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VINCENZO



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MessaggioOggetto: 30 novembre 2010   Mar Nov 30, 2010 1:06 pm

MARTEDÌ 30 NOVEMBRE 2010

SANT’ANDREA APOSTOLO


Letture:
Rm 10,9-18 (La fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo)
Sal 18 (Per tutta la terra si diffonde il loro annuncio)
Mt 4,18-22 (Essi subito lasciarono le reti e lo seguirono)

Vi farò pescatori di uomini
È difficile per noi immaginare come un voce, un invito, un richiamo possa essere decisivo per la vita di una persona. Solo pensando al fascino che Gesù esercitava con tutta la sua persona, e con la sua divina autorità, riusciamo a comprendere come semplici e rozzi pescatori, abbiano potuto, senza esitazione, lasciate le reti, e con esse tutte le loro umane sicurezze, mettersi alla sua sequela. È evidente che l’eco di quanto il Maestro di Nazaret andava facendo e dicendo, fosse arrivato anche sulle spiagge del lago di Tiberiade, anche agli orecchi e al cuore dei due fratelli pescatori Pietro e Andrea. Resta comunque vero che per giungere alla determinazione di «lasciare tutto», cambiare completamente vita, occorre una grandissima fiducia in colui che chiama. A maggior ragione se si pensa che Gesù non fa promesse, non dà sicurezze, non offre compensi, anzi ad uno scriba che esprime il desiderio di volerlo seguire dice: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». A Pietro e ad Andrea ha da scandire solo una proposta, non di immediata comprensione: «Vi farò pescatori di uomini». «Ed essi subito, lasciate le reti lo seguirono». Gesù non si ferma! «Andando oltre vide altri due fratelli». Davvero è andata oltre quella voce suadente: quanti e quante hanno sentito lo stesso invito di Andrea e con la stessa sollecitudine, hanno lasciato tutto per seguirlo. Questo ricordo degli apostoli ci sprona a rendere grazie per la chiamata e per tutte le chiamate. Ringraziamo perché sul fondamento degli apostoli poggia la nostra fede. Ringraziamo tutti coloro che in modi e momenti diversi offrono la stessa loro preziosa testimonianza. Ringraziamo il buon Dio se ciascuno di noi si sente concretamente impegnato a vivere ed annunciare la stessa fede trasmessa da Andrea a da tutti gli apostoli.
Oggi celebriamo la festa dell’Apostolo Andrea, fratello di Simon Pietro e amico di Giovanni e di Giacomo. Il Vangelo ci narra come Andrea ha ascoltato la parola di Dio che gli era rivolta: ““Seguitemi, vi farò pescatori di uomini”. Ed essi subito, lasciate le reti, lo seguirono”. E questa adesione pronta che ha permesso agli Apostoli di diffondere la parola, la “buona notizia” della salvezza. La fede viene dall’ascolto e ciò che si ascolta è la parola di Cristo, che anche oggi la Chiesa diffonde fino alle estremità della terra. Siamo dunque sollecitati ad ascoltare la parola, ad accoglierla nel cuore. Essa è un rimedio salutare. E una parola esigente, ed è questo il motivo per cui facilmente vorremmo chiudere le orecchie a Dio che ci parla: capiamo che l’ascolto avrà delle conseguenze. Dobbiamo pensare che la parola di Dio è davvero un rimedio, che se qualche volta ci fa soffrire è per il nostro bene, per prepararci a ricevere i doni del Signore. Ma la parola non è solo un rimedio, è un cibo, il cibo indispensabile per l’anima. E detto nei profeti che Dio metterà nel mondo una fame, non fame di pane, ma di ascoltare la sua parola. E di questa fame che abbiamo bisogno, perché ci fa continuamente cercare e accogliere la parola di Dio, sapendo che essa ci deve nutrire per tutta la vita. Niente nella vita può avere consistenza, niente può veramente soddisfarci se non è nutrito, penetrato, illuminato, guidato dalla parola del Signore. Nello stesso tempo la parola di Dio è una esigenza. Gesù ne parla come di seme che deve crescere e diffondersi Ovunque. Da questa parola viene la fecondità di Ogni apostolato. Se si dicono parole umane, non è il caso di considerarsi apostoli, ma se abbiamo accolto in noi la parola di Dio, essa ci spinge a proclamarla, a diffonderla dappertutto, per mettere gli uomini in comunicazione con Dio. Da san Giovanni sappiamo che non è facile ascoltare la parola di Dio, che non è opera umana. Gesù rimprovera ai farisei di non essere capaci di ascoltare la sua parola, perché non sono docili a Dio: “Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me” (Gv 6,45), dice il Signore: per ascoltare la parola di Dio bisogna essere stati intimamente docili al Padre. Infine, questa Parola fa la nostra felicità, perché è mezzo di comunicazione. La parola è sempre mezzo di comunicazione, è il mezzo per eccellenza della comunicazione umana. Senza di essa non potremmo comunicare fra noi, non potremmo capirci, non potremmo lavorare insieme. Ora, la parola di Dio è il mezzo della comunicazione con Dio. Se vogliamo essere in comunione con Dio dobbiamo accogliere in noi la sua parola. D’altronde è lui che nella sua bontà e generosità ci dà la sua parola, ci mette in comunicazione, è lui che parla per primo, che ci apre le orecchie perché possiamo ascoltare, come dice un salmo, e ci dà la gioia di parlare con lui. La parola di Dio è anche il mezzo migliore per essere in comunione fra noi. Non facciamoci illusioni: la vera fraternità è possibile soltanto nella parola di Dio. Se noi la rifiutiamo, i più bei desideri, i più bei propositi di essere in comunione con gli altri sono destinati al fallimento, perché manca il vero fondamento, che è la comunione con Dio. Domandiamo a sant’Andrea di insegnarci ad ascoltare, ad accogliere la parola di Dio molto generosamente, molto semplicemente, molto fraternamente, per essere in comunione con Dio e gli uni con gli altri.

30 novembre: Sant’Andrea, apostolo
Biografia: Andrea, il “Protocleto” - primo chiamato, nato a Betsaida, fu prima discepolo di Giovanni Battista e poi seguì, con un altro giovane - forse Giovanni l’evangelista - Cristo, a cui condusse anche il fratello Pietro. Con il fratello ebbe da Gesù la missione di essere “pescatore di uomini”. Insieme a Filippo presentò a Cristo stesso i gentili e indicò il ragazzo che portava i pesci ed il pane. Secondo la tradizione, dopo la Pentecoste, predicò in diverse regioni e fu crocifisso in Acaia. Al suo nome è legato la croce a forma di X che la tradizione vuole essere stata prescelta da Andrea stesso per una maggiore agonia.

Martirologio: A Patrasso, nell’Acaia, il natale di sant’Andrea Apostolo, il quale predicò il santo Vangelo di Cristo nella Tracia e nella Scozia. Arrestato dal Proconsole Egea, fu prima chiuso in prigione, quindi gravissimamente flagellato, e da ultimo appeso in croce, sulla quale sopravvisse due giorni, istruendo il popolo; e, avendo pregato il Signore do non permettere che egli fosse deposto dalla croce, fu circondato da un grande splendore celeste, e, cessato poi tale splendore, rese lo spirito.

Dagli Scritti
Dalle «Omelie sul vangelo di Giovanni» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Andrea, dopo essere restato con Gesù e aver imparato tutto ciò che Gesù gli aveva insegnato, non tenne chiuso in sé il tesoro, ma si affrettò a correre da suo fratello per comunicargli la ricchezza che aveva ricevuto. Ascolta bene cosa gli disse: «Abbiamo trovato il Messia (che significa il Cristo)» (Gv 1,41). Vedi in che maniera notifica ciò che aveva appreso in poco tempo? Da una parte mostra quanta forza di persuasione aveva il Maestro sui discepoli, e dall’altra rivela il loro interessamento sollecito e diligente circa il suo insegnamento. Quella di Andrea é la parola di uno che aspettava con ansia la venuta del Messia, che ne attendeva la discesa dal cielo, che trasalì di gioia quando lo vide arrivare, e che si affrettò a comunicare agli altri la grande notizia. Dicendo subito al fratello ciò che aveva saputo, mostra quanto gli volesse bene, come fosse affezionato ai suoi cari, quanto sinceramente li amasse e come fosse premuroso di porgere loro la mano nel cammino spirituale. Guarda anche l’animo di Pietro, fin dall’inizio docile e pronto alla fede: immediatamente corre senza preoccuparsi di nient’altro. Infatti dice: «Lo condusse da Gesù» (Gv 1,42). Nessuno certo condannerà la facile condiscendenza di Pietro nell’accogliere la parola del fratello senza aver prima esaminati a lungo le cose. È probabile infatti che il fratello gli abbia a lungo, mentre gli evangelisti compendiano ogni loro racconto preoccupandosi della brevità. D’altra parte non é detto nemmeno che abbia creduto senza porre domande, ma che Andrea «lo condusse da Gesù», affidandolo a lui perché imparasse tutto da lui direttamente. C’era insieme infatti anche un altro discepolo e anche lui fu guidato nello stesso modo. Se Giovanni Battista dicendo: Ecco l’Agnello do Dio, e ancora: Ecco colui che battezza nello Spirito (cfr. Gv 1,29.33), lasciò che un più chiaro insegnamento su questo venisse da Cristo stesso, certamente con motivi ancor più validi si comportò in questo modo Andrea, non ritenendosi tale da dare una spiegazione completa ed esaurirne. Per cui guidò il fratello alla sorgente stessa della luce con tale premura e gioia da non aspettare nemmeno un istante. (Om. 19,1; PG 59,120-121).
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MessaggioOggetto: sabato 4 dicembre 2010   Sab Dic 04, 2010 9:28 am

SABATO 4 DICEMBRE 2010

SABATO DELLA I SETTIMANA DI AVVENTO

Preghiera iniziale: O Dio, che hai mandato in questo mondo il tuo unico Figlio a liberare l’uomo della schiavitù del peccato, concedi a noi, che attendiamo con fede il dono del tuo amore, di raggiungere il premio della vera libertà.

Letture:
Is 30,19-21.23-26 (A un tuo grido di supplica il Signore ti farà grazia)
Sal 146 (Beati coloro che aspettano il Signore)
Mt 9,35 - 10,1.6-8 (Vedendo le folle, ne sentì compassione)

I benefici di Dio verso il suo popolo
Il brano che oggi viene proposto alla nostra considerazione è generosa offerta di perdono da parte di Dio. Sentiremo allora parola confortevoli. Popolo di Sion che abiti in Gerusalemme, “tu non dovrai più piangere”. Insieme a tanti beni della terra, ti sarà dato il pane dell’afflizione e l’acqua della tribolazione, è vero, ma anche la gioia di conoscere il tuo maestro che ti indicherà la strada per la quale devi camminare. Chi è questo maestro che ci indica la via gradita a Dio? La risposta possiamo trovarla nel brano del vangelo di Matteo. Nell’Antico Testamento Dio istruiva il popolo mediante i profeti, nella nuova alleanza sarà lo stesso il Figlio di Dio fatto uomo, Gesù nostro Salvatore che si metterà in cammino “per città e villaggi, per insegnare nelle sinagoghe, predicando il vangelo del Regno e curando ogni malattia”. La sua compassione si manifesta verso le folle stanche e sfinite. Invia allora i suoi discepoli a “predicare che il regno dei cieli è vicino, a guarire gli infermi, a risuscitare i morti, sanare i lebbrosi e scacciare i demoni”. Folle stanche e sfinite le avremo fino alla fine del mondo. Oggi maggiormente stanche perché, nonostante il benessere, almeno nel nostro mondo occidentale, il nostro popolo ha smarrito i valori spirituali e a volte anche quelli umani. Incontriamo così sulla nostra strada giovani tristi, indecisi, immaturi, eterni bambini, cresciuti nel benessere, ma non preparati alla vita. Hanno bisogno di riempire il vuoto dell’animo con il chiasso della discoteca, con le stranezze della moda, con le stravaganze delle scelte… per togliersi di dosso la noia. Sono certo che il Signore Gesù ha tanta compassione di noi, della nostra gente. Allora mandò i discepoli a portare conforto. Oggi il Papa, i vescovi, i sacerdoti e laici impegnati sono alla ricerca di poter entrare nell’animo di ogni uomo smarrito per portare la speranza che trae il suo inizio proprio dalla culla di Betlemme. Voglia il cielo che tutti i nostri fratelli, tormentati dalla sofferenza e dallo sconforto, ritrovino la speranza nella Parola per eccellenza, fatta carne, che è Cristo Gesù.
Due immagini vengono rapidamente evocate in questi pochi versetti del Vangelo di Matteo: quella del pastore col suo gregge e quella dell’agricoltore nel suo campo. Anzi le immagini sono, per così dire, dolorosamente incompiute: sembra che il gregge non abbia guida e che il padrone non si prenda abbastanza cura della sua messe. In realtà l’intento è quello di rivelarci da un lato la coscienza missionaria di Gesù, e di anticiparci dall’altro il significato e lo scopo della chiamata dei discepoli (cfr. Mt 10). In Gesù persona e missione coincidono: la compassione che egli prova davanti alle folle che gli appaiono “stanche e sfinite come pecore senza pastore” è l’esperienza terrena che il Cristo fa quando si presenta al suo popolo: ma questa esperienza manifesta come il suo “io filiale”, già da tutta l’eternità, sia costituito davanti al Padre in una “responsabilità salvifica” nei riguardi dell’intera creazione. Gesù non solo prova compassione, ma è la compassione di Dio che si è fatta presente nella storia. La “domanda al padrone della messe” di inviare operai nel suo campo è la preghiera terrena che i discepoli devono fare, ma essa è già esaudita nel dono della venuta di Cristo. Solo perché il Padre ha inviato il suo stesso Figlio, i discepoli possono offrire se stessi, ed essi devono pregare per essere disponibili a un invito che in Cristo stesso li raggiunge e li afferra.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Allora disse ai suoi discepoli: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. E li inviò ordinando loro: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Riflessione
- Il vangelo di oggi è formato da due parti: (a) Un breve riassunto dell’attività apostolica di Gesù (Mt 9,35-38) e (b) l’inizio del “Sermone della Missione” (Mt 10,1.5-8). Il vangelo della liturgia di oggi omette i nomi degli apostoli che sono presenti nel vangelo di Matteo (Mt 10,2-4).
- Matteo 9,35: Riassunto dell’attività missionaria di Gesù. Gesù percorreva tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità. Con poche parole Matteo descrive i punti centrali dell’attività missionaria di Gesù: (a) Percorrere tutte le città e i villaggi. Gesù non aspetta che la gente vada da lui, ma va in cerca della gente percorrendo lui stesso tutte le città e i villaggi. (b) Insegnare nelle sinagoghe, cioè, nelle comunità. Gesù va lì dove la gente è riunita attorno alla sua fede in Dio. È lì che lui annuncia la Buona Novella del Regno, cioè, la Buona Notizia di Dio. Gesù non insegna dottrine come se la Buona Novella fosse un nuovo catechismo, ma in tutto ciò che dice e fa lascia emergere qualcosa della grande Buona Novella che lo abita, cioè, Dio, il Regno di Dio. (c) Cura ogni malattia e infermità. Ciò che più segnava la vita della gente povera era la malattia, qualsiasi tipo di malattia, e ciò che più distingue l’attività di Gesù è la consolazione della gente, che lui solleva dal dolore.
- Matteo 9,36: La compassione di Gesù dinanzi alla situazione della gente. Vedendo le folle, ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore. Gesù accoglie le persone come sono davanti a lui: malate, sfinite, stanche. Lui si comporta come il Servo di Isaia, il cui messaggio centrale consiste in “consolare la gente” (cf. Is 40,1). L’atteggiamento di Gesù verso la gente era come l’atteggiamento del Servo, la cui missione era così definita: “Non griderà, né alzerà il tono, non farà udire in piazza la sua voce, non spezzerà la canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta” (Is 42,2-3). Come il Servo, anche Gesù si commuove vedendo la situazione della gente “stanca, sfinita e abbattuta, come pecore senza pastore”. Lui comincia ad essere Pastore identificandosi con il Servo che diceva: “Il Signore mi ha dato una lingua da iniziati, perché io sappia indirizzare lo sfiduciato” (Is 49,4ª). Come il Servo, Gesù diventa discepolo del Padre e del popolo e dice: “Ogni mattina fa attento il mio orecchio perché io ascolti come gli iniziati (Is 49,4b). E dal contatto con il Padre Gesù riceve la parola di consolazione da comunicare ai poveri.
- Matteo 9,37-38: Gesù coinvolge i discepoli nella missione. Dinanzi all’immensità dell’azione missionaria, la prima cosa che Gesù chiede ai discepoli è di pregare: «La messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il signore della messe, perché mandi operai nella sua messe!». La preghiera è la prima forma di impegno dei discepoli con la missione. Perché se si crede nell’importanza della missione che si ha, si fa il possibile perché non muoia con noi, bensì che continui negli altri mediante noi e dopo di noi.
- Matteo 10,1: Gesù conferisce ai discepoli il potere di curare e di scacciare i demoni. Chiamati a sé i suoi dodici discepoli, diede loro potere sugli spiriti impuri per scacciarli e guarire ogni malattia e ogni infermità. La seconda cosa che Gesù chiede ai discepoli non è che comincino a insegnare dottrine e leggi, bensì che aiutino la gente a vincere la paura degli spiriti immondi e che aiutino nella lotta contro le infermità. Oggi, coloro che fanno più paura ai poveri sono certi missionari che li minacciano con il castigo di Dio e con il pericolo del demonio. Gesù fa il contrario: “Se invece scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio” (Lc 11,20). È triste dirlo, ma oggi ci sono persone che hanno bisogno del demonio per poterlo scacciare e così guadagnano soldi. Per loro vale la pena leggere ciò che disse Gesù contro i farisei e i dottori della legge (Mt 23).
- Matteo 10,5-6: Rivolgetevi prima alle pecore perdute di Israele. Gesù manda i dodici con queste raccomandazioni: “Non prendete il cammino dei pagani, e non entrate nelle città dei samaritani. Andate prima alle pecore perdute della casa di Israele”. Inizialmente la missione di Gesù era diretta alle “pecore perdute di Israele”. Chi erano queste pecore perdute di Israele? Erano forse le persone escluse, come per esempio le prostitute, i pubblicani, gli impuri, considerati persi e condannati dalle autorità religiose dell’epoca? Erano i dirigenti, cioè i farisei, i sadducei, gli anziani e i sacerdoti che si consideravano il popolo fedele di Israele? O erano le moltitudini stanche e sfinite, come pecore senza pastore? Probabilmente, qui nel contesto del vangelo di Matteo, si tratta di questa gente povera e abbandonata che è accolta da Gesù (Mt 9,36-37). Gesù voleva che i discepoli partecipassero con lui alla missione insieme a queste persone. Pero nella misura in cui lui si occupa di queste persone, Gesù stesso espande l’orizzonte. Nel contatto con la donna Cananea, pecora perduta di altra razza e di altra religione, che vuole essere ascoltata, Gesù ripete ai suoi discepoli: “Sono stato mandato solo per le pecore perdute di Israele” (Mt 15,24). E dinanzi all’insistenza della madre che non cessa di intercedere per la figlia, Gesù si difende dicendo: “Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini” (Mt 15,26). Ma la reazione della madre fa cadere la difesa di Gesù: “È vero, Signore, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni” (Mt 15,27). E di fatto, c’erano molte briciole! Dodici cesti pieni di pezzi che avanzavano dalla moltiplicazione dei pani per le pecore perdute di Israele (Mt14,20). La risposta della donna smonta gli argomenti di Gesù. Lui si occupa della donna: Gesù ascolta la donna: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri.” E da quell’istante sua figlia fu guarita”. (Mt 15,28). Attraverso l’attenzione continua data alle pecore perdute di Israele, Gesù scopre che in tutto il mondo ci sono pecore perdute che vogliono mangiare le briciole.
- Matteo 10,7-8: Riassunto dell’attività di Gesù. «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele. Strada facendo, predicate, dicendo che il regno dei cieli è vicino. Guarite gli infermi, risuscitate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date». Come rivelare la vicinanza del Regno? La risposta è semplice e concreta: curando malati, risuscitando morti, purificando i lebbrosi, scacciando i demoni e servendo gratuitamente, senza arricchirsi del servizio alla gente. Dove questo avviene il Regno si rivela.

Per un confronto personale
- Noi tutti riceviamo la stessa missione data da Gesù ai discepoli e alle discepole. Sei cosciente di questa missione? Come vivi la tua missione?
- Nella tua vita, hai avuto qualche contatto con le pecore perdute, con gente stanca e sfinita? Quale lezione ne hai tratto?

Preghiera finale: Il Signore risana i cuori affranti e fascia le loro ferite; egli conta il numero delle stelle e chiama ciascuna per nome (Sal 146).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 5 DICEMBRE 2010   Dom Dic 05, 2010 9:42 am

DOMENICA 5 DICEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO A
II DOMENICA DI AVVENTO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché io sappia di essere piccolo come Zaccheo, piccolo di statura morale, ma dammi la forza di alzarmi un poco da terra spinto dal desiderio di vederti passare in questo periodo di avvento, di conoscerti e di sapere chi sei tu per me. Signore Gesù, maestro buono, suscita nel nostro cuore con la potenza del tuo Spirito il desiderio di comprendere la tua Parola che ci rivela l’amore salvifico del Padre.

Letture:
Is 11,1-10 (Giudicherà con giustizia i miseri)
Sal 71 (Vieni, Signore, re di giustizia e di pace)
Rm 15,4-9 (Gesù Cristo salva tutti gli uomini)
Mt 3,1-12 (Convertitevi: il regno dei cieli è vicino!)

Vieni, Signore, re di giustizia e di pace!
Quella del titolo è l’invocazione che la liturgia ci fa ripetere come ritornello nel salmo responsoriale. Che cosa attende l’uomo dalla venuta del Salvatore? Anzitutto una società secondo l’immagine che viene presentata dal brano del profeta Isaia. Qui le esigenze della collettività, come dei singoli individui, si realizzano intorno alla pace che è conseguenza e frutto della giustizia. Per raggiungere questo scopo ci viene in aiuto l’insegnamento di San Paolo che, scrivendo ai Romani, esorta ad accogliersi a vicenda come Cristo accoglie ognuno di noi. Ma non vi può essere una cordiale accoglienza senza una speranza eterna, frutto della Parola di Dio meditata, fonte di ogni consolazione. San Giovanni il Battista nella sua predicazione, austera, ma vera, annuncia la speranza che è generata dalla conversione del cuore. Vera, perché realmente il cuore dell’uomo è travolto da tante passioni egoistiche e orgogliose che lo portano a considerarsi autonomo, sufficiente a se stesso senza alcun bisogno di salvezza. Verso questi superuomini di tutti i tempi Giovanni ha parole terribili e appellativi forti: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente?”. Parole inusitate nella predicazione dei nostri tempi, ma che hanno tutto il loro peso in un mondo ostile o indifferente ai problemi della fede. Il progresso della scienza ha portato l’uomo nel suo stolto orgoglio a credersi padrone del mondo e quindi a fare a meno di Dio e di tutte le norme di vita onesta da lui dettate. Si potrebbe esclamare con San Paolo: mentre scoprono le meraviglie del creato, dimenticano il loro autore. Se questo era riprovevole al tempo dei pagani, è assolutamente stolto e insipiente dopo due millenni di cristianesimo, soprattutto da parte di chi ha avuto il sigillo del battesimo con il dono dello Spirito Santo. L’attesa del Natale sia come un campanello di allarme, un segnale di sveglia per quanti dormono il sonno dell’indifferenza o della ostilità nei riguardi della fede. La misericordia del Signore è più grande della ostinazione dell’uomo e sempre pronta ad accogliere.
In san Matteo e san Marco, la predicazione di Giovanni Battista è il segnale dell’inizio dell’azione pubblica di Gesù. Con il suo discorso che chiama alla conversione, la presenza vicina diventa il messaggio di Gesù: “Il regno dei cieli è vicino!”, e la differenza con questo si fa chiara: i battesimi di Giovanni non permettono di rimettere i peccati. San Matteo con le sue parole ci dà un’idea della grande importanza di Giovanni Battista, della sua influenza e della sua azione. Nelle parole di san Matteo si legge la convinzione che Israele si trovi in una situazione senza uscita. Non vi è più la sicurezza collettiva che derivava dall’appartenenza alla discendenza di Abramo. L’avvenire di ognuno dipende dalle proprie azioni: “Fate frutti degni di conversione!”. Tuttavia l’avvenire è anche nelle mani di Dio, cioè nelle mani di colui che verrà dopo Giovanni: la mano che separa il buon grano dalla zizzania compirà presto la sua opera. Il giudizio che verrà è anche la ragione per cui Giovanni invita alla conversione. Israele è alla fine della sua sapienza. Anche se Giovanni Battista non ha ancora un’idea chiara di colui che verrà dopo di lui, sa una cosa: egli è il più forte. Giudicare è fare una scelta. Così, prepararsi al giudizio è prendere una decisione.

Approfondimento del Vangelo (L’annuncio di Giovanni Battista nel deserto)
Il testo: In quei giorni, venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!». Egli infatti è colui del quale aveva parlato il profeta Isaìa quando disse: «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». E lui, Giovanni, portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico. Allora Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui e si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati. Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo. Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».

Momento di silenzio orante: Ogni uomo ha in cuore molte domande da rivolgere a qualcuno che lo ascolti, ma ha anzitutto bisogno di saper ascoltare, accorgendosi che c’è Gesù che gli sta parlando. Lasciati guidare verso l’interiorità, là dove la Parola risuona con tutto il suo peso di verità e di amore, con tutta la sua forza terapeutica e trasformante. Il silenzio orante ti chiede di fermarti «dentro», fermarti completamente ai piedi del Signore e raccogliere tutte le proprie energie per ascoltare solo Lui. Fermati e ascolta.

Per comprendere la Parola
a) Come si articola la trama del brano: In questa domenica d’avvento ci viene incontro la figura di Giovanni Battista, un personaggio simile ad una quercia, come ebbe a dire Gesù un giorno nel delineare la sua personalità: «Siete forse andati a vedere una canna sbattuta dal vento?» (Mt 11,7). Il profilo del Battista che la liturgia ci propone viene presentato in due grandi blocchi: 3,1-6, figura e attività di Giovanni; 3,7-12, la sua predicazione. All’interno di queste due parti si possono individuare delle unità più piccole che determinano l’articolazione del testo. In 3,1-2 Giovanni è presentato come colui che predica la «conversione» perché il «regno dei cieli si è fatto vicino». Tale appello è come un filo rosso che attraversa tutta l’attività di Giovanni: viene ripreso in 3,8.12. Il motivo di tale annuncio della conversione è dato dall’imminente giudizio di Dio che viene paragonato al taglio di ogni albero secco da gettare nel fuoco per essere bruciato (3,10) e a quell’operazione della vagliatura che i contadini eseguono sull’aia per separare il grano dalla pula, anch’essa da bruciare nel fuoco (3,12). L’immagine del fuoco che caratterizza l’ultima parte del nostro brano liturgico mostra l’urgenza di prepararsi a questo evento del giudizio di Dio. Il testo presenta la seguente articolazione:
- Matteo 3,1-3: in questa prima piccola unità «la voce che grida nel deserto» di Isaia 40,2 viene identificata con la voce del Battista che invita alla conversione «nel deserto di Giuda»;
- Matteo 3,4-6: segue una breve unità che in modo pittoresco delinea la figura tradizionale di Giovanni: è un profeta e un asceta; per la sua identità profetica viene accostato ad Elia, infatti veste alla maniera del profeta di Tisbe. Un dettaglio geografico e spaziale descrive il movimento di molta gente per ricevere il battesimo d’immersione nelle acque del Giordano, in un clima penitenziale. L’influenza della sua attività profetica non è circoscritta ad un luogo ristretto ma investe tutta la regione della Giudea e che comprende Gerusalemme e il territorio intorno al Giordano.
- Matteo 3,7-10: viene introdotto un gruppo particolare che si reca da Giovanni per ricevere il battesimo, sono i «farisei e sadducei». A loro Giovanni si rivolge con un linguaggio molto duro perché desistano dalla loro falsa religiosità e pongano la loro attenzione nel «portare frutto» per sfuggire al giudizio di condanna.
- Matteo 3,11-12: viene puntualizzato il significato del battesimo in relazione alla conversione e soprattutto la diversità dei due battesimi e dei rispettivi protagonisti: quello di Giovanni è con acqua per la conversione; quello di Gesù, «il più forte che viene dopo» Giovanni, è con Spirito santo e fuoco.
b) Il messaggio del testo: Con uno stile tipicamente biblico-narrativo Matteo presenta la figura e l’attività di Giovanni Battista nel deserto della Giudea. Quest’ultima indicazione geografica intende situare l’attività di Giovanni nella regione della Giudea, mentre Gesù svolgerà la sua nella Galilea. Per Matteo l’attività di Giovanni è completamente orientata e subordinata verso «colui che deve venire», la persona di Gesù. Inoltre Giovanni è presentato come il grande e coraggioso predicatore che ha preannunciato l’imminente giudizio di Dio. Il messaggio del Battista consiste in un preciso imperativo, «convertitevi» e in un motivo altrettanto chiaro: «perché il regno dei cieli è vicino». La conversione acquista un grande risalto nella predicazione del Battista anche se all’inizio non appare ancora chiara nel suo contenuto. In 3,8, invece, vengono indicati i frutti della conversione per esprimere un nuovo orientamento da dare alla propria esistenza. Tale indicazione, per un verso, si colloca nella linea dei profeti che intendevano la concretezza della conversione nel distacco radicale da tutto ciò che finora aveva un valore; dall’altro, và oltre e intende mostrare che la conversione è un volgersi verso il «regno dei cieli», verso una novità che si presenta imminente con le sue esigenze e prospettive. Si tratta di dare una svolta decisiva alla vita orientandola in una nuova direzione: il «regno dei cieli» fonda e definisce la conversione e non una serie di sforzi umani. L’espressione «regno dei cieli» sta a indicare che Dio si rivelerà a tutti gli uomini e con grande potenza. Giovanni dice che tale rivelazione di Dio è imminente, non è lontana. L’attività profetica di Giovanni ha il compito di preparare i suoi contemporanei alla venuta di Dio in Gesù con i tratti della figura di Elia. Interessanti sono i motivi, le immagini con cui la figura del Battista viene interpretata, tra queste la cintura di cuoio legata intorno ai fianchi, un segno di riconoscimento del profeta Elia (2 Re 1,8); il mantello intessuto di peli di cammello è l’indumento tipico del profeta secondo Zaccaria 13,4. Si tratta di una identificazione diretta tra il profeta Elia e Giovanni. Sicuramente tale interpretazione è la risposta dell’evangelista a una obiezione giudaica di quel tempo: come può Gesù essere il messia, se prima non viene Elia? Con la sua attività profetica Giovanni riesce a muovere intere folle, anche Elia aveva ricondotto l’intero popolo a ritornare alla fede in Dio (1 Re 18). Il battesimo di Giovanni non è importante perché numerose sono le folle che si recano per riceverlo, ma ha valore perché è accompagnato da precisi impegni di conversione. Inoltre non è un battesimo che ha il potere di cancellare i peccati, solo la morte di Gesù ha questo potere, ma imprime un nuovo orientamento da dare alla propria vita. Anche i «farisei e i sadducei» si recano per riceverlo, ma vi si accostano con animo ipocrita, senza una vera decisione di convertirsi. Così facendo non potranno sfuggire al giudizio di Dio. L’invettiva di Giovanni verso questi gruppi, impastati di falsa religiosità, sottolinea che la funzione del suo battesimo, accolto con sincera decisione di cambiare vita, protegge chi lo riceve dall’imminente giudizio purificatore di Dio. In che modo si farà visibile una tale decisione di convertirsi? Giovanni si astiene dal dare delle precise indicazioni contenutistiche, ma si limita solo a indicarne il motivo: evitare il giudizio punitivo di Dio. Si potrebbe dire in un linguaggio propositivo che lo scopo della conversione è Dio, il radicale riconoscimento di Dio, l’orientare in modo del tutto nuovo la propria vita a Dio. Intanto i «farisei e i sadducei» non sono disponibili a convertirsi in quanto pongono la loro fiducia e speranza nella discendenza da Abramo: in quanto appartenenti al popolo eletto sono sicuri che Dio, per i meriti dei loro padre, concederà loro la salvezza. Giovanni mette in dubbio questa loro falsa sicurezza con due immagini: dell’albero e del fuoco. Innanzitutto l’immagine dell’albero che viene tagliato, nell’AT rimanda al giudizio di Dio. Un testo di Isaia così lo descrive: «Ecco il Signore, Dio degli eserciti, che strappa i rami con frastuono, le punte più alte sono troncate, le cime sono abbattute». Invece l’immagine del fuoco ha la funzione di esprimere l’ «ira imminente» che si manifesterà con il giudizio di Dio (3,7). In sintesi, viene mostrata l’incalzante imminenza della venuta di Dio: gli ascoltatori devono aprire gli occhi su ciò li attende. Infine la predicazione di Giovanni pone un confronto tra i due battesimi, le due persone di Giovanni e di colui che deve venire. La differenza sostanziale è che Gesù battezza con spirito e fuoco mentre Giovanni solo con acqua, un battesimo per la conversione. Tale distinzione sottolinea che il battesimo di Giovanni è completamente subordinato a quello di Gesù. Matteo annota che il battesimo con spirito già è stato realizzato, precisamente nel battesimo cristiano, come afferma la scena del battesimo di Gesù, mentre quello con il fuoco deve ancora avvenire e si realizzerà nel giudizio che Gesù darà. Il finale della predicazione di Giovanni presenta, poi, la descrizione del giudizio che incombe sulla comunità con l’immagine della pula. La stessa azione che il contadino compie sull’aia quando pulisce il grano dalla pula così sarà attuata da Dio nel giudizio sulla comunità.

Per meditare
a) Attesa di Dio e conversione: La predicazione di Giovanni mentre ci ricorda che la venuta di Dio nella nostra vita è sempre imminente, ci invita anche con energia alla penitenza che purifica il cuore, lo rende capace all’incontro con Gesù che viene nel mondo degli uomini e lo apre alla speranza e all’amore universale. C’è un’ espressione del cardinale Newmann che può aiutarci a comprendere questo nuovo orientamento che la Parola di Dio intende suggerire come urgente: «Qui in terra vivere è cambiare ed essere perfetto è aver cambiato spesso». Cambiare è da intendere nell’ottica della conversione; un cambiamento intimo del cuore dell’uomo. Vivere è cambiare. Nel momento in cui questa spinta a cambiare venisse meno, tu non saresti più vivo. Una conferma ci viene dal libro dell’Apocalisse quando il Signore dice: «Sembri vivo, ma sei morto» (3,1). Inoltre «essere perfetto è aver cambiato spesso». Sembra che il cardinale Newmann voglia dire: «Il senso del tempo è la mia conversione». Anche questo tempo di avvento è commisurato in funzione del progetto che Dio ha su di me. Devo continuamente aprirmi alla novità di Dio, essere disponibile a lasciarmi rinnovare da Lui.
b) Accettare il Vangelo: è la condizione per convertirsi. Il Vangelo non è solo un contenuto di messaggio, ma è una Persona che ti chiede di venire nella tua vita. Accettare il Vangelo in questa domenica d’Avvento significa aprire la porta della propria vita a colui che Giovanni il Battista ha definito come il più forte. Tale idea è stata espressa bene da Giovanni Paolo II: «Aprite le porte a Cristo...». Accettare Cristo che mi viene incontro con la sua parola definitiva di salvezza. Ci vengono in mente le parole di S. Agostino che diceva: «Temo il Signore che passa». Tale passaggio del Signore potrebbe trovarci in questo momento della nostra vita distratti e superficiali.
c) L’avvento - il tempo delle anime interiori: Un’evocazione mistica attinta agli scritti della Beata Elisabetta della Trinità ci aiuta a scoprire la conversione come tempo, occasione per immergersi in Dio, per esporsi al fuoco dell’amore che trasforma e purifica la nostra vita: «Eccoci al sacro tempo dell’avvento che più di ogni altro potremmo chiamare il tempo delle anime interiori, di quelle che vivono sempre e in ogni cosa “nascoste in Dio con Cristo”, al centro di se stesse. Nell’attesa del grande mistero [del Natale]...domandiamogli di renderci veri nel nostro amore, cioè di trasformarci...è bello pensare che la vita di un sacerdote, come quella della carmelitana, è un avvento che prepara l’incarnazione nelle anime! Davide canta in un salmo che il “fuoco camminerà davanti al Signore”. E non è l’amore quel fuoco? E non è anche la nostra missione preparare le vie del Signore attraverso la nostra unione a colui che l’Apostolo chiama un “fuoco divoratore”? Al suo contatto la nostra anima diventerà come una fiamma d’amore che si espande per tutte le membra del corpo di Cristo che è la Chiesa». (Lettera al Rev. Sacerdote Chevignard, in Scritti, 387-389).

Orazione finale: Signore Gesù, condotti dalla parola forte e vigorosa di Giovanni Battista, tuo precursore, desideriamo ricevere il tuo battesimo di Spirito e di fuoco. Tu sai quante paure, pigrizie spirituali e ipocrisie albergano nel nostro cuore. Siamo convinti che nel tuo ventilabro resterebbe della nostra vita ben poco grano e tantissima pula, pronta per il fuoco inestinguibile. Ti diciamo dal profondo del nostro cuore: Vieni a noi nell’umiltà della tua incarnazione, della tua umanità caricata del nostro limite e peccato e donaci il battesimo dell’immersione nell’abisso della tua umiltà. Donaci di essere immersi in quelle acque del Giordano che sono sgorgate dal tuo costato trafitto sulla croce e fa’ che ti riconosciamo vero Figlio di Dio, vero nostro Salvatore. In questo avvento portaci nel deserto della spogliazione, della conversione, della solitudine della penitenza per sperimentare l’amore del tempo primaverile. Che la tua voce non rimanga nel deserto ma risuoni nel nostro cuore in modo che tutta la nostra, immersa – battezzata nella tua Presenza possa diventare novità d’amore. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO A
IV DOMENICA DI AVVENTO


Benedetto colui che viene nel nome del Signore!
L’uomo non sempre ha bisogno di parole per rivelare se stesso, manifestare la sua volontà, dire la verità del suo essere, farci conoscere quali opere lui deve compiere. I segni sono più eloquenti di mille discorsi altisonanti, ben concepiti, strutturati in modo perfetto. Un solo piccolo segno e l’altro comprende all’istante la verità che gli sta dinanzi. Questo noi dobbiamo comprende: ogni gesto del nostro corpo è un segno. Con esso parliamo, diciamo, raccontiamo, sveliamo il nostro cuore, i nostri pensieri, la nostra volontà, ogni nostro desiderio. Il segno ci pone dinanzi ad una storia invisibile.
Oggi Gesù dona un grande segno agli abitanti di Gerusalemme. Rivela qual è la verità sul suo messianismo. Egli non entra in Gerusalemme con un esercito bene agguerrito. Non entra neanche cavalcando un focoso cavallo, a quei tempi strumento indispensabile per la guerra. Non vi entra neanche in groppa ad una mula. Qualcuno avrebbe potuto pensare ad un nuovo Davide. Viene invece seduto su un umile asino, una bestia da soma, un fedele compagno di lavoro dell’uomo. Viene con un animale di pace e non di guerra. Ma viene anche con gente che si era riunita attorno a lui spontaneamente e invece di lance, spade e bastoni andava avanti e indietro, osannando e agitando rami di palma e di ogni altro albero che era piantato lungo la via.
Gesù non viene per occupare Gerusalemme. Non viene per conquistare il mondo. Non viene neanche per assediare i cuori e costringerli alla resa. Mai Gesù farà un solo atto di violenza contro un uomo. Lui attrae a Sé le folle, le lega però solo con la verità, l’amore, la pace, la gioia, l’esultanza. Per fare la guerra occorre invece che la gente venga legata dall’odio, dalla rabbia, dalla violenza, dalla superbia, dalla prepotenza, soprattutto dalla manifestazione della grande forza e potenza. Gesù è invece solo. È solo nel suo amore divino ed umano. Solo nella sua pazienza e carità. Solo sulla sua croce di compassione e di pietà.
La folla non comprende il segno. Si lascia annegare come sempre nei propri pensieri, idee, immaginazioni. Non vede in questo istante di grazia e di verità la novità di Gesù Signore. Egli non è venuto per mettere l’uomo contro l’uomo. È venuto invece per creare gioia facendo incontrare l’uomo con l’uomo nel perdono, nella carità, nella pietà, nel vicendevole sostegno, nell’aiuto degli uni verso gli altri. È venuto non per debellare i regni degli uomini, bensì che sconfiggere il peccato che è la fonte, la causa della nascita di questi regni umani di miseria, povertà, umiliazione dell’uomo. Gesù è venuto per aiutare l’uomo a divenire servo dell’uomo come Lui è servo di Dio.
Vergine Maria, Madre della Redenzione, umile serva del Signore, Donna dalla grande carità, insegnaci ad essere veri servi di Dio come lo sei stata tu. Angeli e Santi del Signore, aiutateci. Vogliamo essere segno nel mondo dell’amore infinito di Cristo Gesù.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: immacolata concezione   Mer Dic 08, 2010 11:40 am

MERCOLEDÌ 8 DICEMBRE 2010

SOLENNITÀ DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA


Letture (rito romano):
Gn 3,9-15.20 (Porrò inimicizia tra la tua stirpe e la stirpe della donna)
Sal 97 (Cantate al Signore un canto nuovo, perché ha compiuto meraviglie)
Ef 1,3-6.11-12 (In Cristo Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo)
Lc 1,26-38 (Ecco concepirai un figlio e lo darai alla luce)

Letture (rito ambrosiano):
Gen 3,9a-b. 11c. 12-15. 20
Sal 86
Ef 1,3-6.11-12
Lc 1,26b-28

Orazione iniziale: Rallegrati, o Vergine Maria, già sorge la stella di Giacobbe. Si compiono oggi le Scritture: come nube feconda viene il Signore. Viene il nostro Dio, non sta in silenzio; l’orecchio fai attento al suo saluto. Dolce è il verbo del suo labbro, nobile il disegno del suo cuore. Splende come ali di colomba il vestimento del suo messaggero; scende come zefiro d’estate su di te, fecondo, il suo conforto. Spiega la sua forza il nostro Dio, nella tua carne trova il suo riposo; trova in te il suo santuario, lodalo ed amalo per sempre. Eccolo, appare il suo corteo, davanti a lui cammina la giustizia. Domerà l’orgoglio dei potenti, renderà agli umili il vigore. Stenderà la sua misericordia sugli uomini che temono il suo nome; umile ancella del Signore, tessici le lodi dell’Amore.

Eccomi, sono la serva del Signore
Prima che la Chiesa dichiarasse dogma di fede dell’immacolata concezione della Vergine, è la stessa Maria a indurci a pensarlo e a crederlo: alle parole e all’annuncio dell’Angelo, che la definiscono “Piena di grazia”, lei non si esalta, ma ritiene addirittura che sia impossibile che quanto le viene detto possa avverarsi in lei: “Come è possibile?”; quando poi il messo divino la rassicura sul modo con cui la sua maternità verrà a compiersi, lei “l’umile ancella del Signore”, dichiara la sua completa disponibilità: “Si compia in me secondo la tua parola”. Quella docilità, quella umiltà e quella disponibilità piena e incondizionata l’accompagnerà per tutta la sua esistenza, fino al suo glorioso transito. Nulla, assolutamente nulla, nella vita di Maria fa trapelare anche la più benché minima traccia di quelle così evidenti debolezze, derivanti dal peccato originale, che inquinano invece frequentemente la nostra vita. Ci convince ancora che la nostra Madre celeste sia stata concepita senza peccato, il fatto che lei dovrà accogliere nel suo seno verginale il Figlio di Dio, il quale, prende sì, la nostra natura umana, ma non può essere minimamente inquinato da traccia alcuna di peccato; la persona di Maria dovrà quindi essere il tabernacolo purissimo che accoglie il Verbo incarnato. E ancora è lo stesso Gesù morente sulla croce a dichiarare l’universale maternità di Maria, quando rivolgendosi all’Apostolo Giovanni, dice: “Figlio, ecco tua Madre”. È evidente e logico il nesso: la Madre senza peccato, solo lei, l’Immacolata, diventa la Madre di tutti i redenti. È lei quindi la nuova Eva, su di Lei il Signore Dio posa le sue compiacenze, per mezzo di lei può far sentire ancora a tutta l’umanità l’immensità del suo amore misericordioso. Lei infine è la pre-redenta, che ci addita la meta e ci rigenera come figli nella primitiva purezza. In questo nostro mondo, pervaso da inquinamenti di ogni genere, l’Immacolata ci richiama alla purezza del cuore, ai valori limpidi dello spirito, all’onestà dei nostri sentimenti e delle nostre azioni. Lei ci parla dell’ecologia dell’anima, di cui troppo poco ci occupiamo.
Abramo concepì Isacco per la fede nella promessa di Dio “e divenne padre di molti popoli” (cfr. Rm 4,18-22). Ugualmente Maria concepì Gesù per mezzo della fede. La concezione verginale di Gesù fu opera dello Spirito Santo, ma per mezzo della fede di Maria. È sempre Dio che opera, ma attraverso la collaborazione dell’uomo. Credere, infatti, è rispondere con fiducia alla parola di Dio, accogliere i suoi piani come se fossero propri e sottomettersi in obbedienza alla sua volontà per collaborarvi. La fede vuole sempre: 1) la fiducia in Dio e 2) la professione di ciò che si crede, poiché “con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza” (Rm 10,10). Una volta riconosciuta vera la parola di Dio, Maria credette alla concezione verginale di Gesù e credette pure alla volontà di Dio di salvare gli uomini peccatori, la volle e aderì a quel piano lasciandosi coinvolgere: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1,38). Dalla sua fede quindi nacque Gesù e pure la Chiesa. Perciò, insieme ad Elisabetta che esclamò: “Beata colei che ha creduto all’adempimento delle parole del Signore” (Lc 1,45), ogni generazione oggi la proclama beata (cfr. Lc 1,48). La Chiesa ha il compito di continuare nel mondo la missione materna di Maria, quella di comunicare il Salvatore al mondo. Il cristiano di oggi deve fare proprio il piano di Dio “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4), proclamando la propria salvezza e lasciandosi attivamente coinvolgere nel portare la salvezza al prossimo, poiché “in questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15,8).

Lettura del Vangelo: In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallègrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Momenti di silenzio: perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Anche se riprende le tematiche di Matteo e Marco, il vangelo di Luca è una composizione originale in molti aspetti. L’evangelista inserisce nel suo racconto del materiale nuovo rispetto agli altri racconti evangelici. Nei primi due capitoli che trattano dell’infanzia di Gesù, Luca si fa alle tradizioni ebraiche, con molti riferimenti diretti e indiretti all’Antico Testamento. La teologia, il simbolismo e tutto l’insieme dei racconti dell’infanzia di Gesù hanno e trovano le radici nel mondo semitico, diverso in molti versi dal mondo e dal pensiero greco. L’evangelista ambienta l’inizio del suo racconto nell’ambiente degli ‘anawîm, i poveri del Signore, cioè quelli che sono sottomessi con altruismo alla volontà di Dio, fermi nella fede che il Signore manderà loro la salvezza in tempo opportuno. Agli ‘anawîm il Signore promette di inviare il Messia «mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di misericordia del Signore, un giorno di vendetta per il nostro Dio, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion...» (Is 61,1ss). Questa promessa di Dio si avvera in Gesù di Nàzaret che entrando «secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga» (Lc 4,16) proclama che la promessa di Dio pronunciata per mezzo di Isaia «si è adempiuta» (Lc 4,21) in lui. Solo gli ‘anawîm possono accogliere dal figlio di Giuseppe il carpentiere e di Maria (Lc 4,22; Mt 13,53-58; Mc 6,1-6; Gv 1,45) il lieto annunzio della salvezza, gli altri purtroppo si scandalizzano di lui. Il Messia è umile e dolce, la «sua bocca» pronuncia «parole di grazia» (Lc 4,22), perciò per accoglierlo bisogna prepararsi, rientrare in se stessi per accogliere il promesso di Israele. Perciò il Signore ammonisce per mezzo del profeta: «Cercate il Signore voi tutti, umili della terra, che eseguite i suoi ordini; cercate la giustizia, cercate l’umiltà, per trovarvi al riparo nel giorno dell’ira del Signore» (Sof 2,3). In questo contesto, «Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). Questa vergine è una degli ‘anawîm ai quali il Signore rivela la sua salvezza. Con lei si trovano altri due ‘anawîm che «erano avanti negli anni» (Lc 1,7), «un sacerdote chiamato Zaccaria» ed Elisabetta che «era sterile» e perciò senza figli (Lc 1,5-7). Anche a questi due disonorati (Gen 30,33; 1Sam 1,5-8; 2Sam 6,23; Os 9,11) viene annunciata la salvezza del Signore. Purtroppo a Gerusalemme, nel tempio, durante la liturgia, luogo della rivelazione, della potenza e della gloria di Dio, questa buona novella non viene accolta dal sacerdote (Lc 1,8-23). Ma la parola di Dio non si lega e non la si può limitare. Dice in fatti il Santo di Israele: «Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata» (Is 55,10-11). Per questo Elisabetta «nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei che tutti dicevano sterile: nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,36-37). Questo sarà l’evento offerto a Maria come un segno della «potenza dell’Altissimo» (Lc 1,35) che si stenderà come ombra su di lei per concepire il Figlio di Dio dallo Spirito Santo che «scenderà» su di lei (Lc 1,34-35). Il Figlio, si chiamerà Gesù, «sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,31-33). Queste parole dell’angelo, riecheggiano le stesse rivolte ad Acaz: «Il Signore stesso vi darà un segno. Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele» (Is 7,14). Perciò dopo la concezione di Giovanni, cioè «nel sesto mese» (Lc 1,26) la buona novella viene accolta «in una città della Galilea, chiamata Nàzaret» (Lc 1,26) da una fanciulla, «vergine, promessa sposa» (Lc 1,27). «Nàzaret» e «Maria» fanno contrasto con «Gerusalemme» e «sacerdote»; come pure è contrastante la frase «entrando da lei» con la parola «tempio». Il Signore si rivela in luoghi umili e viene accolto da gente umile dalle quali, a giudizio degli uomini, non «può mai venire qualcosa di buono» (Gv 1,45). Maria è invitata a gioire: «Rallegrati, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). La presenza del Signore in mezzo al suo popolo è occasione di gioia perché la presenza del Signore porta salvezza e benedizione. L’invito dell’angelo è rivolto al popolo intero di Dio nella persona di Maria. Perciò, tutto il popolo di Dio è chiamato a gioire a rallegrarsi nel Signore suo salvatore. è la gioia messianica che viene annunziata a tutti: «Gridate giulivi ed esultate, abitanti di Sion, perché grande in mezzo a voi è il Santo di Israele» (Is 12,6); «Gioisci, figlia di Sion, esulta, Israele, e rallegrati con tutto il cuore, figlia di Gerusalemme! Il Signore ha revocato la tua condanna», ha disperso il tuo nemico. Re d’Israele è il Signore in mezzo a te, tu non vedrai più la sventura...» (Sof 3,14-15ss); «Gioisci, esulta figlia di Sion, perché, ecco, io vengo ad abitare in mezzo a te» (Zc 2,14). Il concepimento di Gesù è un evento nuovo, la primizia della futura creazione nuova operata dalla potenza generatrice di Dio che viene incontro all’impossibilità di concepire di Maria perché ancora non conosce uomo (Lc 1,34). L’ombra che l’Altissimo stende su Maria richiama la nube che di giorno accompagnava il popolo nel deserto (Es 13,22), che adombrava il monte Sinai rivelando la Gloria del Signore per sei giorni (Es 19,16; 24,17). è anche un segno della protezione di Dio, elargita al giusto che invoca il nome del Signore e si rimette nelle sue mani durante la prova (Sal 17,8; 57,2; 140,8). Nella creazione, lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque, segno della potenza creatrice della parola di Dio (Gen 1,2). Dio supera ogni umana capacità, nulla è impossibile a lui (Lc 1,47; Gen 18,14; Ger 32,27). Davanti al Signore della gioia, della vita e della salvezza, Maria accoglie la sua parola generatrice e creatrice: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).

Domande per orientare la meditazione e attualizzazione:
- Il Signore si rivela agli ‘anawîm del suo popolo. Secondo te chi sono gli ‘anawîm contemporanei a noi?
- Molte volte ci sentiamo in un mondo ostile alla rivelazione di Dio. Sembra anche che egli si sia ammutolito, che non riveli più la sua parola che da vita. è vero questo? Se egli ci parla ancora, dove puoi incontrare la sua parola vivente? Come accoglierla?
- Le potenze del male sembrano avvolgere il nostro mondo inquieto. Le diverse modalità di oppressione sembrano addirittura opprimere anche il Dio della gioia, della libertà, della misericordia. Quale atteggiamento prendi tu davanti a questa realtà? Pensi che il testo di oggi ti ispiri ad un atteggiamento giusto davanti a situazioni impossibili?
- Quale pensi sia la caratteristica dell’atteggiamento di Maria? Ti rivela qualcosa nella tua vita?

Contemplazione: Nella contemplazione, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quando desiderano restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell’occhio il cui sereno sguardo ferisce d’amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un’azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo. Questa è quella Rachele avvenente, di bell’aspetto, che Giacobbe, sebbene fosse meno fertile di figli, amò più di Lia, certo più feconda ma dagli occhi cisposi. Meno numerosi, infatti, sono i figli della contemplazione rispetto a quelli dell’azione; tuttavia Giuseppe e Beniamino più degli altri fratelli sono amati dal padre. Questa è quella parte migliore che Maria ha scelto e che non le sarà tolta (Dalla Lettera di San Bruno a Rodolfo il Verde).

8 dicembre: Solennità dell’Immacolata Concezione di Maria

Biografia: Il peccato dell’uomo è stato descritto efficacemente come una volontaria chiusura all’amore di Dio, un assurdo rifiuto, una barriera incolmabile, l’abbandono volontario di un benessere garantito dallo stesso Signore per vagare senza meta nelle strade scoscese del mondo. L’amore di Dio però, che è la sua stessa essenza, di sua natura è inarrestabile, l’amore è più forte del peccato: è per questo che possiamo e dobbiamo leggere tutta la nostra storia come una incessante ricerca dell’uomo smarrito e ferito dal peccato, da parte di Dio. Egli tenta in tutti i modi di rientrare nel cuore dell’uomo, l’uomo però ha un cuore che è diventato di pietra, insensibile ai richiami divini. Allora lo stesso Iddio crea per se un cuore puro, immune da ogni macchia, che lo faccia innamorare con l’intensità del suo amore di Padre. È nel cuore purissimo di Maria che Dio sceglie di porre la sua dimora, lì sceglie di riversare tutto in bene di cui l’uomo si è volontariamente privato, scende in lei con la forza dello Spirito Santo, la rende feconda, esalando la sua verginità, la rende Madre del Cristo, la vuole come sua Madre, ce la offre come Madre. È per questo che lei è concepita senza peccato, per questo lei è l’Immacolata concezione. È quindi in lei che scopriamo il capolavoro di Dio, in lei rimiriamo la nostra perduta innocenza, in lei ancora scorgiamo, pieni di gioia e di stupore, la nostra ri-creazione in Cristo con una nuova somiglianza soprannaturale che ci configura al Creatore e Padre nella grazia santificante. In lei, come madre nostra e di Cristo, abbiamo ormai la fondata speranza di un recupero pieno della nostra dignità di Figli. L’immacolata ci sollecita a ricercare quella interiore purezza che ci rende splendenti dinanzi a Dio e al nostro prossimo.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di sant’Anselmo, vescovo
Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che sono sottoposte al potere dell’uomo o disposte per la sua utilità si rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose, poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate dall’oppressione e avevano perso vivezza per l’abuso di coloro che s’erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate. Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal dominio e abbellire dall’uso degli uomini che lodano Dio. Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge dall’alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti frutto benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta. Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano negl’inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle che sono sulla terra gioiscono di essere rinnovate. Invero per il medesimo glorioso figlio della tua gloriosa verginità, esultano, liberati dalla loro prigionia, tutti i giusti che sono morti prima della sua morte vivificatrice, e gli angeli si rallegrano perché è rifatta nuova la loro città diroccata. O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce, inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura. A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura fosse l’unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio, che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria. Dio dunque è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre della sua riparazione, poiché Dio ha generato colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, e Maria ha partorito colui per opera del quale tutte le cose sono state salvate. Dio ha generato colui senza del quale niente assolutamente è, e Maria ha partorito colui senza del quale niente è bene. Davvero con te è il signore che volle che tutte le creature, e lui stesso insieme, dovessero tanto a te (Disc. 52; PL 158,955-956).

