelo, mettere in pratica gli inviti della Parola di Dio, scegliere di comportarsi seguendo le orme di Gesù, prendendolo a modello della nostra vita.
Le parole splendide che Gesù ci ha lasciato, i suoi inviti ad amarci e a perdonarci, diventano una vera fatica quando si tratta di mettere in pratica, giorno dopo giorno, quanto abbiamo imparato dal Maestro e Signore.
Non so per voi, ma a me sembra che non è per niente facile perdonare chi ci fa i dispetti; non è semplice continuare a voler bene anche a chi ci esclude dai giochi e dalle conversazioni; è molto duro riuscire ad amare chi ci prende in giro o essere gentili con chi ci tratta male. Ancora più complicato è resistere alla voglia di reagire con violenza e rabbia, magari vendicandoci…
Vivere così, seguendo il Vangelo, non è qualcosa che s’improvvisa o che si riesce a fare dall’oggi al domani.
Il Maestro Gesù sa bene che si tratta di un impegno tanto radicale e per questo ricorda ad ognuno dei discepoli che lo stanno ascoltando e a ciascuno di noi: “Valuta bene prima di cominciare, considera attentamente le tue forze, le tue capacità”.
A questo punto, però, dovremmo rispondere tutti, onestamente: “Signore Gesù, altro che valutare le mie forze! Da subito mi rendo conto che da solo non ce la faccio, non sono capace!”.
Dunque dobbiamo rinunciare? La proposta di Gesù è qualcosa di irrealizzabile, di impossibile?
No, affatto! La soluzione a questo problema proprio è qui, attorno a noi, in questa chiesa dove siamo radunati, perché è qui che ogni domenica possiamo “fare il pieno” di slancio e di forza nello Spirito Santo!
È qui, che riceviamo l’aiuto senza limiti dell’Eucaristia, le indicazioni preziosissime della Parola di Dio: da soli no, non potremmo mai, ma nel valutare le nostre forze sappiamo di poter contare sullo Spirito di Dio!
Non solo: è sempre qui che troviamo il sostegno di una comunità che prega riunita insieme. Anche se da soli non riusciamo a vivere secondo il Vangelo, ogni domenica possiamo renderci conto che non siamo soli, siamo una comunità!
Fateci caso, solo per un istante, alla carica di fede e comunione che si sprigiona ogni volta che radunati insieme preghiamo il Padre nostro: quando chiediamo gli uni per gli altri che venga presto il Regno di Dio, che la misericordia del Padre cancelli e perdoni i peccati…
Un altro momento preziosissimo di questo appuntamento settimanale è il Credo che rinnoveremo tra pochi istanti: le nostre voci si uniscono in un unico coro per ripetere a voce alta tutto ciò che noi cristiani crediamo. Certo, da soli ci sentiamo deboli, fragili, incapaci, inadeguati… ma ascoltando tutte le voci unite che pregano assieme ecco che possiamo rinnovare energia e coraggio.
Arriviamo in chiesa con la stanchezza di una settimana, magari con qualche delusione, probabilmente con alcuni errori o fallimenti, ma qui insieme ci ridiciamo la fede in Dio Padre, in Gesù, nello Spirito e siamo pronti ad affrontare una nuova settimana.
Restiamo dunque un momento in silenzio, riconfermando nel cuore il nostro desiderio fermo e deciso di vivere secondo il Vangelo e poi insieme, con convinzione e slancio, proclamiamo la nostra fede.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 SETTEMBRE 2010   Lun Set 06, 2010 5:36 pm

DOMENICA 12 SETTEMBRE 2010

XXIV DOMENCIA DEL TEMPO ORDINARIO


Proseguiamo anche questa domenica con la lettura del Vangelo di Luca. Gesù è in viaggio verso Gerusalemme: incontra molte persone, compie miracoli, ascolta quanti lo cercano e si ferma a parlare con chi vuol saperne di più circa la Sua identità e il Suo messaggio.
Nel brano del Vangelo di oggi, Luca ci informa che molte erano le persone che si avvicinano a Gesù. Alcuni farisei e scribi, perciò persone che conoscevano benissimo l’Antico Testamento e aspettavano con fiducia la venuta del Figlio di Dio, si scandalizzano nel vedere Gesù in compagnia di individui giudicati peccatori, del fatto cioè che Gesù “accoglieva i peccatori e mangiava con loro”.
