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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 7 aprile 2013   Mar Apr 02, 2013 3:29 pm

DOMENICA 7 APRILE 2013


RITO ROMANO
ANNO C
II DOMENICA DI PASQUA
O DELLA DIVINA MISERICORDIA


Orazione iniziale: O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché, spezzati i vincoli del male, allontanate le nostre paure e le nostre indecisioni, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria.

Letture:
At 5,12-16 (Venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne)
Sal 117 (Rendete grazie al Signore perché è buono: il suo amore è per sempre)
Ap 1,9-11.12-13.17.19 (Ero morto, ma ora vivo per sempre)
Gv 20,19-31 (Otto giorni dopo venne Gesù)

Rimettere i peccati
“A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. Dopo l’apparizione a Maria Maddalena, avvenuta all’aperto, in un giardino, Gesù appare con un corpo reale e tangibile ai suoi discepoli, chiusi per paura in una stanza. Essi ricevono lo Spirito Santo per poter annunciare la sua parola e perdonare i peccati agli uomini. La fede crescerà dall’ascolto della parola all’interno della comunità. Con questo l’evangelista Giovanni vuole sottolineare l’importanza della testimonianza per la fede pasquale. L’incontro con i discepoli avviene il primo giorno della settimana, nel giorno di Pasqua. Gesù torna ma non nel suo stato precedente: entra a porte chiuse. Si pone al centro della comunità cristiana, come unico riferimento. I discepoli lo possono vedere e riconoscere con lo sguardo della fede. Le conseguenze della nuova luce sono la “gioia” e la “pace”, i doni messianici. Gesù dà loro l’incarico missionario: devono continuare la missione a lui affidata dal Padre. Ma solo uomini nuovi sono capaci di questo compito. Gesù dona loro lo Spirito Santo come quello soffiò all’inizio della vita nuova, al primo uomo. Il dono dello Spirito era stato anticipato simbolicamente dall’acqua e dal sangue usciti dal costato di Cristo. La missione degli apostoli avrà come obbiettivo la remissione dei peccati. I dubbi di Tommaso esprimono l’esperienza del gruppo, dell’intera comunità apostolica. Anche questo incontro avviene nel primo giorno della settimana, giorno del Signore. In esso la comunità proclama con i discepoli: abbiamo visto il Signore. Ma Tommaso non condivide la fede della comunità. Gesù si rende visibile per lui solo e lo convince di non essere lui un fantasma. Tommaso fa la più bella confessione di fede del quarto vangelo: egli riconosce Gesù come Signore e Dio. Seguiamo il suo esempio, certamente nella professione della fede, ma non abbiamo paura di esprimere davanti a Lui le nostre perplessità e se necessario, chiedere di toccare, di mettere il dito. Il Signore, nella sua misericordia, ascolta il nostro desiderio.
Partecipando al sacrificio della Messa, noi ascoltiamo ogni volta le parole di Cristo che si rivolge agli apostoli: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Inoltre, imploriamo il Signore di concederci “unità e pace secondo la sua volontà” e di donare “la pace ai nostri giorni”. Ogni volta che apparve agli apostoli Cristo, dopo aver vinto la morte, augurò la pace, sapendo quanto tutti loro la desiderassero. Nel conferire agli apostoli il potere di rimettere i peccati, Cristo ha portato la pace nell’anima inquieta dell’uomo. L’anima creata da Dio ha nostalgia di Dio. La pace con Dio è il fondamento della pace tra gli uomini. Liberato dalla schiavitù del peccato, l’uomo è in pace, ha l’anima in festa, in pace. La pace regna sui cuori puri. È partendo dalla pace interiore, quella del cuore, appoggiandosi ad essa, che si può stabilire la pace esteriore: in famiglia, fra vicini, in seno alla Chiesa, tra i popoli. Dio chiama tutti gli uomini ad unirsi al suo popolo unico. Il suo desiderio, che è di riunire tutti gli uomini in seno ad un’unica comunità per salvarli, è già espresso nell’Antico Testamento. Gli Ebrei capirono di essere un popolo unico nella lontana notte di Pasqua in cui Dio li separò dagli Egiziani ed indicò loro la Terra promessa. La Pasqua viene per ricordare questo avvenimento alle generazioni successive: in questo giorno ogni ebreo ha il sentimento di essere di nuovo condotto fuori dall’Egitto per essere salvato. Allo stesso modo, il nuovo popolo di Dio è nato il giorno di Pasqua, quando la concordia eterna fu rinnovata e suggellata dal sangue del Figlio di Dio. Questo popolo creato da Cristo è precisamente la Chiesa. Gli uomini assomigliano a piccoli universi, chiusi e segreti. Dio li ha creati così. Ciò nonostante, il Creatore ha dato agli uomini anche il gusto di riunirsi in gruppi, di vivere, di lavorare, di creare in comune. Dio ha voluto allo stesso tempo assicurare loro la salvezza in quanto comunità, la salvezza del suo popolo. Accettare la salvezza promessa da Dio significa nello stesso tempo integrarsi al nuovo popolo riunito da Cristo, in seno al quale tutti usano i medesimi strumenti della grazia, cioè i sacramenti, scaturiti dalla Passione di Cristo. In diversi momenti, il Nuovo Testamento designa Cristo come il volto visibile di Dio, l’immagine del Padre, il suo segno (Col 1,15; Gv 1,18). Cristo è come un sacramento che significa e trasmette l’amore del Padre. È un segno carico di significato e di forza di salvezza; in lui si trovano riuniti il perdono del Padre e la filiazione. In questo senso, Cristo appare come il primo sacramento nato dall’amore di Dio, la fonte di tutti i sacramenti. I sacramenti possono esistere solamente perché in loro Cristo stesso è presente ed agisce. Come una madre premurosa, la Chiesa si sforza di spiritualizzare tutta la vita dei suoi figli e delle sue figlie. Vivere la spiritualità, provare la pace dell’anima è tentare di dare un carattere divino al quotidiano attraverso il flusso di grazie, di sapienza, di sentimenti, di consolazione che viene da Dio. Per ottenere la salvezza, egli ci fa pervenire, in un modo o nell’altro, a raggiungere Cristo. Ci fa camminare la mano nella mano con i figli del popolo di Dio, ci dirige verso un destino comune sotto l’egida di Cristo che si occupa di noi, ci perdona, ci santifica e ci concede la pace.

Festa della divina misericordia: È stata istituita nel 2000 da papa Giovanni Paolo II. Il culto della Divina Misericordia è legato a Santa Faustina Kowalska, la mistica polacca proclamata santa nel corso dell’Anno Santo del 2000, di cui Giovanni Paolo II è stato un fervente devoto, come testimonia la sua seconda Enciclica Dives in Misericordia, scritta nel 1980 e dedicata alla Divina misericordia. In una rivelazione privata, Gesù disse a Santa Faustina Kowalska: “Figlia Mia, parla a tutto il mondo della Mia inconcepibile Misericordia. Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della Mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della Mia Misericordia. L’anima che si accosta alla Confessione ed all’Eucaristia, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. Che nessuna anima tema ad avvicinarsi a Me, anche se i suoi peccati fossero come porpora. Questa causa è Mia ed è scaturita dal seno della Santissima Trinità, che attraverso il Verbo vi fa conoscere l’abisso della Divina Misericordia. Desidero che questa Festa venga celebrata solennemente la prima Domenica dopo la Pasqua.”
In preparazione a questa festa dovrebbe essere fatta una novena, che consiste nella recita, cominciando dal Venerdì Santo, della Coroncina alla Divina Misericordia seguita da altre preghiere.

Approfondimento del Vangelo (La missione dei discepoli e la testimonianza dell’apostolo Tommaso)
Il testo: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

Chiave di lettura: Siamo nel cosiddetto “libro della risurrezione” ove sono narrati, senza una continuità logica, diversi episodi che riguardano il Cristo risorto e i fatti che lo provano. Questi fatti sono collocati, nel IV vangelo, nella mattina (20,1-18) e nella sera del primo giorno dopo il sabato e otto giorni dopo, nello stesso luogo e giorno della settimana. Ci troviamo di fronte all’evento più importante della storia dell’umanità, un evento che ci interpella personalmente. “Se Cristo non è risorto è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede... e voi siete ancora nei vostri peccati” (1Cor 15,14.17) dice l’apostolo Paolo che non aveva conosciuto Gesù prima della sua Risurrezione, ma che lo predicava con tutta la sua vita, pieno di zelo. Gesù è l’inviato del Padre. Egli invia anche noi. La disponibilità ad “andare” proviene dalla profondità della fede che abbiamo nel Risorto. Siamo pronti ad accettare il Suo “mandato” e a dare la vita per il suo Regno? Questo brano non riguarda solo la fede di coloro che non hanno visto (testimonianza di Tommaso), ma anche la missione affidata da Cristo alla Chiesa.

Una possibile divisione del testo per facilitare la lettura:
- 20,19-20: apparizione ai discepoli e ostensione delle ferite
- 20,21-23: dono dello Spirito per la missione
- 20,24-26: apparizione particolare per Tommaso, otto giorni dopo
- 20,27-29: dialogo con Tommaso
- 20,30-31: lo scopo del Vangelo secondo Giovanni

Un momento di silenzio per far depositare la Parola nel nostro cuore.

Alcune domande per aiutare la meditazione:
Chi o cosa ha suscitato il mio interesse e la mia meraviglia nella lettura che ho fatto? È possibile che ci siano alcuni che si professano cristiani, ma non credano nella Risurrezione di Gesù? È così importante crederci? Cosa cambia se noi ci fermiamo solo al suo insegnamento e alla sua testimonianza di vita? Che significato ha per me il dono dello Spirito per la missione? Come continua, dopo la Risurrezione, la missione di Gesù nel mondo? Qual è il contenuto dell’annuncio missionario? Che valore ha per me la testimonianza di Tommaso? Quali sono, se ne ho, i dubbi della mia fede? Come li affronto e progredisco? So esprimere le ragioni della mia fede?

Commento: La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato: i discepoli stanno vivendo un giorno straordinario. Il giorno dopo il sabato, nel momento in cui viene scritto il IV vangelo, è già per la comunità “il giorno del Signore” (Ap 1,10), Dies Domini (domenica) e ha più importanza della tradizione del sabato per i Giudei. Mentre erano chiuse le porte: un particolare per indicare che il corpo di Gesù risorto, pur essendo riconoscibile, non è soggetto alle leggi ordinarie della vita umana. Pace a voi: non è un augurio, ma la pace che aveva promesso quando erano afflitti per la sua dipartita (Gv 14,27; 2Tes 3,16; Rom 5,3), la pace messianica, il compimento delle promesse di Dio, la liberazione da ogni paura, la vittoria sul peccato e sulla morte, la riconciliazione con Dio, frutto della sua passione, dono gratuito di Dio. Viene ripetuto tre volte in questo brano, come anche l’introduzione (20,19) viene ripetuta più avanti (20,26) in modo identico. Mostrò loro le mani e il costato: Gesù fornisce le prove evidenti e tangibili che è colui che è stato crocifisso. Solo Giovanni ricorda il particolare della ferita al costato inferta dalla lancia di un soldato romano, mentre Luca evidenzia la ferita ai piedi (Lc 24,39). Nel mostrare le ferite Gesù vuole anche evidenziare che la pace che lui dà viene dalla croce (2Tim 2,1-13). Fanno parte della sua identità di risorto (Ap 5,6). E i discepoli gioirono al vedere il Signore: È la stessa gioia che esprime il profeta Isaia nel descrivere il banchetto divino (Is 25,8-9), la gioia escatologica, che aveva preannunciata nei discorsi di addio, che nessuno potrà mai togliere (Gv 16,22; 20,27; cfr. anche Lc 24,39-40; Mt 28,8; Lc 24,41). Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi: Gesù è il primo missionario, “l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo” (Ap 3,1). Dopo l’esperienza della croce e della resurrezione si attualizza la preghiera di Gesù al Padre (Gv 13,20; 17,18; 21,15,17). Non si tratta di una nuova missione, ma della stessa missione di Gesù che si estende a coloro che sono suoi discepoli, legati a lui come il tralcio alla vite (15,9), così anche alla sua chiesa (Mt 28,18-20; Mc 16,15-18; Lc 24,47-49). Il Figlio eterno di Dio è stato inviato perché “il mondo si salvi per mezzo di lui” (Gv 3,17) e tutta la sua esistenza terrena, di piena identificazione con la volontà salvifica del Padre, è una costante manifestazione di quella volontà divina che tutti si salvino. Questo progetto storico lo lascia in consegna ed eredità a tutta la Chiesa e, in maniera particolare, all’interno di essa, ai ministri ordinati. Alitò su di loro: il gesto ricorda il soffio di Dio che da la vita all’uomo (Gn 2,7), non si incontra altrove nel Nuovo Testamento. Segna l’inizio di una creazione nuova. Ricevete lo Spirito Santo: dopo che Gesù è stato glorificato viene dato lo Spirito Santo (Gv 7,39). Qui si tratta della trasmissione dello Spirito per una missione particolare, mentre la Pentecoste (At 2) è la discesa dello Spirito su tutto il popolo di Dio. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi: il potere di perdonare o non perdonare (rimettere) i peccati si trova anche in Matteo in forma più giuridica (Mt 16,19; 18,18). È Dio che ha il potere di rimettere i peccati, secondo gli Scribi e i Farisei (Mc 2,7), come da tradizione (Is 43,25). Gesù da questo potere (Lc 5,24) e lo trasmette alla sua Chiesa. Conviene non proiettare su questo testo, nella meditazione, lo sviluppo teologico della tradizione ecclesiale e le controversie teologiche che ne seguono. Nel IV Vangelo l’espressione si può considerare in modo ampio. Si indica il potere di rimettere i peccati nella Chiesa, come comunità di salvezza, di cui sono particolarmente muniti coloro che partecipano per successione e missione al carisma apostolico. In questo potere generale è incluso anche il potere di rimettere i peccati dopo il battesimo, quello che noi chiamiamo “sacramento della riconciliazione” espresso in diverse forme nel corso della storia della Chiesa. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo: Tommaso è uno dei protagonisti del IV vangelo, si mette in evidenza il suo carattere dubbioso e facile allo scoraggiamento (11,16; 14,5). “uno dei dodici” è ormai una frase stereotipa (6,71), perché in realtà erano undici. “Didimo” vuol dire “gemello”, noi potremmo essere “gemelli” suoi per la difficoltà a credere in Gesù, Figlio di Dio, morto e risorto. Abbiamo visto il Signore! Già Andrea, Giovanni e Filippo, trovato il Messia, erano corsi ad annunciarlo ad altri (Gv 1,41-45). Ora è l’annuncio ufficiale da parte dei testimoni oculari (Gv 20.18). Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò: Tommaso non riesce a credere attraverso i testimoni oculari. Vuole fare lui l’esperienza. Il IV vangelo è conscio della difficoltà di chiunque a credere nella Risurrezione (Lc 24, 34-40; Mc 16,11; 1Cor 15,5-8), specialmente poi di coloro che non hanno visto il Risorto. Tommaso è il loro (e nostro) interprete. Egli è disposto a credere, ma vuole risolvere di persona ogni dubbio, per il timore di uno sbaglio. Gesù non vede in Tommaso uno scettico indifferente, ma un uomo in cerca della verità e lo accontenta pienamente. È comunque l’occasione per lanciare l’apprezzamento verso i credenti futuri (versetto 29). Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente! Gesù ripete le parole di Tommaso, entra in dialogo con lui, capisce i suoi dubbi e vuole aiutarlo. Gesù sa che Tommaso lo ama e ne ha compassione perché ancora non gode della pace che viene dalla fede. Lo aiuta a progredire nella fede. Per approfondire si possono confrontare i paralleli: 1Gv 1-2; Sal 78,38; 103,13-14; Rom 5,20; 1Tim 1,14-16. Mio Signore e mio Dio! È la professione di fede nel Risorto e nella sua divinità come è proclamato anche all’inizio del vangelo di Giovanni (1,1). Nell’Antico Testamento “Signore” e “Dio” corrispondono rispettivamente a “Jahvé” e ad “Elohim” (Sal 35,23-24; Ap 4,11). È la professione di fede pasquale nella divinità di Gesù più esplicita e diretta. In ambiente giudaico acquistava ancora più valore in quanto si applicavano a Gesù i testi che riguardavano Dio. Gesù non corregge le parole di Tommaso come corresse quelle dei Giudei che lo accusavano di volersi fare “uguale a Dio” (Gv 5,18ss) approvando così il riconoscimento della sua divinità. Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno! Gesù mal sopporta coloro che sono alla ricerca di segni e prodigi per credere (Gv 4,48) e sembra rimproverare Tommaso. Scorgiamo qui anche un passaggio verso una fede più autentica, un “cammino di perfezione” verso una fede cui si deve arrivare anche senza le pretese di Tommaso, la fede accolta come dono e atto di fiducia. Come quella esemplare degli antenati (Ap 11) e come quella di Maria (Lc 1,45). A noi che siamo più di duemila anni distanti dalla venuta di Gesù, viene detto che, benché non lo abbiamo veduto, lo possiamo amare e credendo in lui possiamo esultare “di gioia indicibile e gloriosa” (1Pt 1,8). Questi (segni) sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Il IV vangelo, come gli altri, non ha lo scopo di scrivere la vita completa di Gesù, ma quello di dimostrare che Gesù era il Cristo, il Messia atteso, il Liberatore e che era Figlio di Dio. Credendo in Lui abbiamo la vita eterna. Se Gesù non è Dio vana è la nostra fede!

Orazione finale: Ti ringrazio Gesù, mio Signore e mio Dio, che mi hai amato e chiamato, reso degno di essere tuo discepolo, che mi hai dato lo Spirito, il mandato di annunciare e testimoniare la tua risurrezione, la misericordia del Padre, la salvezza e il perdono per tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Tu veramente sei la via, la verità e la vita, aurora senza tramonto, sole di giustizia e di pace. Fammi rimanere nel tuo amore, legato come tralcio alla vite, dammi la tua pace, così che possa superare le mie debolezze, affrontare i miei dubbi, rispondere alla tua chiamata e vivere pienamente la missione che mi hai affidato, lodandoti in eterno. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
II DOMENICA DI PASQUA
O DELLA DIVINA MISERICORDIA


Letture:
At 4,8-24
Sal 117
Col 2,8-15
Gv 2019-31

Mio Signore e mio Dio
Il fatto della risurrezione di Gesù - certo anche sulla scorta dell’esperienza di Tommaso – garantisce la sua identità di Figlio di Dio e di nostro Salvatore. “Mio Signore e mio Dio” è l’espressione più alta della fede ecclesiale, cui siamo chiamati a giungere perché quel fatto divenga per noi fonte di nuova vita e nuovo destino. Scrive a conclusione del suo vangelo san Giovanni: “Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome”.
Se non tocco: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, non credo”. Per noi moderni, abituati a demitizzare ogni cosa e a credere solo a ciò che si tocca e si misura, il dubbio di Tommaso e la sua verifica ci sono di sodo fondamento al nostro credere. Anche Paolo fu trasformato da persecutore in apostolo quando s’imbattè sulla via di Damasco in Gesù risorto e vivo. Ma Tommaso, e più Paolo, sono stati confortati dalla testimonianza molteplice della Chiesa. Gesù si mostra vivo - la domenica di Pasqua e quella successiva - alla sua Comunità raccolta alla celebrazione festiva, a dirci che oggi è sulla scorta di infiniti anelli di testimoni che giunge a noi questa eccezionale notizia, legandoci alla radice apostolica propria della nostra Chiesa. Anche noi abbiamo appreso la fede nella nostra piccola Chiesa locale (magari a partire dai genitori e dagli amici della parrocchia). In questo senso a noi viene la beatitudine di Gesù: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto: beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Il manifestarsi di Gesù entro la comunità raccolta in preghiera è altro elemento qualificante della nostra esperienza di fede. I discepoli di Emmaus lo riconoscono “allo spezzare del pane”. Tommaso giunge alla fede quando si ritrova e partecipa alla celebrazione ecclesiale, dove Cristo vive e dona lo Spirito: “Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito santo”. Fu opera dello Spirito santo a Pentecoste a trasformare quegli spaventati discepoli in apostoli esplosivi. Gesù l’aveva promesso quando si trovò davanti i suoi discepoli che.. poco avevano capito della sua predicazione e del suo mistero: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità” (Gv 16,12-13). È con questa “forza dello Spirito Santo” che la Chiesa si è mossa “fino ai confini della terra” (At 1,8) per adempiere il comando di Gesù: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. È nell’Eucaristia che ora Cristo è presente e opera la salvezza. Nella Chiesa si incontra il Dio vivo: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre”, diceva san Cipriano. Una scelta sacramentale, non inventata da noi, ma scelta da Cristo stesso nel segno da lui voluto, appunto la Messa, quando anche oggi il sacerdote ripete le sue parole: “Questo è il mio Corpo dato per voi, questo è il mio sangue sparso..”. Una presenza non visibile ma sicuramente efficace. Scrive san Paolo: “Il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione al sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo?” (1Cor 10,16). È il corpo di Cristo risorto che viene a toccare e trasformare - gradualmente - il nostro misero corpo nel suo corpo glorioso. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). Potremmo a questo punto invertire le parole di Tommaso: Non, se io non tocco, ma se non mi lascerò toccare da Gesù, non avrò l’esperienza di lui vivo e salvatore. La lunga storia dei Santi nella Chiesa ne è la verifica.
Mio Signore e mio Dio: Lo scopo dell’esperienza del Gesù vivo, è per crederlo il Dio che si comunica e trasforma la nostra vita. Appunto, riconoscerlo:”mio Dio”, come fa Tommaso. Paolo ha oggi una sintetica espressione: “È in lui che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Epist.). A questo preciso contenuto deve giungere la nostra fede. “Fate attenzione che nessuno faccia di voi sua preda con la filosofia e con vuoti raggiri” (Epist.). Non è richiamo fuori tempo. Oggi girano molti libri col “richiamo religioso”, ma che non attingono alla fede della Chiesa e non riconoscono in Gesù il Figlio di Dio. Perché alla fine noi abbiamo bisogno di una salvezza che viene da Dio non dagli uomini. Lui Cristo “ha perdonato le colpe e ha annullato il documento scritto contro di noi, lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. Con lui Dio ha dato vita anche a voi che eravate morti a causa delle colpe” (Epist.). Paolo è categorico: “Uno solo è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù” (1Tm 2,5). “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Lett.). Per la salvezza personale e “per la vita del mondo” (Gv 6,51). Infatti: “Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo” (Lett.). Allora, come Tommaso, dobbiamo professare in Gesù il “nostro Signore”, cioè il nostro Salvatore. Dio è venuto a salvarci; anzi a salvare proprio me. Solo questo riferimento personale esprime concretamente la fede. Non si tratta di “cultura” ma di vita e di destino personale eterno. Tenendo però sempre conto dell’ammonimento di Paolo: “Nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Non capacità nostra, ma dono dello Spirito. E quindi frutto della preghiera. Salvezza incanalata oggi nella Chiesa. Ritorniamo a questo tema. “Extra Ecclesia nulla salus”, solo nella Chiesa si trovano tutti gli elementi voluti da Dio per la salvezza dell’uomo, pur rispettando altri più deboli canali che Dio sa usare per la salvezza di tutti. “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. È un mandato esplicito. La Chiesa ora è il corpo di Cristo, il suo prolungamento visibile nel tempo. Forse a volte problematico, ma comunque binario esclusivo sul quale viaggia il perdono e la santificazione.
In questa domenica il papa Giovanni Paolo II volle porre il richiamo alla “misericordia” di Dio, sulla scorta degli inviti fatti da suor Faustina Kowalska. Il sacramento della riconciliazione fa giungere a noi la parola autorizzata del perdono di Dio. E questo fonda la nostra più profonda serenità di fronte a Dio.
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MessaggioOggetto: sabato 13 aprile 2013   Mer Apr 10, 2013 9:27 am

SABATO 13 APRILE 2013

SABATO DELLA II SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Padre, che ci hai donato il Salvatore e lo Spirito Santo, guarda con benevolenza i tuoi figli di adozione, perché a tutti i credenti in Cristo sia data la vera libertà e l’eredità eterna.