Orazione finale (Magnificat - Cantico di Maria):
L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente
e Santo è il suo nome;
di generazione in generazione la sua misericordia
per quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva detto ai nostri padri,
per Abramo e la sua discendenza, per sempre.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: DOMENICA 12 DICEMBRE 2010   Dom Dic 12, 2010 11:06 am

DOMENICA 12 DICEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO A
III DOMENICA DI AVVENTO
DOMENICA GAUDETE


Invochiamo lo Spirito santo: Spirito di Dio, che agli inizi della creazione ti libravi sugli abissi dell’universo e trasformavi in sorriso di bellezza il grande sbadiglio delle cose, scendi ancora sulla terra e donale il brivido dei cominciamenti. Questo mondo che invecchia, sfioralo con l’ala della tua gloria. Restituiscici al gaudio dei primordi. Riversati senza misura su tutte le nostre afflizioni. Librati ancora sul nostro vecchio mondo in pericolo. E il deserto, finalmente, ridiventerà giardino e nel giardino fiorirà l’albero della giustizia e frutto della giustizia sarà la pace. Spirito di Dio, che presso le rive del Giordano sei sceso in pienezza sul capo di Gesù e l’hai proclamato Messia,
dilaga su questa porzione del tuo Corpo mistico raccolta davanti a te. Adornala di una veste di grazia. Consacrala con l’unzione e invitala a portare il lieto annunzio ai poveri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri e a promulgare l’anno di misericordia del Signore. Liberaci dalla paura di non farcela più. Dai nostri occhi partano inviti a sovrumane trasparenze. Dal nostro cuore si sprigioni audacia mista a tenerezza. Dalle nostre mani grondi la benedizione del Padre su tutto ciò che accarezziamo. Fa’ risplendere di gioia i nostri corpi. Rivestici di abiti nuziali. E cingici con cinture di luce. Perché, per noi e per tutti, lo Sposo non tarderà (don Tonino Bello).

Letture:
Is 35, 1-6.8. 10 (Ecco il vostro Dio, egli viene a salvarvi)
Sal 145 (Vieni, Signore, a salvarci)
Gc 5,7-10 (Rinfrancate i vostri cuori, perché la venuta del Signore è vicina)
Mt 11,2-11 (Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?)

Il Battista nel deserto
Che cosa siete andati a vedere nel deserto? È un interrogativo che spinge la gente a riflettere. Non una canna, non un uomo vestito di lusso… Avete incontrato nel deserto un profeta, il messaggero che è venuto a preparare la via, il più grande tra nati di donna, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui. Parole misteriose, ma che vogliono farci riflettere sulla grandezza che ci ha regalato battesimo mediante il quale siamo entrati a far parte al nuovo regno di Dio, inaugurato con la morte redentrice del Salvatore. Accogliendo quindi il suo vangelo e vivendolo con coerenza, si diventa più grandi di Giovani perché viviamo nella nuova economia di grazia. Giovanni è in prigione. Avverte che i suoi giorni sono contati. Con un re feroce come Erode non si scherza e tanto meno con la furia di una donna a cui viene rinfacciata la sua spudorata infedeltà. Egli, dalla prigione, invia i suoi discepoli a Gesù per domandare se egli fosse davvero il Messia: Gesù risponde citando Isaia 35,5, che abbiamo ascoltato nella prima lettura, in cui si descrive l’esultanza del popolo che fa ritorno a Gerusalemme, accompagnato dalla natura in festa. Si celebra così quello che spesso viene chiamato “secondo esodo”: il ritorno del popolo ebreo in Gerusalemme dopo la deportazione babilonese. Ma il vero esodo dalla schiavitù del peccato si verifica tramite il Messia che porta gioia in tutti i cuori con guarigioni miracolose e con la liberazione dal dominio del demonio. Alla domanda se fosse proprio lui il Messia, Gesù risponde di riferire al loro maestro quanto vedono e sentono. Il Battista vede terminare la sua missione dal momento che il Messia è arrivato e potrà ormai lasciare questo mondo, contento di aver creato questo contatto tra i suoi discepoli e Gesù, alla cui sequela si metteranno dopo la sua decapitazione. Per entrare nel mistero della fede sono necessarie la calma, la pazienza. È quella che raccomanda San Giacomo portando come esempio il contadino che attende con serenità il frutto della seminagione o anche i profeti, che hanno dovuto subire persecuzioni, prigioni e anche morte. Forse Giovanni resta alquanto sconcertato dalle notizie che gli vengono riferite circa l’annunzio di salvezza che Gesù opera con tanta amabilità, con tanta bontà, favorendo i peccatori, gli umili, gli ultimi. Un novità per lui che grida nel deserto. Per noi invece è una dolce notizia perché nella nostra malattia non desideriamo un medico senza cuore che estirpi il male senza misericordia, ma un medico pietoso che guarisca, infondendo fiducia nella ripresa. È fonte d’immensa gioia potersi sentire dire: Ti sono rimessi i tuoi peccati! Va in pace! Questo compie la misericordia di Dio mediante il suo ministro nel sacramento della riconciliazione.
Subito dopo il passo in cui Gesù invia i suoi discepoli (Mt 10,5-11,1) san Matteo pone questa domanda che ci tocca tanto - come ha chiaramente toccato anche la prima comunità e colui al quale viene qui fatta pronunciare: Non vi sono numerosi argomenti contro Gesù e il suo messaggio? La risposta alla domanda che pongono i discepoli di Giovanni non è senza equivoci. Vi si dice chiaramente: non esiste una “prova” da presentare. Eppure un colpo d’occhio sui capitoli precedenti del Vangelo di san Matteo mostra bene che la lunga lista di guarigioni e miracoli non è stata redatta a caso. Quando la si paragona attentamente a ciò che Gesù fa rispondere a Giovanni, è possibile trovare, nei precedenti testi del Vangelo, almeno un esempio per ogni dichiarazione (i ciechi vedono, gli storpi camminano...). Quando Gesù dice questo, le sue parole fanno pensare alle parole di un profeta. Bisogna che diventi manifesto che in Gesù si compiono le speranze passate anche se molte cose restano ancora incompiute. Non tutti i malati sono stati guariti, non tutto è diventato buono. Ecco perché si legge in conclusione questo ammonimento: “Felice colui che non abbandonerà la fede in me (che non si scandalizza di me)”. Quanto a coloro ai quali questo non basta, Gesù domanda loro che cosa di fatto sono venuti a vedere. Poiché di persone vestite bene se ne trovano dappertutto. Ma se è un profeta che volevano vedere, l’hanno visto! Hanno avuto ragione di andare a trovare Giovanni Battista, poiché la legge e i profeti lo avevano designato. Eppure la gente lo ha seguito come farebbero dei bambini che ballano sulla piazza del mercato senza preoccuparsi di sapere chi suona il flauto. La parabola che segue, e che non fa parte del nostro testo di oggi, dà una risposta che ci illumina: di fatto gli uomini non sanno quello che vogliono. Essi corrono dietro a chiunque prometta loro del sensazionale.

Approfondimento del Vangelo (La testimonianza di Gesù su Giovanni Battista)
Il testo: In quel tempo, Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via”. In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui».

Il contesto liturgico:
- Il tempo liturgico d’Avvento, in questa sua prima parte, è tutto orientato a far concentrare il nostro sguardo su “Colui che viene”: viene nella nostra umana carne con il Natale, viene sul trono di giudice nell’ultimo giorno.
- L’ultimo giorno, il giorno del ritorno del Cristo glorioso, è un evento che l’amorosa fede nel Signore c’insegna a desiderare e invocare: maranathà - ci spinge a gridare lo Spirito, nell’attesa della tua venuta - diciamo ogni giorno adorando le specie eucaristiche, venga il tuo regno - supplichiamo nel cuore della Sposa Chiesa dando voce al Cristo che prega il Padre in ogni ora-cardine della nostra giornata. Il tempo sconosciuto che ci separa da questa seconda venuta del Messia è spazio di operosa creatività, per “preparare le vie” e preparare il nostro cuore e i nostri occhi a saper cogliere il momento in cui la parusia si avvererà, ma anche per “abbreviare” il tempo dell’attesa adoperandosi perché si realizzino al più presto le condizioni propizie al ritorno del Signore: “i ciechi vedono, gli storpi camminano...”.
- Tutta la liturgia di questa domenica è un caloroso e pressante invito alla gioia: l’attesa del Messia sta per concludersi! L’orazione iniziale recita così: “Guarda, o Padre, il tuo popolo che attende con fede il Natale del Signore, e fa’ che giunga a celebrare con rinnovata esultanza il grande mistero della salvezza”. A pochi giorni da questa domenica, infatti, inizieranno i giorni della diretta preparazione al Natale di Gesù che è la prima realizzazione del regno di Dio atteso.
- La prima lettura (Is 35,1-6.8.10) ha un inizio sorprendente, dato che il capitolo precedente termina con un giudizio severo del Signore, e subito imposta il tono di questa domenica. La schiavitù del popolo è terminata, si prepara un nuovo esodo e, come fece al tempo dell’Egitto, Jhwh verrà a salvare il suo popolo. L’opera di redenzione del Signore previene la miseria dell’uomo con la sua grazia e si rivolge all’umanità in tutte le sue difficoltà e malattie, rappresentate dal richiamo a ciechi, sordi, zoppi: le stesse categorie citate da Gesù nel vangelo odierno. Per questo è possibile obbedire al comando di rallegrarsi e può salire a Dio una richiesta di perdono piena di speranza (cfr Sal 50,10; Os 6,1) e compiere il nuovo esodo, riattraversare il deserto della nostra lontananza volontaria da Dio e ritornare a casa nostra, alla sorgente d’acqua che non finisce.
- La seconda lettura (Gc 5,7-10) esorta a comprendere correttamente il ritardo della parusia che l’opinione comune dei Cristiani della prima epoca riteneva, invece, vicinissima. Anche loro devono adottare un atteggiamento di pazienza, ma senza cessare di essere attivi e attenti per essere pronti a cogliere al volo il momento del ritorno del Signore glorioso. In pratica, quest’invito è richiamo a imitare la pazienza di Dio che sola ci conduce alla conversione (cfr Rm 2, 4). Nella sua magnanimità Dio crea in noi lo spazio per una vita nuova e perdonandoci ci rende capaci di aprirci al prossimo, lontano e vicino.

Fermiamoci a rileggere il testo evangelico:
- Sussurriamo con calma le parole del vangelo, facendole passare pian piano dalla lingua alla mente, dalla mente al cuore. Gustiamo con calma alcune di queste parole...
- Siamo attorno a Gesù e ascoltiamo quello che gli chiedono i discepoli di Giovanni: è un interrogativo serio, di quelli che possono cambiare la storia.
- La risposta di Gesù ha un tono posato, ma ci ferisce il cuore come una freccia: è chiaro, il Messia atteso è Lui! Il cuore salta di gioiosa emozione! Poi, un po’ alla vota, emergono le domande.
- E il famoso Giovanni che battezzava al Giordano immergendoci nel grande fiume della purificazione e della conversione? Eppure lui, con tutta la sua parola travolgente, con la sua vita esemplare che ci ha messi in crisi... è “solo” un profeta.
- Gesù di Nazaret, invece, è ben di più. Dunque, possiamo sperare che presto il Regno di Jhwh si realizzerà in mezzo a noi: pace, giustizia, solidarietà, fine delle malattie, niente più dolore e morte...
- Eccolo: è qui, in mezzo a noi!
- Com’è possibile che sia vero tutto ciò? Basta guardarsi attorno: le guerre imperversano, più crudeli che mai! Le malattie sono cambiate, ma continuano a seminare dolore, paura, mutilazioni, morte. È vero che tanti cercano di aiutare il prossimo, ma ce ne sono altrettanti che cercano solo il proprio interesse economico o il potere. Gli storpi non camminano, i ciechi restano tali, la resurrezione dei morti è solo una speranza lontana e la morte non ci è stata ancora mai risparmiata! Dov’è il Regno di Dio con i suoi doni? Calmati... respira piano... rileggi la Parola: beato colui che non si scandalizza di me!
- Il Regno è venuto, ma non è ancora totalizzante! Non cessare di nutrire la speranza e di coltivare la gioia: Eccolo: il Messia è qui, in mezzo a noi!
- Lascia che le domande, i dubbi, i desideri e le speranze corrano liberamente attorno alla Parola di Gesù. Lascia che si confrontino e scontrino con essa. Un po’ alla volta emergerà una risposta, anche se parziale: non nelle argomentazioni, ma guardando bene in faccia “Colui che viene” e che ti sta parlando ora. Non stancarti di ripetere sottovoce la sua Parola e di custodirla nel cuore, al di sopra e al di dentro di tutti i dubbi e i problemi della tua giornata.

Guardiamo più da vicino il testo di Matteo
- Il nostro brano è collocato all’inizio di una nuova sezione del vangelo (11,2–12,50): è una serie di racconti circa l’attività di Gesù che fa seguito al discorso sull’apostolato. Non vengono narrati molti miracoli, ma l’evangelista pone l’accento sulla polemica fra Gesù e i suoi avversari, in un crescendo che continuerà per tutto il resto del vangelo. Il testo è, con tutta probabilità, il riflesso dei primi dibattiti teologici fra i Cristiani e i discepoli di Giovanni, centrato sulla natura della missione di Gesù.
- Giovanni, che era in carcere...: Da molto, ormai, Matteo non parlava del Battezzatore (l’ultimo accenno è in 4,12) e ora ci dice che egli è in prigione, ma riferirà solo più avanti le circostanze della sua carcerazione (14,3-12). Il carcere di Giovanni, come per tutti, è luogo di segregazione, una specie di “mondo a parte” che lo rende quasi estraneo a ciò che costituisce la vita normale e deforma la percezione delle notizie che riceve dall’esterno. Non ci stupisca, anche per questo motivo, la domanda del Battezzatore che, pure, era stato il primo a riconoscere in Gesù “il più potente” (3,11) e il giudice escatologico che “ha in mano il ventilabro” (3,12), inchinandosi a Lui con umiltà e trepidazione (cfr. 3,11).
- Avendo sentito parlare delle opere del Cristo...: l’espressione “opere del Cristo”, usata per richiamare quanto Gesù andava facendo, anticipa la risposta che egli darà alla domanda di Giovanni. Giovanni Battista, stando in carcere, ascolta le notizie su Gesù: anche noi ogni giorno, stando nelle nostre “prigioni” di solitudini o di lontananza da Dio o di dolore, ascoltiamo “qualcosa” che viene da molte fonti e ci sentiamo frastornati.
Spesso è difficile distinguere la buona notizia del vangelo in mezzo a tante cose del nostro quotidiano! Eppure, le opere dell’uomo Gesù sono “le opere del Cristo”, anche se noi non sempre ce ne accorgiamo, proprio come avviene a Giovanni.
- Sei tu che devi venire o dobbiamo attenderne un altro? Giovanni, quando battezzava intere folle nel Giordano, aveva descritto un Messia forte e severo nel punire i peccati degli uomini: “Colui che viene dopo di me è più potente di me, ed io non son degno neanche di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula in un fuoco inestinguibile” (Mt 3,11-12). In quella severità che sferzava in vista della conversione e, perciò, della salvezza, Giovanni aveva letto il sigillo della misericordia di Jhwh. Ora, sottoposto alla prova del carcere, reso fragile per il senso di fallimento e di impotenza, vittima dell’ingiustizia e della prepotenza contro cui aveva sempre lottato, gli sembra che il male stia trionfando e ne è sconcertato. Immerso irrimediabilmente in questa nebbia, non riesce più a vedere con chiarezza la potenza di Dio in azione nelle opere di Gesù. È lecito ipotizzare: Gesù si stava rivelando gradualmente come il Messia, ma lo faceva rompendo i canoni dell’ideale ebraico e delle consuete interpretazioni delle sacre Scritture: non stava “facendo giustizia”, non stava separando i buoni dai cattivi come il vaglio separa il grano buono dalla pula; predicava con energia la conversione ma perdonava i peccatori; si mostrava “mite e umile di cuore” (Mt 11,29), aperto e disponibile verso tutti, alieno da ogni forma plateale di contestazione al sistema. È possibile pensare, perciò, che Giovanni sia entrato in crisi perché Gesù non corrispondeva al Messia che egli attendeva e che aveva sempre predicato; quindi, manda una delegazione da Gesù per porre alcuni quesiti e riportarne una parola che faccia un po’ di luce in questo mistero di contraddizioni: “Chi sei tu, Gesù? Che cosa dici di te stesso? Come possiamo credere in te, se, di fronte alla prepotenza e all’ingiustizia, ti manifesti come il Messia paziente, misericordioso, non violento?”. Chi di noi non ha mai cercato di farsi un’idea più precisa di Colui nel quale crede e del suo modo di agire, quando la vita lo ha fatto scontrare con tante contraddizioni e ingiustizie, anche nella Chiesa? Chi di noi non ha mai fatto fatica a vedere e interpretare correttamente i segni della presenza attiva del Signore dentro la propria storia? È difficile accogliere un Dio “diverso” dai nostri schemi e perciò non possiamo accusare il Battista, perché anche noi siamo soggetti alla tentazione di volere un Dio che abbia i nostri sentimenti, gusti e che sia magari anche un po’ vendicativo nel fare “giustizia”. Vorremmo spesso un Dio fatto a nostra immagine e somiglianza, ma “i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie...” (Is 55,8).
- Gesù rispose: Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete: Gesù non risponde in modo rapido e diretto, ma mostra con chiarezza come i fatti che provengono dalla sua azione stiano cambiando la storia e realizzando le profezia antiche sul Messia. Nessuna risposta “pronto uso”, quindi, ma i discepoli devono tornare da Giovanni e riferirgli quello che loro stessi hanno udito e visto, perché le guarigioni, le risurrezioni e le liberazioni sono i segni ormai inequivocabili della messianicità di Gesù di Nazaret. Dobbiamo imparare ogni giorno annunciare la buona novella a partire da quello che noi stessi sentiamo e vediamo. La testimonianza fraterna è indispensabile per comunicare il vangelo. Il Cristo si sottopone umilmente all’interrogatorio e risponde indicando ai discepoli di Giovanni un vero e proprio metodo di comprensione e di annuncio: “Andate e riferite a Giovanni ciò che voi udite e vedete”. Il quarto evangelista richiama lo stesso metodo aprendo la sua prima lettera: “Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato, ossia il Verbo della vita (poiché la vita si è fatta visibile, noi l’abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile a noi), quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunziamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi” (1Gv 1,1-3). Questo è il metodo missionario adottato dalla Chiesa primitiva: il metodo imparato dall’incarnazione del Verbo. L’annuncio vero ed efficace passa attraverso la comunicazione semplice e modesta dell’esperienza personale: le parole senza rumore di una vita tessuta di fede.
- I ciechi vedono, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono mondati, i sordi odono, i poveri sono evangelizzati: In queste parole, somma di diverse citazioni di Isaia (28,18-19; 35,5-6; 42,18; 61,1) sta il cuore della risposta di Gesù e di tutto il nostro brano. Il Signore presenta la propria opera non come giudizio e dominio, ma come benedizione divina per i bisognosi del Popolo. È significativo che i brani profetici citati non contengano i riferimenti alla lebbra e alla morte, che invece l’evangelista riferisce dalla bocca di Gesù. Questo sottolinea la novità che Gesù porta nella sua maniera di realizzare le profezie sul Messia atteso da Israele. Le opere di Gesù sono grandi, ma Lui è uno dei “piccoli” di cui parla con predilezione, è un “povero di Jhwh” che già vede la croce alla fine del suo cammino di uomo. Questo è insopportabile per chi spera in un Messia trionfante. Beato chi ode e vede con un cuore pieno di fede.
- Indirettamente, Gesù invita lo stesso Giovanni a udire e vedere ciò che egli sta insegnando e operando. Così l’ultimo dei profeti potrebbe ricordare e ora riconoscere che quanto Gesù dice e fa corrisponde alle grandi profezie messianiche, di cui è ricco il Primo Testamento. È il meccanismo della “memoria religiosa”, senza la quale la fede non si accende mai e, soprattutto, non può sopravvivere ai colpi degli scandali che la vita le mette dinanzi: le opere di Dio del passato sono il segno della sua fedeltà alle promesse e il pegno delle sue opere del futuro. Impegnarsi a ricordare ogni giorno le “grandi cose” che Dio ha fatto per noi e in noi (cfr. Lc 1,49) non significa cadere nella sterile reiterazione, ma portare il seme della grazia attiva di Dio man mano fin nel più profondo di se stessi, affinché possa germogliare e dare frutto. Anche l’Eucaristia è ricordo: è “memoriale della Pasqua del Signore”, ricordo vivo e attuale della salvezza donata a ciascuno di noi.
- Beato è chi non sarà scandalizzato di me: “Scandalo” è un vocabolo greco: la “pietra d’inciampo” preparata per colpire di sorpresa una persona. Nonostante il significato che noi attribuiamo di solito a questa parola, nella Bibbia “scandalo” può essere qualcosa di negativo come qualcosa di positivo. Gesù è uno che “scandalizza” i suoi concittadini per le sue origini poco “in” e poco adatte al Messia glorioso; scandalizza i farisei con le sue parole sferzanti, scandalizza i discepoli del Battista con il suo operato fuori degli schemi previsti e scandalizza i suoi discepoli con la propria morte infamante... Lo stesso Gesù, però, non elogia chi scandalizza i piccoli o coloro che sono occasione di scandalo (cfr Mt 5,29) alla fede o alla morale, inducendo gli altri a percorrere strade sbagliate. Il tipo di scandalo del quale abbiamo bisogno è quello che scaturisce dal vivere radicalmente il vangelo, quello che ci scuote dalle nostre abitudini di vita e dai nostri schemi mentali. A nostra volta, siamo chiamati tutti a “scandalizzare” il mondo con lo scandalo del vangelo dimostrando con la vita di non assoggettarsi a usi e costumi lontani dalla fede cristiana, di rifiutare compromessi che provocherebbero ingiustizie, di preoccuparsi dei poveri e degli ultimi.
- Cosa siete andati a vedere nel deserto?: Nonostante la debolezza dimostrata dalla domanda posta da Giovanni, Gesù descrive con entusiasmo il suo precursore come un profeta che alla parola ardente unisce i segni vivi e incontestabili del suo rapporto privilegiato con qual Dio in nome del quale parla al Popolo. Anzi, con questa serie incalzante di sei domande retoriche e tre proposizioni positive, Gesù afferma che Giovanni è più di un profeta: è colui di cui parlano le Scritture antiche dei padri, il messaggero che prepara la via al Signore (Mt 3,3) secondo quanto avevano detto i profeti antichi (Ml 3,1; Es 23,20). Tuttavia il Signore non si attarda a spiegare i motivi della sua affermazione: forse sono fin troppo evidenti agli uditori.
- Tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni Battista: Giovanni non è solo un eminente profeta e il precursore del Messia (perché è ormai evidente che Gesù si ritiene tale), ma è grande anche come uomo, più di tutti i suoi contemporanei e degli uomini delle epoche precedenti. È una lode di tipo strettamente personale, quella che Gesù indirizza al prigioniero di Erode e non solo un’iperbole. Con queste parole, Gesù anticipa l’accostamento fra Giovanni battista ed Elia, che sarà esplicito nel vers. 14: “se lo volete accettare, egli è quell’Elia che deve venire”. L’espressione “tra i nati di donna” ha un tipico sapore semita, ma contiene anche un’allusione al mistero dell’origine di Gesù: anche Lui è “nato da donna”, ma solo per quanto riguarda la propria carne, perché la sua genesi umano-divina è molto al di là della semplice umanità. La nostra nascita di “figli di Dio” per mezzo della fede è anch’essa avvolta dal mistero: “non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati” (Gv 1,13). Noi siamo “nati da donna” ma non siamo destinati alla terra, bensì al Regno dei cieli e lì verremo valutati secondo la fede e le opere di essa, frutto dell’accoglienza della grazia battesimale.
- Tuttavia il più piccolo...: questa parte della frase (forse una glossa primitiva) sembra limitare l’entusiastica presentazione del Battista. Per quanto grande fra gli uomini, Giovanni è piccolo nel Regno, perché lì tutto è misurato secondo criteri ben diversi da quelli della terra: il metro dei tempi nuovi che stanno venendo e sono iniziati con la venuta umana del Figlio di Dio. Chi appartiene a questa generazione del tutto nuova, è maggiore di chiunque sia vissuto nell’epoca precedente, anche di Giovanni il Battezzatore. Il contrasto tra “grande” e “piccolo” è creato appositamente per chiarire a tutti i credenti che per essere grandi bisogna diventare sempre più piccoli. Nella sua “grandezza” umana Giovanni viene indicato da Gesù come il più piccolo nel Regno e anche per Giovanni, quindi, si pone l’esigenza evangelica di “farsi piccolo” nelle mani di Dio. È la stessa esigenza che si pone ogni giorno per ciascuno di noi, tentati di assimilarci ai “grandi” e ai “potenti”, almeno nel desiderio!

Preghiamo la Parola ringraziando il Signore:
Ancora una volta, è la stessa liturgia che, nel salmo responsoriale di oggi, ci offre la preghiera che innalziamo al Dio della nostra gioia, datore di ogni salvezza. Dal Salmo 145:
Il Signore è fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge lo straniero.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie degli empi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, per ogni generazione.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
V DOMENICA DI AVVENTO


Letture:
Mi 5,1
Ml 3,1-5a.6-7b
Sal 145
Gal 3,23-28
Gv 1,6-8.15-18

Il Precursore
“Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce”, si dice del Battista in riferimento al “Verbo che era Dio e che era presso Dio; in lui era la vita e la vita era la luce degli uomini” (Gv 1,1.4). Abbiamo bisogno di luce, una verità che serva alla vita, che dia senso e speranza, e .. soluzione alla nostra esistenza piena di enigmi e di tragedie. Giovanni è mandato ad annunciare che finalmente “veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate” (Lett.). Dal bisogno di salvezza, alla ricerca, all’attesa anche in questo Natale del Signore che viene. Il Precursore oggi chiarisce il ruolo decisivo di quel “Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14).
Il Precuersore: “Dio, nessuno lo ha mai visto”, ed è facile non riconoscerlo quando si vuol manifestare. Per questo Dio ha stabilito una preparazione e un testimone. E’ la lunga preparazione che si è condensata nella vicenda storica di Israele, illuminata dai profeti e guidata dalla Legge verso un suo compimento nel Messia. Dice oggi Paolo: “Prima che venisse la fede, noi eravamo custoditi e rinchiusi sotto la Legge, in attesa della fede che doveva rivelarsi. Così la Legge è stata per noi un pedagogo, fino a Cristo” (Epist.). Riassumendo tutta questa progressiva rivelazione di Dio, la Lettera agli Ebrei scrive: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Eb1,1). Addirittura preannunciandone il luogo di nascita: “E tu, Betlemme di Efrata, così piccola.., da te nascerà per me colui che deve essere il dominatore in Israele” (Lett.). Ora il Battista è l’ultimo testimone. Dichiara Gesù, citando proprio il profeta Malachia: “Egli è colui del quale sta scritto: Ecco, dinanzi a te mando il mio messaggero, davanti a te egli preparerà la tua via” (Lc 7,26). Giovanni è esplicito: “Io non sono il Cristo” (Gv 20). “Sono stato mandato avanti a lui” (Gv 3,28), sono solo “voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore” (Lc 3,4). “E proclamava: Viene dopo di me colui che è più forte di me” (Mc 1,7). Egli è “più che un profeta. Io vi dico: tra i nati di donna non vi è alcuno più grande di lui” (Lc 7,26.28). Contento di essere solo “l’amico dello sposo che esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire” (Gv 4,29-30). Un testimone accreditato direttamente dallo Spirito Santo: “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo” (Gv 1,33). Ma non di meno anche lui in qualche modo provato nella fede. Aveva con calore proclamato un Messia Giudice; lui stesso giudice coraggioso di Erode e del suo adulterio, e si trova davanti un Gesù tutto diverso, pieno di perdono e di pazienza coi peccatori. “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro” (Lc 7,29). Gesù l’invita a guardare i fatti (“I ciechi riacquistano la vista.., Lc 7,20), ad accettare cioè un volto diverso di Messia: “E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo” (Lc 7,23). Testimone leale fino alla conversione interiore. “E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio” (Gv 1,34).
Il Figlio di Dio: Il Battista è un testimone che dice molto dell’identità del Messia. Anzitutto della sua preesistenza: “Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. Gesù stesso lo dichiarerà: “In verità, in verità, io vi dico: Prima che Abramo fosse, Io Sono” (Gv 8,58), precisando spesso la sua identità con Dio: “Io e il Padre siamo una cosa sola” (Gv10,30) L’evangelista Giovanni lo formula oggi in modo icastico: “Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Rivelato il vero e unico volto di Dio, perché “la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo”. L’esperienza dell’evangelista, “il discepolo che Gesù amava” (Gv 13,23), che aveva “udito e veduto coi suoi occhi, contemplato e toccato con le sue mani del Verbo della vita” (1Gv 1,1), poteva scrivere: “Noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). Per questo oggi si aggiunge: “Della sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”. Cioè la pienezza della salvezza. Si tratta di accogliere questa sovrabbondanza di dono che trasforma la vita: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome, i quali da Dio sono stati generati” (Gv 1,12-13). Gli fa eco oggi Paolo: “Tutti voi infatti siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù, poiché quanti sono stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo” (Epist.). E’ proprio questa nostra nuova profonda identità di “figli di Dio” che sola fonda la fraternità tra gli uomini, la solidarietà e l’uguaglianza: “Non c’è più Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo” (Epist.). La testimonianza del Battista (e dell’evangelista Giovanni) ci sono offerte come sguardo da fissare sul prossimo Natale a saper riconoscere (e poi testimoniare) un Messia, un Cristo così. Siamo alle porte di questa solennità così bistrattata (e ormai addirittura rifiutata) dalla nostra cultura secolarizzata. Probabilmente, anzi sicuramente perché se ne ignora il vero contenuto di vita e la sua incidenza nella realtà anche sociale. Non per nulla gli angeli canteranno nella notte santa sui pastori: “Gloria a Dio nel più alto dei cielo e sulla terra pace agli uomini, che egli ama” (Lc 2,14). La Novena che inizia è invito a prendere sul serio un minimo di preparazione per non lasciarci travolgere dalla pubblicità o anche solo dalle consuetudini pur belle di una intimità familiare. Compreso una buona Confessione. Il Signore è sempre pronto a “fondere e purificare l’argento; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’offerta secondo giustizia” (Lett.).
“Tornate a me e io tornerò a voi, dice il Signore” (Lett.). Al tempo del Battista, “in popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo” (Lc 3,15). Forse non così esplicitamente, ma nel profondo del cuore - in un mondo così agitato e che fa sempre più paura - anche oggi il popolo cerca una speranza e una sicurezza. Siamo noi oggi il Battista che indica a dito il vero salvatore, in mezzo anche a tante proposte religiose che se non hanno il Cristo, sono proposte di salvezza che non vengono da Dio!
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MessaggioOggetto: SABATO 18 DICEMBRE 2010   Sab Dic 18, 2010 9:50 am

SABATO 18 DICEMBRE 2010

SABATO DELLA III SETTIMANA DI AVVENTO


Preghiera iniziale: Oppressi a lungo sotto il giogo del peccato, aspettiamo, o Padre, la nostra redenzione; la nuova nascita del tuo unico Figlio ci liberi dalla schiavitù antica. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
Ger 23,5-8 (Susciterò a Davide un germoglio giusto)
Sal 71 (Nei suoi giorni fioriranno giustizia e pace)
Mt 1,18-24 (Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, figlio di Davide)

L’obbedienza di Giuseppe
Nel brano evangelico San Matteo ci fa conoscere come è avvenuta la nascita del salvatore. Non viene narrata la visita dell’Angelo Gabriele a Maria, ma il turbamento di Giuseppe nel constatare che in lei, in Maria, si stanno verificando delle novità inspiegabili. La ormai manifesta attesa di un bambino getta nello scompiglio l’animo di Giuseppe. Non vorrebbe dubitare della fedeltà di Maria, ma intanto le evidenze non si possono nascondere. Non osa esporre al pubblico la sua promessa sposa. La legge la condannerebbe alla morte. E quindi pensa di inviarla segretamente alla sua casa… In questo tormento interviene l’angelo del Signore che gli svela tutta la verità. Non solo annunzia quanto avverrà e la vera origine di questo bimbo prodigioso, ma gli viene affidata la custodia con l’autorità che compete ad un padre. “Lo chiamerai Gesù”. Viene così indicata anche la sua missione di salvatore. L’evangelista, da buon conoscitore della Bibbia, annotta che tutto questo è avvenuto conforme a quanto era stato già annunziato per mezzo del profeta Isaia. Così Giuseppe assume la responsabilità e la guida della santa Famiglia e diventa non solo sposo della Vergine Maria ma, dinanzi all’opinione pubblica, padre del salvatore, poiché solo lui e Maria conoscono il mistero. La prima lettura viene meglio compresa dopo la lettura del brano evangelico. Geremia in tempi turbolenti promette un germoglio giusto che regnerà da vero re. Sarà chiamato “Signore nostra giustizia”. La liberazione dalla schiavitù babilonese è così importante che da ora in poi ci si richiamerà a questa nel proclamare le opere di Dio a favore del suo popolo. Comunque entrambi gli esodi, quello dall’Egitto e quello da Babilonia ci spingono a proclamare la chiamata alla salvezza di tutti i popoli che avviene con la morte e risurrezione del figlio di Dio e di Maria: Il Messia è stato atteso con struggente desiderio da Israele e con altrettanta cecità e ostinazione è stato rifiutato. Ma noi, il nostro popolo, come prepariamo l’accoglienza del Dio fatto uomo? Fra tante voci di distrazione, e fra tanti impegni… imposti dal clima di festa, troveremo un po’ di tempo per riflettere sul grande mistero dell’amore di Dio?
Nella Bibbia le genealogie sono numerose. In particolare quella riguardante Cristo può sembrare monotona. Eppure è sublime. Ci aiuta a capire che il Messia è ben radicato in una stirpe di uomini (santi e peccatori). Nella genealogia di Matteo, di cui oggi abbiamo letto l’ultimo paragrafo, Cristo figura all’inizio e alla fine, quasi a significare che egli abbraccia l’intera umanità. Gesù, il cui nome significa “Dio salva”, è davvero discendente di Davide, figlio di Maria e Figlio di Dio. La profezia di Isaia si realizza. Il salvatore è anche “ Dio con noi “. Colui per mezzo del quale l’Eterno si avvicina a noi.

Lettura del Vangelo: Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa «Dio con noi». Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa.

Riflessione
- Nel Vangelo di Luca la storia dell’infanzia di Gesù (capitoli 1 e 2 di Luca) è incentrata attorno alla persona di Maria. Qui nel Vangelo di Matteo l’infanzia di Gesù (capitoli 1 e 2 di Matteo) è incentrata attorno alla persona di Giuseppe, il promesso sposo di Maria. Giuseppe era della discendenza di Davide. Per mezzo di lui Gesù appartiene alla razza di Davide. Così in Gesù, si compiono le promesse fatta da Dio a Davide ed alla sua discendenza.
- Come abbiamo visto nel vangelo di oggi, nelle quattro donne compagne di Maria, nella genealogia di Gesù, c’era qualcosa di anormale che non concordava con le norme della legge: Tamar, Raab, Ruth e Bezabea. Il Vangelo di oggi ci mostra che anche in Maria c’era qualcosa di anormale, contrario alle leggi dell’epoca. Agli occhi della gente di Nazaret lei apparve incinta prima di convivere con Giuseppe. Né la gente né il futuro marito sapevano l’origine di questa gravidanza. Se Giuseppe fosse stato giusto secondo la giustizia degli scribi e dei farisei, lui avrebbe dovuto denunciare Maria, e la pena che avrebbe dovuto subire sarebbe stata la morte, a colpi di pietra.
- Giuseppe era giusto, si, ma la sua giustizia era differente. Già anticipatamente praticava ciò che Gesù avrebbe insegnato più tardi: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel Regno dei Cieli” (Mt 5,20). È per questo che Giuseppe, non comprendendo i fatti e non volendo ripudiare Maria, decise di licenziarla in segreto.
- Nella Bibbia, la scoperta della chiamata di Dio nei fatti della vita, avviene in diversi modi. Per esempio, attraverso la meditazione dei fatti (Lc 2,19.51), attraverso la meditazione della Bibbia (At 15,15-19; 17,2-3), attraverso gli angeli (la parola angelo significa messaggero), che aiutavano a scoprire il significato dei fatti (Mt 28,5-7). Giuseppe riuscì a percepire il significato di ciò che stava avvenendo in Maria mediante un sogno. Nel sogno un angelo si servì della Bibbia per chiarire l’origine della gravidanza di Maria. Veniva dall’azione dello Spirito di Dio.
- Quando tutto fu chiaro per Maria, lei disse: “Ecco l’ancella del Signore. Si faccia in me secondo la tua Parola!” Quando tutto fu chiaro per Giuseppe, lui assunse Maria come sua sposa ed andarono a vivere insieme. Grazie alla giustizia di Giuseppe, Maria non fu messa a morte a colpi di pietra e Gesù continuò a vivere nel suo seno.

Per un confronto personale
- Agli occhi degli scribi, la giustizia di Giuseppe sarebbe una disobbedienza. C’è in questo un messaggio per noi?
- Come scopri la chiamata della Parola di Dio nei fatti della tua vita?

Preghiera finale: Dio libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del povero e salverà la vita dei suoi miseri (Sal 71).
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MessaggioOggetto: domenica 19 dicembre 2010   Dom Dic 19, 2010 10:17 am

DOMENICA 19 DICEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO A
IV DOMENCIA DEL TEMPO ORDINARIO


Letture:
Is 7,10-14 (Ecco, la vergine concepirà e partorirà un figlio)
Sal 23 (Ecco, viene il Signore, re della gloria)
Rm 1,1-7 (Gesù Cristo, dal seme di Davide, Figlio di Dio)
Mt 1,18-24 (Gesù nascerà da Maria, sposa di Giuseppe, della stirpe di Davide)

Il nome di Emmanuele: “Dio con noi”
Il brano del Vangelo che viene offerto alla nostra riflessione, già proposto nella liturgia di ieri, suona come una insistenza. Sembra invitare ad una preparazione più intensa, per potere accogliere e generare nella nostra vita il Verbo Incarnato: aprire il cuore ad una fede forte ed operosa, nell’obbedienza alla volontà del Signore, nella piena fiducia in lui. Proprio a differenza del re Acaz, re di Giuda, che all’annunzio del profeta Isaìa di una liberazione imminente per l’intervento provvidenziale del Signore, si rifiuta di credere e non vuole chiedere un segno da Dio temendo di dover rinunciare alla ricerca di alleanze politiche. Ciò nonostante il profeta promette il segno: Sarà la nascita di un bambino a cui sarà dato il nome di Emanuele - Dio con noi. Sì, proprio dalla debolezza e dalla fragilità di un bambino verrà la salvezza. I Padri della Chiesa hanno visto nella nascita prodigiosa di questo bambino, preannunziata quella di Gesù, figlio di Dio fatto carne, che viene tra noi per salvarci dalle nostre difficoltà e donarci la gioia di averlo compagno nel viaggio della vita. Viene annunziato così il parto verginale di Maria, madre e vergine nello stesso tempo. Il figlio sarà l’Emmanuele, il Dio con noi, in tutto simile all’uomo, eccetto nel peccato. Mediante la sua persona ci viene offerta una salvezza totale che ci libera non solo da nemici politici, ma ci apre le porte del regno eterno di Dio. Qual’è la via che ci introduce in questo regno beato fin da questo mondo? Ce la indica San Paolo all’inizio della sua lettera ai Romani. Tutte le genti sono chiamate ad obbedire al vangelo di Dio, da lui stesso annunziato, per incarico diretto di Gesù sulla via di Damasco. L’obbedienza è il supremo atto di culto reso a Dio, a lui gradito più che il sacrificio. Esige la capitolazione del nostro orgoglio dinanzi alla volontà del Signore. È quanto il Figlio di Dio viene a insegnare a tutti gli uomini, con il suo esempio, nella sua nascita, attorniato da una povertà estrema e da una indifferenza quasi sprezzante dei suoi contemporanei; nella sua vita di nascondimento; nella sua predicazione improntata a mansuetudine e bontà; nell’accettazione della condanna a morte di croce dove consuma la sua vita a gloria del Padre. Chiediamo al Signore una maggiore imitazione ai suoi esempi e meno pretesa di penetrare nei misteri divini. La docilità di Giuseppe ci sia di sprone. In obbedienza assume il ruolo di padre putativo del Salvatore accettandone tutta la responsabilità, affidandosi alla volontà di Dio, i cui progetti si sveleranno gradatamente nel cammino della vita come del resto per ognuno di noi.
Il Vangelo secondo san Matteo comincia con la “genealogia di Gesù Cristo” (Mt 1,1-17). L’evangelista sottolinea così che la storia che Dio ha cominciato con Abramo ha ora raggiunto il suo obiettivo in Gesù Cristo. L’obiettivo non è la fine della storia, poiché essa continua, ma in modo nuovo. Ci mostra fino a che punto questa storia sia nuova il brano del vangelo di oggi che parla della “nascita di Gesù Cristo”. San Matteo usa qui questa parola, che può significare tutto: genesi, origine, fonte, esistenza, divenire. Il rinnovamento completo si prepara già al versetto 16, in cui si dice: “Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù”. È dunque chiaro che san Matteo vuol dire che Giuseppe non era che il padre adottivo di Gesù. Ma chi è il vero padre di Gesù? È una domanda che si pone anche Giuseppe nel nostro testo di oggi. E la risposta è assolutamente chiara: è “per opera dello Spirito Santo” che Maria aspetta un bambino. Ma il testo esprime senza dubbio ancora qualcosa di più. Non è perché è stato generato in questo modo straordinario che Gesù è l’obiettivo della storia di Israele e il fondamento di una nuova comunità; si tratta piuttosto di capire che in Gesù Dio si è unito con noi uomini, come rimedio estremo e per sempre. E ciò per liberarci dalla fatalità della colpa del peccato. Ecco perché il figlio di Maria deve portare il nome di Gesù, cioè: “Il Signore salva”, ed ecco perché noi possiamo anche chiamare Gesù Emanuele, che si traduce “Dio è con noi”. È il messaggio con il quale Matteo inizia il suo Vangelo.

Approfondimento del Vangelo (La giustizia di Giuseppe salvò la vita di Maria)
Il testo: Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto.
Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele», che significa “Dio con noi”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese consé la sua sposa.

Chiave di lettura: I membri delle comunità cristiane della Palestina e della Siria, per cui Matteo scrisse il suo vangelo, erano in maggioranza giudei convertiti. Accettarono Gesù come Messia e credettero in lui. Furono perseguitate a causa della loro fede. I loro fratelli giudei dicevano loro: “Voi cristiani vivete ingannati! Gesù non è, né può essere il Messia!” Nel testo che meditiamo questa domenica, si evidenzia la preoccupazione di Matteo, che vuole confermare la fede delle comunità. È come se volesse dirci: “Voi non vivete ingannati! Gesù è veramente il Messia!” L’intenzione dei capitoli 1 e 2 del Vangelo di Matteo è di informare i lettori riguardo a Gesù, la cui attività sarà descritta a partire dal capitolo 3. In questi due primi capitoli, Matteo presenta le credenziali di Gesù, nuovo legislatore, nuovo Mosé. Nella genealogia (Mt 1,1-17) già aveva mostrato che Gesù appartiene alla razza di Davide e di Abramo (Mt 1,1). In questi versetti (Mt 1,18-25) Matteo continua a presentarci Gesù descrivendo la sua nascita. Racconta come Giuseppe ha ricevuto la notizia che Maria è incinta e le profezie che si realizzeranno con la nascita di Gesù, mostrando che lui è il Messia atteso. Durante la lettura, è bene prestare attenzione a ciò che il testo ci dice sulla persona di Gesù, soprattutto per quanto riguarda il significato dei due nomi che lui riceve.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Matteo 1,18:Una irregolarità legale in Maria
- Matteo 1,19: La giustizia di Giuseppe
- Matteo 1,20-21: Il chiarimento dell’angelo
- Matteo 1,22-23: La melodia del vangelo di Matteo
- Matteo 1,24-25: L’ubbidienza di Giuseppe

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
1) Quale è il punto di questo testo che più ti ha colpito? Perché?
2) Secondo le parole dell’angelo, chi è il figlio che nascerà da Maria?
3) Secondo le parole di Matteo, quale profezia dell’Antico Testamento si realizza in Gesù?
4) Quali sono i due nomi che il bambino riceve e quale è il progetto di Dio, nascosto in questi nomi?
5) Come capire l’atteggiamento di Giuseppe? Cosa ci insegna questo atteggiamento?
6) In cosa consiste esattamente la “giustizia” di Giuseppe?
7) Quale è la nostra giustizia, paragonata a quella di Giuseppe?

Per coloro che desiderano approfondire il tema
Contesto del brano evangelico: La genealogia di Gesù (Mt 1,1-17) ci lascia con un interrogante. Accanto ai nomi di quarantadue antenati paterni di Gesù (Mt 1,17), Matteo cita i nomi di quattro antenate materne solamente: Tamar (Mt 1,3), Racab, Rut (Mt 1,4) e la moglie di Uria (Mt 1,6). Le quattro donne concepirono i loro figli fuori dai parametri della purezza o della giustizia legale dell’epoca. Quindi queste quattro donne si trovavano in stato irregolare dinanzi alla Legge. È evidente l’irregolarità di queste quattro antenate. Basta leggere i testi dell’Antico Testamento, dove viene descritta la loro storia. E così alla fine della genealogia sorge una domanda: “E Maria, sposa di Giuseppe da cui nacque Gesù (Mt 1,16), anche lei incorre in qualche irregolarità di tipo legale?” È di questo che parla il testo che meditiamo questa domenica.

Commento del testo:
- Matteo 1,18: Una irregolarità legale in Maria. Maria appare incinta prima di convivere con Giuseppe, il suo promesso sposo. Chi osserva le cose dal di fuori constata una irregolarità e dirà: “Maria, che orrore!” Secondo la legge di Mosè questo errore meritava la pena di morte (Dt 22,20). Per evitare questa interpretazione sbagliata dei fatti, Matteo aiuta il lettore a vedere l’altro aspetto della gravidanza di Maria: “Concepì ad opera dello Spirito Santo”. Agli occhi umani può sembrare una trasgressione della Legge, ma agli occhi di Dio era esattamente il contrario!
- Matteo 1,19: La giustizia di Giuseppe. La gravidanza di Maria avviene prima che lei conviva con Giuseppe, non per una deviazione umana, bensì per volontà divina. Dio stesso si è burlato delle leggi della purezza legale in modo da far nascere il Messia in mezzo a noi! Se Giuseppe avesse agito secondo le esigenze della legge dell’epoca, avrebbe dovuto denunciare Maria e possibilmente le avrebbero lanciato pietre. La gravidanza prima del matrimonio è irregolare e secondo la legge della purezza legale, doveva essere castigata con la pena di morte (Dt 22,20). Ma Giuseppe, poiché è giusto, non obbedisce alle esigenze delle leggi della purezza. La sua giustizia è maggiore. Invece di denunciare, preferisce rispettare il mistero che non capisce e si decide ad abbandonare Maria in segreto. La giustizia maggiore di Giuseppe salva la vita sia di Maria che di Gesù. Così, Matteo manda un avviso importante alle comunità della Palestina e della Siria. È come se dicesse: “Ecco cosa succederebbe se si seguisse l’osservanza rigorosa che certi farisei esigono da voi! Darebbero morte al Messia!” Più tardi Gesù dirà: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).
- Matteo 1,20-21: Il chiarimento dell’angelo e i due nomi del figlio di Maria: Gesù e Emmanuele. “L’Angelo del Signore” aiuta a scoprire la dimensione più profonda della vita e degli eventi. Aiuta a fare la radiografia degli avvenimenti ed a percepire l’appello di Dio che, ad occhi nudi, non si percepisce. L’Angelo fa capire a Giuseppe che la gravidanza di Maria è frutto dell’azione dello Spirito Santo. Dio stesso, il giorno della creazione, aleggiava sulle acque e riempiva di forza la parola creatrice di Dio (Gen 1,2). In Maria avviene la nuova creazione. È l’inizio del nuovo cielo e della nuova terra, annunciati da Isaia (Is 65,17). Il figlio di Maria riceve due nomi: Gesù ed Emmanuele. Gesù significa “Yavé salva”. La salvezza non viene da ciò che noi facciamo per Dio, bensì da ciò che Dio fa per noi. Emmanuele significa “Dio con noi”. Nell’uscita dall’Egitto, nell’Esodo, Dio scende accanto al popolo oppresso (Ex 3,8) e dice a Mosé: “Io sarò con te” (Es 3,12) e da quel momento in poi non abbandona più il suo popolo. I due nomi, Gesù ed Emanuele, rendono concreta e perfino superano la speranza del popolo.
- Matteo 1,22-23: La melodia del Vangelo di Matteo. “Tutto questo avvenne affinché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta”. Questa frase o altre simili sono come una melodia, parole che si ripetono molte volte nel vangelo di Matteo (Mt 1,23; 2,5.15.17.23; 4,14; 8,17; 12,17; 13,14.35; etc.). Rivela lo scopo che l’autore aveva in mente: confermare per i suoi lettori di origine giudea il fatto che Gesù è veramente il Messia promesso. In lui si realizzano le promesse dei profeti. Qui Matteo invoca il testo di Isaia: “La vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele” (Is 7,14). Il titolo Emmanuele, più che un nome, rivela il significato di Gesù per noi. Gesù è la prova che Dio continua a stare con noi. Il nome stesso del bambino è Gesù (Mt 1,25).
- Matteo 1,24-25: L’obbedienza di Giuseppe. Svegliato dal sogno, Giuseppe fece ciò che gli disse l’angelo e portò Maria a casa sua. E continua a dire che non ha avuto rapporti con Maria, per confermare che Gesù nacque dallo Spirito Santo.

Ampliando le informazioni:
- Una chiave per il Vangelo di Matteo - Il vangelo di Matteo si dirige ad una comunità di giudei convertiti, che vivevano una profonda crisi di identità in rapporto al loro passato giudeo. Quando nell’anno 65 dC scoppiò la rivolta contro Roma, i giudeo-cristiani non vi parteciparono ed abbandonarono Gerusalemme. I farisei fecero la stessa cosa. Dopo la distruzione di Gerusalemme nel ‘70, i farisei riorganizzarono ciò che rimaneva del popolo e si schierarono in modo sempre più deciso contro i cristiani, che finirono per essere scomunicati. Questa scomunica rese più acuto il problema dell’identità. Ora, ufficialmente scomunicati, non potevano più frequentare le loro sinagoghe, i loro rabbini. E sorge per loro la domanda: A chi appartengono le promesse: alla sinagoga o alla chiesa? Chi è il vero popolo di Dio: loro o noi? Gesù è veramente il Messia? Matteo scrive il suo vangelo per questa comunità. Il vangelo di Matteo può essere definito mediante le tre seguenti parole:
1) Vangelo della consolazione per gli scomunicati e perseguitati dai fratelli giudei che non accettano Gesù in qualità di Messia (Cristo); aiuta a superare il trauma della rottura.
2) Vangelo della rivelazione: mostra a Gesù come il vero Messia, il nuovo Messia, in cui culmina tutta la storia dell’A.T. con le sue promesse.
3) Vangelo della nuova pratica: che descrive la pratica di Gesù, e mostra come giungere ad una nuova giustizia, più grande di quella dei farisei.

- Questo avvenne affinché si realizzasse - per mezzo di questa frase ripetuta tante volte nel suo vangelo, Matteo incide nel punto di maggiore tensione tra cristiani e giudei. Partendo dalla Bibbia, costoro dicevano: “Gesù non è né può essere il Messia!” Partendo dalla Bibbia stessa, Matteo risponde affermando: “Gesù è veramente il Messia!”
- La gravidanza di Maria - Sia Matteo che Luca citano il testo di Isaia “una vergine concepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emmanuele”(Is 7,14). Ma c’è una differenza. Luca pone Maria nel centro e dà più importanza al segnale della verginità (Lc 1,31). Matteo pone nel centro Giuseppe e dà più importanza al significato del nome Emmanuele.
- Il sogno di Giuseppe - L’angelo appare a Giuseppe in sogno e lo aiuta a capire. Con l’aiuto dell’angelo Giuseppe riesce a scoprire l’azione di Dio nell’accaduto, che secondo l’opinione della epoca, sembrava essere solo frutto della deviazione e del peccato. Angelo vuol dire messaggero. Porta un messaggio ed un aiuto per percepire l’azione di Dio nella vita. Oggi sono molti gli angeli che ci orientano nella vita. A volte agiscono nei sogni, altre volte nelle riunioni, nelle conversazioni e negli incontri biblici, nei fatti, ecc.... Tanti angeli, tante angeli!

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.