Chi sono i peccatori? Quando una persona fa peccato? Spesso udiamo pronunciare questa parola e molte sono le domande che ci vengono spontanee.
Al tempo di Gesù, le persone venivano giudicate in base alla Legge mosaica, cioè soprattutto in base ai dieci comandamenti, quelli che conosciamo tutti e cerchiamo di rispettare. Si pensava inoltre che le malattie erano un castigo di Dio per qualche peccato commesso o ancora che fare commercio, trarre vantaggi dalla gestione del denaro fosse peccato. Il peccatore poi era escluso dal culto e allontanato perché non era degno di stare davanti a Dio e con gli altri.
Il peccato, compiere un peccato … non so che immagini o pensieri vi suscita la parola, ma quasi sicuramente l’associamo a qualcosa di cattivo, di brutto o a un’azione sbagliata.
Ecco allora che Gesù, ci aiuta a comprendere meglio cosa vuol dire commettere un peccato e come si comporta Dio nei confronti dei peccatori: lo fa con un racconto molto bello, con la storia di un figlio minore che si allontana dal padre. Il ragazzo spontaneamente decide di partire e andare lontano da casa sua e dal padre, magari perché pensa che può farcela da solo e non ha bisogno del padre perché è grande. Il padre lascia che il figlio parta, seppure certamente è dispiaciuto, è triste di saperlo lontano, dal finale possiamo intuire che questo padre resta in attesa del ritorno del figlio: lo vede da lontano!
A voi, è mai capitato di dovervi separare da una persona cara, alla quale eravate molto legati? Non so, un amico che ha cambiato casa o addirittura città! Sono momenti difficili perché si prova tristezza, infatti cerchiamo subito di assicurare il contatto scambiandoci il telefono o la mail! In fondo in queste circostanze abbiamo il timore di perdere l’affetto dell’altro e ancor peggio che l’altro si dimentichi di noi!
Nella parabola che racconta Gesù, immagino che il padre abbia avuto più o meno questi timori, di esser dimenticato dal figlio, di perderlo per sempre! La cosa che mi sorprende del racconto è che questo padre rimane in attesa che il figlio ritorni: è fiducioso che il legame con il figlio sia così forte da non potersi spezzare! In più quando si realizza la speranza di rivederlo, non fa domande, non gli chiede dove è stato, cosa ha fatto, ma prepara la festa! Chiama gli amici: tutti devono sapere del suo ritorno e non di quello che ha fatto! Il figlio minore era andato lontano dal padre, voleva stare lontano da lui!
Se al posto di un padre che ha due figli immaginiamo Dio che è Padre di tutti, possiamo cogliere due insegnamenti importanti da questa parabola: il primo è che noi come il figlio minore possiamo scegliere di allontanarci da Dio, dal Suo sguardo, decidere di fare tutto lontani da Lui; Dio però non dimentica nessuno dei suoi figli e sa che l’amore che ci lega a Lui è così forte che nel nostro cuore sempre resta il desiderio di restargli accanto. Dio è pronto a festeggiare il nostro ritorno sempre!
Noi pecchiamo davanti a Dio quando decidiamo di allontanarci da Lui, quando non ringraziamo per i Suoi doni o ancora pensiamo sia meglio fare da soli perché Dio non può aiutarci … Chi vuole durante la settimana può prendersi qualche minuto per pensare a tutti quei momenti o circostanze in cui abbiamo deciso di allontanare Dio dal nostro cuore, e poi abbiamo sentito la sana nostalgia di ritornare..
Buona Domenica!
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MessaggioOggetto: DOMENICA 19 SETTEMBRE 2010   Mer Set 15, 2010 1:41 pm

DOMENICA 19 SETTEMBRE 2010

XXV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO

Gesù, per farsi capire dai suoi discepoli, propone questa storia che cercheremo di comprendere per cogliere anche per noi un insegnamento.
C’è un amministratore, uno a cui vengono affidati tutti i beni di un ricco signore.