Letture:
At 6,1-7 (Scelsero sette uomini pieni di Spirito Santo)
Sal 32 (Su di noi sia il tuo amore, Signore)
Gv 6,16-21 (Videro Gesù che camminava sul mare)

Videro Gesù che camminava sul mare
È notte fonda: i discepoli stanno attraversando il mare quando li coglie la tempesta. Eccoli privi di qualsiasi aiuto, abbandonati a se stessi. Non si tratta di una folla, ma solo del gruppetto dei discepoli; anch’essi senza Gesù sono dei poveri derelitti; solo da lui possono sperare aiuto. Il prodigio è duplice. Primo, è un miracolo il fatto che, nel cuore della notte, Gesù all’improvviso vada verso di loro camminando sulle acque. Secondo, è un miracolo il fatto che, appena Gesù è salito sulla barca, raggiungano in un attimo la riva. Gesù comanda alle forze della natura e gli obbediscono. I discepoli, quindi, non devono temere la tempesta quando egli è vicino. Tutto questo ci fa pensare che quando siamo con Cristo risorto la nostra vita, pur agitata e burrascosa che sia, non ha motivo di spavento e di terrore. Egli ci fa arrivare sicuramente in porto. Colui che moltiplica miracolosamente il pane, che cammina sulle acque, che non conosce le distanze e che quindi domina completamente le forze della natura, può certamente trasformare il pane nella propria carne e il vino nel proprio sangue. Su entrambi i miracoli aleggia la divina e potenza affermazione di Gesù: “Io sono, non abbiate paura”.
Dal racconto degli altri Vangeli sappiamo il carattere drammatico della traversata del lago agitato: come le onde facessero dondolare la barca da una parte all’altra, e i discepoli, che Gesù aveva esortato a precederlo dall’altra parte del lago, temessero per la loro vita. Il Vangelo di san Giovanni non racconta niente di tutto questo. Certamente si può immaginare il comportamento dei discepoli, ma non viene menzionato. Chiaramente, l’evangelista non vuole che ci soffermiamo sull’atteggiamento dei discepoli; perché, in fondo, ciò non ha importanza per il racconto. Solo Gesù è importante. I discepoli se ne sono resi conto: bisogna che Gesù salga sulla loro barca, altrimenti questa non raggiungerà la riva. Ma i discepoli hanno sottovalutato Gesù: la barca raggiunge sempre il suo scopo, se Gesù lo vuole; questo non dipende assolutamente dalla sua presenza fisica sulla barca. Gesù rimane sempre il padrone della sua Chiesa. Senza restrizioni. Ed è per questo che egli può dire di se stesso: sono io. Nell’Antico Testamento, è in questo modo che Dio parlava al suo popolo.

Lettura del Vangelo: Venuta la sera, i suoi discepoli di Gesù scesero al mare, salirono in barca e si avviarono verso l’altra riva del mare in direzione di Cafàrnao. Era ormai buio e Gesù non li aveva ancora raggiunti; il mare era agitato, perché soffiava un forte vento. Dopo aver remato per circa tre o quattro miglia, videro Gesù che camminava sul mare e si avvicinava alla barca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Sono io, non abbiate paura!». Allora vollero prenderlo sulla barca, e subito la barca toccò la riva alla quale erano diretti.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi racconta l’episodio della barca sul mare agitato. Gesù si trova sulla montagna e i discepoli nella barca. Nel modo di descrivere i fatti, Giovanni cerca di aiutare le comunità a scoprire il mistero che avvolge la persona di Gesù. Lo fa evocando testi dell’Antico Testamento che alludono all’esodo.
- All’epoca in cui Giovanni scrive, la barchetta delle comunità doveva affrontare un vento contrario sia da parte di alcuni giudei convertiti che volevano ridurre il mistero di Gesù a profezie e figure dell’Antico Testamento, sia da parte di alcuni pagani convertiti che pensavano che fosse possibile un’alleanza tra Gesù e l’impero.
- Giovanni 6,15: Gesù sulla montagna. Dinanzi alla moltiplicazione dei pani, la gente conclude che Gesù è il messia atteso, perché secondo la speranza della gente dell’epoca, il Messia avrebbe ripetuto il gesto di Mosè: alimentare la gente nel deserto. Per questo, secondo l’ideologia ufficiale, la moltitudine pensava che Gesù fosse il messia e, per questo, voleva fare di lui un re (cfr. Gv 6,14-15). Questa richiesta della gente era una tentazione sia per Gesù che per i discepoli. Nel vangelo di Marco, Gesù obbliga i discepoli a imbarcarsi immediatamente e ad andare all’altro lato del lago (Mc 6,45). Voleva evitare che si contaminassero con l’ideologia dominante. Segno, questo, che il “fermento di Erode e dei farisei”, era molto forte (cfr. Mc 8,15). Gesù affronta la tentazione con la preghiera sulla montagna.
- Giovanni 6,16-18. La situazione dei discepoli. Era già di notte. I discepoli scesero verso il mare, salirono sulla barca e si diressero verso Cafarnao, all’altro lato del mare (del lago). Giovanni dice che era già buio e che Gesù non era ancora arrivato. Da un lato evoca l’esodo: attraversare il mare in mezzo a difficoltà. Dall’altro evoca la situazione delle comunità nell’impero romano: con i discepoli, vivevano nel buio, con il vento contrario ed il mare agitato e Gesù sembrava assente!
- Giovanni 6,19-20. Cambiamento della situazione. Gesù giunge camminando sul mare. I discepoli si spaventano. Come avviene nel racconto dei discepoli di Emmaus, loro non lo riconoscono (Lc 24,28). Gesù si avvicina e dice: “Sono io! Non temete!”. Qui, di nuovo, chi conosce la storia dell’Antico Testamento, ricorda alcuni fatti molto importanti: (a) Ricorda che la moltitudine, protetta da Dio, attraversò senza paura il Mar Rosso. (b) Ricorda che Dio, nel chiamare Mosè, dichiara il suo nome dicendo: “Io sono!” (cfr. Es 3,15). (c) Ricorda anche il libro di Isaia che presenta il ritorno dall’esilio come un nuovo esodo, in cui Dio appare ripetendo molte volte: “Io sono!” (cfr. Is 42,8; 43,5.11-13; 44,6.25; 45,5-7).
- Per il popolo della Bibbia, il mare era il simbolo dell’abisso, del caos, del male (Ap 13,1). Nell’Esodo, il popolo compie la traversata verso la libertà affrontando e vincendo il mare. Dio divide il mare con il suo soffio e la moltitudine attraversa il mare sull’asciutto (Es 14,22). In altri passaggi la Bibbia mostra Dio che vince il mare (Gen 1,6-10; Sal 104,6-9; Pro 8,27). Vincere il mare significa imporgli i propri limiti ed impedire che inghiottisca tutta la terra con le sue onde. In questo passaggio Gesù rivela la sua divinità dominando e vincendo il mare, impedendo che la barca dei suoi discepoli sia trascinata dalle onde. Questo modo di evocare l’Antico Testamento, di usare la Bibbia, aiutava le comunità a percepire meglio la presenza di Dio in Gesù e nei fatti della vita. Non temete!
- Giovanni 6,22. Giunsero nel porto desiderato. Loro vogliono prendere Gesù nella barca, ma non fu necessario, perché la barca toccò la riva alla quale erano diretti. Giunsero al porto desiderato. Il Salmo dice: “Ridusse la tempesta alla calma, tacquero i flutti del mare. Si rallegrarono nel vedere la bonaccia ed egli li condusse al porto sospirato” (Sal 107,29-30).

Per un confronto personale
- Sulla montagna: Perché Gesù cerca di stare da solo per pregare dopo la moltiplicazione dei pani? Qual è il risultato della sua preghiera?
- È possibile oggi camminare sulle acque del mare della vita? Come?

Preghiera finale: Esultate, giusti, nel Signore: ai retti si addice la lode. Lodate il Signore con la cetra, con l’arpa a dieci corde a lui cantate (Sal 32).
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 14 aprile 2013   Mer Apr 10, 2013 9:34 am

DOMENICA 14 APRILE 2013


RITO ROMANO
ANNO C
III DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: Manda il tuo santo Spirito, o Padre, perché la notte infruttuosa della nostra vita si trasformi nell’alba radiosa in cui riconosciamo il tuo Figlio Gesù presente in mezzo a noi. Aleggi il tuo Spirito sulle acque del nostro mare, come già al principio della creazione e si aprano i nostri cuori all’invito d’amore del Signore, per partecipare al banchetto imbandito del suo Corpo e della sua Parola. Arda in noi, o Padre, il tuo Spirito, perché diventiamo testimoni di Gesù, come Pietro, come Giovanni, come gli altri discepoli e usciamo anche noi, ogni giorno, per la pesca del tuo regno. Amen.

Letture:
At 5,27-32.40-41 (Di questi fatti siamo testimoni noi e lo Spirito Santo)
Sal 29 (Ti esalterò, Signore, perché mi hai risollevato)
Ap 5,11-14 (L’Agnello, che è stato immolato, è degno di ricevere potenza e ricchezza)
Gv 21,1-19; forma breve Gv 21,1-14 (Viene Gesù, prende il pane e lo dà loro, così pure il pesce)

«È il Signore!»
Stiamo vivendo il tempo di Pasqua, tempo di grande gioia, di gioia perché il Signore è risorto, non solo, è risorto... ma perché è presente, è vivo in mezzo a noi. La Chiesa vive, noi che siamo la Chiesa viviamo della fede in Gesù, Gesù risorto. Non è soltanto la comunità di quelli che condividono gli insegnamenti dottrinali di Gesù o gli insegnamenti morali di Gesù, che ammirano gli esempi di Gesù. La Chiesa tutta crede che Dio Padre ha risuscitato Gesù, e lo ha fatto “capo e Signore”. Ma come possiamo riconoscerlo (Gesù)? Come possiamo sentire la sua presenza, sentire la forza del suo Spirito, nella nostra vita? Come possiamo testimoniarlo? Alcune domande che è lecito fare. E la risposta, mi pare, una precisa risposta ci dà proprio il Vangelo di oggi, lo fa con l’affermazione stupìta, meravigliata del discepolo che Gesù amava, Giovanni: «è il Signore!». Il Vangelo che oggi ascoltiamo ci presenta sette discepoli; tutti insieme, vanno a pescare, vanno sul mare di Tiberìade. Niente di nuovo si direbbe, fanno quello che hanno fatto tante volte, quello che hanno fatto prima di aver incontrato Gesù. Compiono un gesto per loro usuale, quotidiano, gesto in cui mettevano tutta l’esperienza, tutta la loro passione, di tanti anni. Tante volte avranno sperimentato la gioia di una pesca abbondante. Ora, questa notte, provano delusione perché questa volta la rete è vuota. Non hanno preso nulla. I discepoli hanno lavorato, faticato tutta la notte: questo vale per tutti i discepoli, pensando sia alla fatica fisica, sia a quella spirituale, la fatica che accompagna le nostre opere e i nostri giorni. Non solo c’è la fatica, ma anche il senso di delusione; alla fatica, all’impegno non corrisponde un risultato: in quella notte non presero proprio nulla. E nel pieno della delusione e della stanchezza compare una voce, voce che sembra conosciuta, una parola, una parola che invita a riprovare, che intende risvegliare i loro animi, risvegliare ad una fedeltà, ad una fiducia, ad un’apertura alla promessa di Gesù, del Signore che dice: «Buttate ancora le reti, riprovate ancora». I discepoli potevano cedere, cedere alla stanchezza, cedere alla delusione. Invece obbediscono, si fidano della parola che viene pronunciata, la parola sulla loro vita, gettano, ancora una volta la rete. Si fidano, si abbandonano alla parola del Signore. Ed ecco, il miracolo si compie. E nel segno del miracolo sentono la presenza del Signore, del Risorto che non abbandona i suoi discepoli ma sempre li accompagna, che è sempre con loro nel loro cammino di vita e di fede. Le reti sono piene di pesci e reggono, non si spezzano, i cuori sono ripieni di gioia e di meraviglia e reggono anche essi, reggono l’impatto di un incontro non programmato con Gesù eppure atteso, tutti volevano rivederlo, risentirlo, toccarlo di nuovo, mangiare ancora con lui... E lui, il Signore asseconda, esaudisce ancora quell’attesa del cuore, dell’anima... Ed ancora prepara loro da mangiare, spezza ancora il pane per loro, lo distribuisce... Questo nel vangelo... Ma noi crediamo che la stessa cosa avviene anche per noi... noi crediamo che anche per noi durante la Messa, durante la Celebrazione Eucaristica domenicale, alla quale arrivano tanti, anche noi, qualche volta stanchi, delusi per le nostre reti vuote, per non aver prodotto, combinato molto in questi giorni, ecco, nonostante questo sulla sponda del lago c’è sempre qualcuno che ci aspetta, c’è sempre qualcuno che ha qualcosa per noi, che ci sfama, che ci incoraggia, che ci sostiene, che ci dà forza... È questo qualcuno è Gesù che ancora spezza il pane per noi, che per chi parteciperà alla messa, lo spezzerà ancora per noi. Chiediamo che questa esperienza, l’esperienza della benedizione di Dio la benedizione sulla nostra vita, la vita che sempre si rinnova e ci rinnova, ci rinnovi alla speranza, a quel coraggio che fanno di noi, uomini poveri, ma ricchi di lui, e testimoni del Vangelo.
La terza volta che Gesù si manifesta ai suoi, dopo la risurrezione, è densa di avvenimenti e di insegnamenti. Egli si ferma sulla riva del lago a cuocere il pesce per loro, e a presentarsi ancora come uno che serve, perché il Risorto è tutto Amore, Spirito vivificante. Ed è sull’amore che interroga Pietro. Non è un esame, ma solo una triplice affettuosa richiesta, all’uomo che per tre volte l’aveva rinnegato e che ciò nonostante doveva essere la prima pietra della sua Chiesa. Di fronte alla debolezza di Pietro, soggetto ad alti e bassi, come un po’ tutti noi poveri mortali, si erge maestosa e commovente la fedeltà adamantina di Gesù all’uomo che aveva scelto. Ma a tutti noi quel dialogo umano fra Gesù e Pietro dice anche qualcosa di estremamente consolante. Ci dice cioè che, se erriamo, Gesù, una volta ravveduti, non ricorda il nostro sbaglio e vede in noi solo quello splendido disegno per il quale Dio ci ha creato. Questa è la misericordia di Dio! Pietro, forgiato dalle umiliazioni della tristissima prova fallita, si abbandona totalmente a Gesù. Come lui, anche noi esaminiamo il nostro cuore, per potergli dire e ripetere spesso: “Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo” (Gv 21,16).

Approfondimento del Vangelo (L’amore ci fa riconoscere la presenza del Signore. L’invito all’Eucaristia del Risorto)
Il testo: In quel tempo, Gesù si manifestò di nuovo ai discepoli sul mare di Tiberìade. E si manifestò così: si trovavano insieme Simon Pietro, Tommaso detto Dìdimo, Natanaèle di Cana di Galilea, i figli di Zebedèo e altri due discepoli. Disse loro Simon Pietro: «Io vado a pescare». Gli dissero: «Veniamo anche noi con te». Allora uscirono e salirono sulla barca; ma quella notte non presero nulla. Quando già era l’alba, Gesù stette sulla riva, ma i discepoli non si erano accorti che era Gesù. Gesù disse loro: «Figlioli, non avete nulla da mangiare?». Gli risposero: «No». Allora egli disse loro: «Gettate la rete dalla parte destra della barca e troverete». La gettarono e non riuscivano più a tirarla su per la grande quantità di pesci. Allora quel discepolo che Gesù amava disse a Pietro: «È il Signore!». Simon Pietro, appena udì che era il Signore, si strinse la veste attorno ai fianchi, perché era svestito, e si gettò in mare. Gli altri discepoli invece vennero con la barca, trascinando la rete piena di pesci: non erano infatti lontani da terra se non un centinaio di metri. Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. Disse loro Gesù: «Portate un po’ del pesce che avete preso ora». Allora Simon Pietro salì nella barca e trasse a terra la rete piena di centocinquantatré grossi pesci. E benché fossero tanti, la rete non si squarciò. Gesù disse loro: «Venite a mangiare». E nessuno dei discepoli osava domandargli: «Chi sei?», perché sapevano bene che era il Signore. Gesù si avvicinò, prese il pane e lo diede loro, e così pure il pesce. Era la terza volta che Gesù si manifestava ai discepoli, dopo essere risorto dai morti. Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, per la seconda volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gli disse: «Pascola le mie pecore». Gli disse per la terza volta: «Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli domandasse: «Mi vuoi bene?», e gli disse: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi». Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: «Seguimi».

Contesto del brano: Sento il bisogno, adesso, dopo questo primo contatto col brano, di capire meglio il contesto nel quale esso va collocato. Prendo in mano la Bibbia e non mi lascio trascinare dalle prime impressioni superficiali; voglio mettermi a cercare, ad ascoltare. Sono al cap. 21 di Giovanni, praticamente alla fine del Vangelo e ogni fine contiene in sé tutto ciò che l’ha preceduta, che l’ha piano piano formata. Questa pesca sul lago di Tiberiade mi rimanda con forza e chiarezza all’inizio del Vangelo, dove Gesù chiama i primi discepoli, gli stessi che sono ancora presenti qui: Pietro, Giacomo e Giovanni, Natanaele. Il pranzo con Gesù, il pasto col pane e i pesci mi riporta al cap. 6, dove era avvenuta la grande moltiplicazione dei pani, la rivelazione del Pane di Vita. Il colloquio intimo e personale di Gesù con Pietro, la sua triplice domanda: “Mi ami?” mi conduce di nuovo alla notte della Pasqua, dove Pietro aveva rinnegato il Signore per tre volte. E poi, se guardo appena poco più indietro nel Vangelo, trovo le stupende pagine della resurrezione: la corsa di Maddalena e delle donne al sepolcro nella notte, la scoperta della tomba vuota, la corsa di Pietro e Giovanni, il loro piegarsi sul sepolcro, la loro contemplazione, la loro fede; trovo ancora gli undici chiusi nel cenacolo e l’apparizione di Gesù risorto, il dono dello Spirito, l’assenza e l’incredulità di Tommaso, poi recuperata da una nuova apparizione; ascolto la proclamazione di quella stupenda beatitudine, che è per tutti noi, oggi, chiamati a credere, senza aver visto. E dopo queste cose giungo anch’io qui, sulle acque di questo mare, in una notte senza pesca, senza niente fra le mani. Ma proprio qui, proprio a questo punto, io sono raggiunto, sono avvolto dalla manifestazione, dalla rivelazione del Signore Gesù. Sono qui, dunque, per riconoscerlo anch’io, per buttarmi in mare e raggiungerlo, per partecipare al suo banchetto, per lasciare scavare dentro dalle sue domande, dalle sue parole, perché, ancora una volta, Lui possa ripetermi: “Seguimi!” e io, finalmente, gli dica il mio “Eccomi!” più pieno, più vero, valido per sempre.

Suddivisione del brano:
- Mi sono subito accorto che il brano è costituito da due grandi scene, una più bella dell’altra, che trovano il loro punto di divisione, ma anche di congiunzione ai vv. 14-15, dove l’evangelista passa dal rapporto fra Gesù e i discepoli all’incontro intimo di Gesù con Pietro. È un percorso fortissimo di avvicinamento al Signore, che è preparato anche per me, che in questo momento mi accosto a questa Parola. Per riuscire ad entrare ancor meglio, cerco di soffermarmi sulle scene e sui passaggi anche minimi che mi si presentano.
- v.1: Con la doppia ripetizione del verbo ‘manifestarsi’, Giovanni attira subito la nostra attenzione su un evento grande che sta per compiersi. La potenza della risurrezione di Gesù non ha ancora finito di invadere la vita dei discepoli e quindi della Chiesa; occorre disporsi ad accogliere la luce, la presenza, la salvezza che Cristo ci dona. E come si manifesta ora, in questo brano, così continuerà sempre a manifestarsi nella vita dei credenti. Anche nella nostra.
- vv. 2-3: Pietro e altri sei discepoli escono dal chiuso del cenacolo e si spingono fuori, verso il mare per pescare, ma dopo tutta una notte di fatica, non prendono nulla. È il buio, la solitudine, l’incapacità delle forze umane.
- vv. 4-8: Finalmente spunta l’alba, torna la luce e compare Gesù ritto sulla riva del mare. Ma i discepoli non lo riconoscono ancora; hanno bisogno di compiere un cammino interiore molto forte. L’iniziativa è del Signore che, con le sue parole, li aiuta a prendere coscienza del loro bisogno, della loro condizione: non hanno nulla da mangiare. Poi li invita a gettare di nuovo la rete; l’obbedienza alla sua Parola compie il miracolo e la pesca è sovrabbondante. Giovanni, il discepolo dell’amore, riconosce il Signore e grida la sua fede agli altri discepoli. Pietro aderisce immediatamente e si butta in mare per raggiungere al più presto il suo Signore e Maestro. Gli altri, invece, si avvicinano trascinando la barca e la rete.
- vv. 9-14: La scena si sposta sulla terra ferma, dove Gesù stava aspettando i discepoli. Qui si realizza il banchetto: il pane di Gesù è unito ai pesci dei discepoli, la sua vita e il suo dono diventano tutt’uno col la vita e il dono loro. È la forza della Parola che diventa carne, diventa esistenza.
- vv. 15-18: Adesso Gesù parla direttamente al cuore di Pietro; è un momento d’amore molto forte, dal quale non posso restare fuori, perché quelle precise parole del Signore sono scritte e ripetute anche per me, oggi. Una reciproca dichiarazione d’amore ribadita per tre volte, capace di superare tutte le infedeltà, le debolezze, i cedimenti. Da adesso comincia una vita nuova, per Pietro e anche per me, se lo voglio.
- v. 19: Questo versetto, che chiude il brano, è un po’ particolare, perché presenta un commento dell’evangelista e subito di nuovo lascia risuonare la parola di Gesù per Pietro, parola fortissima e definitiva: “Seguimi!”, alla quale non c’è altra risposta che la vita stessa.

Un momento di silenzio orante: A questo punto mi fermo un po’ e raccolgo nel mio cuore tutte le parole che ho letto e ascoltato. Cerco di fare come Maria, che prendeva fra le mani le parole del suo Signore e le metteva a confronto, le soppesava, le lasciava parlare da sole, senza interpretare, cambiare, senza togliere o aggiungere nulla. Faccio silenzio, mi riposo su questo brano, ripercorrendolo col cuore.

Alcune domande: Adesso è importante che io mi lasci interpellare da questa parola, che mi lasci scavare dentro, che mi lasci raggiungere. Bisogna che la mia vita sia toccata dalle dita del Signore, come uno strumento che Lui vuole suonare. Non devo tirarmi indietro, nascondermi, fare finta che tutto vada bene, seguendo solo i bei ragionamenti della testa. È il cuore che va messo a nudo; è l’anima che deve essere raggiunta nel suo punto più profondo, come dice la lettera agli Ebrei (4,12).
a) “Uscirono e salirono sulla barca” (v. 3). Sono disposto, anch’io, a compiere questo percorso di conversione? Mi lascio risvegliare dall’invito di Gesù? O preferisco continuare a rimanere nascosto, dietro le mie porte chiuse per paura, come erano i discepoli nel cenacolo? Voglio decidermi a venir fuori, a uscire dietro a Gesù, a lasciarmi da Lui inviare? C’è una barca pronta anche per me, c’è una vocazione d’amore che il Signore mi ha donato; quando mi deciderò a rispondere veramente?
b) “Ma in quella notte non presero nulla” (v. 3). Ho il coraggio di lasciarmi dire dal Signore che in me c’è il vuoto, che è notte, che non ho nulla fra le mani? Ho il coraggio di riconoscermi bisognoso di Lui, della sua presenza? Voglio rivelare a Lui il mio cuore, il più profondo di me stesso, quello che cerco continuamente di negare, di tenere nascosto? Lui sa tutto, mi conosce fino in fondo; vede che non ho nulla da mangiare; però sono io che devo rendermene conto, che devo finalmente arrivare da Lui a mani vuote, magari piangendo, col cuore gonfio di tristezza e angoscia. Se non faccio questo passo, non spunterà mai la vera luce, l’alba del mio giorno nuovo.
c) “Gettate la rete dalla parte destra” (v. 6). Il Signore mi parla anche chiaramente; c’è un momento in cui, grazie a una persona, a un incontro di preghiera, a una Parola ascoltata, io comprendo chiaramente cosa devo fare. Il comando è chiarissimo; bisogna solo ascoltare e obbedire. “Getta dalla parte destra”, mi dice il Signore. Ho il coraggio di fidarmi di Lui, finalmente, o voglio continuare a fare di testa mia, a prendere le mie misure? La mia rete, voglio gettarla a Lui?
d) “Simon Pietro... si gettò in mare” (v. 7). Non so se si possa trovare un versetto più bello di questo. Pietro gettò se stesso, come la vedova al tempio gettò tutto quanto aveva per vivere, come l’indemoniato guarito (Mc 5,6), come Giairo, come l’emorroissa, come il lebbroso, che si gettarono ai piedi di Gesù, consegnando a Lui la loro vita. O come Gesù stesso, che si gettò a terra e pregava il Padre suo (Mc 14,35). Adesso è il mio momento. Voglio, anch’io, gettarmi nel mare della misericordia, dell’amore del Padre, voglio consegnare a Lui tutta la mia vita, la mia persona, i miei dolori, le speranze, i desideri, i miei peccati, la mia voglia di ricominciare? Le sue braccia sono pronte ad accogliermi, anzi, sono sicuro: sarà Lui a gettarsi al mio collo, come sta scritto... “Il padre lo vide da lontano, gli corse incontro e si gettò al suo collo e lo baciò”.
e) “Portate dei pesci che avete preso ora” (v. 10). Il Signore mi chiede di unire al suo cibo il mio, alla sua vita la mia. E siccome si tratta di pesci, significa che l’evangelista sta parlando di persone, quelli che il Signore stesso vuole salvare, anche attraverso la mia pesca. Perché per questo Lui mi invia. E alla sua mensa, alla sua festa, Egli aspetta me, ma aspetta anche tutti quei fratelli e quelle sorelle che nel suo amore Egli consegna alla mia vita. Non posso andare da Gesù da solo. Questa Parola, allora, mi chiede se sono disposto ad avvicinarmi al Signore, a sedermi alla sua tavola, a fare Eucaristia con Lui e se sono disposto a spendere la mia vita, le mie forze, per portare con me da Lui tanti fratelli. Devo guardarmi con sincerità nel cuore e scoprire le mie resistenze, le mie chiusure a Lui e agli altri.
f) “Mi ami tu?” (v. 15). Come faccio a rispondere a questa domanda? Chi ha il coraggio di proclamare il suo amore per Dio? Mentre vengono a galla tutte le mie infedeltà, i miei rinnegamenti; perché quello che è successo a Pietro fa parte anche della mia storia. Però non voglio che questa paura mi blocchi e mi faccia indietreggiare; no! Io voglio andare da Gesù, voglio stare con Lui, voglio avvicinarmi e dirgli che, sì, io lo amo, gli voglio bene. Prendo a prestito le parole stesse di Pietro e le faccio mie, me le scrivo sul cuore, le ripeto, le rumino, le faccio respirare e vivere nella mia vita e poi prendo coraggio e le dico davanti al volto di Gesù: “Signore, tu sai tutto; tu sai che io ti amo”. Così come sono, io Lo amo. Grazie, Signore, che mi chiedi l’amore, che mi aspetti, mi desideri; grazie, perché tu gioisci del mio povero amore.
g) “Pasci le mie pecore... Seguimi” (vv. 15.19). Ecco, il brano termina così e rimane aperto, continua a parlarmi. Questa è la parola che il Signore mi consegna, perché io la realizzi nella mia vita, da oggi in poi. Voglio accogliere la missione che il Signore mi affida; voglio rispondere alla sua chiamata e voglio seguirlo, dove Egli mi condurrà. Ogni giorno, nelle piccole cose.