RITO AMBROSIANO
ANNO A
VI DOMENICA DI AVVENTO


Letture:
Is 62,10-63,3b
Sal 71
Fil 4,4-9
Lc 1,26-38a

De incarnazione
“Il Signore è vicino, siate lieti”, ci dice oggi Paolo. E Isaia: “Ecco, arriva il tuo Salvatore”. “Chi è costui che viene? Sono io, che sono grande nel salvare” (Lett.). Siamo alla vigilia del Natale dove celebriamo il mistero dell’Incarnazione che oggi la Chiesa ci fa contemplare alla sua fonte, nel cuore e nel corpo di Maria, divenuta per il suo sì e l’azione interiore dello Spirito santo, vera Madre di Dio. È il mistero più tipico del Cristianesimo, bene espresso dall’immagine di uno sposalizio tra umanità e divinità, attuatosi anzitutto nella persona di Cristo, vero uomo e vero Dio, per prolungarsi poi alla Chiesa e ad ogni creatura. «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio» (Gv 1,12). Scrive sant’Agostino: «L’utero della Vergine fu la stanza nuziale, poiché è là che si sono uniti lo Sposo e la sposa, il Verbo e la carne» (In 1Gv 1,2). Guardando a quel che è avvenuto in Maria, impariamo anche noi a prolungare nell’oggi quella stessa incarnazione divina, capace di cambiare il destino di ogni uomo.
La verginità: Perché avvenga uno sposalizio è necessario l’incontro di due sì: quello del Verbo di Dio che si fa uomo e dice: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Allora ho detto: Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb 10,6-7); e quello di Maria che dice: «Ecco, la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Il suo sì è come la punta di diamante dell’umanità che si apre a Dio, e la riassume tutta: Maria... primizia e immagine della Chiesa! Quel suo sì a Dio ha cambiato le sorti dell’umanità. Ella ci sta davanti come modello della nostra fede, capace di accogliere ogni iniziativa di Dio. «Piena di grazia» la saluta l’angelo, e fin dal primo istante della sua esistenza fu tutta per Dio: «Il Signore è con te». E fu, la sua, una progressiva peregrinazione di fede fino a giungere ai piedi della croce dove s’è lasciata «trafiggere l’anima» fino in fondo da quella spada penetrante che è la Parola di Dio. «Beata colei che hai creduto» (Lc 1,45): cuore indiviso, tutta per Dio, vergine per questo unico amore al Signore, sposa autentica di un unico Sposo! Trovandola così docile, Dio ha potuto «fare in lei grandi cose». È questa disponibilità del cuore la prima condizione a che si attui anche per noi quello sposalizio che ci divinizza: appunto la verginità della fede. Sant’Ambrogio dice che Maria ha generato Dio prima nel cuore con la sua fede che nel corpo con la carne. Sant’Agostino dice addirittura che Maria fu più grande per essere stata discepola di Gesù, che non sua madre. Dirà Gesù proprio in riferimento a sua madre: «Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21). È una grandezza allora più che accessibile, una santità possibile anche ad ognuno di noi.
La fecondità: Ed ecco che dall’incontro di due sì, da questo matrimonio, sgorga una fecondità ardita: Dio associa a Sé Maria per renderla partecipe della sua fecondità divina. «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio». Da vergine sposa Maria diviene madre, Madre di Dio (la «Theotokos»). «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4); e «Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero, si fece uomo per la nostra salvezza», «si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). È lo Spirito santo a generare in Maria il Figlio di Dio, come è lo Spirito santo a fare della Chiesa la sposa feconda di Cristo per generare nuovi figli di Dio. È attraverso il dono dello Spirito santo ricevuto nel battesimo che ognuno di noi diviene figlio di Dio. «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Rm 8,14). Non è da noi la fecondità divina, non deriva dalla nostra capacità la salvezza eterna, cioè la vita divina: «Se uno non nasce da acqua e Spirito, non può entrare nel regno di Dio» (Gv 3,5). È nella forza dei Sacramenti, ricevuti con fede, che in noi cresce quella divinizzazione che ci farà alla fine «simili a lui perché lo vedremo così come egli è» (1Gv 3,2). Al tempo stesso è lo Spirito santo a renderci fecondi del divino per generare Dio nel nostro mondo di oggi. Di fare, ad esempio, - da parte dei genitori cristiani - dei propri figli dei figli di Dio; di animare evangelicamente e trasformare il mondo in cui viviamo per renderlo sempre più il Regno di Dio. È la missione propria del cristiano: partecipe della fecondità della Chiesa, è chiamato a incarnare in ogni situazione l’amore di Dio che chiama a trasformare la nostra umanità in divinità, il tempo nell’eterno. Fede e Spirito santo sono la fonte d’ogni fecondità spirituale nella Chiesa, l’anima di ogni apostolato, la forza e l’efficacia d’ogni testimonianza cristiana.
Non ci resta allora che pregare Maria e chiederle di rendere anche noi capaci di questa sua stessa fecondità del divino per generare ancora Dio nel nostro mondo di oggi.
A Maria, Madre di Dio: O Vergine, Madre di Dio, anello di congiunzione tra l’anelito degli uomini e la risposta di Dio, offrendo al mondo visibilmente il Dio invisibile col dargli un corpo di carne: fa’ della Chiesa e di ognuno di noi generatori di Dio. Lo Spirito santo ti ha resa feconda della fecondità del divino, per una iniziativa gratuita ed esaltante del Signore che vuole ogni uomo partecipe della sua divinità: rendici desiderosi e orgogliosi di tale fecondità, disdegnando le banali fecondità terrene che generano labilità e insoddisfazione. Nel tuo cuore con la fede, prima che nella carne, hai generato Dio, offrendoti come serva obbediente al tuo Signore per il suo grandioso disegno: forma in noi un cuore come il tuo, vigile e generoso alla Parola e alla vocazione che il battesimo ci ha dato per generare Dio nel nostro mondo di oggi. Sempre come partecipazione della fecondità della Chiesa, con la tua protezione di Madre, a servizio del mondo, per il Regno di Dio. Amen.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: SABATO 25 DICEMBRE - NATALE DEL SIGNORE   Ven Dic 24, 2010 3:21 pm

25 DICEMBRE 2010
NATALE DEL SIGNORE


RITO ROMANO
ANNO A


MESSA DELLA VIGILIA


Letture:
Is 62,1-5 (Il Signore troverà in te la sua delizia)
Sal 88 (Canterò per sempre l’amore del Signore)
At 13,16-17.22-25 (Testimonianza di Paolo a Cristo, figlio di Davide)
Mt 1,1-25 (Genealogia di Gesù Cristo, figlio di Davide)

Ascendenti di Gesù; Giuseppe assume la paternità legale di Gesù
Uomo di Dio, tale è il salvatore di cui avevamo bisogno. Soltanto Dio è la salvezza dell’uomo, ma Dio non vuole salvare l’uomo dall’esterno; ecco perché si fa uomo. È questo il duplice messaggio che ci affida lo splendido testo di san Matteo. Uomo discendente da una lunga stirpe di persone, oggetto della promessa, tale è il salvatore dell’uomo. Dal giorno in cui Dio riprende contatto con l’umanità nella persona di Abramo, fino a questa giovane fanciulla di Nazaret chiamata Maria, Dio si dedica con pazienza a quest’opera, prepara la venuta nella nostra carne del suo Figlio unigenito. La genealogia riportata da san Matteo è la genealogia della fedeltà di Dio. Tutte queste persone tracciano la storia di Israele. Sono portatrici della promessa. Le infedeltà di molti di loro mettono in luce la fedeltà di Dio. È da un popolo di peccatori che sorgerà il salvatore. Perché egli viene a salvare proprio il peccatore. Facendosi uomo, egli appartiene alla loro stirpe e, dall’interno della loro stirpe, li vuole salvare, assumendosi il loro peccato senza esserne macchiato: “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Ma: “Quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo”. Il ritmo della genealogia si spezza. Se occorreva che l’uomo fosse salvato dall’interno dell’umanità, non poteva esserlo che grazie a Dio. E, brevemente, Matteo sottolinea qui l’origine divina del Salvatore degli uomini: “Egli è generato dallo Spirito Santo”. Dio è molto più fedele di quanto l’uomo potesse immaginare. Lasciamo allora la parola a Ireneo di Lione: “Il Signore ci ha dato un segno” dal profondo degli inferi e “lassù in alto” (Is 7,11) senza che l’uomo osasse sperarlo. Come avrebbe potuto aspettarsi di vedere una vergine partorire un figlio, di vedere in questo figlio un “Dio-con-noi”, che sarebbe sceso nel profondo, sulla terra, per cercare la pecorella smarrita, cioè la creatura che egli aveva plasmato, e sarebbe poi risalito per presentare al Padre suo questo uomo ritrovato?” (Contro le eresie, III, 19,3).


MESSA DELLA NOTTE


Invochiamo lo Spirito Santo: Spirito di vita, che alitando sulla massa delle acque della creazione hai portato vita e bellezza là dov’era il caos! Spirito di vita, che guidando Israele come colonna di fuoco nella notte hai condotto gli schiavi alla libertà! Spirito di vita, che coprendo Maria con la tua ombra silenziosa ed efficace hai portato Dio Figlio fra gli uomini! Spirito di vita, che comunicando la luce della Verità del Padre nel Figlio ci rendi capaci di confessare la fede in Gesù Cristo Signore! Spirito di vita, guidaci sulle strade della nostra Betlem, per scoprire nella gioia la presenza di Dio Figlio nel figlio di Maria che vive in mezzo a noi.

Letture:
Is 9,1-6 (Ci è stato dato un figlio)
Sal 95 (Oggi è nato per noi il Salvatore)
Tt 2,11-14 (È apparsa la grazia di Dio per tutti gli uomini)
Lc 2,1-14 (Oggi è nato per voi il Salvatore)

Nascita di Gesù e visita dei pastori
“Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. Soltanto la contemplazione può semplificare la nostra preghiera per arrivare a constatare la profondità della scena e del segno che ci è dato. Una mangiatoia, un bambino, Maria in contemplazione, Giuseppe meditabondo: “Veramente tu sei un Dio misterioso!”. Il Padre, il solo che conosce il Figlio, ci conceda di riconoscerlo affinché l’amiamo e lo imitiamo. Nessun apparato esteriore, nessuna considerazione, nel villaggio tutto è indifferente. Solo alcuni pastori, degli emarginati dalla società... E tutto questo è voluto: “Egli ha scelto la povertà, la nudità. Ha disprezzato la considerazione degli uomini, quella che proviene dalla ricchezza, dallo splendore, dalla condizione sociale”. Nessun apparato, nessuno splendore esteriore. Eppure egli è il Verbo che si è fatto carne, la luce rivestita di un corpo. Egli si trova nel mondo che egli stesso continuamente crea, ma vi è nascosto. Perché vuole apparirci solo di nascosto? Egli fino ad allora era, secondo l’espressione di Nicolas Cabasilas, un re in esilio, uno straniero senza città, ed eccolo che fa ritorno alla sua dimora. Perché la terra, prima di essere la terra degli uomini, è la terra di Dio. E, ritornando, ritrova questa terra creata da lui e per lui. “Dio si è fatto portatore di carne perché l’uomo possa divenire portatore di Spirito”, dice Atanasio di Alessandria. “Il suo amore per me ha umiliato la sua grandezza. Si è fatto simile a me perché io lo accolga. Si è fatto simile a me perché io lo rivesta” (Cantico di Salomone). Per capire, io devo ascoltare lui che mi dice: “Per toccarmi, lasciate i vostri bisturi... Per vedermi, lasciate i vostri sistemi di televisione... Per sentire le pulsazioni del divino nel mondo, non prendete strumenti di precisione... Per leggere le Scritture, lasciate la critica... Per gustarmi, lasciate la vostra sensibilità...” (Pierre Mounier). Ma credete e adorate.

Approfondimento del Vangelo (Gesù: Dio-con-noi)
Il testo: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio. C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

Le premesse e la chiave di lettura biblica e liturgica
a) Al termine del cammino dell’avvento, l’attesa di Dio Salvatore è giunta al culmine e si è concentrata, negli ultimi giorni che precedono il Natale, sulla persona del figlio di cui Maria di Nazaret è venuta misteriosamente incinta. Come in uno zoom cinematografico, le letture e le preghiere liturgiche (nell’Eucaristia e nella liturgia delle Ore) hanno gradualmente concentrato il nostro sguardo orante in un crescendo di attenzione al mistero dell’ incarnazione di Dio Figlio.
b) Dopo gli annunci consecutivi della nascita di Giovanni e di Gesù e dopo la clamorosa venuta al mondo di Giovanni, con gli “strani” avvenimenti a essa seguiti, Luca narra la venuta al mondo di Gesù, il Messia, e gli avvenimenti meravigliosi vi sono collegati.
c) Siamo al culmine del “vangelo dell’infanzia” nella versione lucana. I “vangeli dell’infanzia” rispondono a una precisa esigenza, che si riscontra anche nel Primo Testamento (si vedano i racconti dell’Esodo relativi alle circostanze della nascita di Mosè) e un po’ in tutta la letteratura antica: scoprire i segni del futuro splendore dei grandi personaggi fin nella loro prima infanzia e, addirittura prima della nascita, in modo da comprenderne meglio il destino e interpretarne tutta l’esistenza sotto una luce particolare. Riguardo Gesù, abbiamo anche nel vangelo di Matteo una sezione che narra gli avvenimenti dell’infanzia, ma vi sono narrati avvenimenti ben diversi da quelli che leggiamo in Luca. La particolarità dei racconti dell’infanzia in Luca, che coprono i primi due capitoli del vangelo, è data dai tre bellissimi cantici (il “benedictus”, il “magnificat” e il “nunc dimittis”) ampiamente tratti da brani del Primo Testamento e adottati dalla Chiesa nelle celebrazioni principali della Liturgia delle Ore, dalla valorizzazione dei personaggi umili e pieni di fede semplice in Dio (come avviene un po’ in tutto questo vangelo) e dalla prospettiva specifica: Luca sembra vedere l’infanzia di Gesù a partire dalla persona di Maria che è coprotagonista e testimone privilegiata degli avvenimenti riferiti.
d) Dividiamo il brano in due parti: la narrazione della nascita (vv. 1-7) e l’annunzio ai pastori (vv. 8-14).

Uno spazio di silenzio per lasciare che la Parola di Dio ci impregni il cuore e la mente.
- Siamo di fronte all’avvenimento che è il cardine della storia, per noi Cristiani: tant’è vero che molti secoli fa si è pensato di fissare l’anno zero, quello che divide la storia in due grandi parti, proprio in quello che si riteneva fosse l’anno di nascita di Gesù.
- È importante che ci fermiamo a guardare nel buio di questa notte di Giudea: la luce più bella e più grande della storia splende per la prima volta proprio lì dove la notte è più profonda, proprio lì dove non ci aspettiamo di trovarla. Inutile fermarsi alle apparenze, bisogna lasciarsi coinvolgere, per poter comprendere.

La Parola che ci è donata: In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò... di tutta la terra: Si tratta del celebre Ottaviano, figlio adottivo di Giulio Cesare, che dominò Roma dal 31 a.C. e a cui il Senato attribuì il titolo di “Augusto” nel 17 a.C.. Morì nel 14 d.C. e gli successe il figlio adottivo Tiberio (Lc 3,1). Il regno di Ottaviano è ricordato come l’epoca d’oro per Roma e i suoi territori, il tempo della “pax romana”. Questo richiamo storico serve all’evangelista per inquadrare la nascita di Gesù alla storia universale e anche a farci ricordare che l’epoca che sta iniziando è il tempo della realizzazione della promessa della “pace messianica” che è anche un tempo di abbondanza e di felicità per tutti. A noi, sulla base delle conoscenze storiche moderne, dà anche la possibilità di correggere la datazione dell’anno di nascita di Gesù, che sarebbe avvenuta fra l’anno 10 e il 4 a.C.. “Quei giorni”: il termine indica qualcosa di particolare importanza: inizia il tempo della salvezza. “Tutta la terra”: si usa “oikumene” nel significato normale del suo tempo: tutti i sudditi di Roma. Ottaviano volle, infatti, censire gli abitanti di diverse province. Origene scrive: “In questo censimento del mondo intero Gesù doveva essere incluso... affinché potesse santificare il mondo e trasformare il registro ufficiale del censimento in un libro di vita”. ... si facesse un censimento... quando era governatore della Siria Quirinio: La storia non ricorda censimenti in Palestina prima del 6 d.C. e Quirinio divenne governatore della Siria (provincia romana cui apparteneva la Giudea) solo dopo la morte di Erode, che regnava al tempo della nascita di Gesù (cfr. Mt 2,1). Questa difficoltà a far corrispondere la storia profana con il racconto di Luca ci fa comprendere: (a) che le notizie in suo possesso non erano molto precise dal punto di vista storico (nonostante lo stesso evangelista dichiari, nel suo prologo, di essersi impegnato a raccogliere e riferire notizie storiche, cfr. 1,3-4), e (b) che a lui, in effetti, interessa soprattutto darci l’inquadratura generale dell’evento: il tempo della “pax romana”. Il censimento serviva all’imperatore solo per prevedere le entrate fornite dalla tassazione dalle popolazioni ebraiche, esonerate dal servizio militare. Per Luca il censimento è l’occasione provvidenziale della nascita di Gesù a Betlemme. La procedura descritta è ricordata per il censimento voluto da Roma per l’Egitto. La prospettiva provvidenziale di Luca nel raccontare i fatti emerge anche dal fatto che Giuseppe porta con sé Maria: le donne non dovevano farsi registrare, dunque la giovane puerpera avrebbe potuto rimanere a Nazaret. Ai re ebrei era, invece, proibito da Dio indire censimenti (cfr. 1Cron 21,1-18). Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, salì... alla città di Davide, chiamata Betlemme: Di solito “città di Davide” è usato per indicare Gerusalemme, ma qui Luca fa forse riferimento a 1Sam 16,1-13 e Mic 5,1: Davide, il fondatore della casata reale di Giuda, proveniva dalla piccola città di Betlemme, dove viene individuato dal profeta Samuele e riceve da lui la prima consacrazione reale. Secondo l’evangelista, Giuseppe è membro del ramo principale della famiglia davidica? Le parole usate e la forte sottolineatura di esse ce lo fanno pensare. Comunque, Giuseppe assolve una funzione essenziale, pur essendo padre di Gesù solo giuridicamente: mediante la sua paternità Gesù viene a essere inserito nella discendenza davidica e, pertanto, è il Messia regale nel quale si realizzano le profezie (cfr. 2Sam 7,8-17). ... insieme con Maria, sua sposa, che era incinta: Facendola viaggiare con Giuseppe, Luca mostra che ella è considerata a pieno titolo legale membro della famiglia davidica. Come in 1,27, Luca usa una parola che in italiano può indicare anche la “fidanzata” o “promessa sposa”. Forse è un modo per indicare che Giuseppe non è il padre naturale del nascituro. ... il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia: Luca da semplicemente la notizia della venuta al mondo del Messia davidico. Usa “primogenito” e non “unigenito”, perché gli interessa indicare che egli, come tutti i primogeniti maschi d’Israele, è consacrato al Signore e gode di particolari diritti, specie di quello di essere il capo della discendenza (cfr. Es 13,2.12.15). Ma Gesù è anche “il primogenito fra molti fratelli” (cfr. Rm 8,29). I segni delle cure di Maria, come di ogni madre ebrea del tempo, sono anche i segni indicati ai pastori dall’angelo (1,12). Non c’era posto per loro nell’albergo: “Albergo” dovrebbe essere tradotto anche “sala degli ospiti” o “stanza”. Per “albergo” o “locanda”, Luca usa un altro termine (es. in 10,34). Perciò la frase dovrebbe suonare: “non disponevano di spazio nella stanza”, che probabilmente un vasto ambiente costruito a ridosso di una grotta, usata come stalla per animali domestici. In quella regione si trovavano dei pastori: Primi destinatari del vangelo, felice e buona notizia della fedeltà di Dio alle promesse e della sua presenza salvifica in mezzo agli uomini sono alcuni pastori. Essi, a causa delle esigenze del loro mestiere, degli spostamenti e della cura per il gregge, erano considerati persone infedeli agli obblighi imposti dalla Legge, uomini non degni di stima e di fede. La loro testimonianza non era accettata solitamente dai tribunali ebraici. L’annuncio, dunque, viene rivolto a dei “poveri”, gli ultimi nella scala socio – religiosa, seguendo un orientamento al quale Gesù sarà molto fedele durante la predicazione. Un angelo del Signore...: Nelle tradizioni primitive dell’Antico Testamento, gli angeli si distinguono difficilmente da Dio (Gn 16,7-13); lo scopo della loro presenza è sempre quello di essere mediatori tra Dio e gli uomini, salvaguardando la trascendenza di Dio. Nel Nuovo Testamento, hanno un ruolo importante (per es. Mt 1,20-24; Lc 2,9-15; Gv 20,12-13): sono a servizio della salvezza dell’umanità (Eb 1,14). Qui agiscono come veri e propri “annunciatori” del vangelo della nascita umana di Dio Figlio: la gloria di Dio in cielo si manifesta, almeno per qualche istante, sulla terra poi scompare nella quotidianità di un’esistenza che appare uguale alle altre. Ecco vi annunzio una grande gioia: Con il v. 8 la scena si sposta dall’ambito intimo - familiare della nascita di Gesù alla sua rivelazione pubblica, davanti ai primi testimoni: i pastori. Il cuore di questa seconda parte del brano è: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide, un salvatore, che è il Cristo Signore” (vv. 10-11). Il messaggero divino dichiara innanzitutto le sue intenzioni: egli annuncia una grande “gioia” che non è donata solo ai pastori, ma a tutto il popolo. Compare per la prima volta qui la parola “vangelo” e ritorna, giustamente connesso a questo termine, il tema della gioia che è l’ oggetto diretto della buona novella parola gioia si estende come un filo rosso lungo tutta l’ opera di Luca. Se seguiamo questo filo a ritroso nel racconto lucano, vediamo che a Zaccaria sono promesse “gioia e delizia”, “molti si rallegreranno” per la nascita di Giovanni a motivo della “storia” che Dio sta cominciando col suo Popolo (1,14). Incontrandosi con Maria, il bambino di Elisabetta sobbalza di gioia nel suo seno (1,44). La ragione e il contenuto di questa “grande gioia” è, in questo caso, il messaggio della natività, perché in Gesù, “Dio ha visitato e redento il suo popolo” (1,68), si è preso cura dell’umanità smarrita “come aveva promesso ai padri e ai profeti” (1,55), ha dimostrato la sua benevolenza per gli uomini suoi figli. La gioia è uno degli effetti essenziali dei miracoli di Gesù. I 72 discepoli che tornano dalla missione pieni di gioia e di orgoglio per aver sconfitto i demoni, si sentono dire: “Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi, rallegratevi piuttosto che i vostri nomi sono scritti nei cieli” (10,20). Ciò che è veramente importante è che Dio in persona tratta misericordiosamente colui che si era smarrito. Per questo si fa grande festa in cielo per ogni peccatore che si converte. Anche la conversione, perciò, è gioia: tutto il capitolo 15 di Luca è un continuo invito di Gesù a rallegrarsi con Lui perché il figlio perduto ritorna al Padre (15,7.10.32). Infine, vediamo che pure la conclusione del vangelo di Luca vibra di una gioia incontenibile (24,41.52) e che c’è anche la gioia, quella narrata in Atti, provata dagli apostoli in occasione di oltraggi e persecuzioni, la stessa gioia che Gesù annuncia nel discorso delle beatitudini: “...ma essi [Pietro e Giovanni] se ne andarono dal Sinedrio lieti di essere stati oltraggiati per amore del Nome di Gesù” (At 5,41; cfr. Mt 5,10-11). Ma in cosa consiste la gioia del credente? Certamente non in un sentimento che “si ha”, “si sente” o di può “dimostrare”; è una dimensione di serenità e felicità profonde che si radicano nella certezza della presenza fedele di Dio, è la gioia “nel Signore” di cui parla Paolo nelle sue lettere: “Per il resto, fratelli miei, state lieti nel Signore” (Fil 3,1); “Il Dio della speranza vi riempia di ogni gioia e pace nella fede” (Rm 15,13). Essa è gioia nella fede, pur attraverso lotte e timori di ogni genere e attende fiduciosa il suo Signore risorto (Gv 16,21-23). Come tale essa è frutto dello Spirito santo (cfr. Rm 14,17; Gal 5,22).

Concludiamo: Lodando ancora il Padre, utilizzando le parole della liturgia di Natale: ciò che gli angeli fanno nell’eternità, noi possiamo e dobbiamo farlo nel tempo, esprimendo anche la nostra felicità perché Dio Figlio si è fatto nostro fratello: È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e in ogni luogo a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Nel mistero del Verbo incarnato è apparsa agli occhi della nostra mente la luce nuova del tuo fulgore, perché, conoscendo Dio visibilmente, per mezzo suo siamo rapiti all’amore delle realtà invisibili. E noi, uniti agli Angeli e agli Arcangeli, ai Troni e alle Dominazioni e alla moltitudine dei Cori celesti, cantiamo con voce incessante l’inno della tua gloria: Santo, Santo, Santo, Colui che ci ama dall’eternità e ci conduce alla salvezza donandoci la propria divinità.


MESSA DELL’AURORA


Letture:
Is 62,11-12 (Ecco, arriva il tuo Salvatore)
Sal 96 (Oggi la luce risplende su di noi)
Tt 3,4-7 (Ci ha salvati per la sua misericordia)
Lc 2,15-20 (I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino)

Visita dei pastori
“Mentre un profondo silenzio avvolgeva l’universo e la notte nella sua rapida corsa era giunta nel mezzo del suo cammino, il Verbo onnipotente, dagli altissimi cieli, balzò dal suo trono regale” (Liturgia). “Solo il silenzio rivela gli abissi della vita” (Zundel). Le più grandi opere di Dio sono frutto del silenzio. Solo Dio ne è testimone e, con lui, coloro che vedono interiormente, che fanno silenzio e vivono della presenza del “Verbo silenzioso”, come Maria che sapeva e meditava questi avvenimenti nel suo cuore. La parola eterna è il Verbo silenzioso. E Maria, sua madre, si fa discepola del Verbo. “Maria ascolta, condivide, si dà, si perde nei suoi abissi... Ogni fibra del suo essere reagisce a questo richiamo: “Fammi sentire la tua voce” (Ct 2,14). Maria dà ascolto al Verbo silenzioso, l’unica verità. La sua carne può divenire allora culla della parola eterna. Maria non dice nulla di sé, non aggiunge nulla di sé... Offre la sua trasparenza come un puro vetro ai raggi del sole e il mistero di Gesù vi risplende per intero” (Zundel). Maria è la realizzazione della profezia di Isaia: “Nessuno ti chiamerà più Abbandonata, ...ma tu sarai chiamata Mio Compiacimento”. Per mezzo del silenzio in cui avvolge l’avvenimento del quale è stata protagonista, Maria è la dimora della presenza di Dio. Il Verbo cerca in lei dimora. In lei ogni uomo si vede chiamato allo stesso destino: divenire dimora di Dio, del Verbo silenzioso. Perché, se è vero che Dio ha creato la natura umana solamente per ricevere da essa la madre di cui egli aveva bisogno per nascere (Nicolas Cabasilas), ogni uomo è chiamato, attraverso l’accoglienza silenziosa del Verbo, a diventare tempio del Verbo, “Basilica del silenzio” così come Maurizio Zundel immaginava la Madonna.


MESSA DEL GIORNO


Preghiera iniziale: Nel buio di una notte senza stelle, la notte del non senso, tu, Verbo della vita, come lampo nella tempesta della dimenticanza sei entrato nei limiti del dubbio a riparo dei confini della precarietà per nascondere la luce. Parole fatte di silenzio e di quotidianità le tue parole umane, foriere dei segreti dell’Altissimo: come ami lanciati nelle acque della morte per ritrovare l’uomo, inabissato nelle sue ansiose follie, e riaverlo, predato, per l’attraente fulgore del perdono. A te, Oceano di Pace e ombra dell’eterna Gloria, io rendo grazie: mare calmo alla mia riva che aspetta l’onda, che io ti cerchi! E l’amicizia dei fratelli mi protegga quando la sera scenderà sul mio desiderio di te. Amen.

Letture:
Is 52,7-10 (Tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio)
Sal 97 (Tutta la terra ha veduto la salvezza del nostro Dio)
Eb 1,1-6 (Dio ha parlato a noi per mezzo del Figlio)
Gv 1,1-18 (Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi)

E il Verbo si fece carene, e venne ad abitare in mezzo a noi
Il Verbo, la seconda persona della Trinità, si fa carne nel grembo della Vergine Maria per dare a chi lo accoglie e a chi crede in lui il “potere di diventare figli di Dio”. C’è forse comunione più completa, più perfetta del lasciare all’uomo la possibilità di dividere la vita stessa di Dio? Nel Verbo che si è fatto carne, questo bambino di Betlemme, l’uomo trova l’adozione come figlio. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo padre. Dio non è più un essere lontano, egli diventa suo fratello. “Come l’uomo potrebbe andare a Dio, se Dio non fosse venuto all’uomo? Come l’uomo si libererebbe della sua nascita mortale, se non fosse ricreato, secondo la fede, da una nuova nascita donata generosamente da Dio, grazie a quella che avvenne nel grembo della Vergine?” (Ireneo di Lione). È per la deificazione dell’uomo che il Verbo si è fatto carne, affinché l’uomo, essendo “adottato”, diventasse figlio di Dio: “Affinché l’essere mortale fosse assorbito e noi fossimo così adottati e diventassimo figli di Dio” (Ireneo di Lione). L’uomo assume allora la sua vera dimensione, perché non è veramente uomo se non in Dio. E c’è forse una presenza in Dio più forte della figliazione divina? Proprio ora, il re in esilio rimette piede sulla terra preparata per lui e, nello stesso tempo, l’uomo ritrova il suo “posto”, la sua vera casa, la sua vera terra: Dio. “Anch’io proclamerò le grandezze di questa presenza: il Verbo si fa carne... È Gesù Cristo, sempre lo stesso, ieri, oggi e nei secoli che verranno... Miracolo, non della creazione, ma della ri-creazione... Perché questa festa è il mio compimento, il mio ritorno allo stato originario... Venera questa grotta: grazie ad essa, tu, privo di sensi, sei nutrito dal senso divino, il Verbo divino stesso” (Gregorio di Nazianzo).

Approfondimento del Vangelo (Il prologo del Vangelo di Giovanni)
Il testo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande per la riflessione:
- Dio che è luce ha scelto di fugare le tenebre dell’uomo, facendosi lui stesso tenebra. L’uomo è nato cieco (cfr. Gv 9,1-41): la cecità è per lui la condizione creaturale. Il gesto simbolico di Gesù di raccogliere del fango per spalmarlo sugli occhi del cieco nato di Giovanni sta a dire la novità dell’incarnazione: è un gesto di nuova creazione. A quel cieco i cui occhi sono ancora ricoperti con il fango della creazione viene chiesto non un atto di fede, ma di obbedienza: andare alla piscina di Siloe che significa “inviato”. E l’inviato è Gesù. Sapremo obbedire alla Parola che ogni giorno giunge a noi?
- L’uomo cieco nel vangelo di Giovanni è un povero: non pretende nulla, non chiede nulla. Anche noi spesso viviamo la cecità quotidiana con la rassegnazione di chi non merita orizzonti diversi. Ci riconosceremo privi di tutto, perché sia anche a noi destinato il dono di Dio, dono di redenzione della carne, ma soprattutto dono di luce e di fede?
- «La legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,17-18). L’intelligenza di ciò che accade nella storia della nostra vita ci porta ad uscire dalla cecità della presunzione e a contemplare la luce che brilla sul volto del Figlio di Dio. I nostri occhi, inondati di luce, aprono gli eventi. Quando riusciremo a vedere Dio tra di noi?

Chiave di lettura: Giovanni, un uomo che ha avuto modo di veder splendere la luce, che ha visto, udito, toccato, la luce. In principio il Verbo era: costantemente rivolto verso l’amore del Padre ne è diventato la spiegazione vera, l’unica esegesi (Gv 1,18), la rivelazione del suo amore. Nel logos era la vita e la vita era luce, ma le tenebre non l’hanno accolto. Nell’AT la rivelazione del Verbo di Dio è rivelazione di luce: ad essa corrisponde la pienezza della grazia, la grazia della grazia, che ci è data in Gesù, rivelazione dell’amore senza limiti di Dio (Gv 1,4-5.16). Anche tutta la testimonianza dell’AT è una testimonianza di luce: da Abramo a Giovanni Battista, Dio manda testimoni della sua luce; Giovanni Battista è l’ultimo di essi: annuncia la luce che sta per venire nel mondo e riconosce in Gesù la luce attesa (Gv 1,6-8;15). Dabar IHWH è la comunicazione di Dio con l’uomo, avvenuta per tutti coloro che Dio ha chiamato e coloro sui quali cadde, sui quali venne la parola del Signore (cfr. Is 55,10-11). Come dice Agostino: La Parola di Dio è la vera luce. La parola esce dalla bocca di Dio, ma conserva tutta la sua forza, è persona, crea e sostiene il mondo. Questa parola che crea e salva viene identificata con la Torah con la quale Israele intende la rivelazione divina nella sua totalità, con la Sapienza: Da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore (Is 2,3). Il memra (aramaico) è il concetto che è servito a Giovanni per passare dal dabar al logos: nei targum il memra ha una funzione creatrice, ma soprattutto rivelatrice che si esprime in modo particolare attraverso l’immagine della luce. Nel Targum Neophiti, nel famoso poema delle quattro notti su Es 12,42 sta scritto: «La prima notte fu quella in cui IHWH si manifestò sul mondo per crearlo: il mondo era deserto e vuoto e la tenebra ricopriva la faccia dell’abisso. E il memra di IHWH era la luce che brillava». Nel Targum Jerushalaim il manoscritto 110 dice: «Con la sua parola IHWH brillava ed illuminava». Il midrash sottolinea che la legge era prima del mondo, era vita, era luce: «Le parole della Torah sono luce per il mondo» (Midrash Dt Rabba 7.3). Figlia unigenita di Dio, la Torah è stata scritta con fuoco nero nella fiamma bianca e giace sulle ginocchia di Dio mentre Dio siede sul trono di gloria (cfr. Midrash al Salmo 90,3). Il logos-luce si fa presente nel mondo. Tutto è vita in lui: il Verbo sostituisce la Torah. Si trascendono i segni, e più che sostituzione si assiste a un adempimento. Se la Torah per il giudeo è figlia di Dio, Giovanni mostra che essa è il logos che fin dall’inizio è presso Dio, è Dio. Questo logos si fa carne: uomo, caduco, limitato, finito, mettendo la sua gloria nella carne. Egli ha messo la sua tenda, skené, tra di noi, è diventato shekinah di Dio tra di noi, e ha fatto vedere la gloria, la presenza schiacciante di Dio agli uomini. La gloria che abitava nella tenda dell’esodo (Es 40,34-38), che abitava nel tempio (1Re 8,10), ora abita nella carne del Figlio di Dio. È una vera epifania. La shekinah diventa visibile, perché la shekinah è Cristo, luogo della presenza e della gloria divina. C’è chi ha visto la gloria di Dio: l’Unigenito pieno di grazia e di verità; lui viene a rivelarci il volto del Padre, l’unico che può farlo perché è nel seno del Padre. Da questa pienezza di vita ha origine la nuova creazione. Mosè ha dato la legge, Cristo dà la grazia e la verità, l’amore e la fedeltà. Nel Figlio si può contemplare Dio senza morire perché chi vede il Figlio vede il Padre: Gesù è l’esegesi, la narrazione della vita divina. E il luogo di rivelazione è la sua carne. Ecco perché Giovanni dirà nel compimento dell’ora: «Noi abbiamo visto la sua gloria» (Gv 1,14), dove per “ora della glorificazione” non si vedono altro che tenebre. La luce è nascosta nel suo dare la vita per amore degli uomini, nell’amore fino alla fine, senza tirarsi indietro, rispettando la libertà dell’uomo di crocifiggere l’Autore della vita. Dio è glorificato nel momento della passione: un amore compiuto, definitivo, senza limiti, un amore dimostrato fino alle estreme conseguenze. È il mistero della luce che si fa strada nelle tenebre, sì perché l’amore ama l’oscurità della notte: quando la vita si fa più intima e le proprie parole muoiono per vivere nel respiro delle parole della persona amata la luce è nell’amore che illumina quell’ora di espropriazione, ora in cui si perde se stessi per ritrovarsi restituiti nell’abbraccio della vita.

Contemplazione: Padre della luce, vengo a te con tutto il grido del mio esistere. Dopo passi di bene e scivolamenti nel male arrivo a capire, perché ne faccio esperienza, che da solo non esisto se non nel buio delle tenebre. Senza la tua luce non vedo nulla. Sei tu infatti la fonte della vita, tu, Sole di giustizia, che apri i miei occhi, tu la via che conduce al Padre. Oggi sei venuto tra noi, Parola eterna, come luce che continua ad attraversare le pagine della storia per offrire agli uomini i doni della grazia e della letizia nel deserto della carestia e dell’assenza: il pane e il vino del tuo Nome santo che nell’ora della croce diventeranno il segno visibile dell’amore consumato ci fanno nascere con te da quel grembo fecondo che è la Chiesa, la culla della tua vita per noi. Come Maria vogliamo restarti accanto per imparare ad essere come lei, pieni della grazia dell’Altissimo. E quando le nostre tende accoglieranno la nube dello Spirito nel fulgore di una parola pronunciata ancora carpiremo la Gloria del tuo Volto e benediremo in un silenzio adorante senza più ritrosie la Bellezza dell’essere una sola cosa con te, Verbo del Dio vivente.

Preghiera finale: 1Deponi, o Gerusalemme, la veste del lutto e dell’afflizione, rivèstiti dello splendore della gloria che ti viene da Dio per sempre. Avvolgiti nel manto della giustizia di Dio, metti sul tuo capo il diadema di gloria dell’Eterno, perché Dio mostrerà il tuo splendore a ogni creatura sotto il cielo. Sarai chiamata da Dio per sempre: «Pace di giustizia» e «Gloria di pietà». Sorgi, o Gerusalemme, sta’ in piedi sull’altura e guarda verso oriente; vedi i tuoi figli riuniti, dal tramonto del sole fino al suo sorgere, alla parola del Santo, esultanti per il ricordo di Dio. Si sono allontanati da te a piedi, incalzati dai nemici; ora Dio te li riconduce in trionfo, come sopra un trono regale. Poiché Dio ha deciso di spianare ogni alta montagna e le rupi perenni, di colmare le valli livellando il terreno, perché Israele proceda sicuro sotto la gloria di Dio. Anche le selve e ogni albero odoroso hanno fatto ombra a Israele per comando di Dio. Perché Dio ricondurrà Israele con gioia alla luce della sua gloria, con la misericordia e la giustizia che vengono da lui (Baruc 5,1-9).


RITO AMBROSIANO
ANNO A


MESSA DELLA NOTTE


Letture:
Is 2,1-5
Sal 2
Gal 4,4-6
Gv 1,9-14

E il Verbo si fece carne
Il fatto dell’Incarnazione sta proprio al centro, o meglio al colmo della nostra vicenda umana: qui il tempo attinge all’eterno, l’umano è toccato dal divino, inizia un mondo nuovo che ormai va definito solo come umanodivino, quale appare in quel Bambino Gesù che nasce a Betlemme. È il fatto che invera aspettative umane e promesse divine, ma non così incombente e vistoso da non richiedere da parte dell’uomo una sua apertura e una sua scelta, come occhi che si devono aprire alla Luce.
La pienezza del tempo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Epist.). Siamo cioè al vertice di un progetto di Dio sognato da lontano, come lo esprime Isaia: “Alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore, sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli”, cioè a Gerusalemme come punto ormai fisico di tangenza del Dio che vuol radunarsi attorno la famiglia degli uomini in una rinnovata fraternità. Gesù di Nazaret è ora il definitivo tempio in mezzo agli uomini e il ponte unico che congiunge a Dio. Ancora oggi il Natale segna lo spartiacque della storia, prima e dopo Cristo, come da tenebre a luce: “Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo”. La vicenda umana trova qui il tornante che inverte la rotta da un destino di morte a quello di una salvezza e di una vita piena. “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Carne qui significa non solo che ha assunto la nostra vera e concreta umanità, ma che ha condiviso in pieno con noi la stessa vicenda di fatica, di sofferenza e di morte. Dice il Concilio: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in un certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo: s’è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato” (GS 22). Dalla sua preesistenza divina venne a noi senza risparmiarsi: “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, diventando simile agli uomini” (Fil 2,6-7). “E noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”. San Giovanni ha ben constatato quanto di divino ci fosse in quel Gesù che lui ha frequentato per tre anni, e ne ha reso ampia testimonianza: “Quel che era da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita.., noi lo annunciamo a voi” (1Gv 1,1-3). Veramente qui, in questo Bambino Gesù, “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9), “e voi partecipate della pienezza di lui” (Col 2,10). Ecco il punto che ci interessa: ha assunto la nostra natura umana per renderci partecipi della sua natura divina.
Diventare figli di Dio: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”. Dio viene a noi nella storia, si rivela per comunicarsi, “perché gli uomini abbiano accesso al Padre e siano resi partecipi della natura divina” (DV 2). Era sempre stato questo il sogno di Dio: “in Lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, ..predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo” (Ef 1,4-5). Appunto, dice Paolo, “Dio mandò il suo Figlio.. perché ricevessimo l’adozione a figli” (Epist.). E questo in un modo tutto gratuito, non per nostro merito o conquista: “a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo - cioè per sola capacità umana - ma da Dio sono stati generati”. A noi spetta solo riconoscerlo, stimarlo e accoglierlo. “Riconosci allora, o cristiano, la tua dignità” (san Leone Magno).
Troppo grande è il dono di Dio e a noi sembra così lontano.., per cui spesso lo snobbiamo: “Era nel mondo.. eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne tra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto”. Questo avvenne non solo storicamente tra quell’Israele che pure era stato preparato ad accoglierlo, ma è mistero di rifiuto di tutta intera l’umanità di sempre. È il mistero incomprensibile del peccato. Per fortuna ci ha pensato ancora Dio stesso il quale “mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: Abbà! Padre!”. È quanto si attua nel mistero eucaristico che ora celebriamo: qui il Figlio di Dio risorto e vivo ci raggiunge col dono dello Spirito santo proprio perché dal di dentro sia lui a farci capire e gustare la nostra gratuita adozione filiale. Ecco allora la grazia da chiedere e l’augurio da farci in questo Natale: conoscere di più il mistero di Cristo per conoscere di più l’identità profonda dell’uomo. Ce lo suggerisce san Paolo: “Il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi della vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi” (Ef 1,18-20). Corrispondere e vivere un tale progetto di vita significa realizzare la nostra più autentica umanità: “Chi segue infatti Cristo, l’uomo perfetto, si fa lui pure più uomo” (GS 41). “Venite - suggerisce Isaia - camminiamo nella luce del Signore!”. Quanto più si cresce in divinità, tanto più si cresce in umanità!
Il Figlio di Dio che si fa uomo è chiamato Verbo, la parola che rivela la ricchezza interiore di uno. Proprio perché già all’interno della Trinità l’Unigenito del Padre è lo specchio fedele della ricchezza di Dio, il suo rendersi visibile diviene la più genuina manifestazione di Dio. “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato”. Se cerchi sinceramente Dio, non hai da speculare o inventare niente: è lì, in quel volto di uomo ebreo che è Gesù di Nazaret. Guardando quel volto di uomo scoprirai anche i tratti divini che sono in ognuno di noi. Se cerchi il vero volto dell’uomo non si trova che in Lui, uomo-Dio pienamente riuscito, e quindi verità piena dell’uomo. “In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo” (GS 22). Natale, come si vede, è davvero la festa dell’uomo quando è vissuta come festa di Dio!


MESSA DELL’AURORA


Letture:
Is 52,7-9
Sal 97
1Cor 9,19b-22°
Lc 2,15-20

I pastori
In tempi in cui ci si vergogna anche di fare il presepio a scuola, è forse buono il richiamo che ci fa questa Liturgia natalizia dell’aurora dove protagonisti sono i pastori che, obbedienti, hanno seguito l’indicazione degli angeli, sono saliti fino a Betlemme, hanno visto il Bambino e su madre e se ne “tornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”. Vedere, lodare, e testimoniare: “Andarono senza indugio; e dopo averlo visto, riferirono ciò che del Bambino era stato detto loro”. Il Natale è una scoperta di Dio che lascia stupore e lode, ma che richiede sia segnalato ai fratelli perché “tutti quelli che udivano si stupivano delle cose dette loro dai pastori”. È un messaggio atteso che lascia il cuore dell’uomo soddisfatto dell’incontro.
Andiamo fino a Betlemme: Come per i magi fu una stella, per i pastori fu una schiera di angeli a segnalare l’evento e a porgere l’invito: “Appena gli angeli si furono allontanati da loro, i pastori dicevano l’un l’altro: Andiamo fino a Betlemme e vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. Forse il primo segnale di Gesù anche per noi fu nell’infanzia lo stupore davanti al presepio. Ogni anno ora ci è richiesto di entrarci nell’evento, di incontrare la realtà di un Dio che si fa bambino per noi, per cogliere tutto l’apporto salvifico e decisivo per la propria vita. Betlemme è un luogo. Betlemme è un fatto. Dio s’è mosso per venirci incontro. La nostra risposta deve essere una attenzione, una accoglienza, un interessamento sempre più maturo di anno in anno nell’incontro con un Dio che sempre più si offre a coinvolgerci nella sua divinità, come lì ha incominciato a coinvolgersi nella nostra umanità. Col cuore e l’attenzione di Maria. Si dice di lei: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Ecco come vivere il Natale. Feste, queste, non per distrarci in consumismi, ma per raccoglierci e capire, approfondire, meditare il senso del dono di Dio. La Madonna nel Natale ha un suo posto privilegiato. Lei mostra Gesù ai pastori. Lo mostri anche a noi, alla nostra comprensione e adorazione. Preghiera più bella oggi non c’è che quella di chiedere a Maria la sua consapevolezza del mistero che vive e la sua gioia - non solo umana - di vedersi consegnato nelle sue mani un Dio tanto disponibile e accessibile, con dentro gli occhi, com’è d’ogni bambino, lo splendore dell’innocenza. Anche la commozione ha scelto il Dio dell’incarnazione per giungere a toccare il cuore di ogni uomo. Ma, naturalmente, il vertice - ben oltre l’emozione - è l’incontro con la divinità di questo Bambino. “Quello che avevano visto e udito come era stato detto loro”, si riferisce all’annuncio degli angeli: “Non temete: ecco vi annuncio una grande gioia, oggi nella città di Davide è nato per voi il Salvatore, che è Cristo Signore”. Si tratta di riconoscere in quel bambino Gesù il nostro Salvatore, cioè colui che cambia e decide la nostra sorte umana, colui che è risposta e soluzione unica e piena agli enigmi e alle tragedie della nostra vita. Ogni giorno ci affanniamo alla ricerca di “salvezze”, di una vita più sicura e felice. Salvo continue delusioni. Cristo è la risposta ad ogni crisi umana, e non solo finanziaria. A rinnovare questo affidamento, ritorna il Natale, ben oltre una sentimentale “festa con l’albero e le luci”!
Glorificando e lodando Dio: “Come sono belli sui monti i piedi del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza”. Dagli angeli, ai pastori, alla Chiesa, a ognuno di noi ora tocca divenire annunciatori di questo evento che è il Natale, il mistero dell’Incarnazione. Solo chi l’ha capito nella sua specificità e quindi novità ne diviene testimone entusiasta. “Il Signore ha consolato il suo popolo”. “Regna il tuo Dio”. “Gli occhi vedono il ritorno del Signore a Sion”. Dio fisicamente s’è messo a far parte della nostra storia umana; la nostra umanità s’è trovato un casa un parente potente (un “go’el”) pronto al riscatto; una risorsa divina ed eterna oggi esplode dal di dentro per orientare all’eterno il nostro tragico cammino verso la morte. Senza questo occhio profondo, anche il più bel Natale diviene cosa scipita che non dice niente al mondo. Certo la mediazione deve essere intelligente e comprensiva, la testimonianza credibile e persuasiva. Paolo ci dice oggi la sua duttilità di apostolo, capace di adattarsi ad ogni uditorio, per essere, nella condivisione, canale facilitante il messaggio da trasmettere: “Mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole con i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto a tutti”. È sempre un grande tema quello della giusta inculturazione del vangelo in una società così cangiante e forse all’apparenza meno disponibile al vangelo. Ed è giusto che si strutturi la vita pastorale su ricerche, sperimentazioni, verifiche, convegni.., forse anche troppi oggi! Dicono almeno il puntiglio di una Chiesa che vuol esprimere lo zelo. Nella globalità questo va bene. E il Papa fa la sua parte. Ma a livello individuale e familiare, dove si svolge la vita di ogni giorno, forse il metodo è quello dei pastori: “se ne tornarono glorificando e lodando Dio”. Primo modo di testimoniare è una comunità che celebra e loda Dio nelle sue Liturgie, ben fatte e gioiose. Secondo modo è il contagio di gioia: “Quelli che udivano si stupirono..”. Gente serena devono essere i credenti perché Dio è con loro, l’Emanuele. “E se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31). E alla fine “riferirono ciò del bambino era stato detto loro”. Saper raccontare con coraggio i fatti della nostra fede, anche in un contesto pluralistico. Anzi, proprio per questo, è più necessario un confronto di identità precise e specifiche. Col credere che non solo è diritto di tutti gli uomini conoscere quei fatti, ma che in qualche modo sono attesi perché anelito profondo di ogni uomo che cerca sinceramente un volto più preciso di Dio.
I pastori non erano professionisti. Anzi, gente stimata ultima nella catalogazione sociale. “Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Dove l’umiltà richiesta è semplicemente il credere che nonostante scienza e tecnica la nostra vita ha bisogno di una salvezza che viene da fuori, da Dio. Proprio questo è il peccato e l’ostacolo che l’uomo oppone a Dio: la sua autosufficienza. “Quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti” (1Cor 1,27). Non ci meravigliamo se anche in questo Natale sono “non molti sapienti, non molti potenti, non molti nobili” quelli che frequentano la nostra Chiesa!


MESSA DEL GIORNO


Letture:
Is 8,23b-9,6a
Sal 95
Eb 1,1-8a
Lc 2,1-14

Ultimamente... per mezzo del Figlio
Anche tu sei venuto qui oggi, per curiosità, per nostalgia, .. alla fine con la segreta voglia di guardarci dentro bene al fatto della fede, se cioè sia roba vera e che c’entri questo Dio con la mia vita! Non te ne andrai deluso, anche se scoprirai un Dio tutto diverso da quel che pensi tu o che dicono i giornali. Il Dio vero - ben documentato nella sua storicità, non ipotizzato da miti o filosofi - è però un Dio “adagiato in una mangiatoia”, cioè inatteso e sconcertante! Consolati, non sei il primo. Paolo dice che Cristo è “scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani” (1Cor 1,23). Per lo meno quindi non inventato dagli uomini! Ecco: è proprio il vero Dio quello che siamo venuti oggi a riconoscere e ad adorare, “posto in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Tu sei mio Figlio: Anzitutto il fatto. Tempo di Cesare Augusto, il censimento dell’impero sotto Quirinio governatore della Siria. Dati, luoghi, fatti ben documentati. Era l’anno 6 avanti l’era cristiana. In un villaggio piccolo, per lo più grotte scavate nel calcare rivolte a est verso il deserto a 777 mt sul livello del mare. Villaggio però importante per la storia di questo paese Israele, perché antica patria di Davide. Niente favola. Una famigliola che deve lasciare Nazaret e percorrere 150 km proprio al momento del parto, del loro primogenito. E essendo intasata ogni casa, deve trovare posto in un ricovero di fortuna, là dove ogni famiglia ripara le bestie domestiche. La grotta-casa è lì ancora, documentatissima, luogo di culto dai tempi di san Girolamo che vi abitò a fianco per 36 anni nel IV secolo. Ma questo bambino non è un bambino qualunque. Sta al vertice di una storia molto lunga. “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio” (Epist.). Siamo al colmo della rivelazione storica di Dio che nel Figlio vuol dire e dare tutto quello che di salvifico da sempre aveva progettato per il suo popolo. “Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce”. Isaia l’aveva intravisto: “Un bambino è nato per noi, sulle sue spalle il potere e il suo nome sarà: Consigliere mirabile, Dio potente, Padre per sempre, Principe della pace”. A lui Dio ha detto: “Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato”. L’angelo annuncia in un modo preciso: “Oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. Un Salvatore, un Cristo, cioè un Messia, che ha però la stoffa stessa di Dio: “irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza” (Epist.). Noi nel Credo diciamo: “Della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, Dio vero da Dio vero”. È il Figlio stesso di Dio - colui “mediante il quale ha fatto anche il mondo” ed “erede di tutte le cose” - che ora si fa uomo per adempiere la sua missione di “purificazione dei peccati” e così giungere a “sedere alla destra della maestà dei cieli”. S’è scomodato Dio stesso a venire a salvare l’uomo, non un angelo, non un suo uomo; ma il Figlio proprio di Dio si fa uomo per essere da uomo, dal di dentro della nostra vicenda umana, il primo uomo che si apre con il sì di un figlio al Padre. Grande è lo stupore! Ci viene quasi da dire: ma sarà vero?
Lo pose in una mangiatoia: Certo le circostanze scoraggiano un tale mistero. Un Dio che si fa bambino, un Dio che si mette all’ultimo posto della categoria sociale - “non ha dove posare il capo” (Mt 8,29) e neanche una cuna per nascere! -, un Dio che alla fine fallisce in croce.., non offre proprio credenziali convincenti. Dentro una cultura efficientista, dove conta il prestigio, il potere, il risultato, veramente il mistero di Cristo è incomprensibile. E non ci si meraviglia che il confronto con altre religioni spiazzi i cristiani. Non diamo per scontato il Natale, quando esce da una tradizione mai riflessa ed entra nell’orizzonte razionalistico inteso come unico perimetro del reale. Al massimo si sopporta la festa come folklore, come emotività, come festa della famiglia..., che è esattamente quel che è rimasto del Natale nel nostro mondo scristianizzato (o mai cristianizzato seriamente). Ma quello di Dio è il linguaggio dell’amore, della gratuità, della condivisione e del mettersi all’ultimo posto perché anche il più misero non si senta mai a disagio davanti a un Dio così. “Pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini” (Fil 2,6-7). Questa è la logica del Natale e della Croce. “Non temete, vi annuncio una grande gioia”. Di Dio, ogni uomo figlio dell’Adamo ribelle, ha un sospetto, anzi una paura. Lo ha sempre sentito come padrone e giudice, mai come fratello, sposo fino a dare la propria vita per la sua sposa che è la Chiesa. Il Natale, come tutta la vicenda umana di Gesù mostra un volto di Dio affidabile, anzi .. anche troppo esposto sull’uomo e sulla sua libertà, tanto da subirne sofferenza come è proprio di un cuore che s’avventura in un rapporto d’amore sincero. Ci vuole una lettura di fede per capire e vivere il Natale. E la fede è un dono ottenuto con la preghiera e l’umiltà di chi accetta una verità diversa da come se l’aspetta. Beati quelli che con umiltà sono venuti alla Chiesa e dicono: “Signore, accresci in noi la fede” (Lc 17,5). “Credo, aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24). E magari, tornando col cuore più sereno e rappacificato, diviene capace di maggior bontà con gli altri. Era nel clima, una volta, questa bontà! Se Dio è stato così generoso con noi, anche noi dobbiamo prolungarne l’amore a chi sta più povero di noi. È nel clima del Natale che si deve compiere un gesto di generosità a nome di tutta la famiglia, aprendoci alle diverse iniziative che ci stimolano in questi giorni, senza dimenticare i nostri missionari.
Nel canto del “Gloria” ogni domenica diciamo: “E pace in terra agli uomini di buona volontà”. Oggi abbiamo dai testi originali una traduzione più precisa: “Agli uomini che Egli ama”, cioè tutti gli uomini, per iniziativa gratuita e con grande misericordia. “Mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi..” Rm 5,8). Il Natale esprime l’esplosione del tutto immeritata e inattesa della premura di Dio per il bene e la felicità di ogni uomo. Non chiede che di credere e affidarsi a questa sua azione di salvezza, senza orgoglio e senza paura. “Come un bimbo svezzato in braccia a sua madre” (Sal 131,2). Forse appunto il Dio-bambino di Betlemme ci dice di avere la confidenza in lui come ce l’ha un bambino al seno di sua madre. Anche in questo senso il Natale è festa dei bambini.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: domenica 26 dicembre 2010   Lun Dic 27, 2010 9:33 am

DOMENICA 26 DICEMBRE 2010


RITO ROMANO
ANNO A
SANTA FAMIGLIA DI GESÙ MARIA E GIUSEPPE


Orazione iniziale: O Dio, nostro Creatore e Padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse in tutto simile a noi incarnandosi nel seno della Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. Manda su di noi il medesimo Spirito vivificatore, perché possiamo diventare sempre più docili alla sua azione santificatrice, docilmente lasciandoci trasformare dallo stesso Spirito nell’immagine e somiglianza di Gesù Cristo tuo Figlio, nostro fratello, salvatore e redentore.

Letture:
Sir 3,2-6.12-14 (Chi teme il Signore onora i genitori)
Sal 127 (Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie)
Col 3,12-21 (Vita familiare cristiana, secondo il comandamento dell’amore)
Mt 2,13-15.19-23 (Prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto)

La santa famiglia
Peccato che questa festa cada proprio dopo Natale, quando siamo distratti e attratti da altre novità e quindi perde la sua incisività. Eppure la famiglia, in un momento di crisi come questo che stiamo vivendo, merita tutta l’attenzione non solo della comunità ecclesiale, ma anche di quella civile perché essa viene ritenuta dai buon pensanti come la prima cellula della società. Le letture che ci preparano al rendimento di grazie a Dio per averci dato una famiglia nella quale nascere, crescere e avere una formazione umana e cristiana, ci portano a considerare la grandezza di questa istituzione primordiale. La prima lettura ci ricorda i doveri verso i genitori: sono raccomandazioni quanto mai urgenti nei tempi che corrono, in cui la maggior parte delle volte essi sono trascurati, lasciati soli dai figli, a volte anche trattati duramente, esigendo essere mantenuti con i loro limitati mezzi. La Parola del Signore ha minacce dure per chi disprezza, abbandona, maledice i genitori. San Paolo, scrivendo ai Colossesi, esorta a cercare la pace nelle famiglia mediante comportamenti equilibrati e rispettosi gli uni verso gli altri: marito, moglie, figli. Anche l’educazione va condotta avanti senza esasperare, nella moderazione, senza debolezza però. Nel brano di Matteo riviviamo le amare vicissitudini della santa famiglia. L’Angelo si rivolge a Giuseppe, come primo responsabile del nucleo familiare. Fuggi in Egitto e poi lascia l’Egitto e torna in Israele. E dinanzi al timore di fermarsi a Betlemme, ancora un ammonimento angelico che gli dice di prendere dimora a Nàzaret. E questo perché si avveri quanto è stato profetizzato. Che cosa ammirare in questa santa famiglia? La docilità e la serenità con cui vengono eseguite indicazioni amare e dolorose. Non è raro il caso in cui le nostre famiglie si ritrovano nelle vicende dolorose della santa famiglia. C’è bisogno allora di coraggio ma anche di tanta fiducia in Dio. Come egli ha guidato la santa famiglia, in mezzo a pericoli e minacce, guiderà anche tutti i nuclei familiari che a lui si affidano. In periodo di crisi per tante nostre famiglie, mi sembra rassicurante quanto la scrittura ci afferma: Sono stato giovane e ora sono vecchio, non ho mai visto il giusto mendicare il pane. E ancora: Temi il Signore e avrai sempre una casa. Impariamo da Giuseppe e Maria a confidare in Dio. Avremo giorni sereni.
Contempliamo la Santa Famiglia e, nelle parole del vangelo di questa festività, consideriamo Gesù, Maria e Giuseppe. Subito dopo l’adorazione dei Magi, Matteo narra nel suo Vangelo la fuga in Egitto, la strage degli innocenti e il ritorno dall’Egitto: tre episodi collegati alla storia della Santa Famiglia e presentati nel Vangelo come altrettanti compimenti di profezie dell’Antico Testamento. L’angelo del Signore è apparso in sogno a Giuseppe e gli ha detto: “Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo”. Dio, colui che è il Salvatore, agisce in diversi modi. Un tempo aveva salvato un altro Giuseppe, sempre in Egitto, facendo sì che sfuggisse ai suoi fratelli, uscisse dalla prigione e avesse, infine, autorità e potere per aiutare i suoi fratelli e l’intera famiglia di Giacobbe, suo padre. Davvero Dio salva in diversi modi. Questa volta salva la Santa Famiglia grazie all’aiuto di un altro “giusto”: san Giuseppe, spinto ad obbedire alle parole dell’angelo proprio dalla sua fiducia nel disegno divino e nel compimento della volontà celeste. “Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto”, proprio mentre Betlemme e i dintorni stavano per risuonare di pianti e lamenti, provocati dalla strage degli innocenti. Dopo la morte di Erode, sempre obbedendo alle parole dell’angelo, Giuseppe ritorna dall’Egitto, portando con sé Gesù e Maria, per stabilirsi a Nazaret. La fede in Dio e l’obbedienza alla sua parola possono cambiare il cammino della nostra vita. Così, è per la nostra salvezza che Dio ha salvato la Santa Famiglia.