L’amministratore ha il compito di custodire la ricchezza, le proprietà di un’altra persona e di farli fruttare. È lui che con la sua intelligenza, con la sua creatività, con il suo lavoro, è chiamato a far aumentare il patrimonio del suo datore di lavoro, di valore e anche di numero.
Ma l’amministratore della parabola, in realtà non pensa proprio al suo padrone, pensa invece ad arricchirsi, a fare i suoi interessi e ruba e sperpera i beni del suo padrone.
Naturalmente i suoi imbrogli dopo un po’ vengono scoperti, e il suo signore vuole vedere i conti, vuole vedere e capire come ha fatto il suo lavoro.
L’amministratore disonesto è come in trappola, è messo, come si dice, con le spalle al muro, sa bene che non ha nessun elemento per giustificare i suoi imbrogli!
Pensa, se io vengo licenziato, tutta la città saprà che ho rubato e allora come farò a trovare un altro lavoro? Nessuno si fiderà più di me!
Senza alcun guadagno diventerei povero al punto che sarei costretto a chiedere l’elemosina, ma mi vergogno che figura farò davanti a tutti!
Voi, bambini, cosa avreste fatto al suo posto? Come avreste risolto la situazione? Avreste chiesto aiuto a qualcuno? Di chi vi sareste fidati?
Torniamo al nostro amministratore. Deve aver trascorso giorni difficili pensando e ripensando e finalmente trova una scappatoia: cerca di farsi nuovi amici e se li fa proprio tra coloro che devono delle grosse somme di denaro al suo padrone, li chiama uno per uno e fa loro dei grossi sconti, così quando si troverà senza lavoro potrà essere accolto da loro.
Non c’è che dire è un uomo davvero furbo! Anche Gesù lo loda per questa furbizia che lo aiuta a tirarsi fuori dai guai.
Gesù lo loda l’ingegno di questo uomo disonesto. Vuole far capire ai suoi discepoli che la stessa furbizia, lo stesso ingegno, lo devono mettere per il bene, per costruire ciò che è bello, ciò che è buono, per cercare la giustizia, la verità.
Il cristiano, bambini, è un uomo entusiasta, contento, perché sa e riconosce che il Signore gli vuole bene, che si fida di lui. Si fida così tanto di ciascuno di noi che ci affida il mondo intero.
Concretamente il mondo intero per noi è la vita, la famiglia, gli amici, le persone care, la comunità parrocchiale, l’oratorio, il quartiere, la scuola, i compagni di classe ecc. Anche voi siete amministratori di queste cose, anche se siete considerati ancora piccoli, in realtà il Signore si fida già così tanto di voi che ve li affida.
Come amministratori siamo chiamati con la nostra creatività, la nostra fantasia, il nostro amore a rende questo patrimonio più bello, più ricco, in modo che il nostro Signore sia contento e soddisfatto della nostra opera.
Il segreto è quello di essere fedeli nel poco, facendo bene il nostro lavoro ogni giorno.
Concretamente cosa significa?
Ad esempio, quando esci dalla classe ricordati di lasciare sempre il tuo posto in ordine, quando giochi in oratorio cerca di usare bene il materiale che ti viene affidato. A casa non aspettare che sia la mamma a sistemare sempre tutto, ma cerca di essere responsabile di collaborare per quanto ti è possibile. È oggi che mostri quello che sarai domani.
E se il Signore vedrà che sarai stato fedele nel poco, ti affiderà nel futuro cose sempre più grandi.
L’amministratore disonesto è uno che guarda solo se stesso, ha uno sguardo rivolto sempre in basso.
Il buon amministratore, è uno che si guarda attorno, ha uno sguardo attento e aperto a ciò che lo circonda per essere pronto a intervenire con gioia, amore, generosità e fantasia.
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MessaggioOggetto: 26 settembre 2010   Gio Set 23, 2010 2:56 pm

DOMENICA 26 SETTEMBRE 2010

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Oggi l’Èvangelista Luca ci racconta una parabola molto importante. Prima di tutto, però, voglio dirvi cos’è una parabola. È un racconto inventato che narra una storia che potrebbe essere vera (non che è accaduta, ma che potrebbe accadere) e questa storia serve per farci capire un insegnamento che il Signore ci invita a mettere in pratica nella nostra vita.