Una chiave di lettura: L’incontro con questa Parola di Gesù ha toccato in profondità il mio cuore, la mia vita e sento che qui non c’è solo la storia di Pietro, di Giovanni e degli altri discepoli, ma c’è anche la mia. Vorrei che quanto è scritto di loro si realizzasse anche per me. In particolare sono attratto dall’esperienza di Pietro, dal suo cammino di conversione così forte: parte dalla caduta, dal rinnegamento e arriva al sì più pieno, più luminoso al Signore Gesù. Voglio che questo accada anche a me. Allora provo, adesso, a ripercorrere questo brano stupendo, stando attento in particolare al cammino di Pietro, ai suoi movimenti, alle sue reazioni. È come un battesimo nell’amore. Pietro è il primo che prende l’iniziativa e annuncia ai suoi fratelli la sua decisione di andare a pescare. Pietro esce verso il mare, che è il mondo, va verso i fratelli, perché sa di essere stato fatto pescatore di uomini (Lc 5,10); proprio come Gesù, che era uscito dal Padre per venire a piantare la sua tenda in mezzo a noi. E ancora Pietro è il primo a reagire all’annuncio di Giovanni che riconosce Gesù presente sulla riva: si cinge la veste e si butta in mare. Mi sembrano allusioni forti al battesimo, quasi che Pietro voglia definitivamente seppellire il suo passato in quelle acque, così come fa un catecumeno che entra nel fonte battesimale. Pietro si consegna a queste acque purificatrici, si lascia curare: si getta in esse, portando con sé le sue presunzioni, le sue colpe, il peso del rinnegamento, il pianto. Per risalire uomo nuovo all’incontro col suo Signore. Prima di buttarsi, Pietro, si cinge, così come Gesù, prima di lui, si era cinto per lavare i piedi ai discepoli nell’ultima cena. È la veste del servo, di colui che si dona ai fratelli e proprio questa veste copre la sua nudità. È la veste del Signore stesso, che lo avvolge nel suo amore e nel suo perdono. Grazie a questo amore Pietro potrà risalire dal mare, potrà risorgere, ricominciare. Anche di Gesù è detto che risalì dall’acqua, dopo il suo battesimo; lo stesso verbo, la stessa esperienza accomuna il Maestro e il discepolo. Pietro è ormai un uomo nuovo! Per questo potrà affermare per tre volte di amare il Signore. Anche se rimane aperta in lui la ferita del suo triplice rinnegamento, questa non è l’ultima parola; ma proprio qui Pietro conosce il perdono del Signore e conosce la debolezza, che gli si rivela come il luogo di un amore più grande. Pietro riceve amore, un amore che va ben al di là del suo tradimento, della sua caduta: un di più d’amore che lo rende capace di servire i fratelli, di portarli ai pascoli verdeggianti del Signore Gesù. Non solo, ma in questo servizio d’amore, Pietro diventerà come il Pastore bello, come Gesù stesso; anche lui, infatti, darà la vita per il gregge, tenderà le mani nella crocifissione, come affermano le fonti storiche. Crocifisso a testa in giù, Pietro sarà completamente capovolto, ma nel mistero d’amore egli così si raddrizzerà veramente e porterà a compimento quel battesimo iniziato nel momento in cui si era gettato in mare conto della veste. Pietro diventa, allora l’agnello che segue il Pastore fino al martirio.

Preghiera finale: Grazie, o Padre, per avermi accompagnato al di là della notte, verso l’alba nuova dove mi è venuto incontro il tuo Figlio Gesù. Grazie per avere aperto il mio cuore all’accoglienza della Parola e avere operato il prodigio di una pesca sovrabbondante nella mia vita. Grazie per il battesimo nelle acque della misericordia e dell’amore, per il banchetto sulla riva del mare. Grazie per i fratelli e le sorelle che sempre siedono con me attorno alla mensa del Signore Gesù, offerto per noi. E grazie perché non ti stanchi di avvicinarti alla nostra vita e di mettere a nudo il nostro cuore, Tu che solo lo puoi veramente guarire. Grazie, infine, per la chiamata che anche oggi il Signore mi ha rivolto, dicendomi: “Tu, seguimi!”. O, infinito Amore, io voglio venire con Te, voglio portarti ai miei fratelli!

RITO AMBROSIANO
ANNO C
III DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 28,16-28
Sal 96
Rm 1,1-1-16b
Gv 8,12-19

Io sono la luce del mondo
Il giorno in cui ufficialmente Gesù fu presentato al tempio, il vecchio Simeone lo chiamò “luce delle genti”, ma aggiunse: “Segno di contraddizione affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,35). Ecco: Gesù, luce che apre alla vita, ma non tutti si aprono a questa luce, e da sempre anche la Chiesa e i Cristiani divengono testimoni spesso incompresi, quando non emarginati e perseguitati. Richiede una disposizione soggettiva per cogliere e credere alla luce che è Cristo. Sta qui il giudizio di vita o di morte che ciascuno si dà di fronte all’iniziativa salvifica di Dio.
Io sono la luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo,...eppure il mondo non lo ha riconosciuto” (Gv 1,9-10). Anche se - è sempre san Giovanni che nel prologo dà questa visione globale del disegno di Dio - “La luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1,5). È il dramma della salvezza: offerta da Dio a tutti gli uomini, ma bloccata nel suo espandersi dalla libertà del cuore umano, purtroppo incomprensibilmente chiuso alla luce. Già di fronte a Gesù si alza la contestazione dei Giudei: “La tua testimonianza non è vera”. E anche Paolo, di fronte agli Ebrei di Roma, “cercava di convincerli riguardo a Gesù, partendo dalla legge di Mosè e dai Profeti. Alcuni erano persuasi delle cose che venivano dette, altri invece non credevano” (Lett.). Allora doveva concludere: “Sia dunque noto a voi che questa salvezza di Dio fu inviata alle nazioni, ed esse ascolteranno” (Ibid.). La luce non può essere soffocata, il Vangelo non può essere incatenato: “A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti” (Mt 21,43). Rifiutato dagli Ebrei, il Vangelo passa ai Gentili. Paolo era assolutamente convinto della efficacia del vangelo, “perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede” (Epist.). Purché non si chiuda il cuore, come già aveva avvertito Isaia: “Il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiusi gli occhi” (Lett.). Anche Gesù ha rinfacciato ai suoi interlocutori: “Voi giudicate secondo la carne”. Un giorno, davanti all’evidente segno del cieco nato guarito, Gesù ebbe a dichiarare con forza: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9,41). È rifiuto di una luce che conduce alla vita: “Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita”. Luce che dà vita eterna: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,4). Dichiarerà esplicitamente Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). La strada è credere a lui: “Chi crede nel Figlio ha la vita eterna; chi non obbedisce al Figlio non vedrà la vita” (Gv 3,36). Riconoscere Gesù è arrivare a conoscere e possedere il Padre: “Se conosceste me, conoscereste anche il Padre mio”. Gesù insisteva: “Credete a me: Io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse” (Gv 14,11).
Credere alla luce: “Dov’è tuo Padre?”, cioè quali sono i segni che vieni dal Padre? Anche a noi vien da dire: dove sono le prove della qualità divina della mia fede? Sentiamo, come dice Paolo, di “essere stati salvati nella speranza” (Rm 8,24). Si tratta allora di recuperare i segni divini compiuti da Gesù. Egli si sentiva forte proprio perché poteva portare la testimonianza del Padre: “Sono io che do testimonianza di me stesso, e anche il Padre, che mi ha mandato, dà testimonianza di me”. Le opere che compio dicono che sono inviato dal Padre: “Quelle opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato” (Gv 5,36). La documentazione base della nostra fede sono i fatti narrati nel vangelo, la testimonianza diretta di chi ha sperimentato la presenza divina nella persona di Gesù: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). Ma ci vuole altro perché quei fatti divengano convincenti al nostro sguardo. Gesù l’aveva detto: “Quando verrà il Paraclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me” (Gv 15,26). Sarà lui a farci capire quanto Gesù ha detto: “Vi guiderà a tutta la verità, prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà” (Gv 16,13-14). È grazia di Dio la fede in Gesù: “Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato. Sta scritto nei Profeti: E tutti saranno istruiti da Dio” (Gv 6,44-45). La mia croce, dice Gesù, diverrà come una calamita che attira a me i cuori sinceri: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12,32). Ma non di meno si richiede una disposizione personale che è fatta anche di coerenza morale. Disse Gesù: “La luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che sue opere sono state fatte in Dio” (Gv 3,19-21). Del resto l’aveva promesso: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5,8). San Paolo identifica in un orgoglio personale questa incapacità di percepire Dio: “Pur avendo conosciuto Dio, non lo hanno glorificato né ringraziato come Dio, ma si sono perduti nei loro vani ragionamenti e la loro mente ottusa si è ottenebrata. mentre si dichiaravano sapienti, sono diventati stolti” (Rm 1,21-22).
“Neppure i suoi fratelli credevano in lui” (Gv 7,5). Giunto a Gerusalemme si “faceva un gran parlare di lui. Alcuni infatti dicevano: È buono! Altri invece dicevano: No, inganna la gente!” (Gv 7,12). Ieri come oggi: davanti alla luce uno può chiudere gli occhi. Anche oggi il mondo è pieno di pregiudizi. Forse per questo Gesù incaricò i suoi ad essere “luce del mondo.., perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre” (Mt 5,14-16). Testimoni almeno per aiutare a ripulire i pregiudizi, .. se non anche i pretesti!
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MessaggioOggetto: sabato 20 aprile 2013   Gio Apr 18, 2013 9:04 am

SABATO 20 APRILE 2013

SABATO DELLA III DOMENICA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Dio, che nell’acqua del Battesimo hai rigenerato coloro che credono in te, custodisci in noi la vita nuova, perché possiamo vincere ogni assalto del male e conservare fedelmente il dono del tuo amore.

Letture:
At 9,31-42 (La Chiesa si consolidava, e con il conforto dello Spirito Santo cresceva di numero)
Sal 115 (Che cosa renderò al Signore, per tutti i benefici che mi ha fatto?)
Gv 6, 60-69 (Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna)

La Chiesa cresceva, ricolma del conforto dello Spirito Santo
Pietro va in “visita pastorale” alle comunità della costa palestinese. Il senso della sua presenza si manifesta attraverso il suo operare: portando liberazione nel nome del Signore, suscita la fede. La risurrezione è per eccellenza, la parola “scandalosa” di Dio (6,62). Solo l’intelligenza dello Spirito apre la comprensione e l’accettazione del mistero di Dio. L’offerta che Gesù fa di se stesso come pane di vita, come carne da mangiare e sangue da bere, è giudicata “dura”, difficile da accettare, e viene rifiutata, perché non è capita nel suo significato profondo. Restano però fedeli a Gesù gli apostoli: la loro fede è espressa e interpretata da Pietro. In realtà anche un apostolo non crede che Gesù abbia parola di vita eterna, non lo riconosce come “il santo di Dio”. È Giuda che lo tradirà, anzi che ha già incominciato a tradirlo. Noi invece, umilmente prostrati nella richiesta di aumentare la nostra fede con Pietro diciamo: Signore, da chi andremo, tu solo hai parole di vita, e di vita eterna.
“Nessuno si deve aspettare da me qualcosa di cui io non sono capace”. Non si può non approvare chi parla così. Anche Dio non chiede a nessuno l’impossibile. Ma chi decide concretamente che cosa è troppo per lui? Ci conosciamo troppo bene: ognuno ha la tendenza a sentire come inaccettabile qualcosa che non gli piace piuttosto che qualcosa che gli fa piacere. Che cosa può esserci di inaccettabile, se si può perfino esigere la vita di un uomo? I discepoli sentono il discorso di Gesù come inaccettabile. Perché, quando qualcuno afferma: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna”, ciò oltrepassa di molto il concepibile. E tuttavia: in nome dei Dodici, Pietro esprime la sua professione di fede in colui che parla in termini così poco comprensibili. Egli la giustifica in un modo sorprendente: “Soltanto le tue parole (incomprensibili) sono parole di vita eterna”. Nessun mortale è capace di pronunciare queste parole, che vanno ben oltre quello che chiunque potrebbe dire. Solo chi resta incomprensibile pur rivelandosi - con parole di vita eterna - è capace di offrire agli uomini l’ultimo rifugio.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, molti dei suoi discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?». Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro: «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova; le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono». Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva: «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre». Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi presenta la parte finale del Discorso del Pane di Vita. Si tratta Della discussione dei discepoli tra di loro e con Gesù (Gv 6,60-66) e della conversazione di Gesù con Simon Pietro (Gv 6,67-69). L’obiettivo è quello di mostrare le esigenze della fede e la necessità di un impegno serio con Gesù e con la sua proposta. Fino a qui tutto succedeva nella sinagoga di Cafarnao. Non si indica il luogo di questa parte finale.
- Giovanni 6,60-63: Senza la luce dello Spirito queste parole non si capiscono. Molti discepoli pensavano che Gesù stesse andando troppo oltre! Stava terminando la celebrazione della Pasqua e si stava lui stesso ponendo nel posto più centrale della Pasqua. Per questo, molta gente si separò dalla comunità e non andava più con Gesù. Gesù reagisce dicendo: “È lo spirito che dà vita, la carne non giova a nulla”. Non devono prendersi letteralmente queste cose che lui dice. Solo con la luce dello Spirito Santo è possibile cogliere il senso pieno di tutto ciò che Gesù disse (Gv 14,25-26; 16,12-13). Paolo nella lettera ai Corinzi dirà: “La lettera uccide, lo Spirito dà vita!” (2Cor 3,6).
- Giovanni 6,64-66: Alcuni di voi non credono. Nel suo discorso Gesù si era presentato come il cibo che sazia la fame e la sete di tutti coloro che cercano Dio. Nel primo Esodo, avvenne la prova di Meriba. Dinanzi alla fame ed alla sete nel deserto, molti dubitarono della presenza di Dio in mezzo a loro: “Il Signore è in mezzo a noi, sì o no?” (Es 17,7) e mormoravano contro Mosè (cfr. Es 17,2-3; 16,7-8). Volevano rompere con lui e ritornare in Egitto. In questa stessa tentazione cadono i discepoli, dubitando della presenza di Gesù nello spezzare il pane. Dinanzi alle parole di Gesù su “mangiare la mia carne e bere il mio sangue”, molti mormoravano come la moltitudine nel deserto (Gv 6,60) e prendono la decisione di rompere con Gesù e con la comunità: “si tirarono indietro e non andavano più con lui” (Gv 6,66).
- Giovanni 6,67-71: Confessione di Pietro. Alla fine rimangono solo i dodici. Dinanzi alla crisi prodotta dalle sue parole e dai suoi gesti, Gesù si gira verso i suoi amici più intimi, qui rappresentati dai Dodici e dice: “Forse anche voi volete andarvene?”. Per Gesù non è questione di avere tanta gente dietro a lui. Né cambia il discorso quando il messaggio non piace. Parla per rivelare il Padre e non per far piacere a chi che sia. Preferisce rimanere da solo, e non essere accompagnato da persone che non si impegnano con il progetto del Padre. La risposta di Pietro è bella: “Da chi andremo! Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio!”. Pur senza capire tutto, Pietro accetta Gesù Messia e crede in lui. Nel nome del gruppo professa la sua fede nel pane spezzato e nella parola. Gesù è la parola ed il pane che saziano il nuovo popolo di Dio (Dt 8,3). Malgrado tutti i suoi limiti, Pietro non è come Nicodemo che voleva vedere tutto ben chiaro secondo le proprie idee. Ma tra i dodici c’era qualcuno che non accettava la proposta di Gesù. In questo circolo più intimo c’era un avversario (Gv 6,70-71) “colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno” (Sal 41,10; Gv 13,18).

Per un confronto personale:
- Mi pongo al posto di Pietro dinanzi a Gesù. Che risposta do a Gesù che mi chiede: “Forse anche tu vuoi andartene?”?
- Mi metto al posto di Gesù. Oggi, molte persone non seguono più Gesù. Colpa di chi?

Preghiera finale: Sì, io sono il tuo servo, Signore, io sono tuo servo, figlio della tua ancella; hai spezzato le mie catene. A te offrirò sacrifici di lode e invocherò il nome del Signore (Sal 115).
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MessaggioOggetto: domenica 21 aprile 2013   Gio Apr 18, 2013 9:08 am

DOMENICA 21 APRILE 2013


RITO ROMANO
ANNO C
IV DOMENICA DI PASQUA


Orazione iniziale: Vieni, Spirito santo, nei nostri cuori e accendi in essi il fuoco del tuo amore, donaci la grazia di leggere e rileggere questa pagina del vangelo per farne memoria attiva, amante e operosa nella nostra vita. Noi vogliamo accostarci al mistero della persona di Gesù contenuto in questa immagine del pastore. Per questo ti chiediamo umilmente di aprire gli occhi della mente e del cuore per poter conoscere la potenza della sua resurrezione. Illumina, o Spirito di luce, la nostra mente perché possiamo comprendere le parole di Gesù Buon Pastore; riscalda il nostro cuore perché avvertiamo che non sono lontane da noi, ma sono la chiave della nostra esperienza presente. Vieni, o Spirito santo, perché senza di te il Vangelo appare una lettera morta; con te il Vangelo è Spirito di vita. Donaci, Padre, il santo Spirito; te lo chiediamo insieme con Maria, la madre di Gesù e madre nostra e con Elia, tuo profeta nel nome del tuo Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen!

Letture:
At 13,14.43-52 (Ecco, noi ci rivolgiamo ai pagani)
Sal 99 (Noi siamo suo popolo, gregge che egli guida)
Ap 7,9.14-17 (L’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita)
Gv 10,27-30 (Alle mie pecore io do la vita eterna)

L’Agnello - Cristo - Re dei re e Signore dei signori
«Io sono il buon pastore, conosco le mie pecorelle, le conosco e loro conoscono me». Domenica scorsa, se vi ricordate, nel Vangelo abbiamo sentito il dialogo di Gesù con Pietro: «Mi ami? Pasci le mie pecorelle». Oggi nel vangelo il Risorto si presenta ancora, si presenta e assume tutta la responsabilità del Pastore. Ci sarà Pietro, ci saranno altri pastori ma è Lui che le guida alle sorgenti della vita, loro appartengono a Lui, perché Lui dà a loro la vita, le salva. La quarta domenica del Tempo Pasquale spesso viene chiamata domenica del Buon Pastore perché così si chiama Lui stesso nel brano odierno. È il buon pastore che ha dato tutto per il suo gregge. Ha dato la vita per l’umanità, è il modello, l’esempio di come ogni persona, ogni uomo deve crescere, crescere nella santità, nella consacrazione a Dio. Ma oggi, questa domenica di buon pastore, da anni viene anche celebrata come domenica di preghiera per le vocazioni. La parola “vocazione” vuol dire chiamata. Noi tutti siamo chiamati, abbiamo ricevuto diverse vocazioni. Siamo stati chiamati alla vita, per mezzo dei nostri genitori, da nulla siamo stati chiamati all’esistenza, a vivere. E la nostra vita non finirà mai più. Ciascuno di noi, poi, ha una propria vocazione, vocazione specifica, la vocazione che lo porta, che lo guida verso la santità: la vocazione alla vita religiosa, alla vita matrimoniale, al celibato, vedovile... Ma in ogni stato di vita noi siamo l’unico gregge, il Suo gregge, il gregge che egli guida. La nostra vita è una risposta concreta alla Sua chiamata che in questo tempo di Pasqua risuona ancora più squillante, più forte, più bella... Tante volte in questi giorni di pasqua abbiamo visto il Signore, lo abbiamo visto con la Maddalena, con i discepoli, con gli Apostoli sempre più forti, sempre più missionari. Ed anche oggi ci si presenta il Signore Risorto, Lui, Pastore, il Pastore che ha offerto la vita per le proprie pecorelle. Nella prima lettura abbiamo sentito san Paolo, Bàrnaba, i loro sforzi missionari, per la fede della Chiesa che non può rimanere nascosta, si manifesta sempre più, va, annunzia, proclama, spiega quella luce... Ma il cuore degli ebrei, dei farisei continua ad essere duro. Continuano a rifiutare la buona novella, come hanno fatto con Gesù. Sono gelosi della fede che loro stessi proclamano, sono gelosi di Dio nel quale loro stessi credono. Ma il Signore anche dai nostri peccati sa fare cose buone. Dal loro rifiuto san Paolo deduce che il messaggio cristiano è rivolto ai pagani, è rivolto a noi. «Era necessario, dice Paolo, che ci rivolgessimo prima a voi, ma voi vi siete rivelati indegni della Buona Novella, e allora ci rivolgiamo ai pagani». Un progetto divino, una profezia che già san Giovanni nell’Apocalisse ha visto, ha predetto. Da quel messaggio, da quella intuizione di Paolo nasce una moltitudine immensa, di ogni nazione, di ogni razza, di ogni popolo e lingua. In mezzo della quale c’è quella figura che san Giovanni chiama l’Agnello ma in cui noi riconosciamo il Pastore grande, e conosciamo e sappiamo che quell’Agnello senza macchia è Cristo, Cristo - Re dei re e Signore dei signori. A lui che è che era e che sarà lode gloria e potenza nei secoli eterni. Amen.
Donandoci, per mezzo del battesimo, di far parte della Chiesa, Gesù ci assicura di conoscerci uno per uno. La vocazione battesimale è sempre personale, e richiede una risposta di responsabilità in prima persona. Ci sentiamo sicuri, nella Chiesa, perché Gesù è sempre con noi, e ci chiama e ci guida con la voce esplicita del Papa e con i suggerimenti interiori che ci aiutano a riconoscerla e a corrispondervi. Se restiamo nella Chiesa, con il Papa, non andremo mai dispersi, perché Gesù ci conosce per nome e ha dato la sua vita per salvarci. Quella vita che si comunica a noi, pegno di eternità, nell’Eucaristia degnamente ricevuta. Non dobbiamo aver paura di nulla. Attraverso Gesù entriamo in comunione con il Padre, partecipiamo alla vita trinitaria. I pericoli esterni non ci turbano: dobbiamo temere soltanto il peccato che ci seduce a trovare altre vie, lontane dal percorso del gregge guidato da Gesù. La nostra personale fedeltà alla voce del Pastore contribuisce all’itinerario di salvezza che la Chiesa guida nel mondo, e da essa dipende la nostra felicità.

Approfondimento del Vangelo (Gesù è il pastore: le sue pecore lo conoscono)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

Momenti di silenzio orante: Il silenzio protegge il fuoco della parola che è entrato in noi con l’ascolto della Parola. Aiuta a conservare il fuoco interiore di Dio. Sosta alcuni momenti nel silenzio d’ascolto per poter partecipare al potere creativo e ricreativo della Parola divina.