Approfondimento del Vangelo (La fuga nell’Egitto ed il ritorno a Nazaret)
Il testo: I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzaret, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: «Sarà chiamato Nazareno».

Momenti di silenzio perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Chiave di lettura: Il vangelo di Matteo è stato chiamato «il vangelo del Regno». Matteo ci invita a riflettere sulla venuta del regno dei cieli. Nella struttura del suo racconto evangelico alcuni hanno visto un dramma a sette atti che trattano la realtà della venuta di questo Regno. Il dramma comincia con la preparazione a questa venuta del Regno nella persona del Messia fanciullo e termina con la venuta del Regno nella sofferenza e nel trionfo con la passione, morte e risurrezione di Gesù Cristo, Figlio di Dio. Il brano del vangelo proposto per la nostra riflessione, fa parte per cosi dire del primo atto nel quale Matteo ci presenta la persona di Gesù come il compimento delle Scritture. Matteo è il vangelo che molte volte cita l’antico testamento per dimostrare che in Cristo si adempiono la legge e i profeti. Gesù, la realizzazione e la perfezione delle Scritture, è venuto al mondo per ristabilire il regno dei cieli, già annunziato nell’alleanza di Dio con il suo popolo. Con la venuta di Cristo, questa alleanza non si limita al solo popolo ebraico ma si estende a tutti i popoli. Matteo indirizza una comunità di ebrei cristiani, perseguitata dalla sinagoga, e la invita all’apertura verso i gentili. Egli è lo scriba saggio che sa trarre dal suo tesoro quello che è antico e quello che è nuovo. Il vangelo è stato prima scritto in aramaico e poi redatto in greco. Il brano Matteo 2,13-23, fa parte della sezione che tratta la nascita e l’infanzia di «Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1). Gesù è figlio del suo popolo, ma è anche figlio dell’umanità tutta. Nella sua genealogia si trovano influenze straniere (Mt 1,3-6). I primi chiamati a dare omaggio al Messia neonato, oltre che a Maria sua madre (Mt 2,11), sono i Magi. Il Messia attira i sapienti con la sua luce offrendo loro la salvezza (Mt 2,1-12). I Magi ricevono questa salvezza a contrasto con Erode e la Gerusalemme turbata (Mt 2,3). Dalla sua nascita Gesù è perseguitato dai capi del suo popolo e nello stesso tempo rivive le esperienze dolorose del suo popolo. Già dalla sua nascita Gesù rivive l’esperienza dolorosa del suo popolo esiliato e umiliato più di una volta. Il vangelo ci dimostra questo col racconto della fuga in Egitto e la strage degli innocenti. Il dramma di questi eventi si svolge davanti a noi in questi particolari:
- L’angelo che appare nel sogno a Giuseppe dopo la partenza dei Magi, e la fuga in Egitto (Mt 2,13-15).
- Erode che se ne accorge della beffa dei Magi e uccide tutti i bambini di Betlemme. (Mt 2,16-18)
- La morte di Erode e il ritorno “clandestino” della Santa Famiglia non a Betlemme ma in Galilea (Mt 2,19-23).

Il tema dei re che uccidono i temuti avversari è comune nella storia di ogni dinastia regale. Nella letteratura biblica oltre a questa scena di Erode che cerca il bambino Gesù per ucciderlo, troviamo nell’Antico Testamento alcuni racconti simili. Nel primo libro di Samuele, Saul respinto dal Signore, aveva timore di Davide e cerava di ucciderlo (1Sam 15; 18; 19; 20). Mikal e Gionatà lo aiutano a fuggire (1Sam 19; 20). Inoltre nel primo libro dei Re, il re Salomone nella sua vecchiaia, infedele al Dio dei suoi padri, col cuore pervertito commette quello che è male agli occhi del Signore (1Re 11,3-13). Per questo il Signore suscita contro Salomone un avversario (1Re 11,14), Hadàd che durante il regno di Davide fugge e si rifugia in Egitto (1Re 11,17). Un’ altro avversario di Salomone è Geroboamo che si rifugia in Egitto per fuggire al re che lo voleva uccidere (1Re 11,40). Era questo il periodo della degenerazione del regno. Nel secondo libro dei Re questa volta nel contesto dell’assedio di Gerusalemme, avvenuto «nell’anno nono del suo [di Nebucadnessar] regno, nel decimo mese, il dieci del mese» (2Re 25,1) dell’anno 589, troviamo il saccheggio di Gerusalemme e la seconda deportazione del popolo avvenuta nell’anno 587 (2Re 25,8-21). Il popolo che «restava nel paese di Giuda» (2Re 25,22) si sottomise al Godolia posto da Nebucadnessar come governatore. «Ismaele [...] con dieci uomini [...] colpirono a morte Godolia, i Giudei e i Caldei che erano con lui». Poi per paura dei Caldei, fuggirono in Egitto (2Re 25-26). Nel libro del profeta Geremia troviamo anche il racconto di Uria «un altro uomo che profetizzava nel nome del Signore» (Ger 26,20). Questo fugge in Egitto perché il re Ioiakìm cercava di ucciderlo. Il re riuscì a trovarlo in Egitto e lo uccise (Ger 25,20-24). Con queste vicende sottostanti la fuga della Santa Famiglia in Egitto, Matteo ci fa vedere Gesù che già da bambino, partecipa alla sorte del suo popolo. L’Egitto diventa per Gesù il rifugio, come lo fu per i patriarchi:
- Abramo che «scese in Egitto per soggiornarvi, perché la carestia gravava sul paese» (Gen 12,1).
- Giuseppe minacciato dai fratelli che cercavano di ucciderlo per invidia e poi venduto ai mercanti che lo condussero in Egitto consegnandolo a Potifar (Gen 37,12-36).
- Israele (Giacobbe) che parte per l’Egitto convocato da suo figlio Giuseppe (Gen 46,1-7).
- La famiglia di Israele (Giacobbe) che entrarono in Egitto e si stabilirono li (Gen 46–50; Es 1,1-6).

Matteo capovolge il senso della citazione presa da Osea 11,1: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio» e la interpreta come se Dio chiama suo figlio Gesù a fuggire in Egitto (Mt 2,15). Il senso originale di Osea era, che il Signore chiamò suo figlio Israele a uscire dall’Egitto per essere costituito un popolo. La fuga in Egitto di Gesù e lo sterminio degli innocenti di Betlemme, ci ricorda l’oppressione di Israele nel paese d’Egitto e lo sterminio dei neonati maschi (Es 1,8-22). La profezia applicata per la strage degli innocenti è presa dal libro della consolazione composto dai capitoli 30 e 31 del libro del profeta Geremia. Il lamento è legato alla promessa del Signore che consola Rachele sposa di Giacobbe (Israele), madre di Giuseppe sepolta secondo la tradizione vicino a Betlemme, e le promette che ci sarà un compenso per le sue pene, i suoi figli che non sono più ritorneranno (Ger 31,15–18). Ritornando dall’Egitto dopo la morte di Erode, Giuseppe decide di stabilirsi nella Galilea in una città chiamata Nàzaret. Gesù sarà chiamato Nazareno. Più tardi anche i suoi discepoli saranno riconosciuti come Nazorei (Atti 24,5). Questo appellativo oltre a indicare il nome di una città, può anche riferirsi al «virgulto» e cioè al «neçer» di Isaia 11,1. Oppure fa riferimento al resto di Israele «naçur» (vedi Is 42,6).

Domande per la riflessione personale:
1) Che cosa ti colpisce di più in questo racconto di Matteo?
2) Che cosa significa per te il regno dei cieli?
3) In che cosa si differenzia il regno di cieli con i regni di questo mondo?
4) Matteo ci introduce alla persona di Gesù come colui che si immedesima nella sorte del suo popolo. Leggi i brani citati nella chiave di lettura per riflettere e pregare sugli eventi del popolo di Dio, alle quali Gesù si è immedesimato. Quali sono le situazioni simili nel nostro mondo? Chiediti che cosa puoi fare tu, per migliorare l’ambiente in cui vivi e lavori...soprattutto se contrastano con il regno dei cieli.

Prima domenica dopo Natale: Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe
Biografia: La Chiesa considera insieme oggi la Famiglia di Nazaret e la famiglia cristiana, come suo riflesso. Pur nella sua singolarità, la famiglia di Gesù si presenta come “un vero modello di vita”, con le sue virtù e con il suo amore.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di Paolo VI, papa
L’esempio di Nazaret
La casa di Nazaret è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo. Qui scopriamo il bisogno di osservare il quadro del suo soggiorno in mezzo a noi: cioè i luoghi, i tempi, i costumi, il linguaggio, i sacri riti, tutto insomma ciò di cui Gesù si servì per manifestarsi al mondo. Qui tutto ha una voce, tutto ha un significato. Qui, a questa scuola, certo comprendiamo perché dobbiamo tenere una disciplina spirituale, se vogliamo seguire la dottrina del Vangelo e diventare discepoli del Cristo. Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazaret! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! Ma noi non siamo che di passaggio e ci è necessario deporre il desiderio di continuare a conoscere, in questa casa, la mai compiuta formazione all’intelligenza del Vangelo. Tuttavia non lasceremo questo luogo senza aver raccolto, quasi furtivamente, alcuni brevi ammonimenti dalla casa di Nazaret. In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazaret, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazaret ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazaret, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore (Discorso tenuto a Nazaret, 5 gennaio 1964).

26 dicembre: Santo Stefano, primo martire

Dagli scritti
Dagli Atti degli Apostoli
“…O gente testarda e pagana nel cuore e nelle orecchie, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo (Es 32,9); come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”. All’udire queste cose, fremevano in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui. Ma Stefano, pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo, vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla sua destra e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”. Proruppero allora in grida altissime turandosi gli orecchi; poi si scagliarono tutti insieme contro di lui, lo trascinarono fuori della città e si misero a lapidarlo. E i testimoni deposero il loro mantello ai piedi di un giovane, chiamato Saulo. E così lapidavano Stefano mentre pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Poi piegò le ginocchia e gridò forte: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì.

Dai «Discorsi» di san Fulgenzio di Ruspe, vescovo
Le armi della carità
Ieri abbiamo celebrato la nascita nel tempo del nostro Re eterno, oggi celebriamo la passione trionfale del soldato. Ieri infatti il nostro Re, rivestito della nostra carne e uscendo dal seno della Vergine, si è degnato di visitare il mondo; oggi il soldato, uscendo dalla tenda del corpo, è entrato trionfante nel cielo. Il nostro re, l’Altissimo, venne per noi umile, ma non poté venire a mani vuote; infatti portò un grande dono ai suoi soldati, con cui non solo li arricchì abbondantemente, ma nello stesso tempo li ha rinvigoriti perché combattessero con forza invitta. Portò il dono della carità, che conduce gli uomini alla comunione con Dio. Quel che ha portato, lo ha distribuito, senza subire menomazioni; arricchì invece mirabilmente la miseria dei suoi fedeli, ed egli rimase pieno di tesori inesauribili. La carità, dunque, che fece scendere Cristo dal cielo sulla terra, innalzò Stefano dalla terra al cielo. La carità che fu prima nel re, rifulse poi nel soldato. Stefano quindi per meritare la corona che il suo nome significa, aveva per armi la carità e con essa vinceva dovunque. Per mezzo della carità non cedette ai Giudei che infierivano contro di lui; per la carità verso il prossimo pregò per quanti lo lapidavano. Con la carità confutava gli erranti perché si ravvedessero; con la carità pregava per i lapidatori perché non fossero puniti. Sostenuto dalla forza della carità vinse Saulo che infieriva crudelmente, e meritò di avere compagno in cielo colui che ebbe in terra persecutore.
La stessa carità santa e instancabile desiderava di conquistare con la preghiera coloro che non poté convertire con le parole. Ed ecco che ora Paolo è felice con Stefano, con Stefano gode della gloria di Cristo, con Stefano esulta, con Stefano regna. Dove Stefano, ucciso dalle pietre di Paolo, lo ha preceduto, là Paolo lo ha seguito per le preghiere di Stefano. Quanto è verace quella vita, fratelli, dove Paolo non resta confuso per l’uccisione di Stefano, ma Stefano si rallegra della compagnia di Paolo, perché la carità esulta in tutt’e due. Si, la carità di Stefano ha superato la crudeltà dei Giudei, la carità di Paolo ha coperto la moltitudine dei peccati, per la carità entrambi hanno meritato di possedere insieme il regno dei cieli. La carità dunque è la sorgente e l’origine di tutti i beni, ottima difesa, via che conduce al cielo. Colui che cammina nella carità non può errare, né aver timore. Essa guida, essa protegge, essa fa arrivare al termine. Perciò, fratelli, poiché Cristo ci ha dato la scala della carità, per mezzo della quale ogni cristiano può giungere al cielo, conservate vigorosamente integra la carità, dimostratevela a vicenda e crescete continuamente in essa (Disc. 3,1-3.5-6; CCL 91 A, 905-909).

Preghiera finale: Padre misericordioso donaci di seguire gli esempi della santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe, perché restiamo sempre saldi nelle prove della vita fino al giorno in cui ci associamo alla gloria del cielo. Per Cristo nostro Signore.

RITO AMBROSIANO
II GIORNO DELL’OTTAVA DI NATALE
SANTO STEFANO, PRIMO MARTIRE


Letture:
At 6,8-7,2a;7,51-8,4
Sal 30
2Tm 3,16-4,8
Mt 17,24-27

Vero discepolo e testimone di Cristo
Ieri il Natale di Gesù, oggi quello di Stefano: “Ieri il Signore è nato sulla terra perché Stefano nascesse nel cielo” (Allo spezzare del pane). Dio si fa uomo per aprire all’uomo la casa di Dio, per mostrargli come deve esserGli figlio per divenirne erede. Stefano ha saputo imitare fino in fondo il suo maestro Gesù da divenire il primo testimone di un destino grandioso offerto all’uomo: “Vedo i cieli aperti!” (I lett.).
Discepolo di Cristo: Il libro degli Atti trapunta la vicenda di Stefano con i fili con cui i vangeli tessono la vicenda di Gesù, ponendogli sulle labbra le sue stesse parole. Come Gesù davanti al Sinedrio rievoca il “Figlio dell’uomo” (Mt 26,64), così Stefano contempla “i cieli aperti e il Figlio dell’uomo che sta alla destra di Dio”; come Gesù sulla croce s’è affidato completamente al Padre e ha perdonato i suoi uccisori, così Stefano al momento della sua morte esclama: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”; e anche: “Signore, non imputare loro questo peccato”. “Dal Calvario Gesù aveva gettato il seme del perdono, e Stefano, suo vero discepolo, per chi lo lapidava innalzava la sua preghiera” (Prefazio). Stefano allora è un autentico discepolo di Gesù. Domandiamoci: un tale “perfetto imitatore di Cristo” (Prefazio) dove ha attinto tanta coerenza e coraggio? Certamente anzitutto da una piena comprensione e accoglienza del disegno di Dio rivelatosi nelle Scritture e realizzatosi compiutamente in Cristo. Il lungo discorso di Stefano riportato in Atti 7 è per dimostrare che Gesù di Nazaret è il vero Messia prefigurato già da Mosè, e in più lo riconosce come Figlio di Dio ormai glorificato alla destra del Padre. “Vide la gloria di Dio e Gesù che stava alla destra di Dio”. La fede nasce e si alimenta dai fatti intercorsi tra Dio e l’uomo, non da proprie aspirazioni o intuizioni. E quindi dalla Bibbia. Ce lo ripete oggi san Paolo: “Tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare, convincere, correggere ed educare nella giustizia, perché l’uomo di Dio sia completo e ben preparato per ogni opera buona” (Epist.). Veramente, quanto più uno conosce, tanto più ama. E chi ama, brucia, cioè diventa un testimone esplosivo! Brucia anche perché è preso dal fuoco dello Spirito. “Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio” (Rm 8,14). E Stefano era “pieno di Spirito Santo”, tanto che “nessuno riusciva a resistere alla sapienza e allo Spirito con cui parlava”, era “pieno di grazia e di potenza” (Lett.). Per chi è così preso dallo Spirito, non c’è più da temere nulla, neanche di fronte a tribunali o persecutori. Gesù l’aveva promesso: “Quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi” (Mt 10,19-20). Stefano non si è fermato neanche davanti alla persecuzione e alla morte. Gesù l’aveva preannunciato: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.
Testimone di Cristo: Quando uno si identifica così con Cristo, non può non divenirne testimone e missionario. La predicazione di Stefano è tanto entusiasta e puntigliosa che i suoi avversari “all’udirlo, erano furibondi in cuor loro e digrignavano i denti contro di lui” (Lett.). Era uno dei sette diaconi scelti per gestire la carità, ma si dice poi che faceva “grandi prodigi e segni tra il popolo”. Un uomo davvero esplosivo, tanto da catalizzare la prima grande opposizione al cristianesimo: scoppiò infatti “una violenta persecuzione contro la Chiesa di Gerusalemme e tutti, ad eccezione degli apostoli, si dispersero nelle regioni della Giudea e della Samaria” (At 8,1). Anche “Saulo cercava di distruggere la Chiesa” (At 8,3); quel Saulo che aveva assistito al suo martirio e che allora “approvava la sua uccisione” (At 8,1). Questo entusiasmo richiama l’invito di Paolo a spendersi in ogni maniera per annunciare Cristo: “Ti scongiuro: annuncia la parola, insisti al momento opportuno e non opportuno, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e insegnamento”. E anche se ci saranno opposizioni...: “Vigila attentamente, sopporta le sofferenze, compi la tua opera di annunciatore del Vangelo”. Fino a poter dire alla fine: “Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede” (Epist.). Ogni battezzato riceve questa missione, da vivere ciascuno secondo il suo posto e ruolo nella Chiesa, a cominciare dalla testimonianza della vita, ma anche con l’essere “pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi” (1Pt 3,15). Sicuri che il seme gettato porta sempre il suo frutto sorprendente. Scriveva Tertulliano: “Il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”. Forse proprio quel martirio di Stefano è stato il seme gettato nel cuore di Saulo per aprirlo a Cristo e trasformarlo in Paolo apostolo; Luca ci tiene troppo a sottolinearne la presenza! Del resto quella persecuzione fu motivo di dispersione dei cristiani di Gerusalemme, e quindi il primo passo del vangelo fuori la sua culla d’origine: “Quelli che si erano dispersi andarono di luogo in luogo, annunciando la Parola” (At 8,4). E Luca aggiunge: “Quelli che si erano dispersi a causa della persecuzione scoppiata a motovo di Stefano, erano arrivati fin nella Fenicia, a Cipro e ad Antiochia” (At 11,19). Una vera esplosione missionaria! È proprio vero che Dio sa tirar fuori il bene anche dal male.
Anche la storia di Gesù iniziata a Betlemme finisce alla croce. Questa croce ha trasformato il mondo. Paolo era consapevole che tutte le sue tribolazioni per il vangelo avevano una fecondità soprannaturale per tutta la Chiesa, quando scriveva: “Sono lieto nelle sofferenze che sopporto per voi e do compimento a ciò che, dei patimenti di Cristo, manca nella mia carne, a favore del suo corpo che è la Chiesa” (Col 1,24). E con la fecondità, la ricompensa: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” (Mt 5,11-12).


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MessaggioOggetto: san giovanni, apostolo ed evangelista   Lun Dic 27, 2010 9:35 am

LUNEDÌ 27 DICEMBRE 2010

SAN GIOVANNI
APOSTOLO ED EVANGELISTA


Preghiera iniziale: O Dio, che per mezzo dell’apostolo Giovanni ci hai rivelato le misteriose profondità del tuo Verbo: donaci l’intelligenza penetrante della Parola di vita, che egli ha fatto risuonare nella tua Chiesa. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.

Letture:
1Gv 1,1-4 (Quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi)
Sal 96 (Gioite, giusti, nel Signore)
Gv 20,2-8 (L’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro)

Vide e credette
È la festa del discepolo prediletto del Signore, «il discepolo che Gesù amava», colui che nell’ultima cena pose il suo capo sul petto del Signore percependone l’intensità dei palpiti, colui che ai piedi della croce si sentirà ripetere da Gesù morente: «figlio, ecco tua Madre». È insieme a S. Pietro uno dei primi testimoni oculari della risurrezione di Cristo. È lui l’autore del quarto Vangelo e di due splendide lettere che inneggiano alla carità e all’amore e del libro dell’Apocalisse. Possiamo definirlo il grande teologo che afferma in modo inequivocabile la divinità del Cristo. È anche l’apostolo che, pur non narrandoci l’ultima cena, meglio degli altri approfondisce il mistero eucaristico e la teologia del pane di vita. Coglie in profondità anche il significato recondito del disegno divino della incarnazione e redenzione del Verbo che si fa carne e viene ad abitare in mezzo a noi, perché noi diventassimo figli di Dio. È lui a riferirci del Cristo Luce del mondo, è ancora lui che parla di segni più che di miracoli per smuovere alla fede autentica i suoi lettori. Viene da pensare che la sua prima fonte, dopo l’esperienza personale diretta, sia stata la Vergine Madre, non perché la citi particolarmente, ma per la profondità con cui tratta di Cristo e dei suoi misteri. Dobbiamo molta gratitudine a questo apostolo ed evangelista per le grandi verità che ci ha insegnato, formano ora il prezioso bagaglio della rivelazione a cui tutta la chiesa si ispira.
Si celebra oggi l’amore di Cristo in uno dei suoi discepoli a lui più vicini. Gesù, che era diventato l’amico più caro di Giovanni e che aveva condiviso con lui le gioie più intense e i dolori più profondi, era quel Dio che, come diceva l’Antico Testamento, non si poteva guardare senza morire. Eppure, giorno dopo giorno, Giovanni aveva guardato Gesù e aveva visto in lui un Dio il cui sguardo e il cui contatto danno la vita. Aveva spesso sentito la sua voce, ascoltato i suoi insegnamenti e ricevuto, per suo tramite, parole provenienti dal cuore del Padre. Aveva mangiato e bevuto con lui, camminato al suo fianco per molti chilometri, spinto da un irresistibile amore, che l’avrebbe portato inevitabilmente non al successo, ma alla morte: eppure, in ogni istante, aveva saputo che era quello il vero cammino di vita. Nella lettura del Vangelo di oggi, vediamo il discepolo “che Gesù amava” correre con tutte le forze, spinto proprio da quest’amore, verso il luogo in cui il Signore aveva riposato dopo aver lottato con la morte. Vede le bende e il sudario - oggetti della morte - abbandonati dal Signore della vita: le potenze delle tenebre erano state vinte nella tomba vuota, e nel cuore di Giovanni, che nella risurrezione riconosceva il trionfo dell’amore, spuntava l’alba della fede.

Lettura del Vangelo: Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala corse e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario - che era stato sul suo capo - non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette.

Riflessione
- Il vangelo di oggi ci presenta il brano del Vangelo di Giovanni che parla del Discepolo Amato. Probabilmente, è stato scelto questo testo da leggere e meditare oggi, festa di San Giovanni Evangelista, per l’identificazione spontanea che tutti facciamo del discepolo amato con l’apostolo Giovanni. Ma la cosa strana è che in nessun brano del vangelo di Giovanni viene detto che il discepolo amato è Giovanni. Orbene, fin dai più remoti tempi della Chiesa, si è insistito sempre nell’identificazione dei due. Per questo, nell’insistere sulla somiglianza tra i due, corriamo il rischio di perdere un aspetto molto importante del messaggio del Vangelo riguardo al discepolo amato.
- Nel Vangelo di Giovanni, il discepolo amato rappresenta la nuova comunità che nasce attorno a Gesù. Il Discepolo Amato si trova ai piedi della Croce, insieme a Maria, la madre di Gesù (Gv 19,26). Maria rappresenta il Popolo dell’antica alleanza. Alla fine del primo secolo, epoca in cui venne compilata la redazione finale del Vangelo di Giovanni, c’era un conflitto crescente tra la sinagoga e la chiesa. Alcuni cristiani volevano abbandonare l’Antico Testamento e rimanere solo con il Nuovo Testamento. Ai piedi della Croce, Gesù dice: “Donna, ecco tuo figlio!” ed al discepolo amato: “Figlio, ecco tua madre!” Ed i due devono rimanere uniti come madre e figlio. Separare l’Antico Testamento dal Nuovo, in quel tempo era fare ciò che oggi chiamiamo separazione tra fede (NT) e vita (AT).
- Nel vangelo di oggi, Pietro ed il Discepolo Amato, avvisati dalla testimonianza di Maria Maddalena, corrono insieme verso il Santo Sepolcro. Il giovane è più veloce dell’anziano e arriva per primo. Guarda dentro il sepolcro, osserva tutto, ma non entra. Lascia che entri prima Pietro. Pietro entra. È suggestivo il modo in cui il vangelo descrive la reazione dei due uomini dinanzi a ciò che tutti e due vedono: “Entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette”. Tutti e due videro la stessa cosa, ma si dice solo del Discepolo Amato che credette: “Allora entrò anche l’altro discepolo che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette” Perché? Sarà che Pietro non credette?
- Il discepolo amato ha uno sguardo diverso, che percepisce più degli altri. Ha uno sguardo d’amore che percepisce la presenza della novità di Gesù. Al mattino, dopo quella notte di ricerca e dopo la pesca miracolosa, è lui, il discepolo amato a percepire la presenza di Gesù e dice: “È il Signore!” (Gv 21,7). In quella occasione, Pietro avvisato dall’affermazione del discepolo amato, riconosce anche lui e comincia a capire. Pietro impara dal discepolo amato. Poi Gesù chiede tre volte: “Pietro, mi ami?” (Gv 21,15.16.17). Per tre volte, Pietro rispose: “Tu sai che io ti amo!” Dopo la terza volta, Gesù affida le pecore alle cure di Pietro, ed in questo momento anche Pietro diventa “Discepolo Amato”.

Per un confronto personale
- Tutti coloro che crediamo in Gesù siamo oggi il Discepolo Amato. Ho lo stesso guardo d’amore per percepire la presenza di Dio e credere nella sua resurrezione?
- Separare l’Antico del Nuovo Testamento è la stessa cosa che separare Fede e Vita. Come faccio e vivo oggi questo?

27 dicembre: San Giovanni, Apostolo ed Evangelista
Biografia: Figlio di Zebedeo, fratello di Giacomo il maggiore, discepolo di Giovanni Battista, è fra i primi a passare alla sequela di Gesù. È il discepolo prediletto che nell’ultima cena posò il capo sul petto di Gesù. Testimone della trasfigurazione e dell’agonia del Signore, è presente ai piedi della croce, dove Gesù gli affida la Madre. Insieme a Pietro vide il sepolcro vuoto e credette nella risurrezione del Signore. Evangelista e teologo, penetra profondamente il mistero del Verbo fatto uomo, pieno di grazia e di verità. Nella prima lettera, vertice di tutta la teologia sapienziale, ci dà la più alta definizione della divinità: Dio è amore. Esiliato nell’isola di Patmos, fu rapito in estasi nel giorno del Signore ed ebbe le visioni che descrisse nell’Apocalisse, ultimo libro del Nuovo Testamento. La sua memoria il 27 dicembre è ricordata in un «Breviario» siriaco della fine del sec. IV e nel martirologio geronimiano.

Dagli scritti
Dai «Trattati sulla prima Lettera di Giovanni» di sant’Agostino, vescovo
Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi e ciò che le nostre mani hanno toccato del Verbo della vita (cfr. 1Gv 1,1). Chi è che tocca con le mani il Verbo, se non perché il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi? (cfr. Gv 1,14). Il Verbo che si è fatto carne, per poter essere toccato con mano, cominciò ad essere carne della Vergine Maria; ma non cominciò allora ad essere Verbo, perché è detto: «Ciò che era fin da principio». Vedete se la lettera di Giovanni non conferma il suo vangelo, dove ora avete udito: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio» (Gv 1,1). Forse qualcuno prende l’espressione «Verbo della vita» come se fosse riferita a Cristo, ma non al corpo di Cristo toccato con mano. Ma fate attenzione a quel che si aggiunge: «La vita si è fatta visibile» (1Gv 1,2). È Cristo dunque il verbo della vita. E come si è fatta visibile? Esisteva fin dal principio, ma non si era ancora manifestata agli uomini; si era manifestata agli angeli ed era come loro cibo. Ma cosa dice la Scrittura? «L’uomo mangiò il pane degli angeli« (Sal 77,25). Dunque la vita stessa si è resa visibile nella carne; si è manifestata perché la cosa che può essere visibile solo al cuore diventasse visibile anche agli occhi e risanasse i cuori. Solo con il cuore infatti può essere visto il Verbo, la carne invece anche con gli occhi del corpo. Si verificava dunque anche la condizione per vedere il verbo: il Verbo si è fatto carne, perché la potessimo vedere e fosse risanato in noi ciò che ci rende possibile vedere il Verbo. Disse: «Noi rendiamo testimonianza e vi annunziamo la vita eterna, che era presso il Padre e si è resa visibile» (1Gv 1,29, ossia, si è resa visibile fra di noi; o meglio, si è manifestata a noi. «Quello dunque che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi» (1Gv 1,3). Comprenda bene il vostro amore: «Quello che abbiamo veduto e udito, lo annunziamo anche a voi». Essi videro il Signore stesso presente nella carne e ascoltarono le parole dalla bocca del Signore e lo annunziarono a noi. Anche noi perciò abbiamo udito, ma non abbiamo visto. Siamo dunque meno fortunati di coloro che hanno visto e udito? E come mai allora aggiunge: «Perché anche voi siate in comunione con noi»? (1Gv 1,3).Essi hanno visto, noi, no, eppure siamo in comunione, perché abbiamo una fede comune. La nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la vostra gioia sia perfetta (cfr. 1Gv. 1,3-4). Afferma la pienezza della gioia nella stessa comunione, nello stesso amore, nella stessa unità (Tratt. 1,1.3; PL 35,1978.1980).

Preghiera finale: I monti fondono come cera davanti al Signore, davanti al Signore di tutta la terra. I cieli annunziano la sua giustizia e tutti i popoli contemplano la sua gloria (Sal 96).
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MessaggioOggetto: SANTI INNOCENTI MARTIRI   Mar Dic 28, 2010 9:43 am

MARTEDÌ 28 DICEMBRE 2010

SANTI INNOCENTI MARTIRI


Preghiera iniziale: Signore nostro Dio, che oggi nei santi Innocenti sei stato glorificato non a parole, ma col sangue, concedi anche a noi di esprimere nella vita la fede che professiamo con le labbra.

Letture:
1Gv 1,5 - 2,2 (Il sangue di Gesù ci purifica da ogni peccato)
Sal 123 (Chi dona la sua vita risorge nel Signore)
Mt 2,13-18 (Erode mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme)

Un grido è stato udito in Rama
È molto significativa la festa di oggi. Si ode un pianto ed un lamento ed è il pianto straziato di madri alle quali vengono strappati via i propri figli in tenera età che vengono poi barbaramente trucidati. Una storia senza fine. È la festa degli innocenti di tutti i tempi uccisi con Cristo e per Cristo, immedesimati con Lui nel martirio e assunti con lui nella gloria dei santi.. Davvero il Verbo incarnato, il salvatore dl mondo, ha coinvolto e coinvolge ancora nella sua passione tutti i dolori del mondo, tutte le vittime innocenti. Già un salmista, prima della venuta del Signore, affermava: “le mie lacrime nell’otre tuo raccogli”. Una storia che non finisce mai di stupirci e di inquietarci: il dolore e le sofferenze umane assunte a valore salvifico come quelle di Cristo. Per questo Sant’Agostino asseriva che bisogna che aggiungiamo del nostro ai patimenti di Cristo. Queste realtà, intrise di mistero e pregnanti di umane realtà, ci aiutano a leggere in modo diverso la storia del mondo e la nostra storia personale. Apre una squarcio sulla tremenda realtà del dolore umano e soprattutto sul dolore dell’innocente, quello che maggiormente ci turba e ci sconvolge. Pur restando un mistero, ora possiamo comprendere, alla luce di Cristo e di tutta la storia della sua chiesa che la sofferenza e il martirio ci innestano a lui nella croce e nella gloria.
Da Betlemme si scorge, su una collina, una fortezza in rovina: si tratta della tomba del re Erode. Il luogo di nascita di Cristo, invece, era un’umile grotta. Questi due diversi luoghi ben caratterizzano i due diversi re; dobbiamo scegliere tra loro: l’uno era superbo e crudele, l’altro mite e umile. Erode cercava di eliminare ogni rivale, tanto che nemmeno la sua stessa famiglia era al riparo. Di conseguenza, il suo cuore, indurito da lunghi anni trascorsi nel peccato, non provò pietà alcuna per la sofferenza di bambini innocenti, che oggi commemoriamo. La loro morte ci pone di fronte a un paradosso: essi sono morti al posto di Cristo, venuto a morire per loro! Cristo, Principe della Pace, era venuto a riconciliare il mondo con Dio, a portare il perdono ai peccatori e a farci partecipare alla sua vita divina. Possiamo dunque essere sicuri che, nonostante non avessero bisogno di perdono, i santi Innocenti, che hanno perso la loro giovane vita per Cristo e per il suo vangelo, sono stati fra i primi a entrare nella gioia della vita eterna.

Lettura del Vangelo: I Magi erano appena partiti, quando un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode, perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: «Dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Quando Erode si accorse che i Magi si erano presi gioco di lui, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini che stavano a Betlemme e in tutto il suo territorio e che avevano da due anni in giù, secondo il tempo che aveva appreso con esattezza dai Magi. Allora si compì ciò che era stato detto per mezzo del profeta Geremìa: «Un grido è stato udito in Rama, un pianto e un lamento grande: Rachele piange i suoi figli e non vuole essere consolata, perché non sono più».

Riflessione
- Il Vangelo di Matteo, redatto attorno agli anni 80 e 90, si preoccupa di mostrare che in Gesù si compiono le profezie. Molte volte viene detto: “Tutto ciò avvenne affinché si adempisse ciò che era stato detto dal Signore....” (cfr. Mt 1,22; 2,17.23; 4,14; 5,17; ecc.). Questo perché i destinatari del Vangelo di Matteo sono le comunità dei giudei convertiti che vivevano una profonda crisi di fede e di identità. Dopo la distruzione di Gerusalemme nell’anno 70, i farisei erano l’unico gruppo del giudaismo sopravissuto. Negli anni 80, quando cominciarono a riorganizzarsi, crebbe l’opposizione tra giudei farisei e giudei cristiani. Questi finirono per essere scomunicati dalla sinagoga e separati dal popolo delle promesse. La scomunica rese ancora più acuto il problema dell’identità. Non potevano più frequentare le loro sinagoghe. E furono assaliti dal dubbio: Sarà che ci sismo sbagliati? Chi è il vero popolo di Dio? Gesù è veramente il Messia?
- È per questo gruppo sofferto che Matteo scrive il suo vangelo, come Vangelo di consolazione per aiutarli a superare il trauma della rottura, come Vangelo di rivelazione per mostrare che Gesù è il vero Messia, il nuovo Mosè in cui si compiono le promesse, come Vangelo della nuova pratica per insegnare il cammino di come raggiungere la nuova giustizia, più grande della giustizia dei farisei (Mt 5,20).
- Nel vangelo di oggi appare questa preoccupazione di Matteo. Lui consola le comunità perseguitate mostrando che anche Gesù fu perseguitato. Rivela che Gesù è il Messia, infatti per ben due volte insiste nel dire che le profezie si compieranno in lui; e suggerisce inoltre che Gesù è il nuovo Messia, poiché, come Mosè, anche lui è perseguitato e deve fuggire. Indica un nuovo cammino, suggerendo che devono fare come i magi che seppero evitare la vigilanza di Erode e ritornarono alla loro dimora, prendendo un altro cammino.

Per un confronto personale
- Erode dette l’ordine di uccidere i bambini di Betlemme. L’Erode di oggi continua ad uccidere milioni di bambini. Muoiono di fame, di denutrizione, di malattia, a causa dell’aborto. Oggi chi è Erode?
- Matteo aiuta a superare la crisi di fede e di identità. Oggi, molti vivono una crisi profonda di fede e di identità. Il Vangelo, come può aiutare a superare questa crisi di fede?

28 dicembre: Santi Innocenti Martiri, i primi martiri di cristo
Biografia: Cade oggi la festa dei Santi Innocenti, a tre giorni della festa del Natale, la tradizionale celebrazione dei fanciulli uccisi da Erode alla nascita di Gesù. Gli Innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con la parola, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Veramente, la festa degli Innocenti dovrebbe essere celebrata dopo l’Epifania, perché fu provocata, involontariamente, proprio dai Magi, venuti dall’Oriente per adorare il Bambino nato nella stalla di Betlemme.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Quodvultdeus, vescovo
Non parlano ancora e già confessano Cristo
Il grande Re nasce piccolo bambino. I magi vengono da lontano, guidati dalla stella e giungono a Betlemme, per adorare colui che giace ancora nel presepio, ma regna in cielo e sulla terra. Quando i magi annunziano ad Erode che è nato il re, egli si turba e, per non perdere il regno, cerca di ucciderlo, mentre, credendo in lui, sarebbe stato sicuro in questa vita e avrebbe regnato eternamente nell’altra. Che cosa temi, o Erode, ora che hai sentito che è nato il Re? Cristo non è venuto per detronizzarti, ma per vincere il demonio. Tu, questo non lo comprendi, perciò ti turbi e infierisci; anzi, per togliere di mezzo quel solo che cerchi, diventi crudele facendo morire tanti bambini. Le madri che piangono non ti fanno tornare sui tuoi passi, non ti commuove il lamento dei padri per l’uccisione dei loro figli, non ti arresta il gemito straziante dei bambini. La paura che ti serra il cuore ti spinge ad uccidere i bambini e, mentre cerchi di uccidere la Vita stessa, pensi di poter vivere a lungo, se riuscirai a condurre a termine ciò che brami. Ma egli, fonte della grazia, piccolo e grande nello stesso tempo, pur giacendo nel presepio, fa tremare il tuo trono; si serve di te che non conosci i suoi disegni e libera le anime dalla schiavitù del demonio. Ha accolto i figli dei nemici e li ha fatti suoi figli adottivi. I bambini, senza saperlo, muoiono per Cristo, mentre i genitori piangono i martiri che muoiono. Cristo rende suoi testimoni quelli che non parlano ancora. Colui che era venuto per regnare, regna in questo modo. Il liberatore incomincia già a liberare e il salvatore concede già la sua salvezza. Ma tu, o Erode, che tutto questo non sai, tu turbi e incrudelisci e mentre macchini ai danni di questo bambino, senza saperlo, già gli rendi omaggio. O meraviglioso dono della grazia! Quali meriti hanno avuto questi bambini per vincere in questo modo? Non parlano ancora e già confessano Cristo! Non sono ancora capaci di affrontare la lotta, perché non muovono ancora le membra e tuttavia già portano trionfanti la palma della vittoria (Dusc. 2 sul Simbolo; PL 40,655).

Preghiera finale: Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra (Sal 123).
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MessaggioOggetto: 1° gennaio 2011   Sab Gen 01, 2011 11:37 am

SABATO 1° GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Nm 6,22-27 (Porranno il mio nome sugli Israeliti, e io li benedirò)
Sal 66 (Dio abbia pietà di noi e ci benedica)
Gal 4,4-7 (Dio mandò il suo Figlio, nato da donna)
Lc 2,16-21 (I pastori trovarono Maria e Giuseppe e il bambino. Dopo otto giorni gli fu messo nome Gesù)

La Madre di Dio regina della pace
La festa di oggi ci offre molteplici motivi di riflessione: la chiesa scandisce per tutti noi ripetutamente nel nome del Signore una solenne benedizione sacerdotale. È l’augurio migliore che possiamo ricevere e scambiarci in questo giorno: viene da Dio, ma è per tutti noi. Pur essendo la festa della Madre di Dio, domina la figura del Cristo e ci viene ricordata ancora la sua opera di salvezza per l’intera umanità. Maria è sapientemente incastonata nel mistero del suo Figlio per sottolineare il suo ruolo nella storia della salvezza e in quello sempre attuale di Madre dei credenti. Noi onoriamo Maria sempre vergine, proclamata nel Concilio di Efeso “santissima madre di Dio” perché Cristo sia riconosciuto veramente Figlio di Dio. È nel nome di Maria che dal 1967 si celebra oggi in tutto il mondo cattolico la giornata mondiale della pace. Dono divino, dono messianico è la pace. Non può essere costruita soltanto da noi uomini e soprattutto non potrà mai essere proclamata efficacemente fin quando non si depongono le armi. La pace degli uomini non può essere diversa da quella di Cristo: va quindi costruita sulle solide basi dell’amore fraterno e della grazia divina. Ogni cristiano per vocazione deve essere un costruttore di pace cominciando magari dalle mura domestiche, impartendo una sana educazione ai figli con la forza dell’esempio. Il tutto dobbiamo accompagnarlo con la forza della preghiera come fa la liturgia di questo giorno che ci fa ripetere nella orazione: “Tu, o Dio nella verginità feconda di Maria hai donato agli uomini i beni della salvezza eterna”, una salvezza che inizia già durante il nostro pellegrinaggio terreno.
Il brano del vangelo ci narra un episodio della vita di una famiglia ebrea, ma l’ambientazione è inusuale per una nascita. Si tratta di una famiglia emarginata socialmente. Eppure il bambino è Dio e la giovane donna l’ha concepito e partorito nella verginità. Alcuni pastori si affrettano, in risposta a un messaggio dal cielo, per riconoscerlo e glorificarlo a loro modo. Vi è difficile considerarlo vostro Dio? Volgete il pensiero per un attimo al fascino persistente esercitato da sua madre su uomini e donne di ogni ambiente e classe, su persone che hanno conosciuto successi o fallimenti di ogni tipo, su uomini di genio, su emarginati, su soldati angosciati e destinati a morire sul campo di battaglia, su persone che passano attraverso dure prove spirituali. Il genio artistico si è spesso consacrato alla sua lode: pensate alla “Pietà” di Michelangelo, al gran numero di Madonne medievali e rinascimentali, alle vetrate incantevoli della cattedrale di Chartres e alla più bella di tutte le icone: la Madonna di Vladimir, che aspetta con pazienza, nel Museo Tretiakov di Mosca, giorni migliori. Perché la Madonna ispira tanta umanità? Forse perché è, come dicono gli ortodossi, un’icona (= immagine) di Dio? Forse perché Dio parla per suo tramite anche se Maria resta sempre una sua creatura, sia pure una creatura unica grazie ai doni ricevuti dal Padre? Tutto ciò è stato oggetto di discussioni, spesso accese, quando spiriti grandi cercarono di esprimere in termini umani il mistero di Dio fatto uomo. Maria fu definita madre di Dio, “theotokos”, e ciò contribuì a calmare dispute intellettuali. Questo appellativo è particolarmente caro ai cristiani dell’Est, ai nostri fratelli del mondo ortodosso, ed è profondamente radicato nella loro teologia, ripetuto spesso nelle loro belle liturgie, specialmente nella liturgia bizantina, che è stata considerata la “più perfetta” proprio per via delle sue preghiere ufficiali dedicate al culto di Maria. Cominciamo l’anno nel segno di questo grande mistero. Cerchiamo allora di approfondire la nostra devozione a Maria, Madre di Dio e nostra, eliminandone, però, ogni traccia di sentimentalismo spicciolo. Tentiamo di convincere i giovani che si tratta qui di un idealismo rispondente, certo, alle aspirazioni più profonde dello spirito umano, ma che richiede impegno e molto coraggio.

Approfondimento del Vangelo (Visita dei pastori a Gesù e sua Madre - Gli esclusi sono preferiti da Dio)
Il testo: C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l’angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: «Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo.

Chiave di lettura: Il motivo che spinse Giuseppe e Maria a recarsi a Betlemme fu un censimento imposto dall’imperatore di Roma (Lc 2,1-7). Periodicamente, le autorità romane decretavano questi censimenti nelle diverse regioni dell’immenso impero. Si trattava di accatastare la popolazione e sapere quante persone dovevano pagare le imposte. I ricchi pagavano le imposte sul terreno e sui beni che possedevano. I poveri pagavano per il numero di figli che avevano. A volte l’imposta totale superava del 50% il reddito della persona. Nel Vangelo di Luca notiamo una differenza significativa tra la nascita di Gesù e la nascita di Giovanni Battista. Giovanni nasce in casa, nella sua terra, in mezzo a parenti e vicini ed è accolto da tutti (Lc 1,57-58). Gesù nasce sconosciuto, fuori dall’ambiente di famiglia e dei vicini, fuori dalla sua terra. “Non c’era posto per loro nell’albergo.” Dovette essere lasciato in una mangiatoia (Lc 2,7). Cerchiamo di collocare e commentare il nostro testo (Lc 2,16-21) nell’ampio contesto della visita dei pastori (Lc 2,8-21). Durante la lettura cerchiamo di essere attenti a quanto segue: Quali sono le sorprese ed i contrasti che appaiono in questo testo?

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Luca 2,8-9: I pastori nel campo, i primi invitati
- Luca 2,10-12: Il primo annuncio della Buona Notizia viene fatto ai pastori
- Luca 2,13-14: La lode degli angeli
- Luca 2,15-18: I pastori vanno fino a Betlemme e raccontano la visione degli angeli
- Luca 2,19-20: L’atteggiamento di Maria e dei pastori dinanzi ai fatti
- Luca 2,21: La circoncisione del piccolo Gesù

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Cosa ti è piaciuto di più in questo testo? Perché?
- Quali sono le sorprese ed i contrasti che appaiono nel testo?
- In che modo il testo insegna che il piccolo è il più grande nel cielo ed il più povero sulla terra?
- Quali sono gli atteggiamenti di Maria e dei pastori dinanzi al mistero di Dio che venne loro rivelato?
- Quale è il messaggio che Luca ci vuole comunicare per mezzo di questi dettagli?

Per coloro che desiderano approfondire maggiormente il tema
a) Contesto di allora e di oggi: Il testo di questa festa della Madre di Dio (Lc 2,16-21) fa parte della descrizione più ampia della nascita di Gesù (Lc 2,1-7) e della visita dei pastori (Lc 2,8-21). L’angelo aveva annunciato la nascita del Salvatore, dando un segnale per riconoscerlo: “Troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia!” Loro aspettavano il Salvatore di tutto un popolo e dovranno riconoscerlo in un bambino appena nato, povero, che giace accanto a due animali! Grande sorpresa! Il piano di Dio avviene in modo inaspettato, pieno di sorpreso. Questo succede anche oggi. Un bambino povero sarà il Salvatore del popolo! Te lo puoi credere?
b) Commento del testo:
- Luca 2,8-9: I primi invitati. I pastori erano persone emarginate, poco apprezzate. Vivevano insieme agli animali, separate dal resto dell’umanità. A causa del contatto permanente con gli animali erano considerati impuri. Mai, nessuno li avrebbe invitati a visitare un neonato. Ma proprio a questi pastori appare l’Angelo del Signore per trasmettere la grande notizia della nascita di Gesù. Davanti all’apparizione degli angeli, loro si riempiono di timore.
- Luca 2,10-12: Il primo annuncio della Buona Notizia. La prima parola dell’angelo è: Non temete! La seconda è: Gioia per tutto il popolo! La terza è: Oggi! Subito tre nomi per indicare chi è Gesù: Salvatore, Cristo e Signore! Salvatore è colui che libera tutti da tutto ciò che li lega! Ai governanti di quel tempo piaceva usare il titolo di Salvatore. Loro stessi si attribuivano il titolo di Soter. Cristo significa unto o messia. Nel Vecchi Testamento era questo il titolo che veniva dato ai re ed ai profeti. Era anche il titolo del futuro Messia che avrebbe compiuto le promesse di Dio nei riguardi del popolo. Ciò significa che il neonato, che giace in una mangiatoia, viene a realizzare la speranza del popolo. Signore era il nome che veniva dato a Dio stesso! Qui abbiamo i tre titoli più grandi che si possano immaginare. A partire da questo annuncio della nascita di Gesù Salvatore, Cristo e Signore, ti immagini qualcuno con una categoria più elevata. E l’angelo ti dice: “Attenzione! Ti do questo segnale di riconoscimento: incontrerai un bambino in una mangiatoia, in mezzo ai poveri!” Tu ci crederesti? Il modo in cui Dio agisce è diverso dal nostro!
- Luca 2,13-14: Lode degli angeli: Gloria a Dio nel più alto dei cieli, Pace in terra agli uomini che egli ama. Una moltitudine di angeli appare e scende dal cielo. È il cielo che si spiega sulla terra. Le due frasi del verso riassumono il progetto di Dio, il suo piano. La prima dice ciò che avviene nel mondo di lassù: Gloria a Dio nel più alto dei cieli. La seconda dice ciò che succederà nel mondo qui in basso: Pace in terra agli uomini che egli ama! Se la gente potesse sperimentare ciò che veramente significa essere amati da Dio, tutto cambierebbe e la pace abiterebbe la terra. E sarebbe questa la maggior gloria per Dio che dimora nel più alto!
- Luca 2,15-18: I pastori vanno fino a Betlemme e raccontano la visione degli angeli. La Parola di Dio non è un suono prodotto dalla bocca. È soprattutto un avvenimento! I pastori dicono letteralmente: “Andiamo a vedere questa parola che si è avverata e che il Signore ci ha fatto conoscere”. In ebraico, l’espressione DABAR può significare allo stesso tempo parola e cosa (avvenimento), generato dalla parola. La parola di Dio ha forza creatrice. Compie ciò che dice. Nella creazione Dio disse: “Sia la luce!, e la luce fu” (Gn 1,3). La parola dell’angelo ai pastori è l’avvenimento della nascita di Gesù.
- Luca 2,19-20: Atteggiamento di Maria e dei pastori dinanzi ai fatti, dinanzi alla parola. Luca aggiunge subito che “Maria serbava queste parole (avvenimenti) meditandole nel suo cuore”. Sono due modi di percepire ed accogliere la Parola di Dio: (1) I pastori si alzano per vedere i fatti e verificare in essi il segnale che era stato dato loro dall’angelo, e dopo, ritornano al loro gregge glorificando e lodando Dio per tutto ciò che avevano visto ed udito. (2) Maria, da parte sua, conservava con cura tutti questi avvenimenti nella memoria e li meditava nel suo cuore. Meditare le cose nel cuore significa ruminarle ed illuminarle con la luce della Parola di Dio, per così giungere a capire meglio tutto il loro significato per la vita.
- Luca 2,21: La circoncisione ed il Nome di Gesù. D’accordo con una norma delle legge, il piccolo Gesù viene circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita (cfr. Gn 17,12). La circoncisione era un segnale di appartenenza al popolo. Dava identità alla persona. In questa occasione ogni bambino riceveva il suo nome (cfr. Lc 1,59-63). Il bambino riceve il nome di Gesù che gli era stato dato dall’angelo, prima di essere concepito. L’angelo aveva detto a Giuseppe che il nome del bambino doveva essere Gesù “egli salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). Il nome di Gesù è lo stesso che Giosué, e significa Dio salverà. Un altro nome che poco a poco sarà dato a Gesù è Cristo, che significa Unto o Messia. Gesù è il Messia atteso. Un terzo nome è Emanuele, che significa Dio con noi (Mt 1,23). Il nome completo è Gesù Cristo Emanuele!

Ampliando le informazioni: Maria nel Vangelo di Luca
1) La funzione dei due primi capitoli del Vangelo di Luca: Si tratta di due capitoli assai conosciuti, ma poco approfonditi. Luca li scrive imitando gli scritti del Vecchio Testamento. È come se questi due capitoli fossero gli ultimi del Vecchio Testamento per aprire la porta per l’arrivo del Nuovo Testamento. In questi capitoli Luca fa sentire il profumo di un ambiente di tenerezza e di lode. Dall’inizio alla fine, si loda e si canta la misericordia di Dio che, finalmente, viene a compiere le sue promesse. Luca ci mostra come Gesù compie il Vecchio Testamento iniziando il Nuovo Testamento. E lo compie a favore dei poveri, degli anawim, di coloro che seppero attendere la sua venuta: Elisabetta, Zaccaria, Maria, Giuseppe, Simeone, Anna, i pastori. Per questo, i primi due capitoli non sono storia secondo il senso che noi oggi diamo alla storia. Fungevano molto di più come uno specchio, in cui i destinatari, i cristiani convertiti dal paganesimo, potevano scoprire chi era Gesù e come era venuto per realizzare le profezie del Vecchio Testamento, rispondendo alle più profonde aspirazioni del cuore umano. Erano anche specchio di ciò che stava avvenendo nelle comunità del tempo di Luca. Le comunità venute dal paganesimo nasceranno dalle comunità dei giudei convertiti. Ma loro erano diverse. Il Nuovo non corrispondeva a ciò che il Vecchio Testamento immaginava ed attendeva. Era “il segnale di contraddizione” (Lc 2,34), causava tensione ed era fonte di molti dolore. Nell’atteggiamento di Maria, Luca presenta un modello di come le comunità potevano reagire e perseverare nel Nuovo.
2) La chiave di lettura: In questi due capitoli Luca presenta Maria quale modello per la vita delle comunità. La chiave ci viene date in quel episodio in cui una donna del popolo elogia la madre di Gesù. Gesù modifica l’elogio e dice: “Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano” (Lc 11,27-28). Qui sta la grandezza di Maria. È nel modo in cui Maria sa rapportarsi alla Parola di Dio che le comunità contemplano il modo più corretto in cui possono rapportarsi alla Parola di Dio: accoglierla, incarnarla, viverla, approfondirla, ruminarla, farla nascere e crescere, lasciarsi plasmare da essa, anche quando non si capisce o quando ci fa soffrire. È questa la visione che soggiace ai due testi dei capitoli 1 e 2 del Vangelo di Luca, che parlano di Maria, la madre di Gesù.
3) Applicando la chiave ai testi:
a) Luca 1,26-38: L’Annunciazione: “Si faccia in me secondo la tua parola!”. Saper aprirsi, in modo che la Parola di Dio sia accolta e si incarni.
b) Luca 1,39-45: La Visitazione: “Beata colei che ha creduto!”. Saper riconoscere la Parola di Dio nei fatti della vita.
c) Luca 1,46-56: Il Magnificat: “Il Signore ha fatto in me grandi cose!”. Un canto sovversivo di resistenza e di speranza.
d) Luca 2,1-20: La Nascita: “Lei serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore”. Non c’era posto per loro. Gli emarginati accolgono la Parola.
e) Luca 2,21-32: La Presentazione: “I miei occhi hanno visto la tua salvezza!”. I molti anni di vita purificano gli occhi.
f) Luca 2,33-38: Simeone ed Anna: “Una spada ti trafiggerà l’anima”. Essere cristiani vuol dire essere segnali di contraddizione.
g) Luca 2,39-52: A dodici anni: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Loro non capivano la Parola che venne loro detta!
4) I contrasti che colpiscono nel nostro testo:
a) Nelle tenebre della notte brilla una luce (2,8-9).
b) Il mondo lassù, il cielo sembra avvolgere il nostro mondo qui in basso (2,13).
c) La grandezza di Dio si manifesta nella debolezza di un bambino (2,7).
d) La gloria di Dio si rende presente in una mangiatoia, accanto ad animali (2,16).
e) La paura provocata dall’improvvisa apparizione dell’angelo si muta in allegria (2,9-10).
f) Le persone emarginate da tutto sono le prime invitate (2,8).
g) I pastori riconoscono Dio presente in un bambino (2,20).