In questa parabola Gesù ci parla di un uomo ricco e di un uomo povero. È una situazione molto attuale perché anche ai nostri giorni ci sono tante persone che hanno troppo e tante persone che non hanno niente … L’uomo ricco di questa parabola potremmo dire che era un “super ricco”, un uomo che portava abitualmente vestiti bellissimi e fatti con stoffe pregiate e che mangiava ogni giorno come noi mangiamo ai pranzi di matrimonio! La sua vita era concentrata prevalentemente su questi interessi e vedeva solo se stesso senza accorgersi dei bisogni di nessuno. Infatti, vicino alla sua porta di casa, si metteva sempre un mendicante molto malato che si chiamava Lazzaro; si metteva lì perché sperava che gli dessero almeno qualche avanzo, ma non gli arrivava nemmeno quello … Gesù ci dice che “perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe”. Anche i cani, dunque, avevano compassione di lui … e tenete conto che, nella Bibbia, i cani sono considerati animali ripugnanti e cattivi.
Nel Vangelo non c’è scritto che il ricco faceva del male a Lazzaro … È proprio questo il punto importante: per vivere come vuole Gesù non è sufficiente non fare il male, ma bisogna fare il bene.
È evidente che Gesù, in questa parabola, ha confrontato la grande ricchezza di uno e la grande povertà dell’altro per farci capire che questa è una situazione che al Signore non piace, ma quello che soprattutto al Signore non piace è il cattivo uso della ricchezza! L’uomo ricco era un egoista e l’egoismo rende ciechi perché non fa vedere i bisogni degli altri, rende sordi perché non fa sentire le richieste di aiuto, rende muti perché non fa essere vicino a chi soffre nemmeno con una parola di conforto.
Un giorno Lazzaro morì e fu portato dagli angeli vicino ad Abramo, un posto molto importante perché Abramo era una persona che aveva sempre amato Dio e aveva sempre fatto quello che il Signore gli aveva chiesto: la sua fede in Dio, infatti, era grandissima. Abramo era il Padre del popolo d’Israele. Anche il ricco morì e fu mandato all’inferno non per il fatto di avere posseduto tante cose, ma perché le aveva usate solo per se stesso senza mettere in pratica l’atteggiamento che più sta a cuore al Signore: l’Amore reciproco, “amore” che san Paolo chiama “carità”. Questa parola racchiude tanti significati, si potrebbe dire che è il riassunto di tutto il Vangelo: è lo stile di vita di chi vuole seguire Gesù.
Il ricco della parabola, tra i tormenti dell’inferno, alzò gli occhi e vide da lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora disse ad Abramo: “Abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua perché questa fiamma mi tortura”.
Facciamo ora qualche considerazione:
- Il ricco conosceva bene Lazzaro dal momento che l’ha chiamato per nome!
- Aveva fatto apposta a non vederlo perché era più comodo per lui ignorare chi aveva bisogno!
- Aveva un cuore così duro che nemmeno si faceva sfiorare dal pensiero che lui, con tutti quei soldi, avrebbe potuto aiutarlo!
- Eh certo… lui aveva troppo da fare a pensare a se stesso!
- Aveva dunque visto Lazzaro ma… non aveva fatto niente.
- Forse pensava che, essendo ricco, a lui non sarebbe mai capitato di morire. Il suo dio, il suo sicuro appoggio era la ricchezza, ma sappiamo bene che le cose materiali non sono un tesoro utile per la vita eterna!
Al ricco, Abramo risponde che non può fare quello che gli chiede perché i suoi beni li ha già avuti durante la vita, a differenza di Lazzaro che trova ora la sua consolazione, dopo una vita terrena con tanta sofferenza. Per di più Abramo dice che tra loro c’è un grande abisso che nessuno può attraversare, né per andare né per venire.
Allora il ricco si rende conto che quello che non è stato capace di fare nella vita terrena non è più rimediabile e accetta il suo castigo. Ma fa un’altra richiesta ad Abramo, che per la seconda volta chiama “padre”: gli chiede di mandare Lazzaro dai suoi cinque fratelli affinché si “convertano” e si comportino diversamente da lui per non finire anche loro in quel luogo di tormento.