Chiave di lettura: Il brano della liturgia di questa domenica è tratto dal c.10 di Giovanni, un discorso di Gesù ambientato durante la festa giudaica della dedicazione del Tempio di Gerusalemme che cadeva verso la fine di dicembre (durante la quale si commemorava la riconsacrazione del Tempio violato dai siro-ellenisti, ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C). Le parole di Gesù sul rapporto tra il Pastore (Cristo) e le pecore (la Chiesa) appartengono ad un vero e proprio dibattito fra Gesù e i giudei. Questi rivolgono a Gesù una domanda chiara e reclamano una risposta altrettanto precisa e pubblica: «Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente» (10,24). Giovanni altre volte nel vangelo presenta i giudei che pretendono da Gesù un’affermazione chiara sulla sua identità (2,18; 5,16; 8,25). Per i sinottici una simile richiesta è situata durante il processo davanti al Sinedrio (Mt 26,63; Mc 14,61; Lc 22,67). La risposta di Gesù viene presentata in due tappe (vv. 25-31 e 32-39). Consideriamo brevemente il contesto della prima ove è inserito il nostro testo liturgico. I giudei non hanno compreso la parabola del pastore (Gv 10, 1-21) e ora domandano a Gesù una rivelazione più chiara della sua identità. Di per sé il motivo della loro incredulità non è da ricercarsi nella sua poca chiarezza ma perché si rifiutano di appartenere alle sue pecore. Può essere illuminante un’analoga espressione di Gesù in Mc 4,11: «A voi è dato conoscere il mistero del Regno di Dio, ma a quelli di fuori tutto è proposto in parabole». Le parole di Gesù sono luce solo per chi vive all’interno della comunità, per chi decide di restare fuori sono un enigma che sconcerta. All’incredulità dei Giudei Gesù contrappone il comportamento di coloro che gli appartengono e che il Padre gli ha dato; ma anche della relazione con essi. Il linguaggio di Gesù non è per noi di immediata evidenza; anzi il paragonare i credenti ad un gregge ci lascia perplessi. Noi siamo, per lo più, estranei alla vita agricola e pastorale, e non è facile capire che cosa rappresentasse il gregge per un popolo di pastori. Gli ascoltatori ai quali Gesù rivolge la parabola, invece, era appunti un popolo di pastori. È evidente che la parabola và intesa dal punto di vista dell’uomo che condivide quasi tutto con il suo gregge. Egli le conosce: vede ogni loro qualità e ogni lacuna; anch’esse sperimentano la sua guida: rispondono alla sua voce e alle sue indicazioni. Le pecore di Gesù ascoltano la sua voce: si tratta non solo di un ascolto esterno (3,5; 5,37) ma anche un attento ascolto (5,28; 10,3) fino all’ascolto obbediente (10,16.27; 18,37; 5,25). Nel discorso del pastore questo ascolto esprime la confidenza e l’unione delle pecore al pastore (10,4). L’aggettivo «mie» non indica soltanto il semplice possesso delle pecore, ma mette in evidenza che le pecore gli appartengono, e gli appartengono in quanto ne è il proprietario (10,12). Ecco, allora, stabilirsi una comunicazione intima tra Gesù e le pecore: «ed io le conosco» (10,27). Non si tratta di una conoscenza intellettuale; nel senso biblico «conoscere qualcuno» significa soprattutto avere un rapporto personale con lui, vivere in un certo qualmodo in comunione con lui. Una conoscenza che non esclude i tratti umani della simpatia, amore, comunione di natura. In virtù di questa conoscenza d’amore il Pastore invita i suoi a seguirlo. L’ascolto del Pastore comporta anche un discernimento, perché tra le tante voci possibili sceglie quella che corrisponde a una precisa persona (Gesù). In seguito a questo discernimento, la risposta si fa attiva, personale e diventa obbedienza. Questa proviene dall’ascolto. Quindi tra l’ascolto e la sequela del Pastore sta il conoscere Gesù. La conoscenza di Gesù delle sue pecore apre un itinerario che conduce all’amore: «Io do loro la vita eterna». Per l’evangelista la vita è il dono della comunione con Dio. Mentre nei sinottici ‘vita’ o ‘vita eterna’ è connessa con il futuro; nel vangelo di Giovanni designa un possesso attuale. Tale aspetto viene spesso ripetuto nel racconto giovanneo: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (3,36); «In verità, in verità vi dico: chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha la vita eterna» (5,24; 6,47). La relazione d’amore di Gesù si concretizza anche per l’esperienza di protezione che l’uomo sperimenta: si dice che le pecore «non andranno mai perdute». Forse un allusione alla perdizione eterna. E si aggiunge che «nessuno le rapirà». Tale espressione suggerisce il ruolo della mano di Dio e di Cristo che impediscono ai cuori delle persone di essere rapiti da altre forze negative. Nella Bibbia la mano, in alcuni contesti, è una metafora che indica la forza di Dio che protegge (Dt 33,3; Sal 31,6). Inoltre il verbo «rapire» (harpàzō) suggerisce l’idea che la comunità dei discepoli non sarà esente dagli attacchi del male e delle tentazioni. Ma l’espressione «nessuno le rapirà» sta a indicare che la presenza di Cristo assicura alla comunità la certezza di una granitica stabilità che le permette di superare ogni tentazione di paura.

Alcune domande per orientare la riflessione meditativa e l’attualizzazione.
- Il primo atteggiamento che la parola di Gesù ha evidenziato è che l’uomo deve «ascoltare». Tale verbo nel linguaggio biblico è ricco di risonanze: implica l’adesione gioiosa al contenuto di ciò che si ascolta, l’obbedienza alla persona che parla, la scelta di vita di colui che si rivolge a noi. Sei un uomo immerso nell’ascolto di Dio? Ci sono spazi e momenti nella tua vita quotidiana che dedichi in modo particolare all’ascolto della Parola di Dio?
- Il dialogo o comunicazione intima e profonda tra Cristo e te è stata definita dal vangelo della liturgia di oggi con un grande verbo biblico, il «conoscere». Esso coinvolge l’essere intero dell’uomo: la mente, il cuore, la volontà. La tua conoscenza del Cristo è ferma ad un livello teorico-astratto o ti lasci trasformare e guidare dalla sua voce nel cammino della tua vita?
- L’uomo che ha ascoltato e conosciuto Dio «segue» il Cristo come unica guida della sua vita. La tua sequela è quotidiana, continua? Anche quando all’orizzonte si intravede l’incubo di altre voci o ideologie che tentano di strapparci dalla comunione con Dio?
- Nella meditazione del vangelo di oggi sono emersi altri due verbi: noi non saremo mai «perduti» e nessuno ci potrà «rapire» dalla presenza di Cristo che protegge la nostra vita. È ciò che fonda e motiva la nostra sicurezza quotidiana. Tale idea è espressa in modo luminoso da Paolo: «Io sono persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore» (8,38-39). Quando tra i credenti e la persona di Gesù s’instaura un rapporto di relazione fatta di chiamata e di ascolto, allora la vita procede nella sicurezza di arrivare alla maturità spirituale e al successo. Il vero fondamento di questa sicurezza sta nello scoprire ogni giorno l’identità divina di questo pastore che è la sicurezza della nostra vita. Sperimenti questa sicurezza e questa serenità quando ti senti minacciato dal male?
- Le parole di Gesù «Io do loro la vita eterna» ti assicurano che la meta del tuo cammino come credente non è oscura e incerta. Per te la vita eterna allude alla quantità degli anni che puoi vivere o invece ti richiama la comunione di vita con Dio stesso? È motivo di gioia per te sperimentare la compagnia di Dio nella tua vita?

Contemplazione: Contempla la Parola del Buon Pastore nella tua vita. Le tappe precedenti della lectio divina, importanti in se stesse, assumono funzionalità, se orientate al vissuto. Il cammino della “lectio” non si può dire concluso se non arriva a fare della Parola una scuola di vita per te. Tale meta si raggiunge quando sperimenti in te i frutti dello Spirito. Essi sono: la pace interiore che fiorisce nella gioia e nel gusto per la Parola; la capacità di discernimento tra ciò che è essenziale ed opera di Dio e ciò che è futile ed opera del male; il coraggio della scelta e dell’azione concreta, secono i valori della pagina biblica che hai letto e meditato.

Preghiera finale: Ti chiediamo, Signore, di manifestarti a ciascuno di noi come il Buon Pastore, che nella forza della Pasqua ricostituisci, rianimi i tuoi, con tutta la delicatezza della tua presenza, con tutta la forza del tuo Spirito. Ti chiediamo di aprire i nostri occhi, perché possiamo conoscere come tu ci guidi, sostieni la nostra volontà di seguirti ovunque tu ci condurrai. Concedi a noi la grazia di non essere strappati dalle tue mani di Buon Pastore ed di non essere in balia del male che ci minaccia, delle divisioni che si annidano all’interno del nostro cuore. Tu, O Cristo, sei il pastore, la nostra guida, il nostro esempio, il nostro conforto, il nostro fratello. Amen!


RITO AMBROSIANO
ANNO C
IV DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 21,8b-14
Sal 15
Fil 1,8-14
Gv 15,9-17

Rimanete nel mio Amore
Amare ed essere amati è tutta la vita. Forse anche si ama quando si è amati. Il come si ama è decisivo per la riuscita dell’amore. Sogno e realtà poi divergono sempre. Allora si tratta di capire cosa è amore. Poi domandarsi perché a volte fallisce: ne siamo davvero capaci? Dove e perché si inceppa? È decisivo guardarci dentro e smetterla di essere autodidatti, o semplicemente istintivi. Gesù, che è venuto “perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10), ha insegnato ai suoi la formula giusta, indicandone la radice e l’energia necessaria. Ha detto che “Dio è amore” (1Gv 4,8.16), e ci ha dato di amare “come io ha amato voi”.
Ho amato voi: Che cosa è l’amore? “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio” (1Gv 4,10). È lì che conosciamo l’amore di Dio: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi”. Gesù incarna l’amore di Dio per noi. E come si configura? Semplicemente: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”. Già il Padre non ha trattenuto niente: “Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,32). Dio vive l’amore; Dio ama, nel suo Figlio. Che è uomo, e ama con cuore di uomo. Madre Teresa di Calcutta ha sentito dentro di sé la sete d’amore di Dio per ogni uomo, e ha posto nel suo cuore questa arsura espressa da Gesù: “Ho sete” (Gv 19,28), come motivo e forza della sua eccezionale capacità di amare i più poveri dei poveri. Frutto e fine di questo amore: “Perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena”. Sentirsi amati - e da uno che “è più grande di tutti” (Gv 10,29) - è la più alta soddisfazione della vita. Amati perché partner di segreti personali: “Vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi”. Anzi, partecipi di una stessa grande missione: “Io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto”. E alla fine nella condivisione piena della stessa vita dell’Amante: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi. E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una cosa sola come noi siamo una sola cosa. Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io” (Gv 17,22-24). “Rimanete nel mio amore”. Tocca a noi accogliere e corrispondere a questo amore. Dove corrispondere è nient’altro che prolungare a cascata verso gli altri - quale strumento congiunto - quell’amore che Cristo ha riversato in noi: “Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore. Questo è il mio comandamento: Che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi”. Il ritorno che Dio si aspetta è la partecipazione alla sua passione per l’uomo. “Gloria Dei vivens homo”, diceva sant’Ireneo: la gloria di Dio, la sua massima gioia, è che l’uomo viva, o che l’uomo ne prolunghi l’amore verso tutti. La carità - che è il massimo dell’identità cristiana - è esattamente l’amore al prossimo per amore di Dio, amare con la capacità e la misura con cui Dio vuol amare ogni uomo tramite noi. Divenire il cuore di Dio presso ogni fratello.
Amatevi gli uni gli altri: Allora sta qui tutto l’impegno del cristiano: “Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri”. E tutta la sua identità: “Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). La novità di questo comando antico è il “come io ho amato voi”. Nella gratuità (“Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi”, Rm 5,8), nella totalità del dono di sé, nella fedeltà e nella misericordia.., tutte caratteristiche dell’amore di Cristo ben delineate nel vangelo. In più nella mitezza, nel rispetto dei ritmi di ognuno, nel perdono, senza discriminazioni, fino ad amare i nemici. Un modello.. ben oltre le nostre capacità umane. Ed è qui il punto: “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5). Fare frutti di amore vero è solo energia divina che scorre in noi: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15,5). “La nostra capacità viene da Dio” (2Cor 3,5). Dentro di me - dice Paolo - “vedo una legge, che combatte la legge della mia ragione e mi rende schiavo della legge del peccato, che è nelle mie membra” (Rm 7,23), tanto che devo costatare che “in me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). Solo la grazia di Cristo può “liberarci da questo corpo di morte” (Rm 7,24). Né buona volontà né educazione ci rendono capaci del vero amore, senza la grazia di Cristo! Paolo, rinnovato dall’amore di Cristo, testimonia la sua irrefrenabile passione nell’annuncio del vangelo, senza paura sia in carcere che di fronte alle minacce di morte: “Io sono pronto non soltanto ad essere legato, ma anche a morire a Gerusalemme per il nome del Signore Gesù” (Lett.). E chiede per i suoi una carità capace di discernimento e di perseveranza nel compiere il bene: “Prego che la vostra carità cresca sempre più.. perché possiate distinguere ciò che è meglio, ricolmi del frutto di giustizia che si ottiene per mezzo di Gesù Cristo” (Epist.). Discernimento e grazia di Cristo: la vita cristiana corre su un binario inscindibile di due elementi: la nostra buona volontà e l’aiuto divino, grazia e libertà. Una grazia che precede e che risana; e quindi una grazia che stimola e sostiene. Una libertà risanata e rafforzata è la radice di ogni carità, o di ogni autentico valore umano.
Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione. Cioè di chi si carica il cuore dell’amore di Dio per servire i fratelli e, come Gesù, “dare la vita in riscatto per molti” (Mt 20,28). La dedizione eroica di tanti missionari, l’umile generosità di tante religiose, .. in sostanza, la meraviglia che suscita la vicenda di un Santo (“Santo subito!”), non hanno altra spiegazione che in quello che Paolo ha saputo mettere alla radice del suo bruciante apostolato: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Amore per amore.
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MessaggioOggetto: sabato 27 aprile 2013   Gio Apr 25, 2013 3:17 pm

SABATO 27 APRILE 2013

SABATO DELLA IV SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, rendi sempre operante in noi il mistero della Pasqua, perché, nati a nuova vita nel Battesimo, con la tua protezione possiamo portare molto frutto e giungere alla pienezza della gioia eterna.

Letture:
At 13,44-52 (Noi ci rivolgiamo ai pagani)
Sal 97 (Tutti i confini della terra hanno veduto la vittoria del nostro Dio)
Gv 14,7-14 (Chi ha visto me, ha visto il Padre)

Chi ha visto me ha visto il Padre
Gesù Cristo sottolinea spesso la sua figliolanza con Dio Padre. Il richiamo alla paternità divina è un modo reale per dimostrare l’importanza della relazione tra noi esseri umani. Filippo, con la sua richiesta di voler vedere il Padre indica una fede reale ma che vuole essere sbrigativa. Vuole andare subito alla questione fondamentale. Gesù ha parlato tante volte del Padre; ecco allora contempliamolo e tutto si risolve. Non è così, la sua fede è sincera ma non completa. Nelle relazioni tutto è importante; Gesù Cristo come uomo vuole condurci a Dio. Il rispetto di questa mediazione significa completare la fede in modo maturo. Per noi è un messaggio importante. I nostri comportamenti dovrebbero sempre rispecchiare questi sentimenti. Il rispetto altrui, non è solo adempiere un obbligo preciso! È un modo preciso ed inequivocabile di considerarci tutti fratelli e sorelle e tutti portatori di una realtà che non ci appartiene. Il messaggio di Gesù che troviamo nel Vangelo di oggi ha molti riferimenti. Possiamo applicarlo nelle nostre relazioni familiari; nei luoghi di lavoro ed anche nel nostro rapporto con Dio. La fede matura che ci è richiesta significa anche la mediazione della Chiesa che, con le sue debolezze umane è portatrice anche lei di una realtà che non le appartiene. Guardiamo più in avanti, siamo consapevoli che tutti abbiamo bisogno della misericordia di Dio e sappiamo come interpretare il messaggio di Gesù tra noi, nel perdono, nella carità e nella misericordia.
“Verità” è un termine chiave. Per lo spirito profano evoca una formula, una teoria, una cosa dello spirito, insomma, e, soprattutto, qualche cosa che si possiede. Cristo rovescia questa concezione della “verità”, rifiutandola in quanto superficiale. Egli non dice: “Io ho”, ma “Io sono”: “Io sono la verità”. La verità è una persona, non una proposizione. Tutto il mondo cerca la verità, ma nei posti sbagliati, accontentandosi di qualche “ismo” o di qualche ideologia. Tutti gli “ismi”, però, passano presto di moda, come un temporale d’estate. Cercando la verità, noi cerchiamo la persona vera, cerchiamo il Padre e il Cristo che ne è la manifestazione concreta. Non si tratta di verità del Padre che il Figlio deve imparare per poi trasmettere. Cristo è la verità in se stesso. Ciò andava al di là dell’intelligenza degli apostoli. Filippo esprime la loro inquietudine con una richiesta precisa: “Signore, mostraci il Padre e basta”. Gli apostoli non riescono ad afferrare l’identità del Figlio e del Padre. Hanno appena saputo che stanno per lasciare Cristo e non sanno che andare presso il Padre significa restare con Gesù e rimanere sempre presso di lui nella terra promessa.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto». Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse. In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Riflessione:
- Giovanni 14,7: Conoscere Gesù è conoscere il Padre. Il testo del vangelo di oggi è la continuazione di quello di ieri. Tommaso aveva chiesto: “Signore, non sappiamo dove vai. Come possiamo conoscere la via?”. Gesù risponde: “Io sono la via, la verità e la vita! Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Ed aggiunse: “Se conoscete me, conoscete anche il Padre. Fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”. Questa è la prima frase del vangelo di oggi. Gesù parla sempre del Padre, perché era la vita del Padre che appariva in tutto ciò che diceva e faceva. Questo riferimento costante al Padre provoca la domanda di Filippo.
- Giovanni 14,8-11: Filippo chiede: “Mostraci il Padre e ci basta!”. Era il desiderio dei discepoli, il desiderio di molte persone delle comunità del Discepolo Amato ed è il desiderio di molta gente oggi: come fa la gente per vedere il Padre di cui tanto parla Gesù? La risposta di Gesù è molto bella ed è valida fino ad oggi: “Filippo, da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto! Chi ha visto me ha visto il Padre!”. La gente non deve pensare che Dio è lontano da noi, distante e sconosciuto. Chi vuole sapere come e chi è Dio Padre, basta che guardi Gesù. Lui lo ha rivelato nelle parole e nei gesti della sua vita! “Il Padre è in me ed io sono nel Padre!”. Attraverso la sua obbedienza, Gesù si è identificato totalmente con il Padre. Lui faceva ogni momento ciò che il Padre gli mostrava di fare (Gv 5,30; 8,28-29.38). Per questo, in Gesù tutto è rivelazione del Padre! Ed i segni o le opere sono le opere del Padre! Come dice la gente: “Il figlio è il volto del padre!”. Per questo in Gesù e per Gesù, Dio sta in mezzo a noi.
- Giovanni 14,12-14: Promessa di Gesù. Gesù fa una promessa per dire che la sua intimità con il Padre non è un privilegio solo suo, ma è possibile per tutti coloro che credono in lui. Anche noi, mediante Gesù, possiamo giungere a fare cose belle per gli altri come faceva Gesù per la gente del suo tempo. Lui intercede per noi. Tutto ciò che la gente chiede a lui, lui lo chiede al Padre e lo ottiene, sempre che sia per servire. Gesù è il nostro difensore. Se ne va ma non ci lascia senza difesa. Promette che chiederà al Padre e il Padre manderà un altro difensore o consolatore, lo Spirito Santo. Gesù giunse a dire che è necessario che lui vada via, perché altrimenti lo Spirito Santo non potrà venire (Gv 16,7). E lo Spirito Santo compirà le cose di Gesù in noi, se agiamo a nome di Gesù ed osserviamo il grande comandamento della pratica dell’amore.

Per un confronto personale
- Conoscere Gesù è conoscere il Padre. Nella Bibbia la parola “conoscere una persona” non è solo una comprensione intellettuale, ma suppone anche una profonda esperienza della presenza della persona nella vita. Conosco io Gesù?
- Conosco il Padre?

Preghiera finale: Tutti i confini della terra hanno veduto la salvezza del nostro Dio. Acclami al Signore tutta la terra, gridate, esultate con canti di gioia (Sal 97).
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MessaggioOggetto: domenica 28 aprile 2013   Gio Apr 25, 2013 3:21 pm

DOMENICA 28 APRILE 2013


RITO ROMANO
ANNO C
V DOMENICA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Signore Gesù aiutaci a capire il mistero della Chiesa come comunità d’amore. Dandoci il comandamento nuovo dell’amore come costitutivo della chiesa ci indichi che esso è in cima alla gerarchia dei valori. Quando stavi per dare l’addio ai tuoi discepoli hai voluto offrire il memoriale del comandamento nuovo, lo statuto nuovo della comunità cristiana. Non è stata una pia esortazione, ma appunto, un comandamento nuovo, che è l’amore. In questa ‘relativa assenza’ siamo invitati a riconoscerti presente nella persona del fratello. In questo periodo della Pasqua, Signore Gesù, tu ci ricordi che il tempo della Chiesa, è il tempo della carità, è il tempo dell’incontro con Te attraverso i fratelli. Sappiamo che alla fine della nostra vita saremo giudicati sull’amore. Aiutaci a incontrarti in ogni fratello e sorella, cogliendo le piccole occasioni di ogni giorno.

Letture:
At 14,21-27 (Riferirono alla comunità tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo loro)
Sal 144 (Benedirò il tuo nome per sempre, Signore)
Ap 21,1-5 (Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi)
Gv 13,31-33.34-35 (Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri)

Vi do un comandamento nuovo che vi amiate come io ho amato voi
Dopo il discorso del Buon Pastore, domenica scorsa, del Pastore che conosce le sue pecorelle per nome, quelle pecorelle che ascoltano la sua voce e lo seguono, oggi la liturgia ci propone altre letture, altri brani che fanno però da applicazione, che ci dicono, che ci spiegano come fare per seguire lui, come fare per essere quell’unico gregge, per essere Chiesa. Il punto fondamentale, il midollo della Chiesa, la colonna portante della Chiesa è l’amore, l’amore reciproco. «Da questo amore tutti sapranno che siete miei discepoli». La Chiesa viene costituita, la Chiesa è costituita dall’amore, o meglio: è l’amore, l’amore di Cristo, che costituisce la Chiesa, ma è l’amore reciproco cioè quell’amore puro verso l’altro che crea la comunione, crea la comunità. Nella prima lettura troviamo alcuni nomi di comunità di san Paolo: Lìstra, Icònio, Antiòchia, Pisìdia, Attàglia... Sono le piccole comunità, le piccole chiese originarie, chiese fondate dagli apostoli, da Paolo e Barnaba durante i loro viaggi missionari. Ecco, queste piccole comunità cristiane sono il modello di vita, lo stile di vita cristiana per ciascuno di noi, per le nostre comunità. Che cosa hanno fatto di particolare? In che cosa o con che cosa si sono fatti conoscere? Tutto lì era basato sull’amore, sulla carità reciproca. C’è uno scritto antico di un autore pagano, non credente, che guardava quella gente da lontano, la gente per lui strana, li guardava e si diceva: “saranno strani ma guardate come si amano”. Da questo - dice Gesù nel vangelo - tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni verso gli altri. Nel brano del vangelo siamo appena usciti dal Cenacolo, il Giovedì santo, stiamo andando verso l’Orto degli ulivi. E Gesù, in questa ora suprema della sua vita, nelle ultime intimità con gli apostoli, (perché dopo tutti fuggiranno), lascia a loro il testamento. E dice loro proprio questo: «se avrete amore reciproco...». Gesù non dice: la gente saprà che siete miei discepoli se vivrete poveri, se sarete obbedienti, se avrete appreso tutta la dottrina, tutti gli insegnamenti o se sarete capaci di predicare bene il vangelo... Certo sono tutte cose necessarie queste, ma c’è ne una, la più importante, senza la quale tutte le altre sono nulla perché è questa che dà il significato, dà il sapore alle altre... È lei, la carità, l’amore reciproco che fa la Chiesa, che fa la comunità: se avete amore gli uni verso gli altri... Cristo ci ha amato fino a dare la vita per noi, Cristo ci ha amato fino a renderci partecipi dello stesso amore che è tra lui e il Padre, Cristo ci ha amato fino a farsi schiavo, che lava i piedi del suo padrone, affinché possiamo conoscere bene l’amore, l’amore reciproco. San Gregorio Magno dice: «Come molti rami di un albero partono da una sola radice, così molte virtù sgorgano dalla carità». E continua San Gregorio: «pratica la carità chi ama l’amico in Dio, ma pratica la carità anche chi ama il nemico per amore di Dio». Dopo la Pentecoste i discepoli cominciano a fondare le prime comunità, a Gerusalemme, nella Samaria, nelle città del Mediterraneo, della Palestina, a Damasco, Antiochia... successivamente, con Paolo e Barnaba al sud, nella odierna Turchia. E questa Chiesa - Carità comincia ad incarnarsi, comincia a diventare, da piccola comunità di uomini e donne, giudei e pagani, di diverse razze, costumi, diventare il Corpo di Cristo, unito dalla vincolo della carità, unito dalla stessa fede, in Cristo. E fino ai giorni nostri... Che cos’è che fa brillare davanti agli uomini il vero volto di Dio, il vero volto della Chiesa, del corpo mistico di Cristo? Senz’altro proprio la carità, l’amore, perché «dov’è carità e amore lì c’è Dio», dov’è c’è la carità e l’amore lì c’è la Chiesa o, come diceva San Paolo: «se non ho la carità non sono nulla». Qual è allora il messaggio di oggi per noi? Credo proprio quello delle parole di Gesù, Gesù che ci dice: «Vi dò un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri». Parteciperemo tutti all’Eucaristia - segno per eccellenza dell’amore, della carità, dell’unità con Cristo, un solo corpo con Cristo. Chiediamo a lui che, grazie al comandamento nuovo, ricordatoci dal vangelo di oggi, possiamo diventare anche noi un solo gregge, il gregge che sempre e solo ascolta la voce del suo pastore. A lui la lode e la gloria nei secoli eterni. Amen.
Il Vangelo di oggi ci trasmette il testamento di Gesù. È diretto ai suoi discepoli, turbati dalla partenza di Giuda. Ma è anche diretto ai numerosi discepoli che succedono a loro e vivono il periodo di Pasqua alla ricerca di un orientamento. Sono soprattutto essi che trovano qui una risposta alle loro domande: Che cosa è successo di Gesù? Ritornerà? Come incontrarlo? Che cosa fare adesso? Sono alcune delle domande che capita anche a noi di fare. In fondo, il Vangelo ci dà una risposta molto semplice: è un nuovo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amati”. Ma se ci si dedica a seguire questo comandamento, ci si accorge molto presto che l’amore non si comanda. Eppure, se si è capaci di impegnarsi ad amare il proprio prossimo per amore di Gesù - come egli stesso ha fatto - si trova ben presto la risposta a parecchie altre domande. Ci si rende conto che il cammino di Gesù è un cammino di vita, per lui ma anche per molte altre persone intorno a lui.