1° gennaio: Maria SS.ma Madre di Dio, Regina della pace (patronato: giornata mondiale della pace)
Biografia: Maria viene considerata madre di ogni uomo che nasce alla vita di Dio, e insieme proclamata e invocata come «Madre della Chiesa». Con gli Orientali, anche noi onoriamo «Mania sempre Vergine, solennemente proclamata santissima Madre di Dio dal Concilio di Efeso, perché Cristo… fosse riconosciuto, in senso vero e proprio, Figlio di Dio e Figlio dell’Uomo»

Martirologio: Nell’Ottava di Natale del Signore e nel giorno della sua Circoncisione, solennità della santa Madre di Dio, Maria; i Padri del Concilio di Efeso l’acclamano Theotocos, perché da lei il Verbo prese la carne e il Figlio di Dio abitò in mezzo agli uomini, principe della pace, a cui fu dato il Nome che è al di sopra di ogni nome.

Dagli scritti
Dalle “Lettere” di sant’Atanasio, vescovo
Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana
Il Verbo di Dio, come dice l’Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2,16.17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi. Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2, 7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio. Gabriele aveva dato l’annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente colui che nascerà in te, perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma; da te (cfr. Lc 1,35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei. Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l’Apostolo: Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità (cfr. 1Cor 15,53). Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l’umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l’uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo. Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto identico al nostro; infatti Maria è nostra è sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo. Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili. Sta scritto infatti in Paolo: Cristo per noi divenne lui stesso maledizione (cfr. Gal 3,13). L’uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo. Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. È rimasta assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa' che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa' che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell'unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
OTTAVA DEL NATALE DEL SIGNORE - CIRCONCISIONE DEL SIGNORE


Letture:
Nm 6,22-27
Sal 66
Fil 2,5-11
Lc 2,18-21

Gli fu messo nome Gesù
Aggregato al popolo di Dio con il rito della circoncisione, riceve un nome che indica la sua missione: Gesù, cioè Dio-salva. All’inizio di un anno cerchiamo la benedizione di Dio sui nostri giorni a venire. La Chiesa oggi ce la dona con le parole di Mosè: “Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia” (Lett.). Il volto di Dio su di noi è Gesù, il “Dio che salva”. Riconoscere lui come nostro Signore, cioè come unico riferimento e misura delle nostre scelte e speranze, è garantire il cammino sicuro di un anno, perché, dice Paolo: “Tutto concorre al bene per quelli cha amano Dio” (Rm 8,28).
Al di sopra di ogni altro nome: “Gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo”. “Egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21). Il nome è una missione. Salvare dal peccato significa riconciliare con Dio una umanità ribelle che ha nel cuore una spinta quasi naturale all’autosufficienza e all’orgoglio del fare da sé. Da questa radice è scaturita la morte e l’insieme di squilibri che determinano divisioni, violenze e guerre. L’egoismo rode il cuore dell’uomo e ne ferisce la libertà, ormai incapace di bene se non è risanata dalla grazia di Cristo. Dire salvezza significa dire che quel che c’è di rotto nel cuore, solo l’intervento di Cristo può aggiustare. È il primo contenuto serio degli auguri che oggi ci facciamo: lasciati risanare da Cristo se vuoi vivere un anno.. decente! “Ogni lingua proclami che Gesù Cristo è Signore”. Signore, per proclamarlo il Dio venuto vicino. Signore come vertice e senso del cosmo e della storia. Signore perché s’è dimostrato padrone della padrona del mondo che è la morte. Proclama Pietro il giorno di Pentecoste: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso” (At 1,36). Non è facile capire questo primato di Cristo nella nostra vicenda di uomini e nella nostra storia personale. San Paolo confessa che “nessuno può dire: Gesù è Signore!, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1Cor 12,3). Si apre un nuovo anno entro una cultura sempre più secolarizzata che pensa di fare a meno di Dio. Nelle difficoltà e nei dubbi di fede, invochiamo lo Spirito, preghiamo come il vangelo ci suggerisce: “Signore, accresci in noi la fede!” (Lc 17,5), “Credo, aiuta la mia incredulità” (Mc 9,24). “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi.. a gloria di Dio Padre”. Più difficile ancora è l’adorazione a Dio, la lode, il riconoscere il primato e la trascendenza di Dio o, se si vuole, cogliere la distanza che ci separa da Lui, e, perlomeno, intuire la grande degnazione che Dio ha avuto nei nostri confronti nell’interessarsi a noi. È il momento del culto, privato e ufficiale. Cristo è il Sommo Sacerdote che ci rappresenta davanti a Dio, “sempre vivo per intercedere in nostro favore” (Eb 7,25). È la nostra messa festiva, dove Cristo, Capo del suo Corpo che è la Chiesa si pone davanti al Padre insieme a noi e a nome nostro per coinvolgerci ogni volta nel suo atto di obbedienza e d’amore compiuto in croce. È il culto più gradito a Dio e il più efficace per noi. L’Eucaristia, “fonte e culmine”. Per questo, ogni orazione del messale termina..: per il nostro Signore Gesù Cristo, lui il tramite, il ponte, l’intermediario di ogni nostro accedere al Padre. Non manchiamo allora lungo l’anno al nostro appuntamento festivo della messa!
Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo: Del Figlio di Dio si dice oggi che “pur essendo nella condizione di Dio, ..svuotò se stesso, divenendo simile agli uomini, dall’aspetto riconosciuto come uomo” (Epist). Questo Figlio di Dio fattosi uomo è venuto a mostrare, in una vicenda umana, quello che è l’intima struttura, o identità, dell’uomo, “predestinato ad essere conforme all’immagine del Figlio suo perché egli sia il primogenito tra molti fratelli” (Rm 8,29). A offrire quindi, come in un film in anteprima, quale sia il modo unico di portare a riuscita l’unico progetto di vita in cui siamo stati costituiti da Dio Creatore. Cioè la verità di noi stessi: identità, senso e destino. Si apre un anno nuovo: quali modelli di vita ci proponiamo di avere davanti? Siamo bombardati ogni giorno di immagini e mode che gridano di essere l’unica formula di successo umano! Di chi fidarci, se non di Colui che è il costruttore della nostra macchina e ne sa con verità il funzionamento giusto! E la prima formula sintetica di questo modello che è Cristo, è l’obbedienza! “Umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte” (Epist.). Di Gesù non è detto altro: “Il mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato” (Gv 4,34). E al Getsemani, con atto eroico, dice: “Non sia fatta la mia ma la tua volontà” (Lc 22,42). Fino a concludere sulla croce: “Tutto è compiuto” (Gv 19,30), ho proprio fatto tutto! “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,8-9). Per questo ha insegnato a noi a dire: “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (Mt 6,10). Non c’è anche per noi altra formula: l’obbedienza a Dio, l’obbedienza da figlio docile e fiducioso.. se si vuole, come Cristo, divenire eredi di Dio! Tutto qui: essere figli obbedienti per divenire “eredi di Dio, coeredi di Cristo” (Rm 8,17). Ciò che ci porta la morte e, assieme, l’egoismo, le violenze e le divisioni (e quindi un mondo che ci pesa sempre di più!), è il peccato, la disobbedienza e il rifiuto di Dio. Non c’è che l’atteggiamento contrario: l’obbedire e il fidarci di Lui per avere la vita eterna e una vita più.. passabile qui! Non ci sono cose speciali da fare per vivere un anno nuovo con prospettive e speranze positive; se una “vita buona” è “il Regno di Dio”, non c’è altro augurio e impegno che quello di appartenervi e vivervi dentro con gioia.
Giornata della Pace. Tante le dimensioni della pace: politiche, economiche, sociali.. Ogni anno il Papa ce ne richiama un aspetto. Giustizia e libertà sono i contenuti essenziali della pace. Diceva sant’Ambrogio, che di gestione pubblica se ne intendeva: “Ubi fides, ibi libertas”. I cristiani, riconoscendo un solo padrone, sono i più liberi e i più tenaci contestatori d’ogni autoritarismo, ingiustiza e violenza. Diventiamo sempre più cristiani; diventeremo anche più costruttori di pace! Ed è vero anche il contrario: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5,9).[b]
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MessaggioOggetto: DOMENICA 2 GENNAIO 2011   Dom Gen 02, 2011 10:27 am

DOMENICA 2 GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
II DOMENICA DOPO NATALE


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’ hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Sir 24,1-4.12-16 (La sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto)
Sal 127 (Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi)
Ef 1,3-6.15-18 (Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi)
Gv 1,1-18 (Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi)

In principio
È un brano di alta teologia quello che ancora una volta leggiamo in questa domenica. L’espressione di San Giovanni: “Il Verbo fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo noi”, con quelle che seguono sulla luce e sulle tenebre, sul rifiuto e sull’accoglienza, traccia tutta la storia della redenzione del Figlio di Dio, la sua apparizione nel mondo come Luce dell’umanità, l’orrendo peccato dell’uomo e la deificazione di coloro che invece l’hanno accolto nella fede e nella vita. Inizia con l’enigmatica espressione “In principio” per ricordarci che il nostro essere, e non solo la nostra storia, è indissolubilmente legata all’Autore della vita. Pare quasi che l’evangelista voglia ricondurci alle origini per ricordarci l’atto creativo di Dio, le nostre origini nell’amore e la continuità nel tempo di quell’amore, che raggiunge il suo culmine proprio con l’incarnazione del Verbo. Sarebbe triste ed imperdonabile per noi se il passare dei giorni ci distogliesse dal pensiero e dal profondo significato del Natale. È troppo coinvolgente quella storia per poterla dimenticare, legarla solo ad un breve e fugace periodo. Ciò anche perché non è finita purtroppo la lotta tra le tenebre del male e la Luce che Cristo ci vuole donare. “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”, meritiamo ancora questo rimprovero in tempi in cui le tenebre assumono il lugubre significato di lotte e di guerre distruttrici? O ci siamo assuefatti e rassegnati al nostro buio? Potrebbe accadere che Dio si è umiliato nella carne e noi rifiutiamo di immergerci nella divinità. Sarebbe il massimo della stoltezza. Già un profeta, rivolgendosi a Gerusalemme, città simbolo della futura chiesa, andava ripetendo: “Alzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla su di te. Poiché, ecco, le tenebre ricoprono la terra, nebbia fitta avvolge le nazioni”. Isaia pare descriva il nostro tempo e i nostri giorni.
L’evento dell’incarnazione del Verbo è la rivelazione perfetta e insuperabile del mistero di Dio. È nella “storia del Verbo” (san Bernardo) che l’uomo può vedere la gloria di Dio e così la vita eterna è già donata all’uomo, mentre ancora vive nel tempo. Il disegno misterioso di Dio sull’umanità ora è pienamente svelato: a chi accoglie il Verbo fatto carne viene donato il potere di diventare figlio di Dio. L’uomo è chiamato a divenire partecipe della stessa filiazione divina del Verbo: ad essere nel Verbo Incarnato figlio del Padre. E il Padre genera nel Verbo Incarnato anche ogni uomo e in lui vede e ama ogni persona umana. È la suprema rivelazione della dignità di ogni persona umana, della singolare preziosità di ogni uomo.

Approfondimento del Vangelo (Un ritratto diverso di Gesù. Le parole di un Cantico della Comunità)
Il testo: In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

Chiave di lettura (Il contesto letterario): Questa domenica meditiamo sul Prologo solenne del Vangelo di Giovanni. Il Prologo è il portone di entrata. È la prima cosa che viene scritta. È come un riassunto finale, posto all’inizio. Sotto forma di una poesia profonda, misteriosa e molto solenne, Giovanni offre un riassunto di tutto quello che dirà su Gesù nei ventuno capitoli del suo vangelo. Probabilmente questa poesia era di un cantico della comunità, utilizzata e adattata poi da Giovanni. Il cantico comunicava l’esperienza che le comunità avevano di Gesù, parola di Dio. Anche oggi, abbiamo molti canti e poesie che cercano di tradurre e comunicare chi è Gesù per noi. Rivelano l’esperienza che le nostre comunità hanno di Gesù. Una poesia è come uno specchio. Aiuta a scoprire le cose che ci sono dentro di noi. Ogni volta che ascoltiamo o ripetiamo con attenzione una poesia, scopriamo cose nuove, sia nella poesia stessa, come pure dentro di noi. Nel corso della lettura del prologo del vangelo di Giovanni è bene attivare la propria memoria e cercare di ricordare qualche cantico o poesia su Gesù, del tempo della nostra infanzia, che ha marcato la nostra vita.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura
- 1,1-5: La Parola di Dio è luce per tutti gli esseri umani
- 1,6-8: Giovanni Battista non era la Luce
- 1,9-11: I suoi non l’hanno accolto
- 1,12-13: Coloro che la ricevono diventano figli di Dio
- 1,14: La Parola si fece carne
- 1,15-17: Mosé dette la Legge, Gesù dà la Grazia e la Verità
- 1,18: É come la pioggia che lava

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Quale frase del Prologo ti ha colpito di più? Perché?
- Quali sono le immagini usate da Giovanni in questa poesia per dire chi era Gesù per la comunità?
- Quale è la cosa nuova che la poesia di Giovanni fa scoprire in me?
- La poesia di Giovanni dice: “La Parola venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto!” (Gv 1,11) Cosa significa questa frase? Come succede questo oggi?
- Quali sono i fatti o le persone dell’Antico Testamento che vengono evocati nel Prologo?

Per coloro che desiderano approfondire il testo
Il contesto: Sul Prologo del vangelo di Giovanni sono stati scritti molti libri. Ed ogni anno se ne pubblicano di nuovi. Ma non esauriscono il contenuto del tema. Questo perché il Prologo è come una sorgente. Quanta più acqua si estrae dalla sorgente, tanta più acqua darà. Chi mette la testa al di sopra della fonte stessa e guarda dentro, vede il suo volto rispecchiato nell’acqua della sorgente. Descrivendo il volto che si vede, si descrivono due cose: si commenta l’acqua della fonte, il prologo, e si dice ciò che si è scoperto all’interno della persona stessa. Il Prologo aiuta a capire perché il Quarto Vangelo è così diverso dagli altri vangeli. Nel Prologo, Giovanni ci presenta la visione che ha di Gesù, Parola di Dio e descrive il percorso della Parola. Essa stava accanto a Dio fin dall’inizio della creazione e per mezzo di essa tutto fu creato. Tutto quanto esiste è un’espressione della Parola di Dio. Pur essendo presente in tutto, il Verbo ha voluto mettersi ancora di più accanto a noi e per questo si è fatto carne in Gesù, è vissuto in mezzo a noi, ha svolto la sua missione ed è ritornato al Padre. Gesù è la Parola viva di Dio. In tutto ciò che dice e fa si rivela il Padre: “Chi vede me vede il Padre!” (Gv 14,9). Lui e il Padre “siamo una cosa sola” (Gv 10,30).

Commento del testo:
- Giovanni 1,1-5: La Parola di Dio è luce per ogni essere umano. Dicendo “Al principio era il Verbo”, Giovanni ci fa pensare alla prima frase della Bibbia che dice: “Al principio Dio creò il cielo e la terra” (Gen 1,1). Dio creò mediante la sua Parola. “Lui parlò e le cose cominciarono ad esistere” (Sal 33,9; 148,5). Tutte le creature sono un’espressione della Parola di Dio. Qui, fin dall’inizio, abbiamo il primo segnale dell’apertura ecumenica ed ecologica del Quarto Vangelo. Il Prologo dice che la presenza universale della Parola di Dio è vita e luce per ogni essere umano. Ma la maggioranza delle persone non percepiscono la Buona Novella della presenza luminosa della Parola di Dio nella loro vita. La Parola viva di Dio, presente in tutte le cose, brilla nelle tenebre, ma le tenebre non la compresero.
- Giovanni 1,6-8: Giovanni Battista non era la Luce. Giovanni Battista venne per aiutare la gente a scoprire questa presenza luminosa e consolatrice della Parola di Dio nella vita. La testimonianza di Giovanni Battista fu così importante, che fino alla fine del primo secolo, epoca in cui fu scritto il Quarto Vangelo, c’erano ancora persone che pensavano che lui, Giovanni, fosse il Messia! (At 19,3; Gv 1,20) Per questo, il Prologo chiarisce dicendo: “Giovanni non era la luce! Venne per rendere testimonianza alla luce!”
- Giovanni 1,9-11: I suoi non l’hanno accolto. Così come la Parola di Dio si manifesta nella natura, nella creazione, così pure si manifesta nel “mondo”, cioè nella storia dell’umanità, ed in particolare, nella storia del popolo di Dio. Quando parla di mondo, Giovanni vuole indicare un sistema, sia dell’impero come pure della religione dell’epoca, sistemi chiusi in se stessi e quindi incapaci di riconoscere e di ricevere la presenza luminosa della Parola di Dio. Il “mondo” né riconobbe, né accolse la Parola. Fin dai tempi di Abramo e di Mosé, la Parola “venne per i suoi, ma i suoi non la riconobbero”.
- Giovanni 1,12-13: Coloro che la ricevono diventano figli di Dio. Ma le persone che si aprirono accettando la Parola, divennero figli di Dio. La persona diventa figlio o figlia di Dio non per proprio merito, ma per il semplice fatto di avere fiducia e credere che Dio, nella sua bontà, ci accetta e ci accoglie. La Parola entra nella persona e fa’ che questa si senta accolta da Dio come figlia, come figlio. È il potere della grazia di Dio.
- Giovanni 1,14: La Parola si fece carne. Dio non vuole stare lontano da noi. Per questo la sua Parola giunse vicino a noi e si fece presente in mezzo a noi nella persona di Gesù. Il Prologo dice letteralmente: “La Parola si fece carne e mise la sua tenda tra di noi!”. Anticamente, nel tempo dell’esodo, Dio viveva in una tenda non in mezzo al popolo. Ora la tenda dove Dio dimora con noi è Gesù “pieno di grazia e di verità!” Gesù venne a rivelare chi è questo Dio che è presente in tutto, fin dall’inizio della creazione.
- Giovanni 1,15-17: Mosé dette la Legge, Gesù ci è venuto a portare la Grazia e la Verità. Questi versi ci rendono testimonianza di Giovanni Battista. Giovanni iniziò il suo annuncio prima di Gesù, ma Gesù esisteva prima di lui. Gesù è la Parola che già stava con Dio fin da prima della creazione. Mosé, dandoci la Legge, ci manifestò la volontà di Dio. Gesù ci dà la pienezza della grazia e della verità che ci aiutano a capire e ad osservare la Legge.
- Giovanni 1,18: É come la pioggia che lava. Questo ultimo verso riassume tutto. Evoca la profezia di Isaia, secondo cui la Parola di Dio è come la pioggia che venne dal cielo e non ritorna ad esso senza aver svolto la sua missione qui sulla terra (Is 55,10-11). Così è il cammino della Parola di Dio. Viene da Dio e discende tra di noi nella persona di Gesù. Mediante l’obbedienza di Gesù, realizza la sua missione qui sulla terra. Nell’ora della sua morte, Gesù consegna lo spirito e ritorna al Padre (Gv 19,30). Comprese la missione che aveva ricevuto.

Le radici del Prologo del vangelo di Giovanni:
La radice della Sapienza Divina: Il Vangelo di Giovanni è un testo poetico e simbolico. È difficile dire da dove l’autore estrae le idee e le immagini così belle per costruire questa poesia. Ma una cosa è certa, nella sua testa c’era la preoccupazione di mostrare che in Gesù si realizzano le profezie dell’Antico Testamento. Per questo, parlando di Gesù, evoca punti centrali dell’Antico Testamento. Nel Prologo, troviamo molta somiglianza con i poemi dell’Antico Testamento che presentano la Sapienza Divina sotto forma di una persona (Pr 9,1-6), che già esisteva prima di tutte le cose. Partecipò alla creazione del mondo come artista e artefice dell’universo, saltando sulla superficie della terra e deliziandosi con l’umanità. (Pr 8,22-31). Desiderosa di rapporti amichevoli, invita le persone a provare la dolcezza del suo miele e dei suoi frutti (Eccl 22,18-20). Per le strade, nelle piazze e negli incroci annuncia la sua parola e chiede di seguire i suoi consigli (Pr 1,18-20). La Sapienza è luce e vita: “Sebbene unica, essa può tutto; pur rimanendo in se stessa, tutto rinnova. Essa in realtà è più bella del sole e supera ogni costellazione di astri” (Sap 7,26-29; cfr. 1Gv 1,5). Certamente le comunità di Giovanni conoscevano questi passaggi e Giovanni si ispirò in essi per comporre il poema che introduce il suo Vangelo.
La radice apocalittica: C’è un altro punto di vista che ebbe il suo influsso nel prologo del Quarto Evangelo. Nell’Antico Testamento c’era una credenza popolare, chiamata Apocalittica, secondo cui insieme a Dio nel cielo c’erano due personaggi per aiutarlo a governare il mondo e a giudicare l’umanità: un accusatore (Gv 1,6) e un difensore o redentore (Gv 19,25). L’Accusatore manteneva Dio informato sulle nostre malefatte. Il Difensore o Avvocato assumeva la nostra difesa davanti al Giudice. L’Accusatore in ebraico è Satana. Il Difensore è Go’êl. I primi cristiani dicevano: Gesù è il nostro Difensore o Salvatore accanto a Dio (Lc 2,11). Per difenderci scese dal cielo e, stando qui sulla terra, assunse i nostri dolori, venne a vivere come noi e si fece nostro servo. Caricò su di lui le accuse che l’accusatore faceva contro di noi e le eliminò, inchiodandole alla croce” (Col 2,13-15). Così l’Accusatore (satana) perse la sua funzione e fu gettato fuori dal cielo (Ap 12,7-9). Gesù venne a liberarci! Mediante la sua morte e risurrezione, lui si rese nostro Difensore (Goêl). Risorto, ritornò al Padre aprendo il cammino per tutti noi. Lui è il cammino, la verità e la vita che ci riporta alla casa del Padre. Questo è il riassunto del prologo che è anche il riassunto di tutto il vangelo di Giovanni.

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
DOMENICA DOPO L’OTTAVA DEL NATALE


Letture:
Sir 24,1-12
Sal 147
Rm 8,3b-9a
Lc 4,14-22

Oggi si è compiuta questa Scrittura
“Ogni immagine delle profezie antiche oggi si avvera nell’Agnello di Dio, nel Pontefice eterno, nel Cristo che è nato per noi” (Prefazio). Il lungo filone del Messianismo ha prefigurato in forme diverse quel Messia che avrebbe portato a compimento le promesse divine. Prefigurazione dell’opera salvifica, ma anche della sua identità. Proprio l’immagine della “Sapienza” personalizzata sfocia quasi spontanea in quel “Logos”, in “quel Verbo che si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Così come è detto che sul “germoglio dal tronco di Iesse” (Is 11,1), sul “servo che io sostengo, il mio eletto di cui mi compiaccio” (Is 42,1) e su ogni profeta predestinato, scende “lo Spirito del Signore Dio per consacrarlo con l’unzione e mandarlo a portare il lieto annuncio ai poveri” (Is 61,1). Il Natale, che abbiamo celebrato, invera quelle promesse nella persona di Gesù di Nazaret, che molto spesso si approprierà quelle immagini e quei preannunci.
Lo Spirito del Signore è sopra di me: All’inizio del suo ministero pubblico Gesù fa sua proprio quella immagine di missione prefigurata da Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione”. “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”. Un’altra volta, rispondendo ai dubbi del Battista che s’era trovato un Messia così diverso da come se l’aspettava, Gesù cita ancora una Scrittura di Isaia: “Riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il vangelo” (Mt 11,4-5). È lui, Gesù il Messia prefigurato, e il suoi gesti rendono concreti quella salvezza promessa dalle Scritture. Dichiara infatti: “Voi scrutate le Scritture..: sono proprio esse che danno testimonianza di me” (Gv 5,39). L’immagine della “Sapienza”, che la prima lettura rievoca, sembra un film in anteprima di quello che il prologo di Giovanni dice del “Logos”. “Io sono uscita dalla bocca dell’Altissimo” - “Il Verbo era presso Dio”. “Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato” - “In principio era il Verbo”. “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele” - “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. La Sapienza personificata nel libro del Siracide è in sostanza la Torah o, meglio, la Parola di Dio nella sua interezza, la Rivelazione. E proprio del Verbo fatto carne si dice: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Del resto è Lui “la luce vera, quella che illumina ogni uomo” (Gv 1,9). Lui è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). “Il Signore Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito”. L’annuncio dei tempi messianici li ha sempre caratterizzati come il tempo dello Spirito Santo. Parlando della nuova Alleanza Ezechiele dice: “Porrò il mio Spirito dentro di voi” (36,27); e il profeta Gioele: “Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo” (3,1). Dall’incarnazione nel seno di Maria, al battesimo al Giordano, “all’essere condotto dallo Spirito nel deserto” (Mt 4,1) per essere tentato.., ogni momento della vicenda terrena di Gesù è sotto l’azione dello Spirito Santo, fino all’ultimo atto col risuscitarlo da morte. Il segno che uno è chiamato alla Chiesa è il dono dello Spirito; Pietro ricorda quel che era capitato al centurione Cornelio: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi (pagani) che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?” (At 10,47). Dirà Gesù: “Come dice la Scrittura: dal suo grembo sgorgheranno fiumi d’acqua viva. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui” (Gv 7,38-39).ù
Vivere secondo lo Spirito: “Dio, mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e a motivo del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne, perché la giustizia della Legge fosse compiuta in noi, che camminiamo non secondo la carne ma secondo lo Spirito” (Epist.). È detto lo scopo finale del Natale che celebriamo: Dio si fa uomo in Cristo - un uomo senza peccato - per vincere il peccato (cioè il rifiuto di Dio) e così liberare l’uomo dalla forza del peccato che tiene schiavo ogni uomo (vivere secondo la carne). Opera dello Spirito Santo che in noi cambia i desideri e ci apre e sostiene nell’indirizzarli a Dio (vivere secondo lo Spirito). Veramente con l’avvento di Gesù e col dono del suo Spirito, si attua quella radicale salvezza che la Legge ebraica non poteva attuare (indicava il bene da fare ma non ne dava la forza). Ora, dice Paolo, c’è una nuova legge, che è più che una legge, perché cambia desideri e dà la forza del bene: “Ora non c’è nessuna condanna per quelli che sono in Cristo Gesù. Perché la legge dello Spirito, che dà vita in Cristo Gesù, ti ha liberato dalla legge del peccato e della morte” (Rm 8,1-2). Questa è la grande novità cristiana, novità interiore: lo Spirito Santo aiuta a “tendere verso ciò che è spirituale, a tendere alla vita e alla pace”. Si attua quel che Geremia diceva della caratteristica della nuova Alleanza: “Porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (31,33). Ed Ezechiele: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (36,26). Sant’Agostino (e con lui il Concilio di Trento) chiama “concupiscienza” quella dinamica umana che, dopo il peccato originale, tende a corrompersi nei vizi. Per vincerla ci vuole una “concupiscienza buona”, cioè qualcosa che trasforma interiormente i desideri e li orienta al vero bene. Questo è il dono della grazia dello Spirito Santo. Che è nient’altro che il riportare la libertà dell’uomo ad essere veramente “libera” cioè capace di vedere e volere il suo bene autentico. Allora accogliamo questa straordinaria novità portataci da Gesù che cambia completamente il discorso della moralità e della libertà. “Ciò a cui tende la carne è contrario a Dio, perché non si sottomette alla legge di Dio, e neanche lo potrebbe” (Epist.). San Paolo ne ha fatto esperienza: “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo” (Rm 7,18). Siamo lontanissimi dal puro “buon senso” come radice della moralità, e fuori da ogni discorso di “moralità laica”. Viviamo allora sotto il dominio dello Spirito se vogliamo piacere a Dio!
Come risuona attuale oggi quel che ha dichiarato Gesù nella sinagoga di Cafarnao: “Mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista”. Ai poveri, cioè a quelli che non si fanno legge a sé, viene offerta una liberazione, cioè una “libertà liberata” dai condizionamenti del peccato, e una illuminazione capace di far vivere l’uomo veramente nella verità. Davvero sempre bisogna concludere che solo Cristo rende l’uomo uomo!
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MessaggioOggetto: 6 gennaio 2011   Gio Gen 06, 2011 10:04 am

GIOVEDÌ 6 GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
EPIFANIA DEL SIGNORE


Orazione iniziale: Padre misericordioso, Tu mi hai chiamato ad incontrarti in questa parola del Vangelo, perché tu vuoi farmi vivere, vuoi donarmi tutto te stesso. Ti prego, manda ora su di me, fa’ sgorgare da me il tuo Spirito Santo, il tuo Amore di luce e di fuoco, perché possa lasciarmi condurre lungo la via santa di questo brano evangelico. Nessuna tua parola cada a vuoto; nessun seme che tu getti nel campo del mio cuore sia rubato dal maligno, né soffocato dalle spine, né disseccato dall’arsura, ma porti il frutto buono, che è il tuo Figlio Gesù, nostro Signore, nella mia vita e nella vita dei miei fratelli. Possa anch’io, oggi, uscire dalle mie prigionie per mettermi in viaggio e venire a cercare te; possa riconoscere la stella che tu accendi, come segno del tuo amore, sul mio cammino, per seguirla senza stancarmi, con intensità, con l’impegno della mia vita; possa anch’io, finalmente, entrare nella tua casa e lì vedere il Signore; possa piegarmi, con umiltà, davanti a te, per adorarti e consegnare a te la mia vita, tutto ciò che sono e che ho. E infine, o Signore, per la tua grazia, possa ritornare per una via nuova, senza passare più per i vecchi sentieri del peccato.

Letture:
Is 60,1-6 (La gloria del Signore brilla sopra di te)
Sal 71 (Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra)
Ef 3,2-3a.5-6 (Ora è stato rivelato che tutte le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità)
Mt 2,1-12 (Siamo venuti dall’oriente per adorare il re)

La gloria del Signore brilla sopra di te!
“Alzati e rivestiti di Luce!”. La luce è Gesù: Luce del mondo. Egli è venuto a stare in mezzo a noi e, se avremo davvero fede in Lui, essa brillerà sempre sul nostro cammino e sopra di noi: “la Gloria del Signore brillerà su di te”. Oggi purtroppo “la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli”. Ma nella notte del mondo brilla finalmente una Stella in oriente: è Gesù! Egli è la stella del mattino, del nuovo giorno. E i Re Magi chiedevano: “Dov’è Colui che è nato? … siamo venuti per ad adorarlo”. “A Betlemme di Giudea!”. Là si dirigono e vanno i Magi santi, e li guida una stella. “Entrati nella casa, videro il Bambino con Maria sua Madre. Si prostrarono e Lo adorarono… aprirono i loro scrigni e gli offrirono oro, incenso e mirra”. Ecco, è festa dell’Epifania, è la festa della Manifestazione del Signore in mezzo a noi. Egli vuole manifestarsi anche a noi, ad uno a uno: inginocchiamoci dunque davanti al Verbo Incarnato, a Gesù Cristo Signore, vivente in mezzo a noi e vivente nella Santa Eucaristia, presso l’altare di Dio, e, umilmente, imitiamo i Santi Magi, offrendogli l’oro della nostra carità e del nostro amore, a Dio e ai fratelli, offriamogli ogni giorno l’incenso profumato della nostra lode e della nostra preghiera, e anche la mirra delle amarezze della vita, che non mancano mai quaggiù. E anche vedremo la Gloria del Signore brillare sopra di noi… e diverremo tutti sorridenti, raggianti e ripieni del divino splendore. Ciò avverrà in modo speciale durante la Santa Eucaristia quando Gesù Bambino prende dimora nel nostro cuore e lo riempie tutto di pace, quella vera. E la Pace è Gesù! Auguri a tutti, auguri di pace! E a tutti: buona festa della Santa Epifanìa, che si festeggia in ogni Eucarestia.
Una stella ha guidato i Magi fino a Betlemme perché là scoprissero “il re dei Giudei che è nato” e lo adorassero. Matteo aggiunge nel suo Vangelo: “Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono”. Il viaggio dall’Oriente, la ricerca, la stella apparsa ai Magi, la vista del Salvatore e la sua adorazione costituiscono le tappe che i popoli e gli individui dovevano percorrere nel loro andare incontro al Salvatore del mondo. La luce e il suo richiamo non sono cose passate, poiché ad esse si richiama la storia della fede di ognuno di noi. Perché potessero provare la gioia del vedere Cristo, dell’adorarlo e dell’offrirgli i loro doni, i Magi sono passati per situazioni in cui hanno dovuto sempre chiedere, sempre seguire il segno inviato loro da Dio. La fermezza, la costanza, soprattutto nella fede, è impossibile senza sacrifici, ma è proprio da qui che nasce la gioia indicibile della contemplazione di Dio che si rivela a noi, così come la gioia di dare o di darsi a Dio. “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia”. Noi possiamo vedere la stella nella dottrina e nei sacramenti della Chiesa, nei segni dei tempi, nelle parole sagge e nei buoni consigli che, insieme, costituiscono la risposta alle nostre domande sulla salvezza e sul Salvatore. Rallegriamoci, anche noi, per il fatto che Dio, vegliando sempre, nella sua misericordia, su chi cammina guidato da una stella ci rivela in tanti modi la vera luce, il Cristo, il Re Salvatore.

Approfondimento del Vangelo (Il percorso di fede dei Magi. L’adorazione del bambino Gesù, quale Re e Signore)
Il testo: Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”». Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.

Per inserire il brano nel suo contesto: Questo brano appartiene ai primi due capitoli del Vangelo di Matteo, che costituiscono una specie di prologo a tutta la sua opera; in esso ci viene presentata l’origine storica del Messia, quale figlio di Davide e l’origine divina di Gesù Cristo, il Dio-con-noi. E subito Matteo ci guida in una meditazione molto profonda e impegnativa, ponendoci di fronte a una scelta ben precisa, attraverso i personaggi che egli introduce nel suo racconto: o riconosciamo e accogliamo il Signore, che è nato, oppure rimaniamo indifferenti, fino a scegliere di eliminarlo, di ucciderlo. Questa pericope ci offre il bel racconto del percorso dei magi, che vengono da lontano, perché vogliono cercare e accogliere, amare e adorare il Signore Gesù. Ma il loro lungo viaggio, la loro ricerca instancabile, la conversione del loro cuore sono realtà che parlano di noi, sono già scritte sul rotolo della nostra storia sacra.

Per aiutare nella lettura del brano: Il brano può essere suddiviso in due parti principali, determinate dal luogo in cui si svolgono le scene: la prima parte (2,1-9a) avviene a Gerusalemme, mentre la seconda ha come punto focale Betlemme (2,9b-12).
- 2,1-2: Il brano si apre con le indicazioni precise del luogo e del tempo della nascita di Gesù: a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode. All’interno di questa realtà, ben specificata, compaiono subito i magi, che, venendo da lontano, giungono a Gerusalemme sotto la guida di una stella; sono loro ad annunciare la nascita del re Signore. Chiedono dove poterlo trovare, perché vogliono adorarlo.
- 2,3-6: Alle parole dei magi, il re Erode, e con lui tutta Gerusalemme, si turbano e hanno paura; invece di accogliere il Signore e scegliere Lui, cercano il modo per eliminarlo. Erode convoca le autorità del popolo ebraico e gli esperti delle Scritture; sono esse, con le antiche profezie, a parlare e a rivelare in Betlemme il luogo in cui si trova il messia.
- 2,7-8: Erode convoca segretamente i magi, perché vuole usarli per i suoi scopi malvagi. Il suo interesse puntiglioso è volto solo all’eliminazione di Cristo.
- 2,9a: I magi, spinti dalla forza della fede e guidati dalla stella, partono ancora e si dirigono verso Betlemme.
- 2,9b-11: Ricompare la stella, che si muove insieme ai magi e li conduce fino al luogo preciso della presenza del Signore Gesù. Pieni di gioia, essi entrano nella casa e si prostrano in adorazione; offrono al bambino doni preziosi, perché riconoscono in lui il re e il Signore.
- 2,12: Avendo contemplato e adorato il Signore, i magi ricevono da Dio stesso la rivelazione; è Lui stesso che parla a loro. Sono uomini nuovi; hanno in sé un nuovo cielo e una nuova terra. Sono liberi dagli inganni dell’Erode del mondo e perciò ritornano alla vita per una via tutta nuova.

Un momento di silenzio orante. Mi pongo in ascolto profondo della voce silenziosa del Signore e lascio che il soffio del suo Spirito mi raggiunga e mi investa, riempiendomi e avvolgendomi. Questa forza mi faccia alzare e mi ponga in cammino; apra i miei occhi alla contemplazione della stella e i miei orecchi all’ascolto delle Scritture, che parlano di Cristo. Tolga dal mio cuore la pesantezza e la paura del cammino, del buio, della lontananza, della solitudine, della lotta e pieghi il mio essere, fino all’adorazione, fino alla consegna dell’unico dono che ho fra le mani: la mia stessa vita. In questo silenzio mi metto alla ricerca del Signore e ripeto nel mio cuore: “Dove sei, o mio Dio?”.

Alcune domande. È il Signore stesso, ancora bambino, nella potenza sconvolgente della sua piccolezza, che viene a me e comincia già a bussare alla porta del mio cuore; è Lui che mi chiama e mi pone i suoi interrogativi d’amore, di liberazione, di salvezza e di gioia. Lui conosce la mia vita, sa quando seggo e quando mi alzo, penetra da lontano i miei pensieri, ma ugualmente ama stare con me, vuole ascoltare la mia voce; per questo Egli è qui e mi parla...
a) Raccolgo le prime parole che escono dalla bocca dei magi e le ascolto in profondità, le faccio mie, le mangio e le rumino, perché sono cibo buono: “Dov’è il re dei Giudei che è nato?”. Mi interrogo seriamente sulla mia ricerca, su ciò che è importante nella mia esistenza: che cos’è che io vado cercando? Mi sento davvero attratto verso il luogo del Signore, perché bramo di trovare Lui, di stare con Lui? Sono disposto ad uscire dai luoghi spenti e invecchiati delle mie abitudini, delle mie comodità, per intraprendere il viaggio santo della fede, della ricerca di Gesù? So spostarmi così, so attraversare terre e terre, tempi, stagioni, solitudini, vuoti, per andare alla ricerca dell’unico, del Signore, che è voluto entrare nella nostra vita di uomini e donne, in questo mondo?
b) Rimango ancora alla scuola dei magi e ascolto: “Siamo venuti per adorarlo”. Questa volta usano un verbo strano, ripetuto più volte nel corso del brano; forse mi spavento un po’, mi infastidisco, non voglio sentirlo. Eppure loro vengono così da lontano espressamente per compiere questo gesto; dev’essere, allora, un gesto importante, pieno di amore, di tenerezza e di forza allo stesso tempo. Mi fermo, ascolto meglio, cerco di aprire il mio cuore ad accogliere questa realtà. Adorare significa “portare alla bocca”, cioè baciare, entrare in comunione di respiro con qualcuno che si ama; ma significa anche prostrarsi, cadere sulle ginocchia toccando con la fronte la terra, in segno di profonda umiltà e riverenza. Qui la Parola del Signore mi prova, mi passa nel crogiuolo: vivo davvero un rapporto di amore con Dio, so aprire alla sua presenza il mio respiro, la mia vita, lo lascio mai entrare nel battito stesso del mio cuore? E poi mi viene da pensare all’infinità di volte in cui non accetto di piegarmi minimamente davanti a Lui, alle sue richieste, ad es. quando si tratta di compiere un piccolo gesto di attenzione verso qualcuno. Mi vergogno, adesso, davanti a questa Parola; mi riconosco e mi vedo duro, superbo, pieno di senso di superiorità, per il quale non accetto di piegarmi, di farmi un po’ più piccolo. Io non so adorare, non so amare. Forse dovrei cominciare dal mio cuore; dovrei prenderlo fra le mani e massaggiarlo col balsamo risanatore della Parola del Signore; sono sicuro che, piano piano, la pietra si spaccherà e crescerà, al posto suo, la carne. Signore, ti prego, fa di me un vero adoratore, un vero innamorato di te; non a Gerusalemme, non sul monte Garizìm, ma proprio qui, nel luogo sacro del mio cuore.
c) Adesso mi vengono incontro le parole dei profeti, che Matteo cita come testimonianza della nascita del Messia, di Gesù: “Da te uscirà un capo, che pascerà il mio popolo”. Mi soffermo in particolare su due termini importanti, riferiti a Gesù: “capo” e “che pascerà”. Il primo deriva da un verbo dal significato molto ricco e ampio: guido, conduco, precedo, sto a capo, governo. Sento che devo interrogarmi e considerare se io riesco a porre e consegnare la mia esistenza alla guida del Signore; se io, ogni giorno, torno a fidarmi di Lui, del suo amore, della sua presenza così certa, anche se invisibile. A chi mi affido, in realtà? A chi consegno i miei tesori, i miei sforzi, il mio impegno in questo mondo? E poi Lui è anche pastore, cioè è colui che sa dove condurmi, perché io possa trovare il cibo buono, il pascolo verdeggiante e l’acqua fresca. Mi viene subito alla mente il salmo 22: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla”; mi fermo per un po’ in silenzio, poi decido di ripeterlo, lentamente, col cuore, con l’anima, perché queste parole tornino ad essere verità per me, per la mia vita. Stare davanti al presepe, vivere il Natale, significa anche questo: accettare il Signore come mia guida, mio pastore e lasciare, così, che sia Lui a condurmi, là dove egli vuole.
d) Continuo a seguire i magi nel loro cammino di fede, che è anche il mio; il Vangelo dice: “Entrati nella casa, videro il bambino”. Mi colpisce il loro coraggio, che li spinge fino in fondo; non solo erano partiti, avevano lasciato la loro terra, avevano camminato con fatica e costanza, ma adesso, giunti alla meta, entrano. Non stanno al di fuori, si lasciano coinvolgere completamente: questa è vera saggezza. E proprio perché accettano di entrare, di fare comunione, di donarsi in maniera vera, piena, i loro occhi possono vedere, contemplare, riconoscere. Sembra tutto scontato e ovvio, ma non lo è per niente! Se guardo alla mia esperienza di ogni giorno, non posso fare a meno di sorprendermi spesso al di fuori della casa, cioè delle situazioni delle persone che mi avvicinano, che forse il Signore voleva affidare proprio a me, al mio amore e alla mia amicizia. Riconosco la mia paura, la mia pigrizia nel donarmi, nel condividere; chissà cosa voglio proteggere e salvare! Non mi accorgo che più sto al di fuori, più mi allontano dalla vita dei miei fratelli e più sono triste, vuoto?! Se non imparo ad entrare, i miei occhi rimarranno sempre ciechi...
e) Ma la scuola dei magi non è ancora finita! Dice il Vangelo: “Aprirono i loro tesori e offrirono doni”. Trovo altri due verbi sconvolgenti: “aprire” e “offrire”. È fin troppo chiara questa Parola e non ha bisogno di commento; posso solo inginocchiarmi e pregare e chiedere al Signore che mi cambi, mi trasformi. Signore, tu sei la chiave: ti prego, aprimi! Sono stanco delle mie chiusure, di tutte le sbarre e i catenacci che fanno del mio cuore una prigione e rendono la mia vita un deserto. Scioglimi tu, io lo desidero; spezza l’involucro duro del mio cuore e portami fuori, con te, mio Signore!
f) “Per un’altra strada fecero ritorno”. Non potrebbe esserci finale più bella! Per questo il Signore mi attira a sé, mi chiama, mi coinvolge in questo mistero del suo Natale: perché io non sia più l’uomo o la donna di prima; perché, dopo aver incontrato Lui, dopo aver sperimentato Lui, la sua presenza, la sua luce, il suo amore, io torni rinnovato dai miei fratelli e miei amici. Non posso rimanere quello di prima; Lui ha fatto di me una creatura nuova, mi ha fatto nascere ancora, dall’alto, dall’acqua e dallo Spirito.

Una chiave di lettura. Cerco alcune parole-chiave, alcuni temi fondanti, che mi siano da guida e mi aiutino a penetrare meglio nel significato di questo brano del Vangelo, così che la mia vita possa essere illuminata e cambiata da questa Parola del Signore.
- Il viaggio: Questo brano sembra percorso trasversalmente dal grande tema del viaggio, dell’esodo, dell’uscita; i magi, questi personaggi misteriosi, si mettono in movimento, si allontanano dalla loro terra e camminano alla ricerca del re, del Signore. Matteo mette in risalto questa realtà attraverso alcuni verbi, che accompagnano lo svolgersi della vicenda: giunsero, siamo venuti, li inviò, andate, partirono, li precedeva, entrati, non tornare, fecero ritorno. Il percorso fisico dei magi nasconde in sé un viaggio ben più importante e significativo, che è quello della fede; è il movimento dell’anima, che nasce dal desiderio di incontrare e conoscere il Signore. Ma allo stesso tempo è anche l’invito di Dio, che ci chiama e ci attira con forza a sé; è Lui che ci fa alzare in piedi e ci pone in movimento, che ci offre le indicazioni e non smette mai di accompagnarci. La Scrittura ci offre molti esempi importanti, che ci aiutano ad entrare in questa scia di grazia e di benedizione. Ad Abramo Dio disse: “Vattene dal tuo paese e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” (Gen 12,1). Anche Giacobbe fu pellegrino di fede e di conversione; di lui, infatti, sta scritto: “Giacobbe partì da Bersabea e si diresse verso Carran” (Gen 28,10) e: “Poi Giacobbe si mise in cammino e andò nel paese degli orientali” (Gen 29,1). Dopo molti anni il Signore gli parlò e gli disse: “Torna al paese dei tuoi padri e io sarò con te” (Gen 31,3). Anche Mosè fu un uomo del cammino; Dio stesso gli ha disegnato la strada, l’esodo, dentro al cuore, nelle viscere e ha fatto di tutta la sua vita una lunga marcia di salvezza per sé e per i suoi fratelli: “Ora va’! Io ti mando dal faraone. Fa’ uscire dall’Egitto il mio popolo!” (Es 3,10). Anche il popolo nuovo di Dio, noi, i figli della promessa e della nuova alleanza, siamo chiamati ad uscire sempre, a metterci in viaggio, alla sequela del Signore Gesù. L’esodo non si è mai interrotto; la liberazione, che viene dalla fede, è sempre in atto. Guardiamo a Gesù, ai suoi apostoli, a Paolo: nessuno sta fermo, nessuno si nasconde. Tutti questi testimoni ci parlano, oggi, attraverso la loro vicenda e ci ripetono: “Beato chi trova in te la sua forza e decide nel suo cuore il santo viaggio” (Sal 83,6).
- La stella: È un elemento molto importante in questo brano, centrale, perché ad essa è affidato il compito di guidare i magi alla loro meta, di rischiarare le loro notti di viaggio, di indicare con precisione il luogo della presenza del Signore, di rallegrare grandemente i loro cuori. In tutta la Bibbia le stelle compaiono come segni di benedizione e di gloria, sono quasi una personificazione di Dio, che non abbandona il suo popolo e, allo stesso tempo, una personificazione del popolo, che non si dimentica del suo Dio e lo loda, lo benedice (cfr. Sal 148,3; Bar 3,34). Per la prima volta il termine stella appare, nella Scrittura, in Genesi 1,1quando, giunto al quarto giorno, il racconto della creazione narra dell’apparizione nei cieli del sole, della luna e delle stelle, come segni e come luci, per regolare e per illuminare. Il termine ebraico “stella” kokhab è molto bello e denso di significato; le lettere che lo formano, infatti, ci svelano l’immensità della presenza che questi elementi celesti portano in sé. Troviamo due caf, che significano “mano” e che racchiudono in sé una waw, cioè l’uomo, inteso nella sua struttura vitale, nella sua colonna vertebrale, che lo mantiene in posizione eretta, che lo fa salire verso il cielo, verso il contatto col suo Dio e Creatore. Dunque, dentro le stelle, appaiono due mani, caf e caf, che stringono in sé, con amore, l’uomo: sono le mani di Dio, che mai cessano di sostenerci, solo che noi ci affidiamo ad esse. Infine compare la lettera bet, che è la casa. Le stelle ci parlano, allora, del nostro viaggio verso casa, del nostro continuo migrare e ritornare là, da dove siamo venuti, fin dal giorno della nostra creazione, ma già fin da sempre. Molte volte Dio paragona la discendenza di Abramo alle stelle del cielo, quasi che ogni uomo sia una stella, che nasce per illuminare le notti; “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza” (Gen 15,5). Anche Gesù è una stella, la stella che spunta da Giacobbe (Num 24,17), che sorge dall’alto, la stella radiosa del mattino, come dice l’Apocalisse (22,16). In Lui, infatti, ha preso carne quell’amore infinito di Dio, che si china verso di noi, suoi figli e apre le palme delle mani per raccoglierci ed accoglierci. Solo un amore così può dare alla nostra infinta debolezza la capacità e il coraggio, la tenacia e la gioia per accettare di partire, di fare il lungo e faticoso viaggio della fede, che ci porta fino a Betlemme, al luogo dove Dio appare per noi.
- L’adorazione: Il gesto di adorazione è antico quanto l’uomo, perché, da sempre, il rapporto con la divinità è stato accompagnato da questa esigenza intima di affetto, di umiltà, di consegna di sé. Davanti alla grandezza di Dio, noi, piccoli, ci sentiamo e ci scopriamo sempre più un niente, un granello di polvere, una goccia da un secchio. Già nell’Antico Testamento il gesto di adorazione compare come un atto di profondo amore verso il Signore, che richiede la partecipazione di tutta la persona: la mente, la volontà che sceglie, l’affetto che desidera e il corpo che si piega, si prostra fino a terra. Molte volte è detto che l’adorazione è accompagnata dalla prostrazione con la faccia a terra; il volto dell’uomo, il suo sguardo, il suo respiro, torna alla polvere da cui è stato tratto e lì si riconosce come creatura di Dio, come soffio delle sue narici. “Venite, prostrati adoriamo, in ginocchio davanti al Signore che ci ha creati” (Sal 94,6): è l’invito che la Scrittura ogni giorno ci fa’, indicandoci la via da percorrere, per giungere sempre di nuovo alla verità e, così, poter vivere pienamente. Il Nuovo Testamento approfondisce ancora di più la riflessione spirituale su questa realtà e sembra volerci accompagnare in un percorso pedagogico di conversione e di maturazione del nostro uomo interiore. Nei Vangeli vediamo le donne e i discepoli che adorano il Signore Gesù dopo la sua risurrezione (Mt 28,9; Lc 24,52), perché lo riconoscono come Dio. Ma le parole di Gesù, nel suo dialogo con la donna samaritana, ci fanno entrare bene nella verità di questo gesto, che è, poi, tutta una vita, è un atteggiamento del cuore: l’adorazione è per Dio Padre e non avviene in un luogo o in un altro, ma nello Spirito e nella verità, cioè nello Spirito e nel Figlio Gesù. Non dobbiamo illuderci; non è spostandoci da un luogo all’altro, non è cercando questa o quella persona spirituale che noi possiamo adorare il nostro Dio. Il movimento, il viaggio, è interiore, avviene in profondità ed è una consegna piena di noi stessi, della nostra vita, di tutta la nostra realtà, alle ali dello Spirito Santo e alle braccia di Gesù innalzate sulla croce, con le quali Egli continua ad attirare tutto a sé. Anche san Pietro lo dice chiaramente: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” (1Pt 3,15). Il piegarci a terra, il prostraci davanti al Signore parte proprio dal cuore; se ci lasciamo toccare e raggiungere lì, se lasciamo entrare il Signore lì, in questo luogo sacro, allora Lui ci cambierà interamente, trasformerà tutta la nostra persona e farà di noi uomini e donne nuovi.

Sequenza (Annunzio del giorno della Pasqua)
Dopo la proclamazione del Vangelo, il diacono o il sacerdote o un altro ministro idoneo può dare l’annunzio del giorno della Pasqua.
Fratelli carissimi, la gloria del Signore si è manifestata e sempre si manifesterà in mezzo a noi fino al suo ritorno.
Nei ritmi e nelle vicende del tempo ricordiamo e viviamo i misteri della salvezza.
Centro di tutto l’anno liturgico è il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, che culminerà nella domenica di Pasqua il 24 aprile.
In ogni domenica, Pasqua della settimana, la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte.
Dalla Pasqua scaturiscono tutti i giorni santi:
Le Ceneri, inizio della Quaresima, il 9 marzo.
L’Ascensione del Signore, il 5 giugno.
La Pentecoste, il 12 giugno.
La prima domenica di Avvento, il 27 novembre.
Anche nelle feste della santa Madre di Dio, degli apostoli, dei santi e nella commemorazione dei fedeli defunti, la Chiesa pellegrina sulla terra proclama la Pasqua del suo Signore.
A Cristo che era, che è e che viene, Signore del tempo e della storia, lode perenne nei secoli dei secoli. Amen.

6 gennaio: Epifania del Signore
Biografia: L’Epifania é una festa di luce: una luce che guida a Gesù; una luce che traspare da lui. Lo splendore di una stella attrae a Betlemme genti lontane. Esse sono il simbolo di tutti gli uomini, quindi anche di noi, che vanno verso il Signore guidati dalla fede, e lo adorano. Il mistero della manifestazione del Signore si celebra come duplice nella festa di Natale e di Epifania, che sono il frutto del mutuo influsso delle tradizioni orientali ed occidentali. Malgrado l’influsso che le due tradizioni ebbero l’una sull’altra, le due feste non si fusero, ma continuarono a mantenere il loro proprio giorno di celebrazione insieme alle loro particolarità. La festa di Epifania ha le sue origini nell’Oriente Cristiano verso gli anni 120-140 come la commemorazione del battesimo del Signore. Il ciclo di Natale - Epifania è il ciclo della manifestazione del Signore, manifestazione splendente, perché è la luce di Dio che risplende e illumina il mondo. Questa è l’idea base e fondamentale di questo periodo dell’anno liturgico. Dio si manifesta per mezzo dell’incarnazione del Figlio suo nel seno di Maria per opera dello Spirito Santo. Ma lo scopo dell’incarnazione è la redenzione dell’uomo: per noi e per la nostra salvezza… Questo ci porta in primo luogo non a contemplare l’anniversario della nascita di Cristo, ma a celebrare il mistero della sua manifestazione al mondo per salvare gli uomini nell’umiltà della nostra carne, che egli assunse nel grembo della Vergine Maria per mezzo dello Spirito.

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Leone Magno, papa
Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza
La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo. Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste. Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell’universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome (cfr. Sal 75,2). Figli carissimi, ammaestrati da questi misteri della grazia divina, celebriamo nella gioia dello spirito il giorno della nostra nascita e l’inizio della chiamata alla fede di tutte le genti. Ringraziamo Dio misericordioso che, come afferma l’Apostolo, «ci ha messo in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce. È lui che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto» (Col 1,12-13). L’aveva annunziato Isaia: Il popolo dei Gentili, che sedeva nelle tenebre, vide una grande luce e su quanti abitavano nella terra tenebrosa una luce rifulse (cfr. Is 9,1). Di essi ancora Isaia dice al Signore: Popoli che non ti conoscono ti invocheremo, e popoli che ti ignorano accorreranno a te (cfr. Is 55,5). Abramo vide questo giorno e gioì (cfr. Gv 8, 56). Gioì quando conobbe che i figli della sua fede sarebbero stati benedetti nella sua discendenza, cioè nel Cristo, e quando intravide che per la sua fede sarebbe diventato padre di tutti i popoli. Diede gloria a Dio, pienamente convinto che quanto il Signore aveva promesso lo avrebbe attuato (Rm 4,20-21). Questo giorno cantava nei salmi David dicendo: «Tutti i popoli che hai creato verranno e si prostreranno davanti a te, o Signore, per dare gloria al tuo nome» (Sal 85,9); e ancora: «Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97,2). Tutto questo, lo sappiamo, si è realizzato quando i tre magi, chiamati dai loro lontani paesi, furono condotti da una stella a conoscere e adorare il Re del cielo e della terra. Questa stella ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete tutti aiutarvi l’un l’altro. Risplendete così come figli della luce nel regno di Dio, dove conducono la retta fede e le buone opere. Per il nostro Signore Gesù Cristo che con Dio Padre e con lo Spirito Santo vive e regna per tutti i secoli dei secoli. Amen (Disc. 3 per l’Epifania, 1-3.5; Pl 54,240-244).