Cosa significa convertirsi? Significa “cambiare direzione”.
Quando si è in viaggio e ci si accorge di avere sbagliato strada, cosa si fa? Si gira la macchina e si cambia la direzione per prendere la strada giusta! Così è anche la nostra vita. Tante volte sbagliamo, ma il Signore ci dà sempre la possibilità di “cambiare direzione”, di riprendere la strada giusta… di “convertirci”.
La “conversione” è necessaria per seguire Gesù, per essere buoni cristiani, per essere Suoi amici.
Abramo, alla richiesta del ricco, risponde che i suoi fratelli hanno Mosè e i Profeti. Cosa significa questo? Che la conversione parte dall’ascolto della Parola di Dio, dall’ascolto di quello che Gesù ci dice nel Vangelo.
Ma il ricco insiste dicendo che i suoi fratelli si convertirebbero di sicuro se andasse da loro un morto. Abramo risponde: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”.
Se uno non crede alla Parola di Dio, qualunque segno ci fosse da parte di Dio non servirebbe. È il Vangelo, dunque, che ci aiuta a “cambiare direzione”, che ci fa agire pensando che nella persona che incontriamo c’è Gesù: un Gesù che magari ci chiede un po’ di compagnia, o un aiuto, o un sorriso, o un abbraccio, o che ci chiede da mangiare e da bere, che ci chiede cioè di donare in vari modi le tante ricchezze che anche noi abbiamo e che valgono solo se le sappiamo condividere.
Per concludere, vi racconto una storiella che riassume il significato di questa parabola.
Un giorno, un riccone arrivò in Paradiso. Fece subito un giro per i negozi e vide che non erano per niente cari. Allora cominciò subito a scegliere le cose più belle e, al momento di pagare, diede all’angelo, che era il commesso, tante banconote di grosso taglio. Ma l’angelo gli disse: “Mi spiace, ma questo denaro non vale niente”.
“Impossibile!” disse l’uomo ricco.
Allora l’angelo rispose:”Qui vale solo il denaro che sulla terra è stato donato”.
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MessaggioOggetto: DOMENICA 3 OTTOBRE 2010   Lun Set 27, 2010 12:57 pm

DOMENICA 3 OTTOBRE 2010

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Il Vangelo di questa domenica si apre con una richiesta degli Apostoli che suona quasi come una preghiera, un’invocazione: “Accresci in noi la fede!”.
Prima di tutto mi sembra interessante che i Dodici si rendano conto di aver bisogno di aumentare la forza della propria fede. Di fronte a quello che il Rabbi di Nazareth continua a proporre loro, spontaneamente gli Apostoli supplicano: Va bene, d’accordo, ti seguiamo! Ma fai crescere in noi la fede, falla aumentare, moltiplicala!
La reazione del Maestro Gesù è di quelle che spiazzano, come suo solito: “Se aveste fede quanto un granello di senape…”.
Oh, che pazienza che ci vuole con questo Rabbi!
Quei poveri Apostoli, già abbastanza confusi perché si sentono fragili e impreparati di fronte all’annuncio del Vangelo, chiedono di vedere accrescere la loro fede e per tutta risposta, ecco che il Maestro e Signore fa un paragone che sembra racchiudere un rimprovero.
Perché in effetti Gesù sta dicendo che non serve aumentare la fede, gonfiarla, ingigantirla: di fede, se è fede vera, autentica, ne basta pochissima. Ne basta quanto un granello di senape.
Ne avete mai visto uno? Di solito noi la senape la conosciamo già trasformata in salsa, in una crema giallo intenso e scuro, difficilmente ci capita di vedere la pianta o i semi. Ebbene, quella salsa un pochino piccante si ottiene partendo da semi piccoli piccoli, più piccoli del pepe. Semini così piccoletti che, tenendone uno tra le dita, quasi non ci si fa caso.
Perciò il Maestro Gesù, con il suo paragone, suggerisce che bastano poche briciole di fede per imprese straordinarie, spiega che sono sufficienti piccoli granelli di fede per compiere miracoli stupefacenti: “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe”.