Approfondimento del Vangelo (Il nuovo comandamento: amare il prossimo come Gesù ci ha amati)
Il testo: Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’Uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi. Voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi, dove vado io, voi non potete venire. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato. Così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri».

Momenti di silenzio orante: Il brano del vangelo che ci accingiamo a meditare riporta alcune parole di addio di Gesù rivolte ai suoi discepoli. Tale brano è da considerarsi una specie di sacramento dell’incontro con la Persona vive e vera di Gesù.

Preambolo al discorso di Gesù: Il nostro brano conclude il cap. 13 dove due temi s’intrecciano per essere poi ripresi e sviluppati nel cap. 14: dove il Signore va e dunque il luogo; e il tema del comandamento dell’amore. Alcune osservazioni sul come è articolato il contesto in cui sono inserite le parole di Gesù sul comandamento nuovo possono essere di aiuto per giungere ad alcune riflessioni preziose sui contenuti. Innanzitutto al v.31 si dice «quando fu uscito», di chi si tratta? Per capirlo bisogna ricorre al v.30 dove si dice che «egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte». Quindi il personaggio che esce è Giuda. L’espressione, poi, «ed era notte», è caratteristica di tutti i «discorsi d’addio» che appunto avvengono nella notte. Le parole di Gesù in Gv 13,31-35 sono precedute da questa immersione nel buio della notte. Qual è il significato simbolico? In Giovanni la notte rappresenta il momento più alto dell’intimità sponsale (per esempio la notte nuziale), ma anche quella dell’estrema angoscia. Altri significati del buio notturno: rappresenta il pericolo per antonomasia, è il momento in cui il nemico tesse le trame della vendetta verso di noi, esprime il momento della disperazione, della confusione, del disordine morale ed intellettuale. Il buio della notte è come una via senza uscita. In Gv 6, durante la tempesta notturna, il buio della notte esprime l’esperienza della disperazione e della solitudine mentre essi sono in balia delle forze oscure che agitano il mare. Ancora, l’annotazione temporale “mentre era ancora buio” in Gv 20,1 sta a indicare le tenebre provocate dall’assenza di Gesù. Infatti nel vangelo di Giovanni il Cristo luce non si trova nel sepolcro, perciò regna il buio (20,1). A ragione, dunque, i «discorsi d’addio» vanno considerati all’interno di questa cornice temporale. Quasi indicare che il colore di fondo di questi discorsi è la separazione, la morte o la partenza di Gesù darà luogo a un senso di vuoto o di amara solitudine. Nell’oggi della chiesa e dell’umanità potrebbe significare che quando Gesù, lo rendiamo assente nella nostra vita, si affaccia l’esperienza dell’angoscia e della sofferenza. Riportando le parole di Gesù in 3,31-34, eco della sua partenza e della sua morte immediata, l’evangelista Giovanni ha rievocato il suo passato vissuto con Gesù, intessuto di ricordi che hanno aperto gli occhi alla ricchezza misteriosa del Maestro. Tale rievocazione del passato fa’, anche, parte del cammino della fede. È caratteristico dei «discorsi d’addio» che tutto ciò che si trasmette, in particolar modo nel momento così tragico e solenne della morte, diventi patrimonio inalienabile, testamento da custodire con fedeltà. Anche quelli di Gesù sintetizzano tutto ciò che ha insegnato e compiuto, con l’intento di sollecitare i discepoli a proseguire nella stessa direzione da lui indicata.

Per l’approfondimento: La nostra attenzione si ferma, innanzitutto, sulla prima parola utilizzata da Gesù in questo discorso d’addio che leggiamo in questa domenica di Pasqua: «Ora». «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Di quale «ora» si tratta? È il momento della croce che coincide con la glorificazione. Quest’ultimo termine nel vangelo di Giovanni coincide con la manifestazione, o rivelazione. Quindi la croce di Gesù è l’«ora» della massima epifania o manifestazione della verità. Và escluso ogni significato circa l’essere glorificato che possa far pensare a qualcosa di relativo all’«onore», al «trionfalismo», ecc. Da un lato Giuda entra nella notte, Gesù si prepara alla gloria: «Quando fu uscito, Gesù disse: “Ora è stato glorificato il Figlio dell’uomo, e Dio si è glorificato in lui; poiché Dio si è glorificato in lui, Dio lo glorificherà in se stesso, e lo glorificherà subito” (v.31-32). Il tradimento di Giuda matura in Gesù la convinzione che la sua morte è «gloria». L’ora della morte in croce è compresa nel piano di Dio; è l’«ora» nella quale sul mondo, mediante la gloria del «Figlio dell’uomo», risplenderà la gloria del Padre. In Gesù, che offre la vita al Padre nell’«ora» della croce, Dio si glorifica rivelando il suo essere divino e accogliendo nella sua comunione tutti gli uomini. La gloria di Gesù (del Figlio) consiste nel suo «estremo amore» per tutti gli uomini, tanto da offrirsi anche a coloro che lo tradiscono. Un amore, quello del Figlio, che si fa carico di tutte quelle situazioni distruttive e drammatiche che gravitano sulla vita e la storia degli uomini. Il tradimento di Giuda simboleggia, non tanto l’atto di un singolo, ma quello di tutta l’umanità malvagia e infedele alla volontà di Dio. Tuttavia, il tradimento di Giuda resta un evento gravido di mistero. Scrive un esegeta: con il suo tradire Gesù, «la colpa è inserita nella rivelazione; è persino a servizio della rivelazione» (Simoens, Secondo Giovanni, 561). In certo qual modo il tradimento di Giuda offre la possibilità di conoscere meglio l’identità di Gesù: il suo tradire ha permesso di comprendere fino a che punto è giunta la predilezione di Gesù per i suoi. Scrive Don Primo Mazzolari: «Gli apostoli sono diventati degli amici del Signore, buoni o no, generosi o no; fedeli o no rimangono sempre degli amici. Non possiamo tradire l’amicizia del Cristo: Cristo non tradisce mai noi, i suoi amici, anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo neghiamo. Davanti ai suoi occhi e al suo cuore noi siamo sempre gli “amici” del Signore. Giuda è un amico del Signore anche nel momento in cui, baciandolo, consuma il tradimento del Maestro» (Discorsi 147).

Il comandamento nuovo: Fermiamo la nostra attenzione sul memoriale del comandamento nuovo. Al v.33 notiamo un cambiamento del discorso d’addio di Gesù, non usa più la terza persona ma c’è un «tu» al quale il Maestro rivolge la sua parola. Questo «tu» è espresso al plurale e con un termine greco che esprime profonda tenerezza: «figliuoli» (teknía). Più concretamente: Gesù utilizzando questo termine intende comunicare ai suoi discepoli, col tono della sua voce e con l’apertura del suo cuore, l’immensa tenerezza che nutre per loro. Interessante è anche un’altra indicazione che troviamo al v.34: «che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato». Il termine greco Kathòs «come», non indica di per sé un paragone: come io vi ho amati, cosi voi amatevi. Il senso potrebbe essere consecutivo o causale: «Siccome vi ho amati, così amatevi anche voi». C’è chi come P.Lagrange vede in questo comandamento di Gesù un senso escatologico: durante la sua relativa assenza, Gesù, in attesa del suo definitivo ritorno, vuole essere amato e servito nella persona dei suoi fratelli. Il comandamento nuovo è l’unico comandamento. Se manca, manca tutto. Scrive Magrassi: «Via le etichette e le classificazioni: ogni fratello è sacramento di Cristo. Interroghiamoci sulla nostra vita quotidiana: si può vivere accanto al fratello dalla mattina alla sera senza accettarlo e senza amarlo? La grande operazione in questo caso è l’estasi nel senso etimologico della parola: uscire da me per farmi prossimo a chiunque ha bisogni di me, cominciando dai più vicini e cominciando dalle cose umili di ogni giorno» (Vivere la chiesa, 113).

Per la riflessione:
- Il nostro amore per i fratelli è proporzionato direttamente all’amore per Cristo?
- So riconoscere il Signore presente nella persona del fratello, della sorella?
- So cogliere le piccole occasioni quotidiane per fare del bene agli altri?
- Interroghiamoci sulla nostra vita quotidiana: si può vivere accanto ai fratelli dalla mattina alla sera senza accettarli e senza amarli?
- La carità dà significato a tutto nella mia vita?
- Cosa posso fare io per mostrare la mia riconoscenza al Signore che per me è venuto a farsi servo e ha consacrato per il mio bene tutta la sua vita? Gesù risponde: Servimi nei miei fratelli: è questo il modo più autentico per dimostrare il realismo del tuo amore per me.

Pregare con i Padri della Chiesa: T’amo per te stesso, t’amo per i tuoi doni, t’amo per amor tuo e t’amo in modo che, se giammai un giorno Agostino fosse Dio e Dio fosse Agostino, io vorrei tornare a essere quello che sono, Agostino, per fare di te quello che sei, perché tu solo sei degno di essere chi sei. Signore, tu lo vedi, la mia lingua vaneggia, non so esprimermi, ma non vaneggia il cuore. Tu vedi quello che io provo e quello che non so dirti. Io ti amo, mio Dio, e il mio cuore è angusto a tanto amore, e le mie forze cedono a tanto amore, e il mio essere è troppo piccolo per tanto amore. Io esco dalla mia piccolezza e tutto in te mi immergo, mi trasformo e mi perdo. Fonte dell’essere mio, fonte di ogni mio bene: mio amore e mio Dio. (S. Agostino: Le confessioni).

Preghiera finale (La Beata Teresa Scrilli afferrata da un desiderio ardente di corrispondere all’amore di Gesù, così si esprime): Ti amo, o mio Dio, nei doni tuoi; ti amo nella mia nullità, che anche in questa comprendo, la tua infinita sapienza; ti amo nelle vicende molteplici svariate o straordinarie, di che, tu accompagnaste la mia vita... Ti amo in tutto, o di travaglio, o di pace; perché non cerco, né mai cercai, le consolazioni di Te; ma Te, Dio, delle consolazioni. Perciò mai mi gloriai né mi compiacqui, di quello che mi faceste provare nel tuo Divino amore per sola grazia gratuita, né mi angustiai e turbai, se rilasciata nell’aridità e pochezza (Autobiografia, 62).

RITO AMBROSIANO
ANNO C
V DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 4,32-37
Sal 132
1Cor 12,31-13,8a
Gv 13,31b-35

Come io ho amato voi
Parole sincere di chi va alla morte, testamento prezioso di colui che lascia il meglio di sé ai propri discepoli, sintesi di un insegnamento e di una vita che raccoglie il tutto in un frammento: “Amatevi come io ho amato voi”. Dove il “come” dice la qualità: “Li amò fino alla fine” (Gv 13,1); dice la causa: qualcuno traduce.. “siccome io ho amato voi”. Ma più profondamente il “come” richiama una partecipazione e un prolungamento, fonte e forza per amare come Lui.
Li amò fino alla fine: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). È il senso della croce: “Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine” (Gv 13,1). E non solo i suoi, ma anche i nemici, i suoi uccisori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Un amore, quello di Cristo, assolutamente gratuito, senza ritorni né condizioni: anche il perdono precede il pentimento (cfr. l’adultera, Gv 8,1). Un amore che rincorre il peccatore per salvarlo: sempre sua l’iniziativa, come un pastore che va in cerca della pecora perduta. Anzi un amore che si carica del debito altrui, quale “agnello che toglie il peccato del mondo” (Gv 1,29); “Per le sue piaghe noi siamo stati guariti” (Is 53,5). Un amore che si partecipa come capacità e forza: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” (Gv 15,5). Un amore che riflette e prolunga l’amore di Dio: “Come il Padre ha amato me, anch’io ho amato voi” (Gv 15,9). L’amore di Gesù esprime e traduce in forma umana il cuore stesso di Dio, la sua più vera identità, “perché Dio è amore” (1Gv 4,8). Lì vi è davvero l’amore al sommo grado: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10). Insuperabile è l’amore di Dio, “Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi” (Rm 8,32). Per questo Gesù oggi può dire: “Dio è stato glorificato in lui”; con la sua morte ha manifestato pienamente che tutto il disegno di Dio era di rivelare attraverso Cristo il suo amore totale per gli uomini. “Gloria Dei vivens homo” (sant’Ireneo). Anche lo stile è parte dell’identità specifica dell’amore di Dio e di Gesù: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29). È discreto e rispettoso l’amore di Dio: “Ecco il mio servo, che io ho scelto: non contesterà né griderà né si udrà nelle piazze la sua voce. Non spezzerà una canna già incrinata, non spegnerà una fiamma smorta” (Mt 12,18-20). Non scavalca la nostra libertà; invita con tenerezza: “Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20). Spasima come un amante che attende corrispondenza, e soffre (cfr. Cantico dei Cantici e Osea). E l’ultimo anelito - così intimo e così invitante - Gesù l’ha racchiuso in quel supremo bisogno di noi: “Ho sete” (Gv 19,28).
Amatevi come io ho amato: “Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri”. È il comandamento nuovo di Gesù per la sua comunità, che trova la sua identità proprio per questa qualità nuova di amare: “Da questo sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri”. La Chiesa primitiva “era un cuore solo e un’anima sola.. e tutti godevano di grande favore” (Lett.). “Guarda come si vogliono bene!”, dicevano i pagani meravigliati di tanta solidarietà, fino alla comunione dei beni. “La via più sublime” (Epist.) di santità è quella carità che sta al di sopra di ogni pur prodigioso carisma: parlare in lingue, la profezia, una fede che trasporta le montagne e ogni forma di dedizione non disinteressata. Paolo ne elenca le caratteristiche, tra l’altre, la benignità, il rispetto, il perdono e la gioia per la verità. “Siccome io ho amato voi..”, dice il motivo. “In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli” (1Gv 3,16). Del resto se l’identità di Dio e .. il suo “mestiere” è amare, il termometro che segna il nostro essere figli di Dio è l’amore che ci fa sempre più “perfetti (o misericordiosi) come è perfetto il Padre vostro celeste” (Mt 5,48). Gesù ha aggiunto un motivo in più quando si è voluto identificare con ogni uomo suo fratello: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Si risponde all’amore di Dio amando il proprio fratello per amore Suo. Un amore così alto, chi mai lo può vivere? Quel veleno che ha contagiato il nostro cuore con l’egoismo, ora solo lo Spirito di Dio lo può rendere innocuo, perché “l’amore di Dio è stato riversato nel nostro cuore per mezzo dello Spirito santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Gesù ha voluto che l’atto supremo di amore espresso in croce, fosse reso presente nel segno dell’Eucaristia nel quale Egli ci comunica la sua capacità di amare: “Chi mangia me, vivrà per me” (Gv 6,57). Scrive san Tommaso: “Il modo proprio di Dio è di operare nell’intimo dell’uomo, tramite il dono dello Spirito Santo, il quale, da una parte istruisce dall’interno e, dall’altra, inclina la volontà ad agire bene” (Comm. ad Eb). Lo Spirito è la nuova legge-forza interiore del cristiano, “la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù” (Rm 8,2). “L’amore può essere ‘comandato’ perché prima ci è donato” (Benedetto XVI).
Un amore attinto a Cristo è quello che ha guidato Madre Teresa di Calcutta. Un giorno trovò per strada moribondo un sacerdote del tempio della dea Kalì che l’aveva sempre osteggiata. Si prese cura di lui. Risanato le disse: “Per 27 anni ho adorato la dea Kalì e non l’ho mai vista in viso, ma oggi l’ho vista guardando te”. Si tratta di mettersi a servizio dell’uomo col cuore di Cristo!
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: sabato 4 maggio 2013   Mer Mag 01, 2013 10:57 am

SABATO 4 MAGGIO 2013

SABATO DELLA V SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che nel battesimo ci hai comunicato la tua stessa vita, fa’ che i tuoi figli, rinati alla speranza dell’immortalità, giungano con il tuo aiuto alla pienezza della gloria.

Letture:
At 16,1-10 (Vieni in Macedonia e aiutaci!)
Sal 99 (Acclamate il Signore, voi tutti della terra)
Gv 15,18-21 (Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo)

Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti dal mondo
Gesù parla ancora ai suoi apostoli. Siamo sempre nel Cenacolo, la sera che precede il suo arresto. Il momento è difficile e Gesù si rivolge direttamente agli apostoli. Ricorda loro la chiamata e quindi il motivo della loro presenza accanto a Lui in questo momento. Gesù ha scelto loro e non loro Gesù. È un messaggio preciso in questo momento. Nel Cenacolo si stanno compiendo i voleri del Padre. Non si stanno realizzando i desideri umani degli apostoli. Gesù chiama per realizzare i suoi piani, non perché si compissero le aspettative politiche del popolo di Israele. La chiamata è quindi cambiamento di vita; significa conversione completa a Gesù e cambiare la direzione della propria vita. È una scelta che divide i piani umani da quelli divini. L’odio che gli apostoli si attireranno nasce proprio da questa differenza. La non accettazione del piano di amore di Gesù significa proprio la nascita di nuovo odio. Leggiamo per la nostra vita un qualcosa di più. La chiamata di Gesù è scelta di Dio. È un dono che rende preziosa la vita. È elezione nel senso più puro della Parola. La qualità identifica la chiamata divina. Qualità di amore e donazione completa. Ciò può essere realizzato in tutti i nostri stati di vita. È un impegno che è preziosità dell’amore.
Una fede da proteggere e diffondere con la spada è ben debole. La storia è del resto consapevole del paradosso che fa sì che la fede cristiana diventi più forte quando è perseguitata. Il sangue dei martiri, scriveva Tertulliano, è seme di cristiani. Ai giorni nostri, il termine “martire” è usato per definire chiunque soffra e muoia per una “causa”, che può essere l’idea di nazione, la rivoluzione sociale, persino la “guerra santa” caldeggiata dai fanatici. Ma simili martiri sono causa di sofferenze maggiori di quelle inflitte a loro stessi. Il vero martire (dal greco, che significa testimone) soffre semplicemente perché è cristiano: testimone di Cristo. Il nostro secolo è stato davvero il secolo del martirio, con innumerevoli martiri, come i cristiani armeni in Turchia, i cattolici in Messico, nella Germania nazista, nell’ex Unione Sovietica e nell’Europa dell’Est, in Cina, in Corea, in Vietnam, in Sudan... L’elenco potrebbe continuare. E, per restare vicino a noi, molti sono coloro che affrontano un martirio “bianco”, cioè senza spargimento di sangue, tentando semplicemente di vivere la fede in un mondo sempre più ateo o predicando le esigenze integrali dell’insegnamento della Chiesa nel campo della morale, avendo per fondamento la rivelazione di Cristo. Non dobbiamo essere sorpresi, ma piuttosto rallegrarci ed essere felici: è questo che egli ci ha promesso.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Riflessione:
- Giovanni 15,18-19: L’odio del mondo. “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. Il cristiano che segue Gesù è chiamato a vivere in modo contrario alla società. In un mondo organizzato a partire dagli interessi egoistici di persone e gruppi, chi cerca di vivere ed irradiare l’amore sarà crocifisso. È stato questo il destino di Gesù. Per questo, quando un cristiano è molto elogiato dai poteri di questo mondo ed è esaltato quale modello per tutti dai mezzi di comunicazione, è bene non fidarsi troppo. “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia”. È stata la scelta di Gesù che ci ha separato. È basandoci su questa scelta o vocazione gratuita di Gesù che abbiamo la forza di sopportare la persecuzione e la calunnia e che possiamo avere gioia, malgrado le difficoltà.
- Giovanni 15,20: Il servo non è più grande del suo signore. “Un servo non è più grande del suo signore. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra”. Gesù aveva già insistito su questo stesso punto nella lavanda dei piedi (Gv 13,16) e nel discorso della Missione (Mt 10,24-25). Ed è questa identificazione con Gesù che, lungo due secoli, dette tanta forza alle persone per continuare il cammino ed è stata fonte di esperienza mistica per molti santi e sante martiri.
- Giovanni 15,21: Persecuzione a causa di Gesù. “Ma tutto questo vi faranno a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato”. L’insistenza ripetuta dei vangeli nel ricordare le parole di Gesù che possano aiutare le comunità a capire il perché delle crisi e delle persecuzioni è un segno evidente che i nostri fratelli e le nostre sorelle delle prime comunità non ebbero una vita facile. Dalla persecuzione di Nerone dopo Cristo fino alla fine del primo secolo, loro vivevano sapendo che potevano essere perseguitati, accusati, incarcerati ed uccisi in qualsiasi momento. La forza che li sosteneva era una certezza che Gesù comunicava che Dio era con loro.

Per un confronto personale:
- Gesù si rivolge a me e mi dice: Se tu fossi del mondo, il mondo amerebbe ciò che è tuo. Come applico questo nella mia vita?
- In me ci sono due tendenze: il mondo e il vangelo. Quale dei due ha la precedenza?

Preghiera finale: Buono è il Signore, eterna la sua misericordia, la sua fedeltà per ogni generazione (Sal 99).
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MessaggioOggetto: domenica 5 maggio 2013   Mer Mag 01, 2013 11:03 am

DOMENICA 5 MAGGIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
VI DOMENICA DI PASQUA


Preghiera iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
At 15,1-2.22-29 (È parso bene, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie)
Sal 65 (Ti lodino i popoli, o Dio, ti lodino i popoli tutti)
Ap 21,10-14.22-23 (L’angelo mi mostrò la città santa che scende dal cielo)
Gv 14,23-29 (Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto)

Il posto preparato per noi
Il Signore in questa Domenica vuole riempire il più possibile di certezze la nostra fede. Oggi ci ripete: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. Egli non vuole lasciarci nei nostri interiori turbamenti, originati dai nostri dubbi e dalle nostre incertezze sul futuro e sul fine ultimo della nostra esistenza; vuole soprattutto che la nostra fede non abbia a perdere di vista l’obiettivo principale della vita e la mèta finale a cui aspiriamo e che dobbiamo raggiungere. “Io vado a prepararvi un posto”. Il posto di cui parla Gesù non è riferibile alle nostre attese e desideri terreni; non è il posto a cui aspira ogni persona per avere una vita dignitosa e il necessario per vivere. Si tratta del posto finale, della dimora in Dio per l’eternità, dell’immergersi nella Trinità divina per stare sempre in uno stato di beatitudine e di pace piena. La “via” per raggiungerlo è Cristo stesso ad indicarcela e s’identifica con la sua persona e con la sua dottrina: ecco cosa significa credere in Lui. Conoscerlo nell’amore e nella libera adesione ci consente già di vedere il Padre, che in Lui si è rivelato agli uomini. “Chi vede me, vede il Padre” perché “Io sono nel Padre e Padre è in me”. Il Paradiso è la meta di ogni credente, ma ce lo costruiamo giorno per giorno nella fedeltà al Vangelo, alimentando la nostra fede con le opere che Cristo stesso ci consente di operare nel suo nome e per la sua gloria. Possiamo così dire e sperimentare che lo stato di grazia è già un’anticipazione di paradiso.
Un’antica leggenda racconta che san Giovanni evangelista, vecchio e ormai sul suo letto di morte, continuava a mormorare: “Figli miei, amatevi gli uni gli altri, amatevi gli uni gli altri...”. Questo testamento di Gesù, che egli ci ha trasmesso, era per lui molto importante. E, certamente, questo amore non era facile nemmeno in quei tempi. Non è mai così necessario parlare d’amore come là dove non ce n’è. È la stessa cosa che succede per la pace: non si è mai parlato tanto di pace come oggi, e intanto si continua a fare la guerra in moltissimi luoghi. Ma, proprio su questo punto, il Vangelo di Giovanni pone un’importante distinzione: c’è una pace di Gesù e un’altra pace, data dal mondo. San Giovanni attira la nostra attenzione sul fatto che noi non dobbiamo lasciarci accecare dalle parole, dobbiamo tenere conto soprattutto dello spirito nel quale esse sono dette. Dio ci ha mandato lo Spirito Santo per insegnarci la sua volontà. Il suo Spirito ci insegna anche a penetrare il senso delle parole. Possiamo allora rivolgerci a lui quando siamo disorientati, quando ci sentiamo deboli, quando non sappiamo più cosa fare. È un aiuto al quale possiamo ricorrere quando ci aspettano decisioni difficili da prendere. Egli ci aiuta!

Lo Spirito Santo ci aiuterà a comprendere le parole di Gesù
Il testo: In quel tempo, Gesù disse [ai suoi discepoli]: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole; e la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Vi ho detto queste cose mentre sono ancora presso di voi. Ma il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto.
Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: “Vado e tornerò da voi”. Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado al Padre, perché il Padre è più grande di me. Ve l’ho detto ora, prima che avvenga, perché, quando avverrà, voi crediate».