Orazione finale: Signore, Padre mio, davvero io ho visto la tua stella, ho aperto i miei occhi alla tua presenza d’amore e di salvezza e ho ricevuto la luce della vita. Ho contemplato la notte trasformata in chiarore, il dolore in danza, la solitudine in comunione: tutto questo, sì, è avvenuto davanti a Te, nella tua Parola. Tu mi hai condotto per il deserto, mi hai fatto arrivare alla tua casa e hai aperto la porta, perché io entrassi. Lì ho visto Te, il Figlio tuo Gesù, Salvatore della mia vita; lì ho pregato e adorato, ho pianto e ho ritrovato il sorriso, ho fatto silenzio e ho imparato a parlare. A casa tua, o Padre misericordioso, ho ritrovato la vita! E adesso sto ritornando, ho ripreso il mio cammino, ma la via non è più quella di prima; la tua Parola mi ha lasciato un cuore nuovo, capace di aprirsi, per amare, per ascoltare, per accogliere dentro di sé e farsi casa a tanti fratelli e sorelle che tu mi metterai accanto. Non me ne accorgevo, Signore, ma tu mi hai fatto ritornare bambino, mi hai fatto nascere insieme a Gesù. Grazie, Padre, Padre mio!

RITO AMBROSIANO
ANNO A
EPIFANIA DEL SIGNORE
(messa vigiliare)


Liturgia vigiliare vespertina
I Lettura: Nm 24,15-25°
II Lettura: Is 49,8-13
III Lettura: 2Re 2,1-12b
IV Lettura: 2Re 6,1-7

Segue la Messa di vigilia con l’Epistola, il Canto al Vangelo e il Vangelo
Epistola: Tt 3,3-7
Vangelo: Gv 1,29a.30-34

Ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio
Epifania significa manifestazione. Nel Natale Dio si è rivelato pienamente al mondo intero nella persona di Gesù, offrendo a tutti gli uomini i suoi doni di salvezza. L’inno di questa liturgia serale rievoca i primi segni del suo rivelarsi: la stella dei magi, il Battesimo al Giordano, l’acqua cambiata in vino, la moltiplicazione dei pani. Segni che hanno sorpreso e suscitato interrogativi e scelte da parte dei protagonisti che ne sono stati testimoni. Le sei letture bibliche della veglia rievocano preannunci e presagi, a sfaccettare soprattutto i risvolti esistenziali e salvifici dell’evento che celebriamo.
Presagi: Classico è l’episodio di Balaam chiamato a maledire il popolo di Dio e trovatosi invece, per ispirazione divina, a preannunciarne la vittoria. “Io vedo, ma non ora, lo contemplo, ma non da vicino: una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (I lett.). La stella è il Messia cui è dato lo scettro di “quel regno che non avrà fine” (Lc 1,37). Già di lui si diceva nelle benedizioni di Giacobbe ai figli: “Non sarà tolto lo scettro da Giuda né il bastone del comando tra i suoi piedi, finché verrà colui al quale esso appartiene e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli” (Gen 49,10). Quei popoli rappresentati oggi dai magi, loro primizia a seguire la stella del “nato re dei Giudei” (Mt 2,2). E la Chiesa ci fa dire: “Sta nella mangiatoia chi dalle nubi regna” (Salmello). “Ecco, questi vengono da lontano, ed ecco, quelli vengono da settentrione e da occidente” (II lett.). Isaia annuncia “il tempo della benevolenza”, “il giorno della salvezza” “perché il Signore consola il suo popolo e ha misericordia dei suoi poveri”. Promessa di tempi di salvezza: “Non avranno né fame né sete e non li colpirà né l’arsura né il sole, perché colui che ha misericordia di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d’acqua”. Sappiamo che questo sogno si attuerà al compimento della iniziativa salvifica di Dio, nella Gerusalemme celeste: “Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno” (Ap 21,4). Dei magi si dice che “al veder la stella provarono una gioia grandissima” (Mt 2,10). Le altre due letture sono legate al Giordano, in riferimento al battesimo di Gesù e al nostro battesimo. Elia viene portato verso il cielo in un carro di fuoco dopo aver attraversato il Giordano. È per lui l’esodo definitivo dalla terra al cielo. Come per Gesù quel suo “battesimo” che è stata la sua morte. Anche per noi, il battesimo è il passaggio delle acque che ci danno la vita nuova, premessa e promessa di una piena comunione con Dio. L’altro episodio di Eliseo fa riferimento al legno gettato nelle acque, cioè la croce di Cristo, che le rende salvifiche, ormai capaci di ricuperare il credente alla vita. Così la Chiesa ci fa pregare: “Aiutaci a conservare con vigile cuore l’innocenza ridataci nel battesimo e fa' che manifestiamo in una condotta irreprensibile lo splendore di una vita rinnovata” (Oraz.).
Eventi salvifici: “Io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”. Il Battista è esplicito: troppo vistoso è il segno che mi ha convinto: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui”. Non è mia invenzione: “Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. Qui si rivela lo Spirito che testimonia la divinità di questo Inviato speciale, del quale il Battista dichiara: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Il battesimo al Giordano è la rivelazione piena della divinità agli uomini; tanto più che si completa con la dichiarazione del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento” (Mt 3,17). Una rivelazione del Dio Trinitario addirittura. Quel battesimo di Gesù si prolunga oggi nel nostro battesimo a seminare nel mondo questo rivelarsi di Dio come salvatore e trasformatore di ogni vita credente. “Quando apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini, egli ci ha salvati.. per la sua misericordia con un’acqua che rigenera e rinnova nello Spirito Santo, che Dio ha effuso su noi in abbondanza” (Epist.). Opera di Dio, quindi epifania di Dio, perché segnata dalla gratuità (“non per opere giuste da noi compiute”) e dal frutto - impensabile e immeritato - della vita eterna. “Noi un tempo eravamo insensati, disobbedienti”. Ora, “giustificati per la sua grazia”, siamo divenuti “nella speranza, eredi della vita eterna”. Dall’epifania storica - potremmo dire - all’epifania sacramentale che rende poi ogni battezzato vera epifania di Dio per la sua nuova condotta. Forse anche molti altri sono i segni di epifanie del Signore. Ognuno ha una sua stella che conduce a Cristo. In questa veglia e in questa festa dove “Cristo, luce del mondo, ha rivelato ai popoli l’ineffabile mistero della salvezza” (Prefazio), può essere utile riandare a cogliere quale sia stata la stella che ci ha svelato in un modo significativo Cristo come nostro salvatore e ha orientato la nostra vita a lui. Per esprimere tutta la lode e il ringraziamento, nel rintracciare le vie magari strane e insospettate con cui la luce di Cristo ha raggiunto il nostro cuore. Persone, fatti, eventi, .. prove: veramente, dice Paolo, “tutto concorre al bene per quelli che amano Dio” (Rm 8,28). Questa celebrazione termina con il canto del Magnificat: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome”.
Il prefazio della messa del giorno sintetizza i fatti rivelatori per dirne il fine: Dio si rivela per comunicarsi! “Cominciando dalla sua nascita prodigiosa il tuo Verbo rivela al mondo la tua potenza divina con segni molteplici: la stella guida dei Magi, l’acqua mutata nel vino e al battesimo del Giordano la proclamazione del Figlio di Dio. Da questa chiare manifestazioni salvifiche fulgidamente è apparsa ai nostri occhi la tua volontà di donarti nel tuo Figlio amatissimo”. Lui che è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6). “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre” (Gv 1,4-5). Siamo tra quelli che l’hanno accolta?

RITO AMBROSIANO
ANNO A
EPIFANIA DEL SIGNORE
(messa del giorno)


Letture:
Is 60,1-6
Sal 71
Tt 2,11 - 3,2
Mt 2,1-12

Alcuni Magi vennero da Oriente
“Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”. Sulla scia dei Magi ripercorriamo l’itinerario dell’uomo che cerca sinceramente Dio. Troveremo alla fine che Dio ci ha preceduti e ci aspetta in una casa perché anche noi lo abbiamo ad adorare. Epifania significa appunto “manifestazione di Dio”. Quel Dio invisibile che l’uomo cerca da sempre s’è reso visibile in quel Bambino che i Magi – primizia delle genti pagane, quindi di tutti noi - vengono a Betlemme ad adorare.
La ricerca di Dio: Una stella appare ai Magi. Forse erano degli astronomi, scrutatori della bellezza del creato in cui primariamente si squaderna la grandezza di Dio creatore. Dalle cose visibili l’uomo è rapito alle cose invisibili: “Difatti dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si contempla il loro autore” (Sap 13,5). Scrive san Paolo: “Ciò che di Dio si può conoscere, è loro manifesto; Dio stesso lo ha manifestato a loro. Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da lui compiute” (Rm 1,19-20). In fondo è da questa radice che si nutre il senso religioso di ogni uomo e sono nate tutte le grandi religioni dell’umanità. Ne siamo rispettosi, ma è solo un primo stadio. Più probabilmente questi Magi conoscevano la tradizione biblica, lì dove si parla che “una stella spunta da Giacobbe e uno scettro sorge da Israele” (Nm 24,17). Vi è stato dentro il popolo di Dio una lunga preparazione e attesa del Messia, che sarebbe nato a Betlemme – come attestano le Scritture e ben sanno i capi dei sacerdoti. È la Bibbia allora a precisare la ricerca dell’uomo e a indirizzarne l’incontro al punto giusto, all’evento storico della Incarnazione. Il desiderio di felicità e la ricerca naturale di Dio che c’è in ogni uomo trova il suo appagamento quando sfocia in quel punto dove Dio gli è venuto incontro, dove il cielo si è chinato sulla terra, dove in sostanza “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). È un fatto storico, un punto geografico preciso l’incrocio tra le strade dell’uomo e quelle di Dio. A Gerusalemme i Magi trovano l’indifferenza della città e il sarcasmo di Erode. Non è facile il cammino della ricerca di Dio, ieri come oggi. Una cultura, la nostra, che per lo meno è indifferente, quando non ostile e stoltamente supponente nei confronti del fatto religioso; e in particolare nei confronti del Cristianesimo e della Chiesa. Ma in alternativa che cosa sa offrire? Magia, satanismo, sette, e – oggi – le stupidaggini pagane della befana! Pura irrazionalità e generico sentimentalismo come è nella forma vagamente religiosa che si sta diffondendo chiamata New Age. Quanto è penoso vedere gente che lascia la sicurezza documentata di Cristo per volgersi alle più sciocche favole ammannite dalla televisione!
La manifestazione di Dio: I Magi “entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono”. Riconoscono in quel bambino il Dio fatto uomo. “Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra”. Commenta sant’Ambrogio: “L’oro spetta al re, l’incenso a Dio, la mirra al defunto”. Cioè riconoscono in quel Bambino il Messia, re discendente di Davide; il Dio fatto carne; il Figlio di Dio che muore per noi. Il mistero sconvolgente del Natale è appunto quello di un Dio venuto tra noi, prima nella storia col nascere a Betlemme; poi - attraverso il suo Spirito che ci ha dato dalla Croce - nella vita di ognuno, oggi, nella Chiesa e nel sacramento, fino a farsi pane, nostro nutrimento! Un Dio tutto con noi e per noi! A Greccio, il primo presepio, san Francesco aveva posto davanti ad una greppia col bue e l’asino, non Maria, Giuseppe e un bambino, ma l’altare per celebrarvi la messa: era un presepio eucaristico. Qui ora si incontra il Salvatore. Ed è venuto per tutti: “È apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini” (Epist.). È stato Paolo ad aprire il vangelo al mondo pagano, annunciatore di un mistero tenuto nascosto per secoli e ora finalmente svelato: il progetto di Dio per il quale “le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo” (Ef 23,6). Si sono spalancate le porte: quel che all’inizio era dono ad Israele - l’alleanza e la comunione con Dio - ora è offerto a tutti. I Magi ne sono come la primizia e il simbolo. Isaia aveva sognato i tempi in cui Gerusalemme sarebbe diventata il centro d’incontro col Signore per tutti i popoli: “Cammineranno le genti alla tua luce, i re allo splendore del suo sorgere. Tutti costoro si sono radunati, vengono a te.. Dromedari di Madia e di Efa’, tutti verranno da Saba.., proclamando le glorie del Signore” (Lett.). È scritto: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tim 2,4). I modi di questa chiamata variano per ogni uomo e sono sorprendenti e propri. Per i Magi fu il discreto tremolare di una stella; per ognuno di noi Dio pone dei segni e fa seguire itinerari personali. A noi chiede di essere attenti, incominciando a consentire con la rettitudine e la fedeltà alla coscienza, prima voce di Dio. Si tratta di “rinnegare l’empietà e i desideri mondani e vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà” (Epist.). Divenire seri di fronte alla vita e porsi l’interrogazione sul significato e il fine della propria esistenza sono condizioni indispensabili per incrociare le risposte di Dio. Senza precludersi lo studio di ciò che oggettivamente Dio ha posto per incontrarci: lo studio quindi, sincero, della Bibbia.
Termina oggi il ciclo dell’Incarnazione. Un Dio che si rivela per comunicarsi. Un Dio che ama la nostra carne per contagiarla della sua divinità: è mistero decisivo per la sorte dell’uomo e della sua storia. L’immagine che meglio ne coglie il senso è quella dello sposalizio. Un antico canto orientale – caduto come nostro canto alla comunione – così si esprime: “Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo che laverà i suoi peccati nell’acqua del Giordano. Coi loro doni accorrono i Magi alle nozze del Figlio del Re, e il convito si allieta di un vino mirabile”. Mirabili nozze abbiamo celebrato con Dio in questo Natale; siamone degni e fedeli!
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MessaggioOggetto: SABATO 8 GENNAIO 2011   Sab Gen 08, 2011 9:51 am

SABATO 8 GENNAIO 2010

SABATO DELLA II SETTIMANA DI NATALE
FERIA PROPRIA DELL’8 GENNAIO


Preghiera iniziale: O Padre, il cui unico Figlio si è manifestato nella nostra carne mortale, concedi a noi, che lo abbiamo conosciuto come vero uomo, di essere interiormente rinnovati a sua immagine.

Letture:
1Gv 4,7-10 (Dio è amore)
Sal 71 (Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra)
Mc 6,34-44 (Moltiplicando i pani, Gesù si manifesta profeta)

Erano come pecore che non hanno pastore
In questo Vangelo, al sesto capitolo, Giovanni ci vuol parlare dell’Eucaristia e inizia con la moltiplicazione dei pani e dei pesci. Ecco: Gesù vede una grande folla che accorre a Lui e… “ha compassione di loro perché erano come pecore che non hanno pastore e si mise ad insegnare loro molte cose”. Gesù è un Dio compassionevole e il suo Cuore è Cuore misericordioso: ci accetta e ama così come siamo… Egli “prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero; e divise i due pasci fra tutti” ed erano cinquemila uomini…! Questo miracolo Gesù lo fa come insegnamento e per preparare la gente ad accogliere il Mistero grande dell’Eucaristia che Egli vuole istituire nella Chiesa. Lo fa per sfamare l’uomo, tutti noi, dalla nostra fame esistenziale, quella che abbiamo di Dio. E solo Dio Amore può sfamare l’uomo, che è assetato d’amore. Infatti verso la fine del capitolo sesto leggiamo: “Io sono il Pane vivo disceso dal Cielo, chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue avrà la vita eterna. Egli ha compassione del suo popolo, ha compassione di noi che non riusciamo mai a sfamarci perché le cose del mondo sono come paglia secca, ma il suo è un Cibo supersostanziale: è il Pane degli Angeli, è la Carne e il Sangue del Figlio di Dio disceso in terra; e “chi ne mangia non avrà più fame e chi ne beve non avrà più sete. E Sant’Agostino scriveva: “Il mio cuore è inquieto, o Dio, finché non si riposa in te!”. Egli ci sfama con la sua Parola e con la Santa Eucaristia. E ciò avviene in ogni Santa messa dove l’insegnamento di Gesù si celebra nella prima parte e nella seconda parte: la Liturgia Eucaristica.
Siamo nella luce dell’Epifania, presenza velata che vuole manifestarsi nei nostri cuori e attraverso noi nel mondo. È l’avvenimento che deve illuminare questa settimana. Che cosa c’è di più importante nella vita, che amare con verità e tenerezza? Ci sono, infatti, tante caricature dell’amore. L’amore non fa calcoli, si dona con sovrabbondanza, come le ceste piene di pezzi di pane che rimasero dopo che tutti ebbero mangiato a sazietà. La Parola di Dio fatta carne si fa nutrimento spirituale in ogni Eucaristia. Riscopriamo il nostro stato di figli di Dio, di mendicanti di Dio. Al di fuori dell’amore, vedremo soltanto infantilismo, umiliazione. Nell’amore, comprenderemo che tutto è differente: siamo figli prediletti del Signore e dobbiamo comportarci con gli altri di conseguenza.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci». E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti. Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Riflessione
- È sempre bene guardare il contesto in cui si trova il testo del vangelo, poiché ci illumina per scoprire meglio il senso. Poco prima (Mc 6,17-29), Marco narra il banchetto della morte, promosso da Erode con i grandi della Galilea, nel palazzo della Capitale, durante il quale fu ucciso Giovanni Battista. Nel testo di oggi descrive il banchetto della vita, promosso da Gesù con la moltitudine affamata della Galilea lì nel deserto. Il contrasto di questo contesto è grande ed illumina il testo.
- Nel vangelo di Marco, la moltiplicazione dei pani è molto importante. Appare due volte: qui ed in Mc 8,1-9. E Gesù stesso interroga i discepoli sulla moltiplicazione dei pani (Mc 8,14-21). Per questo vale la pena osservare e riflettere fino a scoprire in cosa consiste esattamente questa importanza della moltiplicazione dei pani.
- Gesù aveva invitato i discepoli per riposare un poco in un luogo del deserto (Mc 6,31). La moltitudine percepisce che Gesù era andato sull’altra riva del lago, va dietro di lui ed arriva prima (Mc 6,33). Quando Gesù, scendendo dalla barca, vede quella moltitudine che l’aspetta, si rattrista “perché erano come pecore senza pastore”. Questa frase evoca il salmo del buon pastore (Sal 23). Davanti alla gente senza pastore, Gesù dimentica il riposo e comincia ad insegnare, comincia ad essere pastore. Con le sue parole orienta e guida la moltitudine nel deserto della vita, e così la moltitudine poteva cantare: “Il Signore è il mio pastore! Non manco di nulla!” (Sal 23,1).
- Il tempo passava e comincia a farsi notte. I discepoli erano preoccupati e chiedono a Gesù di lasciar andare la gente. Affermano che lì nel deserto non è possibile trovare da mangiare per tanta gente. Gesù dice: “Dategli voi da mangiare!”. Ma loro si spaventano: “Vuoi che andiamo a comprare pane per 200 denari?” (cioè, il salario di 200 giorni!). I discepoli cercano la soluzione fuori della moltitudine e per la moltitudine. Gesù non cerca la soluzione fuori, bensì all’interno della moltitudine e per la moltitudine, e domanda: “Quanti pani avete? Andate a vedere”. La risposta è: “Cinque pani e due pesci!”. È poco per tanta gente! Gesù ordina alla moltitudine di sedersi in gruppi e chiede ai discepoli di distribuire i pani ed i pesci. Tutti ne mangiarono a volontà!
- È importante notare come descrive il fatto Marco. Dice: “Gesù prese i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero”. Questo modo di parlare fa pensare le comunità a cosa? Senza dubbio, faceva pensare all’Eucaristia. Poiché queste stesse parole saranno usate (finora) nella celebrazione della Cena del Signore. Così Marco suggerisce che l’Eucaristia deve portare alla condivisione. È il pane di vita che da coraggio e porta ad affrontare i problemi della gente in modo diverso, non dal di fuori, ma dal di dentro.
- Nel modo di descrivere i fatti, Marco evoca la Bibbia per illuminare il senso dei fatti. Dare da mangiare alla moltitudine affamata nel deserto, fu Mosè che lo fece per primo (cfr. Es 16,1-36). Ed il chiedere alla gente di organizzarsi in gruppi di 50 o 100 ricorda il censimento del popolo nel deserto dopo l’uscita dall’Egitto (cfr. Nm 1-4). Marco suggerisce così che Gesù è il nuovo Messia. La gente delle comunità conosceva l’Antico Testamento, ed a buon intenditore bastavano poche parole. Così scoprivano il mistero che circondava la persona di Gesù.

Per un confronto personale
- Gesù dimentica il riposo per poter servire la gente. Qual’è il messaggio che scopro per me?
- Se oggi condividessimo ciò che abbiamo, non ci sarebbe fame nel mondo. Cosa posso fare io?

Preghiera finale: Nei suoi giorni fiorirà la giustizia e abbonderà la pace, finché non si spenga la luna. E dominerà da mare a mare, dal fiume sino ai confini della terra (Sal 71).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 9 GENNAIO 2011   Dom Gen 09, 2011 10:37 am

DOMENICA 9 GENNAIO


RITO ROMANO
ANNO A
I DOMENICA DOPO L’EPIFANIA DEL SIGNORE
BATTESIMO DEL SIGNORE


Orazione iniziale: Ti lodiamo, Padre invisibile, largitore di immortalità: tu sei la fonte della vita, la fonte della luce, la fonte di ogni grazia e di ogni verità, amante degli uomini e amante dei poveri, che con tutti ti riconcili e tutti attiri a te per mezzo della venuta del tuo Figlio diletto. Fa di noi uomini vivi, dà a noi lo Spirito di luce, perché conosciamo te, il vero, e colui che mandasti Gesù Cristo (Anafora di Serapione).

Letture:
Is 42,1-4.6-7 (Ecco il mio servo di cui mi compiaccio)
Sal 28 (Il Signore benedirà il suo popolo con la pace)
At 10,34-38 (Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret)
Mt 3,13-17 (Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui)

Questi è il Figlio mio, l’Amato
Mentre Isaia, ben otto secoli prima, ci profetizza: “Ecco il mio Servo che io sostengo, il mio Eletto di cui mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito su di Lui…”, oggi vediamo Gesù, silenzioso, mite e umile, che si incammina, solo, verso il fiume Giordano. Anche Lui, come i peccatori, va a farsi battezzare da Giovanni. E il Battista, quando Lo vede arrivare, ne rimane come sconvolto e reagisce con sincerità e forza: “Ma sono Io che ho bisogno di essere battezzato da Te, e Tu vieni a Me?”… Appena battezzato Gesù uscì dall’acqua: ed ecco… “si aprirono per Lui i cieli e vide lo Spirito Santo di Dio discendere come una colomba e venire sopra di Lui”. E la voce di Dio Padre risuonò per il cielo: “Questi è il Figlio mio, l’Amato: in Lui ho posto il mio compiacimento!”. E’ la stessa voce che ha risuonato in chiesa, nel silenzio dell’anima nostra, quando siamo stati battezzati: lo Spirito Santo aleggiava anche sopra le nostre teste perché in quell’istante preciso siamo diventati, in tutto, simili a Gesù Cristo, che è Figlio di Dio e Figlio di Maria, siamo diventati 'cristiani’. E se continueremo a vivere la Grazia di quel momento divino, sentiremo ancora aleggiare lo Spirito del Signore sopra di noi, e sentiremo nel cuore la sua pace santa. Non vergogniamoci mai di essere cristiani e oggi per esserlo è necessario andare proprio contro corrente perché il mondo tante volte è cattivo e senza fede. E viviamolo con gioia il nostro Battesimo, e se ne perdiamo la Grazia, allora corriamo a confessarci perché con la santa assoluzione ritorna in noi la grazia battesimale, l’Alleanza d’amore con Dio e con i fratelli… e la pace nel cuore.
Gesù chiede a Giovanni di battezzarlo, ma non ha bisogno alcuno di tale battesimo di penitenza perché, dall’inizio, tutto si realizzi e perché si manifesti la Santa Trinità che egli è venuto a rivelare. Giovanni invitava il popolo a prepararsi alla venuta imminente del Messia. A lui è concesso di contemplare ciò a cui aspira ogni uomo che prega e che contempla: Giovanni percepisce e insieme accoglie il mistero di Dio, quello del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Giovanni vede il Figlio, il Verbo eterno di Dio, e lo indica già come il Salvatore. Sente il Padre, che nessuno riesce a vedere, testimoniare e attestare che quello è davvero suo Figlio (Gv 5,36-37). Percepisce poi la presenza dello Spirito che si posa sulla superficie dell’acqua, madre di ogni vita (Gen 1,2). È lo Spirito che è sceso su Maria, generando in lei la vita umana e divina (Lc 1,35). È lo Spirito che scenderà un giorno sugli apostoli perché fecondino la terra e le diano vita eterna(At 2,4). E, pur avendo avuto un altro battesimo, altrimenti efficace (Mc 10,39), anche noi siamo stati battezzati “nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo” (Mt 28,19). E, secondo la promessa, la Santa e Divina Trinità pone in noi la sua dimora (Gv 14,23). Essa trasforma la nostra vita, affidandola a Dio e attirandoci verso di lui con la forza di attrazione della risurrezione.

Approfondimento del Vangelo (Il Battesimo di Gesù nel Giordano)
Il testo: In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare. Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Introduzione: Questo frammento evangelico (Mt 3,13-17) fa parte della sezione narrativa dell’evangelista Matteo, quella che introduce alla vita pubblica di Gesù. Dopo la fuga in Egitto, Gesù vive a Nazaret. Divenuto adulto, lo ritroviamo qui, sulle rive del fiume Giordano. Si tratta della parte conclusiva del brano dedicato a Giovanni Battista, l’incontro dei due. Chi volesse approfondire anche la personalità di Giovanni e il suo messaggio (Mt 3,1-12 è stato già proposto nella liturgia della seconda domenica di avvento) deve tener conto di tutto il capitolo 3 di Matteo. Il nostro brano è centrato in particolare sul riconoscimento della divinità di Cristo nel momento del suo battesimo. Dio Padre rivela chi è Gesù.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
- Matteo 3,13: ambientazione
- Matteo 3,14-15: dialogo Giovanni-Gesù
- Matteo 3, 16-17: epifania/teofania

Un momento di silenzio orante perché la parola di Dio possa entrare in noi e illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e orazione.
a) Perché Gesù “esce allo scoperto” dopo la vita nascosta a Nazaret?
b) Come matura la consapevolezza della sua identità e missione?
c) Mi è capitato, ad un certo punto, di intraprendere qualcosa di nuovo nella mia vita?
d) Chi o quale esperienza mi ha rivelato più pienamente la mia identità, vocazione e missione?
e) Che senso ha per me il ricordo del mio battesimo?

Una chiave di lettura: Insieme ad una lettura storica-cronologica nella quale è posto in evidenza l’episodio del battesimo di Gesù, l’incontro con Giovanni, prima dell’inizio della sua vita pubblica, si può tener presente una lettura simbolica, aiutati dai Padri orientali, nella quale si inquadra maggiormente il tempo liturgico, quello natalizio, che si conclude con la piena manifestazione di Dio come uomo. Una sintesi della manifestazione-epifania del Figlio di Dio nella carne.

Commento al testo:
- Mt 13,13: Gesù adulto. Dopo la “comparsa” di Giovanni sulla scena (13,1), Gesù, da Nazaret, dove aveva trascorso l’infanzia e la prima giovinezza (Mt 12,23), si reca al fiume Giordano. Da buon israelita è attento ai movimenti religiosi autentici che sorgono tra il popolo. Mostra di approvare l’opera di Giovanni e decide di ricevere il battesimo con acqua, non certamente per essere perdonato dai peccati, ma per unirsi e condividere pienamente le attese e le speranze di tutti gli uomini e le donne. Non è l’umanità che va da Lui, ma è Lui che va verso di essa, secondo la logica dell’incarnazione.
- Mt 13,14-15: dialogo di Giovanni con Gesù. Il tentativo di Giovanni di impedire il battesimo di Gesù è il riconoscimento della diversità tra i due e la consapevolezza del nuovo (la Nuova Alleanza) che entra in scena. “Colui che viene dopo di me... vi battezzerà in Spirito santo e fuoco... ha in mano il ventilabro... pulirà... raccoglierà... brucerà...” (vv.11-12). L’atteggiamento di Gesù è ancora quello di sottomettersi al piano salvifico di Dio (così adempiamo ogni giustizia), rispettando il modo (nell’umiltà-kenosi) e i tempi (l’ora-kairos). La diversità dei due si coglie anche dalla famiglia di provenienza (sacerdotale quella di Giovanni), dal luogo (Gerusalemme per Giovanni, Nazaret di Galilea per Gesù) nella modalità del loro concepimento (annuncio al padre, Zaccaria, secondo il modello antico; annuncio alla madre, Maria), l’età dei genitori (anziani quelli di Giovanni). Tutto sta a manifestare il passaggio tra l’antico e il nuovo. Matteo prepara i lettori alla novità del Cristo: “avete inteso che fu detto, ma io vi dico” (Mt 5).
- Mt 13,16-17: la presentazione di Dio Padre e lo Spirito Santo. Nel Vangelo di Matteo abbiamo la solenne “adorazione dei Magi” come riconoscimento della regalità-divinità di Gesù. Luca aggiunge anche il riconoscimento di Elisabetta (Lc 1,42-43), degli angeli (Lc 2,13-14) dei pastori (Lc 2,20), degli anziani Simeone e Anna (Lc 2,30; 28). In tutti gli evangelisti poi è evocata la proclamazione dell’identità divina di Gesù da parte di Dio Padre e dello Spirito Santo presente sotto forma di colomba. Matteo dice proprio “Questi è” e non “tu sei” il mio Figlio diletto. Gesù è di natura divina e allo stesso tempo è il nuovo Adamo, inizio di un’umanità nuova riconciliata con Dio insieme alla natura riconciliata anch’essa con Dio, attraverso l’immersione del Cristo nelle acque. Si riaprono i cieli dopo che erano stati chiusi per tanto tempo a causa del peccato e la terra è benedetta. La discesa di Cristo nelle acque prefigura la sua discesa agli inferi e si realizza la parola del salmista (Sal 74, 13-14), egli schiaccia la testa al nemico. Il Battesimo non solo prefigura, ma inaugura e anticipa la sconfitta di Satana e la liberazione di Adamo. Non sarà facile comunque riconoscere il Messia nella prospettiva della debolezza, lo stesso Giovanni ha qualche dubbio quando è in prigione e gli manda a dire per mezzo dei suoi discepoli “sei tu colui che deve venire o dobbiamo attenderne un altro?” (Mt 11,3).

Per chi vuole approfondire in prospettiva liturgica ed ecumenica: Nella tradizione della chiesa orientale, il Battesimo di Gesù è la festa più importante nelle liturgie natalizie. Il 6 gennaio si festeggia insieme: battesimo, nascita, visita dei magi, nozze di Cana come un’unica realtà. Più che dello svolgimento storico della vita di Gesù si tiene conto della sua rilevanza teologica-salvifica. L’interesse non è concentrato sull’aspetto sentimentale, ma sulla manifestazione storica di Dio e il suo essere riconosciuto come Signore. Cirillo di Gerusalemme afferma che Gesù conferisce alle acque del Battesimo il “colore della sua divinità” (III catechesi mistagogica, 1). Gregorio di Nissa scrive che la creazione di questo mondo e la creazione spirituale, un tempo nemiche, si riuniscono nell’amicizia, e noi umani, fatti un solo coro con gli angeli, partecipiamo alla loro lode (PG 46,599). Alla discesa nelle acque corrisponde la discesa nelle viscere della terra simbolizzata nella nascita nella grotta. Le acque distruttrici diventano acque di salvezza per i giusti. Le letture vetero-testamentarie nella liturgia dei Vespri evocano le acque che salvano: lo Spirito aleggia sulle acque nella creazione (Gn 1), le acque del Nilo salvano Mosè (Es 2), le acque si aprono al passaggio del popolo d’Israele (Es 14), le acque di Mara diventano dolci (Es 15), le acque del Giordano si aprono davanti all’Arca (Gios 3), le acque del Giordano guariscono Naaman il lebbroso (2Re 5) ecc. Gesù poi trasforma l’acqua nelle nozze di Cana in vino (Gv 2) come segno che la salvezza è giunta. In questa festa, nella liturgia orientale, c’è la tradizione di benedire le acque immergendo per tre volte la croce (la triplice immersione battesimale) in un pozzo o in un fiume. Si evoca il profeta Isaia: si rallegrino il deserto e la terra arida (Is 35,1-10), voi tutti assetati venite all’acqua (Is 55, 1-13), attingete acqua con gioia (Is 12,3-6).

Dagli scritti
Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
Il battesimo di Gesù
Cristo nel Battesimo si fa luce, entriamo anche noi nel suo splendore; Cristo riceve il battesimo, inabissiamoci con lui per poter con lui salire alla gloria. Giovanni dà il battesimo, Gesù si accosta a lui, forse per santificare colui dal quale viene battezzato nell’acqua, ma anche di certo per seppellire totalmente nelle acque il vecchio uomo. Santifica il Giordano prima di santificare noi e lo santifica per noi. E poiché era spirito e carne santifica nello Spirito e nell’acqua. Il Battista non accetta la richiesta, ma Gesù insiste. Sono io che devo ricevere da te il battesimo (cfr. Mt 3,14), così dice la lucerna al sole, la voce alla Parola, l’amico allo Sposo, colui che è il più grande tra i nati di donna a colui che è il primogenito di ogni creatura, colui che nel ventre della madre sussultò di gioia a colui che, ancora nascosto nel grembo materno, ricevette la sua adorazione, colui che percorreva e che avrebbe ancora precorso, a colui che era già apparso e sarebbe nuovamente apparso a suo tempo. «Io devo ricevere il battesimo da te» e, aggiungi pure, «in nome tuo». Sapeva infatti che avrebbe ricevuto il battesimo del martirio o che, come Pietro, sarebbe stato lavato non solo ai piedi. Gesù sale dalle acque e porta con sé in alto tutto intero il cosmo. Vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza, quei cieli preclusi e sbarrati come il paradiso lo era per la spada fiammeggiante. E lo Spirito testimonia la divinità del Cristo: si presenta simbolicamente sopra Colui che gli è del tutto uguale. Una voce proviene dalle profondità dei cieli, da quelle stesse profondità dalle quali proveniva Chi in quel momento riceveva la testimonianza. Lo Spirito appare visibilmente come colomba e, in questo modo, onora anche il corpo divinizzato e quindi Dio. Non va dimenticato che molto tempo prima era stata pure una colomba quella che aveva annunziato la fine del diluvio. Onoriamo dunque in questo giorno il battesimo di Cristo, e celebriamo come è giusto questa festa. Purificatevi totalmente e progredite in questa purezza. Dio di nessuna cosa tanto si rallegra, come della conversione e della salvezza dell’uomo. Per l’uomo, infatti, sono state pronunziate tutte le parole divine e per lui sono stati compiuti i misteri della rivelazione. Tutto è stato fatto perché voi diveniate come altrettanti soli cioè forza vitale per gli altri uomini. Siate luci perfette dinanzi a quella luce immensa. Sarete inondati del suo splendore soprannaturale. Giungerà a voi, limpidissima e diretta, la luce della Trinità, della quale finora non avete ricevuto che un solo raggio, proveniente dal Dio unico, attraverso Cristo Gesù nostro Signore, al quale vadano gloria e potenza nei secoli dei secoli. Amen (Disc. 39 per il Battesimo del Signore, 14-16.20; PG 36,350-351.354.358-359).

Orazione finale: Gesù, fonte della vita, che vieni a cancellare la condanna di Adamo, nel Giordano hai ucciso l’odio, concedici la pace che supera ogni intelligenza. Verbo splendente inviato dal Padre, dopo aver sradicato le colpe dei mortali, vieni a dissipare le lunghe e tristi ore della notte e, mediante il tuo battesimo, fai uscire, risplendenti, i tuoi figli dai flutti del Giordano. Che si vesta di bianco la razza umana, esca dalle acque come figli di Dio e trasformi il creato a immagine del creatore (Da “canti” liturgici orientali).

RITO AMBROSIANO
ANNO A
BATTESIMO DEL SIGNORE


Letture:
Is 55,4-7
Sal 28
Ef 2,13-22
Mt 3,13-17

Dio mai potrà prendersi una vita se questa non gli viene donata, offerta. Ogni uomo deve darsi a Dio con un atto di volontà. il dono è attuale, opera per opera, oppure esso è perenne. È dato una volta per tutte, senza mai più ritorno indietro. Gesù è vero uomo. È insieme vero Dio e vero uomo. Il vero uomo, tutta intera la sua umanità, deve essere data al Padre celeste perché Lui possa fare di Gesù il suo Messia, il suo Redentore, il Salvatore del mondo. Senza il dono della sua umanità al Padre, mai Gesù sarebbe potuto divenire il Servo del Signore per realizzare la sua volontà. Mai sarebbe stato costituito Messia e Salvatore. Giovanni pensa che Gesù voglia ricevere il suo battesimo di penitenza e di conversione come tutti gli altri e vuole impedire che questo avvenga. Gesù invece gli dice che bisogna compiere ogni giustizia. Qual è la giustizia che si deve adempiere? Essa è una sola: dare a Dio ciò che deve essere dato a Dio, cioè la sua umanità attraverso il dono della sua volontà. Gesù scende nelle acque del Giordano e si lava della sua volontà umana, lo dona tutta al Padre, ne fa un dono perenne. Da questo istante la sua umanità è interamente del Padre. Il Padre la può assumere per fare di essa lo strumento di espiazione e di redenzione per il genere umano. Leggiamo: Data al Padre la sua volontà e tutto della sua umanità, Gesù esce dall'acqua e subito di aprirono per Lui i cieli ed Egli vide lo Spirito di Dio discendere some una colomba e venire sopra di Lui. In questo istante si compiono le profezie di Isaia. Gesù è consacrato Messia. È costituito l'Unto del Signore, il suo Cristo. Il Padre annunzia chi è Cristo Gesù: "Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento". Queste parole Isaia le dice del Servo del Signore. Il Servo del Signore è il suo Figlio, il suo amato, il suo Unigenito. Il suo Figlio è il Verbo Eterno. Il Figlio Unigenito del Padre è il Messia, l'Unto, il Cristo. Questa testimonianza dona oggi il Padre su Gesù il Nazareno. Da questo istante Gesù è Messia. Può iniziare la sua missione. Può manifestare la volontà di Dio. Può proclamare la giustizia celeste. Può indicare al mondo la via della vita. Può realizzare tutta la salvezza dell'umanità. Ciò che avviene oggi deve avvenire per tutti i giorni della vita di Gesù. Sempre lo Spirito Santo dovrà aleggiare sopra di Lui. Sempre il Padre si dovrà compiacere di Lui. Come aleggerà lo Spirito Santo? Rimanendo Gesù in una perenne comunione di preghiera e di invocazione. Come il Padre si compiacerà di Lui? Rimanendo Gesù sempre nel compimento della sua divina volontà. Nessuno potrà mai essere per gli altri, se non è prima di tutto nello Spirito Santo e per il Padre. È per il Padre se obbedisce ad ogni suo volere. È nello Spirito del Signore se vive in una comunione mirabile di verità e di preghiera. Se non si vive nello Spirito Santo e non si compie ogni obbedienza, nessuna missione potrà essere mai vissuta.Fuori dello Spirito del Signore e senza il Padre, è il fallimento totale, assoluto. Vergine Maria, Madre della Redenzione, tu sei stata sempre nello Spirito Santo e per il Padre celeste. Angeli e Santi di Dio, conservateci nel Padre e nello Spirito del Signore.
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MessaggioOggetto: SABATO 15 GENNAIO 2011   Sab Gen 15, 2011 9:21 am

SABATO 15 GENNAIO 2011

SABATO DELLA I SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Ispira nella tua paterna bontà, o Signore, i pensieri e i propositi del tuo popolo in preghiera, perché veda ciò che deve fare e abbia la forza di compiere ciò che ha veduto.

Letture:
Eb 4,12-16 (Accostiamoci con fiducia piena al trono della grazia)
Sal 18 (Le tue parole, Signore, sono spirito e vita)
Mc 2,13-17 (Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori)

Non per i giusti, ma per i peccatori
La chiamata dell’apostolo Matteo si caratterizza per la sua rapidità. Ad un rapido cenno del Signore, che corrisponde ad un invito preciso, ad un cambiamento di vita, Matteo risponde con una generosità pronta e disponibile. L’essenzialità di questo racconto evangelico fa risaltare, quindi l’iniziativa di Dio come iniziativa di amore. È un amore gratuito che chiede solo una corrispondenza per poter operare. Leggiamo, però in interezza il brano del Vangelo e scopriamo che il senso profondo della chiamata di Matteo non si trova soltanto nell’immediatezza dell’incontro con Gesù. Il pranzo con i pubblicani ed i peccatori non è soltanto l’espressione della gioia umana con la quale si vuol festeggiare questo incontro tra Gesù e Matteo. La presenza di Gesù ci spinge a leggere questo episodio in modo spirituale e scoprire che la chiamata di Gesù ha uno scopo preciso: guarire i malati – fisici e spirituali. Gesù chiama per salvare e Gesù chiama per garantire la sua presenza sempre. La chiesa ha il dono di poter continuare questa missione di amore e di salvezza; dono gratuito che implica però un riconoscimento per tutti noi. Per poter salvare e continuare questa missione di Gesù, dovremmo riconoscerci prima di tutto noi stessi bisognoso di salvezza, per poi farne partecipe i fratelli. La chiamata non è privilegio ma è il riconoscersi per quello che veramente siamo e chiedere a Gesù l’aiuto per la nostra vita.
Nelle due letture di oggi vediamo due aspetti della persona di Gesù, che fondano la nostra speranza: da una parte la sua autorità, dall’altra la sua misericordia. La sua autorità è grande: egli è “il sommo sacerdote che ha attraversato i cieli”, la cui parola “è spada a doppio taglio... e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore”. Per questa autorità parla alle folle e impone ordini: “Seguimi”, ottenendone l’immediata esecuzione: “Egli, alzatosi, lo seguì”. E questa sua autorità è ancora più evidente dopo la risurrezione: abbiamo un sommo sacerdote Figlio di Dio, assiso alla sua destra. Ma questa grandissima autorità non rende Gesù duro, perché egli è misericordioso e non può non compatire le nostre infermità. Lo vediamo accogliere i peccatori, mangiare con loro, in un rapporto familiare che provoca le critiche dei farisei e degli scribi. Mette la sua autorità a servizio dei peccatori e alle critiche risponde: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti, ma i peccatori”. I farisei non ricorrevano alla sua misericordia perché non ne sentivano il bisogno; i cristiani invece lo conoscono autorevole e misericordioso e questo forma la loro gioia e la loro pace, perché sanno di potersi sempre “accostare con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia ed essere aiutati al momento opportuno”. Testimonianza di ciò è il dono di sua madre, piena di grazia, rifugio dei peccatori, consolatrice degli afflitti, la più perfetta espressione umana della misericordia. Ella, madre di misericordia, contribuisce a svelarci il volto di Dio, che resiste ai superbi e dà grazia agli umili. Riceviamo con gioia, umiltà e fiducia questa rivelazione.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù uscì di nuovo lungo il mare; tutta la folla veniva a lui ed egli insegnava loro. Passando, vide Levi, il figlio di Alfeo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre stava a tavola in casa di lui, anche molti pubblicani e peccatori erano a tavola con Gesù e i suoi discepoli; erano molti infatti quelli che lo seguivano. Allora gli scribi dei farisei, vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, Gesù disse loro: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori».

Riflessione
- Nel vangelo di ieri, abbiamo visto il primo conflitto che sorse attorno al perdono dei peccati (Mc 2,1-12). Nel vangelo di oggi meditiamo sul secondo conflitto che sorse quando Gesù si sedette a tavola con i peccatori (Mc 2,13-17). Negli anni 70, epoca in cui Marco scrive, c’era nelle comunità un conflitto tra cristiani venuti dal paganesimo e coloro che venivano dal giudaismo. Coloro che venivano dal giudaismo avevano difficoltà di entrare nella casa dei pagani convertiti e di sedersi con loro attorno allo stesso tavolo (cfr. At 10,28; 11,3). Descrivendo come Gesù affronta questo conflitto, Marco orienta le comunità a risolvere il problema.
- Gesù insegnava, ed alla gente piaceva ascoltarlo. Gesù esce di nuovo per recarsi vicino al mare. Arriva la gente e lui comincia ad insegnare. Trasmette la Parola di Dio. Nel vangelo di Marco, l’inizio dell’attività di Gesù è marcata da molto insegnamento e da molta accettazione da parte della gente (Mc 1,14.21.38-39; 2,2.13), malgrado i conflitti con le autorità religiose. Cosa insegnava Gesù? Gesù annunciava la Buona Novella di Dio (Mc 1,14). Parlava di Dio, ma parlava in modo nuovo, diverso. Parlava partendo dalla sua esperienza, dall’esperienza che lui stesso aveva di Dio e della vita. Gesù viveva in Dio. E sicuramente ha toccato il cuore della gente a cui piaceva ascoltarlo (Mc 1,22.27). Dio, invece di essere un Giudice severo che da lontano minaccia con castigo ed inferno, diventa di nuovo, una presenza amica, una Buona Novella per la gente.
- Gesù chiama un peccatore ad essere discepolo e lo invita a mangiare a casa sua. Gesù chiama Levi, un pubblicano, e costui, immediatamente, lascia tutto e segue Gesù. Comincia a far parte del gruppo dei discepoli. Immediatamente, il testo dice letteralmente: Mentre Gesù sta a mensa in casa di lui. Alcuni credono che di lui vuol dire casa di Levi. Ma la traduzione più probabile è che si tratti della casa di Gesù. È Gesù che invita tutti a mangiare a casa sua: peccatori e pubblicani, insieme ai discepoli.
- Gesù è venuto non per i giusti, ma per i peccatori. Questo gesto di Gesù produce rabbia tra le autorità religiose. Era proibito sedersi a tavola con pubblicani e peccatori, perché sedersi al tavolo con qualcuno voleva dire considerarlo un fratello! Invece di parlare direttamente con Gesù, gli scribi e i farisei parlano con i discepoli: Come mai egli mangia e beve in compagnia dei pubblicani e dei peccatori? Gesù risponde: Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; non sono venuto per chiamare i giusti ma i peccatori! Come prima con i discepoli (Mc 1,38), anche ora è la coscienza della sua missione che aiuta Gesù ad incontrare la risposta ed a indicare il cammino per l’annuncio della Buona Novella di Gesù.

Per un confronto personale
- Gesù chiama un peccatore, un pubblicano, persona odiata dalla gente, ad essere suo discepolo. Qual è il messaggio in questo gesto di Gesù per noi, della Chiesa cattolica?
- Gesù dice che è venuto a chiamare i peccatori. Ci sono leggi e costumi nella nostra chiesa che impediscono ai peccatori l’accesso a Gesù? Cosa possiamo fare per cambiare queste leggi e questi costumi?

Preghiera finale: Ti siano gradite le parole della mia bocca, davanti a te i pensieri del mio cuore, Signore, mia rupe e mio redentore (Sal 18).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 16 GENNAIO 2011   Dom Gen 16, 2011 10:07 am

DOMENICA 16 GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: In questa lettura orante del vangelo di Giovanni ci potranno accompagnare ed essere di stimolo le parole di John Henry Newman, che con queste parole amava rivolgersi in preghiera al Signore: «Stai con me, e io inizierò a risplendere come tu risplendi; a risplendere fino ad essere luce per gli altri. La luce, o Gesù, verrà tutta da te: nulla sarà merito mio. Sarai tu a risplendere, attraverso di me, sugli altri. Fa’ che io ti lodi così, nel modo che tu più gradisci, risplendendo sopra tutti coloro che sono intorno a me. Dà luce a loro e dà luce a me; illumina loro insieme a me, attraverso di me. Insegnami a diffondere la tua lode, la tua verità, la tua volontà. Fa’ che io ti annunci non con le parole ma con l’esempio, con quella forza attraente, quella influenza solidale che proviene da ciò che faccio, con la mia visibile somiglianza ai tuoi santi, e con la chiara pienezza dell’amore che il mio cuore nutre per te» (Meditations and Devotions).

Letture:
Is 49,3.5-6 (Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza)
Sal 39 (Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà)
1Cor 1,1-3 (Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo)
Gv 1,29-34 (Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo)

Grazia a voi e pace!
Alleluia! “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. San Giovanni, il Battezzatore, Lo vede venire verso di Lui, per farsi battezzare… Ma è Lui, è Gesù, la Fonte dell’Acqua viva! E chi beve di quell’acqua, chi crede in Lui e a Lui aderisce con tutto sé stesso, non avrà mai più sete. …Ed è bello vederlo Gesù mentre si s’incammina lentamente lungo le rive del fiume santo, del fiume Giordano: sopra di Lui si fa visibile lo Spirito del Signore nella sua luce sfolgorante e candidissima. E San Giovanni se ne accorge subito: “È Lui! È Lui l’Atteso!”. Lo riconosce e Lo addìta a tutti con tanta gioia come “l’Agnello di Dio, Colui che toglie il peccato del mondo”. E noi, fin dal giorno del nostro battesimo Lo abbiamo accolto nella nostra vita; abbiamo accolto Colui che toglie i nostri peccati; e ci ha fatto diventare come Egli è: Figlio di Dio! E siamo sempre amati da Lui, siamo salvati, siamo perdonati e veniamo sempre più santificati e divinizzati dal suo Amore misericordioso, e già siamo diventati santi per chiamata, come ci ricorda San Paolo. E perciò dobbiamo gioire nel Signore, sempre, perché siamo “figli di Dio, figli dell’Altissimo!” E non esiste sulla terra un onore più grande, e una gioia più grande di questa: …figli di Dio! E Giovanni Battista, ancora ci ripete: “Ho contemplato lo Spirito discendere come una Colomba dal cielo e rimanere sopra di Lui… È Lui che battezza nello Spirito Santo! …È il Figlio di Dio”. E noi tutti dunque, che siamo battezzati in Lui, siamo stati battezzati nello Spirito Santo e siamo figli di Dio. Infatti lo Spirito, che si posò su Maria, su Gesù e sugli Apostoli santi come Colomba Immacolata e come Fuoco d’Amore, si posa anche dolcemente sopra ognuno di noi, sul nostro capo, sul nostro cuore, perché siamo figli di Dio, e siamo anche figli di Maria, assieme a Gesù. E le mani di Maria si posano, benedicenti, sopra ognuno di noi, che siamo figli suoi, e il suo sguardo di Mamma amorevole ci consola l’anima, ogni giorno. Alleluia! Alleluia! Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi; a quanti Lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio. Alleluia!
Il Dio che viene ad incontrarci nella Bibbia non regna, indifferente alla sofferenza umana, in una lontananza beata. È un Dio che, al contrario, si prende a cuore tutta questa sofferenza. Lui la conosce (Es 3,7). La notizia di Dio che si fa uomo in Gesù non ci lascia di sasso: Dio viene nel cuore della nostra vita, si lascia toccare dalla nostra sofferenza umana, si pone con noi le nostre domande, si compenetra della nostra disperazione: “Mio Dio, perché mi hai abbandonato?” (Mc 15,34). Giovanni Battista dice di Gesù: “Ecco l’Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo”. Ecco questo Dio che si lascia ferire dalla cattiveria dell’uomo, che si lascia commuovere dalla sofferenza di questa terra. Egli ha voluto avvicinarsi il più possibile a noi, è nel seno della nostra vita, con i suoi dolori e le sue contraddizioni, le sue falle e i suoi abissi. È in questo che la nostra fede cristiana si distingue da qualsiasi altra religione. Gesù sulla croce - Dio nel mezzo della sofferenza umana: questa notizia è per noi un’incredibile consolazione. È vicino al mio dolore, egli mi capisce, sa come mi sento. Questa notizia implica allo stesso tempo un’esistenza scomoda: impegnati per coloro che, nel nostro mondo, stanno affondando, che naufragano nell’anonimato, che sono torturati, che vengono assassinati, che muoiono di fame o deperiscono... Sono tutti tuoi fratelli e tue sorelle!

Approfondimento del Vangelo (Giovanni Battista annuncia Gesù come l’Agnello di Dio)
Il testo: In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Pausa di silenzio orante: La Parola di Dio esige di essere desiderata, e accolta, attraverso la mediazione del silenzio. Fai tacere te stesso, renditi disponibile ad accogliere la presenza di Dio nella sua Parola; un silenzio che sa fare spazio nel proprio cuore perché Dio venga a parlarti.

Lettura simbolica: Il brano liturgico del vangelo ci presenta due animali di alto valore spirituale nella Bibbia: l’agnello e la colomba. Il primo allude a testi significativi nella Bibbia: la cena pasquale dell’esodo (cc.12-13); la gloria dell’Agnello-Cristo nell’Apocalisse.