Però l’essere piccolo, non è l’unica caratteristica del seme di senape: quel granellino ha dentro un gusto, un sapore veramente forte e deciso, al punto che non bisogna esagerare nell’usarlo, altrimenti tutto diventa troppo piccante.
Non credo sia un caso la scelta di Gesù di usare come paragone per la fede proprio il seme di senape: non solo per le sue piccole dimensioni, ma anche per il suo sapore, piccante e pungente. Alla fin fine, della fede, non conta tanto la dimensione o la quantità, quanto il sapore che la fede stessa dà alla nostra vita.
La rende saporita? La nostra giornata ha un gusto speciale grazie alla fede che abita in noi? Chi ci incontra, avverte subito, “al primo assaggio” il sapore della fede che portiamo dentro? Lo riconosce facilmente?
Le altre salse, rispetto alla senape, sembrano tutte un po’ insipide, mentre quel gusto piccantino predomina, si fa sentire intensamente: è così anche per la nostra fede? Il gusto della fede è quello più forte, nella nostra esistenza?
Effettivamente credere, avere fede, non dovrebbe essere particolarmente complicato, perché la nostra natura umana è già di per sé disposta alla fede. Continuamente, anche senza rendercene conto, compiamo atti di fede.
Per esempio, quando da piccoli abbiamo imparato a camminare, siamo caduti centinaia di volte, mentre cercavamo di bilanciarci sulle nostre gambette, quando provavamo a rimanere in piedi e a spostare un piede dopo l’altro. Certo, cadevamo, ma i nostri genitori e noi stessi abbiamo sempre avuto fiducia nella possibilità di camminare. Nessuno dei nostri parenti, vedendoci finire con il culetto per terra, ha esclamato: “Questo bambino non camminerà mai!”. Figuriamoci! Ci sarà stata una risata, magari una mano tesa per aiutarci a tornare in piedi e poi ci abbiamo provato ancora, e ancora e ancora. Perché ci abbiamo provato ancora? Perché credevamo che era possibile riuscire. Era un atto di fede.
Più tardi, quando abbiamo cominciato ad andare a scuola, probabilmente i nostri primi tentativi di scrittura sono stati tutti un disastro! Le lettere tutte storte, tremolanti, con la difficoltà di tenere la matita con sicurezza nella mano, senza riuscire a scrivere sulle righe e non un po’ in alto e un po’ in basso… Che fatica, scrivere, vero?! Eppure nessuno dei nostri insegnanti ha detto: “Non imparerai mai a scrivere, è inutile!”. Al contrario, siamo stati incoraggiati, sostenuti. Ci è stato ripetuto di insistere, di continuare, di non arrenderci! Ogni piccolo progresso è stato elogiato, salutato come un trionfo. Perché? Perché non ci hanno invitato a rinunciare, perché nessuno ci ha detto di smetterla? Perché credevano in noi, nella nostra possibilità di riuscire. Avevano fede.
Nelle azioni che compiamo tutti i giorni c’è sempre un fondo di fiducia, che è un piccolo atto di fede. Quando facciamo la spesa, abbiamo fiducia che il pane che stiamo acquistando non è avvelenato. Quando prendiamo l’aereo, abbiamo fiducia che il pilota sappia pilotare e ci porterà a destinazione. Molto semplicemente, quando chiediamo: “Che ore sono?”, crediamo che non ci rispondano con una menzogna, ma ci dicano esattamente l’ora segnata dagli orologi.
In fin dei conti, anche quando qualcuno ci dice: “Ti voglio bene!” dentro di noi compiamo un atto di fede: gli crediamo.
Allora veramente può bastare un granellino di fede piccolo come il seme di senape per far fiorire la capacità di credere che già abbiamo dentro.
Ma la pagina di Vangelo di oggi ha un brusco cambio di direzione, perché Gesù, dopo aver parlato dei miracoli che la fede può compiere, comincia a raccontare una parabola, quella del servo che rientra dal lavoro in campagna e del padrone che si aspetta di essere servito a puntino, prima di lasciare il servo libero di andare a riposare.
Come concludendo un ragionamento, il Maestro e Signore afferma: “Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.