Momento di silenzio: lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande:
- “E noi verremo a lui e prenderemo dimora”: guardando nei nostri accampamenti interiori, troveremo la tenda della shekinah (presenza) di Dio?
- “Chi non mi ama, non osserva le mie parole”: Sono parole svuotate dal nostro non amore le parole di Cristo per noi? Oppure potremo dire di osservarle come guida al nostro cammino?
- “Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto ciò che vi ho detto”: Gesù torna al Padre, ma tutto quello che Lui ha detto e fatto resta fra noi. Quando saremo in grado di fare memoria dei prodigi che la grazia divina ha compiuto in noi? Accogliamo la voce dello Spirito che suggerisce nell’intimo il significato di tutto ciò che è avvenuto?
- “Vi do la mia pace: La pace di Cristo è la sua risurrezione”: quando l’inquietudine e la smania del fare che ci allontana dalle sorgenti dell’essere abbandonerà il domicilio della nostra vita? Dio della pace, quando vivremo unicamente di te, pace della nostra attesa?
- “Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate”: Prima che avvenga... Gesù ama spiegarci in anticipo cosa avverrà, perché gli eventi non ci trovino impreparati. Ma siamo in grado noi di leggere i segni delle nostre vicende con le parole già udite da Lui?

Chiave di lettura: Prendere dimora. Il cielo non ha luogo migliore che un cuore umano innamorato. Perché in un cuore dilatato i confini si ampliano e ogni barriera di tempo e di spazio si annulla. Vivere nell’amore equivale a vivere in cielo, a vivere in Colui che è amore, e amore eterno.
- v. 23. Gli rispose Gesù: Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Alle sorgenti di ogni esperienza spirituale c’è sempre un movimento verso. Da un piccolo passo, si muove poi tutto in armonia. E il passo da compiere è uno solo: Se uno mi ama. Si può davvero amare Gesù? E come visto che il suo volto non è più tra la gente? Amare: cosa significa veramente? Amare in genere per noi equivale a volersi bene, stare insieme, fare delle scelte per costruire un futuro, donarsi... ma amare Gesù non è la stessa cosa. Amare Lui significa fare come ha fatto Lui, non tirarsi indietro di fronte al dolore, alla morte; amare come Lui significa chinarsi ai piedi dei fratelli per rispondere ai loro bisogni vitali; amare come Lui porta molto lontano... ed è in questo amore che la parola diventa pane quotidiano di cui cibarsi e la vita diventa cielo per la presenza del Padre.
- v. 24-25. Chi non mi ama non osserva le mie parole; la parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Se l’amore non c’è, le conseguenze sono disastrose. Le parole di Gesù si possono osservare solo se c’è amore in cuore, altrimenti restano proposte assurde. Quelle parole non sono di un uomo, nascono dal cuore del Padre che propone a tutti noi di essere come Lui. Non si tratta tanto nella vita di fare delle cose, pur buone che sia. È necessario essere uomini, essere figli, essere immagini simili a Chi non cessa mai di donare tutto Se stesso.
- vv. 25-26. Queste cose vi ho detto quando ero ancora tra voi. Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto. Fare memoria è azione dello Spirito: quando nelle nostre giornate il passato scivola via come qualcosa di perennemente perduto e il futuro sta lì quasi minaccioso a toglierti la gioia dell’oggi, solo il Soffio divino in te può condurti a far memoria. Memoria di ciò che è stato detto, di ogni parola uscita dalla bocca di Dio per te, e dimenticata per il fatto che è passato del tempo.
- v. 27. Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. La pace di Cristo per noi non è assenza di conflitti, serenità di vita, salute... ma pienezza di ogni bene, assenza di turbamento di fronte a ciò che avviene. Il signore non ci assicura il benessere, ma la pienezza della figliolanza in una adesione amorevole ai suoi progetti di bene per noi. La pace la possederemo, quando avremo imparato a fidarci di quello che il Padre sceglie per noi.
- v. 28. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò a voi; se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre, perché il Padre è più grande di me. Ritorna il discorso dell’amore. Se mi amaste, vi rallegrereste. Ma che senso ha questa espressione sulle labbra del Maestro? Potremmo completare la frase e dire: Se mi amaste, vi rallegrereste che io vado dal Padre... ma siccome pensate a voi, siete tristi perché io vado via. L’amore dei discepoli è amore di egoismo. Non amano a Gesù perché non pensano a Lui, pensano per sé. Allora l’amore che Gesù richiede, è quest’amore! Un amore capace di gioire perché l’altro sia felice. Un amore capace di non pensare a sé come centro di tutto l’universo, ma come luogo in cui il sentire si fa aperto a dare per poter ricevere: non in contraccambio, ma come “effetto” del dono consegnato.
- v. 29. Ve l’ho detto adesso, prima che avvenga, perché quando avverrà, voi crediate. Gesù istruisce i suoi perché sa che resteranno confusi e saranno lenti a capire. Le parole dette non si dileguano, restano presenza nel mondo, tesori di comprensione per la fede. Un incontro con l’Assoluto che è da sempre e per sempre a favore dell’uomo.

Riflessione: Amore. Parola magica e antica quanto il mondo, parola familiare che nasce all’orizzonte di ogni uomo nel momento in cui è chiamato all’esistenza. Parola scritta nelle sue fibre umane come origine e fine, come strumento e pace, come pane e dono, come sé, come altri, come Dio. Parola affidata alla storia attraverso la nostra storia di quotidianità. Amore, un patto che da sempre ha un solo nome: uomo. Sì perché l’amore coincide con l’uomo: amore è l’aria che respira, amore è il cibo che gli è dato, amore è il riposo cui si affida, amore è il vincolo che fa di lui una terra di incontro. Quell’amore con cui Dio ha guardato la sua creazione e ha detto: “È cosa molto buona”. E non si è rimangiato l’impegno preso quando l’uomo ha fatto di se stesso un rifiuto più che un dono, uno schiaffo più che una carezza, una pietra lanciata più che una lacrima raccolta. Ha amato ancora di più con gli occhi e il cuore del Figlio, fino alla fine. Quest’uomo che si è reso fiaccola ardente di peccato il Padre l’ha redento, ancora e unicamente per amore, nel Fuoco dello Spirito.

Contemplazione finale: Ti vedo, Signore, dimorare nei miei giorni attraverso la tua parola che accompagna i miei momenti più forti, quando il mio amore per te si fa ardito e non mi tiro indietro di fronte a ciò che sento non mi appartiene. Quello Spirito che è come il vento: spira dove vuole e non senti la sua voce, quello Spirito si è fatto spazio in me, e ora posso dirti che è come un caro amico con cui fare memoria. Riandare con il ricordo alle parole dette, agli eventi vissuti, alla presenza percepita strada facendo, fa bene al cuore. Mi sento abitato più in profondità ogni volta che nel silenzio balza alla mente una tua frase, un tuo invito, una tua parola di compassione, un tuo silenzio. Le notti della tua preghiera mi consentono di pregare il Padre e di trovare pace. Signore, tenerezza celata nelle pieghe dei miei gesti, concedimi di far tesoro di tutto ciò che sei: un rotolo spiegato in cui è facile carpire il senso del mio vivere. Che le mie parole siano dimora delle tue parole, che la mia fame sia dimora di te, pane di vita, che il mio dolore sia una tomba vuota e un sudario ripiegato perché tutto ciò che vuoi sia compiuto, fino all’ultimo respiro. Ti amo, Signore, mia roccia.

RITO AMBROSIANO
ANNO C
VI DOMENICA DI PASQUA


Letture:
At 21,40b-22,22
Sal 66
Eb 7,17-26
Gv 16,12-22

La vostra tristezza si cambierà in gioia
La barca della Chiesa, come l’esistenza di ognuno, naviga spesso entro bufere, e il cuore viene meno perché Dio sembra lontano. Anche i discepoli, si spaventano davanti all’annuncio della “partenza” di Gesù, cioè della sua morte, e si sentono abbandonati. Ma Gesù li incoraggia: “Un poco ancora e mi vedrete”. Adesso, nella prova di una esistenza difficile in attesa del suo ritorno, è il tempo di un parto difficile: “La donna, quando partorisce, è nel dolore; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo”. Come per Gesù, dal tunnel della morte si esce alla risurrezione; è questa la speranza da nutrire, sulla promessa di Gesù e sulla forza che ci viene dallo Spirito.
La tristezza: Quello del dolore e della morte, come delle prove, delle ingiustizie e delle.. sorprese pesanti dell’esistenza nostra, fa parte del mistero della vita. Mistero in parte spiegato dal “peccato” dell’uomo, in parte dalla nostra condizione di precarietà. Forse anche, appunto, da una partecipazione faticosa nell’impresa di generare qualcosa di nuovo, di pulito e di sano, da una natura contaminata e propensa al male; cioè da una corredenzione. Scrive san Paolo: “Sappiamo che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo” (Rm 8,22-23). Ci piacerebbe che tutto avesse compiuto Gesù per noi; ma vuole la nostra partecipazione; e per generare una nuova creatura ci vogliono i suoi mesi..: “Nella speranza infatti siamo stati salvati” (Rm 8,24). “Un poco e non mi vedrete”. Per “andare al Padre” Gesù è passato dalla sua obbedienza della croce. L’ultima sua parola fu: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46). Una obbedienza e una resa che probabilmente è il sentiero necessario anche a noi. Se lo domanda spesso anche il card. Martini, che scrive pensando alla sua morte: “Mi sono rappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle “uscite di sicurezza”. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio. Ciò che ci attende dopo la morte è un mistero, che richiede da parte nostra un affidamento totale. Desideriamo essere con Gesù, e questo nostro desiderio lo esprimiamo a occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani”. “Un poco ancora e mi vedrete”. Un poco ancora..: avere pazienza, avere speranza, avere perseveranza! Primo perché ciò che ci attende è grande: “Ritengo infatti - scrive Paolo - che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che sarà rivelata in noi” (Rm 8,18). Gesù stesso invita a non aver paura: “Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. Avete udito che vi ho detto: Vado e tornerò da voi” (Gv 14,27-28). E ancora: “Vado a prepararvi un posto. Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Lo sguardo su Gesù ci dà coraggio e forza: “Corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù. Egli, di fronte alla gioia che gli era posta dinanzi, si sottopose alla croce, disprezzando il disonore, e siede alla destra del trono di Dio. Pensate attentamente a colui che ha sopportato contro di sé una così grande ostilità dei peccatori, perché non vi stanchiate perdendovi d’animo” (Eb 12,2-3).
La gioia: Certo non è facile, credere e tener duro, e, soprattutto nella prova, fidarci delle promesse di Cristo: “Non comprendiamo quello che vuol dire”, si lamentano gli apostoli. Gesù stesso dice: “Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso”. Non è alla sola nostra buona volontà poterci fidare di Dio. Promette allora Lui la forza: “Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità. Prenderà da quel che è mio e ve lo annuncierà”. Sarà lo Spirito Santo il ripetitore interiore di Gesù per farci capire fino in fondo il senso decisivo del suo annuncio di salvezza: “Lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,26). Anche oggi “i segreti di Dio nessuno li ha mai conosciuti se non lo Spirito di Dio” (1Cor 2,11). Sul versante del conoscere è dato lo Spirito. Sul versante del perseverare sta il sostegno di un grande intercessore, colui che “possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere in loro favore” (Epist.). Gesù risorto ora segue la sua Chiesa nelle sue svolte decisive, e provvede uomini e mezzi per sostenerla e lanciarla alla sua missione universale. La vicenda di Paolo ne è un emblema. In pericolo a Gerusalemme - racconta - “mentre pregavo nel tempio, fui rapito in estasi e vidi lui che mi diceva: Affrettati ed esci presto da Gerusalemme”. E più tardi: “Va’, perché io ti mando lontano, alle nazioni” (Lett.). Del resto Gesù aveva promesso questa assistenza: “Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia”. I discepoli di Emmaus, dubbiosi e sconfortati, ripresero coraggio quando “lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane” (Lc 24,35). È oggi il modo ancora per noi di incontrarlo e riconoscerlo, e radicare in noi la certezza di un incontro.. incantato: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano” (1Cor 2,9). Proprio di gioia piena Gesù ha parlato..: “perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia” (Gv 17,13). Perché “tutti siano una cosa sola; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi” (Gv 17,21); una cosa sola con i Tre di casa Trinità.
“Non vi lascerò orfani” (Gv 14,18). Cristo non abbandona la sua Chiesa, anche in tempi di crisi o di persecuzioni. Certo, la purifica per fare di lei la sua sposa “senza macchia né ruga ma santa e immacolata” (Ef 5,27). “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E “se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31); “In tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,37).
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MessaggioOggetto: sabato 11 maggio 2013   Mer Mag 08, 2013 3:43 pm

SABATO 11 MAGGIO 2013

SABATO DELLA VI SETTIMANA DI PASQUA


Preghiera iniziale: O Dio, nostro Padre, disponi sempre al bene i nostri cuori, perché, nel continuo desiderio di elevarci a te, possiamo vivere pienamente il mistero pasquale.

Letture:
At 18,23-28 (Apollo dimostrava attraverso le Scritture che Gesù è il Cristo)
Sal 46 (Dio è re di tutta la terra)
Gv 16,23-28 (Il Padre vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto)

Nel suo nome
Il nome nel linguaggio biblico indica l’identità della persona, la sua natura e il suo essere. Gesù che già ha dato una sublime lezione di preghiera ai suoi, e a tutti noi, insegnandoci il Padre Nostro, vuole dare una garanzia di efficacia alle nostre invocazioni: dobbiamo e possiamo chiedere tutto a Dio, ma nel suo nome, “per il nostro Signore Gesù Cristo”, come fa la Chiesa a conclusione di tutte le sue orazioni liturgiche. “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si piega nei cieli e sulla terra... perché Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al disopra di ogni altro nome”. Cosi Cristo è diventato l’eterno sacerdote orante, il nostro avvocato ed intercessore presso il Padre, colui che ha precipitato l’«accusatore», che ci accusava giorno e notte presso Dio. Egli quindi fa sue le nostre preghiere, prega con noi e per noi, ci difende dal male, ci dona la grazia che ci santifica e rende meritorie le nostre azioni quotidiane, purché facciamo tutto nel suo nome e per la sua gloria. Così Egli, che ritorna al Padre, ci trascina verso questa misteriosa ascensione, unendoci a sé con i vincoli della preghiera, in una comunione di intenti e di vita.
Gesù continua ad aprirsi con i suoi nei giorni che precedono la passione. Gli piace anticipare le realtà sublimi che otterrà per i suoi attraverso la sua ormai prossima morte e la sua risurrezione. Cristo, Mediatore tra Dio e gli uomini, ha reso possibile che ci fosse una sola famiglia nel cielo e sulla terra, la famiglia dei figli di Dio. Il Padre eterno è nostro Padre, il suo regno, la sua casa e la vita divina del Cristo sono anche nostri. “Il Padre - posso dire con Gesù - mi ama”. È in questo nuovo ordine che la preghiera cristiana trova il suo posto. Noi prima non sapevamo chiedere, e non potevamo farlo. Non si tratta di pregare ma “di avere una relazione di amicizia con colui che, noi lo sappiamo, ci ama” (Teresa di Gesù, Vita 8). Noi, prima, non sapevamo domandare e non potevamo farlo. Ma, attualmente, dato che il Padre ci ama e desidera la nostra amicizia, possiamo essere sicuri di essere ascoltati, e di ricevere una grande gioia da quella amorosa comunicazione con lui, che è la preghiera. La nostra preghiera non è soltanto nostra, essa è anche e soprattutto quella di Cristo. Così terminano le preghiere della liturgia e così deve terminare la nostra: per Cristo nostro Signore.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «In verità, in verità io vi dico: se chiederete qualche cosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà. Finora non avete chiesto a nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena. Queste cose ve le ho dette in modo velato, ma viene l’ora in cui non vi parlerò più in modo velato e apertamente vi parlerò del Padre. In quel giorno chiederete nel mio nome e non vi dico che pregherò il Padre per voi: il Padre stesso infatti vi ama, perché voi avete amato me e avete creduto che io sono uscito da Dio. Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre».

Riflessione:
- Giovanni 16,23b: I discepoli hanno pieno accesso al Padre. È l’assicurazione che Gesù rivolge ai suoi discepoli: possono accedere alla paternità di Dio in unione con Lui. La mediazione di Gesù porta i discepoli fino al Padre. È evidente che il ruolo di Gesù non è quello di sostituirsi ai «suoi»: non li assume mediante una funzione d’intercessione, ma li unisce a sé, e in comunione con Lui essi si presentano i loro bisogni e necessità. I discepoli hanno la certezza che Gesù dispone della ricchezza del Padre: «In verità, in verità vi dico: se chiederete qualcosa al Padre nel mio nome, egli ve la darà» (v.23b). In tale modalità, vale a dire, in unione con Lui, la richiesta diventa efficace. L’oggetto di qualunque domanda al Padre dev’essere sempre collegato a Gesù, vale a dire, al suo amore e al suo impegno di dare la vita per l’uomo (Gv 10,10). La preghiera rivolta al Padre nel nome di Gesù, in unione a Lui (Gv 14,13; 16,23), è esaudita. Finora i discepoli non hanno chiesto nulla nel nome di Gesù, ma lo potranno fare dopo la sua glorificazione (Gv 14,13s) quando riceveranno lo Spirito che li illuminerà pienamente sulla sua identità (Gv 4,22ss) e creerà lìunione con Lui. I suoi potranno chiedere e ricevere in pienezza di gioia quando passeranno dalla visione sensibile di Lui a quella della fede.
- Giovanni 16,24-25: In Gesù il contatto diretto col Padre. I credenti vengono assunti nel rapporto tra il Figlio e il Padre. In Gv 16,26 Gesù ritorna sul legame prodotto dallo Spirito e che permetterà ai suoi di presentare ogni richiesta al Padre in unione con Lui. Ciò avverrà «in quel giorno». Cosa vuol dire «quel giorno chiederete»?. È il giorno in cui verrà dai suoi e comunicherà loro lo Spirito (Gv 20,19.22). È allora che i discepoli, conoscendo il rapporto tra Gesù e il Padre sapranno di essere esauditi. Non occorrerà che Gesù s’interponga fra il Padre e i discepoli per chiedere in loro favorire, non perché è finita la sua mediazione, ma essi avendo creduto nell’incarnazione del Verbo, ed essendo strettamente uniti a Cristo, saranno amati dal Padre come egli ama il Figlio (Gv 17,23.26). In Gesù i discepoli sperimentano il contatto diretto col Padre.
- Giovanni 16,26-27: La preghiera al Padre. Il pregare consiste, allora, nell’andare al Padre attraverso Gesù; rivolgersi al Padre nel nome di Gesù. Un’attenzione particolare merita l’espressione di Gesù al v.26-27: «e non vi dico che pregherà il Padre per voi: il Padre stesso, infatti, vi ama». L’amore del Padre per i discepoli si fonda sull’adesione dei «suoi» a Gesù sulla fede nella sua provenienza, vale a dire, il riconoscimento di Gesù come dono del Padre. Dopo aver assimilato a sé i discepoli Gesù sembra ritirarsi dalla sua condizione di mediatore ma in realtà permette che solo il Padre ci prenda e ci afferri: «Chiedete ed otterrete perché la vostra gioia sia piena» (v.24). Inseriti nel rapporto col Padre mediante l’unione in Lui, la nostra gioia è piena e la preghiera è perfetta. Dio offre sempre il suo amore al mondo intero, ma tale amore acquista il senso di reciprocità solo se l’uomo risponde. L’amore è incompleto se non diventa reciproco: finché l’uomo non lo accetta rimane in sospensione. Tuttavia i discepoli lo accettano nel momento in cui amano Gesù e così rendono operativo l’amore del Padre. La preghiera è questo rapporto d’amore. In fondo la storia di ciascuno di noi s’identifica con la storia della sua preghiera, anche quei momenti che non sembrano tali: l’ansia è già preghiera e così la ricerca, l’angoscia...

Per un confronto personale
- La mia preghiera personale e comunitaria avviene in uno stato di quiete, di pace e di grande tranquillità?
- Quale impegno dedico a crescere nell’amicizia con Gesù? Sei convinto di giungere a una reale identità attraverso la comunione con Lui e nell’amore del prossimo?

Preghiera finale: Dio è re di tutta la terra. Cantate inni con arte. Dio regna sui popoli, Dio siede sul suo trono santo (Sal 46).
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MessaggioOggetto: domenica 12 maggio 2013   Mer Mag 08, 2013 3:52 pm

RITO ROMANO


DOMENICA 12 MAGGIO 2013
ANNO C
VII SETTIMANA DI PASQUA
ASCENSIONE DEL SIGNORE
SOLENNITÀ


Orazione iniziale: Shaddai, Dio della montagna, che fai della nostra fragile vita la rupe della tua dimora, conduci la nostra mente a percuotere la roccia del deserto, perché scaturisca acqua alla nostra sete. La povertà del nostro sentire ci copra come manto nel buio della notte e apra il cuore ad attendere l’eco del Silenzio finché l’alba, avvolgendoci della luce del nuovo mattino, ci porti, con le ceneri consumate del fuoco dei pastori dell’Assoluto che hanno per noi vegliato accanto al divino Maestro, il sapore della santa memoria.

Letture:
At 1,1-11 (Fu elevato in alto sotto i loro occhi)
Sal 46 (Ascende il Signore tra canti di gioia)
Eb 9,24-28; 10,19-23 (Cristo è entrato nel cielo stesso)
Lc 24,46-53 (Mentre li benediceva veniva portato verso il cielo)

Non è qui
Dopo quaranta giorni dalla Risurrezione, Gesù, vincitore del peccato e della morte, come aveva preannunciato ripetutamente ai suoi discepoli, sale, glorioso e trionfante, al cielo. “Vado a prepararvi un posto” - aveva detto loro. Verrebbe da pensare ad una conclusione, ad una fine, ad un distacco e ad un addio, ma non è così. Egli ci precede nella gloria, ma ci attende tutti nella stessa beatitudine eterna. Mai come oggi ci è dato di comprendere fino in fondo il significato che Gesù voleva annettere alla parola “VIA” quando asseriva: “Io sono la via, la verità e la vita”. La via è Cristo stesso, che ci addita il cielo come la meta finale dell’umana esistenza e l’approdo a cui tendere. È stato Lui a renderci possibile il ritorno al Padre, è il frutto della redenzione, è il trionfo dell’amore di Dio verso noi peccatori. Il cielo si riapre e l’uomo ritrova la sua patria, rientra in comunione con il Padre e con la forza dello Spirito Santo, vede alimentata la speranza del possesso dei beni futuri. Oggi per tutti i credenti s’innalza la preghiera di Cristo: egli implora l’unità perfetta e la fraternità vera tra i suoi, chiede al Padre che tutti siano con Lui, tutti possano contemplare la sua gloria, tutti diventino testimoni dell’amore. Gesù ripropone ancora all’uomo di oggi la via del cielo, indica loro con la migliore evidenza possibile, lo scopo ultimo della vita; a noi ancora immersi nel tempo ci parla di cielo, di eternità, di paradiso, cerca di distoglierci almeno un po’ dalle cose della terra per farci contemplare i cieli aperti e la gloria di Dio.
La morte di Gesù ha costituito uno scandalo per i suoi discepoli, perché essi si erano plasmati un Cristo senza croce. Ma Gesù di Nazaret è il Messia; e non esiste altro Messia che il crocifisso e il glorificato. È attraverso la catechesi del Signore, risuscitato, che i discepoli capiscono che il Messia doveva soffrire e risuscitare dai morti. Era il disegno di Dio manifestato nelle Scritture. Il senso della croce e dell’accompagnamento dei discepoli sulla croce, si scontra con l’intelligenza, con il cuore e con i progetti dell’uomo. Affinché i discepoli possano essere i testimoni autorizzati di Gesù Cristo, non solo devono comprendere la sua morte redentrice, ma anche ricevere lo Spirito Santo. Gesù si separa dai discepoli benedicendoli e affidandoli alla protezione di Dio Padre. Ascensione del Signore al cielo e invio dello Spirito Santo, per fare dei discepoli dei testimoni coraggiosi e per accompagnarli fino al ritorno di Gesù, sono strettamente collegati. Lo Spirito Santo aumenterà la potenza della parola del predicatore e aprirà l’intelligenza degli ascoltatori. Della vita fragile del missionario egli farà una testimonianza eloquente di Gesù Cristo morto sulla croce e vivo per sempre. Nel mondo, al fianco dei discepoli, lo Spirito Santo sarà il grande Testimone di Gesù.

Approfondimento del Vangelo (La missione della Chiesa: testimoniare il perdono che Dio offre a tutti)
Il testo: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni. Ed ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto». Poi li condusse fuori verso Betania e, alzate le mani, li benedisse. Mentre li benediceva, si staccò da loro e veniva portato su, in cielo. Ed essi si prostrarono davanti a lui; poi tornarono a Gerusalemme con grande gioia e stavano sempre nel tempio lodando Dio.

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande:
- Nel nome del Signore. Ciò che vivo ogni giorno in nome di chi lo faccio?
- A tutte le genti. Ho un cuore capace di accogliere tutti oppure discrimino facilmente secondo le mie vedute?
- Restate in città. Riesco a stare nelle situazioni più difficili o tento, prima ancora di capirne il senso, di eliminarle?
- La mia preghiera. Lodo il Signore per ciò che compie nella mia vita oppure chiedo per me?