Il simbolo dell’agnello:
Volgiamo ora la nostra attenzione sul simbolo dell’«Agnello (amnos) di Dio», e sul suo significato.
- Un primo rimando biblico per la comprensione di questa espressione usata da Giovanni Battista per indicare la persona di Gesù è la figura dell’Agnello vittorioso nel libro dell’Apocalisse: in 7,17 l’Agnello è il pastore dei popoli; in 17,14 l’Agnello schiaccia le potenze malvagie della terra. Al tempo di Gesù si immaginava che alla fine della storia sarebbe apparso un’agnello vittorioso o distruttore delle potenze del peccato, delle ingiustizie, del male. Tale idea è in sintonia anche predicazione escatologica di Giovanni il Battista: ammoniva che l’ira era imminente (Lc 3,7), che la scure era già posta alla radice dell’albero, e che Dio era pronto ad abbattere e a gettare nel fuoco ogni albero che non portasse buoni frutti (Lc 3,9). Mt 3,12 e Lc 3,17. Un’altra espressione molto forte con cui il Battista presenta Gesù è in Giovanni 1,29: «Egli ha in mano il ventilabro per ripulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel granaio; ma la pula la brucerà con fuoco inestinguibile». Non è errato pensare che Giovanni il Battista potesse descrivere Gesù come l’agnello di Dio che distrugge il peccato del mondo. Difatti in 1 Giovanni: 3,5 si dice: «Egli è apparso per togliere i peccati»; e in 3,8: «II Figlio di Dio è apparso per distruggere le opere del diavolo». É possibile che Giovanni il Battista salutasse Gesù come l’agnello vittorioso che doveva, per mandato di Dio, distruggere il male nel mondo.
- Un secondo rimando biblico è l’Agnello come il Servo sofferente. Questa figura del Servo sofferente o di Jhwh è il soggetto di quattro canti in Deutero-Isaia: 42,1-4.7.9; 49,1-6.9.13; 50,4-9. 11); 52,13-53,12. Ci domandiamo se l’uso di «Agnello di Dio» in Giovanni 1,29 si colori dell’uso di «agnello» per alludere al Servo sofferente di Jahvè in Isaia 53. Davvero Giovanni considerasse Gesù l’agnello di Dio sulla scia del Servo sofferente? Certamente non ci sono prove reali che il Battista abbia fatto un tale accostamento, ma neanche prove per escluderlo. Difatti in Isaia 53,7 si dice che il Servo: «Non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello e come un agnello di fronte ai suoi tosatori». Questa descrizione viene applicata a Gesù in Atti 8,32, e quindi la similitudine tra il Servo Sofferente e Gesù era applicata dai cristiani (vedi Mt 8,17 = Is 53,4; Eb 9,28 = Is 53,12). Inoltre nella descrizione che Giovanni il Battista fa di Gesù in 1,32-34, ci sono due aspetti che evocano la figura del Servo: nel v. 32 Giovanni il Battista afferma di aver visto lo Spirito discendere su Gesù e posarsi su di lui; in 34 egli identifica Gesù come l’eletto di Dio. Così in Isaia 42,1 (un passo che anche i sinottici collegano al battesimo di Gesù) si dice: «Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio (vedi Mc 1,11). Ho posto il mio spirito su di lui». Come anche in Isaia 61,1: «Lo Spirito del Signore Dio è su di me». Questi rimandi biblici possono confermare la possibilità che l’evangelista stabilisse una connessione tra il Servo in Isaia 42; 53 e l’Agnello di Dio. Che Gesù, poi, venga descritto con i tratti del Servo sofferente lo troviamo in altre parti del vangelo di Giovanni (12,38 = Is 53,1). C’è un aspetto interessante che vogliamo evidenziare: è detto che l’Agnello di Dio toglie il peccato del mondo. In Isaia 53,4.12, è detto che il Servo porta o si addossa i peccati di molti. Gesù con la sua morte porta via il peccato o se lo addossa egli stesso. Quindi secondo questa seconda accezione, l’Agnello come Servo sofferente, Cristo è colui che offre liberamente se stesso per eliminare dal mondo il peccato, e riportare a Dio tutti i suoi fratelli nella carne. Una conferma odierna di questa interpretazione di Gesù come “Agnello di Dio” la troviamo in un documento dei vescovi italiani: «L’Apocalisse di Giovanni, spingendosi fino alle profondità ultime del mistero dell’Inviato del Padre, arriva a riconoscere in lui l’Agnello immolato “fin dalla fondazione del mondo” (Apc 13,8), Colui dalle cui piaghe siamo stati guariti (1Pt 2,25; Is 53,5)» (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 15).
- Un terzo rimando biblico è l’Agnello come agnello pasquale. II simbolismo della Pasqua è molto diffuso nel vangelo di Giovanni specialmente in relazione alla morte di Gesù. Per la comunità cristiana alla quale Giovanni si rivolge con il suo vangelo l’Agnello toglie il peccato del mondo con la sua morte. Difatti in Giovanni 19,14 si dice che Gesù fu condannato a morte a mezzogiorno della vigilia di Pasqua, cioè nel momento in cui i sacerdoti cominciavano a sacrificare gli agnelli pasquali nel Tempio per la festa di Pasqua. Un altro legame del simbolismo pasquale con la morte di Gesù è che mentre era sulla croce, una spugna imbevuta d’aceto fu sollevata fino a lui su una canna (19,29), ed era la canna o issopo che veniva intinto nel sangue dell’agnello pasquale per aspergere gli stipiti delle porte degli israeliti (Es 12,22). Inoltre in Giovanni 19,36 l’adempimento della Scrittura che nessun osso di Gesù è spezzato, costituisce un chiaro riferimento al testo di Esodo 12,46 in cui si dice che nessun osso dell’agnello pasquale dev’essere spezzato. La descrizione di Gesù come l’Agnello è presente in un’altra opera giovannea, l’Apocalisse: in 5,6 si parla di agnello immolato; in Apocalisse 7,17 e 22,1 l’Agnello è colui dal quale scaturisce la fonte di acqua viva, anche questo aspetto un allusione a Mosè, che fece scaturire acqua dalla roccia; infine, in Apocalisse 5,9 si accenna al sangue redentore dell’Agnello, anch’esso un motivo pasquale che si rifà alla salvezza delle case degli israeliti dal pericolo della morte. Esiste un parallelismo tra il sangue dell’agnello asperso sugli stipiti delle porte come segno di liberazione e il sangue dell’agnello offerto in sacrificio di liberazione. I cristiani ben presto iniziarono a paragonare Gesù all’agnello pasquale e, nel fare questo, non esitarono a usare il linguaggio sacrificale: «Cristo nostra Pasqua è stato immolato» (1 Cor 5,7), inserendo il compito di Gesù di togliere il peccato del mondo.

Il simbolo della colomba: Anche questo secondo simbolo comporta vari aspetti. Innanzitutto l’espressione «come colomba» era un detto comune per esprimere il legame affettivo con il nido. Nel nostro contesto evidenzia che lo Spirito trova il suo nido, il suo habitat naturale e di amore in Gesù. Ancora di più: la colomba simboleggia l’amore del Padre che si stabilisce in Gesù come in una abitazione permanente (vedi Mt 3,16; Mc 1,10; Lc 3,22). L’espressione, poi, «come colomba» è in connessione con il verbo discendere: per esprimere che non si tratta dell’aspetto fisico di una colomba ma il modo di discesa dello Spirito (come il volo di una colomba), nel senso che non incute paura, anzi infonde fiducia. Tale simbolismo biblico della colomba non ha riscontro in altri simbolismi biblici; ma un antica esegesi rabbinica paragona l’aleggiare dello Spirito di Dio sulle acque primordiali con il volteggiare della colomba sulla sua nidiata. Non è da escludere che Giovanni nell’usare questo simbolo abbia voluto dire che la discesa dello Spirito in forma di colomba sarebbe un chiaro accenno all’inizio della creazione: l’incarnazione del progetto di Dio in Gesù è culmine e meta dell’attività creatrice di Dio. L’amore che Dio ha per Gesù (corrispondente al movimento della colomba a tornare al nido) lo spinge a comunicargli la pienezza del suo proprio essere divino (lo Spirito che è amore e lealtà).

Il messaggio:
a) La nostra salvezza è Cristo: Il Battista ha avuto il compito di indicare in Gesù «l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo». L’annuncio del vangelo, la parola di Cristo Gesù, rimangono essenziali e indispensabili oggi come lo erano ieri. L’uomo non cessa mai di avere bisogno di liberazione e salvezza. Annunciare il vangelo non significa, comunicare delle verità teoriche e nemmeno un insieme di norme morali. Significa, invece, portare gli uomini a fare esperienza di Gesù Cristo, venuto nel mondo – secondo la testimonianza di Giovanni – per salvare l’uomo dal peccato, dal male, dalla morte. Quindi non si può trasmettere il vangelo a prescindere dai bisogni e dalle attese odierne dell’uomo. Parlare della fede in Gesù, agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, significa parlare all’uomo del nostro tempo chiedendosi prima che cosa egli cerca nel profondo del suo cuore. «Se vogliamo adottare un criterio opportuno..., dovremmo coltivare due attenzioni tra loro complementari...Di entrambi ci è testimone Gesù Cristo. La prima consiste nello sforzo di metterci in ascolto della cultura del nostro mondo, per discernere i semi del Verbo già presenti in essa, anche al di là dei confini visibili della Chiesa. Ascoltare le attese più intime dei nostri contemporanei, prenderne sul serio desideri e ricerche, cercare di capire che cosa fa ardere i loro cuori e cosa invece suscita in loro paura e diffidenza». Inoltre l’attenzione da ciò che emerge come bisogni e attese nel cuore dell’uomo «non significa rinuncia alla differenza cristiana, alla trascendenza del Vangelo...il messaggio cristiano pur additando un cammino di piena umanizzazione, non si limita a proporre un mero umanesimo. Gesù Cristo è venuto a renderci partecipi della vita divina, di quella che felicemente è stata chiamata “l’umanità di Dio”. (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia n. 34)
b) Lo Spirito non solo viene a posarsi su Gesù, ma egli lo possiede in modo permanente, così che lo può dispensare ad altri nel battesimo. Infine, l’agnello che perdona i peccati e «la colomba della Chiesa si incontrano in Cristo». Riportiamo un’espressione di San Bernardo in cui unisce così i due simboli: «L’agnello è tra gli animali ciò che la colomba è tra gli uccelli: innocenza, dolcezza, semplicità».

Alcune linee operative:
- Rinnovare la disponibilità a collaborare alla missione di Cristo in comunione con la Chiesa nell’aiutare l’uomo a essere liberato dal male, dal peccato.
- Affiancarsi al cammino di ogni uomo e di ogni donna perché vivano la speranza in Gesù che libera e salva.
- Testimoniare la propria gioia di sperimentare l’efficacia della parola di Gesù nella propria vita.
- Vivere nella comunicazione della fede rendendo testimonianza a Gesù salvatore di ogni uomo.

Preghiera finale: O Padre, che nel giorno del Signore raduni il tuo popolo per celebrare. Colui che è il Primo e l’Ultimo, il Vivente che ha sconfitto la morte, donaci la forza del tuo Spirito, perché spezzati i vincoli del male, ti rendiamo il libero servizio della nostra obbedienza e del nostro amore, per regnare con Cristo nella gloria. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli (dalla liturgia; colletta della seconda domenica di Pasqua – anno C).

RITO AMBROSIANO
ANNO A
II DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Letture:
Nm 20,2.6-13
Sal 94
Rm 8,22-27
Gv 2,1-11

L’inizio dei segni compiuti da Gesù
L’evangelista Giovanni chiama i miracoli di Gesù “segni”, perché oltre la potenza di Dio, svelano aspetti della sua persona e della sua missione. I segni di Gesù sono per alimentare la fede: “Egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”. Quello di Cana di Galilea svela la compassione di Gesù - contagiato dalla compassione di Maria - per il bisogno inavvertito di questi sposi che al pranzo di nozze si ritrovano senza vino: “Non hanno vino!”. Il vino prefigura l’insieme dei beni messianici, la salvezza di cui l’umanità tutta (spesso inavvertitamente) ha assoluta necessità, e che alla fine solo l’ora di Gesù, cioè i suoi gesti di redenzione possono procurare. Maria ne anticipa quasi un assaggio in quel segno che fa passare dall’antica acqua per la purificazione rituale dei Giudei al vino buono del Regno portato da Cristo.
Vi fu una festa di nozze: Il contesto delle nozze già richiama che Dio è lo Sposo del suo popolo; con l’incarnazione è venuto a far sue le necessità della sua Sposa, a guarire le infermità degli uomini e a sovvenire alle loro insufficienze. La salvezza nasce dalla decisione di Cristo di fare della sua Chiesa la sua sposa “tutta gloriosa, senza macchia né ruga, ma santa e immacolata”, anzi di costituire con lei “un corpo solo, “poiché siamo membra del suo corpo”, come avviene “dell’uomo che si unirà a sua moglie e i due diventeranno una sola carne. Io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa “ (Ef 5,27.31). La compassione che Gesù mostra in ogni suo miracolo è sempre in vista di rivelare “la sua gloria”, cioè la sua divinità resasi partecipe della nostra umanità per unirla e trasformarla nella sua divinità: “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Gesù ha parlato spesso del Regno di Dio come di una grande festa di nozze: “Il Regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio” (Mt 22,1). Gesù è venuto “non ad abolire ma a dare pieno compimento” (Mt 5,17). Per Israele nel deserto Mosè aveva fatto scaturire l’acqua (lett.), quasi un loro battesimo: “Bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, dice Paolo, e quella roccia era Cristo” (1Cor 10,4). Ora è venuto il tempo che si passi dalle prefigurazioni alla realtà, di passare appunto “dalle anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, riempite d’acqua” al “vino buono tenuto da parte finora” offerto da Gesù. “Non si versa vino nuovo in otri vecchi, ma vino nuovo in otri nuovi” (Mt 9,17). È giunto il tempo del vino nuovo, il Regno di Dio, che si configurerà poi - col segno più grande inventato da Gesù - nel vino dell’Eucaristia, sangue sparso da Cristo per la redenzione del mondo. Vino soprendentemente buono che allieta anche il nostro banchetto festivo. Si domanda san Giovanni Crisostomo: “Ma quel vino l’hanno bevuto tutto? - No, è giunto fino a noi, in quel calice della nuova alleanza che beviamo a messa”. “Non è ancora giunta la mia ora”. L’ora è il calvario sul quale Cristo ci ottiene la redenzione mediante il suo sacrificio d’obbedienza al Padre e il dono totale di sé agli uomini: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15,13). È quel gesto che realizza la riconciliazione dell’uomo con Dio e invera quindi quella figliazione divina, autentico sposalizio di ognuno con la divinità! Questo di Cana ne è un presagio e un inizio. Banchetto di nozze è pure l’immagine usata per dire l’intimità del paradiso, dove “preparerà il Signore degli eserciti per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati” (Is 25,6). Banchetto anticipato nella messa, sacrificio della “nuova ed eterna alleanza”.
E c’era la Madre di Gesù: Un antico canto orientale entrato nella Liturgia dell’Epifania dice così: “Oggi la Chiesa si unisce al celeste suo sposo che laverà i suoi peccati nell’acqua del Giordano. Coi loro doni accorrono i Magi alle nozze del Figlio del Re, e il convito si allieta di un vino mirabile”. La sposa di queste nozze è appunto la Chiesa, tutta raccolta - qui a Cana come nel Cenacolo di Pentecoste - attorno a Maria, primizia e immagine della Chiesa, e come da lei rappresentata. La madre di Gesù qui appare anzitutto come la coraggiosa discepola che crede nella potenza e nella premura di suo Figlio per la nostra salvezza. Segnala il bisogno: “Non hanno vino”, e nonostante la reticenza di Gesù perché non è ancora la sua “ora”, insiste e ottiene. Ella rappresenta quindi la nuova Eva - la “Donna” nuova - che all’opposto della prima, si apre e obbedisce al Signore. È il primo atteggiamento che deve avere anche ognuno di noi di fronte alla proposta sponsale di Cristo, di aprirci cioè a Lui nella fede e in un rapporto d’amore sincero e totale. Fiduciosa della potenza di Cristo, Maria è attenta e scopre i bisogni degli uomini: “Non hanno vino”. Previene la nostra stessa richiesta. Prega Dante: “La tua benignità non pur soccorre a chi domanda, ma molte fiate liberamente al dimandar precorre”. Conosciamo tutti questa premura di Maria, e tutti - anche quelli più lontani dalla Chiesa - sentono di non essersi mai rivolti invano a Lei. Madre di Gesù, è anche madre della Chiesa da che un giorno Gesù dall’alto della croce le disse pensando a ognuno di noi: “Donna, ecco tuo figlio” (Gv 19,26). Anzi Maria s’accorge di qualcosa di decisivo che altri non hanno notato. Lei vede più a fondo i veri bisogni del nostro cuore. Lasciamo fare alla sua intercessione! “Noi - dice Paolo - non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente” (Epist.). “Qualsiasi cosa vi dica, fatela!”. Nel vangelo solo quattro sono le parole messe in bocca a Maria. Questa è l’ultima, quasi un suo testamento. Va ascoltata! In fondo solo questo è ciò che ci qualifica come appartenenti alla famiglia di Dio: “Mia madre e miei fratelli sono questi: coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21). Anche quando tutto sembra strano: da quando mai si tira il vino dall’acqua? Ma a Dio “nulla è impossibile” (Lc 1,37). Bisogna avere la fede di Maria, e credere nell’impossibile possibile di Dio. Come avvenne a Pietro: “Sulla tua parla getterò le reti” (Lc 5,5). Di fa grandi cose con chi si fida di lui.
“Non hanno vino”...: di quante carenze, carenze profonde di senso e di sicurezza, soffre la nostra umanità! Carenza di Dio, carenza di fede, carenza di punti fermi di verità, carenza di punti d’appoggio affettivi perché non fondati sulla roccia sicura dell’Assoluto e dell’Amore che è Dio. Forse quel vino che manca e che spegne la gioia è, più realisticamente, segno della mancanza della fede, anzi della gioia e della fierezza della fede che non ci fa più efficaci testimoni e missionari di Gesù. Ricorriamo allo Spirito Santo che ci scaldi col fuoco del suo amore: “Anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza e intercede per noi con gemiti inesprimibili, lui che scruta i cuori e intercede per i santi secondo i disegni di Dio” (Epist.).


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MessaggioOggetto: SABATO 22 GENNAIO 2011   Sab Gen 22, 2011 9:49 am

SABATO 22 GENNAIO 2011

SABATO DELLA II SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace.

Letture:
Eb 9,2-3.11-14 (Cristo entrò una volta per sempre nel santuario in virtù del proprio sangue)
Sal 46 (Ascende Dio tra le acclamazioni)
Mc 3,20-21 (I suoi dicevano: «È fuori di sé»)

Nulla noi temiamo nel nome di Gesù Cristo
Oggi è festa del titolare della nostra chiesa monastica. San Vincenzo era diacono del Vescovo Valerio di Saragozza in Spagna. E assieme con lui egli venne martirizzato, con duri supplizi, a Valenza nel 304. Sant’Agostino ne fa l’elogio in un famoso discorso, affermando che il diacono Vincenzo aveva ricevuto due favori da Dio: il coraggio di parlare, e la forza di soffrire: “Quanta era l’asprezza con la quale si incrudeliva sulle sue membra e altrettanto era la sicurezza che si esprimeva nelle sue parole. Si sarebbe pensato che, mentre Vincenzo subiva la sua passione dolorosa, uno sperimentasse la tortura e un altro parlasse. Infatti Gesù ha detto: “Non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito, in quel momento, ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma lo Spirito del Padre vostro che parla in voi (Mt 10, 19-20). E continua Sant’Agostino nel suo bel panegirico: “Ricordate Cristo Signore quando nel Vangelo ammonisce i suoi discepoli. Ricordate il Re dei Martiri che provvede le sue schiere di armi spirituali, fa intravedere la guerra, reca aiuto, promette il premio. Lui che aveva detto ai suoi discepoli: “Voi avrete tribolazione nel mondo” subito dopo, per consolarli perché erano spaventati, soggiunse: “Ma abbiate fiducia: Io ho vinto il mondo!”.
La dedizione di Gesù al suo ministero era impressionante, e lo vediamo nel Vangelo di oggi. La gente accorreva, lo assaliva, gli portava i malati, lo voleva ascoltare... “Era al punto dice l’evangelista che né lui né i suoi discepoli potevano neppure prendere cibo; non potevano, letteralmente, “mangiare pane”. Una situazione anormale, non ragionevole. Perciò la sua famiglia se ne inquietava: c’era gente che diceva: “E fuori di sé”. Effettivamente Gesù, in un certo senso, era “fuori di sé”, perché non si preoccupava affatto dei propri comodi, dei propri interessi, della propria fama e nemmeno della propria salute. Era “fuori di sé” perché non cercava di realizzare la propria volontà, ma la volontà del Padre, una volontà piena di amore, che richiedeva proprio questa dedizione straordinaria. Gesù era “fuori di sé” perché usciva continuamente da sé per seguire i suggerimenti dello Spirito Santo, il quale lo spingeva al dono di se stesso. E così si preparava al dono completo di cui parla la prima lettura, la lettera agli Ebrei, che dice che Cristo “con uno Spirito eterno offri se stesso senza macchia a Dio”. Cristo fece l’oblazione perfetta di se stesso, una oblazione ben diversa dalle immolazioni del culto antico, riferite prima. Gesù non “entrò nel santuario con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue”. Offrire cose esterne è relativamente facile; offrire se stesso è più difficile. Gesù ci ha mostrato questa via: non offerte esterne, ma offerte personali. Offrire se stesso, mettere se stesso a disposizione dell’amore di Dio, per il servizio dei fratelli e delle sorelle, fino a mettere in pericolo la propria vita, quando è il caso. Gesù è stato capace di fare questa offerta personale perfetta perché era senza macchia, immacolato, perfettamente integro. E d’altra parte è stato capace di offrire se stesso perché aveva la generosità ispirata dallo Spirito Santo: “Con Spirito eterno offrì se stesso”, dice la lettera agli Ebrei. Un’oblazione che ha trasformato il suo sangue versato in sangue di alleanza, in sangue che purifica e santifica. ~ sangue di Cristo, grazie a questa oblazione, “purificherà la nostra coscienza dalle opere morte” e ci metterà in grado di “servire il Dio vivente”.Si può dire che allora più che mai Gesù era “fuori di sé”. San Paolo ci parla della “follia della croce”, una follia di amore, una follia feconda. Quante volte, a chi vuole seguire Cristo sul serio, i parenti, gli amici, i conoscenti dicono: “Non sei ragionevole... sei fuori dite!”. Pensiamo al caso di san Francesco di Assisi e al suo conflitto con il proprio padre. Francesco era “fuori di sé”, faceva cose irragionevoli dal punto di vista umano, perché seguiva Cristo sul serio. La follia di Dio dice san Paolo è più sapiente della sapienza ragionevole degli uomini, perché è una follia che viene dall’amore e che quindi salva. Chiediamo la grazia di uscire da noi stessi generosamente, nella docilità allo Spirito Santo, giorno per giorno; così potremo contribuire al progresso dell’amore nel mondo. Il vero culto cristiano consiste precisamente in questo mettersi a disposizione dell’amore divino, per essere messi al servizio dei fratelli e delle sorelle; uscire da se stessi per entrare nel regno dell’amore. Così sia.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, Gesù entrò in una casa e di nuovo si radunò una folla, tanto che non potevano neppure mangiare. Allora i suoi, sentito questo, uscirono per andare a prenderlo; dicevano infatti: «È fuori di sé».

Riflessione
- Il vangelo di oggi è molto breve. Appena due versetti. Parla di due cose: (a) della grande attività di Gesù che non gli lascia tempo nemmeno per mangiare e, (b) la reazione contraria della famiglia di Gesù, fino a pensare che era diventato pazzo. Gesù aveva problemi con la famiglia. La famiglia, a volte, aiuta ed altre volte, rende difficile il cammino. Avvenne con Gesù ed avviene con noi.
- Marco 3,20: L’attività di Gesù. Gesù ritorna a casa. La sua casa ora è Cafarnao (Mc 2,1). Non sta più con la famiglia a Nazaret. Sapendo che Gesù sta a casa, la gente si dirige verso di lui. Ed attorno a lui si riunisce tanta gente che non trova più il tempo nemmeno di mangiare. Marco parla di nuovo del servizio prestato fino al punto di non avere tempo di mangiare in pace (Mc 6,31).
- Marco 3,20: Conflitto con la famiglia. Quando i parenti di Gesù seppero questo, dissero: “È impazzito!” Forse, perché Gesù non seguiva più un comportamento normale. Forse perché comprometteva il nome della famiglia. Comunque, i parenti di Gesù decisero di riportarlo a Nazaret, segno questo che la relazione di Gesù con la sua famiglia si stava logorando. Ciò deve essere stato motivo di molta sofferenza sia per Gesù che per sua madre, Maria. Più avanti, (Mc 3,31-35) Marco racconta come fu l’incontro dei parenti con Gesù. Loro giunsero alla casa dove stava. Probabilmente erano venuti da Nazaret. Da lì, fino a Cafarnao, sono 40 chilometri, sua madre era insieme a loro. Non potevano entrare in casa, perché c’era gente perfino davanti alla porta. Per questo gli mandano a dire: Tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle sono lì fuori e ti cercano! La reazione di Gesù è stata molto decisa: Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Lui stesso risponde indicando la moltitudine che stava attorno: Ecco qui mia madre e i miei fratelli! Poiché tutti coloro che fanno la volontà di Dio sono mio fratello, mia sorella, mia madre! Allargò la famiglia! Gesù non permette che la famiglia lo allontani dalla missione.
- La situazione della famiglia al tempo di Gesù. Nell’antico Israele, il clan, in pratica la grande famiglia (la comunità), costituiva la base della convivenza sociale. Costituiva la protezione delle piccole famiglie e delle persone, la garanzia del possedimento della terra, il veicolo principale della tradizione, la difesa dell’identità. Era il modo concreto che la gente di quella epoca aveva di incarnare l’amore di Dio nell’amore verso il prossimo. Difendere il clan, la comunità era lo stesso che difendere l’Alleanza. In Galilea, al tempo di Gesù, a causa del sistema romano, impiantato nei lunghi anni di governo di Erode Magno (37 aC a 4 aC) e di suo figlio Erode Antipa (4 aC a 39 dC), tutto ciò non esisteva più, o sempre meno. Il clan (comunità) si stava debilitando. Le imposte da pagare sia al governo che al tempio, l’indebitamento crescente, la mentalità individualista dell’ideologia ellenista, le frequenti minacce di repressione violenta da parte dei romani, l’obbligo di accogliere i soldati e dare loro ospitalità, i problemi sempre maggiori di sopravvivenza, tutto questo portava le famiglie a rinchiudersi in se stesse e nelle proprie necessità. Non si praticava più l’ospitalità, la condivisione, la comunione attorno al tavolo, l’accoglienza agli esclusi. Questa chiusura era rafforzata dalla religione dell’epoca. L’osservanza delle norme di purezza era il fattore che causava l’emarginazione di molte persone: donne, bambini, samaritani, stranieri, gente posseduta dal demonio, pubblicani, malati, mutilati, paralitici. Invece di promuovere l’accoglienza e la comunione, queste norme favorivano la separazione e l’esclusione. Così, sia la struttura politica, sociale ed economica, come pure l’ideologia religiosa dell’epoca, tutto cospirava a favore dell’indebolimento dei valori centrali del clan, della comunità. Orbene, affinché il regno di Dio potesse manifestarsi di nuovo nella convivenza comunitaria della gente, le persone dovevano superare i limiti stretti della piccola famiglia ed aprirsi di nuovo alla grande famiglia, alla Comunità. Gesù ci da l’esempio. Quando i suoi parenti giungono a Cafarnao e cercano di impossessarsi di lui e di portarlo di nuovo a casa, lui reagisce. Invece di rinchiudersi nella sua piccola famiglia, lui allarga la famiglia (Mc 3,33-35). Crea comunità. Chiede la stessa cosa a tutti coloro che vogliono seguirlo. Le famiglie non possono rinchiudersi in se stesse. Gli esclusi e gli emarginati devono essere accolti, di nuovo nella convivenza e, così, sentirsi accolti da Dio (cfr. Lc 14,12-14). Era questo il cammino per raggiungere l’obiettivo della Legge che diceva: “Tra di voi non ci siano poveri” (Dt 15,4). Come i grandi profeti del passato, Gesù cerca di rafforzare la vita comunitaria nei villaggi della Galilea. Lui ritorna al senso profondo del clan, della famiglia, della comunità, quale espressione dell’incarnazione dell’amore di Dio nell’amore del prossimo.

Per un confronto personale
- La famiglia aiuta o rende difficile la tua partecipazione alla comunità cristiana? Come assumi l’impegno nella comunità cristiana?
- Cosa ci dice tutto questo circa le nostre relazioni nella famiglia e nella comunità?

Preghiera finale: Applaudite, popoli tutti, acclamate Dio con voci di gioia; perché terribile è il Signore, l’Altissimo, re grande su tutta la terra (Sal 46).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 23 GENNAIO 2011   Dom Gen 23, 2011 10:48 am

DOMENICA 23 GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
III DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Nel buio di una notte senza stelle, la notte del non senso, tu, Verbo della vita, come lampo nella tempesta della dimenticanza sei entrato nei limiti del dubbio a riparo dei confini della precarietà per nascondere la luce. Parole fatte di silenzio e di quotidianità le tue parole umane, foriere dei segreti dell’Altissimo: come ami lanciati nelle acque della morte per ritrovare l’uomo, inabissato nelle sue ansiose follie, e riaverlo, predato, per l’attraente fulgore del perdono. A te, Oceano di Pace e ombra dell’eterna Gloria, io rendo grazie: mare calmo alla mia riva che aspetta l’onda, che io ti cerchi! E l’amicizia dei fratelli mi protegga quando la sera scenderà sul mio desiderio di te. Amen.

Letture:
Is 8,23 - 9,2 (Nella Galilea delle genti, il popolo vide una grande luce)
Sal 26 (Il Signore è mia luce e mia salvezza)
1Cor 1,10-13.17 (Siate tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi)
Mt 4,12-23 (Venne a Cafarnao perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia)

Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande Luce
San Matteo ci racconta che: “Gesù lasciò Nàzareth”… Possiamo ben immaginare la sua partenza da Nàzareth, e il distacco dalla sua Mamma. Quando ci si stacca da una persona cara si soffre, e specialmente quando uno saluta la sua mamma, per partire lontano. Personalmente mi è rimasto dentro al cuore ancora il pianto di mia madre, che piangeva accorata ogni volta che ripartivo da casa per rientrare in monastero… quante lacrime di dolore! E a me rimaneva sempre come un groppo alla gola… Immaginiamoci perciò il dolore dei due cuori santissimi e sensibilissimi ogni volta che Gesù salutava la sua mamma per andare a predicare. E anche questo loro dolore fa parte della nostra Redenzione. Gesù incomincia la sua missione pubblica a Cafàrnao, sulla via del mare, Galilea delle genti, che era un crocevia dove passavano tutti, e anche gente pagana e idolàtra “che abitava in ombra di morte”, nelle tenebre. Ma ecco che finalmente arriva la Luce: Gesù Cristo, che è la Luce del mondo! E cominciò a predicare: “Convertitevi, perché il Regno dei Cieli è vicino!”. E là, proprio lungo la riva del mare di Galilea, egli vide due fratelli: Simone, chiamato Pietro e Andrea suo fratello: stavano gettando le reti in mare. Disse loro: “Venite dietro a Me, vi farò pescatori di uomini!”. Essi subito lasciarono le reti e Lo seguirono. Più avanti Egli incontra altri due fratelli: Giacomo e Giovanni, che erano nella barca assieme a Zebedeo, loro padre: stavano riparando le reti. Li chiamò, ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e Lo seguirono”. È proprio da ammirare la prontezza e la generosità di questi Apostoli santi che hanno saputo davvero lasciare tutto e sùbito, per seguire il loro Signore, che continua il suo cammino di luce, di salvezza e di consolazione, guarendo, al suo passaggio, ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Com’è bella la chiamata del Signore! E beato chi la riceve, perché è una grazia così grande che solo in Cielo potremo capire in pieno la sua bellezza. E allora il Signore, ad ognuno di quelli che gli hanno risposto sì, dirà: “Grazie, perché hai risposto alla mia chiamata!”, proprio come dice la Madonna a Medjugorje, dopo ogni suo messaggio di pace. E con gioia rispondiamo, ed io per primo:: “Grazie, Signore, perché mi hai chiamato! E grazie anche a Te, Madre di Misericordia!”.
L’evangelista Matteo, riprendendo un’immagine del libro di Isaia, ci dice quello che è Gesù per noi: la luce. Nella nostra vita, vediamo spesso tenebre, resistenze, difficoltà, compiti non risolti che si accumulano davanti a noi come un’enorme montagna, problemi con i figli, o gli amici, con la solitudine, il lavoro non gradito... È tra tutte queste esperienze penose che ci raggiunge la buona parola: non vedete solo le tenebre, guardate anche la luce con cui Dio rischiara la vostra vita. Egli ha mandato Gesù per condividere con voi le vostre pene. Voi potete contare su di lui che è al vostro fianco, luce nell’oscurità. Non siamo noi che diamo alla nostra vita il suo senso ultimo. È lui. Non è né il nostro lavoro, né il nostro sapere, né il nostro successo. È lui, e la luce che ci distribuisce. Perché il valore della nostra vita non si basa su quello che facciamo, né sulla considerazione o l’influenza che acquistiamo. Essa prende tutto il suo valore perché Dio ci guarda, si volta verso di noi, senza condizioni, e qualsiasi sia il nostro merito. La sua luce penetra nelle nostre tenebre più profonde, anche là dove ci sentiamo radicalmente rimessi in causa, essa penetra nel nostro errore. Possiamo fidarci proprio quando sentiamo i limiti della nostra vita, quando questa ci pesa e il suo senso sembra sfuggirci. Il popolo immenso nelle tenebre ha visto una luce luminosa; una luce è apparsa a coloro che erano nel buio regno della morte!

Approfondimento del Vangelo (L’inizio dell’annuncio della Buona Notizia e la chiamata dei primi discepoli)
Il testo: Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

Momento di silenzio: Lasciamo che la voce del Verbo risuoni in noi.

Domande per la riflessione:
- Gesù venne ad abitare presso il mare: il Figlio di Dio viene ad abitare presso l’uomo. Il mare, questo mondo così misterioso e sconfinato, immenso all’orizzonte quanto è immenso il cielo. L’uno riflesso nell’altro, confinanti, distinti, riflesso vicendevole di pacatezza e di pace. Gesù, terra di Dio, viene ad abitare presso il mare, si fa terra dell’uomo. E noi andremo ad abitare presso Dio come era il Verbo prima di venire a noi? Oppure ci basta la nostra fragile vita di carne?
- Il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce: immerso nel buio, l’uomo vive i suoi giorni con rassegnato dolore e senza la speranza che qualcosa cambi per lui. Il mondo in cui la fede non declina le sue parole è un mondo immerso nelle tenebre finché la luce non viene ad abitarlo. Cristo, luce dei popoli, è venuto nel mondo e le tenebre si sono diradate per far splendere la luce. Ma le tenebre si sono diradate per noi?
- Subito, lasciate le reti, lo seguirono. Subito. Lasciare. Seguire. Parole difficili al nostro stile di vita. Rispondere a Dio: sì, ma con calma. Lasciare ciò che si fa per il Signore: sì, ma con calma. Seguire il Signore: sì, ma prima bisogna pensarci bene. Chissà se provassimo a fare come gli apostoli: subito, lasciato tutto, andarono con Lui?

Chiave di lettura: Il Dio dell’universo che ha creato il cielo e la terra con la sola sua Parola lascia la sua dimora e viene ad abitare presso il mare in terra straniera a pronunciare parole di terra che sappiano di cielo. E anche il Figlio dell’uomo, il maestro di Nazareth, lascia la casa della sua giovinezza per andare nella Galilea delle genti, al di là del Giordano. Le tenebre della non conoscenza che si scambiano bagliori nel passare dei secoli vengono trafitte da una grande luce. Le ombre della morte odono parole che aprono vie di novità e di vita: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Cambiare itinerario, avvicinarsi alla luce non è scontato per chi ha familiarità con la presenza dell’Altissimo. Perché gli occhi si abituano alla presenza e facilmente il cuore umano dimentica il passato di tenebre, quando gode di splendore. Convertirsi. E come? La relazione umana diventa il cammino nuovo presso il mare. Ci sono dei fratelli lungo le rive, coppie di fratelli: Simone e Andrea, Giacomo e Giovanni. Dio non viene a separare i vincoli più sacri, ma li assume per pescare in una vita più luminosa, la sua vita, il suo mare. Mentre camminava... Il cammino è un grande segreto della vita spirituale. Non siamo chiamati a star fermi, ma ad andare anche noi presso il mare, il mare del mondo dove gli uomini sono come pesci, immersi in un’acqua amara della salsedine del non umano. Pescatori di uomini. Non si può pescare senza la rete dell’amore, senza un padre che custodisce la barca, senza una barca con cui prendere il largo. La rete delle relazioni umane è l’unica arma possibile agli evangelizzatori, perché con l’amore si fa grande pesca, e l’amore non deve essere solo annunciato ma portato. Essere chiamati in due vuol dire proprio questo portare un amore visibile, concreto, l’amore di fratelli che godono della stessa paternità, l’amore di persone nelle cui vene scorre lo stesso sangue, la stessa vita. Seguitemi... chiamare altri a camminare, a pescare, a testimoniare. Le reti si rompono ma ogni pescatore è in grado di riassettare una rete che si rompe. L’amore non è un soprammobile, usandone si rompe! L’arte dell’accomodare rende prezioso ogni tessuto possibile tra gli uomini. Ciò che conta è andare, fidarsi di quel nome nuovo che si chiama sempre e ancora VITA. I chiamati vanno, seguono Gesù. Ma dove va Gesù? Cammina per tutta la Galilea, insegna nelle sinagoghe, predica la buona novella del regno, cura ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo. Ogni uomo di mare, apostolo del Regno, farà come Gesù: camminerà per le vie del mondo e sosterà nelle piazze degli uomini, narrerà le buone notizie di Dio e si prenderà cura dei malati e degli infermi, renderà visibile la premura del Padre per ognuno dei suoi figli.

Contemplazione: Le acque del mare che ricoprono la terra mi narrano il fluire della tua vita, Signore. Quando all’orizzonte cielo e mare si confondono mi sembra di veder trasbordare tutto ciò che sei nel nostro esistere. Un fluire che è un’onda tenera di presenza e una inenarrabile storia di amore, fatta di nomi, di fatti, di età, di segreti, di emozioni placide e di turbamenti improvvisi, una storia fatta di luci e di passaggi grigi, di entusiasmi e di pacato sopore. Questo mare che è l’umanità invasa dalla tua pace contiene parole senza fine, le parole del tuo Verbo che fino in fondo ha voluto assumere la veste di sabbia del tempo. Quante parole sulle sponde e nei fondali che vengono silenziosamente raccolte se solo mi dispongo ad ascoltare, le tue parole che le onde della vita portano a riva e che sono strade per i naviganti, parole antiche e parole nuove, parole mai dimenticate e parole fasciate di mistero. Signore, che le onde dell’umanità non mi travolgano, ma diventino scie di comunione alla fragile barca del mio andare. Che io impari da te a prendere il largo per la pesca nelle notti buie della storia umana, quando i pesci sono più disposti a farsi prendere. Sulla tua parola getterò le reti, mio Dio, e tirate le barche a terra continuerò a camminare sulle orme che hai lasciato sulle rive della storia quando hai scelto di vestire i nostri panni intrisi di fango.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
III DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Letture:
Es 16,2-7a.13b-18
Sal 18
2Cor 8,7-15
Lc 9,10b-17

Cinque pani e due pesci
Altro “segno”, la moltiplicazione dei pani, premura di Dio per i bisogni del suo popolo, compassione di Gesù per la folla che lo seguiva nel deserto, lui “venuto perché tutti abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Un giorno disse: “Non preoccupatevi dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?.. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno” (Mt 6,31-32). Non mancano le risorse del creato per il nutrimento di tutti. Forse è la mala gestione che provoca fame e povertà! Ma “non di solo pane vivrà l’uomo” (Mt 4,4), per questo Gesù “prese a parlar loro del regno di Dio”, e poi ad alludere a un cibo di vita che avrebbe dato per sfamare il bisogno di immortalità che c’è nel profondo del cuore di ogni uomo.
La manna nel deserto: “Che cos’è?” domandarono sorpresi gli ebrei nel deserto vedendo la manna. “È il pane che il Signore vi dà in cibo” (Lett.), rispose Mosè. Dio guidava il suo popolo verso la terra promessa sostenendolo nei suoi quotidiani bisogni di acqua, di cibo, di quaglie..: “Fece piovere su di loro la manna per cibo e diede loro pane del cielo: l’uomo mangiò il pane dei forti; diede loro cibo in abbondanza. Su di loro fece piovere carne come polvere e uccelli come sabbia del mare” (Sal 78,24-25.27). A Mara il Signore addolcì un’acqua amara, e disse: “Io sono il Signore, colui che ti guarisce!” (Es 15,25). E sempre nel deserto liberò il suo popolo dai serpenti velenosi, prefigurazione di un’altra liberazione: “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15). Dopo quella moltiplicazione dei pani compiuta da Gesù, la gente fu entusiasta.. e “veniva a prenderlo per farlo re” (Gv 6,15). Ma lui quella volta fu esplicito: “Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà” (Gv 6,27). E proseguì: “In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero” (Gv 6,32). “I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,49-51). Aderire alla sua persona è la soluzione definitiva della vita, è mangiare un cibo di immortalità, bere un’acqua che zampilla fino alla vita eterna: “Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!” (Gv 6,35). E un giorno inventò il modo di raggiungere la fame di tutti col dare la sua “carne da mangiare” nel segno dell’Eucaristia: solo così ci si garantisce la risurrezione e la vita eterna, e da oggi una graduale assimilazione a lui. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6,54). E ancora: “Colui che mangia me vivrà per me” (Gv 6,57). Il racconto oggi di Luca fa esplicito cenno alla celebrazione liturgica, dove anche oggi, “seduti a gruppi di cinquanta circa”, il sacerdote in persona Christi fa quel che ha fatto Gesù: “Prese i cinque pani,.. alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla”. Abbiano la vita in abbondanza: da quella materiale a quella spirituale e divina!
Voi stessi date loro da mangiare: Il riferimento all’Eucaristia è per dire che questo dono di Dio all’uomo è ormai permanente, tramite la Chiesa, alla quale Gesù diede l’ordine: “Fate questo in memoria di me!” (Lc 22,19). Anche oggi “le folle lo seguirono”, cercano Gesù, ed “egli le accolse”. E rinnova l’ordine: “Voi stessi date loro da mangiare”. Sta in questa premura del cuore di Cristo la sorgente della missione della Chiesa. La Chiesa non ha altri interessi sull’uomo se non quello di servirlo nel suo vero bisogno di significato e di verità, offrendogli quel pane venuto dal cielo che è Dio stesso. Non da sé, ma da Cristo la Chiesa attinge la propria ricchezza. Solo perché Cristo moltiplica i pani, gli apostoli li possono distribuire e sfamare la moltitudine. I preti sono intermediari di gesti che solo Cristo compie: sia nel consacrare l’Eucarestia, sia nel battezzare, sia nel perdonare i peccati. Il sacerdote agisce a nome di Cristo. “Non abbiamo che cinque pani e due pesci!”, si lamentano gli apostoli. Si spaventano di fronte all’ordine di Gesù di saziare tanta folla. Forse anche oggi i cristiani si spaventano di fronte alla sfida del nostro mondo pagano, e si sentono impotenti. L’invito di Gesù è a credere non alle proprie capacità, ma alle risorse di Dio. È necessaria questa coscienza coraggiosa della “potenza del vangelo” - lievito che silenziosamente ma efficacemente trasforma la pasta. La missionarietà non ha altra sorgente che in questa sicurezza di poggiarsi su Dio. Era tutta la forza di Paolo: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati” (Rm 8,35-37). “Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi avanzati: dodici ceste”. Quanto è abbondante il dono di Dio, e la Chiesa ne ha sempre riserva per tutti! Dono di Dio è il cibo spirituale della Parola di Dio e dell’Eucaristia. Dono di Dio è pure la carità che dall’Eucaristia deriva. Non è mai mancata la carità della Chiesa lungo i secoli, sempre pronta a “guarire quanti avevano bisogno di cure”. Anche oggi la Chiesa è la prima a moltiplicare il pane della sua carità, sia in terra di missione per alleviare fame e ingiustizie, sia qui da noi per vincere emarginazione e nuove povertà.
Cinque pani e due pesci forse era la povera merenda di un bambino, quel giorno. Glieli avrà dati con gioia. Gesù moltiplica dei pani che sono dati, non creati di nuovo. Dio ha bisogno degli uomini, del loro cuore e della loro vita per moltiplicare la sua presenza e il suo dono di vita. Questo in fondo è la messa: veniamo a mettere a disposizione di Cristo i gesti della nostra vita quotidiana perché li trasformi e li assuma come luoghi e strumenti della sua salvezza per i fratelli che incontriamo. All’offertorio offriamo il pane, alla comunione lo mangiamo come Corpo di Cristo perché diveniamo anche noi, usciti da messa, il corpo di Cristo che prolunga l’amore di Dio verso tutti. Viviamo davvero così la nostra messa ogni domenica?
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MessaggioOggetto: CONVERSIONE DI SAN PAOLO   Mar Gen 25, 2011 10:03 am

25 GENNAIO

CONVERSIONE DI SAN PAOLO APOSTOLO


Biografia: Uno dei più gloriosi trionfi della grazia divina è senza dubbio la conversione di S. Paolo, che la Chiesa celebra oggi con festa particolare. Era giudeo della tribù di Beniamino. Fu circonciso l’ottavo giorno dopo la sua nascita, ed ebbe il nome di Saulo. Apparteneva, come il padre, alla setta dei farisei: setta la più rigorosa, ma nello stesso tempo la più ricalcitrante alla grazia di Dio. Nemico accanito di Cristo, Paolo di Tarso, persecutore dei cristiani, diviene sulla via di Damasco l’apostolo che si lancia alla conquista del mondo pagano: tutte le nazioni dovevano imparare da lui che Gesù è il Figlio di Dio e il salvatore del mondo. Da quel momento Paolo è mutato da feroce lupo in docile agnello. La grazia di Dio opera in lui per formare il vaso di elezione, l’Apostolo delle genti per eccellenza.

Dagli scritti
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
Paolo sopportò ogni cosa per amore il Cristo
Che cosa sia l’uomo e quanta la nobiltà dela nostra natura, di quanta forza sia capace questo essere pensante, lo mostra in un modo del tutto particolare Paolo. Ogni giorno saliva più in alto, ogni giorno sorgeva più ardente e combatteva con sempre maggior coraggio contro le difficoltà che incontrava. Alludendo a questo diceva: Dimentico il passato e sono proteso verso il futuro (cfr. Fil 3,13). Vedendo che la morte era ormai imminente, invita tutti alla comunione di quella sua gioia dicendo: «Gioite e rallegratevi con me» (Fil 2,18). Esulta ugualmente anche di fronte ai pericoli incombenti, alle offese e a qualsiasi ingiuria e, scrivendo ai Corinzi, dice: Sono contento delle mie infermità, degli affronti e delle persecuzioni (cfr. 2Cor 12,10). Aggiunge che queste sono le armi della giustizia e mostra come proprio di qui gli venga il maggior frutto, e sia vittorioso dei nemici. Battuto ovunque con verghe, colpito da ingiurie e insulti, si comporta come se celebrasse trionfi gloriosi o elevasse in alto trofei. Si vanta e ringrazia Dio, dicendo: Siano rese grazie a Dio che trionfa sempre in noi (cfr. 2Cor 2,14). Per questo, animato dal suo zelo di apostolo, gradiva di più l’altrui freddezza e le ingiurie che l’onore, di cui invece noi siamo così avidi. Preferiva la morte alla vita, la povertà alla ricchezza e desiderava assai di più la fatica che non il riposo. Una cosa detestava e rigettava: l’offesa a Dio, al quale per parte sua voleva piacere in ogni cosa. Godere dell’amore di Cristo era il culmine delle sue aspirazioni e, godendo di questo suo tesoro, si sentiva più felice di tutti. Senza di esso al contrario nulla per lui significava l’amicizia dei potenti e dei principi. Preferiva essere l’ultimo di tutti, anzi un condannato, però con l’amore di Cristo, piuttosto che trovarsi fra i più grandi e i più potenti del mondo, ma privo di quel tesoro. Il più grande ed unico tormento per lui sarebbe stato perdere questo amore. Ciò sarebbe stato per lui la geenna, l’unica sola pena, il più grande e il più insopportabile dei supplizi. Il godere dell’amore di Cristo era per lui tutto: vita, mondo, condizione angelica, presente, futuro, e ogni altro bene. All’infuori di questo, niente reputava bello, niente gioioso. Ecco perché guardava alle cose sensibili come ad erba avvizzita. Gli stessi tiranni e le rivoluzioni di popoli perdevano ogni mordente. Pensava infine che la morte, la sofferenza e mille supplizi diventassero come giochi da bambini quando si trattava di sopportarli per Cristo (Om. 2, Panegirico di san Paolo, apostolo; PG 50,477-480).

La celebrazione: Questa celebrazione, già presente in Italia nel sec. VIII, entrò nel calendario Romano sul finire del sec. X. Conclude in modo significativo la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ricordando che non c’è vero ecumenismo senza conversione. La conversione di Paolo rivela la potenza della grazia che sovrabbonda dove abbonda il peccato. La svolta decisiva della sua vita si compie sulla via di Damasco, dove egli scopre il mistero della passione di Cristo che si rinnova nelle sue membra. Egli stesso perseguitato per Cristo dirà: «Completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa».

Preghiera iniziale: O Dio, che hai illuminato tutte le genti con la parola dell’apostolo Paolo, concedi anche a noi, che oggi ricordiamo la sua conversione, di essere testimoni della tua verità e di camminare sempre nella via del Vangelo.

Letture:
At 22,3-16 (Alzati, fatti battezzare e purificare dai tuoi peccati, invocando il nome di Gesù)
Sal 116 (Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo)
Mc 16,15-18 (Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo)

Chi sei, o Signore?
Celebriamo oggi la conversione di san Paolo. Egli era un accanito persecutore di cristiani, ma egli stesso racconta negli Atti degli Apostoli, che un giorno… «Mentre ero in viaggio e mi stavo avvicinando a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una grande luce dal cielo sfolgorò attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Io risposi: “Chi sei, o Signore?”. Mi disse: “Io sono Gesù il Nazareno, che tu perséguiti”» (At 22,6-8). Quella luce celeste lo folgorò dentro l’anima e divenne anche cieco negli occhi perché chi non crede in Gesù è cieco e insipiente: non vede la Verità, che è Gesù Cristo, Luce del mondo, ma vive nelle tenebre e nella confusione di questo mondo e di se stesso. Saulo capì e credette in Gesù: si fece battezzare nel suo Santo Nome e divenne un Apostolo di fuoco, l’Apostolo delle genti. Egli arrivò fino a Roma per testimoniare la sua fede ardente in Gesù Cristo; e qui seppe dare la sua estrema testimonianza di fede a Lui e fino a versare il suo sangue. Egli venne decapitato là alle Tre Fontane, dove oggi sorge il monastero benedettino. Apostolo di Gesù Cristo, grande apostolo. E oggi Gesù nel vangelo ci dice: «andate il tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato». San Paolo, prega per noi e per la nostra conversione, tu che hai creduto a Gesù che ti chiamava alla vera fede, aiutaci ad essere veri cristiani.
Oggi vediamo la potenza di Dio in san Paolo, divenuto da persecutore Apostolo che ha accolto la fede in Cristo e l’ha diffusa, con una fecondità apostolica straordinaria, che non è ancora cessata. Ma poiché siamo ancora nella settimana dell’unità, riflettiamo su alcuni aspetti della conversione di Paolo che si possono mettere in relazione con l’unità. San Paolo si preoccupava al massimo dell’unità del popolo di Dio. Fu proprio questo il motivo che lo spingeva a perseguitare i cristiani: egli non tollerava neppure il pensiero che degli uomini del suo popolo si staccassero dalla tradizione antica, lui che era stato educato, come egli stesso dice, alla esatta osservanza della Legge dei Padri ed era pieno di zelo per Dio. Ai Giudei che lo ascoltano dopo il suo arresto egli paragona appunto il suo zelo al loro: «pieno di zelo per Dio, come oggi siete tutti voi» (At 22,3). E dunque possibile essere pieni di zelo per Dio, ma in modo sbagliato. San Paolo stesso lo dice nella lettera ai Romani: “Essi hanno molto zelo, ma non è uno zelo secondo Dio”, è uno zelo per Dio, ma concepito secondo gli uomini (cfr. Rm 10,2). Ora, mentre Paolo, pieno di zelo per Dio, usava tutti i mezzi e in particolare quelli violenti per mantenere l’unità del popolo di Dio, Dio lo ha completamente “convertito”, rivolgendogli quelle parole che rivelano chiaramente quale sia la vera unità. «Chi sei, o Signore? Mi disse: Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti» (At 22,8). Nelle tre narrazioni della conversione di Paolo molti dettagli cambiano: alcuni vengono aggiunti, altri scompaiono, ma queste parole si trovano sempre, perché sono veramente centrali. Paolo evidentemente non aveva coscienza di perseguitare Gesù, caricando di catene i cristiani, ma il Signore in questo momento gli rivela l’unità profonda esistente fra lui e i suoi discepoli: «Io sono Gesù il Nazareno, che tu perseguiti». Forse proprio allora Paolo ebbe la prima rivelazione del corpo di Cristo, del quale ha parlato poi nelle sue lettere. Tutti siamo membra di Cristo per la fede in lui: in questo consiste la nostra unità. Gesù stesso fonda la sua Chiesa visibile. «Che devo fare, Signore» (At 22,10a) chiede Paolo, e il Signore non gli risponde direttamente: «Prosegui verso Damasco; là sarai informato di tutto ciò che è stabilito che tu faccia» (At 22,10b). Lo manda dunque alla Chiesa, non vuole per il suo Apostolo una conversione individualistica, senza alcun rapporto con gli altri discepoli. Egli deve inserirsi nella Chiesa, Corpo di Cristo, al quale deve aderire per vivere nella vera fede. Dopo la sua conversione Paolo ha conservato in cuore il desiderio di essere unito al popolo di Israele. Lo scrive nella lettera ai Romani con parole che non si possono leggere senza profonda commozione: «Dico la verità in Cristo, non mento, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anatema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e hanno l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse; a loro appartengono i patriarchi e da loro proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli» (Rm 9,1-5). Ogni cristiano dovrebbe avere questa tristezza continua, che non impedisce di essere gioiosi in Cristo, perché è una tristezza secondo Dio, che ci unisce al cuore di Cristo. E la sofferenza per il popolo di Israele che non riconosce Cristo, per i cristiani che sono divisi e non giungono all’unità che il Signore vuole.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».

Riflessione:
• I segnali che accompagnano l’annuncio della Buona Novella. Infine Gesù appare agli undici discepoli e li riprende perché non hanno creduto alle persone che avevano detto di averlo visto risorto. Di nuovo, Marco si riferisce alla resistenza dei discepoli che credono alla testimonianza di coloro, uomini e donne, che hanno fatto l’esperienza della risurrezione di Gesù. Perché sarà? Probabilmente, per insegnare due cose. In primo luogo, che la fede in Gesù passa per la fede nelle persone che ne danno testimonianza. Secondo, che nessuno deve scoraggiarsi, quando l’incredulità nasce nel cuore. Perfino gli undici discepoli ebbero dubbi!
• Poi Gesù dà loro la missione di annunciare la Buona Novella a tutte le creature. L’esigenza che indica è la seguente: credere ed essere battezzati. A coloro che ebbero il coraggio di credere alla Buona Novella e che sono battezzati, lui promette i segni seguenti: scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti ed il veleno non farà loro danno, imporranno le mani ai malati e questi guariranno. Questo avviene fino ad oggi:
- scacciare i demoni: è combattere la forza del male che distrugge la vita. La vita di molte persone è migliorata perché sono entrate in una comunità e hanno incominciato a vivere la Buona Novella della presenza di Dio nella loro vita;
- parlare lingue nuove: è cominciare a comunicare con gli altri in una forma nuova. A volte, troviamo una persona che non abbiamo mai visto prima, ma sembra che l’abbiamo conosciuta da molto tempo. Ciò avviene perché parliamo la stessa lingua, la lingua dell’amore;
- vincere il veleno: ci sono molte cose che avvelenano la convivenza. Molte pettegolezzi che distruggono la relazione tra le persone. Chi vive in presenza di Dio ci passa sopra e riesce a non essere molestato da questo terribile veleno;
- guarisce i malati: ovunque spunta una coscienza più chiara e più viva della presenza di Dio, appare anche un’attenzione speciale verso le persone oppresse ed emarginate, soprattutto le persone malate. Ciò che più aiuta alla guarigione, è che la persona si senta accolta ed amata;
- mediante la comunità Gesù continua la sua missione. Lo stesso Gesù che visse in Palestina, dove accoglieva i poveri del suo tempo, rivelando così l’amore del Padre, questo stesso Gesù continua vivo in mezzo a noi, nelle nostre comunità. Ed attraverso di noi continua la sua missione di rivelare la Buona Novella dell’Amore di Dio ai poveri. Fino ad oggi, avviene la risurrezione, che ci spinge a cantare: “Chi ci separerà dall’amore di Cristo?” (cfr. Rom 8,38-39). Nessun potere di questo mondo è capace di neutralizzare la forza che viene dalla fede nella risurrezione (Rm 8,35-39). Una comunità che volesse essere testimone della Risurrezione deve essere segno di vita, deve lottare contro le forze della morte, in modo che il mondo sia un luogo favorevole alla vita, e deve credere che un altro mondo è possibile.

Per un confronto personale
- Scacciare i demoni, parlare lingue nuove, non farsi recare danno dal veleno dei serpenti, imporre le mani ai malati: tu hai compiuto alcuni di questi segni?
- Attraverso di noi e attraverso la nostra comunità Gesù continua la sua missione? Nella nostra comunità, riesce a compiere questa missione? Come, in che modo?

Preghiera finale: Lodate il Signore, popoli tutti, voi tutte, nazioni, dategli gloria. Forte è il suo amore per noi e la fedeltà del Signore dura in eterno (Sal 116).
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MessaggioOggetto: sabato 29 gennaio 2011   Sab Gen 29, 2011 9:42 am

SABATO 29 GENNAIO 2011

SABATO DELLA III SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio onnipotente ed eterno, guida i nostri atti secondo la tua volontà, perché nel nome del tuo diletto Figlio portiamo frutti generosi di opere buone.

Letture:
Eb 11,1-2.8-19 (Aspettava la città il cui architetto e costruttore è Dio stesso)
Sal Lc 1,98-75 (Benedetto il Signore, Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo)
Mc 4,35-41 (Chi è costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?)