Questa espressione, “servi inutili” può suonare un po’ antipatica: come servi inutili? Se un servo compie il suo dovere è tutt’altro che inutile! È utilissimo! È un enorme aiuto, avere qualcuno al proprio servizio, è un grande vantaggio avere un servitore capace e onesto!
Probabilmente riusciamo a capire meglio il senso di questa frase se la intendiamo come un’esagerazione fatta per inculcare meglio ciò che si vuole dire, e cioè: siamo soltanto servi.
Non siamo i padroni del mondo, del creato, dell’universo: siamo i servi. Non possiamo avere pretese: siamo soltanto servi, i custodi a cui è affidata la meraviglia della vita.
Come mai, dopo averci parlato di fede, il Signore Gesù ci invita a ricordare che siamo soltanto servi?
Forse per metterci in guardia da un rischio che corrono le persone che vivono da credenti. Qualche volta, non so se a voi è mai capitato, c’è la sottile tentazione di avere delle pretese nei confronti di Dio. Dopotutto, ci comportiamo bene, non trasgrediamo i comandamenti, andiamo a Messa, al catechismo, in oratorio… Magari diciamo anche le preghiere ogni giorno. Può darsi che ci sforziamo persino di ricordare il Vangelo nel corso della settimana.
Crediamo, crediamo con fede. Ci fidiamo di Dio, della sua Parola, e cerchiamo di comportarci secondo il suo cuore.
Quindi, noi che crediamo, noi che abbiamo fede, potremmo avere anche il diritto di ottenere qualcosa in cambio, che diamine! Possiamo pensare: Ho fatto tutto quello che dovevo fare, adesso mi merito una ricompensa!
Per esempio un miracolo, un miracolo anche piccolo. Che vada bene un’interrogazione. Che la maestra non mi chiami proprio quel giorno. Che riesca a segnare un bel goal. Che l’insegnante di danza mi scelga per fare la solista. Insomma, Dio, io faccio il bravo, ora tocca a te. Mi devi accontentare. Devi fare quello che voglio io.
Attenzione: possiamo sempre aprire il cuore al Padre Buono, rivelargli i nostri desideri, i nostri timori, le nostre speranze… questo è giusto, giustissimo!
Il pericolo è che da semplici richieste, divengano pretese.
Purtroppo, sapete, ci sono cristiani che vivono la loro fede come una pretesa: mi comporto da credente, e tu, Dio, devi fare quello che voglio io. Se non mi accontenti, sei ingiusto, crudele. Di te non ci si può fidare.
È per questo che il Maestro e Signore vuole renderci attenti!
La fede è un dono grande, è splendido vivere immersi nella gioia di credere, potendoci fidare di Dio e delle persone che abbiamo accanto. Solo, non dobbiamo cominciare a sentirci i “padroni” rispetto a Dio. No, di fronte a Lui, bisogna che continuiamo a ripeterci che siamo soltanto servi, senza pretese, senza presunzioni.
Chiediamo in questa Eucaristia il dono di vivere sempre la fede senza pretese, con gioia e gratitudine. E poi proviamo, in questa settimana, a riconoscere qualcuna delle situazioni quotidiane in cui mettiamo in atto la nostra fiducia, la forza della fede che abbiamo in noi. Vedrete che sarà come fare il pieno in vista delle occasioni in cui la nostra fede sarà messa alla prova, per i giorni in cui ci risulterà più difficile avere fede, essere fiduciosi: sapremo di poter contare sul nostro granellino di senape, piccolo ma intenso!
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MessaggioOggetto: 10 ottobre 2010   Gio Ott 07, 2010 9:03 am

DOMENICA 10 OTTOBRE 2010

XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Questa domenica proseguiamo, grazie all’evangelista Luca, nel viaggio che Gesù compie verso Gerusalemme. Siamo più o meno a metà viaggio, infatti Gesù ha attraversato la Galilea, regione a nord della Palestina al tempo di Gesù, e la Samaria che è al centro. In Samaria esisteva un tempio dove i samaritani andavano a pregare, era un posto importante per loro perché ritenevano che lì piuttosto che a Gerusalemme, era la terra sacra in cui Dio si era manifestato al loro padre nella fede: Abramo. Ecco perché non correva buon sangue tra gli abitanti della Samaria e i Giudei.