Chiave di lettura: Poche righe che parlano di vita, di movimento, di cammino, di incontro... Obiettivo che compie il così sta scritto è tutte le genti. La via è quella tracciata dalla testimonianza. Gli apostoli sono dei mandati, non portano qualcosa di proprio, ma si fanno vita, movimento, cammino, incontro, via che fa fiorire la vita ovunque arrivi.
- v. 46. Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno. Cosa sta scritto? Dove? L’unica scrittura che noi conosciamo è quella di un incontro. Dio sembra non possa fare a meno dell’uomo, per questo lo va a cercare, ovunque si trova, e non si arrende finché non lo riabbraccia. Questo è ciò che è scritto. Un amore eterno, capace di scendere nel patire, di bere fino in fondo il calice del dolore pur di rivedere il volto del figlio amato. Negli abissi della non vita Cristo scende per prendere la mano dell’uomo e riaccompagnarlo a casa. Tre giorni. Tre momenti. Passione, morte, risurrezione. Questo è ciò che è scritto. Per Cristo e per ognuno che gli appartenga. Passione: tu ti consegni con fiducia, e l’altro fa di te ciò che vuole, ti abbraccia o ti strapazza, ti accoglie o ti respinge... ma tu continui ad amare, fino alla fine. Morte: una vita che non si tira indietro... muore, si spegne... ma non per sempre, perché la morte ha potere sulla carne, lo spirito che da Dio viene a Dio ritorna. Risurrezione: Tutto acquista senso alla luce della Vita: l’amore donato non muore, risorge sempre.
- v. 47. E nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. La parola di Gesù, pronunciata nella storia, non si ferma. Ha bisogno di annunciatori. E gli apostoli vanno, mandati nel nome santo di Dio. Vanno a tutte le genti. Non più un popolo eletto, ma tutti gli uomini eletti. Vanno a prendere per le spalle i loro fratelli e a convertirli, a girarli verso di loro per dire: Tutto ti è perdonato, puoi tornare a vivere la vita divina, Gesù è morto e risorto per te! Non è una invenzione la fede. Vengo da Gerusalemme. Ho visto con i miei occhi, l’ho sperimentato nella mia vita. Non ti racconto altro che la mia storia, una storia di salvezza.
- v. 48. Di questo voi siete testimoni. Dio lo si conosce per esperienza. Essere testimoni vuol dire portare scritta nella pelle, cucita sillaba per sillaba, la parola che è Cristo. Quando un uomo è stato toccato da Cristo, diventa come una lampada, anche se non lo volesse, risplende! E se la fiamma volessi spegnerla, si riaccende, perché la luce non è della lampada ma dello Spirito riversato nel cuore che irradia senza fine la comunione eterna.
- v. 49. E io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto. Le promesse di Gesù non vengono meno. Lui se ne va, ma non lascia orfani i suoi amici. Sa che hanno bisogno della presenza costante di Dio. E Dio torna a venire all’uomo. Questa volta non più nella carne, ma invisibilmente nel fuoco di un amore impalpabile, nell’ardore di un vincolo che mai più si romperà, l’arcobaleno dell’alleanza ratificata, lo splendore del sorriso di Dio, lo Spirito Santo. Rivestiti di Cristo, rivestiti dello Spirito gli apostoli non avranno più paura, e potranno finalmente andare!
- v. 50. Poi li condusse fuori verso Betània e, alzate le mani, li benedisse. Il momento del lasciarsi è solenne. Betania, il luogo dell’amicizia. Gesù alza le mani e benedice i suoi. Un gesto di saluto che è un dono. Dio non si allontana dai suoi, semplicemente li lascia per tornare in altra veste.
- v. 51. Mentre li benediceva, si staccò da loro e fu portato verso il cielo. Ogni distacco è sicuramente un evento che porta dispiacere. Ma in questo caso la benedizione è un lascito di grazia. E gli apostoli vivono una comunione intensa con il loro Signore tanto da non avvertire separazione.
- v. 52. Ed essi, dopo averlo adorato, tornarono a Gerusalemme con grande gioia. La gioia degli apostoli è grande, gioia di tornare per le vie di Gerusalemme con un tesoro sconfinato, la gioia dell’appartenenza. L’umanità di Cristo entra in cielo, è una porta che si riapre per non più chiudersi. La gioia della sovrabbondanza di vita che Cristo ha ormai versato nella loro esperienza non si arresterà più...
- v. 53. E stavano sempre nel tempio lodando Dio. Stare... un verbo importantissimo per il cristiano. Stare suppone una forza particolare, la capacità di non fuggire le situazioni ma di viverle assaporandole fino in fondo. Stare. Un programma evangelico da portare a tutti. Allora la lode scaturisce sincera, perché nello stare la volontà di Dio è sorseggiata come bevanda salutare e inebriante di beatitudine.

Riflessione: La testimonianza della carità è senza dubbio nella vita ecclesiale lo specchio più terso per l’evangelizzazione. È lo strumento che dissoda il terreno perché quando il seme della Parola cade porti frutto abbondante. Non può la buona notizia scegliere altre vie per giungere al cuore degli uomini che quella dell’amore vicendevole, un’esperienza che conduce direttamente alla fonte: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Gv 15,12). Tutto questo trova verifica nella prima Chiesa: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: Egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1Gv 3,16). Il discepolo che ha incontrato e conosciuto Gesù, il discepolo amato, sa che non può parlare di lui e non percorrere le vie che lui ha percorso. «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) Quali parole migliori per dire che la via maestra di ogni evangelizzazione è l’amore gratuito? Cristo è la via per evangelizzare. Cristo è la verità da donare nell’evangelizzazione. Cristo è la vita evangelizzata. Ed è evangelizzazione l’amore con il quale ci ha amati, un amore consegnato senza condizioni, che non si tira indietro ma va avanti fino alla fine fedele a se stesso, a costo di morire su una croce di maledizione, pur di mostrare il volto del Padre quale volto di Amore, un amore che rispetta la libertà dell’uomo, anche quando questa significa rifiuto, disprezzo, aggressione, morte. «La carità cristiana ha in se stessa una grande forza evangelizzatrice. Nella misura in cui sa farsi segno e trasparenza dell’amore di Dio, apre mente e cuore all’annuncio della Parola di verità. Desideroso di autenticità e di concretezza, l’uomo di oggi, come diceva Paolo VI, apprezza di più i testimoni che i maestri, e in genere solo dopo esser stato raggiunto dal segno tangibile della carità si lascia guidare a scoprire la profondità e le esigenze dell’amore di Dio» (CEI, Evangelizzazione e testimonianza della carità, in Enchirision CEI, vol. 1-5, EDB, Bologna 1996 n. 24). Motivare e sostenere l’apertura agli altri nel servizio è compito di ogni azione pastorale che voglia evidenziare il rapporto profondo esistente tra fede e carità alla luce del vangelo, e quella nota caratteristica dell’amore cristiano che è la prossimità, il prendersi cura (cfr. Lc 10,34).

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo
Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo che è disceso dal cielo
Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. Ascoltiamo l’apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3,1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso. Cristo ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9,4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35). Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l’amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3,13). Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l’unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell’uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui. Così si esprime l’Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1Cor 12,12). L’Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo. Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l’unità del corpo non sia separata dal capo. Disc. sull’Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495).

Contemplazione finale: Signore, comprendo che l’evangelizzazione esige una profonda spiritualità, autenticità e santità di testimoni, persone mature nella fede, capaci di ritrovarsi insieme per fare della propria esperienza di fede un luogo di incontro e di crescita in un contatto da persona a persona che costruisca relazioni profonde e aperte alla ecclesialità, al mondo, alla storia. E io mi sento ancora inadeguato. In un contesto in cui il susseguirsi repentino di immagini, parole, proposte, progetti, cronache disorienta e quasi ubriaca il pensiero e disperde il sentire, la testimonianza si erge quale parola privilegiata per una sosta di riflessione, per un attimo di ripensamento. Ma se io sono il primo a lasciarmi portar via da quelle immagini, parole, progetti? Di una cosa sono certo, e questo mi conforta. Anche la più bella testimonianza si rivelerebbe a lungo andare impotente, se non fosse illuminata, giustificata, esplicitata da un annuncio chiaro e inequivocabile del Signore Gesù. La Buona Novella, proclamata dalla testimonianza di vita, presto o tardi ha bisogno di essere annunciata dalla parola di vita. Darò ragione della mia speranza proclamando il tuo nome, il tuo insegnamento, la tua vita, le tue promesse, il tuo mistero di Gesù di Nazareth e Figlio di Dio: penso sia per me la via più semplice per suscitare l’interesse a conoscere e incontrare te, Maestro e Signore, che hai scelto di vivere come figlio dell’uomo per narrare a noi il volto del Padre. Ogni pastorale che oggi si trovi in catene a causa della fede potrà chiedere a te, Dio, che si riapra la porta della predicazione per annunciare il mistero di Cristo, quella predicazione che, quale parola divina, opera in chiunque crede.

RITO AMBROSIANO


GIOVEDÌ 9 MAGGIO 2013
ANNO C
ASCENSIONE DEL SIGNORE
SOLENNITÀ


Letture:
At 1,6-13a
Sal 46
Ef 4,7-13
Lc 24,36b-53

É stato assunto in cielo
La vicenda umana di questo Gesù di Nazaret - paradigma di ogni sana umanità che vuol realizzarsi secondo il disegno di Dio - termina “in cielo”, cioè nella partecipazione piena - proprio anche nella sua umanità - alla vita divina in Casa Trinità. Destino appunto anche nostro, così fissato dalle parole di Paolo: “finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo” (Epist.).
L’uomo perfetto: L’illusione pagana, da sempre, è quella di credere ad una autonoma misura di umanità, ad un progetto di riuscita umana indipendentemente da quanto Dio Creatore ha stabilito in noi, “predestinandoci ad essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà” (Ef 1,4-5). La “misura”, cioè il progetto unico di uomo, è lui, Gesù, figlio di Dio e, con l’ascensione, erede, dove siede alla destra del Padre. Solo lì possiamo leggere la nostra vera vicenda e lo sbocco positivo che ci libera dalle angosce della morte e chiarisce molti enigmi della vita. Gesù è andato, come nostro fratello maggiore, “a prepararci un posto. E quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi” (Gv 14,2-3). Un destino anche di risurrezione del corpo. Nelle apparizioni ai discepoli, Gesù insiste molto sulla sua realtà di corpo risorto: “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che ho io”. Come sia anche il nostro corpo nell’aldilà, Paolo afferma che sarà un corpo incorruttibile, nella gloria, risorto in potenza e spirituale, cioè sotto la signoria dello Spirito (cfr. 1Cor 15,35-53). Troppi, che si dicono cristiani, pensano ancora solo alla “immortalità dell’anima”; cose da vecchi filosofi greci! Gesù ha insistito sull’intimità con Dio, parte viva di Casa Trinità: “In verità io vi dico: si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,37). Saremo a cena da Dio, e lui nostro cameriere! “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,1-2). In cima al Monte degli Ulivi Gesù ha dato appuntamento: “Verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo”. Prosegue Paolo: “Quando Cristo, vostra vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con lui nella gloria” (Col 3,4). Tempo di attesa e nostalgia del cielo deve essere il nostro, come lo vivevano i Santi. “Carissimi - esorta san Giovanni - noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1Gv 3,2).
Mi sarete testimoni: “Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati. Di questo voi siete testimoni”. Finito il tempo del Gesù terreno, inizia il tempo della Chiesa: “asceso in alto, ha distribuito doni agli uomini” (Epist.). Il mandato è stato dato agli apostoli, ma con la prospettiva universale: “Mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra”. Per questo “egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero” (Epist.). Una testimonianza e un ministero già legato al battesimo, che si articola poi nei vari ministeri di una Chiesa sempre più viva e coordinata. Ma viva e coordinata non tanto dagli uomini, ma dallo Spirito Santo. “Ecco, io mando su di voi colui che il Padre mio ha promesso; ma voi restate in città, finché non siate rivestiti di potenza dall’alto”. “Riceverete la forza dello Spirito Santo che scenderà su di voi” (Lett.). È opera di Dio direttamente la gestione della sua Chiesa: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,4-7). Anche Paolo, pur cosciente d’aver molto faticato per il vangelo, riconosce: “non però io, ma la grazia di Dio che è in me” (1Cor 15,10). Ma testimoni di che cosa? Vien da pensare che ci sia oggi un’enfasi sul caritativo e il sociale, e si dimentichi quella “nostalgia del cielo” della quale erano così provocatoriamente testimoni i Santi. San Paolo così pensava dei suoi cristiani di Corinto: “Io provo per voi una specie di gelosia divina: vi ho promessi infatti a un unico sposo, per presentarvi a Cristo come vergine casta” (2Cor 11,2). Troppi amori invadono la nostra vita. Ma siamo, se credenti, ormai fidanzati per un unico matrimonio che solo soddisfa pienamente il nostro bisogno d’amore. Sempre Paolo dichiara il suo unico amore: “Non vivo più io; ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Fossimo capaci di questa coerenza col nostro più vero essere!
Non c’è da meritare il Paradiso. Il buon Ladrone l’ha rubato all’ultimo momento, con un atto di fede nel Crocifisso. Sant’Agostino dice che il dono di Dio è in proporzione al desiderio. Abbiamo grandi desideri, e il Signore.. generoso li esaudirà!

DOMENICA 12 MAGGIO 2013
ANNO C
VII DI PASQUA
DOMENICA DOPO L’ASCENSIONE


Letture:
At 7,48-57
Sal 26
Ef 1,17-23
Gv 17,1b.20-26

Gesù alla destra del Padre e noi uniti in Lui
“Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio” (Col 3,1). La Pasqua ci ha resi nuovi, cioè di Cristo; l’ascensione ci ha indicato il destino finale di Gesù e, quindi, il nostro. “Rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Col 3,2). Tener viva la méta, dà coraggio al cammino. “Ricordati delle ultime cose e non peccherai più”, suggeriva la saggezza dei Padri. Una domenica, questa, da vivere come Stefano con lo sguardo al cielo: “Ecco, contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio” (Lett.); per gustare anche noi “quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Epist.). E per incominciare a essere uniti a lui già da oggi nella comunione propria dei santi che è la Chiesa.
Condividere la gloria di Cristo: “Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando il cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio” (Lett.). Con coraggio aveva accusato i Giudei di essere “diventati traditori e uccisori del Giusto”, lui “uomo pieno di fede e di Spirito Santo”, cui “nessuno riusciva a resistere alla sapienza e allo Spirito che parlava in lui” (At 6,5.10). Paolo, che aveva incontrato Cristo risorto sulla via di Damasco, ne esalta la signoria “al di sopra di ogni Principato e Potenza, al di sopra di ogni Forza e Dominazione e di ogni nome che viene nominato non solo nel tempo presente ma anche in quello futuro” (Epist.). Proprio in Lui Dio manifestò la sua potenza, “quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli”. “Tutto infatti egli ha messo sotto i suoi piedi” (Epist.). Una signoria, in particolare, che si espande sulla Chiesa, alla quale “lo ha dato come capo su tutte le cose: essa è il corpo di lui, la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose” (ib.). La potenza esercitata da Dio sul Cristo nel risuscitarlo, ora rifluisce su di noi e ci rende partecipi già da oggi di quella “gloria”, come promessa, garanzia e anticipo: “Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù” (Ef 2,6-7). Paolo prega proprio per questo: “Il Padre della gloria vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione, ..illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati” (Epist.). La chiarisce Gesù. Rivolgendosi al Padre dice: “Voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; e la gloria che tu ai dato a me, io l’ho data a loro.. perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro”. Il sogno di Dio è di fare una cosa sola con noi, come Gesù è una cosa sola col Padre: “Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi.. una cosa sola”. Pienamente partecipi delle relazioni intime che corrono tra le Tre Persone divine. Una relazione che inizia da oggi: “Se uno mi ama.. il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Cioè: “Io in loro e tu in me”.
La comunione in Cristo: Questa comunione trinitaria diviene allora la fonte e la “forma” dell’unità propria nella Chiesa: “Perché siano una cosa sola come noi siamo una cosa sola”. Dice il Concilio: “La Chiesa è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano” (LG 1). La Chiesa nasce ogni giorno dall’Eucaristia, là dove è presente l’amore di Dio sacrificato per noi. E come lo Spirito trasforma il pane e il vino in corpo e sangue di Cristo, così la comunione con quel mistero costruisce il Corpo di Cristo: “A noi che ci nutriamo del corpo e del sangue del tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito Santo perché diventiamo in Cristo un solo corpo e un solo sìirito” (Canone II). Sul calvario l’amore di Dio s’è presentato fisicamente; nell’Eucaristia sacramentalmente, nella Chiesa esistenzialmente come vita donata. la Chiesa è il “Christus totus”, Capo e membra. “Perché il mondo creda che tu mi hai mandato”. Certamente la missione dei discepoli è l’annuncio del Vangelo; Gesù prega “anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola”. Ma qui Gesù insiste per due volte sul fatto che l’annuncio sarà credibile alla condizione dell’unità interna alla Chiesa; una unità nella fede e nella carità. Paolo aveva sofferto molto per le divisioni e molto le aveva condannate a Corinto. Segno sicuro di non ecclesialità è ogni individuo o gruppo che produce divisione. E del resto “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). “E che li hai amati come hai amato me”. L’amore tra i discepoli deve svelare che Dio vuole amare tutti ..! Come gli apostoli hanno percepito qualcosa dell’amore di Dio dal rapporto privilegiato tra Gesù e il Padre, ora questa esperienza di Dio deve prolungarsi tramite le membra stesse di Cristo che si mostrano “un cuor solo e un’anima sola” (At 4,32) perché figli del medesimo Padre, parte di una sola famiglia divina. Esempio e annuncio dell’amore di Dio per ogni uomo è, in sostanza, ciò che primariamente la Chiesa deve essere nel mondo. “Perde il suo sapore” se la Chiesa predica altro: il suo specifico, come quello di Gesù, è quello di “riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi” (Gv 11,52).
La Chiesa è “la pienezza di colui che è il perfetto compimento di tutte le cose” (Epist.). Paolo aveva già detto che “il mistero della volontà divina proposto per il governo della pienezza dei tempi”, cioè il suo disegno sul mondo, è quello di “ricondurre al Cristo, unico capo, tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra” (Ef 1,10). In sostanza: l’onda di unità che parte dall’interno della Trinità, si deve riversare sulla terra per convogliare tutta l’umanità al ritorno dell’unità in Casa Trinità, “perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,28).
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MessaggioOggetto: sabato 25 maggio 2013   Mer Mag 22, 2013 8:50 am

SABATO 25 MAGGIO 2013

SABATO DELLA VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO
ANNO DISPARI


Preghiera iniziale: Il tuo aiuto, Padre misericordioso, ci renda sempre attenti alla voce dello Spirito, perché possiamo conoscere ciò che è conforme alla tua volontà e attuarlo nelle parole e nelle opere.

Letture:
Sir 17,1-13 (Dio formò l’uomo a sua immagine)
Sal 102 (L’amore del Signore è per sempre)
Mc 10,13-16 (Chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso)

Come accogliere il Regno di Dio
È ormai quasi istintivo in noi, dopo la triste esperienza del peccato, che ha annebbiato i sensi della nostra anima, pensare e credere che ciò che infinitamente grande in tutte le sue perfezioni, debba essere per noi altrettanto complicato e inaccessibile. Ne facciamo esperienza quando con la fioca lanterna della nostra intelligenza tentiamo di immergersi in quel mare sconfinato che è il nostro Dio. Ci condanniamo così ad un inevitabile naufragio. Con una minuscola conchiglia vorremmo riversare tutta l’acqua dell’oceano nella piccola pozza che abbiamo scavato nella sabbia della spiaggia. Gesù ci indica una strada completamente diversa. Ci dice che le ascese più sublimi verso l’infinito, le possiamo fare quando abbiamo conservato o acquisito di nuovo la semplicità e la purezza del cuore. Sono le doti che si riscontrano nei bambini e sono annesse alla loro candida innocenza. È per questo che Gesù ci dice: «Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il regno di Dio. In verità vi dico: Chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso». Ribadirà più volte il Signore questa verità e ce ne darà la piena conferma quando si lascerà sconfiggere dalla cattiveria degli uomini fino a subire una assurda condanna, una atroce passione e la morte ignominiosa della croce. Dirà ad Erode che lo interroga prima di condannarlo: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Gli umili e i piccoli sanno accogliere le verità di Dio. Il cielo è velato per gli arroganti e i presuntuosi.
La prima lettura di oggi esalta la grandezza dell’uomo: “Secondo la sua natura il Signore li rivestì di forza e a sua immagine li formò... Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro perché ragionassero, li riempì di dottrina e di intelligenza e indicò loro anche il bene e il male”. E, ciò che è più prezioso: “Stabilì con loro un’alleanza eterna e fece loro conoscere i suoi decreti”. Parla, evidentemente, dell’alleanza con Mosè e della legge delle due tavole. Quanto più possiamo ora ammirare la bontà divina, pensando all’alleanza nuova conclusa nel sangue di Cristo e alla legge nuova scritta nei nostri cuori, che ci fa vivere nello Spirito Santo da figli di Dio! Nel Vangelo, a quest’uomo così grande per i doni di Dio, Gesù ripete più volte l’invito a diventare “come un bambino”: è la condizione per entrare nel regno del Padre. E per diventare “bambini” abbiamo una via: essere figli di Maria, che è stata piccola ed è stata contenta di esserlo: “il mio spirito esulta in Dio, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”. È difficile essere contenti dei propri limiti! Il segreto è essere umili e magnanimi, per questo Maria ha potuto parlare per sé di grandezza e di umiltà.Maria è stata adulta nella fede, ha usato, come dice il Siracide, il discernimento per ragionare: all’Angelo annunciante ha fatto domande essenziali per risposte precise. Ed è stata piccola, docile e fiduciosa nell’abbandonarsi a Dio. Leggiamo ancora nel Siracide: “Loderanno il suo santo nome per narrare la grandezza delle sue opere”. E Maria nella visita ad Elisabetta ha cantato le lodi del Signore: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente e santo è il suo nome”. Ringraziamo il Signore di averci dato in Maria un modello e una madre che ci aiuta a capire la necessità della piccolezza evangelica e a crescere in essa per ricevere le grazie divine.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, presentavano a Gesù dei bambini perché li toccasse, ma i discepoli li rimproverarono. Gesù, al vedere questo, s’indignò e disse loro: «Lasciate che i bambini vengano a me, non glielo impedite: a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio. In verità io vi dico: chi non accoglie il regno di Dio come lo accoglie un bambino, non entrerà in esso». E, prendendoli tra le braccia, li benediceva, imponendo le mani su di loro.

Riflessione:
- Il vangelo dell’altro ieri indicava i consigli di Gesù sulla relazione degli adulti con i piccoli e gli esclusi (Mc 9,41-50). Il vangelo di ieri indicava i consigli sulla relazione tra uomo e donna, marito e moglie (Mc 10,1-12). Il vangelo di oggi indica i consigli sulla relazione tra genitori e figli. Con i piccoli e gli esclusi Gesù chiedeva la massima accoglienza. Nella relazione uomo-donna, chiedeva la massima uguaglianza. Ora, con i figli e le loro madri, chiede la massima tenerezza.
- Marco 10,13-16: Ricevere il Regno come un bambino. Portavano i bambini da Gesù, affinché lui li toccasse. I discepoli volevano impedirglielo. Perché? Il testo non lo dice. Forse perché secondo le norme rituali dell’epoca, i bambini piccoli con le loro mamme, vivevano quasi costantemente dell’impurità legale. Toccarli voleva dire diventare impuri! Se loro toccavano Gesù, lui diventava impuro! Ma Gesù non si scomoda con queste norme rituali della purezza legale. Corregge i discepoli ed accoglie le madri con i bambini. Li tocca, li abbraccia dicendo: “Lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite, perché a chi è come loro appartiene il Regno di Dio”. E commenta: “In verità vi dico: chi non accoglie il Regno di Dio come un bambino non entrerà in esso”. E poi Gesù abbraccia i bambini e li benedice, mettendo la mano su di loro. Cosa significa questa frase?
a) I bambini ricevono tutto dai genitori. Loro non riescono a meritare ciò che ricevono, ma vivono di amore gratuito.
b) I genitori ricevono i figli come un dono di Dio e li curano con tutto l’amore possibile. La preoccupazione dei genitori non è di dominare i figli, ma di amarli, educarli in modo che crescano e si realizzino!
- Un segno del Regno: Accogliere i piccoli e gli esclusi. Ci sono molti segni della presenza attuante del Regno nella vita e nell’attività di Gesù. Una di esse è il modo di accogliere i bambini ed i piccoli. Oltre all’episodio del vangelo di oggi, ci sono altri momenti di accoglienza ai piccoli e bambini:
a) Accogliere e non scandalizzare. Una delle parole più dure di Gesù è contro coloro che causano scandalo nei piccoli, cioè, che sono il motivo per cui i piccoli non credono più in Dio. Per loro è meglio avere una mola al collo ed essere gettati nel fondo del mare (Mc 9,42; Lc 17,2; Mt 18,6).
b) Identificarsi con i piccoli. Gesù abbraccia i piccoli e si identica con essi. Chi riceve un bambino “riceve me” (Mc 9,37). “Ed ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).
c) Diventare come bambini. Gesù chiede ai discepoli di diventare come bambini ed accettare il Regno come loro. Altrimenti non è possibile entrare nel Regno (Mc 10,15; Mt 18,3; Lc 9,46-48). Rende i bambini professori degli adulti! E ciò non è una cosa normale. Generalmente facciamo il contrario.
d) Difendere il diritto che i bambini hanno di gridare. Quando Gesù, entrando nel Tempio, rovescia i tavoli dei cambiavalute, sono i bambini coloro che più gridano: “Osanna al figlio di Davide!” (Mt 21,15). Criticati dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, Gesù li difende ed in sua difesa invoca le Scritture (Mt 21,16).
e) Essere grati per il Regno presente nei piccoli. La gioia di Gesù è grande, quando percepisce che i bambini, i piccoli, capiscono le cose del Regno che lui annunciava alla gente. “Padre, io ti ringrazio!” (Mt 11,25-26). Gesù riconosce che i piccoli capiscono meglio dei dottori le cose del Regno!
f) Accogliere e curare. Sono molti i bambini ed i giovani che lui accoglie, cura o risuscita: la figlia di Giairo, di 12 anni (Mc 5,41-42), la figlia della donna cananea (Mc 7,29-30), il figlio della vedova di Naim (Lc 7, 14-15), il ragazzo epilettico (Mc 9,25-26), il figlio del Centurione (Lc 7,9-10), il figlio del funzionario pubblico (Gv 4,50), il bambino con i cinque pani ed i due pesci (Gv 6,9).