Chi è Costui?
Gesù è proprio instancabile… e tutti lo cercano, tutti lo vogliono e accorrono a Lui numerosi per chiedere grazia, misericordia, guarigione, liberazione, per chiedere una parola illuminante o di consolazione, una Parola di Misericordia; e Gesù è come una fontana che sempre versa la sua acqua fresca senza mai fermarsi… Ma anche Lui è un uomo e si stanca… Egli infatti non è solo Dio, ma è anche uomo come noi, eccetto il peccato. E come noi: mangia, beve, suda, si affatica e dorme anche. E oggi leggiamo come gli Apostoli, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca; ed egli si addormentò per la troppa stanchezza. E ora io me ne sto zitto, e lascio parlare l’Evangelista San Marco che racconta tutto di un fiato…: “Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva…(e dormiva così bene che non si era nemmeno accorto che infuriava una grande tempesta di vento e che le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena… tzz, dovevo stare zito!). Allora lo svegliarono e gli dissero: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?”. Egli si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”. Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore (e anche noi!) e dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque Costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?…”. …Chi è Costui?… È Gesù Cristo, il Figlio del Dio vivente! Per mezzo di Lui tutte le cose sono state create, nei Cieli e sulla terra. Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal Cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria, e si è fatto uomo…, come ripetiamo nel Credo, ogni domenica. Carissimi, nella nostra vita di ogni giorno quanta acqua entra anche nella nostra barca… quante tempeste!… Ma niente paura: c’è Gesù! Chi ha davvero fede in Lui e nella sua divina presenza d’amore non avrà mai paura di nulla: non avrà paura nemmeno della morte, perché Egli l’ha vinta ed è risorto: Egli è la Risurrezione e la Vita eterna. E noi saremo con Lui, per sempre. Amen!
Oggi siamo invitati a riflettere sul grande dono della fede. La lettera agli Ebrei ha in questo capitolo il, del quale qui è riportato solo l’esempio di Abramo e di Sara, una specie di ritornello: “Per fede noi sappiamo... Per fede Abele... Per fede Enoch... Per fede Abramo... Per fede Sara... Per fede Isacco... Per fede... Per fede... Per fede...”. Abbiamo l’esempio di Abramo, che parti senza sapere dove andava, che soggiornò da straniero nella terra promessa, che, messo alla prova, offri il suo unico figlio “e lo riebbe, e fu come un simbolo”. E abbiamo l’esempio di Sara che divenne madre quando l’età non lo avrebbe reso possibile, “perché ritenne fedele colui che glielo aveva promesso”. Nel Vangelo gli Apostoli sono richiamati alla fede attraverso la tempesta. Gesù li rimprovera: “Perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?”. Se lui è presente, perché temere? E oggi, sabato, abbiamo l’esempio della Madonna, alla quale Elisabetta disse: “Beata che hai creduto!”. Maria ha creduto in una situazione di oscurità al momento dell’annunciazione. Maria ha creduto in una condizione ancora più oscura sul Calvario: si unì all’offerta del suo Figlio donando così con lui la nuova vita all’umanità. Preghiamola perché ci illumini sempre nell’oscurità della vita quotidiana. Dio agisce sempre in modo molto discreto, nel quotidiano della vita, ed è la fede la lampada che ci permette di vedere, anche in cose molto banali, la sua azione, la sua volontà. Maria, pellegrina nella fede come noi su questa terra, ci ottenga questa luce.

Lettura del Vangelo: In quel medesimo giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all'altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com'era, nella barca. C'erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t'importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, càlmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l'un l'altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Riflessione:
- Il vangelo di oggi descrive la tempesta sul lago e Gesù che dorme nella barca. Le nostre comunità, molte volte, si sentono come barche perse nel mare della vita, senza molta speranza di poter raggiungere il porto. Gesù sembra essersi addormentato nella nostra barca, perché non spunta nessun poter divino per liberarli dalle difficoltà e dalle persecuzioni. Dinanzi a questa situazione di disperazione, Marco raccoglie diversi episodi che rivelano il modo in cui Gesù è presente nella comunità. Nelle parabole rivela il mistero del Regno presente nelle cose della vita (Mc 4,1-34). Ora Marco comincia a rivelare il mistero del Regno presente nel potere che Gesù svolge a favore dei discepoli, a favore della gente, e sopratutto a favore degli emarginati. Gesù vince il mare, simbolo del caos (Mc 4,35-41). In lui agisce una forza creatrice. Gesù vince e scaccia il demonio (Mc 5,1-20). In lui agisce un potere che libera! Gesù vince l’impurità e la morte (Mc 5,21-43). In lui agisce il potere della vita! Gesù è il vincitore! Le comunità, non devono temere! È questo il senso del passaggio sulla tempesta calmata che meditiamo nel vangelo di oggi.
- Marco 4,35-36: Il punto di partenza: “Passiamo all’altra riva”. La giornata è stata pesante di molto lavoro. Terminato il discorso delle parabole (Mc 4,1-34), Gesù dice: “Passiamo all’altra riva!”. E lo prendono con sé, così com’era nella barca, da dove aveva fatto il discorso delle parabole. Gesù è talmente stanco che si addormenta a poppa, su un cuscino. Questo è il quadro iniziale dipinto da Marco. Un bel quadro, molto umano.
- Marco 4,37-38: Situazione disperata: “Non ti importa che moriamo?”. Il lago di Galilea è circondato da montagne. A volte, tra le fenditure delle rocce, il vento cade in cima al lago e produce tempeste repentine. Vento forte, mare agitato, barca piena d’acqua! I discepoli erano pescatori sperimentati. Se pensano che la barca affonda, allora la situazione è pericolosa. Gesù invece continua a dormire. Questo sonno profondo non è solo segno di una grande stanchezza. È anche espressione della fiducia tranquilla che ha in Dio. Il contrasto tra l’atteggiamento di Gesù e quello dei discepoli è enorme!
- Marco 4,39-40: La reazione di Gesù: “Non avete ancora fede?”. Gesù si sveglia, non a causa delle onde, ma del grido disperato dei discepoli. Prima si dirige al mare e dice: “Taci, calmati!”. E quindi il mare si placa. Poi, si dirige ai discepoli e dice: “Perché siete così impauriti? Non avete ancora fede?”. L’impressione che si ha è che non è necessario calmare il mare, perché non c’è nessun pericolo. Succede come quando si arriva ad una casa dove c’è un cane, accanto al padrone, ed il cane non smette di abbaiare. Ma non bisogna in questo caso avere paura, perché il padrone è lì e controlla la situazione. L’episodio del mare calmato evoca l’esodo, quando la gente, senza paura, passava in mezzo alle acque del mare (Es 14,22). Evoca il profeta Isaia che diceva alla gente: “Quando attraverserai le acque io starò con te!” (Is 43,2). Gesù ripercorre l’esodo e compie la profezia annunciata dal Salmo 107(106),25-30.
- Marco 4,41: I discepoli non sanno: “Chi è quest’uomo?". Gesù calma il mare e dice: “Ancora non avete fede?”. I discepoli non sanno cosa rispondere e si chiedono: “Chi è dunque costui a cui anche il mare e il vento obbediscono?”. Gesù sembra per loro uno straniero! Malgrado il fatto di aver convissuto a lungo con lui, non sanno veramente com’è. Chi è costui? Con questa domanda in testa, le comunità continuano la lettura del vangelo. E fino ad oggi, questa è la stessa domanda che ci spinge a continuare la lettura dei Vangeli. È il desiderio di conoscere sempre meglio il significato che Gesù ha nella nostra vita.
- Chi è Gesù? Marco comincia il suo vangelo dicendo: “Inizio della Buona Novella di Gesù Cristo, Figlio di Dio” (Mc 1,1). Alla fine, all’ora della morte di Gesù, un soldato pagano dichiara: “Veramente, quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39) All’inizio ed alla fine del Vangelo, Gesù è chiamato Figlio di Dio. Tra l’inizio e la fine, appaiono molti altri nomi di Gesù. Ecco l’elenco: Messia o Cristo (Mc 1,1; 8,29; 14,61; 15,32); Signore (Mc 1,3; 5,19; 11,3); Figlio amato (Mc 1,11; 9,7); Santo di Dio (Mc 1,24); Nazareno (Mc 1,24; 10,47; 14,67; 16,6); Figlio dell’Uomo (Mc 2,10.28; 8,31.38; 9,9.12.31; 10,33.45; 13,26; 14,21.21.41.62); Sposo (Mc 2,19); Figlio di Dio (Mc 3,11); Figlio del Dio altissimo (Mc 5,7); Falegname (Mc 6,3); Figlio di Maria (Mc 6,3); Profeta (Mc 6,4.15; 8,28); Maestro (frequente); Figlio di Davide (Mc 10,47.48; 12,35-37); Benedetto (Mc 11,9); Figlio (Mc 13,32); Pastore (Mc 14,27); Figlio del Dio benedetto (Mc 14, 61); Re dei Giudei (Mc 15,2.9.18.26); Re di Israele (Mc 15,32). Ogni nome, titolo o attributo è un tentativo per esprimere ciò che Gesù significava per le persone. Ma un nome, pur anche bello, non riesce mai a rivelare il mistero di una persona, molto meno della persona di Gesù. Oltre a questo, alcuni di questi nomi dati a Gesù, anche i più importanti e i più tradizionali, sono messi in dubbio dal vangelo stesso di Marco. Così nella misura in cui andiamo avanti nella lettura del vangelo, Marco ci obbliga a rivedere le nostre idee e a chiederci, ogni volta di nuovo: “Ma in definitiva, chi è Gesù per me, per noi?”. Quanto più ci si inoltra nella lettura del vangelo di Marco, tanto più si rompono i titoli e i criteri. Gesù non entra in nessuno di questi nomi, in nessuno schema, in nessun titolo. Lui è il più grande. Poco a poco il lettore o la lettrice rinuncia al desiderio di voler inquadrare Gesù in un concetto conosciuto o in un’idea già pronta, ed accetta il modo in cui lui stesso si presenta. L’amore coglie l’essenza, la testa, no!

Per un confronto personale
- A volte, le acque del mare della vita minacciano di affogarci? Chi potrà salvarci?
- Quale era il mare agitato al tempo di Gesù? Quale è il mare agitato all’epoca in cui Marco scrive il suo vangelo? Quale è oggi il mare agitato per noi?

Preghiera finale: Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo. Non respingermi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito (Sal 50).
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MessaggioOggetto: DOMENICA 30 GENNAIO 2011   Dom Gen 30, 2011 10:28 am

DOMENICA 30 GENNAIO 2011


RITO ROMANO
ANNO A
IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO


Orazione iniziale: Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione. Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

Letture:
Sof 2,3; 3,12-13 (Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero)
Sal 145 (Beati i poveri in spirito)
1Cor 1,26-31 (Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo)
Mt 5,1-12a (Beati i poveri in spirito)

Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli!
Già il profeta Sofonìa aveva annunciato che il Signore, attraverso i poveri, che cercano giustizia ed umiltà, da loro nascerà una nuova umanità “un popolo umile e povero: “confiderà nel nome del Signore il resto d’Israele”. Egli, il Signore, nelle sue scelte, con un popolo di poveri, di semplici, di umili e persino di emarginati, ma dal cuore aperto e sincero, rivoluzionerà il mondo intero e lo trasformerà in Gesù Cristo suo Figlio. Infatti oggi San Paolo ci scrive così: “non ci sono tra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio la ha scelto per ridurre a nulla le cose che sono perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio”. E Gesù, nel Vangelo, dalla santa montagna proclama: “Beati i poveri in spirito!”. Sono i semplici, gli umili, gli ultimi: sono i ‘piccoli del Regno di Dio’, coloro che hanno il cuore da bambino. “Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati”. La nostra sofferenza è redentiva e verrà in eterno consolata in paradiso. “Beati i miti!”. Quant’è bella una persona mite e umile… rassomiglia proprio a Gesù Cristo e alla Madonna santissima! Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia!”. Ha vera sete di giustizia colui che ha vero desidero di una vita giusta, e cioè: ha davvero desiderio di vivere da giusto, da cristiano vero, sincero, autentico. “Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia!”. Davvero chi ha misericordia verso gli altri somiglia in tutto a Gesù Misericordioso. “Beati i puri di cuore perché saranno chiamati figli di Dio!”. E i puri di cuore sono anche coloro che non inquinano la loro fede semplice con certe false dottrine razionaliste o moderniste… “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio!”. La Madonna, apparendo a Medjugorje, ci invita a diventare tutti portatori di pace, quella pace che regna nel suo Cuore di Mamma Immacolata. “Beati i perseguitati per la Giustizia!”. Sono coloro che vogliono restare fedeli alla fede cristiana, alla persona e alla dottrina di Gesù Cristo, e alla sua Santa Chiesa. “Vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei Cieli!”.
Beati i poveri davanti a Dio... Che messaggio! Lascia che Dio ti colmi! Egli ti ama malgrado la tua povertà, malgrado i tuoi limiti. Quando sei addolorato dall’effimero della felicità umana sempre minacciata, quando ti senti povero, quando l’afflizione ti paralizza, ascolta la grande promessa di Dio: sarete consolati, sarete sfamati, vedrete Dio... Questa promessa è nel cuore della nostra fede. Tutto il lieto messaggio di Gesù si riflette nelle beatitudini come uno specchio ardente. Colui che ha accolto la buona novella nel più profondo di sé stesso e nel quale questa verità raggiunge le radici dell’esistenza, diventerà naturalmente misericordioso e indulgente nel giudizio che ha sugli altri. Sarà capace di diffondere la pace, perché egli stesso la possiederà. Se solamente fossimo in grado di vivere seguendo l’atteggiamento fondamentale delle beatitudini! Se solamente potessimo amare e avere fiducia come Gesù! Forse allora molti uomini che la vita ha reso amari e chiusi, ai quali le numerose delusioni hanno fatto perdere la fede in Dio e negli uomini, forse potrebbero ugualmente ricominciare a credere nella bontà di Dio e nella sua sollecitudine, attraverso la bontà e la sollecitudine umane. Forse allora molti uomini potrebbero ugualmente contare su Dio per instaurare su questa terra il bene, e offrirci quello che abbiamo sperato e atteso durante tutta la nostra vita: la sicurezza e la gioia. Una gioia che regna.

Approfondimento del Vangelo (Le beatitudini. Dio pensa in un modo diverso da noi)
Il testo: In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati. Beati i miti, perché avranno in eredità la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».

Chiave di lettura per le otto beatitudini: In questa domenica la Chiesa ci invita a meditare le otto Beatitudini. Una volta, vedendo la folla immensa che lo seguiva, Gesù salì su una montagna vicino al lago di Galilea. Seduto sulla cima, guardando la folla, fece questa solenne proclamazione: “Beati i poveri, gli afflitti, gli umili, coloro che hanno fame e sete di giustizia, coloro che lottano per la pace, coloro che si preoccupano dei poveri, i puri di cuori, i perseguitati per la causa della giustizia!”. Parole di fuoco che, fino ad oggi, risuonano nel mondo! Lungo due millenni, colpirono milioni di persone. E ci fanno pensare e chiederci: “Cosa è la felicità? Chi è veramente felice?”. Un consiglio: Dopo la lettura delle beatitudini, è bene non cominciare subito a studiare ed analizzare le parole di Gesù. In primo luogo, è bene fare silenzio nel proprio cuore per un momento e credere di essere in mezzo alla gente riunita ai piedi della montagna, vicino al lago, che guarda Gesù ed ascolta le sue parole.

Una divisione del testo per aiutarne la lettura
- Matteo 5,1: Il solenne annuncio della nuova Legge
- Matteo 5,2-10: Le otto porte che permettono entrare nel Regno di Dio
- Matteo 5,11-12a: Gesù dichiara felici i perseguitati

Momento di silenzio orante perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
- Quale parte del testo ti ha colpito di più? Perché?
- Dove, quando e per chi Gesù pronuncia questo discorso?
- Quali sono i gruppi di persone che Gesù dichiara felici? Quale è la promessa per ogni gruppo?
- Esistono oggi questi gruppi di cui Gesù parla? Chi sono e dove si trovano?
- Come capire che una persona possa essere povera e felice allo stesso tempo?
- Cerca di ricordare due momenti in cui ti sei sentito/a veramente felice nella vita. La tua visione della felicità e la stessa di Gesù?
- Quale tipo di felicità cerca oggi la gente?

Una chiave di lettura per coloro che desiderano approfondire il tema.

Contesto del discorso di Gesù: Nel Vangelo di Matteo, Gesù appare come il nuovo legislatore, il nuovo Mosé. Essendo Figlio, conosce il Padre. Sa ciò che il Padre aveva in mente quando, nel passato, dette la Legge al popolo per mano di Mosé. È per questo che Gesù può offrirci una nuova versione della Legge di Dio. Il solenne annuncio di questa Nuova Legge comincia qui, nel Discorso della Montagna. Nell’Antico Testamento la Legge di Mosé è rappresentata in cinque libri: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Imitando il vecchio modello, Matteo presenta la Nuova Legge in cinque grandi Discorsi sparsi nel Vangelo: il Discorso della Montagna (Mt 5 a 7), il Discorso della Missione (Mt 10), il Discorso del Mistero del Regno presente nella vita (Mt 13), il Discorso della Comunità (Mt 18), il Discorso sul futuro del Regno (Mt 24 e 25). Ma per Matteo non basta solo lo studio della Legge. È necessario osservare bene la pratica di Gesù, perché in essa agisce lo Spirito di Dio che anima dal di dentro la lettera della Legge. La descrizione della pratica di Gesù occupa le parti narrative intercalate tra i cinque Discorsi ed ha lo scopo di mostrare come Gesù osservava la Legge e la incarnava nella sua vita.

Commento del testo
- Matteo 5,1: Il solenne annuncio della Nuova Legge. Nell’Antico Testamento, Mosé salì sul Monte Sinai per ricevere la Legge di Dio. Anche Gesù, nuovo Mosé, sale sulla montagna e guardando la folla che lo seguiva, proclama la Nuova Legge. Fino a questo momento, c’erano solo quattro discepoli con Gesù (Mt 4,18-22). Ma di fatto lo seguiva una folla immensa. Circondato dai discepoli, Gesù comincia ad insegnare loro, proclamando le beatitudini.
- Matteo 5,3-10: Le otto porte di entrata del Regno. Le beatitudini costituiscono la solenne apertura del Discorso della Montagna. In esse Gesù definisce chi può entrare nel Regno. Sono otto categorie di persone. Otto porte di entrata. Non c’è altra porta per entrare nel Regno, nella Comunità! Coloro che desiderano far parte del Regno dovranno identificarsi con una di queste categorie o gruppi.
1) Beati i poveri di spirito. Non è né il ricco né il povero con mentalità di ricco. Ma è il che come Gesù vive da povero (Mt 8,18), crede nel povero (Mt 11,25-26) e vede in essi i primi destinatari della Buona Novella (Lc 4,18). È il povero che ha lo Spirito di Gesù!
2) Beati i pacifici. Non è la persona passiva che perde la voglia e non reagisce più. Ma sono coloro che sono stati “pacificati” ed ora, come Maria, vivono nell “umiliazione” (Lc 1,48). Persero la terra che possedevano, ma la riavranno (Sl 37,7.10.11.22.29.34). Come Gesù, cercano di essere “miti ed umili di cuore” (Mt 11,19).
3) Beati i tristi. Non si tratta di una qualsiasi tristezza, bensì di una tristezza dinanzi alle ingiustizie e le mancanze di umanità che avvengono nel mondo (Tb 13,16; Sir 119,136; Ez 9,4; 2Pt 2,7). Sono tristi perché non accettano la situazione in cui si trova l’umanità.
4) Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia. Non si tratta solo della giustizia che si cerca nei tribunali e che molte volte è la legalizzazione dell’ingiustizia. Ma è soprattutto la Giustizia di Dio che si cerca, facendo in modo che le cose e le persone possano occupare il luogo che devono occupare nel piano del Creatore.
5) Beati coloro che sono misericordiosi. Non è solo la filantropia che distribuisce elemosine, ma si tratta di imitare Dio che ha viscere di misericordia per coloro che soffrono (Es 34,6-7). Misericordia vuol dire avere il cuore nella miseria degli altri per diminuire il loro dolore. Vuol dire fare in modo che non ci sia estranea la sofferenza dell’altro.
6) Beati i puri di cuore. Non si tratta della purezza legale che solo guarda l’esterno, ma si tratta di avere lo sguardo purificato per assimilare la Legge di Dio nel cuore che si fa trasparente, e permette alle persone di riconoscere gli appelli di Dio nei fatti della vita e della natura.
7) Beati i costruttori di pace. Non è solo assenza di guerra. La Pace che Dio vuole sulla terra è la ricostruzione totale e radicale della vita, della natura e della convivenza. È lo Shalôm, la Pace annunciata dai profeti e lasciata da Gesù ai suoi apostoli (Gv 20,21).
8) Beati coloro che sono perseguitati a causa della giustizia. Nel mondo costruito ed organizzato a partire dall’egoismo di persone e gruppi di persone (come il sistema neoliberale che oggi domina nel mondo) colui che desidera vivere l’amore disinteressato sarà perseguitato e morirà in croce.

La 1ª e l’8ª categoria (i poveri ed i perseguitati per causa della giustizia) ricevono la stessa promessa del Regno di Dio. E la ricevono fin d’ora, poiché Gesù dice “di essi è il Regno dei cieli!”. Tra la 1ª e l’ 8ª categoria, ce ne sono altre sei che ricevono una promessa da realizzarsi nel futuro. In queste sei promesse appare un nuovo progetto. È il progetto del Regno, che vuole ricostruire la vita nella sua totalità: nel rapporto con i beni materiali, con le persone, e con Dio. La comunità cristiana, povera e perseguitata, è già una mostra del Regno! Il suo seme!
a) La prima coppia Miti ed Afflitti, dice rispetto nel rapporto con i beni materiali. Per il futuro aspettano una condivisione equa dei beni di questo mondo tra tutti.
b) La seconda coppia Fame e Sete di giustizia e Misericordiosi, dice rispetto nel rapporto tra persone e comunità. Per il futuro aspettano la ricostruzione fraterna della convivenza umana.
c) Una terza coppia, Cuore limpido e Promotori di pace, dice rispetto nel rapporto con Dio: vedere Dio ed essere figlio di Dio. Per il futuro aspettano la ricostruzione del rapporto con Dio.

- Matteo 5,11-12: Gesù dichiara felici i perseguitati. Comunica una parola di consolazione ai perseguitati. Al tempo di Matteo, verso gli anni 80 dopo Cristo, questo progetto di ricostruzione della vita e della convivenza sta per essere assunto dalle comunità cristiane, tutte loro povere e senza molta espressione. E per questo perseguitate. Questa parola finale di Gesù conferma le comunità nella resistenza per amore al Vangelo.

Ampliando la visione sulle Beatitudini:
- La comunità che riceve le beatitudini: Matteo ha otto beatitudini. Luca ne ha quattro e quattro maledizioni (Lc 6,20-26). Le quattro di Luca sono: “voi poveri, voi che avete fame, voi che piangete, voi che siete odiati e perseguitati” (Lc 6,20-23). Luca scrive per le comunità di pagani convertiti. Vivono nel contesto ostile dell’Impero Romano. Matteo scrive per le comunità di giudei convertiti, che vivono nel contesto di rottura con una sinagoga. Prima della rottura, godevano di una certa accettazione sociale. Ma ora, dopo la rottura, la comunità entrò in crisi e in essa cominciarono ad apparire le diverse tendenze in lotta tra di loro. Alcuni appartenenti alla linea farisaica volevano mantenere lo stesso rigore nell’osservanza della Legge, a cui erano abituati da prima della loro conversione a Gesù. Ma nel farlo, escludevano i piccoli e i poveri. La nuova Legge introdotta da Gesù chiede che siano accolti tutti nella comunità come fratelli e sorelle. Per questo, il solenne inizio della Nuova Legge presenta otto beatitudini che definiscono le categorie di persone che devono essere accolte nella comunità: i poveri, i miti, gli afflitti, coloro che hanno fame e sete di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, i promotori di pace, i perseguitati.
- I poveri di spirito? Gesù riconosce la ricchezza ed il valore dei poveri (Mt 11,25-26). La sua missione era “annunciare la Buona Novella ai poveri” (Lc 4,18). Lui stesso visse da povero. Non possedeva nulla per sé, nemmeno una pietra dove appoggiare il capo (Mt 8,18). E a coloro che vogliono seguirlo Gesù chiede di scegliere tra Dio o il denaro! (Mt 6,24). Povero in Spirito è la persona che ha dinanzi ai poveri lo stesso spirito di Gesù. Ogni volta che nella storia del Popolo di Dio si cerca di rinnovare l’Alleanza, si ricomincia a ristabilire il diritto dei poveri e degli esclusi. Senza questo, non è possibile rinnovare l’Alleanza! Così facevano i profeti, così fa Gesù. Denuncia il sistema che esclude i poveri e perseguita coloro che lottano per la giustizia. In nome di Dio, Gesù annuncia un nuovo Progetto che accoglie gli esclusi. La comunità attorno a Gesù deve essere una mostra dove questo futuro Regno comincia a plasmarsi. Deve caratterizzarsi con un nuovo tipo di rapporto con i beni materiali, con le persone e con Dio stesso. Deve essere seme di una nuova nazione! Ecco un compito molto importante per noi cristiani, soprattutto per i giovani. Perché l’unico modo di meritarci credibilità è presentare una mostra ben concreta del Regno, un’alternativa di vita che sia veramente una Buona Novella di Dio per i poveri e gli esclusi.
- Essere felici oggi: Il vangelo dice esattamente il contrario di ciò che afferma la società in cui viviamo. Nella società il povero è considerato un infelice, è felice colui che possiede denaro e può spendere a volontà. Nella nostra società felice è colui che ha fama e potere. Gli infelici sono i poveri, coloro che piangono! In televisione, i romanzi a puntate divulgano il mito delle persone felici e realizzate. E senza renderci conto, i romanzi a puntate diventano i padroni della vita per molti di noi. Queste parole di Gesù hanno ancora senso nella nostra società: “Beati i poveri! Beati coloro che piangono!”. E per me, che sono cristiano o cristiana, chi di fatto è beato?

Orazione finale: Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa’ che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa’ che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.

RITO AMBROSIANO
ANNO A
S. FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE


Letture:
Sir 7,27-30.32-36
Sal 127
Col 3,12-21
Lc 2,22-33

Portarono il bambino per presentarlo al Signore
I genitori di Gesù “portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore, come è scritto nella legge del Signore”. Una famiglia credente e praticante, che vive secondo “la legge dl Signore”, cioè sente di fondare la propria casa “sulla roccia” e non sulla sabbia come dirà Gesù di chi vuol costruire il proprio domani con verità e sicurezza (cfr. Mt 7,24-27). Tutto all’opposto di oggi dove si pensa di vivere l’amore e la famiglia secondo propri personali criteri, soggettivi e slegati da ogni riferimento morale, in un culto - proprio qui nell’amore - della più assoluta emancipazione e privatizzazione. E con i media che li adorano. Naturalmente .. con i risultati che si costatano! Ci domandiamo oggi, guardando alla Santa Famiglia di Nazaret: perché è necessario Dio nel mio amore e nella mia famiglia? Mi paiono cose così intime e private? Sentiamo cosa ci dice la Parola di Dio.
La casa sulla roccia: La Bibbia si apre con il primo canto d’amore tra un uomo e una donna: “Questa volta è osso delle mie ossa, carne della mia carne” (Gen 2,23). Così Dio aveva stabilito nel creare: “Non è bene che l’uomo sia solo: voglio fargli un aiuto che gli corrisponda. Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne” (Gen 2,18.24). È un progetto iscritto nella carne e nella psicologia della creatura uscita dalle mani di Dio Creatore e perciò struttura ed esigenza che precede ogni nostra scelta. Verità quindi dell’uomo e della sua più profonda natura. Realizzare questo amore significa riuscita, e quindi felicità autentica. Anzi.. l’unica poca vera felicità che può toccare a noi uomini. Gesù lo confermerà parlando proprio della fedeltà, e del divorzio concesso dalla Legge mosaica: “All’inizio però non fu così” (Mt 19,8). In mezzo a tante distorte visioni dell’amore, solo qui si trova la sua autentica definizione. Di Dio, nell’amore, c’è bisogno anche per un dato di fatto. Il nostro cuore - dice papa Benedetto XVI - ha come ricevuto una iniezione di veleno, che è l’egoismo, che inquina ogni relazione umana. San Paolo ne racconta il dramma: “In me c’è il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo; infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio” (Rm 7,18-19). Il cuore è ferito; nell’uomo c’è qualcosa di rotto che solo la grazia di Cristo ora può aggiustare. Non per nulla, parlando del peccato, la prima conseguenza è la divisione e l’accusa reciproca tra i progenitori. Avventurarsi nell’amore senza la grazia di Cristo è andare verso il fallimento. Se Dio s’è mosso, non lo ha fatto per nulla o invano: alla buona volontà occorre il risanamento della libertà e del cuore. “Me infelice! - dice Paolo - Chi mi libererà da questo corpo di morte?.. per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore” (Rm 7,24-25). Infine per un ultimo motivo è necessario Dio in mezzo all’amore umano. Anche la coppia più fortunata ha sempre i suoi momenti difficili, le sue debolezze e i suoi appanni; anche perché il cuore... “è inquieto finché non riposa in Dio” (sant’Agostino). Non sempre si trova piena sazietà, e soprattutto, per continuare, c’è anche bisogno di perdono. Allora è necessario il ricupero di motivazioni di fede, soprannaturali. Sappiamo che il primo modo di amare Dio in una coppia, è amare il proprio coniuge. E come è gratuito l’amore di Dio per noi, così si richiede a volte questo salto di qualità nell’amore: nella gratuità e per amore di Dio. San Paolo scrive appunto: “Voi, mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la Chiesa” (Ef 5,25). Sostanza del discorso: senza Dio l’uomo non riesce ad essere veramente uomo!
Rivestitevi della carità: “Sopra tutte queste cose (le virtù umane del volersi bene) rivestitevi della carità, che le unisce in un modo perfetto” (Epist.). L’amore umano ha certamente una componente emotivo-sensitiva (o innamoramento); si sostanzia però di un atto di libertà rinnovato ogni giorno che si traduce nel ricercare il bene della persona amata (almeno “come il proprio corpo”, Ef 5,28); e si coniuga ogni momento nel rispetto, nella comprensione, nella tenerezza. Anche il modo di amare conta, soprattutto andando avanti negli anni. Oggi Paolo lo richiama: “Rivestitevi dunque di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi” (Epist.). Il valore massimo è la serenità in famiglia (non i soldi, il prestigio..), che nasce da una coscienza pura: “E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo” (Epist.). Il lavorare è un mezzo; il fine è la famiglia! Anche il rapporto genitori-figli ha le sue regole e le sue virtù che vanno coltivate. Negli uni e negli altri, con diritti e doveri. “Voi, figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino” (Epist.). “L’educazione è cosa del cuore”, diceva don Bosco, .. non della televisione! Educare i figli alla corresponsabilità in famiglia, a partire anche dal sapere dire grazie, che è il contrario del “tutto dovuto” o dell’accontentarli sempre! “Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare le doglie di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato: che cosa darai loro in cambio di quanto ti hanno dato?” (Lett.). Il dialogo sempre e comunque è la formula magica. Assieme alla pazienza, come fa Dio nei nostri confronti. Ricordandosi magari che tutti nella vita ci siamo un poco ribellati! Allora bisogna impostare un programma che alimenti questi valori, con la preghiera in casa. Diceva madre Teresa di Calcutta: “La famiglia che prega assieme, sta assieme”. La prima preghiera, naturalmente, è partecipare assieme alla messa festiva. E poi san Paolo ci esorta: “La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori” (Epist.). Tenere in onore (e usare) in famiglia la Bibbia: leggerne un brano al giorno, e concludere con un salmo. La preghiera vera è sempre prima ascolto e poi risposta a Dio. E anche quella preghiera al mattino che consacra a Dio le opere della giornata: “E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre” (Epist.).
Simeone - come riferisce il vangelo di oggi - “uomo giusto e pio, aspettava la consolazione di Israele”, ed ebbe il dono di incontrare il Messia, “salvezza preparata davanti a tutti i popoli e luce per tutte le genti”. Una famiglia aperta a Dio vive serena nell’abbandono alla Provvidenza, ne sperimenta la guida e la premura. Come per Simeone, si può dire che “lo Spirito Santo è su di lei”.
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MessaggioOggetto: PRESENTAZIONE DEL SIGNORE   Mer Feb 02, 2011 9:48 am

MERCOLEDÌ 2 FEBBRAIO 2011

PRESENTAZIONE DEL SIGNORE


Orazione iniziale: O Dio, nostro creatore e padre, tu hai voluto che il tuo Figlio, generato prima dell’aurora del mondo, divenisse membro dell’umana famiglia; ravviva in noi la venerazione per il dono e il mistero della vita, perché i genitori si sentano partecipi della fecondità del tuo amore, gli anziani donino ai piccoli la loro saggezza matura, e i figli crescano in sapienza, pietà e grazia, rendendo lode al tuo santo nome.

Nota: Quando questa festa ricorre in domenica, si proclamano le tre letture qui indicate; se la festa ricorre in settimana, si sceglie come prima lettura una delle due che precedono il Vangelo; il Salmo responsoriale è sempre lo stesso.

Letture (rito romano):
Ml 3,1-4 (Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate)
Sal 23 (Vieni, Signore, nel tuo tempio santo)
Eb 2,14-18 (Doveva rendersi in tutto simile ai fratelli)
Lc 2,22-40 (I miei occhi hanno visto la tua salvezza)

Letture (rito ambrosiano):
Ml 3,1-4
Sal 23
Rm 15,8-12
Lc 2,22-40

I miei occhi hanno visto la tua salvezza
Sono già passati 40 giorni dal Santo Natale. E oggi è festa della Presentazione di Gesù al Tempio, e c’è la processione con le candele benedette in chiesa. È una bella festa ed ha per protagonisti Gesù, Maria e Giuseppe: Gesù compie l’oblazione di sé al Padre, che si compirà poi sulla Croce. E Maria, assieme a Giuseppe, offre il suo divin Figlio: inizia per Lei la lacerazione intima di una rinuncia che inaugura la sua missione di Corredentrice del genere umano. La processione con le candele benedette sviluppa il tema di Cristo che è Luce del mondo. San Luca ci racconta come San Giuseppe e la Madonna, secondo la Legge di Mosè, portano il Bambino Gesù a Gerusalemme per presentarlo al Signore. Essi lo offrono per noi al Padre, e un giorno Egli sarà come Agnello Immacolato che verrà sacrificato per noi sulla Croce. Mistero santo che si rinnova in ogni Sacrificio Eucaristico. Preghiamo San Giuseppe e Maria affinché offrano anche ognuno di noi al Padre in offerta a Lui gradita, e sempre unitamente all’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. In questo modo vivremo anche meglio la Consacrazione battesimale e noi, monaci quella monastica. Vivremo bene anche la nostra Consacrazione personale al Cuore di Gesù e di Maria, che ci sarà di grande aiuto a vivere, con più frutto, sia il nostro Battesimo e sia la nostra vita cristiana e quella religiosa. E chi è che si accorge del divino Messia, che entra nel suo Tempio Santo? Solo il vecchio Simeone e una vecchierella, Anna di Fànuel… E perché soltanto loro due? E…tutti gli altri del Tempio di Dio, che erano i perfetti israeliti, gli osservanti della legge dove sono…? Erano persone religiose e conoscevano tantissime cose, ma erano ciechi dentro al cuore perché privi di umiltà, e di piccolezza interiore. Infatti lo Spirito santo guarda solo il cuore: se dentro c’è terra buona per far germogliare la sua Parola, se c’è davvero posto per Lui, per il Signore. Pensate!… solo questa vecchierella e questo povero vecchio accolgono il Figlio di Dio, che entra nel suo Tempio santo! E oggi com’è la situazione?!… E Simeone può anche profetizzare, illuminato dallo Spirito Santo, di cui è ripieno dentro l’anima: “Ora puoi lasciare che il tuo servo vada in pace… perché i miei occhi han visto la tua Salvezza, preparata davanti a tutti i popoli, Luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele”. Egli profetizzò anche a Maria, la Madre, una spada nel Cuore: “affinché siano svelati i pensieri di molti cuori” nella Passione redentrice del suo Figlio Gesù, che è anche la sua Passione dolorosa di Corredentrice del genere umano.
Il vecchio Simeone, certo della promessa ricevuta, riconosce Gesù e la salvezza di cui il Cristo è portatore e accetta il compiersi della sua esistenza. Anche Anna, questa profetessa ormai avanti negli anni, che aveva però passato quasi tutta la sua vita in preghiera e penitenza riconosce Gesù e sa parlare di lui a quanti lo attendono. Anna e Simeone, a differenza di molti altri, capiscono che quel bimbo è il Messia perché i loro occhi sono puri, la loro fede è semplice e perché, vivendo nella preghiera e nell’adesione alla volontà del Padre, hanno conquistato la capacità di riconoscere la ricchezza dei tempi nuovi. Prima ancora di Simeone e Anna è la fede di Maria che permette all’amore di Dio per noi di tramutarsi nel dono offertoci in Cristo Gesù. Giovanni Paolo II nella Redemptoris Mater ci ricorda che “quello di Simeone appare come un secondo annuncio a Maria, poiché le indica la concreta dimensione storica nella quale il Figlio compirà la sua missione, cioè nell’incomprensione e nel dolore” (n. 16).
Nella celebrazione di oggi i fedeli vanno incontro al Signore portando ceri accesi e cantano a lui insieme a Simeone che lo riconobbe come Cristo Signore Luce per illuminare le genti. Per ricordare il mistero di questo giorno, si compie la benedizione delle candele che può essere unita alla processione o ad ingresso solenne, secondo le indicazioni del Messale. I fedeli si riuniscono in una chiesa minore o in qualche altro luogo adatto fuori della chiesa verso cui è diretta la processione; tengono in mano le candele accese già all’inizio del rito. Per la benedizione e la processione, il celebrante può indossare la casula o il piviale di colore bianco. Mentre la processione entra in chiesa si canta l’antifona d’ingresso della Messa, dopo di che, tralasciati i riti iniziali, si canta il Gloria e si dice la colletta. La messa prosegue come di solito.
Come la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce.

Approfondimento del Vangelo (La presentazione del Bambino al tempio)
Il testo: Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore - come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» - e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione - e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui.

Momento di silenzio orante
- perché la Parola di Dio possa abitare in noi e la lasciamo illuminare la nostra vita;
- perché prima dei nostri commenti, è la luce stessa della Parola che deve brillare e imporsi, col suo mistero di presenza vivente del Signore.

Alcune domande per aiutarci nella meditazione e nell’orazione
a) Perché mai Gesù, figlio dell’Altissimo, e sua madre Maria, concepita senza peccato, devono sottomettersi alla prescrizione di Mosè? Forse perché Maria non aveva ancora coscienza della sua innocenza e santità?
b) Oltre alle parole di Simeone, in tutto il suo atteggiamento, come anche in quello della profetessa Anna, c’è un significato speciale? Il loro agire e la loro gioia non richiamano forse lo stile degli antichi profeti?
c) Come spiegare questa spada che trafigge: si tratta di una lacerazione delle coscienze davanti alle sfide e alle richieste di Gesù? Oppure si tratta solo di una sofferenza intima della Madre?
d) Può significare qualche cosa questa scena per i genitori di oggi: per la formazione religiosa dei loro figli; per il progetto che Dio ha su ciascuno dei loro figli, per le paure e le angosce che i genitori si portano nel cuore pensando a quando i figli saranno grandi?

Una chiave di lettura per coloro che vogliono approfondire il contenuto
a) Secondo la legge di Mosè/del Signore: è una specie di ritornello, più volte ripetuto. Luca mescola due prescrizioni, senza molta distinzione. La purificazione della madre era prevista dal Levitico (12,2-8) e si compiva quaranta giorni dopo il parto. Fino a quel momento la donna non poteva avvicinarsi ai luoghi sacri, e la cerimonia era accompagnata dall’offerta di un capo di bestiame minuto. Invece la consacrazione dei primogeniti era prescritta in Esodo 13,11-16: ed era considerata una specie di “riscatto” – anche qui con l’offerta di piccoli animali – in ricordo dell’azione salvifica di Dio quando liberò gli israeliti dalla schiavitù d’Egitto. In tutta la scena i genitori appaiono come nell’atto di presentare/offrire il figlio come si faceva con le vittime e i leviti; mentre nella figura di Simeone e Anna appare piuttosto Dio che offre/presenta il figlio per la salvezza del popolo.
b) Le figure di Simeone e Anna: sono figure cariche di valore simbolico. Esse hanno il ruolo del riconoscimento, che proviene sia dalla illuminazione e dal movimento dello Spirito, ma anche da una vita condotta con l’attesa più intensa e fiduciosa. In particolare di Simeone lo si definisce come “prosdekòmenos”, cioè uno tutto concentrato nell’attesa, uno che va incontro per accogliere. Anche lui appare perciò obbediente alla legge, quella dello Spirito, che lo spinge verso il bambino, dentro il tempio. Anche il cantico che proclama manifesta questa sua pro-existentia: è vissuto per arrivare a questo momento; ora si sottrae, perché anche gli altri vedano la luce e la salvezza che arriva, per Israele e per le genti. A sua volta Anna, con la sua stessa età (valore simbolico: 84 è 7x12: dodici è il numero delle tribù; oppure 84 – 7= 77, perfezione raddoppiata), ma soprattutto con il suo modo di vivere (digiuni e preghiere) e con la proclamazione a chi “attendeva”, completa il quadro. È guidata dallo Spirito di profezia, docile e purificata nel cuore. Inoltre appartiene alla più piccola delle tribù, quella di Aser: segno che i più piccoli e fragili sono più disposti a riconoscere il Gesù il Salvatore. Tutti e due questi anziani – che sono come una coppia originale - sono simbolo del giudaismo migliore, della Gerusalemme fedele e mite, che attende e gioisce, e che lascia d’ora in poi brillare la nuova luce.
c) Una spada che trafigge: in genere si interpreta come annuncio di sofferenza per Maria, un dramma visibilizzato dall’Addolorata. Ma dobbiamo piuttosto intendere qui la Madre come il simbolo di Israele: Simeone intuisce il dramma del suo popolo, che sarà profondamente lacerato dalla parola viva e tagliente del redentore (cfr. Lc 12,51-53). Maria ne rappresenta il percorso: deve affidarsi, ma attraverserà dolori e oscurità, lotte e silenzi angosciosi. La storia del Messia sofferente sarà dilacerante per tutti, anche per la Madre: non si segue la nuova luce destinata al mondo intero, senza pagare il prezzo, senza essere provocati a scelte rischiose, senza rinascere sempre di nuovo dall’alto e in novità. Ma queste immagini della “spada che trafigge”, del bambino che “farà inciampare” e scuoterà i cuori dal torpore, non vanno separate dal gesto così carico di senso dei due anziani: l’uno, Simeone, prende fra le braccia il bambino, per indicare che la fede è incontro e abbraccio, non idea e teorema; l’altra, Anna, si fa annunciatrice, e accende in chi “lo attendeva” una luce sfolgorante.
d) La vita quotidiana, epifania di Dio: interessante è infine notare che tutto l’episodio da rilievo alle situazioni più semplici e familiari: la coppia degli sposi con il bambino in braccio; l’anziano che gioisce e abbraccia, l’anziana che prega e annuncia, gli ascoltatori che appaiono indirettamente coinvolti. E anche la conclusione del brano va intravedere il borgo di Nazaret, la crescita del bambino in un contesto normale, l’impressione di un bambino dotato in modo straordinario di sapienza e bontà. Il tema della sapienza intrecciata con la vita normale di crescita e nel contesto del villaggio, lascia come sospesa la storia: essa si riaprirà proprio con il tema della sapienza del ragazzo fra i dottori del tempio. Sarà proprio l’episodio che segue immediatamente (Lc 2,41-52).

2 febbraio: Presentazione del Signore nel tempio (candelora)
Biografia: Quella di oggi è una celebrazione che incentra la nostra attenzione di credenti nell’umile gesto della presentazione di Gesù Bambino al Tempio e della purificazione della vergine Maria: il significato va ben oltre la storia: ammiriamo ancora l’umiltà della Vergine, la povertà della Santa famiglia di Nazaret e riascoltiamo devoti ed attoniti il cantico del santo vecchio Simeone. Proprio dalle sue parole, che definiscono il Bambino Gesù, luce delle genti, la Chiesa ha tratto il motivo per celebrare la luce con le candele benedette: è il motivo per celebrare Cristo luce, per ringraziare Dio del dono della fede e per impetrare ancora la pienezza della luce come dono dello Spirito santo.

Dagli scritti
Dai “Discorsi” di san Sofronio, vescovo
Accogliamo la luce viva ed eterna
Noi tutti che celebriamo e veneriamo con intima partecipazione il mistero dell’incontro del Signore, corriamo e muoviamoci insieme in fervore di spirito incontro a lui. Nessuno se ne sottragga, nessuno si rifiuti di portare la sua fiaccola. Accresciamo anzi lo splendore dei ceri per significare il divino fulgore di lui che si sta avvicinando e grazie al quale ogni cosa risplende, dopo che l’abbondanza della luce eterna ha dissipato le tenebre della caligine. Ma le nostre lampade esprimano soprattutto la luminosità dell’anima, con la quale dobbiamo andare incontro a Cristo. Come infatti la Madre di Dio e Vergine intatta portò sulle braccia la vera luce e si avvicinò a coloro che giacevano nelle tenebre, così anche noi, illuminati dal suo chiarore e stringendo tra le mani la luce che risplende dinanzi e tutti, dobbiamo affrettarci verso colui che é la vera luce. La luce venne nel mondo (cfr. Gv 1,9) e, dissipate le tenebre che lo avvolgevano, lo illuminò. Ci visitò colui che sorge dall’alto (cfr. Lc 1,78) e rifulse a quanti giacevano nelle tenebre. Per questo anche noi dobbiamo ora camminare stringendo le fiaccole e correre portando le luci. Così indicheremo che a noi rifulse la luce, e rappresenteremo lo splendore divino di cui siamo messaggeri. Per questo corriamo tutti incontro a Dio. Ecco il significato del mistero odierno. La luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (cfr. Gv 1,9) é venuta. Tutti dunque, o fratelli, siamone illuminati, tutti brilliamo. Nessuno resti escluso da questo splendore, nessuno si ostini a rimanere immerso nel buio. Ma avanziamo tutti raggianti e illuminati verso di lui. Riceviamo esultanti nell’animo, col vecchio Simeone, la luce sfolgorante ed eterna. Innalziamo canti di ringraziamento al Padre della luce, che mandò la luce vera, e dissipò ogni tenebra, e rese noi tutti luminosi. La salvezza di Dio, infatti, preparata dinanzi a tutti i popoli e manifestata a gloria di noi, nuovo Israele, grazie a lui, la vedemmo anche noi e subito fummo liberati dall’antica e tenebrosa colpa, appunto come Simeone, veduto il Cristo, fu sciolto dai legami della vita presente. Anche noi, abbracciando con la fede il Cristo che viene da Betlemme, divenimmo da pagani popolo di Dio. Egli, infatti, é la salvezza di Dio Padre. Vedemmo con gli occhi il Dio fatto carne. E proprio per aver visto il Dio presente fra noi ed averlo accolto con le braccia dello spirito, ci chiamiamo nuovo Israele. Noi onoriamo questa presenza nelle celebrazioni anniversarie, né sarà ormai possibile dimenticarcene (Disc. 3, sull’«Hypapante» 6,7; PG 87,3,3291-3293).

Orazione finale: Noi ti lodiamo e ti benediciamo, Padre, perché mediante il tuo Figlio, nato da donna per opera dello Spirito santo, nato sotto la legge, ci ha riscattati dalla legge e hai riempito la nostra esistenza di luce e di speranza nuova. Fa’ che le nostre famiglie siano accoglienti e fedeli verso i tuoi progetti, aiutino e sostengano nei figli i sogni e l’entusiasmo nuovo, li avvolgano di tenerezza quando sono fragili, li educhino all’amore a te e a tutte le tue creature. A te nostro Padre, ogni onore e gloria.
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VINCENZO



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MessaggioOggetto: SABATO 5 FEBBRAIO 2011   Sab Feb 05, 2011 9:53 am

SABATO 5 FEBBRAIO 2011

SABATO DELLA IV SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO


Preghiera iniziale: Dio grande e misericordioso, concedi a noi tuoi fedeli di adorarti con tutta l’anima e di amare i nostri fratelli nella carità del Cristo.

Letture:
Eb 13,15-17.20-21 (Il Dio della pace, che ha ricondotto dai morti il Pastore grande delle pecore vi renda perfetti in ogni bene)
Sal 22 (Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla)
Mc 6,30-34 (Erano come pecore che non hanno pastore)

Il Signore è il mio Pastore: non manco di nulla
Oggi è la festa di Sant’Agata Vergine Martire. Era una ragazza cristiana di Catania; a vent’anni subì il martirio. Ella ci dà a tutti una testimonianza viva di purezza morale e di fede vera, autentica. E oggi, nel Vangelo, è proprio bello vedere gli Apostoli che si riuniscono tutti attorno a Gesù e, gioiosi, gli raccontano tutto, come dei bravi figlioli al loro Papà amato. Ma sono un po’ stanchi perché l’apostolato, a volte, stanca anche un po’… E Gesù se ne accorge. E li invita dolcemente: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un poco!”. Infatti la gente era proprio tanta, ed essi non avevano neanche il tempo di mangiare… Ma Gesù ha il cuore compassionevole e li invita a riposare: andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Ma il riposo durò poco perché molti “accorsero là a piedi e li precedettero”… erano già là ad aspettare Gesù! Egli allora scese dalla barca, e vedendo “una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno Pastore, e si mise ad insegnare loro molte cose”. Gesù ha un Cuore compassionevole verso tutti: verso la gente, verso ognuno di noi. E capita che oggi, a volte, anche noi ci sentiamo un po’ come pecore senza Pastore… e ne soffriamo dentro l’anima nostra. Ma Gesù è un Dio d’Amore, è un Dio misericordioso, e mai ci abbandona… Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce…”. E anche sua Madre Maria, come Lui, ha il Cuore pieno di amore di compassione verso tutti i suoi figli tribolati… E proprio oggi ricordiamo il primo sabato del mese, dedicato al Cuore Immacolato di Maria: a Fatima infatti la Madonna ha chiesto la Comunione riparatrice al suo Cuore Immacolato e il Rosario meditato. E chi lo fa per cinque mesi consecutivi ottiene molte grazie, compresa quella della perseveranza finale.
La preghiera di colletta chiede la misericordia del Signore “per intercessione di sant’Agata che risplende nella Chiesa per la gloria della verginità e del martirio”. Il martire si dona a Cristo per giungere a Dio mediante il sacrificio della vita; la verginità non ha senso se non nel dono. La verginità cristiana è donarsi al Signore, rinunciare a se stessi per vivere unicamente per lui. Ci gloriamo della nostra unione al mistero della passione e risurrezione di Gesù: è una gloria spoglia di ogni orgoglio perché fondata sulla unione a Cristo nella sua umiliazione per essergli uniti nella sua gloria. Così sono vissute sant’Agata e le altre martiri vergini, in una verginità donata a Cristo nell’amore per lui, nella fiducia in lui, nella sua forza. Domandiamo al Signore di aver il coraggio di gloriarci solo di lui e di accettare tutti gli avvenimenti in questa luce, cioè di vederli non dalla prospettiva del nostro interesse, ma per la possibilità che ci offrono di essere più profondamente uniti alla passione e alla vittoria di Cristo.

Lettura del Vangelo: In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Riflessione:
- Il vangelo di oggi è in vivo contrasto con quello di ieri! Da un lato, il banchetto di morte, voluto da Erode con i grandi del regno nel palazzo della Capitale, durante il quale Giovanni Battista fu assassinato (Mc 6,17-29), dall’altro, il banchetto di vita promosso da Gesù con la gente affamata della Galilea, nel deserto (Mc 6,30-44). Il vangelo di oggi presenta solo l’introduzione della moltiplicazione dei pani e descrive l’insegnamento di Gesù.
- Marco 6,30-32. L’accoglienza data ai discepoli. «In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e insegnato. Ed egli disse loro: “Venite in disparte, in un luogo solitario, e riposatevi un po’”». Questi versetti mostrano come Gesù formava i suoi discepoli. Non si preoccupava solo del contenuto della predicazione, ma anche del riposo dei discepoli. Li invitò ad andare in un luogo tranquillo per poter riposare e fare una riflessione.
- Marco 6,33-34. L’accoglienza data alla gente. La gente percepisce che Gesù era andato a un’altra parte del lago, e loro gli andarono dietro cercando di raggiungerlo via terra, fino all’altra riva. “Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose”. Vedendo quella moltitudine, Gesù si rattristò, “perché andavano come pecore senza pastore”. Lui dimentica il suo riposo e comincia ad insegnare. Nel rendersi conto che la gente non ha un pastore, Gesù comincia ad essere pastore. Comincia ad insegnare. Come dice il Salmo: “Il Signore è il mio pastore! Non manco di nulla! Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome. Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici” (Sal 23,1.3-5). Gesù voleva riposare insieme ai discepoli, ma il desiderio di rispondere ai bisogni della gente lo spinse a lasciare da parte il riposo. Qualcosa di simile avviene quando incontra la samaritana. I discepoli andarono in cerca di cibo. Al ritorno, dicono a Gesù: «Maestro, mangia qualcosa!» (Gv 4,31), ma lui risponde: «Io ho un alimento da mangiare che voi non conoscete» (Gv 4,32). Il desiderio di rispondere ai bisogni del popolo samaritano lo porta a dimenticare la fame. «Il mio alimento è fare la volontà di colui che mi ha mandato a realizzare la sua opera» (Gv 4,34). La prima cosa è rispondere alla gente che lo cerca. Dopo viene il mangiare.
- Allora Gesù comincia a insegnare loro molte cose. Il vangelo di Marco ci dice molte volte che Gesù insegnava. La gente rimane impressionata: “Un nuovo insegnamento! Dato con autorità! Diverso dagli scribi!” (Mc 1,22.27). Insegnare era ciò che Gesù faceva di più (Mc 2,13; 4,1-2; 6,34). Così soleva fare (Mc 10,1). Per oltre quindici volte Marco dice che Gesù insegnava, ma raramente dice ciò che insegnava. Forse perché a Marco non interessava il contenuto? Dipende da ciò che la gente intende quando parla di contenuto! Insegnare non è solo questione di insegnare verità nuove per dire qualcosa. Il contenuto che Gesù dava non appariva solamente nelle parole, ma anche nei gesti e nel suo modo di rapportarsi con le persone. Il contenuto non è mai separato dalla persona che lo comunica. Gesù era una persona accogliente (Mc 6,34). Voleva il bene della gente. La bontà e l’amore che emergevano dalle sue parole facevano parte del contenuto. Erano il suo temperamento. Un contenuto buono, senza bontà, è come latte caduto a terra. Questo nuovo modo che Gesù aveva di insegnare si manifestava in mille modi. Gesù accetta come discepoli non solo uomini, ma anche donne. Insegna non solo nella sinagoga, ma anche in qualsiasi luogo dove c’era gente ad ascoltarlo: nella sinagoga, in casa, su una riva, sulla montagna, sulla pianura, su una barca, nel deserto. Non crea rapporto da alunno-professore, ma da discepolo a maestro. Il professore insegna e l’alunno sta con lui durante il tempo della lezione. Il maestro testimonia e il discepolo vive con lui 24 ore al giorno. È più difficile essere maestro che professore! Noi non siamo alunni di Gesù, siamo discepoli e discepole! L’insegnamento di Gesù era una comunicazione che scaturiva dall’abbondanza del cuore nelle forme più variegate: come una conversazione che cerca di chiarire i fatti (Mc 9,9-13), come un paragone o parabola che invita la gente a pensare e a partecipare (Mc 4,33), come una spiegazione di ciò che egli stesso pensava e faceva (Mc 7,17-23), come una discussione che non evita necessariamente ciò che è polemico (Mc 2,6-12), come una critica che denuncia ciò che è falso e sbagliato (Mc 12,38-40). Era sempre una testimonianza di ciò che lui stesso viveva, un’espressione del suo amore! (Mt 11,28-30).

Per un confronto personale
- Gesù si preoccupa del uomo intero, anche del suo riposo. E noi come ci comportiamo con il nostro prossimo?
- Come fai tu quando vuoi insegnare agli altri qualcosa della tua fede e della tua religione? Imiti Gesù?

Preghiera finale: Come potrà un giovane tenere pura la sua via? Custodendo le parole del Signore. Con tutto il cuore ti cerco: non farmi deviare dai tuoi precetti (Sal 118).
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MessaggioOggetto: Re: LECTIO   Oggi a 10:00 am

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