Per comprendere fino in fondo l’episodio raccontato da Luca, è importante tenere a mente questa informazione culturale e religiosa del tempo di Gesù. L’evangelista stesso riporta che dei dieci lebbrosi purificati, guariti dalla lebbra, solo l’uomo samaritano va da Gesù, si inginocchia e lo ringrazia, mentre gli altri no! Teniamo a mente questo dettaglio!
Ora ritorniamo all’incontro: Gesù vede venirgli incontro dieci persone e probabilmente per i segni che la malattia lasciava sul corpo, si rese conto che erano lebbrosi. Questi dieci uomini restano a distanza, perché la malattia era contagiosa e nessun uomo sano si avvicinava a loro; ebbene riconoscono in Gesù il Maestro: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” gridarono. Perché gli chiedono questo? Perché all’epoca la lebbra veniva considerata castigo di Dio per i peccati commessi e probabilmente loro si sentivano bisognosi di ritornare a Dio, di essere purificati così da guarire! E chiedono di essere perdonati da Gesù, il quale comanda loro di andare dai sacerdoti. Luca non scrive che li tocca o che si ferma a parlare con loro per capire se erano pentiti veramente o se aveva riconosciuto in Lui non solo il Maestro ma il Figlio di Dio, cose che in altri miracoli avviene. No, in questo racconto si rivela la gratuità con cui Gesù salva chi si rivolge a Lui con tutto il cuore.
La cosa però che colpisce Gesù è che soltanto uno dei dieci, il Samaritano per giunta, quindi straniero in Giudea, torna indietro a ringraziarlo e adorarlo! Perché Gesù sottolinea questa cosa? Voleva forse che tutti riconoscessero la Sua potenza? Eppure tutti e dieci hanno fatto esattamente ciò che gli aveva detto di fare! Che ne pensate? Gesù ha bisogno del ringraziamento per farsi grande ai loro occhi? O il motivo è un altro?
Per comprendere meglio, facciamo un esempio che ci semplifichi il discorso. Sicuramente vi è capitato di fare un regalo, così come di riceverne. O ancora, di prestare qualcosa ad un compagno, amico, che so, una matita, magari del vostro colore preferito! Quando si impresta o regala qualcosa ad una persona cara, c’è una sorta di attesa, vero? Dentro di noi cominciamo a chiederci: gli piacerà, andrà bene per lui/lei?! Vogliamo, insomma sapere se siamo riusciti a farlo contento! Da cosa ci accorgiamo se siamo riusciti nel nostro intento? Beh, dall’espressione del viso, da come tocca, guarda l’oggetto ricevuto e soprattutto se guardandoci ci dice: “Grazie!”. Mentre quando siamo noi a ricevere un dono, non vediamo l’ora di abbracciare quella persona, la nostra gioia vogliamo mostragliela e nel nostro cuore nasce il desiderio di dire “Grazie!”. Ringraziare o ricevere un ringraziamento nasce da un movimento del cuore verso chi ci ha reso contento. Vogliamo così comunicare che proprio lui o lei mi ha reso felice con il suo dono. Quando invece riceviamo un ringraziamento, ci aiuta a conoscere meglio l’altro e ad avere la conferma di aver fatto cosa gradita all’amico e di essere importanti per lui/lei!
E a Gesù, cosa è successo? Che solo una persona ha sentito nel suo cuore il desiderio di ringraziarlo e così dirgli che in Lui aveva riconosciuto il Suo salvatore, Colui che gli aveva donato una nuova vita! E gli altri? Hanno preso il dono, ma non hanno manifestato la loro gioia, forse perché hanno dato più importanza al dono ricevuto che alla persona che glielo ha fatto! Perdendo così l’occasione di conoscere e farsi conoscere meglio da Gesù!
Possiamo fare qualche minuto di silenzio e ascoltando il nostro cuore, ringraziare Gesù per i doni che riconosciamo aver ricevuto durante la settimana.
Buona domenica a tutti!
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MessaggioOggetto: Re: 1° gennaio   Oggi a 10:02 am

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