Per un confronto personale:
- Nella nostra società e nella nostra comunità, chi sono i piccoli e gli esclusi? Come li accogliamo?
- Nella mia vita, cosa ho imparato dai bambini sul Regno di Dio?

Preghiera finale: Signore, a te grido, accorri in mio aiuto; ascolta la mia voce quando t’invoco. Come incenso salga a te la mia preghiera, le mie mani alzate come sacrificio della sera (Sal 140).
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MessaggioOggetto: domenica 26 maggio 2013   Mer Mag 22, 2013 8:56 am

DOMENICA 26 MAGGIO 2013


RITO ROMANO
ANNO C
SANTISSIMA TRINITÀ
SOLENNITÀ


Preghiera iniziale: O Dio tu che nell’invio del tuo Figlio Gesù ci hai rivelato l’intenzione più chiara del tuo amore nel voler salvare l’uomo, passa sempre accanto a noi rivelandoci i tuoi attributi di compassione, misericordia, clemenza e lealtà. Spirito d’Amore aiutaci a progredire nella conoscenza del Figlio per giungere al possesso della vita. Fa’ che meditando la tua Parola in questa festa possiamo scoprire con più consapevolezza che il tuo mistero, o Dio, è un canto all’amore condiviso. Tu sei il nostro Dio e non un Dio solitario. Sei Padre, fonte feconda. Sei Figlio, Parola fatta carne, amore vicino e fraterno. Sei Spirito, amore fatto abbraccio.

Letture:
Prv 8,22-31 (Prima che la terra fosse, già la Sapienza era generata)
Sal 8 (O Signore, quanto è mirabile il tuo nome su tutta la terra!)
Rm 5,1-5 (Andiamo a Dio per mezzo di Cristo, nella carità diffusa in noi dallo Spirito)
Gv 16,12-15 (Tutto quello che il Padre possiede è mio; lo Spirito prenderà del mio e ve lo annuncerà)

L’unico Dio in tre persone
In Dio sono perfette sia l’unità che la Trinità. Dio è unico nell’unità di una sola natura e trino nelle persone. Siamo di fronte al mistero. I misteri di Dio ci si svelano nella misura in cui siamo capaci, accogliendo i doni di grazia e lasciandoci illuminare dallo stesso Spirito, di viverli ed incarnarli in noi. San Giovanni ci dice che Dio è amore, ma aggiunge che per amore egli ha dato la vita per noi e non esiste amore più grande di questo. Se osserviamo i suoi comandamenti, se diventa continua e crescente la nostra comunione con il Padre, con il Figlio Gesù Cristo e con lo Spirito Santo, allora la Trinità beata viene a noi e prende dimora presso di noi. San Paolo lo diceva ai primi cristiani: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? Se uno distrugge il tempio di Dio, Dio distruggerà lui. Perché santo è il tempio di Dio, che siete voi”. È vero che esiste un limite invalicabile oltre il quale la mente umana non può vedere, ma è anche vero che Dio non pone ostacoli alla sua conoscenza, non pone limite alcuno al suo amore. Siamo noi a perdere di vista le realtà del cielo perché invischiati nelle cose della terra o offuscati dal male. Il peccato è la vera barriera che noi costruiamo verso Dio Uno e Trino. L’esperienza cristiana ci dice che la fedeltà di Dio non viene mai meno, neanche quando la nostra naufraga penosamente. Egli vuole rivelarsi e farsi conoscere per essere da noi riconosciuto ed amato. Egli non solo nella scrittura sacra si rivela, ma meglio e ancor più nella vita di ogni giorno, nella storia del mondo ed in particolare in quella della chiesa. Splende nei suoi santi la gloria della Trinità. Nella nostra redenzione viene esaltato l’amore misericordioso. Nei travagli e nelle vittorie della Chiesa splende la luce dello Spirito Santo, che la rende martire ma invincibile. Nella comunione fraterna concretamente espressa la Trinità trova la migliore espressione. Quello che perfettamente vive nei cieli si trasferisce per noi sul nostro mondo.
Il giorno di Pentecoste Gesù comunica se stesso ai discepoli per mezzo dell’effusione dello Spirito Santo. La piena rivelazione di Dio come Padre, Figlio e Spirito Santo si ha nel mistero della Pasqua, quando Gesù dona la vita per amore dei suoi discepoli. Bisognava che questi sperimentassero innanzitutto il supremo dono dell’amore compiuto da Gesù per comprendere la realtà di Dio Amore che dona tutto se stesso. Egli, oltre a perdonare i peccati e a riconciliare l’uomo con sé, lo chiama ad una comunione piena di vita (“In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi”: Gv 14,20); gli rivela la ricchezza dei suoi doni e della speranza della gloria futura (Ef 1,17-20); li chiama ad una vita di santità e di donazione nell’amore al prossimo (“Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati”: Gv 15,12). Anch’essi sull’esempio del loro maestro sono chiamati a dare la vita per i fratelli (“Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici”: Gv 15,13). Per ora essi sono incapaci di accogliere e accettare tali realtà. Lo Spirito Santo farà entrare nel cuore degli apostoli l’amore di Cristo crocifisso e risuscitato per loro, li consacrerà a lui in una vita di santità e d’amore, li voterà alla salvezza delle anime. Non saranno più essi a vivere, ma Gesù in loro (cfr. Gal 2,20). Ogni cristiano nel corso del suo cammino è chiamato ad arrendersi all’amore e allo Spirito di Cristo crocifisso e risorto. Oggi è il giorno della decisione.

Approfondimento del Vangelo (La promessa dello Spirito: Gesù lo invierà nel nome del Padre)
Il testo: Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà del mio e ve l’annunzierà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà del mio e ve l’annunzierà.

Momenti di silenzio orante: Diciamo con Sant’Agostino: «Concedimi tempo per meditare sui segreti della tua legge, non chiudere la porta a chi bussa. O Signore, compi la tua opera in me e svelami quelle pagine. Fa’ ch’io trovi grazia davanti a te e mi si aprano, quando busso, gli intimi segreti della tua Parola».

Per meditare:
- Preambolo: Prima di inoltrarci nel cammino della lectio è importante soffermarci brevemente sul contesto in cui è inserito il nostro brano liturgico. Le parole di Gesù in Gv 16,12-15 fanno parte di quella sezione del vangelo di Giovanni che gli esegeti chiamano il libro della rivelazione (13,1-17,26). Gesù, nei discorsi di addio, si rivela in profonda intimità, li chiama amici, promette loro lo Spirito Santo che li accompagnerà nell’accogliere il mistero della sua Persona. I discepoli, poi, sono invitati a crescere nell’amore verso il Maestro che si offre totalmente a loro. Sempre, in questa sezione, si possono individuare tre sequenze o parti ben delimitate. La prima comprende i capitoli 13-14 e ha come filo conduttore il seguente tema: la nuova comunità è fondata sul comandamento nuovo dell’amore. Con le sue istruzioni Gesù spiega che la pratica dell’amore è l’itinerario che la comunità deve percorrere nel suo cammino verso il Padre. Nella seconda Gesù descrive il volto della comunità in mezzo al mondo. Ricorda loro che la comunità da lui fondata svolge la sua missione in mezzo a un mondo ostile e solo attraverso la pratica dell’amore è possibile la sua crescita nell’aggregare nuovi membri. In questo consiste il “portare frutto” da parte della comunità. Le condizioni richieste per un amore fecondo nel mondo: restare uniti a Gesù. Da Lui promana la vita - lo Spirito (Gv 15,1-6); l’unione a Gesù con un amore che risponde al suo così da stabilire una relazione di amicizia fra Gesù e i suoi discepoli (Gv 15,7-17). Ma la missione della comunità, similmente a quella di Gesù, avverrà in mezzo all’odio del mondo (Gv 15,18-25), ma i discepoli saranno sostenuti dallo Spirito (Gv 15,26-16,15). Gesù confida loro che la missione nel mondo comporta dolore e gioia e che lui sarà assente-presente (Gv 16,16-23a), ma assicura loro solo il sostegno dell’amore del Padre e la sua vittoria sul mondo (Gv 16,23b-33). La terza parte della sezione contiene la preghiera di Gesù: egli prega per la comunità presente (Gv 17,6-19); per la comunità del futuro (Gv 17,20-23); ed esprime il desiderio che il Padre onori coloro che l’hanno riconosciuto e, infine, che venga portata a compimento la sua opera nel mondo (Gv 17,24-26).
- La voce dello Spirito è la voce di Gesù stesso: Precedentemente in Gv 15,15 Gesù aveva comunicato ai suoi discepoli ciò che aveva udito dal Padre. Tale messaggio non viene e non poteva essere compreso dai suoi discepoli in tutta la sua forza. Il motivo è che i suoi discepoli ignorano, per il momento, il significato della morte in croce di Gesù e la sostituzione del vecchio modo di essere salvati. Con la sua morte si apre un nuovo e definitivo intervento salvifico nella vita dell’umanità. I discepoli comprenderanno le parole e i gesti di Gesù dopo la sua resurrezione (Gv 2,22) o dopo la sua morte (Gv 12,16). Nell’insegnamento di Gesù ci sono tante realtà e tanti messaggi che potranno essere compresi man mano che l’esperienza porrà la comunità dinanzi a nuovi avvenimenti o circostanze; è nella vita quotidiana, compresa alla luce della risurrezione che si potrà comprendere il significato della sua morte-esaltazione. Sarà lo Spirito Santo, il profeta di Gesù, che comunicherà ai discepoli ciò che avrà udito da Lui. Nella missione che la comunità di Gesù svolgerà lo Spirito Santo le comunica la verità, nel senso di spiegare e a aiutare ad applicare ciò che Gesù è e ciò che significa come manifestazione dell’amore del Padre. Con i suoi messaggi profetici la comunità dei discepoli non trasmette una dottrina nuova ma continuamente propone la realtà della persona di Gesù, contenuto della sua testimonianza e orientamento della sua missione nel mondo. La voce dello Spirito Santo, che la comunità percepirà, è la voce di Gesù stesso. Sulla scia dei profeti veterotestamentari che interpretavano la storia alla luce dell’alleanza, lo Spirito Santo diventa determinante nel far conoscere Gesù offrendo alla comunità dei credenti la chiave per comprendere la storia come un confronto continuo tra ciò che il “mondo” rappresenta e il progetto di Dio. Il punto di partenza per leggere la propria presenza nel mondo è la morte ?esaltazione di Gesù e crescendo sempre più nella sua comprensione, i cristiani potranno scoprire negli avvenimenti quotidiani “il peccato del mondo” e i suoi effetti deleteri. È determinante il ruolo dello Spirito Santo come interprete del mistero della vita di Gesù nella vita dei discepoli: è la loro guida nell’intraprendere il giusto impegno a favore dell’uomo. Per avere successo nelle loro attività in favore dell’uomo devono da un lato ascoltare le problematiche della vita e della storia e dall’altra essere attenti alla voce dello Spirito Santo, l’unica fonte attendibile per cogliere il vero senso degli avvenimenti storici nel mondo.
- La voce dello Spirito Santo: il vero interprete della storia: Poi Gesù spiega le modalità con cui lo Spirito Santo interpreta la vita e la storia umana. Innanzitutto manifestando la sua “gloria”, il che vuol dire che “prenderà del suo”. Più specificamente “del mio” vuol dire che lo Spirito Santo attinge da Gesù il messaggio, ogni cosa pronunziata da Lui. Manifestare la gloria significa manifestare l’amore che egli ha dimostrato nella sua morte. Tali parole di Gesù sono molto importanti perché evitano di ridurre il ruolo dello Spirito Santo a un’illuminazione, il suo è una comunicazione dell’amore di Gesù che li pone in sintonia con il suo messaggio ma anche con il senso più profondo della sua vita: l’amore dimostrato donando la propria vita sulla croce. In questo consiste il ruolo dello Spirito Santo, Spirito di verità. L’ascolto del messaggio e la sua penetrazione, l’essere in sintonia con l’amore sono due aspetti del ruolo dello Spirito Santo che permettono alla comunità dei credenti di interpretare la storia. Meglio ancora le parole di Gesù intendono comunicare che solo attraverso la comunicazione dell’amore da parte dello Spirito Santo è possibile conoscere chi è l’uomo, capire la meta della sua vita, e realizzare un mondo nuovo. Il modello è sempre l’amore di Gesù.
- Gesù, il Padre, lo Spirito Santo e la comunità dei credenti (v.15): Quando Gesù dice che “tutto ciò che ha il Padre è mio” cosa intende dire? Innanzitutto che ciò che Gesù possiede è in comune con il Padre. Il primo dono del Padre a Gesù è stato la sua gloria (Gv 1,14), più specificamente, è l’amore leale, lo Spirito (Gv 1,32; 17,10). Questa comunicazione, non va compresa, come statica, ma dinamica, vuol dire continua e vicendevole. In questo senso il Padre e Gesù sono uno. Tale comunicazione vicendevole e costante compenetra l’attività di Gesù il quale può realizzare le opere del Padre, il suo disegno sul creato. Per essere capaci di capire, interpretare la storia i credenti sono chiamati ad essere in sintonia con Gesù accentando nella loro esistenza la realtà del suo amore e concretizzandolo a favore dell’uomo. Tale è il disegno del Padre: l’amore di Gesù per i suoi discepoli va investito nella realizzazione dell’uomo. Il disegno del Padre che si è realizzato nella vita di Gesù deve realizzarsi nella comunità dei credenti e guidare l’impegno dei credenti per promuovere la vita degli uomini. Chi è l’esecutore del disegno del Padre nella vita di Gesù? È lo Spirito Santo, che unendo Gesù al Padre, esegue e porta a compimento il progetto del Padre e rende la comunità dei credenti partecipe di questo attività dinamica di Gesù: “prenderà del mio”, la comunità, grazie all’azione dello Spirito di verità, lo ode nel suo messaggio, lo concretizza come amore per comunicarlo. Lo Spirito Santo comunica ai discepoli di Gesù tutta le verità e ricchezza di Gesù; il luogo in cui abita è Gesù; “viene” nella comunità; accolto, rende la comunità partecipe dell’amore di Gesù.

Alcune domande:
- Un grave pericolo minaccia, oggi, le comunità cristiane. Siamo tentati di dividere Gesù, seguendo o un Gesù uomo che con la sua azione ha cambiato la storia, o un Gesù glorioso staccato dalla sua esistenza terrena e quindi anche dalla nostra?
- Siamo consapevoli che Gesù non è soltanto un esempio del passato, ma anche e soprattutto il salvatore presente? Che Gesù non è soltanto oggetto di contemplazione e gioia, ma il Messia da seguire e alla cui opera è necessario collaborare?
- Dio non è un’astrazione, ma il Padre che si rende visibile in Gesù. Ti impegni a “vederlo” e a riconoscerlo nell’umanità di Gesù? Sei attento alla voce dello Spirito di verità che ti comunica tutta la verità totale di Gesù?

Preghiera finale: Spirito di verità, Tu ci rendi figli e figlie di Dio, così che ci possiamo accostare con fiducia al Padre. Padre, ci rivolgiamo a te Con un cuor solo e un’anima sola e ti chiediamo: Padre, manda il tuo Santo Spirito! Manda il tuo Spirito sulla Chiesa. Ogni cristiano cresca, in sintonia con l’amore di Cristo, nell’amore per Dio e per i fratelli. O Padre rinnova la nostra fiducia nel Regno che Gesù è venuto ad annunciare e incarnare sulla terra. Non permette che ci lasciamo dominare dalla delusione E vincere dalla stanchezza. Le nostre comunità siano lievito che fa crescere nella società la giustizia e la pace.

Dagli scritti
Dalle «Lettere» di sant’Atanasio, vescovo
Luce, splendore e grazia della Trinità
Non sarebbe cosa inutile ricercare l’antica tradizione, la dottrina e la fede della Chiesa cattolica, quella s’intende che il Signore ci ha insegnato, che gli apostoli hanno predicato, che i padri hanno conservato. Su di essa infatti si fonda la Chiesa, dalla quale, se qualcuno si sarà allontanato, per nessuna ragione potrà essere cristiano, né venir chiamato tale. La nostra fede é questa: la Trinità santa e perfetta é quella che é distinta nel Padre e nel Figlio e nello Spirito Santo, e non ha nulla di estraneo o di aggiunto dal di fuori, né risulta costituita del Creatore e di realtà create, ma é tutta potenza creatrice e forza operativa. Una é la sua natura, identica a se stessa. Uno é il principio attivo e una l’operazione. Infatti il Padre compie ogni cosa per mezzo del Verbo nello Spirito Santo e, in questo modo, é mantenuta intatta l’unità della santa Trinità. Perciò nella Chiesa viene annunziato un solo Dio che é al di sopra di ogni cosa, agisce per tutto ed é in tutte le cose (cfr. Ef 4,6). È al di sopra di ogni cosa ovviamente come Padre, come principio e origine. Agisce per tutto, certo per mezzo del Verbo. Infine opera in tutte le cose nello Spirito Santo. L’apostolo Paolo, allorché scrive ai Corinzi sulle realtà spirituali, riconduce tutte le cose ad un solo Dio Padre come al principio, in questo modo: «Vi sono diversità di carismi, ma uno solo é lo Spirito; e vi sono diversità di ministeri, ma uno solo é il Signore; vi sono diversità di operazioni, ma uno solo é Dio, che opera tutto in tutti» (1Cor 12,4-6).Quelle cose infatti che lo Spirito distribuisce ai singoli, sono date dal Padre per mezzo del Verbo. In verità tutte le cose che sono del Padre sono pure del Figlio. Onde quelle cose che sono concesse dal Figlio nello Spirito sono veri doni del Padre. Parimenti quando lo Spirito é in noi, é anche in noi il Verbo dal quale lo riceviamo, e nel Verbo vi é anche il Padre, e così si realizza quanto é detto: «Verremo io e il Padre e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 14,23). Dove infatti vi é la luce, là vi é anche lo splendore; e dove vi é lo splendore, ivi c’è parimenti la sua efficacia e la sua splendida grazia. Questa stessa cosa insegna Paolo nella seconda lettera ai Corinzi, con queste parole: «La grazia del Signore Gesù Cristo, l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi» (2Cor 13,13). Infatti la grazia é il dono che viene dato nella Trinità, é concesso dal Padre per mezzo del Figlio nello Spirito Santo. Come dal Padre per mezzo del Figlio viene data la grazia, così in noi non può avvenire la partecipazione del dono se non nello Spirito Santo. E allora, resi partecipi di esso, noi abbiamo l’amore del Padre, la grazia del Figlio e la comunione dello stesso Spirito. (Lett. 1 a Serap. 28-30; PG 26,594-595.599).

RITO AMBROSIANO
ANNO C
I DOMENICA DOPO PENTECOSTE
SANTISSIMA TRINITÀ
SOLENNITÀ DEL SIGNORE


Letture:
Gen 18,1-10a
Sal 104
1Cor 12,2-6
Gv 14,21-26

Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui
Gioca il Dio biblico, entro il rigido monoteismo ebraico, a seminare presagi e preannunci di un volto divino più dinamico e non proprio single; è il caso oggi dell’accoglienza che Abramo fa di tre uomini che si rivelano “il Signore” in persona. La Tradizione cristiano vi ha sempre letto un riferimento alla Trinità. Il volto umano e drammatico del Servo Sofferente di Isaia parla di un “salvatore” così inserito nella realtà umana più tragica da essere chiara immagine del Figlio di Dio che riscatta con la sua croce la nostra umanità. Allo stesso modo l’Antico Testamento è seminato di interventi vivificanti di Dio identificato nello “Spirito di Dio” che crea la vita e ispira i Profeti. Sarà Gesù poi il pieno rivelatore del Dio vero, perché “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18).
L’azione di Dio: Di Dio conosciamo anzitutto i fatti. I fatti di un Dio creatore, perché “le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (Rm 1,20). I fatti di un Dio che si mescola premuroso entro la vicenda di un popolo che ha eletto ad essere il suo testimone nella storia: Israele lo ha sentito vicino nell’avventura dell’esodo. I fatti, in particolare, di un uomo, Gesù di Nazaret, che intrattiene atteggiamenti e sentimenti filiali intimi con questo Dio, invocato addirittura come “Abbà” (Mc 14,36). E che insegna ad ogni uomo a rivolgersi a lui chiamandolo “Padre nostro” (Mt 6,9). Invocato, ricercato da tutti gli uomini, ..un giorno questo Dio si fece vedere in carne ed ossa, uomo in mezzo agli uomini, proclamandosi Figlio di Dio che il Padre ha mandato tra noi. L’incarnazione è il mistero più sorprendente e specifico di una religione chiaramente ristrutturata sulla iniziativa stessa di Dio che incanala su fatti e scelte direttamente da lui stabilite i rapporti che ora ognuno deve avere col volto vero di Dio. Più sorprendente ancora è lo “spettacolo” (Lc 23,48) che Dio ha voluto lasciare di sé nel “non risparmiare il proprio Figlio ma nel consegnarlo per tutti noi” Rm 8,32); in lui del quale si dice che “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). Un Padre e un Figlio che mirano alla comunicazione di sé la più intima in ogni credente: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Ma non è tutto di Dio: “Il Paraclito, lo Spirito che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”. Vi è un terzo componete in questa compagine divina, colui che porta a destinazione personale l’opera organizzatrice e sacrificale del Padre e del Figlio per la salvezza del mondo. È, lo Spirito Santo, quasi la longa manus di Dio creatore che dà la vita e “rinnova la faccia della terra” (Sal); e del Figlio, che da Pentecoste costruisce la Chiesa suscitando carismi diversi compaginandoli in unità: “Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito” (Epist.). Ed è lui a suscitare la fede e la sua coerente professione: “Nessuno può dire: Gesù è Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (Epist.).
L’identità di Dio: Dai fatti, l’identità. Gesù ci ha fatto conoscere la vita intima di questa speciale famiglia: lì c’è un Padre che ama un Figlio, un Figlio che riama pienamente il Padre, e il legame tra i due è realtà così viva da essere una Persona, lo Spirito Santo. Una e identica è la natura divina dei Tre, e quindi è un solo Dio; ma vivace nelle sue relazioni interne da esprimersi in tre vere e distinte Persone. Un “monoteismo” tutto speciale e specifico è il monoteismo cristiano! “Con il tuo unico Figlio e con lo Spirito Santo - professiamo oggi nel prefazio - sei un solo Dio e un solo Signore, non nell’unità di una sola Persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle Persone, l’unità della natura, l’uguaglianza della maestà divina”. Ma più sorprendente in questo Dio è la sua scelta di aprire la cerchia della propria privacy per invitare e accogliere altre creature a divenirne partecipi. Un Dio che ha mostrato assoluta gratuità e generosità nell’amarci, quando noi eravamo ancora suoi nemici e peccatori. Un Dio “che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, .. non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?” (Rm 8,31-39). Un Dio, alla fine, “che è AMORE” (1Gv 4,16). “Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura - dice Paolo -, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: Abba!” (Rm 8,15). Papà!, appunto, come un bimbo chiama il suo babbo. Questa è la prima acquisizione dell’anima credente: la serenità e la sicurezza di avere Dio che è Padre, non padrone. Un Dio tutto diverso quindi da quello che hanno ipotizzati le altre religioni. È una famiglia, una comunione di persone che proprio per la trasparenza reciproca, il dono e l’intimità che li unisce, vivono l’esperienza più alta della FELICITÀ, quella appunto che deriva dall’amore. Proviamo a ripensare ai nostri brevi attimi d’amore, quelli più veri e profondi: sono essi che ci hanno dato felicità e soddisfazione. Ma queste sono pallidissime esperienze d’amore rispetto all’amore puro e pieno di Dio. Quale meraviglia di felicità ci deve essere in Dio! Ecco: se Dio è amore, Dio è felicità. Massima, somma, perenne. Forse non pensiamo mai che Dio significa prima di tutto vita felice, piena, gioia, soddisfazione oltre ogni nostra immaginazione. Ebbene, a questa famiglia di Dio noi siamo chiamati a unirci, per divenire partecipi della sua stessa gioia. Questo è il Dio cristiano; questa è la vocazione cristiana.
Nel giro di questa vita Trinitaria noi entriamo il giorno del battesimo. Da allora una esperienza sempre più intensa maturerà nel cuore di chi vi si apre con una cosciente e calorosa intimità: “Chi ama me - dice Gesù - sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”. E cresce fino a raggiungere quell’unità che fa della Trinità e di noi una cosa sola: “Come tu, Padre sei in me e io in te, siano anch’essi in noi una cosa sola” (Gv 17,21). Dio ha fatto la sua parte. Tocca a noi ora vedere senza pregiudizi e credere.
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